L’AMERICA HA l’ALZHEIMER?

Lo sappiamo tutti che le nazioni non si ammalano in blocco, e poi ci sono le vaccinazioni di massa. Ma avantieri c’è stata la notizia che D.Strauss-Kahn restava in carcere un paio di giorni in più perché a Manhattan un condominio, o forse un intero rione, non lo voleva come affittuario. Preoccupazione per la virtù, anzi l’integrità, di mogli compagne e figlie? Peggio, rivolta morale contro un libertino d’ Europa?

Venendo dopo migliaia di annunci, dai media di Francoforte a quelli della Patagonia, che DSK rischiava 70 anni di carcere, lo sdegno dei manhattani evoca un quadro demenziale. Se DSK avesse sterminato gli angioletti di un kindergarten, crimine più grave delle intemperanze di un satiro su una ninfa, basterebbe il III millennio d.C. per punire l’orco del Fondo Monetario? Poi: nella fase di civiltà che ha cancellato il pudore, proibito la verginità e azzerato ogni colpa sessuale, ha senso disseppellire la salma puritana? Raggiunta l’equiparazione tra i sessi, quello femminile esige ancora la speciale protezione che Hollywood assegnava nei western alle biondine che insegnavano ai bambini dei cow boys? Infine: non occorrerà una pm femminista venuta dalla Luna per dimostrare che l’esistenza della cameriera d’albergo è stata devastata per sempre? Una galanteria grossolana, uccide?

La diagnosi di Alzheimer è resa più probante dal fatto che il vulnus, anzi i vulnera, celebrali di derivazione DSK sono sopraggiunti dopo il baccanale nazionale delle celebrazioni per l’Osamicidio. Le quali si capirebbero, eccome, se i Navy Seals avessero fisicamente eliminato Al Qaeda, anzi tutto il terrorismo antiamericano. Invece hanno fatto fuori il solo Barbablu: la nazione del Manifest Destiny celebrerebbe così orgiasticamente se non fosse già assalita dalla dementia? Legioni di kamikaze si sono fatti saltare per odio all’America: i tripudianti dei giorni scorsi sanno per certo che nell’Islam il martirio politico non ha più candidati?

Se gli USA non fossero un paese libero, anzi un palladio di libertà, l’executive order di un Goebbels sul Potomac vieterebbe almeno agli americani obesi, o parecchio sovrappeso -un cento milioni, a spanne- di farsi fotografare/teleriprendere mentre brindano a soft drink sulla morte assistita di bin Laden. Così, per non far ridere i polli del mondo.

Questo, per l’esultanza collettiva dei semplici. Ma che dire dei guru e dei columnists celebrati? A sfogliare gli ‘speciali’ della grande stampa sull’uccisione di Belzebù i sintomi dell’Alzheimer si infittiscono. Copertine ditirambiche. Peana ed inni al trionfo di un Presidente Obama che ha finalmente cancellato l’inferiorità rispetto a quel formidabile Commander in Chief che in tuta pressurizzata da top gunner proclamò ‘Mission accomplished’ (ma 8 anni dopo l’Irak resta l’Irak). Ingiunzioni a tutti gli antipatizzanti del pianeta: ‘Pagherete come ha pagato Osama’. Compiaciute descrizioni del marasma preagonico dell’antiamericanismo. Eccetera.

Leggiamo a caso i titoli di uno ‘speciale euforia’. ‘Obama’s Winning Focus. In triumph, the president’s restraint served us well’. ‘No human’s death is ever a blessing. But this comes close’ ‘bin Laden death was preferable to capture’. ‘Pride of a Nation’. ‘So long since something so good has happened’. ‘The burden of victory’. E così esultando.

A noi sembra impagabile il concetto seguente: ‘America turns out not to be in decline after all; it remains the superpower envied by the world’. Non tanto per il ritenere che un’operazione di teste di cuoio abbia restituito un rango planetario che richiese due guerre mondiali, quarantacinque anni di duello potenzialmente nucleare, l’afflosciarsi dell’antagonista sovietico e la morte per cause naturali dell’ideologia comunista. Quanto perchè non è vero che ‘il mondo’ invidi la superpotenza. Abbastanza spesso, piuttosto, la compiange. Come non essere benevoli con un popolo che, pur di potenziare mensilmente la macchina bellica più pletorica della storia, rinuncia alla sanità di cui ormai godono i calmucchi?

Andiamo avanti ad elencare sintomi infausti. ‘Pakistan: a terrorist State. This time the facts on the ground speak too loudly to be hushed up’. Nostra domanda: il premio Nobel afroamericano farà anche una guerra per soggiogare il Pakistan? Non è stato sempre chiaro che il Pakistan è solidale coll’Islam, non col Dipartimento di Stato?

Altro sintomo di vanagloria: ‘COMMANDER IN CHIEF- The daring Bin Laden raid is being billed as the New Obama (but) He’s been itching to pull this trigger all along At last, Obama has escaped the shadow of Jimmy Carterism. Beneath its softer talk of values, Obama’s speech was shot through with steel’. ‘When (America ) leaders change history’. Ancora: “The value of Boldness”.

