CATTOLICI, ALLA LARGA DEI FEDERATORI

C’è chi dice che da noi il mondo cattolico è in fibrillazione, dopo essersi estraniato dalla politica “per più di quindici anni dai rantoli finali della Repubblica dei Partiti” (Andrea Riccardi). A parte che la Repubblica dei Partiti, dopo avere rantolato, appare in ottima salute (semmai la sua funzione naturale -rubare- opera oggi più a favore di questo o quel maggiorente che delle tesorerie dei partiti stessi, le quali rubano ex lege), è giusto capire se la fibrillazione è reale. “Non meraviglia, osserva Riccardi, che i cattolici riscoprano oggi un patrimonio di pensiero” (in effetti il pseudo-grandioso retaggio comunista è defunto, la destra ha un momentaneo leader ma non un retaggio onorevole). Il patrimonio cattolico “non è deperito in questi anni, malgrado la secolarizzazione, perché è connesso a una rete sociale e religiosa prossima alla gente. Nel mondo dei cattolici ‘ci sono riserve importanti di senso, energie e socialità’.

Tutto questo è vero. Ma Riccardi sbaglia quando conclude “manca però un federatore: non si vedono all’orizzonte né un De Gasperi né un mons. Montini (che agì dal Vaticano con la benedizione di Pio XII), capaci di far germinare un partito come negli anni Quaranta”. Quest’altro ci mancherebbe, un altro politicante e un ulteriore alto prelato che facciano resuscitare la DC! Se abbiamo la pessima tra le repubbliche, oggi in piena attività di malaffare dopo avere ‘rantolato’, è colpa, eccome, anche di De Gasperi e di Montini, coloro che conferirono la cultura cattolica alla cleptoplutodemocrazia, nata dalla Resistenza e ben presto degenerata in Occupazione indegna di alcun rispetto.

Ad ogni modo Riccardi sostiene:”La DC non rinasce perché rappresenta un partito e un modo di fare politica di ieri (…) Non ci sono federatori tra i cattolici, ma ci si chiede quanto ancora questo mondo possa stare ai margini di quel che dovrebbe avvenire: un processo rigenerativo della politica e della guida del paese”. Se le parole hanno un senso, questo vuol dire: se individuiamo un federatore rifacciamo una DC più aggiornata alle circostanze e alle voghe. Un mons.Fisichella o un similFisichella potrebbe funzionare da cappellano massimo al posto di Montini. Un politico che abbia qualcosa di Alcide lo si trova.

Sarebbe una sventura, diciamo noi, ma non accadrà. La secolarizzazione ha fatto più strada di quel che Andrea Riccardi creda. I cattolici sono assai meno -non è detto sia un bene- ma, quanti che siano, chiedono ben altro che un nuovo prelato di palazzo e intrigo, indistinguibile dagli innumerevoli prelati che in 2000 anni hanno estenuato il messaggio cristiano. Inoltre chiedono ben altro che un Casini meno peso piuma o un Franceschini meno stridulo/comico.

Ben altro, che vuol dire? Non un partito in più, capace di propalare menzogne abbastanza efficaci da sostituirsi ad altri partiti in un ruolo di minoranza associata al potere. Vuol dire una svolta epocale della Chiesa in prima persona. quale testa di un cristianesimo rigenerato, capace d’essere popolo nuovo, movimento potenzialmente vincitore. Tutte le ideologie che conosciamo sono morte o languono. Una Chiesa drasticamente diversa da come è sarebbe invincibile.

Un altro partito cattolico sarebbe una banda secessionista di Proci usurpatori e ladri: però non grossa come la DC ma, al meglio, un ingranaggio in più, magari revisionato cioè riciclato, del peggiore congegno politico d’Occidente. Nell’immediato, un altro partito cattolico sposterrebbe un x per cento di voti. Sulla distanza, sarebbe il nulla di nuovo. Invece una Chiesa opposta a come è sarebbe invincibile.

E’ una Chiesa ‘opposta a come è’ che dovrebbe metterci la faccia, farsi protagonista, non politica ma ideologica, di civiltà e di costume. Occorrerebbe naturalmente un Papa di rottura, rivoluzionario, con discepoli/compagni di lotta da sostituire a quasi tutti i prelati di Curia e di Diocesi gestionale. Un Papa che abbandonasse il Vaticano per ripudiarne il retaggio peccatore all’estremo. Un Papa sovvertitore, coi suoi compagnons, avrebbe ascolto, anzi creerebbe entusiasmo anche tra i non credenti. Molti tra essi si farebbero, da atei da dozzina, cristiani del nostro tempo.

