SE AMANO LA CAUSA DEL POPOLO LE SINISTRE SPARISCANO or LASCINO LA POLITICA

Quale più quale meno, i paesi del Vecchio Continente avrebbero bisogno di socializzare ricchezza e povertà. Di mettere in comune le risorse e redistribuirle con meno iniquità. Non solo Grecia Spagna Portogallo Italia; anche Gran Bretagna, Germania, Scandinavia, più l’intero campo ex-comunista. A termine non immediato l’Europa tutta è minacciata dall’ergersi di competitori che non esistevano quando essa raggiunse il benessere generalizzato. Per non diluire il discorso, non parliamo del resto del mondo, cui pure il discorso neocollettivistico -ma amico dell’uomo- varrebbe.

Non saranno le forze conservatrici a fare la svolta socializzante di cui sopra; e questo è naturale. Non è naturale, anzi è mostruoso, che (tutti sappiamo) non saranno nemmeno le forze di sinistra. Si prenda l’Italia. Ovviamente né il recidivo Berlusca né chiunque gli succederà alla guida del campo conservatore attueranno mai le opere di giustizia e di razionalizzazione. E’ altrettanto certo -ma in teoria è contro natura- che senza Matteo Renzi non le attuerà Bersani, because of the funny Character da Terlizzi (Ba). Che anzi, più si rafforzeranno nel campo Pd le linee massimaliste, meno ricchezza sarà ridistribuita, meno opere di equità verranno compiute. Più la pace sociale sarà investita dalla militanza gauchiste, meno si allenterà la presa del capitalismo. Non per colpa dell’idea egualitaria; per colpa degli  uomini che ne sono portatori.

Spiegazione. Coloro che propongono di svoltare a sinistra sono (dai più) disistimati sospettati detestati oggi come lo furono un secolo fa, quando eccedettero nella Rivoluzione d’Ottobre; e come lo furono nei successivi settantacinque anni di stalinismo, di socialismo ‘realizzato’, di conati qua e là di presa del potere, di settarismo in armi, di pretese di sopraffazione ideologica e di coazione morale. Nel 1919-21 italiano provarono a imporsi con gli scioperi, l’occupazione delle fabbriche, lo sventolio di tessuti rossi, gli insulti ai sentimenti della gente. Il Fronte popolare francese naufragò in una dozzina di mesi. Quello spagnolo resse 16 settimane, poi fu abbattuto dalla Guerra civile. La mite repubblica di Weimar, prevalentemente governata dai socialisti, cercò l’appoggio dei Corpi Liberi prenazisti contro i tentativi rivoluzionari. Lo scontro sociale in mezzo mondo non fece mai avanzare la causa popolare, al contrario. Nel 1948 ci si illuse in Grecia di vincere coi mitra guerriglieri, in Italia con la ripresa delle mobilitazioni del 1919-21.

Tutto ciò è stato abbandonato con la morte dell’Urss e delle democrazie popolari, odiate dai popoli come pochi altri regimi della storia (oggi l’ex campo comunista è una marmaglia di satelliti degli USA). Tuttavia quasi dovunque sono rimasti nel business dell’opposizione i luogotenenti dei rivoluzionari e dei sobillatori del trentennio che finì nel 1948, poi degli agitatori disarmati del sessantennio successivo. Perché i popoli che difendono i propri retaggi avrebbero dovuto, perché dovrebbero, accettare una proposta sinistrista sempre accompagnata dalla pretesa di una (cervellotica, cioè falsa) superiorità culturale e morale? Si usa ripetere che sarebbe innaturale che le sinistre rinunciassero ad essere se stesse. Innaturale forse, utile sicuro. Restando sinistre le sinistre vengono regolarmente battute, anche là dove vincono le elezioni. Dopo Mitterrand la Francia fu più, non meno, prigioniera delle Duecento Famiglie. Idem la Spagna dopo Zapatero, l’Italia dopo Romano Prodi e Fausto Bertinotti, il Vendolo d’antan.

E’ ineluttabile. Se amano la causa del popolo, gli uomini di sinistra abbandonino la politica. Lascino che le svolte e i raddrizzamenti dei sentieri le facciano uomini e pensieri nuovi, mai identificati coi fatti e le illusioni del secolo che si aprì nell’Ottobre rosso; mai attivi a sinistra. Ogni volta che i reduci del detto secolo tentano la riscossa, la loro causa arretra.

