BISOGNA FARE GLI ITALIANI, IN FRETTA

La lezione del centocinquantenario

COME E COSA CAMBIARE PERCHE’ QUALCOSA CAMBI

Fatta l’Italia restano da fare gli italiani. C’è quasi da vergognarsi a citare la celeberrima tra le massime del Massimo D’Azeglio, come dicevano alcuni miei antenati un po’ faceti; è infatti da sempre sulle bocche di tutti. Eppure non si riesce ad esimersene, per la buona ragione che a fare gli italiani, nell’unico significato plausibile dell’espressione, nessuno ci ha mai provato. Con una sola eccezione, forse: quella di Mussolini, che non mancò di prefiggersi l’ambizioso obiettivo ma lo perseguì a modo suo, mascherando i semi-neonati da figli della lupa, armando i più grandicelli balilla di libro e moschetto e obbligando i gerarchi con pancetta a saltare attraverso cerchi infuocati. Il tutto con i risultati ben noti.

Sarebbe perciò ora di finalmente provarci, visto che in un secolo e mezzo le cose non sono gran che cambiate. Anzi, per la precisione, moltissime cose sono cambiate in meglio, ma molte, troppe e soprattutto assai gravi, sono cambiate in peggio. Contribuendo per di più, in una misura della quale i più non sembrano o fingono di non rendersi conto, a determinare una situazione di emergenza, quella attuale, con pochi precedenti storici, come abbiamo cercato di dimostrare nei precedenti articoli (vedi parte Iparte IIparte III,parte IV parte Vparte VI e parte VII)di questa serie che ora andiamo a concludere.

Chi potrebbe infatti negare, se messo alle strette, che il rischio di default nazionale molto probabilmente non incomberebbe o potrebbe essere sventato molto più facilmente se il paese non fosse afflitto più che mai dall’evasione fiscale di massa e dall’economia sommersa, dalla corruzione dilagante e dalla criminalità organizzata? Tutte piaghe, queste, il cui enorme costo per lo Stato e per la comunità nazionale è stato evidenziato da stime più o meno approssimative alle quali viene generalmente attribuita una sufficiente attendibilità.

E quel “più che mai” non ci è sfuggito distrattamente dalla tastiera. Mentre Mario Monti e la sua squadra di tecnici, ridicolmente accusati di lentezza, sono impegnati a portare avanti un programma di misure sufficientemente meditate, coerenti e sperabilmente eque, al tirare delle somme, nella distribuzione dei sacrifici per salvare conti pubblici e banche, rilanciare una crescita che langue da lunghi anni o almeno scongiurare una recessione che potrebbe rivelarsi micidiale o addirittura letale, cosa ci dicono le cronache?

Ci dicono, spietate, che le mafie spadroneggianti del Mezzogiorno imperversano ormai anche nella capitale ufficiale (dove cresce altresì la criminalità spicciola) e dintorni dopo avere piantato le tende intorno all’ex capitale morale già ribattezzata Tangentopoli. Che nelle poche grandi imprese parastatali e private che ci rimangono persistono ad imperversare la corruzione attiva e passiva e pratiche illecite di ogni tipo, si continua imperterriti a foraggiare partiti e amministratori pubblici centrali e locali come se Mani pulite fosse stata solo uno scherzo di cattivo gusto, e grandi manager inetti, irresponsabili o semplicemente disonesti vengono regolarmente premiati con liquidazioni astronomiche.

Quanto poi all’evasione fiscale, che naturalmente si intreccia abbondantemente con la criminalità e la corruzione ma è altrettanto largamente praticata anche indipendentemente da esse, pare che da qualche tempo venga combattuta con maggior vigore e che nuovi strumenti utili al riguardo siano in via di adozione da parte del governo “tecnico”. Intanto però si deve constatare che in altri paesi più virtuosi del nostro i controlli sono di regola più rigorosi e sistematici, la penalizzazione anche detentiva degli evasori non infrequente e così pure le loro denunce da parte dei cittadini.

Da noi, invece, l’ex capo del governo e i suoi seguaci bollano la ventilata tracciabilità dei pagamenti come un sopruso da Stato di polizia, mentre un numero certamente molto elevato di potenziali contribuenti è pronto a trasferire i propri capitali in qualche paradiso offshore, quando non l’abbia già fatto, nell’eventuale imminenza di misure più drastiche. Il tutto, fra l’altro, rendendo stupefacente il candore con cui tanti sottoscrivono o caldeggiano misure fiscali di emergenza quali l’imposizione della patrimoniale o il ripristino dell’ICI sulla prima casa ma solo a partire da un certo livello di reddito e in forma progressiva. Perfetto, ovviamente, in linea teorica; peccato che, in pratica, il garzone del macellaio, l’assistente del medico privato e il cuoco di ristorante rischierebbero molto, per i ben noti motivi, di pagare più del rispettivo datore di lavoro se non addirittura di pagare solo loro, come avviene su vasta scala per l’IRPEF.

E’ giusto incolpare di tutto ciò solo la classe politica? I più continuano a farlo anche col favore del linguaggio corrente, poichè termini come appunto classe e tanto più casta possono accreditare il concetto che si tratti di un personale in qualche modo separato o distinguibile dal resto del paese. Così evidentemente non è, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, e bisognerebbe quindi trarne le debite conseguenze sia in sede di attribuzione delle responsabilità sia di proposizione dei rimedi più opportuni.

Le colpe dei politici sono incontrovertibili, ma pur ammettendo (senza concederlo) che la maggior parte di loro anelino non solo a gestire il meglio possibile la cosa pubblica ma anche, dichiaratamente o meno, a “fare gli italiani”, questa ipotetica maggioranza deve fare pur sempre i conti con una maggioranza o una forte ed agguerrita minoranza di non politici, ossia di comuni cittadini, scarsamente disposti a lasciarsi fare o rifare e forse congenitamente incorreggibili, secondo teorie o credenze in voga da tempo immemorabile. Tra di esse non manca, per contro, quella secondo cui a impegnarsi in politica sarebbero i cittadini peggiori, che ci permettiamo però di non sottoscrivere su due piedi se non altro per simmetria con l’altra ipotesi suddetta.

