YEMEN: DOLORI E PROMESSE DI ARABIA FELIX

Nello Yemen si svolgono oggi le operazioni ‘coperte’ degli USA più importanti di tutte, a parte forse il Pakistan a ridosso dell’Afghanistan. I media internazionali non fanno mistero delle incursioni dei drones, gli aerei senza equipaggio che Obama ha scelto come sua ‘arma vincente’, aventi come obiettivo dichiarato l’uccisione di individui ritenuti ostili all’America (spesso muoiono o sono mutilati bambini e donne che in realtà non mettono a repentaglio la massima potenza militare della storia). Secondo gli americani,  lo Yemen è, fuori dell’Afghanistan, la più importante franchise o filiale di Al Qaeda. Noi non sappiamo fino a che punto le cose stiano così. Certo le condizioni del paese sono molto critiche, secondo una tradizione plurimillenaria: le ambasciate diffidano i turisti dal venire, a scanso di pericoli gravi.

Qui la Primavera araba ha vinto più tardi che nel Nord Africa. Non ci sono stati interventi militari ufficiali, ma è scorso molto sangue. Ali Abdullah Saleh, il dittatore che, al potere da 34 anni, aveva tentato per molti mesi di schiacciare l’insurrezione, ha finalmente lasciato il potere nello scorso novembre. Era sopravvissuto, ferito, a un attentato. Non è noto  quanto ‘nuovo’ è l’uomo che lo ha sostituito, Mansur Hadi, già vicepresidente. Né è noto fino a che punto i parenti e i compari di Saleh hanno perduto le posizioni godute nel Trentaquattrennio. Comunque la vicenda rivoluzionaria è stata meno drammatica che in Libia e in Siria. Sin dalle prime fasi dell’insurrezione Saleh si mostrò più conciliante dei colleghi Mubarak, Gheddafi e Assad. Per esempio desistette presto dal tentativo di farsi succedere da un figlio.

Lo Yemen risulta dall’unione, nel 1990, di due Stati yemeniti di territorio pressappoco uguale, Nord e Sud, quest’ultimo più povero di retaggio ma comprendente Aden, un tempo importante porto e base navale britannica, più alcuni protettorati di Londra. Lo Yemen di oggi conta 528 mila kmq, 24 milioni di abitanti e varie isole. San’a, capitale e città santa, è famosa per le sue architetture. L’economia è molto povera, ma in un passato lontano il paese veniva associato all’Arabia felix, alla regina di Saba, ad altre tradizioni favolose. Veniva detta terra dell’incenso e delle spezie perché larghe parti del territorio, godendo delle condizioni climatiche migliori della penisola araba -San’a è a quota 2350 metri  e riceve piogge monsoniche relativamente copiose- erano state messe a valore con opere irrigue.

Nel IV secolo d.C. il regno dei Sabei -uno dei quattro paesi yemeniti descritti da Eratostene da Cirene, uno dei massimi scienziati e geografi del mondo antico- conquistò l’Eritrea e vaste regioni dell’Etiopia. Il regno abissino rispose alcuni decenni dopo invadendo le terre yemenite e tenendole a lungo. Lo Yemen ricevette così influenze giudaiche (di qui i riferimenti salomonici delle tradizioni etiopiche, connesse tra l’altro alla Regina di Saba) e cristiane. Nello Yemen i principi abissini protessero le comunità cristiane. Nel 575 arrivarono i conquistatori persiani e una serie di fattori fecero cadere in rovina i canali d’irrigazione e declinare la prosperità. L’esplosione dell’energia e della grandezza della stirpe araba dopo Maometto non coinvolse particolarmente i principati yemeniti. Nel 1517 cominciò il dominio ottomano, durato con qualche interruzione fino al 1918.

Nella storia contemporanea dello Yemen si segnala nel 1958 l’adesione alla RAU (Repubblica araba unita), la sfortunata grande nazione comprendente Egitto Siria e Yemen, la quale non durò più di tre anni. Nel 1962 un colpo militare nasserista depose il sovrano e proclamò la repubblica. Seguì una cruenta guerra civile e nel 1963 i territori ex-britannici attorno ad Aden si costituirono in Repubblica socialista, ben presto entrata in contrasto con il Nord nasserista. Non mancarono due guerre di frontiera.  I conflitti tribali e di fazione non si spensero nemmeno dopo l’unificazione del 1990. Il paese soffre di tensioni separatiste e di contrasti confessionali interni all’Islam.