Allora nessuna speranza per l’ecumene dei poveri? Qualcuna sì: che sorga e si metta in azione qualche apostata del credo capitalistico, qualche transfuga del liberismo, qualche riformatore energico e spregiudicato del vecchio ordine. Bismarck in Germania, Ataturk in Anatolia, Miguel Primo de Rivera in Spagna, i miliardari F.D.Roosevelt e Harold Macmillan in USA e Gran Bretagna, Charles de Gaulle in Francia -per non parlare di una schiera di governanti autoritari che erano colonnelli, persino sergenti, e per non parlare di alcuni leader religiosi- fecero nel concreto a favore della giustizia, quali che fossero le loro bandiere, molto più che tutti gli agitatori e i teorici rossi che conosciamo. Gli uomini che additiamo furono tutti vituperati dai duri e puri della lotta di classe (ma i perdenti furono questi ultimi). Il meglio sarebbe un grande papa che si facesse rivoluzionario. Un papa può dirsi ed essere rivoluzionario, con effetti sismici. Un personaggio di sinistra, no.

Conseguenza terra terra: ogni scheda deposta nell’urna color rosso rafforza l’Impero del Denaro, cioè del male. Nulla inganna di più che l’euforia da primaria progressista. E’ facile farla ai lettori di ‘Repubblica’ e di ‘Manifesto’, a quanti pensano all’unisono di Santoro e di Landini, a quanti si twittano l’un l’altro per inneggiare ai bagni di gauchisme.

l’Ussita

LA TURCHIA VERSO L’ETA’ NEO-OTTOMANA

Il gigante turco di oggi ha non poco in comune con la Prussia di Bismarck al momento che cominciava l’ascesa irresistibile: alla vigilia cioè delle vittorie sulla Danimarca, sull’Austria, sulla Francia di Napoleone III. Entrambe le nazioni vaste, popolose, ricche di energie e di opere, dotate di capi insolitamente forti (Bismarck e Erdogan, quest’ultimo definito da un giornalista straniero il maggiore statista vivente). Entrambe le nazioni  animate da una missione storica, entrambe sorrette da un retaggio imperiale e giustificate da un potenziale imponente.

Conosciamo gli uomini, i von Roon, i von Moltke e gli altri che furono a fianco di Bismarck nella fondazione del Secondo Reich. Invece non conosciamo gli uomini che sotto Erdogan lavorano perché la Turchia prenda il primato sulle nazioni governate da leadership religiose più o meno moderate  (sono ormai quasi tutte, dal Maghreb all’Asia centrale ed orientale. La voga laicista è finita nel disonore: ai popoli non offriva nulla, in compenso gratificava le piccole borghesie urbane con quei ‘diritti’ ed emancipazioni che i credenti detestano). Guarderanno ad Ankara, oltre alle varie stirpi ugroaltaiche assoggettate dall’Urss, persino quei cinesi islamici, gli Uigùri, i cui progenitori fondarono nell’Anatolia conquistata (741 d.C.) il terzo degli Stati turchi. Non per niente nei villaggi albanesi come in quelli tagiki molti caffeucci hanno insegne ‘Stambul’. Appare improbabile, a parte le scaramucce di tipo siriano, che l’Ankara di Erdogan si lanci nelle imprese belliche gravi, quelle che perdettero i successori immediati e quelli lontani del Cancelliere di ferro, nonché quelle che  distrussero l’impero ottomano nella Grande Guerra.

Detto questo, i fatti e le potenzialità del Secondo Reich e della Turchia 2012 sono impressionanti. Il primo fu presto in grado di superare i record manufatturieri della Gran Bretagna, massima potenza industriale al mondo, e prima ancora di umiliare in rapida successione l’impero asburgico, onusto di storia, e la Francia che nel 1870 aveva voluto il confronto bellico per dare una lezione alla Prussia ‘ultima arrivata’ e ‘poca cosa’ rispetto alle armate di Napoleone III. Nel 1870 bastarono a Moltke due giornate campali per annientare un esercito terrestre considerato primo al mondo, così come nel 1940 basterà alla Wehrmacht uno sfondamento nelle Ardenne per azzerare in pochi giorni la capacità bellica di Parigi.

