IL CETO MEDIO, LA MANOVRA CHE MERITA

“Tutto nella manovra sembra congiurare contro quel ceto che è così ‘medio’ da non avere alcuna rappresentanza, nessuna ‘Conf” che lo protegga (…) Gente senza nome e senza volto come gli statali, che per decenni si sono tenuti lo Stato come datore di lavoro e ora ne pagano il fio. Perdono il Tfr per due anni e perdono pure i ‘ponti’: i veri poveri i ponti li fanno a casa, i veri ricchi li fanno quando vogliono, ma è il ministeriale che vive sui ponti”.

Insomma per Antonio Polito (Corriere della Sera 14 agosto) la cancellazione dei ponti è ‘la vera grande riforma di questa manovra, se mai sopravviverà all’ira popolare e all’iter parlamentare’. Ha ragione, nel dubitare che la cancellazione dei ponti sopravviverà, e più ancora nel considerarla, a Dio piacendo, la sola vera riforma. Quel ‘ministeriale che vive sui ponti’ è degno di ogni elogio. Sul presupposto di considerare ministeriali, a fini di ponti, quelle altre legioni di bancari e assimilabili -pagati abbastanza ma non troppo, un po’ straccioni come me, ma all’opposto di me consumisti e assidui davanti ai teleschermi- che all’imbocco dei ponti si mettono al volante dei loro camper, coll’aria intensa di chi va incontro al Destino. Il borghese piccolo piccolo dei nostri giorni ha il camper accessoriato, in ogni caso pensa con le categorie del camperista.

Quando si arrabbiava coi francesi, Charles de Gaulle li bollava ‘una nazione di épiciers’, stirpe negata all’epica. Dovremo interrogarci, fino a che punto vogliamo intenerirci sul ceto medio dello Stivale? Ci siamo tutti dentro, certo, ma differenze ci sono. Il grosso del ceto era entusiasta del Duce un tempo, oggi del gruppo Fininvest o del gruppo De Benedetti, copia conforme del primo. Piangeremo sulle sue sventure? Inerte e plagiabile com’è, ha ciò che si merita. Non che lo stesso ceto sia migliore in Gran Bretagna, o in Norvegia con le sue fissazioni monarchiche o macrobiotiche o femministiche. Anche in Gran Bretagna o in Norvegia il borghese piccolo piccolo entra docile nel parco buoi e ci permane appagato.

Dal capitalismo, dal libero mercato, dal furbo progressismo alla Venerdì di ‘Repubblica’ il ceto medio ha ricevuto una felicità dei consumi quale i nostri padri non avrebbero osato sognare. E’ logico ne paghi i costi. Nascesse una schiera di grandi maestri, di Mosé, di guide spirituali, a proporre il ripudio del benessere consumistico, il ceto medio li crucifiggerebbe, inneggiando al Barabba micro-edonistico.

Chi altro incolpare, come ‘utile idiota’ del Male che modella e governa il mondo in cui viviamo -la fame e le troppe nascite degli africani, le spese militari e il lusso in crescita, l’idiozia del tifo calcistico, i redditi sconci dei top manager, l’importazione di badanti e di schiavi da pomodori- se non il ceto medio di tutti i continenti? Sotto i ceti medi ci sono le turbe di tubi digerenti, impossibilitati a pensare ma idonei (qualche volta) ad essere sobillati. Al sopra i ricchi e i dritti, i quali semplicemente esercitano il diritto dei grandi carnivori di mangiare gli erbivori leggeri (i pachidermi no, né i bufali cafri).

Noi, il ceto medio minoritario, dovremmo voler condurre la Polis e il resto dell’ecumene umano. Invece no, lasciamo tutto ai carnivori grandi e piccoli, tra i quali ultimi imperversano i politici di professione. Allora è naturale, nonostante le voci che si levano a nostra difesa, che le leve fiscali siano manovrate in modo da colpire innanzitutto noi. Se ci autogovernassimo, con questo o quel congegno di democrazia diretta, decideremmo noi non i carnivori.

La spesa pubblica sarebbe più leggera -niente spese militari e di prestigio, niente sfarzo, niente sprechi, solidarietà forte solo con gli infelici meritevoli, decimazione dei burocrati, cancellazione dei politici, avocazione dei redditi osceni- e il ceto medio non sarebbe più vittima sacrificale. E non avrebbe più alibi. Il male è che il ceto medio, edonistico come può, agogna alla ricchezza anche quando sa che non l’avrà mai. Fa come gli italiani quando fecero il successo di ‘Quattroruote’: allora non possedevano l’automobile ma la sognavano.

Pereat il ceto medio degli edonisti da strapazzo. Piuttosto: l’interrogativo finale dello scritto di Antonio Polito è: “La manovra d’agosto segna l’inizio di un’era nuova nella politica italiana. Ora che è stato tradito, che farà il ceto medio?” Già, che farà se non avviticchiarsi al camper? Francia o Spagna, purché si edonizzi.

A.M.C.

STEFANIA CRAXI E L’EREDITA’ DEL PADRE

Socialismo italiano e quello degli altri

Cosa sia il socialismo non è mai stato facile dire. Oggi lo è forse meno che mai, dopo il decesso di quello “reale” che se non altro era visibile e tangibile. E la difficoltà diventa addirittura di sesto grado in Italia, paese la cui politica è sempre stata un vero rompicapo per gli stranieri, almeno dopo la scomparsa di Mussolini, che peraltro era stato inizialmente socialista anche lui e dopo la prima caduta si riciclò alla testa di una repubblica “sociale”, finita però presto e male. A rigore sulla scena nazionale il socialismo non esiste quasi più, dopo che il partito più grosso o meno mingherlino che lo professava venne spazzato via, secondo i suoi orfani, dalla perfidia di Mani pulite.

Gli orfani riconoscibili o dichiarati si sono infatti dispersi all’interno degli opposti schieramenti mentre gli ex- o post- comunisti, che sembravano destinati secondo logica a raccogliere l’eredità del vecchio e più o meno glorioso nome, non possono usarlo in alcun modo all’interno dell’attuale PD perché inviso agli ex- o post-democristiani più o meno di sinistra compresa persino la pasionaria Rosy Bindi. Una residua bandiera socialista viene innalzata dalla porzione più moderata e più consistente dell’estrema sinistra capeggiata da Nichi Vendola, in attesa anch’essa, però, di rientrare in parlamento dopo la disfatta elettorale del 2008 e dimostrarsi comunque non effimera.

Su questo sfondo, la complessità e la nebulosità della questione acquistano adesso aspetti addirittura grotteschi. In un’intervista al Corriere della sera l’ex ministro Antonio Martino, alfiere del liberalismo più ferreo, denuncia un’asserita deriva socialista del governo Berlusconi. Gli replica Stefania Craxi, sottosegretaria agli Esteri, protestando per l’offesa all’ “onoratissima parola socialismo” e lanciandosi in una distinzione e una teorizzazione decisamente ardite. A suo dire, infatti, il socialismo di matrice ottocentesca, dopo i successi ottenuti con l’emancipazione di interi popoli e categorie sociali, sarebbe entrato in crisi negli anni Settanta quando, “conquistato il welfare state, non trovò più alcuna meta da additare”.

Missione compiuta, insomma. Fine della storia, allora? No, perchè ci pensò Craxi padre a prolungarla. Sarebbe stato infatti lui a “capire per primo che i nuovi traguardi andavano cercati nella valorizzazione della persona e nell’ampliamento delle libertà”, trovando una folta schiera di imitatori in tutta Europa compresi Tony Blair, i tedeschi della SPD, Zapatero e dirigenti vari della nuova Europa dell’est. Peccato che i traguardi additati dal defunto Bettino, per quanto nobilissimi, fossero perseguiti già da qualche secolo, sia pure con periodici sbandamenti e distrazioni, dagli antagonisti storici del socialismo senza che si sentisse il bisogno di rinforzi proprio dalla sua parte.

Peccato, inoltre, che Martino non sia certo isolato nel rimproverare a Berlusconi e soci la perdita strada facendo dello slancio liberalizzatore ostentato in partenza, senza che ciò impedisse alla Craxi figlia di continuare a trovarsi a suo agio nella Casa delle libertà e di manifestare invece qualche disagio soltanto ora che altri ex socialisti passati al centro-destra, a cominciare da Tremonti, danno segni di ripensamento sull’indiscutibilità del liberismo ad oltranza e della globalizzazione. Stefania peraltro esclude che il collega rischi ricadute nel socialismo e attribuisce piuttosto al “bossismo” l’assenza di tagli ai costi della politica nella manovra da 79 miliardi, che sembra deplorare. Ma non era stato suo padre a proclamare in parlamento, per discolparsi chiamando tutti gli altri a correi, che la politica, in democrazia, aveva i suoi sacrosanti costi?

Peccato, infine, che i suddetti ripensamenti siano nati dalla grande crisi ancora e più che mai aperta dell’economia e della finanza occidentali con conseguenti ripercussioni sul welfare state, che lungi dal confermarsi una conquista definitivamente acquisita è entrato a sua volta in sofferenza. Col concorso di altri fattori anche di politica estera, ne è scaturita una virata a sinistra dei maggiori partiti europei di tipo socialista, dalla SPD ai laburisti inglesi, passati sotto la guida di nuovi dirigenti apparentemente dimentichi degli insegnamenti di Bettino Craxi. E ciò mentre persino Obama, in America, viene accusato dalla destra di inclinazioni bolsceviche. Cose, queste, che la fiera Stefania, benché sottosegretario agli Esteri, sembrerebbe ignorare ovvero non tenere in alcuna considerazione.

