CALCHI NOVATI: CHE MALE CI HA FATTO IL MALI?

Il Mali è uno Stato dell’Africa occidentale. Ben pochi italiani saprebbero localizzare con esattezza il Mali sulla carta geografica. Eppure il ministro Andrea Riccardi ha ripetuto più volte in queste settimane che l’Italia confina con il Mali. Una forzatura? Una metafora?  Riccardi – già presidente della Comunità di Sant’Egidio, benemerita per le molte iniziative di mediazione e di pace condotte in Africa e in altre parti del mondo – è ministro dell’Integrazione e della Cooperazione internazionale. Sarebbe spontaneo aspettarsi nelle parole di Riccardi un motivo di solidarietà. Nel Mali è in atto una crisi che minaccia la stabilità e la stessa integrità dello Stato. In realtà, Riccardi aveva in mente la “sicurezza”: non del Mali, ma dell’Italia, dell’Europa, della Nato. Pensava all’alternativa militare. La crisi interna al Mali, uno dei tanti problemi che derivano dalla formazione di Stati segnati dalle peripezie della storia e per finire dalla spartizione dell’Africa fra una mezza dozzina di nazioni europee nella seconda metà dell’Ottocento, è stata trasformata d’imperio in una crisi globale. La comunità internazionale, come si dice, dovrebbe mettersi in gioco per difendere gli assetti di cui l’Occidente usufruisce per il suo benessere e in ultima analisi per i privilegi del blocco sociale che detiene il potere qui da noi e nel centro del sistema. Se ci sarà un “intervento” avallato da qualche istanza regionale o internazionale e forse dalla stessa Onu, malgrado qualche giustificazione apparentemente di buon senso, si tratterà di un’altra guerra Nord-Sud.

L’argomento corrente è che l’attività ribellistica nel Mali, come del resto con maggiore o minore intensità in tutta la regione sahelo-sudanese, riproduce la fenomenologia del terrorismo e della guerra al terrorismo indetta più di dieci anni fa da Bush junior e proseguita con metodi un po’ ritoccati da Barack Obama. I suoi riverberi possono estendersi all’Europa. Il Mali come un nuovo Afghanistan o forse, con più verosimiglianza, una nuova Somalia: tanto deserto, l’islam in crescita e poco controllo del territorio da parte delle autorità più o meno legittime. Da qui nasce l’allarme anche per l’Italia. Poco importa se l’Italia rischierà di trovarsi di fronte a una realtà che è fuori dal perimetro abituale dei nostri interessi in Africa e con cui non abbiamo nessuna vera dimestichezza. A Bamako, capitale del Mali, un nostro “vicino” stando alle parole di Andrea Riccardi, l’Italia non ha neppure un’ambasciata. Così come non ha un’ambasciata nel Burkina Faso, altro paese dell’Africa occidentale ed ex-possedimento della Francia come il Mali, il cui presidente sempre Andrea Riccardi invitò come co-protagonista del Forum per la cooperazione internazionale organizzato a Milano dal governo italiano ai primi d’ottobre. Il presidente del Burkina Faso si chiama Blaise Compaoré: posa a uomo d’ordine e a interlocutore fidato dell’Occidente ma si porta dietro la fama di aver tradito il suo compagno e “fratello” Thomas Sankara, con cui aveva compiuto un colpo di Stato diventato una “rivoluzione” per realizzare una società pura ed egualitaria. Con i suoi ideali radicaleggianti e minimalisti Sankara si inimicò la Francia e la vicina Costa d’Avorio, presieduta allora da Félix Houphouët-Boigny, massimo garante dell’“Afrique du papa”, e finì assassinato in un complotto che in molti imputano a Compaoré, suo vice e successore.

Nominalmente l’evento di ottobre si proponeva di rilanciare la cooperazione allo sviluppo dell’Italia. Ciò nonostante, Monti, intervenuto alla tribuna del Piccolo Teatro dove si svolgeva il Forum, dichiarò – in parte leggendo il testo preparatogli dai consiglieri di Palazzo Chigi o della Farnesina e in parte per farsi capire meglio sciogliendo in “bocconiano” il “politichese” dei burocrati – che l’Italia contava molto sulle relazioni con l’Africa per i ritorni che possono beneficiare la nostra economia (il famoso “sistema paese”) ma che l’Italia allo stato attuale non ha fondi da mettere a bilancio per la cooperazione.