Se gli imperi turchi furono tutti costruiti con le armi -di qui l’importanza del retaggio militare e il ruolo politico dei generali, perdurato fino ad anni recenti- i conseguimenti della Turchia di Erdogan sono stati finora pacifici. Per le strade si vedono ancora i mendicanti e i marginali che vendono ai passanti umili cozze crude al limone, ma il paese è un colosso economico, con settori industriali che producono tutto ed esportano parecchio. Nei nove anni di Erdogan il reddito procapite è triplicato. Viaggiare qui significa imbattersi continuamente nelle sfide e nelle conquiste della modernità, in aggiunta a quelle di un passato pentamillenario. Gli aeroporti, gli alberghi, i grattacieli, i centri commerciali e quasi tutte le realtà urbane sono spesso più imponenti delle nostre; per non parlare delle istituzioni museali, molte delle quali sorprendenti. Un paese dalle spalle atletiche.

La Turchia del XXI secolo aggiunge alla forza economica (insidiata però anche qui dalle minacce dell’ipercapitalismo e dall’eccesso di spesa pubblica) una rivendicazione storico-culturale che investe una parte importante dell’Asia e dell’Africa, più qualche paese europeo. Il primo tra tutti i sultani fu l’afghano Mahmud, che agli inizi del secondo millennio d.C. gettò con le sue vittorie le fondamenta dell’India musulmana, quindi del Pakistan e del Bangladesh. Il sultano selgiuchide ricevette nel 1065 dal Califfo di Baghdad il titolo di ‘Sultano del Mondo’. L’aquila bicipite del Sultano del Mondo è oggi uno dei simboli ufficiali dello Stato turco. Gli eserciti selgiuchidi sbaragliarono ripetutamente gli eserciti crociati e quelli bizantini. Lo stesso fecero tra il 1250 e il 1382 quelli mamelucchi. I sei secoli dell’impero ottomano furono aperti da Osman che nel 1299 si impadronì della Tracia, poi dei Balcani. La storia moderna comincia con la caduta di Costantinopoli all’armata di Mehmed il Conquistatore. Sotto Solimano il Magnifico l’impero ottomano si estendeva dalla Crimea e dal Caspio allo Yemen, dall’interno dell’Iran all’Atlantico.

La lenta decadenza, per vecchiaia, cominciò nel secolo XVII (ma ancora nel 1683 i turchi assediavano Vienna). Nel 1919 l’ultimo sultano aveva perduto tutti i possedimenti fuori dell’Anatolia; in più i francesi si erano presi la regione attorno ad Adana; i greci sbarcati a Smirne puntavano verso il cuore della penisola turca, grande come un subcontinente; l’Italia presidiava con velleità coloniali Antalya, la fulgente metropoli che oggi d’estate attira un milione di turisti. La gloria di Mustafa Kemal Ataturk, liberatore e costruttore della patria moderna, è talmente conosciuta che non le dedicheremo una parola (a parte che a 74 anni dalla morte non c’è bottega o pensioncina che manchi del suo ritratto).

E’ previsione comune, persino con elementi di abbaglio, che nelle giuste circostanze sentiranno il richiamo della Turchia tutti i popoli del suo ecumene storico-culturale, cominciando dagli ‘Stan’ dell’Asia (Turkestan e gli altri, Pakistan compreso). Certe ‘soap operas’ della Tv turca, tradotte in arabo, hanno avuto 70 milioni di spettatori esclusivamente arabi.  Al  mausoleo di Mawlana Rumi, il filosofo e mistico afghano che ispirò il Sufismo e l’ordine dei Dervisci, vengono oggi credenti da tutto l’Islam; Konya, dove il Saggio dorme dal 1273, è una piccola Mecca. Se andrà così, se gli Stan si compatteranno poco o molto in una sorta di Commonwealth di Ankara, sarà soprattutto perché la Turchia è già uno dei massimi protagonisti del Mediterraneo e dell’Asia centrale, pari per importanza di scacchiere alle grandi potenze Germania, USA, Iran, Russia. A confronto col potenziale complessivo di Ankara impallidiscono le ambizioni diplomatiche di un tempo: Gran Bretagna, Francia, Spagna. Irrisorie sono le possibilità di influenza dell’Italia, benché tanto spesso essa si sia offerta come sponda avanzata dell’Occidente. Troppo esiguo il ricordo delle lontane presenze di Venezia e Genova, troppo esile e futile il nostro ascendente attuale, fatto quasi esclusivamente di moda, calcio e altri valori negativi.

