ITALY: WHY SO MANY SUMMONS TO DEFEND DEMOCRACY

If I were a pollster I would quiz you and me with the following riddle: “When several observers or politicians warn that an imminent danger menaces the Italian institutions, what do they mean? What are they afraid of?”

The trite answer -Berlusconi with his money, Tv channels and shady connections might make a try at dictatorship- appears kind of unplausible in view of the Premier’s difficulties after years of wear and tear. I am volunteering an answer: what the Cassandras prophesy is the coup d’état of somebody else than Berlusconi, somebody who in theory could even work for Berlusconi, but more probably would topple both the premier and his enemies.

Striking resemblances, I believe, exist between today’s Italian state of affairs and the situation of France in the twelve years of the Fourth Republic (1946-58), also the situation of Spain after the Annual (Morocco) military disaster of 1921, followed by the violent turmoil, both political and social, that tormented the domestic scene.

The health of France was restored by an illustrious physician called Charles de Gaulle. In 1923 Spain did not have such a great man; but a non-victorious general emerged, Miguel Primo de Rivera, who simply possessed the grit and the know-how to employ the customary tool of the 19th century in Spain- pronunciamiento, or military coup. For at least five years the success of Primo’s regime was strong. Even leftist historians concede that to general Primo (who assumed the official title of Dictador) went the almost unbounded consensus of the nation. Only intellectuals and militant fringes opposed the regime, until a financial crisis and the Spanish reverberations of the Great Depression erupted. F.Largo Caballero, a leading socialist who headed the nation’s most powerful unions and in 1937 will be the prime minister of the leftist Republic, supported Primo. In fact the political line and measures of the government favored the socialist movement, to the damage of the privileged classes.

Unlike past-century Spain, Italy does not have a tradition of top brass who practice politics. But her context shows some traits in common with so many emergent countries where often power struggles have been won by the sudden exercise of force by young colonels or junior generals, more or less connected with political groups but always enjoying popular support. The material, immediate tools of subversion are tanks and battalions, but the real force of the insurgents is popular dissatisfaction with civilian, normally corrupt and/or inefficient rulers.

Of course the frame of the European integration is hostile to any try at military intervention in civilian affairs. But would Brussels really mobilize international divisions to crush an hypotetical coup in a member State of the Union?

So my impression is: those who give notice of approaching danger to the Republic, really are conscious that a great many Italians are so fed-up with their politicians and institutions that they would acclaim a coup d’état. Some limited bloodshed could not be ruled out -not necessarily, though. Horse-sense would rather imply a wide and easy acceptance of new rulers. Isn’t such acceptance a millenary custom of the nation? Wasn’t Il Duce totally and willingly accepted in his first, say, 16 years in office?

A.M.C.
(da DailyBabel)

NÉ EROI NÉ MERCENARI

Rubrica: per capirci meglio.

Altri quattro militari italiani sono caduti in Afghanistan. Il contrasto tra opposte reazioni è stato stavolta meno assurdamente aspro che in precedenti occasioni analoghe. Non è però mancato del tutto e si ripeterà con ogni probabilità nel prossimo futuro, benché non sia il caso di augurarselo. Eppure dovrebbe essere chiaro a qualsiasi mente serena che le vittime dell’interminabile conflitto asiatico possono essere esaltate come eroi o bollate come mercenari solo ai fini della più cinica strumentalizzazione. Da parte, rispettivamente, dei sostenitori e degli avversari della nostra partecipazione ad esso, identificabili o meno come guerrafondai incalliti gli uni e pacifisti ad oltranza gli altri. Meritavano di essere almeno onorati come eroi o martiri i soldatini di leva semi analfabeti della prima o anche seconda guerra mondiale retribuiti con cinque sigarette (della peggiore qualità) al giorno e mandati tranquillamente al macello spesso senza sapere perché e contro chi; capitava del resto anche nella più evoluta Francia ed è accaduto più di recente tra gli invasori sovietici della Cecoslovacchia nel 1968. Oggi al loro posto si trovano militari di professione per libera scelta, muniti come minimo di licenzia media e retribuiti con regolare stipendio, sensibilmente aumentato in caso di missioni belliche o parabelliche all’estero. Verosimilmente ben consapevoli, inoltre, dei rischi che corrono, peraltro pur sempre molto inferiori a quelli dei fanti lanciati dal maresciallo Cadorna all’assalto frontale di massa nelle undici offensive per conquistare Gorizia. Si arruolano, di regola, non per patriottismo o per amore delle armi ma per sbarcare il lunario o comprarsi la casa, cioè per finalità non particolarmente nobili ma del tutto legittime, specialmente laddove la disoccupazione giovanile dilaga, come nel nostro Mezzogiorno, e spesso le uniche alternative ad un lavoro onesto sono offerte dalle mafie. Quando perdono la vita, meritano dunque cordoglio e rispetto esattamente come le vittime del lavoro in generale; né di più, né di meno. Quanto poi alla guerra in questione, è un altro discorso.

Nemesio Morlacchi

BESTSELLER SENZA OBBLIGO DI IDEE

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Mi imbatto in un vecchio libro di Gian Antonio Stella, Lo Spreco. Italia: come buttare via due milioni di miliardi, Baldini & Castoldi, 2^ ediz., 1998 (tutte le malefatte espresse in lire). “Il più duro atto d’accusa -recita il risvolto di copertina- mai scritto contro le scelleratezze della pubblica amministrazione. Un reportage agghiacciante”. La copertina avverte che “la composizione di una mappa dettagliata degli sprechi è temeraria, se non proprio impossibile”. Ogni riga del libro, si può dire, è uno scandalo repubblicano. A circa 33 righe per pagina, su 368 pagine, Lo Spreco potrebbe risultare il catalogo di dodicimila scandali, più o meno. Ma l’editore ha ragione, enumerare le malefatte di regime è come contare le stelle del cielo.

Non così arduo, invece, derivare un catasto delle ruberie dalle 16 pagine del capitolo XIV, “I privilegi della classe politica”. Un capitolo precursore, apre i sentieri alla “Casta”, il prodigioso bestseller di G.A.Stella e Sergio Rizzo. Qui, a differenza degli altri capitoli, il tutto è focalizzabile su pochi esempi. “Il senatore Arturo Guatelli non mise mai piede a palazzo Madama. Riceve un vitalizio di oltre 39 milioni netti all’anno, senza avere posato nemmeno per un minuto le terga sul suo seggio virtuale” (spiegazione: la legislatura finì’ poche ore dopo la nomina quale primo dei non eletti). Guatelli:”Non sono abituato a buttare i soldi dalla finestra. Capisco che si tratta di un privilegio ma la legge non l’ho inventata io”.
Giovanni Valcavi, altro peon della Camera Alta, vi sedette per tre mesi. Assegno a vita, 3 milioni al mese. Nel 1996, riferisce Stella, gli ex senatori a riposo erano 752, più 391 vedove o eredi di defunti. I pensionati d’oro della Camera, 1188. Dice la legge che un parlamentare può andare in pensione a 60 anni se ha fatto una legislatura, a 45 se ne ha fatte quattro. A tutti i non eletti viene data una ‘indennità di reinserimento’ (quasi fossero ex detenuti, nota faceto l’Autore). .

Al Parlamento europeo i nostri deputati non sfigurano: .

Il sommo bonzo repubblicano Oscar Luigi Scalfaro in gioventù fece il magistrato per quattro anni, poi passò in politica; nell’aspettativa raggiunse il massimo della carriera togata. La somma tra indennità quirinalizia, poi di senatore a vita, più i vari vitalizi, è impressionante, protetta da un velo di segreto secondo Stella. Il deputato Mirko Tramaglia tuonò: “Da 40 anni in Parlamento, Scalfaro ha continuato a percepire lo stipendio di giudice ed è andato in pensione come presidente di Cassazione” (leggiamo sempre ‘Lo Spreco’).

Il suggestivo capitolo si chiude con Affittopoli: . Manca, osserviamo noi, il principesco appartamento di Nilde Iotti. Se non ricordiamo male, superava alquanto i mq di De Mita; ma anche i suoi emolumenti e appannaggi reggono bene il confronto: eletta ventiseienne nel 1946 e sempre rieletta fino al 1992. Una vita di abnegazione e lotte proletarie.

