PROCREAZIONE ASSISTITA: LA VOLONTÁ POPOLARE NON SI É ESPRESSA

A seguito dell’assegnazione del premio Nobel a Robert Edwards, padre della fecondazione in provetta, e soprattutto dopo il recente ricorso alla Consulta sulla Legge 40/04 (o su ciò che ne resta), si è riaperto in Italia il dibattito sulla procreazione assistita.

Tralasciando quelle che possono essere le opinioni personali sul tema, quello che è stupefacente è l’argomento utilizzato dai sostenitori della legge in questione. Secondo costoro, politici o prelati, non si può “sovvertire la volontà popolare” che si manifestò tramite il referendum del 2005. Un tale assunto è assurdo sia da un punto di vista costituzionale, sia da un punto di vista logico-politico.

In primo luogo, in Italia vige una gerarchia delle fonti normative, per cui la Costituzione è sovraordinata alla legge ordinaria. Se una legge ordinaria è in contrasto con la Costituzione, va abrogata. L’organo competente è la Corte Costituzionale. E’ assurdo dunque stigmatizzare preventivamente l’intervento della Corte come se fosse un’indebita interferenza del potere giudiziario nella sfera di quello legislativo. Si tratta, al contrario, del dispiegarsi del normale bilanciamento dei poteri nello Stato.

In secondo luogo, da un punto di vista logico-politico l’argomento dei paladini della legge 40 è ancor più ipocrita e imbecille. Come si può sostenere che la volontà popolare degli Italiani si sia espressa in un referendum a cui ha partecipato il 25% del corpo elettorale? Bisognerebbe essere privi di cervello, o di scrupoli, per sostenere che il 75% che si è astenuto ha voluto manifestare la propria contrarietà al referendum. La verità è che, grazie alle indicazioni del clero e del ceto politico cattolico, alla percentuale dei contrari si è aggiunta quella dei disinteressati, rendendo impossibile quantificare gli uni e gli altri. L’unico dato certo è che al 25% degli Italiani il tema interessava, e che la grande maggioranza di questi erano favorevoli all’abrogazione della legge.

Per evitare in futuro simili confusioni, e soprattutto per non assassinare l’istituto del referendum, si impone oggi un ripensamento del quorum. In un Paese che vede l’affluenza alle urne in costante calo, ormai sotto l’80%, non ha più senso il mantenimento dell’asticella al 50%+1 degli aventi diritto al voto. A meno che non ci sia l’intento inconfessabile di sterilizzare uno dei pochi strumenti di democrazia diretta previsto nel nostro sistema.

Tommaso Canetta

LA PATRIMONIALE, PERCHÉ NO?

Insieme a sfracelli ed angosce solo in parte rientrati, la crisi economica mondiale ha generato non pochi ripensamenti e riesumazioni. Tra le meno prevedibili (ma forse a torto) di queste ultime si annovera l’imposta patrimoniale, uno strumento fiscale che sembrava pressocchè dimenticato e comunque irrimediabilmente anacronistico nell’era della new economy, della deregulation, dei Chicago boys e così via. In Italia la sua sepoltura era stata in certo qual modo suggellata dall’estromissione dal parlamento dei partiti di estrema sinistra, gli ultimi a rivendicarla come un’irrinunciabile ma ormai esclusiva bandiera. Bandiera di classe? Non necessariamente, visto che “la patrimoniale”, in passato, era stata considerata legittima e auspicabile anche da autorevoli studiosi ed esperti per nulla marxisti; qualcuno era arrivato a definirla un’imposta tipicamente liberale.

Negli ultimi decenni, comunque, era di fatto quasi scomparsa oltre a diventare un tabù in sede politica e scientifica. Sopravvive tuttora in Francia, dove l’aveva introdotta Mitterrand all’inizio degli anni ’80 e non è stata soppressa dai successivi governi di centro-destra, e dove però penalizza la ricchezza in misura molto modesta, non riguarda i patrimoni societari e serve più che altro a controbilanciare idealmente la preponderanza (caso unico in Europa) delle imposte indirette sulle dirette. In Germania è stata affossata nel 1995, benché non formalmente abrogata, da un verdetto della Corte costituzionale, in quanto lesiva, nella specifica versione tedesca, di alcuni principi basilari della Grundgesetz.

Altrove non esiste o incide in misura trascurabile, sempre che si parli della patrimoniale in senso stretto e non del complesso delle imposte che colpiscono direttamente o indirettamente i patrimoni nelle loro diverse componenti. Nel secondo caso può stupire che percentuali superiori al 10% sul totale del prelievo fiscale e dei contributi assistenziali si registrino (cifre OCDE del 2008) soltanto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, con il Giappone appena al di sotto di quella quota. Ma nei primi due paesi la cosa si spiega con il peso eccezionale dell’imposta fondiaria, principale fonte di finanziamento dei servizi comunali. Negli altri paesi membri dell’OCDE la stessa percentuale scende anche molto al di sotto della media (5,6), e in quasi tutti il calo è stato più o meno sensibile nel corso del primo decennio del secolo.

Con lo scatenarsi della crisi planetaria, tuttavia, il vento è cambiato, quanto meno nel senso che dell’imposta patrimoniale propriamente detta si è tornati a parlare come di un’opzione non più inconcepibile o impraticabile bensì raccomandabile o addirittura ineludibile. In Italia, come ben sanno i frequentatori della rete, l’hanno fatto, già lo scorso anno, personaggi di spicco quali Giuliano Amato e Carlo De Benedetti, prontamente rimbeccati da un esperto come Oscar Giannino e dalla sua squadra. Più di recente, per citare un altro esempio, l’economista Alberto Quadrio Curzio ha spezzato una lancia a favore dell’introduzione dell’imposta in Grecia per parare anche con mezzi di emergenza il rischio della bancarotta statale e al tempo stesso le reazioni popolari ad un piano di austerità male calibrato. In linea generale l’efficacia dello strumento è stata invece negata, tra gli altri, dall’attuale numero uno della Banca mondiale, l’americano Robert B. Zoellick, contrario anche all’innalzamento delle imposte sul reddito.

Un possibile rilancio in piena regola a livello politico, ma non solo, si è profilato in Germania. Rovesciando l’indirizzo dell’ex cancelliere Schroeder, i nuovi dirigenti della socialdemocrazia hanno inserito il recupero della patrimoniale nel programma del partito varato nel congresso dello scorso novembre. Ciò è avvenuto dopo la dura sconfitta elettorale che ha relegato la SPD all’opposizione, ma le sue successive riscosse regionali e il precoce indebolimento della coalizione cristiano-liberale guidata da Angela Merkel lasciano presumere che non si tratti di un’emarginazione duratura. Nel contempo, voci favorevoli al recupero si sono levate da parte dell’episcopato, aggiungendosi ad uno schieramento che già comprende ambienti sindacali e dell’estrema sinistra, la Linke entrata un anno fa nel parlamento federale.

Novità vengono però anche dal campo delle vittime predestinate di un eventuale ripristino dell’imposta. Qualche mese addietro in Italia si faceva del sarcasmo su un facoltoso psichiatra tedesco in pensione, dipinto come probabile disturbato mentale per colpa dello statalismo imperante (?), il quale aveva reclamizzato in un talk-show televisivo l’idea balzana di fondare un movimento di benestanti favorevoli al ripristino, ritenuto necessario per aiutare ad impedire un tracollo economico rovinoso per tutti, ricchi e poveri, e a mantenere quindi la pace sociale. Accade tuttavia che questo movimento sia davvero nato e conti già una cinquantina di membri; forse ancora un po’ pochi, benchè, volendo proseguire sul filo del sarcasmo, ne basterebbe qualcuno di più per avvicinare la cifra di quanti in Italia denunciano redditi tali da garantire una certa agiatezza, tra la prevalente indifferenza della pubblica opinione.

Il numero dei teutonici votati al sacrificio dovrebbe comunque crescere parecchio. Secondo una recente rilevazione, effettuata su un campione di 500 detentori di patrimoni, due terzi di questi darebbero volentieri un maggiore contributo fiscale al benessere collettivo. Nel frattempo, del resto, al di là dell’Atlantico un mostro sacro come Bill Gates, ormai dedito alla filantropia intesa in senso molto ampio, è impegnato insieme ad altri celebri miliardari per assoggettare la categoria ad una drastica imposta di successione e/o patrimoniale.

E’ appena il caso di ricordare, in conclusione, che non sono certo immaginarie né trascurabili le molteplici difficoltà pratiche che si frappongono, insieme a qualche controindicazione ugualmente seria, all’introduzione o reintroduzione di un’imposta tradizionalmente controversa a tutti i livelli. Chi non dispone di conoscenze adeguate per approfondire l’argomento può limitarsi ad osservare che, esistendo un’ovvia differenza tra imposta permanente e imposta straordinaria, ovvero una tantum, almeno quest’ultima potrebbe risultare funzionale, in un adeguato contesto, ai fini di un abbattimento di debiti pubblici tanto onerosi quanto pressocchè inattaccabili prima ancora della crisi planetaria. Dopotutto, utili esperienze del genere sono già state fatte, in Germania come in Italia, ma anche altrove, intorno alla seconda guerra mondiale e dopo la crisi economica degli anni ’30, secondo molti meno grave dell’attuale.

