L’ITALIA NON HA 150 ANNI

Note a margine di un anniversario sul quale riflettere

………………… il bel paese

Ch’ Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe.

Così Francesco Petrarca definiva l’Italia sette secoli fa. Ha senso celebrare l’unità della nazione (unità comunque parziale, dato che la nazione italiana sta in parte anche in Corsica, nel Canton Ticino, in Slovenia, in Croazia, ecc.) il 17 marzo 2011?

Ma il 150° anniversario della proclamazione a Torino del Regno d’Italia non va confuso con la celebrazione dell’Unità d’Italia, dato che la nazione italiana esiste da molto più tempo e la sua unità (nonché la sua unicità) in termini di cultura, sia pure nelle sue molteplici sfaccettature, prescinde dalle forme di governo che l’hanno dominata o che può avere assunto nel corso dei molti secoli della sua storia millenaria.

Un piccolo libro pubblicato nel 2004 – Fabrizio Coppola, Breve storia del nome Italia dall’antichità al Risorgimento, Istituto Scientia (69 pagine in http://italia.onwww.net/italia/testocompleto.htm) – ci ricorda che il nome Italia venne usato già nel VI secolo a.C. (anche se riferito alla Calabria); nel V secolo a.C. Antioco di Siracusa scrisse un saggio sull’Italia che ne comprendeva tutte le regioni meridionali; nel III secolo a.C. il nome Italia comprendeva l’intera penisola e nel II a.C. anche le regioni del Nord; nel 90 a.C. venne coniata dagli alleati della confederazione antiromana nell’attuale Corfinio (Abruzzo) una moneta dove la parola ITALIA appariva in caratteri lapidari romani; Publio Virgilio Marone (Mantova 70-Brindisi 19 a.C.) celebrava l’Italia nel poema Eneide che tanta influenza avrà su Dante, Petrarca, Boccaccio e poi su Tasso e Leopardi. Nel 27 a.C. l’Italia, territorio metropolitano di Roma, è divisa in 11 regioni che non comprendono ancora Sicilia, Sardegna e Corsica (province esterne fino al III secolo d.C.).

Da queste epoche remote in poi l’Italia (anche al tempo del crollo dell’impero romano, del dominio longobardo, del sacro romano impero, dei liberi comuni e delle repubbliche marinare) non ha mai cessato di esistere nel comune sentire delle popolazioni che ne hanno abitato i territori come imprescindibile e centrale per la civiltà fiorita sulle sponde del Mediterraneo, indipendentemente da chi vi esercitasse il dominio politico, e presso tutti coloro che sono venuti in contatto con la cultura italiana.
Non si può dimenticare che la prima scuola poetica in lingua italiana nasce nel XIII secolo a Palermo, alla corte di Federico II di Svevia, luogo di incontro tra le culture greca, latina e araba. Tra il 1300 e il 1500 l’italiano comincia a sostituire il latino come lingua ufficiale dei vari stati italiani e non vi è persona colta in Europa che non sia in grado di comprendere e di esprimersi nella lingua di Dante, e anche per la musica l’italiano è da sempre la lingua di espressione ovunque nel mondo
L’enorme influenza esercitata dall’Italia su poeti, scrittori, artisti di ogni campo è testimoniata da troppi autori di tutta Europa per poterli elencare. Basterà citare l’ammirazione per l’Italia di Montaigne (1533-1592) e il debito contratto da Shakespeare (1564-1616) che non a caso ha ambientato in Italia e in altri paesi mediterranei la maggior parte dei suoi più grandi lavori, commedie o tragedie che fossero, e ha dato spesso ai personaggi creati dalla sua fantasia nomi e caratteri italiani.

