I SINGHIOZZI DI EZIO MAURO NELLA CAMERA ARDENTE DEL REGIME

Giorni dopo il luttuoso 4 marzo 2018, l’ex direttore di ‘Repubblica’ si era qualificato come la prèfica che singhiozzava più alto sulla salma del Regime nato dalla Resistenza (vedi Internauta online di Aprile). Oggi la camera ardente risuona di un lamento persino più straziante: Ezio Mauro si dichiara “sgomento” di fronte a quello che chiama “l’ultimo spettro italiano, lo spettro dell’uomo bianco”.
Si intitola ‘L’uomo bianco’ l’instant book con cui il Nostro si offre come un nuovo John Brown, martire della causa dei gommoni neri. E’ tale l’empito che si direbbe in Mauro l’ambizione ad emulare quel gesuita Riccardo Lombardi che, nel dopoguerra furoreggiò al punto d’essere proclamato Microfono di Dio: tanto entusiasmavano le sue allocuzioni.
Non sappiamo se d’improvviso Ezio Mauro abbia distillato da semi-anziano una carica umana e una dolcezza cor cordium che non gli conoscevamo.
Ad ogni modo emulare il Microfono di Dio, per di più essendo ateo, non sarà facile: il maggiore predicatore cattolico del secolo aveva una tempra tale che una volta un Pio XII imbestialito dalla sua sicurezza di sé si alzò dal Soglio e lo sfidò a sedersi lui.

Per riempire le piazze e l’etere come faceva il gesuita napoletano, oriundo piemontese; per vincere le elezioni generali come nel 1948 riuscì al partito del gesuita; il Mario Appelius di ‘Repubblica’ dovrà mettercela tutta.
Aiuterà se deciderà di convertirsi al cattolicesimo. Insomma se la fine, il 4 marzo, del Pleistocene radical-chic fa Ezio Mauro tanto costernato è perché deviare le ere geologiche sarà improbo. Mauro ha assodato che “una mutazione culturale” sta travolgendo lo Stivale: “Rinchiudendoci nella corteccia delle paure, ci trasformiamo fino a volerci distinguere in base alla pelle e al sangue”. Spiega che questo è “l’ultimo spettro italiano, quello dell’uomo bianco”.
In pratica, secondo lui, fiammeggiano già le croci del Ku Klux Klan, imbevute di resina del Tennessee perché brucino più razziste. Su un punto l’Appelius del Settantennio potrebbe anche essere nel vero: la Controcrociata che ha fatto sbarcare le moltitudini di cui sentivamo acre mancanza, non poteva che provocare il rigetto razzista che ora c’è.
Prima ce n’era meno perché le moltitudini non sbarcavano. Però il colore contava, eccome, anche per gli italiani brava gente. Negarlo è menzogna.

Per le scuole mezze nere delle periferie esultano solo i progressisti dei quartieri alti, proibiti ai sottoproletari persino se bianchi. Quando mai il grosso degli italiani si impietosiva del destino dei sottoproletari di colore? Soprattutto: quando mai se ne impietosiva, sul serio e fattivamente, l’oligarchia politico-intellettuale che ha imperversato settantatre anni? Quando mai da sinistra si è proposto di condividere coi miseri nell’unico modo realistico, abbassando un po’ il nostro tenore di vita?
Forse che i gerarchi rossastri e gli antifascisti dell’Anpi concepirono mai di distribuire a sud del Sahara parte dei superstipendi, supervitalizi, superconsulenze, tangenti e furti? Forse che quei capi dello Stato che avevano fatto gli operai, i partigiani e gli agenti di Stalin avevano mai pensato di dirottare in pro degli affamati gli osceni bilanci del Quirinale o altre voci di fasto monarchico delle istituzioni nate dalla Resistenza?

Come mai la società italiana e quella francese, che più di ogni altra partorirono Maquis e sinistrismo, mostrano al loro interno le peggiori sperequazioni tra ricchi e poveri? Ad onor del vero, riconosciamo che quanti, deposti i mitra dell’eroismo antifascista, si impadronirono di tutto da noi, si disinteressarono equamente di tutti i morti di fame, quelli subsahariani o bengalesi come quelli calabro-campani.
I primi non potevano, i secondi hanno presentato il conto alla sinistra truffaldina, annichilendola. Ezio Mauro: è falso che il destino degli ultimi ‘interpellasse’ (come Lei usa esigere) gerarchi e manipoli del Settantennio. Ma ammettiamo che, come asserisce il Nuovo Appelius, sia “in atto la Grande Trasformazione”. Che il gesto dell’assassino di Macerata “si è avvalso di un clima di legittimazione strisciante”. Che “sta nascendo un senso comune parallelo, sempre più estraneo ai valori dell’Occidente”. Che “si resta muti e sgomenti davanti alla fragilità del costume collettivo”. Che “una politica azzerata non sa trovare soluzioni, nutrendo e nutrendosi di paura e di rabbia”.
Infine, che “siamo sconfitti una volta per tutte quando il destino degli altri non ci interpella più”. Bene: se la prenda, com’è giusto, con settantatre anni di pensiero unico nato dalla Resistenza.
Riconosciamo però: personalizziamo troppo a danno dell’Appelius-col-morale-a-pezzi.
Il fazioso non è affatto solo lui. La faziosità è un costume di massa; anche se la fanno più professionale quelli della scuderia Scalfari/Mauro. Si prenda a caso il n.44, anno LXIV, 28 ottobre 2018, de ‘L’Espresso’, fratello siamese di Repubblica.

Giudicate voi se ‘Il Popolo d’Italia’ (direttore Arnaldo Mussolini) era tanto più monocorde. Questo numero di Espresso destina alla crociata pro barconi la schiacciante maggioranza delle pagine. Comincia con una copertina-peana a Mattarella perché pugnali il governo giallo-verde.
Poi -elenchiamo alla buona solo titoli) Roberto Saviano sulla primogenitura populista di Napoli. Poi una Denise Pardo belloccia contro tutto del M5S. Seguono: Michele Serra vs Salvini. Marco Damilano in lode dell’inquilino del Quirinale, fotografato tutt’uno con un corazziere, icona della volontà di tagliare gli sprechi per nutrire il Burkina Faso. Due pagg. anticinquestelle di Makkox. Un ditirambo supplementare a Mattarella “che scala i social”. Una requisitoria sulla postdemocrazia grillina vergata da due donne.
Italia ultimo giro: la Commissione boccia Salvini e Di Maio. Juncker ha scatenato il populismo. Così diventiamo fascisti. Il fascistometro. Mussolini fa rima con Salvini. Miraggio quota 100. Spensionati. Una bomba sociale. Matteo Renzi (i post fascisti padani etc). Il degrado di oggi. Com’era allegro Marx (è tornato il razzismo). Dalla parte di Riace. Il popolo bambino: regressione di massa. In coda, scampoli di cultura di tendenza.

Coll’occasione ricordiamo che il vero Mario Appelius, radiocommentatore ufficiale della guerra del Duce, terminava le sue trasmissioni con la stessa frase ‘Dio stramaledica gli inglesi’. In conclusione: forse il Pleistocene radical-chic sta per finire. Ma nessuno piange lacrime più amare di Ezio Mauro e delle sue sotto-prèfiche di redazione.

Antonio Massimo Calderazzi

Le gramaglie del Pensiero Unico

Nessuno sa per certo se davvero nasce la Terza Repubblica. Se sì, va detto che essa si libererà quasi da sola dall’occupazione usurpatrice, cominciata nel 1945-48. E sarà brava, come bravi furono gli jugoslavi di Tito: seppero cacciare in proprio l’occupante tedesco-italiano, laddove l’intero Maquis europeo non seppe mai prevalere sulla Wehrmacht (prevalsero i quadrimotori che si adunavano a stormi mostruosi per devastare Reich e dipendenze).

Nessuno sa per certo. E’ però un fatto lo spleen, lo sgomento, la sommessa mestizia dell’Occupatore dello Stivale, cioè del Regime nato tra il 1945 e il ’48. Fu un anno bifronte il 1948, dalle nostre parti. Per un verso nacque la sublime Costituzione che farà delirare di ammirazione il pensatore guitto Roberto Benigni. Per un altro verso il ’48 vide il 18 aprile, primo dei grandi rovesci del comunismo planetario. Si vedrà se il 4 marzo di quest’anno ha veramente segnato la disfatta definitiva dei poteri che hanno imperversato settantatré anni. Si prenda a caso una delle grandi firme di ‘Repubblica’. Finora agivano da piccoli Goebbels della comunicazione di regime. Il 4 marzo li ha talmente contristati che le loro analisi e riflessioni d’oggi suonano altrettanto malinconiche quanto i pensieri dell’imperatore Giuliano quando concepiva il proposito di farsi l’Apostata, quando sentì di dovere restituire l’Impero romano e il suo ecumene agli antichi Dei.  Per Flavio Claudio Giuliano, sovrano intellettuale e spirito sensibile (figlio di quel Giulio Costanzo che era stato assassinato da uno zio), l’avvento del credo cristiano era stato il più grave dei traumi. Era certo che il venerato Olimpo fosse stato espugnato da forze demoniache, anzi animalesche. Trasferito adolescente dalla Cappadocia a Costantinopoli, poi a Nicomedia, Giuliano ebbe maestri che rafforzarono le sue certezze etiche e gli facilitarono di onorare in segreto gli Dei beati. Divenuto imperatore nell’anno 350, rilanciò con veemenza i valori e i riti dell’ellenismo. Perseguitò i cristiani, ma senza ferocia, da uomo giusto che era.

Forse facciamo troppo onore ai piccoli Goebbels di ‘Repubblica’, accostandoli a Giuliano l’Apostata, che fu uomo di principii, fin troppo coerente coi suoi ideali. Meriterebbe ben altra reputazione, non foss’altro che per l’altezza dei suoi scritti morali e filosofici, per le vittorie che conseguì sui Persiani e per la sua prodezza di combattente: morì in battaglia, trafitto da un giavellotto. Ma tant’è: dal 4 marzo le geremiadi dei giornalisti in orbace rossastro rappresentano in pieno lo sgomento dei personaggi del regime che abbiamo subito dal 1945-48.

