NONNO CONTRO NIPOTI A ‘REPUBBLICA’ SCALFARI PROIBISCE IL FUTURO

Prendendo esempio dal Papa Emerito -più giovane di lui- il Fondatore dovrebbe rinunciare a pontificare, dovrebbe cedere l’editoriale della domenica a persone meno stregate dal passato, meno opacizzate nella vista dalle cateratte misoneiste. Ove rifiutasse, una congiura di Giovani Turchi dovrebbe, con dolce violenza e per amore della grande testata, iscrivere il Nonno a un corso di rieducazione de-legittimista. Oppure farlo operare di cateratta.

Questi sommessi pareri esprimiamo sotto l’impressione dell’aspro contrasto tra le cose che accadono e la rappresentazione che di esse fa il Patriarca. In questi giorni un pilota di punta della sua scuderia, Massimo Giannini, ha scritto di “un’onda anomala e gigantesca che stravolge per sempre il sistema politico italiano, seppellisce definitivamente la Prima e la Seconda Repubblica, uccide sul nascere la Terza, di domanda di rottura istituzionale, di piazza pulita delle odiate, vecchie cariatidi di Palazzo, di riduttività del parlare di anti-politica, di inadeguatezza dei partiti tradizionali, di mura sfondate dell’esecrato Palazzo d’Inverno, di errori fatali di Bersani”. Per Michele Serra “l’avanzata travolgente delle Cinque Stelle non è antipolitica, è politica allo stato puro. Il nostro mondo comincia a diventare  vecchio”.

Cose anche più vivide ha scritto Filippo Ceccarelli. “Prima o poi i partiti e i politici dei talk shows se ne andranno davvero a casa. L’Apocalisse si è abbattuta sulla Seconda Repubblica schiantandola dalle sue gracili fondamenta. Un autentico castigo di Dio. I vanitosi e gli astuti si guardino bene dal definire Grillo, con vano disprezzo, un comico o un giullare. (Egli) si connota come la risposta alla società paralizzata, come un personaggio che chiude finalmente, definitivamente, un ciclo di potere. Questa novità sconvolge il paesaggio politico italiano. Verrebbe voglia di scomodare le intuizioni di Max Weber sul carisma. Chi dei vecchi politici può competere con Grillo?”. Grillo potrà essere smascherato anche lui, però il Movimento, così corale, va ben al di là del leader. Ceccarelli constata “il disastro buffo che la sconcia e sventurata allegria della Seconda Repubblica ha pianificato dando il peggio di se stessa”.

Infine Gianluigi Pellegrino, sempre in barba all’Antemarcia della Partitocrazia, ha concluso  una sua riflessione su “L’ultimo scempio del Porcellum” consigliando: “Meglio dare a Cinque Stelle ciò cui ha diritto che alimentare il grillismo nelle piazze. Come tutti, almeno ora, dovrebbero aver capito”.

Lo Zeus di ‘Repubblica’ non ha capito. Questa è l’analisi del visionario autore di La sera andavamo in via Veneto, denso e profetico libro del 1986: (I seguaci di Beppe Catilina) “non hanno programmi salvo quello di mandare all’aria tutte le strutture esistenti, la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto, la Corte costituzionale, la politica e i partiti (…) Non si sa cosa rappresentino le parole ‘società civile’. Forse la novità consiste nel rifiutare la democrazia delegata. Il grillismo prevede i referendum come unici strumenti di governo: peggio, prevede i gestori della cosa pubblica guidati da capi pro-tempore, in carica per pochi mesi a rotazione. Una sorta di condominio al posto dello Stato, cioè il peggio del peggio”.

Giganteggia la coraggiosa soluzione del pontifex dell’Obsolescenza: P.L.Bersani e il Pd. La grandezza di quest’ultimo essendo, secondo l’Editorialista della domenica, il restare orgogliosamente più partito degli altri

‘Non possumus: Scalfari sdegnato come Pio IX con le idee nuove’:  si intitola così un  recente pezzo in argomento di Internauta. Scalfari non si è accorto che da qualche tempo le sue idee-forza, democrazia delegata in testa, sono oggetto di disdegno e ludibrio. E’ superfluo sottolineare lo scontro  frontale tra la generazione dei nipoti, Giannini, Ceccarelli e gli altri, e quella del Nonno legittimista, adamantino nel rifiuto di sbirciare nel futuro, anzi di dare una semplice occhiata al presente.

