La Frontiera e il West, sole vittorie degli USA    

L’America che in un tempo lontano fu la Fidanzata del mondo, oggi ripugna per molti suoi lineamenti: cominciando dal bellicismo, al tempo stesso permanente e frustrato. Ambirebbe a impiegare una forza che nella storia non fu mai data altrettanto smisurata. Non può perché precipiterebbe nell’abiezione, si confermerebbe il più canagliesco degli imperi. Ha il pugno proibito, come un pugile professionale.

Peraltro, da qualche anno, si dubita addirittura sia ancora un impero, con tanti fallimenti più o meno gravi. Trionfarono nel 1945; da allora non hanno più vinto un confronto militare. Nel Vietnam, in Cambogia, nel Laos non avrebbero potuto farsi sconfiggere più ignominiosamente. In più pareggiarono spesso la ferocia delle SS e dei boia di Stalin.

Tuttavia chiudere così il bilancio di un’esperienza nazionale che fu grande è una perdita netta per l’umanità. Dallo sbarco dei Pilgrim Fathers l’America visse tre secoli di avanzamenti e conquiste. Poi l’intervento nella Grande Guerra –imposto dal catastrofico Woodrow Wilson a un popolo che voleva restare coerente con se stesso e col retaggio di G. Washington e di Jefferson – dilaniò la giovinezza dell’America. Un ventennio dopo il guerrafondaio F.D.Roosevelt completò la costruzione dell’impero planetario, al tempo stesso ponendo le premesse per l’ignominia e i fallimenti in Cina, in Corea, in Indocina. Non si dimentichi che lo scontro frontale coll’espansionismo nipponico fu giustificato da FDR coll’intento di estendere l’impero alla Cina. Però l’impresa portata a termine a Hiroshima risultò inutile: la Cina passò a Mao. Hanno aggravato la disfatta le spedizioni coloniali in Somalia, Irak, Afghanistan, altrove.

Uno come me che sbarcò la prima volta a New York da uno degli ultimi transatlantici, deve cercare nella memoria lontana per trovare i bei momenti dell’America: il viaggio del Mayflower, la ribellione a Giorgio III, la conquista della Frontiera e del West. Quest’ultima certo implicò lo sterminio dei nativi. Ma non esistono nazioni che siano diventate grandi senza spargere il sangue dei vinti e quello proprio. In più le stirpi più bellicose degli Indiani furono corresponsabili con gli invasori del genocidio che subirono.

La colonizzazione bianca non era incompatibile con la sopravvivenza dei nativi. Quando potettero, le tribù indiane esercitarono ferocie estreme, che attirarono rappresaglie spietate. Le ferocie non erano obbligate; era fatale che popolazioni tanto esigue e arretrate fossero costrette a consegnare il continente agli invasori. In quel passato lontano il Nord America aveva posto anche per i conquistatori bianchi. Le stragi compiute dai pionieri, dai cowboys e dai reggimenti di cavalleria furono all’incirca come quelle delle SS, della Wehrmacht, dei russi nel Caucaso, dei turchi in Armenia: le quali sarebbero state meno atroci se non avessero agito i partigiani, i guerriglieri, gli estremisti del patriottismo. Se questi ultimi non avessero ucciso non ci sarebbero state le rappresaglie odiose, le Oradour, le Fosse Ardeatine, le Sant’Anna di Stazzema. Meglio avrebbero fatto i Sioux, gli Apache, i Comanchi ad essere pacifici.

Nonostante tutto, la conquista del West resta una pagina grandiosa.  Alla ricerca delle fasi ‘buone’ della vicenda americana, scavo nella mia memoria di farmer dodicennale di una contea ontariese confinante coll’Upstate New York – anche per la suggestione degli insegnamenti di Thomas Jefferson faceva il libero ‘yeoman – e trovo un mese da me passato a Austin, capitale del Texas, quando un rodeo era un evento ben più sentito che un’Olimpiade o che un’assemblea generale dell’ONU. Il rodeo celebrava la bravura e il coraggio del cowboy, e il cowboy era un eroe americano assai più autentico che un equipaggio di astronauti.

Nel Nord America, Canada compreso, è archeologia accademica anche lo scavo nel basement di una capanna di minatore dell’Ottocento. All’università di Austin la punta di diamante delle investigazioni storiche più originali e più convinte, è la riflessione sul grande allevamento bovino, sui ranch, sulle cavalcature degli Apache, sui pozzi per abbeverare il bestiame e gli uomini, sul filo spinato, sulle ferrovie, su tematiche affini. Gli storici “western” ancora oggi rievocano il tentativo fatto da Jefferson Davis segretario alla Guerra (il futuro presidente della Confederazione sudista), di introdurre il cammello nel Sud per i trasporti dell’Esercito.

Nel 1931 un cattedratico dell’università del Texas, Walter Prescott Webb, pubblicò un libro di 472 pagine per descrivere nel concreto più dettagliato e quotidiano “la svolta che prese la civiltà americana quando nella sua avanzata verso Ovest essa, civiltà, uscì dalla foresta e popolò le pianure”. Aveva ragione: gli Stati Uniti nacquero dai boschi come Afrodite dal mare di Cipro. Presero ad adulterarsi, a perdere innocenza, quando divennero una nazione di città, inevitabilmente corrotte. Si rigenerarono quando sboccarono nel West.

Per il nostro storico indagare su quella svolta volle dire ripensare la scure, il fucile, il cavallo, la barca, gli altri mezzi coi quali il pioniere e il cowboy conquistarono la Frontiera. Anzi, era essenziale accertare che fu il six-shooter (il revolver Colt) a trionfare nei pascoli del West.

Uno dei molti duri condizionamenti cui i pionieri dovettero adattarsi per sopravvivere furono i venti caldi: almeno una volta i treni della Southern Pacific furono fermati perché il “chinook” aveva distorto le rotaie.

Un detto comune da quelle parti recita che un jackrabbit mangia quanto un cavallo. Questo roditore faceva tanti danni alle colture che ad una delle battute contro esso parteciparono 700 persone, che uccisero o catturarono 20.000 bestie. Tra il 1888 e il 1897 le battute uccisero mezzo milione di grandi lepri. Impressionante il numero dei bisonti. Una mandria particolarmente grossa poteva contare mezzo milione di capi. Nel 1880 gli USA vantavano 40 milioni di bovini. All’Ovest un grande ranch copriva l’area di un migliaio di fattorie contadine.

Nel 1874 fu venduto il primo rotolo di filo spinato. Il filo spinato chiuse l’era della libertà assoluta: pascolare ovunque, non riconoscere diritti altrui, non rispettare leggi, non permettere l’insediamento di contadini stanziali. Condizioni dure ma seducenti, che non potevano durare. I cowboys e i ranchmen erano una genia rozza e affascinante, il cui vigore e spirito d’avventura stregava gli abitanti dell’Est.

In dieci anni una mandria di 100 vacche poteva raggiungere 1428 capi, senza contare i maschi destinati a rifornire di carne le città dell’Est. Si vendettero mandrie e diritti di pascolo a speculatori di buona parte del mondo. Un trafficante si fece ricco collocando diritti di pascolo nel New Mexico sulle sponde del Pecos River. Arrivò a sostenere che sul fiume facevano servizio regolare cinque vapori, e non era vero.

Nel 1885 venne una crisi drammatica: esaurimento dei pascoli, ondate di freddo terribile. Un solo grande ranch del Texas perdette 15 mila capi su 25 mila. Segui un decennio di sciagure, poi i tempi tornarono euforici. Il cowboy divenne una figura leggendaria: coraggio, forza, somma maestria nel cavalcare.

Sono pochi gli storici accademici del West che non abbiano dovuto indagare sugli aspetti più materiali e tecnici dell’espansione verso Occidente: da come cavalcare e come stendere recinzioni, a come costruire mulini a vento per attingere acqua, a come gestire gli ‘stampedes’ (le fughe improvvise di grandi mandrie).

Il West fu l’affermazione dell’Americano primigenio: inglese, scozzese, irlandese. I tedeschi dell’Illinois e dell’Iowa non raggiunsero le Grandi Pianure occidentali, cioè non fecero i cowboys e i ranchmen. Soprattutto nel Sud-Ovest arido si impose il primo ceppo americano – i Jones, i James, gli Smith, i McDonald. I neri non si spinsero oltre il 98° meridiano, gli esteuropei non vollero andare dove non pioveva, i cinesi restarono sulla costa del Pacifico. Gli immigrati di fine Ottocento-primo Novecento si addensarono negli slum sull’Atlantico, dunque non conobbero il West. Messa così non furono veri americani gli italiani, gli esteuropei, i neri, altri.

Theodore Roosevelt fu l’ultimo leader nazionale che, oltre a impersonare la Frontiera vera nell’immaginazione letteraria e politica – pur essendo nato in una famiglia patrizia del New York – si sforzò di difendere la vocazione Western dell’America come l’autentico e il più nobile destino nazionale. Gli succedette Woodrow Wilson, il quale rappresentò un’America catturata dall’Europa, dal suo urbanesimo, dalle sue guerre e trame diplomatiche: tutto ciò che George Washington e Thomas Jefferson avevano respinto nel nome dell’autenticità e dell’innocenza americane. L’intervento nella Grande Guerra, imposto da Wilson e dai circoli guerrafondai, snaturò la logica della Prima America, tutta vocata all’emisfero occidentale.

Wilson, antagonista simbolico di Theodore Wilson e insulso rettore di un college per ragazze ricche, fu anche il liquidatore morale dell’avventura Western, nonché dei suoi valori più alti. Con Franklin Delano Roosevelt, un protetto di Wilson, si aprì l’equivoca era imperiale dell’America, diametralmente opposta ai modelli dei Padri Pellegrini, della Frontiera e del West.

I successori di Wilson, incluso John Fitzgerald Kennedy finto campione di democrazia, in realtà condottiero della plutocrazia, del militarismo, della degenerazione dello Spirito americano, non hanno più conseguito vittorie. Hanno invece aperto l’età del disonore, non solo avviando la turpe guerra d’Indocina ma anche perdendola nella vergogna. Con Kennedy si aprì il declino americano, che mezzo secolo dopo non accenna a chiudersi.

Niente di ciò che l’America consegue oggi è paragonabile alle gesta dei pionieri e dei conquistatori del West. Quella che fu la più giovane, la più vigorosa e “morale” delle nazioni è oggi il più gigantesco degli Stati-canaglia.  Più nessuna gloria e invece odii o malanimi dal pianeta intero.

A.M. Calderazzi

IL POLIZIOTTO SUDISTA, ALTRO CHE UNCLE SAM, INCARNA L’AMERICA

L’agente M.T. Slager, che a North Charleston (South Carolina) ha ucciso il nero William Scott -lo voleva arrestare perché non gli funzionava il fanalino dello stop- impersona ben meglio di Zio Sam gli Stati Uniti, che in Indocina fanno morire 3 milioni di vietnamiti contro 58 mila americani; che per vincere la guerra sganciano bombe per 3 milioni di tonn, contro i 2 milioni dell’intero Secondo conflitto mondiale; e che la guerra, invece di vincerla, la perdono nella sconfitta più umiliante della storia. Spiegazione: non abbiamo potuto usare l’arma nucleare, come sarebbe stato nostro diritto.

Diciamo questo anche perché l’agente Slager ha sparato con la sua Glock calibro 45 “Not once. Not twice. Eight times” scrive TIME. E’ certo: qualunque suo collega di Scotland Yard o dell’Arma dei Carabinieri, se proprio avesse voluto ferire un contravventore del codice stradale che fuggiva disarmato, avrebbe mirato alle gambe per rallentarlo, non otto volte per ucciderlo. Quando il negro Scott è caduto, già morente, l’agente Slager lo ha ammanettato, non provato a soccorrere.

Grave com’è il profilo razzista dell’assassinio, non è quello decisivo. La compulsione omicida, nel paese che fece il Vietnam, sarebbe la stessa anche se i negri fossero bianchi. E’ invece schiacciante la presa di coscienza di una serie di realtà:

A) dalla fine di WW2 la vocazione universalistico-egemonica, suscitata dal duo guerrafondaio Woodrow Wilson-F.D.Roosevelt, condanna gli USA a guerre che ora immancabilmente perdono e a imprese fallimentari, con tutta la loro supremazia tecnologica.

B) l’ingentezza delle dimensioni e delle risorse ingigantisce le esigenze, dunque i costi materiali e morali del bellicismo ossessivo. L’invulnerabilità goduta fino al 1945 ha indotto gli americani a credersi invincibili, essendo invece vincibilissimi. Lo hanno dimostrato tutte le guerre dello scorso settantennio.

C) In termini quantitativi e qualitativi, gli USA sono il paese più militarista, cioè più condizionato dai precetti e dagli apparati bellici, della storia.

D) Il declino morale, nonché diplomatico e geopolitico, dell’America che fu la fidanzata del mondo è già cominciato da X anni, ma diverrà precipitoso se il consenso patriottico non si indebolirà sensibilmente, in rapporto ai fatti di cui sopra. Le troppa fede nella bandiera a stelle e strisce sarà più nociva della nostra quasi totale, e santa, irriverenza per il Tricolore.

Questi i contorni simbolici, storico-politici, del crimine di North Charleston. Ci sono

ovviamente quelli razzistici. Negli ultimi cinque anni tredici agenti del Law and Order hanno ucciso senza necessità dei neri: per vendita di sigarette di contrabbando, per furto da supermarket, per non essersi fermato (Levar Jones) non indossando la cintura di sicurezza, per resistere all’arresto, per guidare in modo disordinato, per vagare nudo. In nessuno dei tredici casi un poliziotto europeo avrebbe sparato per uccidere. E, sempre secondo TIME, sono state 209 in cinque anni le occasioni in cui la polizia del South Carolina ha sparato senza uccidere. E’ anìmalesca e deviata quella polizia? No, è come la vuole l’America animalesca e deviata.

Quanto al razzismo, ben poco faranno i pubblici poteri. I neri sono largamente detestati, malgrado due mandati presidenziali di un nero (il quale agisce come fosse bianco). Forse i due mandati hanno esasperato il razzismo. L’America pagherà a lungo per due secoli di importazione di schiavi; e i discendenti degli schiavi non sono la crema dei gentiluomini.

L’integrazione vera dei neri è un’ubbia: non solo in America. Discendessi da uno schiavo tornerei in Africa, congratulandomi di tornarvi, metti, con due lauree e un fondo d’investimento.

A.M.C.

QUANDO L’AMERICA ERA LA FIDANZATA DEL MONDO

Fino a Franklin Delano Roosevelt, il guerrafondaio che mediante l’intransigenza del negoziato con Tokyo ottenne a Pearl Harbor di arruolare il paese a difesa dell’ordine plutocratico, l’America era la fidanzata del mondo. Non si poteva non amarla, e questo in ogni caso ingiungeva Hollywood.

Oggi che l’America assomma da sola tutti i guasti delle società ricche, anziane ed egoiste, è struggente leggere certe premonizioni degli anni Ottanta di due secoli fa. “Comincia a morire la fase migliore dell’America” scrisse nel 1889 Theodore Roosevelt nel libro ‘Ranch Life’. A differenza del giovane parente che trionferà con le menzogne e le Fortezze Volanti, il primo Roosevelt era un uomo di principii. Per due anni, futuro presidente degli Stati Uniti, aveva fatto l’allevatore nel Dakota. Il suo libro additò nel cow boy il campione spavaldo e ammirevole della stirpe dominatrice del Nuovo Mondo. Chi non ne sentiva il fascino, anzi il carisma?

