CESARE ROMITI VAGHEGGIA IL SECONDO BOOM, I VESCOVI SARDI SOLIDARIZZANO MALE

Per cercare di capire come andrà a finire, il meglio non è ascoltare un grande manager, il più illustre tra i nostri, piuttosto che gli economisti della cattedra? Allora ecco Cesare Romiti, ottantanove anni ma ancora sulla breccia come presidente della Fondazione Italia-Cina e come altro. Da una parte sentenzia che “la grande industria non c’è più. E’ rimasto solo l’Eni. Un’impresa come la Fiat, quando sospende la progettazione da un paio d’anni perché c’è crisi di vendite, decreta la morte dell’azienda”.

Dall’altra proclama “Ci serve un piano Marshall per liberare l’orgoglio dei giovani. Lo chiamerei ‘Rifare l’Italia’. Ritroviamo l’orgoglio e rifacciamo l’Italia”.

Grandi cose, indeed! Però all’intervistatore di ‘Avvenire’, il quale obietta che ai tempi del piano Marshall vero arrivarono i dollari dagli USA, ma oggi chi pagherà?, il grande manager dà una risposta  sconcertante: “Non parliamo di aiuti, ma di una scintilla che accenda il desiderio, appunto, di rifare l’Italia (…) Ridiamo entusiasmo e fiducia a imprese e a cittadini. Nei momenti più difficili gli italiani sanno unirsi e reagire con l’orgoglio. Basti pensare all’alluvione di Firenze”. L’ex imperatore va un po’ sul vago, non spettando a lui ottantanovenne agire; quindi altra obiezione dell’intervistatore: “Non è una ricetta economica”. Replica: “Lo so, è politica. Le rivoluzioni partono da ragioni ideali, non economiche. Bisogna andare al cuore degli italiani, dei giovani. Sono loro la forza del Paese. Solo così l’Italia troverà la forza di un nuovo boom”.

Un volontarismo assertivo, questo di Romiti, tanto più cogente in quanto accompagnato da alcune critiche specifiche al nostro costume economico. Esempio: “L’introduzione delle stock options ha contribuito a minare l’industria dalle fondamenta. Agnelli me le propose decine di volte. Dissi sempre di no. Oggi si offrono stock options legate a risultati di brevissimo periodo. In questo modo l’industria diventa sempre più un fatto finanziario e non manufatturiero. Il deterioramento del mondo economico è cominciato quando ha preso il sopravvento la finanza. E’ stata la stessa industria a implodere”.

Che dobbiamo fare? “L’Italia non può misurarsi solo con lo spread. C’è bisogno di far tornare gli italiani a lavorare. Di dare opportunità e speranza a milioni di giovani e meno giovani. Sono gli uomini che muovono i cicli economici”. L’intervistatore di ‘Avvenire’ azzarda che la prospettiva così additata è ‘una rivoluzione romantica’.  Romiti insiste: “Bisogna andare al cuore degli italiani e dei giovani. Sono loro la forza del paese. Solo così l’Italia troverà la forza di un nuovo boom”. Un nuovo boom! Il grande manager non ha indicato, né nel concreto né tanto per parlare, quali azioni e fattori susciteranno un grande balzo in avanti in alcun modo simile al miracolo postbellico, quando, nelle parole del capo della ‘Fiat dell’Avvocato’, “tutta la società italiana aveva voglia di fare, più che di ragionare”.

Non è facile credere nel ‘secondo miracolo’. In più non è assiomatico lo si debba desiderare, con tutto il rispetto per il Bismarck dell’Avvocato. Il ritorno alla crescita è specialmente implausibile in Sardegna, dove p.es. si sostiene che ‘tutti i vescovi’ sono a fianco dei lavoratori. Si lamenta la desertificazione industriale. Ma quando certe industrie fatte sorgere artificialmente nell’isola erano finte, economicamente illogiche, essere a fianco dei lavoratori significa poco, o niente. L’Europa è grande promotrice di iniziative di sviluppo, ma in Sardegna ci proibisce addirittura, pena costose sanzioni, di tenere in vita attività che senza sussidi e incentivi chiudono. Allora i vescovi sardi dicono cose altrettanto senza senso quanto i patriottismi e gli psicologismi di Romiti. La Sardegna perde le fabbriche perché non avrebbe dovuto averle. Nessuna legge vuole che tutte le plaghe del pianeta divengano e restino manufatturiere.