Non è comunque il caso di scervellarsi per assodare se gli italiani siano davvero incurabilmente individualisti ovvero anarchici per principio o non piuttosto refrattari per natura a qualsiasi disciplina, e/o litigiosi e incostanti, maleducati e cinici, frivoli e faciloni, ecc; e tanto meno, se davvero sono tutto ciò o una parte di ciò, perché lo siano. Certo è che le loro pecche non riguardano soltanto i rapporti tra cittadino e Stato ma anche quelli tra i cittadini stessi. In sintesi complessiva è lecito, senza pretesa di originalità, parlare di carente senso civico, riscontrabile sui piani più diversi e nelle forme più macroscopiche e deleterie come in quelle apparentemente meno nocive e al limite poco più che folcloristiche.

Il che sia detto, lo ripetiamo, non ignorando affatto i pregi della gens italica, che sono tanti compresi quelli tradizionalmente negati da luoghi comuni tuttora tenacemente diffusi soprattutto all’estero. Di recente un giornalista americano, congedandosi dopo anni dal paese, ha reso omaggio non solo al “vibrante istinto creativo” del suo popolo (oggi, per la verità, piuttosto appannato) ma anche, “cosa forse sorprendente per molti stranieri”, alla sua “prodigiosa etica del lavoro”, lamentando però che “le doti di fantasia e le giornate lavorative di 12 ore finiscono spesso col portare all’immobilismo”. Per produrre progresso, infatti, l’etica del lavoro o se si preferisce professionale, per quanto abbinata alla creatività, deve trascendere la sfera individuale diventando etica anche civica e sociale.

Un’etica degna di questo nome, in altri termini, deve esplicarsi a tutto campo. E’ probabile che il lavoro nobiliti l’uomo ma è certo che cessa di farlo se, ad esempio, l’imprenditore che lavora anche più di 12 ore quotidiane non applica le norme sulla sicurezza del lavoro e ritiene giusto evadere le tasse. E’ vero tuttavia che gli evasori, o almeno quelli non tali per principio, possono sentirsi in qualche modo giustificati (e anche qui non manca il nesso con la problematica più attuale) se lo Stato esattore si dimostra incapace o restìo a combattere seriamente l’evasione e nel contempo colpisce duramente i contribuenti in regola spendendo inoltre in modo dissennato, se non peggio, il loro denaro. Ciò non basta a rendere la giustificazione accettabile, ma serve ugualmente a richiamare l’attenzione su un nodo a prima vista cruciale della questione: il frequente palleggiamento delle responsabilità tra governanti e governati. Nodo però solubile, come si è detto, respingendo la distinzione tra le due parti per quanto qui ci interessa.

L’evasione fiscale, naturalmente, è solo una delle componenti sia pure più appariscenti, dibattute e oggettivamente importanti di un quadro assai ampio. Altre apparentemente minori non sono però meno significative. Si pensi al traffico automobilistico dentro e fuori delle nostre città. Qualcuno avrà ben notato che i veicoli in circolazione si dividono in tre categorie di dimensioni all’incirca uguali: quelli che rispettano l’obbligo tuttora vigente (per quanto ne sappiamo, ma già questo dubbio è eloquente) di tenere accesi giorno e notte luci di posizione e anabbaglianti; quelli che ritengono sufficiente un rispetto parziale tenendo accese solo le prime, e quelli che viaggiano a luci completamente spente anche in caso di nebbia, tempo piovoso e tenebre già calanti.

Il tutto impunemente e quindi nella presumibile convinzione che tutto sia più o meno lecito, di fatto se non di diritto, nonché con conseguente discredito delle norme in generale e non senza analogie, ad esempio, con quelle concernenti il finanziamento pubblico dei partiti. Sempre in tema di traffico, qualcuno avrà altresì notato che in autostrada quasi nessuno più segnala il passaggio sulla corsia di sorpasso, chissà se contando militarmente sul fattore sorpresa, un’ipotesi valida anche per la caduta in disuso pressocchè totale del clacson.

La sostanziale scomparsa della polizia stradale potrebbe far pensare ad una scelta strategica delle autorità competenti, apparentemente indifferenti ai primati nazionali in materia di incidenti ma in compenso ostinate nell’imporre o tollerare limiti di velocità spessissimo assurdamente bassi e semi-impraticabili e quindi, forse, considerati utili solo per consentire ai comuni di fare periodicamente cassa e a fini di eventuale risarcimento danni (che assicura miglioramenti contabili del PIL), al pari di quelli invece elevati ma altrettanto sistematicamente violati. Per fortuna qualcuno comincia ad imparare a fermarsi alle striscie pedonali, almeno quando viaggia a velocità moderata.

Le pubbliche strade, e piazze, tornano poi a proposito anche per un altro motivo. Quelle di Milano soffrono di cronica e multiforme sporcizia per la quale, secondo un articolo apparso un mese fa sul Corriere della sera a firma Andrea Bosco, “le responsabilità dell’amministrazione vanno di pari passo con l’indifferenza, la maleducazione, la mancanza di senso civico dei cittadini” (compresi tra l’altro i cosiddetti writers, nella cui produzione “la creatività è stata sostituita dallo scarabocchio”). Quanto alle strade extraurbane, lombarde e naturalmente non solo, chiunque può contemplare i loro bordi pullulanti di rifiuti di ogni genere, che contribuiscono a creare uno stridente quanto significativo contrasto con la pulizia spesso maniacale delle abitazioni private, per cui quelle italiane generalmente brillano al confronto anche con i maggiori paesi europei.

Passando a tutt’altro, ma sempre nello stesso discorso, annotiamo che Sergio Romano, ancora dalle pagine del Corriere, ha ricordato recentemente un pregio della scuola secondaria americana, per il resto (escluso forse lo sport), alquanto scadente come emerge anche dalle graduatorie PISA, peraltro ancora più severe nei confronti della scuola italiana. Si tratta della capacità che gli studenti vi acquisiscono, grazie ad un’assidua pratica, di dibattere in modo pacato, ordinato e approfondito su qualsiasi tema, mettendo a confronto anche serrato diverse opinioni e tesi. Di qui l’ascoltabilità e la presumibile costruttività dei dibattiti politici in TV o altrove, benché sembri che al riguardo le cose stiano peggiorando anche negli USA, forse sotto i colpi della crisi economica. Ma certo i talk-show d’oltre oceano non sono precipitati al livello attuale di quelli italiani, ridotti a indecorose gazzarre che vedono gareggiare in intemperanza e aggressività spesso volgari anche personaggi fino a ieri noti per i loro modi urbani. Si è arrivati così al punto che un esperto di TV come Aldo Grasso auspica l’esclusione dei politici da simili tenzoni, passando persino sopra al fatto che, a quanto purtroppo risulta, esse fanno audience.