Nell’inverno 1886-87, mentre gli intellettuali di Londra, Parigi, Vienna (e perché no. Boston) si limavano le unghie letterarie, le tormente del West decimavano le mandrie bovine e mettevano in risalto la tempra dell’America. Era la sola giovane e vergine tra le nazioni: la Gran Bretagna troppo materialista e padrona, la Francia “corrotta fino al disgusto” secondo Henry Adams, uno Scipione del Massachusetts (pronipote del primo successore di George Washington, nipote di John Quincy Adams, presidente dopo Monroe). Contrapporre l’adolescenza americana al cinismo e alla stanchezza del Vecchio Mondo era il protoconcetto dell’identità nazionale, la ragion d’essere della Repubblica delle praterie e delle foreste.

Il presentimento dello spegnersi della virtù sorse prima del volgere del secolo della Frontiera, il diciannovesimo. Le macerie e gli strazi della Guerra di Secessione, l’eroismo della Frontiera, furono seguiti da un’età di ricchezze facili, di speculazioni gigantesche, dei fatti di corruttela della società che diventava urbana sotto il pastrano glorioso del presidente Ulysses S. Grant, il generale che aveva condotto alla vittoria l’esercito nordista. Cominciò W.D.Howells, caposcuola del realismo letterario, a lamentare la carie che coll’allargarsi della ricchezza svuotava i valori dell’America. Ciononostante scriveva da Venezia (1862): “La mia preghiera più fervida è che l’America assomigli sempre meno all’Europa, sempre più all’anima dell’Oregon”.

L’Oregon era “la foresta primigenia su cui aleggiava lo spirito dell’America”. I cacciatori e i boscaioli che si erano spinti il più lontano possibile dalle città sull’Atlantico erano gli eroi

eponimi di una stirpe pioniera che nessun Tocqueville, la mente occupata dalle illusioni della democrazia addomesticata e borghese, aveva saputo raccontare. Washington Irving, primo cantore della selva americana, incrinò le certezze intellettuali del pensiero europeo: solo la foresta americana era libera e nobile, non minacciata dai soprusi del denaro. I settlers della regione delle sorgenti dell’Ohio tentarono di chiamare Westsylvania il loro Stato che nasceva. Ci si può chiedere perché nessuno abbia pensato di dare alla nazione il nome ‘United Forests of America’.

A due secoli interi da quel tempo favoloso, lo spiritualismo che contro le apparenze acquisitive era l’essenza del messaggio americano si è completamente essiccato, anzi spento. Il Nuovo Mondo non suscita più pensieri adolescenti. Ha ripudiato l’iunnocenza: sarebbe grottesco se qualcuno sul Potomac la vagheggiasse ancora. Ciò che restava dello Spirito Americano è finito come una medusa lasciata sulla sabbia, anzi come una balena spiaggiata. Le genti che amarono la patria di Washington Irving sanno di dover guardare verso altri astri.

L’America straricca e devastata da militarismo e consumismo è talmente senile da non essere più nemmeno idonea al ruolo di Santa Alleanza voluto da George W. Bush. Non riesce più a mandare spedizioni militari che competano coll’efficienza dell’esercito dei Figli di San Luigi: lo mandò il re di Francia a reprimere i patrioti spagnoli che nel 1812 da Cadice avevano additato l’orizzonte delle libertà costituzionali. Troppo senile l’America di Obama per saper capeggiare i reazionari del pianeta. Dovranno cercarsi un altro Metternich.

E più gli States generano ricchezza e dilatano a dimensioni di firmamento gli arsenali bellici, più si fanno tutt’uno con la vecchiaia del creato. Più di ogni altra grande civiltà, l’America avrà bisogno di un big bang che ne sconvolga l’anima: come accadde all’Arabia beduina quando Maometto prese a predicare.

L’Islam, l’arcinemico odierno dell’ordine americano, aiuterà di fatto a rigenerare menti e cuori dell’America?

A.M.Calderazzi

THE SHAME OF AMERICA

Over Spring Break in Florida, a young college co-ed lay unconscious on the beach. She was then gang raped in broad daylight, watched by hundreds of male and female college students—who did absolutely nothing to help this defenseless young lady. Not a single college student even called the police. This is an atrocity—and every observer that day participated in it. It is a shame they must live with for the rest of their lives. And it is a shame America must live with as well..

This is a parable about what happens when sexual mores are thrown to the wind, and sex ceases to be a sacred act between a husband and wife; when faith lapses; when Judaeo-Christian morality is dispensed with. Then the unthinkable occurs. Sodom and Gomorrah rise from the ashes and pollute man, woman, and city . That this publically sanctioned rape occurred in the Bible Belt testifies to the ineffectuality, if not the demise, of Christianity.

What has happened is that we have placed a premium on Movies, Internet, Cell Phones, Sports, Reality TV, boxing, wrestling, and Mixed Martial Arts, while at the same time allowing the Judaeo-Christian faith to take a back seat. How many Christian families do you know that read Scripture together and pray together? I don’t know any. The number of skeptics (19%) now equals the number of people who pray four or more times a week. That bodes ill for our future. Our faith, which has helped make western culture the envy of the world, is now imperiled. And the US is among the most “religious” of nations, too.

There are many reasons why Christianity no longer influences: corporations are open seven days a week; the hypocrisy of right-wing “Christian” Republicans, who care more about profit than about people; the lack of study of the Bible in school; the absurdity of the fundamentalist’s anti-science campaign; the sway of the MI-Complex; a general lack of literacy; the arrogance of youth; a sensationalist, often anti-Christian bias in the media (Huffington, for example); a church generally anti-intellectual; et al.

For all these reasons and more, our culture has lost its moral compass and its spiritual ties to God. Daily we witness unthinkably horrible crimes unheard of a generation ago. Families are being rent apart by poverty amidst class oppression, intolerance, and prejudice. Police brutality and racism are commonplace. The black family today is virtually non-existent. 79% of juveniles in prison now are young black men. Civility is only a memory. The people à la Lincoln no longer rule, but the richest 1%, who care only about enriching themselves. Instead of JFK’s “What can you do for your country”, we have the Hobbesian “every man against his brother”—the natural

result of abandoning Christianity and worshipping Mammon, sensuality, power, looks, and fame.

Long ago this decline was predicted—eg, by Toynbee and Spengler and Sorokin. Toynbee and Sorokin wrote about this 50 years ago or more. They believe that only a religious awakening can halt our cultural degeneration and promote reason, goodness, and a love of truth. The time is ripe for it, but who is there today who can start a culturally effective Awakening, which at the same time emphasizes and utilizes reason and science? For the sake of our culture, he or she had better step forward soon. Our nation has entered into another Civil War—and our nation’s future hangs in the balance.

Len Sive Jr.

CORE REPUBLICAN PARTY VALUES: RACISM, ENVIRONMENTAL DISASTER, AND CORRUPTION

No one has asked the obvious question about the fraternity at U of Oklahoma. And that is: What are these fraternity boys’ parents’ political affiliation? I would bet that the overwhelming percentage are Republican, perhaps even all of them.

We have seen in the rise of extreme right-wing Republicanism a racism, a cultural insensitivity, a boorishness, an anti-intellectualism, a shameful dishonesty, and moral turpitude that I have not seen in my life-time. This fraternity, Sigma Alpha Epsilon, was displaying (proudly until caught) the same ignominious behavior they have always shown. What’s shocking is the fraternity’s feigned “ shock” as well as that of their parents. Ask how many blacks are in SAE.

The Republican Party is the reversal of the party’s Civil War heritage, when it was the Democratic Party that was racist. But given that change of party stance, the racism of 1861 hasn’t changed from that day to this. Even the selling of firearms has a racist element—to protect oneself from the black man, just like in the 1800’s.

47 Republican Senators wrote a letter blatantly interfering with US foreign policy, the Obama Administration’s sensitive nuclear negotiations with Iran—an unprecedented interference! These shameless morons are like the neighborhood bully, picking fights with whomever, and wherever, they want. Republicans are far-left radicals in that they are heedless of tradition, commonsense, reason, and protocol. Like SAE, these senators believe they have the right to do whatever they wish. It is what I call the 1% hubris factor. The richest 1% in the country think that they control Everything….And they just about do.

The same obtuseness, intellectual and moral, can be seen in the 1%ers denying climate change, or severe and lasting ecological damage through fracking et. al. oil/gas production methods and delivery systems. Is it just a coincidence that OK is a big oil producing state?

Just as in almost every other country historically, today we exhibit an “optimates” vs “Populares” division in society. Class divisions and antagonisms were some of the reasons Rome fell. The Republican Party, on all fronts, is leading America to outer ruin as well, through class divisions, the death of the middle class, through ceaseless wars that only enrich the 1% (Military-Industrial Complex) and through inner dissolution from corruption, graft, and favoritism, along with a shameless anti-intellectualism and a massive racism. As I have written many times before, this is our New Civil War. But this time there’s no Lincoln to rely upon to guide us through.

Len Sive Jr,

TORTURE: IMPOLITIC, UNETHICAL, UNCHRISTIAN, AND UNAMERICAN

11“I want to shatter the CIA into a thousand pieces and scatter it to the winds.”

–President John F. Kennedy

 

The recent release of many CIA documents by the Senate Intelligence Oversight Committee detail: 1) the CIA’s secret and systematic use of torture after 9/11; 2) the CIA’s repeated denials that it was using torture; and 3) the CIA’s testimony before Congress, the Senate Intelligence Oversight Committee, and the American people that these “enhanced interrogation techniques” were highly successful in obtaining vitally important information about terrorist activity, and thus justifies its (continued) use. But there is only one problem: What the CIA said is not true! As we can now read in the newly-released documents by the Senate Intelligence Oversight Committee, torture was in fact used for many years after 9/11, though its use was a well-guarded secret; and that little valuable information was gained by means of these “enhanced  interrogation techniques.”

As if this weren’t enough—to cast further doubt on the CIA and how it operates, John Brennan, its current director, knowingly violated  the Constitution’s  separation of powers clause by having the CIA (the executive branch)  spy on the Senate Intelligence Oversight Committee  (the legislative branch) by hacking into its computers. When the committee revealed to the American people that the CIA was spying on Congress, Brennan publically and forcefully denied it. “Nothing,” he emphatically told Congress, “could be further from the truth.” “We wouldn’t do that.”  Yet it turns out that the CIA did in fact do it—and not only so, but that it was Brennan himself who ordered the hacking of the Committee’s computers in the first place!  So Brennan, it now appears, has been lying all along. He lied to Congress, he lied to the Senate Intelligence Oversight Committee, and above all he lied to the American public. To highlight his contempt for Congress, he has refused to co-operate with the Committee by turning over the names of those agents involved in the planning and execution of the break-in. Unfortunately for our country, deceit, lies, and non-compliance by the CIA are simply business as usual. One can now perhaps better appreciate Kennedy’s anger and frustration towards an agency that believes and acts as if it is above the law.

President Truman himself, who created the CIA in 1947, slowly began to worry about its focus on clandestine operations. But it was not until the assassination of JFK that he finally took steps to share his concerns openly with the American people. One month after Kennedy’s murder, Truman aired his concerns.  “For some time,” he wrote, “I have been disturbed by the way the CIA has been diverted from its original assignment [intelligence gathering and assessment]. It has become an operational and at times a policy-making arm of the Government (emphasis mine). This has led to trouble and may have compounded our difficulties in several explosive areas.” Offering the only effective remedy he could think of, Truman urged that the CIA’s “operational duties” be “terminated.” Allen Dulles, the Director of the CIA, was livid with rage. In a stormy private meeting, Dulles tried to persuade Truman to retract his statement. But Truman stood his ground. Dulles, acting with complete disregard for truth and legality, then forged a retraction by Truman and slipped it into an official file!  Luckily, Truman found out about it and wrote a second letter reiterating his concerns about the CIA. But that Dulles would forge a letter by a president of the United States, with absolute disregard for the truth—and suffer no consequences (not even losing his job)—is breath-taking in its audacity, shamefulness, and illegality. One wonders now what documents regarding the CIA are in fact genuine. How much of what they say or do can we really believe? This is but further proof that the CIA is indeed a “rogue agency,” above the law, accountable to no one.

Robert F. Kennedy, the Attorney General under his brother, President John F. Kennedy, saw first-hand that the CIA had become a rogue agency. Robert Kennedy, Jr. quoted his father Robert F Kennedy on the out-of-control CIA in an article for The Rolling Stone dated November 20, 2013, almost exactly fifty years to the day of the assassination of his uncle, President John F. Kennedy. In this article, Robert  says that

[t]he Joint Chiefs, already in open revolt against JFK for failing to unleash the dogs of war in Cuba and Laos, were unanimous in urging a massive influx of ground troops and were incensed with talk of withdrawal. The mood in Langley [the CIA headquarters in Washington, D.C.] was even uglier. Journalist Richard Starnes, filing from Vietnam, gave a stark assessment in The Washington Daily News of the CIA’s unrestrained thirst for power in Vietnam. Starnes quoted high-level U.S. officials horrified by the CIA’s role in escalating the conflict. They described an insubordinate, out-of-control agency, which one top official called a ‘malignancy.’ He doubted that ‘even the White House could control it any longer.’ Another warned, ‘If the United States ever experiences a [coup], it will come from the CIA and not from the Pentagon.’ Added another, ‘[Members of the CIA] represent tremendous power and total unaccountability to anyone.

The documents released by the Senate Intelligence Oversight Committee describe in detail these “enhanced interrogation techniques.” And they are absolutely shocking—rectal hydration, beatings, endless nights without sleep, standing for unbelievably long periods of time, being forced to live in a small coffin-like box, water-boarding (i.e., virtual drowning, endlessly repeated), hypothermia (resulting in at least one death), extreme isolation, sexual assault, threats of harm to their spouse and children, etc.  Sometimes the CIA even knew that the “terrorist” being tortured was in fact innocent (!),  yet they continued with the “interrogation” anyway!  Only an amoral person would do that. Is that the kind  of  person we entrust our security to? Do we really want amoral individuals in important and  sensitive areas of government?

Worse yet, this shameful episode in CIA history—or should I say US history?—is only  part of a larger unbroken sixty-eight-year-long chronicle of illegal and immoral activity, including: brain-washing, deception and lying, sexual entrapment, blackmail, forgery, drug-running and drug distribution, propaganda, suborning the press, planting of evidence, perjury, threats, extortion, breaking and entering, intimidation, theft, partnership with the Mafia and former Nazi SS officers, coup d’états, murder, inter alia.  Yet the most troubling aspect of all is that the CIA answers to no one, as we can see clearly  in the behavior of its  current  director,  John Brennan, and his agents.

The CIA does whatever it wants because it believes that its ends justify the means. Yet it is axiomatic: one cannot effect good ends by evil means, for the evil inevitably taints the ends themselves. No, the means must be commensurate with the ends; and the ends do not, and cannot,  justify any and all means. Terrorism, we all know, is Western civilization’s greatest threat. To combat this threat we must bring these terrorists to justice—but not by any means, and certainly not by means of torture. We must not descend into their Inferno and use their policies, their programs of hatred, or their instruments of terror. For in doing so we only become like them, and in the process sacrifice our humanity,  our legal  standing,  and our moral high ground.