Licio Serafini

MICRO-CREDIT IN BOMBAY

In our “western” universities our development-economists-to-be are taught everything about micro-finance. They study Mohammed Yunus’s life step by step. They are supposed to read “the Banker of the Poor” as if it was a holy script, they all should be familiar with those revolutionary (from the economical point of view) ideas that are the funding ground of the Grameen bank. Our students get an idea of how micro-credit should work, how a self-help group should be led, what a micro-finance institution is supposed to be.

Enthusiastic students will line up to get selected for an internship/volunteering program in one of the countless organizations inspired by the Grameen Bank, mostly working in the Bengale area. They will fill their backpacks with few clothes, mosquito spray, medicine, and huge expectations.

By going there, they will end up discovering that their ideas were both romantic and too rational. Romantic, as no group of poor women living in the most remote villages in the world will actually gain their economical independence this way. The women taking loans from a MFI (micro-finance institution) will not start their own business, but more simply they will put money into their husband’s businesses, or use that money to cultivate their family land. No romantic idea of a poor women emancipating herself all the way up to entrepreneurship.

At the same time, our ideas of micro-finance is based on a rationalist model, that fails to recognize one simple question: is the theoretical way actually better? Indeed, from a theoretical point of view, micro-finanace doesn’t work: as we just said, only a small fraction of all women receiving loans actually starts a business, thus the ultimate scope of micro-finance seems not to be achieved. The loan is not used for the purpose it was granted. No rise of the poorest of the poor straight to the highest level of the national production. The economy of the poor stays unnoticed.

This negative perception of micro-credit, though, comes form a GDP biased logic. To state that micro-credit betrayed its primary scope is a confession of blindness. As the primary objective of micro-finance is to better living conditions of the poor, by giving them the means for escaping from their poverty. Micro-finance should allow them not to die from hunger if, for example, their crops were devastated by the rain. It should teach them how to save, first, in order not to borrow again. It should contribute to increase their life expectancy, or allow their children to get an education (thus really permanently escaping from poverty). Of course, micro-credit alone cannot do all this. Of course, micro-credit needs a network of government of non-government organization building hospitals, schools, and roads.

Thus, a micro-finance institution should not only be concerned with granting loans to the poor. Its mission should be to educate the poor. On how to use their money, how to plan a family, how to marry their children, how to run their small activities, and cultivate their lands. Micro-credit cannot be separated from its social mission.

The loan disbursement and collection has to be seen as the last stage of a really long process. Such a process starts with few NGO’s workers visiting a village, in order to have a preliminary meeting with all the “respectable people” of that village. First stage of micro-credit it’s really a lot about talking. As it is not possible to create any self-help group without permission of the local landlords. Second step is to talk to village people, the women and their husband, and explain the benefits of being part of a self-help group. Women have to be interested, though husband have to be convinced too. In fact, without the husband’s permission, a woman cannot participate to the group-meeting. So micro-finance is much more fragile, and complicated than what we think from our efficient and organized countries. Specifically, micro-finance in the South-East Asian area is built on personal relationship. Indeed, almost everything in Asia requires personal relationship. Nobody would do anything if they don’t know the person they are dealing with. On the contrary, nothing is really impossible if the two of them are able to build a trust relationship.

Thus, the most fragile part of micro-finance is the establishment of this trust relationship.

An organization with no link to the local reality, which is not interested into the human consequences of what it is doing, will just behave as a new landlord, coming to tax the villagers. To make micro-finance mission accessible to the majority of people living in those areas, it cannot be just a matter of business establishment.

That’s why our academic ideas are at the same time romantic and too rational. And that’s why micro-finance is really working, despite a new generation of women entrepreneurs coming from the Darkness is not yet formed.

Micro-finance is not solving the problem, though contributing to solve it. It can better lives in areas where the government is nothing more than a mere phantom, people still struggle to get water to their houses, roads are often too bad for any car to arrive there, houses are still built by mud and rifles, and electricity is an optional. In those places, women burn themselves to death for fear of being unfertile, the majority of people cannot read and write, and it is not that uncommon for a child to die of malnutrition.

Even by granting a minimum level of social security, by providing basic services such as health-care and education, things can start to get better. By meeting every week, women get the opportunity to compare their experiences with those of the other members. They can get advise from the Community Officers (he intermediaries between the women and the organization), about every subject matter, form hygiene to dietary needs, together with loans and savings. They will start to build a network of mutual support within the village, beyond religion and cast differences. Those women will be allowed by their husbands to meet outside of the house. They are offered a place where to deposit their own money, instead of financing their husband’s liquor. Those are small, yet basic changes.

On the other side of the coin, micro-finance is faced with a future challenge. Repayment are constants and punctual, default rate is low. Micro-lending is working, and service charged can be paid out of this loan. For this reason, more and more for-profit MFI have been created in the last few years.

This leads to two major problems: the loss of micro-finance primary social mission. Indeed, those institutions act as normal commercial banks, though on smaller scale. Second, competition in the field is dramatically increased, making difficult to find enough “market share” (such a sad definition if we think we are referring to the rural village mothers). More and more often, not-for-profit NGOs already operating in the field for a decade now are forced to struggle in order not to let any newcomer spoil what they created through years of work.

From a certain point of view, it may be a good sign, as it means that micro-finance is now going to increase substantially those countries’ GDP, creating job opportunities and economic growth.

God of Wealth finally blessed the area. Goddess of Competition will take care of the rest. Holy Market Laws will grant an happy ending to everyone.

No more need for any social NGOs.

Of course, my conclusion is purposely exaggerated. Though, my question is still valid: is this way actually better?

I can’t help seeing dangers where GDP measures predict Success.

Marianna Galantucci
(Post-Grad student in Development Economics,
and past volunteer for IIMC Micro-Finance Project, Kolkata.)

SE OBAMA SI RASSEGNERÁ A UN PASHTUNISTAN SOVRANO E TALEBANO

Un numero di luglio di Newsweek è, con una storia di copertina più un articolo , un De Profundis clamavi ad te, Domine (salmo CXXIX, sesto dei sette Salmi penitenziali; si canta negli uffici funebri). Un De profundis in morte delle convinzioni belliciste non tanto di Obama, quanto degli zelatori antifondamentalisti e iperlaici di casa nostra, sia conservatori sia progressisti.

Sono dieci anni che i pundit ‘democratici’, dagli editoriali della grande stampa ai pensosi oracoli di Prodi e D’Alema, ripetono “l’Afghanistan non è l’Irak, non è l’unilateralismo di Bush&Cheney americani prepotenti. E’ una battaglia di civiltà. E’ un banco di prova per l’Occidente. O sgomina o no il terrorismo. O spegne o no il focolaio di oppressione sulle donne e sui diritti. Eccetera>.

Sono dieci anni, e giusto nell’imminenza degli attesi successi del surge di Petreus l’Irakeno, Newsweek spiega ai suoi milioni di lettori “Why the U.S. should draw down in Afghanistan. We’re not winning. It’s not worth it”. Dove andranno a nascondersi i tanti predicatori della santa crociata contro i nemici del progresso, cioè della laicità? Dove andranno a parare non solo i furibondi dell’Unità, anche i posati analisti de La Stampa e del Corriere? Di quanti ‘speciali’ di Time avranno bisogno per virare dal bellicismo “siamo lì per affermare i valori dell’Occidente, dobbiamo vincere” all’auspicio che si ritiri il nostro corpo di missionari e giustizieri? A che punto ometteranno di dichiarare ‘eroi’ i nostri caporalmaggiori che lì si pagano la villetta a schiera, ma qualche volta gli va storta e costringono lo Statista del Colle a presiedere esequie e accarezzare gli orfani?

La sentenza di Newsweek l’ha firmata Richard N.Haass, presidente del Council on Foreign Relations e, nel 2001, “the U.S. Government coordinator for the future of Afghanistan”. . Ora, ha scritto Haass, forse la maggiore autorità statunitense nella materia, Obama ha scelto di fare dell’impresa afghana la sua guerra. Ma <non la stiamo vincendo e non vale la pena di vincerla. A dicembre il Presidente dovrà rivedere ancora una volta la sua politica (…) Continuarla invariata costa agli Stati Uniti 100 miliardi di dollari l’anno, per non parlare delle vite umane”.

Haass propone alternative articolate, come tali difficili da riassumere. Implicano da parte statunitense varie formule di parziale accettazione della sconfitta: non esclusa -secondo una proposta di Robert Blackwill, già ambasciatore di Washington in India, la spartizione del paese, con la nascita nel Sud di un Pashtunistan ufficialmente talebano. Altro che trionfo dei valori dell’Occidente.

Non abbiamo la competenza per analizzare le proposte di Haass e di altri. Invece segnaliamo l’articolo di supporto che Newsweek ha aggiunto alla requisitoria del presidente del Council on Foreign Relations: “Afghan about-face:an emerging GOP schism”. Si dice che i repubblicani, finora falchi, minacciano di rivoltarsi contro questa guerra. Michael Steele, chairman del partito, ha dichiarato che la guerra “of Obama’s choosing” sarà persa dagli Stati Uniti “così come hanno perso varie altre potenze”.” L’America è stanca”, ha constatato un parlamentare dello Utah. “Quasi dieci anni e nessuna fine in vista”.