Basta, tutti sconci ben noti. Dai giorni de “Lo Spreco” è scorso un vasto fiume, gonfio di acque, liquami e relitti della virtù repubblicana. Si diano pace coloro che morirono (e uccisero) per abbattere quell’altro regime. Poi è venuta la requisitoria terribile della “Casta” ma il male ha ulteriormente trionfato: oggi qualche politico ottiene le case in proprietà, non in affitto.

Più nessuno ignora che la ricchezza nazionale è alla mercé di politici, burocrati e boiardi mostruosamente voraci. La bulimia (=fame insaziabile) ha colpito duro: mezzo milione di persone, dai leader eccelsi all’ultimo portaborse, ultimo consigliere di zona, ultimo geometra di ufficio tecnico comunale. Mezzo milione di ladri. La libertà e la democrazia sono beni incommensurabili ma hanno un costo: les voleurs che eleggiamo o ingaggiamo, più parenti e compari. Sono i nostri narcos, solo che delinquono in modi diversi dalla Colombia e dal Messico.

Tuttavia. Chiuso “Lo Spreco”, una domanda. Perché non un rigo, nel libro, su come liberarci? Siamo condannati senza speranza? Non eravamo una nazione di intelligenti, sprizzanti genio latino? Oppure i grandi giornalisti sono esenti dall’obbligo di avere idee?
Al contrario della rassegnazione dei grandi giornalisti, affermiamo che la salvezza è possibile. La professione di politico andrà cancellata. I burocrati e i boiardi andranno “decimati”: uno ogni dieci licenziato e spogliato di tutti (gli altri nove capiranno). Beninteso, purché si cancellino i diritti acquisiti, si correggano i codici e gli stipendi tornino ai livelli di quando Giovanni Lanza, presidente del Consiglio (1869-73), andava in persona ad aprire la porta di casa.

Le leggi del mercato non permetteranno? Infatti: un po’ dovremo uscire dal mercato, svezzandoci dal benessere e dagli alti consumi.

A.M.C.

UNA RICETTA CHE AVVELENA

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Quel giorno di agosto un’ascoltatrice affranta telefona a Sergio Rizzo, conduttore di una rassegna dei giornali a Radio Tre: l’Italia è la sentina di tutti i mali, mai la politica è stata così costosa e sporca, dovunque guardi è desolazione, non esiste un partito o un personaggio che sia migliore degli altri, che devono fare i cittadini? Laconica risposta del celebre giornalista: “votare”. Poi, per spiegarsi meglio, “votare”.

In mancanza di interpretazioni autentiche, il ‘votare’ di Rizzo vuol dire negare il voto al partito X e darlo a quello Y. Ora, Sergio Rizzo ha conseguito fama e meriti imperituri scrivendo con G.A.Stella un libro, La Casta, che ha avuto un successo fenomenale, sbaragliando ogni record di vendita. Ingenuamente, in molti credemmo che la requisitoria di Rizzo e Stella avrebbe ferito gravemente il regime. Invece il regime ha incassato tutto senza un ematoma, senza un’escoriazione. Le ruberie si sono ingrossate.

E questo passi: con tutte le sue tabi, l’impero d’Oriente durò mille anni. La Chiesa romana, con tabi più gravi, duemila e va verso il terzo millennio. La partitocrazia/cleptocrazia italiana appartiene alla stessa categoria, organismi molto malati, però perenni. Rizzo e Stella dunque hanno tentato una missione impossibile. La Casta è stato uno sforzo prodigioso e senza speranza. Questo sì. Ma che dire di quel precetto ‘votare’ emesso nel 2010, a metastasi cancerosa conclamata? Che pensata è punire i farabutti X della Casta e premiare i farabutti Y? Cosa succede a Sergio Rizzo?

La verità è che l’intero pensare politico italiano è, ai piani alti, perfettamente incapace di concepire alternative a ciò che ci affligge, e nemmeno vie di fuga. Le analisi dei nostri mali sono realistiche, anche condivise. Soluzioni nessuna, per alto che sia il rango dei politologi. Si sentono troppo soci e mezzadri del potere. Quasi che l’Ancien Régime sorto nel 1945-47 sia una categoria eterna.

Eterna non è. Il congegno montato da De Gasperi Togliatti e Nenni è persino più precario del Muro di Berlino.

A.M.C.

WILL GIANT SUDAN SPLIT?

I have been listening to an African Catholic bishop narrating the modern occurrences of his country, Sudan. The very tall, forceful prelate, 60 or so, was describing the last two civil wars of Sudan with remarkable restraint, but since 1975 three and half million people lost their life. He did not really inveigh against Islamic fundamentalists, although they are there the harsh adversaries of Christians. He never mentioned Omar el Bashir, the Sudanese president whom the international Penal Court indicted for extremely grave crimes (Bashir is not universally condemned -a number of observers defend him).

So much moderation was the reason why I listened to the bishop with additional respect. Besides, if it’s written in Destiny that the Black Continent is going to have a better future, Sudan will be in the forefront of the future. Since many years its agricultural potential is estimated huge. It is already an important producer of cotton, peanuts, sugar cane, sesame. The semisocialist regime of progressive officers nationalized and developed the very fertile, Nile irrigated plains of the Northern region.

Sudan gravitated on Egypt along the millennia, and even gave a few pharaos to the Nile kingdom. Approximately two centuries ago the Egyptian sovereign, kedivé Mehmet Ali, perfected the conquest of the country and in 1823 built a capital, Khartum, at the confluence of the two Niles, Blue and White. When Egypy fell to the British, Sudan shared the fate.

But Sudan was the headstream of the Muslim revivalism and of several jiads (holy wars) in the 19th century. More exactly, it was in the second half of the 18th century that Othman dan Fodio succeeded in establishing a sort of caliphate in West Sudan. The Fodio caliphate even appeared robust enough to stop the British colonial expansion in the immense subsaharian space. In 1848 sheik Muhammad Ahmed proclaimed himself the Mahdi, the Saviour, and in 1885 his jihad defeated British general Gordon Pasha (who was slain when Khartum was conquered by the army of the Mahdi). General Kitchener vindicated Gordon in 1898. From that moment Sudan belonged to the Egyptian-British condominium. In 1956 Sudan obtained independence from Gamal Abdel Nasser.

The new nation, immediately controlled by the military class, was and is predominantly Arab and Moslem in the North; black, animist and partially Christian in the South where our bishop sits. The South has been rebellious since 1956. In 1991, when Khartum proclaimed the law of Islam, the situation of the Sudanese Catholics became extremely difficult. Missionaries were expelled and the ranks of the local Church forcibly reduced. But the Church was resilient: today there are nine Catholic dioceses and the faithfuls became more numerous. So when our Bishop announces rather emphatically that the important referendum of January 11, 2011 will probably give independence to the South, ending its multisecular subservience to the North, he speaks from knowledge and authority.

The natural objection is of course that a new sovereign state is likely to be the bane of common people. New officialdom, new burocracies, new superfluous diplomacy, new defense establishment, i.e. perpetuation of poverty and injustice. Then nobody can be sure that the bloody strife will cease simply because the independentist Blacks and Christians might win a referendum.

But who can say. Positive quirks of History are always possible. Among other things, China is increasingly involving herself in the rise of Africa as a source of raw materials, as a market, as a partner in civilization. Maybe the South Sudanese will learn from China rather than from the former colonial masters. Most African republics imitated the Western ways, and the results were far from good.

Then oil was discovered in the South. This can work both ways, giving impetus to a new State or to its enemies: will the nilotic giant gently renounce to oil?

A.M.C.
(da DailyBabel)

VSIATKI

CORRUZIONE IN RUSSIA: SISTEMICA

La corruzione è il problema più grave della Russia, annunciava cinque anni fa l’Economist, e non è detto che ci ripensi dopo la recente estate di fuoco. Era la Russia gratificata da una crescita economica impetuosa ancorché alimentata quasi esclusivamente dai proventi dell’esportazione di petrolio e oscurata dal crescente divario tra ricchi (con i malfamati “oligarchi” in testa) e poveri. Cominciava ad emergere un inedito ceto medio più o meno borghese, con annesse prospettive di sviluppo della cosiddetta società civile e di sperata evoluzione democratica di un regime semi-autoritario e discretamente repressivo, e peraltro capace di assicurare stabilità politica e maggiore considerazione internazionale rispetto all’ultimo decennio del secolo scorso.

