RICORDATE GUIDO UCCELLI DI NEMI

Credo che alla maggior parte dei milanesi il nome Guido Ucelli di Nemi dica poco o nulla. Ed, invece, si tratta di una persona che è bene conoscere, perché la sua opera in Milano e per Milano è stata assai rilevante.

È giusto che essa entri a far parte della memoria storica della nostra città. A rimediare a tanta dimenticanza giunge, ora, un libro dal titolo “Guido Ucelli di Nemi”, industriale, umanista, innovatore; curato dall’Associazione Guido Ucelli, dagli Amici del Museo nazionale delle Scienze e della Tecnologia Leonardo da Vinci e dal Centro per la cultura d’impresa ed edito da Ulrico Hoepli di Milano.

Si tratta di un bel libro a più voci che scandaglia, in profondità, la multiforme personalità ed opera di Guido Ucelli, con una introduzione di Giulio Giorello (unico appunto: libri di questo tipo e qualità non dovrebbero più essere licenziati senza un indice generale analitico dei nomi). Accanto alla persona di Guido il libro fa conoscere il profilo della moglie Carla, fedele, appassionata e competente compagna e collaboratrice. Giustamente, quindi, Guido e Carla sono rappresentati insieme anche nel bassorilievo in bronzo che li ricorda, appena varcato l’ingresso, al Museo nazionale della Scienza e della Tecnologia.

Guido Ucelli nasce a Piacenza il 25 agosto 1885, quarto di cinque fratelli. Si trasferisce a Milano per frequentare il Politecnico dove si laurea in Ingegneria elettrotecnica nel 1909. Subito dopo la laurea, Guido Ucelli inizia a lavorare alla Riva, uno dei più antichi stabilimenti industriali in Lombardia, che già si era imposto come il primo produttore italiano di turbine idrauliche. Guido Ucelli conquista rapidamente la fiducia di Alberto Riva e nel 1915 (a trent’anni) è già consigliere di amministrazione e vicedirettore generale della Riva e assume la responsabilità della conduzione industriale e della strategia di sviluppo. Inizia così un grande impegno imprenditoriale che lo accompagnerà per tutta la vita, grazie al quale l’impresa diventerà una realtà industriale sempre più importante. Dal 1911, su sua iniziativa, inizia anche la produzione di pompe idrauliche, mentre nel 1923 Guido ideò e perfezionò l’accordo tra la Riva e la bolognese Calzoni dando vita alla Riva – Calzoni, della quale divenne amministratore delegato e, poi, anche socio importante.

Ma non voglio percorrere la sua luminosa carriera di imprenditore, bensì sottolineare la ricchezza della sua personalità e di quella della moglie Carla. Questa era figlia di Franco Tosi, grande industriale di Legnano, ucciso da un dipendente nel 1898. Si sposarono nel 1914 dando vita ad una storia d’amore e di collaborazione coniugale esemplare. Lei morì nel 1963, un anno prima delle nozze d’oro, e lui un anno dopo, nel 1964. Guido però non si appaga di diventare, rapidamente, un imprenditore di grande successo e di costituire una solida e bella famiglia. Egli si impegna, instancabilmente su una gamma sempre più vasta di attività, di contenuto civico, scientifico, formativo, sociale.

Tra le sue grandi iniziative certamente la più grande è la creazione del Museo nazionale della Scienza e della Tecnica, inaugurato a Milano il 15 febbraio 1953. L’idea era nata in lui al tempo in cui, ancora studente al Politecnico di Milano, aveva visitato l’Esposizione internazionale del Sempione a Milano nel 1906. Inizia allora, con altri allievi del Politecnico, a studiare il progetto di un “Museo delle Arti e delle Industrie”, incoraggiato da vari docenti del Politecnico. La convinzione che lo guida è quella dell’importanza di una cultura scientifica e tecnica diffuse. Egli si innesta così nel grande filone della cultura lombarda ed in particolare milanese, quella che si collega direttamente a Carlo Cattaneo, alla Società d’Incoraggiamento Arti e Mestieri (al cui direttivo partecipò dal 1932 all’anno della morte nel 1964), alla straordinaria attività dell’ingegnere Giuseppe Colombo, “venerato maestro” di Alberto Riva al Politecnico.