Il duro settario in capo Ezio Mauro, un Mario Appelius reincarnato, lo abbiamo sentito quasi singhiozzare che si è aperta (parole nostre) un’età di ferro, un’era di nequizie, un vituperio senza attenuanti, uno strazio inconsolabile: e questo perché sono stati stracciati i valori e i modelli della sua parte. In più il Partito del quale Carlo De Benedetti, suo datore di lavoro, prese la tessera numero Uno, è stato non solo dilaniato dalle jene delle urne, ma anche ristretto alla sua vera natura di consorteria di notabili e di percettori di vitalizi e tangenti. Peggio, il partito della Nostalgia è stato condannato a un ruolo metternichiano di ultrà della conservazione e del parlamentarismo, di sabotatore di ogni novità.

E questo è il meno per Appelius. Il più è che il Pensiero Unico a trazione giacobina-radical chic-buonista è improvvisamente uscito di moda: è addirittura fuori corso, come una ‘lira vecchissima’, come un marco di Weimar prima del lavoro di Hjalmar Schacht. L’Appelius rossastro ha ragione: il Pensiero Unico sta perdendo corso, è vicino a tramontare. Si avvia a diventare ‘di nicchia’, a vigere solo nelle conventicole democratiche, nei festival letterari, tra le sdraio di Capalbio, nei retrobottega dei librai sessantottini. Si geme: Il Pensiero Unico morirà a soli 73 anni? La vita si è allungata solo per i pensionati Inps e non per una grande conquista della Repubblica nata dalla Resistenza?

Risposta: sì. D’ora in poi sarà osabile l’inosabile. Si potrà anche scriverlo. Nelle bibliografie come nella vita dovrete fare posto a chi, dovendo scegliere tra mali, preferisce piuttosto gli epigoni di Umberto Bossi e i fotomodelli di Casaleggio a voi azzimati orbaci che avete infierito dal 1945.

E’ logico e giusto, è secondo natura, che vi devasti dentro il rimpianto della “douceur de vivre” prima del 1789. Lo sappiamo, era bella prima del 4 marzo la Potsdam dei re di Prussia, era bella la Racconigi dei sovrani di Sardegna. Erano belli i saloni e gli arazzi del Quirinale dei pontefici anticristiani e dei presidenti ex-comunisti. Era bello per Parigi possedere il Tonkino e la Cocincina prima di Dien Bien Fu. Era bello quando le auto erano poche, solo le nostre. Era bello quando alla attraente partigiana Nilde Jotti era bastato far perdere la testa a Palmiro Togliatti per essere eletta arcideputata a vita (una dozzina di legislature: allora). Era trattata da Altezza Reale e le si intestavano fondazioni e strade. Era bello quando si inneggiava all’amore tra pederasti. Quando le lotte e le vittorie in fabbrica non preludevano alla chiusura delle stesse.

Nostalgici del Settantatreennio; legittimisti; lettori in chiave marxiana di de Bonald e di de Maistre; seguaci di Clemens von Metternich e di Clemente Solaro della Margarita, fatevene una ragione: il Pensiero Unico chiude. C’è un mondo che muore ed è il vostro, il mondo dell’usurpazione. Finirà persino la tracotanza degli intellettuali democratici. Le parole d’ordine e gli imperativi della vostra Belle Epoque vanno ad esaurimento. Arrivano giorni aurorali per i vostri avversari. Ad essi spetta giubilare alla Ulrico di Hutten, il Cavaliere della Riforma luterana che fece risorgere il Cristianesimo dai sarcofagi del papismo rinascimentale:

“O tempora, o mores, juvat vivere!”

Antonio Massimo Calderazzi

Quando ci convinceremo che siamo troppi e c’è quasi niente da fare?

Alcuni fiumiciattoli, il Rio Maggiore il Bisagno ed altri, esondano o fanno saltare le condotte in cui furono intubati, e la devastazione non colpisce solo i quartieri bassi e le case seminterrate. Colpisce anche il senso della realtà e delle proporzioni. La community dei giornalisti, dei candidati alle elezioni e dei frequentatori dei bar tabacchi impazzisce letteralmente. Laureati in lettere antiche emettono referti idrogeologici. Suadenti columnists sospendono lo scandaglio delle intenzioni di Bersani, posticipano  l’interpretazione degli scherni dalemiani all’indirizzo di Pisapia, per pronunciarsi sul calcestruzzo dei manufatti pubblici. Mezzi milioni di semplici abbonati alla Tv storicizzano secoli di errori edilizi. Turbe di pensionati escogitano e prezzano interventi risolutivi. Il coro del Web dà per tassative le più grandi opere, che siano senza badare a spese.

Ben pochi portano il ragionamento fino in fondo: che siamo in troppi, mica solo in Italia: dunque ci terremo  quasi tutte le esondazioni e le calamità, terremoti compresi. Molti progetti risulteranno irrealizzabili o titanicamente costosi. Lo Stivale ha spazio e ricchezza adeguati per 20 milioni di humans. Ne ospita il triplo, e quest’anno ha registrato con giusto giubilo 48 milioni di presenze turistiche.

E’ vero, Singapore e Hong Kong sono più antropizzate di noi e sembrano smentire i pessimismi. Ma la Saturnia Tellus è popolata da un’etnia a sé, meglio non stabilire raffronti. Provate a spiegare all’Etnia che per mantenere a regola d’arte i tombini e per azzerare le perdite d’acqua potabile le IMU andrebbero trentuplicate, le piacevolezze dell’edonismo cancellate, le Audi e le Bmw demolite, gli stili di vita dimenticati. Il nostro è benessere troppo recente perché possiamo permetterci plurimi mutui casa e al tempo stesso sanare il dissesto idrogeologico, nonché mettere in sicurezza il costruito. Ci sono arditi pensatori che esigono di bonificare il patrimonio dalle architetture che sanno di fascismo. Se si comminasse una frustata a chi propone programmi senza indicare risorse sicure, cioè senza quantificare la moltiplicazione delle tasse, il comparto della produzione di fruste risulterebbe deficitario.

In altre parole: chi vuole prevenire ogni crollo da sisma, chi ricostruirebbe sagrati e bargelli com’erano, chi intende restituire il futuro ai giovani, chi crede a portata di mano un aiuto agli africani che non intacchi i nostri livelli di vita, chi affronterebbe cento altre opere di progresso e di giustizia, senta l’obbligo di dettagliare con quali risorse: pena l’iscrizione nel casellario dei pagliacci, iscrizione comportante l’accessorio raddoppio di tasse e accise. Oppure ammetta che non siamo nell’isola di Utopia.

Neanche tale ammissione ci sarà mai, la nostra essendo un Narrenschiff, un vascello fantasma di soli begli spiriti, di soli commedianti di farse, fescennini e cachinni. Noi non sappiamo se gli studi di Cinecittà sono sempre la superba location delle produzioni cinematografiche e affini. Se sì, lì dovremmo trasferire dai palazzi maestosi le somme istituzioni e i vertici del potere effettivo. A Repubblica precaria, sedi di prefabbricato e di materiali leggeri. Come giorni fa scriveva Aldo Cazzullo, uno tra gli opinionisti più pervasi di fierezza nazionale, la Patria da cui ci attendiamo nuove risorgenze e nuovi saltelli in avanti è assalita “dalla crisi economica, dal disagio sociale, dalla guerra tra poveri accesa da un’immigrazione fuori controllo, dal discredito delle classi dirigenti, dalla scomparsa dei partiti tradizionali”.

Francamente non arriviamo a comprendere quest’ultimo rimpianto, che non ci siano più i partiti di una volta. Sono esse, le leadership della Fase Costituente, le mamme e le nonne della Più bella delle Carte, che hanno plasmato la realtà dei nostri giorni, realtà che non piace nemmeno a Cazzullo, il Bardo del 150° dell’Unità.

Una Polis così, sgradevole persino al Bardo, potrà disfrenare l’impetuoso Nuovo Miracolo italiano, riscossa idrogeologica e vendetta antisismica comprese, senza ricorrere alla rivoluzione culturale di Pol Pot? Senza almeno riconoscere che siamo in troppi e che non c’è posto per nuovi venuti, nemmeno uno?

 

a.m.calderazzi

CONTRO IL MALAFFARE E I PARTITI ROTTA GOLLISTA VERSO UNA DEMOCRAZIA MIGLIORE

Il solo aspetto d’interesse dei più recenti tra gli scandali di giornata è che nell’assetto attuale il decisionismo di Matteo Renzi -l’unico che esista- nulla potrà contro i cleptocrati. La lotta al duopolio Casta-imprenditoria tossica doveva essere la prima priorità del Rottamatore; non quelle che egli chiama riforme costituzionali e invece sono aggiornamenti cosmetici.

Che un anno dopo l’avvento del renzismo si venga a sapere di Incalza, di Lupi, del Rolex al figlio del ministro, della casa romana donata alla figlia di Incalza, ci dà la certezza che le tangenti -sostanza del regime- non saranno nemmeno scalfite dal Rottamatore. Se anche fosse ambizioso e inarrestabile come il Bonaparte primo console, Matteo sarebbe addomesticato oppure disarcionato dal Sistema Italia. Perché il Sistema Italia è corazzato dalla Costituzione manomorta, dallo stato di diritto, dai codici, dall’omertà dei mille parlamentari e del mezzo milione di parassiti e farabutti che vivono di politica.

Matteo Renzi, conclamato il più efficiente tra i nostri Proci nel perseguimento dei propri fini, sarà sconfitto dalle controffensive degli interessi, dalle prassi, dalla continuità, dalle Istituzioni, dalla Costituzione che è la fortezza inespugnabile del sopruso cleptocratico. Renzi ha scelto di agire entro la legalità, e la legalità è come l’inverno che trasforma in ghiaccio il mare di Barents. Bonificare lo Stato-canaglia fondato da De Gasperi-Togliatti-Nenni in combutta col malocapitale è di fatto impossibile. Nessuno riuscirà a cambiare le cose a termini di legge.