Moreover, terrorism is not just “irrational violence.” Properly understood, terrorism is about competing ideas of virtue: theirs versus ours. As we know from Socrates/Plato, the path to virtue is exceptionally arduous—by turns treacherous, difficult, exasperating, painful, lonely, humbling, frustrating and not seldom dangerous, if, like Socrates, one goes against the grain of society;  which is why so many pilgrims on the road to Virtue drop out along the way.

In our Western culture the supreme virtue is Divine Love, which nourishes and sustains all the other virtues (justice, beauty, goodness, etc.); while hatred, by contrast, disrupts, degrades, and destroys everything good and beautiful in its path. The essence of being human, as God created us (in His image, let us not forget), is to love and care for one another just as He loves and cares for each of us. Community, then, is strengthened and deepened by Divine Love, but loosened and dissolved through hatred.  Terrorism, which is nothing but ideology wrapped in hatred, rejects God’s saving Love and substitutes in its stead the “negative virtues” of cruelty, evil, injustice, etc.; but this only returns mankind to an earlier, uncivilized epoch,  where barbarity, futility, and death reign undiminished and unchallenged. Like some giant black hole, religious extremism swallows up everything good, beautiful, and divine in its path. That is why we Westerners must not use torture. Torture degrades its practitioner; it separates him from the love of God; it poisons his spirituality; and it weakens his reason. Why? Because man was not made for evil. He was created by Divine Love for acts of Goodness. The strength of our cause and the cause of our strength lie in our culture’s supreme belief in the infinite worth and sanctity of every human life.  But if for any reason we undermine this noblest and most sacred principle of all—which makes Life the wonderful gift it is meant to be—which undergirds, supports, sustains, and nourishes the whole of our Western culture—then our beliefs, and our actions, become indistinguishable from the terrorists whom we oppose.

Because of its on-going malevolent history, the CIA is profoundly incompatible with who we are as a nation and with what we represent, both to ourselves and to the world. That is why it must be dismantled, and a new agency, dedicated solely to intelligence-gathering and assessment, must be erected in its place: an agency that is indisputably moral, incorruptible, and prudent, yet practical and effective; which cannot, and will not, interfere with domestic or foreign policy; and which obeys and reveres our sacred constitutional way of life.

Every generation in our nation’s history receives the inestimable gift of the constitutional rule of law, both in life and in government (a blessing which terrorists will never know or bring to their government); but it is up to each of us to safeguard it and to pass it on intact to our children and our children’s children. It is the supreme gift that any nation can bequeath to its citizens: thus it demands our unwavering obedience, our  deepest  affection,  and our  enduring  vigilance.

Len Sive Jr.

CALCHI NOVATI – LA GUERRA DI LIBIA COME EPITAFFIO

Con il suo famoso affresco sul Novecento, lo storico inglese Eric Hobsbawm  ha reso popolare la nozione di “secolo breve”. Il XX secolo sarebbe durato meno dei cento anni canonici. Interpretato come un secolo connotato essenzialmente dalla lotta fra la piena realizzazione del capitalismo e l’opposizione di marca marxista-operaista, il Novecento nella misurazione di Hobsbawm è compreso fra l’inizio e la fine della “rivoluzione” per eccellenza. La data di partenza diventa il 1917, l’Ottobre russo, e la data conclusiva è il 1990 o giù di lì con la sequenza fatale che vide Tienanmen, il collasso del “socialismo reale” nell’Europa dell’Est e la lenta discesa della bandiera rossa dalla torre più alta del Cremlino.

Ponendosi in un’altra prospettiva, si può argomentare che, accanto al secolo breve, nel Novecento si è dipanato anche un secolo “lungo” protrattosi oltre la soglia del 2000. Se il secolo breve si è svolto all’insegna della classe, il secolo lungo ha avuto come termine di riferimento quel “genere” confuso e un po’ ambiguo che una volta si declinava senza pudore come “razza” e che proprio nel Novecento si cominciò a chiamare “colore”. William Burghardt Du Bois, uno dei padri del panafricanismo, che partecipò da comprimario al primo Congresso panafricano indetto a Londra da Sylvester Williams proprio nel 1900, profetizzò che il Novecento sarebbe stato dominato dalla “linea del colore”. Per “colore”, ovviamente, l’afro-americano Du Bois intendeva nero o negro ma in ultima analisi “colore” era una metafora per rappresentare gli uomini e le donne inferiorizzati, periferizzati e oppressi dagli istituti, dal mercato e dal pensiero unico elaborato dall’Europa all’ombra del colonialismo trionfante nei continenti extra-europei. Il Novecento è stato un’ordalia di emancipazione più ancora che di indipendenza o sovranità per i popoli “di colore” che sottraendosi alla potestà delle nazioni occidentali sarebbero andati a costituire, verso la metà del secolo, il Terzo mondo, riorganizzatosi sotto un’altra specie nel Sud (o Secondo mondo nello schema di  Parag Khanna) contrapposto al Nord una volta scomparso il campo socialista.

Il secolo lungo è stato testimone di tante speranze, tante vittorie e tante sconfitte. Probabilmente il Terzo mondo è finito da un pezzo o è finito molte volte nel logorio di episodi piccoli o grandi sparsi qua e là nel Novecento. Ma adesso si ha l’impressione di essere arrivati all’epilogo di un’intera storia. Le responsabilità dell’involuzione che l’ha chiuso vanno divise, con molti intrecci in andare e venire, fra la pochezza dei gruppi dirigenti che hanno promosso la decolonizzazione, la difficoltà incontrata dai ceti sociali dei paesi afro-asiatici nello stabilire i loro rispettivi diritti e i poteri pressoché illimitati su cui possono contare i detentori dei capitali, della tecnologia e della disponibilità della forza lavoro su scala mondiale. Ogni data destinata a “fare” la storia è convenzionale. Ma ci sono buoni motivi per pensare che questo 2011 abbia marcato la fine suprema del Novecento che doveva celebrare il riscatto delle vittime dell’espansione dell’Europa con i suoi apparati di controllo militare, politico, finanziario e culturale nelle “aree esterne” al di là dei mari e degli oceani. L’apoteosi dell’ideologia e della prassi liberal-democratica seguita al fallimento, brusco o vigilato, del socialismo in Russia e in Cina equivale all’affermazione di un sistema – denominato globalizzazione o Nuovo ordine mondiale – che esporta ovunque, in un crescendo di violenza, l’unilateralismo eurocentrico, l’esatto contrario dello spirito alla base della decolonizzazione, sacrificando la libertà a un modello di sicurezza e organizzazione sociale a misura dei privilegi non negoziabili del Centro con le propaggini fra le élites al potere nella stessa Periferia beffando le speranze e i diritti dei popoli.

Per il significato che ha avuto o le si è voluto attribuire e soprattutto per le modalità in cui è avvenuta, la cancellazione della Libia di Gheddafi con una guerra architettata da Francia e Gran Bretagna, non per caso i protagonisti principali del colonialismo ottocentesco a cui il secolo lungo doveva porre rimedio, contiene in sé tutti gli ingredienti che hanno congiurato in negativo per annullare la mai perdonata audacia di Bandung. Naturalmente, la Conferenza afro-asiatica in terra indonesiana del 1955 viene assunta qui come epitome e simbolo di un’evoluzione ben più complessa. Perché la Libia e Muammar Gheddafi? Già al momento dell’indipendenza dopo la sconfitta dell’Italia, la pseudo-decolonizzazione della Libia antepose la geopolitica a ogni ipotesi di autodeterminazione. Per questo fu scelto Idris a reggerne le sorti: il capo della Senussia, un personaggio dotato di sapere e dignità, aveva diretto la resistenza all’occupazione italiana ma la sua leadership aveva perduto ogni appeal non solo perché il suo titolo di “emiro di Cirenaica” lo relegava in un ambito regionale ma perché il lungo esilio in Egitto lo aveva ridotto a puro strumento della strategia inglese. Posta al centro del Mediterraneo, la Libia doveva presidiare un perimetro con alcune delle più importanti vie d’acqua del mondo, le ricchezze petrolifere del Medio Oriente (quelle della Libia erano ancora di là da venire) e lo Stato di Israele. Il colpo di Stato degli “ufficiali liberi” capeggiati dal futuro “colonnello” aveva l’ambizione di essere una rivoluzione contro il colonialismo e l’imperialismo. Nel percorso, pur tormentato e contraddittorio, che doveva realizzare il programma che l’ispirava, esso aprì un vulnus che si è tentato in molte occasioni di sanare anche con mezzi estremi.

La Libia con la svolta del 1969, dieci anni dopo l’arrivo dei barbudos all’Avana, doveva risultare un’insidia maggiore della stessa Cuba, non foss’altro per l’idiosincrasia di Gheddafi e della sua Jamahiriya per gli schieramenti e le ipoteche della guerra fredda. Nel vertice dei non allineati ad Algeri nel 1973 il Colonnello polemizzò quasi in diretta con Fidel Castro difendendo l’equidistanza contro la teoria dell’alleanza naturale del Terzo mondo con l’Urss. In compenso, Gheddafi non rinunciò a nessuno degli strumenti abituali delle grandi potenze arrogandosi la facoltà di competere con esse nell’uso della violenza nella politica internazionale. La Libia scontò duramente questa trasgressione: il suo spazio aereo e marittimo fu contestato e violato in tante scaramucce e battaglie navali fino al raid lanciato da Reagan con i bombardieri nel 1986 per vendicare un attentato in Germania di cui fu dichiarato colpevole Gheddafi ma in realtà per farla finita una volta per tutte con il “cane pazzo di Tripoli”. La Libia non usufruì di soccorsi prima o dopo. Fu la rivelazione dell’isolamento e quindi della vulnerabilità della Libia ma anche della sostanziale rinuncia dell’Urss alle posizioni che aveva creato nel Mediterraneo. Mosca si limitò ad aiutare la Libia aumentando le forniture di armi presto obsolete: la dipendenza dai sovietici per il suo armamento era la sola eccezione che Gheddafi ammetteva rispetto alla “terzietà” scolpita anche nel Libro verde. L’Onu si trincerò nel mutismo salvo decretare tutte le sanzioni possibili dal 1992 in poi per punire gli “illeciti” commessi dalla stessa Libia così da rendere evidente a tutti che, malgrado le pretese del leader libico, la gestione della diplomazia internazionale a quei livelli resta più che mai a senso unico.

L’Onu ha tradito per ignavia o realismo la sua missione da tempo immemorabile. L’utopia di Dag Hammarskjöld, all’alba della decolonizzazione, di promuovere il Palazzo di Vetro a santuario della giustizia in contrasto con l’anarchia imperante nel sistema mondiale inquinato dalla confrontazione Est-Ovest durò il classico spazio di un mattino fino ai due sacrifici a poca distanza di tempo di Lumumba e dello stesso segretario generale delle Nazioni Unite. L’impotenza della massima organizzazione internazionale – punto d’arrivo di un processo di normazione internazionale iniziato agli albori del Novecento (basta scorrere i nomi dei primi insigniti del premio Nobel per la pace) – non fu alleviata neppure dalla fine della guerra fredda. L’impunità concessa all’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003 ha fatto capire anche agli ultimi illusi che non si sarebbe più ripresa. A confronto di queste e altre violazioni del diritto, il caso libico è un pulviscolo perché il dossier a carico di Gheddafi è comunque pesante. Ma la messinscena di quest’ultima guerra per procura affidata alla Nato per “proteggere i civili” e culminata, dopo cinque mesi di bombardamenti, nella marcia vittoriosa fino a Tripoli dei “ribelli” sostenuti dagli elicotteri da battaglia francesi e inglesi e assistiti dagli 007 di tutte le potenze del pianeta ha superato davvero ogni precedente. Per questo, la data si merita una caratura storica. Almeno pari, all’inverso visti gli esiti, al 1956 di Suez, non per niente elevato, appena un anno dopo la già citata Conferenza di Bandung, a evento primigenio del Terzo mondo e del terzomondismo.

Nessuno nel 1956 avrebbe scambiato per “liberatori” le truppe anglo-francesi che dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez attaccarono l’Egitto con la complicità di Israele. Naturalmente i tempi erano diversi e Gheddafi, che ha insistito fin troppo sul suo ruolo di “erede di Nasser”, non ha mai eguagliato il prestigio e il carisma del Rais del Cairo. Del resto, mentre Nasser al momento dell’aggressione stava percorrendo la sua fase ascendente e impersonava l’idea di una “liberazione” ancora innocente, Gheddafi era entrato in un tramonto senza gloria oscurato dai troppi abusi e da una retorica via via sempre più opaca. Gheddafi non era riuscito a tradurre in pratica nessuno dei suoi progetti di liberazione. Anche il suo anticolonialismo, per quanto sincero possa essere stato, si è spuntato in un faccia-a-faccia sterile con l’Italia, magari necessario per ristabilire l’onore della Libia sottraendo il paese che aveva in mente al ricordo di un colonialismo particolarmente odioso e funesto, ma ha finito per rinchiuderlo in un gioco a somma zero per le contropartite che gli venivano richieste dall’altra parte. Scoppiata la rivolta, i libici avevano davanti a sé o Gheddafi o i bombardamenti della Nato. Fra gli inganni della “democrazia delle masse” e le belle parole intonate alla libertà hanno scelto l’Occidente anche se realisticamente con pochissime possibilità di sfuggire a un altro giro di una stessa ruota. E questo è il marchio più esplicito della disfatta che dalla Libia si estende a tutto l’ex-Terzo mondo.

In Libia, come in gran parte del Terzo mondo, la creazione dello Stato e della nazione ha faticato più del previsto degenerando nell’arbitrio di un uomo o di un clan, senza progresso e senza libertà. Si può capire la diffidenza verso principi che l’Occidente brandisce come un’arma impropria per colpire selettivamente gli avversari dipinti come “mostri”, ma è ironico che un’ideologia come il nazionalismo – arabo o africano – che tanto deve al retaggio occidentale, benché trasmesso e appreso nelle condizioni peggiori durante il colonialismo, si sia dimostrata così impervia proprio nei confronti dei valori meno dubbi di quell’esperienza. Dopo tutto, nessuna conquista è definitiva se non viene garantita la legalità. È un po’ triste constatare che a difendere la “rivoluzione” ci sono solo coloro che ne hanno abusato indebitamente, non coloro che in teoria dovevano beneficiarne come destinatari naturali. Già Nasser, quando senza saperlo era molto vicino alla fine della sua vita, sentì il dovere di riconoscere con amarezza che della rivoluzione si era impossessata una borghesia avida e antipopolare.

