CHE FATICA COMBATTERE COPERNICO A DIFESA DEL SILVIOCENTRISMO D’ANTAN

Si consoli Angelo Panebianco: capitò anche a giganti del pensiero quali Martin Lutero (in sottordine, anche a Filippo Melantone) e a padreterni dell’astronomia come Tycho Brahe, di respingere la svolta eliocentrica di Copernico. Col tempo, e col sostegno delle conquiste di Keplero, Galileo e Newton, il grande polacco trionfò. Oggi, nel suo areòpago celeste, Copernico ha la soddisfazione di dare il suo nome a tutte le scoperte, teorie e prospettive che capovolgono ogni concezione precedente.

Non per questo Lutero e Tycho Brahe devono sentirsi umiliati per sempre. Lo stesso Panebianco non si disperi. E’ vero, a lungo ha creduto che il firmamento ruotasse attorno alla Terra, dunque attorno all’Uomo; che perciò il centro dell’universo fosse un magnate di Arcore, palazzinaro-pubblicitario prima, televisivo poi, infine statista incline alle orge con le menadi. Oggi che la comunità scientifica respinge il silviocentrismo, Panebianco sente la necessità di additare al monarca spodestato una nuova ragion d’essere. Tutto bene: però nel suo interesse si discosti dalla linea di pensiero enunciata il 13 maggio coll’editoriale cui il Corriere della Sera ha dato il titolo “Il destino bloccato di un partito”.

Panebianco esordisce con impeccabile buonsenso. “La debacle di Berlusconi nel Trentino conferma che, in assenza di un’opposizione credibile, Matteo Renzi sarà per molto tempo imbattibile. Il punto decisivo è naturalmente lo stato comatoso di Forza Italia. Un partito in cui il declino del carisma del fondatore ha aperto la strada a una miriade di conflitti tra notabili che si disputano pezzi di eredità; un partito che non è più in grado di attrarre gli elettori di centrodestra”.

Il ragionamento di Panebianco si fa meno cristallino quando afferma che Forza Italia è al momento “un partito bloccato, non può vivere né con, né senza Berlusconi. Lui è il fondatore, e solo lui può decidere se e quando tirarsi fuori. Anche perché, pur essendo la stella di Berlusconi offuscata, egli resta comunque l’unico leader che possa ancora far presa su settori dell’elettorato conservatore: qualcuno che riesca a prenderne il posto non è ancora emerso”.

Panebianco si fa ancora più tolemaico (per i giovanissimi= geocentrico ossia anticopernicano) quando statuisce: “Ma poiché Berlusconi resta nonostante tutto molte spanne al di sopra degli altri politici di centrodestra, egli sembra il solo ancora capace di intuizioni giuste”. Questo ci sembra ragionare da vecchio gregario del Cagliostro fininvest; quale è comunque l’ultima delle intuizioni fulminanti? Risposta: “dar vita a un partito repubblicano ispirato ai conservatori americani”. Ohibò.

Tuttavia il Nostro ammette che occorre anche rinnovare le idee: “Ha ragione probabilmente Antonio Martino a proporre una piattaforma centrata sulla flat tax : il prelievo fiscale dovrebbe essere una percentuale ‘x’ uguale per tutti, tolta la fascia dei più poveri, esentati dalle tasse”. Per la verità il professore nostalgico dell’arcorecentrismo riconosce: “Se fosse davvero adottata, la flat tax accentuerebbe le diseguaglianze; però innescherebbe una crescita economica vigorosa, forse anche nel tempo spettacolare”. Insomma: “C’è un ampio elettorato di centrodestra che può essere riconquistato se gli si presentano nuovi leader e nuove idee”.

E’ un paio di secoli che la ‘nuova idea’ della flat tax seduce gli zeloti del liberismo. Non è nemmeno escluso del tutto che, se la fascia degli esenti totali fosse fatta molto larga, tipo compassionate conservatism, il risultato potrebbe piacere per così dire alle masse. Però non sembra facile che Martino & Panebianco guadagnino il padronato più dinamico (=vocato agli investimenti) alla prospettiva di elargire sgravi fiscali alla plebe, pur di abolire la progressività. La rivoluzione della flat tax appare un’opera di lena abbastanza lunga da non poter beneficare né Martino né Berlusconi; laddove le geremiadi di Panebianco ineriscono all’immediato, a quella sortita dal castello assediato che salvi la guarnigione conservatrice e rimetta sul trono il deposto Silvio, prima che superi i 90 e passa.

Insomma la pensata di Antonio Martino potrebbe in astratto operare un mezzo miracolo. Però suggeriamo di perdere l’abitudine di collocare l’ex-Cav “molte spanne al di sopra di altri politici di centrodestra”. Era una valutazione sbagliata, oggi fa ridere più di prima. Le Borse si impennerebbero se Silvio entrasse in convento.

Porfirio

“LE MANI BIANCHE E PURE DI STALIN”: ETERNE SCEMPIAGGINI DEGLI INTELLETTUALI

La sfortuna, per noi che sogneremmo la disfatta del Cav, è che i nemici più implacabili del berlusconismo sono gli intellettuali di sinistra. Dove sono passati, non cresce più l’erba. Il sentimento anti-giustizialista, invece, non fa che crescere.

Andò così, in termini molto più drammatici, nella Guerra Civile spagnola. Si inebriarono per la Repubblica -prima di color cangiante, poi decisamente rossa- i più bei nomi del firmamento letterario planetario. Tifarono per il Frente Popular un centinaio di scrittori e artisti di fama. Per Franco, quanto le dita di una o due mani. Negli USA, paese anticomunista quanto nessun’altro, furono per la Madrid pararivoluzionaria il 98% dei “chierici”. A guerra finita l’inglese John Osborne (Ricorda con rabbia) lamentò : “La nostra generazione non è più capace di morire per una causa come la generazione della guerra civile di Spagna”. Da come sono andate le cose, i sudditi di Re Juan Carlos non sembrano rimpiangere di  non essere morti.

Alcuni apologisti del Caudillo non mancarono. Manuel Machado,  fratello del grande bardo rosso Antonio, lodò Francisco Franco: “Sabe vencer y sabe sonreir (sorridere)”. Ma gli apologisti lirici furono a destra abbastanza pochi per produrre un eccesso di sciocchezze (Franco fu  incapace di misericordia e di veri sorrisi).

Infinitamente più brillante l’esaltazione andata agli eroi della sinistra No pasaran. L’iconaAntonio Machado arrivò a rivolgersi così a Enrique Lister, gran comandante di truppe comuniste: “Si ma pluma valiera tu pistola/ de capitan, contento morirìa”. Se non bastava questo atto di sottomissione della Poesia di fronte al marziale maneggio di “tu pistola”, apprendiamo che per il Vate il pugno chiuso del saluto bolscevico era in realtà “una mano abierta y generosa, que se equipara con el cristianismo autentico”. José Bergamìn y Gutierrez cantò le particolari mani di Stalin: “blancas y puras, manos de nieve silenciosa“. Ridete pure, ma per gli storici “las manos de nieve silenciosa” fecero morire a vario titolo molti milioni di persone. Invece la Musa da trincea Maria Teresa Leon assicurò che Stalin era “nuestro padre querido”. Il ribrezzo non vi strozzi. Tra l’altro il “querido” liquidò fisicamente non pochi degli emissari e agenti che aveva mandato in Spagna (Togliatti no).

Con questi precedenti è sicuro: con o senza il Lubrico da Arcore, il berlusconismo non morirà finché esisteranno gli intellettuali di sinistra, apoplettici e menagrami quanto i ditirambisti di Lister e Stalin. Il berlusconismo potrà perdere questa o quella elezione, essere ammaccato da questa o quella sentenza penale, ma la fiamma azzurronerastra non si spegnerà. Le sue Vestali saranno gli intellettuali democratici.

Essi non sono mai riusciti a dimostrare la loro utilità. Non hanno mai elargito pacchi-dono ai poveri, come invece fanno le aristocratiche  della San Vincenzo, e più ancora le miti volontarie delle mense. Quando sono stati al governo gli ex-rivoluzionari non hanno contrastato l’impennata dei redditi dell’One per cent. Se questo volessero davvero tentare, quasi nessuno li crederebbe sinceri.  Minacciano sfracelli guerriglieri alla greca, oppure opere di giustizia che non sanno compiere.  Fanno come il loro padre nobile, Giorgio Partenopeo: allocuzioni su allocuzioni dalla parte dei disoccupati e dei suicidi per disperazione, ma il fasto della mia reggia non si tocca.

Eppure i falsi annunci e le analisi insipide della cultura impegnata impauriscono la gente d’ordine più piccola e sprovveduta. Il risultato, imposto quasi da una legge fisica, è che il conservatorismo forzista, disposto ad ogni bassezza, si arrocca in difesa. Prova persino a volgere a suo favore la pura e semplice energia cinetica di un fiorentino che si annuncia Cola di Rienzo o capo dei Ciompi.

Beati i popoli con meno intellettuali marxisti in quiescenza.

Porfirio

LE NOTTI DI VALPURGA: RITI E CONNUBI SATANICI DELLA SILVIOLATRIA

Molti sospetti saranno leciti se la Cassazione o la Consulta salveranno Berlusconi. Se smentiranno due ordini di giustizia per amore di un pluricondannato, benché padrone di un partito e socio forte del governo. La Cassazione è fisicamente troppo vicina ai vertici della politica per essere impervia a ogni condizionamento. La Corte costituzionale gestisce direttamente la manomorta partitocratica imposta dai Padri e Nonni costituenti. Per i superlegali ingaggiati a vita dal Cav non sarà troppo arduo dare la vittoria alla prescrizione.

Se questo avverrà, i superlegali avranno una volta di più rafforzato l’anomalia italiana: un imputato al potere. Ma il responsabile finale dell’anomalia non è il plutocrate di Arcore, bensì la Sinistra italiana. E’ dal 1919, quando i socialisti massimalisti credettero di poter conseguire i successi dei bolscevichi russi, che la nostra sinistra rafforza il sistema che tenta di combattere. Un secolo di lavoro pour le Roi de Prusse. Un tempo questo Re era il capitalismo dei padroni; oggi è una loro mezzadria con le masse attraverso l’edonismo consumista.

Cominciarono, lo abbiamo visto, gli ammiratori domestici di Lenin capeggiati dagli aspiranti rivoluzionari Serrati, Bordiga e Gramsci. Presto quei fieri rivoluzionari dovettero scoprire che per praticare la violenza insurrezionale occorre essere più forti degli avversari. Erano più forti questi ultimi, i fascisti, a breve seguiti da quasi tutti gli italiani. Se il Duce non avesse fatto l’errore fatale del 10 giugno 1940, il suo regime sarebbe durato assai più di quello di Franco. Solo sotto il terzo o quarto successore del Duce i nostri intellettuali di sinistra avrebbero preso ad attenuare il loro entusiasmo per le opere del Regime, bonifiche pontine, colonie estive e Accademia d’Italia incluse. Fossero nati il giusto numero di anni prima, i Matamoros del nostro progressismo furibondo sarebbero stati fascisti , pressocché tutti.

Arrivò la Resistenza e il PCI fece  credere agli idealisti -quali Orazio Pizzigoni di ‘Internauta’, forse il più giovane tra i partigiani feriti gravi nei giorni della liberazione- che combattevano e uccidevano per far nascere un mondo migliore. Invece ebbero l’onta dei crimini di Stalin e il mondo del One per Cent, del Cav e della Casta. L’oligarchia che ci opprime e deruba è la combutta tra gli opportunisti eredi del togliattismo e gli opportunisti del vecchio ceto padronale.

In ogni caso la gente, gli abitatori dello Stivale, non ha più perdonato il parabolscevismo del 1919, la ferocia gappista del 1944-45 e, dopo d’allora, sessantotto anni di sinistrismo buono a niente. Risultato: pur di tentare di espellere la Gauche dal potere i più tra i nostri connazionali  scelgono ad occhi chiusi tutto ciò che non è sinistra: prima il monarchismo giolittiano, poi il fascismo, la DC, Craxi, Berlusconi. Tutto ciò che la Gauche tocca, appassisce. Non per niente il “Dizionario  Moderno” di Alfredo Panzini (Ulrico Hoepli, Milano, 1927) reca alla voce ‘gauche’: “parola francese, talora  usata nel senso di malpratico, maldestro, inetto, goffo”.

Se oggi ci incupisce la prospettiva che alla fine l’imputato Berlusconi trionfi, la colpa finale è della Sinistra, la quale nel 2019 compirà un secolo di sconfitte per mano della maggioranza sociologica. Un giorno, avendo un piede nell’Aldilà, il Cav dovrebbe diseredare figli, mogli, madame ed escort e lasciare la propria fortuna alla nostra Gauche, che tanto ha fatto per la sua gloria.

Eppure l’interrogativo resta: punire la sinistra sì, ma perché tanta Silviolatria in alcuni milioni di stivalesi? Alla loro testa il Pdl urla uno sdegno implacabile contro i magistrati, specie contro la corte d’appello milanese. Ma non dovrebbe il Pdl ringraziare Dio per una condanna che in teoria potrebbe liberarlo di un presidente lubrico e imbroglione?

Resta un’ipotesi cui nessuno sembra aver pensato: la Silviolatria come culto satanico. Nelle notti dei sabba medievali le streghe e i praticanti la magia nera si accoppiavano tra loro e col Diavolo. Questo spiegherebbe la foia delle Amazzoni e dei Falchi che tumultuano sotto i palazzi di giustizia. Ma per la cieca fedeltà al Cav dei benestanti e dei would be benestanti è tecnicamente difficile immaginare che partecipino in massa agli sconci accoppiamenti e alle liturgie orgiastiche della Walpurgisnacht. Per tenere a bada le sinistre merovinge (=buone a niente), oltre a tutto co-dirette dal Vezzoso di Bisceglie- non basterebbero  dei semplici Monti e Casini?

Porfirio

PERCHE’ IL CAV PERMANE NEL POTERE

Tutti sanno che l’Impero romano fu costruito dalla Repubblica, non dagli imperatori (questi ultimi per trecento anni lo allargarono, poi lo persero). Reggevano quasi sempre la Repubblica i due consoli -ma nei momenti di pericolo comandava un dictator  da solo, sospese tutte le altre magistrature- e in antico i consoli erano solo patrizi. Invece nel 367 a.C. la Lex Licinia Sextia ammise che nel consolato ci fosse un plebeo. Nel 172 si decise che entrambi i consoli potessero essere plebei. Ciò premesso, la situazione d’oggi, a partire dal voto del 25 febbraio, non è all’incirca quella voluta dalla legge Licinia Sextia: un Berlusconi in ogni consolato?

E come spiega, la fazione dell’altro console, il fatto di non  riuscire ad espellere Silvio dal potere, pluriprocessato e detestabile com’è? La fazione se lo spiega, ma non ha l’onestà di rendere confessione. Diciamolo noi, che ci sentiamo più giustizialisti della suddetta fazione. La maggior parte degli italiani hanno, storicamente, un’opinione così bassa delle sinistre buone a niente che a loro preferiscono il pregiudicato Berlusconi. Gli perdonano tutto, pur di scampare al consolato di soli sinistri ai sensi della legge del 172 a.C.

E perchè le nostre sinistre godono di così poca stima? Risposta, perché un politico indigeno di parte progressista, persino se ex-operaio, persino se sindacalista vocato alle questioni più concrete -contratti, tabelle orarie, pause per WC, turni, ferie- si crede obbligato a riferirsi ai precetti degli intellettuali, semi-intellettuali, cantanti, cineasti e imbonitori d’area. I quali si sentirebbero sminuiti o cedevolardi se lasciassero perdere le categorie dei libri, dibattiti e sceneggiate ispirati alla presa della Bastiglia. Se lasciassero perdere la sicumera delle propria superiorità ideale. Gli intellettuali d’area non riconosceranno mai che dopo un paio di secoli di pre- e post-bolscevismo la ricchezza si concentra più che mai nei conti correnti e nelle particelle catastali dei ricchi. Non riconosceranno mai che, questo essendo il risultato, i duri partigiani del popolo dovrebbero farsi da parte, abbandonare la sobillazione petulante, ripudiare il settarismo.  Dovrebbero dimettere la coerenza col passato ed  evangelizzare l’uomo della strada -coll’esempio, coi fatti e col costume di vita- piuttosto che mobilitare i vecchi seguaci in parte rincitrulliti. Per abbassare il proprio tasso di insincerità, dovrebbero voltare le spalle a Capalbio e alle terrazze mondane, smettere di farsela coi simpatizzanti ricchi.

Gli intellettuali hanno letto, scritto, presentato, recensito troppi libri, spesso stupidi; hanno fatto troppi convegni tra confrères  per ricercare le vie dell’empirismo e della concretezza. Si impegnano troppo sul ribadirsi di sinistra, al massimo sull’analizzare gli errori compiuti a sinistra, per riuscire a migliorare le prospettive della loro causa.

