CON UN CANCELLIERE NIENTE CAPO DELLO STATO MA UN PRIMO CITTADINO CERIMONIALE

Un capo dello Stato che, appena eletto, non chiude il Quirinale come propria sede è un cattivo capo dello Stato. Dovrà compiere grandi cose, Sergio Mattarella, opere straordinarie non richieste ai suoi predecessori, per mondarsi della colpa di cui parliamo. Da qualche tempo la riprovazione per il cattivo esempio che viene dal Colle si è allargata fino a diventare prevalente. Tanta reggia e tanta spesa per un’ istituzione discutibile, finiranno per configurarsi come reati da impeachment.

Se invece a Mattarella non accadrà d’essere confrontato da sfide gravi, egli rafforzerà i dubbi sull’utilità di un presidente della repubblica in un ordinamento non presidenziale. Perlomeno, a non voler passare al presidenzialismo, egli farà crescere la pressione per ridimensionare il ruolo e il costo del capo nominale dello Stato. Il ruolo non dovrà in alcun caso essere superiore a quello attuale del Bundespraesident germanico, che è inferiore a quello di Ebert e di Hindenburg nella Repubblica di Weimar. Il secondo non seppe opporsi all’avvento di Hitler, anzi lo favorì. Per Ebert come per il feldmaresciallo è lecito chiederci a che servirono.

E a che servirono molti sommi personaggi della III e IV repubblica francese? Per Georges Clemenceau, il ‘Tigre” che vinse per il suo paese la Grande Guerra, l’uomo dell’Eliseo era inutile; chi scrive non ricorda se disse questo prima o dopo la propria candidatura, fallita, a fare il presidente della repubblica. Senza dubbio gli uomini che pervennero all’Eliseo non contennero i mali del parlamentarismo. Tra il gennaio 1876 e lo scoppio della Grande Guerra la Francia ebbe 49 governi, durata media 9 mesi e 13 giorni. Nel ventennio 1919-39 i primi ministri furono 15, molti dei quali con rimpasti multipli, difficili da numerare. Ciascuno dei politici più importanti capeggiò vari governi: Briand 11, Poincaré 5 (e in uno dei cinque metà dei ministri erano stati premier). Tra il ritiro di Poincaré (luglio 1929) e le elezioni del 1932 i governi furono sette, dei quali alcuni durarono poche settimane. Nei 20 mesi tra il quarto gabinetto Briand e il ministero Paul-Boncour si contarono sei governi. Nel 1894 Casimir-Perier si dimise dopo sei mesi all’Eliseo.

Abbiamo anche da chiederci a che servirono i tre presidenti delle due sventurate repubbliche di Spagna. La prima durò un anno, nel 1873; la seconda perdette metà del territorio nel luglio 1936, infine fu spenta per la disfatta nella Guerra civile. Il primo dei tre presidenti, un professore dell’università di Granada, dovette fare posto a Alfonso XII di Borbone, reinsediato sul trono. Il terzo, Manuel Azagna, dopo essere stato cofondatore della repubblica e brillante ministro, appena assurto a capo dello Stato (1936) andò perdendo la presa sulla politica repubblicana. Verso la fine del mandato curava le rose del palazzo ex- reale e ridisegnava le uniformi della sua Guardia. Altri decidevano: specialmente il primo ministro Juan Negrin, appoggiato dal partito comunista, e gli emissari di Stalin. Alla fine della Repubblica Azagna dovè riparare in Francia, a piedi, tra centinaia di migliaia di fuggiaschi.

Di vari capi dello Stato la nostra repubblica avrebbe potuto fare a meno senza danno. Ma tutti, anche gli inutili, occuparono il Quirinale, ossia la più sfarzosa delle regge, Buckingham compresa. Forse erano stati ancora più esorbitanti i palazzi dello Zar a Pietroburgo, ma nel l917 essi ebbero altre destinazioni. Molto più indegna è la storia del Quirinale. Costruito dai peggiori e i meno cristiani tra i papi del Rinascimento, esigette l’investimento di ricchezze immense, distolte dalle attività caritatevoli della Chiesa. Fu fatto splendido dal denaro destinato ai poveri da chi voleva salvare l’anima dalle pene eterne.

L’Italia potrà decidere di non imitare Francia e USA, che concentrano il potere in un capo dell’Esecutivo eletto dal popolo e non dai parlamentari. Non potrà ignorare la logica e la saldezza dell’ordinamento costituzionale tedesco. In esso il potere è attribuito al cancelliere, laddove il capo dello Stato ha funzioni subordinate e rappresentative. Una congiuntura sostanzialmente “tedesca” ha prodotto l’elezione di Mattarella. A meno di un’improvvisa interruzione o liquidazione dell’esperienza Renzi, cerimoniale e marginale è destinato a restare l’ufficio del nostro Primo Cittadino. Sarà una ragione in più per porre fine alla contraddizione attuale, in cui un dignitario da deposizione di corone, in tutto sottomesso ai padroni dei partiti e delle urne, riceve come l’ultimo imperatore cinese la finta sottomissione dei veri governanti, signori della guerra e prominenti.

Solo una situazione malata giustificherà che il Quirinale coi suoi corazzieri e palafrenieri resti la sede di un similmonarca. Il Quirinale, secondo quanto da più parti si è proposto, deve essere svuotato di cortigiani, burocrati e lacché; deve diventare il museo più imponente al mondo, produttore di reddito. Mattarella, che a questo è contrario, crede di far bene ad allargare alquanto le visite del pubblico. Sbaglia e conferma d’essere un dignitario come gli altri.

Un giorno il presidente nominale/cerimoniale, ossia Primo Cittadino, sarà scelto per sorteggio, in presenza di alcuni requisiti, tra cittadini più qualificati di altri. Non perché i suoi compiti siano particolarmente ardui, ma così, per ridurre il numero dei sorteggiabili. E certo siederà in una modesta palazzina, non al Quirinale. Se essa non sarà idonea ai ricevimenti di 200 ambasciatori, si aboliranno i ricevimenti o li si terranno in palestra o al cinema. Al limite, si aboliranno anche gli ambasciatori.

A.M.C.

LA SPAGNA, DAI DESTINI TRAGICI AL DISDEGNO PER I CONFLITTI E LE VENDETTE

Fanno quarant’anni dalla morte di Franco e, in pratica, dalla fine del suo regime. Da allora la Spagna ha dimostrato ad abundantiam di avere adottato la ‘via italiana’ alla pluto-democrazia, fatta di partiti prevaricatori e corrotti, di mezzadria tra capitale e sindacati, di alta spesa pubblica e dunque di molte tangenti. Invece ha respinto il magistero italiano quanto a regolamento dei conti tra vincitori e sconfitti. Da noi nel 1945 i primi usarono le armi della lotta partigiana per una breve e feroce mattanza dei vinti; in più, improntarono al loro settarismo la nuova Costituzione e addossarono allo spirito pubblico i loro valori e canoni retorici.

In Spagna, poco di tutto ciò e molta volontà di riconciliazione. Per cominciare, non si è tentato di abbattere l’istituzione monarchica, imposta da Franco a un paese che aveva scelto la repubblica. Dal canto suo la monarchia ha in vari modi assecondato la defranchizzazione pacifica preferita dal popolo ai metodi dei nostri partigiani e dei loro mandanti politici. Si fossero trovati ad agire in Spagna, morto il Caudillo, i capi della nostra Resistenza è verosimile avrebbero provato a imporre -coi mitra- i metodi e le rappresaglie del Maquis.

Gli spagnoli non permisero questo. Non lo permisero in particolare le sinistre, comunisti compresi. Infatti nell’ottobre 1944, vigilia del trionfo bellico delle potenze antifasciste, il proletariato e la borghesia progressista di Spagna non dettero alcun consenso al tentativo di un segmento comunista riparato in Francia di riaprire il conflitto civile con la penetrazione di un piccolo esercito nella valle di Aran ( Pirenei). Le truppe di montagna di Franco schiacciarono prontamente gli “invasori” guerriglieri, poi ebbero facilmente ragione delle bande partigiane che avevano provato ad agire in aree poco presidiate del territorio iberico.

I lavoratori e i ceti medi politicizzati di Spagna non si sollevarono contro il regime, nonostante l’imminenza della vittoria alleata. Non dettero alcun appoggio alla velleitaria ‘Resistencia’, che ebbe qualche altra manifestazione. Da quel momento il partito comunista clandestino e quello dell’esilio in Francia e in Messico rinunciarono a ogni conato antifranchista. Quanto ai contadini, essi appoggiarono fattivamente con le cosiddette contrapartidas i reparti governativi che snidavano i ribelli sopravvissuti qua e là come nuclei banditeschi, che per mangiare e rifornirsi non potevano che compiere crimini contro le popolazioni rurali che dicevano di rappresentare. Cessò ogni opposizione organizzata, e nel 1956 il Pce proclamò la “Reconciliaciòn nacional”.

Morto Franco si constatò che la transizione dal regime ‘alla libertà’ si era già un po’ delineata negli anni Cinquanta; si era accelerata, oltre che con le aperture all’Occidente e al mercato, coll’ingresso nel governo di Manuel Fraga Iribarne, nel 1962. Che cioè sin d’allora Francisco Franco aveva accettato la logica del futuro (se non addirittura da quando aveva detto no a Hitler nell’incontro a Hendaye, il 23 ottobre 1940).

spagnaRisalendo nel tempo, all’agonia del parlamentarismo e del potere dei notabili liberal-conservatori, il 13 settembre 1923 l’incruento colpo di Stato del generale Miguel Primo de Rivera avviò l’esperimento di una dittatura non fascista, al contrario filo-proletaria, appoggiata in pieno dal partito socialista. Durò fino al volontario ritiro del Dictador (gennaio 1930), sei anni nei quali il paese vide, oltre alla cancellazione della vecchia politica conservatrice, vasti piani di edificazione economica e di modernizzazione autoritaria, non accompagnati da fatti di repressione. Il governo del generale cadde per gli squilibri tra le risorse disponibili, alquanto scemate per la Grande Depressione, e per l’alto costo dei programmi di modernizzazione e di ridistribuzione della ricchezza a vantaggio dei ceti umili. Cadde di fronte alla netta ostilità dei banchieri e del patriziato latifondista (cui il generale, marchese e Grande di Spagna, apparteneva). La Dittatura aveva fatto nascere il primo, limitato Welfare della storia spagnola: assicurazioni sociali, pensioni, case popolari, ospedali, opere irrigue, ferrovie, canali.

Ma il vanto imperituro della classe dirigente spagnola fu, nel 1914 e nel 1940, l’aver saputo rifiutare la partecipazione ai due conflitti mondiali. La prima volta fu merito soprattutto di un primo ministro conservatore, Eduardo Dato, che sventò i tentativi delle élites sinistriste di intervenire a favore dell’Intesa. Nella drammatica agonia del parlamentarismo il presidente Dato sarà assassinato (1921) da un anarchico. Tutti sanno le crisi di sistema che nel 1931 portarono alla caduta della monarchia, alla Repubblica sventurata e, cinque anni dopo, alla Guerra civile.

Abbiamo richiamato alcuni momenti del Novecento per evidenziare che gli spagnoli, pur con una storia di turbolenze e di odii, sono stati capaci di più saggezza e più misericordia di altre stirpi. Della nostra, per esempio. Gli spagnoli si sono sgozzati nella Guerra civile, ma quando essa si è chiusa hanno respinto le tentazioni e le occasioni di riaprirla. Si sono salvati dai crimini dei regolamenti dei conti.