Il Sudan, come dalla locuzione araba che nella versione completa (sudan al-bilad) significa “terra dei neri” è nota la regione che si estende immediatamente a sud del Sahara, è stato la sede dei primi imperi africani di cui il mondo esterno sia venuto a conoscenza tramite gli scrittori e geografi arabi. Nel Sudan, dove prevale la savana con vegetazione bassa e terre relativamente fertili, sono possibili ampi insediamenti umani, si pratica l’agricoltura e si fanno sentire i lasciti del mondo arabo, cui si devono la religione del Profeta e una concezione dello Stato. Uno degli Stati sudanici fiorito fra il XII e il XIV secolo si chiamava appunto Mali. Il suo sovrano era così ricco che le spese e generose elargizioni sue e del seguito nel corso del pellegrinaggio rituale alla Mecca provocarono un’inflazione al Cairo. Il commercio trans-sahariano, retto principalmente sullo scambio fra il sale degli arabi e l’oro degli africani (“commercio muto” perché le due parti aggiungevano sale o oro finché si trovava un accordo a gesti), promosse lo sviluppo di città come Timbuctu, Gao e Djenné, tutte comprese nei confini del Mali moderno, che sono entrate nella leggenda della memorialistica di viaggio. Le moschee di sabbia che risalgono a una decina di secoli fa – e che non hanno ovviamente la resistenza degli edifici in pietra o marmo del potere e del culto nell’area mediterranea – sono state continuamente rimaneggiate con devozione e sapienza permettendo loro di sopravvivere al tempo. Da quando le rotte dei traffici con l’Africa si sono spostate dal Mediterraneo all’Atlantico, le regioni interne a contatto con il deserto hanno conosciuto un inarrestabile declino a vantaggio delle zone costiere. Le città da favola sono state via via invase dalla sabbia. Nelle cronache di oggi hanno perso ogni grandezza e sono presentate come borghi polverosi. Minacciate dall’iconoclastia dei ribelli, che contestano l’ortodossia della loro architettura, potrebbero di qui a poco essere prese di mira dai carri armati dello scassato esercito del Mali o dai missili e aerei senza pilota americani che potrebbero partire da una base lontana, persino dall’Italia.

La geopolitica di origine coloniale che in questa regione dell’Africa vide la Francia come capofila ha portato alla costituzione, dal Senegal al Nilo, di Stati compositi a cavallo fra l’universo arabo-islamico e l’Africa nera. L’amministrazione francese ha favorito le élites nere, più malleabili e più facili da convertire al cristianesimo rispetto alle popolazioni arabizzanti di fede musulmana del nord. È così che i governi al momento dell’indipendenza avevano il loro fulcro nel sud, anche nell’estremo sud, come in Mali (ex-Sudan francese), di Stati che si prolungano poi in enormi distese desertiche o semidesertiche dentro il Sahara. L’Inghilterra nel Sudan vero e proprio ha perseguito un obiettivo opposto, appoggiandosi al nucleo arabo-islamico del nord per non scontentare troppo l’Egitto, ma ha egualmente preparato una scissione virtuale formando a sud un’élite anglofona e in parte cristianizzata da monaci siriani nei primi secoli dopo Cristo e più tardi, a partire dal XIX secolo, da missionari europei (fra cui si distinse per zelo religioso e attenzione alla cultura locale il nostro Comboni).

Il Sahara è il regno dei tuareg e più in generale delle popolazioni berbere che si dedicano al commercio lecito e illecito lungo le antiche linee carovaniere. Gli Stati costituiti, con la città e l’agricoltura come propri segni distintivi, non amano i modi di vita dei nomadi. Le frontiere sono una garanzia per gli uni e un impedimento per gli altri. Pressoché ovunque si sono succedute forme di irrequietezza, resistenza ai processi di sedentarizzazione e vere e proprie guerre (non necessariamente a fini secessionistici). In Mali governo e tuareg anni fa hanno stipulato un accordo di pace in piena regola, che non ha impedito tuttavia la ripresa della belligeranza perché le terre dei nomadi sono rimaste lontane dagli occhi e dal cuore del potere centrale.

È su questo sfondo che va visto lo scontro che preoccupa la diplomazia internazionale. I termini del conflitto rimontano indietro nel tempo. Ma è ormai evidente la contaminazione frutto da una parte dei movimenti jihadisti che riecheggiano al-Qaida e dall’altra della strategia americana per contenere l’islamismo politico. Il Sahel è una zona di confine fra due mondi nel senso ambivalente di ogni confine. La tradizione africana concepisce il confine come una terra di transito e comunicazione piuttosto che come una barriera. Ma la war on terror non ammette zone grigie. Lo Stato, per alcuni versi guardato con diffidenza da chi vorrebbe soprattutto mercato e flusso di capitali e prodotti, ridiventa prezioso per le funzioni di polizia che dovrebbe svolgere. Mai gli Stati saheliani hanno avuto confini così rigidi come oggi, sotto la tutela delle reti di vigilanza e comunicazione approntate dalle politiche di contrasto di al-Qaida e più in generale delle bande criminali o a sfondo politico-ideologico che praticano il contrabbando e si autofinanziano con le estorsioni e i sequestri di turisti o cooperanti occidentali (il cosiddetto walking money). La “militarizzazione” dello spazio è un ostacolo che i clan berberi vedono come una minaccia esistenziale anche a prescindere dalle logiche che appartengono alla mobilitazione islamica. Il presidio esasperato autoproduce in tutto o in parte i fenomeni che vorrebbe scongiurare e li perpetua. Non è un caso che nessun governo africano abbia voluto prestare il proprio territorio agli Stati Uniti come base ufficiale del loro Comando unificato per l’Africa (Africom), temendo evidentemente di diventare un bersaglio. Ma Gibuti a est e il Mali a ovest forniscono agli americani più di una facility e le conseguenze si vedono. Il Mali è diventato la madre o il padre di tutte le turbolenze e di tutte le interferenze. Le sue istituzioni, fragili malgrado un percorso di democratizzazione coronato da successo, sono esplose.