I dirigenti del Terzo mondo hanno ingannato a lungo i loro popoli come se quel misto di meriti acquisiti (l’indipendenza dal colonialismo) e di promesse (lo sviluppo e l’eguaglianza) fosse il massimo a cui potevano aspirare. Kwame Nkrumah, uno degli eroi dell’indipendenza dell’Africa, diceva parafrasando il Vangelo: “Cercate il regno politico e tutto il resto vi sarà dato in più”. Il “resto” non si è mai materializzato e quel modello al ribasso si è esaurito in se stesso. Anche per questo l’Occidente ha ripristinato la sua egemonia ed è in grado di sfruttare cinicamente una credibilità a livello mondiale che permette agli Stati Uniti o alla Francia di diffondere ovunque la guerra senza quasi obiezioni. Per la prima volta forse nella storia la Germania è stata deprecata per non avere fatto una guerra. Davanti al bunker di Gheddafi distrutto c’è poco da festeggiare. Già si intravedono gli avvoltoi, consapevoli che sotto le macerie ci sono tante risorse per soddisfare i loro appetiti. Anche le “primavere arabe” che non sono passate per una tragedia paragonabile a quella della Libia ne escono ridimensionate. L’Occidente ha battuto un colpo infierendo contro l’anello più ambito (e più debole) affinché fosse chiaro a chi spetta l’ultima parola nella transizione quando i regimi arabi che esso ha alimentato per tanti anni arrivano alla crisi terminale. Anche se a suo tempo l’Urss ha contribuito a coltivare gli equivoci chiamando “socialisti” o “democrazie nazionali” i regimi del Terzo mondo che applicavano una forma dirigistica e autocratica di capitalismo dipendente, si fa sentire la mancanza di un’alternativa e di un contrappeso adeguato. E qui il secolo breve e il secolo lungo tornano a coincidere. La rivoluzione in Russia e Cina e la decolonizzazione – i tre fattori di rottura del secolo breve secondo Hobsbawm – non hanno cambiato i rapporti di forza. La stessa Unione Sovietica non aveva raggiunto uno status paritario perché tacciata di essere una potenza “anti-sistema” ma ciò non impediva alla deterrenza di funzionare. Il bipolarismo non è sfociato in un multipolarismo più o meno equo bensì nell’assolutezza di un unilateralismo dogmatico ed esigente. Con la guerra di Libia, al massimo Sarkozy può vantarsi di aver segnato un punto a favore nella competizione fra Europa e Stati Uniti nel Mediterraneo. Nessuno più pensa che questa rivalità intercapitalista possa costituire un ausilio quantunque indiretto al senso ultimo che doveva avere il secolo lungo.

L’allegoria maoista della “tigre di carta” è aleggiata pericolosamente in questo passaggio cruciale a danno del Sud globale guidato dalla Cina. La prova migliore della debolezza degli Stati e dei governi che si oppongono al Neo-Impero è la loro riluttanza a sfidare apertamente gli Stati Uniti. Non è solo una questione di forza militare. L’astensione al Consiglio di sicurezza sulla risoluzione che ha “coperto” l’attacco a Gheddafi tradisce un’insicurezza di “civiltà” che è il perfetto controcanto della narrativa con cui l’Occidente si autocelebra come unico depositario della democrazia, della razionalità e della modernità. 

Gian Paolo Calchi Novati

LAND OF MOBILITY (DOWNWARD)

“Il top 1% delle famiglie americane prende per sé quasi un quarto del reddito di tutte le famiglie, ripartizione che non si vedeva dal 1929. Un’economia così non può prosperare (…) I lavoratori dei livelli inferiori sono schiacciati dalla concorrenza straniera,  al tempo stesso che i guadagni dell’alto management salgono alle stelle.. La globalizzazione ha accelerato lo svuotamento di interi settori manufatturieri: abbigliamento, automotive, tessile. Per parlare chiaro: su molti fronti industriali non siamo in grado di competere”.

Fin qui Jeffrey D. Sachs, famoso cattedratico della Columbia Univ.  Joseph E. Stiglitz, premio Nobel, insiste piuttosto sul punto che l’economia americana ha una massiccia sovracapacità produttiva: “Milioni di persone lavorano part time perché la domanda è bassa. Rischiamo seriamente che una disoccupazione ben superiore al 4-5 per cento di un tempo divenga la ‘nuova norma’”.  Al momento i disoccupati ufficiali sono il 9%.

Altri osservatori valutano che il problema della povertà negli USA non è stato tanto aggravato dalla caduta dell’occupazione (la recessione ha cancellato 6-7 milioni di jobs), quanto da una malattia molto più strutturale: la mobilità verso il basso. In settembre il Census Bureau ha reso noto che la percentuale dei poveri ufficiali è la più alta mai registrata nei 52 anni delle rilevazioni al riguardo. Il 15% abbondante degli americani vivono al di sotto della linea di povertà, a due anni dell’avvio della cosiddetta ripresa. C’è una scuola di pensiero secondo la quale sono 20 anni di ‘hyperglobalization’, con la perdita di decine di milioni di posti di lavoro, piuttosto che la disoccupazione presente, che hanno reso pesante la povertà. In termini reali i lavoratori blue collar guadagnano meno di 40 anni fa.

“Il Sogno Americano si è infranto nella misura in cui faceva sperare in una ‘upward mobility’ permanente” conclude Rana Foroohar, columnist di “Time”. “The American Dream is becoming a Myth. Già prima della crisi l’America aveva meno mobilità sociale di vari paesi europei. Diventa sempre più difficile elevarsi rispetto al livello socioeconomico cui si nasce (…) La demografia dei prossimi decenni sarà probabilmente contraddistinta dalla Boomerang Generation”. Conclusione della Foroohar: i ricchi dovrebbero pagare più tasse per favorire una ‘less divisive society’.

Veniamo a noi, il mondo fuori della Confederazione stellata. Dove sono oggi i tanti che dal trionfo bellico del 1945, e più ancora dalle conquiste filosofiche della scuola di Chicago, assolutizzavano gli Stati Uniti come Land of opportunity? Dove sono i tanti, i troppi, che all’avvento di Obama nitrirono come ebbri stalloni il loro entusiasmo: un semi-africano alla Casa Bianca come la prova definitiva della grandezza, freschezza, inventività e generosità americane? Oggi è  constatazione condivisa che nella politica sociale Obama agisce di concerto coi plutocrati come agirono, chi più chi meno, tutti i presidenti. E che in Afghanistan/Pakistan, pur non facendo il ‘top gun’ come Bush, ricorre a mezzi crudi cui GWB non aveva fatto ricorso.

Il vero argomento contro chi non la beve sul magistero di Wall Street e sul calore umano della Statua della Libertà, è che l’intero mondo capitalista vive la crisi. Giusto: se la bandiera a stelle e strisce non sventolasse, i mali sarebbero gli stessi. Per questo è il liberal-mercatismo il mutuo ipotecario di cui dovremmo liberarci. Il marxismo e ogni altro sinistrismo non sono stati all’altezza (mai lo saranno). Allora, in attesa che la salvezza venga da un futuro imperscrutabile, non ci resta che riaprire e rendere percorribili alcuni dei sentieri su cui andarono gli uomini del passato (non erano pigmei rispetto a noi: a volte erano più alti). Sentieri tra i quali sono quelli -additati dal Vangelo come dal Corano come da altri Libri di fede- della carità e della solidarietà comunitaria.

Per esempio dovremmo recuperare il socialismo dei monasteri e quello delle confraternite, delle gilde e dei kibbuz (v. in questo Internauta “Guild Socialism contro le disfatte dell’equità” ed altri pezzi collegati). I discorsi sul rilancio delle insurrezioni, lepidi come gli appelli alla libertà d’impresa e le novene per la crescita, vanno bene come afrodisiaci da spender poco. E volete mettere il mini-costrutto delle lotte tipo Fiom a paragone  del bene fatto dal volontariato?

Anthony Cobeinsy

UNA PIETRA SULL’AGENTE ORANGE?

Il Vietnam tra Stati Uniti e Cina

Agosto è mese di molteplici anniversari, per lo più riguardanti misfatti e catastrofi del “socialismo realizzato”, ovvero del defunto mondo comunista. Siamo arrivati al cinquantenario del Muro di Berlino, innalzato per troncare le fughe in massa dalla Repubblica democratica tedesca e perciò oggetto di facili irrisioni da parte dei vignettisti, tipo “stiamo edificando il socialismo, mattone dopo mattone”. Sono appena trascorsi, poi, 43 anni dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia, colpevole di tentata transizione ad un “socialismo dal volto umano”. E 23 anni più tardi quello dal volto non umanizzato scontava i suoi peccati con il crollo dell’URSS in seguito ad un altro tentativo riformista avviato da Michail Gorbaciov.

Va d’altronde annotato che il conseguente trionfo paneuropeo della controparte democratica e più o meno capitalista stenta a produrre frutti incondizionatamente apprezzabili nelle vaste terre già dominate direttamente o indirettamente dal Cremlino. Persino nell’ex RDT, ricongiuntasi all’altra Germania per condividere libertà e prosperità, non pochi tuttora rimpiangono (sarebbe la cosiddetta Ostalgie) il regime che si proteggeva sparando su quanti cercavano di scavalcare il Muro. E che, per la verità, si consolidò via via anche con opere più creative, trasformando la Germania-est in una sorta di vetrina del “campo socialista”.

Le suddette ricorrenze di piena estate non devono comunque indurre ad dimenticarne o ignorarne altre riguardanti invece le magagne dei trionfatori del 1989-1991. Un trionfo che, come si sa, avvenne soprattutto se non esclusivamente in Europa. Quanto all’Asia, oggi si parla spesso del Vietnam, che si riunificò ben prima della Germania e ben diversamente da essa, ossia con l’annessione della sua parte meridionale a quella settentrionale sotto regime comunista, al termine di una lunga guerra, diciamo pure di popolo, con gli Stati Uniti, uscitine perdenti nonostante la dovizia di mezzi di ogni genere impiegati per vincerla.

Tuttora ufficialmente comunista come la Cina, il Vietnam vanta una crescita economica poco meno strabiliante di quella del grande vicino e difesa efficacemente, sinora, dai contraccolpi della crisi planetaria degli ultimi anni. Il paese è ancora relativamente povero, ma la sua popolazione, un po’ più numerosa e molto più giovane di quella tedesca, sembra dotata anche in tempo di pace di energie e risorse non inferiori a quelle esibite in tempo di guerra, che consentirono tra l’altro di respingere con successo anche un violento attacco cinese dopo le vittorie militari sulla Francia e sugli Stati Uniti. Il regime non disdegna periodiche repressioni del dissenso e tende a scansare riforme troppo audaci, ma ha largamente aperto al mercato e all’iniziativa privata, al turismo e agli investimenti stranieri e, in politica estera, fa della pace e dell’amicizia con tutti, o quasi, una propria bandiera.

Anche nel cuore della vecchia Indocina francese si registra però un infausto cinquantenario. L’11 agosto 1961, infatti, l’aviazione americana cominciò ad inondare le campagne del Vietnam meridionale con l’agente Orange, un composto tossico destinato a sfoltire le foreste in cui si muovevano a loro agio i guerriglieri vietcong, tenendo in scacco anche i marines meglio addestrati, e a distruggere i raccolti che alimentavano combattenti e popolazione civile. L’Orange contiene diossina, di una varietà una cui dose di soli 80 grammi, dispersa nell’acqua potabile, basterebbe a rendere disabitata New York. Secondo dati del Pentagono, su di un’area di 2,6 milioni di ettari, pari ad un decimo del territorio sud-vietnamita, sono stati riversati a più riprese, tra il 1961 e il 1971, 170 chili di diossina; addirittura 400, invece, secondo un gruppo di ricercatori privati sempre americani.

Vittime potenziali dell’operazione (inutile, come si è visto, ai fini militari perseguiti) sono stati 4,8 milioni di abitanti di 20 mila villaggi. Di fatto, sarebbero state colpite direttamente o indirettamente, secondo la Croce rossa vietnamita, almeno un milione di persone, tra decessi, patologie di elevata gravità e malformazioni alla nascita (handicap fisici e mentali, carenza o eccesso di organi, lesioni irreversibili al sistema nervoso, ecc.). Il tutto protratto nel tempo e tuttora in corso, in quanto la diossina in questione, sostanza a lentissima degradazione, una volta inquinato l’ambiente fino ad integrarsi nella catena alimentare e a penetrare nel latte materno, continua a produrre i suoi effetti per decenni. Ammontano a circa 150 mila, oggi, i bambini e adolescenti vietnamiti gravemente menomati che sopravvivono grazie ad una costosa assistenza; e la cifra non sembra destinata a calare.

Non è il caso di parlare di genocidio? Se la parola può suonare grossa, negli ultimi tempi è stata spesa, sempre più spesso, anche per misfatti di dimensioni assai minori e di molto minore durata. Che si tratti quanto meno di crimine contro l’umanità, categoria cui gli esperti assegnano una gravità inferiore, pare difficile negare. Come tale, tuttavia, l’operazione Orange non è stata ancora classificata nelle sedi competenti a tutti i possibili effetti. Il governo americano non la smentisce e anzi fornisce dati già di per sé eloquenti benché forse riduttivi. La linea ufficiale di Washington, inalterata anche quando vittime di sostanze che dovrebbero essere bandite sono stati, secondo ogni apparenza, militari americani (nello stesso Vietnam come più di recente in Irak, Afghanistan ed ex-Jugoslavia), è però che il rapporto di causa ed effetto tra il contatto con diossina o uranio impoverito o altro ancora e certi decessi o danni fisici e mentali non sia sufficientemente provato.

Neppure da Obama, verosimilmente, ci si potrà aspettare almeno la presentazione di scuse ancorché tardive. Può invece sorprendere, piuttosto, che un gesto del genere non sia stato preteso da parte vietnamita, né al tempo dei negoziati di pace con Nixon e Kissinger né in questi ultimi anni, che hanno visto uno straordinario sviluppo dei rapporti tra i due paesi in tutti i campi; si è parlato persino di idillio e luna di miele. Sta di fatto che dopo la normalizzazione diplomatica proclamata da Bill Clinton nel 1995 Hanoi ha calorosamente accolto anche il suo successore Bush alla fine del 2006 e adesso i due ex nemici hanno effettuato manovre militari congiunte. Gli Stati Uniti sono al primo posto nelle esportazioni vietnamite (con oltre un quinto del totale) e negli investimenti diretti, e un recente accordo prevede che collaborino alla costruzione di 13 centrali nucleari.

Nel 2009 il Vietnam è stato visitato da 400 mila americani, compresi moltissimi veterani non privi di nostalgia, in un clima di amicizia turbato a tratti da qualche screzio in materia di diritti umani. Non però, a quanto sembra, dai tentativi sinora vani di un associazione di famiglie vietnamite di ottenere indennizzi per i guasti provocati dall’”erba americana” chiamando in causa una trentina di aziende USA produttrici dei relativi veleni con in testa due colossi come Monsanto e Dow Chemical. Queste hanno declinato ogni responsabilità sostenendo che per loro l’Orange era soltanto un defogliante, e due successive sentenze di tribunali americani hanno respinto la citazione in giudizio.

Il governo di Hanoi, per quanto si sappia, si è tenuto al di fuori della questione non meno di quello di Washington, dando l’impressione di voler mettere una pietra sul passato in nome di preminenti interessi economico-finanziari e, probabilmente ancor più, strategici. Il Vietnam, infatti, risente sempre più la crescente potenza di una Cina già minacciosa e aggressiva quando la comunanza politico-ideologica era molto più marcata e rilevante di adesso, tanto più che non mancano contese territoriali tra i due paesi. Con Pechino Hanoi si sforza di mantenere rapporti amichevoli, ma ad ogni buon conto si cautela coltivando alacremente anche quelli con l’altra grande vicina, l’India, oltre agli Stati Uniti.