Hanno smentito, con una nettezza che non era prevedibile, il tragico pessimismo nazionale del 1898, quando la disfatta per mano americana, con la perdita dell’impero e dell’autostima, era sembrata spegnere l’anima della Spagna. In quegli anni il grande pensiero del ‘Rigenerazionismo’ fiorì su un dolore inconsolabile. Joaquin Costa invocò che si sprangasse il sepolcro del Cid Campeador e che un ‘chirurgo di ferro’ amputasse le cancrene nazionali (per molti quel chirurgo fu Primo de Rivera). Il disperato scrittore e

diplomatico Angel Ganivet, prossimo a suicidarsi, aveva negato che i suoi connazionali potessero mai aspirare a un umile benessere. Miguel de Unamuno, rettore a vita dell’università di Salamanca, aveva incatenato la Spagna ai suoi aspri miti nazionali, al punto che il filosofo razionale Ortega y Gasset lo censurava come ‘energumeno’. Quante volte Ortega ed altri grandi intellettuali del tempo avevano fatto tristi vaticinii di saldatura della loro nazione all’Africa invece che all’Europa?

Un secolo dopo la Spagna appare, è, il contrario dei vaticinii. Ha persino una ripresa produttiva meno anemica di quella italiana: con tutto il nostro dinamismo da Expo. Povero Ganivet, figlio della luminosa Granada, che aveva scritto “Uno spagnolo ricco disgusta”!

A.M.Calderazzi

SETTANTA 25 APRILE: SEMPRE PIU’ MALAREPUBBLICA

Intonare Bellaciao è un adempimento di regime, come a Napoli la liquefazione del sangue del Santo. Entrambi i riti non sono esenti da rischi. A volte la liquefazione non avviene, tanto è vero che i fedeli esultano quando avviene. Bellaciao suscita sempre più avversione. Risultano intrepidi, dunque, i gerarchi i prelati i sagrestani della vigente Cleptocrazia a non sorvolare quando il calendario segna 25 Aprile. Più ancora, a non implorare da Mattarella un motuproprio che chiuda Aprile al 24.

Il rischio della brutta figura -sono sempre meno coloro che si curano dell’epopea partigiana- è fatto serio da una circostanza bizzarra: i più testardi tra i celebratori della Liberazione hanno l’impudenza di salmodiare che è alla Resistenza che dobbiamo ciò che abbiamo e che siamo. Scervellati, anzi cretini: dimenticano che abbiamo il peggio dell’Occidente: più tangenti in assoluto e l’anima più cariata.

Siamo certamente più benestanti e comodi che nel 1945. Ma è merito di settant’anni di pace, della ricchezza capitalista, della globalizzazione, dei galoppi delle tecnologie, dei voli low cost, dell’allentamento dei costumi, delle nozze same sex, di altri fattori innumerevoli. Non dell’eroismo e degli assassinii dei partigiani, produttori di rappresaglie efferate. Sono meglio messi i tedeschi, che non ebbero la fortuna di una sollevazione antifascista e di una epopea bellaciao.

Lo scrittore partigiano forever -mitra sempre a portata di mano- Giorgio Bocca fa lo straordinario annuncio che “la Resistenza ci ha dato la nostra Religione civile” (qualcosa di più importante del “Mito fondativo” di cui parla Gustavo Zagrebelski). Alla buonora, ecco cancellati grazie al giornalista mitragliere i dubbi sulla trascendenza e sull’aldilà! Ora sappiamo perché siamo nati e dove andremo! La religione civile non ci dice il nome del Creatore: è improponibile il nome di Stalin, secondo Aristotele il ‘motore immobile’ della Resistenza. Tuttavia essa religione ci ha fatto conoscere i suoi arcangeli e pontefici: Walter Audisio alias colonnello Valerio, Cino Moscatelli, Pertini che vantò d’avere personalmente ordinato l’esecuzione di Mussolini, Giorgio Amendola che volle via Rasella, etc.

Bocca dovrebbe farci sapere come e dove la Religione Civile agisce, ispira le nostre esistenze. Sono decenni che gli italiani sanno: la repubblica nata dalla Resistenza è il peggiore contesto collettivo del mondo avanzato, gestito da una classe di politici professionisti quasi tutti più o meno farabutti. I quali rubano anche quando non sono indagati accusati sospettati; rubano per il solo fatto d’essere troppi e troppo turpi, di costare caro, di addossare sul contribuente parenti compari e correi. Tutti i sondaggi e le

ricerche -si veda l’ultimo rapporto di Ilvo Diamanti- attestano infima la stima dell’opinione pubblica in ciò che abbiamo.

Il nostro è un autentico Stato-canaglia, “forte coi deboli” con quel che segue, perennemente senza risorse quando si tratta di mettere in sicurezza le scuole e di ridurre l’affollamento delle carceri, spudoratamente fermo nel non tagliare le spese per il prestigio (vedi le molte infamie della reggia del Quirinale, delle ambasciate principali, di tutti i palazzi Spada di tutte le somme Istituzioni). Lo Stato fondato dai mitra partigiani è pronto a chiudere i reparti di oncologia infantile, lentissimo anzi immoto a ridurre i compensi di boiardi e superburocrati (il capo di Poste Italiane, 1,2 milioni).

La nostra è la Repubblica delle Tangenti e l’Everest della Corruzione. Si susseguono i 25 Aprile delle menzogne, si inventano insegnamenti e retaggi della lotta partigiana, si esaltano le prodezze e si tacciono i crimini delle bande. Si insulta la memoria degli infoibati: tutti fascisti, tutti meritevoli di quanto hanno avuto. Massacrati 12 mila di soli “domobrauci” sloveni (lo ha scritto il 22 aprile su ‘Repubblica’ Boris Pahor). Si denigra persino il rimpianto dei molti sinistristi che lamentano il ‘tradimento della Resistenza’. C’è forse stato il “totale rivolgimento politico-istituzionale” (si legga l’Alberto Asor Rosa di giorni fa), oppure i ricchi imperversano più di un secolo fa? La corruzione non è alla metastasi avanzata? Allora dove e quando funziona la Religione Civile?

Il presidente della Repubblica e della Casta va dicendo che la Resistenza fu soprattutto rivolta morale contro il fascismo. Ebbene Mattarella sappia che si trova al Quirinale, e che i Proci banchettano sicuri, in quanto non è ancora cominciata la rivolta morale contro il regime suo e loro, sorto nel ’45. Essa comincerà quando il popolo -lo stesso che inneggiava al Duce fondatore dell’Impero- scoprirà che il Ventennio non fu peggiore del Settantennio.

A.M.C.

NAUFRAGI: RISIBILI OSSIA INUTILI I SINGHIOZZI DELLE GRANDI FIRME

I collateral damages -i civili uccisi dal napalm e dai droni; i fucilati delle Fosse Ardeatine, prezzo dovuto pagare per l’azione “militare” che spezzò le reni alla Wehrmacht; gli arsi vivi nei firestorms di Amburgo; gli immolati innocenti di centomila episodi bellici- i collateral damages dicevamo si usano amnistiare: “dure necessità della lotta”. Ma almeno ribelliamoci ai sottoprodotti inesorabili dei naufragi dei barconi: i singhiozzi dei grandi media. Dopo il rovesciamento del battello dei 900, i direttori di Repubblica e della Stampa, più Claudio Magris e Barbara Spinelli hanno infierito spietatamente, alla testa di altri tenori, tromboni e prèfiche del mondo, coi loro singulti. Sono disperati. Non vogliono più vivere, troppa tanta nequizia degli uomini e degli Dei. Implicitamente rimproverano i lettori che non si taglieranno le vene per lo strazio dei Maestri. Poi passano alla cassa e percepiscono.

E questo potrebbe anche andare bene, se i singhiozzi vedi sopra contribuissero a salvare una sola vita. Invece nulla è più banale e inutile di quanto scrivono le grandi firme quando le ecatombi sono all’altezza dei loro onorari e le lacrime sgorgano più facili. E’ quasi certo: sono meno ovvii e più onesti i temi in classe svolti alle medie su tracce come “I pensieri suscitati in voi dalle grandi sciagure”.

Mai un Ezio Mauro, un Ferruccio De Bortoli, altri gestori di coscienze, invece di far piangere a vuoto e a vanvera, si metteranno alla testa di un movimento “Un decimo del nostro superfluo per dissuadere quelli del Burkina Faso”. Si dice che i disperati del Sub Sahara devono pagare parecchi soldi, correre i rischi del deserto e la ferocia di schiavisti e di altri criminali prima di riuscire a imbarcarsi. Quando non annegano tentano di realizzare il sogno: mendicare a Duesseldorf dove un lontano parente ha trovato da lavare latrine.

Orbene la Natura non condiziona i candidati migranti a suicidarsi come lemmings. E’ sicuro che rifiuterebbero mille euro, o un lavoro a casa loro, contro l’impegno a non imbarcarsi? E’ sicuro che i Grandi della terra, per una volta insieme, non saprebbero finanziare dei progetti di sviluppo quali, p.es., la produzione e l’export di energia di origine solare?

Al peggio: per offrire 1000 euro a 10 milioni di disperati già in marcia occorrerebbero 10 miliardi. Si metterebbero insieme facilmente se gli Stati tagliassero qualcosa sulle spese non essenziali o nocive (prestigio, sport, Expo). E se alcuni milioni di progressisti, di entusiasti dei diritti umani, di zelatori di nobili cause rinunciassero a un abito sartoriale, a

un abbonamento alla palestra del fitness, alle lezioni di cavallo della figlia culacchietta, a una vacanza a quattro stelle. Non contando quanto si metterebbe insieme se i sommi direttori e quanti singhiozzano sui cimiteri marini donassero una tantum un ventesimo del loro reddito. Quando firmeranno un assegno oltre ai loro lirismi?

La verità è che gli opinion leader avranno per sempre il rimorso di non avere enunciato l’obbligo delle società affluenti di accettare rinunce, di impoverirsi alquanto per prendere in carico un po’ di mondo misero. Hanno invece additato la nobiltà e la coolness dell’accoglienza. Hanno propalato la bugia che ci manca manodopera. Hanno tacciato di razzismo, populismo e ignoranza quanti ricordavano che più accoglienza, in pratica, significa più badanti, più colf e più manovali low cost a beneficio degli agiati.

Una scusante dei conduttori dell’opinione è: noi non proponiamo i sacrifici perché la gente non si cura delle nostre prediche. E questo è vero. Per sensibilizzare i grandi numeri ci sarebbe voluto un uomo d’eccezione, un maestro e un Mosè del mondo quasi intero. Avrebbe potuto diventarlo Bergoglio, se avesse voluto -con atti scandalosi e concreti- essere il papa rivoluzionario che si diceva. Non ha voluto, ed ora è un pontefice come gli altri, del tutto incapace di guidare.

Andrà a finire che sarà un ipermiliardario americano o un imperatore cinese a fare per i miserabili della terra quanto non faranno tutti i governanti di Bruxelles e tutti i singhiozzanti dei grandi media? E quando Bergoglio confesserà il delitto della Chiesa di aver difeso l’esplosione demografica, in quanto ‘ogni nascita è un dono’ e in quanto ‘c’è la Provvidenza’ ?

A.M.C.

MAGGIO 2015

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

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THE SHAME OF AMERICA

Over Spring Break in Florida, a young college co-ed lay unconscious on the beach. She was then gang raped in broad daylight, watched by hundreds of male and female college students—who did absolutely nothing to help this defenseless young lady. Not a single college student even called the police. This is an atrocity—and every observer that day participated in it. It is a shame they must live with for the rest of their lives. And it is a shame America must live with as well..

