EXTREMA RATIO DELLA RIVOLUZIONE DI RENZI: UN 25 APRILE PORTOGHESE CONTRO IL VECCHIO

Il 25 Aprile giusto -cioè non ideologico/settario, non vestito di paramenti gappisti, non comico in quanto fatto di Bella Ciao intonate da cleptocrati e portaborse- lo festeggiò il Portogallo: lo meriteremmo anche noi. Il 25 aprile 1974 gli ufficiali giustizialisti presero il potere a Lisbona e nel paese intero. Senza bagni di sangue, però grazie alla salutare minaccia di usare le armi. Non avessero rotto la legalità, governerebbero ancora i pronipoti di Carmona, Salazar e Caetano. Il governo del paese, per un po’ anche delle grosse colonie africane, passò alla giunta di generali portata sugli scudi dal ‘Movimento dei capitani’, cioè dai quadri giovani delle forze armate che avevano voluto la Rivoluzione dei garofani.

Una volta tanto le sinistre di tutto il mondo ebbero ragione a inneggiare: i militari non erano -e non sono- obbligatori arnesi della reazione legittimista. In Portogallo furono l’esatto contrario. Sostenuti anche dai comunisti di Cunhal, imposero con le spicce nazionalizzazioni e contenute misure socializzanti.

Ma quella del 1974 non fu una novità. Molte delle rivolte che per un secolo movimentarono il regno lusitano, a partire dalla restaurazione dei Braganza detronizzati da Napoleone, poi dalla loro trasformazione in monarchi costituzionali, furono opera degli ufficiali ‘liberali’ (così si chiamavano allora nella penisola iberica i progressisti, generalmente laici e perfino massoni). La Repubblica non sarebbe nata a Lisbona (1910) senza l’iniziativa militare. Nel 1926 gli ufficiali parteciparono all’avvento della Dittatura, intesa come bonificatrice, degenerata sei anni dopo nel regime autoritario-clericale di Salazar (il quale peraltro, autorevole accademico, aveva salvato l’economia). In Spagna l’intero Ottocento e il primo trentennio del Novecento videro il ruolo decisivo degli ufficiali progressisti -l’ultimo e il più efficiente dei quali fu il generale-dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera. Anche nella Guerra civile agirono gli ufficiali di sinistra, soprattutto nel campo repubblicano ma qualcuno in quello opposto.

Non occorre aggiungere altro a quanto sappiamo sul giustizialismo/progressismo della maggior parte dei militari in politica nel Terzo Mondo, da Ataturk a Peron a Sukarno a Nasser agli altri. Oggi buona parte del pianeta sarebbe molto più arretrato se i militari (in quanto detentori delle armi ma anche, più spesso che no, in quanto portatori di istanze di modernità e giustizia sociale) non avessero soppiantato le caste feudali/tribali e i collaborazionisti dei dominatori coloniali.

Tutto ciò, per dire cosa? Questo: Portogallo Spagna Turchia Terzo Mondo insegnano che, oltre ai militari reazionari, o semplicemente servizievoli verso il potere come sono stati i nostri, esistono e hanno agito i militari di segno opposto, quasi sempre in ruoli positivi raffrontati al vecchio dei notabili tradizionali. E per dire che un ruolo decisivo potranno svolgere nell’Italia posseduta dalla casta cleptocratica, ove le grandi riforme di Renzi falliranno e se l’eventuale ripresa non creerà abbastanza occupazione. A quel punto risulterà conclamata l’impossibilità di riformare dall’interno e legalmente un assetto pessimo come il nostro. La legalità repubblicana difende un esistente sinistro. Lungi dall’essere un capolavoro di diritto e di socialità, la Carta dei Padrigni costituenti è una gabbia di ferro a protezione di privilegi, ingiustizie e ruberie (il furto è la struttura portante del regime che attende il maglio demolitore). La Costituzione del 1948 va sventrata.

Matteo Renzi, oltre ad azzerare i bilanci militari orientati alla guerra, cioè all’atlantismo imposto dagli Stati Uniti, dovrebbe riconsiderare fuori dell’ideologia tradizionale il ruolo civico di quel settore del mondo militare che chiamiamo giustizialista. Perché non dovremmo avere un nostro 25 Aprile dei capitani e di qualche generale monostella non-conformista? Potrebbe annientare il sabotaggio delle riforme.

Ci pensi il Premier, visto che sulla distanza potrà risultare sconfitto dalla coalizione di tutti i conservatori sinistra/destra. Scandagli il mondo dei militari. Individui i nuclei meno solidali coll’esistente. Si faccia amici un pugno di ufficiali di fegato, all’occorrenza disposti a cancellare la Casta invece che ubbidirle. Il Vecchio Ordine non merita di farcela una volta di più.