Così la gente, compresi i morti di fame, preferisce che nel consolato non manchi mai l’arcicampione della parte abbiente. Così l’uomo della strada si sente protetto  dagli intellettuali d’area.

Porfirio

LA CASTA STA TRIONFANDO: CONVINCIAMOCI A ODIARE QUESTA DEMOCRAZIA

Non poteva andare peggio a noi millenaristi imbecilli, a noi messianici ebeti che abbiamo preso sul serio gli opinionisti dei grandi media, soci in affari degli oligarchi. Per uno sforzo di umiltà avevamo anteposto al nostro il loro giudizio: più che sbagliato, truffaldino. Scrivevano sapendo di mentire. Soprattutto agli inizi del 2012 annunciavano che la partitocrazia e il malaffare nati dalla Resistenza erano spacciati, che la Seconda Repubblica moriva e con essi quasi un settantennio della nostra storia, prevalentemente dominato dalle malazioni. Fingevano di credere che la peggiore classe politica e le peggiori istituzioni del mondo occidentale fossero condannate dal disprezzo del Paese. Noi imbecilli abbiamo dato credito ed ora ci constatiamo frodati. La confederazione dei ladri impostori si è rialzata di colpo, così come un pugile al tappeto ritrova miracolosamente le forze.

La Terza repubblica comincia uguale alla Seconda e alla Prima. Tutto il potere torna ai partiti  delinquenziali. Più che mai i grandi media pendono dalle labbra dei segretari, portavoce e capigruppo. Niente tagli ai costi della politica, niente paletti contro i reati, niente crepuscolo degli Dei. Business as usual. Il prossimo 25 febbraio mille gaglioffi  si insedieranno e passeranno alla cassa per percepire la quota legale del bottino; per quella illegale daranno tempo al tempo. Nessuno dei vecchi ceffi sparirà, nessun ladrocinio sarà fermato, gli elettori non si ammutineranno. Al ristorante gli opinionisti delle grandi testate sghignazzeranno di soddisfazione coi segretari, portavoce, capigruppo.

Dalla sventura impariamo almeno una lezione. Il regime resiste, catafratto. I nostri connazionali sono lemmings spensierati: programmati a obbedire agli istinti, enzimi ed ormoni, non si fanno domande, accettano tutto, votano. Questo vuol dire una cosa sola: il sistema sorto nel 1945 e difeso dalla peggiore tra le Cartestracce costituzioniali non è risanabile. Un giorno un manipolo di militari giustizialisti, guidato da un uomo di fegato, dovrà abbatterlo come fecero gli ufficiali portoghesi del 1974. Imprescindibile il possesso delle armi, ma da noi basterà la minaccia delle armi. Quasi nessuno si leverà a difesa di una legalità data in appalto ai fuori legge.

Il 2012 dimostra che l’esperimento di un governo tecnico insediato anche perché ripristinasse la razionalità non ha neanche scalfito la politica delinquenziale. Nulla mai migliorerà finché le Istituzioni non saranno messe fuori gioco, visto che questa legalità difende i saccheggiatori. Anche se era prevedibile, è drammatico che un governante emergenziale come Monti abbia visto fallire o decomporsi ogni tentativo di risanamento (ma le regole d’ingaggio ricevute dal Colle -salvare la partitocrazia- non gli lasciavano scampo). Se non ci resta che sperare in un manipolo di congiurati giustizialisti è perché  verosimilmente la minaccia della forza taglierà il nodo che ci imprigiona.

La democrazia delle urne non vale niente. Chi sa immaginare una prospettiva non eversiva? Una volta che reparti d’elite, carabinieri paracadutisti eccetera, avranno fisicamente chiuso i portoni delle Camere, delle assemblee, delle istituzioni, degli uffici che erogano i fondi a centomila gerarchi, il regime non troverà seguaci e i giustizieri/demolitori avvieranno la Seconda Ricostruzione.

Il governo dell’eccezione militare sarà breve: il tempo di radere al suolo gli assetti sciagurati e di aprire una fase costituente gestita in compartecipazione con la gente: gli strumenti ora ci sono, collaudati e credibili. L’ideale, verosimile, sarebbe andare verso l’instaurazione di una delle varie formule di democrazia diretta selettiva. Ma sarebbe pur sempre una bonifica salutare se, dopo la parentesi di governo riformatore armato, si riaprissero i giochi convenzionali, però drasticamente risanati, amputati, asportati quanto basti. Il parlamento potrebbe diventare monocamerale, perdere l’ottanta per cento dei membri, essere in parte reclutato col sorteggio. Le Regioni e ogni altro organismo elettivo verrebbero risanati e ridotti a tutti i livelli. Cento altre riforme sarebbero varate dai militari. I consulenti, meglio stranieri. Esclusi tutti i politici professionisti e invece inclusi i cittadini individuati dal sorteggio. Prima di rientrare nelle caserme i reggitori giustizialisti dovrebbero almeno impostare le draconiane riforme di struttura richiedenti tempi più lunghi. Mancherebbero di sofisticazione costituzionale, ma meglio così. La più imperativa delle misure sarebbe rendere meno immorali e costose tutte le istituzioni e le funzioni pubbliche.

Questo e altro farebbe la gestione dei bonificatori militari, grazie alla minaccia delle armi di cui sono detentori unici, e grazie all’appoggio di settori sociali votati al cambiamento vero, non quello dei cartelloni elettorali. Nulla di rispettabile verrà mai dalla casta dei politici.

A.M.C.

BERLUSCONEIDE: LA SIGNORA GRASSA CONTINUA A CANTARE

“Sarei disposto a fare il ministro degli Esteri, conosco tutti e sono simpatico a tutti”. Suona così  la terzultima di Berlusconi, ma cosa sia stata esattamente non è facile dire. Se voleva essere una freddura, una delle tante che l’inesauribile e incontenibile Cavaliere ama raccontare a tutti, potrebbe anche far ridere. Certo più di quasi tutte le altre che, a quanto si insinua, provocano tempestose esplosioni di ilarità solo tra i suoi cortigiani.

Tanto da ridere però non c’è. Almeno, ad esempio, per i numerosi suoi e nostri connazionali che dagli stranieri si sentivano domandare come fosse possibile che un soggetto del genere rimanesse alla guida di una nazione sotto alcuni aspetti persino grande. Di riderne senza troppe remore potevano sentirsela, diciamo fino ad un anno e mezzo fa, gli stessi stranieri, i quali tuttavia devono avere poi cambiato idea, convincendosi che la faccenda era assolutamente se non mortalmente seria (deadly serious, in italiano moderno, per capirci).

Se invece l’esternazione (Corriere della sera del 6 gennaio) voleva essere seria, ci sarebbe di che restare perplessi. Farebbe riflettere, insomma, come concludeva un tempo i suoi articoli un mio defunto collega. Ma vediamo un po’. Quale accoglienza ci si potrebbe aspettare dalla stampa straniera al nostro statista così simpatico, eventualmente autoretrocesso, per spirito di servizio e con l’umiltà che lo contraddistingue, a capeggiare la Farnesina dopo avere spadroneggiato a Palazzo Chigi per tanti anni?

Un caso limite è quello dell’”Economist”, che già in occasione della “scesa” in campo iniziale la commentava intitolando “Burlesquoni”. Fu il preludio di una faida destinata a protrarsi per quasi un ventennio e culminata l’estate scorsa nella conferma in corte d’appello di una condanna dell’ormai ex premier, querelatosi per diffamazione giudicata insussistente, a pagare le spese processuali.

Il vincitore della causa, benchè insospettabile di comunismo, non ha celato in proposito la propria soddisfazione, invitando il perdente a provvedere in contanti (cash will do nicely, Silvio) e a tenere in maggior conto il fatto che durante la cosiddetta era berlusconiana l’Italia è cresciuta economicamente meno di qualsiasi  altro paese del mondo salvo Libia e Zimbabwe.

Inutile riferire, qui, i commenti del settimanale londinese alla seconda scesa in campo della sua bestia nera. Da annotare invece che un suo parente stretto, il “Financial Times”, dopo avere pubblicato nei giorni scorsi un alquanto sorprendente attacco a Mario Monti, definito inadatto a guidare l’Italia fuori dalla crisi, ha sentito il bisogno di precisare, pur ribadendo critiche e dubbi, che l’attuale premier e Pier Luigi Bersani sono persone credibili mentre Berlusconi “ha portato il suo paese sull’orlo del precipizio fiscale”.

Per il resto il Regno unito, tra i paesi alleati e più e meno amici del nostro, è quello che ha avuto meno occasioni e motivi per dolersi del personaggio, a prescindere dall’irritazione della sua regina quando l’Inesauribile nonchè Incontenibile si produsse nel gioco del cucù tra le colonne di Buckingham Palace (who is screaming?come on…).

Anche al livello ufficiale più elevato i suoi rapporti con gli Stati Uniti sono stati a lungo ugualmente tranquilli e anzi più calorosi. Sostenitore attivo della seconda guerra contro Saddam Hussein (benchè più di recente abbia dichiarato di avere cercato di dissuadere G.W.Bush dal farla; mah…), il Nostro si pavoneggiava a fianco di Tony Blair e Josè Aznar come uno dei baldi campioni della “giovane Europa”, impegnati a riscattare il vecchio continente dalla codardia  franco-tedesca. Dei tre è stato l’ultimo a cadere. Non immaginava, si presume, che quella sarebbe stata smascherata come la più sbagliata delle guerre (anche se Blair giura tuttora che la rifarebbe), voluta da colui che anche per altri motivi si sarebbe distinto come il peggiore presidente americano di sempre.

Se GWB non mancava di ricambiare la simpatia e soprattutto di apprezzare la  devozione, l’idillio è continuato per un po’ anche con Barack Obama, abbastanza signore per non prendersela quando l’Inesauribile celiò, magari senza malizia, sulla sua abbronzatura, sollevando corali deplorazioni. Il nuovo inquilino della Casa Bianca era passato apparentemente sopra anche alla pubblicazione su uno dei giornali del Cavaliere, all’indomani dell’elezione, di un suo gigantesco ritratto in prima pagina caratterizzato da un orribile ghigno.

Ma di tutto ciò, forse, Obama si ricordò molto bene quando, con la crisi economico-finanziaria, la situazione peggiorò drammaticamente per tutti e per l’Italia in prima linea. Per il più grosso, cioè, tra i paesi dell’Eurozona minacciati di bancarotta, con un governo traballante e irresoluto e un premier sempre più chiacchierato in ogni parte del mondo per i suoi atteggiamenti irresponsabili oltre che per i suoi spensierati comportamenti privati.

Senza mai criticarlo personalmente, il presidente USA lo fece in modo indiretto ma trasparente con gli omaggi profusi nei confronti di Giorgio Napoletano, sottolineandone non a caso la levatura e autorità morale, e poi colmando di ripetuti elogi e incoraggiamenti Mario Monti, raramente elargiti ad un governante straniero di fresca nomina. In ciò imitato, con minore cautela, dal suo ambasciatore a Roma, e spalleggiato a tutto campo e a piene lettere dalla stampa e pubblicistica americane, compreso alla fine anche il “Wall Street Journal”, che aveva a lungo mostrato indulgenza, se non dichiarata preferenza, per il Cavaliere prima e dopo il suo disarcionamento.

Basti citare un solo esempio. Nel fatidico novembre 2011 il settimanale “Time” presentava in copertina il faccione sorridente del Nostro accompagnato dalla seguente didascalia: “L’uomo dietro l’economia più pericolosa del mondo – Come  il premier italiano uscente ha messo a repentaglio l’Unione europea e perché non chiede scusa” (and why he is not sorry). E’ il richiamo ad un articolo che nel sottotitolo definisce Berlusconi infamous leader, laddove l’aggettivo inglese significa “famigerato” ma anche proprio “infame” o “scellerato”. L’autrice, l’editorialista economica Rana Foroohar, oltre a spiegare come e perché un default dell’Italia rischiava di affondare l’intera economia mondiale, precisava che “Berlusconi non è la causa dei problemi italiani, ma la sua leadership inetta li ha certamente aggravati”.

Tornando al di qua dell’oceano, è appena il caso di rammentare i celeberrimi sorrisini di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, quest’ultima fatta segno, dopo un’analoga esperienza della presidentessa finlandese, a considerazioni estetico-erotiche dell’Infamous quasi eleganti come le cene di Arcore. E solo un cenno merita il recente quanto clamoroso episodio dell’accoglienza trionfale riservata a Monti dallo schieramento dei partiti popolari europei relegando moralmente in un angolo il confratello presidente del PDL presentatosi alla tribuna del PPE dopo avere provocato le dimissioni del premier “tecnico” nonché preannunciato-smentito-riannunciato la propria ridiscesa in campo.

L’insolito evento non ha solo riportato d’attualità l’altra faida ormai vecchia con Martin Schultz, il socialdemocratico tedesco, oggi presidente del parlamento europeo, divenuto celebre per avere criticato Berlusconi nell’aula di Strasburgo ed essere stato rimbeccato col paragone ad un kapò dei lager nazisti. Sulla sua scia se n’è aperta o profilata un’altra ancora con il francese Joseph Daul, capogruppo parlamentare del PPE, che dopo avere criticato anch’egli l’ex premier italiano, in particolare per la sua recente svolta antieuropeista, si è spinto fino a designare apertamente Monti come unico candidato premier dei popolari europei in lizza nelle prossime elezioni. Sollevando così le ire funeste di tutto il PDL, venendo formalmente smentito dai massimi dirigenti dello stesso PPE ma confermando comunque da quale parte sia schierato il centro-destra della UE.

Berlusconi, dal canto suo, non si è ancora spinto fino a dichiararsi vittima di un complotto internazionale che, a giudicare dal numero e dalla varietà di tutti i presumibili partecipanti, dovrebbe essere pressocchè universale, davvero troppo per risultare credibile. Continua tuttavia a denunciare una campagna a lui ostile di quella che chiama “stampa internazionale di sinistra”, cioè non proprio comunista ma quasi, della quale risulta alquanto arduo individuare o anche solo ipotizzare gli ispiratori. A meno di non congetturare che una nuova e più moderna internazionale proletaria non si lasci manipolare dall’eterno nemico di classe, incarnato come sempre da Wall Street che sta dietro anche ad Obama, dalle banche francesi e tedesche avide di profitti a spese dell’Italia, dagli gnomi di Zurigo che sognano magari di staccare il prospero e laborioso nord dal resto del paese per dissanguarlo e arricchire ulteriormente i proprio forzieri.

Si dà infatti il caso (citiamo ancora qualche esempio) che il tedesco “Die Zeit” (27 dicembre 2012) includa Berlusconi in una nutrita lista di personaggi di cui si augura l’uscita di scena nel 2013, sia pure “senza eccessivo spargimento di sangue”, perché così “sarà un anno buono” (Es wird ein gutes Jahr werden). La lista comprende fra gli altri Bashar Assad e Ahmadinejad, Kim Jong Un e Mugabe, Janukovic e Lukascenko, Putin e Murdoch. E l’augurio è condiviso, quanto agli gnomi, dall’elvetico “Neue Zürcher Zeitung”, anch’esso voglioso di registrare un ritiro a vita privata dell’”eterno buffone” (ewige Clown), come l’ha qualificato in una nota a fine d’anno.

Occorre altro per dimostrare quanto siano imponenti le credenziali del nostro eroe come eventuale responsabile dei rapporti  con l’estero del nostro paese? No, non credo, benchè mi si possa rinfacciare che esiste anche l’eccezione Putin. L’amore per il quale, apparentemente ricambiato di cuore come quello per GWB, contribuisce però non poco ad alimentare l’avversione di tutti gli altri. Non resta allora che una conclusione. Siamo praticamente al “molti nemici, molto onore” di buona memoria, e agli eventuali smemorati, propensi ad esaltare il nuovo campione dell’orgoglio nazionale e della ribellione alla perfidia dello straniero, va solo rammentato come è finita la volta scorsa.

A questo punto, comunque, il turbinoso succedersi degli eventi mi obbliga a  prendere atto che anche l’Incontinesauribile deve averci ripensato, chissà se sua sponte, per rispettoso consiglio di qualche amico o semplicemente perché solo i mediocri non cambiano mai idea; e questo non è proprio il suo caso.

Sta di fatto che, scartando quasi su due piedi l’ipotesi Farnesina, ha optato decisamente per il dicastero dell’Economia, e non ha più deflettuto, che si sappia, da questa più meditata scelta neppure dopo che il suo ex braccio destro, poi quasi nemico ma infine ancora un po’ alleato Giulio Tremonti ha prontamente osservato che gli sarebbe più confacente il portafoglio delle Attività produttive. Certo  (abbiamo già visto del resto cosa ne pensino oltre confine) non può esserci dubbio che neppure Monti sia riuscito a rovinare completamente nel giro di un anno tutto quanto di buono il suo predecessore aveva fatto, proprio in campo economico, nel precedente ventennio: un’opera più duratura del bronzo.