This is a parable about what happens when sexual mores are thrown to the wind, and sex ceases to be a sacred act between a husband and wife; when faith lapses; when Judaeo-Christian morality is dispensed with. Then the unthinkable occurs. Sodom and Gomorrah rise from the ashes and pollute man, woman, and city . That this publically sanctioned rape occurred in the Bible Belt testifies to the ineffectuality, if not the demise, of Christianity.

What has happened is that we have placed a premium on Movies, Internet, Cell Phones, Sports, Reality TV, boxing, wrestling, and Mixed Martial Arts, while at the same time allowing the Judaeo-Christian faith to take a back seat. How many Christian families do you know that read Scripture together and pray together? I don’t know any. The number of skeptics (19%) now equals the number of people who pray four or more times a week. That bodes ill for our future. Our faith, which has helped make western culture the envy of the world, is now imperiled. And the US is among the most “religious” of nations, too.

There are many reasons why Christianity no longer influences: corporations are open seven days a week; the hypocrisy of right-wing “Christian” Republicans, who care more about profit than about people; the lack of study of the Bible in school; the absurdity of the fundamentalist’s anti-science campaign; the sway of the MI-Complex; a general lack of literacy; the arrogance of youth; a sensationalist, often anti-Christian bias in the media (Huffington, for example); a church generally anti-intellectual; et al.

For all these reasons and more, our culture has lost its moral compass and its spiritual ties to God. Daily we witness unthinkably horrible crimes unheard of a generation ago. Families are being rent apart by poverty amidst class oppression, intolerance, and prejudice. Police brutality and racism are commonplace. The black family today is virtually non-existent. 79% of juveniles in prison now are young black men. Civility is only a memory. The people à la Lincoln no longer rule, but the richest 1%, who care only about enriching themselves. Instead of JFK’s “What can you do for your country”, we have the Hobbesian “every man against his brother”—the natural

result of abandoning Christianity and worshipping Mammon, sensuality, power, looks, and fame.

Long ago this decline was predicted—eg, by Toynbee and Spengler and Sorokin. Toynbee and Sorokin wrote about this 50 years ago or more. They believe that only a religious awakening can halt our cultural degeneration and promote reason, goodness, and a love of truth. The time is ripe for it, but who is there today who can start a culturally effective Awakening, which at the same time emphasizes and utilizes reason and science? For the sake of our culture, he or she had better step forward soon. Our nation has entered into another Civil War—and our nation’s future hangs in the balance.

Len Sive Jr.

SEX IN THE TWENTY-FIRST CENTURY

My hypothesis has proven true.

The wrenching of sex out of its life- and biblical-context, as conservative as that may sound, is, I believe, nevertheless the correct view in the diagnosis and therapy of our culture’s obsession with sex. Our cultural separation of sex from its natural context of marriage has weakened our culture intellectually and spiritually. The violation of this God-given understanding of the nature and reality of sex has caused untold damage to countless numbers of people, has fueled a sex trade and sex-slavery, driven the divorce rate sky-high, led to an epidemic of college and high school rapes, including by teachers both male and female, left countless numbers of people dissatisfied sexually, and cheapened an inestimably valuable gift from God which ought to bring two people together in rarified physical intimacy. And—it is the means by which we establish a family, which is, or ought to be, the most valued aspect of our sensate Life.

In my research, I focused on two questions: How does the Internet contribute to our sexual malaise? and Is there a remedy for our sexual malaise?

The first question, for me, has a clear answer: the Internet promotes sexuality apart from marriage simply by offering a surfer an infinite number of sex websites, which are predicated upon separating flesh from spirit, pleasure from commitment, and the “I” from the “We” in marriage. Through video and photo, sex is treated as a thing-in-itself rather than as an act embedded in an emotional and spiritual context apart from which sex becomes superficial, obsessive, and tragic in its manifestations. But the media too—all of which maintain an Internet presence—are obsessed with sex and the body. It is impossible today to find media which refuse to cater to sexuality. As a consequence, kids are caught up in sex in a deeply harmful way. It is this omnipresent sexuality in our culture that fuels child porn, sex-slavery, inappropriate teacher-student relationships, and a general confusion today about what the function of sex is in human society.

This trend began more visibly with Kinsey in the 50’s, the women’s movement in the 60’s, the hippie/counterculture in the 60’s and 70’s, the cultural acceptance of a couple living together unmarried from the 60’s, the sexualization of the media (talk shows, reality TV, etc) from the late 70’s, the gay/lesbian revolution in the late 20th and the beginning of the 21st centuries, the ordination of clergy who are not celibate (if single) in the 90’s, and a general hyper-sexualized social media-aided culture created, and fed, by the Internet since its inception.

I wrote an article last year about how even in some elementary schools inappropriate discussions of a person’s sexuality have entered into their education. (For example, asking a student in class what kind of sex he or she has engaged in.) Indeed, sex is now so generally pervasive in society, and so ubiquitous in all the media, that one hardly questions its presence.

Sex in context is, as I see it, so clearly the issue that I am in wonder that this fact hasn’t completely permeated society. In my researches, the lack of context meant that the couple could not truly appreciate the sex act. What are some of the factors that make up context? Age, marital status, personality, and religion.

Age: Sex in the modern world is not meant for young people. Marital status: Sex is meant for people who are married, i.e., are in a committed, life-long relationship. Personality: Sex depends on people who are mature; who are sensitive, caring, and giving. Sex is meant to be one of many factors in our development as a human being. The sexual act is meant to be the cement to bind the two more closely together. It was never meant to be the essence, or the entirety, of the relationship; it only assists the relationship. All true relationships are founded on depth of personality, including depth of intellect—something our culture despises. Religion: It ought to sanctify sex rather than, so often, condemn it. God created us as (inter alia) sexual beings. But—in context, as only one factor in human life and personality.

This in-context is particularly important in the black community, where single-parent households are the overwhelming parental model. It is an issue the black community continues to ignore, with tragic results. One-third of all black men will have spent time in jail during their lifetime; 58% of juveniles sentenced to prison are black. That this isn’t taken up as a crusade by the black church is simply incomprehensible.

Ironically, blacks are willfully doing to their culture what Southern slave owners did. In the 1800’s in the South, relationships were interfered with on a massive scale, by owners raping their female slaves, having mistresses, or just breaking up the family and/or relationships for economic or punitive reasons.

There is so much domestic violence in society in part because of our emphasis on sexuality. People come together for sex rather than out of an interest in personality. Hence the relationship lacks one or more of the key factors mentioned above. But without these factors the relationship can’t be put on a mature footing. A major reason I undertook to research and write this article is because I feel that an easy attitude towards sex also makes violence more prevalent, a hypothesis I can’t, however, prove. Still. Statistics can be compelling. 1 in 10 men and 3 in 10 women were raped last year. 1 in 3 female homicides are by a current or former partner. Children who come from families where there is violence suffer abuse or neglect at high rates (30-60%). Boys who witness or themselves have suffered from violence become abusers themselves. Half of all men and women have experienced psychological aggression. Parents and relatives are hurting our young today, scaring them physically, mentally, and emotionally, because the parent(s) should never have had a child in the first place. The low graduation rates from high school, let alone college, also contribute to this malaise of emotionally scarred/immature kids having kids, whom they in turn scar. It is a serious social problem. Can we fix it?

Most people who read this article will be scornful—and dismissive— of my conclusions. Some may even say “It isn’t possible to be celibate before marriage; it’s not part of human nature.” But if one’s faith is sincere, if one wants to change one’s behavior, and if one believes that chastity before marriage is vitally important both for the couple and for society-at-large, then I believe one will be enabled to be chaste.

Unfortunately, our society no longer values marriage, fidelity, chastity, purity of heart and mind, or the intellectual or cultural life—and yet these factors are absolutely essential, in my opinion, to having a happy, fulfilled, committed marital relationship. In vain will one search for these things on TV or in the movies. All one has to do is turn to Fox or Huffington or

“celebrity” web-sites to see how cheapened sex has become (along with the news, one might add). They can’t let a single day go by without bringing in sex somehow. “Sex sells.” Yes, unfortunately it does, to the detriment of society.

God created sex to be part of a life-long, committed relationship, which is meant to be mature, giving, and forgiving. The relationship ideally should also have an intellectual component (since only humans have reason in the degree that we do); this strengthens the relationship, deepens it, and provides different venues for conversation. It is a component which our society never mentions, even though it is one of the strongest ties binding two people together. Ideas matter. Period.

The only way that I see for society to move beyond its sex obsession as well as its penchant for domestic violence is for a return to (intelligent, compassionate, wise) religion. This will not strike many people as very progressive, I’m afraid. It is, however—like it or not—the foundation of our western morality. It is also the only thing which I am aware of that can make us alter our life’s path, and bring to our souls the depth and height of God’s love by which lives are changed.

Christ promised those who believed in his name that we can become new creatures. If our society is to be redeemed—to reduce rape, sexual slavery, promiscuity, not to mention aggression (physical and psychological), domestic violence, crime, etc.,–I believe that only the fullness of religious conversion can remake us in His image. With God, all things are possible. Man sins, but God redeems, and glorifies.

Len Sive Jr.

UN TYCOON AMMIREVOLE DEL PASSATO: VITTORIO SELLA

Volete una figura di capitano d’industria quasi opposta al tycoon tipico dei nostri giorni, tutto mondanità, barca, machiavellismo, intrinsichezza coi politici e coi media? Ecco Vittorio Sella (1859-1943). Quando non era di turno alla guida del nostro maggiore gruppo laniero -il Biellese poco dopo l’Unità contava 94 stabilimenti lanieri- questo Sella scalava le montagne più alte del pianeta: dalle Alpi sovrane al Caucaso centrale (dodici cime più alte del Bianco), dal Himalaya al Ruwenzori. Soprattutto fotografava quelle montagne. Vittorio Sella è il pioniere e il maestro della fotografia di vette e ghiacciai invernali.

Era figlio di Giuseppe Venanzio Sella, fratello di Quintino, l’ordinatore delle finanze del nuovo regno d’Italia. Venanzio era in proprio fotografo di rango, teorico e tecnico della nuova arte. Nel 1856 aveva pubblicato, sempre il padre del Nostro, un vero trattato ad hoc, presto tradotto in tedesco e in francese. Poi Venanzio era stato assorbito fino in fondo dall’impegno di sviluppare e trasformare l’impresa familiare. E quando si era profilato il laticlavio -così si indicava allora un seggio nel vitalizio Senato del Regno; laticlavio era stato l’orlo purpureo della tunica dei senatori romani antichi), Venanzio aveva implorato il fratello importante in politica: “Fai quanto puoi onde che io non sia proposto. Ciascuno al suo posto. Il mio posto è a fare onestamente il negoziante”. Ce li immaginiamo Tronchetti Provera o Della Valle che si definiscono negozianti?

Notare che anche il fratello Quintino, il capo della vecchia destra piemontese, nutriva uno speciale interesse per la ‘bellissima arte’ della fotografia. Nel 1851 progettava di impiantare una dagherrotipia. Quanto alla montagna, basti dire che nel 1863 fondò il Club Alpino Italiano.

Se i Sella, dinastia di imprenditori aperti al progresso, si mettevano alla testa delle iniziative nel comparto fotografico, va detto che una dozzina di maschi della famiglia erano tra i protagonisti della seconda generazione dell’alpinismo italiano. Nel 1882 un Alessandro conquistò il Dente del Gigante; due anni dopo ascese il Lyskamm per la cresta sud, con un figlio di Quintino. Ciascun Sella voleva meritarsi i galloni di rocciatore: alpenstock e nessun indumento tecnico, bensì una vecchia giacca di città; a volte un sacchetto sulla faccia per proteggere la pelle (due buchi per gli occhi, uno per la bocca). Naturalmente si guadagnò prestissimo i galloni Vittorio, che qui additiamo come l’opposto diametrale del tycoon negativo.