Mevio Squinzia

BATTISTI LIBÉRÉ, L’ITALIE “HUMILIÈE”

La décision de la justice brésilienne de libérer l’ancien militant d’extrême-gauche Cesare Battisti a provoqué de nombreuses réactions en Italie, où il a été condamné par contumace à la réclusion à perpétuité pour quatre meurtres et complicité de meurtres commis à la fin des années 1970. Pour leJDD.fr, Alberto Toscano, journaliste et écrivain, explique l’état d’esprit des Italiens.

La libération de Battisti a-t-elle provoqué la colère des Italiens?
Ce n’est pas une réaction de colère ou de vengeance mais de déception. Le fait qu’une décision de justice [sa condamnation à perpétuité par la justice italienne en 1993, ndlr], dans un cas si grave, ne soit pas appliquée est vécu par les Italiens comme une humiliation nationale. Il y a un sentiment d’amertume. Il n’est pas question d’harceler Cesare Battisti pour se venger de quelque chose. Mais tous ceux qui ont vécu la peur à cette époque et la tragédie du terrorisme ont le droit de ne pas être humiliés. Le problème finalement, ce n’est pas que Battisti soit libéré, mais que la magistrature italienne ait été bafouée.

En Italie, comment s’explique-t-on la décision brésilienne de libérer Cesare Battisti?
On se l’explique par des considérations politiques, quoi sont elles-mêmes le fruit de pressions internationales, notamment françaises. Le dernier jour de son mandat, le président Lula a décidé de libérer Battisti. La Cour suprême brésilienne n’a fait que confirmer la décision du président brésilien. Pourtant, elle avait dans un premier temps décidé de l’extrader. Cela voulait bien dire que le dossier juridique était bien ficelé. C’est donc un calcul politique du président Lula.

«Cela étonne les Français qui ont une attitude un peu légère vis-à-vis de l’Italie»

En Italie, la classe politique est unanime pour condamner cette libération…
Oui. Cela étonne les Français qui ont une attitude un peu légère vis-à-vis de l’Italie et qui ne prennent pas la peine d’étudier l’histoire de l’Italie avant de prendre une position politique. Une partie du monde politique français a d’ailleurs manqué de respect à l’Italie au sujet du terrorisme. Or, en Italie, l’ensemble de l’opinion publique considère que Battisti aurait dû être extradé. Mais je le répète, ce n’est pas une question de vengeance. Il s’agit tout simplement de défendre la démocratie italienne et sa dignité.

Le souvenir de ces années de plomb est-il toujours très présent en Italie?
Le souvenir est très présent dans toutes les têtes de ceux qui ont vécu cette période horrible, où les terroristes d’extrême droite et d’extrême gauche ont combattu la démocratie. Ces deux formes différentes de terrorisme voulaient la même chose : la déstabilisation de l’état de droit démocratique. Durant cette période, des centaines de personnes ont été tuées, des actes de violences ont été commis contre des magistrats, des journalistes, des professeurs d’université… A l’époque, tous ceux qui étaient loyaux au principe de l’Etat républicain risquaient leur vie. Je cite toujours cet exemple très symbolique de l’actuelle présidente du parti démocrate italien, Rosy Bindi, qui était à côté d’un professeur d’université au moment où il a été assassiné par les Brigades rouges. Ce souvenir est donc encore très vif parmi les hommes politiques actuellement au pouvoir en Italie.

La page n’est donc pas tournée…
En Italie, on voudrait bien tourner la page mais pour cela, il faut que l’on dise clairement de quel côté était le mal, de quel côté était le bien, pour qu’il n’y ait pas d’ambiguïté. Les victimes du terrorisme sont celles qui se sont battues pour notre démocratie et notre état de droit. La démocratie était du côté de l’écrasante majorité du peuple italien qui a traversé cette période difficile avec courage. Et les Italiens sont fiers d’avoir gagné par des moyens démocratiques la bataille pour la défense de leurs institutions.

Marianne Enault – leJDD.fr
Jeudi 09 Juin 2011

CASO BATTISTI: PER CHI SUONA LA CAMPANA

Per capirci meglio

L’indignazione nazionale per il no carioca all’estradizione di Cesare Battisti (da non confondersi con il suo omonimo, ormai probabilmente anonimo, cui sono ancora intitolate migliaia di vie e piazze d’Italia), restituito addirittura alla piena e incondizionata libertà, è corale e pressocchè unanime. Come non condividerla? Se il personaggio fosse minimamente simpatico, se avesse dato per lunghi anni e anzi decenni qualche segno di resipiscenza e se la sua latitanza non fosse stata pervicacemente protetta da una muta di boriosi quanto ignoranti intellettualoidi transalpini, qualche circostanza attenuante a suo discarico si potrebbe anche trovare e far valere. Ad esempio, la lontananza nel tempo delle sue malefatte, commesse quando era da poco maggiorenne; i suoi odierni coetanei vengono generalmente definiti ragazzi nelle cronache, giudiziarie e non, e tali rimangono fin quasi alla quarantina.

Simpaticissimi, poi, non sono neppure i suoi attuali ospitanti e protettori, che negano credibilità alla giustizia italiana, forti della loro recente ascesa a membri del club dei nuovi potenti della terra, ma fino a ieri facevano notizia, in campo extracalcistico, soprattutto per gli eccidi degli indios della foresta amazzonica e di chi li difendeva dalla speculazione selvaggia anche in quanto assassina. E, prima ancora, per l’altrettanto drastica soluzione del problema dei “ragazzi di strada” di Rio con il repulisti affidato a squadre di autonominati ma tollerati giustizieri.

Eppure…purtroppo c’è un eppure che a differenza di Battisti può effettivamente rendere più comprensibile se non proprio giustificare la scelta dei governanti brasiliani. Alle loro orecchie, nonostante la distanza, sarà certamente arrivato qualcosa di tutto ciò che si dice e si scrive da noi, giornalmente, circa il cattivo funzionamento della nostra giustizia, anche da parte di chi non condivide e semmai condanna la campagna berlusconiana contro la magistratura. L’ex presidente Lula e i suoi amici, d’altronde, avranno sicuramente saputo, fors’anche direttamente dal nostro premier come altri ”grandi”, che lo stesso capo del governo italiano è vittima di una persecuzione da parte della suddetta magistratura, alla cui dittatura sarebbe soggetto lo stesso paese.

Se poi, essendo Lula e i suoi collocati alquanto a sinistra, non crederanno che si tratti (né Berlusconi avrà troppo ricamato al riguardo, con loro) di una magistratura e di una dittatura comuniste, avranno in compenso avuto altresì sentore del fatto che dalle file della sinistra italiana si levano non di rado denunce più o meno vibranti di un regime dittatoriale che lo stesso Berlusconi starebbe instaurando nel paese e addirittura invocazioni di un colpo di Stato, magari militare, per sventare una simile minaccia.

Stando così le cose, è proprio il caso di stupirsi e scandalizzarsi per il diniego di estradare uno scrittore di apprezzati libri gialli oggi apparentemente inoffensivo benché condannato trent’anni fa per alcuni omicidi perpetrati in un clima di tensione politico-sociale e secondo qualcuno addirittura di guerra civile? Duole ammetterlo, ma sembrerebbe di dover rispondere negativamente.

Nemesio Morlacchi

REFERENDUM, LA RIFORMA DEL QUORUM RESTA NECESSARIA

Era dal 1995 che un referendum in Italia non raggiungeva il quorum del 50%+1. Ce l’hanno fatta i quattro quesiti su acqua, nucleare e legittimo impedimento, con un’affluenza che è arrivata al 57%. Schiacciante la vittoria dei “sì”.

Per quanto riguarda il merito dei quesiti, traspare un rifiuto diffuso nel popolo italiano dell’energia nucleare. Probabilmente è stata l’ondata emotiva dopo l’incidente di Fukushima a portare la gente a votare, e non un calcolo razionale costi/benefici nel medio periodo della tecnologia nucleare di terza generazione.

Allo stesso modo pare evidente la preferenza per l’acqua pubblica. Gli sprechi e i malfunzionamenti della rete idrica nazionale sono sotto gli occhi di tutti, ma l’affidamento ai privati senza garanzia di un effettivo miglioramento è uno strumento giudicato inefficace dalla volontà popolare.

Resta infine il legittimo impedimento. Questo quesito era il più “politico” dei quattro, quasi una sorta di voto sulla legislazione ad personam che Berlusconi ha imposto al Paese negli ultimi anni. Non ha rilevato che la Corte Costituzionale avesse già azzoppato il legittimo impedimento. Non è servito nemmeno dire che di qui a pochi mesi sarebbe scaduto. Il referendum ha reso manifesto un sentimento di insofferenza nei confronti di Berlusconi, anche nel suo elettorato, che covava da mesi. Basta mignotte e lenoni, basta leggi su misura, basta attacchi ai giudici, in patria e all’estero. La dittatura delle toghe rosse è solo un’ossessione del Presidente del Consiglio. Gli Italiani si sono stufati, e la maggioranza parlamentare, a furia di inseguire un cavallo sempre più pazzo, ora è minoranza nel Paese.

Ma veniamo a una questione di metodo. Il superamento del quorum dopo tanti anni rischia di far scomparire la discussione sulla riforma dello stesso.
Non è pensabile fare affidamento sulle sciagure naturali per far funzionare l’unico strumento reale di democrazia diretta previsto dalla Costituzione. Una modifica è necessaria. I referendum falliti negli ultimi anni hanno pagato dazio all’astensionismo fisiologico (anche per questo la recente vittoria è straordinaria) più che non ad un’effettiva avversione ai quesiti proposti. Sosteniamo allora la proposta per cui si vuole calcolare il quorum non sugli aventi diritto, ma sui votanti alle ultime elezioni politiche (o su una media delle ultime consultazioni nazionali). Sperando che il rischio di un più facile (e onesto) raggiungimento del quorum spinga i contrari ad andare a votare “no”, ridando finalmente vita e senso all’istituto referendario.