Solo una naturale modestia deve averlo spinto a lamentarsi di non avere potuto fare tutto quello che avrebbe voluto a causa dei pochi o nulli poteri assegnati al capo (si fa per dire) del governo italiano dalla Costituzione catto-comunista, oltre che per colpa dei traditori, dei magistrati, ecc. Fortunatamente, per scongiurare pericolose perplessità nel paese, un provvidenziale soprassalto di sincerità l’ha indotto ben presto ad ammettere di avere puntualmente mantenuto tutte le promesse fatte sin dall’inizio.

E pazienza se insiste ad assicurare in TV e alla radio che il PIL italiano non è quello che appare da tutte le statistiche bensì quello sottaciuto a bella posta dalle canaglie e dai congiurati di ogni etnìa; quello cioè, molto più cospicuo, che tiene conto anche di quanto si produce in nero. Pazienza, insomma, se ignora o dimentica che questo prezioso apporto viene già computato ufficialmente dai tempi di Craxi, consentendo uno storico benchè effimero sorpasso della Gran Bretagna. Nessuno è perfetto, neanche Lui.

Registrata, dunque, e archiviata col debito compiacimento anche la penultima di Berlusconi, resta solo da attendere con fiducia l’ultima sul medesimo tema, che sicuramente non ci verrà negata. Manca ancora un mese, mentre scriviamo, alle elezioni che riveleranno l’esito della sua più recente e più impegnativa impresa. Potrebbe persino vincerle, dati i precedenti, benchè sia generalmente ritenuto più probabile che le perda. Ma anche in caso di sconfitta sarebbe davvero e per sempre fuori gioco?

Un anno fa la già citata Rana Foroohar, dopo averne detto peste e corna e conseguentemente salutato con sollievo l’uscita da Palazzo Chigi, ammoniva a non fidarsi troppo: don’t count him out till the fat lady sings, che all’incirca vale “non dire gatto se non l’hai nel sacco” in italiano antico ovvero trapattoniano. In effetti la signora grassa ha continuato e continua a cantare, e tra qualche mese, chissà. Con i competitor (=concorrenti) che si ritrova lui, e con la collaudata disponibilità del paese a farsi da lui abbindolare, magari ce lo ritroveremo noi al Quirinale come garante e leader morale di una grande coalizione per l’unità nazionale nell’arco costituzionale. Escludendo, cioè, i grillini, così che imparino a tagliarsi di due terzi le paghe elargite da Stato e regioni. La speranza comunque è l’ultima a morire, beninteso.

Nemesio Morlacchi

SE BONAPARTE E IL CAVALIERE FOSSERO RIMASTI ALL’ELBA

Straripando di rispetto verso il Grande Sconfitto da Arcore, quando si è riofferto all’Italia non ci siamo uniti al coro dei denigratori, dall’Economist agli ultrà del merkelismo. Invece siamo riandati alla fosca vicenda del Corso, che col suo avventurismo aveva sconvolto l’Europa e qualcosa di più. L’epilogo andò come segue. Il 1° aprile 1814 il cinico Talleyrand, tra l’altro principe di Benevento, si fece nominare dalla ‘coda del Senato’ parigino -60 senatori su 140- capo del governo provvisorio della Francia. Il giorno dopo, alla testa della coda del Senato, proclamò decaduto Napoleone; il quale abdicò senza opporre resistenza (lo stesso farà il Cavaliere nel novembre 2011), ottenendo in cambio, oltre alla sovranità dell’isola d’Elba, di conservare il titolo di imperatore, di portare con sé un battaglione della Guardia, nonché di incassare un assegno di 2 milioni. Giorni dopo ebbe un crollo, tentò di avvelenarsi, ma il 20 aprile si accomiatò dai suoi granatieri a Fontainebleau e fece rotta per l’Elba. Dieci mesi dopo, “animato com’era -scrive uno storico della Sorbona- dalla fede nella propria stella”, sbarcò improvvisamente in Francia e così cominciarono i fatali Cento Giorni. Sconfitto definitivamente a Waterloo, l’ex-sovrano elbano provò a imbarcarsi per l’America, ma la via del mare era bloccata dalla flotta britannica. Dovette consegnarsi  e fu deportato a Sant’Elena, per morirvi sei anni dopo.

Se doveva finire così. per l’Eroe non sarebbe stato saggio restarsene a Portoferraio (Elba) col blasone imperiale, il comando di un battaglione e il beneficio della buonuscita? Venendo ai Cento Giorni del sovrano brianzuolo, i presagi non sono benigni. Abbandonato nella disgrazia, come Napoleone dai marescialli ingrati, non gli rimane che una coda del Pdl, cui cambierà il nome ma con la quale coda difficilmente scongiurerà la Waterloo di Febbraio. Certo il regnetto d’Elba/Mediaset era troppo diminutivo per l’ego del Cavaliere. Così rieccolo tra noi, candidato alla disfatta elettorale e al wagneriano Goetterdaemmerung, crepuscolo degli Dei.

Se morganaticamente sposerà Francesca, oscura adolescente forse conosciuta a Napoli oppure all’Elba, troverà finalmente la pace, nonno coccolato da una dolce nipotina. Però avrà dovuto pagare alti prezzi, persino in termini monetari. Dopo la sconfitta finale, i suoi vincitori -specialmente stranieri- non avranno clemenza. Forse non faranno prigionieri.

A Waterloo l’Imperatore seppe che l’Europa coalizzata sarebbe stata implacabile. Il Congresso di Vienna apprese la notizia del ritorno dall’Elba alla fine di una  delle sue tante feste da ballo (la grande diplomazia di allora era persino più futile di quella dei nostri giorni). Il solito Talleyrand-Perigord, uno dei più bei nomi di Francia ma bieco traditore del suo sovrano (traditore come quel Gano di Maganza, cognato di Carlo Magno, che a Roncisvalle fece morire Orlando, il più prode dei paladini) fece adottare dal Congresso la Dichiarazione del 13 marzo: “Napoleone si è messo fuori del consorzio civile. Come perturbatore della pace del mondo si è esposto alla vendetta del genere umano”. Immaginate voi la condanna, all’apertura delle urne di febbraio, che dilanierà il Grande Postribolatore! Si fosse contentato del piccolo reame dell’Elba, non sarebbe sfuggito a un destino orribile?

In ogni caso, restando all’Elba Egli avrebbe a tempo debito potuto acquistare cash, o con un concambio con una ‘division’ di Fininvest, una repubblica dei Caraibi. Ammaliati dal suo porgere e dai suoi shows televisivi,  i nuovi sudditi, molto più numerosi e allegri di quelli di Portoferraio, lo avrebbero plebiscitato Capo dello Stato. con conseguente impunità diplomatica rispetto a tutte le Procure del pianeta. E’ stato un errore non leggere più libri sul Corso maledetto.

Basilio

IL BELLO (l’Italia), IL BRUTTO (Monti), IL CATTIVO (la politica)

UN’ALTRA ITALIA è POSSIBILE?

 

Pasqua è ancor lontana, eppure questi sono già giorni di “Passione” per la nostra seconda Repubblica: partita di slancio, vent’anni or sono, col suo carico di promesse (una nuova etica pubblica, un rinnovamento della classe politica, riforme strutturali…), è rimasta praticamente ferma ai nastri di partenza.

Miracolosamente recitano ancora sul palco del teatrino politico italiano personaggi “evergreen”, quali Berlusconi, Fini, Casini, Bersani: se un paziente, caduto in coma nel ’94, si risvegliasse solo oggi, sarebbe assai difficile convincerlo che sono trascorsi invano diciotto anni!

La seconda Repubblica ha offerto solo il peggio di sé. Eppure rimpiangere la prima, come in voga tra i nostalgici, è un’operazione “ai limiti dell’irragionevolezza”: come dimenticare che la prima Repubblica è miseramente crollata travolta da un’ondata di corruzione e monetine? E come nascondere che quel fardello -chiamato debito pubblico- che gli italiani si caricano sulle spalle è stato riempito dalla politica clientelare ed affarista di quei favolosi anni ‘80?!

 

Nell’anno trascorso, il Capo dello Stato, affidando ad un tecnico il compito di traghettare l’Italia tra le onde burrascose della speculazione finanziaria, ha agito da “curatore fallimentare” della seconda Repubblica, non più fidandosi dei vari “Schettino” della politica nostrana. Ma dove dirigere, adesso, la nave Italia?

Tornare indietro non è più possibile, così come proseguire sulla rotta tracciata dal bipolarismo malato di questi anni. Occorre guardare avanti e far rotta verso una terza Repubblica, completando finalmente quella traversata perigliosa iniziata nel ’94.

In che modo? Seguendo tre direttrici:

◆ in primis, una riforma strutturale dell’assetto istituzionale del Paese (attuando un vero federalismo, abolendo le Province, riparando i guasti di un’affrettata riforma del Titolo V della Costituzione ed introducendo l’elezione diretta del Capo dello Stato);

◆ in secundis, un rinnovamento radicale della classe politica italiana (introducendo il limite di due mandati per ogni carica elettiva ed imponendo ai partiti per legge le primarie);

◆ in tertiis, il ripristino sostanziale di una “democrazia rappresentativa” (restituendo ai cittadini -ancora detentori della sovranità- la facoltà d’incidere sulle scelte della politica, abolendo il Porcellum, rivitalizzando l’istituto referendario con l’abolizione del quorum ed introducendo i referendum propositivi).

Via maestra per conseguire un traguardo così ambizioso sarebbe l’elezione di una nuova Costituente. Sarà mai il nostro Paese pronto ad una simile “prova di maturità”?

 

 

UN’ALTRA POLITICA è POSSIBILE?

 

Il Natale ha portato in dono agli italiani una campagna elettorale: non certo il regalo più ambito (c’è da scommettere che i più avrebbero preferito un meteorite su Montecitorio!). A cinquanta giorni dal voto, il quadro politico appare ancora confuso, indecifrabile: citando indegnamente Zarathustra, da questo “caos” non verrà certo fuori una “stella danzante”, per lo più un’Italia decadente!

 

Il centrosinistra, ancora una volta, ha cambiato contenitore pur di non cambiar contenuto: dopo i Progressisti, l’Ulivo e l’Unione, è arrivato il turno dell’“Italia Bene Comune”.

Questa coalizione parte favorita ai nastri di partenza, ma la probabile vittoria del Pd non dovrebbe entusiasmare più di tanto un partito che si conferma incapace da un lato di andar oltre quel 30% del suo massimo consenso storico (nonostante il “vuoto politico” lasciato dagli avversari), dall’altro di sciogliere il nodo della propria identità politica (fra i democratici, c’è persino chi si vergogna d’apparire Keynesiano!).

La vittoria del centrosinistra, inoltre, rischia di rivelarsi una “vittoria di Pirro” nel caso in cui non disponesse di una maggioranza assoluta al Senato. In quest’ipotesi, l’unico errore da non commettere sarebbe “porgere l’altra guancia” a Casini, offrendogli un’alleanze di legislatura. La via maestra, piuttosto, sarebbe battezzare un “governo di transizione” con un mandato di scopo: consentire al Parlamento di varare una nuova legge elettorale, con la quale ripresentarsi alle urne entro l’estate 2013.

 

Nel centrodestra Berlusconi sembra muoversi a ritmo di valzer, alternando passi “avanti” (l’annuncio della sua sesta ridiscesa in campo), poi “indietro” (la disponibilità a cedere il passo prima a Monti, poi ad un altro premier gradito alla Lega), poi ancora “laterali” (l’indicazione del fido Angelino alla successione).

Che il Cavaliere sia tornato dalle vacanze Keniote con idee più confuse che mai lo dimostrano le sue mosse: prima l’avallo delle primarie (con tanto di candidature e raccolta firme), poi la loro cancellazione; prima la sfiducia a Mario Monti, poi l’indicazione dello stesso come federatore dei moderati (in una colazione inclusiva della Lega e con al primo punto del programma l’abolizione dell’Imu!).

A tal punto, o il centrodestra avrà il coraggio di compiere il “regicidio” oppure rischia di lasciarsi trascinare inesorabilmente a fondo dal suo stesso fondatore!

 

La Lega, schiacciata dalla vergogna di dover giustificare i diamanti di Belsito, gli investimenti in Tanzania del partito e le “miracolose” lauree albanesi del Trota, ha oggi una sola priorità: non più entrare a Palazzo Chigi, quanto superare la fatidica soglia di sbarramento al Parlamento. Probabilmente Maroni e Tosi, i “barbari sognanti” del nord-est, riusciranno nell’impresa di rianimare un movimento indipendentista e legalitario scopertosi centralista e ladrone. Il dubbio è se il tempo sia oramai troppo stretto da qui alle prossime elezioni…

 

Il centro “naviga a vista”, sperando solo in capitan Monti, finalmente decisosi a prendere in mano il timone dei moderati. Anche se la nave del Pdl sembra guidata da capitan Schettino e quella del Pd non mostra segnali di ostilità, in acqua vi sono altre presenze ingombrati: i pirati grillini ed i rivoluzionari di Ingroia. Se non si ricostituisse l’asse Pdl-Lega, al Pd si aprirebbe lo spiraglio giusto per vincere anche in Lombardia e Piemonte, con tanto di “adieu” alle ambizioni centriste di porsi come ago della bilancia in un futuro Parlamento balcanizzato! Per la prima volta, così, Casini rischierebbe d’aver fatto i conti senza l’oste: il grande centro potrebbe rivelarsi solo un grande fiasco!

 

A Sinistra del centrosinistra si è affacciata una nuova formazione politica: “Rivoluzione Civile”, la lista guidata da Ingroia, sostenuta dai sindaci De Magistris ed Orlando. Le chance di successo (ovvero di superare la soglia di sbarramento) di questo nuovo soggetto politico dipenderanno da un solo fattore: la capacità di aprirsi alla società civile ed imporre ai partiti che lo sostengono (Idv, Prci, Pdci e Verdi) un profondo rinnovamento.

I primi segnali sono incoraggianti (i partiti hanno rinunciato al loro simbolo ed i loro segretari al ruolo di capolista). Vedremo se alle belle parole seguiranno fatti concreti: se si tratterà di tracciare un nuovo percorso per una Sinistra finalmente progressista e di governo oppure di un cartello elettorale: l’ennesimo “maquillage politico”!

Che dire? Se son rose… saran rosse!

 

In questo marasma, l’unica certezza è l’ingresso di una folta schiera di “grillini” nel prossimo Parlamento. Il Movimento Cinque Stelle è sbalorditivamente cresciuto puntando tutto sulla protesta: sullo smascheramento dell’ipocrisia di chi siede in Parlamento e sulla denuncia degli odiosi privilegi di un’intera classe politica. Ma le famose “Cinque Stelle” (acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo, connettività ed ambiente) non saranno certo sufficienti per una proposta seria di governo del Paese.

Tanti gli interrogativi irrisolti:

◆ quali posizioni assumerà il Movimento sulle più disparate questioni di politica nazionale fin ora non discusse? Chi detterà la linea? Grillo o qualche organismo collegiale rappresentativo della base?

◆ Il ruolo dei parlamentari grillini sarà quello di meri “portavoce” del Capo, il cui massimo grado d’autonomia sarà apporre un “Mi piace” ai suo post? Quale ruolo si ritaglierà Grillo? Quello di “padre nobile” del Movimento o di “padre padrone” dell’ennesimo partito personale?

A molte di queste domande credo nemmeno Grillo possa ancora dar risposta…

 

 

UN ALTRO MONTI (BIS)? NON E’ POSSIBILE!

 

In qualsiasi democrazia, chiunque miri alla più alta carica di governo può percorrere una sola strada: candidarsi alle elezioni ed ottenere “un voto in più” del proprio avversario. Non è concepibile, dopo la breve parentesi del governo tecnico, immaginare “un’altra eccezione” a questa basilare regola democratica! Mario Monti ha tutto il diritto di ambire alla premiership, ad una condizione: dimostrare di disporre di un’ampia legittimazione popolare. Fino a prova contraria, difatti, la sovranità appartiene ancora al popolo!

 

Senza voler apparire “portatore di sventura”, per una volta l’Economista della Bocconi potrebbe aver fatto male i conti: la sua scelta di “salire in politica” potrebbe rivelarsi un inaspettato boomerang!

Fino a pochi giorni fa, Mario Monti si presentava al Paese come un “deus ex machina”: un salvatore della Patria, capace di far uscire l’Italia da una situazione apparentemente senza più via d’uscita. Di contro, l’unica via d’uscita dalla sua esperienza di governo portava dritto al Quirinale (in qualità di successore di Napolitano) o di nuovo a Palazzo Chigi (in qualità di premier “super partes” indicato dai partiti) o in Europa (magari in veste di successore del presidente Barroso).