Quando l’Italia era frammentata in piccole unità politicamente divise, o parte di grandi imperi, i suoi figli hanno dato il meglio di sé. Non così quando, seguendo le tendenze promosse da Illuminismo e Romanticismo, il malinteso amor di patria, e cioè il desiderio di rinchiudersi entro confini dai quali escludere tutti coloro che parlavano lingue o professavano religioni diverse, ha assunto i connotati odiosi del nazionalismo (da non confondersi con il vero amor di patria, che si può esercitare anche nei confronti del proprio villaggio) e poi della xenofobia e del razzismo.

Non ha giovato all’Italia porsi nella scia di paesi come Spagna, Francia, Inghilterra dai quali non aveva nulla da imparare. Questi paesi unificati da tempo, e quindi potenti e aggressivi al di fuori dei loro confini, e prevaricatori al loro interno, avevano represso le differenze locali di ogni genere, ignorando che la varietà è ricchezza culturale, oltre che fonte di bellezza e di pensiero.

Anche l’Italia è divenuta così un paese coloniale e dispotico che ha causato lutti e rovine a popoli vicini e lontani, oltre che al proprio.

L’ideale dello stato-nazione è stato perseguito senza osservare la realtà che stava sotto gli occhi di tutti: gli stati-nazione hanno dato vita all’imperialismo colonialista, al razzismo, al nazionalsocialismo, al fascismo, al socialismo reale dominato dall’egemonia grande-russa, alle pulizie etniche reciproche tra serbi e croati, tra tutsi e hutu, ecc. Ciò che sta avvenendo in Palestina e in Israele ricalca lo stesso copione: fare posto a NOI a scapito degli ALTRI, mentre nel Mediterraneo popoli di tradizioni, lingue, religioni e stili di vita diversi hanno sempre convissuto.

Gli imperi invece, a differenza degli stati nazionali – idealisti nei propositi e autoritari e repressivi nei fatti – sono sempre stati più realisti e i loro comportamenti sono stati i più diversi oscillando tra la repressione più bieca e la tolleranza più aperta e generosa. Anche l’Unione Europea ha la struttura e i propositi di un impero e a questo è in qualche modo assimilabile. Le sue incertezze, che la rendono debole come capacità d’imperio, sono il suo pregio perché si traducono in azioni che non uccidono e reprimono come fanno altri imperi che sopravvivono: quello russo o quello americano, che invece mostrano ogni giorno ancora oggi il volto odioso del nazionalismo anche quando vorrebbero mascherarne i connotati con ideali che hanno cessato da un pezzo di essere nobili.

Sarebbe quindi insensato celebrare i simboli nazionali e gli anniversari di eventi che hanno portato, dopo la creazione del Regno d’Italia, il nostro Paese sul malsano esempio di altri stati nazione ad attaccare popoli inermi per colonizzarli e ad essere parte attiva nello scatenamento delle due guerre mondiali. A ben vedere l’Italia unita degli ultimi 150 anni ha ben poco di cui gloriarsi. Tuttavia, i tempi potrebbero essere maturi per una riflessione che portasse a un vero decentramento amministrativo dove le funzioni di governo a tutti i livelli non dovrebbero essere svolte da professionisti del potere, ma da semplici cittadini scelti dalla sorte e non dalla finzione che chiamiamo “volontà popolare” e che oggi si traduce in un voto dato agli attori che recitano meglio la loro parte e che dispongono dei finanziamenti e dei mezzi in grado di influenzare gli incauti che li voteranno.

Gianni Fodella

UNA FESTA (ANCHE) DA FESTEGGIARE

Per capirci meglio

Imparare dagli svizzeri? Certo, si può anche in materia di feste. La vicina confederazione è un paese diverso dal nostro e dalla maggior parte degli altri, in quanto formato da tre o quattro gruppi etnici ben distinti. Possiede ciò nonostante un robusto spirito nazionale sostenuto dalla fierezza per un’indipendenza statale che dura da otto secoli e per una prosperità che non ha quasi uguali nel mondo. Soffre anch’esso, come si conviene ad un paese molto progredito, di periodiche turbe psichiche, generalmente superate senza danni; succederà probabilmente anche con il dibattito attualmente in corso su una più o meno cervellotica crisi di identità.

