NON AMAVA LA PSEUDODEMOCRAZIA LEE KUANYEW IL CAVOUR ASIATICO

A Lee, il padre-padrone di Singapore morto giorni fa novantaduenne, si attribuisce una formula secondo cui la democrazia non giova allo sviluppo economico. Di sviluppo Lee si intendeva, avendo inventato Singapore non solo come città-Stato insolitamente ben gestita in termini di efficienza, ma anche come turbina generatrice di reddito. E’ una delle Tigri asiatiche, seconda per reddito pro capite solo al Giappone. Tenendo anche conto che Lee era di etnia cinese, forse si può pure dire che abbia mostrato la via alla Cina, brillante operatrice di progresso produttivo senza democrazia. E’ lecito ipotizzare che mai Pechino avrebbe realizzato i suoi conseguimenti se si fosse consegnata al parlamentarismo, alla partitocrazia e ai ludi sindacali.

Il presidente Obama aveva definito Lee “una figura leggendaria nella prospettiva di due secoli”. In effetti, sulla scena asiatica era stato una specie di Camillo Benso di Cavour, il quale su una scena europea dominata da quattro grandi imperi aveva svolto un ruolo di statista ben superiore alla dimensione del regno di Sardegna.

C’è stata poca democrazia nelle opere e nei giorni di 02Lee Kuanyew. Rampollo di una famiglia cinese ricca, poi caduta in bassa fortuna, aveva avuto inizi politici difficili: per esempio era fallito un progetto per cui si era molto speso, l’integrazione tra Singapore e i paesi malaysiani. Poi aveva collezionato soprattutto successi, non solo economici. Vinse sette elezioni generali, e in quattro di esse il suo partito (PAP) ottenne tutti i seggi. Con 31 anni da Premier, il suo era stato il mandato di governo più lungo della storia. Poco dopo essersi ritirato aveva messo come primo ministro il figlio, brigadier generale Lee Hsienloong; e il figlio lo aveva proclamato ‘Minister Mentor’, in pratica Tutore del governo. Di fatto una canonizzazione moderna. E’ chiaro che avrebbe potuto farsi Re del più prospero degli Stati del Sud Est asiatico.

Caratteristico del paternalismo energico di Singapore che il codice penale contempli in grande il caning, le punizioni corporali ereditate dal regime coloniale britannico. Conosciamo il numero di esse eseguite in un anno recente (quasi 6500). Come negare la logica della punizione corporale -in gioventù sofferta senza drammi dallo stesso Padre della patria- quando esse scongiurano la detenzione: lunga, costosa e devastatrice?

Il pensiero politico-economico di Lee, oggi impartito anche oltreconfine da un’apposita fondazione e Scuola superiore, è di fatto un maoismo nazional-liberista, i cui insegnamenti sono stati senza dubbio più efficaci dei precetti del Grande Timoniere. Si ripropone così l’interrogativo: la Cina sarebbe diventata la maggiore economia del pianeta se Deng

Xiaoping, oltre a ripudiare la rivoluzione permanente e culturale di Mao, avesse introdotto nell’Impero di Mezzo la plutodemocrazia all’occidentale, partiti elettoralismo diritti tangenti? E la Spagna avrebbe avuto la modernizzazione degli anni Venti -case popolari, un inizio di Welfare (strade, canali, Paradores, industrie)- se Miguel Primo de Rivera non fosse stato Dictador filosocialista fino al 1930?

Anthony Cobeinsy

L’UNITA’ D’ITALIA VISTA DAI FRANCESI

Parigi rende omaggio all’unità italiana con un’esposizione apertasi in questi giorni e destinata a essere visitabile fino alla metà di gennaio. Lo tsunami dei turisti italiani che si riverserà nella capitale francese in occasione delle festività capodannesche avrà dunque l’opportunità di osservare una straordinaria quantità di documenti (dalle foto originali ai giornali dell’epoca, passando per opere d’arte, uniformi militari, disegni di prima mano e informazioni sulle operazioni belliche) raccolti per l’occasione al Musée de l’Armée, nell’insieme di palazzi (una vera e propria città nella città) che tutti conoscono come “les Invalides”. Chi pronuncia questo nome pensa immediatamente alla tomba dell’imperatore Napoleone I. Ma agli Invalides c’è anche molto altro, a cominciare appunto dal museo di storia militare che contiene alcune sale assolutamente spettacolari, come quella in cui viene presentata la ricostruzione in grandezza naturale di decine di cavalli e cavalieri nelle uniformi delle diverse epoche storiche. Sembrano veri.