Di scuola si deve comunque riparlare arrivando al cuore del problema. Appare chiaro, almeno al sotto- o soprascritto, che il quadro fin qui tracciato influisce in modo pesante, e al limite determinante, sul livello di governabilità del paese, fortemente abbassato non solo dalla precarietà dello Stato di diritto ma anche dalla carenza di una società civile in grado di sopperire alle inadempienze della classe dirigente. Come rimediare ad un inconveniente così grave? Massimo Calderazzi ha ragione di negare che non basta fare quadrato intorno alla bandiera della Costituzione per raddrizzare un sistema politico non funzionale, anche se, in attesa di cure più radicali, non è possibile rinunciare alla funzione regolatrice, nei limiti del possibile, di una legge fondamentale pur bisognosa di modifiche e aggiornamenti, a meno di non puntare al tanto peggio tanto meglio.

Caldeggiare cure più radicali, tuttavia, non significa necessariamente voler buttare tutto all’aria, ma neppure confidare ulteriormente in espedienti di ingegneria istituzionale ancorchè rivoluzionari la cui efficacia dipende pur sempre da chi è chiamato ad applicarli, ossia dal fattore umano, risollevando insomma una volta di più il proverbiale problema del difetto nel manico. In un paese come l’Italia, mi pare, l’introduzione della democrazia elettronica e a sorteggio proposta da Massimo rischierebbe, a dire il meno, di fare la stessa fine del sistema bipolare e di questa o quella legge elettorale. Per non parlare poi, sempre sulla base delle esperienze già fatte, dell’opportunità di ricorrere a qualche “uomo forte” per imporre al malato la ricetta miracolosa.

Optare per cure radicali significa, piuttosto, puntare proprio sulla radice del male, quella additata per primo da un altro Massimo, non D’Alema bensì il marchese D’Azeglio, anche se in tal caso l’inesistenza di toccasana ad effetto immediato può scoraggiare i più impazienti. Non si tratterebbe infatti di imitare esempi storicamente recenti di operazioni relativamente rapide e più o meno drastiche, quanto tragicamente fallimentari. Il tentativo di Stalin di forgiare con l’aiuto di svariati bagni di sangue il nuovo uomo sovietico, genialmente irriso da Michail Bulgakov nel suo esilarante, malgrado tutto, “Cuore di cane”, culminò nella catastrofe anche morale dello Stato nato nel 1917, ed esiti analoghi ebbero la Rivoluzione culturale cinese e il genocidio perpetrato dai Khmer rossi in Cambogia.

L’obiettivo da perseguire, invece, con la necessaria gradualità, continuità di impegno e l’investimento di adeguate risorse sia umane che materiali, è quello di migliorare la qualità culturale e comportamentale della popolazione, oggi per vari aspetti in regresso a cominciare dall’analfabetismo di ritorno. Con particolare riguardo, comunque, all’innalzamento del livello di coscienza e responsabilità sociale e di senso civico, al di fuori possibilmente di qualsiasi ideologia e mirando semmai ad una specifica accentuazione della capacità di confrontarsi con culture diverse dalla propria, peraltro bisognosa di rafforzamento e riscoperta.

Un compito educativo o rieducativo, dunque, ambizioso e complesso quanto indispensabile per assicurare una governabilità finora cronicamente precaria promuovendo la maturazione di una società civile all’altezza delle moderne esigenze e valorizzando le migliori tradizioni, vocazioni e potenzialità del paese. Un compito, naturalmente, che spetta innanzitutto, ma non solo, alla scuola, per quanto bisognosa anch’essa di riqualificazione e potenziamento, e quindi di una decisa  inversione di rotta nella politica nazionale più recente, che non a caso contrasta in modo stridente con le tendenze negli altri paesi più avanzati e alle prese con difficoltà economiche simili alle nostre.

Un compito, inutile dirlo, il cui svolgimento in campo scolastico richiede che si vada ben oltre lo spazio, la cura e il peso didattico ridicolmente esigui sinora riservati all’educazione civica, perciò comprensibilmente trattata dagli studenti, dalle famiglie e dagli stessi insegnanti persino peggio delle ore di religione di un tempo e dell’educazione fisica. La funzione comunque insostituibile della scuola a tutti i suoi livelli dovrebbe però essere integrata da specifiche iniziative della società civile attraverso nuove forme di volontariato impegnate in un’inedita missione nazionale di ampio respiro.

Un’impresa paragonabile, insomma, mutatis mutandis, a quella inscenata nel 19° secolo dai populisti russi nell’impero zarista per risvegliare e riscattare le masse contadine dalla loro ancestrale deprivazione e arretratezza. Oppure, per citare un altro esempio meno noto, ad un progetto a malapena avviato da Maria Montessori, profetessa poco fortunata in patria ma ancor oggi ascoltata e attivamente celebrata all’estero: quello di educare gli uomini fin da piccoli a battersi per la pace dopo la traumatica esperienza della prima guerra mondiale con le sue innumerevoli e insensate carneficine.

Due secoli fa il grande Schopenhauer interpretava una nozione alquanto diffusa all’estero definendo gli italiani gente “al di sopra di qualsiasi ambizione, al di sotto di ogni bassezza”. Meno pessimista e sbrigativo del collega (che peraltro diceva peste e corna pure di lui, neanche fosse italiano), un altro colosso del pensiero non solo teutonico come Hegel, dopo avere banalmente attribuito agli italiani un connaturato e incoercibile individualismo, ammetteva che avessero “superato l’egoismo più mostruoso, degenerato in tutti i crimini” grazie al “godimento delle arti belle, trovandovi per così dire un’unità” limitata però “solo alla bellezza, non già alla razionalità, all’unità superiore del pensiero”. E così concludeva: “gli italiani sono nature improvvisatrici, in tutto dedite all’arte e al godimento sensibile. In presenza di tale indole artistica, lo Stato deve per forza essere qualcosa di casuale”.

Dopo avere bene o male smentito il poeta francese che ci definiva “paese dei morti”, sarebbe forse ora che, passati altri 150 e più anni, si rendesse obsoleta anche l’immagine dipinta dal filosofo tedesco. Ciò, ovviamente, per quanto riguarda la sua componente negativa, perché quella positiva andrebbe possibilmente conservata, nella realtà, ancorché adeguatamente contemperata. E non è certo scontato che uno sforzo di ulteriore automiglioramento comunque da farsi debba necessariamente impedirlo.