Per esempio. Occorrerebbe l’elettrochoc di cancellare tutte le pensioni d’oro e tutte le iperliquidazioni; di colpire forte le grosse eredità; più ancora, di destituire in tronco la maggior parte dei superburocrati, e poco male se alcuni di essi non meritassero appieno di espiare. Salus populi suprema lex esto dicono le Dodici Tavole; dunque ogni sacrificio sarebbe giusto. Per dirne una: non difettiamo di burocrati meno arrivati (tra l’altro più giovani e meno costosi) abbastanza sperimentati da saper rimpiazzare i destituiti. Ebbene il sistema vieta di potare, di destituire for good. Eppure la sola via per risanare la funzione pubblica sarebbe la decimazione: estromettere a sorte un funzionario su dieci (gli altri capirebbero), processarlo per i tipici reati dei funzionari, addossargli l’onere di dimostrarsi innocente, e si fotta lo Stato di diritto. Idem andrebbe fatto a carico degli appaltatori e dei faccendieri: non attendere che compiano i reati ma colpirli preventivamente, salva la possibilità di dimostrare infondata la misura punitiva.

In altre parole. Nel contesto italiano solo il Terrore, non cruento come nel 1793-94 però con garantismi zero, metterebbe in fuga le orche assassine della corruzione. Ma occorrerebbe una crisi prerivoluzionaria. Mancando questa e senza l’elettrochoc di misure draconiane il popolo resterà per sempre impotente.

Invece di farsi impressionare o condizionare dalle sciocchezze di alcune Vestali del parlamentarismo contro la deriva autoritaria e contro l’uomo solo al comando, Renzi dovrebbe attuare la deriva e, in larga misura, fare da solo o con gente in gamba sul serio. Meglio che queste cose le faccia lui, forzando al limite il quadro legale, che sfidanti estremi tipo i colonnelli greci del 1967 : essi non avrebbero altra risorsa che la violenza delle armi.

Sono incurabili i mali di questo regime. Il meno che occorra fare è smontare in grande la Costituzione e ricostruirla come fece Charles de Gaulle. Le cose hanno provato che egli non era né un oppressore né un tiranno; che spegnendo la cianotica Quarta repubblica prese la decisione giusta. Aveva sì molta tempra. Ma anche Renzi ha più tempra dei suoi pari. Non ha la legittimità storica di de Gaulle, anche se una modica quantità se l’è guadagnata. Dopo tutto de Gaulle non vantava alcuna gloria militare, non era nemmeno un generale vero.

Renzi rafforzi molto la sua energia, a fin di bene. Cerchi di configurare un gollismo giovane, conservatore in quasi niente. Faccia tesoro della lezione francese e di quella svizzera. La prima è che mortificare i partiti e il parlamento non è totalitarismo. La seconda, che introdurre la democrazia vera, quella semidiretta e, diciamo così, elettronica- come esige il nostro tempo- produrrà il Buongoverno.

Antonio Massimo Calderazzi

SULLE DUE SPONDE DEL TEVERE PARALLELISMI, AFFINITA’ E RINUNCE

Un anno di Renzi, più o meno come un biennio di Bergoglio. Ininterrotti ribadimenti; volitività senza confini; realizzazioni e opere che deviano la storia, poche. In molti ci attendevamo dal Papa una mezza rivoluzione, quella svolta per cui nulla o poco di importante restasse come prima. Nessuna montagna si è mossa. Dal Premier forse era realistico aspettarci di meno: la politica è l’arte del possibile, possibile nel quale non c’è posto per l’ideale e il top del massimalismo è aspirare al meno peggio.

I conati di riforma di Renzi sono il meno peggio, confrontati alle alternative esistenti. La prima di esse è il berlusconismo. Nel quotidiano della politica come nell’anima della nazione il berlusconismo è la dipendenza di una parte del popolo e di una masnada della Casta da un personaggio ormai insopportabilmente simile nell’aspetto fisico all’Al Capone di prima di Alcatraz, o di Sing Sing o di altro sacrosanto penitenziario. Nella sfera spirituale la dipendenza di troppi nostri compaesani è dal più lubrico dei personaggi del genere fescennino. Che avrebbe pagato, secoli dopo, il poeta Decimo Giunio Giovenale per averlo creato lui come incarnazione di corruttela, licenziosità e sostanziale negazione ad essere statista! Eppure egli Cav ancora impartisce direttive, resta fuori dalle Case Circondariali, vince battaglie giudiziarie, arricchisce smisuratamente principi del foro, cocotte e semplici olgettine, mantiene lo ‘affetto’ di plotoni di deputati.

Le altre alternative: 1) il grillismo, ossia la strumentalizzazione un po’ scervellata degli istinti giovanili di rinnovamento; si è materializzata in conati di parlamentarismo fuori tempo massimo, dunque deteriore. Ripudiata, inevitabilmente, la santa utopia della democrazia diretta; 2) Matteo Salvini o l’ingentilimento del bossismo da bar-tabacchi; 3) il nulla integrale della Gauche degli intellettuali (sort of ) da terrazza romana o da trattoria pugliese specialità orecchiette. A nome della Gauche del Nulla, Stefano Rodotà e altre prèfiche della democrazia effondono lacrime sulla deriva autoritaria rappresentata da Renzi.

E invece Renzi fa benissimo a far rigare il parlamento e le camere. L’uno e le altre meriterebbero ben altra frusta e ben altra ramazza. Le prèfiche si aggrappano alla Costituzione che vuole il parlamento bicamerale spinto. E’ uno dei molti motivi per detestare deridere cestinare la Costituzione.

In presenza delle suddette alternative, è umano che molti nella Penisola abbiano sperato in Renzi: per essere ripagati soprattutto da enunciazioni, promesse, formule. Un anno dopo il ciclone Matteo, il paesaggio italiano presenta poche devastazioni: gli sconquassi, tutti da venire. Come avesse governato un anno Giovanni Goria, il compianto politico astigiano la cui memoria resta imperitura solo grazie all’abnegazione degli storici volontari di Wikipedia.

Questo Matteo, che si era presentato come emulo di Eracle (il figlio di Zeus & Alcmena) come operatore di fatiche più che umane e come generatore di almeno 70 figli, questo Matteo non deve temere alcun impeachment come perturbatore effettivo dei costumi e degli andazzi della Cleptocrazia. E’ vero, per la dira Camussa (la quarta Erinni dopo Aletto, Tisifone e Megera), il premier ha violato l’ordine naturale di cui esse Furie sono severe e vindici protettrici. Ma Camussa esagera. La Casta è in buona salute, e così pure quel suo comparto che sono i sindacati.

Il milione di persone che vivono di sola politica, cioè di sola rapina del denaro pubblico, resteranno al loro posto, quali che siano le smanie riformatrici del Fiorentino. Se questi brandirà l’arma delle elezioni anticipate, arriverà il veto/usbergo del Colle, la vetta più alta della Casta. Se le Province saranno davvero abolite, il nostro Pubblico Impiego non perderà il suo posto, così onorevole, nella classifica dei paesi industriali più burocratizzati. Gli alti papaveri che affittano a bassa pigione appartamenti di proprietà pubblica se li compreranno a poco. Dovesse il parlamento perdere la bicameralità piena dopo la parentesi similducesca (secondo le lagne di Rodotà, beninteso) di Matteo, risulterebbe sesquicamerale (una camera e mezza), con costi invariati. Inappagata resterà l’aspirazione degli ingenui a un Paese rovesciato sottosopra.

Delusi resteranno coloro che, passati 72 anni dall’armistizio di Cassibile (Siracusa) dove i generali G.Castellano e W.Bedell Smith stipularono la nostra resa incondizionata, credevano che lo Stivale potesse aspirare all’indipendenza dagli USA, quindi non essere più coartato a comprare F35, sommergibili d’attacco e missili così sofisticati che se il nemico non esisterà lo creeranno by default.

Direte, ma Bergoglio è un’altra cosa. Sarà. Ciascuno a modo suo ha rinunciato all’occasione assoluta di spezzare la continuità e rifiutare le logiche istituzionali.

Porfirio

COME EVOLVERA’ LA MONARCOREPUBBLICA FONDATA DA RE GIORGIO&RENZI

La ‘cronaca dell’imminente’ che qui segue riprende la narrazione, sempre di Porfirio, “Il regime boccheggiava ma lo salvano re Giorgio&Renzi”. Vi si riferiva dell’idea concepita da Quei Due per scongiurare la morte del regime: lo Stivale non ne può più della repubblica partitica e ladra, facciamola evolvere in monarco-repubblica a impianto semidinastico. Non più la brusca cesura del 2 giugno 1946, non più il baratro tra la livida repubblica dei mitra partigiani e un passato non indegno che fece l’Unità. Bensì una Regia Repubblica capace di mondarsi degli errori e così ricacciare l’ondata antipolitica, tanto intrisa di populismo e di invidia sociale.

A questo Grande Disegno che dà vita alla Quinta Italia (pendant  cisalpino della gollista Cinquème  republique, però ingentilito dal recupero dei Troni) l’irresistibile Matteo apporta l’eccezionale talento di rottamare tutto senza actually  cambiare niente. L’anziano monarca partenopeo conferisce la sua biografia di multa passus. Iperprofessionista della politica politicienne, le ha passate tutte, dallo stalinismo al fermo impegno nord-atlantico circonfuso di gloria afghana e coronato di droni, dalla milizia proletaria a quella liberista baciata dalla caduta del Muro).

Per riassumere: la Repubblica dei ladri ha esasperato il popolo, allora abbelliamola con un controllato recupero del retaggio monarchico, quando la classe di governo era ricca di suo e rubava meno. La propedeutica di questo recupero è stata appunto il senso dell’ultimo biennio di Giorgio. E Renzi è confluito.

La transizione alla Monarcorepubblica comincia con chi succede a re Giorgio (e ha  accettato le regole d’ingaggio). Essa transizione troverà pieno compimento allorché il dominus di palazzo Chigi subentrerà al successore -uomo, donna o in between che sia- di re Giorgio. In omaggio al dettato costituzionale che al Quirinale esige un almeno cinquantenne, l’ascesa al trono di Matteo non potrà avvenire all’esatto termine del Settennato che seguirà al Novennato mergellino; bensì tre anni dopo. Quest’ultima difficoltà sarà agevolmente aggirata: a) implorando l’Uscente di restare per i tre anni che mancheranno al Fiorentino, oppure b) accorciando il mandato di chi seguirà al successore che conosceremo a giorni, accorciandolo attraverso dimissioni spontanee o incoraggiate; in alternativa, ricorrendo ad uno dei mezzi innumerevoli volte impiegati nel Rinascimento nostra gloria (veleno o pugnale).