Tutto normale, se vogliamo, e ben comprensibile. E’ altrettanto chiaro, però, che in un’era come l’attuale, ormai costellata da pesanti interventi armati in ogni parte del globo ufficialmente giustificati da finalità umanitarie, diventa inconcepibile passare sotto silenzio, e così in qualche modo legittimare, operazioni qualificabili come crimini contro l’umanità, da chiunque commessi, quanto meno allo scopo di scongiurarne il ripetersi in futuro.

Può darsi che un ulteriore indebolimento della cosiddetta superpotenza americana favorisca qualche soluzione del caso specifico di Orange. Oppure, che l’indebolimento complessivo dell’Occidente, principale se non esclusivo paladino di vere o presunte cause umanitarie, risolva il problema in generale nel senso di spazzare via solo ogni ipocrisia. Ci si deve invece augurare qualcosa di più e di meglio: che la comunità internazionale cresca davvero in quanto tale e riesca ad organizzarsi per perseguire in modo sistematico finalità indiscutibilmente nobili in linea di principio senza discriminazioni e senza guardare in faccia a nessuno. Sarà un’utopia, ma l’unica alternativa è quella minimalista della legge della giungla.

F.S.

IRRIDERE O NO LE BUSINESS SCHOOLS?

Appreso che il governo di Pechino si propone di aprire presto 40 nuove business   Appreso che il governo di Pechino si propone di aprire presto 40 nuove business schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

JJJ

L’AMERICA HA l’ALZHEIMER?

Lo sappiamo tutti che le nazioni non si ammalano in blocco, e poi ci sono le vaccinazioni di massa. Ma avantieri c’è stata la notizia che D.Strauss-Kahn restava in carcere un paio di giorni in più perché a Manhattan un condominio, o forse un intero rione, non lo voleva come affittuario. Preoccupazione per la virtù, anzi l’integrità, di mogli compagne e figlie? Peggio, rivolta morale contro un libertino d’ Europa?

Venendo dopo migliaia di annunci, dai media di Francoforte a quelli della Patagonia, che DSK rischiava 70 anni di carcere, lo sdegno dei manhattani evoca un quadro demenziale. Se DSK avesse sterminato gli angioletti di un kindergarten, crimine più grave delle intemperanze di un satiro su una ninfa, basterebbe il III millennio d.C. per punire l’orco del Fondo Monetario? Poi: nella fase di civiltà che ha cancellato il pudore, proibito la verginità e azzerato ogni colpa sessuale, ha senso disseppellire la salma puritana? Raggiunta l’equiparazione tra i sessi, quello femminile esige ancora la speciale protezione che Hollywood assegnava nei western alle biondine che insegnavano ai bambini dei cow boys? Infine: non occorrerà una pm femminista venuta dalla Luna per dimostrare che l’esistenza della cameriera d’albergo è stata devastata per sempre? Una galanteria grossolana, uccide?

La diagnosi di Alzheimer è resa più probante dal fatto che il vulnus, anzi i vulnera, celebrali di derivazione DSK sono sopraggiunti dopo il baccanale nazionale delle celebrazioni per l’Osamicidio. Le quali si capirebbero, eccome, se i Navy Seals avessero fisicamente eliminato Al Qaeda, anzi tutto il terrorismo antiamericano. Invece hanno fatto fuori il solo Barbablu: la nazione del Manifest Destiny celebrerebbe così orgiasticamente se non fosse già assalita dalla dementia? Legioni di kamikaze si sono fatti saltare per odio all’America: i tripudianti dei giorni scorsi sanno per certo che nell’Islam il martirio politico non ha più candidati?

Se gli USA non fossero un paese libero, anzi un palladio di libertà, l’executive order di un Goebbels sul Potomac vieterebbe almeno agli americani obesi, o parecchio sovrappeso -un cento milioni, a spanne- di farsi fotografare/teleriprendere mentre brindano a soft drink sulla morte assistita di bin Laden. Così, per non far ridere i polli del mondo.

Questo, per l’esultanza collettiva dei semplici. Ma che dire dei guru e dei columnists celebrati? A sfogliare gli ‘speciali’ della grande stampa sull’uccisione di Belzebù i sintomi dell’Alzheimer si infittiscono. Copertine ditirambiche. Peana ed inni al trionfo di un Presidente Obama che ha finalmente cancellato l’inferiorità rispetto a quel formidabile Commander in Chief che in tuta pressurizzata da top gunner proclamò ‘Mission accomplished’ (ma 8 anni dopo l’Irak resta l’Irak). Ingiunzioni a tutti gli antipatizzanti del pianeta: ‘Pagherete come ha pagato Osama’. Compiaciute descrizioni del marasma preagonico dell’antiamericanismo. Eccetera.

Leggiamo a caso i titoli di uno ‘speciale euforia’. ‘Obama’s Winning Focus. In triumph, the president’s restraint served us well’. ‘No human’s death is ever a blessing. But this comes close’ ‘bin Laden death was preferable to capture’. ‘Pride of a Nation’. ‘So long since something so good has happened’. ‘The burden of victory’. E così esultando.

A noi sembra impagabile il concetto seguente: ‘America turns out not to be in decline after all; it remains the superpower envied by the world’. Non tanto per il ritenere che un’operazione di teste di cuoio abbia restituito un rango planetario che richiese due guerre mondiali, quarantacinque anni di duello potenzialmente nucleare, l’afflosciarsi dell’antagonista sovietico e la morte per cause naturali dell’ideologia comunista. Quanto perchè non è vero che ‘il mondo’ invidi la superpotenza. Abbastanza spesso, piuttosto, la compiange. Come non essere benevoli con un popolo che, pur di potenziare mensilmente la macchina bellica più pletorica della storia, rinuncia alla sanità di cui ormai godono i calmucchi?

Andiamo avanti ad elencare sintomi infausti. ‘Pakistan: a terrorist State. This time the facts on the ground speak too loudly to be hushed up’. Nostra domanda: il premio Nobel afroamericano farà anche una guerra per soggiogare il Pakistan? Non è stato sempre chiaro che il Pakistan è solidale coll’Islam, non col Dipartimento di Stato?

Altro sintomo di vanagloria: ‘COMMANDER IN CHIEF- The daring Bin Laden raid is being billed as the New Obama (but) He’s been itching to pull this trigger all along At last, Obama has escaped the shadow of Jimmy Carterism. Beneath its softer talk of values, Obama’s speech was shot through with steel’. ‘When (America ) leaders change history’. Ancora: “The value of Boldness”.

Infine l’ebbrezza militarista: “The coolest guys in the World”. Sembra il titolo di un film di guerra hollywoodiano, nel quale un platoon di Rangers tiene a bada un’intera Panzerdivision. Invece no, è il titolo di un servizio che spiega come i Navy Seals “proved themselves America’s top soldiers”.

Teoricamente il futuro potrebbe dare agli Stati Uniti una cornucopia di glorie e di vanti dei quali la storia è normalmente avara. Ma l’America brinda e inneggia come se la cornucopia ci sia già e straripi di doni. Nei bassi napoletani il parentado di Totò o di Eduardo aspettava che l’ambo uscisse, prima di festeggiare.

Dicono che di Alzheimer non si guarisce. E invece le lezioni della realtà potranno fare miracoli. Inoltre farà miracoli, su un paziente così patriottico e così invaghito del suo Commander in Chief, se quest’ultimo, appena rieletto, farà un discorso più storico degli altri. Se spiegherà agli americani che sono sì mediamente bravi, ma non superuomini.

Altrove un comandante in capo non debellerebbe l’Alzheimer. Negli USA, forse sì.

Anthony Cobeinsy

MILITARISM MAKES AMERICA THE NUT OF THE WORLD

TIME’s powerful indictment

It’s my moral duty to call your attention on a press event which is far more important, say, than  the historical one which uncovered the Watergate scandal. Watergate was small fry and venial sin if compared with the horrific reality of the U.S. war spending. On April 25 past TIME carried “How to save $1 trillion”, a thundering prosecuting speech by Mark Thompson against the senselessness of the American defense overspending.

The facts, figures and ideas of TIME will convince many readers that America has gone awry. That it has become the nut or crank of the world. That it has to do something really bold, lest the obsession for weapons and (illusory) planetary egemony forces its taxpayers to pay vigintillions for arms and professional warriors -from the Table of Numbers I learned that one vigintillion is a figure made by 1 followed by 63 zeros. At $700 billions per year the U.S. is already spending as much on his military as the rest of the world combined. It’s on the road to vigintillions.

The simplest and most honest way of informing you on the TIME reckoning is simply to transcribe some of its findings and concepts.

The U.S. Navy operates an 11-aircraft carrier fleet- each vessel costing $15 billions and being likely to be sunk by missiles in a real conflict with China. The Chinese capability will be such that the American carriers will have to stay so far away from China that the short-range aircraft they bear will be useless. A number of months ago a “Daily Babel” article pointed out that Secretary of Defense Robert Gates was struggling with admirals who defended the carriers, arguing (Gates) that the carriers are too big targets and will be prone to be destroyed by missiles. TIME reported that Gates “warned last year on the growing antiship capabilities of our adversaries before asking the unaskable question <Do we really need 11 carrier strike groups for another 30 years?>. Needless to say, each carrier requires the protection of several destroyers and submarines. “It’s just tradition, the industrial base and some other old and musty arguments that keep the shipyards building them” TIME comments.

Other unaskable questions. “Can the U.S. really afford more that 500 bases at home and around the world? Do the Air Force, Navy and Marines really need $400 billions in new jet fighters when their present fleets give them vast air superiority for years to come? Does the Navy really need 50 attack submarines when America’s main enemy hides in caves?”

Admiral Mike Mullen, chairman of the Joint Chiefs of Staff, has admonished that “the single biggest threat to our national security is our debt”. TIME calls it “an almost tragic irony the fact that we are borrowing cash from China to pay for weapons (…) If the Chinese want to slay us, they don’t even need to attack us with their missiles. They just have to call in their loans”. “We’ve waged war non stop for nearly a decade in Afghanistan, at a cost of nearly half a trillion dollars, against a foe with no army, no navy, no air force. We send $1 billion destroyers to handle five Somali pirates in a fiberglass skiff (…) As long as the U.S. is overspending on its defense, it lets its allies skimp on theirs and instead pour the savings into infrastructure, education and health care. Our tax dollars are paying for a military that is subsidizing the health care of our European allies”.

The personnel costs (pay, benefits et cet:) are exorbitant. ”Recently 60 members of the crew of the carrier Abraham Lincoln pocketed $57,000 each, tax free, simply to re-enlist. Pentagon medical costs have soared from $19 billions in 2001 to more than $50 billions. Secretary Gates has proposed cutting 102 on 952 generals and admirals. A recent New York Times/CBS poll found that citizens (55%) were willing to cut defense. Yet Congress continues to resist even minor reductions. One carrier generates 6,000 jobs and $400 millions in annual local spending. With numbers like that, who needs pork?

Aircraft carriers become harder to kill as more states of the Union invest in their future. “It’s a disease that infects the entire defense budget” says Gordon Adams, who oversaw Pentagon spending during the Clinton Administration. 

My comment: the laws of electoralism and pork make it impossible that elected politicians will ever trim wrong expenses producing jobs, business, votes and careers.

The American folly according to TIME is the insane mentality that Howard McKeon (R), the Representative who chairs the Armed Services Committee, enunciated like this: “A defense budget in decline portends an America in decline”. “Attitudes like that can bankrupt a nation and the public senses it” (TIME).

The weapons obsession began as a love affair of the Americans with the cavalry regiments which subjugated Indians in the West and easily defeated Mexicans. Today it has condemned the U.S.“to be at war for a startling two out of every three years since 1989, and there is no end in sight” (the remark was made by Univ.of Chicago professor John Mearsheimer).

“The Nemesis of American happiness” was the heading of an old column of mine in The Daily Babel. Planetary (tentative) hegemony itself is such frightful Goddess of retribution. 

It’s my moral duty to call your attention on a press event which is far more important, say, than  the historical one which uncovered the Watergate scandal. Watergate was small fry and venial sin if compared with the horrific reality of the U.S. war spending. On April 25 past TIME carried “How to save $1 trillion”, a thundering prosecuting speech by Mark Thompson against the senselessness of the American defense overspending.

The facts, figures and ideas of TIME will convince many readers that America has gone awry. That it has become the nut or crank of the world. That it has to do something really bold, lest the obsession for weapons and (illusory) planetary egemony forces its taxpayers to pay vigintillions for arms and professional warriors -from the Table of Numbers I learned that one vigintillion is a figure made by 1 followed by 63 zeros. At $700 billions per year the U.S. is already spending as much on his military as the rest of the world combined. It’s on the road to vigintillions.

The simplest and most honest way of informing you on the TIME reckoning is simply to transcribe some of its findings and concepts.

The U.S. Navy operates an 11-aircraft carrier fleet- each vessel costing $15 billions and being likely to be sunk by missiles in a real conflict with China. The Chinese capability will be such that the American carriers will have to stay so far away from China that the short-range aircraft they bear will be useless. A number of months ago a “Daily Babel” article pointed out that Secretary of Defense Robert Gates was struggling with admirals who defended the carriers, arguing (Gates) that the carriers are too big targets and will be prone to be destroyed by missiles. TIME reported that Gates “warned last year on the growing antiship capabilities of our adversaries before asking the unaskable question <Do we really need 11 carrier strike groups for another 30 years?>. Needless to say, each carrier requires the protection of several destroyers and submarines. “It’s just tradition, the industrial base and some other old and musty arguments that keep the shipyards building them” TIME comments.

 

Other unaskable questions. “Can the U.S. really afford more that 500 bases at home and around the world? Do the Air Force, Navy and Marines really need $400 billions in new jet fighters when their present fleets give them vast air superiority for years to come? Does the Navy really need 50 attack submarines when America’s main enemy hides in caves?”

 

Admiral Mike Mullen, chairman of the Joint Chiefs of Staff, has admonished that “the single biggest threat to our national security is our debt”. TIME calls it “an almost tragic irony the fact that we are borrowing cash from China to pay for weapons (…) If the Chinese want to slay us, they don’t even need to attack us with their missiles. They just have to call in their loans”. “We’ve waged war non stop for nearly a decade in Afghanistan, at a cost of nearly half a trillion dollars, against a foe with no army, no navy, no air force. We send $1 billion destroyers to handle five Somali pirates in a fiberglass skiff (…) As long as the U.S. is overspending on its defense, it lets its allies skimp on theirs and instead pour the savings into infrastructure, education and health care. Our tax dollars are paying for a military that is subsidizing the health care of our European allies”.

The personnel costs (pay, benefits et cet:) are exorbitant. ”Recently 60 members of the crew of the carrier Abraham Lincoln pocketed $57,000 each, tax free, simply to re-enlist. Pentagon medical costs have soared from $19 billions in 2001 to more than $50 billions. Secretary Gates has proposed cutting 102 on 952 generals and admirals. A recent New York Times/CBS poll found that citizens (55%) were willing to cut defense. Yet Congress continues to resist even minor reductions. One carrier generates 6,000 jobs and $400 millions in annual local spending. With numbers like that, who needs pork?