I popoli dell’ecumene turco sentiranno probabilmente il vantaggio di ritrovare la guida un tempo rappresentata dal Sultano del Mondo. L’Urss che aveva imposto la sua egemonia non esiste più. Gli Stati Uniti contano meno. La Gran Bretagna è stata spazzata via in conseguenza delle “vittorie” di Winston Churchill, l’invasato bellicista che la Turchia umiliò a Gallipoli. Per l’Italia, così brillante nelle fatuità, non c’è che da offrirsi come fornitrice e consulente di cose costose e inutili. Però certi macchinari minori continuerà a piazzarli nelle terre del Sultano del Mondo.

Antonio Massimo Calderazzi 

LE MANI PIU’ FORTI DI UN ALTRO MONTI. SE NO, ATATURK

Al suo avvento, Mario Monti avrebbe dovuto fare le cose grandi e aspre di un’economia e di una società in guerra. Sei mesi dopo, contabilizziamo cose piccole e facili, appropriate non al Demiurgo

che molti, anche fuori d’Italia, invocavano; ma ad uno dei successori dorotei di Mariano Rumor; un successore più esperto degli altri nelle dottrine economiche e nei vertici decisivi/innocui in lingua inglese. Un’economia di guerra non può non esigere dagli alti redditi sacrifici straordinari quanto straordinari sono i frangenti. Monti si è erto a difesa degli alti redditi. Una patrimoniale era il minimo che dovesse imporre loro, al posto dell’esproprio. Una patrimoniale che in un colpo solo tagliasse l’indebitamento di 500 miliardi. Invece l’ha imposta a tutti, inevitabilmente leggera. Gli alti redditi, come i politici ladri, l’hanno scampata. Ringraziano Monti e il Metternich che, dal Colle, ha fissato le regole d’ingaggio.

Il professore che ha preso gusto al Palazzo e alla tribuna delle autorità non la racconta giusta, quando sostiene che una patrimoniale dura avrebbe fatto fuggire i capitali. Lo Stato che ha varato la tracciabilità e i blitz di Befera è tecnicamente in grado di intercettare la fuga, con un basso margine d’errore. E’ in grado di punirne gli autori coll’espulsione loro e delle famiglie, nonché con la confisca dei beni che non riescono ad esportare. Questo si chiama esilio. Era in onore ad Atene e a Firenze: va riscoperto in grande, trascurando la Costituzione (da cestinare) e la sua Corte (da chiudere).

Un’economia di guerra avrebbe imposto tagli draconiani sulla spesa pubblica improduttiva. Più ancora su quella imperdonabile: lo sfarzo per tenere alto il prestigio, le convenzioni, il protocollo, le parate, le insulsaggini diplomatiche, le canagliate della spesa militare imposta da Washington, la protezione del fatturato e del monte stipendi di Finmeccanica. Qualsiasi altro successore di Mariano Rumor avrebbe fatto come Monti: non tagli ma nuove commesse all’industria bellica. A volere tenere alte le spese militari, bisognava ottenere che se le addossasse il Pentagono che le esige.

Di dismissioni di beni pubblici, nemmeno l’ombra, col pretesto che si sarebbero sviliti se fossero stati messi sul mercato sul serio: come se chi è sul punto del fallimento può pretendere di vendere ai livelli più alti del mercato. Alcune centinaia di caserme, di quando eravamo 8 milioni di baionette, sono lì a richiedere manutenzione. L’abolizione delle province e di ‘n’ enti inutili resta una fata Morgana. L’aggressione ai costi, ai furti e alle frodi della politica è vietata dai partiti, la pensata di Napolitano essendo consistita proprio in questo: un Mario Monti che scongiura il crollo del sistema, però è sostenuto e ricattato dai partiti. L’uomo del Colle non perde occasione per ululare che i partiti sono indispensabili, fingendo di dimenticare che i partiti sono amati da un italiano su 50. Monti era atteso dal compito storico di sfasciare, non puntellare, la partitocrazia. Se il Colle si opponeva, dirlo al Paese, non temere il conflitto tra istituzioni. Quando un assetto è pessimo, va smontato.