Insediandosi sul Colle, re Matteo sarà il quarto della dinastia dei Giorgidi (terzo se non contiamo il fondatore, il consorte di Clio). E tuttavia: nella nuova legittimità istituzionale e storica sarà ingiusto e contraddittorio, date le note finalità, escludere le case regnanti ante- 1860. Pertanto lo schema Renzo&re Giorgio prevede di affiancare a ciascun  futuro capo dello Stato un vice capo-coronato espresso dalle dinastie pre-unitarie. Un Savoia innanzitutto: non lo screditato ramo Carignano di Vittorio Emanuele IV, bensì uno collaterale, un Aosta, un Savoia-Genova, un Savoia-Abruzzi dell’Esploratore polare.

Più delicato catapultare al vice-Quirinale uno dei Visconti, Sforza o Gonzaga che pullulano nel Nord assieme ai rampolli della nobiltà dogale di Venezia e di Genova. Un posto è assolutamente da garantire a un Asburgo-Lorena, a un Asburgo-Este e soprattutto a un Borbone (regnarono in Toscana, a Modena-Reggio e, tutt’altro che least, a Napoli).

Volendo affiancare ad ogni futuro presidente un portatore di legittimismo, con mandati di sette anni ciascuno le possibilità di rotazione sarebbero esigue. Il rimedio sarà di nanizzare il mandato del vicepresidente dinastico.

Soluzione migliore sarà di riservare alle dinastie cessate i governi locali. Fioriscono i progetti che rimaneggerebbero Regioni e Province: cosa di più naturale che far rivivere gli Stati principeschi anteriori alle usurpazioni dei plebisciti 1860? Restituendo Mantova a un Gonzaga, Bologna a un Bentivoglio, la Romagna al cardinale legato, le Due Sicilie a un Borbone, il distacco tra popolo e Istituzioni si ridurrebbe a poca cosa.

Un caso a sé sarebbe la Sicilia. I Borboni di Napoli non si identificarono abbastanza con la Trinacria. Forse andrebbe fatto un sorteggio tra le grandi case isolane. Potrebbe così avere una chance il nostro Raimondo Lanza di Trabia, da poco corrispondente di ‘Internauta’ da San Pietroburgo. Volendo una donna, ci sarebbe la nostra Monica Amari: non solo è nipote di Michele, senatore, ministro e  massimo storico degli Arabi di Sicilia, ma alla lontana è saracena di rango essa stessa.

Porfirio

IL REGIME BOCCHEGGIAVA MA LO SALVA LA PENSATA DI RE GIORGIO&RENZI

Per un tot di settimane e mesi, magari anni, il marasma preagonico del sistema risulterà fermato, persino mai cominciato. Trovato a giorni il Novello Sire, i giornaloni alla testa di tutti i media intoneranno Te Deum esultanti. Sembravamo perduti, invece abbiamo imboccato la strada della salvezza. Ce l’ha aperta un’idea di Quei Due: la repubblica ha tediato, semi-restauriamo il Regno.  Saldiamo il ciclo repubblicano a quello sabaudo della nostra storia; amalgamiamo la Più Bella delle costituzioni allo Statuto Albertino. Si fa una continuità ragguardevole, 167 anni. Il Risorgimento idolatrato dai nostri nonni più la belluina audacia della Resistenza, più le conquiste dei cassintegrati. 167 anni unificati sotto il bianco Stellone d’Italia.

Sorto monarchico (J’attends mon astre  fu antica divisa sabauda), lo Stellone -ricordiamolo- è nello stemma della Repubblica. Quest’ultimo non dovremo nemmeno cambiarlo, salvo ritocchi, se ufficialmente torneremo a Carlo Alberto (‘Anch’egli è morto, Dio, per l’Italia’  poetòCarducci). Di Statuti albertini ne avemmo addirittura due: il primo,  che Carlo Alberto  aveva octroyé da reggente di Sardegna, fu cancellato con sdegno da re Carlo Felice. Internauta ne celebrerà il bicentenario nel 2021.

Nessuna torsione eversiva in questa ricostruzione della nostra vicenda nazionale. Semplicemente Re Giorgio&Renzi profittano della lungimiranza dei padri e nonni Costituenti. Quelli avevano previsto che dopo settant’anni  lo Stivale non ne avrebbe potuto più dei partiti usurpatori e ladri della Casta; pertanto i loro giuristi scrissero una Costituzione manomorta, immodificabile, immarcescibile, ma pensata in modo da non farci correre il rischio di qualche correzione e novità. La Carta manomorta ha questo di provvidenziale: il popolo non sopporta più i politici che elegge (peggio per lui che li elegge, sapendoli farabutti e Proci), ma il congegno consente che essi governino senza consenso, contro il popolo.

Tale congegno, quasi il top della stabilità/governabilità, è stato testato con risultati lusinghieri nel biennio finale di Napolitano: al Paese, alla Plebe inferocita, si sono dati in pasto tre governi-kamikaze (Silvio-Monti-Letta) per poi insediarne un quarto senza confronti più gradevole, elettrizzante per chi volesse novità e rassicurante per chi le rifiutasse. Un’operazione degna del ‘connubio’ Cavour-Rattazzi (1853), premessa e anticamera  dell’Unità.

Renzi è lo statista occidentale che ha fatto più strada quasi senza  muoversi di un passo. Riforme una più clamorosa dell’altra, però impercettibili. Bizzeffe di innovazioni virtuali senza toccare una virgola della Costituzione; piuttosto valorizzando le prerogative monarchiche del Quirinale. Che c’è di strano o di male? Nel 1789 alcuni Fondatori cercarono sul serio di proclamare George Washington re degli Stati Uniti.

Tra un certo numero di giorni il connubio Renzi-re Giorgio verrà hopefully  allungato di sette anni. Colui/colei che salirà al trono sarà proclamato Risorsa della Patria, e per un po’ il Paese si calmerà. I media descriveranno la Risorsa come il compendio di quasi tutte le virtù, tempra, sapienza, calore umano, congenialità agli intonachisti come alle élites. Molti italiani patriottici alla Aldo Cazzullo riscopriranno lo Stellone ingiustamente dimenticato, così come nella limitrofa Francia è tornata di moda Marianna, giovane dea repubblicana, patrona tra l’altro dei vignettisti blasfemi e dei transgender del globo.

Il presupposto di sviluppi così costruttivi: la Casta si è ricompattata, superando le sue divisioni. La mano ferma e la moral suasion  le ha messe re Giorgio, il resto l’ha conferito Renzi. Minacciando di smantellare non tutto ma molto, poi non smantellando niente, Renzi ha rafforzato gli ormeggi e riparato le falle del traghetto “La Casta”. Ora galleggia bene, non minaccia più di affondare. Resterà quanto basta in cantiere, poi riprenderà il mare, più superbo di prima. L’unità dei politici di professione fa la forza.

Il colpo di genio è stato  far risultare che una componente monarchica fa bene alla repubblica. I partiti maneggiano e rubano, i politici peggio, ma nella Reggia sul Colle c’è  con la sua corte un dinasta che vigila e corregge. Perché correre l’avventura di istituzioni nuove, perchè rinunciare alle dolci certezze e magagne delle urne? Perché fare a meno delle prassi, delle tradizioni, convenzioni e concertazioni, degli andazzi persino? Le scarpe sformate sono le più comode.

Niente salti nel buio. Renzi ha dimostrato possibile di galvanizzare gli animi senza cambiare nulla: non un super o mini burocrate licenziato, non un vitalizio negato, non un

gioiello venduto, non un reato da carcere duro in meno. Questo l’apporto di Matteo; re Giorgio ha dato fideiussione di correttezza istituzionale. In compenso molti tratti stilistici sono cambiati: fresche Veneri capeggiano dicasteri e diplomazie  con guance tirabaci e glutei da paradiso delle urì, dunque nessuno sostenga che non accade nulla. Le riforme di Renzi, sempre integrali anzi micidiali, sempre rassicuranti, cambiano tutto senza cambiare nulla. Se arriverà il Quantitative Easing, cioè la Ripresa, il gioco sarà fatto.

La repubblica ‘alla monarchica’ di Adolphe Thiers dette alla Francia, sorella latina, un settantennio di Belle Epoque e prosperità. Se il nostro settantennio repubblicano si salderà

al Regno dei Savoia e al sesquimillennio di governo pontificio, sfuggiremo alle incognite delle novità grosse, terrorizzanti: in primis quella scelleratezza della democrazia diretta, senza urne, senza politici ladri e a vita!

Porfirio

UN PRIMO CITTADINO A TURNO E NO QUIRINALE AL POSTO DEI MONARCHI DA STRAPAZZO

C’è un altro ruolo da rottamare, quello del presidente della repubblica. Lo derivammo, così spropositatamente lungo – sette anni, laddove consoli da 12 mesi fecero grande Roma e ad Atene c’erano arconti da un giorno- dalla Costituzione francese del 1875. Era stata votata da una maggioranza parlamentare monarchica, e monarchico dichiarato fu il secondo presidente della Troisième République, Mac-Mahon. L’ultimo monarca di Francia era stato Napoleone III, nipote del Grande. Eletto presidente della Seconda repubblica nel l848, si era trasformato in imperatore quattro anni dopo. Non aveva regnato male: capiva i proletari e, pur amando di più la borghesia che industrializzava il paese, li aveva qua e là sostenuti. Ebbe la sventura di farsi coartare a muovere guerra alla Prussia (in pratica alla Germania prossima ad unificarsi e a diventare possente). Fu sconfitto rovinosamente.

La repubblica che era seguita alla disfatta e alla Comune parigina si rialzò in fretta: ricca di capitali, divenne il secondo più vasto impero coloniale al mondo. Seguirono due guerre mondiali (la seconda apportatrice di una sconfitta definitiva) e venne una Quarta Repubblica con i difetti più gravi della Terza, in primis il parlamentarismo estremo. Alla fine la Francia fu salvata, per mano di un generale, da una Quinta repubblica mondata delle lebbre della Quarta e della Terza.