Una volta che il Professore si è tirato in mezzo all’agone politico, il quadro è profondamente cambiato: alle prossime elezioni, la coalizione Monti rischia di porsi come terzo, forse quarto polo del Paese (dato Bersani per favorito, Berlusconi e Grillo hanno le carte in regola per ambire a prendere un voto in più di Fini e Casini!).

A tal punto, a che titolo Mario Monti potrebbe contendere il posto a Bersani, ragionevolmente leader del primo partito d’Italia, per di più legittimato dalle primarie?

Se “è tanto più facile ricambiare un’offesa che un beneficio” (P.C.Tacito), perché mai il Cavaliere, dopo aver ricevuto il gran rifiuto dal Senatore, dovrebbe appoggiare una sua corsa al Quirinale? Se “non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico” (C. Pavese), perché mai Berlusconi, dopo esser stato ridicolizzato dall’ironia british del Professore, non dovrebbe preferire al suo posto persino la Finocchiaro al Colle?

 

 

UN ALTRO PAESE, Più SEMPLICEMENTE “NORMALE”, è POSSIBILE?

 

Nel 2008, in piena campagna elettorale, Walter Veltroni pronunciò queste parole: “L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa”. In tutta onestà, come credere al mito degli “Italiani brava gente” o alla favola per cui il Paese reale sia fatto di tutt’altra pasta rispetto a chi lo governa?

Se gente come Raffaele Lombardo, Marcello Dell’Utri, Cesare Previti ed i vari Scilipoti di turno e De Gregorio d’Italia hanno assunto ruoli di responsabilità pubblica è perché non pochi italiani hanno riposto in loro la loro fiducia!

Si dirà che il Porcellum ha estromesso gli elettori della facoltà di scelta dei candidati. Ma nel Lazio, dove alle elezioni regionali sono previste le preferenze, Fiorito -meglio noto come “er Batman”- non è forse risultato il consigliere più votato?

Alle parlamentarie del Pd gli elettori non hanno forse candidato a furor di popolo anche personaggi condannati o indagati, quali Genovese, Crisafulli e Papania in Sicilia?

L’ex assessore regionale Zambetti pare aver “comprato” 4.000 preferenze dalla ‘ndrangheta per assicurarsi l’ingresso al Pirellone. Ma, dietro ad ogni voto comprato, non vi è forse un elettore “venduto”?

Totò Cuffaro, all’epoca già condannato in primo grado per favoreggiamento mafioso, è stato candidato dall’Udc al Senato. Gli elettori siciliani non l’hanno forse premiato con un consenso plebiscitario? Qualcuno ha interpretato la massiccia astensione dell’elettorato siciliano alle ultime regionali come la prova del disgusto nei confronti di un certo modo di fare politica. Ma non è più probabile che molti, essendo consapevoli di non poter più ottenere “nulla in cambio” dalla politica di questi tempi, abbiano preferito risparmiare il proprio voto, aspettando “nuovi acquirenti”?!

Il “vaccino del berlusconismo” -per citare Montanelli- è stato iniettato ripetutamente agli italiani, pur producendo pesanti “effetti collaterali” (colossali conflitti d’interessi, ripetute leggi “ad personam” -dal decreto “salva ladri” del ’94 alla legge sul legittimo impedimento del 2010-, soppressione delle voci dell’informazione sgradite al potere -ricordate l’editto bulgaro?-, cancellazione della facoltà degli elettori di scegliere i parlamentari -si veda il “Porcellum”-, abuso del ricorso alla fiducia ed alla decretazione d’urgenza…). Eppure gli elettori non hanno forse atteso la “sesta” ridiscesa in campo del Cavaliere prima di iniziare a provare qualche “intimo prurito”?!

Come poter credere, allora, che gli italiani siano davvero migliori della “Casta” che li governa?

di Gaspare Sera

Blog “Panta Rei

ROBERTO VACCA: LA RECRUDESCENZA DI BERLUSCONI

Ho preso questo titolo dal racconto di Kipling The Recrudescence of Imray [in Mine Own People] in cui un funzionario del grande Impero Indiano sparisce misteriosamente. Mesi dopo, il Sovrintendente Strickland va ad abitare nel bungalow che era stato di Imray – e nel sottotetto ne trova il cadavere con la gola tagliata. Era stato ucciso dal suo servitore indiano.

Sta solo nel loro recrudescere l’analogia fra Imray e Berlusconi. Quest’ultimo “tornò inasprito” (Lat. “recruduit”) anche se nessuno gli aveva tagliatola gola. In senso metaforico se l’era tagliata da solo. Secondo alcuni avrebbe dovuto – non tagliarsi la gola, ma almeno ritirarsi in buon  ordine già nel Gennaio del 2011 dopo aver letto la seguente micidiale intervista rilasciata dall’allora presidente egiziano Mubarak – circa un mese prima delle sue dimissioni. La riporto qui di seguito:

Estratto di conversazione telefonica fra il Rais Mubarak (RM) e un giornalista conosciuto solo con le iniziali D.L.

D.L.: … Signor Presidente, ho appreso che: il suo nome è stato citato in modo leggero e indebito in questa squallida saga. Le chiedo, però, in via solo ipotetica, come avrebbe reagito se il Signor Berlusconi l’avesse chiamata offrendo la sua cooperazione per far passare sotto silenzio un’accusa di furto contro una sua nipote – minorenne?

RM: Lo avrei informato che i figli dei miei figli sono stati educati a seguire standard di comportamento molto severi e che, quindi, un’accusa di questo tipo mi sarebbe apparsa come una macchinazione diffamatoria o come un ovvio caso di false generalità dichiarate da un’accusata. Nell’ipotesi assurda che un mio parente fosse accusato di furto in un paese straniero, avrei severamente rifiutato di approvare qualunque tipo di insabbiamento – io credo fermamente nella giustizia. Fustigherei – verbalmente – chiunque fosse così temerario da suggerire che una proposta disdicevole di questo tipo potrebbe mai evocare la mia approvazione o la mia gratitudine.

DL:  Signor Presidente, lei ha nipotine minorenni?

RM: Buona domanda: non ne ho. Questa semplice circostanza si sarebbe dovuta chiarire prima di sognarsi di creare quella che lei chiama questa “squallida saga”.

DL: Grazie per la sua pazienza, Signor Presidente.

 

Segue il testo originale dell’intervista:

Excerpt of telephone conversation between Rais Mubarak (RM) and a journalist known only by his initials (DL)

DL: …. so I understand, Mr. President, that your name was brought in very lightly and unduly into this rather drab saga. May I ask, however, in a purely hypothetical way, what would have been your reaction if Mr. Berlusconi had called you volunteering his cooperation in the cover up of an alleged theft attributed to a grand-daughter of yours – a minor?

RM: I would have informed him that my grand-children have been brought up to strict standards of behaviour and that any accusation of that ilk had to be considered as wilfully construed to defame or as a blatant case of impersonation. In the unconceivable assumption that any relative of mine could have been accused of theft in a foreign country, I would have sternly declined to approve of any cover up – I am a firm believer in justice. I would flog, verbally, anybody so bold as to hint that a disreputable suggestion of this kind might hope to evoke my approval or gratitude.

DL: Mr. President, do you have any minor grand-daughters?

RM: A good point: I do not. This simple fact should have been established before even dreaming of creating what you called this “drab saga”

DL: Thank you for your patience, Mr. President.

*      *      *

Il lettore accorto avrà certo capito subito che l’intervista è apocrifa. La scrissi io nel Gennaio del 2011 e la mandai a vari giornali – spiegando che si trattava di una spiritosa invenzione.

Nessuno la pubblicò. Marco Travaglio mi disse  che era meglio non pubblicarla perché era troppo plausibile. È per questo che la dissemino adesso. Il fatto che fosse plausibile dovrebbe ispirare ogni cittadino razionale a dissociarsi  da gruppi o movimenti connessi con il Berlusconi o che siano da lui influenzati.

LA COSA BIANCA E IL SOPRAGGIUNTO FINI

Se gli arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele, più Giovanni Battista il Precursore, Stefano protomartire e alcune migliaia di minori martiri fondassero oggi un nuovo partito, la Cosa Santa, tra pochi anni finirebbero quasi tutti indagati o imputati. Parecchi di loro, divenuti parlamentari peones o no, meriterebbero la galera; in parte vi entrerebbero. I costi della politica crescerebbero per un partito in più, la ripresa dell’economia verrebbe ritardata dalle tangenti imposte alle imprese nelle regioni, comuni e aziende pubbliche amministrate dalla Cosa Santa.

Beninteso la medesima cosa accadrebbe se Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg uccisi nel 1919, più Antonio Gramsci, Babeuf detto Gracchus suicida per la causa, la Pasionaria Dolores Ibàrruri e altri apostoli della non violenza proletaria lanciassero una moderna forza politica dal nome Spartakusbund Due o Nuova Cospirazione degli Uguali. Tempo qualche anno e la maggior parte degli assessori alla Sanità, dei presidenti di provincia e dei consiglieri Rai in quota alla Cosa Scarlatta dovrebbero stabilirsi in Tunisia o in altri Stati che non estradino. Tutto ciò è certo, certissimo, come il buio dopo il tramonto. Sessantasette anni di ‘democrazia dei partiti’- la definizione imprudente/spudorata è sfuggita di recente a Massimo D’Alema, l’implicazione essendo che tale democrazia è una condanna senza scampo, come la finitezza della vita biologica- il sessantasettennio dicevamo ha dimostrato al di là di ogni possibile dubbio che i partiti sono bande di malavita, famiglie dello stesso Mob dei Twenties a Chicago. L’Uomo del Colle non perde occasione per parlare di ‘nobiltà’ della politica e di indispensabilità dei politicanti e dei partiti. Ma è vero l’opposto.

Dunque il ministro Andrea Riccardi, il capo della Cisl e quello delle Acli, più un certo numero di Avv.Prof. profondamente cattolici farebbero meglio a lasciar cadere la Cosa Bianca. Li tormenterebbe il rimorso di aver dilatato la cleptocrazia nata dalla Resistenza. L’impegno religioso è una cosa molto seria: non lo insozzino con un altro partito di ladri. Tanto più in quanto il 18 agosto, in concomitanza coll’arrivo del caldo-killer Caligola, è andato a Pieve Tesino (Trento) per offrirsi come co-lanciatore della Cosa Bianca il noto cattolico, eremita e volto nuovo della politica Gianfranco Fini.

Per non mancare all’appuntamento degasperiano -a Pieve Tesino nacque lo statista democristiano, da Ciriaco De Mita, l’ex premier un po’ malalingua, lodato come “inventore del modello di governo di coalizione” (cioè come pacificatore della guerra tra bande)- l’ascetico Fini ha interrotto la sua adorazione della Croce all’Argentario o a Montecarlo. “A valle delle polemiche sulle sue superscorte, ha scritto Marco Cremonesi sul ‘Corriere’, il presidente della Camera è giunto a Pieve Tesino con un seguito non ridottissimo: quattro agenti e due autisti; ad attenderlo sul posto c’erano altri tre uomini. A precedere le due vetture del convoglio presidenziale, la staffetta della Polstrada”. Ogni sincero democratico,  ogni lettore assiduo della nostra mirabile Costituzione, non può che rallegrarsi del forte impegno dell’Erario sull’incolumità dell’aitante ma spirituale correligionario di Charles Péguy -quanti pellegrinaggi insieme a Notre-Dame di Chartres!- e di Georges Bernanos.

Se il terziario francescano Fini non fosse arso dalla fiamma dell’engagement civile, se ne sarebbe stato

all’Argentario a fare il sub -si sa che sotto la muta porta il cilicio- e a stendere quattro capitoli delle  Memorie: “Palinodia: Mussolini NON fu il maggiore statista del secolo”, “Fascismo altrettanto sterminatore quanto lo stalinismo”. “Sofferto distacco da Silvio” e “Ho pianto con Bernanos sulle Carmelitane di Port-Royal”. Sfidando l’ilarità generale, dei valligiani di Pieve Tesino come dell’intero arco dolomitico, l’aspirante quadrumviro della Cosa Bianca e homo novus del regime ha dichiarato: “Quel che conta è dar vita a una buona politica che abbia a cuore l’interesse generale”. Anche fuori del heimat degasperiano è universalmente noto che l’asceta dell’Argentario non ha smesso un istante in vita di avere a cuore l’interesse generale, soprattutto quando confliggeva coll’interesse proprio. I fatti parlano con voce di bronzo. E poi, il suo livre-de-chevet non è ‘Journal d’un curé de campagne’?

Porfirio

P.S.- Però Porfirio un merito lo riconosce all’Assetato di Dio che presiede Montecitorio: ruppe col Lubrico da Arcore.

SILVIO AL QUIRINALE: PERCHE’ NON STRAUSS-KAHN?

Guzzanti sul Giornale, G.Ferrara sul Foglio hanno infierito il 27 febbraio sulla Patria infelice: il primo riprospettando Berlusconi al Quirinale (però male dissimulando qualche raccapriccio); il secondo sghignazzando contro la morale comune -dunque vostra e mia- e inneggiando a una sua lettura spermatico-calcistica del superumanismo nietzschiano. Allora va detto chiaro e tondo: una repubblica che eleggesse a suo monarca settennale il Lubrico da Arcore non meriterebbe di sopravvivere. L’emigrazione in massa degli italiani essendo impossibile, e comunque troppo comoda per il Foglio e la Minetti, non resterebbe che invocare il colpo di stato, demolitore di queste pessime tra le istituzioni.

Piuttosto i colonnelli alla Ataturk o alla Nasser che il trionfo della sozzura. Sozzura del Personaggio, sozzura dei suoi guardiaspalle ed apologeti. Squallore dei suoi elettori, più spesso che no muniti di estratto conto invece che di anima. Che poi: per estremizzare ribadisco ‘piuttosto i colonnelli’. Ma non che i colonnelli alla Ataturk o alla Nasser non abbiano svecchiato e complessivamente migliorato le situazioni in cui agirono.

Direte: il malaugurio di Guzzanti e la sguaiata soddisfazione del Foglio per il trionfo della prescrizione e della pornocrazia sono segni di dissesto mentale. Direte: non è reale il pericolo di un’elevazione dello statista da Arcore a Camere riunite; che la riconferma dell’Inquilino attuale sarebbe più forte; che la candidatura di Monti sarebbe fortissima e invincibile: Tutto ciò è vero. Però la gentaglia delle Camere e dei partiti sarebbe capace di qualsiasi abiezione.

Non resta che l’ottimismo della volontà. Lo scempio minacciato da Guzzanti (Ferrara la mette più sul sollazzo) non ci sarà. Troppo stomachevole, troppo contro natura, troppo meritevole del Putsch militare. E’ vero, nel passato il Quirinale non è stato un palladio di valori. I papi lo costruirono col denaro più sporco. Un monarca sabaudo, figlio degenere del Padre della Patria, ne confermò la malareputazione spendendo in cavalli e in cannoni più che per tutti i poveri del Regno; uno dei suoi successori repubblicani, un gazzellide, peggiorò il costume quirinalizio, in modi senza dubbio meno lerci rispetto a quelli riferibili al Pornosuperuomo di G.Ferrara.

Ottimismo della volontà dunque: Silvio col triregno dei papi e la corona sabauda è un incubo da maladigestione. Lo Stivale ha avuto le sue scalogne, ma da questa si salverà.

A.M.Calderazzi


PAOLO FACCHI – IN DIFESA DEI GOVERNI TECNICI

“Keine politik mehr” (di politica non ne facciamo più)

Questa frase sbrigativa mi veniva   ripetuta da occasionali interlocutori nella ancora distrutta Germania del ’48 ‘ e ’49, fra macerie di case e mutilati. Soltanto il disegno delle strade era rimasto delle loro antiche città.

Ora che anche noi, italiani,  dobbiamo camminare fra le macerie della trista e pericolosissima vicenda berlusconiana, non si sa fino a che punto conclusa, forse soltanto sospesa; ora che gli italiani devono apprendere a non dimenticare di quanto fossimo scesi in basso; e di quanto fossimo saliti nella gerarchia dei saltimbanchi e nemmeno dei comici, ma dei commedianti che scivolano su di un palcoscenico dalle assi bagnate; ora è il caso di rivolgersi a coloro che stanno ancora lì con la bocca aperta.

Coloro che non digeriscono i sacrifici del governo Monti e rimpiangono le favole berluscon-bossiane accusano questo nuovo governo di essere soltanto tecnico e non emergente da sovranità popolare. Come se un popolo avesse il diritto di rovinare se stesso. Come se fossero valide soltanto quelle decisioni che sono state prese direttamente dal popolo in forma elettorale, nemmeno dai parlamenti e dai governi; nemmeno da quelle poche persone che hanno la competenza per prendere decisioni presumibilmente le più funzionali.

