RINUNCIARE ALLA RIVOLUZIONE FORSE PERDERA’ PAPA FRANCESCO

Una doppia pagina di Repubblica sui ‘nemici di Francesco”, in particolare un articolo di Marco Ansaldo, sembrano annunciare come possibili: 1) uno scisma al vertice della Chiesa, oppure negli Stati Uniti; forse persino un antipapa; 2) una morte improvvisa e sospetta del pontefice. Cose molto gravi, sempre che Repubblica non stia eccedendo in

sensazionalismo. Il giornale capofila del laicismo ha riferito di accuse a Francesco d’essere ‘strano’; di turbamento dei fedeli di fronte a certe sue riforme; della barca di Pietro in cui parte dei vogatori remano contro; di un drappello di cardinali che sono ‘teocon’,  si oppongono a novità come il dialogo con gli atei e coi diversi; di altre obiezioni alla linea “destabilizzatrice” di Bergoglio.

Si menziona persino una posizione ‘sedevacantista’; se le parole hanno un senso, i sedevacantisti considerano questo papa illegittimo nei fatti, dunque la Sede è vacante. Insomma Francesco sarebbe circondato di lupi che cercano di azzannarlo. Forse il fatto più sintomatico di questo disagio è una tesi di Vittorio Messori: Bergoglio è ‘imprevedibile’ e con ciò stesso disorienta il cattolico medio. Antonio Socci giornalista d’attacco ha sostenuto che il papa “è l’idolo dei media, di gruppi di sinistra e, chissà perché, ‘dei membri del parlamento europeo’.

Forse questi segni di crisi sono sopravvalutati, forse no. In ogni caso non possono stupire. La storia della Chiesa conosce in abbondanza scismi, eresie, sollevazioni. Conosce, eccome, gli assassinii di papi nei secoli più tormentati: Nulla si può escludere a priori;  ma forse è presto per annunciare scismi e avvelenamenti.

Ci sono, non possono non esserci, ambienti minoritari che da Bergoglio si aspettavano altro. Non tanto l’infittimento di enunciazioni idealistiche richiamantesi all’avanguardia degli “Spirituali”, o Fraticelli, che molti secoli fa, appena morto il Santo di Assisi,  tentò invano di opporsi ai propositi di temperare la coerenza francescana, di accogliere i compromessi mondani e il temporalismo. Furono sostenuti da questo o quel principe, da questo o quell’ambiente della Chiesa ufficiale, ma risultarono sconfitti. Anche l’Ordine francescano divenne ricco e socio del potere.

Le minoranze, forse esigue, che “si aspettavano altro” constatano in Bergoglio una rinuncia ad esercitare il ruolo rivoluzionario che nelle prime settimane era apparso connaturale alla sua personalità e ad alcuni suoi atteggiamenti, così lontani da quelli convenzionali. Inarcia di liberazione dagli idoli del nostro tempo: dal materialismo capitalista al consumismo, alla dissacrazione di tutti gli slanci. Essendo l’uomo più conosciuto e più rispettato del pianeta, Francesco poteva/doveva andare oltre la leadership religiosa. Poteva/doveva mettersi alla guida di un’umanità in cerca di rigenerazione, un’umanità fatta anche di agnostici e di miscredenti: proprio in quanto banditore di una riscossa non necessariamente condotta dalle fedi tradizionali. L’Uomo più conosciuto del pianeta avrebbe fruito di un potenziale di leadership senza confronti anche in termini laici e terreni; avrebbe goduto di un ‘avviamento’ formidabile.

Sempre che conquistasse i popoli grazie ad alcune iniziative cla un tempo della modernità segnato  dallo smarrimento, dalla debolezza non solo dei credi religiosi, anche dei valori e costumi civili, degli ancoraggi etici, questo papa così difforme dallo stampo tradizionale, questo papa che disdegnava i segni della grandezza mondana, avrebbe potuto/dovuto proporsi, non solo ai credenti, come l’Innovatore totale, come il maestro e il Mosè della grande Mmorose, ad alcune    innovazioni traumatizzanti, che lo facessero conduttore delle genti e riformatore di civiltà, in termini terreni oltre che religiosi. Avrebbero dovuto essere novità dirompenti, tutt’altre cose delle solite allocuzioni, dei soliti appelli e Angelus, inutili da venti secoli.