L’anno prossimo, il 24 aprile, il Fondatore compie novant’anni. Il suo combattimento  contro les Sans-culottes  sfasciatori di quanto gli è più caro, è intrepido. Umanissima anche la compassione che deve provare per Ratzinger, il quale ha lasciato. Però non dovrebbe mantenere requisito per sé, vita natural durante, il domenicale di Repubblica: perché non assomigli sempre più a ‘La Perseveranza’, quotidiano dell’aristocrazia terriera lombarda, cessato nel 1922. Oh grande Vecchio, cedi qualche spazio a quanti non si intestardiscono contro il futuro!

A.M.Calderazzi

ROBERTO VACCA: OBAMA E BERSANI, DUE SPRAZZI POSITIVI IN TEMPI OSCURI

Il degrado culturale non imperversa solo in Italia. Anche gli Stati Uniti ne soffrono. I segnali negativi sono molti. Oggi, però, sia da noi che in USA c’è almeno uno sprazzo positivo. Vediamoli.

Sulle prime pagine anche dei migliori giornali italiani affiorano notizie minimaliste o deplorevoli. La Chiesa si offende perché il PdL non va a festeggiare la ricorrenza dei patti lateranensi. Due gay dicono che si baceranno sul palco di San Remo. Il noto uomo politico/affarista asserisce che il Professore è indecente e dice “grandi cazzate”.. Poi appare in un video in cui spara doppi sensi volgari a una signora.

Queste volgarità richiamano alla mente il diario di Alistair Hershom. Era il famoso giornalista britannico personaggio del mio romanzo “Kill?” (2005) che scriveva:

Ho deciso di uccidere Silvio Berlusconi. Non sono un terrorista, né un sicario prezzolato. Non sono comunista, nè ulivista. Sono parole brutte e spero che non restino nel nostro vocabolario. Ne faccio una questione di gusto, morale e fair play. Da quando i ministeri sono occupati da imputati latitanti, sento il disagio di vivere in Italia. Mi sento uno straniero. Mi sento esiliato. 70 anni fa era primo ministro Benito Mussolini: tragico pagliaccio. Volle la guerra e fece morire 400.000 italiani. Pessimo gusto anche lui. Mieteva grano a torso nudo. Fingeva di pilotare aeroplani. Diceva: “Dio stramaledica gli inglesi”. Proclamava: VINCERE E VINCEREMO, e perdeva. Ma non cantava canzonette, nè dedicava ogni sua energia ad ammassare una fortuna personale smisurata.”

Nel romanzo Hershom all’ultimo momento non sparava. Se esistesse davvero, forse mi biasimerebbe perché lo bloccai quando aveva già il suo bersaglio nei fili incrociati del canocchiale e  il dito sul grilletto.

Ma passo allo sprazzo positivo. Lo firma Pierluigi Bersani su Repubblica. È il piano del PD per la scuola. Prevede più risorse e più insegnanti. Offrirà “formazione ai docenti in servizio per innovare la didattica, nuove tecnologie, scuole aperte tutto il giorno, rilancio della formazione tecnica e professionale de nuovo sistema di formazione e reclutamento degli insegnanti”.

Sono proprio misure che suggerivo nel pezzo che vi mandai il 5 Maggio 2012. Avevo già deciso da un pezzo di votare PD alle prossime elezioni. Ora faccio notare agli indecisi che i programmi di altre formazioni politiche tacciono su questo argomento vitale.

La notizia minimalista americana è che oggi il 40% dei dipendenti CIA sono donne. Quella deplorevole è riportata da Paul Krugman sul NY Times di oggi – “The Ignorance caucus –il movimento per l’ignoranza.” Cita Eric Cantor, il rappresentante della maggioranza (repubblicana) del Congresso, che ha proposto di tagliare tutti i finanziamenti federali alle ricerche di scienze sociali, a quelle sull’efficacia comparata dei farmaci e alle valutazioni degli “effetti magici” delle misure proposte dai repubblicani per diminuire le tasse ai ricchi..