Alla morte prematura di Venanzio la vedova e Quintino il ministro decisero di inserire il ragazzo nell’azienda, interrompendo gli studi liceali e intraprendendo quelli della Scuola professionale di Biella, naturalmente fondata dai Sella. Lo zio statista andrà avanti a lungo a incoraggiare Vittorio sulla strada dell’alto alpinismo invernale, della fotografia pionieristica, dell’esplorazione di cime, ghiacciai e valli in paesi spesso inesplorati.

Nel 1889, dopo una serie di conquiste oltre i 4000, e dopo avere compiuto sulla Dufour la prima invernale nella storia dell’alpinismo, Vittorio si fa conquistatore e, con le sue straordinarie panoramiche, glorificatore dei giganti del Caucaso (scala anche l’Elbruz, metri 5629), del Nepal, del Sikkim, del Karakoram. Finché nel 1897 si apre il sodalizio alpinistico e l’amicizia con Luigi Amedeo di Savoia, l’esploratore una cui spedizione ha raggiunto i 7498 metri, massima altitudine allora mai toccata dall’uomo. Il duca degli Abruzzi frequenta casa Sella.

Vittorio in seguito capeggia o partecipa a imprese in Alaska e al Ruwenzori: per questa spedizione africana deve pagare tra 300 e 400 portatori; la spesa lo angoscia. Si avvicina ai luoghi più remoti soprattutto con viaggi ferroviari -terza classe- che durano settimane. Le testimonianze umane più emozionanti le porta dal Caucaso centrale. Ritrae pastori, briganti, signori di vallate, rustici patrizi alpestri. Fa conoscere al mondo grossi villaggi dove si contano fino a 90 superbe casetorri di architettura antica. Una severa principessa a Mazeri (Soanezia), fotografata tutta in nero sul suo trono, sembra l’ava di Medea abbandonata da Giasone. Lo straordinario opus delle immagini e dei testi sugli abitanti del Caucaso, pubblicati più volte, fanno di Vittorio Sella anche un etnografo e un antropologo, in definitiva uno scienziato.

Scalò tante delle vette più alte della terra che i medici gli trovarono la parte alta dei polmoni insolitamente larga (quello che chiamiamo il “fisico bestiale”!). Affrontò fatiche e pericoli che non tutti i massimi alpinisti del nostro tempo conoscono. Esplorò e contribuì a cartografare regioni quasi sconosciute, fianco a fianco di due dei suoi tessitori biellesi.

Ci fermiamo. Forse siamo riusciti a tratteggiare un contro-tycoon del passato. Si meritò la prominenza sociale the hard way, non concedendosi alcuna debolezza. Più ancora alcun edonismo.

Profirio

NON HA SENSO RIMPIANGERE GLI ANNI CINQUANTA

E’ educativo rileggere due anni dopo il pezzo “I lavoratori usa e getta nel tempo del declino” di Luciano Gallino, celebrato sociologo di osservanza progressista; pezzo interamente volto a denunciare “i dirigenti confindustriali i quali riescono a dire che l’Italia è un paese in cui è difficilissimo fare impresa”. Per Gallino “più che una dichiarazione di insipienza è, da parte dei manager, un’offesa alla memoria dei loro predecessori, quelli che in meno di vent’anni fecero di un paese semidistrutto dalla guerra, che ancora nel ’51 aveva più del 40% di occupati in agricoltura, un grande paese industriale. Quegli imprenditori inventarono la Vespa e la Lambretta, fabbricarono milioni di auto utilitarie e di elettrodomestici, mentre i dirigenti pubblici quintuplicavano la produzione di acciaio, costruivano flotte di magnifiche navi e si imponevano nel mondo tra le grandi sorelle del petrolio. Tutti insieme crearono milioni di posti di lavoro stabile e decentemente retribuito. Si chiamavano, nel settore privato, Piaggio e Bassetti, Necchi e Olivetti, Pirelli e Valletta. Avevano di fronte dirigenti pubblici ed economisti come Sinigaglia, Mattei, Saraceno, Glisenti. Una generazione di grandi imprenditori e dirigenti che non sembra aver lasciato nessun discendente”.

Gallino ammette che c’è la crisi. “Tuttavia la produzione di auto e di elettrodomestici, di navi e di abbigliamento di fascia alta, non è cessata nel mondo, è cessata in Italia. Non sembra essere arrivato nulla di realmente nuovo. Le medie e le grandi aziende spendono una miseria in ricerca e sviluppo. Gli impianti sono tra i più vecchi d’Europa. Le fabbriche qua e là ci sono ancora, ma fabbricano in prevalenza disoccupati e male occupati (…) Ma piuttosto che piangere sulle supposte difficoltà di fare impresa in Italia, bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori di vaglia sono diventati così pochi, i capitali si dirigono preferibilmente verso impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici”.

Questo tipo di analisi falso-ingenua autorizza a pensare che tra le concause del nostro declino figuri quella che potremmo chiamare l’insipienza dei sociologi di parte quali Gallino. Noi abbiamo poca simpatia per gli uomini d’impresa. Oggi l’imperativo non è di tentare di ripristinare l’impossibile, cioè le condizioni degli anni Cinquanta, bensì quello di svezzarci dalla crescita e dal benessere consumistico. E’ di convertirci alla vita semplice, senza il superfluo, col pane assicurato a tutti (a spese dei ricchi) invece che coi divari disgustosi che conosciamo.

In ogni caso, che studioso è un sociologo il quale lamenta non siano più i tempi della Vespa e della Lambretta, delle prime utilitarie e dei primi elettrodomestici, della quintuplicazione dell’acciaio, e così via? Se non sono più quei tempi è perché

è cambiato il mondo. Oggi la Cina, le Tigri asiatiche e un certo numero d’altri paesi che erano abitati quasi solo da contadini, boscaioli, manovali e pescatori, sono già in grado di produrre quasi tutti i manufatti importanti che il pianeta richiede, con una qualità crescente e prezzi spesso decrescenti. In più i nuovi produttori lontani operano in genere liberi da sindacati, partiti e parlamenti che avrebbero strozzato la rivoluzione industriale dell’Asia e che da noi hanno portato alla situazione attuale. Nelle parole di Gallino, essa è in Italia “quattro milioni di disoccupati, quattro milioni di precari che stanno invecchiando, migliaia di piccole imprese che chiudono ogni mese, milioni di vite ferite, compromesse, assediate da un futuro di disperazione”. E’ l’altra faccia del capitalismo di cui Gallino ha nostalgia, con tutta l’osservanza progressista.

Senza un ripensamento rivoluzionario, niente potrà fermare sulla distanza il declino dell’economia industriale d’Occidente, coll’eccezione temporanea di comparti futili o dannosi come la moda, il lusso, gli sport, l’entertainment, gli armamenti. Concause di questo declino sono gli eccessi della tassazione, della conflittualità, dello stesso benessere diffuso che esige retribuzioni e aspettative crescenti. Col tempo le aspettative scemeranno, ma non coll’immediatezza che i nuovi tempi esigerebbero. Dunque il nostro indebolimento competitivo non potrà che accentuarsi. Le ripresine che spunteranno qua e là incrementeranno l’automazione più che l’occupazione. Si accentueranno i mali per cui Gallino si straccia le vesti e rimpiange il miracolo economico che non verrà.

Il paragrafo conclusivo dello scritto del sociologo è anche il più indeterminato, quindi il meno utile: “Bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori e i dirigenti pubblici di vaglia sono diventati così pochi, i capitali preferiscono gli impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici. Se non si cercherà di fare qualcosa lungo questa strada, la pratica dei lavoratori utilizzati come usa e getta continuerà a diffondersi”. Il professor Gallino non ha chiarito: “fare qualcosa” che vuol dire e a chi spetta. Un tempo a fare qualcosa era la mano pubblica, e lo faceva a debito. Oggi, se anche volessimo -e non vogliamo- dilatare ulteriormente il nostro debito, avremmo l’obbligo assoluto di astenerci. Le industrie inventate dallo Stato portano male perché sono false.

Meglio la decrescita, col rancio garantito a tutti a spese del lusso, della moda e degli sport: sono fissazioni nazionali, ingannevoli perché in qualsiasi momento gli asiatici si butteranno sui business frivoli nei quali ci crediamo imbattibili. Si dimostreranno più in gamba di noi, per di più liberi dagli impacci della sociologia.

A.M.C.

PER NON MORIRE, TUTTE, LE SINISTRE SCOPRANO LA DEMOCRAZIA DIRETTA

C’è il grande contrattacco in Francia della destra di Sarkosy. C’è in Italia il tambureggiare delle conferme che democrazia=impostura più ladrocinio, e che il Ventennio non era peggio del Settantennio. Si ingrossa nel mondo l’evidenza che tutto avanza -cominciando dalla ferocia di Boko Haram e dall’arroganza reazionaria alla Dick Cheney o alla Bibi Netanyahu- fuorché il ‘progresso senza avventure’ di Obama, Mattarella ed altri benpensanti. Che aspettiamo a ricrederci su quasi tutte le nostre certezze?

Per esempio. Che il mercato sia infallibile ed equanime nel temperare le disuguaglianze e moderare gli eccessi. Che ‘i diritti’ siano il valore dei valori. Che la democrazia liberale, pur coi suoi difetti, resti il meno peggio. Che la libertà garantisca la buona vita. Che la laicità valga più delle fedi. Siamo entrati davvero nel Terzo Millennio, ma da troppi secoli ripetiamo le stesse cose. Il capitalismo propaga benessere. Invocare la Madonna e i Santi propizia miracoli a conforto di chi soffre. Le sinistre amano il popolo.

Il più pernicioso degli inganni è quest’ultimo. Le sinistre non amano il popolo. Amano i propri miti, cominciando dalla presunzione d’essere portatrici di verità superiori. Amano praticare il settarismo, talché sono un paio di secoli che si scannano tra loro. Quando conquistano il potere il settarismo le costringe coi suoi delitti a farsi odiare: lo fecero i giacobini del Terrore 1793-94, lo fecero i bolscevichi, lo fece Stalin, lo fecero i partigiani quando prevalsero su nemici sfiniti.

Il bilancio finale per le sinistre è così disastroso che per saggezza esse dovrebbero annullarsi, ripudiare il retaggio e le glorie, sparire per rinascere totalmente cambiate. Giorgio Napolitano e Massimo D’Alema hanno sì abiurato una fede torva, ma sono passati in un campo peggiore del loro: il campo del servaggio agli USA e del liberismo immorale. D’Alema pensa addirittura da operatore vitivinicolo. In sé questa conversione al fatturato è etica calvinista in confronto alla schietta ruberia che è il credo di quasi tutti i professionisti della politica.

Orbene: per un secolo i capi del defunto Pci hanno plagiato gli intellettuali, facendo di loro dei servi sciocchi o dei maiali di Circe. Prima di esalare l’ultimo respiro, i diadochi di Berlinguer non dovrebbero indurre i residui intellettuali organici a conferire i loro cervelli (e l’istinto di sopravvivenza) alla ricerca di un’idea nuova, opposta al marxismo-leninismo da obitorio, ma opposta anche al nichilismo proditorio di Napolitano & D’Alema? Nella moria delle ideologie otto-novecentesche, l’idea di fermare la metastasi dei politici di mestiere, cioè di cancellare la delega elettorale, è destinata a vincere sulla distanza: ma ha bisogno di molto tempo per imporsi. Se i Napolitano e i D’Alema si sono bruciati definitivamente, altri ex-dirigenti del Pci non troverebbero la forza di rigenerarsi come manager di reclutatori di una verità più giovane, quella di una Polis senza politici e di un comunitarismo senza comunisti portasfortuna? I tanti cattivi maestri che ancora dominano le cattedre, le case editrici, i giornali, i media e altri pulpiti, non si riscatterebbero approdando a un pensiero bruscamente nuovo, opposto sia al loro, che è pensiero della sconfitta, sia a quello dei reazionari, falsi vincitori?