Franco Soglian 

QUALI TERAPIE PER L’ITALIA ANORMALE

Il bilancio che abbiamo provato a tracciare dell’Italia centocinquantenne (vedi parte Iparte IIparte III,parte IV parte V e parte VI) si presta alle più diverse valutazioni a seconda dei diversi possibili angoli visuali. Nel complesso, non crediamo tuttavia che possa considerarsi soddisfacente e in ogni caso, allo stato attuale, abbastanza  rassicurante per il futuro. Il paese non è certo da buttare ma le sue pecche e carenze sono innumerevoli, gravi e, nella migliore delle ipotesi, almeno pari ai suoi pregi e potenzialità. Forte sarebbe la tentazione di definirlo malato incurabile, data appunto la sua avanzata età statuale, se non fosse che mai è stato sottoposto, o ci sbagliamo?, a terapie adeguate.

Proprio su quest’ultimo punto, d’altronde, si accentra il discorso che più ci interessa, da portare avanti e poi finalmente concludere senza allargarlo troppo. Quale che sia l’esito di un attendibile checkup nazionale, sembra comunque lecito ribadire e partire dal presupposto che il paese assai raramente sia stato governato  in modo sufficientemente oculato, responsabile e lungimirante. Che ciò possa derivare anche da difetti più meno connaturati o storicamente generati del popolo italiano, lo abbiamo già rilevato. Certamente influenti sull’insolvenza delle sue classi dirigenti, non possono essere ignorati neppure in sede di esame dei possibili rimedi alle loro conseguenze.

Guvernè bin, come diceva Giolitti, uno dei migliori o dei meno peggio, non significa soltanto amministrare il paese “con la diligenza del buon padre di famiglia”, secondo una vecchia e consacrata formula. Significa anche, all’occorrenza, andare ben oltre l’ordinaria amministrazione fronteggiando con coraggio le emergenze più critiche, perseguendo con tenacia la soluzione dei maggiori problemi di fondo, sfidando se necessario l’impopolarità e le eventuali resistenze. Tutto ciò è troppo spesso mancato, come ad esempio, in modo particolarmente vistoso, all’indomani della prima guerra mondiale e nel momento cruciale della seconda, e in generale nei confronti della corruzione, della criminalità organizzata e dell’evasione fiscale.

Quanto all’impopolarità, l’ultimo della lunga serie di nostri presidenti del Consiglio, non contento di esprimere comprensione per gli evasori, benché campione dichiarato ed esaltato della liberalizzazione ha confessato di non poter mantenere le promesse al riguardo per timore di perdere i consensi delle categorie interessate. L’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, oggi novantenne, rivela invece di essersi trovato pronto a dimettersi in almeno tre occasioni se non fosse riuscito ad imporsi su questioni ritenute vitali, nel presupposto che “un capo di governo deve sempre accettare il rischio di venire deposto”.  E il generale de Gaulle, com’è noto, si ritirò a vita privata dopo la bocciatura per referendum della regionalizzazione della Francia da lui propugnata.

Nell’Italia prefascista le dimissioni dei governanti non erano una rarità; qualcuno persino eccedeva. Sono diventate estremamente rare negli ultimi tempi, che hanno visto casi addirittura madornali di attaccamento alla poltrona per nulla nobilitato da lotte ad oltranza per cause sacrosante, o almeno apprezzabili, ma incomprese. Quella di Massimo D’Alema, fattosi da parte dopo un’imprevista sconfitta in elezioni regionali, è rimasta un’eccezione. Silvio Berlusconi compie il suo “passo indietro” solo dopo una lunga e pervicace resistenza, ancora convinto di rappresentare il più grande statista della storia nazionale, godere un alto prestigio all’estero e cadere vittima del tradimento, esattamente come lamentava dopo il 25 luglio 1943 Benito Mussolini. Dal quale (qualcosa bisogna pure riconoscergli) il più recente ”uomo della provvidenza” si distingue almeno per avere rispettato, malgrado una certa disinvoltura interpretativa, le regole democratiche, a dispetto delle mire autoritarie addebitategli dagli avversari.

Frattanto, ha assunto dimensioni massicce e le forme più smaccate la moltiplicazione dei privilegi e delle prebende della classe politica in generale, l’ormai famigerata “casta”, in stridente contrasto con le ripercussioni della crisi economico-finanziaria sui redditi del grosso della popolazione e al punto da dare corpo all’immagine di una vera e propria deriva cleptocratica. Si è così giunti al più sconcertante tra i tanti primati negativi via via accumulati dal paese: i politici ed amministratori più pagati e tuttavia più inetti, e fors’anche più corrotti, dell’Occidente.

La crisi che fa incombere sull’ottava potenza economica mondiale lo spettro del default, avendo messo finora al tappeto solo la piccola e ben più povera Grecia,  ha messo tanto più a nudo l’irresponsabile imprevidenza e insipienza dei suoi governanti, non a caso trattati come inaffidabili e al limite minorati dai loro colleghi dell’Eurozona. I quali, sempre più preoccupati per la sorte della moneta comune, si sono visti infine costretti, insieme alle autorità di Bruxelles e Francoforte, a porre sotto umiliante tutela quelle di Roma per di più bersagliandole con una escalation di ultimatum.

Tutto ciò ha ulteriormente accentuato ed esasperato l’anomalia del caso italiano, di una nazione, cioè, appartenente per censo e lignaggio all’élite planetaria ma sempre afflitta da squilibri e piaghe secolari, da cronica inefficienza e instabilità politica e ora anche dall’inedita prospettiva del declino e del regresso. Si spiega, perciò, che da un lato abbia preso piede, in un paese che fino a poco tempo fa vantava livelli tra i più elevati di partecipazione al voto, la tendenza ad un crescente astensionismo e siano ricomparsi movimenti di tipo qualunquistico. E che, dall’altro, non manchino proposte di rinnovamento radicale di un sistema politico comprensibilmente giudicato non all’altezza di un compito che rimane comunque insostituibile.

L’amico Massimo Calderazzi e anche Gianni Fodella caldeggiano su questa rivista nientemeno che il rimpiazzo della democrazia rappresentativa, imperniata su parlamento e partiti, con un governo di tecnici eletti a rotazione da un consesso di cittadini selezionati periodicamente mediante sorteggio e con sistematico ricorso a referendum popolari per via elettronica, rispolverando così un antico modello ateniese debitamente aggiornato. L’idea è meno peregrina ovvero avveniristica di quanto possa apparire a prima vista. Qualcosa del genere è stato infatti già sperimentato in sede locale o regionale negli Stati Uniti e addirittura nella Cina ancora ufficialmente comunista, e magari si arriverà a realizzarla su scala più o meno vasta in un futuro non necessariamente lontano.