Lo sprazzo positivo americano è l’anticipazione del discorso di Obama sullo State of the Union (data, anche questa, dal NY Times di oggi). Oltre a dichiarazioni su disoccupazione, energie rinnovabili, piccole armi in mano a privati, immigrazione e politica estera [i soli argomenti citati da Repubblica a pagina 15 di oggi] dovrebbe parlare di un’ulteriore riduzione degli arsenali atomici. Dovrebbe essere il risultato di un accordo con Putin – fatto in modo tale da non richiedere la ratifica del Congresso. L’obiettivo è quello di ridurre da 1722 a 1000 il numero di testate nucleari nell’arsenale USA.

La notizia sarebbe buona, anche se tardiva. Infatti a Obama già è stato dato anni fa il Premio Nobel per la pace – solo per aver manifestato l’intenzione di eliminare tutte le armi nucleari. Inoltre i conti non tornano. Le 1722 testate nucleari americane sono solo quelle “deployed” – cioè messe in campo, pronte all’uso. In effetti, secondo l’Istituto Brookings e la SIPRI svedese, gli USA ne hanno altre 2800 “non deployed”, cioè funzionanti ma non di uso immediato. Nessuno ci dice in quanto tempo. Infine hanno anche circa 500 armi atomiche per uso tattico. Questo significa che hanno un potenziale distruttivo da meno di 1 kiloton fino a centinaia di tonnellate di alto esplosivo simili, dunque, a quelle usate a Hiroshima e Nagasaki. La riduzione delle bombe atomiche dovrebbe essere molto più drastica.

Le notizie cattive sono più numerose. Quelle buone vanno analizzate e non è immediato accertare se, veramente, possano generare aspettative positive.

BERSANI STUDI DA DEPRETIS E GIOLITTI: CON RENZI POTREBBE FARCELA

In sé Pierluigi Bersani non è che il Proco buono. Uno dei pochi vassalli di Itaca che avrebbero potuto essere risparmiati dall’implacabile arco di Odisseo. Bersani è, tra i capibanda della nostra camorra partitica, forse quello che ha le mani e l’anima meno sporche. Appartiene al Mob di Chicago, ma è un fatto che ha vinto bene le primarie ed ora è premier in pectore, fa visite di presentazione alle cancellerie, compila liste di ministri. Gli ha giovato esser figlio del Benzinaio di Bettola, comune piacentino che ha la fortuna d’essere scambiato per la giurisdizione di don Camillo & Peppone, la prediletta tra le piccole patrie italiane. Anzi, se ci saprà fare, lui next premier fonderà in sé, casalingo centauro metà uomo metà cavallo, i cromosomi e i Dna dell’arciprete che fu cappellano d’artiglieria e dell’unico gerarca simpatico di provenienza Pci.

Persino con questi atouts il successore di Monti rischia grosso. Rischia di risultare nient’altro che uno dei tanti pari grado di Rumor e Forlani. A Monti questo è già capitato, per aver deciso di rispettare le regole dell’oligarchia e il mandato del Colle. In più Bersani non ha dietro di sé un partito di potere vero, quale era la Dc di Rumor e Forlani. Ma se il rischio è grande, grandi sono anche le opportunità. Potrebbe andargli meglio del previsto. Di seguito elenchiamo le cose che gli occorrono per fare il gran salto, da comprimario a mattatore.

1. Liquidare Vendola, of course. Lo indennizzi facendolo ambasciatore all’inutile Onu, oppure ad Ottawa onde avvicinare al luogo natio il convivente il cui nome ci sfugge. Potrebbe anche, con la minaccia di un’uscita dell’Italia dal Palazzo di Vetro, ottenere per l’Esodato da Terlizzi la copertina di ‘Time’ o di ‘Vanity Fair’. Sempre facendo la voce grossa, potrebbe fargli assegnare il Nobel per l’affabulazione lirica o, a scelta, per il massimalismo da macchietta.