Nell’assieme lo Yemen è rimasto ermeticamente chiuso e arretrato. C’era stato un inizio di modernizzazione, poi i fermenti ribellistici, la povertà  delle masse e l’attivismo delle fazioni -oggi la più importante dovrebbe essere quella islamista- hanno fornito alla CIA il destro di avviare la sua campagna yemenita. Difficilmente cesserà prima che si verifichino rovesci e disavventure quali la Somalia, l’Irak, l’Afghanistan. Un paese meno felice che in tempi leggendari. Eppure se cessassero le lotte intestine potrebbe avere un futuro migliore. Così avvincente è il mito yemenita, tale è la suggestione della natura (il paese è prevalentemente montuoso, con cime che arrivano a 3700 metri e con 1700 km di coste) che il turismo diventerebbe una risorsa importante. Persino le coltivazioni preziose potrebbero rifiorire: non mancano nemmeno gli inverni freddi, le estati temperate, e discrete precipitazioni. Persino nevose, alle quote giuste.

Anthony Cobeinsy                                                       

AFGHANISTAN ONTA FINALE

“Ha senso restare a Kabul fino al 2014?”. Si intitola così il 13 marzo l’editoriale de ‘La Stampa’; il titolo è così eloquente da non richiedere la lettura del testo. E invece leggiamolo: perché dice la posizione di un quotidiano equanime come pochi; e perché è firmato da V.E. Parsi, opinionista che più volte in passato indossò prima di scrivere l’uniforme della Nato, e sopra il pastrano del patriottismo militare all’antica.

Argomenta il Nostro: la sicurezza peggiora, molti si chiedono se sarà realistico ritirare i contingenti alleati. “Eppure la domanda giusta è un’altra: Che senso ha tirare al 2014? Non sarebbe più saggio accelerare, prendere atto del sostanziale fallimento, militare e politico, di oltre 10 anni di campagna?” . Non sono stati conseguiti successi. Bin Laden è morto, Al Qaeda ha subito colpi durissimi, molti insorgenti sono stati uccisi, “ma molti altri ne hanno preso il posto e, fatto più grave, quella parte di popolazione che aveva salutato l’intervento occidentale ci sta girando le spalle”.

Per Parsi il ‘mentoring’ e il ‘training’ delle truppe locali si sta dimostrando fallimentare. Sempre più i militari occidentali sono percepiti dagli afghani come l’ennesima forza d’occupazione. L’editorialista valuta in particolare che i militari americani non sono all’altezza: “C’è qualcosa da cambiare nella selezione e nell’addestramento delle forze armate USA, che hanno perso la battaglia per il cuore e la mente della popolazione (…) E’ amaro doversi lasciare alle spalle un altro Iraq, avendo deluso milioni di afghani, a cominciare dalle donne che perderanno i pochi diritti conquistati. Ma se occorre rivedere la strategia, prima se ne prende atto meglio è per tutti. Abbiamo cominciato a perdere la guerra quando non siamo riusciti ad assicurarci l’effettiva collaborazione del Pakistan (…) Il Pakistan ha probabilmente vinto la sua guerra. Nel 2014, 13 anni e decine di migliaia di morti dopo, proprio il Pakistan tornerà ad essere l’arbitro assoluto dei destini afghani: esattamente come quando a Kabul regnava il mullah Omar”.

Se le cose stanno come dice ‘La Stampa’ -per altri stanno peggio- la guerra di Washington e satelliti è persa, altrettanto disonorevolmente quanto quella d’Indocina. Andarono di male in peggio le sette crociate ufficiali per la Terrasanta, le ultime due guidate da Re San Luigi IX, il quale morì di peste appena sbarcato a Tunisi e la settima crociata si spense. Le guerre condotte dagli USA, da quella di spoliazione contro il debole Messico (1845-46) ad oggi, sono state tutte ‘crociate’ per questa o quella causa, normalmente menzognera. Le crociate ottocentesche fruttarono grosse acquisizioni territoriali. I due conflitti mondiali, di W:Wilson e di F.D.Roosevelt, fecero dell’America la potenza planetaria; i profitti ci furono.

 

A partire dalla Corea le campagne militari presero ad andar male, ma agli americani non insegnarono niente. Oggi i Joint Chiefs of Staff fanno piani di attacco contro Siria, Iran ed altro. Il possesso in sé delle forze armate più mastodontiche della storia condanna il Pentagono a preparare nuove imprese, ciascuna delle quali benemerita della libertà, dei diritti, delle donne, dei diversi, eccetera.

Però i 62 anni passati dal conflitto sul 38° parallelo non hanno fatto che peggiorare la reputazione dei guerrieri americani. I 16 civili afghani uccisi giorni fa da uno zombie dei Marines -un corpo cosiddetto d’élite che frequentemente riabilita le SS- non sono il frutto più delittuoso di una ‘addiction’ nazionale, abbellita come esercizio del premoderno diritto di portare armi.