Essa solleva però due obbiezioni, pur prescindendo da un’analisi politologica che richiederebbe una specifica competenza. Entrambe riguardano specificamente proprio il caso italiano con la sua conclamata anomalia. Perché pensare, innanzitutto, a soluzioni così rivoluzionarie, ad una fuga in avanti così difficile da concepire in un paese che non brilla più da secoli per spirito innovativo e il cui unico esempio dato sinora agli altri e da non pochi altri effettivamente seguito, con i ben noti risultati, è stato quello di un regime fascista?

Nauseato per l’attuale condizione nazionale e affascinato dal modello Pericle, Massimo non esita ad auspicare la sua introduzione, se necessario, mediante un colpo di Stato e una dittatura ad hoc. Chi si sentirebbe di sottoscrivere data l’esperienza già fatta in materia? Qualcuno, oltre a tutto, ha ricordato nei giorni scorsi che anche il precedente ateniese non suona particolarmente incoraggiante in quanto il governo illuminato di Pericle spianò la strada alle molteplici malefatte del suo allievo Alcibiade, del resto guerrafondaio come il celebrato cugino.

Ma guardiamo all’oggi. Da quando è nata, o se si preferisce risorta, l’Italia si crede pari se non addirittura migliore degli altri maggiori Stati europei, indipendentemente dalla loro età per i più ben più avanzata; e anzi, per la precisione, dei più forti e progrediti tra essi. Se ciò avviene, diciamo, a livello ideale o retorico, a livello pratico sono questi paesi i nostri termini di riferimento abituali ed è ad essi (naturalmente con la più recente quanto ingombrante aggiunta degli Stati Uniti) che ci sforziamo più o meno alacremente e coerentemente di assomigliare. D’altra parte, tutti hanno avuto, hanno tuttora e continueranno ad avere i loro problemi, le loro crisi e le loro pecche. Nessuno, però, è gravato da trascorsi complessivamente paragonabili a quelli italiani, come abbiamo già cercato di chiarire; e, soprattutto, nessuno versa oggi in una situazione generale, di immagine e di sostanza, in termini quantitativi e qualitativi, anche soltanto avvicinabile a quella italiana.

Non mancano ovviamente punti sui quali possiamo vantare qualche superiorità, e che non bastano tuttavia a modificare una condizione di inferiorità quanto meno sotto il profilo della gestione politica. Fuori d’Italia, quest’ultima bene o male funziona, senza che si avverta un particolare bisogno di profondi rinnovamenti; neppure in Spagna, paese di democrazia giovane, di sviluppo economico recente e ancora fragile, e però governato meglio (malgrado una disoccupazione doppia della nostra) e comunque in modo molto più apprezzato all’estero, mercati finanziari compresi.

A questo punto conviene citare nuovamente D’Alema, non perché sia il moderno Aristotele bensì in quanto autore, qualche anno fa, di un libro intitolato “Un paese normale”. Personalmente non l’ho letto ma mi risulta abbia additato tra i primi un obiettivo ormai largamente condiviso: quello appunto di curare i mali nazionali senza perseguire palingenesi più o meno rivoluzionarie ma una più banale normalizzazione. La quale può significare soltanto portarsi ai livelli e moduli predominanti nel resto dell’Europa occidentale (senza dimenticare che anche buona parte di quella orientale sta progredendo rapidamente in tale direzione), cercando beninteso di salvaguardare le positive peculiarità nazionali che pure esistono.

Gli sforzi in questo senso, sinora, hanno dato frutti insoddisfacenti, ma nulla vieta e semmai tutto consiglierebbe di insistere, malgrado le delusioni. Resta però da vedere come, ossia giocando quali carte e scartando invece quali altre. Un dibattito nazionale al riguardo è tutt’altro che inedito e poco frequentato, ma pur rispondendo evidentemente ad un’esigenza largamente sentita si mantiene troppo spesso sulle generali oppure si concentra eccessivamente su temi di dettaglio. Da decenni si reclama, soprattutto a sinistra, un “nuovo modo di fare politica”, senza che nessuno abbia mai chiarito o capito in che cosa esattamente consista. A destra si contava molto sull’effetto B, ovvero sulla ventata d’aria fresca, creatività e capacità propulsiva apportata dall’avvento al potere di un grande imprenditore, di un “uomo del fare” in luogo dei profeti di “convergenze parallele”, “teste d’uovo” e dottori sottili di questo o quel colore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Nel mondo politico e tra gli studiosi ed esperti, adesso, ci si confronta soprattutto,  quotidianamente e accanitamente, su come cambiare o ritoccare il sistema elettorale, nel pur giusto presupposto dell’indecenza del vigente Porcellum. Con il dovuto rispetto per la sapienza e l’autorevolezza del professor Sartori e di altri vecchi e nuovi guru, nonché per la tenacia e l’abnegazione di Mariotto Segni e di altri combattenti per la nobile causa, sembra in realtà fatica sprecata e tempo perso. Non si vede infatti cosa ci si possa aspettare da un nuovo cambiamento della legge elettorale dopo gli esiti dei precedenti, a meno di non voler provare proprio tutti i modelli esistenti al mondo prima di dichiararsi vinti, naturalmente senza alcuna garanzia di trovare quello buono. Non è comunque intellettualmente lecito sostenere oggi che i voti di preferenza siano indispensabili quando ieri li si bollava come un invito a nozze per le mafie, oppure lamentare che i deputati non siano scelti dal popolo ma dai capipartito come se nella spesso rimpianta prima repubblica avvenisse il contrario. O, ancora, stigmatizzare l’eccessivo premio di maggioranza previsto per la Camera e rivelatosi tuttavia perfettamente inutile ai fini dell’agognata governabilità.

Stupisce quindi che anche una persona di buon senso come Romano Prodi, contrario oggi ad un governo tecnico giudicato incompatibile con il bipolarismo, auspichi l’adozione di una legge elettorale che confermi quest’ultimo; e ci auguriamo anzi, questa volta, che l’ex premier smentisca una simile esternazione dichiarandosi frainteso dalla stampa, come ormai i politici nostrani fanno quasi sistematicamente. L’esperienza dimostra in modo incontrovertibile, mi sembra, che con le leggi elettorali non si confermano, almeno dalle nostre parti, né il bipolarismo, rimasto sinora una pia illusione come a maggior ragione il bipartitismo (il cui antesignano Veltroni, peraltro, dissente adesso da Prodi), né qualsiasi loro contrario.