Un gesto di impatto straordinario, un sisma duro, avrebbe potuto essere l’abbandonare Roma, ossia un retaggio di misfatti. Come asserzione di guida totale sarebbe stato ben più eloquente e alta che questo o quel provvedimento sugli organici e le procedure della Curia. Avrebbe anche fatto bene a liberare la Cristianità, non solo la sua Chiesa, di una parte dei beni materiali e commerciabili, cominciando dalle opere d’arte. Avrebbe  dovuto far risultare con atti concreti, non con definizioni e formule oratorie, la volontà di aprire un’altra era. Un trauma grave nella cristianità avrebbe annunciato l’avvento di tempi scandalosamente nuovi.

Nulla di evangelicamente scandaloso è avvenuto, e diffilmente avverrà sotto Bergoglio. Non impressionano gli atti finora compiuti e i propositi annunciati.  Non può emozionare la nomina di porporati di provenienze diverse da quelle consuete. E nemmeno possono avvincere le innovazioni retoriche quali lo psicologismo di elencare tra i morbi ecclesiastici lo “Alzheimer spirituale”. Oppure l’esortazione, sempre del papa, a non far uscire dalle chiese i bambini che piangono. Pianti e schiamazzi dei bambini trovano solidali, persino compiaciuti, solo genitori e congiunti perfettamente ignari dello spasimo di cercare di parlare con Dio, e di farlo in chiesa. Tale spasimo è una tragedia esistenziale: nulla da mettere sul bonario. Il papa cui spetterebbe d’essere Mosè ha doveri assai più gravi che voltare le chiese a kindergarten e i preti a babysitter.

I nemici di Francesco gioiscono di certe ingenuità. Vedono più facile azzannarlo: tanto più in quanto, non facendo la rivoluzione, egli non ha i popoli dalla sua.

l’Ussita

NON BERGOGLIO MA UN DISCEPOLO RIPUDIERA’ ROMA PER LIBERARCI DAL NICHILISMO

Emile Ollivier primo ministro di Napoleone III, il regista dell‘Empire libéral,  giudicò che l’Italia da poco unita aveva sbagliato a mettere la capitale a Roma. Analogamente possiamo giudicare che la Chiesa di Bergoglio sbaglia a restare a Roma.

Se non questo pontefice, ancora tradizionale malgrado le apparenze, ma un suo successore abbandonasse la metropoli  sconciata  dai misfatti di gran parte dei secoli del papato, provocherebbe un sisma forte da deviare la storia. Diverrebbe un nuovo Maometto  creatore di civiltà, il  Mosè condottiero dell’ Esodo dalla cattività del denaro e del nichilismo. Intanto, ripudiando la continuità romana, toglierebbe ragion d’essere alla separazione voluta mezzo millennio fa da Lutero; forse anche la contrapposizione con le Chiese orientali.  Ma soprattutto il papa della Grande Abiura, guida e rigeneratore della Cristianità intera, risulterebbe il maestro che l’Occidente non ha. Più che mai sarebbe  la figura più importante del nostro tempo, capace di proporre svolte a un mondo povero di valori, sostanzialmente senz’anima.

Perchè un papa rivoluzionario, quale Bergoglio forse non ha provato a essere, si catapulterebbe a leader di tutti i leader? Risposta, la rinuncia a una stanca conformità romana attesterebbe in lui un coraggio che non è alla portata di alcuno dei personaggi di statura mondiale. Chi si attenderebbe qualcosa di ideale dai Grandi che conosciamo?

Dopo il tempo santo delle catacombe e dei martiri Roma è stata il luogo delle colpe gravi e dei veri e propri delitti della Chiesa di vertice: nepotismo, simonia, idolatria del potere, della ricchezza e del fasto, molti altri tradimenti del Vangelo e dei poveri (v. in “Internauta”, novembre 2014, il breve e-book “Dieci secoli turpi del papato”).