Noi ci fermiamo. Aspetteremo di vedere come la metteranno, dalle loro poltrone redazionali e televisive, i Pietri gli Eremiti (quasi tutti i politici e i giornalisti) che predicarono la Crociata contro l’Islam oscurantista. Se Obama ascolterà gli Haass e i Blackwill, se farà sorgere il Pashtunistan talebano, loderanno i nostri atlantisti lo sforzo del Nobel domiciliato alla Casa Bianca per meritarsi il bizzarro premio che lo incoronò uomo di pace, oppure ne condanneranno la defezione dalla Crociata in pro dei diritti e delle afghane? Oppure ancora esigeranno che i ‘drones’ continuino a sterminare i villaggi, bambine e donne comprese?

A.M.C.

NON DAR DISPIACERI AL DOTT. VENTURINI

Accanirsi a difendere l’impresa nell’Afghanistan (=contro gli afghani) lo fanno in parecchi; ma solo l’argomentazione di Franco Venturini de “Il Corriere” è esilarante. L’ultima volta che un militare con le stellette è saltato su un ordigno esplosivo, il Nostro ha spiegato perché dobbiamo restare: “ Ancora una volta suona per noi l’ora del cordoglio, ma l’Italia non deve anticipare per conto proprio la exit strategy”. Perché non deve? “Se vuole tutelare i suoi interessi”.

Ulteriore spiegazione: “Il consenso popolare non è stato concesso a chi combatte i talebani. La guerra sembra avviata verso un’afghanizzazione della sicurezza sul terreno che fa certo comodo ai governi occidentali ma che, anche senza evocare il Vietnam, suona come una previsione di sconfitta con annesso meccanismo salva-faccia. Allora, cosa ci facciamo laggiù? Ecco: La guerra, proprio perché va male, è diventata un test per disegnare le gerarchie internazionali. Un ritiro unilaterale ci declasserebbe nel mondo, e avrebbe anche conseguenze sulla nostra economia”.

Da chi saremmo declassati, se non dai bellicisti che ragionano come Venturini, ossia come ragionavano Salandra e Sonnino nel 1915, Benito Mussolini nel 1940: tutti bisognosi di un tot di morti da contabilizzare nei negoziati della vittoria? Venturini ci vuole ai piani alti della ‘gerarchia internazionale’; in pratica, ci vuole azionisti (purtroppo di minoranza) dell’egemonia sul pianeta. Forse traballa il ‘rapporto speciale’ Londra-Washington, l’Urbe si tenga pronta.

Non altrettanto chiaro è quali conseguenze teme il Nostro sull’economia nazionale, a parte le commesse militari che Dick Cheney riuscirebbe a far togliere alle nostre industrie belliche. Senza dubbio la fine dell’impresa afghana deprimerebbe il Pil. Ma che altra disdetta? Scemerebbe il pret-à-porter? Rimini perderebbe pedalò? La vendetta di Petreus estrometterebbe Sergio Marchionne dalla Chrysler? Dr.Venturini non ci tenga in ansia!

Poi, il 2 agosto, i Paesi Bassi confermano il ritiro delle loro forze. E Venturini: .

Chissà quanto saliremmo nella gerarchia se, richiamando venti classi di leva, mandassimo a Petreus alcuni milioni di baionette! Ma Venturini non chiede tanto. Basta restare lì quanti siamo che al vertice di Yalta saremo invitati.

Riassumendo.

1) L’Olanda fa come fa perché non è una potenza come la Repubblica bipartisan di Parisi e La Russa. Ma, avesse l’orgoglio e l’ambizione di carriera della detta Repubblica, che le prometterebbe Venturini? Il recupero dell’impero indonesiano? Il ritorno a quando l’ammiraglio Marteen Harpetszoon Tromp sconfiggeva la Royal Navy? Il primato seicentesco nelle nature morte?

2) Se con noi la Nato “si facesse sentire”, quale sarebbe la nostra espiazione? L’Isaf, scornata in Afghanistan, piomberebbe tremenda sulle nostre città d’arte, così belle e fragili? Faremmo la fine dei corpi d’armata di Tblisi, o saremmo solo asserviti come l’Inguscezia? Il rating di Moody’s scenderebbe a tripla Z?

3) Infine. Cedessero Berlusconi e Frattini alla tentazione di fare come la nanopotenza batava, è chiaro che per Venturini l’ultima trincea del rango gerarchico sarebbe difesa dai finiani, dall’Udc, più ancora da D’Alema, Rosy Bindi e Vendola. Gli ultimi tre hanno saputo coniugare gli ideali di sinistra e il rimpianto di quando Roma ‘debellava superbos’. Basta piagnistei pacifisti, sosteniamo i bilanci dell’Alenia.

A.M.C.

DEAR YOUNG ITALIANS ABROAD

I’m writing you a letter because nowadays the epistolary form seems to be the most appropriate when it comes to expressing moral outrage.

Just like you, I’ve read Pier Luigi Celli’s letter in La Repubblica, encouraging his son to emigrate, to wander off into the horizon in search for a better future. Just like you, I’ve read the Time magazine article informing its readers (and anyone willing to listen) about the troubles a young Italian with a university degree encounters when searching for a job. And just like you, I’ve seen a variety of Facebook friends tag that YouTube video playing the scene from La Meglio Gioventu’ in which a professor exhorts his young(ish) student to leave Italy because ‘dinosaurs’ like him are running the country into the ground. But, perhaps, unlike you, I am not willing to resign myself to the doomsday analyses and pessimist outlooks and continual laments many find convenient when times are tough. The grass may be greener on the other side, but the question they must be asking themselves now is “What have we done in order to cultivate a better lawn in our own backyard?”

I observe with ‘nativist’ amusement the rush of Italians swarming New York City’s streets, the same streets in which I grew up, and wonder from where their indiscriminate passion for this city stems. When I wrote ‘10 Reasons to Hate New York’, the most virulent protests against my piece came from the Big Apple’s Italian residents, their deafening outcries shouting in defense of their adoptive city. Young Italians love New York because it’s dynamic, because it’s diverse, because it offers a sense of possibility around every corner, because for them it’s everything Italy isn’t. But New York hasn’t carried this aura of invincibility across the centuries because it’s inherently a great place or because confidence flows through the city’s sewers or because the air smells better or because the people are nicer. New York is both home to the Wall Street goon and the Mexican busboy, but both operate within the city’s confines with the necessary ‘can do’ optimism that allows them to dream big while being small, to construct a future from raw will. At least, that is the fuel that New York and America have run on throughout their brief histories. Nonetheless, it’s a fuel that is both generated and consumed by the inhabitants, the people, the man and woman on the street. New York is but a stage upon which the player’s existential buoyancy is lived. To make a long story short, New York is such a thriving place because New Yorkers make it so. A little bit of will power goes a long way.

But not for the Italians.

Italians suffer from negativist exceptionalism. Ask a young Italian how things are going in Italy, and they will most likely reply that the situation is ‘horrible.’ They will compare Rome’s political milieu to that of the most downtrodden African country… and say Italy is worse off. They will say the economy is on the down-and-outs, that society is crumbling in the face of mysterious organizations like the P2 or the P3. They will point to corruption, sexism, television, organized crime, tax evasion, vandalism, and nepotism as the nefarious evils slowly devouring the country from the inside-out like furious worms. And they will pretend that there is nothing they can do about it. That these are crimes being perpetrated against them; that they are unwilling participants in an Italian farce, victims being taken along for a ride.

So, it perplexes me to see the very same Italians, so helpless at home in Italy, undergo a rebirth in New York. Suddenly, those same people, who months before complained about the social torpor of Florence or Rome or the provinces, rediscover their enthusiasm, creativity, imagination, ideas, business plans, and social awareness. Suddenly, they stop complaining and ‘start doing’, because, as everyone knows, New York has no time for whiners. If only they ‘started doing’ in Italy, too.

Professor Celli’s letter and the anecdote from La Meglio Gioventu’ have gotten it all wrong. Young Italians don’t need to flee Italy, escaping to Berlin, New York, and beyond. They need to stand up, take action and claim what’s rightfully theirs. Instead of complaining, or drawing up anachronistic theories that assign blame for Italy’s long and lazy decline, they need to understand that it’s time to shut up and get to work. It’s time to jettison the existential desperation, the ‘everything is impossible’ attitude, and seize the opportunity to rebuild from the ashes of their fathers. It’s time to crowdsource the creativity of those Young Italians living in Williamsburg, the entrepreneurial skills of those working in London, and the brains of those who’ve gleaned MBAs and PhDs from Harvard and LSE and Princeton and find and impose solutions into and onto the Italian context. Italy cannot become a dynamic and progressive society if its most dynamic and progressive citizens escape without giving a fight. And, signing petitions and demonstrating in squares and grumbling on Facebook can lead nowhere if they are not backed up with credible, bottom-to-top alternatives.

I’m writing this letter as an appeal, not a complaint; it should serve as a stimulus, not an offense. Let’s begin the crowdsourcing here and now and start sifting through ideas that can serve as the new foundation for an optimistic and dynamic Italy- a New York-style Italy that offers opportunity for everyone.

How Would You Change Italy For the Better?