2. Destinare Matteo Renzi a n° 2 del governo, oltre che Mario Monti al Quirinale. Così le vittorie elettorali sarebbero schiaccianti e il Pd si ergerebbe a partito di quasi tutti gli italiani: non degli astenuti, delle schede bianche e nulle, dei grillini, dei padani, delle amazzoni pdl e di un po’ di lunatici.

3. Realizzare le promesse e mezze promesse mancate da Mario Monti: equità dei sacrifici, tagli brutali ai costi della politica, cancellazione di una Camera e delle province, dimezzamento dei compensi ad alti burocrati e a boiardi, dismissione di beni pubblici, eccetera. In più, rottamazione dei vecchi gerarchi e volti nuovi. La crescita, Monti non l’ha mai veramente promessa; per Bersani-Renzi non è tassativa, né del resto è realizzabile attraverso ‘politiche industriali’ o ‘di sviluppo’.

4. Una volta che il compimento dell’agenda Monti abbia rafforzato il nuovo corso, lanciare e imporre l’agenda Bersani-Renzi: passaggio a uno Stato social-liberale, o liberal-sociale, le cui priorità siano un certo livellamento delle condizioni e la graduale evoluzione del sistema in senso tendenzialmente collettivistico. I contenuti popolari dell’agenda Bersani-Renzi otterranno un vasto consenso, coll’inoperante opposizione delle columns di Piero Ostellino, delle invettive di Oscar Giannino e di altri nostalgici del liberismo. Dovranno seguire la patrimoniale e le immediate rettifiche della politica estera: ritiro di tutte le operazioni militari, uscita dalla Nato, miniaturizzazione dei bilanci della difesa. Obbligatoria la chiusura e vendita del Quirinale coi suoi arazzi e le dipendenze estive.

Direte: sono discorsi semiseri. Tuttavia ammetterete che, combinando i vari fattori -l’agenda Monti, le novità di Renzi, l’affidabilità del figlio del Benzinaio, la bonomia di don Peppone, le direttive di Bruxelles, le esigenze dei mercati- i futuribili qui esposti si fanno verosimili. Storicizzando, diciamo che a Bersani, se farà i compiti a casa, potrebbe arridere la fortuna che andò ad Agostino Depretis e a Giovanni Giolitti. Le loro furono le strade maestre della politica italiana tra l’Unità e il fascismo.

Mazziniano in gioventù e pro-dittatore in Sicilia nel 1860, Depretis dominò la scena tra il 1875 (discorso di Stradella) e  la morte nell’87. Presidente del Consiglio per undici anni, è deprecato come l’inventore del Trasformismo. Ma il Trasformismo non fu solo inciucio e connubio. Fu anche fine del monopolio della Destra agrario-preindustriale, confluenza di tradizioni, gestione condominiale della realtà di un regno appena unificato. Di Giolitti, il maggiore governante italiano tra gli anni di Cavour-Garibaldi e quelli di Mussolini, tutti sanno tutto. Va solo ricordato a Bersani, quando le prime difficoltà lo deprimeranno, che l’avvio del trentennio giolittiano non fu fortunato (scandalo della Banca Romana, fuga del Nostro in Germania). Successivamente Giolitti torreggiò come ‘dittatore parlamentare’ e artefice della trasformazione del liberalismo, da notabilato dei ceti alti a grande forza centrista, conduttore naturale della nazione. La sola dura sconfitta dell’Uomo da Mondovì fu il non essere riuscito a scongiurare l’intervento del 1915.

Nonostante gli anatemi di rito alla Salvemini, il trasformismo e il giolittismo restano riferimenti obbligati per la prossima fase. Il Partito democratico deve trasformarsi, e insieme al Pd deve trasformarsi lo Stivale. Depretis e Giolitti non erano pensatori, ma statisti del concreto. Nemmeno Bersani e Renzi sono pensatori; statisti del concreto possono diventarlo (Teodorico, Carlo Magno e il sassone Ottone il Grande non sapevano né leggere né scrivere). Non è chi non veda le affinità delle circostanze politiche tra i tempi Depretis-Giolitti e i nostri. Non è evidente il potenziale sincretico tra il vinattiere di Stradella il deputato di Dronero e ‘quei Due’?