Ripudiare Roma a favore di un altro angolo della Terra -ideale, anche se inaccessibile, un monastero tra i monti- avrebbe il senso di una rinascita, di una nuova aurora. Né la  basilica di Pietro onusta di peccati, né i palazzi apostolici sono congeniali alla svolta valoriale  che il mondo attende: anche se è disilluso da un Francesco che, passate le dolci promesse delle prime settimane, si è assestato sui canoni della tradizione. Allocuzioni, appelli, Angelus, confidenze rassicuranti. Ha proclamato  un tot di Santi. Nella Curia ha deciso destituzioni e promozioni che ai columnists specializzati sono apparse audaci. Ancora nessuno degli atti rivoluzionari che alcuni mesi fa sembravano incombere.

La Città Leonina e i palazzi apostolici non sono congeniali agli annunci densi di destino che attendono il pontefice esploratore del futuro, rigeneratore dell’Occidente (atei compresi). Quando verrà, intraprenderà cammini drasticamente nuovi. Proporrà persino nuovi modi di pensare Dio. I modi vecchi, ha osservato il teologo Vito Mancuso, facilitano il passaggio all’ateismo. Dovranno essere lasciati cadere assiomi quali l’immenso amore del Padre; la sua diretta creazione di ogni vita umana (compresa quella degli storpi, dei ciechi nati, di tanti altri condannati senza pietà); la concezione che ogni singolo incremento demografico è un dono. E molto altro.

La modernità in apparenza trionfa. In realtà è desolatamente povera di modelli alti. E’ orfana della speranza. Sarà stordita dal sorgere del Condottiero dei pensieri e delle azioni quale un giorno un papa potrà rivelarsi, il capo di una superpotenza no. Rifiutare le nequizie  della Babilonia meretrix sarà un’epifania fiammeggiante, il compimento di promesse profetiche.

l’Ussita

LAMBERTINI E BERGOGLIO, PAPI INSOLITI E SENZA CONSEGUENZE

“Se volete un buon culo pigliate me”. Lo storico Stuart J.Woolf dà per attendibile (p.103, vol.III della manumentale Storia d’Italia dal primo Settecento all’Unità, Torino, Einaudi,1973) la bizzarra, dichiarazione attribuita al card.Prospero Lambertini, arcivescovo di Bologna, al conclave che lo elesse papa Benedetto XIV. Woolf precisa che questo pontefice regnò a lungo (1740-58) in spirito conciliativo nei confronti dell’aspra aggressione dell’Illuminismo. “Si attirò l’ambiguo plauso dei protestanti inglesi e dei philosophes francesi. Aveva modi sinceri, mente aperta, curiosità per le idee degli scrittori avversari, da Fontanelle a Voltaire”. Con quest’ultimo ebbe un carteggio, ricavandone la dedica del volterriano Maometto. Sappiamo che era arguto e sbrigativo: di qui la sconcertante proposta ai cardinali.

Sotto il terzultimo Benedetto Roma parve tornare ad essere un polo intellettuale e “fiorirono le speranze di riforma interna della Chiesa: lotta al bigottismo, una dottrina più pura, spazio ai principi giansenisti, contrasto all’integrismo dei gesuiti” . I gesuiti, scrisse esagerando Bernardo Tanucci, primo ministro a Napoli, “sono il canchero del genere umano”). Il nuovo corso vaticano fu fermato dal successore di Lambertini, Clemente XIII, ma l’Europa dei lumi reagì: i sovrani di Portogallo, Francia e Spagna espulsero la Compagnia di Gesù. Nei territori asburgici il Reformkatholicismus approfondì le radici, lo stesso avvenne in quelli soggetti ai Borboni. Per l’anticlericale principe Domenico Caracciolo, altro primo ministro del regno di Napoli, occorreva “ridurre la canaglia fratesca e la tirannia della Curia; in più far pagare ai prelati”.

