LA CITY OF LONDON INCARNA IL PECCATO MORTALE DELLA FINANZA

Alcuni mesi fa, quando esplose lo scandalo Libor, il settimanale newyorkese ‘Time’ non resistette alla tentazione di additare nella capitale britannica la scaturigine di tutto quanto si deplora come l’opposto dell’operosità capitalistica virtuosa. Londra e non New York, forse perché sulle rive del Tamigi aleggiava un retaggio antico, fatto venerabile da una communis opinio anglofila. Gli autori dell’inchiesta, Peter Gumbel e Catherine Mayer, muovevano dalle attività spericolate di alcuni brillanti protagonisti stranieri, cominciando da Bob Diamond, un trader di Concord, Mass. che pervenuto alla testa della Barklays, banca fondata da Quaccheri nel 1690, aveva portato l’istituto al  sesto posto assoluto in Europa, assets 2,3 trilioni di dollari. Per sè  Diamond aveva guadagnato almeno $150 milioni. La bravata più recente  era stata comprare ciò che restava della Lehman Brothers pochi giorni dopo la bancarotta. Lo scorso 26 giugno la Barklays era stata multata per $450 milioni in connessione allo scandalo Libor, chiamato da un columnist ‘the crime of the century’.

Si additavano altri trader d’assalto stranieri: il francese Bruno Iksil, asso dei derivati, probabilmente responsabile di operazioni costate, secondo le versioni, da 2 a 5 miliardi alla J P Morgan Chase; l’americano Joe Cassano, capo della divisione prodotti finanziari del gruppo AIG, massimo assicuratore al mondo (nel 2008 AIG era stato sul punto di crollare); un pakistano che aveva fondato a Londra una banca privata operante in 70 paesi prima di fare bancarotta con un vuoto di $20 miliardi. Nick Leeson,  basato a Singapore, aveva contribuito alla chiusura della banca d’investimenti Barings. Erano stati scossi da scandali grandi banche come Deutsche Morgan Grenfell, Credit Suisse First Boston, Merrill Lynch, National Westminster. L’oriundo africano Kweku Adoboll è finito sotto processo per operazioni che avevano fatto perdere $2,3 miliardi alla svizzera UBS.

Ma il servizio di ‘Time’ sottolinea che, al di là delle malefatte di una schiera di stranieri e di locali affluiti nella City, “London itself, especially its compact financial district known as the City, is implicated (…) A swelling sentiment would like to see a bigger entity in the dock: London. It is no longer enough to explain the City’s supremacy as a global incubator for scandals by citing its  supremacy as a center for international finance, the world’s most potent competitor to New York City, a place where transactions covering literally trillions of dollars, pounds and euros are executed every day. The scandals lay bare serious failings in the British system -failings of regulation and of culture. In a globalized financial system, such failings have global repercussions, yet responsibility for fixing the system rests locally, with the flawed system itself. Politicians, police, regulators, corporations and the media, which should hold the rest to account, have been enmeshed in a series of confidence-sapping scandals. As the world discovered in 2008, when you’re too big to fail, that’s a problem”.

Nel 2011 un rapporto del Fondo Monetario Internazionale rilevò che “the size and interconnectedness of the U.K. financial sector make it a powerful originator, transmitter and potential dampener of global shocks”. Il punto, dice l’articolo-denuncia di ‘Time’, è che il successo di Londra quale mercato finanziario era poggiato su “an increasingly quaint notion of British gentlemanly business practice”; sulla convinzione that “the market itself is clean, even if some players are not. In the mid-1980s, Britain’s Conservative government instituted an oversight regime in the City that relied heavily on self-regulation. Labour, after winning power in 1997, continued the light-touch tradition (…) Self-regulation still prevails in Libor, a state of affairs that now looks like a serious omission”. Conclusione dell’inchiesta: “It is critical for London’s future as the key global financial center to rebuild confidence, and quickly. If Britain doesn’t root out the conditions that allowed the conflicts of interest and illegal practices in the Libor affair to flourish in the first place, it may find not just its economy in peril. Its position in the world, already crumbling, is at stake”.