Un federatore che fosse un politico come gli altri servirebbe al più da segretario amministrativo, sacrestano a part time.

l’Ussita

BEATI I PURI DI CUORE PERCHE’ VEDRANNO B.

«Purché questa libertà non divenga pretesto per vivere secondo la carne»

San Paolo, Lettera ai Galati 5,13

Vorremmo qui provare ad affrontare il caso Ruby in maniera strettamente morale. E per farlo adotteremo la morale cattolica, cui Comunione e Liberazione non può dirsi esente, o peggio, superiore. Lo spunto di riflessione parte dalle argomentazioni in difesa del premier che oggi molti appartenenti al movimento carismatico di don Luigi Giussani – cui bisogna aggiungere anche molti cattolici – avanzano con quantità di ragionamenti.

UN ARTICOLO DI “FEDE” Leggiamo l’articolo di Oscar Pini Non sarà mai il moralismo a renderci migliori, ricevuto e subito pubblicato sul portale Sussidiario.net, il principale sito d’informazione di Comunione e Liberazione. Pini sostiene che l’intervento del Cardinal Bagnasco in merito alla questione morale della politica italiana metta in luce la vera necessità del Paese: quella di perdonare e comprendere la debolezza dell’uomo (dicasi Berlusconi), in favore del conseguimento di un più impellente bene comune. Pini separa così la moralità privata, sempre fallibile e colma di peccato, da una più fulgida moralità pubblica, unica cartina di tornasole attraverso cui giudicare l’operato di un ufficiale dello Stato. Secondo Pini – e con lui gran parte di un certo mondo cattolico – il presidente del Consiglio non dovrebbe essere tacciato di immoralità, pena la fine della democrazia sotto la scorta di «una società che faccia di alcuni valori morali preventivamente selezionati e adeguatamente enfatizzati uno strumento di lotta politica per l’eliminazione degli avversari».

Ma la dottrina morale cattolica non è esattamente una di queste società? Quella cioè in cui alcuni valori morali preventivamente selezionati ed enfatizzati diventano uno strumento, se non di lotta (quale governo democristiano non li ha utilizzati per le proprie lotte?), di indirizzo della politica? In realtà, la dottrina morale cattolica non si esprime in questi termini. E lo sa anche Pini. Nella sua Veritatis Splendor – summa della morale cattolica romana – Papa Giovanni Paolo II parla di morale come chiamata della propria coscienza alla legge di Dio, che rappresenta sempre e comunque il bene dell’uomo. Di più. Giovanni Paolo II spiega come «l’autonomia della ragione non può significare la creazione, da parte della stessa ragione, dei valori e delle norme morali». Esiste dunque una morale fondativa ed edenica dell’uomo verso il bene che precede quella razionale: cioè la morale consolidata dalle abitudini e formalizzata  – razionalmente – dalla legge umana. La Veritatis Splendor giunge ad affermare che la vera libertà sia soltanto quella che, in ottemperanza alla legge di Dio, è liberata dal male: perché porsi sotto la legge divina non è schiavitù, ma pienezza dell’umanità.

LA MORALE E L’AMORALE (CATTOLICO) Partendo da questo presupposto, che cosa ci suggerisce la morale cattolica circa gli scandali sessuali del premier? Con San Paolo potremmo dire: «Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà». Il passaggio dalla morale privata («rinnovamento della mente») a quella pubblica («perfetta volontà») è qui più che mai chiaro. San Paolo chiarisce come la propria conversione – e dunque la propria fede personale – siano il presupposto per l’agire libero («volontà») sotto la guida di Dio. Che è il bene dell’uomo e l’espressione più autentica dell’umanità. La morale privata – privatissima in quanto concerne la propria scelta di conversione – emana le linee guida per l’agire in società e costruire quel bene comune che Oscar Pini e il cardinal Bagnasco tanto invocano.

È lo stesso Vangelo a pronunciarsi senza alcuna ombra di dubbio sulla necessità di una integrità della propria morale, della mancanza di ambiguità. Qualsiasi sia la posizione che si ricopre. Ogni volta che Gesù avvicina i Farisei, questo incontro diventa lo spunto per una condanna netta ed inequivocabile della loro doppiezza: quell’atteggiamento per cui la legge (la morale pubblica e codificata), diventa più importante di quella privata. Il cristiano autentico non è quello che agisce soltanto perché la Legge lo impone, bensì come colui che secondo le parole del Beato Angelico: «Evita il male perché è male, costui è libero».

