GLI IRRIDUCIBILI: IN CARCERE STRANGOLARE ALTROVE BERE CAMOMILLA BOLSCEVICA

“Irriducibili” non sono solo coloro che quando morì Prospero Gallinari accorsero al funerale per riasserirsi, a pugno chiuso, rivoluzionari incrollabili. Intanto le fabbriche si svuotano e nessuno spiega chi farà la rivoluzione se la classe operaia è divenuta classe microproprietaria e, nei limiti del possibile, consumatrice. A ogni modo i pugni chiusi funebri fanno ancora un po’ di scena.

Come scrisse lo storico Eric J.Hobsbawm, “le Brigate rosse italiane furono il più importante dei gruppi europei di ispirazione bolscevica”. Un po’ di rimpianto bolscevico è meglio che niente. Anche se ormai lo sanno tutti: il retaggio bolscevico ha ucciso il sogno comunista. Il retaggio bolscevico ispirò la ferocia dello stalinismo e del gappismo partigiano, corresponsabile alla pari delle Fosse Ardeatine e dello sterminio di interi Marzabotti, infelici teatri delle azioni guerrigliere ‘condanna a morte gli innocenti e scappa’. Il gappismo fece le sue ultime prove bolsceviche coll’assassinio di Aldo Moro e con la ‘lotta armata’ degli anni Settanta.

L’accorrere dei dolenti di Gallinari mosse il professore Marco Revelli, tutt’altro che un avversario, a confessarsi atterrito su ‘Repubblica’ da una spietata vicenda del novembre 1981: “Catturato, dopo un conflitto a fuoco alla Stazione centrale di Milano in cui muore un agente, Giorgio Soldati viene sottoposto a un interrogatorio feroce, al limite della tortura, e rivela alcuni indirizzi. Trasferito al carcere di massima sicurezza di Cuneo, sezione Irriducibili, Soldati scrive una lettera al ‘proletariato combattente’ rivelando la propria debolezza e chiedendo d’essere giudicato. Un’improvvisata ‘corte di giustizia’ lo condanna a morte. Soldati dichiara di accettare la sentenza, chiede solo che l’esecuzione non sia troppo dolorosa. Viene garrotato in una latrina del carcere da una corda fatta di stracci e di un frammento di specchio (…) Saranno 80 alla fine le vittime rivendicate dalle Br, e più di una decina i propri caduti”.

Revelli richiamò le solite spiegazioni: “la Rivoluzione d’Ottobre, il guevarismo, il mito spartachista della Berlino 1920, l’epopea partigiana”. Sottolineò anche che “nella stessa sezione carceraria, inevitabilmente coinvolto nell’atroce sentenza, c’era Alberto Franceschini, del nucleo storico delle Br. Il quale incomincia la sua autobiografia raccontando quando un vecchio partigiano gli consegna le sue due pistole e lui le nasconde nella Camera del Lavoro di Reggio Emilia”.

Fin qui gli Irriducibili ufficiali, corruschi di crudeltà omicida.  Ci sono poi gli Irriducibili part time, innocui, a bagnomaria (dal nome dell’alchimista Maria, immaginaria sorella di Mosé). Non schiaccerebbero un ragno, però ‘non perdonano’. Ne conosco a fondo uno e gli voglio bene. Chiamiamolo Fosco, spirito eletto e mite a confronto coll’abbietta jenità (dal latino Hyena) dei garrotatori di Giorgio Soldati, degli attentatori di via Rasella, dei gappisti che giustiziarono Giovanni Gentile, filosofo pari a Croce.

Il mio Irriducibile amatoriale, iracondo ma per amore, ha vissuto un’estesa vita a odiare i fascisti e i preti; non altrettanto odia i ricchi, essendo anch’egli un esile filo della cimosa sociale che possiede case e terre quanto basta per arrotondare la pensione. Fosco incolpa il Caudillo porco se non ha mai messo piede in Spagna, e incalza che i governanti maiali generati da Franco ancora lo disssuadono dal visitare il grande membro iberico dell’Unione Europea, patria di Garcìa Lorca.