Per contro, la principale erede dell’URSS doveva fare i conti non solo con la persistente aggressività del terrorismo e della criminalità, organizzata e non, ma anche, appunto, con la corruzione. Con un antico morbo, cioè, diffuso e saldamente radicato in ogni angolo dell’immenso paese, e appena più accentuato in Cecenia e dintorni, già devastati dallo scontro con il separatismo locale e l’estremismo islamico. Un flagello che non risparmiava alcuna componente della società e dell’apparato statale: politica e burocrazia, mondo degli affari e magistratura, forze armate e forze dell’ordine. Una piaga, per di più, in via di estensione. Alla fine degli anni ’90 la Russia si aggirava intorno ad un già indecoroso ottantesimo posto nella classifica mondiale della corruzione. Nel 2005 è precipitata al 126°, condiviso con Niger, Sierra Leone e Albania, e nel 2008 al 147°, in compagnia di Bangladesh, Kenya e Siria. Il voto era 2,1 su 10, contro il quasi 8 della Germania, il 7 abbondante degli Stati Uniti, il 3,5 della Cina.

A differenza di quanto accadeva nell’URSS, dove singoli corrotti venivano di tanto in tanto persino giustiziati ma parlare di corruzione come malanno nazionale poteva condurre in carcere o in manicomio, nella Russia post-comunista il tema non è affatto tabù. Denunce di varia provenienza e sollecitazioni di contromisure non sono mai mancate, né sui media, benché via via addomesticati in larga parte, né in parlamento. Appositi progetti di legge, risalenti al lontano 1994, sono rimasti tuttavia arenati per lunghi anni, sicuramente per cattiva volontà dei rappresentanti del popolo ma anche per il disinteresse o lo scarso impegno al riguardo dei massimi dirigenti, dato che la grande maggioranza della Duma è ligia al potere supremo pur con qualche libertà di critica. Del caso più eclatante di messa sotto accusa per corruzione è stato vittima politica un capo del governo, Michail Kasjanov, destituito nel 2004 probabilmente per avere coltivato ambizioni presidenziali, trovandosi tra l’altro alla testa proprio di un sia pur inerte comitato per la lotta contro la corruzione.

Qualcosa sembra però essere cambiato a partire dal 2008, l’anno in cui la crisi economica mondiale ha cominciato a ripercuotersi, ben presto duramente, anche sulla grande Russia “emergente”. Una coincidenza, verosimilmente, non casuale. La corruzione ha i suoi costi, nella fattispecie oltremodo elevati e ovviamente tanto più onerosi nella nuova situazione. Il volume complessivo dei movimenti di denaro a scopo corruttivo è stato stimato in 250-300 miliardi di dollari all’anno, pari a circa un quinto del Pil e al doppio del bilancio federale. Il grosso di questa cifra viene sborsato dalle imprese, con un versamento medio che tra il 2000 e il 2008 sarebbe cresciuto da 10 mila a 130 mila dollari. Oltre due terzi degli uomini d’affari, secondo il ministero dell’Interno, erano coinvolti nel giro, e alla corruzione veniva destinata più della metà degli introiti della criminalità.

Gli imprenditori, compresi i grandi manager anche statali o parastatali, accampano come scusa la necessità di ottenere entro tempi ragionevoli, o di ottenere tout court, le diecine di permessi e autorizzazioni lesinate da una burocrazia tanto avida quanto pletorica; il numero dei pubblici dipendenti è raddoppiato in una quindicina di anni, a dispetto dell’incessante declino demografico. Minori scuse, al di là delle retribuzioni generalmente parche, possono trovare quanti estorcono ai (o accettano dai) comuni cittadini, per tutta una serie di prestazioni od omissioni, versamenti il cui ammontare complessivo contribuisce, pare, per il 15-20% al totale del denaro sporco circolante. Si tratta, in questo caso, della “corruzione bassa”, ossia delle bustarelle intascate, in base a vere e proprie tariffe, da poliziotti, insegnanti, medici e altro personale sanitario, ecc. Bassa, ma non per questo meno nociva e temibile, come avverte da tempo uno dei personaggi pubblici più impegnati a combatterla (Vedi nota).

I danni che un simile stato di cose infligge al paese, per quanto non esattamente misurabili, sono sicuramente ingenti. Quelli subiti dall’economia nazionale ammontano, secondo certi calcoli, a 20 miliardi di dollari all’anno. Mentre le imprese, tuttavia, possono sempre scaricare i costi delle tangenti su consumatori, utenti, ecc., questi ultimi sono impotenti difronte a prezzi che proprio per quella causa vengono autorevolmente giudicati almeno tre volte superiori al giusto. Con ogni probabilità, inoltre, la corruzione concorre a spiegare come mai in Russia, in piena crisi finanziaria con conseguente recessione, i prezzi al consumo abbiano continuato a salire mentre nel resto del mondo (benchè non in Italia, ma qui una parziale analogia non è certo casuale) incombeva lo spettro della deflazione.

Questo dunque lo sfondo su cui, nell’ultimo biennio, si è finalmente dispiegata una campagna ufficiale contro il malaffare che ha avuto per principali protagonisti i due massimi esponenti politici del paese. Come su altri fronti, anche qui il nuovo presidente della federazione russa, Dmitrij Medvedev, ha sfoderato un impegno più vistoso del suo predecessore, Vladimir Putin, retrocesso (forse solo temporaneamente) a capo del governo ma generalmente ritenuto tuttora l’uomo forte del regime. Se Putin ha quanto meno superato la propensione a minimizzare il fenomeno o a considerarlo con un certo fatalismo, Medvedev ha fatto della lotta contro la corruzione, ancor prima di entrare in carica, un proprio cavallo di battaglia, propugnando un programma nazionale diretto a risolvere un “problema sistemico” e assumendone personalmente le funzioni di promotore, supervisore e controllore. Con quali esiti? Poco soddisfacenti, per il momento, anche se nessuno poteva illudersi di estirpare su due piedi un male plurisecolare muovendo guerra al quale, da Ivan il terribile in poi, i vari reggitori del paese hanno subito solo sconfitte, come avvertono storici e uomini di cultura russi.

Critiche anche aspre, comunque, non sono mancate a quanto finora è stato messo in campo per raggiungere l’obiettivo. L’apposita legge faticosamente approvata dalla Duma ha finalmente recepito, ma solo in parte, norme e misure previste dalle convenzioni internazionali che la Russia ha da tempo sottoscritto. Al centro dell’attenzione e delle attese sta l’obbligo per tutti i pubblici funzionari di dichiarare pubblicamente redditi e proprietà familiari per rispondere poi di eventuali discordanze con il tenore di vita. All’adempimento hanno cercato di sottrarsi, senza successo, i dipendenti del ministero dell’Interno, compresi i membri della polizia già saldamente in testa nelle graduatorie di impopolarità. Resta ancora da piegare, invece,la resistenza del personale dei servizi di sicurezza, delle dogane e del ministero degli Esteri, che accampano un diritto professionale alla segretezza. I critici, d’altronde, sostengono che l’obbligo della trasparenza rimarrà facilmente eludibile se continuerà a riguardare soltanto beni e introiti del funzionario, del coniuge e dei figli minorenni senza estendersi, come molti reclamano a gran voce, anche agli altri congiunti. E che, inoltre, occorra comminare la confisca di quanto acquisito illegalmente, punire i trasgressori con il licenziamento anziché con semplici multe e vietare qualsiasi regalia ai servitori dello Stato anziché fissare solo un tetto di 3 mila rubli.

