I GALOPPI DEL PIL NON CANCELLANO IL DISONORE DEL BELLICISMO USA

Maurizio Molinari, corrispondente da New York de ‘La Stampa’, scrisse un libro dal titolo esopico L’aquila e la farfalla, con un sottotitolo/messaggio Perché il XXI secolo sarà ancora americano. A prendere sul serio il libro, non è una buona notizia -per chi non idolatri il Pil e i record tecnologici- che i prossimi 85 anni saranno ancora signoreggiati dal maggiore degli Stati-canaglia. Fossimo superstiziosi faremmo convinti scongiuri. Ma la superstizione è deplorevole. E poi prendere sul serio questo lavoro non è imperativo.

Per cominciare, come raccolta di corrispondenze di giornata L’aquila e la farfalla  è infarcito di storie da non considerare sub specie aeternitatis. Anche se, secondo l’Autore, la vicenda di un certo Frederic Larson, 64 anni, fotografo e padre di due figli, “è l’esempio di un’America rivoluzionaria, dove la ricchezza si condivide”. Che ha fatto Frederic Larson, ha convinto l’One Per Cent ad associarsi nella dovizia il Ninetynine%? No: per arrotondare dà in affitto la sua casa a 100 dollari per notte. In più, per quattro giorni al mese trasforma in taxi la sua Prius. ”In tal modo mette a frutto beni che possiede: è la sharing economy”. Credevamo che anche i pescatori delle isole Eolie usassero affittare ai villeggianti nella  stagione balneare; invece ciò che fa Larson “è l’espressione del maggiore laboratorio di idee del mondo (…) e di un indomito spirito creatore: l’America si sta ricostruendo (…) E’ una galassia di giganti e di imprese tecnologiche”.

Additato il pinnacolo Larson, il libro  elenca un certo numero di aspetti della grandezza americana: gli USA sfidano gli ultimi dittatori; Internet, invenzione statunitense, oltre ad essere una “formidabile fonte di ricchezza, rivitalizza i partiti e le istituzioni parlamentari”. A quest’ultimo proposito, i più pensavano il contrario; che cioè Internet fosse una sia pur fievole promessa di democrazia diretta, esatto contrario dei partiti e dei parlamenti. Ma Molinari spiega: Internet e Big Data hanno permesso a Obama di vincere la rielezione (pubblicato nel 2012, il libro non poteva coprire la successiva disfatta di Obama. E non è dimostrato il dovere di riconoscenza che il pianeta deve a Obama).

Ma soprattutto gli USA di Molinari hanno scoperto “una nuova versione dell’American Dream, una nuova frontiera dei diritti civili: i gay, patrimonio dell’umanità”. Non scaraventate l’Aquila e la farfalla  nel cassonetto della carta, perché esso vi dice come avverrà il mantenimento della supremazia americana su un altro secolo: “con una formula diversa da quelle finora conosciute. Non più gli eserciti tradizionali, bensì il dominio delle comunicazioni digitali, le guerre segrete, le armi invisibili (droni e molto altro). Le stesse armi nucleari saranno surclassate dalla capacità di lanciare “attacchi convenzionali superpotenti, quasi in tempo reale, anche da piattaforme nel cosmo”.

Pure da piattaforme nel cosmo. L’Autore non trattiene l’entusiasmo per tanta dilatazione  della civiltà. Anche se tutte le guerre yankee hanno attestato che i trionfi di Washington furono conseguiti su avversari deboli in partenza (gli indiani del West, il Messico nel 1845, la Spagna coi vascelli di legno nel 1898), oppure estenuati dalla mancanza di rifornimenti. Dopo il 1945 le imprese belliche degli USA sono fallite nel disonore più abietto; è necessario ricordare le statistiche delle bombe sganciate sul Vietnam per conseguire la  disfatta finale?

Gli Stati Uniti detengono  tutte le tecnologie dell’annientamento, ma da un settantennio raccolgono soprattutto insuccessi; umiliati persino dalla Somalia. In compenso essi sono al di là di ogni dubbio la nazione più malata di bellicismo della storia; nonché la più inefficiente nel rapporto tra mezzi e risultati.

Maurizio Molinari non ha difficoltà a dichiararsi ostile al pacifismo. Né ad ammettere che le spedizioni nel Golfo e in Afghanistan sono state mosse per difendere interessi americani, non questo o quell’ideale. Meno che mai ha difficoltà a riconoscere che l’immane superpotenza non ha i mezzi per mantenere o aggiornare le proprie infrastrutture civili, dai ponti troppo vecchi agli acquedotti: per riparare 240 mila punti di perdita d’acqua occorrerebbe un trilione (mille miliardi) di dollari.

In compenso l’Autore elogia la Casa Bianca per avere quintuplicato personale e risorse del Cyber Command. L’arsenale bellico, il più mostruoso da che l’uomo esiste, non fa che ingigantirsi. Il potenziale di overkill è smisurato: ma guai grossi se si riaprisse il contenzioso col Vietnam. Non è certissimo che il Pentagono vincerebbe davvero, se muovesse guerra alla Polizia Urbana di una metropoli kazaka. Però Obama ha concepito un’audace novità strategico-concettuale: non più le arcaiche imprese convenzionali del Pentagono, ma quelle innovative (e coperte) della CIA: dai superdroni e dalle navi stealth alle torture, alla capacità di non esitare di fronte all’assassinio dei civili.