Di qui, per concludere, la seconda obbiezione che credo di dover rivolgere alla proposta della democrazia elettronica. Tutto lascia pensare che i più brillanti ed ingegnosi ritrovati tecnici, di cosiddetta ingegneria costituzionale o altro, forse utili per risolvere al massimo qualche problema molto specifico all’interno di un determinato sistema politico, difficilmente possano rispondere all’esigenza di crearne uno nuovo, sufficientemente funzionale, per sostituirne un altro inficiato dalla prolungata e comprovata inadeguatezza delle classi dirigenti di un determinato paese. Se i tentativi di riuscirvi sono falliti su scala ridotta, come sperare che possano andare a buon fine mirando così in alto?

Siccome però il problema di un leniniano “che fare” si pone, anzi certamente si impone all’ordine del giorno, e quindi alle proposte che non convincono è quasi d’obbligo replicare avanzandone delle altre, diciamo subito che per rimediare ai gravi difetti del sistema politico e del personale politico appare necessario tenere ben presenti anche quelli del paese in generale e del suo popolo, indissolubilmente intrecciati con i primi come si è già detto e ripetuto. Ma ne riparleremo alla prossima puntata, ossia nell’ultimo articolo di questa serie.

Franco Soglian

MIRACOLO ADDIO? I CONTI IN ROSSO DEL 150°

Non solo quelli economici…

Conclusioni sull’Unità d’Italia (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V)

Il cammino compiuto in 150 anni dall’Italia unita e indipendente è stato tanto e complessivamente proficuo, come abbiamo cercato di chiarire a puntate a partire dallo scorso aprile (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V). Lo è stato sia rispetto alle condizioni in cui versava il paese prima del 1861 sia in ciascuna fase successiva dell’intero percorso rispetto alla precedente, compreso, almeno per alcuni aspetti importanti, anche il pur relativamente breve e funesto periodo fascista. Per l’ultima (o, se si preferisce, penultima) fase, quella iniziata nel 1945, si è parlato spesso e volentieri di miracolo italiano, benché con prevalente riferimento allo sviluppo economico.

Oggi però l’insieme di ogni conquista appare per la prima volta in pericolo, inclusa al limite l’unità nazionale. Possiamo perciò renderci conto più e meglio di prima che un alcunché di portentoso debba essere intervenuto davvero, e non solo per un paio di decenni dopo la seconda guerra mondiale. Al tempo stesso, l’inedito stato di pericolo avverte che sui miracoli, ovvero su quello che una volta si chiamava lo “stellone”, non si può fare assegnamento ad oltranza. Non più, d’altronde, che sull’ineluttabilità delle “magnifiche sorti e progressive” di cui già dubitava Giacomo Leopardi.

Come non definire miracolosa, comunque, l’ascesa ai più alti livelli planetari di benessere e progresso compiuta da un paese forte sì di un patrimonio culturale con pochi e forse nessun uguale al mondo ma praticamente privo di ricchezze naturali? Da uno Stato nazionale nato sì con ambizioni persino smodate (e recidive) ma anche con radicati complessi di inferiorità, semmai via via acuiti, rispetto ad altre “potenze” ben più solide? Da un popolo, soprattutto, che non ha mai mostrato soverchia fiducia ed apprezzamento verso i propri dirigenti e che, in effetti, raramente è stato governato con perizia ed efficienza dando spesso l’impressione, anzi, di avere conseguito successi più o meno mirabolanti non grazie ai suoi reggitori ma malgrado essi?

Un’impressione, questa, che potrebbe trovare qualche conforto nell’attuale esempio del Belgio, capace di resistere alla crisi mondiale meglio di altri paesi e anzi di migliorarsi rispetto al proprio recente passato pur in assenza di un vero governo da oltre un anno. Ci siamo già soffermati, tuttavia, sul fatto che la classe dirigente italiana non viene da Marte ma è espressione più o meno genuina di un popolo certamente dotato di non poche qualità e meriti ma gravato da almeno altrettanti e ben noti difetti o, meglio, vere e proprie patologie, a cominciare da una vitalità spesso rivolta al male piuttosto che a fini costruttivi e da una reattività non meno frequentemente distorta.

Indro Montanelli sosteneva che governare gli italiani non è impossibile ma è inutile. Può darsi, ma per rendere utile il possibile occorrerebbero almeno dei tentativi improntati a sufficiente coraggio, costanza e lungimiranza. Un impegno di grande respiro, cioè, mirato in modo particolare ad estirpare o quanto meno ridimensionare le manifestazioni più macroscopiche, devastanti o paralizzanti delle suddette patologie: corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, illegalità pluriforme e dilagante. Un simile impegno è sinora mancato, e mentre sono svanite ben presto le illusioni che lo sviluppo economico potesse bastare ad eliminarle, di fatto è avvenuto semmai il contrario: il boom ne ha favorito l’ampliamento e l’approfondimento. Per di più mascherandole, in una certa misura, fino a quando l’accentuato peggioramento dei conti nazionali non ha richiamato l’attenzione anche su queste sue cause certo non secondarie.

Alle quali, tuttavia, vanno aggiunti la cronica litigiosità della classe dirigente, l’endemico frazionismo anche all’interno dei singoli partiti, l’incapacità di mantenere lo scontro politico entro limiti ragionevoli e di accettare l’alternanza al potere come un fatto naturale in democrazia anziché una sciagura e un torto imperdonabile, quando ai voti vince l’altro. Tutto ciò spiega una ben nota e tradizionale anomalia italiana come la cronica instabilità governativa, risalente all’unificazione e interrotta soltanto dal ventennio fascista. Nonostante la camicia di forza imposta per mezzo secolo dal contesto internazionale con conseguente esclusione dal potere del grosso dell’opposizione parlamentare, essa continuò infatti a caratterizzare anche il periodo repubblicano, con una durata media dei governi rimasta inferiore a due anni, e addirittura a uno contando i più gabinetti consecutivi capeggiati dalla stessa persona.