Sul piano amministrativo un decreto presidenziale ha prescritto la creazione di commissioni anticorruzione in tutti gli organismi statali, formati da rappresentanti dei loro quadri e presiedute dai loro vice direttori. Dalla competenza anche sanzionatoria di tali commissioni sono però esclusi i funzionari superiori nominati dal presidente della federazione e dal governo. Sembrano perciò ignorate le invocazioni, provenienti anche da detentori del potere periferico (adesso non più eletti dal popolo ma nominati dal Cremlino, in omaggio al principio della “verticalità”), di un buon esempio che deve venire dall’alto se si vogliono ottenere risultati. In linea generale, l’idea lascia scettico, fra gli altri, il vice presidente della commissione della Duma per la sicurezza, Gennadij Gudkov: “Non credo all’efficacia di un controllo da parte di funzionari su altri funzionari. Se mandiamo un caprone a sorvegliare l’orto, non mancherà di conciare da par suo qualche aiuola. Si scateneranno guerre tra le varie sezioni perché tutti cercheranno di inviare propri uomini in queste commissioni”

Gudkov preferirebbe un controllo parlamentare. Ma anche la credibilità dei rappresentanti del popolo in materia è oggetto di forti dubbi. Qualche aspettativa di più si appunta sulla magistratura, meno impopolare di altre categorie malgrado la sua prevalente deferenza verso il potere politico e la sua non granitica incorruttibilità. In effetti i tribunali hanno cominciato a condannare con maggiore frequenza e severità corrotti e corruttori, talvolta anche di rango. Nella rete della giustizia hanno continuato tuttavia a cadere soprattutto i pesci piccoli, e senza che ciò bastasse ad impedire un aggravamento del male nel suo complesso. Secondo dati del ministero dell’Interno, ricavati da quanto emerso in sede giudiziaria, nella prima metà di quest’anno la mazzetta media è aumentata da 23 mila a 44 mila rubli; ancora molto poco, peraltro, visto che l’ammissione in alcune facoltà universitarie può costare fino a 100 mila dollari. Georgij Satarov, direttore di un istituto di ricerca indipendente, osserva in proposito che se la giustizia fosse stata meno tenera con i pesci più grossi quella media sarebbe aumentata di varie centinaia di volte.

Qui naturalmente il discorso non può non sconfinare sul terreno politico. Non pochi in Russia insistono a confidare in ritrovati tecnici più o meno sofisticati per venire a capo del problema, guardando magari a modelli stranieri come ad esempio quelli collaudati in Corea del sud, a Hongkong o a Singapore. Si continua ad additare anche l’esperienza italiana, sorvolando apparentemente sul carattere effimero, nella migliore delle ipotesi, dei successi di Mani pulite. L’opinione pubblica meno timida obietta che il problema potrà essere avviato a soluzione solo nel quadro di un sistema più sostanzialmente democratico, fondato sui controlli dal basso oltre che su uno stato di diritto meno carente di quello attuale. Anche se qui, invece, l’esperienza italiana, e non solo italiana, dimostra che la democrazia sarà indispensabile ma non è certo sufficiente.

Nel caso russo, ostacoli specifici da superare sono sicuramente la persistenza di un settore economico e finanziario statale non solo massiccio ma in via di ulteriore espansione e le peculiarità di questa stessa ristatalizzazione, che qualcuno d’altronde non esita a bollare in quanto destinata in ultima analisi a favorire interessi privati. La diffusa commistione tra politica e affari era già evidenziata al più alto livello, per un verso, dalla presenza di numerosi ex dirigenti e collaboratori dell’FSB, il servizio segreto erede del KGB sovietico dal quale proviene Putin, al vertice di grandi imprese e organi statali. Per un altro, dal fatto che mentre gli oligarchi ribelli a Putin sono stati costretti all’esilio oppure spogliati e incarcerati come il ben noto Chodorkovskij, i tanti altri rimasti devoti all’ex presidente hanno continuato a prosperare malgrado la crisi e la profonda ostilità che li circonda nel paese. La destituzione in settembre del sindaco di Mosca, Luzhkov, per eccesso di affarismo e arricchimento illecito, sembra un segnale solo parzialmente positivo, tenuto conto che il peso anche politico del personaggio dava certamente ombra ai diarchi. A quanto risulta, la cerchia dei privilegiati tende ora ad ampliarsi, semmai, con politici e burocrati protesi ad investire a loro volta in attività industriali, commerciali o bancarie capitali difficilmente accumulabili senza tolleranze e connivenze orizzontali e verticali.

Così stando le cose, può persino stupire che Medvedev, parlando a fine luglio in veste ufficiale, si sia mostrato persino più insoddisfatto di chi da tempo reclama misure più drastiche. Il capo dello stato ha sottoscritto tale richiesta, infatti, dopo avere riscontrato una “totale assenza di successi significativi” nella campagna in corso e l’insufficienza dei pur aumentati casi di smascheramento e punizione dei colpevoli, che “rappresentano solo la punta dell’iceberg”, per concludere che la repressione deve essere intensificata a tutti i livelli. La combattiva Elena Panfilova, pur definendo risibili le dichiarazioni fiscali di molti notabili, vede invece compiuto un importante passo avanti perché le dichiarazioni di quest’anno potranno essere utilmente confrontate con quelle dei precedenti e del prossimo nonché con le spese dei dichiaranti e dei loro familiari.

Un pronunciamento credibile, quello di Medvedev? Forse sì, a livello intenzionale. Ma per potersene attendere effetti concreti bisognerebbe almeno che avesse visto giusto il sopracitato Saratov, il quale ipotizza che l’establishment russo sia ormai seriamente orientato ad instaurare un vero Stato di diritto: se non altro, per consolidare indirettamente, con la legalizzazione, i frutti privati finora ricavati dalla transizione al capitalismo. Una sorta di condono, insomma, a costo di smentire un antico adagio latino.

Franco Soglian

(Nota)

Elena Panfilova, direttrice del Centro ricerche e iniziative “Transparency International – Russia” e membro del Consiglio presidenziale per il sostegno allo sviluppo degli istituti della società civile e dei diritti dell’uomo, ritiene che il grosso della popolazione russa sarebbe più sensibile all’esigenza di combattere la corruzione se si rendesse adeguatamente conto delle sue conseguenze. Ecco come ne descrive alcune.

Il vostro datore di lavoro si accinge a ripartire i premi tra i collettivi, ma ha dovuto cedere ai controllori di turno una parte della torta, che risulta perciò più bassa di 5 centimetri di quanto previsto. Pagate un tributo alla corruzione, a vantaggio di numerosi “autorizzatori” e “guardiani della legge”, ogniqualvolta fate un acquisto, che si tratti di latte nostrano o di jeans importati. Noi acquistiamo tutto a prezzi superiori di tre volte, come minimo, a quelli giusti. Un’enorme quantità di mazzette e tangenti è compresa nel prezzo per metro quadrato di un’abitazione… Ma il peggio avviene quando vengono vendute la vostra salute e la vostra vita. Una maestra d’asilo affetta da epatite può comprare un certificato medico [di idoneità]. Un guidatore alcoolizzato ma con patente [comprata] può uccidere i vostri figli o renderli orfani al primo incrocio. Comprando un lasciapassare alcuni terroristi arricchiscono un vigile urbano e poi trucidano alcune diecine di persone. Della sicurezza nazionale si occuperà un funzionario che deposita milioni su conti bancari stranieri, compra ville all’estero e vi trasferisce la famiglia? Cosa farà se si troverà nel mirino di servizi speciali stranieri o di uomini di Al Qaeda? (da “Argumenty i fakty”, n. 25, 2010)

SINDACATI NEMICI DEL POPOLO

Il capitalismo ha vinto troppo, per l’insipienza o la follia delle varie sinistre. Sarebbe giusto che appena possibile gli alti redditi fossero semiconfiscati con le patrimoniali, coll’umiliazione dell’alto management, con la persecuzione degli yacht e delle banche offshore, con il licenziamento a titolo d’esempio di un burocrate e di un boiardo su dieci.

Al tempo stesso occorrerebbe che il diritto del lavoro alla italiana/francese venisse riformato, che i fossero depenalizzati e il diritto di licenziare allargato; che trionfasse la cogestione, implicante la partecipazione dei lavoratori alla gestione -profitti e perdite- delle imprese. Dimostra una volta di più quest’ultimo aspetto l’economia tedesca: con la Mitbestimmung, cioè con la sterilizzazione dei contenziosi industriali, essa avanza impetuosa anche nel 2010, laddove i concorrenti stranieri si indeboliscono.