Fu solo con il governo fascista che l’idea di Guido Ucelli inizia il suo faticoso e lento cammino. Il 1 gennaio 1928 il capo del governo, Benito Mussolini, indirizza a Guglielmo Marconi, in qualità di presidente del Consiglio nazionale delle Ricerche (nato da soli cinque anni) un messaggio programmatico, nel quale afferma: “Occorre sistemare in Italia laboratori di ricerca ben attrezzati e Musei viventi, dove i progressi della scienza, della tecnica e della industria siano resi evidenti. Un Paese non spende invano in queste opere di progresso”. È l’idea di Guido Ucelli. Ed a Milano il messaggio a Marconi trova due grandi sostenitori: il podestà, duca Marcello Visconti di Modrone, e l’amministratore delegato della Ditte Riunite A. Riva e A. Calzoni, ingegner Guido Ucelli.

Nel 1930 il podestà di Milano istituisce una apposita commissione per studiare la realizzazione del nuovo Museo tecnico-scientifico e chiama Guido Ucelli a presiederla. Inizia così un lungo e tormentato iter, nell’ambito del quale si guarda, come modello, soprattutto al Deutsches Museum di Monaco. Seguire questa vicenda vuol dire seguire anche le vivacissime vicende politiche, amministrative, culturali di Milano, per un lungo periodo. Guido Ucelli mostra qui non solo le sue capacità ma soprattutto la sua tenacia. Senza entrambe e senza l’appoggio di Marconi, il progetto ben difficilmente sarebbe sopravvissuto agli infiniti siluri della burocrazia romana ed ai tentativi politici di trapiantare il progetto a Roma. Perciò è giusto che il merito della realizzazione del progetto sia attribuito soprattutto a Guido Ucelli.

Dopo la guerra il progetto, già ben avanzato, riprende e si completa sia sotto il profilo giuridico (creazione della Fondazione come Ente morale nel 1947), sia nella identificazione e ricostruzione della sede nell’ex monastero olivetano di via San Vittore (identificato da Ucelli), sia nel collegamento con Leonardo attraverso la Mostra della Scienza e Tecnica di Leonardo del 1953. Sarà Ucelli a proporre l’unione tra l’istituendo Museo e la Mostra di Leonardo. Sicché il 15 febbraio 1953, nel grandioso complesso del convento di San Vittore, restaurato su progetto degli architetti Piero Portalupi, Ferdinando Reggiari ed Enrico Griffini, vengono inaugurati insieme il Museo nazionale della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci” e la Mostra della Scienza e della Tecnica di Leonardo.

L’avvenimento ha portata nazionale. Sono presenti il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, membri del governo, della Camera, del Senato, il sindaco di Milano Virgilio Ferrari, altre autorità cittadine ed esponenti del mondo culturale, scientifico, tecnico, imprenditoriale. Il sogno di Ucelli nasce sui banchi del Politecnico nel 1908: si concretizza nel 1953; 45 anni nel corso dei quali ci sono due guerre, un regime fascista, la crisi economica e finanziaria degli anni ’30 e tante altre vicende sconvolgenti. Credo che queste date siano più che sufficienti per testimoniare la tempra dell’uomo ed il fatto che se Milano e l’Italia hanno un importante, anche se non sufficientemente valorizzato, Museo della Scienza e della Tecnica, esse lo devono in massima parte all’intelligenza e volontà dell’ingegnere Guido Ucelli.

Ho sintetizzato i due contributi più importanti di Guido Ucelli a Milano, come imprenditore e come fondatore del Museo della Scienza e della Tecnica. Ma molti altri sono i capitoli della sua attività che meritano attenzione ed approfondimento. Dalla tecnicamente straordinaria operazione per far riemergere dal fondale del Lago di Nemi le importanti navi romane che giacevano sul fondo; dalla intensa attività nel campo della formazione tecnica; dalla straordinaria capacità di fondere cultura tecnica e cultura umanistica; dalla opposizione alle leggi razziste e conseguente prigionia; dall’aver sempre coltivato un alto senso di responsabilità personale e di spiritualità, con un atteggiamento che è ben documentato nelle parole che egli pronunciò, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche in occasione della consegna del premio Rezzana (1964):