La posizione della Gran Bretagna, non solo di Londra, nel mondo è dunque a repentaglio. Che posizione le è rimasta? Prima del secondo conflitto mondiale, voluto alfierianamente dal belluino guerrafondaio Winston Churchill -innamorato del tuono dei cannoni come Mussolini lo era delle sfilate ai Fori Imperiali- Albione era non solo la maggiore di tutte le potenze, ma anche la Gran Madre del liberalismo e del costume pubblico occidentale. Distrutta la grandezza britannica dalla titanica vittoria di Churchill -in realtà vittoria dell’iperbellicista F.D.Roosevelt, fondatore dell’impero americano- il Regno Unito si trovò coperto di debiti e senza l’impero: al di là delle apparenze, il paese dalle prospettive peggiori. Aveva aperto la civiltà industriale, perderà quasi tutte le industrie. A valle del tardochurchillismo della Thatcher il Regno di Elisabetta, sovrana i cui orizzonti spirituali non si allargano oltre gli ippodromi, è un aggregato di alberghi e camere ammobiliate per ex-sudditi coloniali, un ‘financial center’ che attira cambiamonete e mariuoli da tutti i continenti e un bieco sabotatore dell’Europa (‘Internauta’ ha ripubblicato in proposito una lettera di Renzo Cianfanelli, storico corrispondente da Londra del ‘Corriere’).

Chi scrive non sa se The City of London perderà o no in tutto ‘la gentlemanly business reputation’ (un articolo recente su ‘Internauta’ di Gianni Fodella constata che la reputazione è già persa).  Io lamento la rovina di una grande nazione, che ha dato una lingua al mondo, ridotta a satellite secondario degli USA, anch’essi sul viale del tramonto. Ha puntato sul fare soldi coi soldi, ma forse cambiamonete e mariuoli si rivolgeranno altrove. Albione è ostinata, però col tempo si renderà conto della sventura d’aver dato i natali al leone Winston Churchill.

Anthony Cobeinsy

ROBERTO VACCA – City di Londra: appropriazione indebita e aggiotaggio?

Nel delizioso film The Ladykillers (1955) (mal tradotto come “La Signora Omicidi”), Alec Guinness e Peter Sellers organizzano una rapina in banca. Sono pensionantia casa di una vecchietta e si fanno passare per musicisti. Incontrano inciampi di ogni tipo e non si possono godere il grosso malloppo in banconote. Lo danno alla vecchietta che si stupisce. La tranquillizzano: “Sa che in banca girano milioni di pagamenti. Spesso su ciascuno avanzano alcuni penny che non servono a nessuno. Si sommano e costituiscono una bella somma  di cui non si sa che cosa fare. La diamo a lei: sono solo tanti centesimini messi insieme.”

Devono aver meditato questa storia parecchi banchieri inglesi che, a forza di penny, hanno fatto fuori molti miliardi. Se ne è parlato poco, specie in Italia, ove sentiamo frequenti, orride notizie di concussioni e appropriazioni indebite (da parte di pubblici ufficiali) e aggiotaggi commessi da finanzieri, (l’aggiotaggio è il reato di chi specula su variazioni del prezzo di titoli o merci, valendosi di informazioni riservate o divulgando notizie false).

Faccendieri o cassieri di partiti si sarebbero appropriati di decine o centinaia di milioni di euro. Non ho trovato una stima dell’ammontare totale di queste ruberie. Azzardo a valutarle in alcuni miliardi di Euro. La Corte dei Conti ha valutato che, se non ci fosse stata evasione fiscale, il debito pubblico sarebbe ora  il 76% del PIL invece del 120%. Ammonterebbe a 1200 miliardi di euro (G€) invece che a 1880 G€. Questi 680 miliardi e quelli rubati gridano vendetta. Però reati gravi sono stati commessi dai grossi banchieri inglesi cui accennavo sopra. Avevo previsto “manovre pilotate da speculatori” nel mio libro su come salvare il prossimo decennio nel  Gennaio 2011: riporto in calce il mio articolo del Maggio scorso in cui ne cito passi rilevanti e racconto cosa siano gli IRD, Interest Rate Derivatives. Ecco la storia.