Adesso il museo parigino ha raccolto, in collaborazione con numerose istituzioni culturali francesi e italiane (tra cui il Louvre, il Museo d’Orsay, Palazzo Pitti, la straordinaria collezione fotografica Fratelli Alinari, il Museo del Risorgimento di Milano e il Museo di Brera) la documentazione che consente di ripercorrere l’itinerario storico dell’unità italiana in relazione all’impegno francese e in particolare a quello dell’imperatore Napoleone III. Il titolo dell’esposizione agli Invalides è appunto: “Napoleone III e l’Italia. Nascita di una nazione. 1848-1870”.

Napoleone III (1808 -1873) ha avuto una relazione assolutamente particolare con l’Italia. In gioventù questo figlio di Luigi Bonaparte (uno dei fratelli di Napoleone I) ha partecipato alle insurrezioni carbonare e ha vissuto sulla propria pelle la tragedia del loro fallimento. Luigi Napoleone, come si chiamava allora il futuro imperatore, partecipo’ nel 1831 ai moti risorgimentali in condizioni improvvisate e confuse, ma non per questo meno pericolose, insieme al fratello Napoleone Luigi. Braccato dagli austriaci nelle campagne romagnole, si salvo’ grazie all’intervento della madre dopo aver assistito impotente alla morte per malattia del fratello. A salvargli la vita contribui’ (appunto su richiesta della madre) un prelato dal promettente futuro: Giovanni Maria Mastai Ferretti, che sarà papa dal 1846 al 1878 col nome di Pio IX.

Fuggito dallo Stato pontificio alla fine del 1848, Pio IX chiese a sua volta l’aiuto di Luigi Napoleone, che in quel momento era presidente della Repubblica (la Seconda Repubblica francese) per schiacciare gli insorti della Repubblica romana e riprendere cosi’ il potere. Ecco, nella primavera 1849, le forze francesi attaccare a Roma i mazziniani e i garibaldini, che avevano proclamato le nuove istituzioni ed ecco il ritorno di Pio IX al potere – dopo scontri molto sanguinosi, in cui perse la vita Goffredo Mameli – grazie a quel ragazzo francese da lui salvato nel 1831.

Naturalmente l’esposizione parigina agli Invalides dà spazio soprattutto ai capitoli successivi di questa relazione particolarissima tra Luigi Napoleone e l’Italia. Dal 1852 in Francia c’è di nuovo un impero: meglio non fare le elezioni quando si rischia di perderle. Napoleone III gestisce un potere enorme e riscopre l’idea dell’unità italiana. Le vicende della guerra del 1859, combattuta contro l’Austria dalla coalizione franco-piemontese, sono illustrate all’esposizione parigina da fotografie di straordinario interesse, che ci riportano alle battaglie fondamentali del giugno 1859 a Magenta e a Solferino. Napoleone III alloggio’ ai primi di giugno nel palazzo del centro di Novara in cui ha oggi sede la Banca popolare, che porta il nome di questa città e in cui nel 1849 re Carlo Alberto aveva abdicato in favore del figlio Vittorio Emanuele II (dopo essere stato sconfitto dagli austriaci, nella battaglia del 23 marzo tra le risaie del quartiere della Bicocca). Il nuovo capitolo della relazione tra Napoleone III e la causa italiana non manca di situazioni difficili e di gravi incomprensioni. Dopo Solferino, l’imperatore francese sceglie di dialogare direttamente con Francesco Giuseppe d’Austria per decidere le condizioni della pace alle spalle di Vittorio Emanuele II, che era nella zona delle operazioni militari, e di Cavour, rimasto a Torino per guidare il governo. Uno degli elementi più interessanti dell’esposizione parigina è il quadro raffigurante le reazioni, tristi e perplesse, della gente comune italiana all’annuncio della Pace di Villafranca, che lascio’ il Veneto in mani austriache.

Conosciamo la fine della storia: divenuto il difensore del papa a Roma di fronte al nuovo regno d’Italia, proclamato nel marzo 1861, Napoleone III perse tutto nell’estate 1870 davanti ai prussiani e cio’ permise ai bersaglieri d’entrare nella nuova capitale d’Italia (combattendo tra i giardini di Villa Bonaparte, che è oggi la magnifica residenza degli ambasciatori francesi presso la Santa sede). Una cosa è certa: il rapporto tra Napoleone III e l’Italia è stato una straordinaria storia d’amore e di incomprensioni, di slanci e di polemiche, di grandi soddisfazioni e di qualche amarezza. Il merito dell’esposizione parigina è di renderla viva e attuale.