T. C.

La Moratti e Berlusconi in versione forcaiola

Su una cosa Berlusconi ha sempre avuto ragione: l’odiosità dei processi mediatici. Non tanto per il suo caso, infangato da leggi ad personam e porcherie giuridiche di ogni sorta, quanto per i comuni cittadini coinvolti in casi di interesse pubblico.

Vige la comprensibile, ma non per questo meno odiosa, abitudine di dare un risalto enorme alle accuse, all’avviso di garanzia, ad eventuali condanne intermedie, e minimo alle successive assoluzioni, magari intercorse a distanza di mesi o anni. In questo modo la vita delle persone coinvolte viene rovinata, buttata in pasto alla folla, senza troppo interrogarsi sulle ripercussioni di un tale trattamento. Rovinata la famiglia, rovinati gli amici, rovinato il lavoro, la reputazione, la stabilità psicologica e via così.

La battaglia perché questo sputtanamento sulla pubblica piazza venga se non terminato, almeno ridotto, è l’unica battaglia del centrodestra che, da garantisti, non si può non sottoscrivere.

Eppure a 72 ore dal silenzio elettorale, a 27 secondi dalla fine del dibattito televisivo, Letizia Moratti ha scelto dare un calcio a quel poco di giusto che era rimasto nel patrimonio politico della sua fazione, ed ha accusato il suo sfidante, Giuliano Pisapia, di essere stato condannato per furto di un furgone utilizzato a fini di sequestro di persona e violenza.

L’accusa si è dimostrata falsa nel giro di pochi minuti. L’assoluzione, non per amnistia (come invece accadde a Berlusconi per la falsa testimonianza circa la sua appartenenza alla loggia P2) ma per non aver commesso il fatto, è stata prodotta e pubblicata immediatamente.

Ma invece di doverose scuse per il macroscopico errore, o quantomeno per la caduta di stile, il sindaco Letizia Moratti ha rincarato la dose, subito spalleggiata dal suo partito e dal presidente del Consiglio. “Non volevo dimostrare la sua colpevolezza ma la sua contiguità col terrorismo rosso”, è la teoria della signora Moratti.

Di male in peggio. Per una destra che si è spacciata come liberale e garantista (il primo aggettivo si era rivelato male appropriato già molti anni fa) imbracciare una sentenza di condanna di primo grado, contraddetta in appello, per colpire l’avversario è umiliante. Significa essere proprio ridotti ai minimi termini. Perché della sentenza non interessa il merito, ma lo “stigma sociale” che essa produce. Oltretutto Pisapia fu sì accusato di essere amico di alcuni terroristi rossi, ma nella sua assoluzione, oltre all’estraneità alle fattispecie delittuose, è stato dimostrato anche che non conosceva i terroristi in questione. L’unico appiglio che rimane a Moratti&Co. è la militanza nella sinistra extraparlamentare di Pisapia in gioventù.

Da questo punto di vista penso che però il centrodestra non possa dare lezioni. Sorvoliamo su Brandirali (ex maoista, poi forzitaliota) e casi analoghi, ma ci sono il sindaco di Roma, collega di partito della Moratti, e molti altri ministri e deputati Pdl che non fanno mistero del proprio passato nelle fila dell’estrema destra. Neofascisti insomma.

Senza cedere alla tentazione di dire chi fossero più cattivi, i rossi o i neri, possiamo comunque constatare che una ampia fetta della nostra classe politica negli anni di piombo frequentava ambienti estremisti. Oggi l’Italia è cambiata, non tanto in meglio quanto si sarebbe potuto sperare, ma di sicuro è mutato il contesto politico. Non ha senso rivangare militanze passate che sono state superate dalla Storia.

A meno che i neri, oggi istituzionali, non inizino a fare leggi razziali.

A meno che i rossi, oggi moderati, non abbiano nel programma l’esproprio dei mezzi di produzione.

Sempre che si voglia essere garantisti.

Sempre che non si utilizzi lo stigma sociale della pena come mezzuccio per raccattare consenso.

Tommaso Canetta

SGOMENTO DI REGIME: La scaramanzia agirà?

Strana, e abbastanza comica, dopo i fatti di fine marzo la costernazione degli editorialisti, dei canonici e sagrestani della Costituzione, delle anime belle che amano la Repubblica. ‘Mai così in basso’ ‘Imbarbarimento’ ‘Ormai il Parlamento è fuori controllo’ ‘La generazione dei De Gasperi e dei Pajetta non si dava al turpiloquio’ ‘Di ominicchi così non se ne può più’ ‘Gentaglia’ ‘Non ci meritavamo tanto scempio’  ‘Non si va più avanti’ ‘Il fiume sta per straripare’ ‘A un passo dal baratro’ e così via.

Ora, fin quando si tratta di confronti con la temperie del parlamento subalpino, a palazzo Carignano, e persino con le maniere e le marsine dei giorni di Di Rudinì, poco male. Ben più turpi sono dal 1945 i misfatti del regime. Ma quando leggiamo ‘A un passo dal baratro’ e ‘Dove finiremo?’ si impone la domanda: che si intende, precisamente, per baratro e per fine?. La morte delle istituzioni? E che baratro sarebbe:  sorsero malate e sono da parecchio nel marasma (=stadio pre-agonico). Istituzioni che non meritano quasi niente, c’è dramma se muoiono? Verosimilmente, più che l’affezione a ciò che abbiamo avuto per 66 anni, è l’avvenire, il dopo-Terza repubblica, che terrorizza quanti si erano appena compiaciuti che il Quirinale papalregio e gli altri palazzi del potere si portassero così bene, a 150 anni. Allora, che baratro si teme? La libanizzazione? La libizzazione? Una guerra civile come diecimila altre nella storia? Il destino della repubblica di Weimar e di quella di Spagna?

E’ opinione diffusa che manchino le condizioni tradizionali per una svolta violenta. Peraltro: la repubblica di Weimar, che morì il 30 gennaio 1933 (Hitler cancelliere), aveva superato le sue fasi più drammatiche dieci anni prima, quando la Reichswehr schiacciò il tentativo di rivoluzione rossa in Sassonia e in Turingia; e quando il Rentenmark di Hjalmar Schacht spense di colpo la più orrenda delle inflazioni. Insomma Hitler salì al potere che l’economia della Germania, ripresasi prima della metà degli anni Venti, già cominciava a superare, disoccupazione a parte, le conseguenze della Grande Depressione. Notiamolo dunque: il passaggio al nazismo avvenne in un momento duro ma non il più tragico di Weimar.

Il caso spagnolo si addice al nostro, non poco. Si compose di due crisi molto gravi, nel 1923 e nel 1936, intervallate da un relativo benessere dell’economia. Nel 1923, quando il generale Miguel Primo de Rivera (padre di José Antonio, il fondatore della Falange) si fece dittatore senza colpo ferire, il sistema costituzionale agonizzava. Il parlamentarismo liberal-conservatore, avviato da Canovas del Castillo con la prima restaurazione della dinastia borbonica, si era dimostrato in quarantasette anni un assetto oligarchico tra i meno efficienti: analogo al nostro, pluto-democratico, progressista a chiacchiere, truffaldino come pochi, nel quale a centinaia con cravatta rossa percepiscono un milione all’anno.

I notabili liberali che dal 1876 si erano alternati al governo a Madrid avevano soprattutto gestito l’immobilismo: rubando molto meno che la partitocrazia italiana nata nel 1945, però indifferente alla miseria dei ceti proletari.  In più i politici di Alfonso XIII non erano stati capaci di liquidare gli avanzi di un colonialismo condannato senza speranza dalla disfatta del 1898 nella guerra con gli Stati Uniti. Si ripete che il Re perdette il trono per i postumi di un disastro militare nel Marocco. In realtà fu la questione sociale ad abbattere la monarchia liberale dei benestanti.

Da anni i conflitti di lavoro avevano preso la piega della rivoluzione. La Spagna era sola a conoscere un anarchismo militante, votato all’insurrezione e al terrorismo. Nel quinquennio che precedette il colpo di stato del 1923 erano avvenuti quasi 1200 attentati, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1923 uno sciopero generale dei trasporti aveva fatto 22 morti. L’anno prima si erano contati 429 scioperi politici. All’inevitabile ribellismo proletario rispondeva la violenza controterroristica dei pistoleros padronali..

Dopo la catastrofe del 1898 il pensatore Joaquin Costa, un Mazzini/Cattaneo iberico, iniziatore del movimento intellettuale ‘rigenerazionista’, aveva predicato che la Spagna non si sarebbe salvata se un ‘chirurgo di ferro’ non avesse amputato la cancrena nazionale. I primi due decenni del Novecento, anche col moltiplicarsi in Europa dei movimenti antiparlamentari e autoritari, dimostrarono che Costa aveva ragione, Nel 1923 le circostanze spagnole erano divenute così intollerabili che Miguel Primo de Rivera, un generale di affiliazione liberale come tanti altri protagonisti ‘castrensi’ dell’Ottocento spagnolo e portoghese, poté compiere un colpo di stato fulmineo, facile e del tutto incruento. Ad esso andò il consenso pronto del paese, a parte l’élite intellettuale e una parte degli studenti. La Spagna approvò riconoscente. Nacque un regime militare denominato Dictadura. Finì non meno di sette anni dopo; durerà meno la Repubblica di Azana e della Pasionaria, esaltata dal sinistrismo internazionale.