Il LIBOR  (London InterBank Offered Rate) viene fissato dalla BBA (British Bankers Association) in base a dati forniti da 18 banche inglesi. Si escludono i 4 valori più alti e i 4 valori più bassi e si calcola il tasso medio sui 10 restanti. Il valore di questo tasso medio determina fra i vari derivati (IRD) che hanno per sottostante tassi di interesse quali salgono di valore e quali scendono. Il circolante di questi IRD a fine Settembre 2012 era salito a 518.000 miliardi di dollari (T$). Di questi pare che 300.000 miliardi di dollari siano influenzati proprio dalle decisioni della BBA sul LIBOR. Se i banchieri che fissano il LIBOR intanto speculano su quel tasso, sanno in anticipo quello che fisseranno in avvenire. Quindi scommettono sul sicuro e incassano profitti indebiti percentualmente piccoli, ma proporzionali alle gigantesche somme totali citate.

Nel Luglio 2012 il Financial Times scriveva che i banchieri avevano manipolato il LIBOR ela Federal ReserveBankUSA li accusava di collusione e menzogna. La banca accusata di essere responsabile delle più forti manipolazioni era la Barclay’s. Ai primi di Luglio 2012, Marcus Agius, il presidente della banca, dava le dimissioni. Doveva tornare al suo posto due giorni dopo per occuparsi di trovare un successore  all’amministratore delegatoBob Diamond, dimissionario in seguito alle accuse di essere il maggiore responsabile elle manipolazioni, sebbene fosse molto stimato per aver innalzato turnover e profitti della banca. Anche J. del Missier, direttore generale di Barclay’s,  dava le dimissioni in conseguenza dello scandalo. Diamond dichiarava di rinunciare al suo bonus annuale, ma si veniva a sapere che dal 2007 al 2011 aveva incassato 186 milioni di dollari fra stupendi e premi. Dopo le dimissioni, Diamond si ritirava dal comitato organizzatore di una cena  per finanziare (25.000 dollari a piatto) la campagna di Mitt Romney

Barclay’s veniva multata dalla Financial Service Authority britannica e dal Department of Justice americano per 453 milioni di dollari per le manipolazioni effettuate. Non è chiaro l’ammontare del ricavato dalle manipolazioni perpetrate da Barclays ed altri. Se ne trovano in rete valutazioni molto diverse fra loro Jamie Doward (The Observer del 30/6/2012) riporta  la cifra di 45 miliardi di sterline equivalenti a 70 miliardi di dollari. In questo caso la multa citata ne rappresenterebbe solo i 2/3 dell’uno per cento. La punizione e le dimissioni del top management di Barclays sembrano nettamente inadeguate.

Curiosamente da oltre due mesi dello scandalo non si parla e non si scrive più. Il 19 settembre il Commons Treasury Committee britannico sottolineava che già il 15  settembre 2010 aveva espresso ufficialmente  la propria opinione che Bob Diamond fosse inaccettabile alla guida della Barclays  proprio perché implicato nelle manipolazioni sul LIBOR.

Temo che le cifre che ho citato siano incerte: non sono il risultato di una inchiesta, ma soltanto stime. Sembrano nettamente più grosse di quelle dei scandali italiani. Quei banchieri britannici (li immaginiamo con bombetta e ombrello?) non avevano pensato male di prelevare centesimini: 70 miliardi su 300.000 fanno solo un terzo dell’uno per mille. Gli è andata anche bene per qualche anno. Poi, almeno alcuni, sono stati smascherati – e trattati con indulgenza eccessiva. Quis custodiet custodes?

 

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Derivati di Damocle – 13 Maggio 2012

I giornali di oggi titolano tragicamente “Boom dei derivati valgono 14 volte le Borse”. È vero: il problema esiste, ma il rischio era ben noto. Lo avevo spiegato oltre un anno fa nel mio libri SALVARE IL PROSSIMO DECENNIO (Garzanti, 2011). Ne riporto qui una pagina in cui scrivevo che alla fine del 2010 il livello degli IRD era  450 trilioni di $ = 32 volte il PIL degli USA. Non ci dovrebbe stupire che dopo un anno e ½ sia cresciuto a 504 T$ (36 volte il PIL degli USA. Dovremmo stupirci che le regole severe sul funzionamento delle banche non siano state ancora imposte.