Alberto Toscano

L’ITALIA DALL’UNITA’ ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Ancora sul bilancio del 150°

Un mese fa (vedi Internauta di aprile) ho cercato di dimostrare che la nascita dello Stato nazionale in un’Italia indipendente e unificata fu, contrariamente a quanto alcuni o molti e forse sempre più numerosi pensano, un evento positivo, legittimato a tutti gli effetti dalla storia, dalle condizioni e dalle prospettive del paese, e che quindi la celebrazione del centocinquantenario era ed è pienamente giustificata. Mi ero però affrettato a precisare che il Risorgimento così coronato fu, e rimane in retrospettiva, uno dei pochi se non l’unico momento di grazia degli ultimi quattro-cinque secoli di storia nazionale, il che già implica che ben diversa è la valutazione che si può dare dei suoi seguiti, ovvero del bilancio di questi centocinquant’anni, anche senza cedere alle tentazioni, dalle nostre parti fin troppo facili, del pessimismo e del disfattismo. Forse neppure il grande Benedetto Croce, se fosse ancora vivo, riuscirebbe a conservare in proposito l’ottimismo che continuava ad animarlo in piena era fascista.

Secondo molti gli insuccessi e le delusioni, i fallimenti e i veri e propri disastri di un secolo e mezzo erano già scritti nei vari aspetti tortuosi, rocamboleschi e fortuiti che contraddistinsero l’epopea risorgimentale, nei contrasti spesso aspri e mai del tutto sopiti tra i suoi maggiori protagonisti, nei molteplici errori commessi al raggiungimento di un obiettivo fondamentalmente comune e all’indomani di esso. Tra gli errori oggi soprattutto si indica la mancata scelta di uno Stato federale anziché unitario, in realtà dovuta, probabilmente, non tanto ad un inflessibile centralismo sabaudo o alla scarsa grinta con cui Marco Minghetti difese il suo progetto di sei grandi regioni autonome, quanto al venir meno di adeguate istanze pluralistiche e rappresentanze territoriali dopo l’effimera convergenza tra i vecchi Stati nel 1848 e al perdurante prestigio del modello francese coniato dal primo Napoleone e rinverdito dal terzo.

Prima che dallo statista bolognese, del resto, una soluzione federale o confederale era stata inizialmente vagheggiata dallo stesso Cavour suo predecessore, e qui va semmai messa naturalmente nel conto generale la sfortuna che ebbe il nuovo Stato nazionale di perdere sul nascere la capacità di visione e il talento politico del suo principale artefice. Il peso delle singole personalità nei percorsi della storia non va mai sopravvalutato; un altro grande Stato ancor più giovane, la Germania guglielmina, incappò nel suo primo disastro nazionale, la sconfitta del 1918 e il crollo dell’impero, parecchi anni dopo la giubilazione del suo fondatore, Bismarck, che però era rimasto al potere molto più a lungo di Cavour. E tuttavia, se l’unificazione italiana fu davvero un evento pressocchè miracoloso, la sua duratura fruttificazione avrebbe richiesto, in alternativa ad ulteriori miracoli, l’impegno altrettanto illuminato e lungimirante degli altri suoi artefici e dei loro eredi, accompagnato da circostanze anche esterne sufficientemente propizie. Due requisiti, questi, che non sempre, anzi di rado, vennero soddisfatti.

In realtà sulla brutta piega che presero ben presto le vicende italiane pesarono soprattutto, e non è un paradosso, quelle stesse ragioni oggettive che avevano reso necessarie l’unificazione e l’indipendenza nazionali. A cominciare, ovviamente, dalla relativa e generale arretratezza e debolezza economica al di là delle differenze regionali, rivelatesi peraltro solo dopo il 1861, e anzi non subito, in tutta la loro entità. In una breve storia dell’economia italiana coordinata da uno studioso autorevole come Carlo M. Cipolla si legge che “i protagonisti del Risorgimento erano ben consapevoli del fatto che il nuovo paese sarebbe stato poco omogeneo sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista sociale”. Risulta invece che non lo fossero per nulla, per quanto incredibile ciò possa sembrare ai giorni nostri, pur ricordando che Cavour non si spinse mai più a sud di Firenze (come del resto il ben più longevo Alessandro Manzoni, cui peraltro premeva solo sciacquare i panni nell’Arno a fini linguistici) e persino Giolitti, morto nel 1928, conosceva il Mezzogiorno quasi solo attraverso i rapporti dei prefetti.