La forte popolarità di Primo de Rivera andò scemando quando in Spagna arrivarono le ripercussioni (pur meno gravi che in altri paesi) della Depressione del ’29, e quando la finanza statale fu aggredita dai debiti dei grandi lavori pubblici e dell’avvio del Welfare State, entrambi ostinatamente voluti da Primo. Marchese e Grande di Spagna, il generale promosse nel concreto il riscatto della classe lavoratrice. Collaborò strettamente col forte partito socialista di Largo Caballero (capo del governo antifranchista, prima di Negrin), anzi provò a trasformarlo in partito unico di regime. Primo de Rivera fu odiato dalle classi alte, che risultarono, insieme ai notabili liberali e agli scrittori, la sua opposizione. Non fu abbattuto: lasciò istantaneamente il potere e la Spagna quando i capi delle forze armate declinarono di dargli una specie di voto di fiducia. Il suo regime non era stato né sanguinario né propriamente poliziesco:

Gli italiani di oggi disprezzano la loro classe politica. La cleptocrazia che essa gestisce li disgusta. Le Istituzioni, anch’esse possedute dai partiti -non importa se governativi o d’opposizione- hanno sempre meno titolo ad essere difese. Dopo sessantasei anni di malaffare, si può dubitare che ove sorgesse un Primo de Rivera,  con la sua propensione per il popolo, la sua personale onestà di gran signore andaluso, persino la sua demagogica bonomia, egli prenderebbe il potere in Italia? Che quasi d’incanto sparirebbero gli oppositori fermissimi e ‘viola’? Che almeno in una fase iniziale egli avrebbe il sostegno del paese?

Questo, sotto sotto, sgomenta gli opinion makers, i moschettieri delle Istituzioni (il 25 luglio ’43 quelli del Duce non mossero un dito; lo stesso farebbero i moschettieri di De Benedetti). Le beghine della Costituzione piangerebbero in silenzio, però senza esagerare.

Impaurisce il regime che il suo sopravvivere sia appeso a non più di tre fili. 1). Che non nasca un uomo d’azione, persino mancante della gloria di Charles De Gaulle (quando agì, Primo de Rivera non aveva la gloria di De Gaulle). 2). Che l’economia non si sfilacci troppo. 3). Che la pace sociale e la rassegnazione non vengano cancellate di colpo da eventi traumatici. Il più duro di essi potrebbe essere, da un certo punto in poi, lo ‘tsunami umano’ dall’Africa, e non solo.

Forse i traumi gravi non sono imminenti, sempre che l’economia non deperisca troppo. La costernazione degli editorialisti e delle anime belle passerà. Il turpiloquio (peccato veniale) e il furto eufemizzato come costo della politica (peccato capitale) continueranno. Però il Mubarak collettivo che ci possiede faccia qualche gesto dimostrativo. Altrimenti il banchetto dei Proci finirà come quella volta, in una delle isole ionie.

A.M.C

Bunga Bunga – Priapo, Fantozzi e Drive In

Mentre qualcuno rimpiange di non poter sparare agli immigrati, la Chiesa si indigna, ovviamente per il mancato sostegno dell’Europa all’Italia (gli spari del resto li possiamo contestualizzare nella, in assenza di una definizione più corretta, “mente” del leghista Castelli), il Parlamento si occupa di una legge, la prescrizione breve, che a detta del ministro Alfano ha un impatto irrisorio sui processi (e allora perchè sono settimane che l’aula ne discute?), la Chiesa (sempre lei) per azzeccarne una deve affidarsi ad un errore di traduzione, nel Belpaese ruba la scena l’ulitma sul Bunga Bunga.

Due giovanissime ragazze aggiungono la loro testimonianza al già interminabile elenco di prove contro il presidente del Consiglio. Quale rilevanza abbiano lo decideranno i magistrati, intanto è grottesco e divertente (questo del resto è lo spirito del tempo) indulgere su due o tre particolari.

Primo – La Statua di Priapo. Confermando la sua passione per il mondo classico (vi ricordate le tombe fenice di villa Certosa?) pare che il mai domo presidente del Consiglio facesse girare nelle cene di Arcore una statuetta di Priapo (per chi non lo sapesse, dio della fecondità: insomma un ometto piccolo piccolo con un grosso grosso pene), e invitasse le sue ospiti femminili ad intrattenersi col suddetto in un qualche gioco erotico.

Secondo – E’ un bel presidente! Berlusconi racconta barzellette sconce che, come nella tradizione dei migliori consigli d’amministrazione, non fanno ridere i sottoposti meno zelanti. Interviene Emilio Fede con piccoli colpi di gomito, invitando le più riottose (o quantomeno quelle dotate di un senso dell’umorismo degno di questo nome) ad unirsi al coro di risate “eccessive e forzate”. Un film di fantozzi, privato di umanità e decoro (che già non grondano abbondanti), non avrebbe potuto regalare una scena di maggior servilismo.

Terzo – Rejoice. In una versione privata e depravata del Drive In, ad Arcore le sedicenti pupille (o culi – copyright Ruby) del presidente del Consiglio, sempre secondo il resoconto delle due giovani testimoni, ”si dimenavano, ballavano, cantavano ‘Meno male che Silvio c’è’, si facevano baciare i seni dal presidente, lo toccavano nelle parti intime e poi facevano lo stesso con Fede”. E qui viene il bello. “A un certo punto Berlusconi, visibilmente contento (sic!), disse ‘Allora siete pronte per il bunga bunga?’, e tutte le ragazze in coro hanno urlato ‘Siiii!’”.

Non è che la notizia stupisca. Difficilmente uno si può immaginare che a uno degli uomini più ricchi d’Italia tocchino in sorte delle sciatte prostitute annoiate che masticano la cicca e fumano distratte, ed all’invito “Facciamo il bunga bunga?” rispondono “Sì vabbè, cheppalle…”. Però è sempre edificante sapere come si comporta, e che comportamento pretende, il proprio presidente del Consiglio.
Ora si capisce il viso scuro con cui affronta le lungaggini parlamentari, che a sua detta “trasformano un purosange in un ippopotamo”, e i limiti della Costituzione. Non sarebbe tutto molto più semplice se le cose andassero semplicemente come vuole lui?

“Allora siete pronti per il processo breve?”, “Siiiii!”, “L’Aula approva”.

Tommaso Canetta

da La Stecca

BEATI I PURI DI CUORE PERCHE’ VEDRANNO B.

«Purché questa libertà non divenga pretesto per vivere secondo la carne»

San Paolo, Lettera ai Galati 5,13

Vorremmo qui provare ad affrontare il caso Ruby in maniera strettamente morale. E per farlo adotteremo la morale cattolica, cui Comunione e Liberazione non può dirsi esente, o peggio, superiore. Lo spunto di riflessione parte dalle argomentazioni in difesa del premier che oggi molti appartenenti al movimento carismatico di don Luigi Giussani – cui bisogna aggiungere anche molti cattolici – avanzano con quantità di ragionamenti.

UN ARTICOLO DI “FEDE” Leggiamo l’articolo di Oscar Pini Non sarà mai il moralismo a renderci migliori, ricevuto e subito pubblicato sul portale Sussidiario.net, il principale sito d’informazione di Comunione e Liberazione. Pini sostiene che l’intervento del Cardinal Bagnasco in merito alla questione morale della politica italiana metta in luce la vera necessità del Paese: quella di perdonare e comprendere la debolezza dell’uomo (dicasi Berlusconi), in favore del conseguimento di un più impellente bene comune. Pini separa così la moralità privata, sempre fallibile e colma di peccato, da una più fulgida moralità pubblica, unica cartina di tornasole attraverso cui giudicare l’operato di un ufficiale dello Stato. Secondo Pini – e con lui gran parte di un certo mondo cattolico – il presidente del Consiglio non dovrebbe essere tacciato di immoralità, pena la fine della democrazia sotto la scorta di «una società che faccia di alcuni valori morali preventivamente selezionati e adeguatamente enfatizzati uno strumento di lotta politica per l’eliminazione degli avversari».

Ma la dottrina morale cattolica non è esattamente una di queste società? Quella cioè in cui alcuni valori morali preventivamente selezionati ed enfatizzati diventano uno strumento, se non di lotta (quale governo democristiano non li ha utilizzati per le proprie lotte?), di indirizzo della politica? In realtà, la dottrina morale cattolica non si esprime in questi termini. E lo sa anche Pini. Nella sua Veritatis Splendor – summa della morale cattolica romana – Papa Giovanni Paolo II parla di morale come chiamata della propria coscienza alla legge di Dio, che rappresenta sempre e comunque il bene dell’uomo. Di più. Giovanni Paolo II spiega come «l’autonomia della ragione non può significare la creazione, da parte della stessa ragione, dei valori e delle norme morali». Esiste dunque una morale fondativa ed edenica dell’uomo verso il bene che precede quella razionale: cioè la morale consolidata dalle abitudini e formalizzata  – razionalmente – dalla legge umana. La Veritatis Splendor giunge ad affermare che la vera libertà sia soltanto quella che, in ottemperanza alla legge di Dio, è liberata dal male: perché porsi sotto la legge divina non è schiavitù, ma pienezza dell’umanità.

LA MORALE E L’AMORALE (CATTOLICO) Partendo da questo presupposto, che cosa ci suggerisce la morale cattolica circa gli scandali sessuali del premier? Con San Paolo potremmo dire: «Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà». Il passaggio dalla morale privata («rinnovamento della mente») a quella pubblica («perfetta volontà») è qui più che mai chiaro. San Paolo chiarisce come la propria conversione – e dunque la propria fede personale – siano il presupposto per l’agire libero («volontà») sotto la guida di Dio. Che è il bene dell’uomo e l’espressione più autentica dell’umanità. La morale privata – privatissima in quanto concerne la propria scelta di conversione – emana le linee guida per l’agire in società e costruire quel bene comune che Oscar Pini e il cardinal Bagnasco tanto invocano.