A. Giacalone

Original articles can be found here:
http://www.nuok.it/2010/10/dear-young-italians-abroad/
http://www.nuok.it/2010/10/cari-giovani-italiani-all-estero/

POPULAR CULTURE

Fashionism by Chris SabbatiniConsumism by Chris Sabbatini

Queste due immagini le ho sempre trovate geniali. L’associazione dittatura-società del consumo è espressa benissimo già dal gioco di parole, ma l’immagine la rende ancora più violenta e diretta. I simboli nazista e comunista sembrano sottointendere che le nostre scelte in fatto di acquisti, moda e vestiti non sono affatto liberi, ma imposti violentemente, e quasi a nostra insaputa, da una società in cui vali per ciò che hai. Il colore fuxia e i simboli fallici rimandano alla dimensione sessuale che è sottesa alla mania della moda e del consumismo (“se sei vestito fico scopi”, per intenderci). In generale mi pare che in queste due immagini venga sintetizzata una critica aspra, intelligente e niente affatto banale.

Tommaso Canetta

Vedi PUPOLAR CULTURE su chrissabbatini.com

OTTOBRE 2010

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

Nel 1968, quando IlConfronto istigava il PCI ad insorgere contro Mosca, Rodolfo Mondolfo – il maggiore interprete del marxismo come umanesimo, prozio di una donna oggi nel nostro gruppo – così chiudeva il saggio “Uguaglianza e libertà”: ‘Ai dittatori bolscevichi possiamo opporre le parole che Marx scriveva nel 1847: ”Noi non siamo comunisti che distruggano la libertà personale e che vogliano fare del mondo una caserma e una casa di lavori forzati. Non abbiamo voglia di procacciarci l’uguaglianza a spese della libertà.” E noi infatti invocavamo un PCI liberale, non più operaista né settario, alleggerito di intellettuali togliattiani, affrancato da Mosca. Sostenevamo il dissenso cattolico.’ Schernivamo il sinistrismo, anche allora perfettamente velleitario.

Da oggi segnaleremo dall’ecumene planetario ogni spunto che aiuti a cambiare la democrazia, redimendola dall’ipercapitalismo. Al posto dell’oligarchia dei signori dei voti e delle tangenti, annunciamo una Polis gestita da segmenti sociali qualificati scelti a sorte, per turni brevi, dal computer. Suscitando la partecipazione, sarà meno inconcepibile una rimonta semisocialista.

Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

EVOLUZIONE, NON RIVOLUZIONE, PER UN SISTEMA NEO-ATENIESE

Leggendo il documento “Il Pericle elettronico” [dossier sulla tecnodemocrazia selettiva, materiali anglo-americani sulla superfluità delle elezioni e dei politici. La soluzione randomcratica: una nuova polis sovrana di super-cittadini scelti dal sorteggio] appare condivisibile il concetto di ritorno ad una democrazia in un certo senso “diretta”, l’utilizzo della tecnologia per consentire tale ritorno, l’impiego del metodo dell’estrazione e, soprattutto, l’idea di selezionare i più competenti e degni per ricoprire gli incarichi, attraverso una scrematura via via più ardua.

Sorgono tuttavia delle domande in ordine a certi aspetti problematici delle idee proposte.

Come evitare, in primo luogo, derive populiste, estremismi, degenerazioni dittatoriali, come garantire la salvaguardia di taluni principi liberali storicamente invisi al popolo (il divieto della pena di morte, di pene esemplari o umilianti, o il concetto di pena rieducativa e non punitiva etc), come tutelare le minoranze, come evitare, in materie quali la politica economica o la politica estera, decisioni prese con la “pancia” dalla gente, e non con la “testa”?

Pare subito una buona risposta la suddetta selezione delle persone che andrebbero a ricoprire gli incarichi. Se chiunque può, in teoria, accedere a qualsiasi funzione di governo grazie all’estrazione, in pratica va garantito che vi acceda solo chi ha competenze e conoscenza sufficienti, indipendentemente poi dalle opinioni personali, per poter decidere con cognizione di causa. L’idea di “macrogiurie”, avanzata ne “Il Pericle elettronico”, pare estremamente interessante da questo punto di vista. Evitare poi che le decisioni vengano prese in modo immediato, ma che, anzi, sia garantita una ampia discussione preliminare, è un altrettanto valido deterrente contro scelte emotive e non razionali.

In secondo luogo, è problematica la gestione dell’informazione in un sistema di democrazia elettronica diretta. Come evitare che chi gestisce il quarto e il quinto potere possa godere di un’influenza determinante sulle decisioni prese dal popolo?

La pluralità dei mezzi di informazione è, in fondo, solo un’opportunità, non una garanzia di risultato. Se il 90% della popolazione si forma un’opinione basandosi su 3 telegiornali di proprietà della stessa persona (ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente voluto), la presenza di altre centinaia di media è pressoché irrilevante.

Una buona soluzione potrebbe essere richiedere, a coloro che vengono estratti per esercitare funzioni di governo, di dimostrare di essere a conoscenza della realtà dei fatti, dei dati oggettivi coinvolti nell’argomento, e non solo delle opinioni trasmesse da alcuni media. Se la pluralità dei mezzi di informazione, come detto, è un’opportunità, deve poter governare solo chi la coglie.

Da queste prime due grandi aree problematiche, ne discende quasi automaticamente una terza: come predisporre la selezione dei governanti?
Le recenti innovazioni tecnologiche aprono le prospettive più interessanti. Internet permette una diffusione gratuita, ampia ed immediata della conoscenza, e quindi non c’è più motivo per ritenere che al povero sia concesso un accesso all’informazione inferiore al ricco. I computer, poi, permettono la predisposizione di test, il più possibile oggettivi, che saggino le conoscenze dell’esaminato. Non è poi così futuribile, dunque, pensare di sottoporre gli estratti a sorte ad una selezione via computer, per poterne valutare le competenze (oltre ad un’analisi tramite dati e titoli, circa esperienze ed assenza di precedenti) su temi specifici o generali, a seconda dei casi.

L’obiettivo di questa nuova forma di democrazia dovrebbe essere salvaguardare, ed anzi implementare, la competenza dei governanti, recuperare la partecipazione alla gestione dello Stato, e, soprattutto, innovare il metodo di governo portando il disinteresse personale, garantito dalla mancanza di elezioni e dall’estrazione a sorte, al centro del sistema.

Sarebbe poi, a tal proposito, utile ragionare in termini di “evoluzione” e non di “rivoluzione”. Il sistema della “democrazia neo-ateniese”, se la vogliamo chiamare così, può infiltrarsi in modo progressivo nel corpo malato della democrazia rappresentativa, semplicemente grazie alla spinta di un’opinione pubblica che ama essere coinvolta, ma detesta doversi impegnare a fondo nel coinvolgimento. In un sistema rapido, gratuito e semplice, come quello possibile grazie alla tecnologia di Internet, il desiderio di partecipazione sarebbe facilmente canalizzabile. La creazione di proposte semplici e fattibili, su cui convogliare il consenso popolare, per poi imporle ai soggetti istituzionali dell’attuale sistema potrebbe essere un primo passo. La sperimentazione del sistema neo-ateniese dovrebbe cominciare in ambiti ristretti, per poi allargarsi sfruttando l’eco mediatica di simili tentativi. Gli stessi partiti potrebbero essere interlocutori, in quanto contenitori di persone potenzialmente interessate, nella fase iniziale.

Il dibattito può essere utilmente portato anche a livello di Unione Europea che, per la sua attuale struttura ancora ibrida ed indefinita, e per la sua prospettiva di diventare il futuro governo dei cittadini europei, appare l’ambito ideale per tale riflessione.

Quale democrazia manca all’Unione europea?

A seguito della crisi greca si sono levate molte voci che indicavano come la migliore delle soluzioni possibili una più profonda integrazione nell’ambito dell’Unione europea.

Tuttavia, non appena viene proposto il rafforzamento del metodo comunitario, subito si leva un coro di voci contrarie. I vari governi nazionali, da ultimo quello di Angela Merkel, si affrettano a dichiarare che le prerogative dei parlamenti nazionali non possono essere compromesse. L’argomento principe per contrastare il trasferimento di poteri a Bruxelles è il cosiddetto “deficit democratico dell’Ue”.

Si può notare come tale argomento non venga quasi mai usato per lamentare gli abusi di un potere centrale fautore di interessi propri a discapito di quelli dei cittadini, o gli sprechi dissennati che, grazie a un più diretto controllo dei governati sui governanti, sarebbero evitabili. Al contrario, la mancanza di democraticità dell’Unione è fatta oggetto di attenzione quando vengono prese decisioni impopolari ma fondamentalmente giuste, e quello che sembra più spaventare nel procedimento decisionale europeo, è la minore possibilità di ricattare il legislatore da parte di minoranze consistenti e portatrici di forti interessi.

Nelle democrazie rappresentative occidentali è difficile per i governi prendere decisioni se ledono interessi particolari sufficientemente diffusi o tutelati. E’ parimenti difficile ignorare certi moti di opinione pubblica, spesso figli di episodi di cronaca o comunque dell’emozione del momento.

Ma è di questa democrazia che l’Unione europea ha bisogno?

Sembra doversi constatare che il concetto di democrazia di cui l’Unione europea sarebbe carente, è il sunto degli aspetti peggiori della democrazia stessa: incapacità di superamento degli interessi particolari, ricattabilità del legislatore ad opera di gruppi di interessi, adeguamento acritico alle pulsioni dell’opinione pubblica, frustrazione del bene comune.