Quintino Sella, il ministro piemontese che conseguì il pareggio del bilancio mediante la famigerata imposta sul macinato, definiva infatti “eccezionalmente cospicuo” quel Meridione che per il lombardo Agostino Depretis, a lungo capo del governo e uomo di sinistra, era “il più bello, il più fertile paese d’Europa”, mentre Minghetti esaltava le “inesauribili occulte miniere delle nostre fortune nelle campagne dell’Italia meridionale”. Aveva forse ragione il rivoluzionario e storico napoletano Vincenzo Cuoco quando, esule a Milano, scriveva molti decenni prima che “niente di più comune hanno gl’ Italiani quanto la tendenza ad ignorare se stessi e le cose proprie”? In questo caso, comunque, i politici sembravano in perfetta sintonia con i poeti, primi a decantare in generale un’immaginaria magna parens frugum e quindi ad alimentare il diffuso pregiudizio che l’Italia unita, in quanto grande potenza agricola, potesse anche fare a meno di uno sviluppo industriale.

Proprio il Meridione, invece, era il punto più debole dell’agricoltura oltre che dell’economia nazionale nel suo complesso, a causa sia di condizioni naturali sfavorevoli alle colture più importanti sia di un’arretratezza strutturale e infrastrutturale (il predominio del latifondo, in primo luogo) perdurante da secoli. Ne testimoniava ad esempio il fatto che nel Regno delle due Sicilie, nel 1860 (quando la sola Lombardia contava oltre la metà delle strade pubbliche italiane), quasi il 90% dei villaggi erano privi di collegamenti stradali. Quanto poi a quelli più moderni, è vero che lo Stato borbonico era stato il primo in Italia a costruire una ferrovia, la famosa Napoli-Portici (1839), che, però, sembra servisse più che altro per le escursioni della corte. Una ventina d’anni più tardi, comunque, le strade ferrate del regno non arrivavano al centinaio di chilometri, contro gli oltre 900 del Piemonte su un totale italiano intorno ai duemila. In campo industriale, non mancava nel Sud qualche eccellenza, come si dice oggi, ma le poche manifatture maggiori vivevano di sovvenzioni statali.

Nei primi due decenni della storia unitaria anche il Mezzogiorno trasse vantaggio dalla scomparsa delle frontiere e dalla liberalizzazione dei traffici. Lo sviluppo della sua agricoltura fu rigoglioso e le infrastrutture crebbero, benchè non così rapidamente da rimediare subito a quella carenza di vie di comunicazione e trasporto che, d’altronde, consentì ad una parte dell’industria meridionale di sopravvivere alla concorrenza del Nord. Progressi rilevanti fece altresì l’istruzione di base, mentre una metropoli europea come Napoli, tanto ricca di fasto e tesori culturali quanto afflitta da plurisecolare degrado e indigenza di massa, si avviava verso una modernizzazione che l’avrebbe resa irriconoscibile, alla fine degli anni ’80, agli occhi di William Gladstone, lo stesso uomo politico inglese che ne aveva denunciato lo stato deplorevole sotto il regime borbonico, confermando il quadro tracciato in precedenza da un altro illustre viaggiatore, letterato ma anche lui uomo di governo, quale il tedesco Goethe.

Ma c’era anche l’altra faccia della medaglia: lo sconvolgimento e deterioramento sotto vari aspetti della situazione economico-sociale non solo nel Sud del paese, la delusione di più o meno mirabolanti aspettative (Garibaldi in Sicilia era stato osannato come un santo dalle anime semplici), il malcontento provocato dallo spietato rigore fiscale imposto indiscriminatamente per risanare il bilancio statale e più in generale dagli errori e incomprensioni di un’amministrazione centralizzata, culminati nella drastica e spesso feroce repressione militare di ogni protesta e disordine e in particolare del vero o presunto brigantaggio inscenato o fomentato da nostalgici del vecchio regime. Sta di fatto che nella Palermo invasa e quasi conquistata da rivoltosi di ogni tipo nel 1866 echeggiarono grida inneggianti a Francesco II, alla religione e (in odio alla nuova monarchia) alla repubblica nonché invettive contro la “banda di ladri che ha governato l’Italia per sei anni”, mentre in Emilia e Romagna, insieme all’“abbasso il macinato”, risuonarono gli evviva all’Austria e al papa-re.