Resta la qualità singolarmente bassa sia dei combattenti statunitensi, sia dei loro condottieri e polemologi. Dopo i trionfi del 1945, conseguiti a valle della consunzione fisica degli avversari, non ne è andata bene più una. Chi dubita che l’Andorra, se avesse le armi del Pentagono, prevarrebbe sulle flotte e sui gruppi di armate di Obama e Panetta?

 

A partire dal Vietnam gli Aiaci statunitensi si confermano sempre meno idonei, sempre più psicolabili. Sembra che abbiano servito in Iraq e Afghanistan due milioni di guerrieri (le nostre fonti non parlano di donne: fatto non senza significato, visto che la guerra del Golfo era sembrata affermare -in contesto islamico!- che Uncle Sam promuoveva le girls a guerriere di Pentesilea. Con l’occasione ricordiamo che la regina delle Amazzoni fu uccisa da Achille che peraltro, come prevedibile, si innamorò della caduta). 400 mila reduci hanno avuto bisogno di terapie e pensioni d’invalidità. A quasi 221 mila sono stati diagnosticati problemi mentali. Sorprendentemente numerosi i suicidi, 12 solo nella base di Fort Lewis, da cui veniva il mostro che ha spento 16 vite, infanti compresi.

In due guerre il Pentagono ha reclutato una non gloriosa legione straniera di un milione di mercenari (un centinaio di nazionalità). George W.Bush, il presidente di combattimento e di vittoria che tuttora fa sognare l’Elefantino, aveva promesso la cittadinanza automatica ai meteci che si arruolavano. Dicono che il 30% delle reclute abbandonino la divisa dopo 6 mesi. Non si sa di altri eserciti al mondo i cui soldati subiscano crolli e insufficienze altrettanto gravi. Il materiale umano necessario per imporre la pax americana al globo è talmente screditato che di recente la macchina della propaganda si è acconciata ad esaltare come the best among the best l’esigua specialità dei Navy Seals (v. in questo Internauta ‘L’ultima di Hollywood sulle prodezze belliche’), la cui unica gesta è stata di macellare Osama bin Laden.

Se non ci saranno sorprese, l’impresa afghana è fallita. Non è solo la sconfitta del presidente ‘umanitario’ Obama, che col surge e coi drones l’ha fatta sua. E’ lo scacco di tutti i governanti stranieri affiliati a Washington, che puntando sulla carta sbagliata hanno fornito ascari a costo zero per il committente. Hanno fatto figura di pecore stupide gli opinion makers di mezzo mondo che per un decennio hanno garantito “l’Afghanistan non è l’Iraq”.

Nel nostro paese i mille pundit alla Franco Venturini e i leader progressisti alla D’Alema avevano caldeggiato lo sterminio dei talebani. Il savio presidente Napolitano aveva ripetutamente definito ‘giusta’ la spedizione. L’Afghanistan, insieme al mancato contrasto alla casta dei politici e allo sfarzo quirinalizio, è l’errore più grave del personaggio che pure passerà alla storia: ha deposto il visir di Arcore e affidato lo Stivale a un governante degno.

Anthony Cobeinsy

THE UNWINNABLE WAR

Estratti dalla cover story

Why the U.S. Will Never Save Afghanistan

(“TIME” Oct.24, 2011)

Despite 10 years of U.S. power, talent and money, Afghanistan is a country of squandered hope

Ten years after the U.S.invaded this long-suffering country and then settled in for a long occupation,Afghanistanis nowhere close to being able to stand on its own- militarily, economically or even politically. To many, it has become an expensive misadventure. Meanwhile, theU.S.keeps broadcasting its intention to leave, recoiling from a problem it seemingly no longer has the will or ability to solve. The prospect is frightening:Afghanistantoday has the potential to be even more destabilizing for the region and the world than it was under the Taliban. Lawlessness has become the rule, so much so that many Afghans have grown nostalgic for the cold but effective dicta of Mullah Mohammed Omar’s theocracy. When the Americans leave, the country could easily revert to the failed narcostate and terrorist training ground that it once was. That alone would be a potent propaganda victory forAmerica’s foes.

The U:S: established over 180 forward operating bases around the country, deployed over 9,000 mine-resistant vehicles and spent a total of $444 billion in the past decade. American best strategists were set to work on one of the largest country-building efforts since the Marshall Plan. And it simply hasn’t worked. The U.N. holds that 2011 is on track to be the most violent since the invasion for Afghan civilians.

The Afghan National Army is judged not on its ability to fight but on the number of recruits trained. The metrics should tell the story of a nation rising from the ashes; the truth is that the country is just steps from the precipice. As attacks on the capital have increased, the economy has nose-dived. The consensus is that the surge has not been the success it was inIraqand that in some ways it has failed as a strategy. Meanwhile, the ever more frequent air strikes and night raids that hit innocent along with insurgents are starting to undercut public support for the foreign forces.