È lo stesso Vangelo a pronunciarsi senza alcuna ombra di dubbio sulla necessità di una integrità della propria morale, della mancanza di ambiguità. Qualsiasi sia la posizione che si ricopre. Ogni volta che Gesù avvicina i Farisei, questo incontro diventa lo spunto per una condanna netta ed inequivocabile della loro doppiezza: quell’atteggiamento per cui la legge (la morale pubblica e codificata), diventa più importante di quella privata. Il cristiano autentico non è quello che agisce soltanto perché la Legge lo impone, bensì come colui che secondo le parole del Beato Angelico: «Evita il male perché è male, costui è libero».

LA VERITA’ VI RERNDERA’ PRESCRITTI Silvo Berlusconi, da un punto di vista strettamente cattolico, non sarebbe un uomo libero, in quanto le sue azioni pubbliche – pur lodate dalla Chiesa – risulterebbero inficiate proprio dalla condotta morale privata dissoluta e peccaminosa. Il discorso delle beatitudini di Gesù è ancora più esplicito: «Beati i puri di cuore». Dove la «purezza», con le parole della teologa Isabelle Chareire dell’Università Cattolica di Lione, è quel «dinamismo interiore che a partire dalla verità personale incontra la legge». Legge che addirittura, per un cristiano, viene dopo la scelta del proprio comportamento: «La legge non viene per prima, ma per ultima, dal momento che si pone come istanza di verifica del desiderio o del progetto etico; la legge è la realizzazione e non il requisito della filtrazione di senso della nostra azione».

Il comportamento di Berlusconi nel suo privato rompe proprio questo schema. E così agisce nel senso opposto a quello millantato da Pini. Se la legge è il risultato di una scelta intima di adeguamento alla fede, allora Berlusconi scegliendo una morale privata diversa da quella ufficiale, intacca quella ufficiale, addirittura “ufficializzando” ciò che per un cristiano è inammissibile. Che la legge degli uomini – quella razionale – sia sempre e comunque più importante di quella divina, che si esprime, in principio, nel privato. Ed è lo stesso Pini ad affermare qualcosa che va contro la sua fede: «il fatto che nell’attuale contingenza tutta l’attenzione si sposti sulla moralità intesa come capacità di coerenza nei comportamenti privati non lascia tranquilli, poiché mantiene aperto il varco a pericolose strumentalizzazioni, indebolendo la stabilità del Paese e distogliendo dalle urgenze che occorrerebbe affrontare e a partire dalle quali anzitutto giudicare le decisioni di chi si assume una responsabilità nella sfera politica». Per il cristianissimo Pini dunque, la ragion di Stato prevarrebbe su qualsiasi discorso morale. Ma, lo ripetiamo, secondo la Veritatis Splendor: la ragione da sola non è sufficiente alla creazione di valori e leggi. A meno che la Chiesa giunga a sostenere che il comportamento privato di Berlusconi appartiene al suo dinamismo interiore di adeguamento alla legge divina che lo ispira quando, in pubblico, difende la libertas ecclesiae. Ma così dicendo, dovrebbero affidare a Pini almeno la riscrittura del catechismo.

Gabriele Pieroni
Giornalista
Phone: (+39) 338 77 18 402
Mail:

NO A LEGGI FATTE IN BASE ALLA CRONACA NERA

Nel febbraio 2009 il governo varò un pacchetto sicurezza che comprendeva, tra le altre misure, l’obbligo per i giudici di disporre la custodia cautelare in carcere nel caso di gravi indizi di stupro a carico del soggetto. Un anno e mezzo dopo la Corte Costituzionale bocciò questo provvedimento. Le misure cautelari possono essere disposte in presenza di esigenze cautelari (pericolo di fuga, reiterazione o inquinamento delle prove), e devono rispettare il principio di adeguatezza e proporzionalità. Insomma, devono adattarsi al caso concreto e il soggetto incaricato di calare nella realtà la norma non può essere altro che il giudice.

Perché allora il governo varò una norma tanto assurda e sicuramente incostituzionale? Purtroppo la risposta è quasi banale. Pochi giorni prima del varo del decreto sicurezza si era verificato un brutto caso di cronaca. A Roma una ragazza era stata stuprata nel bagno di una discoteca da un ventenne italiano, ubriaco, che aveva poi confessato e nei cui confronti erano stati disposti gli arresti domiciliari. Il giudice aveva infatti considerato che non ci fossero esigenze cautelari particolarmente gravi e che, considerate le circostanze del fatto e la personalità del reo, gli arresti domiciliari fossero adeguati. I mezzi di comunicazione e, ovviamente, buona parte del mondo politico avevano gridato allo scandalo. L’opinione pubblica inferocita chiedeva vendetta contro gli stupratori, e i forcaioli di professione agitavano il cappio della castrazione chimica e, perché no, della pena di morte.

Questo caso è emblematico di un problema che si va facendo sempre più grave per la democrazia italiana, e non solo: la politica legislativa non può essere dettata dalla cronaca. E’ stupido farlo per una serie di motivi.

Innanzitutto la cronaca focalizza l’attenzione su situazioni particolari, non sul quadro generale. Tutta l’enfasi posta sul contrasto agli sbarchi di immigrati, ammesso che sia una misura giusta e condivisibile, ha fatto sottacere che solo una percentuale inferiore al 10% dei clandestini arriva via mare. O ancora, il continuo sbattere in prima pagina casi di stupro in strada ci fa dimenticare che la stragrande maggioranza delle violenze sessuali sono commesse in casa da parte dei parenti.

In secondo luogo fare leggi sulla spinta delle emozioni spesso produce risultati controproducenti. Nel 2008 bastò ventilare l’ipotesi che i medici fossero obbligati a denunciare i clandestini che si recavano da loro per le cure, per terrorizzare gli immigrati irregolari. A due anni di distanza il numero di clandestini complessivo non è sceso, in compenso sono in aumento i casi di tubercolosi e altre malattie che vanno diffondendosi nell’assenza di cure.

Spesso c’è poi un contrasto con la Costituzione. La norma suprema è stata scritta per durare, per essere generale e non particolare, per incarnare principi a cui tutto l’ordinamento deve essere uniformato, anche se non sono popolari. Come il principio per cui anche se la pancia di ognuno di noi reclama sangue contro sangue, la testa deve farci lavorare per la rieducazione dei criminali, sempre. Perché non solo è giusto, ma soprattutto è utile.

Ultimo importante motivo per cui evitare che sia la cronaca a dettare l’agenda legislativa del governo è che il rischio di manipolazione della realtà è fortissimo, e accorgersene è praticamente impossibile. Nel 2007-2008 tutti i dati sulla criminalità erano in calo. Le percentuali di alcuni reati gravi come rapine, furti e scippi erano addirittura più che dimezzati. Tuttavia la percezione di insicurezza su tutto il territorio della Penisola cresceva costantemente. Come mai? La risposta, anche questa purtroppo scontata, era (ed è) sotto gli occhi di tutti gli italiani alla sera verso le otto: la televisione. La percentuale di minuti dei Tg dedicati a casi di cronaca nera si era impennata. Gli speciali non parlavano d’altro che di stupri e omicidi. Una certa parte politica lucrava sul clima di terrore creato dai mezzi di informazione appartenenti ad un esponente di quella stessa fazione (ma non solo). Vinte le elezioni, giocate in modo determinante sul tema sicurezza, la fazione diventata governo cominciò la sua legislazione giocata sulla cronaca e, puntualmente, cestinata da giudici costituzionali e internazionali per manifesto contrasto con i principi inderogabili propri degli Stati moderni.

Questo stesso discorso basato sulla cronaca nera è in realtà applicabile a una vasta parte della legislazione prodotta annualmente dal governo di turno. Il problema è che questo cortocircuito nasce da elementi considerati intoccabili del nostro sistema politico e sociale: la democrazia e il pluralismo informativo. Nella distorsione che sono costretti a subire in una società di massa, l’informazione diventata merce e il voto diventato plebiscito producono mostri legislativi. La gente viene informata in modo proporzionale ai suoi gusti, non ai suoi bisogni né tanto meno alla realtà. Quindi grande spazio a cronaca nera, cronaca rosa e allo sport. La politica sì, ma purché in modo leggero. Economia, esteri e temi sociali solo se proprio non se ne può fare a meno. Difficile rendersi conto che la realtà non è fatta di stupri e rapine o di veline e calciatori.

Creato un pubblico il passo per consacrare i giusti attori è molto breve. Chi parla di emergenza sicurezza, tolleranza zero, schiera l’esercito e promette leggi da antico testamento viene acclamato. Chi spiega i fenomeni coi numeri e col senno viene dileggiato, accusato di intellettualismo, di parlare una lingua che il popolo non capisce. Se il teatro è il Parlamento e la biglietteria sono le urne, il risultato è quello che le televisioni non dicono.

Tommaso Canetta

CONTRORIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Si fa un gran parlare della “epocale” riforma della giustizia che il governo Berlusconi vorrebbe varare. I punti salienti sono noti: separazione delle carriere, sdoppiamento del Csm, obbligatorietà dell’azione penale “secondo criteri di legge”, responsabilità dei giudici, inappellabilità delle sentenze di assoluzione e polizia giudiziaria non più direttamente sotto il controllo del Pm, ma che opera secondo quanto fissato per legge.