Non parliamo poi di Taranto. Lì le maestranze ILVA non si contentano degli assegni di sopravvivenza (che non dovranno mancare, e non mancheranno). Vogliono le buste paga e i tumori (tumori anche per quanti non ricevono buste paga). Anche chi preferisca la dottrina sociale della Chiesa agli stanchi furori del sinistrismo dovrà deplorare che i vescovi si schierino con le maestranze per le buste paga d’abord. I vescovi dovrebbero depennare questa solidarietà, in quanto sbagliata. Gioverebbero di più ai lavoratori se li aiutassero a capire la convenienza, non solo spirituale, di cambiare valori e obiettivi: di passare dal perseguimento del benessere simil-piccoloborghese all’umanismo della frugalità, dell’abbassare i bisogni (coll’infelicità che impongono); di rinunciare alle priorità dell’occupazione  e del reddito; di  accettare il ritorno alla vita semplice, organizzata da un nuovo e libero collettivismo solidale. Infatti occorrerà inventare i modi per vivere bene col poco. Al limite, con nessun lavoro retribuito e col solo assegno di sussistenza modesta, da garantire a tutte le famiglie.

Se verrà il Secondo Boom di Cesare Romiti, tanto di guadagnato? Forse che sì, forse che no. Il miracolo di mezzo secolo fa ci ha fatti addicted  a un edonismo frustrante che non tornerà. In ogni caso non tornerà presto.

A.M.C.

L’ETICA DEL CAPOBIFOLCO TONINI CESARE

Un editoriale di ‘Avvenire’, firmato dal direttore Marco Tarquinio, è molto diverso (=migliore) dei consimili scritti che hanno celebrato il 17 marzo (ricorrenza che era giusto festeggiasse gli aneliti del solo Risorgimento, non una fase sesquisecolare comprendente troppe nequizie e volgarità). Ha  sostenuto Tarquinio: “La memoria ha bisogno di segni. Visto che nessuna memorabile opera è stata progettata per  ricordare questo anniversario, ci permettiamo di proporre un’alternativa. Si faccia del 2011 l’anno della grande riforma del fisco italiano, e finalmente lo si orienti -come promesso- al rispetto e al sostegno delle famiglie, rimuovendo un’incredibile e a tutt’oggi strutturale ostilità verso chi si sposa e mette al mondo figli”.

Questa proposta modesta sembra riverberare il messaggio che un grande vecchio, Ersilio Tonini cardinale novantasettenne, rivolge al paese, lo stesso giorno in un’altra pagina di ‘Avvenire’, attraverso un intenso colloquio con Marina Corradi. Un messaggio che insegna “la nobiltà e la sapienza della gente semplice, del popolo, delle famiglie. Io provengo da quel mondo, l’ho conosciuto”.

Cesare Tonini, padre del cardinale, era “capobifolco della più grande cascina di Centovera, frazione di San Giorgio Piacentino”.  Aveva fatto solo la terza elementare, ma al figlio futuro porporato diceva “verrà il giorno che anche i figli dei contadini studieranno”. Voleva essere lui, i pomeriggi di domenica, a insegnare al figlio a leggere e a scrivere.

Nel Tonini prelato si leva l’orgoglio della condizione popolare: “Se oggi in Italia abbiamo un’opinione pubblica libera non lo dobbiamo ai dotti e agli studiosi ma a una sapienza della gente semplice, del popolo, delle famiglie”. Ha scritto la Corradi: “Il 17 marzo per il cardinale è festa di ‘quella’ Italia umile, concreta, benevola, in cui è cresciuto. L’Italia di una limpida saggezza popolare; le veniva da una tradizione cristiana che aveva come colonna la famiglia e gli affetti, custoditi e venerati”.

Il cardinale è fiero che in quarta elementare, per andare a scuola, faceva ogni mattina a piedi 5 chilometri; e in quinta di più, 8 chilometri a piedi. Riscoprire De Amicis e Don Bosco, quanto ci aiuterebbe a liberarci degli Avv.Prof., delle mignotte, degli antagonisti e dei loro soci de facto,  i percettori d’alti redditi!

Nell’articolo di Marina Corradi campeggia anche un patriottismo diciamo così ‘generalista’ e da 17 marzo del cardinale; a me appare meno significativo. Invece da Lui ci viene, alla lontana e in ultima analisi, una lezione dirompente: dagli intellettuali dei sofismi e delle chiacchiere;  peggio, dai politici intellettualizzanti che, qualunque il loro colore, tengono il sacco agli amministratori delegati, non verrà più alcuna verità. Dopo 150 anni hanno perso il diritto di rappresentare e di governare. L’attuale classe dirigente sono soprattutto loro, dunque essa va liquidata. Al suo posto va insediato un grande segmento della società civile, scelto a caso dal computer, meritocraticamente.

Il meglio sarà se prevarrà l’etica, il sentimento (anzi nella lingua di Centovera il ‘sent…ument‘) del capobifolco della grassa cascina vicina al Po. Un proletario con quella etica e intelligente, non è cento volte migliore come ministro governatore assessore etc., dei volponi che opprimono e derubano, uomini e donne dall’anima cariata? E non fu grande testimone il Giovanni Guareschi che idealizzò un parroco e un sindaco comunista, all’occorrenza caritatevoli  mungitori di vacche?