TheU.S.has looked the other way when Afghan government officials, whose salaries are paid by American funds, flagrantly indulge in corruption and graft. The resulting lawlessness has Afghans across a broad spectrum of society waxing nostalgic for the era when a single Talib in the town square would dispense justice with a quote from the Koran and a flick of his lash. “Even as a liberal, I can say that the Taliban time was better” says Gholam Sadiq Niazi, a Soviet-trained technocrat inAfghanistan’s oil and gas industry. Few Afghans today support the wanton violence of the reincarnated Taliban insurgency, and history shows that the Taliban too were no strangers to corruption- but the fact that both women and religious moderate speak well of their reputation for security shows how shallowly rooted the support is for 10 years of Western assistance.

Military officials say things will get worse before they get better and that it will take time for the shaky Afghan forces to find their footing. Meanwhile, the Taliban have taken their campaign of rural intimidation to the cities, where their highly organized, complex suicide attacks undermine whatever  confidence is left. NATO officials blithely assert that the suicide attacks are a sign of desperation, proof that the enemy is no longer capable of mounting a frontal attack. That may be the case, but the Taliban’s ability to recruit volunteers for ‘martyrdom’, as demonstrated by their profligate use of three or four at a time, indicates to me a far more terrifying kind of strength.

Even as the Obama Administration assures the American public that the drawdown of troops is on track,U.S.diplomats and military officials inKabulweave a hopeful narrative of progress. Few of us on the ground see it that way. It used to be that American withdrawal was conditioned on success. Now, it seems, withdrawal has become the definition of success. If that’s the case, success inAfghanistanwill feel a lot like failure.

by Aryn Baker

BELLICISMO U.S.A. FA BUON SANGUE

Con tutta la serietà d’approccio imposta dall’argomento guerra, come non trovare comico lo sdegno degli americani bellicosi di fronte ai tentativi di mitigare il parossismo della loro spesa militare, la più mastodontica e bassa di rendimento della storia? Ha cominciato il segretario uscente della Difesa, Robert Gates, con una confessione elegiaca,  struggente di nostalgia: “Tutta la mia vita adulta l’ho vissuta quando gli Stati Uniti erano la superpotenza che non badava a spese per restare superpotenza. Non aveva bisogno di contare i soldi, l’economia era così forte. Una delle ragioni per cui mi ritiro da capo del Pentagono è che non ammetto di appartenere a una nazione, a un governo che è costretto a ridurre l’impegno verso il resto del mondo”.

Il mondo non tenti di rassicurare Robert Gates bisbigliandogli che non metterà alla gogna gli USA, né li trascinerà in tribunale, se ridurranno alquanto il bilancio del Pentagono. Gates è inconsolabile: “Nel Congresso non c’è consenso sul nostro ruolo planetario.  L’America sta mollando la presa”.

Alcune settimane fa il grado massimo delle forze armate, Mullen, ammiraglio salvo errore. aveva ammonito che l’America, con tutta la sua onnipotenza militare, rischia la rovina se la Cina esigesse da essa la restituzione sull’unghia dei prestiti. Che visione da pezzenti, ha replicato con un articolo Lawrence F. Kaplan, falco tra i falchi per i quali non bisogna parlare di soldi: “Tutto si può discutere circa il da farsi in Afghanistan; non se ci sono i fondi. Il problema non è la minaccia alla prosperità, ma la minaccia alla sicurezza. Non è la guerra che sta facendo affondare il bilancio di Washington. E’ veramente strana la domanda ‘quanto arriveremo a spendere?’,  domanda che dopo il Vietnam sembrava bandita dal nostro lessico strategico-militare”.

Kaplan trova assurdo che si pensi di risolvere la crisi debitoria nazionale tagliando dal bilancio del Pentagono i 107 miliardi previsti per l’Afghanistan l’anno prossimo. Assurdo perchè l’Afghanistan, al limite, potrebbe provocare la bancarotta strategica, non quella finanziaria.  Che sono 1O7 miliardi di dollari  rispetto a una spesa federale totale di 3.7 trilioni? “.

Già, che sono? Kaplan non ha peli sulla lingua: “Mentre si spendono 100 o 107 miliardi  per  gli uomini  e le donne che combattono nell’Afghanistan, si destina il ventuplo a favore dei citizen-spectators , gli americani che stanno a guardare”. Che  schifo, trecento e più milioni di panepersi che competono con i soldati e le soldatesse: e per cosa competono? Kaplan fa l’elenco delle destinazioni indebite: “Medicare, Social Security, Medicaid and other varieties of  domestic spending”.  S’era mai vista un’aberrazione simile, anteporre il domestic spending? Per Kaplan, gli americani non meritano la parentela con Marte, dio della guerra.