E un atteggiamento che sembra non tener conto della regola, pur riconosciuta in comune, che chi vuole uno scopo non può non volere i mezzi che ritiene adatti a raggiungerlo. E fa pensare che l’efficacia di tutti i mezzi dipenda da chi li propone,  Il decisore è colui che schiaccia il bottone, e il suo bottone sarebbe quello giusto se lui ha la posizione riconosciuta. Siamo nella suggestione, nella magia. Lo stesso bottone diventa quello sbagliato se lui si è trovato lì senza la valida autorizzazione, che è poi la veste del mago. Un modo di ragionare come questo ha i suoi presupposti ed è molto più diffuso la fra gente di quanto si creda. Fa anche ricordare proverbi come l’occhio del padrone ingrassa la  mucca: non basta la mano del contadino, che certamente meglio del padrone ne sa di fieno e di stalla. Ci sono coloro  che dicono accetteremo di fare dei sacrifici quando ce li chiederà un governo che ha i titoli per chiederceli e quei titolari siamo noi, perché quei sacrifici li dobbiamo fare noi. Soltanto la signora che apre la borsa ha la competenza per sapere se quello che sta acquistando è utile o non lo è. E’ un ragionamento che rende inutili, anche sospetti, tutti i consigli di estetisti, farmacologi, terapeuti e via di seguito. E li sostituisce con la demagogia, la suggestione, l’imbroglio, l’ignoranza saccente.

Si arriva a concludere che soltanto un governo legittimato dal popolo può prendere decisioni per il bene di quel popolo. Ma nella nostra contingenza italiana la mia opinione è che sia proprio il contrario. Perché nel valutare le decisioni di un governo legittimato, votato dalla maggiorana, bisogna vedere come è stata ottenuta questa legittimazione.

Faltar el pueblo, mi sembra si dica nella lingua spagnola. Viene da un vecchio adagio; credo che significhi non si combina niente di buono ingannando la gente. Perché un consenso ottenuto con l’inganno non dovrebbe avere credito alcuno. I signori che rimpiangono la merda berlusconiana, quella che non puzza, perché a lui basta crederlo, e rimpiangono anche quella dei suoi alleati,  perché ci hanno fatto l’abitudine a vederle assieme, si sentono gratificati e non si accorgono dell’inganno che c’era dietro.  Ma questo inganno  aveva soltanto il merito di essere  abbastanza nuovo. Ora non lo è più, e i nostri signori sparano a salve. Anche perché questo continuo parlar da stupidi genera diffidenza.

Questo inganno consisteva nel fatto che gli elettori, e ormai sono quasi tutti elettori, si sentono ripetere alcune cose che pensano loro stessi, o perlomeno che si dicono quando sono fra di loro. E se la sentono ripetere sulla carta stampata, sulla televisione, perfino su certi libri; e quindi con l’autorevolezza che da tali fonti deriva. E vengono anche allenati, incoraggiati, a ripetersele da un’osteria all’altra, magari anche in certi salotti. Certo, tutti sono capaci avere delle opinioni, e ne hanno anche il diritto. Ma  questo non dice nulla sulla qualità di quell’opinione, la quale va giudicata con i mezzi appropriati, e quasi sempre il singolo parlante questi mezzi non li ha. Non ha quello che possiedono in pochi, e che si chiama onesta  competenza. Perché le competenze sono sempre in pochi ad averle e hanno faticato nel procurarsele; e devono faticare per tenerle aggiornate. Il trucco riesce  perché c’è la convinzione che un’ opinione, da opinabile o addirittura sballata, diventa attendibile, diventa vera, se la si ripete in pubblico: se tutti la pensano così, sarà  così che bisogna fare. E si dimenticano che c’è qualcuno che ha interesse a far che tutti la pensino così ed ha anche i mezzi per ottenere quello che gli interessa: è quel qualcuno che controlla i famosi mezzi di comunicazione di massa e ci mette dentro quello che serve a lui. Ma una banalità, una sciocchezza, non diventa una verità perché la si ripete ogni sera in televisione o la si legge ogni mattino su tutti  giornali; e nemmeno se la si ripete a voce, così, distrattamente. Ripetizione, moltiplicazione infinita e incessante sono soltanto quello che sono; non inverano e non santificano nulla.

Se poi quell’opinione, quella sentenza che viene esposta in pubblico è proprio la nostra, chi resisterà alla tentazione di concludere allora avevo proprio ragione, è proprio così che bisogna fare? E la cosiddetta vanità degli ignoranti, che qualche volta sono anche proprio degli imbecilli. E proprio sfruttando questa vanità che si vincono le elezioni, si costituiscono le maggioranze parlamentari. E questi sarebbero i titoli per governare?

Al governo è meglio che ci vadano le persone di competenza, che i problemi se li sono studiati e sanno prospettare soluzioni sensate. E questo lo dovrebbero comprendere anche i parlamenti; che ripetere le banalità degli uomini qualunque è ben diverso dal sapersi orientare in mezzo ai problemi di quegli stessi uomini qualunque.

Paolo Facchi

IL PARTITO DEGLI IMPRENDITORI? CI È BASTATO BERLUSCONI

Ci vorranno cento anni per smaltire i veleni e i danni iniettati nel Paese dal berlusconismo. Ecco perché diciamo di no ai segnali lanciati da alcuni imprenditori che bramano di scendere nell’arena politica. Gli imprenditori, che devono anche farsi perdonare di avere sostenuto così a lungo, così acriticamente, così ciecamente, così appassionatamente, così collusivamente, Berlusconi, pensino invece a rifondare un’economia seria, pulita, produttiva..

Quando lanciammo un sondaggio tra i nostri lettori, chiedendo quanto tempo sarebbero durati i veleni ed i danni iniettati nel Paese dal berlusconismo, la maggioranza rispose: dieci anni. Ora il vescovo di Mazara del Vallo – dichiarazione che pubblichiamo a parte – parla di quaranta anni. Chi scrive pensa che l’unità di misura corretta sia quella del secolo. Anche se la forbice dell’indicazione quantitativa può essere molto ampia, esistono ormai pochi dubbi, nella maggioranza dei cittadini, compresi molti dei suoi servi più fedeli, che i danni causati al Paese dall’imprenditore Berlusconi sono altissimi, e che il peso della c.d. tassa Berlusconi è più elevato di qualsiasi possibile imposta patrimoniale si sia mai vista sulla faccia della terra.
Una parte di questa gigantesca imposta è riconducibile al genio, in un certo senso, unico di Berlusconi. Ma un’altra parte, non piccola, è direttamente legata proprio al suo essere imprenditore, ed è su questo aspetto che vogliamo riflettere.

Se ci sforziamo di ricordare la figura di qualche imprenditore che abbia svolto, con successo duraturo, una importante funzione di guida politica, ben pochi o nessuno ci viene alla mente nella storia moderna di tutti i paesi. Certo non furono gli imprenditori a guidare la ricostruzione europea dopo la seconda guerra mondiale, i cui artefici si chiamavano Churchill, Adenauer, Schuman, De Gasperi. Né furono gli imprenditori a guidare la ricostruzione degli USA dopo la grande crisi degli anni Trenta, quando la leadership fu assunta da Roosevelt. Né furono gli imprenditori a guidare il processo di unificazione italiana i cui alfieri si chiamavano Cavour, Garibaldi, Mazzini. Né furono gli imprenditori a svolgere una funzione guida nel processo di unificazione europea, al quale, anzi, molti di loro si opposero a lungo.

Ogni tanto troviamo qualche imprenditore che assunse la responsabilità di ministro. Alcuni svolsero, in questa veste, un’azione politica rilevante. Tra tutti, in primo luogo, Walther Rathenau (1867-1922), imprenditore, dirigente industriale (era figlio di Emil il fondatore della AEG) ma anche statista, filosofo sociale, scrittore, pioniere degli studi sulla responsabilità sociale d’impresa, ministro della Ricostruzione nel 1921 e poi ministro degli Esteri dal gennaio 1922 sino a quando fu assassinato da appartenenti alle formazioni giovanili di destra. Un personaggio poliedrico, colto, eminente. Eccellente ministro delle Finanze fu, nel 1925, l’imprenditore e finanziere Giuseppe Volpi, nominato dal fascismo Conte di Misurata (per i meriti acquisiti come governatore della Tripolitania), la cui politica del debito pubblico e delle riforme fiscali andrebbe, ancora oggi, studiata a fondo. Ma molto più numerose sono le figure di imprenditori o alti dirigenti d’impresa che, come ministri, fecero molto male. Come McNamara, grande ed ottimo dirigente industriale, che fu un pessimo ministro della Difesa di Kennedy, come Hank Paulson, grande dirigente bancario, uno degli uomini più ricchi d’America e catastrofico ministro del Tesoro del presidente Bush; come il nostro Lunardi, disastroso ministro dei Lavori pubblici di Berlusconi, il teorico della convivenza con la mafia.

Perché dunque è così difficile che un, pur bravo, imprenditore sia anche un buon politico? Lo spiegarono, con formula assai concisa, i veneziani nel 1534, quando, riferendosi ad Alvise Gritti, dissero criticamente: “Ille vult esse dominus et simul vult esse mercator; esse autem dominus et mercator impossible est”. Il tema è stato analizzato da Ludwig von Mises nel 1922 nel suo libro “Socialismo”, uno dei libri fondamentali del ‘900, che ha spiegato, con un anticipo di 70 anni, perché le economie centralizzate non potevano funzionare: “L’intero scopo dell’imprenditore è di adattarsi alle contingenze economiche del momento. Il suo scopo non è di combattere il socialismo, ma di adattarsi alle condizioni create da una politica che tende alla socializzazione. Non ci si deve attendere che gli imprenditori o qualsiasi altro gruppo nella società debbano, al di là del proprio interesse, fare dei principi generali di benessere la massima della loro propria azione. Le necessità della vita li spingono a trarre il massimo da ogni circostanza data. Non è affare degli imprenditori dirigere la lotta politica contro il socialismo; tutto quel che li riguarda è adattarsi nei confronti della socializzazione, in modo da trarre il massimo profitto possibile nelle condizioni in cui si trovano”.

Lo ha sostenuto, sin dal 1954, Peter Drucker, il massimo cantore dell’impresa e della responsabilità imprenditoriale:

“Solo a questo punto si può affrontare il problema delle responsabilità che la classe dirigente industriale dovrebbe assumersi, essendo uno dei gruppi-guida della società moderna, responsabilità che trascendono quelle di natura puramente aziendale. Non passa giorno, senza che un portavoce dell’industria non affermi l’esistenza di una qualche responsabilità nuova di questo genere. Si è sentito dire che l’industria, e per essa i suoi dirigenti, dovrebbero essere responsabili della sopravvivenza degli studi classici nelle università, della istruzione economica dei lavoratori, della tolleranza religiosa, della libertà di stampa, del rafforzamento o della abolizione delle Nazioni Unite, e della “cultura” nel senso più ampio e della protezione delle varie arti.

Non c’è alcun dubbio che l’essere un gruppo guida comporti delle gravi responsabilità e che nulla è più distruttivo che l’evitare tale responsabilità. Del pari, però, nulla è altrettanto distruttivo quanto rivendicare delle responsabilità che un gruppo non ha; nulla è più pericoloso che l’usurpare delle responsabilità. Il modo con cui la classe dirigente industriale d’oggi ha affrontato il problema, tende a commettere ambedue questi errori, a evitare, cioè, delle responsabilità reali e a usurpare delle responsabilità che non esistono e non devono esistere.

Infatti, chiunque parli di “responsabilità”, afferma implicitamente anche l’esistenza di una “autorità”. Affermare che la classe dirigente industriale ha delle responsabilità in un determinato campo, significa anche affidarle un’autorità in quel campo. C’è, forse, una qualche ragione per credere che in una libera società, una classe dirigente dovrebbe avere autorità in campo universitario, artistico, educativo o in merito alla libertà di stampa o in politica estera? Sollevare il problema significa dargli l’unica soluzione possibile: un’autorità del genere sarebbe inammissibile. Affermazioni del genere non dovrebbero essere concesse neppure alla foga oratoria dei discorsi di apertura dei “picnic” che le aziende, per antica abitudine, tengono ogni anno.

Le responsabilità pubbliche della classe dirigente industriale dovrebbero quindi essere limitate a quelle aree, in cui essa può, legittimamente, invocare autorità”.

Infine la dimostrazione definitiva dell’incompatibilità tra la mentalità, la cultura, la metodologia dell’imprenditore e quelle dell’uomo politico, ci è stata offerta proprio da Berlusconi, la cui azione (a prescindere da tutte le valutazioni di carattere morale) si è dimostrata una delle più inefficienti, inefficaci ed inconcludenti della storia italiana, proprio perché “Ille vult esse dominus et simul vult essere mercator; esse autem dominus et mercator impossibile est”.

Anche chi scrive è stato ed è da una vita un cantore dell’impresa, dello spirito imprenditoriale e della responsabilità imprenditoriale e pensa che il ruolo che lo spirito d’impresa può e deve avere per la decisiva partita in corso per salvare e ricostruire il Paese dai disastri del berlusconismo e della Lega congiunti, sia molto importante. Ma ognuno nel proprio ruolo, facendo le cose che sa fare, assolvendo bene alla sua missione.

Per questo guardo con crescente e doppia inquietudine ai segnali che vedono alcuni imprenditori bramosi di scendere nell’arena politica. Parlo di doppia inquietudine, perché il rischio che corriamo di un’azione di questo tipo è doppio. Rischiamo di avere nuovi governanti pessimi, come sono, salve rarissime eccezioni, gli imprenditori quando scendono (non si dice mai: quando salgono) in politica. Rischiamo di avere nuove forme di conflitti di interesse e di confusioni di ruolo che tolgono alla categoria imprenditoriale, nel suo insieme, quella credibilità necessaria per pesare, come corpo imprenditoriale, nel processo di disinquinamento e ricostruzione del Paese. Un ruolo molto importante spetta agli imprenditori associati nella battaglia per la rifondazione di un’economia seria, pulita, produttiva. Ma proprio per questo dobbiamo dire no al partito o ai partiti degli imprenditori. Qui abbiamo già dato e gli imprenditori devono anche farsi perdonare di avere sostenuto così a lungo, così acriticamente, così ciecamente, così appassionatamente, così collusivamente, Berlusconi. È giusto perdonarli. Ma che non “scendano”in politica, ma piuttosto “salgano” come responsabilità pubblica. Per gli imprenditori in politica abbiamo già dato. E ad occhio e croce, per un centinaio di anni dovrebbe bastare.

Marco Vitale

da www.allarmemilano-speranzamilano.it

FALLISCE IL SUFFRAGIO UNIVERSALE, SI CHIEDE IL CONTO ALL’EUROPA

Con un picco di onestà (e patetismo) da record, il nostro presidente del Consiglio a Bruxelles ha chiesto al presidente europeo Van Rompuy che sia l’Europa a imporre ai governi l’innalzamento dell’età pensionabile. Con quale motivazione? Una necessaria uniformità nei Paesi che condividono la stessa moneta? Certo che no. “Ogni governo che provasse a farlo perderebbe voti”, spiega Berlusconi. Alla faccia del “miglior sistema di governo possibile”. Se le democrazie fondate sul suffragio universale non sono in grado strutturalmente di prendere decisioni non dico giuste, ma addirittura necessarie, perchè si basano su un consenso irresponsabile, non sarà il caso di riconsiderare il nostro sistema?

Troppo facile chiedere che ad addossarsi l’impopolarità delle decisioni inderogabili sia l’Unione europea. Già da anni sconta continui attacchi da parte del populismo (sia di destra che di sinistra), già da anni i cittadini europei sono sempre meno entusiasti della propria appartenenza comune. Le spinte nazionaliste sono in costante aumento, i partiti antieuropei crescono ovunque, c’è già chi parla di abbandonare l’Unione. In un contesto del genere è accettabile che i governi nazionali chiedano di poter addossare all’Unione la responsabilità di quello che sarebbe loro dovere fare? Alla lunga il giocattolo rischia di rompersi.

Cari governi nazionali, se il sistema politico in vigore vi impedisce di attuare le politiche necessarie alla nostra stessa sopravvivenza, non invocate un capro espiatorio, un santo martire che si immoli per voi. Cominciate ad immaginare come cambiare quel sistema.

Tommaso Canetta

DALLA PRIMA ALLA SECONDA REPUBBLICA

A rischio il consuntivo dei 150 anni

Dei 150 anni finora trascorsi dall’unificazione dell’Italia in uno Stato nazionale indipendente la prima metà abbondante sfociò nella catastrofe materiale e morale del secondo conflitto mondiale, la cui responsabilità ricade sul regime fascista generato dalla precedente “grande guerra” (vedi in proposito l’Internauta di luglio-agosto). Altri conflitti pur meno immani, partecipati o ingaggiati dal giovane Stato, già avevano contribuito non poco a turbarne più o meno gravemente la vita. Si può ben dire quindi che dalla cessazione di impegni bellici per di più prevalentemente fallimentari sul piano militare potevano derivare solo vantaggi, anche se i fallimenti erano a loro volta attribuibili almeno in parte a carenze di quello che oggi si chiama sistema-paese.