Parliamo dei pochi ex-leader rossi cui sia rimasto qualche potenziale di influenza. Non di quei politici d’oggi -la sinistra Pd- che ancora prolungano il vecchio gioco del settarismo e che in realtà sono il nulla. I pochi intellettuali che sono con loro e da cui attendersi qualcosa, hanno perso la ragione a fare e a militare come se nulla fosse cambiato?

A.M.Calderazzi

KANZLER RENZI SI AFFIANCHI UNA GIUNTA 30 CITTADINI SCELTI RANDOM DAL COMPUTER

Il Renzi riformatore delle istituzioni è un Gulliver nel paese di Lilliput. Presi singolarmente, i lillipuziani (la classe politica) sono minuscoli; ma sono tanti, e alla fine riescono a immobilizzare il gigante. Matteo Gulliver voleva fare l’audace legislatore e invece dovrà contentarsi, se gli andrà bene, di una nuova legge elettorale. Vanta che essa sarà presto imitata da altri paesi, ma sbaglia: un metodo di elezioni vale un altro. Sono le elezioni che dovrebbero sparire, sostituite dal sorteggio.

L’aspirante Kanzler dovrà anche contentarsi di rimpicciolire, e riempire di portaborse locali, un Senato che andava semplicemente abolito. Oltre a tutto, non sentiamo parlare di rendere lillipuziana la sede di tale senato, tenuto in vita per non ingrossare le armate di politicanti disoccupati/esodati. Nessuno si meraviglierà se il bilancio della futura assemblea di salvataggio, lungi dall’essere miniaturizzato, risulterà quello del Senato vecchio, sfoltito qua e là.

Che riforma è una che conferma quasi tutte le cose come sono, invece di capovolgerle? Si veda il ruolo dell’uomo del Colle. In prospettiva è doverosamente destinato ad assomigliare a un Bundespraesident cerimoniale, prezioso per non sprecare il tempo e il drive del Cancelliere, unico governante vero. Invece Gulliver mantiene il cosiddetto capo dello Stato su un trono maestoso, spropositato e preso troppo sul serio per quello che è il suo ruolo effettivo. E’ apparso sì capace di deporre Berlusca: ma Berlusca si è deposto da sé dimostrandosi pessimo tra gli statisti ed elargendo ricchezze a un corpo di ballo di troie.

Tenendo il Quirinale al vertice della Nazione, Gulliver appesantisce l’esposizione sua e dell’inquilino del Quirinale al processo di impeachment che entrambi un giorno meriteranno per avere perpetuato lo scempio di una reggia troppo costosa, fatta per i papi peggiori della storia cristiana.

La logica del Buongoverno esigerebbe la cancellazione di gran parte delle categorie almanaccate dai costituzionalisti, e la rottamazione della Costituzione stessa. Per esempio, il tempo e l’energia del Cancelliere non vanno sperperati in compiti di rappresentanza. Per questi ultimi ci vorrebbe un ciambellano ad hoc, e non uno pseudo-monarca settennale che si suppone fare il capo supremo degli eserciti, nominare i ministri e sciogliere le camere, dunque in teoria essere l’uomo di vertice. Per deporre corone al Vittoriano, ricevere boriosi ambasciatori spesso da operetta e dare un’occhiata frettolosa alle loro credenziali, basterebbe un ciambellano sorteggiato per 6/12 mesi, non rinnovabili, tra magistrati medio-alti in pensione. Basterebbe anche il titolo di Primo Cittadino e non di presidente, basterebbero poche decine di funzionari, lacché q.b. (quanto bastano) e un solo corazziere per i selfie delle ambasciatrici. I costi si nanizzerebbero e l’operato del Cancelliere migliorerebbe.

Anche perché il Cancelliere farebbe bene a farsi affiancare da una piccola giunta di una trentina di consultori/controllori, scelti a sorte da un computer centrale programmato ad hoc tra persone in possesso di requisiti particolari: culturali, professionali, di volontariato caritatevole ed altri. Nessuno di essi dovrebbe essere affiliato a partiti o a gruppi di pressione. La sperimentazione di modesti meccanismi di democrazia semidiretta consentirebbe a tempo debito di varare la partecipazione dei cittadini al governo della Polis, sempre utilizzando il procedimento randomcratico. In uno stadio finale della sperimentazione lo stesso Cancelliere, responsabile unico dell’Esecutivo, potrebbe essere sorteggiato tra i cittadini oggettivamente più qualificati di tutti.

In una fase iniziale questa giunta di ‘cittadini coinvolti’ avrebbe soprattutto la funzione di stabilire un principio: che persone scelte randomcraticamente possono dare un contributo senza essere state designate dalla classe politica e dalle urne. Gradualmente verrebbero aggiunti altri compiti, fino al giorno che la giunta dei cittadini consultori, dilatata fino a un centinaio di membri, diventasse una seconda camera, non eletta ma sorteggiata, dotata di poteri limitati. Sostituirebbe il Senato dei portaborse locali.

A.M.C.

NON AMAVA LA PSEUDODEMOCRAZIA LEE KUANYEW IL CAVOUR ASIATICO

A Lee, il padre-padrone di Singapore morto giorni fa novantaduenne, si attribuisce una formula secondo cui la democrazia non giova allo sviluppo economico. Di sviluppo Lee si intendeva, avendo inventato Singapore non solo come città-Stato insolitamente ben gestita in termini di efficienza, ma anche come turbina generatrice di reddito. E’ una delle Tigri asiatiche, seconda per reddito pro capite solo al Giappone. Tenendo anche conto che Lee era di etnia cinese, forse si può pure dire che abbia mostrato la via alla Cina, brillante operatrice di progresso produttivo senza democrazia. E’ lecito ipotizzare che mai Pechino avrebbe realizzato i suoi conseguimenti se si fosse consegnata al parlamentarismo, alla partitocrazia e ai ludi sindacali.

Il presidente Obama aveva definito Lee “una figura leggendaria nella prospettiva di due secoli”. In effetti, sulla scena asiatica era stato una specie di Camillo Benso di Cavour, il quale su una scena europea dominata da quattro grandi imperi aveva svolto un ruolo di statista ben superiore alla dimensione del regno di Sardegna.

C’è stata poca democrazia nelle opere e nei giorni di 02Lee Kuanyew. Rampollo di una famiglia cinese ricca, poi caduta in bassa fortuna, aveva avuto inizi politici difficili: per esempio era fallito un progetto per cui si era molto speso, l’integrazione tra Singapore e i paesi malaysiani. Poi aveva collezionato soprattutto successi, non solo economici. Vinse sette elezioni generali, e in quattro di esse il suo partito (PAP) ottenne tutti i seggi. Con 31 anni da Premier, il suo era stato il mandato di governo più lungo della storia. Poco dopo essersi ritirato aveva messo come primo ministro il figlio, brigadier generale Lee Hsienloong; e il figlio lo aveva proclamato ‘Minister Mentor’, in pratica Tutore del governo. Di fatto una canonizzazione moderna. E’ chiaro che avrebbe potuto farsi Re del più prospero degli Stati del Sud Est asiatico.

Caratteristico del paternalismo energico di Singapore che il codice penale contempli in grande il caning, le punizioni corporali ereditate dal regime coloniale britannico. Conosciamo il numero di esse eseguite in un anno recente (quasi 6500). Come negare la logica della punizione corporale -in gioventù sofferta senza drammi dallo stesso Padre della patria- quando esse scongiurano la detenzione: lunga, costosa e devastatrice?

Il pensiero politico-economico di Lee, oggi impartito anche oltreconfine da un’apposita fondazione e Scuola superiore, è di fatto un maoismo nazional-liberista, i cui insegnamenti sono stati senza dubbio più efficaci dei precetti del Grande Timoniere. Si ripropone così l’interrogativo: la Cina sarebbe diventata la maggiore economia del pianeta se Deng

Xiaoping, oltre a ripudiare la rivoluzione permanente e culturale di Mao, avesse introdotto nell’Impero di Mezzo la plutodemocrazia all’occidentale, partiti elettoralismo diritti tangenti? E la Spagna avrebbe avuto la modernizzazione degli anni Venti -case popolari, un inizio di Welfare (strade, canali, Paradores, industrie)- se Miguel Primo de Rivera non fosse stato Dictador filosocialista fino al 1930?

Anthony Cobeinsy

CONTRO IL MALAFFARE E I PARTITI ROTTA GOLLISTA VERSO UNA DEMOCRAZIA MIGLIORE

Il solo aspetto d’interesse dei più recenti tra gli scandali di giornata è che nell’assetto attuale il decisionismo di Matteo Renzi -l’unico che esista- nulla potrà contro i cleptocrati. La lotta al duopolio Casta-imprenditoria tossica doveva essere la prima priorità del Rottamatore; non quelle che egli chiama riforme costituzionali e invece sono aggiornamenti cosmetici.

Che un anno dopo l’avvento del renzismo si venga a sapere di Incalza, di Lupi, del Rolex al figlio del ministro, della casa romana donata alla figlia di Incalza, ci dà la certezza che le tangenti -sostanza del regime- non saranno nemmeno scalfite dal Rottamatore. Se anche fosse ambizioso e inarrestabile come il Bonaparte primo console, Matteo sarebbe addomesticato oppure disarcionato dal Sistema Italia. Perché il Sistema Italia è corazzato dalla Costituzione manomorta, dallo stato di diritto, dai codici, dall’omertà dei mille parlamentari e del mezzo milione di parassiti e farabutti che vivono di politica.

Matteo Renzi, conclamato il più efficiente tra i nostri Proci nel perseguimento dei propri fini, sarà sconfitto dalle controffensive degli interessi, dalle prassi, dalla continuità, dalle Istituzioni, dalla Costituzione che è la fortezza inespugnabile del sopruso cleptocratico. Renzi ha scelto di agire entro la legalità, e la legalità è come l’inverno che trasforma in ghiaccio il mare di Barents. Bonificare lo Stato-canaglia fondato da De Gasperi-Togliatti-Nenni in combutta col malocapitale è di fatto impossibile. Nessuno riuscirà a cambiare le cose a termini di legge.

Per esempio. Occorrerebbe l’elettrochoc di cancellare tutte le pensioni d’oro e tutte le iperliquidazioni; di colpire forte le grosse eredità; più ancora, di destituire in tronco la maggior parte dei superburocrati, e poco male se alcuni di essi non meritassero appieno di espiare. Salus populi suprema lex esto dicono le Dodici Tavole; dunque ogni sacrificio sarebbe giusto. Per dirne una: non difettiamo di burocrati meno arrivati (tra l’altro più giovani e meno costosi) abbastanza sperimentati da saper rimpiazzare i destituiti. Ebbene il sistema vieta di potare, di destituire for good. Eppure la sola via per risanare la funzione pubblica sarebbe la decimazione: estromettere a sorte un funzionario su dieci (gli altri capirebbero), processarlo per i tipici reati dei funzionari, addossargli l’onere di dimostrarsi innocente, e si fotta lo Stato di diritto. Idem andrebbe fatto a carico degli appaltatori e dei faccendieri: non attendere che compiano i reati ma colpirli preventivamente, salva la possibilità di dimostrare infondata la misura punitiva.