Infine l’ebbrezza militarista: “The coolest guys in the World”. Sembra il titolo di un film di guerra hollywoodiano, nel quale un platoon di Rangers tiene a bada un’intera Panzerdivision. Invece no, è il titolo di un servizio che spiega come i Navy Seals “proved themselves America’s top soldiers”.

Teoricamente il futuro potrebbe dare agli Stati Uniti una cornucopia di glorie e di vanti dei quali la storia è normalmente avara. Ma l’America brinda e inneggia come se la cornucopia ci sia già e straripi di doni. Nei bassi napoletani il parentado di Totò o di Eduardo aspettava che l’ambo uscisse, prima di festeggiare.

Dicono che di Alzheimer non si guarisce. E invece le lezioni della realtà potranno fare miracoli. Inoltre farà miracoli, su un paziente così patriottico e così invaghito del suo Commander in Chief, se quest’ultimo, appena rieletto, farà un discorso più storico degli altri. Se spiegherà agli americani che sono sì mediamente bravi, ma non superuomini.

Altrove un comandante in capo non debellerebbe l’Alzheimer. Negli USA, forse sì.

Anthony Cobeinsy

Morto il diavolo Bin Laden si lasci spazio alla riflessione

Bin Laden è morto. Quando mi sono reso conto che la mia scrollata di spalle e un mentale “mm…bene” mi rendevano una specie di otaria volante rosa, non per stazza e colore ma per rarità, mi sono posto qualche domanda.

Chi era Bin Laden? Per me era un terrorista, un fanatico religioso, uno accecato dall’odio e forse dal potere. Me lo immaginavo rintanato in qualche buco, ma anche in una villetta mi sta bene. Era comunque anche un personaggio sconfitto dalla Storia. La primavera araba, così bella scandita dalle invocazioni di libertà e democrazia, e così indipendente, senza bandiere americane o israeliane bruciate, lo avevano relegato nella marginalità. Era comunque il leader di Al Qaeda.

Ma cos’è Al Qaeda? Per me un’organizzazione terroristica. Un network di fanatici islamici. Ma soprattutto un brand, un franchising. Terroristi di tutto il mondo hanno usato il marchio, traendone profitto e fama, garantendo anche un ritorno di immagine alla casa madre.

Purtroppo temo che Al Qaeda sopravvivrà a Bin Laden. Penso infatti che siano motivi sociali ed economici quelli che generano il terrorismo islamico ed il suo brodo di cultura. Non il carisma di un leader.

Stante queste premesse, la morte di Bin Laden mi ha suscitato quel minimo di contentezza per la scomparsa di uno di cui certo non sentiremo la mancanza, e quel minimo di tristezza per l’uccisione di un uomo (ampiamente mitigata dalla consapevolezza che muoiono migliaia di uomini migliori ogni giorno senza che nessuno ne parli). Mi ha fatto incazzare che si sdoganasse la tortura come metodo valido per raggiungere l’obiettivo, e che nessuno abbia fatto mistero che l’intento era quello di uccidere, non di catturare. Non proprio i valori occidentali che vorrei vedere difesi in primo luogo da noi stessi.

Poi ho visto le scene di giubilo negli Stati Uniti. Urla, pianti, caroselli in auto, “U-S-A! U-S-A!”, preghiere, titoli di giornali celoduristi e viscerali, “Brucia all’inferno!”, giustizia è fatta, giustizia come vendetta.

Comprensibile. Tutto comprensibile, almeno alla luce della scarsa stima che è lecito nutrire nei confronti della massa, più che mai di quella americana (non che in quella italiana si affollino i Beccaria e i Verri…). Ma quel senso di nausea, di estraneità, di otaria volante rosa imponevano altre domande e altre risposte.

Chi era Bin Laden per gli americani?Evidentemente Bin Laden era l’incarnazione del male, qualcosa di molto più vicino a Satana che a un terrorista. Bin Laden era un demonio onnipotente e onnipresente da esorcizzare, un cattivo da fumetto, il bersaglio unico (o quasi) dell’odio generato dall’11 settembre. Bin Laden era la ragione di due guerre, o almeno del consenso ad esse, era il valido motivo per cui accettare una diminuzione della propria libertà di spostamento, di comunicazione, di pensiero. Era il peso sull’altro piatto della bilancia di Guantanamo, della tortura, delle operazioni illegali all’estero.

Viviamo in un’epoca di simboli universali. Bin Laden, come prima di lui il Word Trade Center, era un simbolo. Ma come proprio le torri gemelle insegnano, si possono abbattere i simboli, ma non ciò che simboleggiano. L’America non è stata distrutta per la distruzione dei suoi più famosi grattacieli. Il capitalismo non è crollato perché la sua piazza più importante è stata colpita. Perché per Bin Laden dovrebbe valere il contrario? Cosa c’è di così eclatante da festeggiare? Morto un simbolo non ci rendiamo conto che ciò che ci resta in mano sono solo poche ossa, rimpiazzabili da altre ancora tenute insieme da muscoli e da un cuore pulsante?

È morto Bin Laden. “Mm…bene”.

Otaria Volante Rosa