Porfirio

10 IDEE SPERIMENTALI PER IL PARTITO DEMOCRATICO

Idee perché il Pd, partito meno pessimo degli altri, si dia un programma aggressivo ma condivisibile dai tanti che detestano le sinistre

Sono da rifiutare tutti i partiti di oggi. Quelli di domani avranno natura opposta: sodalizi di ideali invece che associazioni a rubare/usurpare. La democrazia diretta cancellerà la delega elettorale e le urne, selezionerà ‘random’ un corpo politico ristretto, qualificato e non di carriera -la nuova Polis- che a turni brevi, non rinnovabili, fornirà i decisori, li affiancherà e controllerà col computer in tempo quasi reale. I partiti saranno modesti incubatoi di ipotesi e seminari.

 

Nell’immediato, tuttavia, c’è un partito, il Pd, forse meno ripugnante degli altri. Per offrirsi almeno quale male minore deve assumere i contorni precisi che non ha. Un suo manifesto programmatico dovrebbe premettere: Vogliamo un’innovazione avanzata, vogliamo la demolizione di parte dell’esistente, ma non siamo sinistristi. Le sinistre hanno perso quasi tutte le battaglie, e le vittorie conseguite, cominciando da quelle sindacali, sono state di Pirro. Siamo la gente, quasi tutta la società, che aspira a pensare e ad agire affrancandosi in parte dal passato.

 