Il nostro Irriducibile non accetta che dall’Alzamiento dei generali sono passati 77 anni senza rancori; che gli spagnoli, stanchi del sinistrismo repubblicano e della Guerra civile, si acclimatarono senza sforzo al franchismo per un quarantennio, e ora amano la monarchia restaurata da Franco;  che negli anni Quaranta  i contadini braccarono e uccisero a fianco delle forze di repressione i miliziani comunisti che provavano a suscitare una guerriglia partigiana; che hanno bocciato senza appello il tentativo di J.L.Zapatero di risuscitare l’antifranchismo. E non accetta, l’Implacabile part time, che oggi mezzo mondo si incanti di Jorge Maria Bergoglio: perché è un papa e lui odia il clero.

Ho fatto questo esempio di terribilità inoffensiva -di fatto Fosco, un sensibile musicista,  nel fuoco della lotta beve camomilla come il Cocco Bill dell’immortale Jacovitti- per attenuare l’orrore della garrota del carcere di Cuneo, degli 80 assassinii delle Br, del bolscevismo bestiale dei Gap.

Porfirio

CASO BATTISTI: PER CHI SUONA LA CAMPANA

Per capirci meglio

L’indignazione nazionale per il no carioca all’estradizione di Cesare Battisti (da non confondersi con il suo omonimo, ormai probabilmente anonimo, cui sono ancora intitolate migliaia di vie e piazze d’Italia), restituito addirittura alla piena e incondizionata libertà, è corale e pressocchè unanime. Come non condividerla? Se il personaggio fosse minimamente simpatico, se avesse dato per lunghi anni e anzi decenni qualche segno di resipiscenza e se la sua latitanza non fosse stata pervicacemente protetta da una muta di boriosi quanto ignoranti intellettualoidi transalpini, qualche circostanza attenuante a suo discarico si potrebbe anche trovare e far valere. Ad esempio, la lontananza nel tempo delle sue malefatte, commesse quando era da poco maggiorenne; i suoi odierni coetanei vengono generalmente definiti ragazzi nelle cronache, giudiziarie e non, e tali rimangono fin quasi alla quarantina.

Simpaticissimi, poi, non sono neppure i suoi attuali ospitanti e protettori, che negano credibilità alla giustizia italiana, forti della loro recente ascesa a membri del club dei nuovi potenti della terra, ma fino a ieri facevano notizia, in campo extracalcistico, soprattutto per gli eccidi degli indios della foresta amazzonica e di chi li difendeva dalla speculazione selvaggia anche in quanto assassina. E, prima ancora, per l’altrettanto drastica soluzione del problema dei “ragazzi di strada” di Rio con il repulisti affidato a squadre di autonominati ma tollerati giustizieri.

Eppure…purtroppo c’è un eppure che a differenza di Battisti può effettivamente rendere più comprensibile se non proprio giustificare la scelta dei governanti brasiliani. Alle loro orecchie, nonostante la distanza, sarà certamente arrivato qualcosa di tutto ciò che si dice e si scrive da noi, giornalmente, circa il cattivo funzionamento della nostra giustizia, anche da parte di chi non condivide e semmai condanna la campagna berlusconiana contro la magistratura. L’ex presidente Lula e i suoi amici, d’altronde, avranno sicuramente saputo, fors’anche direttamente dal nostro premier come altri ”grandi”, che lo stesso capo del governo italiano è vittima di una persecuzione da parte della suddetta magistratura, alla cui dittatura sarebbe soggetto lo stesso paese.

Se poi, essendo Lula e i suoi collocati alquanto a sinistra, non crederanno che si tratti (né Berlusconi avrà troppo ricamato al riguardo, con loro) di una magistratura e di una dittatura comuniste, avranno in compenso avuto altresì sentore del fatto che dalle file della sinistra italiana si levano non di rado denunce più o meno vibranti di un regime dittatoriale che lo stesso Berlusconi starebbe instaurando nel paese e addirittura invocazioni di un colpo di Stato, magari militare, per sventare una simile minaccia.

Stando così le cose, è proprio il caso di stupirsi e scandalizzarsi per il diniego di estradare uno scrittore di apprezzati libri gialli oggi apparentemente inoffensivo benché condannato trent’anni fa per alcuni omicidi perpetrati in un clima di tensione politico-sociale e secondo qualcuno addirittura di guerra civile? Duole ammetterlo, ma sembrerebbe di dover rispondere negativamente.

Nemesio Morlacchi