Forse è possibile stabilire somiglianze e parallelismi tra papa Lambertini e il suo successore gesuita di 27 decenni dopo. Entrambi spregiudicati, aperti alle novità e agli esperimenti,  accomunati dalla modestia dei risultati finali. Benedetto XIV non operò la svolta che era logico attendere. Qualcuno lo ricorda solo come canonista, autore del De Canonizatione Sanctorum, laddove la  moltiplicazione dei Santi non fa onore alla Chiesa. E sappiamo che Clemente XIII ripristinò una continuità con la tradizione che l’antico cardinale di Bologna aveva accettato di discutere alquanto. Serviranno due secoli perchè l’avvento di Giovanni XXIII accenda speranze, peraltro rivelatesi effimere. E occorse un altro mezzo secolo perchè nella primavera 2013 apparisse un fatto tellurico, un’apparente cesura con due millenni.

Il regno di Lambertini fu lungo e senza scosse forti. Quello di Jorge Maria Bergoglio appare programmato perché le acque profonde della Chiesa, anzi della Cristianità, restino immote quali che siano i venti perturbatori della superficie. Per la prima volta nei secoli della modernità l’Argentino era apparso un autentico rivoluzionario. Per la prima volta il papa romano si era configurato come un possibile Mosé, maestro e guida dell’intero ecumene un tempo cristiano, oggi soprattutto laico, cioè sopraffatto da una secolarizzazione implacabile.

Se Francesco avesse proposto all’Occidente un Grande Disegno, un Progetto concreto di palingenesi sia pure sommessa e realista, l’Occidente avrebbe riflettuto, discusso, magari rifiutato ma metabolizzato. Invece non c’è stato Progetto. Ci sono stati, come succede di frequente, Cento Giorni di gesti accattivanti, però innocui; alcuni cambi della guardia in Vaticano; taluni comportamenti innovativi. Poi il mondo, come l’Occidente, è passato ad altro. Non si parla più di rivoluzione di un Bergoglio/Mosé capace di guidare l’Occidente verso una terra più amica dello Spirito. Si parla di un papato come gli altri, qua e là aggiornato q.b.

L’ascesa di papa Lambertini fu un normale avvicendamento. Quella di Bergoglio apparve un cataclisma: che non c’è stato, e difficilmente ci sarà. La Chiesa di Bergoglio è, mutatis mutandis, quella di Prospero Lambertini: prevalenza di innocenti devozioni al Cuore Immacolato di Maria. Una differenza è nel dilagare del Tv-Evangelism, inevitabilmente indirizzato ai soli  anziani illetterati. Eppure oggi le masse leggono, viaggiano, orecchiano la cultura, anelano persino al numinoso ‘tangibile’ evocato da Eugenio Montale. Le devozioni mariane, ai grandi numeri come ai pochi, dicono il nulla.

l’Ussita

LA FORZA TELLURICA DI UN PAPA CHE SI CONTRAPPONGA AI PREDECESSORI. E FRANCESCO…?

Cinquemila giornalisti di tutto il mondo hanno chiesto l’accreditamento per seguire il Conclave. Saranno cinquantamila il giorno che apparirà possibile ciò che questa volta nessuno si attende: l’avvento di un papa rivoluzionario, cioè molto più cristiano. Oppure la trasformazione di un papa continuista come gli altri in uomo della rottura.

Così com’è il mondo, così com’è in particolare l’Occidente, il Pontefice potrebbe essere -non diciamo affatto ‘è’- la massima autorità morale del pianeta. Nessuno si sognerebbe di affermare questo p.es. del presidente degli Stati Uniti: egli risulta spesso, al pari di altri statisti importanti, la più alta delle autorità immorali.

Se diciamo che un Papa del futuro potrebbe migliorare il mondo, come nessun imperatore saprebbe, è in quanto quel Papa impersonerebbe un grande pensiero; gli statisti e i grossi teorici no. Morti sia l’ateismo marxista, sia il materialismo liberista/conservatore, il cristianesimo -come altri credi superiori- muoverebbe un’azione irresistibile. Quella cristiana è, insieme a quella islamica, la sola sopravvissuta tra le dottrine salvifiche.