Aircraft carriers become harder to kill as more states of the Union invest in their future. “It’s a disease that infects the entire defense budget” says Gordon Adams, who oversaw Pentagon spending during the Clinton Administration. 

My comment: the laws of electoralism and pork make it impossible that elected politicians will ever trim wrong expenses producing jobs, business, votes and careers.

The American folly according to TIME is the insane mentality that Howard McKeon (R), the Representative who chairs the Armed Services Committee, enunciated like this: “A defense budget in decline portends an America in decline”. “Attitudes like that can bankrupt a nation and the public senses it” (TIME).

The weapons obsession began as a love affair of the Americans with the cavalry regiments which subjugated Indians in the West and easily defeated Mexicans. Today it has condemned the U.S.“to be at war for a startling two out of every three years since 1989, and there is no end in sight” (the remark was made by Univ.of Chicago professor John Mearsheimer).

“The Nemesis of American happiness” was the heading of an old column of mine in The Daily Babel. Planetary (tentative) hegemony itself is such frightful Goddess of retribution.

JJJ

UNITING: America’s true claim to glory

President Obama‘s latest Message on the state of the Union has been one more occasion for some admiring commentators abroad to extoll the virtues of the US political process, when compared for instance with the Italian (unruly and fractious) one. One of said commentators, Massimo Teodori, a professor of American history, specified that he was moved by the televised standing ovation given to the President (during the speech on the State of the Union) in the national Capitol – both Democratic and Republican members of Congress clapping their hands in a spirit of patriotism and unity.

The professor’s sensitivity should better be offered to more significant aspects of the American experience. The short show of bipartisanship in ceremonial occurrences such as a customary oration of the President does not deserve so much praise. The attitudes of the US Congress have never been that admirable. In fact the Capitol is the high temple of the often unethical management of public affairs. In America too most occupations are more respected than the career of professional politicians, top legislators included.

Well more relevant the professor’s sentimentality would be, had he recalled the facts of the American colonies confederating and so creating history’s foremost nation. If compared with the nastiness of the Fathers and Uncles of the so-called European Union, the American colonial leaders make figure of true Moses. American colonies started confederating more than three and half centuries ago. As early as 1643 Massachusetts, Connecticut, New Haven and Plymouth created “a firm and perpetual league” among themselves. That was really great. Possibly at that time the American context and spirit made better citizens. In colonial times a portion of the subjected class was made by white ‘bond servants’, in addition to black slaves. Several of said bond servants where convicts who had been transported from England. In due time even convicts could become good citizens: one of them became attorney-general of Virginia.

The next step of the American unification was of course the proliferation of Committees of Correspondence, beginning with the one which Samuel Adams organized in 1772. Two years later the Virginia Burgesses (meeting at a tavern- their House had been dissolved by the British rulers) deliberated the First Continental Congress, to be convened annually. Indeed such Congress met in Philadelphia on September 5, 1774. Another two years elapsed, then the Declaration of Independence was adopted. In four short years a great nation was born.

How inferior, even despicable, the behavior of the so called builders of Europe. Fiftyfive years after the Treaty of Rome (1956) the progress of political unification of the Old Continent is next to nothing. Being supposed to be the heirs of the world’s greatest historical patrimony (didn’t Europe rule the planet?) said ‘builders’ deserve the utmost scorn. Today some thirty countries, some of them really diminutive ones) are comically sticking to their sovereign independence, at a time when global trends are conquering the world. Who knows, maybe the next 55 years might advance the process of confederation that in the British colonies of North America only took 55 months.

This is the true greatness of the United States, before becoming obese and viciously addicted to weapons. Compared to the prowess of the Burgesses of Virginia, the bipartisan applauding of Obama’s rethoric on conquering the future (America too is declining) is phony.

Needless to say, the chieflets of Europe exculpate themselves by invoking the difficulty of amalgamating dozens of languages and national traditions. But if said chieflets had been in the shoes of the members of the Committees of Correspondence, probably America had never unified.

Anthony Cobeinsy

Dalla miseria alla prosperità…e ritorno

Quando Mazzini fonda a Berna la “Giovine Europa” nel 1834 le sorti del mondo sono nelle mani delle potenze europee, eppure i popoli delle nazioni più potenti d’Europa sono caratterizzati dalla miseria più nera:

Dickens pubblica “Oliver Twist” nel 1837-38, Marx attinge a documenti ufficiali del Parlamento inglese e ai numerosi studi sul pauperismo per documentarla nel Libro Primo de “Il Capitale”. La sia pur parziale presa di coscienza di questa intollerabile miseria porta alla nascita dello stato sociale moderno nella Germania di Bismarck nel 1883-89. Le idee socialiste, il successo dei bolscevichi e la loro presa del potere in Russia spingono i governi socialdemocratici sulla stessa strada. Ma le condizioni di vita rimangono cattive in Europa (come testimonia George Orwell in “Down and Out in Paris and London = Senza un soldo a Parigi e a Londra” 1933 e in “Fiorirà l’aspidistra” 1936) e non sono affatto buone anche negli Stati Uniti, il paese idealizzato come il più ricco e felice del mondo, e peggiorano dopo la crisi del 1929 come mostra magistralmente Steinbeck in “The Grapes of Wrath = Furore” 1939.

Gli Stati Uniti, con una popolazione inferiore ai 4 milioni nel 1790, di 31 milioni di abitanti nel 1860 che diventano 91 nel 1910, totalmente dipendenti dall’Europa per scienza e tecnologia, sono dalla fine dell’Ottocento il maggior produttore agricolo e manifatturiero del mondo. Ma ciò non poteva sorprendere: la terra non costava nulla perché era stata sottratta agli abitanti originari sterminati o confinati nelle riserve, buona parte della manodopera era stata allevata nei paesi poveri dai quali proveniva e si era trasferita in America nel fiore degli anni. Le condizioni miserevoli di molti non faceva notizia, anche perché il governo era espressione del mondo degli affari e tendeva a porre l’accento sulle grandi possibilità offerte ai più intraprendenti e capaci indipendentemente dalla loro origine sociale.

Gli USA sono quindi un unicum per quanto riguarda le loro origini e la loro storia intrisa di ipocrisia (si predica il libero scambio e si pratica il protezionismo fin dagli albori, si fa la guerra civile 1861-65 per abolire la schiavitù ma non si fanno diventare cittadini gli ex-schiavi se non un secolo dopo) e di sopraffazione (ci si espande territorialmente sottraendo territori al Messico e si asserviscono agli interessi yankees le ex-colonie di Spagna e Portogallo). I loro stili di vita sono fondati su abitazioni di legno vaste ma precarie e poco durature, su una cucina che ha ben poche attrattive, sul bigottismo e il fondamentalismo religioso, sull’isolamento superabile in modo costoso con mezzi di trasporto soprattutto privati. Non dovrebbero quindi poter essere un modello per nessun paese, e soprattutto per i paesi europei, ma in qualche modo invece lo diventano.

Persino la diffusione di massa dell’automobile (dal 1909), mezzo utile per superare l’isolamento nel quale vivono le comunità urbane e rurali americane, spinge nel corso del Novecento alla motorizzazione privata nche i paesi europei densamente popolati e caratterizzati da città di origine antica inadatte a un pesante traffico automobilistico.

Per contrastare la miseria che caratterizza l’Europa nasce la previdenza sociale e il /welfare state/ farà sentire i suoi benefici dopo la seconda guerra mondiale. Ma negli S.U. non si sente il bisogno di queste misure: la domanda mondiale di qualsiasi prodotto cresce e gli USA sono pronti a fornirli.

Nel 1967 l’economista americano E. F. Denison pubblica “Why Growth Rates Differ. Postwar Experience in Nine Western Countries” nel quale analizza le ragioni che hanno portato i paesi europei considerati (si noti che l’Italia non è tra questi) ad avere dei tassi medi di crescita dell’economia superiori a quelli degli Stati Uniti. Denison parte dal presupposto che le condizioni di vita prevalenti negli SU del 1925 siano sostanzialmente le stesse, dal punto di vista del benessere materiale, di quelle del 1960 nei paesi europei più sviluppati ivi considerati: un divario di ben 35 anni che tuttavia verrà presto colmato. I livelli medi di benessere dell’Europa economicamente sviluppata (Italia compresa!) entro il 1990 sono infatti paragonabili, e per alcuni aspetti sono persino superiori, a quelli che caratterizzano l’America, come testimonia anche la prima edizione dello Human Development Report (UNDP 1991) che irrita non poco le autorità degli Stati Uniti.

Non bastano il maggior reddito spendibile e il più elevato consumo di energia a far ritenere che il benessere materiale sia maggiore negli SU. Là le automobili sono più grandi, più voraci di carburante, coprono mediamente distanze maggiori. Le abitazioni e gli uffici sono non soltanto riscaldati d’inverno, ma anche rinfrescati d’estate facendo uso di energia in ogni stagione. Le spese per l’abitazione (fatta di materiali poco duraturi) riguardano tutti nel corso della loro vita, mentre da noi è sufficiente che una generazione ne faccia l’acquisto per passarla poi a quelle successive che dovranno soltanto provvedere alle eventuali riparazioni. Le spese per l’istruzione dei figli, con il degrado che caratterizza la scuola pubblica americana di ogni ordine e grado, è divenuta una delle voci imprescindibili di ogni bilancio familiare. Questa tendenza comincia a verificarsi anche da noi, ma la tradizione di eccellenza della scuola pubblica italiana resiste ancora, e in misura maggiore di quanto i mezzi di disinformazione di massa non facciano credere. Ma intanto anche da noi, senza che lo giustifichino né condizioni climatiche né temperature, si seguono da tempo modelli costruttivi che implicano persino edifici con finestre che non si possono aprire, mentre nella maggior parte del territorio italiano potremmo godere dell’aria “incondizionata” fornita da madre Natura per quasi tutti i mesi dell’anno.

In America, come in Europa, le condizioni generali di vita dei meno abbienti sono andate peggiorando negli ultimi due decenni e la crisi finanziaria scatenata nel 2007 dall’avidità di gestori e risparmiatori soprattutto anglosassoni ha peggiorato la situazione colpendo tutti, e forse in maggior misura proprio chi non aveva alcuna responsabilità nel generarla.

Anche in America ci sarebbe quindi più che mai un gran bisogno di alcune istituzioni dello stato sociale. Ma da un lato le reali condizioni di vita prevalenti in Europa sono completamente ignote agli americani (che
non conoscono le lingue straniere, che non vanno all’estero e che quando viaggiano lo fanno in un modo che non favorisce la conoscenza della vita delle persone che abitano i luoghi visitati o che sono la destinazione di soggiorni anche prolungati come accade alla famiglie dei militari di stanza nelle basi o ai militari in missione nei teatri di guerra) per non parlare del fatto che l’Europa tende a disfarsi di queste istituzioni per assomigliare sempre di più all’America. Per esempio l’abolizione in Italia della cosiddetta “scala mobile” – attuata nel 1992 – ha privato il Paese di uno strumento che consentiva ai lavoratori di mantenere (quasi) inalterato il potere d’acquisto dei propri salari e alle imprese di godere di una domanda di beni e servizi costante.

Così stando le cose è impensabile che l’America voglia dotarsi di quelle istituzioni dello stato sociale di cui l’Europa è sul punto di disfarsi, senza una vera ragione se non quella di favorire il settore bancario-assicurativo che propone varie formule di risparmio gestito, ma che non potrà mai assicurare dei redditi sufficienti a mantenere uno standard di vita come quello derivante dal salario e, ancora oggi (ma fino a quando?), dalla successiva pensione maturata.

Gli Stati Uniti, stampando il dollaro americano, la moneta usata nelle quotazioni dei beni transati internazionalmente e quale strumento di riserva, possono permettersi di pagare i dipendenti pubblici e i materiali bellici e civili prodotti dalle imprese americane per alimentare le loro guerre in giro per il mondo e fare tutti (o quasi) felici senza costi per il contribuente americano il quale, spinto dal sistema a fare acquisti contando sul reddito futuro, si trova a mal partito quando questo reddito si rivela inadeguato o comunque al di sotto di quello atteso.

E veniamo a Mirafiori e ai superbonus …

La FIAT non cessa di deludere. Collusa con il potere politico fin dalla sua nascita, ha goduto di posizioni sostanzialmente monopolistiche che non ha utilizzato per innovare ma soltanto per incamerare i profitti a beneficio della proprietà. Divenuta – così si dice, ma la realtà è più complessa – un’impresa privata come le altre, dichiara di non poter produrre in Italia senza far scomparire ogni traccia di diritto per i lavoratori coinvolti: i costi connessi al lavoro sarebbero troppo alti.

Come mai allora, dovremmo chiederci, la produzione automobilistica continua in paesi ad alto reddito come Germania, Giappone e Stati Uniti?

La Germania continua ad essere il quarto produttore di autoveicoli del mondo: 5,2 milioni nel 2009 e 6,2 nel 2007. La sua produzione è diminuita in termini assoluti (anche perché la produzione mondiale è passata da 73 milioni di autoveicoli nel 2007 a 61,7 nel 2009) ma è rimasta quasi inalterata come percentuale della produzione mondiale (dall’8,49% all’8,43%), un dato importante che rivela stabilità ove si pensi che nello stesso arco temporale il Giappone è passato dal 15,88% al 12,86% e gli Stati Uniti dal 14,73% al 9,25%. Naturalmente questi dati risentono della presenza ormai esorbitante e travolgente della Cina che è passata dal 12,17% al 22,35% della produzione mondiale e della Corea del Sud, ormai quinto produttore mondiale passato dal 5,60% al 6,84%. Si noti che questi soli tre paesi dell’Estasia coprivano nel 2007 il 33,65% della produzione automobilistica mondiale divenuto il 42,05% nel 2009. In quel breve spazio temporale l’Italia è passata dal 14-esimo (1,284 milioni) al 18-esimo posto (843.239 auto). Eppure i nostri managers rivendicano il diritto ad essere pagati in un modo semplicemente scandaloso per l’entità degli emolumenti, per tacere dei risultati deludenti. Proprio come accade in America .…

Il direttore cinese della fabbrica di calze che mostra con orgoglio il suo impianto che dalla Cina esporta in 153 paesi e che è attrezzato con le più moderne macchine (comprate dalla fabbrica italiana che le produce in provincia di Brescia) dovrebbe farci riflettere sui luoghi comuni che circolano intorno alla delocalizzazione e all’importanza cruciale del costo del lavoro. In questa fabbrica, situata in Cina, il personale addetto alla produzione è ridotto al minimo, dato che si tratta di un processo produttivo che fa uso di macchine altamente automatizzate.

Se i cinesi fossero davvero molto più bravi di noi non comprerebbero i nostri macchinari ma se li fabbricherebbero da soli. Perché un imprenditore cinese ha successo facendo uso delle nostre macchine? Non per via del minor costo del lavoro che non può incidere sensibilmente in una produzione a intensità di capitale relativamente alta.

Il fatto che chi si occupa di finanza abbia un successo economico maggiore di chi produce beni e servizi, non incoraggia i veri imprenditori. Un vero imprenditore – e in Italia ce ne sono davvero tanti, che reggono sulle loro spalle il Paese – non pensa continuamente a dove andrà a localizzare i suoi impianti per ottenere un risparmio che potrà anche rivelarsi controproducente, ma cercherà di migliorare il suo prodotto per accrescere il numero dei suoi clienti e ottenere così la soddisfazione che i veri imprenditori hanno perseguito da sempre, per l’autostima e con la consapevolezza di essere grandi come membri della società.