I Costituenti italiani del 1947, più sconsiderati di quelli domati da de Gaulle. vollero un capo dello stato apparentemente forte -in realtà comandavano i partiti prevaricatori- e per un mandato troppo lungo, laddove nel 2002 la carica del presidente francese sarà opportunamente accorciata a 5 anni. Eletto dal popolo e largamente responsabilizzato, il presidente francese è uno statista migliore del nostro, eletto dalla Casta nella più completa irrilevanza dei cittadini. Fino alla crisi del 2007-08 il nostro presidente è stato un vaso di coccio tra  ferrei vasi partitici. Fu il fallimento del governo Berlusconi a trasformare Napolitano in un decisore forte e persino arbitrario: re Giorgio.

Oggi la Casta si trova di fronte alla scelta di un capo di stato che,  secondo come evolverà la crisi dell’economia e del regime, potrà risultare o no qualcuno; oltre a tutto dipenderà dal fattore forse nuovo, forse no, rappresentato da Matteo Renzi. Il successore di Napolitano sarà probabilmente scelto perchè non intralci il Rottamatore in una fase iniziale. Dopo, potrà accadere di tutto: dalla crisi di regime acuta e duramente rinnovatrice alla ricaduta nei giochi esiziali del partitismo cleptocratico. In un caso come nell’altro il ruolo del capo dello Stato resterà scadente, bisognoso di un ripensamento integrale. L’eventuale continuità col settantennio della Casta sarà micidiale.

In un ordinamento razionale la mezzadria tra due personalità costituzionalmente forti al vertice dello Stato non avrà senso. Piuttosto dovrà rafforzarsi nettamente il capo del governo, trasformato in Cancelliere espresso dal popolo. In tal caso dovranno ridursi sia le prerogative del capo dello Stato, sia quelle del potere legislativo (il parlamentarismo è un fatto degenerativo).

Sarebbe giusto che il presidente della repubblica perdesse quasi tutti i poteri che ricordano quelli del monarca. Gli resterebbero le funzioni cerimoniali e protocollari, quelle che non meritano di impegnare il Cancelliere espresso dal popolo.  Nella regia forte di tale cancelliere, a lui spetteranno quasi tutte le funzioni assegnate al capo dello Stato da una carta statutaria oggettivamente pessima: ha fatto sorgere un ordinamento stimato solo dai farabutti che lo sfruttano. La fiducia nelle Istituzioni volute nel 1947 si è ridotta a percentuali da farsa.

Per la funzione nominale che è opportuno resti al Primo Cittadino non va cercato un protagonista, una personalità con un passato e un’ambizione importanti. Dovrebbe bastare la rotazione annuale tra personaggi degni di onorabilità, scelti per sorteggio in un ruolo di soggetti dotati di determinati requisiti oggettivi, p.es. magistrati o studiosi di alto livello, benemeriti del volontariato e simili. Il Primo  Cittadino non dovrebbe essere rieleggibile né essere prescelto per altri ruoli politici.

Dovrebbero essere imperativi l’abbandono della reggia del Quirinale e la scelta di una sede decorosa ma senza alcuno sfarzo, con un bilancio e un personale non superiori al decimo degli attuali. Tutti i presidenti repubblicani finora eletti andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede in un edificio che è la negazione assoluta della sobrietà e della moralità repubblicane. I loro beni e quelli lasciati agli eredi dovrebbero essere confiscati per indennizzare i contribuenti degli oneri loro imposti dal Quirinale e sue dipendenze. Uguale procedimento dovrebbe avocare gli eccessi di reddito dei professionisti politici -e loro eredi- di carriera pubblica insolitamente lunga. Per esempio il sessantaduennio di parlamento, poi di Quirinale, originariamente imposto per Giorgio Napolitano dal Partito comunista andrebbe sanzionato come un sopruso e un sovraprofitto di regime.

A.M.C.

SVUOTA IL MARE COL SECCHIO CHI CREDE RISANABILE LA DEMO-PLUTO-CLEPTOCRAZIA

Chi si scandalizza per Mafia capitale -modica cosa rispetto alla lebbra nazionale della corruzione- porta vasi a Samo e civette ad Atene. Uno che invece non si scandalizza è Antonio Padellaro, direttore del ‘Fatto Quotidiano’. Sa  che la gestione di Roma, o meglio della repubblica intera, è “una cloaca maxima”; sa che “l’emorragia sta dissanguando una delle democrazie più partecipate, la quale oggi langue nell’astensione di massa”; anche lui, come tutti, avverte che  “l’incazzatura collettiva può superare il livello di guardia” e rompere gli argini; annuncia che “possono arrivare i latrati di un giustiziere in camicia nera”. Per riassumere, ha intitolato ‘Suicidio della democrazia’ un editoriale ad hoc.

Fin qui niente di speciale. Sono anni che si levano questi allarmi. Che così non andrà avanti molto a lungo lo sentono tutti. E molti convengono che un colpo di stato non solo non incontrerebbe alcuna resistenza seria -a parte qualche girotondo e un po’ di cagnara- ma sarebbe accolto nel sollievo più aperto. Andò così nel 1923: nessuno storico nega che nei primi due-tre anni la Spagna gioì del golpe e del governo di Miguel Primo de Rivera.

Un cane che morde l’uomo non fa notizia, la fa l’uomo che morde il cane. A questa logica cristallina obbedisce su ‘Repubblica’ Ezio Mauro. Tutti sanno che la nostra politica è tra le più fecali del pianeta, e che fa Mauro? Preconizza che la nostra  politica ritrovi se stessa. Bravo Mauro che fa scoop mordendo lui personalmente il cane! Chi ci aveva pensato che per combattere il crimine gli USA avrebbero fatto meglio a incaricare Dillinger e Al Capone di guidare la self-redenzione dei criminali? Chi ci aveva pensato che per nettàre le stalle di Augia re degli Elei -vi teneva tremila buoi ma non le puliva da trent’anni- non serviva una delle Fatiche d’Ercole? Ercole le nettò deviando due fiumi e facendoli passare attraverso dette stalle. Ma il Goebbels della democrazia dello Stivale avrebbe fatto meglio: avrebbe convinto Augia ad autoguarirsi della spilorceria di risparmiare sulle pulizie.  Analogamente, Mauro ha trovato la soluzione che ci salverà: i politici più furfanti dell’Occidente plutodemocratico si diano all’autoterapia. Suggeriamo la tecnica dell’autoctisi (nell’attualismo di Giovanni Gentile è l’autocoscienza con cui lo Spirito produce se stesso).

Ora parliamo di un opinionista serio. Michele Salvati, primo dei progettisti del Pd, scriveva sul ‘Corriere’, saggiamente: ”Né Renzi né chiunque altro potrebbe guarire d’incanto il malato italiano: troppo profondi i guasti ereditati dal passato. Il normale processo democratico, il normale funzionamento delle Istituzioni non generano risposte efficaci al ristagno economico e all’insoddisfazione dei cittadini (…) Non sono in grado di aggredire i fattori profondi che trascinano il Paese verso il declino (…) La democrazia rappresentativa impedirebbe anche a un nuovo Alessandro di recidere il nodo gordiano con la spada”. Salvati aggiunge che “i tre anni e più che ci separano dalla scadenza naturale della legislatura sono i peggiori per Renzi (…) con un Paese che presto si stancherà di annunci e promesse di miglioramento. Sarebbe meglio per lui e per il Paese se potesse arrivare a nuove elezioni prima che il consenso che ha raccolto si esaurisca”.  Se potesse iniziare “un quinquennio di riforme senza l’assillo di altre elezioni”.

Ci permettiamo di correggere: non un quinquennio; un cinquantennio senza elezioni. L’ha scritto Salvati: la democrazia rappresentativa è negata per le realizzazioni. Peggio, precisiamo noi: la democrazia rappresentativa comporta i partiti e i politici di professione, cioè i  perpetratori del male che sta uccidendo la repubblica. In testa ai perpetratori sono il Colle, il parlamento, la Consulta, le Istituzioni, la Costituzione, gli altri agenti patogeni.

Se la dottrina Salvati ha una logica, la salvezza verrà dalla fine della democrazia rappresentativa, una fine che spazzi via i professionisti delle urne, i cleptocrati. Non si tratterà di ripulire la classe politica che abbiamo o di reclutarne una nuova, ma di cancellarla. Non di lavare con una candeggina lustrale i lutulenti del più malfamato dei mestieri in assoluto -nessuno escluso- ma di recintarli in campi di lavoro, perché scontino le malefatte cominciate nel 1945. I gerarchi del Ventennio espiarono. Perché no quelli del Settantennio? Perché, in particolare, non avviare quei procedimenti sui profitti di regime che frutterebbero ricavi importanti?

Se non sarà amputata, questa repubblica lebbrosa morirà. L’amputazione la libererà delle elezioni e degli eletti. Ma non ci consegnerà ai ‘latranti fascisti’ che spaventano il surriferito Padellaro. Lo strumento randomcratico del sorteggio -tra quanti posseggano più conoscenze, o più esperienza, o più meriti umani e civili della media: si pensi al volontariato- permetterà di strappare la deliberazione e la gestione ai cleptocrati. La funzione del controllo e la difesa della legalità potranno essere affidate, grazie soprattutto alla rete e agli arcangeli  tecnologici, alla cittadinanza intera (consultazioni e referendum frequenti, soprattutto da casa).

Mai più saranno consegnate alle istituzioni e agli organismi di tipo parlamentare, anche se i loro membri si avvicenderanno per turni brevi e per selezioni random. La legalità che la Carta ci impone è la nostra lebbra. Va demolita.

A.M.C.

PROPONIAMO CIO’ CHE SI FECE CONTRO IL FASCISMO: AVOCAZIONE DEI PROFITTI DI REGIME DAL 1945

Il D.L. Lgt. 27 luglio 1944, n.159, stabilì l’avocazione allo Stato -poi inquadrata nell’assetto  tributario del D.L.Lgt. 26 marzo 1946, n.134- degli extraprofitti derivati “dalla partecipazione o adesione al regime fascista”. Considerata quale imposta straordinaria, colpiva tutti coloro che durante il fascismo avevano coperto certe cariche e svolto determinate attività previste dalla legge; genericamente, quanti avevano conseguito arricchimenti  dall’appartenenza al fascismo. Erano dunque “profitti di regime” gli incrementi nei patrimoni e negli stili di vita delle persone sopra indicate, a partire dal 28 ottobre 1922, o dall’assunzione delle cariche.