Sorvoliamo sulla concreta possibilità che una simile riforma costituzionale passi indenne dalle quattro letture di Camera e Senato e, soprattutto, dal seguente referendum confermativo. Sorvoliamo anche sul fatto che Berlusconi è la persona meno indicata per portare avanti una pur necessaria riforma del sistema giudiziario, essendo al contempo imputato e legislatore.

Alcuni principi cardine della riforma sono condivisibili. La divisione delle carriere, netta e definitiva, è garanzia per il cittadino dell’imparzialità del giudice. La responsabilità dei giudici, se limitata a casi gravi, come accade per i medici che operino con tecniche avanzate e sperimentali, potrebbe essere un buon deterrente a certi malfunzionamenti dei tribunali. L’obbligatorietà dell’azione penale, di fatto, già non esiste. Troppo intasate le procure per poter dare uguale priorità a tutti i reati, così ognuna finisce con lo stabilire una propria gerarchia creando un’inaccettabile difformità sul territorio.

Tuttavia questi principi vengono stuprati e gettati nel fango in nome di un intento, affatto malcelato, di controllo della politica sulla giustizia. I due Csm, di giudici e pm, verrebbero fortemente sottoposti al potere legislativo, prevedendo che la metà dei componenti sia nominata dal Parlamento, e che il Vicepresidente venga eletto in tale metà. I “criteri di legge” che dovrebbero regolare l’azione penale sarebbero dettati dal Parlamento. La “Corte di disciplina”, che dovrebbe gestire le sanzioni in caso di responsabilità dei giudici, è anch’essa eletta per metà dal Parlamento, e il suo Presidente deve essere necessariamente eletto tra quelli nominati dal Parlamento. La polizia giudiziaria, nel corso delle indagini, sarebbe maggiormente responsabile nei confronti di quanto deciso dal Parlamento con legge, che non nei confronti di quanto deciso nel concreto dal Pm. Si ripropone poi l’assurdità del già cassato “Lodo Pecorella” per cui le sentenze di assoluzione in primo grado sarebbero inappellabili dal Pm. Indubbiamente un segnale indicativo per una riforma che ha la pretesa portare in condizioni di parità accusa e difesa.

Dunque, la riforma così com’è non può suscitare alcuna simpatia, anche nei settori non berlusconiani più favorevoli a discutere di riordino del potere giudiziario.

Ma per non essere accusati di essere capaci solo di cassare senza mai saper proporre, avanziamo alcune idee che potrebbero, forse, rendere meno indigesta la riforma, pur salvandone i principi ispiratori.

La carriere vengano separate e si sdoppino i Csm. Tuttavia la quota di nomina parlamentare venga mantenuta nella frazione di un terzo, e non della metà. Il Vicepresidente sia pure eletto nel terzo di nomina parlamentare, ma non abbia alcun potere di veto sulle decisioni del plenum.

Uguale proporzione (due terzi nominati dai giudici, un terzo dal Parlamento) sia applicata alla istituenda Corte di disciplina.

La responsabilità dei giudici venga limitata ai soli casi estremi. Non vorremmo certo giudici terrorizzati dal dover decidere circa qualsiasi causa complessa.

Si spazzi poi via dal tavolo l’assurda inappellabilità delle sentenze di assoluzione. Come il giudice può sbagliare nel condannare un innocente, allo stesso modo può sbagliare assolvendo un colpevole. Nella giustizia penale sarebbe gravissima una tale asimmetria.

Si diano delle priorità nell’esercizio dell’azione penale uniformi per tutto il territorio, ma non sia il Parlamento a deciderlo tramite legge, ma i due Csm, in seduta comune e con maggioranza qualificata, tramite un atto di indirizzo. Non vorremmo nemmeno dei politici che “casualmente” chiedano di perseguire meno i reati che più le interessano e maggiormente i reati che fanno scandalo nell’opinione pubblica.

Infine, si lasci la polizia giudiziaria sotto il controllo del Pubblico Ministero. Sarebbe grave se il necessario sodalizio tra questi due organi nel corso della indagini venisse incrinato da indicazioni di provenienza politica. La sottoposizione alla legge c’è già ed è sufficiente, questa novità avrebbe solo il senso di ridurre ulteriormente l’autonomia del Pm.

A corollario di queste proposte ci permettiamo di svolgere una considerazione conclusiva: nessuna di queste pur giuste istanze servirà a rimediare il peggiore dei mali della giustizia italiana, cioè l’eccessiva durata dei processi (specialmente di quelli civili). Per risolvere questa questione, che crea immensi danni al mondo economico ma non solo (si pensi alle sentenze di divorzio o affidamento dei minori), servono innanzitutto più risorse: più giudici, più pm, più cancellieri, più aule etc. Serve poi una seria disciplina del ricorso a metodi conciliatori extragiudiziali. Servirebbe poi l’abolizione di un grado di giudizio nella giustizia civile. Che decida in primo grado un giudice di merito in composizione collegiale, e un giudice di legittimità in ultima istanza.

Ovviamente ognuna di queste proposte suscita la resistenza di questa o quella lobby, e l’argomento è forse troppo tecnico perché l’opinione pubblica si interessi ed eserciti la necessaria pressione affinché si proceda nella giusta direzione. Ma del resto sul fondo del vaso di Pandora rimase la speranza.

Tommaso Canetta

Aspro editoriale di un Ceronetti eversore e profeta

“La Stampa”: L’Egitto insegni a due milioni tra noi sotto la guida di un Kemal Ataturk ad abbattere il nostro regime.

35 anni fa uno degli Internauti invocava contro i Proci della nostra politica, l’equivalente dell’ Immane Clistere di Ceronetti.

Pratichiamo il paternalismo ogni volta che i popoli sottomessi, p.es. gli islamici, si sollevano: ”Poverini, si erano assuefatti al servaggio, ora esplodono”. E noi italiani, ipoteticamente in gamba dalla nascita, facciamo di meglio dell’antica sottomissione islamica? Sono già passati 65 anni da quando i gerarchi fascisti furono soppiantati dai demofurfanti antifascisti, ma sottostiamo agli stessi Proci usurpatori e ladri. Si sono susseguite generazioni di gauchistes furenti, e i Proci sono sempre lì, a banchetto. Detenendo le chiavi del tesoro, attingono.

Abbiamo, noi sofisticati ed evoluti, la faccia di compiangere tunisini, egiziani eccetera perché si sono tenuti a lungo i satrapi che mandavano a Londra i miliardi rubati. Siamo stati meno pecore e conigli noi che, letto Croce e cantato Bella Ciao, ci siamo rassegnati al pensiero unico e all’Arco costituzionale forever?

Ecco perché oggi 6 febbraio 2010 è storico che “La Stampa” abbia fatto scrivere a un Ceronetti dichiaratamente “filosofo politico” un editoriale davvero al fosforo (nel senso letterale greco: fosforo=che porta la luce), anzi al trinitrotoluene. Titolo: ”La speranza che viene dall’Egitto”. Premesso che “non sappiamo fare altro che deplorare la violenza, ipocritamente“, Ceronetti va all’assalto: “Se c’è chi pensa che togliendo di mezzo Berlusconi si fa il bucato a una democrazia in condizioni di agonia, come questa in cui perdiamo tutti il rispetto di noi stessi, dire che è di vista corta è misericordia. Gli anni di Berlusconi hanno fatto emergere la verità di una forma democratica in sfacelo“.

Ancora:

Se da noi l’illegalità-chiave sono i partiti occupatori, la nazione ha il dovere di non più tollerarli. Se le illegalità sono milioni, una sola grossissima (corsivo de “La Stampa”) può purgarle tutte come un immane clistere: una rivolta popolare che sommerga letteralmente sedi e palazzi governativi e parlamentari; una marcia su Roma non di lugubri teschi ma di cittadini; un risveglio del Colosso di Goya fatto di uno, due, tre, quattro milioni di teste; la resurrezione di Bruto (…) A cosa può servire un processo dopo l’altro contro persone singole, quando un’intera classe dirigente è imputabile? Ad Ercole occorrerebbero milioni di braccia per ripulire le stalle di Augìa di questa Penisola.

E dopo il purgone, rifare tutto senza un solo batterio di quel che è stato. Eleggere una Costituente di facce nuove, senza più destra-sinistra, vuote occhiaie. Una Costituente presidenziale capace di stanare un uomo giovane, incontaminato, un Kemal Ataturk libertario, figlio di qualche sobborgo disperato, e di farne un Primo Console.

Fino a un coma tragico me l’hanno addormentata, questa parassitosa nazione. Non si vede, dappertutto stendiamo lo sguardo, che passività incurabile, torpore, inebetimento(…) La piazza egiziana ha acceso un barlume di speranza: il suo messaggio viaggerà lontano. Un Egitto che immagina qualcos’altro, per sé e per tutti, irradia una luce insolita di fresca aurora.

Profetico Ceronetti! La “grossissima illegalità” (cioè l’insurrezione); lo “immane clistere che purga milioni di illegalità”; la “rivolta popolare che sommerga tutto”; il “risveglio del colosso di Goya”; la “resurrezione di Bruto contro l’intera classe dirigente”: questo sacrosanto proclama su “La Stampa” viene 35 anni dopo che la cover story del mensile milanese “Europa Domani” invocava le stesse cose. Con un’allegoria un po’ diversa: un popolo che si fa Ulisse e spegne tutto dei Proci -partiti, politicanti, Costituzione, urne elettorali- con un arco possente su cui è scritto ‘Democrazia Diretta’ (diretta non di tutti ma di una macrogiuria dei migliori).