Il gesto più clamoroso, perciò più efficace, avrebbe dovuto essere tagliare di nove decimi il bilancio della presidenza della  Repubblica, la più ipertrofica delle strutture, il peggiore dei cattivi esempi. Licenziare quasi tutti i cortigiani, i ciambellani, i lacché, i giardinieri, gli stallieri delle residenze presidenziali. Mandare i corazzieri a dirigere il traffico, meglio a farsi fotografare dalle turiste. In breve, chiudere e vendere il Quirinale  sapendo che Pechino, Seul o Mosca pagherebbero bene una reggia papale/sabauda dove alloggiare in licenza premio, a migliaia alla volta, i rispettivi lavoratori e gerarchetti. Per gli uffici del capo dello Stato bastano 25 stanze e 23 milioni invece di 230. Applicando trattamenti ruvidi a tutti gli organi della cosa pubblica, l’elettroshock sarebbe salutare, il risparmio mastodontico.

Tutto ciò potrebbe ancora farsi, visto che la crisi peggiorerà. Però esigerebbe da Monti il coraggio, la volontà scardinatrice, la consapevolezza che, come sul ‘Corriere’ ha scritto Gian Arturo Ferrari “le mandibole della crisi frantumano perbenismi, buone intenzioni, fedeltà, appartenenze, speranze, dignità, ideali”; e che “nel 1928, un anno prima della Grande Crisi, il partito di Hitler valeva il 2,6%; nel settembre 1930 balzò al 18,3%; nel luglio 1932 raggiunse il 37,4”. Il superministro Passera ha calcolato che “sono colpiti dalla crisi metà degli italiani, 28 milioni”, e ha confidato a tutti “mi chiedo ogni giorno con ansia cosa fare per la crescita”. Se Passera, un astro del management, non sa cosa fare, vuol dire che il perbenismo di Monti ha poche chances. Occorre un Imperioso, non un Prudente.  L’emergenza ci costringerà ad una nuova e ferma disciplina da kibbuz. Dimenticheremo la venerazione della libertà, della proprietà e dei diritti acquisiti o, peggio, ereditati.

Come sappiamo, Monti una scusante grossa ce l’ha. Ha ricevuto dal Colle il mandato di non cambiare un bel nulla di importante.  Sarebbe un mandato da denunciare apertamente: ma lui Monti è un supergestore, non un demolitore/ricostruttore. Saranno le “mandibole  della crisi” a trovare quest’ultimo. Oppure a snaturare Monti, da così a così.

A.M.Calderazzi

Aspro editoriale di un Ceronetti eversore e profeta

“La Stampa”: L’Egitto insegni a due milioni tra noi sotto la guida di un Kemal Ataturk ad abbattere il nostro regime.

35 anni fa uno degli Internauti invocava contro i Proci della nostra politica, l’equivalente dell’ Immane Clistere di Ceronetti.

Pratichiamo il paternalismo ogni volta che i popoli sottomessi, p.es. gli islamici, si sollevano: ”Poverini, si erano assuefatti al servaggio, ora esplodono”. E noi italiani, ipoteticamente in gamba dalla nascita, facciamo di meglio dell’antica sottomissione islamica? Sono già passati 65 anni da quando i gerarchi fascisti furono soppiantati dai demofurfanti antifascisti, ma sottostiamo agli stessi Proci usurpatori e ladri. Si sono susseguite generazioni di gauchistes furenti, e i Proci sono sempre lì, a banchetto. Detenendo le chiavi del tesoro, attingono.

Abbiamo, noi sofisticati ed evoluti, la faccia di compiangere tunisini, egiziani eccetera perché si sono tenuti a lungo i satrapi che mandavano a Londra i miliardi rubati. Siamo stati meno pecore e conigli noi che, letto Croce e cantato Bella Ciao, ci siamo rassegnati al pensiero unico e all’Arco costituzionale forever?

Ecco perché oggi 6 febbraio 2010 è storico che “La Stampa” abbia fatto scrivere a un Ceronetti dichiaratamente “filosofo politico” un editoriale davvero al fosforo (nel senso letterale greco: fosforo=che porta la luce), anzi al trinitrotoluene. Titolo: ”La speranza che viene dall’Egitto”. Premesso che “non sappiamo fare altro che deplorare la violenza, ipocritamente“, Ceronetti va all’assalto: “Se c’è chi pensa che togliendo di mezzo Berlusconi si fa il bucato a una democrazia in condizioni di agonia, come questa in cui perdiamo tutti il rispetto di noi stessi, dire che è di vista corta è misericordia. Gli anni di Berlusconi hanno fatto emergere la verità di una forma democratica in sfacelo“.