“È ben noto che ogni giorno di più le scienze fisiche si distaccano dalle ristrette concezioni materialistiche per accettare concetti che sembrano tendere quasi ad una nuova spiritualità: ogni scoperta fa intravedere nuove vie senza fine, sconfinati orizzonti, e sembra costituire una rivelazione dell’ordine instaurato nell’universo. La scienza sembra così avvicinare sempre più l’uomo alle soglie del divino mistero, alla nozione della sintesi essenziale, alla conoscenza dell’assoluto che si cela al di là degli schemi e delle teorie caduche, mentre nella acquisita certezza della misteriosa armonia universale e nell’inesausto anelito della conoscenza del vero, si rispecchia la visione dell’alta missione, dell’arcano destino dell’umanità: una sempre più alta evoluzione civile; una sempre più alta evoluzione spirituale”.

Ripercorrere le pagine di questo libro vuol dire anche immergersi in un esempio di quegli imprenditori che seppero essere veramente classe dirigente, non solo come capacità realizzatrice, ma come cultura, esempio morale, sobrietà di vita, senso alto della responsabilità nei confronti di tutta la comunità. Imprenditori che sono veri costruttori, perché non costruiscono solo oggetti ma cultura. Nell’ambito del libro, Giorgio Bigatti (docente di Storia economica all’Università Bocconi) dedica un saggio molto bello ed approfondito a Guido Ucelli come imprenditore, che intitola: “Storia di un imprenditore” e nel quale conclude:

“Il carattere che meglio restituisce il senso dell’esperienza umana e imprenditoriale di Guido Ucelli è, a mio avviso, la sua inattualità. Cosa di più inattuale, in un mondo che avanza a passo spedito verso una crescente frammentazione dei saperi, che postulare la necessità di una nuova sintesi tra arte e scienza? O ancora, per una stagione come l’attuale nella quale ormai la comunicazione ha trasformato il vuoto in evento, praticare la virtù della discrezione mirando alla sostanza delle cose? Da questo punto di vista la paziente tessitura per arrivare a dare corpo al progetto del Museo della Scienza e della Tecnica è esemplare. A muoverlo non era la ricerca di un ritorno di immagine o di un guadagno ma solo il desiderio di contribuire al progresso civile del paese. Sono in fondo le stesse motivazioni che si ritrovano nel suo essere imprenditore. Secondo una matrice cattolica di lontana derivazione giansenista, presente anche in altri imprenditori – si pensi ad Alberto Pirelli – Ucelli, coadiuvato in questo dalla moglie Carla, ebbe sempre un’acuta consapevolezza dei suoi doveri verso la società”.

Sono conclusioni che bene riassumono il personaggio di Guido Ucelli. Eppure non concordo con l’amara riflessione sulla sua “inattualità”. La verità è che la Grande Crisi, nel mezzo della quale ci troviamo, ci manda invece, un messaggio di grande attualità di imprenditori e uomini come Guido Ucelli. Abbiamo bisogno di reagire contro la frantumazione dei saperi, di realizzare nuove sintesi tra arte e scienza, di riconquistare la virtù della discrezione e della integrità intellettuale e morale, di ritornare ad un’imprenditoria sobria e solida, a ricominciare a comunicare tra noi in spirito di verità e non per soddisfare esigenze mediatiche. È un grande e difficile sforzo quello che dobbiamo fare, in relazione al quale, la Grande Crisi nel mezzo della quale ci troviamo, ci dice: se non riuscirete a realizzarlo sarete perduti.

Per questo rievocare personaggi come Guido e Carla Ucelli è di grande attualità.

di Marco Vitale

da allarmemilano-speranzamilano.it

L’ECONOMIA E’ PER GENTE PER BENE

La lezione dei Fratelli Panini

L’Europa discute su come ricapitalizzare le sue banche, stremate dalle conseguenze del debito di Atene e di mille speculazioni azzardate. Lo spettacolo non è esaltante, ma di tanto in tanto un sorriso puo’ rimpiazzare il pianto da tragedia greca. Ascolto una radio francese (per la cronaca si tratta del canale pubblico France Info) e scopro che l’Europa sta celebrando in pompa magna un anniversario di eccezionale importanza : il mezzo secolo trascorso dalla nascita delle mitiche e magiche « figurine Panini ».