Oggi che la globalizzazione fa chiudere le imprese incapaci di abbassare i costi, risulta ancora più dimostrato che le conquiste sindacali rafforzano il capitalismo e impoveriscono i poveri. Charles de Gaulle cadde anche perché i francesi nelle loro fissazioni e abitudini non capirono la sua Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Ma aveva ragione lui. Più ancora: aveva avuto ragione Miguel Primo de Rivera, benevolo dittatore della Spagna tra il 1923 e il ’30. Imponendo l’arbitrato obbligatorio attraverso organismi paritari imprenditori/lavoratori, azzerò una conflittualità esasperata che aveva fatto scorrere non poco sangue e reso necessario il governo militare. Tutti indistintamente gli storici ammettono che sotto Primo de Rivera la condizione dei lavoratori migliorò, anche perché nacque il primo Welfare State della storia nazionale. Con Primo (che i suoi pari Grandi di Spagna combatterono) collaborò apertamente il socialista di sinistra Francisco Largo Caballero, futuro primo ministro della Repubblica in guerra contro Franco.

Oggi c’è l’attacco sinistrista alla Fiat, nel nome dei diritti. Ma è lampante che le nostre leggi sul lavoro, deformate negli anni Settanta, vanno riscritte: sono squilibrate, privilegiano i pochi ai danni dei molti, fanno espatriare le industrie. Se a Melfi e a Pomigliano vincesse la Fiom con l’ufficiale giudiziario e l’appoggio degli intellettuali con ombrellone a Capalbio, il logico risultato sarebbe, prima del previsto, il trasloco delle linee in Serbia, nel Michigan, persino nel Baden-Wuerttemberg dove impera la cogestione. Se altre toghe sentenzieranno ai sensi degli anni Settanta, Marchionne esulterà. Riuscirà a restare grande produttore fabbricando nel mondo, non dove esige la carta da bollo.

Peraltro è vero: più Capalbio gargarizzerà dalla parte delle maestranze con tessera sindacale, cioè contro i precari e i senza lavoro, meglio andrà a Berlusconi, a chi farà le sue veci, alla dittatura dei capitali. Se dovrà esserci una rimonta della socialità contro la ricchezza, occorrerà che il sindacato e il gauchisme vengano messi fuori gioco.

Jone

PROCREAZIONE ASSISTITA: LA VOLONTÁ POPOLARE NON SI É ESPRESSA

A seguito dell’assegnazione del premio Nobel a Robert Edwards, padre della fecondazione in provetta, e soprattutto dopo il recente ricorso alla Consulta sulla Legge 40/04 (o su ciò che ne resta), si è riaperto in Italia il dibattito sulla procreazione assistita.

Tralasciando quelle che possono essere le opinioni personali sul tema, quello che è stupefacente è l’argomento utilizzato dai sostenitori della legge in questione. Secondo costoro, politici o prelati, non si può “sovvertire la volontà popolare” che si manifestò tramite il referendum del 2005. Un tale assunto è assurdo sia da un punto di vista costituzionale, sia da un punto di vista logico-politico.

In primo luogo, in Italia vige una gerarchia delle fonti normative, per cui la Costituzione è sovraordinata alla legge ordinaria. Se una legge ordinaria è in contrasto con la Costituzione, va abrogata. L’organo competente è la Corte Costituzionale. E’ assurdo dunque stigmatizzare preventivamente l’intervento della Corte come se fosse un’indebita interferenza del potere giudiziario nella sfera di quello legislativo. Si tratta, al contrario, del dispiegarsi del normale bilanciamento dei poteri nello Stato.

In secondo luogo, da un punto di vista logico-politico l’argomento dei paladini della legge 40 è ancor più ipocrita e imbecille. Come si può sostenere che la volontà popolare degli Italiani si sia espressa in un referendum a cui ha partecipato il 25% del corpo elettorale? Bisognerebbe essere privi di cervello, o di scrupoli, per sostenere che il 75% che si è astenuto ha voluto manifestare la propria contrarietà al referendum. La verità è che, grazie alle indicazioni del clero e del ceto politico cattolico, alla percentuale dei contrari si è aggiunta quella dei disinteressati, rendendo impossibile quantificare gli uni e gli altri. L’unico dato certo è che al 25% degli Italiani il tema interessava, e che la grande maggioranza di questi erano favorevoli all’abrogazione della legge.

Per evitare in futuro simili confusioni, e soprattutto per non assassinare l’istituto del referendum, si impone oggi un ripensamento del quorum. In un Paese che vede l’affluenza alle urne in costante calo, ormai sotto l’80%, non ha più senso il mantenimento dell’asticella al 50%+1 degli aventi diritto al voto. A meno che non ci sia l’intento inconfessabile di sterilizzare uno dei pochi strumenti di democrazia diretta previsto nel nostro sistema.

Tommaso Canetta

LA PATRIMONIALE, PERCHÉ NO?

Insieme a sfracelli ed angosce solo in parte rientrati, la crisi economica mondiale ha generato non pochi ripensamenti e riesumazioni. Tra le meno prevedibili (ma forse a torto) di queste ultime si annovera l’imposta patrimoniale, uno strumento fiscale che sembrava pressocchè dimenticato e comunque irrimediabilmente anacronistico nell’era della new economy, della deregulation, dei Chicago boys e così via. In Italia la sua sepoltura era stata in certo qual modo suggellata dall’estromissione dal parlamento dei partiti di estrema sinistra, gli ultimi a rivendicarla come un’irrinunciabile ma ormai esclusiva bandiera. Bandiera di classe? Non necessariamente, visto che “la patrimoniale”, in passato, era stata considerata legittima e auspicabile anche da autorevoli studiosi ed esperti per nulla marxisti; qualcuno era arrivato a definirla un’imposta tipicamente liberale.

Negli ultimi decenni, comunque, era di fatto quasi scomparsa oltre a diventare un tabù in sede politica e scientifica. Sopravvive tuttora in Francia, dove l’aveva introdotta Mitterrand all’inizio degli anni ’80 e non è stata soppressa dai successivi governi di centro-destra, e dove però penalizza la ricchezza in misura molto modesta, non riguarda i patrimoni societari e serve più che altro a controbilanciare idealmente la preponderanza (caso unico in Europa) delle imposte indirette sulle dirette. In Germania è stata affossata nel 1995, benché non formalmente abrogata, da un verdetto della Corte costituzionale, in quanto lesiva, nella specifica versione tedesca, di alcuni principi basilari della Grundgesetz.

Altrove non esiste o incide in misura trascurabile, sempre che si parli della patrimoniale in senso stretto e non del complesso delle imposte che colpiscono direttamente o indirettamente i patrimoni nelle loro diverse componenti. Nel secondo caso può stupire che percentuali superiori al 10% sul totale del prelievo fiscale e dei contributi assistenziali si registrino (cifre OCDE del 2008) soltanto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, con il Giappone appena al di sotto di quella quota. Ma nei primi due paesi la cosa si spiega con il peso eccezionale dell’imposta fondiaria, principale fonte di finanziamento dei servizi comunali. Negli altri paesi membri dell’OCDE la stessa percentuale scende anche molto al di sotto della media (5,6), e in quasi tutti il calo è stato più o meno sensibile nel corso del primo decennio del secolo.

Con lo scatenarsi della crisi planetaria, tuttavia, il vento è cambiato, quanto meno nel senso che dell’imposta patrimoniale propriamente detta si è tornati a parlare come di un’opzione non più inconcepibile o impraticabile bensì raccomandabile o addirittura ineludibile. In Italia, come ben sanno i frequentatori della rete, l’hanno fatto, già lo scorso anno, personaggi di spicco quali Giuliano Amato e Carlo De Benedetti, prontamente rimbeccati da un esperto come Oscar Giannino e dalla sua squadra. Più di recente, per citare un altro esempio, l’economista Alberto Quadrio Curzio ha spezzato una lancia a favore dell’introduzione dell’imposta in Grecia per parare anche con mezzi di emergenza il rischio della bancarotta statale e al tempo stesso le reazioni popolari ad un piano di austerità male calibrato. In linea generale l’efficacia dello strumento è stata invece negata, tra gli altri, dall’attuale numero uno della Banca mondiale, l’americano Robert B. Zoellick, contrario anche all’innalzamento delle imposte sul reddito.