Fino al 2007, comunque, la Svizzera aveva regolarmente celebrato il 1° agosto di ogni anno, sul grande prato del Ruetly presso il lago dei Quattro cantoni, la ricorrenza del patto (secondo qualcuno fantomatico) del 1291 tra Uri, Schwyz e Unterwald che generò la confederazione. Nel 2007, per la prima volta a memoria d’uomo, la solenne e pittoresca cerimonia rischiò di venire soppressa a causa del rifiuto del governo centrale di addossarsi la consueta sua parte delle relative spese, lievitate per esigenze di sicurezza a causa del ripetersi di rumorose contestazioni da parte di giovani neonazisti. Le reazioni furono vivaci, ma la minaccia venne sventata grazie alla risolutezza della presidentessa socialista della confederazione e soprattutto al gesto, patriottico quanto interessato, di due grandi industriali, che elargirono i fondi necessari a far quadrare i conti.
Non solo da noi la Svizzera viene spesso dipinta come una terra di gretti bottegai e cinici banchieri. Ma ecco che Emma Marcegaglia, duce della Confindustria e presumibilmente ignara del precedente elvetico, sfodera per prima la brillante idea di festeggiare sì, il 14 marzo, il 150° dell’unità d’Italia, però continuando a lavorare per non perdere un tot di Pil; cioè, in pratica di non festeggiarlo affatto. La proposta, come sappiamo, ha suscitato l’immancabile parapiglia, con un prevalere, si direbbe, di voci favorevoli su quelle contrarie, benché in Italia l’unità nazionale sembri alquanto in sofferenza diversamente dalla nostra vicina settentrionale.

Da noi, per la verità, il solo a dichiararsi apertamente contrario alla festa tout court è stato il presidente provinciale dell’Alto Adige Durnwalder, e lo si può anche capire. Meno si capisce, invece, il rimprovero rivoltogli da Giorgio Napolitano; come negare che quella terra sia stata annessa all’Italia prefascista obtorto collo e praticamente riannessa a quella postfascista contro la volontà dell’ancora grande maggioranza tedesca della sua popolazione? E’ vero che per tenere quieta quest’ultima Roma finanzia lautamente una provincia larghissimamente autonoma, ma la voglia di festeggiare una realtà subita non sembra poter essere compresa nel prezzo. Semmai, la sovvenzione ad una provincia tutt’altro che indigente andrebbe revocata o almeno ridotta, oggi che il problema del sacro confine è decisamente anacronistico.

Quanto all’improvvisa esplosione della voglia di lavorare sia pure festeggiando o fingendo di festeggiare, diciamo innanzitutto che vi sarebbero cento, mille altri modi di economizzare piuttosto che privare il paese di un’occasione unica e una tantum di riflettere anche criticamente sulla propria storia e quindi anche sul proprio futuro. Un nobile proposito, quello di rinunciare alla popolarità derivante dalla concessione di un giorno di vacanza in più in un anno che ne ha così pochi? Diciamo che aleggia più che altro un sospetto: quello che si miri a compiacere, sulla base di più o meno intuibili calcoli di politica politicante, le forze politiche del nord o del sud più ostili all’unificazione se non all’unità nazionale e potenzialmente secessioniste.

Tanto più se così fosse, non ci resterebbe che tifare senza risparmio per il prode ministro La Russa, unico membro del governo visibilmente espostosi, finora, in antitesi all’ineffabile collega Gelmini la quale, non contenta di sostenere che nelle scuole lasciate aperte il 14 marzo gli insegnanti potrebbero utilmente parlare della storica ricorrenza, ha poi aggiunto con clericale ipocrisia che così, almeno, la festa non festeggiata si distinguerebbe da altre festività qualsiasi. Dopodiché, intendiamoci, l’unità nazionale non va certo difesa soltanto festeggiandola.

Nemesio Morlacchi