Giusto. Bene così. Però la stessa cosa andrà fatta quando Dio vorrà, per giustizia storica come per le esigenze dell’Erario, sui vasti profitti realizzati a partire dal 25 aprile 1945. Cioè sugli incrementi di ricchezza ottenuti, legalmente, da partiti, organizzazioni, persone -dai capi di stato agli attivisti di sezione- che hanno ricoperto cariche o svolto attività politiche o favorite dalla politica, nei decenni del regime demo-clepto-partitocratico.  Molti dei profittatori di regime sono morti, dunque l’avocazione dovrà colpire i loro eredi e gli eredi degli eredi, sempre che si riesca a identificarli e che siano solvibili. Queste ultime difficoltà si porranno meno per i partiti e le altre entità favorite dal regime.

Colpire i profitti della partitocrazia implicherà l’accertamento non di reati (questo è ambito della magistratura) bensì, in parallelo alle finalità dei decreti legge succitati, la semplice “partecipazione o adesione ai partiti” del sistema sorto a partire dal 25 aprile 1945. Nel concreto, un’imposta straordinaria a carico di quanti, persone o entità, hanno tratto benefici “legali” dalla politica.

Data la difficoltà di individuare e quantificare i profitti del partitismo consociato alla plutocrazia, andranno induttivamente configurate un certo numero di personaggi e categorie di profittatori: parlamentari, altri eletti e nominati, manager di imprese pubbliche, intermediari, procacciatori, fornitori di beni e servizi alla politica. A ciascuna categoria o figura si applicheranno imponibili e aliquote probabilmente forfettarie.

Andranno colpiti stipendi, pensioni, vitalizi, dividendi, incrementi patrimoniali superiori a determinate soglie, per esempio all’equivalente di mezzo milione di euro. Mezzo milione è quanto finora hanno percepito ogni anno numerosi gerarchi del Regime (tra gli altri i molti presidenti della Corte costituzionale) con vitalizi commisurati. Poichè in Italia il trattamento dei partiti, dei sindacati, della stampa di regime, degli eletti, degli alti burocrati civili e militari, dei boiardi, dei faccendieri, dei consulenti introdotti in politica è di regola molto più generoso che all’estero, andrà  considerata profitto di regime l’intera parte alta dei redditi. Convenzionalmente tale parte potrà essere quella al di sopra delle retribuzioni occidentali relative a funzioni analoghe: appartenenza ad assemblee e ad organismi, esercizio di cariche esecutive o gestionali, consulenze, eccetera.

Non dovranno applicarsi le regole e le procedure della giustizia ordinaria, semmai quelle degli accertamenti fiscali e delle valutazioni sommarie. Andranno ridotte al minimo le esigenze di garanzia, gli obblighi del contraddittorio e simili. Il ruolo di avvocati, commercialisti e periti dovrà risultare ridotto al minimo.

L’avocazione allo Stato dei profitti del regime fascista non sembrava, di fatto, prevedere l’istituto della prescrizione. Lo stesso dovrà farsi per i profitti del regime seguito al fascismo, ossia della gestione pubblica più corrotta e dissipatrice della storia contemporanea. Negli uffici delle Camere ci sono sottomandarini che guadagnano, legalmente, oltre il doppio del Presidente degli USA.

Trattandosi di una settantina d’anni i profittatori di regime, non considerando i pesci piccoli, saranno centinaia di migliaia. Ma lo Stato sa cavarsela con le decine di milioni.

Antonio Massimo Calderazzi

GLI ULTIMI GIORNI DELLA POMPEI DEMOPARLAMENTARE

Si lamenta, Michele Ainis, che siamo alla “Fine silenziosa del referendum” (Corriere della Sera, editoriale 15 luglio). Si aspettava qualche impulso al futuro, cioè alla democrazia diretta selettiva, da parte di un Demiurgo fiorentino il quale -ove riesca- salverà il sistema del passato, dunque della Casta capeggiata dal monarca del Colle? La maggior parte delle persone raziocinanti si augurano che Matteo Renzi non fallisca; con loro c’è anche chi scrive, anche se meno benpensante di loro. Ma l’auspicato successo di Renzi non sfiorerà nemmeno l’ambito della democrazia diretta e del referendum, visto che allontanerà di un tempo X la fine della delega elettorale ai grassatori della Cleptocrazia.

“Le Costituzioni, scrive Ainis, invecchiano come le persone. Però a differenza di noialtri possono ringiovanire (…)  C’è nella gente voglia di decidere. Di qui la crisi delle assemblee parlamentari è un fenomeno mondiale, non solo italiano. Negli USA Benjamin Barber propone di rimpiazzarle con i sindaci. La Primavera araba le ha sostituite con le piazze. In Europa il ritiro della delega si esprime con la diserzione delle urne e con la domanda di Democrazia Diretta. Ecco perché ovunque si moltiplicano le consultazioni online dei cittadini, sugli argomenti più svariati. Ed ecco perché i referendum sono in auge dappertutto”.

In proposito il costituzionalista dell’università Roma3 fornisce notizie significative. “Fino al 1900 nel mondo vennero celebrati 71 referendum. Nel mezzo secolo successivo se ne aggiunsero 197; 531 dal 1951 al 1993; ormai non basta il pallottoliere per contarli”. Tuttavia -è sempre Ainis- “su questo versante la riforma nega un’iniezione di gioventù alla nostra Carta. Gli unici due strumenti di democrazia diretta introdotti dai Costituenti furono le leggi popolari e il referendum abrogativo. Senonché le prime si sono rivelate altrettante suppliche al sovrano, che non le ha mai degnate di uno sguardo. Il secondo, è stato generato con 22 anni di ritardo, senza mai diventare adulto”.

Lasci perdere, Ainis. Non invochi più “qualche correzione” da parte del governo. Smetta di confidare nelle Istituzioni. Il sovrano ‘che non degna di uno sguardo le leggi popolari’ è da noi una classe politica camorristica. La democrazia rappresentativa vive dovunque una vecchiaia estrema. In Italia appare resistere, pur in vari segni di catalessi: infatti i cleptocrati saccheggiano più che mai, uno scandalo al dì. Ma il coma del parlamentarismo si avvicina anche altrove. Gli immensi balzi in avanti della tecnologia rendono logica e agevole come mai nella storia la chiamata di molti cittadini a condurre la Polis in proprio.

A.M.C.

I PROCI DI ULISSE MORIRONO TUTTI: PER I NOSTRI SERVIRA’ DRACONE NON RENZI

Nell’amministrazione comunale di Rovigo (che è Veneto non Campania né Calabria) i 16 dirigenti si sono spartiti 70 mila euro extra bilancio ordinario nelle 5 ore intercorse tra caduta del sindaco e nomina di un commissario prefettizio. Il sottosegretario Chiarini ha parlato di ‘insulto al buon senso’. Ma si può parlare di buonsenso, quando si tratti dei (modesti) mariuoli  rovigotti, di quasi tutti i politici della Penisola o dei disgustosi 1500 dipendenti di Montecitorio? Questi ultimi stavano ammutinandosi perché la presidente Boldrini, prima buona azione dal giorno dell’insediamento, provava ad applicare loro il tetto dei €240 mila per i burocrati apicali, e riduzioni proporzionali per gli altri. Non solo gli apicali, anche la bassa corte dei commessi, elettricisti e parrucchieri,  si sono erti a fiera difesa della ‘autodichia’ del sommo tra gli organi costituzionali. Nello stralunamento di Rodotà e Beppe Grillo, detti orghen  sono palladio di libertà e democrazia.

Alzi la mano chi non è stomacato, o tentato di sparare. Nel momento più basso della stima popolare per il sistema politico elargito dalla Resistenza, nel nadir delle  prospettive dei giovani, €240 mila sono il quintuplo del giusto. Peraltro: come non capire lo sdegno dei millecinquecento mandarini, commessi, elettricisti ed altri sacerdoti di libertà e democrazia? Il loro capobonzo, il segretario generale, superava di molto i 400 mila annui. I sottobonzi chiamati ‘consiglieri’ arrivavano a 300 mila, i parrucchieri e gli elettricisti a 90 mila. Qualsiasi decurtazione è of course sacrilega, fra l’altro vulnera la  bellissima Costituzione di Benigni, Fiorito e Galan.

Ma per Sergio Rizzo (Corriere 26 luglio) la situazione è molto più orrenda:”Compensi astronomicamente ingiusti. Privilegi inenarrabili. Folli automatismi: una generosissima scala mobile e un meccanismo di scatti capace di far salire anche del 400% lo stipendio netto. Regimi pensionistici che non hanno pari nel lavoro pubblico e privato. Lo stipendio medio di un dipendente di Camera e Senato supera €150 mila lordi l’anno, mentre quello del loro collega della Camera dei Comuni britannica si aggira attorno ai €40 mila. Quattro a uno”.

“ Le segretissime tabelle retributive del Senato informavano nel 2008 che la retribuzione di un commesso (livello inferiore della scala) raggiungeva a fine carriera €159 mila lordi. Quello di uno stenografo al quarantesimo anno di attività 289 mila, tremila in meno dell’appannaggio annuale del Re di Spagna. Il segretario generale del Senato Antonio Manaschini percepiva €485 mila l’anno quando è uscito da palazzo Madama; pochi anni dopo viaggiava sui 550 mila. Nel 2012 ha reso nota la sua pensione: €519 mila, quasi il doppio dell’indennità di Barack Obama”.

“L’esempio delle Camere ha prodotto guasti a cascata in molte regioni. Nel 2012 i venti Consigli regionali italiani spendevano per il personale quasi 360 milioni. Secondo il governatore della Sicilia, Crocetta, la retribuzione del segretario generale dell’Assemblea regionale sarebbe addirittura più alta dei suoi colleghi di Montecitorio e palazzo Madama. Il personale consiliare siciliano costa 86,6 milioni contro i 20,8 della Lombardia”.