In altre parole. Nel contesto italiano solo il Terrore, non cruento come nel 1793-94 però con garantismi zero, metterebbe in fuga le orche assassine della corruzione. Ma occorrerebbe una crisi prerivoluzionaria. Mancando questa e senza l’elettrochoc di misure draconiane il popolo resterà per sempre impotente.

Invece di farsi impressionare o condizionare dalle sciocchezze di alcune Vestali del parlamentarismo contro la deriva autoritaria e contro l’uomo solo al comando, Renzi dovrebbe attuare la deriva e, in larga misura, fare da solo o con gente in gamba sul serio. Meglio che queste cose le faccia lui, forzando al limite il quadro legale, che sfidanti estremi tipo i colonnelli greci del 1967 : essi non avrebbero altra risorsa che la violenza delle armi.

Sono incurabili i mali di questo regime. Il meno che occorra fare è smontare in grande la Costituzione e ricostruirla come fece Charles de Gaulle. Le cose hanno provato che egli non era né un oppressore né un tiranno; che spegnendo la cianotica Quarta repubblica prese la decisione giusta. Aveva sì molta tempra. Ma anche Renzi ha più tempra dei suoi pari. Non ha la legittimità storica di de Gaulle, anche se una modica quantità se l’è guadagnata. Dopo tutto de Gaulle non vantava alcuna gloria militare, non era nemmeno un generale vero.

Renzi rafforzi molto la sua energia, a fin di bene. Cerchi di configurare un gollismo giovane, conservatore in quasi niente. Faccia tesoro della lezione francese e di quella svizzera. La prima è che mortificare i partiti e il parlamento non è totalitarismo. La seconda, che introdurre la democrazia vera, quella semidiretta e, diciamo così, elettronica- come esige il nostro tempo- produrrà il Buongoverno.

Antonio Massimo Calderazzi

APRILE 2015

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

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PUTIN’S EVIL AND THE COMPLICITY OF THE CHURCH

“No man can serve two masters. Either you will hate the one and love the other, or you will be devoted to the one and despise the other.” (Mt. 6:24)

Putin ordered the hit on Nemtsov as he has done on seven others: Paul Khlebnikov, Alexander Litvinenko, Boris Berezovsky, Anna Politkovskaya, Natalya Estemirova, Anastasiya Baburova, Stanislav Markelov. Putin, the leader of one of the most powerful nations in the world, is nothing but a serial killer. He would have done Stalin proud as a KGB-politician where reason, commonsense, honesty, incorruptibility and freedom of speech are eschewed for the more brutal political arts of deception, corruption, dishonesty, propaganda, and murder. It is baggage Russians just can’t seem to get rid of. From its founding under Peter the Great to the present day, Christian morality has had little or nothing to do with Russian governance. Power alone is worshipped. Truth, Goodness, Wisdom, Temperance, Simplicity—these have had no influence on Russian life whatsoever. The only honest leader Russia has seen in many centuries was himself a victim of these evil forces—Mikhail Gorbachev.

The root problem is the Orthodox Church. Historically, it has made a pact with the devil. The Kremlin says “Don’t enter politics, and as a reward we’ll let you continue to hold your (poorly) attended services. Just don’t mix politics and religion—and your future will be secure .” To which the hierarchy of the Russian Orthodox Church, historically, has willingly and obediently responded with an enthusiastic Yes! And so, in exchange for a bit of earthly power, the Russian Orthodox Church has closed its eyes to oppression, corruption, cruelty, dishonesty, and murderous domestic and foreign policies. Instead of allowing religion to change the hearts of men, so that a new society can emerge, one devoted to the entire nation’s spiritual and material well-being, it has allowed evil to flourish, mistakenly thinking that its true power comes from man and not from God.

Without strict morality, no government—or church—can lead its people well and truly. We in America like to point fingers at other countries or leaders while ignoring the overwhelming stench of corruption everywhere present. The Republican Party, for example, is brazenly corrupt, being nothing but the hand-maiden of the 1% richest in the land. (As one example, it has sided with Corporate America in its campaign against the idea of climate change, so corporations won’t have to spend money to eliminate pollution. The welfare of the US and the world counts for nothing here. Naturally the biggest polluters reward their servants handsomely come re-election time. And so it goes in American politics.) Moreover, the only religion that seems to gain adherents today in America is the religion of complicity with evil, the religion of gross ignorance, and the religion that talks of Christ but in practice embraces the (d)evil in the guise of Avarice, which issues into mere Power—power to serve the richest 1%.

Russia, situated as she is between the East and West, could have proved to be inestimably powerful in a good way as a mediating force between two different, and often competing, world-views. Instead, her rulers—evil almost to a man (or woman)—have thought only in terms of increasing their own mundane power and wealth. Sadly, the Russian Orthodox Church could have played a world-historic role in Russia as the guarantor of Virtue and Wisdom, with all that that implies politically. Instead, it sold its soul to the devil for a handshake and little more.

Len Sive Jr.

CORE REPUBLICAN PARTY VALUES: RACISM, ENVIRONMENTAL DISASTER, AND CORRUPTION

No one has asked the obvious question about the fraternity at U of Oklahoma. And that is: What are these fraternity boys’ parents’ political affiliation? I would bet that the overwhelming percentage are Republican, perhaps even all of them.

We have seen in the rise of extreme right-wing Republicanism a racism, a cultural insensitivity, a boorishness, an anti-intellectualism, a shameful dishonesty, and moral turpitude that I have not seen in my life-time. This fraternity, Sigma Alpha Epsilon, was displaying (proudly until caught) the same ignominious behavior they have always shown. What’s shocking is the fraternity’s feigned “ shock” as well as that of their parents. Ask how many blacks are in SAE.

The Republican Party is the reversal of the party’s Civil War heritage, when it was the Democratic Party that was racist. But given that change of party stance, the racism of 1861 hasn’t changed from that day to this. Even the selling of firearms has a racist element—to protect oneself from the black man, just like in the 1800’s.

47 Republican Senators wrote a letter blatantly interfering with US foreign policy, the Obama Administration’s sensitive nuclear negotiations with Iran—an unprecedented interference! These shameless morons are like the neighborhood bully, picking fights with whomever, and wherever, they want. Republicans are far-left radicals in that they are heedless of tradition, commonsense, reason, and protocol. Like SAE, these senators believe they have the right to do whatever they wish. It is what I call the 1% hubris factor. The richest 1% in the country think that they control Everything….And they just about do.

The same obtuseness, intellectual and moral, can be seen in the 1%ers denying climate change, or severe and lasting ecological damage through fracking et. al. oil/gas production methods and delivery systems. Is it just a coincidence that OK is a big oil producing state?

Just as in almost every other country historically, today we exhibit an “optimates” vs “Populares” division in society. Class divisions and antagonisms were some of the reasons Rome fell. The Republican Party, on all fronts, is leading America to outer ruin as well, through class divisions, the death of the middle class, through ceaseless wars that only enrich the 1% (Military-Industrial Complex) and through inner dissolution from corruption, graft, and favoritism, along with a shameless anti-intellectualism and a massive racism. As I have written many times before, this is our New Civil War. But this time there’s no Lincoln to rely upon to guide us through.

Len Sive Jr,

QUANDO AMENDOLA TENTAVA DI RIABILITARE STALIN

Quarant’anni dopo la pubblicazione di A conquistare la rossa primavera (libro sottotitolato romanzo autobiografico) di Davide Lajolo (“Ulisse” come comandante partigiano), rileggo la Prefazione di Giorgio Amendola. L’ultimo paragrafo fa impressione. Dice: “Ugualmente schietto e sincero risuona (nella Resistenza -n.d.r.) il grido di Viva Stalin. I combattenti cadono al grido di Viva l’Italia e di Viva Stalin. La ristampa del libro di Ulisse ci permette di recuperare un linguaggio che era politico, non economicistico, era un linguaggio nazionale e internazionalista, che esprimeva la forza dei grandi ideali nazionali ed internazionalistici, di indipendenza e di pace, che guidarono i partigiani italiani. La critica a Stalin non deve fare dimenticare quello che egli allora rappresentava: l’URSS, l’Esercito sovietico, la vittoria di Stalingrado, la grande guerra patriottica del popolo russo e la coalizione antifascista mondiale”.

Quando il Partito comunista meritava, ad ogni modo otteneva, l’amicizia di molti che comunisti non erano, io ebbi alcuni contatti sia con Lajolo, sia con Amendola. Non condividevo il concetto, i fini e i metodi della Resistenza di cui i due erano stati protagonisti. Amendola aveva ordinato a Roma l’attentato di via Rasella, antefatto delle Fosse Ardeatine. Pensavo, e tuttora penso, che per via delle inesorabili rappresaglie germaniche i partigiani uccisero in tutta Europa più concittadini che tedeschi. Via Rasella resta per me un episodio terroristico, non la ‘azione di guerra’ che ai suoi autori fruttò lodi, medaglie, seggi parlamentari e altre ricompense di regime.

Tuttavia sia Lajolo che Amendola mi erano apparsi meritevoli della mia deferenza e simpatia. Ignoro ciò che pensassero di Stalin quando li incontrai, oltre un decennio dopo che il famoso Rapporto di Krusciov al XX Congresso del PCUS aveva rivelato i crimini di Stalin e lanciato la destalinizzazione. Mi chiedo che scriverebbe oggi il capo dei miglioristi del Pci sul feroce successore di Lenin. Si è arrivati a stimare a venti e più milioni le vittime dirette o indirette degli ordini di Stalin. Le vittime possono essere state meno, ma p.es. è oggettivo che non morirono di morte naturale virtualmente tutti gli artefici della Rivoluzione d’Ottobre, Lenin a parte, più gli innumerevoli generali e gerarchi sacrificati nei grandi processi degli anni Trenta. Adolf Hitler spense meno vite di Stalin. Si oppone naturalmente che le circostanze erano diverse.

Lo erano, ma è difficile immaginare oggi un Lajolo o un Amendola che non ripudino il parossismo di delitti dell’uomo, Stalin, che contribuì in modo decisivo a uccidere l’idea comunista e a mobilitare durevolmente contro il comunismo i popoli che lo hanno sperimentato.

Giorgio Amendola suggellò la sua Prefazione sostenendo che “nel corso della Resistenza il popolo conquista la Patria e ne diviene la forza dirigente”. Ciò è naturalmente falso: il Pci e gli altri partiti dell’oligarchia cleptocratica divennero la forza dirigente. Lajolo non propone l’impostura del popolo vittorioso. Piuttosto un certo numero di volte addita le qualità e virtù dei comunisti, a quel tempo considerati schiera d’élite, falange di valorosi lottatori. In effetti i partigiani furono spesso eroi oltre che assassini. Lajolo menziona per esempio un suo zio operaio comunista di Alessandria, dove un bombardamento gli ha tolto la casa e l’unico figlio. Sostiene che lo zio operaio “lotta per attendere l’alba di un nuovo mondo”. Di un partigiano che ha avuto il braccio troncato riferisce le parole “Perdere un braccio è triste, ma sono un comunista e non ho paura”.

Ines ‘meravigliosa staffetta e telefonista partigiana che ha già sofferto la tortura dei fascisti e la prigionia’, chiama: “Il nemico ci piomba addosso da ogni lato, li ho a pochi passi. Non ho paura. Viva Stalin!” e chiude il telefono. Era assurdo che si chiamassero ‘combattenti per la libertà’ quei comunisti che inneggiavano a Stalin, arcinemico della libertà.