Estratto dal Capitolo 8 di “Salvare il Prossimo Decennio”, di R. Vacca

“Sorge ildubbio se gli esperti esistano davvero in economia. Tranne rare voci (come quella di N. Roubini), nessuno previde la crisi economica del 2008 e nemmeno suggerì come evitarla. A posteriori, le cause sono state: rilassamento di regole e controlli USA su banche e istituti finanziari. Sono stati emessi titoli estremamente speculativi supportati da garanzie immaginarie e bilanci falsi per giustificare bonus ridicolmente alti dei vertici manageriali. La struttura dei derivati spesso è instabile, o perversa. Nel mio “Patatrac – la crisi: Perché? Fino a quando?” (Garzanti 2009) definisco i derivati e ne spiego i meccanismi. Nello stesso testo indico il livello altissimo del circolante dei Credit Default Swaps:  (55 T$ = quattro volte il PIL USA) che, insieme a perdite, frodi, crediti irrecuperabili etc., mostrava che la crisi sarà lunga. Ricordavo quanto sia implausibile che l’andamento di titoli basati su mutui contratti da squattrinati, produca lauti utili incassati da ricconi. Ora il livello dei CDS è diminuito.

Cresce smisuratamente il volume dei derivati basati sui tassi di interesse (Interest Rates Derivatives – IRD) – vedi tabella seguente.

Anno IRD in T$ CDS  in T$
2001   69,2     0,9
2002 101,3     2,2
2003 142,3     3,8
2004 183,6     8,4
2005 213,2   17,1
2006 285,7   34,4
2007 382,3   62,2
2008 403,1   38,6
2009 427   30,4
2010 449   30

  1 T$ = 1 Teradollaro (detto anche trilione di dollari) = 1012 $

 Fonte: ISDA, International Swaps and Derivatives Association, Inc.

Il sottostante di un derivato basato su tassi di interesse è il diritto a pagare o a ricevere una certa somma di denaro a un dato tasso di interesse. Pare che la maggioranza (80%) tra le 500 maggiori aziende del mondo  si serva di questi derivati per controllare il proprio flusso di cassa. Il volume totale degli IRD alla fine del 2009 era di 449 T$ – circa 32 volte il prodotto interno lordo USA!

In effetti questo impiego é un’assicurazione contro tassi di interesse eccessivi e consegue – talora –  una riduzione dei tassi pagati. Questi strumenti vengono talora presentati come scevri da ogni rischio – ma non è così. Esistono IRD più sofisticati il cui valore è funzione non soltanto del livello corrente di un indice (come, ad esempio, il LIBOR – London InterBank Offered Rate), ma anche dei valori passati dell’indice e dei valori e andamenti passati propri, cioè dello stesso IRD. In quest’ultimo caso il titolo, o strumento, si chiama Snowball (= palla di neve) e tenderà a ripetere amplificate o attenuate le proprie  vicissitudini precedenti. Esistono molte altre varianti degli IRD. Ad esempio, le clausole dette “bermudiane”, a certe date fisse, permettono all’istituto emittente o all’acquirente di interrompere il rapporto a certe condizioni prestabilite. Le strategie più convenienti per gestire un IRD possono solo essere arguite in base all’impiego di modelli matematici probabilistici: ne sono disponibili parecchi aventi caratteristiche diverse. Per orientarsi su questo terreno, occorre aver raggiunto un alto livello di professionalità. È raro che un investitore o l’amministratore di un’azienda riesca a innalzare adeguatamente le proprie competenze e a prevedere i rischi che sta correndo. I livelli dei tassi di interesse sono stabiliti da leggi nazionali e da accordi internazionali. Oltre a questi è pensabile che si possano sviluppare manovre pilotate da speculatori, data la citata enorme mole delle risorse coinvolte.”

 Roberto Vacca