Le figurine hanno cinquant’anni, ma i loro fondatori Giuseppe, Benito, Umberto e Franco (ovviamente tutti di cognome Panini) non immaginavano che avrebbero cambiato la storia europea e mondiale, commercializzando nel 1961 il primo album di fotografie dei calciatori. Io avevo allora tredici anni e come i miei coetanei cominciai ad appassionarmi per le immagini dei giocatori. Possedere la figurina era quasi come parlare con l’idolo dei propri sogni. Completare una pagina consentiva in un certo senso di sentirsi azionisti di una squadra. Terminare l’album, cosa assai complessa e difficile, era un’impresa “storica”. Si andava a scuola, ma buona parte delle cose che veramente si apprendevano (e che si tenevano a memoria) venivano dalle magiche figurine, sfornate dalla benemerita società Fratelli Panini di Modena. A scuola si imparava l’aritmetica, base del commercio. Pero’ il commercio vero, quello destinato a contare per tutta la vita, lo si imparava comprando e soprattutto negoziando le magiche figurine dei calciatori. Per comprarle bisognava risparmiare: prima lezione di economia. Per scambiarle occorreva conoscerne il valore di mercato. Seconda fondamentale lezione. Chi più era abile nel far salire i prezzi delle proprie figurine doppie (da cedere) e nel mascherare i propri appetiti per le figurine mancanti era nelle migliori condizioni per avanzare con l’album. Lezione numero tre.

Il successo italiano consenti’ mezzo secolo fa ai fratelli modenesi di espandersi in Europa, continente in cui il calcio fa battere i cuori e sognare le menti. Solo che li’ è successo l’imprevisto dalle conseguenze devastanti. La generazione di ragazzini-negoziatori di figurine è andata avanti con gli anni. Come dire “Piccoli Panini crescono”. I ragazzini di ieri sono andati a lavorare in banca e la loro propensione allo scambio li ha portati davanti al computer come traders di Société Générale, di UBS e via dicendo. Hanno scambiato allegramente i miliardi di (nostri) euro o si sono dilettati ad acquistare “subprime” americani, CDS (i certificati d’assicurazione sull’ipotetico fallimento degli Stati, di cui oggi nessuno conosce la quantità circolante nel mondo e di cui temo si parlerà molto nei prossimi mesi) e altri prodotti finanziari più o meno sofisticati. Invece di barattare Nils Liedholm con Cudicini padre, hanno pagato miliardi di dollari per strani certificati il cui valore reale è talvolta inferiore a quello delle figurine. Le cifre passavano sul loro computer e non c’era neppure bisogno di discutere all’uscita di scuola, come facevamo noi nell’improvvisata Borsa, sotto i portici, davanti alle Medie di Galliate, ridente e operoso borgo sulla riva piemontese del Ticino.

Il trader Jérôme Kerviel, della banca francese Société Générale, ha perso tra il 2007 e il 2008 la bella cifra di cinque miliardi di euro (ovviamente non suoi). Il mese scorso Kweku Adoboli, trader del gruppo UBS (Unione di Banca Svizzera) è finito in carcere a Londra per aver perso due miliardi di dollari giocherellando al computer con l’acquisto e la vendita di prodotti finanziari neppure troppo sofisticati. Come dire che il vertice della banca avrebbe potuto perfettamente controllare la sua azione e ha scelto di chiudere gli occhi (anche se adesso declina ogni responsabilità).

Cari Fratelli Panini, vedete dove siamo arrivati? Voi avete illuso generazioni di giovani europei sul fatto che l’economia fosse una cosa da ragazzi, ma avete dimenticato di spiegarci che dovrebbe essere soprattutto una cosa da gente per bene. Le cose sono ancora peggiorate dopo l’epoca aurea delle vostre figurine. Gli undicenni della generazione nata negli anni Settanta hanno perso la testa per il “game boy” invece che per l’album dei calciatori. Passavano ore ed ore su quella macchinetta pigiando un tasto dietro l’altro: proprio la stessa cosa che fanno oggi sui computers delle banche, cercando di pescare l’attimo fuggente in cui i derivati sugli affitti delle case di Hong Kong si rivalutano rispetto ai prodotti finanziari scaturiti dal commercio dell’immagine di Biancaneve a Eurodisney. I Sette nani stanno a guardare. Chiacchierano in allegria tra una birra e l’altra. Pare che la loro riunione porti il nome di G7.

Alberto Toscano