Il 10 dicembre scorso l’esercito di Bamako ha battuto un colpo. In prima linea c’è  l’ambizioso capitano Amadou Haya Sanogo. Il 22 marzo aveva deposto il presidente Amadou Tamani Touré, il padre della rivoluzione democratica che si era indebolito dopo aver cercato di brigare un terzo mandato riformando la Costituzione. Inseguito alle pressioni ricevute dagli stessi protettori del Mali, il capitano aveva accettato di cedere il potere ai civili. La transizione non ha funzionato alla perfezione. Il capo del governo uscito dall’accordo con i militari, Cheikh Modibo Diarra, un astrofisico della Nasa ed ex-presidente di Microsoft Africa, si è dimostrato troppo ingombrante per le pretese di Sanogo, che chiaramente al comando vuole solo uomini di sua stretta fiducia. Il colpo del 10 dicembre non sarebbe peraltro da intendere come un Putsch ma come un semplice avvicendamento al vertice: fuori l’indigesto Diarra e dentro Diango Cissoko. L’Unione europea avrebbe preso per buona la versione di Sanogo.

Lo scopo dell’irruzione dei militari sulla scena già in marzo era di rendere più efficace – ma anche di “nazionalizzare” – la lotta contro la rivolta separatista dei tuareg nel nord del Mali, che hanno finito per essere inglobati, volenti o nolenti, nel big game del terrorismo e dell’antiterrorismo. La guerra si è intensificata ed è stato proclamato uno Stato indipendente, detto Azawad, pari a quasi tre quarti del paese, in cui si mischiano tendenze separatiste e spinte fondamentaliste. I militari lamentavano appunto l’incapacità del governo di venire a capo dell’insorgenza. All’atto pratico, il capitano Sanogo ha incontrato tuttavia le stesse difficoltà e per di più si sta dimostrando tutt’altro che contento di lasciare la leadership alle forze “neo-coloniali”.

Considerando l’impotenza del Mali, in effetti, si è messa in moto una sia pure confusa iniziativa che combina attori regionali e grandi potenze. L’organizzazione regionale per l’Africa occidentale (Ecowas o Cedeao nei due acronimi inglese e francese) ha approvato un intervento militare con truppe che dovrebbero essere fornite anzitutto da Nigeria, Niger e Togo. L’Ecowas è di per sé un’organizzazione economica ma ha già messo alla prova la sua vocazione militare in Liberia e Sierra Leone. È la Nigeriaa dettare i temi e i tempi. La fragilità del sistema regionale è un’incognita per tutti. Dal nord premono in varia misura gli Stati che si affacciano sul Sahel: la Libiaesportando i quadri dismessi della Legione costituita a suo tempo da Gheddafi, la Mauritaniacon la sua cronica instabilità e i confini porosi, l’Algeria con una politica spregiudicata che non si sa dove sia di freno e dove di fomentazione delle ribellioni a fini di controllo per preservare la pace all’interno. L’Algeria è il solo Stato a possedere una strumentazione militare efficace ma è troppo gelosa della sua indipendenza per essere bene accetta agli Stati Uniti come partner a distanza e contraccambia Washington con la medesima moneta. La stessa Unione africana potrebbe chiedere garanzie sulla “costituzionalità” del sistema politico vigente a Bamako prima di assecondare un intervento.

La Francia e gli Stati Uniti, per una volta in sintonia e non in competizione come spesso accade in Africa, sono pronti a fornire assistenza tecnica, armi e addestramento. L’obiettivo sarebbe di ripristinare la sovranità del Mali sull’Azawad. Ci si chiede però quale sovranità e quale Stato viste le condizioni in cui versa il Mali. L’Italia è disponibile per qualche forma di sostegno. I comandi e le corporazioni militari hanno trovato un portavoce interessato nel ministro della Difesa del governo Monti, un ammiraglio che aveva un posto di rilievo alla Nato. C’è chi sta pensando a come reimpiegare in altri teatri di guerra le truppe italiane e le esperienze che saranno ritirate dall’Afghanistan?

La vicenda del Mali ha una portata che trascende la fattispecie singola. È tutta l’Africa compresa fra il Mediterraneo e la fascia sahelo-sudanese a essere progressivamente coinvolta, e quasi assorbita, nelle vicende del mondo arabo-islamico. Da una parte la minaccia del terrorismo, dall’altra gli apparati della war on terror. Non avrebbe molto senso distinguere fra un prima o un dopo, Ci sono ovviamente più di una correlazione e molte reciprocità. È come se l’Africa fosse tornata a quando, nell’Ottocento, il jihadismo politico contendeva all’Europa l’esclusiva dei processi di centralizzazione dello Stato e in prospettiva della modernizzazione. L’azione diplomatica e strategica si dispiega attorno alle crisi che via via scoppiano ma alla base c’è un riassetto che riguarda con gradi diversi la struttura, l’infrastruttura e la sovrastruttura. Anche l’idea di riorientare la cooperazione dell’Italia dal Corno al Sahel appare velleitaria proprio per la complessità dei problemi e delle poste in palio.