Io che suggerii quella copertina e avanzai quelle proposte, incoraggiato da un editore lungimirante, mi dichiaro oggi fautore e seguace entusiasta del clistere di Ceronetti. Però in tutta umiltà gli oppongo: la Costituente presidenziale di facce nuove, capace di stanare un Kemal Ataturk, non va eletta (si ritroverebbe le facce vecchie). Va sorteggiata randomcraticamente dal computer, sorteggiata con selezioni progressive e sempre più meritocratiche (per esempio, il ministro semestrale della cultura, solo tra accademici dei Lincei) proprio tra quel paio di milioni di teste che Ceronetti chiama a raccolta. Esse sono, cancellato il suffragio universale generatore del mefitico che è questa seconda o terza repubblica, portatrici di valori e di costumi infinitamente più alti. In prima fila vengono coloro che per qualche anno hanno fatto volontariato, oppure hanno virtù e saperi oggettivabili quali i più (politici compresi) non posseggono.

Tra questo popolo di supercittadini -non di iscritti all’anagrafe- si sorteggi una Costituente fervida e guidata da un uomo superiore; persino da una donna superiore, ispirata come Giovanna d’Arco o eroica come Madre Teresa di Calcutta.. Questa persona superiore Ceronetti la chiama Kemal Ataturk o Primo Console, e fa bene. Io, richiamandomi alle opere concrete di un dittatore filosocialista contemporaneo di Ataturk, la chiamo Miguel Primo de Rivera. E rimpiango non possa chiamarsi Manuel Fraga Iribarne, che conobbi come il più colto e acuto tra i governanti spagnoli ma che è caduto per l’errore di acconciarsi ai furfanteschi giochi parlamentari-elettorali. In ogni caso il nuovo Kemal dovrà avere virtù e mani salde, e poi durare poco come M. Primo de Rivera. I due milioni di futuri cittadini-arconti (ad Atene ogni coltivatore dell’Attica poteva essere sorteggiato arconte per un giorno) non assurgeranno se non saranno capeggiati da un Ulisse dall’arco infallibile.

A.M.Calderazzi

LIBERTA’ INDIVIDUALI E STATO DI DIRITTO

Due valori da conciliare, non contrapporre

Michail Suslov, gran sacerdote del marxismo-leninismo, si distingueva per una diabolica capacità di scovare nell’ideologia ufficiale ogni possibile giustificazione per qualsiasi decisione dei massimi dirigenti sovietici da Stalin in poi. Un suo emulo postumo potrebbe essere Piero Ostellino, vestale del liberalismo ma forse un po’ influenzato da una lontana esperienza di corrispondente da Mosca. L’ex direttore e ora collaboratore del Corriere della sera, infatti, è da tempo impegnato a giudicare, condannare e (molto raramente) approvare quanto si fa o non si fa in Italia alla luce di una dottrina opposta a quella comunista e in particolare del pensiero dei suoi pionieri anglosassoni, che ama citare a profusione. Una dottrina, per la verità, da lui interpretata e predicata in una versione alquanto oltranzistica, verosimilmente condivisa da pochi altri credenti.

Qualche anno fa, ad esempio, deplorava l’imposizione di limiti di velocità alle automobili in quanto gravemente lesiva della libertà individuale al pari del divieto di fumo nei locali pubblici. Indifferente, nel primo caso, al fatto che l’Italia vanta tra i suoi tanti primati negativi anche l’alto numero di vittime del traffico causate da comportamenti irresponsabili verso il prossimo (per non dire anche verso se stessi) e semmai dall’impunità di cui troppo spesso godono i trasgressori. Non commosso, nel secondo caso, neppure dal discreto e alquanto sorprendente successo che il divieto di appestare il prossimo (oltre a danneggiare se stessi) ha riscosso in un paese scarsamente portato alla disciplina. Ma tant’è, si dirà, sui sacri principi non si transige, anche se l’intransigenza rischia di sconfinare nell’assurdo e nel macchiettismo.

Adesso però Ostellino, più che mai scatenato nella sua crociata sotto la spinta delle nuove bufere che agitano la scena politica nazionale, tocca tasti e trova accenti che lo rendono meno isolato, per quanto sempre fantasiosamente originale, che in precedenti occasioni. Le rivelazioni su quanto avviene ad Arcore, Palazzo Grazioli e Via Olgettina lo inducono ad avvertire, a beneficio delle protagoniste femminili, che la prostituzione in quanto tale non è un reato e che il diritto di usare il proprio corpo a fini leciti non può essere negato. Giusto, ma è sicuro il Nostro che nell’attuale temperie sia il caso di incoraggiare indirettamente pratiche e modi di vita così poco raccomandabili? E sarebbe soddisfatto se la loro ulteriore diffusione portasse un domani ad una massiccia presenza in posti di alta responsabilità di persone specializzate nel suddetto uso anziché promosse per merito?

Un ascoltatore di Prima pagina ha ricordato, non del tutto a sproposito, lo storico precedente della contessa di Castiglione inviata da Cavour a sedurre Napoleone III per favorire la causa risorgimentale. Non risulta però che la nobildonna in questione concedesse sistematicamente le proprie grazie ad altri e più o meno numerosi “utilizzatori finali”, mentre quella che si presume sia stata, fino a prova contraria, una prestazione una tantum motivata dall’amor patrio non sembrerebbe un argomento forte in mano a chi perora la distinzione non solo tra giustizia e morale ma anche tra morale e politica. E’ soprattutto per la distinzione tra giustizia e politica, tuttavia, che Ostellino si batte come un leone, e addirittura con un’irruenza, di sostanza se non nella forma, tale da fare invidia ai più bellicosi protagonisti dei talk-show televisivi.

Suo nemico pubblico numero uno è, da vent’anni a questa parte, la magistratura, o quanto meno la magistratura per così dire impicciona, cioè quella sua parte accusata di esercitare la famigerata “supplenza” ovvero autosostituzione alla politica. In realtà, poiché i detentori del terzo potere nel loro insieme tendono a fare quadrato contro tale accusa, e ciò anche perché la politica continua tranquillamente a lasciarsi supplire sotto vari aspetti, il bersaglio diventa o rimane sempre quello più grosso. Lo dimostra nel modo più stupefacente una delle ultime bordate sparate dall’emulo di Suslov, prendendo spunto dalla recente sentenza della Cassazione che ha confermato, certo alquanto a sorpresa, la condanna in appello dell’ex “governatore” siciliano Totò Cuffaro per collusione con la mafia, respingendo lo scagionamento chiesto dal procuratore generale (Corriere della sera del 25 gennaio).

Come è legittimo da parte di chiunque in qualunque caso più o meno analogo, Ostellino nutre profondi dubbi sulla fondatezza di tale condanna, giunta al termine di un iter processuale tormentato. Insinua però, indirettamente, che si sia trattato di un processo politico (definizione accettabile nella fattispecie solo nel senso che l’incriminato era un politico) e, pur ammettendo che le sentenze vanno comunque rispettate, esprime tutta la sua costernazione per il fatto che Cuffaro, anziché urlare la propria innocenza e dichiararsi perseguitato, abbia accettato la condanna con la “rassegnazione” dovuta ad un “giudizio di Dio insindacabile”, alla proclamazione di una “Verità rivelata indiscutibile per definizione”.

Sbagliano rotondamente, allora, i tanti che per cecità o cinismo hanno elogiato il comportamento del condannato paragonandolo a quello di Andreotti processato benchè alla fine assolto? Sì, secondo il Nostro, perché il povero Cuffaro altro non sarebbe che la vittima (più unica che rara, si direbbe) di una “sindrome diffusa negli ambienti giustizialisti collegati con le procure e i pubblici ministeri” ma che avrebbe contagiato anche chi deve difendere gli imputati e persino questi ultimi. Una sindrome che porterebbe a negare a priori la presunzione di innocenza, a consentire il linciaggio morale degli accusati attraverso i processi mediatici, a credere che “compito della Giustizia non sia applicare la legge…bensì di far rigare dritto i cittadini” in virtù di una “missione salvifica” affidata alla magistratura.

La quale magistratura, precisa peraltro Ostellino, non sarebbe l’unica responsabile di questa “distorsione dello spirito delle leggi”. Questa scaturirebbe infatti da una generale “carenza di cultura liberale”, dall’“idea che le ragioni dello Stato… debbano sempre prevalere su quelle degli individui”, per cui “una assoluzione è percepita come una sconfitta dello Stato, e della Verità rivoluzionaria, e una condanna come un loro successo”. Ed ecco la strabiliante conclusione: “In definitiva, ci siamo dati uno Stato di diritto senza possederne la cultura che in altri paesi ne è il fondamento morale e, forse, neppure le istituzioni. Non siamo una democrazia compiuta e neppure ancora un Paese civile”.

Adesso finalmente sappiamo, insomma, in che senso dovremmo muoverci per edificare un vero Stato di diritto, una democrazia compiuta e un paese civile, sbarazzandoci, come auspica Ostellino, dai retaggi del totalitarismo fascista e del Sessantotto che voleva cambiare il mondo. Dovremmo far sì che i processi si celebrino il meno possibile, che se proprio sono indispensabili si concludano preferibilmente con assoluzioni e che nei casi malaugurati di condanne le sentenze vengano contestate da tutti con tutte le forze e con ogni mezzo.