Protestano i puristi che la parola di Cristo non è una dottrina né un’ideologia. In astratto hanno ragione, ma tant’è: gli atei e gli agnostici non credono alla Rivelazione, eppure anche per loro il cristianesimo è, almeno in Occidente, un pensiero di salvezza. Giorni fa Angelo Scola arcivescovo di Milano diceva parole al tempo stesso fuorvianti ed eterne: “La missione della Chiesa è di annunciare sempre la misericordia di Dio, annunciarla anche all’uomo sofisticato e smarrito, anche in questi tempi grami”. E’ fuorviante limitare la missione della Chiesa all’annuncio della misericordia di Dio. Molti non credono in Dio (il che non toglie nulla all’immensa realtà delle fedi, anche se considerate espressioni solo umane). E molti non considerano Dio misericordioso, visto il male e il dolore che Egli, onnipotente, permette. Ma il cardinale di Milano ha inoppugnabilmente ragione: l’Annuncio varrà “anche per l’uomo sofisticato e smarrito, anche in questi tempi grami”.

Siamo partiti dai 5000 giornalisti venuti dai Continenti. Sono accorsi per conoscere un papa che, per quel che è dato sapere, risulterà “inutile” oppure sconfitto, come i predecessori: troppo simile a loro, troppo condizionato  dalla continuità. I giornalisti accorreranno in numeri giganteschi, e con ben altre attese, il giorno che presentiranno la venuta di un pontefice aspramente nuovo. Anche i continenti che non adorano il Dio della Cappella Sistina, anche gli uomini ‘sofisticati e smarriti’ di Angelo Scola saranno tramortiti, più di Paolo sulla via di Damasco, dalla novità dirompente, tellurica, di un Papa in grado di offrirsi come guida di tutti gli uomini. I più non lo accetteranno come messaggero e profeta del Dio unico. Ma come conduttore morale sì, se si contrapporrà al retaggio frustrato.

Che annuncerà al mondo il Papa della nuova età? Non la misericordia di Dio, né la sua onnipotenza; anzi  confesserà la debolezza e le sconfitte del Padre. Non solo il Figlio, anche il Padre è salito sulla croce. Il Rifondatore del cristianesimo, anzi del senso religioso del vivere, si rivolgerà agli uomini quali generatori essi stessi dell’anelito. Gli uomini vanno nelle chiese (nelle moschee, in ogni altro tempio) per riscattarsi dalla miseria di vivere e morire senza speranza; e la liturgia vivifica il torpore dell’anima.

Il Ricostruttore restituirà la Chiesa alla povertà, rafforzerà l’aiuto ai poveri e la dedizione alla giustizia. Però l’accresciuto impegno sociale sarà solo il mezzo. Il fine sarà convincerci della porcinità dei disvalori, della bassezza dei moventi che ci imprigionano: arricchirci, consumare, abituarci al male. Dunque la missione sarà spiritualizzare il pianeta, Farlo vergognare dell’egoismo capitalista, delle troppe disparità, di innumerevoli altre abiezioni

Spiritualizzare il pianeta: solo con le opere. Le parole convinceranno sempre meno, fino a che scorreranno come acqua sul marmo. Dopo due millenni di parole, di quotidiane esortazioni al bene, la Chiesa è fragile, sempre meno rilevante. Impressionerà quando darà esempi fulminanti. Quando il Papa compirà atti demolitori, perciò clamorosi: ripudiare le abitudini e le prassi, abbandonare Roma, ripudiarne i paradigmi, vendere a favore  dei poveri i palazzi fastosi, come dicono abbia fatto l’arcivescovo di Boston per indennizzare le vittime della pedofilia. A quante malazioni la Chiesa dovrà riparare, non col denaro,  dopo lunghi secoli di potere temporale, di nepotismo, di cento altre degenerazioni e tradimenti del Vangelo?

Nel 1945 due atomiche misero fine al conflitto mondiale. L’atomica del Papa sarà, un giorno forse lontano, la rottura col passato.

l’Ussita