Risucchiata nell’Arabistan (non manca nemmeno il petrolio), l’Africa deve fare i conti con il Neo-Impero del Duemila. Gli Stati africani dopo l’indipendenza hanno fatto ampiamente uso delle risorse “esterne” per la loro politica a livello internazionale, a cominciare dai contenitori d’impronta coloniale come il Commonwealth e la Comunitàfrancofona, dimostratisi di gran lunga preferibili per molto tempo agli accordi bilaterali o multilaterali proposti dagli Stati Uniti. Hanno subito i condizionamenti della guerra fredda e in parte l’hanno sfruttata per i loro progetti nazionali. Oggi sono dentro un calderone globale che distorce ogni logica di nation-building o di good govenance dando la precedenza a cause che li scavalcano o li strumentalizzano: la sicurezza di Israele, la bomba di Teheran, le ricchezze del Golfo e naturalmente il revivalismo islamico.

Al di là del merito degli episodi, l’Africa ha mal sopportato il modo in cui la Nato e la Francia in particolare hanno condotto nel 2011 le operazioni in Libia e Costa d’Avorio. Proprio mentre l’Unione africana sembrava aver trovato un’intesa sulla necessità di assicurare soluzioni africane alle crisi africane le crisi in Africa hanno cessato di essere africane e assumono pericolosamente contorni globali. Il governo italiano rischia di lasciarsi trascinare nella ricerca di una pseudo-stabilizzazione con poca o nessuna attenzione per i casi specifici. Romano Prodi è stato nominato rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per il Sahel: la sua designazione, sicuramente caldeggiata da Riccardi e dal già citato Compaoré, probabilmente accolto con deferenza in Italia anche per questo, ha scontentato altri candidati, fra cui esponenti dell’Algeria e del Ghana e l’ex-presidente dell’Union africana, Jean Ping. Ma Prodi è stato nel complesso accettato con favore in Africa e avrebbe confermato la sua fama di “uomo di pace” procrastinando ogni decisione sull’eventuale operazione militare.

Ci si può chiedere con quale credibilità la Nigeria, tormentata all’interno da una crisi non tanto diversa a parte le proporzioni da quella che imperversa nel Mali, esporti la guerra in un paese vicino invece di risolvere o cercare di risolvere i problemi interni. La Nigeriain effetti compete con il Sud Africa per l’egemonia in Africa. Mentre il Sud Africa è attaccato nel complesso a principi di autonomia come potenza “emergente” del Sud prendendo le distanze dalle strategie occidentaliste, la Nigeriaha tutto l’interesse ad accreditarsi come un buon alleato degli Stati Uniti e della Nato. Anche la gigantesca rendita petrolifera in Nigeria è impegnata in grande quantità per munirsi di armi e expertise militare. Tutte le occasioni per esibite l’hard power sono buone. Per questola Cina in Nigeria è poco presente e se mai è attivala Russia, che offre aiuti militari.

Nelle due crisi maggiori del 2011, Libia e Costa d’Avorio, la Nigeria aveva battuto il Sud Africa per due a zero ma le imprese delittuose di Boko Haram e le domeniche di sangue nelle chiese nigeriane hanno convinto i più a rompere gli indugi affidandosi al Sud Africa quando si è trattato di scegliere il nuovo presidente dell’Unione africana. L’elezione della candidata del Sud Africa, addirittura una ex-moglie del presidente Jacob Zuma, è un segnale importante. Il mancato rinnovo del mandato al presidente uscente, il gabonese Ping, può suonare come una sconfitta dei paesi francofoni ma è stata prima di tutto una sconfessione della Nigeria che l’ha appoggiato strenuamente per bloccare la vittoria di Nkosazana Dlamini-Zuma alla testa della Commissione di Addis Abeba.

Gian Paolo Calchi Novati

FEDE E POLITICA NELLA RISCOSSA ISLAMISTA

Nello sforzo di meglio comprendere le nozioni di islamismo e di fondamentalismo sono tornato a compitare le pagine in proposito di un libro recente ed autorevole, “Il Sud del Mondo” (Fondazione A. e G. Boroli, 2009) di Gianpaolo Calchi Novati, il professore di storia dell’Africa di cui “Internauta” ha pubblicato due interventi impegnativi: un ‘epitaffio sulla Libia‘ lo scorso ottobre; sul futuro dell’Eritrea e del Sud Sudan nel numero di gennaio 2012.

La prima precisazione ricavata è che le origini del movimento islamista vanno collocate nella sofferenza coloniale di tante terre musulmane, e dunque in un’area politica, piuttosto -o prima- che in un rilancio dell’ispirazione religiosa o in un impegno di ridefinizione teologica. Alcuni leader della mobilitazione anticolonialista apparvero persino poco religiosi, troppo raziocinanti e laici. In questo senso, nota Calchi Novati, l’islamismo “si è protratto e diramato fino alla rivoluzione khomeinista in Iran e alla guerra totale indetta dalla nebulosa terroristica che si nasconde dietro Al Qaeda (‘La base’), fondata da Osama bin Laden”. Fu soprattutto agitatore politico il capostipite del panislamismo Jama al-Din Afghani (1839-97), che era nato in Persia ma che agli inizi ebbe contatti col re dell’Afghanistan. Si rifà ad Afghani il movimento salafista (da ‘salaf’, parola che esalta gli antenati). Il suo insegnamento si diffuse e riverberò soprattutto in Egitto e nell’Arabia Saudita.