Peccato che la maggior parte del pianeta pensi l’opposto di L.F.Kaplan in materia di destinazione della ricchezza. Ha scritto il quotidiano talebano ‘Corriere della Sera’: “Nell’America degli ultimi si vive meno a lungo di ieri. Prima della classe in armamenti, progressi scientifici e libertà individuali;  ultima, tra le democrazie occidentali, nel campo della salute. In una vasta area degli Stati Uniti l’aspettativa di vita è diminuita: soprattutto tra le donne, che fumano di più e tendono all’obesità. 46 milioni di americani non hanno assicurazione medica”.

Niente storie, taglia corto Kaplan: “Si vuole fare la guerra risparmiando, ma questo va a detrimento dell’efficacia strategica. Tutti vogliono il dividendo della pace. Ma non siamo in pace. Chi vuole tagliare il costo della guerra rischia di disfare tutto ciò che le operazioni belliche hanno conseguito”.

E voi cretini pensavate che gli Achilli e gli Aiaci yankee avessero conseguito quasi niente, per quello che hanno distrutto e ucciso, magari a titolo di collateral damage ! Che la macchina bellica statunitense si sia confermata una delle meno efficienti della storia, per quello che esige! Che mai il Pentagono saprebbe conquistare l’Etiopia, anzi l’Albania, come bene o male riuscì a Quello lì da Predappio!

Porfirio

TIME: OBAMA COME BUSH

Il titolo-calembour dell’articolo di Stephen L. Carter (TIME Jan.10, 2011) è “Man of war”. Com’è noto,”man of war” è anche lo strano nome di una fregata d’altri tempi. Recita il catenaccio: How does Barack Obama differ as a commander in chief from his swaggering predecessor? A lot less than you might think. A questo punto s’è capito quasi tutto, leggere l’articolo sarebbe quasi un di più. Invece no, leggiamo alcuni stralci. Nel frenocomio che è il Nord Europa radical-chic non c’è chi ha assegnato al presidente degli Stati Uniti il premio Nobel per la pace? E non siamo attorniati in ogni tram, in ogni bar, più ancora in ogni libreria, da belle anime per le quali il binomio nero e progressista è sicura garanzia di umanitarismo?

L’elezione di Obama, può darsi abbia aperto un’era nuova nella politica estera degli USA: Non però nella condotta delle nostre guerre. Le facciamo sotto Obama all’incirca come le facevamo sotto il suo predecessore. Forse nel 2008 Obama si è proposto come il presidente della pace, ma la prossima volta correrà come presidente della guerra. Le presidenziali del 2012 saranno anche un referendum sul capo delle forze armate più possenti della terra. Semplicemente, abbiamo eletto un presidente nella tradizione delle nostre guerre: un uomo che in ultima analisi sacrificherà l’idealismo nel nome della sicurezza.

Obama ha portato avanti nell’Irak l’approccio di Bush, e lo stesso fa nell’Afghanistan. Ha pienamente applicato la dottrina Bush: siamo decisi ad andare oltremare a combattere i nostri nemici, eliminandoli dovunque possibile, piuttosto che aspettare d’essere attaccati. E’ vero, Obama evita di parlare di vittoria: e questo è sbagliato. Se credi in ciò che fai, meglio vincere che perdere. Se ci sono guerre sbagliate, Obama dovrebbe porvi fine immediatamente, non in qualche data futura. Se sono giuste, dovrebbe dire chiaro che è obbligato a vincere. Anche continuando a torturare i prigionieri. Il modo più veloce per smettere di farlo è vincere la guerra. Se il presidente mettesse tutta la passione di cui è capace nel galvanizzare il paese in appoggio delle sue guerre -oggi sono le guerre sue e di nessun altro- sosterrebbe i suoi combattenti come nessun altro al mondo.

Obama è arrivato a rivendicare la liceità di metodi quali Bush non aveva reclamato -per esempio l’assassinio di cittadini americani, e sembra avere molto allargato le operazioni militari segrete, gli attacchi missilistici a grande distanza e simili. Forse gli avversari più feroci di Bush gli dovrebbero delle scuse.

Gli stralci dall’articolo di Carter -del quale è appena uscito il libro The violence of Peace: America’s Wars in the Age of Obama, Beast Books, 2011- finiscono qui. Una settimana dopo, 17 gennaio, la copertina del successivo numero di TIME reca la foto di un bambino afghano dilaniato (“by coalition aircraft“ dice la didascalia). E’ la regressione a ciò che tormentò il mondo negli anni del Vietnam. Ma anche gli occhi del Marine che porta in braccio gli stracci insanguinati racchiudenti il bambino dicono la tragedia dell’America: l,America ha ucciso la sua leggenda di fidanzata del mondo.. Per le sue dimensioni è diventata la nazione più militarista della storia, incapace di perseguire i suoi fini senza sparare alla cieca. Sta riabilitando Hitler. Riflettano i personaggi ‘democratici’ per i quali l’Irak e il Vietnam no, ma l’Afghanistan è una guerra giusta.