L’elemento generazionale non va trascurato. I figli di molti imprenditori sono inadatti a esercitare il mestiere paterno, dato che imprenditori si nasce, o possono essere convinti dalle mode dominanti a seguire e non a precedere come fa l’imprenditore che vede più lontano e prima degli altri. Per esempio l’Ing. De Benedetti, esercitando l’ingegneria finanziaria, ha distrutto un’impresa unica al mondo come la Olivetti. Così alle prime difficoltà si chiude o si accettano offerte che finiscono per distruggere l’impresa. Le maestranze esperte vengono disperse e il sistema economico ne soffre.

Ciascuna di queste piccole cose ci spinge alla resa, la nostra visione del mondo non ci fa guardare al futuro con ottimismo. La fiducia dei giovani, senza prospettive di un lavoro stabile e che dia soddisfazioni, non ha appigli per sopravvivere. Ci si adagia, si leggono i giornali, si ascoltano i politici e la sensazione di trovarsi in un deserto di valori si fa certezza. Nessuno storico e nessun sociologo potrà mai spiegare quei fenomeni che hanno inizio come invisibili movimenti orogenetici che si rivelano alla lunga più sconvolgenti dei terremoti. Per capirci qualcosa bisogna leggere la grande letteratura e guardare i quadri dipinti dai grandi maestri …

Gli Stati Uniti ci hanno dato il parafulmine e l’alfabeto Morse, ma anche la macchina della verità e l’IQ insieme ai test per misurare l’intelligenza delle “razze” umane. Non dovremmo quindi prenderli troppo sul serio e prestar loro fede come modelli; men che meno imitare i loro vizi. Ma lo stiamo facendo e condividere nientemeno che con la grande America il declino non lo renderà meno duro per i nostri figli.

Gianni Fodella

THE RIGHT WING, SIN, AND THE DEMISE OF AMERICA

David Brooks, a NY Times columnist, Right-Wing ideologue, and irrepressible apologist for big corporations and America’s plutocratic 1%, in an opinion reflecting on the shooting tragedy in Tucson, Az., called Obama’s speech “wonderful”, in part because “He didn’t try to explain the rampage that occurred there.” (As an inflamer of intolerance, prejudice, and hatred, Brooks must have taken great solace in that.) Brooks then goes on to reflect (among other things) on “civility.” “Speeches about civility,” he writes, “will be taken to heart most by those people whose good character renders them unnecessary. Meanwhile, those who are inclined to intellectual thuggery and partisan one-sidedness will temporarily resolve to do better but then slip back to old habits the next time their pride feels threatened…Civility,” he goes on to say, “is a tree with deep roots,” which are “failure, sin, weakness, and ignorance.” (His thesis, by the way, which he then goes on to propound, is totally unconvincing, if not absurd.) He ends his opinion piece with a quote from the famous Protestant theologian Reinhold Niebuhr, in which Niebuhr reflects, “Therefore we are saved by the final form of love, which is forgiveness.”

What is amazing about Brooks’ fantastic piece of sophistry, equaling some of the sophistry that Socrates and Plato also had to deal with, is that Brooks is really criticizing those politicians and citizens who disagree with his extremist Right-Wing rhetoric (when he refers to “intellectual thuggery and partisan one-sidedness”) which has so polarized our nation, and which has led, if only indirectly, to fanning the nihilism of a deluded and mentally unstable young man. (Let us also remember: mentally unstable people, of which our nation has its fair share, are never moved to social acts of self-giving love and forgiveness but to acts of violence either against themselves or against others—acts encouraged by ignorance, intolerance, and hate speech, not to mention our sinfully easy access to dangerous weapons.)

Brooks himself, however, takes no personal responsibility for our present climate of intolerance, hatred, and violence. Instead, he tries to cover his sins, and by implication Palin’s, with high-sounding phrases and biblical language while pointing his finger at others, and incredibly, even concluding his remarks by talking about love and forgiveness! It is a virtuoso performance of supreme narcissism, self-righteousness, indifference to human suffering, culpable blindness, and unrepentant sinfulness. His only recommendation for healing the political divide—or starting the process—(and this unmasks his real motives!) is to have a bipartisan “comprehensive tax reform” as a way “to get people [of different political parties] conversing again.” His real agenda is thus unmasked at last: more tax cuts for the wealthy 1% who already own 42.7% of America! Evidently even this incredibly high percentage is not yet sufficient for Brooks and the plutocrats ruling America. They don’t want the majority of the wealth of America—they want all of it!

Krugman, of the NY Times, rightly says that, Obama’s beautiful speech notwithstanding, our politics are and will remain polarized. He is right. And he is right for a reason Brooks (ironically) mentions: sin. It is the pervasive sin of the Right Wingers that has permeated our nation and is now destroying it. The Right-Wing, quite simply, in the most profound biblical sense, is unrepentantly sinful—it worships mammon and not God; it treats the powerless and the poor with outright contempt, forgetting (or ignoring) what Christ says, “What you do unto the least of these you do unto me.”; and ignores blithely Christ’s call to “love and to serve one another,” instead caring only about themselves and their rich friends. So when Brooks mentions “sin,” he isn’t really talking about sin in its biblical sense. For Brooks, “sinners” are all those who disagree with his anti-democratic, plutocratic, and pro-Big Corporation politics.

This is what is so dangerous about the Right Wing: they are morally and spiritually blind and corrupt, blithely and self-righteously subverting every great principle of the Bible, and are implacably anti-Christian. Of course, they pretend to be moral and biblical, as when Brooks facilely quotes a great Protestant theologian, without however ever having understood a single word that he is quoting.

For those who love America’s founding ideals, have deep faith, and selflessly desire to transform our divided and diseased nation into a healthy nation of caring and tolerant individuals, with opportunity for all, knowing all this is brings no consolation, for our nation before our very eyes is self-destructing, with more craziness and violence sure to follow. Being powerless in the face of such pervasive evil now gripping our nation (the theme in the rise and fall of nations), one can only address these issues spiritually. What remains for those who do care about biblical morality, about love of neighbor and about caring for every citizen, are the words—and the warning— of Christ: the axe is now laid to the roots of the tree; and those trees which do not bear good fruit (that is, those who oppose God’s law of selfless love and the caring and helping of others) will be cut down and thrown into unquenchable fire. This, after all is said and done, is the final lesson, and judgment, of history. God will judge us by our acts of love—and condemn those who work merely selfishly. And that is as it should be.

Len Sive Jr.

PRESIDENT ROOSEVELT CONCEALED STALIN’S CRIMES

The world now knows a good portion of what’s worth knowing on the ferocious deeds of the Soviet dictator. The consensus of the historians is that Lenin’s successor put to death or imprisoned several million people. That his victims were more numerous than Hitler’s. In this column we shall deal only with a comparatively minor (on Stalin’s scale) delict: the Katyn extermination of Polish officers, many thousands of them. After Russian president Eltsin handed to Lech Walesa the original order, dated 5 March 1940, to kill all the Polish officers and opposers of communism who were in Soviet hands, no historian nor politician can deny the terrible truth that found in Andrzej Wayda, the director, a tragic witness with his film Katyn.

However many facts are emerging that public opinion still ignores, or is only slowly becoming aware of. For instance, that the British and American governments were informed of the extermination of rightists in Poland since 1942, if not before. Two years later a group of British diplomats signed a secret declaration to the effect that their conscience forbade them to cover said crime for the sake of the war alliance with Moscow. But of course the official position of Washington and London remained unchanged during WW2- the USSR was a brave and noble ally, a stalwart of the glorious crusade against Hitler. President Roosevelt firmly prohibited the divulgation of any news on Stalin’s ‘purges’ and other atrocities, begun in 1923 and become paroxysmal after 1936. The Allied intelligence was perfectly informed of said crimes.

Consequently, after reconquering Smolensk in September 1943, Moscow felt permitted by Washington and London to announce that “the German aggressors had exterminated thousands of Polish officers at Katyn”. No US or British objection was advanced to the Soviet chief prosecutor of the Nurnberg process including the Katyn massacre in the indictment of the German defendants.

But the Machiavellian sheltering ordered by Roosevelt started to end with the president’s death, on April 12, 1945. His successor Harry Truman, whom Roosevelt had handpicked a few months earlier, narrated in his memories that he first thought of reversing the entire filoSoviet policy of the late president while he stood in the Union Station of the capital, waiting for the arrival of the funeral train with the coffin of FDR. Ten days later Truman was recording in his diary “our deteriorating relations with the Soviets”. He instructed Harry Hopkins, the intimate advisor of Roosevelt and Moscow’s best friend in Washington, “to make clear to Uncle Joe Stalin that I knew what I wanted”.

The truth was that the man of the New Deal mistrusted the western coalition’s chances to really prevail on Germany and Japan that deemed it mandatory to save from defeat and reinforce stalinist USSR. President Truman judged that the Soviet Union would have collapsed in 1942 without the immense supplies sent by Roosevelt.

In other words, immediately after the Commander in chief died, the government and the people of the U.S. totally repudiated the war alliance with Russia. Roosevelt had lied to America and to the world on Katyn and on all other Soviet crimes, in order to please Stalin. The FDR’s judgment and policy were suddenly turned upside-down. Stalin became the arch-enemy and a cruel monster, a murderer no less ferocious than Hitler. The USSR appeared as hostile to the West as Carthage was to the imperial republic of Rome. FDR and Churchill had better not suffocated the truth on Katyn and on the Stalinist regime.

However the British war premier was swift in changing his mind on the Russian tyrant: it was he who proclaimed with his Fulton, Missouri, speech the start of the Cold War. For many years on, a third planetary conflict was a terrible menace on humanity- contrary to FDR’s delusions.

Anthony Cobeinsy

America’s Education Failure

The Necessity of Reappropriating Our Cultural Heritage

Thomas Friedman, in his article “U.S.G. and P.T.A.”, highlighted the failure of America’s educational system, and said help was needed from both sides: “top down” from the government (U.S.G.), and “bottom up” from parents and teachers (P.T.A.). He is correct. But we need more than that: We also need to reappropriate our Western culture, which is our national heritage, and without which we can not exist as a country, since all of our ideals, ethics, and mores come from it. Indeed, an important part of our current problems stems from our “cultural amnesia” regarding this irreplaceable intellectual and cultural inheritance—which loss can be seen most graphically in the cynicism, ignorance, selfishness, and mean-spiritedness now running, and ruining, our nation whole and entire.

The Tea Party is the culmination of a degenerate politics since the multiple assassinations in the 1960’s of Martin Luther King, Jr, John F. Kennedy, and his brother, Robert F. Kennedy. These killings, we now know, were political assassinations carried out by the US government through the initiative, knowledge, and support of the wealthy one percent, in order to stifle in America the basic values inherent in Western culture and Christianity, i.e., economic assistance to minorities, the poor, the elderly, and the sick—along with other initiatives to make society as a whole fairer and more equitable; and on the other hand, not to allow large corporations to run roughshod over Americans or America, which, under JFK, meant concretely, among other things, not to get dragged into the Viet Nam war, for which Corporate America and the military lobbied so insistently. In hindsight we can now see what have been the tragic consequences of the deaths of these three great Americans: numerous, costly, and debilitating wars; an absolutist Corporate State; economic decline and hardship for 84% of Americans; a degenerating, and increasingly malfunctioning infrastructure; an inadequate and expensive health care system (now, under Obama, finally about to be improved, unless stopped again by Republicans); a grossly inferior, and deteriorating, public school system; no relief from our dependence on fossil fuels (and therefore our continuing engagement in the Middle East); environmental catastrophes one after another; little progress in trying to stop global warming; the loss of America’s prestige, honor, and influence through unjust wars and the mistreatment and torture of prisoners; and a new “banana republic” status due to an unbelievably high income disparity. These are both the intended and unintended effects of the assassinations—the intended effects welcomed by Tea Party people and Conservatives (Republicans mostly, but also some Democrats).

But mere “structural changes” won’t effect ini themselves a change in America or how it is governed. We need to probe deeper. We need to return to our cultural, intellectual, and spiritual heritage, to the Greeks and Romans, and also, in an informed and spiritual manner, to our Bible, to reappropriate the history and foundational ideas of Western culture—to enflame our hearts once more with the highest ideals, from Moses and Homer on down, which have inspired men to strive for wisdom, goodness, truth, and beauty, no matter the cost. From these historic Western ideals have sprung new ideas of governance, of how citizens ought to behave towards one another, and of how the state ought to act. Just compare, for example, a Saudi Arabia or China or Russia—their governments, and how they treat their citizens—with any modern Western state, and we see how profoundly important our Western cultural heritage really is.

In part, this renewing of the Western mind and soul will need, as an aid, a return to the classical languages of Hebrew, Greek, and Latin; for a full and profound appropriation cannot be accomplished without a knowledge of the sources speaking in their original tongues. A classical and liberal arts education is, I know, hardly a fashionable prescription, though a necessary one. For language is more than a cultural artifact: it is the only means by which a culture can be effectively appropriated. For our nation, in these troubled times, it would be a decided boon: instead of a distorted, false, and propagandistic Fox News, for example, we could read for instruction our Genesis, Isaiah, or John; instead of the empty and mindless entertainment offered on TV, computers, and cell phones, we could be enriched, deepened, and delighted by Herodotus, Sophocles, or Shakespeare; and instead of listening to the empty and twisted sophistry of a Palin or Beck, we could hear the wise and sonorous counsels of a Plato, a St. Paul, or a Cicero. In this educational reform hearkening back to our cultural roots, then, there would be much to be gained and nothing lost—except our cynicism, our ignorance, our empty pride, and our (Republican) uncharitable hearts.

America is at an historic crossroads. We can embrace fanatics and lunatics, like the Tea Party, and go down to destruction—or we can be renourished and sustained by the historic wisdom of our Western culture, and thrive both individually and collectively. But we cannot do both.

Len Sive, Daily Babel

THE BANE OF AMERICAN HAPPINESS

As politicians go, former Italian prime minister Romano Prodi is unusually familiar with the economics of the international scene. He also headed the Brussels Commission, governing body of the European Union. Beforehand he was the czar of IRI, the giant conglomerate of the largest State-owned Italian industries, from steelworks to banks to shipbuilding and much more. He is a full economics professor in the prestigious Bologna university. He is a member of an exceptionally gifted family of eight or nine tenured academics. He is presently a top consultant of the Peking government.

A few days ago I listened professor Prodi explaining why the USA has inevitably lost the absolute hegemony on the planet: . If Prodi is right, the exhorbitant investment in wars and armaments in the last 93 years, beginning with president Wilson forcing America into WW1, has actually weakened the United States. The present cost accepted in Afghanistan only is $100 billion a year, to the obvious detriment of civilian programs that would almost certainly cut the 10% American unemployment to the physiological level of 3 to 6 per cent. Of course, should Uncle Sam wind up the adventure in Afghanistan, the American war industries would suffer. But the civilian programs would in all probability determine a positive algebraic sum. It’s not sure that president Obama would have lost the midterm elections so badly, had he announced Tennessee Valley-type programs to the tune of $100 billion a year.