Nel frattempo il completamento o quasi dell’unità nazionale con l’annessione del Veneto e poi di Roma rappresentava ovviamente un ambito successo del giovane Stato mettendone però a nudo la debolezza militare. Nel primo caso l’alleanza con la Prussia vittoriosa sull’Austria consentiva ciò che sarebbe stato altrimenti precluso dalle pesanti sconfitte sul campo a Custoza, ancora una volta, e a Lissa sul mare, subite per vistose manchevolezze organizzative e di comando. Le doti che condottieri di nazionalità italiana (da Piccolomini a Montecuccoli, da Eugenio di Savoia allo stesso Bonaparte, prima di Garibaldi) avevano esibito anche nei secoli della decadenza al servizio di potenze straniere cominciavano così a latitare proprio nella fase risorgimentale, e se ne sarebbe avuta presto la conferma nel corso delle guerre coloniali.

Anche per l’incorporazione della Città eterna decisiva fu la vittoria prussiana sulla Francia che privò il pontefice del vitale sostegno di Napoleone III. E qui invece la pur fortunata conclusione della vicenda mise in luce la goffaggine della sua conduzione politico-diplomatica da parte del governo Rattazzi e di Vittorio Emanuele II. Il tutto preceduto dai penosi contrasti interni che avevano accompagnato l’intervento dell’esercito regio per bloccare all’Aspromonte il primo tentativo di Garibaldi di marciare per conto suo sulla futura capitale, cosicché re e governo furono poi ben contenti che a sventare il suo secondo tentativo provvedessero, a Mentana, le truppe francesi. Il seguito più rilevante dell’evento fu comunque l’inasprimento del conflitto già in atto tra Stato e Chiesa, destinato a durare almeno finchè visse l’irriducibile Pio IX contribuendo non poco a complicare la problematica interna del paese malgrado gli sforzi distensivi del governo ormai definitivamente traslocato a Roma.

Tra i problemi più scottanti spiccava naturalmente quello della crescita economica, ad arrestare bruscamente la quale sopravvenne al termine degli anni ’70 un’ondata protezionistica che investì l’intera Europa sfociando tra l’altro in una guerra commerciale tra Italia e Francia. Se ne fu avvantaggiata l’industria del nord, subì duri colpi l’agricoltura e in particolare quella meridionale. Ne conseguì una massiccia emigrazione, diretta soprattutto verso le Americhe, che proseguì del resto anche quando, verso la fine del secolo, vari mutamenti sul piano internazionale consentirono una ripresa di cui beneficiarono un po’ tutti i settori economici. La produzione industriale praticamente raddoppiò nel giro di un decennio (1899-1910) e il valore di quella agricola (compresa la quota del sud grazie anche alla realizzazione dell’acquedotto pugliese e ad altre migliorie) aumentò da 3 a 8 miliardi di lire nel quarto di secolo che precedette la grande guerra.

Tutto ciò non bastò ad impedire che i problemi sociali rimanessero acuti o addirittura conoscessero periodiche esasperazioni come i moti operai di Milano sanguinosamente stroncati dalle cannonate del generale Bava Beccaris. Della necessità di affrontare con adeguato impegno tali problemi si era però presa largamente coscienza prima ancora che a sollevarli in termini di energica contestazione politico-ideologica intervenisse un movimento socialista. Forze ed ambienti conservatori ne furono inevitabilmente allarmati, ma prevalse in definitiva, grazie anche alle divisioni che ben presto si produssero all’interno di questo movimento, un incontro tendenzialmente costruttivo tra le sue componenti moderate e quelle più aperte del vecchio liberalismo. Queste trovarono il loro maggiore esponente in Giovanni Giolitti, la cui strategia, dando spazio anche al movimento cattolico formatosi per rispondere alla sfida socialista in chiave progressista facendo uscire dall’isolamento ampie masse popolari rimaste fedeli alla Chiesa, riuscì a portare avanti un processo di democratizzazione già avviato dalla vecchia sinistra promuovendo i primi passi in direzione di un suffragio universale ancora lontano ma non più chimerico.

Il nuovo secolo iniziava quindi con prospettive apparentemente promettenti su almeno due punti fondamentali, crescita economica e progresso politico-sociale, nonostante le periodiche crisi, altri punti invece oscuri e molti aspetti senz’altro negativi del quadro generale. Dei quali dovremo comunque riparlare perché si tratta delle stesse cause che provocarono dopo pochi anni il tracollo di una certa Italia nata dal Risorgimento e perdutasi nel ciclone scatenato dalla prima guerra mondiale.

Franco Soglian