Nel primo paese l’effetto maggiore fu il sorgere dei Fratelli Musulmani ad opera di Hassan Ibn Ahmad al Banna, ucciso nel 1949, e di Sayyid Qutb. Al cuore della predicazione di Qutb fu l’imperativo che la giustizia sociale fosse la funzione prima dello Stato islamico ideale. Qutb si spingeva ben al di là del sostanziale centrismo del regime di Nasser, per avanzare una proposta rivoluzionaria. Infatti Qutb fu condannato a morte dal governo del Cairo (anche se l’incitazione terroristica non figurava nel suo messaggio). In qualche misura si può dire che il fondamentalismo dei nostri giorni risale a Qutb, guida e martire. Finalità di questa variante dell’islamismo era, per Calchi Novati, la modernizzazione (o il perfezionamento) dell’Islam al tempo stesso che il movimento contrastava gli aspetti deteriori della modernità.

Nell’Arabia Saudita il movimento islamista espresse la dottrina wahhbita, risalente a un pensatore e predicatore del XVIII secolo, Muhammad Ibn al Wahhab. Al centro di questa dottrina c’è il rigore assoluto della pratica. E’ il credo imposto al paese dal governo di Riyad, anche in quanto il wahhbismo rafforza nei fatti l’egemonia dell’Arabia Saudita su non poche realtà del mondo islamico contemporaneo.

La riscossa dell’identità musulmana favorì, senza determinarle, le prime prove in Africa dell’anticolonialismo. Nel sec.XIX la fascia subsahariana conobbe addirittura una serie di ‘guerre sante’ o jihad; peraltro solo in parte rivolte contro i dominatori occidentali. Erano intese anche, a volte soprattutto, contro eresie e reinsorgenze di riti pagani.

La valenza anticolonialista dell’attivismo islamista fu a volte importante. Secondo quanto rileva Calchi Novati, il “califfato” che Othman dan Fodio fondò a cavallo tra Settecento e Ottocento nella regione settentrionale dell’attuale Nigeria apparve un grosso conseguimento, con un’articolazione avanzata, a metà strada tra Stato islamico e monarchia tradizionale. Sarà però agevolmente abbattuto dalla preponderanza europea.

Le affermazioni più note delle “guerre sante” ottocentesche furono le campagne militari condotte fino al 1885 dal Mahdi (Salvatore) Muhammad Ahmed. Quell’anno i mahdisti riuscirono a sconfiggere sul campo e ad uccidere il generale britannico Gordon. Conquistarono Khartoum. Anche in questo caso la controffensiva della potenza coloniale ebbe ragione del tentativo del Mahdi.

Naturalmente le affermazioni originarie dell’Islam nel Continente nero risalgono ben più indietro nei secoli. Poco dopo il Mille il Marocco arrivò a signoreggiare l’Africa occidentale, oltre che la penisola iberica. Invece nel secolo XIX la religione islamica, pur avendo un parziale ruolo politico, non guidò lo sforzo anticolonialista, che fu piuttosto condotto da leadership laiche. In seguito questo non poteva non suscitare conflitti all’interno del mondo islamico. Il caso limite fu l’Algeria, dove la lotta di liberazione fu condotta vittoriosamente dal FLN, mosso da spinte e contenuti laici e modernizzanti. Però qualche tempo dopo la vittoria emerse il fallimento sia degli indirizzi socialisti, sia di quelli liberisti dell’indipendenza, ai fini della lotta alla povertà.

Si profilò dunque un’avanzata impetuosa dell’islamismo politico, innervato soprattutto dal precetto religioso della carità verso i poveri. Nelle prime elezioni libere, un anno dopo la legalizzazione, il Fronte Islamico della Salvezza trionfò con parole d’ordine riferite alla fede, nonché al concreto impegno assistenziale degli islamisti. In teoria non erano formule idonee ai tempi. E invece riempivano un vasto vuoto e proponevano valori sorretti da un retaggio millenario.

Il regime rispose con un colpo di stato militare; gli islamisti reagirono con la violenza e l’Algeria indipendente cadde in una guerra civile sanguinosa. Alla fine il presidente Bouteflika trovò una formula conciliativa che mise fine alla contrapposizione frontale tra religione e Stato.

E’ passato un decennio e le rivolte della ‘primavera araba’ hanno confermato con crudezza la débacle delle varie formule della modernizzazione laicista. Gli epigoni dei vincitori dell’indipendenza non hanno saputo dare pane ai proletari, alle nuove generazioni soprattutto. La modernizzazione ha molto allargato il ruolo della borghesia urbana occidentalizzata, ma alle masse è risultata ingiusta, aggravatrice dei divari sociali, produttrice di alienazione culturale e di perdita d’identità.

Il fronte decisivo è quello sociale. Nessuna ideologia laica, né liberista né collettivista, è oggi credibile nel mondo come fattore di giustizia e di redenzione. Nell’ Islam resta più che mai netta la verosimiglianza che una forte svolta ideale restituisca slancio al fatto religioso, perché la fede torni a guidare i popoli sul terreno politico, come alle origini. Ipotizzo che anche l’ecumene cristiano potrà conoscere un processo analogo, visto l’esaurimento di tutte le spinte ideologiche oggi conosciute, dal liberalismo al marxismo. Però la rottura della continuità religiosa dovrà acquistare in Occidente caratteri più dirompenti, e le conseguenze saranno ancora più decisive che nell’Islam, dove sia il capitalismo sia il collettivismo hanno avuto meno possibilità d’azione.