  1. Le leggi del mercato e della proprietà non sono eterne: vanno emendate. I diritti acquisiti non sono sacri bensì ridimensionabili. E’ imperativo cancellare gli eccessi di disuguaglianza. Il fisco dovrà arrivare ad avocare i redditi più alti, retribuzioni bonus liquidazioni e vitalizi compresi. Se individui o segmenti sociali minacceranno di abbandonare l’Italia, il loro esodo non sarà contrastato: però coloro che esporteranno i capitali e in altri modi saboteranno il nuovo corso dovranno lasciare fisicamente il territorio nazionale ed essere espropriati della metà dei beni (comunque intestati: il Codice civile va riformato). Le persone e le categorie renitenti saranno sostituite da giovani  volenterosi e meno esigenti. L’esodo dei veri e propri redditieri sarà incentivato, visto che di fatto contribuirà a ridurre le iniquità tra i cittadini.
  2. Se queste ed altre misure andranno contro il liberismo dell’Europa, è ipotizzabile l’uscita dall’Unione.
  3. Le conquiste delle lotte sindacali saranno attenuabili. I privilegi dei lavoratori iperprotetti saranno ridimensionati tanto quanto quelli dei proprietari di beni e dei titolari di diritti  acquisiti. I conflitti di lavoro, scoraggiati e quando occorra proibiti gli scioperi, saranno composti da organismi paritari di conciliazione obbligatoria. Le manifestazioni nei centri urbani saranno tendenzialmente vietate. I cortei violenti, le occupazioni di luoghi pubblici, strade, ferrovie, ecc. verranno repressi anche con mezzi più punitivi quali i ‘water cannons’.
  4. Le imprese che saranno accertate come non competitive dovranno chiudere. Ai senza lavoro sarà assicurato un sussidio commisurato, quale che sia il loro precedente livello retributivo, alle esigenze vitali minime delle famiglie dei ceti popolari.
  5. Il Partito democratico ripudia l’atlantismo e si impegna a ridurre dei tre quarti le spese belliche e quelle diplomatiche, di rappresentanza e prestigio, cominciando dal livello  più alto. In particolare saranno azzerati gli stanziamenti per ogni capacità offensiva delle Forze armate; queste ultime saranno dimensionate alle sole esigenze difensive, di polizia e ordine pubblico. L’uscita dall’Alleanza atlantica comporterà la fine delle nostre missioni militari all’estero, a parte i rari casi in cui la vicinanza geografica imponga limitati programmi umanitari.
  6. Per avviare la riforma generale dello Stato la Costituzione va sospesa, e così pure l’operatività della Corte costituzionale. Il Parlamento sarà ridotto ad una sola Camera di circa 200 membri, e nella stessa misura si abbasseranno le dimensioni, i costi e i compensi di tutti gli organismi elettivi. Cancellati i vitalizi. Il Consiglio dell’economia e del lavoro verrà abolito assieme ad alcune migliaia di enti inutili, province comprese. I Comuni andranno accorpati. Il personale superfluo non sarà assorbito da altre amministrazioni e riceverà il limitato sussidio di cui sopra. L’abbassamento del suo tenore di vita non costituirà un’emergenza collettiva; anche perchè colpirà tutti i dipendenti pubblici e quelli delle imprese senza mercato.
  7. Una patrimoniale severa e progressiva dimezzerà il debito pubblico. Solo i beni e le attività  caritatevoli beneficieranno di sgravi e di contributi. Nessun sostegno ai partiti e loro organizzazioni e media. L’afflusso dall’estero di lavoratori a basso costo e l’asilo politico saranno scoraggiati. L’accoglienza sarà sostituita da importanti iniziative di soccorso e sviluppo nei paesi d’origine, iniziative da attuare direttamente e sotto nostra protezione armata. I paesi i cui governi non accetteranno queste modalità non saranno aiutati.
  8. I disoccupati, prima di tutto giovani, vedranno ridotti i sussidi man mano che, per non più di tre volte, rifiuteranno i lavori loro proposti. La scuola nobiliterà coi suoi mezzi il lavoro manuale qualificato, anche per contrastare l’attrazione sui giovani delle carriere impiegatizie e delle libere professioni considerate prestigiose. Alcune di queste ultime dovranno essere scoraggiate da riforme strutturali e da modifiche normative: per esempio si ridurrà, assieme al familismo/nepotismo, il bisogno di avvocati, consulenti tributari, odontoiatri, addetti alla comunicazione, alla pubblicità, ecc. Ai notai saranno tolti privilegi, attribuendo parte delle loro funzioni ad altri pubblici ufficiali e abbassando le loro tariffe. Lo sport professionale, la moda, lo spettacolo, parte delle attività culturali e dei media, le produzioni  senza utilità sociale non riceveranno fondi pubblici. La Rai sarà privatizzata, il canone abolito. Il contribuente darà limitati sostegni alle sole attività di contenuto elevato e ai programmi specifici a favore dei disabili e degli svantaggiati.
  9. Lo Stato e la mano pubblica promuoveranno stili di vita e di consumo più semplici. Tutte le espressioni del lusso e del superfluo saranno colpite da prelievi supplementari, i cui ricavati copriranno il (misurato) sostegno ai larghi segmenti sociali che perderanno il reddito. La ‘Italian way of life’ sarà più consona alla tradizione, cancellati però i privilegi della ricchezza e ristrette  secondo bisogno le libertà del demo-capitalismo consumista e plutocratico.

10. I giovani, i disoccupati e le famiglie disposte a sperimentare modi di vita innovativi riceveranno incentivi se si associeranno in kibbuz, confraternite laiche o no, comunità e gilde, al fine di lavorare e vivere insieme: non solo per affermare modelli nuovi, egualitari e solidali, anche per abbassare i costi del sostentamento nella realtà dell’impoverimento diffuso e del rigetto del benessere consumistico.

L’assieme di queste proposte e di altre collegabili apparirà utopico. Ma se la maggioranza sociologica si farà coinvolgere dal concetto di un’innovazione avanzata in contesto semicollettivista e solidale, scevro di velleità antagonistiche e trasgressive, le apparenze utopistiche si depotenzieranno e un avvenire semi-socialista farà meno paura.

Antonio Massimo Calderazzi

LO SBIGOTTIMENTO DI ANTONIO GRAMSCI

Noi diversamente giovani ci ricordiamo di com’era il Pci. Era più male che bene quando Togliatti e luogotenenti lo mantenevano stalinista. Poi si aprì una lunga presa di coscienza, un revisionismo troppo guardingo ma orientato nella direzione giusta. Si rifiutavano le ubbie rivoluzionarie e operaiste, però si era attenti a non rinnegare proprio tutto: per esempio un anticolonialismo moderato, per esempio la vigilanza contro la degenerazione bellicista che andava facendo degli Stati Uniti la società più militarista della storia, la più condizionata dall’ossessione dell’overkill  (la capacità di distruggere il nemico N volte, quando una sola volta basterebbe). Il Pci commetteva errori, però otteneva rispetto.