A.M.C.

AFGHANISTAN: When sepoys die

Every time a non-American Nato warrior is killed in Afghanistan some politicians and/or gurus in the country of the dead rinse their throats with the syllogism (sort of): casualties must be accepted so the crusade for democracy and human rights will triumph. Is it so?

Apart that most crusades in history failed, the truth is that the Nato coalition is not fighting for noble goals. It is waging another colonial conquest war of the United States, a one similar to the wars against Mexico, Spain or Iraq. All empires on Earth were more or less built through colonial wars; but in the past justifications for conquests were not needed. Today it’s different -so Obama and his advisors are in trouble.

It’s a lie, a delusion anyway, that Islamic fundamentalism will be deleted if the West quells Afghanistan. A few thousand caves can be obliterated there by drones, missiles and flamethrowers (with children killed as collateral damages), but a great many more caves exist on the planet. Terrorist can also operate where caves are lacking. Is the Nato coalition going to wage wars in each continent?

If terrorism cannot be cancelled with the tools of the Pentagon, just two justifications remain for the Afghan crusade: a) saving the face of a Nobel prizewinner (for peace!) who is also the supreme warlord on the planet; b) expanding the American possessions in Central Asia. From the colonialist viewpoint, the above justifications are perfectly legitimate. But they involve only the U.S. and those mercenary governments that have been promised tangible gains in payment of their war efforts, casualties and crimes included. Such governments supply, among other things, the sepoys general Petreus needs. The sepoy was a native East Indian employed as a soldier by Britain. Today native Britons are Obama’s best sepoys.

Rome will possibly send additional sepoys (in Italian: ascari) to serve under Petreus. What gains has been assured if Afghanistan is conquered with the help of carabinieri? A share in the government of the world? Of course not. Pentagon contracts and deals are the real prizes for Italy. So highly incongrous are the efforts to throw Italy into mourning when three-color coffins arrive from Afghanistan. The victims of that war were not heroes, as their fatherland was not imperiled. They were professionals seeking career and money. They also died for the sake of jobs and dividends for the national economy.

Italy should drastically cut her military budget, and the same should do all countries of the world, US included. As to Rome, her armed forces should be miniaturized to the size of auxiliaries of the civilian police. Armed forces are immorally expensive and evil.

Recently a traditionalist Italian reader asked former ambassador Sergio Romano, a foremost commentator on international affairs, the following question: the new government of Britain will significantly lower its military budget. Insn’t this going to damage London’s international role? The ambassador’s answer: Britain’s budget deficit is twice the Italian one. Now that the British might has practically disappeared, Premier David Cameron is right in cancelling 20 to 30 per cent of the military expense, and even more right in abandoning the conventional diplomatic strategy of the last 65 years. “The special partnership with Washington forced Britain into two wars which were mistaken”.

An additional appraisal of the former ambassador: “The U.S. have misused their planetary leadership and are responsible for the major crisis, especially the financial ones, of the last decade. The Afghan war has infected Pakistan and the Caucasus. So the American leadership is on the wane.”

The logical inference is that the allies of Washington should stop behaving as Sepoy States.

Jone
da Daily Babel

NÉ EROI NÉ MERCENARI

Rubrica: per capirci meglio.