Nel periodo monarchico, agitato da ripetute crisi, turbolenze e cambiamenti di scena, persino uno statista di vaglia come Giolitti ricorreva all’espediente di temporanei ritiri per calcolo tattico non sempre azzeccato. Dopo il 1945, a movimentare non solo superficialmente la lunga egemonia democristiana e ad ostacolare la necessaria continuità di qualsiasi azione governativa provvidero le rivalità personali e i contrasti fra le varie correnti del partito di maggioranza relativa, che coinvolgevano anche i suoi mutevoli alleati.

Tutto ciò, a sua volta, contribuisce a spiegare l’altra e ancor più vistosa anomalia italiana, sempre rispetto ai paesi generalmente assunti come termine di paragone. Nessuno di questi ha subito, nella sua storia recente, tre tracolli del sistema politico nazionale attribuibili ad una sua fragilità di fondo e a sue disfunzionalità oltre che a cause esterne o piuttosto che ad esse. Non la Gran Bretagna, dove la continuità politico-istituzionale non è mai venuta meno malgrado la perdita dell’impero e il conseguente declassamento internazionale. Neppure la Francia, dove la terza repubblica è stata abbattuta dalle armate naziste lasciando però il posto ad una quarta largamente simile e dove la transizione alla quinta è avvenuta sì in circostanze drammatiche ma senza bruschi strappi.

La Germania, messa in ginocchio a breve distanza di tempo da due disastrose sconfitte militari inframezzate da una micidiale crisi economica, si è riscattata dall’onta di avere generato uno dei regimi più criminali della storia umana sfoderando quasi un modello di democrazia stabile ed efficiente, che non ha risentito scosse di rilievo per oltre sessant’anni. Anche la Spagna, dopo la tragedia della guerra civile, ha saputo uscire in modo indolore dalla susseguente dittatura franchista e adottare un sistema democratico funzionale, capace di modernizzare il paese promuovendone un rapido sviluppo e di padroneggiare poi con relativo successo, almeno sinora, l’attuale crisi economica.

Tutti questi paesi hanno dovuto affrontare come l’Italia, nella seconda metà del 20° secolo e all’inizio del 21°, sfide interne ed esterne più o meno temibili, comprese alcune forme di contestazione extraparlamentare. Le hanno però superate o almeno arginate senza gravi difficoltà, mantenendo fermi, a differenza dell’Italia, sistemi politici di tipo bipolare contrassegnati anzi, con la sola eccezione della Francia prima della svolta gollista, da una naturale, fisiologica e persino salutare alternanza al potere di due grandi partiti, uno più o meno conservatore, di destra o centro-destra, e l’altro più o meno progressista, di sinistra o centro-sinistra.

L’Italia, per contro, non ha visto solo la resa dello Stato liberale e almeno parzialmente democratico, all’assalto fascista, praticamente senza combattere e per di più non in seguito ad una sconfitta militare ma dopo una vittoria sia pure assai sudata e costosa; né soltanto, poi, il crollo della dittatura mussoliniana definibile, volendo, come un virtuale suicidio in quanto provocato dalla disfatta subita in un conflitto in cui quel regime si era lanciato nel più gratuito e irresponsabile dei modi. E’ stata altresì teatro di un terzo ribaltone, quello dei primi anni ’90, certo meno catastrofico dei precedenti ma ugualmente stravolgente nonchè classificabile come esito fallimentare di un’intera stagione o esperienza politica, di una certa gestione del sistema paese. Ad affossarla  concorsero, come si sa, un insieme di fattori: la fine della contesa planetaria tra Est e Ovest; l’usura del lungo predominio democristiano; l’offensiva della magistratura, finalmente risvegliatasi da un altrettanto lungo torpore, contro il malaffare che pervadeva i partiti, la pubblica amministrazione e il mondo economico; e, infine, la rivolta del Nord  contro il potere centrale.

Dalle macerie della cosiddetta prima repubblica ne è nata, sostengono i più, una seconda, diversa almeno in quanto gestita da formazioni politiche e protagonisti in gran parte nuovi ma soprattutto perché animata da diffuse aspettative di mutamenti in meglio. Di due, in particolare, apparentemente condivisi in larga misura: una gestione della cosa pubblica in generale meno infestata da abusi, pratiche illecite e affarismo dopo il drastico repulisti giudiziario, per un verso, e più stabile a livello governativo, per un altro, grazie all’instaurazione di un sistema bipolare e magari tendenzialmente bipartitico.

In entrambi i casi, sfortunatamente, le speranze si sono rivelate illusorie, al punto anzi da trovarsi di fronte a ulteriori e vistosi deterioramenti su tutta la linea. La corruzione e gli altri tipi di malaffare non hanno tardato a risollevarsi dai colpi ricevuti da Mani pulite, ad espandersi (come provato dal succedersi quasi quotidiano dei relativi scandali, utili peraltro, si direbbe, solo a confermare la diffusione del fenomeno) e ad aggravare la loro incidenza sui conti del paese. Il che non stupisce, e men che meno può stupire quanti denunciano a gran voce la cosiddetta supplenza della magistratura, ossia la sua pretesa invasione di un campo altrui. E’ vero infatti che, fermo restando il dovere di procuratori e giudici di perseguire ogni singolo reato, il compito di affrontare e se possibile risolvere il problema nel suo complesso toccherebbe alla politica. La quale, però, non ha mosso un dito, e semmai l’ha mosso in direzione opposta.

Quanto al bipolarismo, si è ben presto dimostrato precario, sterile e persino dannoso. Nel giro di 17 anni si è votato cinque volte per il rinnovo del parlamento di cui due per elezioni anticipate a causa della frana di una coalizione di centro-destra (1996) e di una di centro-sinistra (2008). Solo due legislature su cinque, insomma, hanno raggiunto la prevista durata quinquennale, e al momento attuale pare improbabile che possano diventare tre con l’arrivo di quella in corso alla normale scadenza del 2013.

Si parla spesso e volentieri di periodo complessivamente dominato dalla figura di Silvio Berlusconi, che ne sarà sicuramente stato il personaggio di maggiore spicco, in senso però anche, se non soprattutto, negativo. In realtà il Cavaliere è stato battuto due volte ai voti dal suo rivale Romano Prodi, sia pure solo di strettissima misura e con effetto effimero, la seconda volta (2006), e comunque al termine di un quinquennio, l’unico completato sinora dal governo di centro-destra, caratterizzato dall’inconcludenza e da un bilancio non meno deludente di quello dei governi di centro-sinistra nel quinquennio precedente, se si esclude l’ingresso in zona euro. In altri termini, il periodo diciamo pure berlusconiano si chiuderà, salvo sorprese, senza che il suo denominatore abbia ottenuto un solo rinnovo immediato dei propri tre mandati.