Sergio Rizzo, obbedendo alla consegna ferrea delle Grandi Firme nostrane, non scrive una parola su che fare di fronte a tanto parossismo di saccheggio “nella realtà di un Pil crollato del 10%, di una povertà che cresce a livelli vertiginosi, di una speranza per i giovani di trovare lavoro che è semplicemente inesistente. Questa vecchia impalcatura di privilegi va solo smantellata”. Non dice, Sergio Rizzo, chi la smantellerà e come. Furibonda la denuncia, misteriosa la soluzione.

I Proci di Itaca, che rubavano infinitamente più in piccolo che i nostri politici e i loro correi – burocrati, mandarini, boiardi-  furono scannati senza pietà, dal primo all’ultimo, dall’arco possente di Odisseo. Il popolo italiano, per una discutibile convenzione, non può fare come Odisseo. Non può nemmeno mandare ai lavori forzati. Allora è certissimamente sicuro che nessun nuovo Renzi, anche assai più cattivo di Matteo, saprà farsi vendicatore e giustiziere se non romperà la legalità con la dinamite. Il quadro istituzionale imprigionerebbe chicchessìa, peggio di Prometeo incatenato sul Caucaso perché benefattore degli uomini.

Non sarà Matteo Renzi a dare ciò che merita alla gentaglia che ci opprime. Per esempio quella che tentò di esonerare la Rai da un piccolo sacrificio. P.es. i troppi strapagati, pubblici e privati, che abusano di quella mostruosità  etica che è l’istituto giuridico dei diritti acquisiti. Nulla sarà mai compiuto senza abolire i diritti acquisiti di gamma alta.  Non sarà il Rottamatore circospetto a cancellare i suddetti fecali diritti. Servirà Dracone, onde scongiurare un Pol Pot, beninteso meno assassino. Dracone non è sicuro sia veramente esistito, ma a lui si usa attribuire il primo, inesorabile corpus legislativo ateniese prima di Solone.

Il mite Rottamatore fiorentino affronterà i nostri tumori con le pomate galenicotelevisive invece che con i bisturi e con spietate seghe per ossi. Peccato: si era presentato come l’unica figura di Rigeneratore apparsa nel settantennio demo-cleptocratico della malasorte.

Porfirio

ISTITUZIONI-CANAGLIA A NORMA DI LEGGE

Sui sessanta milioni di abitatori dello Stivale, non più di cinque-settecentomila persone -meno di quelle che  vivono di sola politica-, più i parenti e le compagne, si indignano se si dice loro che si fanno mantenere da uno Stato canaglia, le cui Istituzioni sono tra le peggio gestite d’Occidente. Tutti gli altri Stivalioti non si indignano, perché sanno.

Dodici anni dopo Mani Pulite il malaffare è cresciuto.  Il centro storico di Napoli ha migliaia di edifici privati bisognosi di manutenzione, ma le istituzioni non sono in grado di sussidiare. Esse esistono per  perpetuare i furti e gli sprechi, i peggiori dei quali ultimi sono i loro, quelli ‘istituzionali’. Poco male se un calcinaccio ha ucciso un adolescente in via Toledo. Le istituzioni non hanno risorse per mettere in sicurezza migliaia di case e di scuole.

I poteri pubblici  spendono in modo irresponsabile o ladro forse un terzo dei bilanci. Primo tra gli sprechi-simbolo, il Quirinale esige il decuplo di quanto sarebbe giusto per alloggiare il capo dello Stato e i suoi dipendenti veramente necessari ( quasi tutti i  mandarini quirinalizi potrebbero essere prestati dai ministeri); questo allorquando alcuni milioni di  italiani non hanno alcun reddito. Se un padre di famiglia spendesse per il proprio abbigliamento una parte esorbitante di quel che guadagna, sarebbe passibile di interdizione, e peggio. Le spese voluttuarie dello Stato sono, tra l’altro, i palazzi principeschi e cardinalizi, le ambasciate sfarzose e inutili, le Forze armate da grande potenza, il trattamento da corte zarista degli alti burocrati. L’ultimo Zar fece in modo da farsi trucidare, con la famiglia allargata e la monarchia, dalla Rivoluzione. Da noi, nessuna speranza.

Prendiamo una delle istituzioni, la Camera: ha non solo 635 deputati quando ne basterebbero 150, ma anche 1475 dipendenti, col livello di spreco che tutti conosciamo. Il sito ufficiale della Camera ha la sfrontatezza di scrivere: ”Per mantenere il potere d’acquisto della dotazione del 2008, sarebbe necessario aumentare la dotazione attuale”, . Se Pol Pot non fosse troppo terribilmente sanguinario, a lui andrebbe affidata la bonifica  della Camera.

Dal sito ufficiale apprendiamo che le pensioni  dei dipendenti assorbono oltre un quarto del bilancio. Alla voce Cerimoniale figurano euro 740 mila. Per Affitto palazzi Marino, 41,4 milioni nel 2014, 42,06 milioni l’anno prossimo. Per Rimborso viaggi deputati cessati,

800 mila. Per Spese di trasferimento, 715 mila. Per Spese di mobilità da e per la Camera,1,3 milioni. Corsi di informatica e lingue straniere per deputati, 400 mila. ‘Corsi di formazione dei  dipendenti, 700 mila. Pubblicazioni della Camera, 334 mila. ‘Iniziative di comunicazione istituzionale’ (ruberie più grosse del solito), 345 mila. Abbonamenti a giornali, 313 mila. Abbonamenti a fonti d’informazione giornalistica, 2.850.000. Manutenzione degli arredi,  945 mila.

E’ palmare: deputati e dipendenti dovrebbero essere un quarto, le retribuzioni degli uni e degli altri andrebbero dimezzate, i vitalizi cancellati (previa abolizione generale  di tutti quei ‘diritti acquisiti’ che costano troppo).  Le pensioni dei dipendenti vanno falcidiate, gli uffici dei deputati e dei funzionari nanizzati, i rimborsi  viaggi ‘ai deputati cessati’ – essendo un insulto- dovrebbero sparire fino all’ultimo euro, così come le spese di mobilità da e per la Camera (bastano le biciclette: così fanno i  Lords).  I corsi dovrebbero pagarseli i beneficiari. E così per quasi tutto.

La seconda Camera va cancellata.  I palazzi -Madama prima, Montecitorio al più presto- andrebbero venduti ai migliori offerenti, anche stranieri; per il parlamento futuro basterebbe un solo edificio, ben più modesto e semiperiferico. Tutti i bilanci delle istituzioni dovrebbero dimezzarsi nelle voci attuali, al contrario ingrossarsi per voci nuove: assegni di sopravvivenza, contributi alla manutenzione degli edifici privati, aiuti ai miseri delle nazioni povere (distribuiti direttamente dai bersaglieri, non consegnati alle autorità  locali, la cui sovranità merita noncuranza).

Ma è stolto attendersi alcunché dalle Istituzioni-canaglia. Forse Matteo Renzi farà qualcosa,  di modesto: alla fine sarà sconfitto, o sedato con concessioni secondarie. Le Istituzioni-canaglia e i Proci della politica permetteranno solo i cambiamenti esigui. Quando re Giorgio abdicherà, la Casta che presiede si consoliderà in un Establishment un po’ meno disgustoso; i poteri forti si faranno imbattibili; i divari sociali si allargheranno. La cleptocrazia vittoriosa vanterà di garantire il progresso senza avventure. Tagliando qua e là le tasse, i Proci banchetteranno più spensierati sulla ricchezza pubblica: più protetti dalla nostra Costituzione camorristica.

A meno che. A meno che qualcosa di grosso e di aspro, l’azione di duri congiurati, non abbatta le Istituzioni-canaglia.

A.M.C.

THEODORE ROOSEVELT: HOW WE OVERTHREW CORRUPT TAMMANY HALL

Internauta offre al Rottamatore, come a chiunque altro sogni di combattere la corruzione, la testimonianza di chi vinse una grossa battaglia contro la cupola del malcostume a New York: Theodore Roosevelt. Aiutato, come i  suoi quinti cugini Franklin Delano e Anna Eleanor, dal fatto d’appartenere a una famiglia del grande patriziato, a 37 anni il Nostro fu messo a capo del Police Board della metropoli. Il successo fu totale: governatore dello Stato a 40 anni, presidente degli Stati Uniti a 43, premio Nobel per la pace a 48. Ecco come raccontò la sua bonifica nella rivista Atlantic (1897).

“In New York, in the fall of 1894, Tammany Hall was overthrown by a coalition composed partly of the regular Republicans, partly of anti-Tammany Democrats, and partly of Independents. Under the last head must be included a great many men who in national politics habitually act with one or other of the two great parties, but who feel that in municipal politics good citizens should act independently. The tidal wave, which was running high against the Democratic party, was undoubtedly very influential in bringing about the anti-Tammany victory; but the chief factor in producing the result was the widespread anger and disgust felt by decent citizens at the corruption which under the sway of Tammany had honeycombed every department of  the city government.

The center of corruption was the police department. No man not intimately acquainted with both the lower and the humbler sides of New York life -for there is a wide distinction between the two- can realize how far this corruption extended. Except in rare instances, where prominent politicians made demands which could not be refused, both promotions and appointments toward the close of Tammany rule were almost solely for money, and the prices were discussed with cynical frankness. There was a well-recognized tariff of charges, ranging from two or three hundred dollars for appointment as a patrolman, to twelve or fifteen thousand dollars  for promotion to the position of captain. The money was reimbursed to those who paid it by an elaborate system of blackmail. This was chiefly carried on at the expense of gamblers, liquor sellers, and keepers of disorderly houses; but every form of vice and crime contributed more or less, and a great many respectable people who were ignorant or timid were blackmailed under the pretense of forbidding or allowing them to violate obscure ordinances, and the like.

In May1895, I was made president of the newly appointed police board, whose duty was to cut out the chief source of civic corruption in New York by cleansing the police department. We could not accomplish all that we should have liked to accomplish, for we were shackled by preposterous legislation, and by the opposition and intrigues of the basest machine politicians. Nevertheless, we did more to increase the efficiency and honesty of the police department than had ever previously been done in its history.