JJJ

CARDINI: Una nazione plurale senza simbolo

Due perizie sull’Italia

Ha fatto bene Agorà, sezione culturale di ‘Avvenire’, a pubblicare con onore l’intervento di Franco Cardini al convegno romano “Questo diletto almo paese”, cui ha partecipato un manipolo di studiosi spesso -non sempre- pari a Cardini per dottrina e sapore d’espressione. Titolo dell’articolo: ‘Un’altra unità era possibile’.  Cardini non è solo a giudicare che un secolo e mezzo fa la scelta federale sarebbe stata più consona al nostro passato “solo raramente interpretato come unitario”; e a sottolineare che dal nostro retaggio medievale risalta forte la pluralità degli ambiti e dei poli regionali.

Concetti abbastanza noti e condivisi. Merito proprio di questo esercizio del Nostro è piuttosto di lumeggiare, tra altri aspetti non presenti nelle recenti riflessioni, “l’assenza di un simbolo araldico comune, paragonabile al giglio di Francia”. Manca, in effetti. C’è una fonte di tipo araldico, spiega lo storico fiorentino, che conferma la difficoltà di cogliere gli elementi unificanti del nostro passato. L’Ordine ospedaliero nato ai primi del XII secolo attorno alla chiesa di San Giovanni a Gerusalemme, poi nel Cinquecento divenuto prima di Rodi poi di Malta, si organizza in otto circoscrizioni nazionali dette ‘Lingue’, le quali non ricalcano gli stati moderni bensì i sistemi linguistico-nazionali: Castiglia, Alemagna, Inghilterra, Aragona, Italia, Francia, Alvernia, Provenza. Sette delle Lingue hanno “un’identità abbastanza precisa, espressa da un non meno esplicito segno araldico. Nel caso dell’Italia gli araldisti giovanniti, non essendo riusciti a trovare una figura unificatrice, hanno fatto ricorso a una parola, ‘Italia’, ricamata in lettere gotiche dorate su un campo nero. Un colore questo che forse rimanda alle origini benedettine (o agostiniane) dell’Ordine, ma che è anche un non-colore, un’assenza, l’incapacità di assegnare alla penisola anche un valore simbolico-cromatico che tutta la rappresenti”.

Cardini considera “la semiafasia simbologica degli araldisti dell’Ordine di Malta come un altro ribadimento dell’assenza di un centro unificatore della nazione” e perciò della realtà ‘policentrica e municipalistica’ che ha segnato la nostra storia. Dà ragione allo storico fiorentino il fatto che non abbiamo un simbolo comune, di immediata percezione. Lo stellone d’Italia è stato sì accolto nello stemma metalmeccanico e bellaciao dell’attuale repubblica, ma resta un richiamo oleografico che non va più lontano di un Ottocento sabaudo, cioè parziale. J’attends mon astre  era l’antica divisa sabauda usata da Carlo Alberto. Nella sapiente arguzia di Alfredo Panzini, lo stellone “era la meravigliosa fortuna che assistette l’Italia nel suo Risorgimento”. E’, diciamo noi, un simbolo simpatico però troppo giovane, sconosciuto nei primi trenta secoli della nostra storia.

Per la bandiera della nostra Marina si trovò la gradevole soluzione di accostare i simboli delle quattro nostre repubbliche marinare. Ma i loghi di Genova Venezia Pisa Amalfi non fanno un logo nazionale. E d’altronde: chi di noi saprebbe menzionare di primo acchito i simboli di altre nazioni, a parte forse un’aquila di varia apertura alare per il contesto germanico (e russo, polacco, albanese, etc) e un leone per quello britannico (e belga, ceco, finlandese, etc)? Insomma l’araldica non docet,  o almeno non è tassativa.

Forse indebolisce un po’ l’argomentazione ‘giovannita’ utilizzata da Cardini la circostanza che se alcune Lingue dell’Ordine gerosolomitano raccolgono aree plurali (quella d’Alemagna raduna anche le pertinenze balto-finniche) la penisola iberica è distinta in due Lingue (una raduna Castiglia e Portogallo, l’altra Navarra Galizia Paese Basco Catalogna e Aragona), la Francia addirittura in tre (Francia, Alvernia e Provenza). Dunque due nazioni che usiamo considerare pressocchè monolitiche risultano bipartite (Spagna) o tripartite (Francia). Tuttavia è un fatto che non è solo l’Ordine di Malta a non sapere assegnare all’Italia un simbolo particolare.

La conclusione di Cardini: “Passata la tempesta napoleonica la Penisola si presentava non disadatta al conseguimento di un’unità federale parallela a quella che, nei medesimi decenni, andava imponendosi in Germania (…) La convergente dinamica dell’espansionismo piemontese, dell’attivismo ‘democratico’ e neogiacobino e delle preoccupazioni conservatrici dei ceti dirigenti e abbienti imposero invece la soluzione unitaria”.

A.M.C