The abovementioned ‘law’ that Prodi the economist enunciated should probably be enlarged with a plain corollary, or additional inference: a government spends too much on arms when it is too rich. This probably means that the wondrous economic success of last three centuries is really the bane of the American happiness, while happiness loomed large in the inspiration and doctrines of the Founding Fathers. So converting to no-growth is theoretically a prerequisite to a comeback of sanity in America and elsewhere. Saudi Arabia’s recently announced buying American weapons for a volume which would be high even to the Pentagon is the very opposite of sanity. Shall Uncle Sam one day be the recipient of international aid programs of the kind of the Marshall Plan?

The mark of absolute, fashinating youth was the American newborn Republic being penniless. The US Treasury had debts rather than funds. No immediate receipt was available. A number of months elapsed before the first money came in (a custom duty levied by a law of Congress). At that point the federal bureaucracy numbered a few dozen persons. The permanent Army of the US reckoned 700 men. The nation’s richest gentleman was a farmer, president George Washington, the owner of Mount Vernon. His property was large, 8,000 tillable acres plus bush, but the product was lilliputian when seen with today’s eyes.

Adolescent America soon became the sweetheart of the world. Slimming and discarding armor is mandatory to present obese America should she try to reclaim part of her beauty and loveliness.

Anthony Cobeinsy
da Daily Babel

AFGHANISTAN: When sepoys die

Every time a non-American Nato warrior is killed in Afghanistan some politicians and/or gurus in the country of the dead rinse their throats with the syllogism (sort of): casualties must be accepted so the crusade for democracy and human rights will triumph. Is it so?

Apart that most crusades in history failed, the truth is that the Nato coalition is not fighting for noble goals. It is waging another colonial conquest war of the United States, a one similar to the wars against Mexico, Spain or Iraq. All empires on Earth were more or less built through colonial wars; but in the past justifications for conquests were not needed. Today it’s different -so Obama and his advisors are in trouble.

It’s a lie, a delusion anyway, that Islamic fundamentalism will be deleted if the West quells Afghanistan. A few thousand caves can be obliterated there by drones, missiles and flamethrowers (with children killed as collateral damages), but a great many more caves exist on the planet. Terrorist can also operate where caves are lacking. Is the Nato coalition going to wage wars in each continent?

If terrorism cannot be cancelled with the tools of the Pentagon, just two justifications remain for the Afghan crusade: a) saving the face of a Nobel prizewinner (for peace!) who is also the supreme warlord on the planet; b) expanding the American possessions in Central Asia. From the colonialist viewpoint, the above justifications are perfectly legitimate. But they involve only the U.S. and those mercenary governments that have been promised tangible gains in payment of their war efforts, casualties and crimes included. Such governments supply, among other things, the sepoys general Petreus needs. The sepoy was a native East Indian employed as a soldier by Britain. Today native Britons are Obama’s best sepoys.

Rome will possibly send additional sepoys (in Italian: ascari) to serve under Petreus. What gains has been assured if Afghanistan is conquered with the help of carabinieri? A share in the government of the world? Of course not. Pentagon contracts and deals are the real prizes for Italy. So highly incongrous are the efforts to throw Italy into mourning when three-color coffins arrive from Afghanistan. The victims of that war were not heroes, as their fatherland was not imperiled. They were professionals seeking career and money. They also died for the sake of jobs and dividends for the national economy.

Italy should drastically cut her military budget, and the same should do all countries of the world, US included. As to Rome, her armed forces should be miniaturized to the size of auxiliaries of the civilian police. Armed forces are immorally expensive and evil.

Recently a traditionalist Italian reader asked former ambassador Sergio Romano, a foremost commentator on international affairs, the following question: the new government of Britain will significantly lower its military budget. Insn’t this going to damage London’s international role? The ambassador’s answer: Britain’s budget deficit is twice the Italian one. Now that the British might has practically disappeared, Premier David Cameron is right in cancelling 20 to 30 per cent of the military expense, and even more right in abandoning the conventional diplomatic strategy of the last 65 years. “The special partnership with Washington forced Britain into two wars which were mistaken”.

An additional appraisal of the former ambassador: “The U.S. have misused their planetary leadership and are responsible for the major crisis, especially the financial ones, of the last decade. The Afghan war has infected Pakistan and the Caucasus. So the American leadership is on the wane.”

The logical inference is that the allies of Washington should stop behaving as Sepoy States.

Jone
da Daily Babel

FROM SECOND CITY TO WHITE HOUSE

The editors of l’Histoire, the Parisian specialized monthly, are much impressed, possibly mesmerized, by a single outline of the Obama phenomenon, his rather unusual relationship with Chicago. According to them, the American president owes a lot to the Second City, at the same time not being indebted to her, as he succeeded in embodying the whole nation, at least momentarily. So the line of thought of l’Histoire is that while Chicago was a major scene of the racial drama of America, Barack Obama, who triumphed there, did not offer himself as a Moses or a warrior of the black emancipation, but as a leader of the nation.

On the other hand, his rise cannot be understood without his bond with the South Side, i.e. with the ghettos on lake Michigan. Obama and the Windy City are seen in Paris as two success-stories of the same mushroomlike sort -a very quick growth, although not necessarily followed by a sudden decay.

Of course Americans know well that in less than fifty years Chicago rose from a fur- and cattle trading village to a large metropolis, a one prominently involved in the events, both political and social, of the 19th century. The place soon attracted several ethnic groups, who often had to fight for recognition. In Europe not many know that in 1886 four anarchists sentenced to be executed, died in Chicago while chanting a revolutionary song. Later the Blacks arrived and beginning from the Nineties the South and West Sides of Chicago became a, or the, capital of Black America. After the Depression and in the New Deal the Democratic party became the party of the Blacks, and locally the latter came near to dominate said party.

When Obama entered politics in Chicago, in 1985, he did not have special connections there. Rapidly he acquired them and succeeded in becoming the heir of the four or five historic leaders of the Chicago Blacks. But was also able to not identify himself as an ethnic ‘Libertador’. As he resolved not to try to become Mayor, the powerful incumbent mayor Richard J Daley was the very willing promoter of the rise of Obama. The young politician who came from Hawaii, Indonesia and Harvard accepted the help of persons and groups that controlled the not very ethical democratic machine of Illinois, but did not lose his personal reputation of honesty.

So the Obama’s masterpiece was conquering Chicago as an outsider, then projecting himself as the national leader from the Second City.

Anthony Cobeinsy
da Daily Babel

SE OBAMA SI RASSEGNERÁ A UN PASHTUNISTAN SOVRANO E TALEBANO

Un numero di luglio di Newsweek è, con una storia di copertina più un articolo , un De Profundis clamavi ad te, Domine (salmo CXXIX, sesto dei sette Salmi penitenziali; si canta negli uffici funebri). Un De profundis in morte delle convinzioni belliciste non tanto di Obama, quanto degli zelatori antifondamentalisti e iperlaici di casa nostra, sia conservatori sia progressisti.

Sono dieci anni che i pundit ‘democratici’, dagli editoriali della grande stampa ai pensosi oracoli di Prodi e D’Alema, ripetono “l’Afghanistan non è l’Irak, non è l’unilateralismo di Bush&Cheney americani prepotenti. E’ una battaglia di civiltà. E’ un banco di prova per l’Occidente. O sgomina o no il terrorismo. O spegne o no il focolaio di oppressione sulle donne e sui diritti. Eccetera>.

Sono dieci anni, e giusto nell’imminenza degli attesi successi del surge di Petreus l’Irakeno, Newsweek spiega ai suoi milioni di lettori “Why the U.S. should draw down in Afghanistan. We’re not winning. It’s not worth it”. Dove andranno a nascondersi i tanti predicatori della santa crociata contro i nemici del progresso, cioè della laicità? Dove andranno a parare non solo i furibondi dell’Unità, anche i posati analisti de La Stampa e del Corriere? Di quanti ‘speciali’ di Time avranno bisogno per virare dal bellicismo “siamo lì per affermare i valori dell’Occidente, dobbiamo vincere” all’auspicio che si ritiri il nostro corpo di missionari e giustizieri? A che punto ometteranno di dichiarare ‘eroi’ i nostri caporalmaggiori che lì si pagano la villetta a schiera, ma qualche volta gli va storta e costringono lo Statista del Colle a presiedere esequie e accarezzare gli orfani?

La sentenza di Newsweek l’ha firmata Richard N.Haass, presidente del Council on Foreign Relations e, nel 2001, “the U.S. Government coordinator for the future of Afghanistan”. . Ora, ha scritto Haass, forse la maggiore autorità statunitense nella materia, Obama ha scelto di fare dell’impresa afghana la sua guerra. Ma <non la stiamo vincendo e non vale la pena di vincerla. A dicembre il Presidente dovrà rivedere ancora una volta la sua politica (…) Continuarla invariata costa agli Stati Uniti 100 miliardi di dollari l’anno, per non parlare delle vite umane”.

Haass propone alternative articolate, come tali difficili da riassumere. Implicano da parte statunitense varie formule di parziale accettazione della sconfitta: non esclusa -secondo una proposta di Robert Blackwill, già ambasciatore di Washington in India, la spartizione del paese, con la nascita nel Sud di un Pashtunistan ufficialmente talebano. Altro che trionfo dei valori dell’Occidente.

Non abbiamo la competenza per analizzare le proposte di Haass e di altri. Invece segnaliamo l’articolo di supporto che Newsweek ha aggiunto alla requisitoria del presidente del Council on Foreign Relations: “Afghan about-face:an emerging GOP schism”. Si dice che i repubblicani, finora falchi, minacciano di rivoltarsi contro questa guerra. Michael Steele, chairman del partito, ha dichiarato che la guerra “of Obama’s choosing” sarà persa dagli Stati Uniti “così come hanno perso varie altre potenze”.” L’America è stanca”, ha constatato un parlamentare dello Utah. “Quasi dieci anni e nessuna fine in vista”.

Noi ci fermiamo. Aspetteremo di vedere come la metteranno, dalle loro poltrone redazionali e televisive, i Pietri gli Eremiti (quasi tutti i politici e i giornalisti) che predicarono la Crociata contro l’Islam oscurantista. Se Obama ascolterà gli Haass e i Blackwill, se farà sorgere il Pashtunistan talebano, loderanno i nostri atlantisti lo sforzo del Nobel domiciliato alla Casa Bianca per meritarsi il bizzarro premio che lo incoronò uomo di pace, oppure ne condanneranno la defezione dalla Crociata in pro dei diritti e delle afghane? Oppure ancora esigeranno che i ‘drones’ continuino a sterminare i villaggi, bambine e donne comprese?

A.M.C.

DEAR YOUNG ITALIANS ABROAD

I’m writing you a letter because nowadays the epistolary form seems to be the most appropriate when it comes to expressing moral outrage.

Just like you, I’ve read Pier Luigi Celli’s letter in La Repubblica, encouraging his son to emigrate, to wander off into the horizon in search for a better future. Just like you, I’ve read the Time magazine article informing its readers (and anyone willing to listen) about the troubles a young Italian with a university degree encounters when searching for a job. And just like you, I’ve seen a variety of Facebook friends tag that YouTube video playing the scene from La Meglio Gioventu’ in which a professor exhorts his young(ish) student to leave Italy because ‘dinosaurs’ like him are running the country into the ground. But, perhaps, unlike you, I am not willing to resign myself to the doomsday analyses and pessimist outlooks and continual laments many find convenient when times are tough. The grass may be greener on the other side, but the question they must be asking themselves now is “What have we done in order to cultivate a better lawn in our own backyard?”

I observe with ‘nativist’ amusement the rush of Italians swarming New York City’s streets, the same streets in which I grew up, and wonder from where their indiscriminate passion for this city stems. When I wrote ‘10 Reasons to Hate New York’, the most virulent protests against my piece came from the Big Apple’s Italian residents, their deafening outcries shouting in defense of their adoptive city. Young Italians love New York because it’s dynamic, because it’s diverse, because it offers a sense of possibility around every corner, because for them it’s everything Italy isn’t. But New York hasn’t carried this aura of invincibility across the centuries because it’s inherently a great place or because confidence flows through the city’s sewers or because the air smells better or because the people are nicer. New York is both home to the Wall Street goon and the Mexican busboy, but both operate within the city’s confines with the necessary ‘can do’ optimism that allows them to dream big while being small, to construct a future from raw will. At least, that is the fuel that New York and America have run on throughout their brief histories. Nonetheless, it’s a fuel that is both generated and consumed by the inhabitants, the people, the man and woman on the street. New York is but a stage upon which the player’s existential buoyancy is lived. To make a long story short, New York is such a thriving place because New Yorkers make it so. A little bit of will power goes a long way.

But not for the Italians.

Italians suffer from negativist exceptionalism. Ask a young Italian how things are going in Italy, and they will most likely reply that the situation is ‘horrible.’ They will compare Rome’s political milieu to that of the most downtrodden African country… and say Italy is worse off. They will say the economy is on the down-and-outs, that society is crumbling in the face of mysterious organizations like the P2 or the P3. They will point to corruption, sexism, television, organized crime, tax evasion, vandalism, and nepotism as the nefarious evils slowly devouring the country from the inside-out like furious worms. And they will pretend that there is nothing they can do about it. That these are crimes being perpetrated against them; that they are unwilling participants in an Italian farce, victims being taken along for a ride.

So, it perplexes me to see the very same Italians, so helpless at home in Italy, undergo a rebirth in New York. Suddenly, those same people, who months before complained about the social torpor of Florence or Rome or the provinces, rediscover their enthusiasm, creativity, imagination, ideas, business plans, and social awareness. Suddenly, they stop complaining and ‘start doing’, because, as everyone knows, New York has no time for whiners. If only they ‘started doing’ in Italy, too.

Professor Celli’s letter and the anecdote from La Meglio Gioventu’ have gotten it all wrong. Young Italians don’t need to flee Italy, escaping to Berlin, New York, and beyond. They need to stand up, take action and claim what’s rightfully theirs. Instead of complaining, or drawing up anachronistic theories that assign blame for Italy’s long and lazy decline, they need to understand that it’s time to shut up and get to work. It’s time to jettison the existential desperation, the ‘everything is impossible’ attitude, and seize the opportunity to rebuild from the ashes of their fathers. It’s time to crowdsource the creativity of those Young Italians living in Williamsburg, the entrepreneurial skills of those working in London, and the brains of those who’ve gleaned MBAs and PhDs from Harvard and LSE and Princeton and find and impose solutions into and onto the Italian context. Italy cannot become a dynamic and progressive society if its most dynamic and progressive citizens escape without giving a fight. And, signing petitions and demonstrating in squares and grumbling on Facebook can lead nowhere if they are not backed up with credible, bottom-to-top alternatives.

I’m writing this letter as an appeal, not a complaint; it should serve as a stimulus, not an offense. Let’s begin the crowdsourcing here and now and start sifting through ideas that can serve as the new foundation for an optimistic and dynamic Italy- a New York-style Italy that offers opportunity for everyone.

How Would You Change Italy For the Better?

A. Giacalone

Original articles can be found here:
http://www.nuok.it/2010/10/dear-young-italians-abroad/
http://www.nuok.it/2010/10/cari-giovani-italiani-all-estero/