A.M.C.

CALCHI NOVATI – LA GUERRA DI LIBIA COME EPITAFFIO

Con il suo famoso affresco sul Novecento, lo storico inglese Eric Hobsbawm  ha reso popolare la nozione di “secolo breve”. Il XX secolo sarebbe durato meno dei cento anni canonici. Interpretato come un secolo connotato essenzialmente dalla lotta fra la piena realizzazione del capitalismo e l’opposizione di marca marxista-operaista, il Novecento nella misurazione di Hobsbawm è compreso fra l’inizio e la fine della “rivoluzione” per eccellenza. La data di partenza diventa il 1917, l’Ottobre russo, e la data conclusiva è il 1990 o giù di lì con la sequenza fatale che vide Tienanmen, il collasso del “socialismo reale” nell’Europa dell’Est e la lenta discesa della bandiera rossa dalla torre più alta del Cremlino.

Ponendosi in un’altra prospettiva, si può argomentare che, accanto al secolo breve, nel Novecento si è dipanato anche un secolo “lungo” protrattosi oltre la soglia del 2000. Se il secolo breve si è svolto all’insegna della classe, il secolo lungo ha avuto come termine di riferimento quel “genere” confuso e un po’ ambiguo che una volta si declinava senza pudore come “razza” e che proprio nel Novecento si cominciò a chiamare “colore”. William Burghardt Du Bois, uno dei padri del panafricanismo, che partecipò da comprimario al primo Congresso panafricano indetto a Londra da Sylvester Williams proprio nel 1900, profetizzò che il Novecento sarebbe stato dominato dalla “linea del colore”. Per “colore”, ovviamente, l’afro-americano Du Bois intendeva nero o negro ma in ultima analisi “colore” era una metafora per rappresentare gli uomini e le donne inferiorizzati, periferizzati e oppressi dagli istituti, dal mercato e dal pensiero unico elaborato dall’Europa all’ombra del colonialismo trionfante nei continenti extra-europei. Il Novecento è stato un’ordalia di emancipazione più ancora che di indipendenza o sovranità per i popoli “di colore” che sottraendosi alla potestà delle nazioni occidentali sarebbero andati a costituire, verso la metà del secolo, il Terzo mondo, riorganizzatosi sotto un’altra specie nel Sud (o Secondo mondo nello schema di  Parag Khanna) contrapposto al Nord una volta scomparso il campo socialista.

Il secolo lungo è stato testimone di tante speranze, tante vittorie e tante sconfitte. Probabilmente il Terzo mondo è finito da un pezzo o è finito molte volte nel logorio di episodi piccoli o grandi sparsi qua e là nel Novecento. Ma adesso si ha l’impressione di essere arrivati all’epilogo di un’intera storia. Le responsabilità dell’involuzione che l’ha chiuso vanno divise, con molti intrecci in andare e venire, fra la pochezza dei gruppi dirigenti che hanno promosso la decolonizzazione, la difficoltà incontrata dai ceti sociali dei paesi afro-asiatici nello stabilire i loro rispettivi diritti e i poteri pressoché illimitati su cui possono contare i detentori dei capitali, della tecnologia e della disponibilità della forza lavoro su scala mondiale. Ogni data destinata a “fare” la storia è convenzionale. Ma ci sono buoni motivi per pensare che questo 2011 abbia marcato la fine suprema del Novecento che doveva celebrare il riscatto delle vittime dell’espansione dell’Europa con i suoi apparati di controllo militare, politico, finanziario e culturale nelle “aree esterne” al di là dei mari e degli oceani. L’apoteosi dell’ideologia e della prassi liberal-democratica seguita al fallimento, brusco o vigilato, del socialismo in Russia e in Cina equivale all’affermazione di un sistema – denominato globalizzazione o Nuovo ordine mondiale – che esporta ovunque, in un crescendo di violenza, l’unilateralismo eurocentrico, l’esatto contrario dello spirito alla base della decolonizzazione, sacrificando la libertà a un modello di sicurezza e organizzazione sociale a misura dei privilegi non negoziabili del Centro con le propaggini fra le élites al potere nella stessa Periferia beffando le speranze e i diritti dei popoli.