A.M.C.

ORAZIO PIZZIGONI: I RAGAZZI DI MUGGIO’

INTRODUZIONE

 

IL SENSO DELLA VITA

 

Questo libro racconta la storia di un gruppo di giovani – i ragazzi di Muggiò – che presero posi­zione contro il fascismo e i tedeschi, durante la Seconda guerra mondiale, assumendosi respon­sabilità che comportavano grossi rischi. Sulla base di una scelta maturata in un contesto carico di tensioni ma fuori, almeno in una prima fase, degli itinerari che hanno trovato largo posto nella pubblicistica ufficiale. Ragazzi normali, con desideri, interessi, impulsi vitali normali che insieme decisero di impegnarsi dalla parte della libertà e della giustizia, ideali che conoscevano solo in negativo, come rifiuto del fascismo e delle sue logiche. Un libro che ho potuto scrivere grazie a due medici, uomini di scienza, di cultura e di grande umanità. Il professor Vittorio Pricolo mi salvò la vita il 24 aprile 1945 con un intervento chirurgico difficile reso necessario da una brutta ferita all’addome. Quindici anni dopo, il professor Vittorio Staudacher mi liberò da un’ occlusione intestinale provocata da una stenosi formatasi al . livello del duodeno, là dove Pricolo aveva sutu­rato uno dei tanti buchi che la pallottola, nella sua pazza corsa, aveva disseminato nello stoma­co e nell’intestino. Le crisi a cui andavo periodi­camente soggetto, e che si facevano di anno in anno più gravi, erano state attribuite ad aderen­ze. Anche gli esami radiologici accurati che avevo fatto sia all’Istituto del cancro sia al Policlinico di Milano avevano escluso la necessità di affidarsi ai ferri del chirurgo. Nel gennaio del 1960 Vittorio Staudacher decise per l’inter­vento, ritenendolo non solo possibile ma anche necessario. Pena la vita. Se sono ancora qui a testimoniare un’ esperienza di oltre mezzo secolo fa lo devo anche a lui. Cinquant’anni dopo Vittorio Pricolo mi rivelò che quella notte non era riuscito a prendere sonno. ‘«Avevo paura di avere lasciato qualche buco aperto» mi confessò. Pricolo quel 24 di apri­le 1945 era di guardia. Toccò a lui mettere le mani nel mio addome, passandone al vaglio ogni cen­timetro. Una grande fatica, accompagnata dalla paura che alla fine risultasse inutile. Anche se non me lo confessò mai esplicitamente.

Ricordo però che, dopo una decina di giorni, quando ora­mai ero fuori pericolo, mi disse con tono distac­cato, quasi non si riferisse a me: «Se ne salva uno su mille».

Ero fra quei pochi fortunati che riuscivano a cavarsela. Quando andai a trovarlo a Codogno, dove si era ritirato alla fine della sua carriera pro­fessionale, mi accolse in piedi sulla porta di casa, una villetta a un centinaio di, metri dalla stazione fer­roviaria. Magro, segnato dalla malattia, faceva fati­ca a camminare, sorretto dalla moglie. Una paresi l’aveva bloccato alcuni anni prima, togliendogli, lui così vigoroso, la voglia di continuare.

Si ricordava benissimo dell’intervento su quel ragazzo che ave­vano portato mezzo secolo prima in un pomeriggio di aprile in ospedale, più di là che di qua. Aveva riletto, quando gli avevo annunciato la mia visita, la cartella clinica. «Sì, di tutte le ope­razioni importanti che ho eseguito mi sono tenu­to una copia» mi disse. Parlava volentieri. Velocemente.

Era sorpreso che mi fossi ricordato di lui dopo tanto tempo. «Professore non l’ho mai dimenticata. Se sono qui è merito suo». Sorrise, dimostrando di essermi grato per quelle parole. Riviveva la sua giovinezza.

Nel salottino di casa, mi raccontava del suo impegno profes­sionale a Milano, quindi a Pescara come prima­rio, ancora a Milano e, infine, a Codogno. Non era stato facile rintracciarlo.

Nell’ elenco dell’Ordine dei medici di Milano non c’era più. Qualcuno mi consigliò di rivolgermi all’Istituto nazionale che gestisce la previdenza dei medici in pensione. Lì fecero qualche resistenza. Sì, ave­vano in carico Vittorio Pricolo ma non erano autorizzati a fornirmi l’indirizzo. Li pregai di farlo, spiegando le ragioni della mia ricerca. Erano passati cinquant’anni. Anch’io oramai ero entrato in quell’età che non concede più molto. L’età dei bilanci e dei conti con se stessi. Vittorio Pricolo, giovane medico abruzzese che mi aveva tirato fuori dall’abisso, rappresentava per me un conto in sospeso. M’ero portato den­tro la sua figura china su di me.