Un aumento dei poteri dell’Unione europea è inevitabile, e quindi un problema di controllo su chi esercita tali poteri esiste sicuramente. Invece di trasferire a Bruxelles i peggiori frutti del nostro sistema democratico-rappresentativo, perché non pensare a strade alternative?

Se le persone che hanno le competenze e le capacità per far parte, ad esempio, di un’autorità di controllo sulla gestione dell’economia europea non sono più che poche decine per Stato, invece di prevedere che esse vengano elette, o nominate da eletti, perché non azzardare che siano sorteggiate? Una volta selezionati i cento migliori esperti europei, estraendone a sorte dieci nominativi, si avrebbe al contempo la garanzia della competenza, e l’assenza della ricattabilità, dei favori e dei favoritismi.

Nessuno nega che un tale sistema di “random-crazia” porrebbe dei problemi, ma è altrettanto innegabile che molti dei problemi attuali sarebbero risolti, e il costante deterioramento dei regimi democratico-rappresentativi impone una riflessione sistematica.

Iniziativa legislativa popolare: il nuovo ruolo della telematica

A seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1° dicembre 2009) è stato introdotto nell’ordinamento dell’Unione europea l’istituto dell’iniziativa legislativa popolare. E’ ora possibile per un milione di cittadini europei, appartenenti ad un significativo numero di Stati membri, invitare la Commissione a presentare una proposta legislativa.

Perché i cittadini europei possano esercitare concretamente questo diritto, tuttavia, è necessario che Parlamento europeo e Consiglio adottino un regolamento. Una prima proposta in proposito è stata presentata dalla Commissione il 31 marzo. Si prevede che il milione di cittadini necessari debba provenire da almeno un terzo degli Stati membri (attualmente quindi nove), e che sia necessario un numero di firme minimo per ogni Stato. La parte più interessante della proposta di regolamento riguarda le procedure per la raccolta delle firme (o “dichiarazioni di sostegno”), in cui si prevede che queste possano essere raccolte su carta o per via elettronica.

Vale la pena sottolineare l’importanza sostanziale del nuovo metodo di raccolta on-line delle adesioni. In una società in cui ampie fasce della popolazione (i giovani, specialmente) trovano più semplice, e più normale, sottoscrivere una petizione on-line, o partecipare ad una catena di mail, o iscriversi ad un gruppo su facebook, che non firmare per un referendum, legare un diritto di pre-iniziativa legislativa ad uno strumento come internet può essere utile ed innovativo. Se l’esperimento dovesse avere successo, si potrebbero ipotizzare infinite applicazioni del medesimo metodo, non solo in sede europea, ma anche nazionale e locale.

Altrettanto incoraggiante è poi la posizione della Commissione, ad ora non intenzionata a cedere alle perplessità degli Stati membri sulla raccolta firme on-line. Se ai dubbi ed ai problemi, legittimamente sollevati dagli Stati, si sarà in grado di dare risposte efficaci da un punto di vista tecnico e operativo, non si consentirà alle inconfessabili perplessità di alcuni Stati membri, riguardo qualsiasi innovazione nel senso di una “democrazia elettronica”, di nascondersi dietro a critiche di buonsenso o a spauracchi da complotto-hacker. Come già spesso in passato, così anche oggi l’Unione europea potrebbe trovarsi a svolgere un ruolo di avanguardia rispetto ai suoi Stati membri.

Tommaso Canetta

IL PD NON HA IDEE: ECCONE 7

(manca, per ora, quella decisiva)

Quasi tutti, compreso chi scrive, sognerebbero i partiti falcidiati, umiliati, costretti a rubare meno, declassati a retrobotteghe. Soprattutto li vorrebbero ridotti in miseria: non più un soldo di finanziamento pubblico, visto che quest’ultimo non tiene lontano il denaro privato e le tangenti. Tuttavia si può ammettere: il Pd è meno stomachevole che il Pdl. Purtroppo non ha idee nuove, e perde le elezioni.

Ecco alcuni programmi che il Pd dovrebbe mettere in un suo Manifesto per la rigenerazione e la vittoria. Premessa: niente parole stanche su popolo, democrazia, Resistenza, diritti, conquiste.

1) L’Italia scelga la neutralità, dunque esca dalla Nato e dalla dipendenza dagli Stati Uniti, tagli tre quarti del bilancio della Difesa, cancelli le commesse militari in corso, venda le armi e gli equipaggiamenti a spiccato carattere offensivo, si ritiri dall’Afghanistan e da altre missioni. Questo implica capovolgere non solo la linea Berlusconi, anche quella Prodi D’Alema Parisi, cui dobbiamo buona parte degli scellerati impegni attuali.

2) Si dimezzi il bilancio della Farnesina, cominciando dal cassare il carattere diplomatico dei rapporti coi paesi dell’Unione europea, e dall’abbattere le esigenze mondane di quelle rappresentanze all’estero che non siano eliminabili subito.

3) Tagli draconiani ai piani alti della pubblica amministrazione. Chiusura e vendita dei palazzi di prestigio, Quirinale e sue dipendenze compresi. Il capo dello Stato e le altre istituzioni si acconcino a sedi modeste, nel nome della virtù e semplicità repubblicane. Corazzieri, palafrenieri, lacché in livrea: via tutto. Si tolgano gli alloggi di corte, i privilegi e i trattamenti speciali. Si modifichino le normative, e persino il Codice Civile, perchè si possano tagliare o abolire i ‘diritti acquisiti’.

4) Le Province perdano le funzioni meno plausibili, costino un decimo rispetto ad oggi, divengano le sedi di un esperimento iper-innovativo: il graduale passaggio alla democrazia diretta (elettronica) selettiva. Per cominciare, in ciascun consiglio provinciale metà o tre quarti dei membri elettivi siano sostituiti da volontari sorteggiati -per turni di pochi mesi- all’interno di piccoli segmenti qualificati (per meriti civici oggettivabili) della cittadinanza, segmenti anch’essi sorteggiati dal computer.

5) Parlamento di una sola Camera, per un po’ ancora elettiva, di un centinaio di membri. Trasformazione del Senato in organo consultivo specializzato, composto per metà di persone sorteggiate tra i consiglieri pro tempore, non elettivi, dei consigli provinciali. Bonifica delle Regioni, oggi gestite in modi sempre meno morali. Abolizione di molti enti inutili.

6) Tassa progressiva sui patrimoni, aggravi su tutti i consumi di lusso. Certezza di un reddito minimo alle famiglie dei senza lavoro.

7) Fine della solidarietà automatica con i conflitti sindacali ( la maggioranza del paese non condivide la difesa dei ‘diritti’ alla Pomigliano) e coi movimenti di frangia: omosessuali, devianti, clandestini, antagonisti. Si perderebbero certi consensi, se ne guadagnerebbero assai più. Il Partito Democratico non è protestatario, ma ‘di tutti’. Il blocco sociale da guadagnare è tutto alla sua destra. Il sinistrismo uccise -per limitarci alla sola Europa- i partiti comunisti tedesco, inglese, spagnolo, greco e francese (quest’ultimo all’avvento della Quarta Repubblica appariva trionfante). Uccise anche il socialismo massimalista italiano. Del Pc nostrano è sopravvissuto solo il migliorismo, antitesi del classismo stralunato.

Probabilmente il berlusconismo con o senza Berlusconi avrà la fortuna immensa che quasi nulla di tutto ciò sarà condiviso dai vertici del Pd, specie se non vorranno abbattere il professionismo dei politici di carriera; e se ‘il ricambio’ e ‘il nuovo’ saranno rappresentati da bizzarrie quali il vendolismo, variante ormonale e ‘poetica’ del sinistrismo. La pensata di mettere un diverso al posto di Bersani (un po’ abitudinario ma rispettabile) sarebbe persino peggio che aggrapparsi al plutocrate-playboy di Maranello.

Jone

I PURI DI CUORE NON GLI INTELLETTUALI ‘DEMOCRATICI’

Soprattutto per ciò che tace, interessante una recente intervista/confessione al Manifesto dell’accademico comunista Richard Sennett, figlio di un comunista che nel 1936 combatté in Spagna; ‘comunisti tutti i suoi zii, si precisa’. Sua premessa: la crisi economica, che si vuole in via di superamento, riesploderà presto, perché il ‘capitalismo finanziario’ è una peste nera, non la si contiene. Su questo la sinistra di tutto il mondo non dice niente, perché vuole piacere al business. Invece è ora il tempo di riscoprire il socialismo. E lei che farebbe a questo fine? chiede l’intervistatore. ‘Nazionalizzerei l’intero settore bancario’. Purtroppo, è sempre Sennett, quando ho fatto questa proposta a un convegno, sono stati i relatori sindacalisti -‘sindacalisti’- a contestarmi: non puoi sostenere queste cose, i lavoratori non permetterebbero.

Il prof.Sennett non ha siegato come si riesce a riproporre il socialismo alla gente, intossicata per sempre dagli alti consumi elargiti in sessant’anni dal benessere, cioè dal mercato. Non ha spiegato perché sa che non saranno le enunciazioni di mille teorici come lui e di centomila attivisti di sinistra a convincere i grandi numeri. I grandi numeri ragionano: il mercato ci ha dato la seconda casa, varie automobili e le vacanze ai Caribi. La politica e la cultura democratiche, no. Le hanno date, molto più in grande, ai propri bonzi.