Un possibile rilancio in piena regola a livello politico, ma non solo, si è profilato in Germania. Rovesciando l’indirizzo dell’ex cancelliere Schroeder, i nuovi dirigenti della socialdemocrazia hanno inserito il recupero della patrimoniale nel programma del partito varato nel congresso dello scorso novembre. Ciò è avvenuto dopo la dura sconfitta elettorale che ha relegato la SPD all’opposizione, ma le sue successive riscosse regionali e il precoce indebolimento della coalizione cristiano-liberale guidata da Angela Merkel lasciano presumere che non si tratti di un’emarginazione duratura. Nel contempo, voci favorevoli al recupero si sono levate da parte dell’episcopato, aggiungendosi ad uno schieramento che già comprende ambienti sindacali e dell’estrema sinistra, la Linke entrata un anno fa nel parlamento federale.

Novità vengono però anche dal campo delle vittime predestinate di un eventuale ripristino dell’imposta. Qualche mese addietro in Italia si faceva del sarcasmo su un facoltoso psichiatra tedesco in pensione, dipinto come probabile disturbato mentale per colpa dello statalismo imperante (?), il quale aveva reclamizzato in un talk-show televisivo l’idea balzana di fondare un movimento di benestanti favorevoli al ripristino, ritenuto necessario per aiutare ad impedire un tracollo economico rovinoso per tutti, ricchi e poveri, e a mantenere quindi la pace sociale. Accade tuttavia che questo movimento sia davvero nato e conti già una cinquantina di membri; forse ancora un po’ pochi, benchè, volendo proseguire sul filo del sarcasmo, ne basterebbe qualcuno di più per avvicinare la cifra di quanti in Italia denunciano redditi tali da garantire una certa agiatezza, tra la prevalente indifferenza della pubblica opinione.

Il numero dei teutonici votati al sacrificio dovrebbe comunque crescere parecchio. Secondo una recente rilevazione, effettuata su un campione di 500 detentori di patrimoni, due terzi di questi darebbero volentieri un maggiore contributo fiscale al benessere collettivo. Nel frattempo, del resto, al di là dell’Atlantico un mostro sacro come Bill Gates, ormai dedito alla filantropia intesa in senso molto ampio, è impegnato insieme ad altri celebri miliardari per assoggettare la categoria ad una drastica imposta di successione e/o patrimoniale.

E’ appena il caso di ricordare, in conclusione, che non sono certo immaginarie né trascurabili le molteplici difficoltà pratiche che si frappongono, insieme a qualche controindicazione ugualmente seria, all’introduzione o reintroduzione di un’imposta tradizionalmente controversa a tutti i livelli. Chi non dispone di conoscenze adeguate per approfondire l’argomento può limitarsi ad osservare che, esistendo un’ovvia differenza tra imposta permanente e imposta straordinaria, ovvero una tantum, almeno quest’ultima potrebbe risultare funzionale, in un adeguato contesto, ai fini di un abbattimento di debiti pubblici tanto onerosi quanto pressocchè inattaccabili prima ancora della crisi planetaria. Dopotutto, utili esperienze del genere sono già state fatte, in Germania come in Italia, ma anche altrove, intorno alla seconda guerra mondiale e dopo la crisi economica degli anni ’30, secondo molti meno grave dell’attuale.

Licio Serafini

MICRO-CREDIT IN BOMBAY

In our “western” universities our development-economists-to-be are taught everything about micro-finance. They study Mohammed Yunus’s life step by step. They are supposed to read “the Banker of the Poor” as if it was a holy script, they all should be familiar with those revolutionary (from the economical point of view) ideas that are the funding ground of the Grameen bank. Our students get an idea of how micro-credit should work, how a self-help group should be led, what a micro-finance institution is supposed to be.

Enthusiastic students will line up to get selected for an internship/volunteering program in one of the countless organizations inspired by the Grameen Bank, mostly working in the Bengale area. They will fill their backpacks with few clothes, mosquito spray, medicine, and huge expectations.

By going there, they will end up discovering that their ideas were both romantic and too rational. Romantic, as no group of poor women living in the most remote villages in the world will actually gain their economical independence this way. The women taking loans from a MFI (micro-finance institution) will not start their own business, but more simply they will put money into their husband’s businesses, or use that money to cultivate their family land. No romantic idea of a poor women emancipating herself all the way up to entrepreneurship.

At the same time, our ideas of micro-finance is based on a rationalist model, that fails to recognize one simple question: is the theoretical way actually better? Indeed, from a theoretical point of view, micro-finanace doesn’t work: as we just said, only a small fraction of all women receiving loans actually starts a business, thus the ultimate scope of micro-finance seems not to be achieved. The loan is not used for the purpose it was granted. No rise of the poorest of the poor straight to the highest level of the national production. The economy of the poor stays unnoticed.

This negative perception of micro-credit, though, comes form a GDP biased logic. To state that micro-credit betrayed its primary scope is a confession of blindness. As the primary objective of micro-finance is to better living conditions of the poor, by giving them the means for escaping from their poverty. Micro-finance should allow them not to die from hunger if, for example, their crops were devastated by the rain. It should teach them how to save, first, in order not to borrow again. It should contribute to increase their life expectancy, or allow their children to get an education (thus really permanently escaping from poverty). Of course, micro-credit alone cannot do all this. Of course, micro-credit needs a network of government of non-government organization building hospitals, schools, and roads.

Thus, a micro-finance institution should not only be concerned with granting loans to the poor. Its mission should be to educate the poor. On how to use their money, how to plan a family, how to marry their children, how to run their small activities, and cultivate their lands. Micro-credit cannot be separated from its social mission.

The loan disbursement and collection has to be seen as the last stage of a really long process. Such a process starts with few NGO’s workers visiting a village, in order to have a preliminary meeting with all the “respectable people” of that village. First stage of micro-credit it’s really a lot about talking. As it is not possible to create any self-help group without permission of the local landlords. Second step is to talk to village people, the women and their husband, and explain the benefits of being part of a self-help group. Women have to be interested, though husband have to be convinced too. In fact, without the husband’s permission, a woman cannot participate to the group-meeting. So micro-finance is much more fragile, and complicated than what we think from our efficient and organized countries. Specifically, micro-finance in the South-East Asian area is built on personal relationship. Indeed, almost everything in Asia requires personal relationship. Nobody would do anything if they don’t know the person they are dealing with. On the contrary, nothing is really impossible if the two of them are able to build a trust relationship.

Thus, the most fragile part of micro-finance is the establishment of this trust relationship.

An organization with no link to the local reality, which is not interested into the human consequences of what it is doing, will just behave as a new landlord, coming to tax the villagers. To make micro-finance mission accessible to the majority of people living in those areas, it cannot be just a matter of business establishment.

That’s why our academic ideas are at the same time romantic and too rational. And that’s why micro-finance is really working, despite a new generation of women entrepreneurs coming from the Darkness is not yet formed.

Micro-finance is not solving the problem, though contributing to solve it. It can better lives in areas where the government is nothing more than a mere phantom, people still struggle to get water to their houses, roads are often too bad for any car to arrive there, houses are still built by mud and rifles, and electricity is an optional. In those places, women burn themselves to death for fear of being unfertile, the majority of people cannot read and write, and it is not that uncommon for a child to die of malnutrition.

Even by granting a minimum level of social security, by providing basic services such as health-care and education, things can start to get better. By meeting every week, women get the opportunity to compare their experiences with those of the other members. They can get advise from the Community Officers (he intermediaries between the women and the organization), about every subject matter, form hygiene to dietary needs, together with loans and savings. They will start to build a network of mutual support within the village, beyond religion and cast differences. Those women will be allowed by their husbands to meet outside of the house. They are offered a place where to deposit their own money, instead of financing their husband’s liquor. Those are small, yet basic changes.