Un’immagine che avevo messo a fuoco dopo, piano piano, durante i lunghi giorni trascorsi in ospedale, in attesa che la ferita si rimarginasse, affogato den­tro i giornali che ogni mattina ricoprivano il mio letto, espressione di quella riconquistata libertà che non avevo potuto vivere come avevo sogna­to, nel pieno delle forze, in un’esplosione di sen­timenti.

Stavo lì a leggermi gli articoli di tutti i giornali che tornavano a riempire le edicole e che qualcuno mi portava con le ultime notizie. Tutti quei giornali erano per me la libertà, diversi e, nello stesso tempo, uguali per l’entusiasmo che esprimevano. Differenze forse c’erano ma io non le colsi, ubriaco com’ ero di quell’ aria nuova che si respirava e che condividevo con chi mi veniva a trovare.

Di Pricolo avevo poi perso le tracce. O, meglio, non le avevo mai cercate, travolto dalle vicende della vita che ci impedisce, nella sua vorticosa corsa, di tenere tutti i fili della sua trama. Anche di quelli che l’hanno segnata in profondità. Adesso che era lì e mi parlava da una poltrona di casa sua, fragile, indifeso, umiliato dalla malat­tia, il mio silenzio durato mezzo secolo mi pesa­va come una colpa. Ne avvertivo l’ingiustizia. Quest’uomo, che mi ricordava momenti della sua vicenda umana con una lucidità che contra­stava con la fragilità del suo corpo e che, quasi in un bisbiglio, forse per non farsi sentire dai suoi, mi aveva dichiarato, veloce, che forse sarebbe stato meglio fosse morto, dava alla mia visita il significato di una confessione. Ero arrivato tardi. Gli anni avevano piegato il giovane medico che mi aveva strappato alla morte in una sala opera­toria di un ospedale della periferia milanese, a Città Studi. Se quel giovane medico non fosse stato di guardia, se un altro fosse stato al suo posto chissà come sarebbe finita quella giornata di aprile. Forse sarei morto e a ricordare quell’ e­pisodio adesso ci sarebbe, probabilmente, una targa alla memoria, stinta dal tempo, testimo­nianza di un avvenimento lontano che nessuno ricorda più, salvo che nelle giornate dedicate alla Liberazione, quando ritornano, per qualche momento, le vite spezzate di tanti giovani che hanno chiuso la loro esistenza d’improvviso, vit­time della crudeltà altrui e, spesso, della loro generosità e inesperienza. Nel mio caso, se avessi avuto una preparazione alle armi meno superfi­ciale, forse me la sarei cavata, sparando prima del tedesco. Forse. O forse no. Sì, la preparazione all’uso delle armi aiuta ma, soprattutto, aiuta l’a­bitudine alla morte che la guerra finisce per inculcarti, annullando sentimenti, rispetto della vita, considerazione degli altri. È difficile supera­re di colpo tutto questo.

Nell’universale carneficina di una guerra si può uccidere, senza odio, senza una ragione specifica che non sia l’istinto di conservazione. Anche in battaglia, chi spara, da una parte e dall’altra, lo fa con relativa facilità perché il nemico si presen­ta spoglio di ogni caratteristica umana.

Senza volto e con la sua storia celata dietro la divisa. Se spari, miri alla divisa e non all’uomo. L’uomo non c’è mai o quasi mai. Se si presentasse con tutta la sua storia e con la ragnatela dei rapporti che ne giustificano l’esistenza – i genitori, i figli, gli amici, i piccoli e i grandi desideri, i colori, i profumi, i sentimenti che ne fanno un essere umano – credo che sarebbe impossibile, quasi per tutti, uccidere.

Solo la divisa e quello che rappre­senta consentono di farlo, annullando quel patri­monio universale di valori che un uomo esprime e attraverso il quale gli altri, per vicissitudini e storie, spesso si riconoscono. Il tedesco che mi aveva sparato lo aveva fatto di fronte alla minac­cia della mia pistola. Quando si è trovato di fron­te a me, con le mie braccia alzate in segno di dife­sa, non ha fatto fuoco.

Il secondo colpo avrebbe potuto finirmi subito, ma non è partito.