Non sembra comunque un caso che i progressi maggiori, veri e propri salti di qualità e conquiste storiche, come il raggiungimento di un relativo benessere e l’eliminazione dell’analfabetismo, siano stati compiuti nel periodo posteriore al 1945, caratterizzato da una lunga pace sul fronte esterno benché resa precaria e persino “calda” dalla cosiddetta guerra fredda tra Est e Ovest con annessa e costante minaccia di un apocalittico conflitto termonucleare. Questo stesso contesto internazionale, come sappiamo, era così fortemente condizionante da scoraggiare qualsiasi iniziativa e tentazione bellica anche a carattere locale o comunque limitato, che tornarono infatti ad agitare la scena europea (altrove non vi fu stasi) solo dopo la fine di quell’epocale confronto.

Altri risvolti favorevoli di un simile contesto si ritrovano nell’interesse degli Stati Uniti, leader dello schieramento occidentale, a rafforzare sotto ogni aspetto i paesi alleati, compresi quelli appena vinti in guerra, per meglio fronteggiare insieme la sfida del mondo comunista, e nell’interesse degli stessi alleati a stringere i loro legami al medesimo scopo. L’Italia potè così fruire prima degli aiuti economici e finanziari americani dispensati nel quadro del Piano Marshall ai fini della ricostruzione post-bellica e del decollo del proprio sviluppo, e poi dei molteplici vantaggi ricavati dalla partecipazione al processo di integrazione economica dell’Europa occidentale.

Non va inoltre dimenticato che in Italia, come in tutto l’Occidente, la suddetta sfida giocò un ruolo tutt’altro che secondario nel rafforzare la spinta a promuovere, insieme allo sviluppo economico, anche adeguate soluzioni dei problemi spesso gravi di giustizia sociale per non lasciare fianchi troppo scoperti alla contestazione e agli allettamenti del grande avversario politico e ideologico, reso tanto più temibile dalla potenza militare dell’Unione Sovietica almeno fino a quando le molteplici pecche del “primo Stato socialista del mondo” non divennero sempre più evidenti anche agli occhi di chi soggiaceva più ciecamente al suo fascino.

In Italia, anzi, questo fattore fece sentire il suo peso più che altrove data la complessiva, maggiore arretratezza e fragilità rispetto ai paesi con i quali essa generalmente si confrontava e si confronta, con conseguente e imponente presenza di quello che diventò e rimase per decenni il maggiore partito comunista del mondo occidentale. Naturalmente, e per contro, ciò conferiva una particolare asprezza alla dialettica politica interna, che rischiò infatti a più riprese, soprattutto nella fase iniziale del dopoguerra, di sconfinare in scontro aperto, al limite in una nuova guerra civile.

Se questo pericolo, tuttavia, fu scongiurato, lo si dovette non soltanto agli oggettivi condizionamenti di cui sopra ma anche alla capacità dimostrata dai capi degli opposti schieramenti di padroneggiare una problematica così ardua con senso di responsabilità, reciproca moderazione al di là delle violenze polemiche e una disponibilità al compromesso anche costruttivo, quando necessario, come nel caso della Costituzione democratica e repubblicana del 1947-48. La lezione di De Gasperi e Togliatti, in qualche modo emuli, nella fase più difficile, di Giolitti e Turati mezzo secolo prima, non venne dimenticata e fu semmai ulteriormente sviluppata dai rispettivi successori, però in forme e con percorsi più tortuosi ed ambigui, anche a causa della comparsa di un’aspirante terza forza rappresentata dal partito socialista di Craxi.

Il grande compromesso storico preconizzato da Gramsci e rilanciato in qualche modo da Berlinguer verso la fine degli anni ’70 non giunse comunque mai in porto anche perché se ne sentiva sempre meno il bisogno, in un contesto internazionale ormai avviato a cambiare radicalmente. Il tracollo finale del blocco orientale ebbe il duplice effetto di minare sia le fondamenta quanto meno storiche dell’egemonia democristiana sul vittorioso schieramento anticomunista sia la consistenza e il credito di un’alternativa comunista quantunque riveduta e corretta. La susseguente crociata anticorruzione di Mani pulite spazzò via il PSI e mise in ginocchio la DC fino a frantumarla ma non bastò a consegnare il potere alla sinistra, vecchia o nuova che fosse.

Nata dunque da una duplice scossa tellurica e mai riuscita poi a liberarsi da una cronica instabilità e sostanziale inconcludenza, la cosiddetta seconda repubblica doveva in realtà scontare l’eredità per molti aspetti pesante della prima oltre alle svariate asperità del nuovo ordine internazionale e, naturalmente, alle proprie carenze congenite o sopravvenute in aggiunta a tradizionali difetti o vere e proprie tare nazionali.

Difficile dire se nel bilancio consuntivo della classe politica che gestì la prima repubblica prevalsero i meriti oppure i demeriti. In testa ai primi campeggia quello di aver saputo guidare il paese in un processo di crescita senza precedenti in ogni settore malgrado la profonda spaccatura politico-ideologica della sua anima. Ma non meno meritorie furono la conduzione di una politica estera tendenzialmente equilibrata ed aperta pur nel quadro dell’appartenenza all’alleanza atlantica, la graduale benché a tratti estremamente contrastata acquisizione al gioco democratico anche della rappresentanza solo inizialmente modesta dei nostalgici del fascismo e, a cura delle intere maggioranze governative, la preservazione della laicità dello Stato malgrado la professione cattolica del partito dominante.

In campo economico, tuttavia, la crescita procedette con slancio solo finchè propiziata, insieme agli altri fattori esterni già menzionati, dal basso prezzo di una fonte energetica essenziale come il petrolio. Tenuto conto delle ingenti accise imposte sulla sua commercializzazione, non si mancò di ironizzare sulla repubblica fondata su di esso, anziché sul lavoro come voleva la Costituzione. Non a caso i dolori cominciarono negli anni ’70, quando il mondo dovette subire due crisi consecutive provocate da bruschi rincari dell’”oro nero”.

L’Italia, in particolare, le scontò con un sensibile rallentamento della crescita e il divampare di un’inflazione che giunse a superare il 20%. A smorzarla concorsero in seguito soprattutto ulteriori mutamenti esterni, che non bastarono però ad impedire un nuovo e più duraturo sbandamento, mai veramente combattuto e perciò via via aggravatosi: l’accumulazione di un gigantesco indebitamento pubblico, senza uguali tra i grandi paesi più avanzati con la sola eccezione del Giappone. Sulla scia di una crisi planetaria di cui ancora non si intravede l’esaurimento, esso fa incombere addirittura lo spettro della bancarotta di Stato.

L’aumento delle difficoltà economiche frenò, comprensibilmente ma forse non del tutto inevitabilmente, la riduzione del divario tra Nord e Sud, inizialmente agevolata dalla massiccia emigrazione interna dalle terre meridionali in concomitanza con l’imponente attività della Cassa del Mezzogiorno, uno strumento concettualmente appropriato per promuovere lo sviluppo ma usato con criteri e finalità specifiche (come l’industrializzazione indiscriminata) per lo meno discutibili quando non inficiati dal clientelismo sistematico, dalla corruzione e dai compromessi con la criminalità organizzata.

Col passare del tempo il processo si arrestò e addirittura si invertì, mentre crebbero parallelamente i traffici delle mafie, il loro controllo sul territorio e la protervia della loro sfida ad uno Stato troppo spesso, come minimo, tollerante, assente o imbelle. Da ultimo, il complessivo aggravamento della questione meridionale contribuì alla comparsa di una questione settentrionale, sollevata da una Lega nord ondeggiante tra autonomismo e separatismo ma comunque lanciata a colmare in qualche misura il vuoto lasciato dalla DC.

Un altro antico male nazionale, l’evasione fiscale, dilagata anch’essa di pari passo con la crescita economica e mai programmaticamente combattuta come del resto la corruzione, è ovviamente divenuto tanto più deleterio quando si è dovuti passare a difendere dalle successive crisi i progressi compiuti negli anni ’50 e ’60 e a parare la minaccia di ricadute all’indietro. E qui, per la verità, la classe politica, con tutte le sue manchevolezze, ha dovuto fare i conti con un paese forse complessivamente migliore di lei ma per certi aspetti o in certi momenti peggiore, al di là del fatto lapalissiano di averla espressa, ormai da molti decenni, libero da presenze e imposizioni straniere.

Quasi esplicitamente approvata dall’attuale presidente del Consiglio, l’evasione fiscale non suscita particolare scandalo presso l’italiano medio anche quando si lamentano sperequazioni tra le diverse categorie di contribuenti. Certo ne suscita meno che altrove, dove sarebbe difficile trovare equivalenti del vecchio adagio nazionale “piove, governo ladro”. Lo stesso vale, anzi vale ancor più per la corruzione, che vede l’Italia ai primissimi posti nell’Europa occidentale e che sembra attirare scarsa o nessuna attenzione anche da parte dell’opinione pubblica più o meno qualificata e dei media che denunciano quotidianamente gli inverosimili privilegi e l’insaziabilità della “casta”. E ciò mentre un paese come l’India, a proposito di caste, contro la corruzione inscena oggi una sollevazione popolare.

Si tratta di abiti ovvero storture mentali per le quali si possono trovare le più diverse spiegazioni più o meno persuasive, compresi un atavico fatalismo, la rassegnazione, il cinismo, ecc. Esistono però anche altre singolarità nazionali, ugualmente negative ma di tipo diverso se non opposto. Come spiegarsi il terrorismo di estrema sinistra scatenatosi negli anni ’70, sulla scia della contestazione giovanile del ’68, e protrattosi molto più a lungo ma soprattutto con dimensioni molto più ampie e con un bilancio di sangue molto superiore rispetto ad altri paesi occidentali? I suoi capi incitavano, invano, alla rivoluzione proletaria, proprio mentre il vituperato regime reazionario adottava uno Statuto dei lavoratori che innalzava la tutela dei loro diritti a livelli senza uguali, si scioperava sempre più senza freni, si voleva rendere il salario variabile indipendente e si discettava spesso su quello del tempo libero come un problema prioritario.

Non stupisce perciò la ricerca, peraltro vana, di ispirazioni e finalità del fenomeno diverse da quelle dichiarate, di mandanti nascosti e più o meno insospettabili; lo sforzo, insomma, di smascherare quelle “trame oscure” e quei complotti che in qualche altro caso, in effetti, furono anche appurati, ma quasi mai in misura del tutto esauriente e senza mai uscire da un clima morboso al limite della paranoia. La grande maggioranza del paese, in compenso, conservò nonostante tutto, come si usa dire, i nervi saldi, continuando anzi a dare ulteriori prove di multiforme e costruttiva vitalità e mostrandosi impermeabile alle suggestioni estremistiche di qualsiasi colore. Facilitò così la resistenza praticamente compatta e alla fine, se si vuole, vittoriosa che la classe politica riuscì ad opporre all’offensiva terroristica, pur con qualche dissenso al vertice in alcuni momenti culminanti come l’assassinio di Aldo Moro e malgrado il troppo tempo occorso per stroncarla.

Ancor più tempo dovette trascorrere, invece, affinché il governo potesse vantare successi di qualche rilievo nella repressione della criminalità organizzata. Una lotta, in verità, mai sembrata abbastanza risoluta e limpida in ogni sua fase ed aspetto (basti ricordare le ombre addensatesi sull’assassinio del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino), e successi che mai sono parsi definitivi o anche solo tali da avvicinare la soluzione del problema. Il quale, già reso più complesso dall’apparente conversione delle mafie a pratiche più sfuggenti e sofisticate, più di recente si è semmai ampliato geograficamente, all’insegna dell’affarismo, con il loro insediamento in varie aree del Settentrione.

Confrontata anch’essa con questo autentico flagello nazionale come con gli altri, la seconda repubblica presenta un bilancio complessivo ancora provvisorio la cui voce più positiva è una pace interna pur sempre relativa ma comunque migliorata rispetto al passato ed anche in confronto ad altri paesi. Una pace, tuttavia, accompagnata da perduranti o nuove turbolenze e sulla quale soprattutto incombono una serie di minacce anche esterne. Nel ventennio a cavallo del cambio di secolo il successo più vistoso, del paese e dei suoi governanti, è stato il laborioso ingresso nella zona euro, benché vecchi vizi nazionali abbiano fatto sì che se ne sia largamente e impunemente approfittato per raddoppiare i prezzi.

L’adozione della moneta unica doveva aiutare a far quadrare i conti statali malgrado l’onere del debito pubblico ed in effetti ha assolto questa funzione ma, in modo rassicurante, solo fino a quando la bufera finanziaria ed economica scatenatasi in tutto il mondo occidentale ha finito con l’investire la moneta stessa. Il superamento della crisi tuttora in corso richiede non solo la sua tenuta, a sua volta condizionata dalla coesione dell’eurogruppo, ma anche un adeguato sforzo individuale di risanamento da parte di un paese in oggettiva difficoltà come l’Italia. Una sfida, questa, che l’attuale coalizione governativa ha affrontato sinora con determinazione e razionalità quanto meno dubbie.

Il risanamento dei conti, tra l’altro, presuppone (a quanto generalmente si sostiene e ammonisce, benchè la cosa non sia del tutto pacifica) la ripresa della crescita, che in Italia langue ormai da tempo più che altrove e per rilanciare la quale urgerebbero riforme tuttora latenti. Una prospettiva tutt’altro che implausibile resta perciò, semmai, quella di una inarrestabile decrescita, già minacciata, prima ancora dell’attuale crisi, dalla perdita di competitività del paese sull’arena internazionale.

Sarà possibile scongiurarla con una classe politica renitente a combattere la corruzione perché troppo facile essa stessa ad incapparvi? Chiaramente restìa a ridimensionare i proventi di deputati a Roma e al Lussemburgo, senatori e consiglieri regionali ecc., ingiustificabilmente superiori a quelli di quasi tutti i loro omologhi europei (per di più molto meno assenteisti di loro); a tagliare spese sontuarie come le ambasciate regionali all’estero e a sfoltire il personale spesso pletorico delle amministrazioni locali specie nel Meridione (Napoli con più dipendenti di New York ecc.)? Clamorosamente incapace di porre fine ad emergenze già di per sé inconcepibili come quella dei rifiuti a Napoli e di utilizzare i fondi per le aree più depresse stanziati dall’Unione europea? Messa in grave e multiforme difficoltà da un’immigrazione di gran lunga inferiore a quella accolta dalla Svizzera?

Qui il dubbio, ovviamente, è tanto più di rigore. Resta solo da rilevare che una larga parte delle pecche e macchie appena menzionate chiamano in causa le responsabilità sia dell’attuale maggioranza di centro-destra sia dell’opposizione di centro-sinistra. Entrambe, tra l’altro, hanno concorso a vanificare il vantaggio minimale promesso al paese dalla seconda repubblica rispetto alla prima (e anche al passato prefascista): una maggiore stabilità governativa in virtù di un bipolarismo non anomalo, ossia zoppo, come il precedente e, nelle aspettative, più funzionale di esso.

Un po’ di maggiore stabilità in effetti vi è stata (due sole elezioni anticipate in meno di un ventennio…) ma il bipolarismo non ha tardato a dimostrarsi fasullo, prima da una parte e poi dall’altra, e comunque inefficace e inconcludente. Ha persino consentito, anzi, se non favorito, il profilarsi, per la prima volta dal 1861, di un rischio di disintegrazione del paese, con l’avanzata a lungo impetuosa della Lega almeno potenzialmente e a tratti apertamente secessionista, al nord e la comparsa di speculari tentazioni al sud. Un rischio accresciuto piuttosto che allontanato, si direbbe, da quel tanto di cosiddetto federalismo sinora introdotto o messo in cantiere, anche con la collaborazione del centro-sinistra.

Franco Soglian

IL CETO MEDIO, LA MANOVRA CHE MERITA

“Tutto nella manovra sembra congiurare contro quel ceto che è così ‘medio’ da non avere alcuna rappresentanza, nessuna ‘Conf” che lo protegga (…) Gente senza nome e senza volto come gli statali, che per decenni si sono tenuti lo Stato come datore di lavoro e ora ne pagano il fio. Perdono il Tfr per due anni e perdono pure i ‘ponti’: i veri poveri i ponti li fanno a casa, i veri ricchi li fanno quando vogliono, ma è il ministeriale che vive sui ponti”.

Insomma per Antonio Polito (Corriere della Sera 14 agosto) la cancellazione dei ponti è ‘la vera grande riforma di questa manovra, se mai sopravviverà all’ira popolare e all’iter parlamentare’. Ha ragione, nel dubitare che la cancellazione dei ponti sopravviverà, e più ancora nel considerarla, a Dio piacendo, la sola vera riforma. Quel ‘ministeriale che vive sui ponti’ è degno di ogni elogio. Sul presupposto di considerare ministeriali, a fini di ponti, quelle altre legioni di bancari e assimilabili -pagati abbastanza ma non troppo, un po’ straccioni come me, ma all’opposto di me consumisti e assidui davanti ai teleschermi- che all’imbocco dei ponti si mettono al volante dei loro camper, coll’aria intensa di chi va incontro al Destino. Il borghese piccolo piccolo dei nostri giorni ha il camper accessoriato, in ogni caso pensa con le categorie del camperista.