Altri quattro militari italiani sono caduti in Afghanistan. Il contrasto tra opposte reazioni è stato stavolta meno assurdamente aspro che in precedenti occasioni analoghe. Non è però mancato del tutto e si ripeterà con ogni probabilità nel prossimo futuro, benché non sia il caso di augurarselo. Eppure dovrebbe essere chiaro a qualsiasi mente serena che le vittime dell’interminabile conflitto asiatico possono essere esaltate come eroi o bollate come mercenari solo ai fini della più cinica strumentalizzazione. Da parte, rispettivamente, dei sostenitori e degli avversari della nostra partecipazione ad esso, identificabili o meno come guerrafondai incalliti gli uni e pacifisti ad oltranza gli altri. Meritavano di essere almeno onorati come eroi o martiri i soldatini di leva semi analfabeti della prima o anche seconda guerra mondiale retribuiti con cinque sigarette (della peggiore qualità) al giorno e mandati tranquillamente al macello spesso senza sapere perché e contro chi; capitava del resto anche nella più evoluta Francia ed è accaduto più di recente tra gli invasori sovietici della Cecoslovacchia nel 1968. Oggi al loro posto si trovano militari di professione per libera scelta, muniti come minimo di licenzia media e retribuiti con regolare stipendio, sensibilmente aumentato in caso di missioni belliche o parabelliche all’estero. Verosimilmente ben consapevoli, inoltre, dei rischi che corrono, peraltro pur sempre molto inferiori a quelli dei fanti lanciati dal maresciallo Cadorna all’assalto frontale di massa nelle undici offensive per conquistare Gorizia. Si arruolano, di regola, non per patriottismo o per amore delle armi ma per sbarcare il lunario o comprarsi la casa, cioè per finalità non particolarmente nobili ma del tutto legittime, specialmente laddove la disoccupazione giovanile dilaga, come nel nostro Mezzogiorno, e spesso le uniche alternative ad un lavoro onesto sono offerte dalle mafie. Quando perdono la vita, meritano dunque cordoglio e rispetto esattamente come le vittime del lavoro in generale; né di più, né di meno. Quanto poi alla guerra in questione, è un altro discorso.

Nemesio Morlacchi

SE OBAMA SI RASSEGNERÁ A UN PASHTUNISTAN SOVRANO E TALEBANO

Un numero di luglio di Newsweek è, con una storia di copertina più un articolo , un De Profundis clamavi ad te, Domine (salmo CXXIX, sesto dei sette Salmi penitenziali; si canta negli uffici funebri). Un De profundis in morte delle convinzioni belliciste non tanto di Obama, quanto degli zelatori antifondamentalisti e iperlaici di casa nostra, sia conservatori sia progressisti.

Sono dieci anni che i pundit ‘democratici’, dagli editoriali della grande stampa ai pensosi oracoli di Prodi e D’Alema, ripetono “l’Afghanistan non è l’Irak, non è l’unilateralismo di Bush&Cheney americani prepotenti. E’ una battaglia di civiltà. E’ un banco di prova per l’Occidente. O sgomina o no il terrorismo. O spegne o no il focolaio di oppressione sulle donne e sui diritti. Eccetera>.

Sono dieci anni, e giusto nell’imminenza degli attesi successi del surge di Petreus l’Irakeno, Newsweek spiega ai suoi milioni di lettori “Why the U.S. should draw down in Afghanistan. We’re not winning. It’s not worth it”. Dove andranno a nascondersi i tanti predicatori della santa crociata contro i nemici del progresso, cioè della laicità? Dove andranno a parare non solo i furibondi dell’Unità, anche i posati analisti de La Stampa e del Corriere? Di quanti ‘speciali’ di Time avranno bisogno per virare dal bellicismo “siamo lì per affermare i valori dell’Occidente, dobbiamo vincere” all’auspicio che si ritiri il nostro corpo di missionari e giustizieri? A che punto ometteranno di dichiarare ‘eroi’ i nostri caporalmaggiori che lì si pagano la villetta a schiera, ma qualche volta gli va storta e costringono lo Statista del Colle a presiedere esequie e accarezzare gli orfani?

La sentenza di Newsweek l’ha firmata Richard N.Haass, presidente del Council on Foreign Relations e, nel 2001, “the U.S. Government coordinator for the future of Afghanistan”. . Ora, ha scritto Haass, forse la maggiore autorità statunitense nella materia, Obama ha scelto di fare dell’impresa afghana la sua guerra. Ma <non la stiamo vincendo e non vale la pena di vincerla. A dicembre il Presidente dovrà rivedere ancora una volta la sua politica (…) Continuarla invariata costa agli Stati Uniti 100 miliardi di dollari l’anno, per non parlare delle vite umane”.

Haass propone alternative articolate, come tali difficili da riassumere. Implicano da parte statunitense varie formule di parziale accettazione della sconfitta: non esclusa -secondo una proposta di Robert Blackwill, già ambasciatore di Washington in India, la spartizione del paese, con la nascita nel Sud di un Pashtunistan ufficialmente talebano. Altro che trionfo dei valori dell’Occidente.

Non abbiamo la competenza per analizzare le proposte di Haass e di altri. Invece segnaliamo l’articolo di supporto che Newsweek ha aggiunto alla requisitoria del presidente del Council on Foreign Relations: “Afghan about-face:an emerging GOP schism”. Si dice che i repubblicani, finora falchi, minacciano di rivoltarsi contro questa guerra. Michael Steele, chairman del partito, ha dichiarato che la guerra “of Obama’s choosing” sarà persa dagli Stati Uniti “così come hanno perso varie altre potenze”.” L’America è stanca”, ha constatato un parlamentare dello Utah. “Quasi dieci anni e nessuna fine in vista”.