Beside suffering, in aggravated form, from the difficulties which beset the course of the entire administration, the police board had to encounter certain special and peculiar difficulties. It is not a pleasant thing to deal with criminals and purveyors of vice. It is a rough work,and cannot always be done in a nice manner.

The Tammany officials of New York, headed by the comptroller, made a systematic effort to excite public hostility against the police for their warfare on vice. The lawbreaking liquor seller, the keeper of disorderly houses, and the gambler had been influential allies of Tammany, and head contributors to its campaign chest. Naturally Tammany fought for them; and the effective way in which to carry on such a fight was to portray with gross exaggeration and misstatement the methods necessarily employed by every police

force which honestly endeavors to do its work.

Tammany found its most influential allies in the sensational newspapers. Of all the forces that tend for evil in a great city like New York, probably no other is so potent as the sensational press. If the editor will stoop, and make his subordinates stoop, to raking the gutters of human depravity, to upholding the wrongdoer and assailing what is upright and honest, he can make money.

In administering the police force, we found, as might be expected, that there was no need of genius, nor indeed of any very unusual qualities. What was required was the exercise of the plain, ordinary  virtues, of a rather commonplace type, which all good citizens should be expected to possess. Our methods for restoring order, discipline and efficiency were simple.  We made frequent personal inspections, especially at night, going anywhere, at any time. We then proceeded to punish those who were guilty of shortcomings, and to reward those who did well. A very few promotions and dismissals sufficed to show our subordinates that at last they were dealing with superiors who meant what they said, and that the days of political  “pull” were over while we had the power. The effect was immediate.

A similar course was followed in reference to the relations between the police and citizens generally. There had formerly been much complaint of the brutal treatment by police of innocent  citizens. This was stopped peremptorily by the obvious expedient of dismissing from the force the first two or three men who were found guilty of brutality. On the other hand, if a mob threatened violence, we were glad to have the mob hurt. If a criminal showed fight, we expected the officer to  use any weapon that was requisite to overcome him on the instant. All that the board required was to be convinced that the necessity really existed. We did not possess a particle of the maudlin sympathy for the criminal, disorderly, and lawless classes which is such a particularly unhealthy sign of social development.

To break up the system of blackmail and corruption was less easy. The criminal who is blackmailed has a direct interest in paying the blackmailer, and it is not easy to get information about it.

It was the enforcement of the liquor law which caused most excitement. In New York, the saloon-keepers have always stood high among professional politicians. Nearly two thirds of the political leaders of Tammany Hall have been in the liquor business at one time or another. The influence the saloon-keepers wield in local politics has always been very great, and until our board took office no man ever dared seriously to threaten them for their flagrant violations of the law. On the other hand, a corrupt police captain, or the corrupt politician who controlled him, could always extort money from a saloon-keeper by threatening to close his place. The amount collected was enormous.

In reorganizing the force the board had to make, and did make, more promotions, more appointments, and more dismissals in its  two years of existence than had ever before been made in the same length of time.The result of our labors was of value to the city, for we gave the citizens better protection than they had ever before received, and at the same time cut out the corruption which was eating away civic morality. We were attacked with the most bitter animosity by every sensational newspaper and every politician of the baser sort, because of what we did that was good. We enforced the laws as they were on the statute books, we broke up blackmail, we kept down the spirit of disorder and repressed rascality, and we administered the force with an eye single to the welfare of the city.

Our experience with the police department taught one or two lessons which are applicable to the whole question of reform. Very many men put their faith in some special device, some special  bit of legislation or some official scheme for getting good government. In reality good government can come only through good administration, and good administration only as a consequence of a sustained -not spasmodic- and earnest effort by good citizens to secure honesty, courage, and common sense among civic administrators. If they demand the impossible, they will fail; if they do not demand a good deal, they will get nothing. But though they should demand much in the way of legislation, they should make their special effort for good administration. A bad law may seriously hamper the best administrator, and even nullify most of his efforts. But a good law is of no value whatever unless well administered.

(Theodore Roosevelt , 1897)

DIALOGO SU GRILLO E SULL’ANTIPOLITICA

QUASI NULLA SARA’ COME PRIMA QUANDO L’ANTIPOLITICA TRIONFERA’

Valga la confessione di uno tra i giornalisti più fradici di vecchia politica legittimista, persino capo di una lista elettorale, cioè aspirante gerarca. Curzio Maltese ha asseverato la realtà in modo impeccabile: “La professione politica ha fallito”. Bravo Maltese che non ricorre ai consueti giochi di mano, tre o più carte, per nascondere la sconfitta  propria e dell’intellettualame intero. E che ammette la fondamentale falsità di un settantennio di vanti del pensiero democratico unico.

Le cose stanno veramente come dice il Nostro.  L’esplosione antipolitica degli ultimi anni è il fatto storico più importante dalla caduta delle dittature nazista, fascista e comunista. I popoli si affrancano, insorgono, e i padroni cui si rivoltano sono i professionals dei partiti, gestori della frode elettorale  a mezzadria col denaro e con la corruzione. Settant’anni troppo tardi, Curzio Maltese scopre che la democrazia rappresentativa e la Carta costituzionale sono il nemico. Constata che nell’assetto postfascista/postcomunista il Demos non conta nulla, si è spossessato a favore dei Proci usurpatori e saccheggiatori.

Occorrerebbe -si rassegna ad ammettere il capolista ‘Tsipras’- tornare a un assetto ‘ateniese’, nel quale tutti i cittadini (quelli qualificati, degni del nome -NdR) fanno le loro normali occupazioni; si trasformano a turno (soprattutto attraverso il sorteggio/sortition -NdR) in legislatori e governanti pro tempore; poi tornano alle loro occupazioni. Un po’ come il servizio militare degli svizzeri.  L’esperienza dei parlamentarismi partitocratici, specialmente in Italia Francia Spagna Portogallo Grecia, ha dimostrato al di là di ogni dubbio che la delega elettorale esprime una classe di potere immancabilmente deteriore e ladra.

Ecco perché l’Antipolitica è la svolta più epocale dal 1945 in Italia, da un quarto di secolo nell’ex campo socialista. Onore e riconoscenza a tutto ciò che ha mosso la frana antipolitica. Da noi il grillismo, sgradevole o equivoco quanto si vuole, ha fatto da grimaldello, da maglio, da indispensabile ostetrica di una nascita gioiosa. Ha articolato in schiamazzi, sbraiti e vaffa un sentimento di fondo che era inespresso in quasi tutti. Oggi che è un movimento temibile gli si imputa che ‘non costruisce’. Forse è così. La lunatica strategia di vincere per la via parlamentare potrà fallire. Dovesse un giorno trionfare, c’è il pericolo che degeneri in partito, solo momentaneamente meno putrido degli altri segmenti della Casta. Ora come ora il movimento è un pesante martello demolitore, indispensabile per abbattere l’abusivo ecomostro; un piede di porco senza il quale non si schioda il sistema.

Questo invoca -di fatto- il sunnominato giornalista della cleptocrazia. Questa è la logica dell’insurrezione antipolitica. Oggi un tot di tizi qualsiasi, più o meno individuati dalla Rete, si sono trovati parlamentari, aspiranti guastatori, pedine di un gioco troppo grande per loro in quanto dominato da croupiers farabutti. Oggi possono solo intralciare, sabotare, fare cagnara. Un giorno, forse non troppo lontano, i tizi qualsiasi reclutati dal Web saranno -se qualificati, se veramente cittadini- sorteggiati per esercitare brevemente la sovranità al posto dei lenoni e degli spacciatori della delega elettorale. Spesso, ogni volta che sarà necessario, saranno giudicati dal referendum telematico: i pochi, quasi nessuno, che non possiederanno un computer, un tablet, un telefonino riceveranno gratis una monocellula elettronica, valore un euro, capace di registrare e trasmettere solo Sì/No.

Questo è, al fondo di tutto, il senso del vincere dei populismi antipatici e contraddittori ma sacrosanti. Sono l’avanguardia dell’insurrezione antipolitica generale e della democrazia diretta, parzialmente elettronica, alternativa obbligata allo sfascio in grande.

Antonio Massimo Calderazzi
GRILLO E LA SUA ANTI-POLITICA NON DEVONO PASSARE

A dispetto di quanto sostiene l’amico Calderazzi qui sopra, non mi sembra ragionevole ritenere che dal grillismo dilagante possa mai nascere niente di buono. La democrazia diretta, internet, la partecipazione dei cittadini e via dicendo sono drammaticamente e semplicemente i fronzoli piacioni di un movimento che altrimenti apparirebbe per quel che è: leaderista quanto il peggior stalinismo, sfascista e cripto-fascista, plutocratico e promotore dei più beceri rigurgiti di ignoranza e anti-intellettualismo.

Le votazioni sul blog di Grillo riguardano un numero ridicolo di persone (decine di migliaia, a fronte di quasi dieci milioni di elettori), la loro regolarità non è accertata da alcun ente terzo e manca – ma questa è una battaglia propria di Internauta – un qualsiasi criterio di selezione e di merito per i contributi e le eventuali cariche. Già anni fa Isaac Asimov metteva in guardia «dall’idea sbagliata che in democrazia la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza». Un insegnamento a cui gli scherani del comico genovese sembrano immuni.

Il danno che questa masnada di aspiranti sudditi di due aspiranti dittatori (che più inquietante di Grillo è il suo sodale Casaleggio) stanno facendo all’idea di democrazia diretta neo-ateniese, o random-crazia, è incalcolabile. Per gli anni a venire le pur buone proposte che potrebbero nascere in questo ambito saranno squalificate agli occhi delle persone non attirate nella trappola dell’anti-politica grillina. La reazione del sistema a Grillo – che per il principio azione/reazione ci sarà di sicuro – travolgerà anche quei buoni concetti, usati dal M5S come orpelli, che avrebbero meritato miglior fortuna. Prendere le distanze dall’antipolitica e dal grillismo mi pare doveroso per chiunque non voglia veder morire con le fortune del comico-urlatore anche le speranze di un miglioramento della nostra forma democratica. Perché se lo scontro si polarizzasse tra la “casta” e questi sedicenti movimentardi, lunga vita alla casta. Meglio i corrotti dei pazzi.

Tommaso Canetta