Il ragazzo che stava supino sul marciapiede riac­quistava, improvvisamente, la dimensione umana che l’atto di guerra – la canna della mia pistola puntata – aveva cancellato? Non lo so. Me lo sono chiesto tante volte senza riuscire a dare una rispo­sta. Questo tedesco che mi aveva risparmiato resta­va nella mia memoria senza volto. Impressi mi sono rimasti solo la divisa, il cinturone, la sua pistola e, all’ occhiello della giacca, il nastrino di chi aveva fatto la campagna di Russia. Chissà dov’è fini­to e se questo episodio, sicuramente importante per me ma forse insignificante per chi, come lui, aveva trascorso la sua giovinezza su tanti fronti di guer­ra, lo ha accompagnato durante gli anni di pace. Ammesso che se la sia cavata e sia tornato a rian­nodare i fili che la condizione di non-uomo, affogato dentro una divisa, aveva strappato.

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25 APRILE 2013, UNA NUOVA LIBERAZIONE

Aggravatasi paurosamente la crisi, inferocitosi l’odio per i partiti, il 25 aprile 2013 l’Uomo di fegato ha preso il potere senza colpo ferire. Ha applicato alla lettera il metodo di Miguel Primo de Rivera, quella volta di novant’anni fa in Spagna: accordi tecnici tra i principali comandanti territoriali, perfetta sincronizzazione degli interventi, niente impiego delle armi, pura e semplice destituzione dei gerarchi e notabili del regime. I più non hanno fiatato, i meno sono stati ospitati in amene località montane.

Il 26 aprile 2013 giornali e teletestate non sono usciti o presentavano vasti spazi vuoti; quelli del giorno successivo inclinavano già a capire le ragioni del Movimento; un altro giorno ancora e le Grandi Firme, i Pensosi Opinionisti e i Testimoni del Tempo, insomma le icone del pensiero democratico, hanno preso ad inneggiare all’Uomo di fegato.

Camusso, Landini e ogni altro leader sindacale sono stati prontamente guadagnati al colpo di stato. Portati subito nella tenda del comando supremo, l’Uomo di fegato ha spiegato loro, libri di storia alla mano, che a partire dal 1923 il capo dei sindacati spagnoli Francisco Largo Caballero -il ‘Lenin spagnolo’, futuro capo del governo repubblicano cioè rosso- fu l’ascoltatissimo consigliere ufficiale di Primo de Rivera: questo perché il Dictador volle essere primo nella storia moderna di Spagna a innovare dalla parte del popolo: case, ospedali, avvio delle pensioni e delle assicurazioni sociali. Nacque allora il Welfare iberico, e in più si attuò un vasto programma di opere pubbliche (strade, canali, ferrovie, persino paradores) che dettero occupazione. Niente scioperi ma parità tra capitale e lavoro in organismi d’arbitrato obbligatorio. Nessuno storico nega il consenso quasi unanime che andò al regime militare nel primo quinquennio, prima che i forti interventi statali ingigantissero il debito, e prima che arrivasse la Grande Depressione.

Messa così, è chiaro che l’Uomo di fegato del 2013 è deciso a correggere la rotta della nave, a cancellare gli eccessi del capitalismo. Per indebolire l’onnipotenza del diritto di proprietà e la prepotenza del mercato ha sospeso anche il Codice civile e ha cassato il concetto del diritto acquisito. Con un decreto entrato in vigore di notte ha espropriato le grandi fortune, mandando in esilio quanti hanno cercato di esportare i capitali. Ha dichiarato di non sapere rilanciare la crescita; pertanto la società andrà riorganizzata nella presunzione della decrescita. Le grandi masse dovranno vivere con un po’ meno, i privilegiati con moltissimo meno. A tutte le famiglie sarà garantito il minimo vitale. Il governo del Dictator ha notificato l’uscita dall’Alleanza occidentale e la rinuncia a tutte le operazioni internazionali, a parte rari e autentici interventi caritatevoli.

Il sistema derivante da queste riforme non sarà fondato sulla libera iniziativa; i suoi parziali lineamenti neo-collettivistici avranno poco in comune con i fallimenti del marxismo. Questi sconvolgimenti non li attueranno i militari dell’Uomo di fegato: troppo impreparati, in ogni caso troppo pochi. Si aprirà l’era della democrazia diretta selettiva, senza più elezioni. Tra i cittadini più qualificati per capacità professionali e meriti civici quali il volontariato, il computer centrale estrarrà una Polis ristretta, per turni non rinnovabili di pochi mesi. Assistiti dai tecnici e dai burocrati, i circa cinquecentomila ‘supercittadini’ saranno decisori e gestori. Mai più politici di mestiere.

Il meccanismo congegnato dall’Uomo di fegato avrà molti difetti, eppure risulterà preferibile a quello, insopportabilmente pessimo, cancellato con le brusche. Lo dimostrerà ad abundantiam l’approvazione del popolo. In Spagna i primi anni della gestione primo riverista furono i migliori tra il crollo del parlamentarismo dei notabili e la Guerra Civile.

l’Ussita