Noi ci fermiamo. Aspetteremo di vedere come la metteranno, dalle loro poltrone redazionali e televisive, i Pietri gli Eremiti (quasi tutti i politici e i giornalisti) che predicarono la Crociata contro l’Islam oscurantista. Se Obama ascolterà gli Haass e i Blackwill, se farà sorgere il Pashtunistan talebano, loderanno i nostri atlantisti lo sforzo del Nobel domiciliato alla Casa Bianca per meritarsi il bizzarro premio che lo incoronò uomo di pace, oppure ne condanneranno la defezione dalla Crociata in pro dei diritti e delle afghane? Oppure ancora esigeranno che i ‘drones’ continuino a sterminare i villaggi, bambine e donne comprese?

A.M.C.

NON DAR DISPIACERI AL DOTT. VENTURINI

Accanirsi a difendere l’impresa nell’Afghanistan (=contro gli afghani) lo fanno in parecchi; ma solo l’argomentazione di Franco Venturini de “Il Corriere” è esilarante. L’ultima volta che un militare con le stellette è saltato su un ordigno esplosivo, il Nostro ha spiegato perché dobbiamo restare: “ Ancora una volta suona per noi l’ora del cordoglio, ma l’Italia non deve anticipare per conto proprio la exit strategy”. Perché non deve? “Se vuole tutelare i suoi interessi”.

Ulteriore spiegazione: “Il consenso popolare non è stato concesso a chi combatte i talebani. La guerra sembra avviata verso un’afghanizzazione della sicurezza sul terreno che fa certo comodo ai governi occidentali ma che, anche senza evocare il Vietnam, suona come una previsione di sconfitta con annesso meccanismo salva-faccia. Allora, cosa ci facciamo laggiù? Ecco: La guerra, proprio perché va male, è diventata un test per disegnare le gerarchie internazionali. Un ritiro unilaterale ci declasserebbe nel mondo, e avrebbe anche conseguenze sulla nostra economia”.

Da chi saremmo declassati, se non dai bellicisti che ragionano come Venturini, ossia come ragionavano Salandra e Sonnino nel 1915, Benito Mussolini nel 1940: tutti bisognosi di un tot di morti da contabilizzare nei negoziati della vittoria? Venturini ci vuole ai piani alti della ‘gerarchia internazionale’; in pratica, ci vuole azionisti (purtroppo di minoranza) dell’egemonia sul pianeta. Forse traballa il ‘rapporto speciale’ Londra-Washington, l’Urbe si tenga pronta.

Non altrettanto chiaro è quali conseguenze teme il Nostro sull’economia nazionale, a parte le commesse militari che Dick Cheney riuscirebbe a far togliere alle nostre industrie belliche. Senza dubbio la fine dell’impresa afghana deprimerebbe il Pil. Ma che altra disdetta? Scemerebbe il pret-à-porter? Rimini perderebbe pedalò? La vendetta di Petreus estrometterebbe Sergio Marchionne dalla Chrysler? Dr.Venturini non ci tenga in ansia!

Poi, il 2 agosto, i Paesi Bassi confermano il ritiro delle loro forze. E Venturini: .

Chissà quanto saliremmo nella gerarchia se, richiamando venti classi di leva, mandassimo a Petreus alcuni milioni di baionette! Ma Venturini non chiede tanto. Basta restare lì quanti siamo che al vertice di Yalta saremo invitati.

Riassumendo.

1) L’Olanda fa come fa perché non è una potenza come la Repubblica bipartisan di Parisi e La Russa. Ma, avesse l’orgoglio e l’ambizione di carriera della detta Repubblica, che le prometterebbe Venturini? Il recupero dell’impero indonesiano? Il ritorno a quando l’ammiraglio Marteen Harpetszoon Tromp sconfiggeva la Royal Navy? Il primato seicentesco nelle nature morte?

2) Se con noi la Nato “si facesse sentire”, quale sarebbe la nostra espiazione? L’Isaf, scornata in Afghanistan, piomberebbe tremenda sulle nostre città d’arte, così belle e fragili? Faremmo la fine dei corpi d’armata di Tblisi, o saremmo solo asserviti come l’Inguscezia? Il rating di Moody’s scenderebbe a tripla Z?

3) Infine. Cedessero Berlusconi e Frattini alla tentazione di fare come la nanopotenza batava, è chiaro che per Venturini l’ultima trincea del rango gerarchico sarebbe difesa dai finiani, dall’Udc, più ancora da D’Alema, Rosy Bindi e Vendola. Gli ultimi tre hanno saputo coniugare gli ideali di sinistra e il rimpianto di quando Roma ‘debellava superbos’. Basta piagnistei pacifisti, sosteniamo i bilanci dell’Alenia.

A.M.C.