Per il significato che ha avuto o le si è voluto attribuire e soprattutto per le modalità in cui è avvenuta, la cancellazione della Libia di Gheddafi con una guerra architettata da Francia e Gran Bretagna, non per caso i protagonisti principali del colonialismo ottocentesco a cui il secolo lungo doveva porre rimedio, contiene in sé tutti gli ingredienti che hanno congiurato in negativo per annullare la mai perdonata audacia di Bandung. Naturalmente, la Conferenza afro-asiatica in terra indonesiana del 1955 viene assunta qui come epitome e simbolo di un’evoluzione ben più complessa. Perché la Libia e Muammar Gheddafi? Già al momento dell’indipendenza dopo la sconfitta dell’Italia, la pseudo-decolonizzazione della Libia antepose la geopolitica a ogni ipotesi di autodeterminazione. Per questo fu scelto Idris a reggerne le sorti: il capo della Senussia, un personaggio dotato di sapere e dignità, aveva diretto la resistenza all’occupazione italiana ma la sua leadership aveva perduto ogni appeal non solo perché il suo titolo di “emiro di Cirenaica” lo relegava in un ambito regionale ma perché il lungo esilio in Egitto lo aveva ridotto a puro strumento della strategia inglese. Posta al centro del Mediterraneo, la Libia doveva presidiare un perimetro con alcune delle più importanti vie d’acqua del mondo, le ricchezze petrolifere del Medio Oriente (quelle della Libia erano ancora di là da venire) e lo Stato di Israele. Il colpo di Stato degli “ufficiali liberi” capeggiati dal futuro “colonnello” aveva l’ambizione di essere una rivoluzione contro il colonialismo e l’imperialismo. Nel percorso, pur tormentato e contraddittorio, che doveva realizzare il programma che l’ispirava, esso aprì un vulnus che si è tentato in molte occasioni di sanare anche con mezzi estremi.

La Libia con la svolta del 1969, dieci anni dopo l’arrivo dei barbudos all’Avana, doveva risultare un’insidia maggiore della stessa Cuba, non foss’altro per l’idiosincrasia di Gheddafi e della sua Jamahiriya per gli schieramenti e le ipoteche della guerra fredda. Nel vertice dei non allineati ad Algeri nel 1973 il Colonnello polemizzò quasi in diretta con Fidel Castro difendendo l’equidistanza contro la teoria dell’alleanza naturale del Terzo mondo con l’Urss. In compenso, Gheddafi non rinunciò a nessuno degli strumenti abituali delle grandi potenze arrogandosi la facoltà di competere con esse nell’uso della violenza nella politica internazionale. La Libia scontò duramente questa trasgressione: il suo spazio aereo e marittimo fu contestato e violato in tante scaramucce e battaglie navali fino al raid lanciato da Reagan con i bombardieri nel 1986 per vendicare un attentato in Germania di cui fu dichiarato colpevole Gheddafi ma in realtà per farla finita una volta per tutte con il “cane pazzo di Tripoli”. La Libia non usufruì di soccorsi prima o dopo. Fu la rivelazione dell’isolamento e quindi della vulnerabilità della Libia ma anche della sostanziale rinuncia dell’Urss alle posizioni che aveva creato nel Mediterraneo. Mosca si limitò ad aiutare la Libia aumentando le forniture di armi presto obsolete: la dipendenza dai sovietici per il suo armamento era la sola eccezione che Gheddafi ammetteva rispetto alla “terzietà” scolpita anche nel Libro verde. L’Onu si trincerò nel mutismo salvo decretare tutte le sanzioni possibili dal 1992 in poi per punire gli “illeciti” commessi dalla stessa Libia così da rendere evidente a tutti che, malgrado le pretese del leader libico, la gestione della diplomazia internazionale a quei livelli resta più che mai a senso unico.

L’Onu ha tradito per ignavia o realismo la sua missione da tempo immemorabile. L’utopia di Dag Hammarskjöld, all’alba della decolonizzazione, di promuovere il Palazzo di Vetro a santuario della giustizia in contrasto con l’anarchia imperante nel sistema mondiale inquinato dalla confrontazione Est-Ovest durò il classico spazio di un mattino fino ai due sacrifici a poca distanza di tempo di Lumumba e dello stesso segretario generale delle Nazioni Unite. L’impotenza della massima organizzazione internazionale – punto d’arrivo di un processo di normazione internazionale iniziato agli albori del Novecento (basta scorrere i nomi dei primi insigniti del premio Nobel per la pace) – non fu alleviata neppure dalla fine della guerra fredda. L’impunità concessa all’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003 ha fatto capire anche agli ultimi illusi che non si sarebbe più ripresa. A confronto di queste e altre violazioni del diritto, il caso libico è un pulviscolo perché il dossier a carico di Gheddafi è comunque pesante. Ma la messinscena di quest’ultima guerra per procura affidata alla Nato per “proteggere i civili” e culminata, dopo cinque mesi di bombardamenti, nella marcia vittoriosa fino a Tripoli dei “ribelli” sostenuti dagli elicotteri da battaglia francesi e inglesi e assistiti dagli 007 di tutte le potenze del pianeta ha superato davvero ogni precedente. Per questo, la data si merita una caratura storica. Almeno pari, all’inverso visti gli esiti, al 1956 di Suez, non per niente elevato, appena un anno dopo la già citata Conferenza di Bandung, a evento primigenio del Terzo mondo e del terzomondismo.