On the other side of the coin, micro-finance is faced with a future challenge. Repayment are constants and punctual, default rate is low. Micro-lending is working, and service charged can be paid out of this loan. For this reason, more and more for-profit MFI have been created in the last few years.

This leads to two major problems: the loss of micro-finance primary social mission. Indeed, those institutions act as normal commercial banks, though on smaller scale. Second, competition in the field is dramatically increased, making difficult to find enough “market share” (such a sad definition if we think we are referring to the rural village mothers). More and more often, not-for-profit NGOs already operating in the field for a decade now are forced to struggle in order not to let any newcomer spoil what they created through years of work.

From a certain point of view, it may be a good sign, as it means that micro-finance is now going to increase substantially those countries’ GDP, creating job opportunities and economic growth.

God of Wealth finally blessed the area. Goddess of Competition will take care of the rest. Holy Market Laws will grant an happy ending to everyone.

No more need for any social NGOs.

Of course, my conclusion is purposely exaggerated. Though, my question is still valid: is this way actually better?

I can’t help seeing dangers where GDP measures predict Success.

Marianna Galantucci
(Post-Grad student in Development Economics,
and past volunteer for IIMC Micro-Finance Project, Kolkata.)

SE OBAMA SI RASSEGNERÁ A UN PASHTUNISTAN SOVRANO E TALEBANO

Un numero di luglio di Newsweek è, con una storia di copertina più un articolo , un De Profundis clamavi ad te, Domine (salmo CXXIX, sesto dei sette Salmi penitenziali; si canta negli uffici funebri). Un De profundis in morte delle convinzioni belliciste non tanto di Obama, quanto degli zelatori antifondamentalisti e iperlaici di casa nostra, sia conservatori sia progressisti.

Sono dieci anni che i pundit ‘democratici’, dagli editoriali della grande stampa ai pensosi oracoli di Prodi e D’Alema, ripetono “l’Afghanistan non è l’Irak, non è l’unilateralismo di Bush&Cheney americani prepotenti. E’ una battaglia di civiltà. E’ un banco di prova per l’Occidente. O sgomina o no il terrorismo. O spegne o no il focolaio di oppressione sulle donne e sui diritti. Eccetera>.

Sono dieci anni, e giusto nell’imminenza degli attesi successi del surge di Petreus l’Irakeno, Newsweek spiega ai suoi milioni di lettori “Why the U.S. should draw down in Afghanistan. We’re not winning. It’s not worth it”. Dove andranno a nascondersi i tanti predicatori della santa crociata contro i nemici del progresso, cioè della laicità? Dove andranno a parare non solo i furibondi dell’Unità, anche i posati analisti de La Stampa e del Corriere? Di quanti ‘speciali’ di Time avranno bisogno per virare dal bellicismo “siamo lì per affermare i valori dell’Occidente, dobbiamo vincere” all’auspicio che si ritiri il nostro corpo di missionari e giustizieri? A che punto ometteranno di dichiarare ‘eroi’ i nostri caporalmaggiori che lì si pagano la villetta a schiera, ma qualche volta gli va storta e costringono lo Statista del Colle a presiedere esequie e accarezzare gli orfani?

La sentenza di Newsweek l’ha firmata Richard N.Haass, presidente del Council on Foreign Relations e, nel 2001, “the U.S. Government coordinator for the future of Afghanistan”. . Ora, ha scritto Haass, forse la maggiore autorità statunitense nella materia, Obama ha scelto di fare dell’impresa afghana la sua guerra. Ma <non la stiamo vincendo e non vale la pena di vincerla. A dicembre il Presidente dovrà rivedere ancora una volta la sua politica (…) Continuarla invariata costa agli Stati Uniti 100 miliardi di dollari l’anno, per non parlare delle vite umane”.

Haass propone alternative articolate, come tali difficili da riassumere. Implicano da parte statunitense varie formule di parziale accettazione della sconfitta: non esclusa -secondo una proposta di Robert Blackwill, già ambasciatore di Washington in India, la spartizione del paese, con la nascita nel Sud di un Pashtunistan ufficialmente talebano. Altro che trionfo dei valori dell’Occidente.

Non abbiamo la competenza per analizzare le proposte di Haass e di altri. Invece segnaliamo l’articolo di supporto che Newsweek ha aggiunto alla requisitoria del presidente del Council on Foreign Relations: “Afghan about-face:an emerging GOP schism”. Si dice che i repubblicani, finora falchi, minacciano di rivoltarsi contro questa guerra. Michael Steele, chairman del partito, ha dichiarato che la guerra “of Obama’s choosing” sarà persa dagli Stati Uniti “così come hanno perso varie altre potenze”.” L’America è stanca”, ha constatato un parlamentare dello Utah. “Quasi dieci anni e nessuna fine in vista”.

Noi ci fermiamo. Aspetteremo di vedere come la metteranno, dalle loro poltrone redazionali e televisive, i Pietri gli Eremiti (quasi tutti i politici e i giornalisti) che predicarono la Crociata contro l’Islam oscurantista. Se Obama ascolterà gli Haass e i Blackwill, se farà sorgere il Pashtunistan talebano, loderanno i nostri atlantisti lo sforzo del Nobel domiciliato alla Casa Bianca per meritarsi il bizzarro premio che lo incoronò uomo di pace, oppure ne condanneranno la defezione dalla Crociata in pro dei diritti e delle afghane? Oppure ancora esigeranno che i ‘drones’ continuino a sterminare i villaggi, bambine e donne comprese?

A.M.C.

NON DAR DISPIACERI AL DOTT. VENTURINI

Accanirsi a difendere l’impresa nell’Afghanistan (=contro gli afghani) lo fanno in parecchi; ma solo l’argomentazione di Franco Venturini de “Il Corriere” è esilarante. L’ultima volta che un militare con le stellette è saltato su un ordigno esplosivo, il Nostro ha spiegato perché dobbiamo restare: “ Ancora una volta suona per noi l’ora del cordoglio, ma l’Italia non deve anticipare per conto proprio la exit strategy”. Perché non deve? “Se vuole tutelare i suoi interessi”.

Ulteriore spiegazione: “Il consenso popolare non è stato concesso a chi combatte i talebani. La guerra sembra avviata verso un’afghanizzazione della sicurezza sul terreno che fa certo comodo ai governi occidentali ma che, anche senza evocare il Vietnam, suona come una previsione di sconfitta con annesso meccanismo salva-faccia. Allora, cosa ci facciamo laggiù? Ecco: La guerra, proprio perché va male, è diventata un test per disegnare le gerarchie internazionali. Un ritiro unilaterale ci declasserebbe nel mondo, e avrebbe anche conseguenze sulla nostra economia”.

Da chi saremmo declassati, se non dai bellicisti che ragionano come Venturini, ossia come ragionavano Salandra e Sonnino nel 1915, Benito Mussolini nel 1940: tutti bisognosi di un tot di morti da contabilizzare nei negoziati della vittoria? Venturini ci vuole ai piani alti della ‘gerarchia internazionale’; in pratica, ci vuole azionisti (purtroppo di minoranza) dell’egemonia sul pianeta. Forse traballa il ‘rapporto speciale’ Londra-Washington, l’Urbe si tenga pronta.

Non altrettanto chiaro è quali conseguenze teme il Nostro sull’economia nazionale, a parte le commesse militari che Dick Cheney riuscirebbe a far togliere alle nostre industrie belliche. Senza dubbio la fine dell’impresa afghana deprimerebbe il Pil. Ma che altra disdetta? Scemerebbe il pret-à-porter? Rimini perderebbe pedalò? La vendetta di Petreus estrometterebbe Sergio Marchionne dalla Chrysler? Dr.Venturini non ci tenga in ansia!

Poi, il 2 agosto, i Paesi Bassi confermano il ritiro delle loro forze. E Venturini: .

Chissà quanto saliremmo nella gerarchia se, richiamando venti classi di leva, mandassimo a Petreus alcuni milioni di baionette! Ma Venturini non chiede tanto. Basta restare lì quanti siamo che al vertice di Yalta saremo invitati.

Riassumendo.