Questa, ad ogni buon conto, la ricetta che sembra suggerire il Grande Liberale per un paese che vede la criminalità organizzata spadroneggiare in almeno tre regioni del Meridione, insediarsi nella Riviera di ponente e stringere d’assedio Milano; che vanta una corruzione senza uguali nel mondo più progredito e detiene un altrettanto saldo primato nell’evasione fiscale; un paese in cui il rispetto delle leggi è tradizionalmente e tuttora molto spesso un optional anche da parte di chi le leggi le fa. La magistratura, naturalmente, non è infallibile, e l’operato di alcune sue componenti presta il fianco a critiche e persino a qualche sospetto. Quanti tuonano da vent’anni contro la “supplenza” sembrano però dimenticare o minimizzare il fatto che la grande maggioranza delle condanne inflitte a suo tempo da Mani pulite sanzionarono comprovate e sistematiche violazioni della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, i quali l’avevano varata, secondo ogni apparenza, col deliberato proposito di disattenderla.

Dicevamo che le filippiche di Ostellino non sono poi così isolate, neppure tra gli osservatori non politicamente schierati. Erano state precedute, ad esempio, da quanto aveva scritto Angelo Panebianco su “Sette” del 2 dicembre scorso a proposito delle cause del cattivo funzionamento delle nostre istituzioni pubbliche. Per migliorare il quale sarebbe utile, a suo avviso, una dose più elevata di autentico patriottismo, non surrogabile artificialmente per via ideologica. Tra le ideologie in questione egli prende particolarmente di mira un “liberalismo da azzeccagarbugli”, secondo cui “lo Stato liberaldemocratico funziona bene solo se tutti onorano il ‘principio di legalità’, si inchinano di fronte alla ‘maestà della legge’, della legge assunta come valore in sé”.

Comoda per i giuristi, che verrebbero promossi a “sacerdoti della democrazia liberale”, ma abbracciata anche da molti “orfani di ideologie illiberali”, questa avrebbe come “variante cervellotica” il cosiddetto “patriottismo costituzionale”, cioè l’idea secondo cui “ciò che tiene insieme una democrazia liberale è il culto della Costituzione”. Del patriottismo vero, scrive Panebianco, esso sarebbe solo una parodia, perché “il culto della libertà esige che le leggi (e le istituzioni) servano a proteggere la libertà individuale (dallo Stato, in primo luogo)…la legge è rispettata solo se non opprime l’individuo ma ne assicura la libertà”, ecc. ecc.
Così come l’ex direttore del Corriere evita di incitare espressamente a non rispettare le sentenze e a disarmare la magistratura, il politologo bolognese non giunge ad affermare che leggi e Costituzione siano carta straccia. Anche lui, tuttavia, rischia di fare il gioco di chi lo pensa davvero o si comporta come se lo pensasse. E anche a lui si dovrebbe perciò replicare, benché possa suonare superfluo, che a) il rispetto delle leggi è il più fondamentale ed elementare presupposto dello Stato di diritto; b) le leggi vanno rispettate anche se sono sbagliate o malfatte fino a che non vengano corrette o abrogate; c) lo stesso vale per la Costituzione, che non è un vangelo o un feticcio e in alcune sue parti va certamente modificata, secondo le procedure da essa stessa appositamente previste.

Per concludere, un quesito da proporre un po’ a tutti: fermo restando il garantismo, credete che nell’attuale situazione nazionale sia più scottante l’esigenza di proteggere i diritti e le libertà individuali dalle ingerenze e dall’invadenza dello Stato oppure quella di difendere i cittadini dai molteplici abusi dei suddetti diritti e libertà? Negli Stati Uniti duramente colpiti dal terrorismo è ancora acceso il dibattito su quanto sia lecito sacrificare di questi ultimi, almeno temporaneamente, sull’altare della sicurezza collettiva. Un problema analogo esiste anche in Italia, afflitta da mali assai più radicati e diffusi e meno contingenti.

Mevio Squinzia

In difesa del libertinaggio

Ipotizziamo un presidente del Consiglio che ami la compagnia delle donne, che abbia il piacere di fare sesso con loro, anche a mazzi di cinque per volta. Ipotizziamo che lo eccitino i travestimenti, i “giochi di ruolo”, le pratiche esotiche. Ipotizziamo che in generale si comporti in modo libertino, insomma che sia un po’ De Sade e un po’ Casanova. Magari ipotizziamo che non paghi le donne con cui si intrattiene, e che ne ami la compagnia non solo in senso fisico. Ipotizziamo poi un presidente del Consiglio che sia ateo, che non condivida la morale comune, che in privato si abbandoni a comportamenti estremi, magari che bestemmi ogni tanto. Ipotizziamo anche che ami concedersi qualche vizio, qualche alzata di gomito la sera tardi, magari uno spinello o due prima di andare a dormire.

Ecco. Un presidente del genere può governare lo Stato?

Assolutamente sì. Non è scritto da nessuna parte che un libertino dai comportamenti considerati immorali non sia in grado di governare ottimamente. Così come ovviamente non vale il contrario. Però (c’è sempre un però) ad una condizione. Che i comportamenti privati di questo ipotetico presidente del Consiglio non siano smentiti dalle sue prese di posizione in pubblico. Che non inneggi ai valori della famiglia e del matrimonio. Che si batta per legalizzare la prostituzione e le droghe leggere. Che non si faccia portabandiera del moralismo bacchettone. Che non ostenti ossequio al Vaticano. Che abbia il coraggio di predicare “male” almeno quanto razzola.

Insomma, va benissimo il libertinaggio, ma la doppia morale no!

T. C. – da LaStecca

UNA FESTA (ANCHE) DA FESTEGGIARE

Per capirci meglio

Imparare dagli svizzeri? Certo, si può anche in materia di feste. La vicina confederazione è un paese diverso dal nostro e dalla maggior parte degli altri, in quanto formato da tre o quattro gruppi etnici ben distinti. Possiede ciò nonostante un robusto spirito nazionale sostenuto dalla fierezza per un’indipendenza statale che dura da otto secoli e per una prosperità che non ha quasi uguali nel mondo. Soffre anch’esso, come si conviene ad un paese molto progredito, di periodiche turbe psichiche, generalmente superate senza danni; succederà probabilmente anche con il dibattito attualmente in corso su una più o meno cervellotica crisi di identità.

Fino al 2007, comunque, la Svizzera aveva regolarmente celebrato il 1° agosto di ogni anno, sul grande prato del Ruetly presso il lago dei Quattro cantoni, la ricorrenza del patto (secondo qualcuno fantomatico) del 1291 tra Uri, Schwyz e Unterwald che generò la confederazione. Nel 2007, per la prima volta a memoria d’uomo, la solenne e pittoresca cerimonia rischiò di venire soppressa a causa del rifiuto del governo centrale di addossarsi la consueta sua parte delle relative spese, lievitate per esigenze di sicurezza a causa del ripetersi di rumorose contestazioni da parte di giovani neonazisti. Le reazioni furono vivaci, ma la minaccia venne sventata grazie alla risolutezza della presidentessa socialista della confederazione e soprattutto al gesto, patriottico quanto interessato, di due grandi industriali, che elargirono i fondi necessari a far quadrare i conti.
Non solo da noi la Svizzera viene spesso dipinta come una terra di gretti bottegai e cinici banchieri. Ma ecco che Emma Marcegaglia, duce della Confindustria e presumibilmente ignara del precedente elvetico, sfodera per prima la brillante idea di festeggiare sì, il 14 marzo, il 150° dell’unità d’Italia, però continuando a lavorare per non perdere un tot di Pil; cioè, in pratica di non festeggiarlo affatto. La proposta, come sappiamo, ha suscitato l’immancabile parapiglia, con un prevalere, si direbbe, di voci favorevoli su quelle contrarie, benché in Italia l’unità nazionale sembri alquanto in sofferenza diversamente dalla nostra vicina settentrionale.

Da noi, per la verità, il solo a dichiararsi apertamente contrario alla festa tout court è stato il presidente provinciale dell’Alto Adige Durnwalder, e lo si può anche capire. Meno si capisce, invece, il rimprovero rivoltogli da Giorgio Napolitano; come negare che quella terra sia stata annessa all’Italia prefascista obtorto collo e praticamente riannessa a quella postfascista contro la volontà dell’ancora grande maggioranza tedesca della sua popolazione? E’ vero che per tenere quieta quest’ultima Roma finanzia lautamente una provincia larghissimamente autonoma, ma la voglia di festeggiare una realtà subita non sembra poter essere compresa nel prezzo. Semmai, la sovvenzione ad una provincia tutt’altro che indigente andrebbe revocata o almeno ridotta, oggi che il problema del sacro confine è decisamente anacronistico.

Quanto all’improvvisa esplosione della voglia di lavorare sia pure festeggiando o fingendo di festeggiare, diciamo innanzitutto che vi sarebbero cento, mille altri modi di economizzare piuttosto che privare il paese di un’occasione unica e una tantum di riflettere anche criticamente sulla propria storia e quindi anche sul proprio futuro. Un nobile proposito, quello di rinunciare alla popolarità derivante dalla concessione di un giorno di vacanza in più in un anno che ne ha così pochi? Diciamo che aleggia più che altro un sospetto: quello che si miri a compiacere, sulla base di più o meno intuibili calcoli di politica politicante, le forze politiche del nord o del sud più ostili all’unificazione se non all’unità nazionale e potenzialmente secessioniste.

Tanto più se così fosse, non ci resterebbe che tifare senza risparmio per il prode ministro La Russa, unico membro del governo visibilmente espostosi, finora, in antitesi all’ineffabile collega Gelmini la quale, non contenta di sostenere che nelle scuole lasciate aperte il 14 marzo gli insegnanti potrebbero utilmente parlare della storica ricorrenza, ha poi aggiunto con clericale ipocrisia che così, almeno, la festa non festeggiata si distinguerebbe da altre festività qualsiasi. Dopodiché, intendiamoci, l’unità nazionale non va certo difesa soltanto festeggiandola.

Nemesio Morlacchi