Nessuno nel 1956 avrebbe scambiato per “liberatori” le truppe anglo-francesi che dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez attaccarono l’Egitto con la complicità di Israele. Naturalmente i tempi erano diversi e Gheddafi, che ha insistito fin troppo sul suo ruolo di “erede di Nasser”, non ha mai eguagliato il prestigio e il carisma del Rais del Cairo. Del resto, mentre Nasser al momento dell’aggressione stava percorrendo la sua fase ascendente e impersonava l’idea di una “liberazione” ancora innocente, Gheddafi era entrato in un tramonto senza gloria oscurato dai troppi abusi e da una retorica via via sempre più opaca. Gheddafi non era riuscito a tradurre in pratica nessuno dei suoi progetti di liberazione. Anche il suo anticolonialismo, per quanto sincero possa essere stato, si è spuntato in un faccia-a-faccia sterile con l’Italia, magari necessario per ristabilire l’onore della Libia sottraendo il paese che aveva in mente al ricordo di un colonialismo particolarmente odioso e funesto, ma ha finito per rinchiuderlo in un gioco a somma zero per le contropartite che gli venivano richieste dall’altra parte. Scoppiata la rivolta, i libici avevano davanti a sé o Gheddafi o i bombardamenti della Nato. Fra gli inganni della “democrazia delle masse” e le belle parole intonate alla libertà hanno scelto l’Occidente anche se realisticamente con pochissime possibilità di sfuggire a un altro giro di una stessa ruota. E questo è il marchio più esplicito della disfatta che dalla Libia si estende a tutto l’ex-Terzo mondo.

In Libia, come in gran parte del Terzo mondo, la creazione dello Stato e della nazione ha faticato più del previsto degenerando nell’arbitrio di un uomo o di un clan, senza progresso e senza libertà. Si può capire la diffidenza verso principi che l’Occidente brandisce come un’arma impropria per colpire selettivamente gli avversari dipinti come “mostri”, ma è ironico che un’ideologia come il nazionalismo – arabo o africano – che tanto deve al retaggio occidentale, benché trasmesso e appreso nelle condizioni peggiori durante il colonialismo, si sia dimostrata così impervia proprio nei confronti dei valori meno dubbi di quell’esperienza. Dopo tutto, nessuna conquista è definitiva se non viene garantita la legalità. È un po’ triste constatare che a difendere la “rivoluzione” ci sono solo coloro che ne hanno abusato indebitamente, non coloro che in teoria dovevano beneficiarne come destinatari naturali. Già Nasser, quando senza saperlo era molto vicino alla fine della sua vita, sentì il dovere di riconoscere con amarezza che della rivoluzione si era impossessata una borghesia avida e antipopolare.

I dirigenti del Terzo mondo hanno ingannato a lungo i loro popoli come se quel misto di meriti acquisiti (l’indipendenza dal colonialismo) e di promesse (lo sviluppo e l’eguaglianza) fosse il massimo a cui potevano aspirare. Kwame Nkrumah, uno degli eroi dell’indipendenza dell’Africa, diceva parafrasando il Vangelo: “Cercate il regno politico e tutto il resto vi sarà dato in più”. Il “resto” non si è mai materializzato e quel modello al ribasso si è esaurito in se stesso. Anche per questo l’Occidente ha ripristinato la sua egemonia ed è in grado di sfruttare cinicamente una credibilità a livello mondiale che permette agli Stati Uniti o alla Francia di diffondere ovunque la guerra senza quasi obiezioni. Per la prima volta forse nella storia la Germania è stata deprecata per non avere fatto una guerra. Davanti al bunker di Gheddafi distrutto c’è poco da festeggiare. Già si intravedono gli avvoltoi, consapevoli che sotto le macerie ci sono tante risorse per soddisfare i loro appetiti. Anche le “primavere arabe” che non sono passate per una tragedia paragonabile a quella della Libia ne escono ridimensionate. L’Occidente ha battuto un colpo infierendo contro l’anello più ambito (e più debole) affinché fosse chiaro a chi spetta l’ultima parola nella transizione quando i regimi arabi che esso ha alimentato per tanti anni arrivano alla crisi terminale. Anche se a suo tempo l’Urss ha contribuito a coltivare gli equivoci chiamando “socialisti” o “democrazie nazionali” i regimi del Terzo mondo che applicavano una forma dirigistica e autocratica di capitalismo dipendente, si fa sentire la mancanza di un’alternativa e di un contrappeso adeguato. E qui il secolo breve e il secolo lungo tornano a coincidere. La rivoluzione in Russia e Cina e la decolonizzazione – i tre fattori di rottura del secolo breve secondo Hobsbawm – non hanno cambiato i rapporti di forza. La stessa Unione Sovietica non aveva raggiunto uno status paritario perché tacciata di essere una potenza “anti-sistema” ma ciò non impediva alla deterrenza di funzionare. Il bipolarismo non è sfociato in un multipolarismo più o meno equo bensì nell’assolutezza di un unilateralismo dogmatico ed esigente. Con la guerra di Libia, al massimo Sarkozy può vantarsi di aver segnato un punto a favore nella competizione fra Europa e Stati Uniti nel Mediterraneo. Nessuno più pensa che questa rivalità intercapitalista possa costituire un ausilio quantunque indiretto al senso ultimo che doveva avere il secolo lungo.

L’allegoria maoista della “tigre di carta” è aleggiata pericolosamente in questo passaggio cruciale a danno del Sud globale guidato dalla Cina. La prova migliore della debolezza degli Stati e dei governi che si oppongono al Neo-Impero è la loro riluttanza a sfidare apertamente gli Stati Uniti. Non è solo una questione di forza militare. L’astensione al Consiglio di sicurezza sulla risoluzione che ha “coperto” l’attacco a Gheddafi tradisce un’insicurezza di “civiltà” che è il perfetto controcanto della narrativa con cui l’Occidente si autocelebra come unico depositario della democrazia, della razionalità e della modernità. 

Gian Paolo Calchi Novati