Stringe il cuore, oggi, ascoltare gli ex del Pci. La Lega, che non è una falange di idealisti, e parecchi altri  tentano di proporre il ritiro dalle nostre missioni all’estero, imposte da un Pentagono potentissimo ma poi incapace di fare da solo le sue spedizioni. Chi risponde il no più netto? Gli ex-maggiorenti dell’ex-Pci, ex-Pds: Napolitano, Bersani, i gerarchi in sottordine come la Finocchiaro, i D’Alema non in sottordine ma anch’egli un pasdaran del Patto Atlantico, un transfuga della buona causa.

Quando torneranno a palazzo Chigi, che potranno attendersi gli ingenui che avranno sperato nel cambiamento? Il posto internazionale dell’Italia resterà quello dell’armistizio di Cassibile: legato al carro del vincitore. Eppure il mondo è diventato multipolare, potremmo stringerci all’Europa, non a Rasmussen. Che deprimente in questi giorni la giaculatoria dei pentiti dell’opposizione a Foster Dulles e a Lyndon Johnson: “Siamo legati all’Alleanza”.

Chi dice che non potremmo slegarci? Lo sbarco delle divisioni USA non sarebbe il caso di temerlo: l’ultimo decennio di guerre ha dimostrato la loro inefficienza. L’Italia non è un osso duro come, metti, la Somalia; i brandelli di una Wehrmacht quasi senza carburante ci soggiogarono in pochi giorni. Ma agli Stati Uniti, per punirci, servirebbero i milioni di guerrieri e i trilioni di dollari che non hanno. Idem quanto alla capacità di castigarci con le rappresaglie economiche: i mercati si sono allargati troppo perché Wall Street resti egemone. Non sarebbe una catastrofe se il nostro settore del lusso e alcuni comparti marginali perdessero i clienti che obbediscono a Michelle. Perderemmo sì l’ombrello atomico del Pentagono, ma sono decenni che l’ombrello non serve. Nemmeno per sogno dovremmo spendere di più, come blatera la destra irascibile, per proteggerci da soli: mancando il terribile aggressore dovremmo  invece ridurre ai minimi termini, in ogni caso, il bilancio della Difesa.

Ricapitolando. Il ministro Frattini, la Lega, l’Avvenire e molti altri invocano una tregua in Libia, e chi si erge contro? Napolitano e i rimasugli della schiera un tempo capeggiata da Antonio Gramsci.  Costui fondò L’Ordine Nuovo novantadue anni fa. Che commenti farà con Giovanni Giolitti, Mussolini, Luigi Sturzo e altri pensionati del Regno dei Cieli? 

A.M.C.

SAVONAROLA PER UN PD COPERNICANO: FRATE NON POLITICO DI CARRIERA

La nostra essendo nata come infelice repubblica dei partiti, non ha un partito che non sia usurpatore e ladro. Ma delle differenze esistono. Il Partito democratico è un po’ meno stomachevole di quello della Libertà. Presto o tardi il Pd tornerà al governo e, secondo ogni previsione, farà opere solo poco meno spregevoli di quelle di Silvio e Cicchitto.

Questa maledizione potrebbe esorcizzarla se avesse il coraggio di una rivoluzione copernicana. Se ripudiasse se stesso, se diventasse un’altra cosa. Se Bersani, un po’ migliore dei suoi pari, si abbassasse da leader, sia pure burocratico, a gestore amministrativo; e con lui si abbassasse o sparisse l’intero gruppo dirigente. A quel punto il Pd si reinventerebbe, butterebbe le zimarre via via indossate: la ex-marxista, la socialdemocratica cioè filocapitalista e atlantica, la liberista alla Blair, la girotondista, la zapaterista dei ‘diritti’ dimentichi dei poveri e di ogni idealità socialista.