La gente ascolterà solo se il socialismo lo riproporranno persone all’opposto dei politici e degli intellettuali di sinistra. Persone le cui scelte etiche e i cui stili di vita saranno quelle dei veri apostoli e dei veri missionari di un tempo: abnegazione, rifiuto eroico del denaro, sobrietà ascetica, credibilità in quanto assertori della virtù; santità aggiornata, in pratica. Saranno ascoltati i soli puri di cuore: un assieme di caratteri all’esatto contrario dei giornalisti di De Benedetti e di Rai3, dei conduttori televisivi, degli scrittori progressisti delle corti di Mitterrand, Prodi e Zapatero.

Fin quando la sinistra resterà come è, coi campioni e i divi che ha, bugiardi e briganteschi quanto Berlusconi e Brancher, colleghi della stessa impostura solo molto meno bravi, il prof. Sennett perderà il fiato a invocare il socialismo. Quando predicheranno i ‘democratici’ dai loro pulpiti accademico-editoriali e dalle stesse spiagge dei ricchi, la gente capirà che mentono.

Antonio Massimo Calderazzi

PERCHÉ USCIRE DALLA NATO

Il capo dello Stato tedesco, Horst Koehler, ha dovuto dimettersi all’istante, il 31 maggio, per avere enunciato un concetto bellicista che la Germania non condivide più, dopo gli orrori di due guerre mondiali. Ecco un politico di rango che tiene al suo onore. Ecco una grande nazione che ha fatto i conti con una storia crudele, che rifiuta alcune fosche categorie del passato, che non sopporta chi le ripropone. In visita una settimana prima al contingente germanico in Afghanistan, l’allora Bundespraesident aveva detto ai militari mandati lì contro il sentimento del popolo: “Un paese delle nostre dimensioni, con il nostro orientamento verso il commercio internazionale e quindi dipendente dal commercio internazionale, deve sapere che in caso di emergenza schierare i soldati è anche necessario per proteggere i propri interessi”.

Questa riscoperta della guerra ‘giusta’, giusta non in quanto imposta dagli imperativi ‘spirituali’ del patriottismo di un tempo, bensì in quanto protegga da non è stata perdonata. Se volesse essere coerente fino in fondo, e reattiva, invece che politicamente timida com’è stata per secoli, la Germania dovrebbe uscire da una coalizione atlantica che la obbliga ad uccidere. Una coalizione che nell’interesse dei vincitori del 1945 violenta la volontà di pace che accomuna quasi tutti i tedeschi. Se così non fosse, Koehler non sarebbe stato costretto a dimettersi.

Quando, poco fa, si è dimesso il primo ministro del Giappone, Hatoyama, egli ha addotto due ragioni per il suo gesto: 1^, le accuse di corruzione venute dalla stampa, 2^, non ha tolto agli Stati Uniti la base di Okinawa, secondo una promessa elettorale. Anche questo caso attesta la diffusione e la forza dell’antiamericanismo. Quando l’infatuazione americana dei Berlusconi Prodi D’Alema Frattini Parisi -infatuazione da paesi baltici o da Georgia-che-ha-cambiato-padrone- passerà, l’Italia come la Germania dovrebbe semplicemente e subito uscire dalla Nato, senza curarsi dei pezzi di carta su cui i mandarini della diplomazia scrissero i trattati. Furono contratti leonini, dunque annullabili, che asservirono i contraenti minori agli obiettivi, cioè alle trame, di Washington. Un asservimento immorale, perché Washington usa da oltre due secoli una forza soverchiante per i fini del suo impero.

Cominciò nel 1846-48 il presidente J.K.Polk (democratico come i più tra i suoi successori guerrafondai) quando aggredì il Messico per aggiungere quattro grandi Stati alla Confederazione, tra cui California e Texas. La repressione del nazionalismo filippino, dopo la conquista seguita alla vittoria sulla Spagna (1898) fu sanguinosa (per gli insurgents, manco a dirlo). Il passaggio al bellicismo planetario fu opera di Woodrow Wilson: il presidente dei 14 nobili punti costrinse l’America ad entrare nella Grande Guerra cui era completamente estranea. Il vero fondatore dell’impero fu però Franklin Delano Roosevelt, il plutocrate trentunenne che Wilson volle nella sua Amministrazione perché moltiplicasse la potenza della US Navy. Per tutto il 1941 FDR portò all’esasperazione il Giappone perché attaccasse Pearl Harbor, in modo da scatenare lo sdegno degli americani.

Dopo le parentesi un po’ meno aggressive delle presidenze Truman e Eisenhower, J.F.Kennedy rilanciò il bellicismo in Indocina: risultati miserevoli, ma le vite americane perdute furono un ventesimo di quelle del nemico. Tutte le Amministrazioni (Obama compreso) che vennero dopo il Martire dell’idealismo Nuova Frontiera hanno portato avanti il programma imperiale. Cose che sarebbero persino perdonabili, se la macchina da guerra statunitense non avesse fatto, più o meno, i milioni di morti che attribuiamo a Hitler e a Stalin. I satelliti odierni dell’America asseriscono di difendere in Irak e Afghanistan i ‘valori dell’Occidente’; strani valori che includono la quotidiana carneficina (in Pakistan!) operata dai ‘drones’. Dov’é la differenza tra la morale della Casa Bianca e quella della Cancelleria del Fuehrer?

Oltre a tutto la soggezione al Pentagono è, oltre che immorale, superflua. Né l’Europa né i suoi paesi principali sono minacciati dai pericoli del 1949. In ogni caso Svezia e Svizzera sono occidentalissime e non hanno bisogno della Nato. Forse sopportano oneri di difesa proporzionalmente maggiori dei nostri. Ma almeno non sono coinvolte nelle guerre vituperevoli di Washington. E forse spenderebbero meno in aviogetti se valutassero con più ottimismo i pericoli che vengono dall’Iran, dalla Corea del Nord e dallo Yemen (se mai cadrà ai talebani).

Se l’asservimento a Washington è immorale ed è inutile per Italia, per Germania, per Gran Bretagna persino (dove il disgusto per le crociate yankee cresce), in realtà voltare le spalle alla Nato sarebbe imperativo per l’intera Unione Europea. Oggi è paralizzata dall’innaturale americanismo degli ex-satelliti dell’Urss. E’ però chiaro che quando si darà una propria politica estera, l’Europa disdetterà la Nato.

Post scriptum su 24 miliardi in cacciabombardieri

Il 13 giugno di quest’anno il quotidiano l’Unità, erede di mille lontane battaglie contro il militarismo, fondato da Gramsci ma fatto furibondo da una giornalista monotematica del gruppo De Benedetti, pubblicava un’intervista al più impettito tra i ministri repubblicani della Difesa. Un prodiano d’acciaio che faceva figuroni quando passava in rassegna ammiragli e generali a 4 stelle, con le loro signore. Il prof. Parisi, così si chiama il collega universitario dello statista e ulivicoltore bolognese, ha argomentato alla Clausewitz e alla Remington Rand (o altro grande fornitore del Pentagono) che i programmi d’armamento non si interrompono.

A quanti sono disgustati per l’acquisto di cacciabombardieri ed elicotteri d’attacco per 24 miliardi (acquisto che appare coevo ed equipollente alla dura manovra di Tremonti) l’Impettito ha risposto che mettono a repentaglio la posizione internazionale dell’Italia.

Perché dovrebbe ragionare diversamente, il propugnatore della nostra resurrezione guerresca, quando Prodi, il suo benefattore, mise a tacere le proteste per la megabase USA a Vicenza con un abietto “La base si fa”. O quando Massimo d’Alema confidava ai giornalisti la commozione e la gioia giacché Condoleezza Rice l’aveva chiamato per nome, lui di Gallipoli, dandogli l’equivalente del tu? La salsedine del velismo, si sa, ossida il senso del ridicolo.
Il lealismo atlantico dei condottieri del nostro progressismo è stato -è- un motivo grosso per l’indifferenza tra destra e sinistra. Berlusconi, almeno, proclama apertamente la sua scelta di campo. Prodi faceva la stessa scelta, ma la avvolgeva di farfugli. Insieme a D’Alema dovette giudicare severamente Rodriguez Zapatero, il quale nella prima ora alla Moncloa ordinò il ritiro della Spagna dall’Irak. Vuoi mettere, all’opposto, il roccioso atlantismo del prof.Romano Prodi, quello più cicisbeo del deputato di Gallipoli, quello marziale di Parisi, l’Aiace dell’Ulivo?

Si dirà, i cacciabombardieri fanno lavorare l’Alenia. Ma l’Alenia si impicchi. Faccia letti d’ospedale per l’Africa. Io li ricordo i tricicli a motore, un passeggero avanti e l’altro dietro come negli aerei stretti, che la grande Messerschmitt dei Me109 si mise a costruire nelle macerie della fabbrica, subito dopo il 1945.

A.M.C.

IL PAPA DEMOLITORE CHE RIFONDERÁ IL CATTOLICESIMO

Straordinaria l’importanza, nella luce come nelle ombre, dell’articolo “L’immutabile destino della Chiesa: trionfante e sofferente insieme” di Vittorio Messori (Corriere della Sera, 7 luglio 2010). Messori è intimo di Benedetto XVI (“Quando mi descriveva la situazione”; “Una volta, a tavola, gli sentii sfuggire una confidenza”).