Ma torniamo ai (sobri) evviva di Lajolo. Entrati vittoriosi i partigiani a Torino, Ulisse nota: “Ci siamo incontrati con la classe operaia, con l’esercito possente della Fiat: Mirafiori, Lingotto, Spa, Fonderie. Ora mi accorgo che questo popolo condurrà avanti l’Italia”.

Un operaio di Mirafiori, padre di un caduto partigiano, risponde a Ulisse che cerca di consolarlo: “Non dirmi parola. Io capisco. Sono un partigiano della libertà da anni. Sono stato anche in carcere con Gramsci. Voi (della Resistenza) avete fatto avverare la profezia di Gramsci. Mentre eravamo trasferiti a un altro carcere vedemmo sfilare migliaia di giovani fascisti. Dissi a Gramsci che l’Italia di domani sarà fascista perché costoro hanno saputo avvelenarla nel sangue. E Gramsci, con voce calma: “Non sarà così. Dipenderà dal lavoro che sapremo fare. Quei giovani saranno con noi e ci aiuteranno a trasformare l’Italia”. Ne diceva e scriveva di balle, inutili quando non nocive, Antonio Gramsci!

Trascrivendo i non molti passaggi fideistici di Lajolo, il Viva Stalin della partigiana Ines è l’unico in cui mi sono imbattuto. Credo più a Ulisse che ad Amendola. Rivendicando la grandezza di Stalin il secondo esprimeva una fede avvelenata. Stalin fu, per numeri di assassinii, più spietato di Adolf Hitler. Oggi sappiamo che inneggiare a Stalin equivarrebbe a glorificare la ferocia in quanto categoria universale. I comunisti furono il nerbo e anche gli eroi di una causa sbagliata; pochi decenni l’hanno cancellata. Lajolo, più virtuoso dell’uomo che aveva voluto via Rasella, mentì a volte per amore.

Tacque, o non capì, che il sogno del comunismo fu spento già da Lenin, e assai più da Stalin. Lo ripropose menzogneramente la generazione di Gramsci e Togliatti; lo liquidò quella di Berlinguer e D’Alema; lo rinnegò in modo abietto Giorgio Napolitano, transfugo dal campo dei proletari a quello del New York Stock Exchange e dei droni di Obama.

A.M.C.

SULLE DUE SPONDE DEL TEVERE PARALLELISMI, AFFINITA’ E RINUNCE

Un anno di Renzi, più o meno come un biennio di Bergoglio. Ininterrotti ribadimenti; volitività senza confini; realizzazioni e opere che deviano la storia, poche. In molti ci attendevamo dal Papa una mezza rivoluzione, quella svolta per cui nulla o poco di importante restasse come prima. Nessuna montagna si è mossa. Dal Premier forse era realistico aspettarci di meno: la politica è l’arte del possibile, possibile nel quale non c’è posto per l’ideale e il top del massimalismo è aspirare al meno peggio.

I conati di riforma di Renzi sono il meno peggio, confrontati alle alternative esistenti. La prima di esse è il berlusconismo. Nel quotidiano della politica come nell’anima della nazione il berlusconismo è la dipendenza di una parte del popolo e di una masnada della Casta da un personaggio ormai insopportabilmente simile nell’aspetto fisico all’Al Capone di prima di Alcatraz, o di Sing Sing o di altro sacrosanto penitenziario. Nella sfera spirituale la dipendenza di troppi nostri compaesani è dal più lubrico dei personaggi del genere fescennino. Che avrebbe pagato, secoli dopo, il poeta Decimo Giunio Giovenale per averlo creato lui come incarnazione di corruttela, licenziosità e sostanziale negazione ad essere statista! Eppure egli Cav ancora impartisce direttive, resta fuori dalle Case Circondariali, vince battaglie giudiziarie, arricchisce smisuratamente principi del foro, cocotte e semplici olgettine, mantiene lo ‘affetto’ di plotoni di deputati.

Le altre alternative: 1) il grillismo, ossia la strumentalizzazione un po’ scervellata degli istinti giovanili di rinnovamento; si è materializzata in conati di parlamentarismo fuori tempo massimo, dunque deteriore. Ripudiata, inevitabilmente, la santa utopia della democrazia diretta; 2) Matteo Salvini o l’ingentilimento del bossismo da bar-tabacchi; 3) il nulla integrale della Gauche degli intellettuali (sort of ) da terrazza romana o da trattoria pugliese specialità orecchiette. A nome della Gauche del Nulla, Stefano Rodotà e altre prèfiche della democrazia effondono lacrime sulla deriva autoritaria rappresentata da Renzi.

E invece Renzi fa benissimo a far rigare il parlamento e le camere. L’uno e le altre meriterebbero ben altra frusta e ben altra ramazza. Le prèfiche si aggrappano alla Costituzione che vuole il parlamento bicamerale spinto. E’ uno dei molti motivi per detestare deridere cestinare la Costituzione.

In presenza delle suddette alternative, è umano che molti nella Penisola abbiano sperato in Renzi: per essere ripagati soprattutto da enunciazioni, promesse, formule. Un anno dopo il ciclone Matteo, il paesaggio italiano presenta poche devastazioni: gli sconquassi, tutti da venire. Come avesse governato un anno Giovanni Goria, il compianto politico astigiano la cui memoria resta imperitura solo grazie all’abnegazione degli storici volontari di Wikipedia.

Questo Matteo, che si era presentato come emulo di Eracle (il figlio di Zeus & Alcmena) come operatore di fatiche più che umane e come generatore di almeno 70 figli, questo Matteo non deve temere alcun impeachment come perturbatore effettivo dei costumi e degli andazzi della Cleptocrazia. E’ vero, per la dira Camussa (la quarta Erinni dopo Aletto, Tisifone e Megera), il premier ha violato l’ordine naturale di cui esse Furie sono severe e vindici protettrici. Ma Camussa esagera. La Casta è in buona salute, e così pure quel suo comparto che sono i sindacati.

Il milione di persone che vivono di sola politica, cioè di sola rapina del denaro pubblico, resteranno al loro posto, quali che siano le smanie riformatrici del Fiorentino. Se questi brandirà l’arma delle elezioni anticipate, arriverà il veto/usbergo del Colle, la vetta più alta della Casta. Se le Province saranno davvero abolite, il nostro Pubblico Impiego non perderà il suo posto, così onorevole, nella classifica dei paesi industriali più burocratizzati. Gli alti papaveri che affittano a bassa pigione appartamenti di proprietà pubblica se li compreranno a poco. Dovesse il parlamento perdere la bicameralità piena dopo la parentesi similducesca (secondo le lagne di Rodotà, beninteso) di Matteo, risulterebbe sesquicamerale (una camera e mezza), con costi invariati. Inappagata resterà l’aspirazione degli ingenui a un Paese rovesciato sottosopra.

Delusi resteranno coloro che, passati 72 anni dall’armistizio di Cassibile (Siracusa) dove i generali G.Castellano e W.Bedell Smith stipularono la nostra resa incondizionata, credevano che lo Stivale potesse aspirare all’indipendenza dagli USA, quindi non essere più coartato a comprare F35, sommergibili d’attacco e missili così sofisticati che se il nemico non esisterà lo creeranno by default.

Direte, ma Bergoglio è un’altra cosa. Sarà. Ciascuno a modo suo ha rinunciato all’occasione assoluta di spezzare la continuità e rifiutare le logiche istituzionali.

Porfirio

TROPPO BUONO IL MARX 2.O FRANCESE A CONTENTARSI DELLA DEMOCRAZIA

Uno che non abbia letto le 950 pagine de Il Capitale nel XXI secolo (titolo della traduzione italiana- Bompiani),e che non si proponga di farlo, in quanto poco attratto da alcuna rivisitazione di Karl Marx, sente l’obbligo di giustificarsi. Non si impegnerà sul pensiero di Thomas Piketty essendo convinto che la validità teorica di certi pensieri, persino sommi, sia di fatto irrilevante.

E’ invece decisivo capire chi porterebbe avanti in politica le teorie di Piketty. I precedenti fanno pensare che il braccio secolare del Maestro sarebbe, in Francia, il tradizionale progressismo a sinistra di Hollande: come a dire il quasi nulla. I precedenti sono, in particolare, che Piketty era stato consigliere economico di Ségolène Royal; e che, da presidente, Hollande si è rimangiato la promessa di una rivoluzione fiscale ampiamente ispirata alle proposte della Pikettynomics: “tassazione più progressiva non solo dei redditi, anche dei capitali; trattenute alla fonte; disincentivi alla ricchezza non guadagnata; controllo sul capitale”.

Dunque è verosimile che il marxismo XXI secolo sarà portato avanti dalla Gauche. Se così sarà, non avrà senso curarsene. Il sinistrismo alla Gauche, quello dei ‘diritti’ landinisti all’italiana, quello spagnolo del conato Zapatero, condannano all’insuccesso tutto ciò che toccano. Perché? Essenzialmente perché i sinistrismi sono sempre o insinceri o impotenti. Non sono credibili e non sono creduti. E’ fallito il comunismo serio, quello di Lenin e Stalin, dei Fronti popolari, delle grandi purghe e dei gulag; figuriamoci il gauchisme di Ségolène, Rodotà, Cuperlo, Camusso, di Sel e dei gruppuscoli che, come Il Manifesto, vivono un Avvento interminabile, l’attesa del ritorno del comunismo (versione terrazze romane/ombrelloni a Capalbio).

Nell’incipit abbiamo parlato di un generico “uno che non abbia letto, né intenda farlo, Il Capitale nel XXI secolo” . Volendo essere più specifici, tiriamo in ballo chi scrive questi mozziconi di righe. Costui sognerebbe misure più vicine ai gusti e ai criteri di Vo Nguyen (che come generale Giap umiliò la Francia e, infinitamente di più, gli USA) che alla linea di Piketty. Per riuscire, Giap si regolò all’opposto dell’economista, secondo il quale “la democrazia deve avere il controllo sul capitale”. La democrazia quale la conosciamo è, per il tedio e la diffidenza che ispira, certezza di insuccesso. La democrazia è, per esempio quella cosa per cui non si possono sbocconcellare di un decimo, a termini di diritti acquisiti, i più osceni tra i vitalizi dei nostri cleptocrati. Oppure scongiurare l’aumento della corruzione. Il metodo di Giap, più che sbocconcellare, cancellerabbe in toto i vitalizi, tranne quelli dei poveri assoluti. Meglio: Giap, che non si curava di democrazia, associerebbe cleptocrati ed ereditiere ai campi di rieducazione.

Dire male di questa democrazia è, come nel 1530 il fiorentino Francesco Ferrucci contestò a Fabrizio Maramaldo, “uccidere un morto”. Un morto è la democrazia che piace a Piketty, se vuole darle il controllo del capitale. Lungi dal vostro scribacchiante voler difendere il capitale: è questa democrazia che non merita di controllare alcunchè. Il montare delle disuguaglianze, l’immanità delle fortune ereditate o apertamente colpevoli sono consustanziali alla democrazia elettorale-partitica: consustanziali non solo agli Stock Exchanges di Londra e di New York, anche di dovunque si blateri di democrazia.

I controlli sul capitale che Piketty invoca, affidiamoli a Giap. Quelli operati dalla democrazia li conosciamo: alle ereditiere piacciono, e i tycoons con la mansion nel Connecticut non si lamentano.

Anthony Cobeinsy

Prospettiva Nevskij

E cosi, mentre il vento, come ai tempi di Battiato, continua a soffiare a 30 gradi sotto zero, incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili, passeggio sulla prospettiva Nevskij; ma invece di Igor Stravinskij per caso incontro un uomo russo in tuta mimetica militare che mi porge un foglietto bianco e mi dice con aria energica: “Aiuta la nuova Russia!”. Avendogli chiesto ulteriori dettagli, per prima cosa insiste perché ci presentiamo l’uno all’altro. Sergej comincia a spiegarmi che in Ucraina gli americani hanno organizzato un ennesimo colpo di stato e che è diritto della Russia di riprendersi i suoi territori, popolati da russi: la nuova Russia, comincio a capire, non è affatto in territorio russo. Lo ascolto.