Se facesse come Copernico (o come Lutero) il Pd si libererebbe dell’obbligo di amare tutto del mercato, di fare le guerre di Washington, d’essere indistinguibile dall’avversario plutocratico. Si approprierebbe della vocazione di forza innovatrice ma non impastoiata a sinistra. L’appartenenza di sinistra fa vincere qualche elezione, riempie alcune piazze, però imprigiona in una camicia di forza, anzi di Nesso (quella camicia che, intinta nel sangue avvelenato del centauro Nesso, Deianira figlia di un re fece per tragico errore indossare ad Ercole suo sposo; Ercole ne morì, la vedova si tolse la vita).

Il Pd, cambiando o no di nome, dovrebbe svoltare verso l’azione, fare scelte rivoluzionarie. Accettare la decrescita ‘felice’ invece che spasimare per il Pil, visto che l’ossessione dello sviluppo ci ha portato dove siamo. Con la decrescita bisognerà assicurare la sussistenza a enne volte più disoccupati, e a tal fine bisognerà sia dimezzare la spesa pubblica attuale, sia tassare gli abbienti, prima di tutto con le patrimoniali e i gravami sul lusso, fino a sfiorare l’avocazione. Poiché i capitali fuggiranno si dovranno mandare in esilio i loro proprietari, confiscando quanto questi ultimi non potranno portare con sé. Per dimezzare la spesa attuale e dilatarne una nuova occorrerà, oltre ai tagli orizzontali, la quasi cancellazione di certi bilanci -militari, diplomatici, di prestigio, futili o non essenziali- nonché dei costi stessi della politica. Bisognerà uscire dal Patto Atlantico e, se necessario, persino dall’Unione Europea.

Questi ed altri atti rivoluzionari non saranno mai, lo insegna la storia moderna, alla portata di un’organizzazione di sinistra. Per sfasciare gli assetti più turpi il Pd non dovrà far parte della sinistra. Dovrà essere tutt’uno col grosso della nazione. Ecco perché gli converrà darsi una leadership non derivata dal marxismo.

Da noi la sola forza non marxista e non liberista è quella che si ispira al cristianesimo sociale, dunque il Pd copernicano farà bene a scegliersi un capo cattolico -non un ex-democristiano- libero dalla gerarchia ma capace di mettere a frutto quella grossa risorsa che è il cattolicesimo organizzato. La Chiesa istituzionale potrebbe avere motivi per cooperare: non ci sono i porporati alla Tettamanzi? Certo, una parziale alleanza per la giustizia richiederà un papa lungimirante non solo nella fede, anche nella politica. Se egli mancherà, il cattolicesimo sociale farà a meno della Chiesa.

Il Pd della rottura dovrebbe scartare i suoi notabili, tranne qualche giovane che si sia credibilmente ravveduto. Se il partito non spetta agli ex-marxisti e nemmeno ai laicisti, la cosa giusta sarà cercare in un convento di montagna un frate trentenne il quale si senta figlio di Girolamo Savonarola, prima impiccato e arso, poi santo. Un trentenne che sogni di emularne la gloria fiorentina di nemico dell’idolatria capitalista, edonista, consumista. E di odiatore dell’infame gerarchia rinascimentale.

Un normale esponente Pd non andrà mai all’assalto di ciò che ci opprime: mille parlamentari quando duecento basterebbero; centinaia di migliaia di mestieranti delle urne in ogni angolo dello Stivale; costi e saccheggi della politica bene esemplificati dallo sfarzo del Quirinale. Un frate implacabile (e senza parenti da sistemare) come l’aspro priore di San Marco, andrebbe alla guerra contro il male. Il migliore dei personaggi che conosciamo del Pd, no.

Verosimilmente non accadrà nulla di tutto ciò. Il Partito democratico resterà vecchio e tolemaico (è Copernico che sbaglia). Vinta questa o quella elezione, il Pd governerà un po’ nell’infingardaggine e tra gli avvisi di garanzia, poi finirà come le altre socialdemocrazie Craxi/Blair/Brown/Zapatero.

A. M. Calderazzi