LA VERITA’ VI RERNDERA’ PRESCRITTI Silvo Berlusconi, da un punto di vista strettamente cattolico, non sarebbe un uomo libero, in quanto le sue azioni pubbliche – pur lodate dalla Chiesa – risulterebbero inficiate proprio dalla condotta morale privata dissoluta e peccaminosa. Il discorso delle beatitudini di Gesù è ancora più esplicito: «Beati i puri di cuore». Dove la «purezza», con le parole della teologa Isabelle Chareire dell’Università Cattolica di Lione, è quel «dinamismo interiore che a partire dalla verità personale incontra la legge». Legge che addirittura, per un cristiano, viene dopo la scelta del proprio comportamento: «La legge non viene per prima, ma per ultima, dal momento che si pone come istanza di verifica del desiderio o del progetto etico; la legge è la realizzazione e non il requisito della filtrazione di senso della nostra azione».

Il comportamento di Berlusconi nel suo privato rompe proprio questo schema. E così agisce nel senso opposto a quello millantato da Pini. Se la legge è il risultato di una scelta intima di adeguamento alla fede, allora Berlusconi scegliendo una morale privata diversa da quella ufficiale, intacca quella ufficiale, addirittura “ufficializzando” ciò che per un cristiano è inammissibile. Che la legge degli uomini – quella razionale – sia sempre e comunque più importante di quella divina, che si esprime, in principio, nel privato. Ed è lo stesso Pini ad affermare qualcosa che va contro la sua fede: «il fatto che nell’attuale contingenza tutta l’attenzione si sposti sulla moralità intesa come capacità di coerenza nei comportamenti privati non lascia tranquilli, poiché mantiene aperto il varco a pericolose strumentalizzazioni, indebolendo la stabilità del Paese e distogliendo dalle urgenze che occorrerebbe affrontare e a partire dalle quali anzitutto giudicare le decisioni di chi si assume una responsabilità nella sfera politica». Per il cristianissimo Pini dunque, la ragion di Stato prevarrebbe su qualsiasi discorso morale. Ma, lo ripetiamo, secondo la Veritatis Splendor: la ragione da sola non è sufficiente alla creazione di valori e leggi. A meno che la Chiesa giunga a sostenere che il comportamento privato di Berlusconi appartiene al suo dinamismo interiore di adeguamento alla legge divina che lo ispira quando, in pubblico, difende la libertas ecclesiae. Ma così dicendo, dovrebbero affidare a Pini almeno la riscrittura del catechismo.

Gabriele Pieroni
Giornalista
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PROCREAZIONE ASSISTITA: LA VOLONTÁ POPOLARE NON SI É ESPRESSA

A seguito dell’assegnazione del premio Nobel a Robert Edwards, padre della fecondazione in provetta, e soprattutto dopo il recente ricorso alla Consulta sulla Legge 40/04 (o su ciò che ne resta), si è riaperto in Italia il dibattito sulla procreazione assistita.

Tralasciando quelle che possono essere le opinioni personali sul tema, quello che è stupefacente è l’argomento utilizzato dai sostenitori della legge in questione. Secondo costoro, politici o prelati, non si può “sovvertire la volontà popolare” che si manifestò tramite il referendum del 2005. Un tale assunto è assurdo sia da un punto di vista costituzionale, sia da un punto di vista logico-politico.

In primo luogo, in Italia vige una gerarchia delle fonti normative, per cui la Costituzione è sovraordinata alla legge ordinaria. Se una legge ordinaria è in contrasto con la Costituzione, va abrogata. L’organo competente è la Corte Costituzionale. E’ assurdo dunque stigmatizzare preventivamente l’intervento della Corte come se fosse un’indebita interferenza del potere giudiziario nella sfera di quello legislativo. Si tratta, al contrario, del dispiegarsi del normale bilanciamento dei poteri nello Stato.

In secondo luogo, da un punto di vista logico-politico l’argomento dei paladini della legge 40 è ancor più ipocrita e imbecille. Come si può sostenere che la volontà popolare degli Italiani si sia espressa in un referendum a cui ha partecipato il 25% del corpo elettorale? Bisognerebbe essere privi di cervello, o di scrupoli, per sostenere che il 75% che si è astenuto ha voluto manifestare la propria contrarietà al referendum. La verità è che, grazie alle indicazioni del clero e del ceto politico cattolico, alla percentuale dei contrari si è aggiunta quella dei disinteressati, rendendo impossibile quantificare gli uni e gli altri. L’unico dato certo è che al 25% degli Italiani il tema interessava, e che la grande maggioranza di questi erano favorevoli all’abrogazione della legge.

Per evitare in futuro simili confusioni, e soprattutto per non assassinare l’istituto del referendum, si impone oggi un ripensamento del quorum. In un Paese che vede l’affluenza alle urne in costante calo, ormai sotto l’80%, non ha più senso il mantenimento dell’asticella al 50%+1 degli aventi diritto al voto. A meno che non ci sia l’intento inconfessabile di sterilizzare uno dei pochi strumenti di democrazia diretta previsto nel nostro sistema.