Quando si arrabbiava coi francesi, Charles de Gaulle li bollava ‘una nazione di épiciers’, stirpe negata all’epica. Dovremo interrogarci, fino a che punto vogliamo intenerirci sul ceto medio dello Stivale? Ci siamo tutti dentro, certo, ma differenze ci sono. Il grosso del ceto era entusiasta del Duce un tempo, oggi del gruppo Fininvest o del gruppo De Benedetti, copia conforme del primo. Piangeremo sulle sue sventure? Inerte e plagiabile com’è, ha ciò che si merita. Non che lo stesso ceto sia migliore in Gran Bretagna, o in Norvegia con le sue fissazioni monarchiche o macrobiotiche o femministiche. Anche in Gran Bretagna o in Norvegia il borghese piccolo piccolo entra docile nel parco buoi e ci permane appagato.

Dal capitalismo, dal libero mercato, dal furbo progressismo alla Venerdì di ‘Repubblica’ il ceto medio ha ricevuto una felicità dei consumi quale i nostri padri non avrebbero osato sognare. E’ logico ne paghi i costi. Nascesse una schiera di grandi maestri, di Mosé, di guide spirituali, a proporre il ripudio del benessere consumistico, il ceto medio li crucifiggerebbe, inneggiando al Barabba micro-edonistico.

Chi altro incolpare, come ‘utile idiota’ del Male che modella e governa il mondo in cui viviamo -la fame e le troppe nascite degli africani, le spese militari e il lusso in crescita, l’idiozia del tifo calcistico, i redditi sconci dei top manager, l’importazione di badanti e di schiavi da pomodori- se non il ceto medio di tutti i continenti? Sotto i ceti medi ci sono le turbe di tubi digerenti, impossibilitati a pensare ma idonei (qualche volta) ad essere sobillati. Al sopra i ricchi e i dritti, i quali semplicemente esercitano il diritto dei grandi carnivori di mangiare gli erbivori leggeri (i pachidermi no, né i bufali cafri).

Noi, il ceto medio minoritario, dovremmo voler condurre la Polis e il resto dell’ecumene umano. Invece no, lasciamo tutto ai carnivori grandi e piccoli, tra i quali ultimi imperversano i politici di professione. Allora è naturale, nonostante le voci che si levano a nostra difesa, che le leve fiscali siano manovrate in modo da colpire innanzitutto noi. Se ci autogovernassimo, con questo o quel congegno di democrazia diretta, decideremmo noi non i carnivori.

La spesa pubblica sarebbe più leggera -niente spese militari e di prestigio, niente sfarzo, niente sprechi, solidarietà forte solo con gli infelici meritevoli, decimazione dei burocrati, cancellazione dei politici, avocazione dei redditi osceni- e il ceto medio non sarebbe più vittima sacrificale. E non avrebbe più alibi. Il male è che il ceto medio, edonistico come può, agogna alla ricchezza anche quando sa che non l’avrà mai. Fa come gli italiani quando fecero il successo di ‘Quattroruote’: allora non possedevano l’automobile ma la sognavano.

Pereat il ceto medio degli edonisti da strapazzo. Piuttosto: l’interrogativo finale dello scritto di Antonio Polito è: “La manovra d’agosto segna l’inizio di un’era nuova nella politica italiana. Ora che è stato tradito, che farà il ceto medio?” Già, che farà se non avviticchiarsi al camper? Francia o Spagna, purché si edonizzi.

A.M.C.

STEFANIA CRAXI E L’EREDITA’ DEL PADRE

Socialismo italiano e quello degli altri

Cosa sia il socialismo non è mai stato facile dire. Oggi lo è forse meno che mai, dopo il decesso di quello “reale” che se non altro era visibile e tangibile. E la difficoltà diventa addirittura di sesto grado in Italia, paese la cui politica è sempre stata un vero rompicapo per gli stranieri, almeno dopo la scomparsa di Mussolini, che peraltro era stato inizialmente socialista anche lui e dopo la prima caduta si riciclò alla testa di una repubblica “sociale”, finita però presto e male. A rigore sulla scena nazionale il socialismo non esiste quasi più, dopo che il partito più grosso o meno mingherlino che lo professava venne spazzato via, secondo i suoi orfani, dalla perfidia di Mani pulite.

Gli orfani riconoscibili o dichiarati si sono infatti dispersi all’interno degli opposti schieramenti mentre gli ex- o post- comunisti, che sembravano destinati secondo logica a raccogliere l’eredità del vecchio e più o meno glorioso nome, non possono usarlo in alcun modo all’interno dell’attuale PD perché inviso agli ex- o post-democristiani più o meno di sinistra compresa persino la pasionaria Rosy Bindi. Una residua bandiera socialista viene innalzata dalla porzione più moderata e più consistente dell’estrema sinistra capeggiata da Nichi Vendola, in attesa anch’essa, però, di rientrare in parlamento dopo la disfatta elettorale del 2008 e dimostrarsi comunque non effimera.

Su questo sfondo, la complessità e la nebulosità della questione acquistano adesso aspetti addirittura grotteschi. In un’intervista al Corriere della sera l’ex ministro Antonio Martino, alfiere del liberalismo più ferreo, denuncia un’asserita deriva socialista del governo Berlusconi. Gli replica Stefania Craxi, sottosegretaria agli Esteri, protestando per l’offesa all’ “onoratissima parola socialismo” e lanciandosi in una distinzione e una teorizzazione decisamente ardite. A suo dire, infatti, il socialismo di matrice ottocentesca, dopo i successi ottenuti con l’emancipazione di interi popoli e categorie sociali, sarebbe entrato in crisi negli anni Settanta quando, “conquistato il welfare state, non trovò più alcuna meta da additare”.

Missione compiuta, insomma. Fine della storia, allora? No, perchè ci pensò Craxi padre a prolungarla. Sarebbe stato infatti lui a “capire per primo che i nuovi traguardi andavano cercati nella valorizzazione della persona e nell’ampliamento delle libertà”, trovando una folta schiera di imitatori in tutta Europa compresi Tony Blair, i tedeschi della SPD, Zapatero e dirigenti vari della nuova Europa dell’est. Peccato che i traguardi additati dal defunto Bettino, per quanto nobilissimi, fossero perseguiti già da qualche secolo, sia pure con periodici sbandamenti e distrazioni, dagli antagonisti storici del socialismo senza che si sentisse il bisogno di rinforzi proprio dalla sua parte.

Peccato, inoltre, che Martino non sia certo isolato nel rimproverare a Berlusconi e soci la perdita strada facendo dello slancio liberalizzatore ostentato in partenza, senza che ciò impedisse alla Craxi figlia di continuare a trovarsi a suo agio nella Casa delle libertà e di manifestare invece qualche disagio soltanto ora che altri ex socialisti passati al centro-destra, a cominciare da Tremonti, danno segni di ripensamento sull’indiscutibilità del liberismo ad oltranza e della globalizzazione. Stefania peraltro esclude che il collega rischi ricadute nel socialismo e attribuisce piuttosto al “bossismo” l’assenza di tagli ai costi della politica nella manovra da 79 miliardi, che sembra deplorare. Ma non era stato suo padre a proclamare in parlamento, per discolparsi chiamando tutti gli altri a correi, che la politica, in democrazia, aveva i suoi sacrosanti costi?

Peccato, infine, che i suddetti ripensamenti siano nati dalla grande crisi ancora e più che mai aperta dell’economia e della finanza occidentali con conseguenti ripercussioni sul welfare state, che lungi dal confermarsi una conquista definitivamente acquisita è entrato a sua volta in sofferenza. Col concorso di altri fattori anche di politica estera, ne è scaturita una virata a sinistra dei maggiori partiti europei di tipo socialista, dalla SPD ai laburisti inglesi, passati sotto la guida di nuovi dirigenti apparentemente dimentichi degli insegnamenti di Bettino Craxi. E ciò mentre persino Obama, in America, viene accusato dalla destra di inclinazioni bolsceviche. Cose, queste, che la fiera Stefania, benché sottosegretario agli Esteri, sembrerebbe ignorare ovvero non tenere in alcuna considerazione.

Mevio Squinzia

BATTISTI LIBÉRÉ, L’ITALIE “HUMILIÈE”

La décision de la justice brésilienne de libérer l’ancien militant d’extrême-gauche Cesare Battisti a provoqué de nombreuses réactions en Italie, où il a été condamné par contumace à la réclusion à perpétuité pour quatre meurtres et complicité de meurtres commis à la fin des années 1970. Pour leJDD.fr, Alberto Toscano, journaliste et écrivain, explique l’état d’esprit des Italiens.

La libération de Battisti a-t-elle provoqué la colère des Italiens?
Ce n’est pas une réaction de colère ou de vengeance mais de déception. Le fait qu’une décision de justice [sa condamnation à perpétuité par la justice italienne en 1993, ndlr], dans un cas si grave, ne soit pas appliquée est vécu par les Italiens comme une humiliation nationale. Il y a un sentiment d’amertume. Il n’est pas question d’harceler Cesare Battisti pour se venger de quelque chose. Mais tous ceux qui ont vécu la peur à cette époque et la tragédie du terrorisme ont le droit de ne pas être humiliés. Le problème finalement, ce n’est pas que Battisti soit libéré, mais que la magistrature italienne ait été bafouée.

En Italie, comment s’explique-t-on la décision brésilienne de libérer Cesare Battisti?
On se l’explique par des considérations politiques, quoi sont elles-mêmes le fruit de pressions internationales, notamment françaises. Le dernier jour de son mandat, le président Lula a décidé de libérer Battisti. La Cour suprême brésilienne n’a fait que confirmer la décision du président brésilien. Pourtant, elle avait dans un premier temps décidé de l’extrader. Cela voulait bien dire que le dossier juridique était bien ficelé. C’est donc un calcul politique du président Lula.

«Cela étonne les Français qui ont une attitude un peu légère vis-à-vis de l’Italie»

En Italie, la classe politique est unanime pour condamner cette libération…
Oui. Cela étonne les Français qui ont une attitude un peu légère vis-à-vis de l’Italie et qui ne prennent pas la peine d’étudier l’histoire de l’Italie avant de prendre une position politique. Une partie du monde politique français a d’ailleurs manqué de respect à l’Italie au sujet du terrorisme. Or, en Italie, l’ensemble de l’opinion publique considère que Battisti aurait dû être extradé. Mais je le répète, ce n’est pas une question de vengeance. Il s’agit tout simplement de défendre la démocratie italienne et sa dignité.

Le souvenir de ces années de plomb est-il toujours très présent en Italie?
Le souvenir est très présent dans toutes les têtes de ceux qui ont vécu cette période horrible, où les terroristes d’extrême droite et d’extrême gauche ont combattu la démocratie. Ces deux formes différentes de terrorisme voulaient la même chose : la déstabilisation de l’état de droit démocratique. Durant cette période, des centaines de personnes ont été tuées, des actes de violences ont été commis contre des magistrats, des journalistes, des professeurs d’université… A l’époque, tous ceux qui étaient loyaux au principe de l’Etat républicain risquaient leur vie. Je cite toujours cet exemple très symbolique de l’actuelle présidente du parti démocrate italien, Rosy Bindi, qui était à côté d’un professeur d’université au moment où il a été assassiné par les Brigades rouges. Ce souvenir est donc encore très vif parmi les hommes politiques actuellement au pouvoir en Italie.

La page n’est donc pas tournée…
En Italie, on voudrait bien tourner la page mais pour cela, il faut que l’on dise clairement de quel côté était le mal, de quel côté était le bien, pour qu’il n’y ait pas d’ambiguïté. Les victimes du terrorisme sont celles qui se sont battues pour notre démocratie et notre état de droit. La démocratie était du côté de l’écrasante majorité du peuple italien qui a traversé cette période difficile avec courage. Et les Italiens sont fiers d’avoir gagné par des moyens démocratiques la bataille pour la défense de leurs institutions.

Marianne Enault – leJDD.fr
Jeudi 09 Juin 2011

CASO BATTISTI: PER CHI SUONA LA CAMPANA

Per capirci meglio

L’indignazione nazionale per il no carioca all’estradizione di Cesare Battisti (da non confondersi con il suo omonimo, ormai probabilmente anonimo, cui sono ancora intitolate migliaia di vie e piazze d’Italia), restituito addirittura alla piena e incondizionata libertà, è corale e pressocchè unanime. Come non condividerla? Se il personaggio fosse minimamente simpatico, se avesse dato per lunghi anni e anzi decenni qualche segno di resipiscenza e se la sua latitanza non fosse stata pervicacemente protetta da una muta di boriosi quanto ignoranti intellettualoidi transalpini, qualche circostanza attenuante a suo discarico si potrebbe anche trovare e far valere. Ad esempio, la lontananza nel tempo delle sue malefatte, commesse quando era da poco maggiorenne; i suoi odierni coetanei vengono generalmente definiti ragazzi nelle cronache, giudiziarie e non, e tali rimangono fin quasi alla quarantina.

Simpaticissimi, poi, non sono neppure i suoi attuali ospitanti e protettori, che negano credibilità alla giustizia italiana, forti della loro recente ascesa a membri del club dei nuovi potenti della terra, ma fino a ieri facevano notizia, in campo extracalcistico, soprattutto per gli eccidi degli indios della foresta amazzonica e di chi li difendeva dalla speculazione selvaggia anche in quanto assassina. E, prima ancora, per l’altrettanto drastica soluzione del problema dei “ragazzi di strada” di Rio con il repulisti affidato a squadre di autonominati ma tollerati giustizieri.

Eppure…purtroppo c’è un eppure che a differenza di Battisti può effettivamente rendere più comprensibile se non proprio giustificare la scelta dei governanti brasiliani. Alle loro orecchie, nonostante la distanza, sarà certamente arrivato qualcosa di tutto ciò che si dice e si scrive da noi, giornalmente, circa il cattivo funzionamento della nostra giustizia, anche da parte di chi non condivide e semmai condanna la campagna berlusconiana contro la magistratura. L’ex presidente Lula e i suoi amici, d’altronde, avranno sicuramente saputo, fors’anche direttamente dal nostro premier come altri ”grandi”, che lo stesso capo del governo italiano è vittima di una persecuzione da parte della suddetta magistratura, alla cui dittatura sarebbe soggetto lo stesso paese.

Se poi, essendo Lula e i suoi collocati alquanto a sinistra, non crederanno che si tratti (né Berlusconi avrà troppo ricamato al riguardo, con loro) di una magistratura e di una dittatura comuniste, avranno in compenso avuto altresì sentore del fatto che dalle file della sinistra italiana si levano non di rado denunce più o meno vibranti di un regime dittatoriale che lo stesso Berlusconi starebbe instaurando nel paese e addirittura invocazioni di un colpo di Stato, magari militare, per sventare una simile minaccia.

Stando così le cose, è proprio il caso di stupirsi e scandalizzarsi per il diniego di estradare uno scrittore di apprezzati libri gialli oggi apparentemente inoffensivo benché condannato trent’anni fa per alcuni omicidi perpetrati in un clima di tensione politico-sociale e secondo qualcuno addirittura di guerra civile? Duole ammetterlo, ma sembrerebbe di dover rispondere negativamente.

Nemesio Morlacchi

REFERENDUM, LA RIFORMA DEL QUORUM RESTA NECESSARIA

Era dal 1995 che un referendum in Italia non raggiungeva il quorum del 50%+1. Ce l’hanno fatta i quattro quesiti su acqua, nucleare e legittimo impedimento, con un’affluenza che è arrivata al 57%. Schiacciante la vittoria dei “sì”.

Per quanto riguarda il merito dei quesiti, traspare un rifiuto diffuso nel popolo italiano dell’energia nucleare. Probabilmente è stata l’ondata emotiva dopo l’incidente di Fukushima a portare la gente a votare, e non un calcolo razionale costi/benefici nel medio periodo della tecnologia nucleare di terza generazione.

Allo stesso modo pare evidente la preferenza per l’acqua pubblica. Gli sprechi e i malfunzionamenti della rete idrica nazionale sono sotto gli occhi di tutti, ma l’affidamento ai privati senza garanzia di un effettivo miglioramento è uno strumento giudicato inefficace dalla volontà popolare.