Ancora:

Se da noi l’illegalità-chiave sono i partiti occupatori, la nazione ha il dovere di non più tollerarli. Se le illegalità sono milioni, una sola grossissima (corsivo de “La Stampa”) può purgarle tutte come un immane clistere: una rivolta popolare che sommerga letteralmente sedi e palazzi governativi e parlamentari; una marcia su Roma non di lugubri teschi ma di cittadini; un risveglio del Colosso di Goya fatto di uno, due, tre, quattro milioni di teste; la resurrezione di Bruto (…) A cosa può servire un processo dopo l’altro contro persone singole, quando un’intera classe dirigente è imputabile? Ad Ercole occorrerebbero milioni di braccia per ripulire le stalle di Augìa di questa Penisola.

E dopo il purgone, rifare tutto senza un solo batterio di quel che è stato. Eleggere una Costituente di facce nuove, senza più destra-sinistra, vuote occhiaie. Una Costituente presidenziale capace di stanare un uomo giovane, incontaminato, un Kemal Ataturk libertario, figlio di qualche sobborgo disperato, e di farne un Primo Console.

Fino a un coma tragico me l’hanno addormentata, questa parassitosa nazione. Non si vede, dappertutto stendiamo lo sguardo, che passività incurabile, torpore, inebetimento(…) La piazza egiziana ha acceso un barlume di speranza: il suo messaggio viaggerà lontano. Un Egitto che immagina qualcos’altro, per sé e per tutti, irradia una luce insolita di fresca aurora.

Profetico Ceronetti! La “grossissima illegalità” (cioè l’insurrezione); lo “immane clistere che purga milioni di illegalità”; la “rivolta popolare che sommerga tutto”; il “risveglio del colosso di Goya”; la “resurrezione di Bruto contro l’intera classe dirigente”: questo sacrosanto proclama su “La Stampa” viene 35 anni dopo che la cover story del mensile milanese “Europa Domani” invocava le stesse cose. Con un’allegoria un po’ diversa: un popolo che si fa Ulisse e spegne tutto dei Proci -partiti, politicanti, Costituzione, urne elettorali- con un arco possente su cui è scritto ‘Democrazia Diretta’ (diretta non di tutti ma di una macrogiuria dei migliori).

Io che suggerii quella copertina e avanzai quelle proposte, incoraggiato da un editore lungimirante, mi dichiaro oggi fautore e seguace entusiasta del clistere di Ceronetti. Però in tutta umiltà gli oppongo: la Costituente presidenziale di facce nuove, capace di stanare un Kemal Ataturk, non va eletta (si ritroverebbe le facce vecchie). Va sorteggiata randomcraticamente dal computer, sorteggiata con selezioni progressive e sempre più meritocratiche (per esempio, il ministro semestrale della cultura, solo tra accademici dei Lincei) proprio tra quel paio di milioni di teste che Ceronetti chiama a raccolta. Esse sono, cancellato il suffragio universale generatore del mefitico che è questa seconda o terza repubblica, portatrici di valori e di costumi infinitamente più alti. In prima fila vengono coloro che per qualche anno hanno fatto volontariato, oppure hanno virtù e saperi oggettivabili quali i più (politici compresi) non posseggono.

Tra questo popolo di supercittadini -non di iscritti all’anagrafe- si sorteggi una Costituente fervida e guidata da un uomo superiore; persino da una donna superiore, ispirata come Giovanna d’Arco o eroica come Madre Teresa di Calcutta.. Questa persona superiore Ceronetti la chiama Kemal Ataturk o Primo Console, e fa bene. Io, richiamandomi alle opere concrete di un dittatore filosocialista contemporaneo di Ataturk, la chiamo Miguel Primo de Rivera. E rimpiango non possa chiamarsi Manuel Fraga Iribarne, che conobbi come il più colto e acuto tra i governanti spagnoli ma che è caduto per l’errore di acconciarsi ai furfanteschi giochi parlamentari-elettorali. In ogni caso il nuovo Kemal dovrà avere virtù e mani salde, e poi durare poco come M. Primo de Rivera. I due milioni di futuri cittadini-arconti (ad Atene ogni coltivatore dell’Attica poteva essere sorteggiato arconte per un giorno) non assurgeranno se non saranno capeggiati da un Ulisse dall’arco infallibile.

A.M.Calderazzi