Nulla di paragonabile, quindi, alla durata in carica e alle pur sempre discutibili realizzazioni di altri mattatori della scena politica europea negli ultimi decenni, quali ad esempio Margaret Thatcher e Tony Blair in Gran Bretagna, Kohl e Schroeder in Germania, Mitterrand in Francia e lo stesso Zapatero ora dimissionario in Spagna. Tutti sostenuti, costoro ed altri, da maggioranze relativamente solide ed omogenee, che sono invece mancate a Berlusconi, al di là delle vantate apparenze numeriche, per non parlare di Prodi, prima sloggiato da un complottino paratrasversale D’Alema-Bertinotti-Cossiga e poi vanamente cimentatosi nel compito proibitivo di rendere operante e tenere insieme una coalizione superaffollata di gente di ogni colore. Il suo rivale, invece, poco dopo avere smentito le previsioni sbaragliando la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto praticamente all’indomani della propria “discesa in campo”, incassò l‘abbandono da parte della Lega Nord, che in seguito ripristinò l’alleanza iniziale avendo già dato però un primo segnale della difficoltà di contemperare il proprio particolarismo regionale con le istanze e le esigenze di un grande partito nazionale come Forza Italia.

Per alcuni anni sembrò peraltro che a questo riguardo le cose si potessero in qualche modo aggiustare, ma il peggio per il centro-destra doveva arrivare proprio col tentativo di entrambi gli opposti schieramenti di rafforzare il bipolarismo. Il buon esempio venne dal centro-sinistra con la fusione tra DS e Margherita dopo la caduta del secondo governo Prodi, ma alla pur onorevole sconfitta del neonato Partito democratico nelle elezioni del 2008 seguì la sua progressiva perdita di consensi e di credibilità a causa della manifesta e crescente disarmonia tra la componente post-comunista e quella di ispirazione cattolica.

Berlusconi si era affrettato a replicare con l’unificazione tra Forza Italia e la post-neofascista Alleanza nazionale nel Popolo della libertà, la cui prima ripercussione fu il distacco dal blocco di centro-destra dell’UDC di Casini. Due anni più tardi è stata la volta di Gianfranco Fini, presidente del Senato e già leader di AN, a rompere con il premier e a fondare un suo partitino, simmetrico a quello cui aveva appena dato vita, uscendo a sua volta dal PD, Francesco Rutelli, già candidato premier del centro-sinistra sconfitto da Berlusconi nel 2001. Nel frattempo il PD subiva una certa emorragia anche sul versante opposto a vantaggio della più forte formazione, capeggiata dal “governatore” della Puglia Nichi Vendola, emersa dall’ennesimo rimescolamento dell’estrema sinistra dopo la disfatta nelle elezioni del 2008 con conseguente esclusione dal parlamento.

La confluenza di Casini, Fini e Rutelli in un terzo polo quanto meno embrionale ridimensionava già di per sé i due maggiori, il cui concomitante indebolimento veniva messo in ulteriore risalto dal succedersi dei sondaggi d’opinione che confermavano l’avvento di un nuovissimo partito di maggioranza relativa: quello idealmente formato dalla parte più delusa dell’elettorato che si rifiutava di esprimere qualsiasi preferenza. Un’altra bocciatura, dunque, del bipolarismo, la cui crisi coincideva con quella della coalizione governativa, che la sola defezione finiana bastava a far barcollare malgrado la decantata maggioranza “bulgara” di cui godeva in parlamento. 

Berlusconi si è salvato, sinora, recuperando una parte dei seguaci di Fini e prezzolando in vario modo un certo numero di disertori di altri partiti e di deputati indipendenti, a dispetto delle promesse ed aspettative di una politica più pulita e trasparente che avevano accompagnato la discesa in campo di un imprenditore straricco anche contro i politici di professione. Aspettative analoghe sono state inoltre frustrate dalla sempre più copiosa divulgazione dei costi della politica, ossia degli spesso smisurati emolumenti e privilegi  accumulati dalla “casta” di gestori eletti e non eletti della cosa pubblica, al centro come in periferia e senza distinzioni di colore. Costi, naturalmente, tanto più ingiustificabili in una fase in cui la crisi economica impone pesanti sacrifici al comune cittadino, già colpito dal continuo aumento della pressione fiscale (anche qui, contrariamente ad enfatiche e ribadite promesse), e in particolare al contribuente onesto o senza via di scampo, vittima indiretta della massa impunita degli evasori.

Berlusconi è stato messo altresì alle strette dalla lamentata persecuzione giudiziaria, forse davvero tale in qualche misura ma pur sempre da rapportare all’eccezionalità del personaggio, con il suo plateale conflitto di interessi, impensabile in qualsiasi altro paese democratico, il suo disinvolto approccio allo Stato di diritto e i suoi comportamenti pubblici e privati. Dannosi fra l’altro, questi ultimi, per l’immagine del paese soprattutto oggi che esiste un particolare bisogno dell’altrui solidarietà e comprensione.

L’Italia politica, in verità, non ha mai goduto di molta considerazione all’estero; i suoi sforzi per farsi accettare da inglesi, francesi e tedeschi come partner paritario nella guida dell’Europa più o meno unita, ad esempio, si sono sempre scontrati con un malcelato fastidio risultando spesso patetici oltre che vani. Ma ormai si è arrivati all’emarginazione pressocchè totale, e per di più con modi bruschi, cosicchè un premier crociato dell’anticomunismo deve accontentarsi dell’amicizia del russo Putin, campione della democrazia “guidata” e un po’ nostalgico dell’URSS.

La resistenza di Berlusconi alle multiformi pressioni per un suo “passo indietro” è d’altronde agevolata dalla persistente pochezza dell’alternativa offerta dal centro-sinistra, sempre incerto innanzitutto se identificarsi più come centro oppure come sinistra. Ma anche se quelle pressioni avranno comunque successo e se, ad esempio, un eventuale governo tecnico riuscisse a sventare le minacce contingenti che incombono sul futuro del paese in campo economico-finanziario, nessuno dovrebbe illudersi e men che meno cantare vittoria: i problemi nazionali di fondo che si trascinano da un secolo e mezzo o che sono sorti più di recente resterebbero tutti sul tappeto.

Franco Soglian