Tommaso Canetta

IL PAPA DEMOLITORE CHE RIFONDERÁ IL CATTOLICESIMO

Straordinaria l’importanza, nella luce come nelle ombre, dell’articolo “L’immutabile destino della Chiesa: trionfante e sofferente insieme” di Vittorio Messori (Corriere della Sera, 7 luglio 2010). Messori è intimo di Benedetto XVI (“Quando mi descriveva la situazione”; “Una volta, a tavola, gli sentii sfuggire una confidenza”).

Le sue enunciazioni sono, questa volta in ogni caso, ammirevolmente oneste: “Il Dio di Gesù sembra eclissarsi”. “La Chiesa sarà sempre viva e feconda e, al contempo, come agonizzante”. “Clero indegno, tra abusi sessuali e affarismi? Nessuna sorpresa, essendo (la Chiesa) sia casta che meretrix”. “Decadenza numerica? Il suo destino, come prevede il Vangelo, è di essere piccolo gregge, lievito, sale, granello di senape”. E soprattutto:”Nulla può turbare il Pastore se regge la fiducia nell’esistenza di Dio. Nulla può stare in piedi, invece, se ci si convince che ci sono Caso, Materia, Evoluzione cieca al posto di Dio (…), che la Chiesa è una multinazionale affaristica o, a essere benevoli, la maggiore delle Ong”. “Per due volte, negli ultimi mesi, Benedetto XVI ha ripetuto: “La fede rischia di autoestinguersi, come una fiamma che non trova più alimento” e “Oggi, in Occidente, chi mi stupisce non è l’ incredulo, è il credente”.

Grandezza di riconoscere la verità, in Ratzinger come in Messori. Ma sorprendentemente angusta, anzi cieca, nel secondo la visione dell’avvenire immediato. La salvezza, per Messori, verrà dall’istituzione del nuovo Pontificio Consiglio per la la rievangelizzazione dell’Occidente secolarizzato, “affidato a un arcivescovo come Rino Fisichella, cardinale se farà bene”. Verrà soprattutto dalla riscoperta di quel “lavoro di ricerca della credibilità della fede, quell’accordo tra il credere e il ragionare che è sempre esistito nella Chiesa, e che dopo il Concilio era stato abbandonato (…) E’ tempo insomma di ritorno all’apologetica (oggi si preferisce chiamarla (…)Ci vorranno nuovi apologeti, rispettosi di tutti e al contempo coriacei”.

Dunque, secondo Messori, nessuna esplorazione in terre nuove. Invece ritorno a ciò “che è sempre esistito nella Chiesa” e rifiuto di “molta teologia infida che insinua il dubbio e mina le certezze”, di “tanta esegesi biblica che disseziona la Scrittura con un metodo creato nel Novecento da atei o da protestanti secolarizzati”. Rifiuto, infine, “di tanta pastorale che nega le basi dell’etica cattolica”.

Se questo è il pensiero, oltre che di Messori, anche di Ratzinger, la Chiesa non ha speranza. Un cattolico praticante come chi scrive sente che la Chiesa dovrà fare l’esatto contrario che il ritorno a Bellarmino. Questo esatto contrario lo farà un papa non riformista, ma rivoluzionario. In nulla espresso dalla Curia, dal management e dalla diplomazia (persino Roncalli, un nunzio, era sbagliato), e invece “fatto” nelle parrocchie, nelle cappelle delle carceri e degli ospedali, nelle clausure dei cenobi. Un papa santo-estremista, più deciso di Lutero, che demolisca quasi tutto, abolisca i cardinali e i prelati burocrati, sciolga la Città del Vaticano, ripudi non i soli crimini del Medioevo e del Rinascimento ma tutti gli errori e i misfatti di 17 secoli di glorie, fasti e ricchezze temporali.

Una Chiesa che lasci Roma e venda, oltre a San Pietro e ai Sacri Palazzi, le banche, le holding finanziarie, gli imperi immobiliari e universitari, si scoprirà nella sua cruda povertà -il ricavato, ai poveri del mondo- l’unica superpotenza spirituale e ideologica del pianeta. Sulle macerie e i cadaveri del marxismo, del capitalismo liberale, del laicismo progressista/trasgressivo, oltre che del cattolicesimo alla romana, la Chiesa della rivoluzione si ergerà come vera vincitrice. Il più alto dei fari. La più possente delle centrali del pensiero religioso, e non solo.

l’Ussita