A questo punto i galoppi della ripresa economica e i prodigi delle supertecnologie sono pressocché irrilevanti al fine di “mantenere americano” il XXI secolo. L’America che era la fidanzata del mondo, ora è odiata come mai lo è stato un grande impero. Quanti kamikaze hanno dato la vita per danneggiare anche lievemente gli USA? La potenza militare e quella diplomatica (p.es. fare i padroni di uno statista già comunista come Napolitano, persino dell’innovatore Matteo Renzi) sono ben poca cosa di fronte all’assieme dei valori e delle azioni  che concorrono a impregnare e dominare i secoli, cioè la civiltà. Si può impregnare e dominare se si è portatori di valori superiori. Gli USA sono il contrario.

Le ultime righe de L’aquila e la farfalla  sono lì a ribadire con forza i massimi titoli americani alla grandezza secondo il corrispondente de La Stampa: “i diritti dei gay” e “l’Italia ( e l’Europa, e l’Asia) non hanno ancora avuto leader nazionali che siano espressione delle minoranze”,

Qui Molinari ha ragione: lo Stivale, per esempio, non assurgerà mai alla gloria se non manderà al Quirinale un eritreo, o una leader lesbica dell’Arcigay. Se non esulterà per l’outing di questo o quel protagonista dello svecchiamento dei costumi. Se insisterà a riparare le strade invece che sviluppare superdroni di ultima generazione.

A.M.C.

LO SBIGOTTIMENTO DI ANTONIO GRAMSCI

Noi diversamente giovani ci ricordiamo di com’era il Pci. Era più male che bene quando Togliatti e luogotenenti lo mantenevano stalinista. Poi si aprì una lunga presa di coscienza, un revisionismo troppo guardingo ma orientato nella direzione giusta. Si rifiutavano le ubbie rivoluzionarie e operaiste, però si era attenti a non rinnegare proprio tutto: per esempio un anticolonialismo moderato, per esempio la vigilanza contro la degenerazione bellicista che andava facendo degli Stati Uniti la società più militarista della storia, la più condizionata dall’ossessione dell’overkill  (la capacità di distruggere il nemico N volte, quando una sola volta basterebbe). Il Pci commetteva errori, però otteneva rispetto.

Stringe il cuore, oggi, ascoltare gli ex del Pci. La Lega, che non è una falange di idealisti, e parecchi altri  tentano di proporre il ritiro dalle nostre missioni all’estero, imposte da un Pentagono potentissimo ma poi incapace di fare da solo le sue spedizioni. Chi risponde il no più netto? Gli ex-maggiorenti dell’ex-Pci, ex-Pds: Napolitano, Bersani, i gerarchi in sottordine come la Finocchiaro, i D’Alema non in sottordine ma anch’egli un pasdaran del Patto Atlantico, un transfuga della buona causa.

Quando torneranno a palazzo Chigi, che potranno attendersi gli ingenui che avranno sperato nel cambiamento? Il posto internazionale dell’Italia resterà quello dell’armistizio di Cassibile: legato al carro del vincitore. Eppure il mondo è diventato multipolare, potremmo stringerci all’Europa, non a Rasmussen. Che deprimente in questi giorni la giaculatoria dei pentiti dell’opposizione a Foster Dulles e a Lyndon Johnson: “Siamo legati all’Alleanza”.

Chi dice che non potremmo slegarci? Lo sbarco delle divisioni USA non sarebbe il caso di temerlo: l’ultimo decennio di guerre ha dimostrato la loro inefficienza. L’Italia non è un osso duro come, metti, la Somalia; i brandelli di una Wehrmacht quasi senza carburante ci soggiogarono in pochi giorni. Ma agli Stati Uniti, per punirci, servirebbero i milioni di guerrieri e i trilioni di dollari che non hanno. Idem quanto alla capacità di castigarci con le rappresaglie economiche: i mercati si sono allargati troppo perché Wall Street resti egemone. Non sarebbe una catastrofe se il nostro settore del lusso e alcuni comparti marginali perdessero i clienti che obbediscono a Michelle. Perderemmo sì l’ombrello atomico del Pentagono, ma sono decenni che l’ombrello non serve. Nemmeno per sogno dovremmo spendere di più, come blatera la destra irascibile, per proteggerci da soli: mancando il terribile aggressore dovremmo  invece ridurre ai minimi termini, in ogni caso, il bilancio della Difesa.

Ricapitolando. Il ministro Frattini, la Lega, l’Avvenire e molti altri invocano una tregua in Libia, e chi si erge contro? Napolitano e i rimasugli della schiera un tempo capeggiata da Antonio Gramsci.  Costui fondò L’Ordine Nuovo novantadue anni fa. Che commenti farà con Giovanni Giolitti, Mussolini, Luigi Sturzo e altri pensionati del Regno dei Cieli? 

A.M.C.