Resta infine il legittimo impedimento. Questo quesito era il più “politico” dei quattro, quasi una sorta di voto sulla legislazione ad personam che Berlusconi ha imposto al Paese negli ultimi anni. Non ha rilevato che la Corte Costituzionale avesse già azzoppato il legittimo impedimento. Non è servito nemmeno dire che di qui a pochi mesi sarebbe scaduto. Il referendum ha reso manifesto un sentimento di insofferenza nei confronti di Berlusconi, anche nel suo elettorato, che covava da mesi. Basta mignotte e lenoni, basta leggi su misura, basta attacchi ai giudici, in patria e all’estero. La dittatura delle toghe rosse è solo un’ossessione del Presidente del Consiglio. Gli Italiani si sono stufati, e la maggioranza parlamentare, a furia di inseguire un cavallo sempre più pazzo, ora è minoranza nel Paese.

Ma veniamo a una questione di metodo. Il superamento del quorum dopo tanti anni rischia di far scomparire la discussione sulla riforma dello stesso.
Non è pensabile fare affidamento sulle sciagure naturali per far funzionare l’unico strumento reale di democrazia diretta previsto dalla Costituzione. Una modifica è necessaria. I referendum falliti negli ultimi anni hanno pagato dazio all’astensionismo fisiologico (anche per questo la recente vittoria è straordinaria) più che non ad un’effettiva avversione ai quesiti proposti. Sosteniamo allora la proposta per cui si vuole calcolare il quorum non sugli aventi diritto, ma sui votanti alle ultime elezioni politiche (o su una media delle ultime consultazioni nazionali). Sperando che il rischio di un più facile (e onesto) raggiungimento del quorum spinga i contrari ad andare a votare “no”, ridando finalmente vita e senso all’istituto referendario.

T. C.

La Moratti e Berlusconi in versione forcaiola

Su una cosa Berlusconi ha sempre avuto ragione: l’odiosità dei processi mediatici. Non tanto per il suo caso, infangato da leggi ad personam e porcherie giuridiche di ogni sorta, quanto per i comuni cittadini coinvolti in casi di interesse pubblico.

Vige la comprensibile, ma non per questo meno odiosa, abitudine di dare un risalto enorme alle accuse, all’avviso di garanzia, ad eventuali condanne intermedie, e minimo alle successive assoluzioni, magari intercorse a distanza di mesi o anni. In questo modo la vita delle persone coinvolte viene rovinata, buttata in pasto alla folla, senza troppo interrogarsi sulle ripercussioni di un tale trattamento. Rovinata la famiglia, rovinati gli amici, rovinato il lavoro, la reputazione, la stabilità psicologica e via così.

La battaglia perché questo sputtanamento sulla pubblica piazza venga se non terminato, almeno ridotto, è l’unica battaglia del centrodestra che, da garantisti, non si può non sottoscrivere.

Eppure a 72 ore dal silenzio elettorale, a 27 secondi dalla fine del dibattito televisivo, Letizia Moratti ha scelto dare un calcio a quel poco di giusto che era rimasto nel patrimonio politico della sua fazione, ed ha accusato il suo sfidante, Giuliano Pisapia, di essere stato condannato per furto di un furgone utilizzato a fini di sequestro di persona e violenza.

L’accusa si è dimostrata falsa nel giro di pochi minuti. L’assoluzione, non per amnistia (come invece accadde a Berlusconi per la falsa testimonianza circa la sua appartenenza alla loggia P2) ma per non aver commesso il fatto, è stata prodotta e pubblicata immediatamente.

Ma invece di doverose scuse per il macroscopico errore, o quantomeno per la caduta di stile, il sindaco Letizia Moratti ha rincarato la dose, subito spalleggiata dal suo partito e dal presidente del Consiglio. “Non volevo dimostrare la sua colpevolezza ma la sua contiguità col terrorismo rosso”, è la teoria della signora Moratti.

Di male in peggio. Per una destra che si è spacciata come liberale e garantista (il primo aggettivo si era rivelato male appropriato già molti anni fa) imbracciare una sentenza di condanna di primo grado, contraddetta in appello, per colpire l’avversario è umiliante. Significa essere proprio ridotti ai minimi termini. Perché della sentenza non interessa il merito, ma lo “stigma sociale” che essa produce. Oltretutto Pisapia fu sì accusato di essere amico di alcuni terroristi rossi, ma nella sua assoluzione, oltre all’estraneità alle fattispecie delittuose, è stato dimostrato anche che non conosceva i terroristi in questione. L’unico appiglio che rimane a Moratti&Co. è la militanza nella sinistra extraparlamentare di Pisapia in gioventù.

Da questo punto di vista penso che però il centrodestra non possa dare lezioni. Sorvoliamo su Brandirali (ex maoista, poi forzitaliota) e casi analoghi, ma ci sono il sindaco di Roma, collega di partito della Moratti, e molti altri ministri e deputati Pdl che non fanno mistero del proprio passato nelle fila dell’estrema destra. Neofascisti insomma.

Senza cedere alla tentazione di dire chi fossero più cattivi, i rossi o i neri, possiamo comunque constatare che una ampia fetta della nostra classe politica negli anni di piombo frequentava ambienti estremisti. Oggi l’Italia è cambiata, non tanto in meglio quanto si sarebbe potuto sperare, ma di sicuro è mutato il contesto politico. Non ha senso rivangare militanze passate che sono state superate dalla Storia.

A meno che i neri, oggi istituzionali, non inizino a fare leggi razziali.

A meno che i rossi, oggi moderati, non abbiano nel programma l’esproprio dei mezzi di produzione.

Sempre che si voglia essere garantisti.

Sempre che non si utilizzi lo stigma sociale della pena come mezzuccio per raccattare consenso.

Tommaso Canetta

SGOMENTO DI REGIME: La scaramanzia agirà?

Strana, e abbastanza comica, dopo i fatti di fine marzo la costernazione degli editorialisti, dei canonici e sagrestani della Costituzione, delle anime belle che amano la Repubblica. ‘Mai così in basso’ ‘Imbarbarimento’ ‘Ormai il Parlamento è fuori controllo’ ‘La generazione dei De Gasperi e dei Pajetta non si dava al turpiloquio’ ‘Di ominicchi così non se ne può più’ ‘Gentaglia’ ‘Non ci meritavamo tanto scempio’  ‘Non si va più avanti’ ‘Il fiume sta per straripare’ ‘A un passo dal baratro’ e così via.

Ora, fin quando si tratta di confronti con la temperie del parlamento subalpino, a palazzo Carignano, e persino con le maniere e le marsine dei giorni di Di Rudinì, poco male. Ben più turpi sono dal 1945 i misfatti del regime. Ma quando leggiamo ‘A un passo dal baratro’ e ‘Dove finiremo?’ si impone la domanda: che si intende, precisamente, per baratro e per fine?. La morte delle istituzioni? E che baratro sarebbe:  sorsero malate e sono da parecchio nel marasma (=stadio pre-agonico). Istituzioni che non meritano quasi niente, c’è dramma se muoiono? Verosimilmente, più che l’affezione a ciò che abbiamo avuto per 66 anni, è l’avvenire, il dopo-Terza repubblica, che terrorizza quanti si erano appena compiaciuti che il Quirinale papalregio e gli altri palazzi del potere si portassero così bene, a 150 anni. Allora, che baratro si teme? La libanizzazione? La libizzazione? Una guerra civile come diecimila altre nella storia? Il destino della repubblica di Weimar e di quella di Spagna?

E’ opinione diffusa che manchino le condizioni tradizionali per una svolta violenta. Peraltro: la repubblica di Weimar, che morì il 30 gennaio 1933 (Hitler cancelliere), aveva superato le sue fasi più drammatiche dieci anni prima, quando la Reichswehr schiacciò il tentativo di rivoluzione rossa in Sassonia e in Turingia; e quando il Rentenmark di Hjalmar Schacht spense di colpo la più orrenda delle inflazioni. Insomma Hitler salì al potere che l’economia della Germania, ripresasi prima della metà degli anni Venti, già cominciava a superare, disoccupazione a parte, le conseguenze della Grande Depressione. Notiamolo dunque: il passaggio al nazismo avvenne in un momento duro ma non il più tragico di Weimar.

Il caso spagnolo si addice al nostro, non poco. Si compose di due crisi molto gravi, nel 1923 e nel 1936, intervallate da un relativo benessere dell’economia. Nel 1923, quando il generale Miguel Primo de Rivera (padre di José Antonio, il fondatore della Falange) si fece dittatore senza colpo ferire, il sistema costituzionale agonizzava. Il parlamentarismo liberal-conservatore, avviato da Canovas del Castillo con la prima restaurazione della dinastia borbonica, si era dimostrato in quarantasette anni un assetto oligarchico tra i meno efficienti: analogo al nostro, pluto-democratico, progressista a chiacchiere, truffaldino come pochi, nel quale a centinaia con cravatta rossa percepiscono un milione all’anno.

I notabili liberali che dal 1876 si erano alternati al governo a Madrid avevano soprattutto gestito l’immobilismo: rubando molto meno che la partitocrazia italiana nata nel 1945, però indifferente alla miseria dei ceti proletari.  In più i politici di Alfonso XIII non erano stati capaci di liquidare gli avanzi di un colonialismo condannato senza speranza dalla disfatta del 1898 nella guerra con gli Stati Uniti. Si ripete che il Re perdette il trono per i postumi di un disastro militare nel Marocco. In realtà fu la questione sociale ad abbattere la monarchia liberale dei benestanti.

Da anni i conflitti di lavoro avevano preso la piega della rivoluzione. La Spagna era sola a conoscere un anarchismo militante, votato all’insurrezione e al terrorismo. Nel quinquennio che precedette il colpo di stato del 1923 erano avvenuti quasi 1200 attentati, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1923 uno sciopero generale dei trasporti aveva fatto 22 morti. L’anno prima si erano contati 429 scioperi politici. All’inevitabile ribellismo proletario rispondeva la violenza controterroristica dei pistoleros padronali..

Dopo la catastrofe del 1898 il pensatore Joaquin Costa, un Mazzini/Cattaneo iberico, iniziatore del movimento intellettuale ‘rigenerazionista’, aveva predicato che la Spagna non si sarebbe salvata se un ‘chirurgo di ferro’ non avesse amputato la cancrena nazionale. I primi due decenni del Novecento, anche col moltiplicarsi in Europa dei movimenti antiparlamentari e autoritari, dimostrarono che Costa aveva ragione, Nel 1923 le circostanze spagnole erano divenute così intollerabili che Miguel Primo de Rivera, un generale di affiliazione liberale come tanti altri protagonisti ‘castrensi’ dell’Ottocento spagnolo e portoghese, poté compiere un colpo di stato fulmineo, facile e del tutto incruento. Ad esso andò il consenso pronto del paese, a parte l’élite intellettuale e una parte degli studenti. La Spagna approvò riconoscente. Nacque un regime militare denominato Dictadura. Finì non meno di sette anni dopo; durerà meno la Repubblica di Azana e della Pasionaria, esaltata dal sinistrismo internazionale.

La forte popolarità di Primo de Rivera andò scemando quando in Spagna arrivarono le ripercussioni (pur meno gravi che in altri paesi) della Depressione del ’29, e quando la finanza statale fu aggredita dai debiti dei grandi lavori pubblici e dell’avvio del Welfare State, entrambi ostinatamente voluti da Primo. Marchese e Grande di Spagna, il generale promosse nel concreto il riscatto della classe lavoratrice. Collaborò strettamente col forte partito socialista di Largo Caballero (capo del governo antifranchista, prima di Negrin), anzi provò a trasformarlo in partito unico di regime. Primo de Rivera fu odiato dalle classi alte, che risultarono, insieme ai notabili liberali e agli scrittori, la sua opposizione. Non fu abbattuto: lasciò istantaneamente il potere e la Spagna quando i capi delle forze armate declinarono di dargli una specie di voto di fiducia. Il suo regime non era stato né sanguinario né propriamente poliziesco:

Gli italiani di oggi disprezzano la loro classe politica. La cleptocrazia che essa gestisce li disgusta. Le Istituzioni, anch’esse possedute dai partiti -non importa se governativi o d’opposizione- hanno sempre meno titolo ad essere difese. Dopo sessantasei anni di malaffare, si può dubitare che ove sorgesse un Primo de Rivera,  con la sua propensione per il popolo, la sua personale onestà di gran signore andaluso, persino la sua demagogica bonomia, egli prenderebbe il potere in Italia? Che quasi d’incanto sparirebbero gli oppositori fermissimi e ‘viola’? Che almeno in una fase iniziale egli avrebbe il sostegno del paese?

Questo, sotto sotto, sgomenta gli opinion makers, i moschettieri delle Istituzioni (il 25 luglio ’43 quelli del Duce non mossero un dito; lo stesso farebbero i moschettieri di De Benedetti). Le beghine della Costituzione piangerebbero in silenzio, però senza esagerare.

Impaurisce il regime che il suo sopravvivere sia appeso a non più di tre fili. 1). Che non nasca un uomo d’azione, persino mancante della gloria di Charles De Gaulle (quando agì, Primo de Rivera non aveva la gloria di De Gaulle). 2). Che l’economia non si sfilacci troppo. 3). Che la pace sociale e la rassegnazione non vengano cancellate di colpo da eventi traumatici. Il più duro di essi potrebbe essere, da un certo punto in poi, lo ‘tsunami umano’ dall’Africa, e non solo.

Forse i traumi gravi non sono imminenti, sempre che l’economia non deperisca troppo. La costernazione degli editorialisti e delle anime belle passerà. Il turpiloquio (peccato veniale) e il furto eufemizzato come costo della politica (peccato capitale) continueranno. Però il Mubarak collettivo che ci possiede faccia qualche gesto dimostrativo. Altrimenti il banchetto dei Proci finirà come quella volta, in una delle isole ionie.

A.M.C

Bunga Bunga – Priapo, Fantozzi e Drive In

Mentre qualcuno rimpiange di non poter sparare agli immigrati, la Chiesa si indigna, ovviamente per il mancato sostegno dell’Europa all’Italia (gli spari del resto li possiamo contestualizzare nella, in assenza di una definizione più corretta, “mente” del leghista Castelli), il Parlamento si occupa di una legge, la prescrizione breve, che a detta del ministro Alfano ha un impatto irrisorio sui processi (e allora perchè sono settimane che l’aula ne discute?), la Chiesa (sempre lei) per azzeccarne una deve affidarsi ad un errore di traduzione, nel Belpaese ruba la scena l’ulitma sul Bunga Bunga.

Due giovanissime ragazze aggiungono la loro testimonianza al già interminabile elenco di prove contro il presidente del Consiglio. Quale rilevanza abbiano lo decideranno i magistrati, intanto è grottesco e divertente (questo del resto è lo spirito del tempo) indulgere su due o tre particolari.

Primo – La Statua di Priapo. Confermando la sua passione per il mondo classico (vi ricordate le tombe fenice di villa Certosa?) pare che il mai domo presidente del Consiglio facesse girare nelle cene di Arcore una statuetta di Priapo (per chi non lo sapesse, dio della fecondità: insomma un ometto piccolo piccolo con un grosso grosso pene), e invitasse le sue ospiti femminili ad intrattenersi col suddetto in un qualche gioco erotico.

Secondo – E’ un bel presidente! Berlusconi racconta barzellette sconce che, come nella tradizione dei migliori consigli d’amministrazione, non fanno ridere i sottoposti meno zelanti. Interviene Emilio Fede con piccoli colpi di gomito, invitando le più riottose (o quantomeno quelle dotate di un senso dell’umorismo degno di questo nome) ad unirsi al coro di risate “eccessive e forzate”. Un film di fantozzi, privato di umanità e decoro (che già non grondano abbondanti), non avrebbe potuto regalare una scena di maggior servilismo.

Terzo – Rejoice. In una versione privata e depravata del Drive In, ad Arcore le sedicenti pupille (o culi – copyright Ruby) del presidente del Consiglio, sempre secondo il resoconto delle due giovani testimoni, ”si dimenavano, ballavano, cantavano ‘Meno male che Silvio c’è’, si facevano baciare i seni dal presidente, lo toccavano nelle parti intime e poi facevano lo stesso con Fede”. E qui viene il bello. “A un certo punto Berlusconi, visibilmente contento (sic!), disse ‘Allora siete pronte per il bunga bunga?’, e tutte le ragazze in coro hanno urlato ‘Siiii!’”.

Non è che la notizia stupisca. Difficilmente uno si può immaginare che a uno degli uomini più ricchi d’Italia tocchino in sorte delle sciatte prostitute annoiate che masticano la cicca e fumano distratte, ed all’invito “Facciamo il bunga bunga?” rispondono “Sì vabbè, cheppalle…”. Però è sempre edificante sapere come si comporta, e che comportamento pretende, il proprio presidente del Consiglio.
Ora si capisce il viso scuro con cui affronta le lungaggini parlamentari, che a sua detta “trasformano un purosange in un ippopotamo”, e i limiti della Costituzione. Non sarebbe tutto molto più semplice se le cose andassero semplicemente come vuole lui?

“Allora siete pronti per il processo breve?”, “Siiiii!”, “L’Aula approva”.

Tommaso Canetta

da La Stecca