Le sue enunciazioni sono, questa volta in ogni caso, ammirevolmente oneste: “Il Dio di Gesù sembra eclissarsi”. “La Chiesa sarà sempre viva e feconda e, al contempo, come agonizzante”. “Clero indegno, tra abusi sessuali e affarismi? Nessuna sorpresa, essendo (la Chiesa) sia casta che meretrix”. “Decadenza numerica? Il suo destino, come prevede il Vangelo, è di essere piccolo gregge, lievito, sale, granello di senape”. E soprattutto:”Nulla può turbare il Pastore se regge la fiducia nell’esistenza di Dio. Nulla può stare in piedi, invece, se ci si convince che ci sono Caso, Materia, Evoluzione cieca al posto di Dio (…), che la Chiesa è una multinazionale affaristica o, a essere benevoli, la maggiore delle Ong”. “Per due volte, negli ultimi mesi, Benedetto XVI ha ripetuto: “La fede rischia di autoestinguersi, come una fiamma che non trova più alimento” e “Oggi, in Occidente, chi mi stupisce non è l’ incredulo, è il credente”.

Grandezza di riconoscere la verità, in Ratzinger come in Messori. Ma sorprendentemente angusta, anzi cieca, nel secondo la visione dell’avvenire immediato. La salvezza, per Messori, verrà dall’istituzione del nuovo Pontificio Consiglio per la la rievangelizzazione dell’Occidente secolarizzato, “affidato a un arcivescovo come Rino Fisichella, cardinale se farà bene”. Verrà soprattutto dalla riscoperta di quel “lavoro di ricerca della credibilità della fede, quell’accordo tra il credere e il ragionare che è sempre esistito nella Chiesa, e che dopo il Concilio era stato abbandonato (…) E’ tempo insomma di ritorno all’apologetica (oggi si preferisce chiamarla (…)Ci vorranno nuovi apologeti, rispettosi di tutti e al contempo coriacei”.

Dunque, secondo Messori, nessuna esplorazione in terre nuove. Invece ritorno a ciò “che è sempre esistito nella Chiesa” e rifiuto di “molta teologia infida che insinua il dubbio e mina le certezze”, di “tanta esegesi biblica che disseziona la Scrittura con un metodo creato nel Novecento da atei o da protestanti secolarizzati”. Rifiuto, infine, “di tanta pastorale che nega le basi dell’etica cattolica”.

Se questo è il pensiero, oltre che di Messori, anche di Ratzinger, la Chiesa non ha speranza. Un cattolico praticante come chi scrive sente che la Chiesa dovrà fare l’esatto contrario che il ritorno a Bellarmino. Questo esatto contrario lo farà un papa non riformista, ma rivoluzionario. In nulla espresso dalla Curia, dal management e dalla diplomazia (persino Roncalli, un nunzio, era sbagliato), e invece “fatto” nelle parrocchie, nelle cappelle delle carceri e degli ospedali, nelle clausure dei cenobi. Un papa santo-estremista, più deciso di Lutero, che demolisca quasi tutto, abolisca i cardinali e i prelati burocrati, sciolga la Città del Vaticano, ripudi non i soli crimini del Medioevo e del Rinascimento ma tutti gli errori e i misfatti di 17 secoli di glorie, fasti e ricchezze temporali.

Una Chiesa che lasci Roma e venda, oltre a San Pietro e ai Sacri Palazzi, le banche, le holding finanziarie, gli imperi immobiliari e universitari, si scoprirà nella sua cruda povertà -il ricavato, ai poveri del mondo- l’unica superpotenza spirituale e ideologica del pianeta. Sulle macerie e i cadaveri del marxismo, del capitalismo liberale, del laicismo progressista/trasgressivo, oltre che del cattolicesimo alla romana, la Chiesa della rivoluzione si ergerà come vera vincitrice. Il più alto dei fari. La più possente delle centrali del pensiero religioso, e non solo.

l’Ussita

SLOVACCHIA DA SCOPRIRE

Molti continuano a confonderla con la Slovenia e forse diventeranno meno numerosi soltanto in Italia dopo lo smacco inflitto dai suoi calciatori (evidentemente incorruttibili, checchè subodorasse Umberto Bossi) agli stanchi guerrieri di Marcello Lippi in terra sudafricana. In realtà, benché piccola e giovane, come Stato, la Slovacchia non merita l’anonimato. Le sue prodezze non si limitano al campo sportivo e se ne contano, anzi, di ben più importanti e significative di quelle calcistiche, per quanto le une come le altre siano sempre soggette a conferma nel tempo. Le più recenti richiamano comunque su di essa una particolare attenzione.

Indipendente solo dal 1992, il paese aveva subito per molti secoli una meno che dolce dominazione ungherese, anche nell’ambito dell’Impero absburgico fino al suo disfacimento al termine della prima guerra mondiale. All’interno di un nuovo Stato comune con la Boemia-Moravia gli slovacchi soffrirono invece la preponderanza e la multiforme egemonia ceca, tanto che almeno una parte della popolazione non esitò a collaborare alla sua distruzione da parte di Hitler, nel 1939, sostenendo un governo separatista e filonazista. La partecipazione di truppe slovacche all’invasione dell’Unione Sovietica fu ben presto controbilanciata da una massiccia insurrezione antifascista, che preluse alla rinascita della Cecoslovacchia sotto un regime comunista inizialmente accolto, peraltro, con minor favore rispetto ai cechi.

L’ostentata repressione di un nazionalismo slovacco nel periodo staliniano non fu probabilmente priva di aspetti pretestuosi. Sta però di fatto che le rivendicazioni autonomistiche del paese contribuirono parecchio all’esplosione della “primavera di Praga” nel 1968 e alla sfida lanciata al Cremlino, in nome della democrazia, sotto la guida dello slovacco Alexander Dubcek, popolarissimo anche in terra ceca. Stroncato il “nuovo corso” dall’Armata rossa, l’unico suo frutto sopravvissuto alla conseguente “normalizzazione” (imposta tramite un altro slovacco, Gustav Husak) fu la trasformazione della Cecoslovacchia in Stato federale, per quanto poco ciò potesse comportare concretamente in un sistema di tipo sovietico.

Il ribaltone del 1989 fece comunque prevalere a Bratislava, come in tanti altri capoluoghi dell’ex “campo socialista”, la spinta incontenibile all’emancipazione totale. Accettato senza troppe difficoltà dai cugini cechi, il distacco da Praga appariva alquanto azzardato per la componente più piccola e più povera della federazione. Oltre a tutto, proprio sul suo territorio era concentrata quell’industria pesante tradizionalmente privilegiata dal “socialismo reale” e largamente destinata alla rottamazione in un’economia di mercato (anche se le acciaerie di Kosice vennero parzialmente salvate nel 2001 dall’US Steel con la benedizione di Bill Clinton). L’aspra conflittualità politica che contraddistinse il primo decennio di indipendenza contribuì a rafforzare i dubbi e a rendere ancora più fosche le previsioni. Le quali, tuttavia, hanno finito col venire smentite, dopo l’ascesa di forze e uomini più decisamente riformisti e meno controversi di una figura a lungo dominante come quella del populista autoritario Vladimir Meciar, un ex pugile.

Mentre la Boemia-Moravia vivacchiava sui vecchi allori, la Slovacchia ha infatti inscenato un boom senza uguali nell’Est europeo, che l’ha portata ad eguagliare o quasi il Pil pro capite della Repubblica ceca, salendo al terzo posto dopo quest’ultima e la Slovenia tra tutti i paesi ex comunisti (con la Russia, per dire, a circa metà del suo livello), e a superare la stessa Cechia persino nella corsa all’Euro dopo la contemporanea ammissione nell’Unione europea. Anche qui, si tratta di un traguardo raggiunto, finora, insieme con la sola Slovenia in tutta l’Europa orientale, all’inizio del 2009, grazie ad un’inflazione bassa e a conti pubblici in ordine. Principali strumenti di un simile exploit sono stati un laissez faire senza riserve, una politica fiscale imperniata sulla flat tax, l’imposta a livello unico, e la porta spalancata agli investimenti stranieri, che infatti sono piovuti in abbondanza specialmente nel settore automobilistico (Volkswagen, Peugeot-Citroen, Hyundai).

Un simile indirizzo è rimasto sostanzialmente immutato anche dopo l’avvento al potere, nel 2006, di Robert Fico, giovane socialdemocratico dipinto piuttosto come un populista dai suoi predecessori di centro-destra. “Meglio populista che ladro”, egli ama replicare, sostenendo ad ogni buon conto che la singolare alleanza di governo con il Partito nazionale, sciovinista e xenofobo, e quello residuale dell’irriducibile Meciar, non ha compromesso la continuità politica; come in effetti è avvenuto, appunto, in campo economico. Non così, invece, su un altro terreno scottante, quello dei rapporti con la grossa minoranza ungherese e con la stessa Ungheria sua protettrice. Qui la pressione dell’estrema destra si è fatta sentire (come pure riguardo alle altre due minoranze, i ruteni o ucraini e, soprattutto, gli zingari) dando il suo apporto ad un deterioramento non interamente addebitabile alla crescita di impulsi analoghi sulla scena politica magiara e delle denunciate interferenze di Budapest in una questione interna slovacca.