1) L’Olanda fa come fa perché non è una potenza come la Repubblica bipartisan di Parisi e La Russa. Ma, avesse l’orgoglio e l’ambizione di carriera della detta Repubblica, che le prometterebbe Venturini? Il recupero dell’impero indonesiano? Il ritorno a quando l’ammiraglio Marteen Harpetszoon Tromp sconfiggeva la Royal Navy? Il primato seicentesco nelle nature morte?

2) Se con noi la Nato “si facesse sentire”, quale sarebbe la nostra espiazione? L’Isaf, scornata in Afghanistan, piomberebbe tremenda sulle nostre città d’arte, così belle e fragili? Faremmo la fine dei corpi d’armata di Tblisi, o saremmo solo asserviti come l’Inguscezia? Il rating di Moody’s scenderebbe a tripla Z?

3) Infine. Cedessero Berlusconi e Frattini alla tentazione di fare come la nanopotenza batava, è chiaro che per Venturini l’ultima trincea del rango gerarchico sarebbe difesa dai finiani, dall’Udc, più ancora da D’Alema, Rosy Bindi e Vendola. Gli ultimi tre hanno saputo coniugare gli ideali di sinistra e il rimpianto di quando Roma ‘debellava superbos’. Basta piagnistei pacifisti, sosteniamo i bilanci dell’Alenia.

A.M.C.

DEAR YOUNG ITALIANS ABROAD

I’m writing you a letter because nowadays the epistolary form seems to be the most appropriate when it comes to expressing moral outrage.

Just like you, I’ve read Pier Luigi Celli’s letter in La Repubblica, encouraging his son to emigrate, to wander off into the horizon in search for a better future. Just like you, I’ve read the Time magazine article informing its readers (and anyone willing to listen) about the troubles a young Italian with a university degree encounters when searching for a job. And just like you, I’ve seen a variety of Facebook friends tag that YouTube video playing the scene from La Meglio Gioventu’ in which a professor exhorts his young(ish) student to leave Italy because ‘dinosaurs’ like him are running the country into the ground. But, perhaps, unlike you, I am not willing to resign myself to the doomsday analyses and pessimist outlooks and continual laments many find convenient when times are tough. The grass may be greener on the other side, but the question they must be asking themselves now is “What have we done in order to cultivate a better lawn in our own backyard?”

I observe with ‘nativist’ amusement the rush of Italians swarming New York City’s streets, the same streets in which I grew up, and wonder from where their indiscriminate passion for this city stems. When I wrote ‘10 Reasons to Hate New York’, the most virulent protests against my piece came from the Big Apple’s Italian residents, their deafening outcries shouting in defense of their adoptive city. Young Italians love New York because it’s dynamic, because it’s diverse, because it offers a sense of possibility around every corner, because for them it’s everything Italy isn’t. But New York hasn’t carried this aura of invincibility across the centuries because it’s inherently a great place or because confidence flows through the city’s sewers or because the air smells better or because the people are nicer. New York is both home to the Wall Street goon and the Mexican busboy, but both operate within the city’s confines with the necessary ‘can do’ optimism that allows them to dream big while being small, to construct a future from raw will. At least, that is the fuel that New York and America have run on throughout their brief histories. Nonetheless, it’s a fuel that is both generated and consumed by the inhabitants, the people, the man and woman on the street. New York is but a stage upon which the player’s existential buoyancy is lived. To make a long story short, New York is such a thriving place because New Yorkers make it so. A little bit of will power goes a long way.

But not for the Italians.

Italians suffer from negativist exceptionalism. Ask a young Italian how things are going in Italy, and they will most likely reply that the situation is ‘horrible.’ They will compare Rome’s political milieu to that of the most downtrodden African country… and say Italy is worse off. They will say the economy is on the down-and-outs, that society is crumbling in the face of mysterious organizations like the P2 or the P3. They will point to corruption, sexism, television, organized crime, tax evasion, vandalism, and nepotism as the nefarious evils slowly devouring the country from the inside-out like furious worms. And they will pretend that there is nothing they can do about it. That these are crimes being perpetrated against them; that they are unwilling participants in an Italian farce, victims being taken along for a ride.

So, it perplexes me to see the very same Italians, so helpless at home in Italy, undergo a rebirth in New York. Suddenly, those same people, who months before complained about the social torpor of Florence or Rome or the provinces, rediscover their enthusiasm, creativity, imagination, ideas, business plans, and social awareness. Suddenly, they stop complaining and ‘start doing’, because, as everyone knows, New York has no time for whiners. If only they ‘started doing’ in Italy, too.

Professor Celli’s letter and the anecdote from La Meglio Gioventu’ have gotten it all wrong. Young Italians don’t need to flee Italy, escaping to Berlin, New York, and beyond. They need to stand up, take action and claim what’s rightfully theirs. Instead of complaining, or drawing up anachronistic theories that assign blame for Italy’s long and lazy decline, they need to understand that it’s time to shut up and get to work. It’s time to jettison the existential desperation, the ‘everything is impossible’ attitude, and seize the opportunity to rebuild from the ashes of their fathers. It’s time to crowdsource the creativity of those Young Italians living in Williamsburg, the entrepreneurial skills of those working in London, and the brains of those who’ve gleaned MBAs and PhDs from Harvard and LSE and Princeton and find and impose solutions into and onto the Italian context. Italy cannot become a dynamic and progressive society if its most dynamic and progressive citizens escape without giving a fight. And, signing petitions and demonstrating in squares and grumbling on Facebook can lead nowhere if they are not backed up with credible, bottom-to-top alternatives.

I’m writing this letter as an appeal, not a complaint; it should serve as a stimulus, not an offense. Let’s begin the crowdsourcing here and now and start sifting through ideas that can serve as the new foundation for an optimistic and dynamic Italy- a New York-style Italy that offers opportunity for everyone.

How Would You Change Italy For the Better?

A. Giacalone

Original articles can be found here:
http://www.nuok.it/2010/10/dear-young-italians-abroad/
http://www.nuok.it/2010/10/cari-giovani-italiani-all-estero/

POPULAR CULTURE

Fashionism by Chris SabbatiniConsumism by Chris Sabbatini

Queste due immagini le ho sempre trovate geniali. L’associazione dittatura-società del consumo è espressa benissimo già dal gioco di parole, ma l’immagine la rende ancora più violenta e diretta. I simboli nazista e comunista sembrano sottointendere che le nostre scelte in fatto di acquisti, moda e vestiti non sono affatto liberi, ma imposti violentemente, e quasi a nostra insaputa, da una società in cui vali per ciò che hai. Il colore fuxia e i simboli fallici rimandano alla dimensione sessuale che è sottesa alla mania della moda e del consumismo (“se sei vestito fico scopi”, per intenderci). In generale mi pare che in queste due immagini venga sintetizzata una critica aspra, intelligente e niente affatto banale.

Tommaso Canetta

Vedi PUPOLAR CULTURE su chrissabbatini.com

OTTOBRE 2010

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

Nel 1968, quando IlConfronto istigava il PCI ad insorgere contro Mosca, Rodolfo Mondolfo – il maggiore interprete del marxismo come umanesimo, prozio di una donna oggi nel nostro gruppo – così chiudeva il saggio “Uguaglianza e libertà”: ‘Ai dittatori bolscevichi possiamo opporre le parole che Marx scriveva nel 1847: ”Noi non siamo comunisti che distruggano la libertà personale e che vogliano fare del mondo una caserma e una casa di lavori forzati. Non abbiamo voglia di procacciarci l’uguaglianza a spese della libertà.” E noi infatti invocavamo un PCI liberale, non più operaista né settario, alleggerito di intellettuali togliattiani, affrancato da Mosca. Sostenevamo il dissenso cattolico.’ Schernivamo il sinistrismo, anche allora perfettamente velleitario.

Da oggi segnaleremo dall’ecumene planetario ogni spunto che aiuti a cambiare la democrazia, redimendola dall’ipercapitalismo. Al posto dell’oligarchia dei signori dei voti e delle tangenti, annunciamo una Polis gestita da segmenti sociali qualificati scelti a sorte, per turni brevi, dal computer. Suscitando la partecipazione, sarà meno inconcepibile una rimonta semisocialista.

Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.