Nel frattempo, la crisi planetaria non ha mancato di sollevare le prime ombre sul miracolo economico della “tigre dei Tatra”, pur risparmiata sinora da tracolli paragonabili a quelli occorsi nelle repubbliche baltiche o in un suo corrispettivo, se si vuole, euro-occidentale quale l’Irlanda. Benché non catastrofico, il brusco calo del Pil (-4,7% nel 2009) dopo anni di galoppo ha innalzato la disoccupazione al 13%, tanto più pesante in quanto i senza lavoro a lungo termine sono intorno al 70%. In ogni caso, prima o poi gli operai, verosimilmente non appagati dalla medaglia d’oro in fatto di riformismo assegnata alla Slovacchia dalla Banca mondiale nel 2003, reclameranno salari superiori all’attuale media mensile di 500 euro. E, una volta passata come tutti confidano, o almeno sperano, la bufera globale, queste ed altre consimili rivendicazioni non potranno essere facilmente ignorate, innanzitutto, da un partito che si dice socialdemocratico come lo Smer-SD di Fico e che vanta il varo e l’attuazione (in realtà discutibile) del primo programma nazionale di Stato sociale.

Le prime risposte, per il momento, toccheranno tuttavia ad altri. Le elezioni parlamentari del 12 giugno hanno confermato la popolarità del premier uscente, il cui partito ha visto addirittura aumentare i consensi (specie tra i meno abbienti e in provincia) rafforzando così la sua maggioranza relativa. Ciò non è però bastato ad evitargli la perdita del potere a beneficio dei vecchi antagonisti di centro-destra. Si è formato infatti un nuovo governo di coalizione capeggiato dalla cristiano-democratica Iveta Radicova, per quanto esponente di un partito forte di soli 28 seggi contro i 62 dello Smer-SD su un totale di 150. La svolta, alquanto inaspettata, si deve ad un evento altrettanto imprevisto e di tutto rilievo non solo nel quadro nazionale: la sconfitta dei due partiti sinora alleati con Fico. Quello di Meciar non ha superato lo sbarramento del 5% e gli ultranazionalisti del truculento Jan Slota sono rimasti a stento in parlamento. Per contro, tra i quattro della coalizione entrante figura una nuova rappresentanza degli ungheresi, premiata da un brillante successo.

La bocciatura di Slota, in particolare, segna la prima battuta di arresto di un’avanzata delle forze di estrema destra che connota da qualche tempo il panorama politico dell’Europa sia orientale che occidentale. Se in quest’ultima il loro bersaglio principale, benché non unico, è costituito da genti allogene di più o meno recente immigrazione, nella prima la presenza di minoranze più o meno numerose in molti paesi genera da sempre problemi spesso acuti di convivenza interetnica o interculturale con conseguenti conflitti anche di straordinaria gravità; basti ricordare il caso jugoslavo. In Ungheria la recente impennata di un ringhioso sciovinismo ha avuto come sfondo una situazione economico-finanziaria oltremodo critica. L’esempio slovacco sembra indicare invece che da progressi adeguati o quanto meno promettenti in tale campo possono scaturire effetti benefici anche su altri.

Franco Soglian

CORRUZIONE: MALE EUROPEO

“Uno spettro si aggira per l’Europa”, potrebbe annunciare oggi un Carlo Marx redivivo. Non si tratta di una resurrezione del comunismo, anche se il nuovo spettro ha qualcosa a che fare con il comunismo o più precisamente con il defunto “socialismo reale”; purtroppo per chi eventualmente lo rimpianga. Si trarra invece della corruzione, che sembra dilagare nel vecchio continente coinvolgendone anche le regioni finora relativamente indenni o meno gravemente infette. Non soltanto, cioè, le lande meridionali, dove il morbo è sempre stato più di casa, dai tempi di Dante, per dire, fino a quelli di Mani pulite. Né soltanto nell’Est europeo, dove già i vecchi regimi autoritari o totalitari dominanti si erano rivelati incapaci di estirpare davvero l’antica piaga e destinati piuttosto per la loro stessa natura a favorirne la diffusione. E dove, comunque, il loro crollo, seguito da una transizione inevitabilmente travagliata ad un sistema diverso sotto ogni aspetto, non poteva non contribuire a gonfiare ed aggravare il fenomeno, oltre a conferirgli piena visibilità.

Oggi nella Russia di Putin, semi-autoritaria o, optando per l’eufemismo, a democrazia temperata, sul problema della corruzione divampa un vivace dibattuto sia a livello di opinione pubblica sia in sede istituzionale. E’ un progresso, certo, rispetto alla precedente negazione per principio dell’esistenza di un problema nazionale del genere. I massimi dirigenti moscoviti, anzi, sono dichiaratamente impegnati ad affrontarlo e risolverlo; con quanta credibilità, però, resta da vedere. Per l’altra grande ex sovietica, l’Ucraina, gli osservatori parlano di malanno “endemico” e “sbalorditivo” (staggering, così l’Economist) per le sue dimensioni. Nel resto dell’ex “campo socialista” una situazione analoga caratterizza innanzitutto l’area balcanica, concorrendo non poco ad ostacolare il pieno inserimento della Bulgaria e della Romania nell’Unione europea. Ma nuovi partiti sono comparsi e uomini politici sono saliti alla ribalta anche in paesi con migliore reputazione, come Polonia e Repubblica ceca, proprio alzando la bandiera della lotta contro la corruzione. Contro un male, dunque, che l’apparente consolidamento di regimi democratici non è bastato ad estirpare, com’era facile prevedere.

Nessuno, del resto, sembra immune dal contagio, quando di contagio si tratti e non di generazione spontanea, al di qua come al di là della vecchia cortina di ferro. Non parliamo, naturalmente, dell’Italia, leader su scala mondiale in fatto di corruzione così come di criminalità organizzata; un campo, questo, più o meno strettamente intrecciato con quello in argomento e nel quale il nostro paese vanta ben noti titoli di battistrada. Pochi dubitano, oggi, che l’epopea di Mani pulite non abbia prodotto frutti duraturi; le graduatorie internazionali continuano a collocarci nelle posizioni di coda, cioè tra i peggiori, in Europa, molto più indietro nel mondo, alle spalle di concorrenti quali Turchia e Cuba, e a quanto pare con un ulteriore arretramento negli anni più recenti. Appena un po’ meglio di noi, forse, sta la Spagna, dove a suo tempo la corruzione fu causa preminente della caduta del lungo governo socialista di Felipe Gonzales, non senza analogie con quella di Bettino Craxi in Italia. Ma i suoi temporanei eversori di destra non hanno saputo fare molto di meglio: i più clamorosi scandali esplosi dopo il ritorno dei socialisti al potere con Zapatero hanno macchiato soprattutto uomini e attività del Partito popolare già capitanato da Aznar e rimasto forte in provincia.

L’Europa centro-occidentale e settentrionale presenta ancora un volto sicuramente più virtuoso di quella meridionale. Non mancano tuttavia neppure qui sintomi di deterioramento, per quanto prevalentemente concentrati in un settore specifico nel quale comportamenti disinvolti e mancanza di scrupoli non erano certo privi di tradizioni storiche: quello dei rapporti commerciali e in particolare delle forniture militari soprattutto a paesi meno sviluppati. In Francia, Germania e Gran Bretagna i maggiori scandali degli ultimi anni hanno infatti chiamato in causa le responsabilità di grandi gruppi industriali per numerosi episodi di corruzione attiva e passiva a tale riguardo, ovviamente non senza connivenze di vario tipo da parte di ambienti governativi o comunque politici. Nelle relative denunce, accuse e richieste di adeguate contromisure, oltre a severe punizioni, vengono stigmatizzati i multiformi danni che simili pratiche recano all’insieme delle comunità nazionali o statali cui quelle società (non sempre esclusivamente private) appartengono. Un motivo in più, quindi, per non sminuire la rilevanza di questi casi.

D’altronde, contigua su un versante alla criminalità organizzata, la corruzione lo è su un altro anche a forme di trasgressione o irresponsabilità meno plateali e più inedite, ma magari ancor più gravide di rovinose conseguenze, cui la accomuna se non altro la matrice predominante dell’avidità. Rientrano perciò nel tema i recenti comportamenti di tanta parte del mondo finanziario soprattutto anglosassone che hanno provocato la crisi planetaria ancora non esaurita. E il discorso riguarda in primo luogo la Gran Bretagna e la sua relazione, finora “speciale” anche qui, con gli Stati Uniti. I quali, principali generatori del fenomeno, sono in compenso corsi ai ripari reprimendo col massimo rigore almeno le sue manifestazioni estreme, a differenza di quanto avviene in Europa. Il problema generale di come combattere il male e impostare le possibili terapie rimane tuttavia assolutamente aperto a causa della sua ovvia complessità, che qualcuno potrebbe chiamare piuttosto intrattabilità e persino congenita incurabilità. Nell’era della globalizzazione, che sicuramente complica e ingigantisce ogni problema, ma al tempo stesso ne impone e quindi dovrebbe agevolare un trattamento il più possibile uniforme e condiviso, lo sforzo diventa comunque tanto più auspicabile e necessario.

Franco Soglian