 

LA NATO

Qui in Russia le idee sono chiare: gli americani cercano di estendere il loro dominio del mondo attraverso la NATO. Dopo la promessa fatta alla Russia agli inizi degli anni 90, di non allagare l’alleanza atlantica al vecchio blocco sovietico, la NATO ha ingoiato Repubblica ceca Ungheria e Polonia nel ’99, nel 2004 è la volta di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovenia e Slovacchia, nel 2009 di Albania e Croazia. Georgia e Ukraina, teatri delle cosiddette rivoluzioni colorate sono le prossime nella lista. La giusta obiezione che si può fare è che ogni stato libero è libero di aderire a qualsivoglia organizzazione. In principio è un discorso giustissimo, ma per accedere alla NATO bisogna essere invitati dalla NATO. L’iniziativa dello stato aderente non compare proprio nella procedura se non in senso negativo, per un possibile(?) rifiuto ad aderire. L’articolo 10 del Trattato nato dice :”The Parties may, by unanimous agreement, invite any other European State in a position to further the principles of this Treaty and to contribute to the security of the North Atlantic area to accede to this Treaty. Any State so invited may become a Party to the Treaty by depositing its instrument of accession with the Government of the United States of America. The Government of the United States of America will inform each of the Parties of the deposit of each such instrument of accession.”

La NATO, attraverso il diretto patrocinio del Governo degli USA, sceglie con cura chi conviene o non conviene avere come membro in un determinato momento.  Si noti poi che la volontà popolare non è affatto chiamata in causa, attraverso un referendum per esempio. Ebbene la versione russa, che Sergej ormai mi racconta infervorato, è che Yanukovich, ex presidente ucraino filorusso, sia stato scalzato da una piazza finanziata dagli americani, proprio perché non ha accettato l’invito americano di avvicinarsi, tramite l’UE, all’Alleanza Atlantica. Questa versione, che vorrebbe lo zampino americano dietro ogni avvenimento in territorio ex-sovietico è un po’ troppo azzardata? Probabilmente si. E’ però un fatto abbastanza singolare che l’Ucraina abbia, dopo la protesta di piazza Maidan e il rovesciamento di Yanukovich, un ministro delle finanze americano di (lontane) origini ucraine. Nata e cresciuta in America, con master ad Harvard e una carriera al Dipartimento di Stato, si chiama Natalie Jaresko.

 

Il kosovo

Dopodiché, da buon russo patriota qual è, Sergei tira fuori il Kosovo. Come si sa il Kosovo, provincia autonoma, parte della Serbia durante l’epoca comunista iugoslava, a maggioranza albanese, è stata la miccia delle guerre balcaniche. Milosevic, leader del partito comunista serbo, usa la leva etnica della protezione della minoranza serba per far crollare il castello di carte iugoslavo. La NATO si precipita a difendere il Kosovo attaccato dalla Serbia. Bombe su Belgrado. La risoluzione 1244 dell’ONU ne delimita i confini politici: il Kosovo resta parte delle nuova Serbia, ma protetta da forze NATO che ne garantiscono la sicurezza. La neutralità del Kosovo piacque alla Russia che firmo e avvallo la risoluzione ma non all’America che ha sempre sostenuto l’indipendenza del Kosovo; l’ingresso del Kosovo nella NATO è stato più volte caldeggiato, negli ultimi anni, da Hillary Clinton. E’ bene sapere poi che il neutro Kosovo, salvato dalle bombe NATO ospita ora la più grande base militare americana in Europa, Camp Bondsteel, strategicamente posizionata tra baltici e medio oriente. Si legga più approfonditamente l’analisi dell’istituto canadese Global Research[1]. Chissà che la Crimea, una volta salvata dalle bombe NATO dall’aggressione russa, non possa ospitare una base ancora più grande e ancora più strategicamente piazzata? Sergej non ha dubbi. “Vogliono metterci i tank  e i missili alle porte di casa”

 

Non contro l’Europa ma contro l’America

“L’orso russo non disturba nessuno: si difende” Sergei cita il suo presidente con aria ossequiosa. Putin ama parlare dell’orso russo, pacifico ma forte, padrone indiscusso della sua taiga, attaccato da tutti. “La NATO vuole incatenare l’orsetto e poi strappargli i denti, e gli artigli” continua.

Nonostante la metafora dell’orsetto, viste le mie resistenze a fornire direttamente denaro agli “eroi” di Donbass, Sergei con tono sempre più amichevole mi fa vedere che sul foglietto ci sono dei siti internet, dove posso leggere e capire meglio. Gli prometto che darò un’occhiata. Lui raggiante di aver chiacchierato con un europeo, mi regala due bustine di te.

Questo è quello che ho scoperto: sul sito interbrigada.org, qualsiasi utente russo può donare somme di denaro con Paypal, o carte di credito alle milizie della repubblica autonoma di Donbass, che combattono contro il governo di Kiev. Vi si trova inoltre un’intera lista di cose che possono venire imballate e spedite. Chissà perché c’è subito un’indicazione “non ci serve lo zucchero”. Segue poi un’intera lista, dai medicinali agli stivali alle vitamine B1 e B6 in fiale. Ma forse ancora più utile per toccare con mano il profondo livello di coinvolgimento è la pagina di Vkontakte ( il facebook russo) https://vk.com/spb_helpdonbass. Si evince chiaramente che il gusto, a tratti kitsch, per i carri armati e le bombe regna sovrano. Come altro si spiega la foto di un militare che tiene in braccio un missile con scritto sopra, “Per Kiev. Dalla russa con amore”.  O la foto un babbo natale a cavalcioni di un tank, che armeggia uno strano bastone tipo spada laser di Star Wars e augura a tutti un buon 2015? Ci sono poi provocatorie immagini di un edificio ucraino in fiamme e la scritta “Where is Charlie?”, un forte atto di accusa al mondo occidentale di fare terrorismi di serie A e di serie B. Insomma, tra cattivo gusto, propaganda e accenni filosofici, il sito ha più di mille utenti solo a san Pietroburgo, città russa-europea per antonomasia. E ci sono foto di scatoloni arrivati a destinazione accompagnati da facce sorridenti e scritte patriottiche per un ucraina libera dai “fascisti”. A leggere questa propaganda viene da pensare che la Russia e gli USA stiano facendo un vero braccio di ferro sulle ossa degli ucraini. E gli accordi di Minsk di pochi giorni fa, non sembrano aver cambiato molto la cornice del conflitto. Se l’Europa non fosse cosi totalmente nella sfera americana sarebbe un buon compromesso per l’Ucraina farvi parte. La Russia, in maniera meno chiassosa dell’America, (nessuno sembra  aver  proposto a Putin il Nobel per la pace) non nasconde i suoi interessi pseudo imperiali. E se gli Ucraini sono in fondo Russi, non lo sono i Lituani, gli Estoni e i Polacchi. L’Europa, pertanto, è un buon compromesso, per questo caso complicato. Volontà popolare o no e forse qualche perdita territoriale da tenere in conto, forse un libero stato Ucraino in Europa non sarebbe una cattiva idea. Ma appunto in europa, non nella NATO, come mi diceva Sergej. L’Europa non offre garanze di indipendenza dall’America. E finché sarà cosi, bypassando la retorica della taiga e dell’orsetto pacifico, è comprensibile che la Russia si difenda.

Raimondo Lanza di Trabia

[1] (http://www.globalresearch.ca/kosovo-s-mafia-state-and-camp-bondsteel-towards-a-permanent-us-military-presence-in-southeast-europe/30262).

AIUTI ALLO SVILUPPO NON STANZIAMENTI BELLICI FRONTEGGERANNO LA MINACCIA ISLAMICA

Per la sfida del terrorismo odierno, assai più estesa e più minacciosa che prima delle possenti spedizioni crociate di G W Bush, “esiste una sola soluzione definitiva. Se si destineranno agli aiuti per lo sviluppo buona parte delle spese militari del mondo industrializzato, i popoli poveri ripudieranno l’estremismo, ameranno gli americani e i loro scudieri”. Questa soluzione additata da Internauta sotto il titolo La guerra obbligatoria non esiste più potrà apparire apodittica.

Allora la dimostrazione dialettica cerchiamola in uno scritto di Emanuele Severino (Corriere della Sera, “Ma l’Occidente non ha perso”, 10 gennaio): “Al centro dei fenomeni del nostro tempo c’è la fame. Fortemente cresciuta rispetto al passato: sia per il modo in cui viene distribuita la ricchezza prodotta, sia per la crescita smisurata della popolazione mondiale. Inevitabile quindi la pressione degli affamati su chi riesce a sopravvivere. Inevitabile, anche, che si facciano avanti le forze che progettano di sfruttare a proprio vantaggio la volontà degli affamati di godere anch’essi dei beni esistenti sulla terra. Ieri la maggiore di queste forze era l’Unione Sovietica. Quel progetto è stato ereditato dall’Islam, che vede nel capitalismo e nella cultura dell’Occidente il male assoluto”.

Se il nostro filosofo ha ragione, se al centro di tutto c’è la fame, ecco argomentata la tesi di Internauta: non le guerre di G W Bush e di Obama, né quelle da ridere della ministra Pinotti, ci difenderanno dalla minaccia terroristica. E qui avanziamo un’altra asserzione apodittica: la crociata vagheggiata dalla politicante ligure (una ‘signora delle tessere’ che l’Imperioso fiorentino ha voluto al comando delle nostre temibili armate) sarebbe non più ma meno ridicola da quella che i giornalisti d’attacco esigerebbero da Obama. Infatti le guerre irakene e afghane hanno mostrato che l’Iperpotenza planetaria può fare sciocchezze tali da riabilitare un po’ una colonnella del Pd. La Casa Bianca, pur avendo ben altre responsabilità e ben altri doveri che la Pinotti, e pur avendo assai più da perdere, non fa che sbagliare dal tempo della guerra di Corea, 65 anni fa, quando cominciò a fidarsi troppo dei suoi arsenali bellici. Oggi le spedizioni di conquista USA, disumanità a parte, fanno ridere come la Pinotti non riuscirebbe.

Gli oneri, innanzitutto economici, di contrastare il terrorismo erede del ruolo antagonistico che fu dell’Urss, sono incalcolabili. I costi di capovolgere la nostra strategia, di spendere in assistenza allo sviluppo invece che in cannoni, sono invece facilmente calcolabili. Vanno conteggiati algebricamente, al netto dei lutti, dei rimorsi e degli spasmodici apprestamenti difensivi che l’Occidente ricerca di continuo, sempre più futilmente.

I combattenti fondamentalisti sono spesso feroci e anche, a volte, sprezzanti della loro stessa vita. Quanti di loro direbbero no non solo a un reddito pacifico, anche alla soddisfazione di avere costretto l’Occidente a ripudiare le Crociate?

Le migliaia di miliardi che si distogliessero dai nuovi armamenti farebbero, grazie alle tecnologie più avanzate, verdeggiare i deserti che predominano nei paesi africani ed asiatici, i paesi dell’Islam. Chi di noi saprebbe dimostrare che gli attuali nostri arsenali bellici -già costruiti, già pagati, sempre utilizzabili- sarebbero inadeguati a difenderci dai più allucinati tra gli estremisti, pratici di coltellacci e di semplici mitra, non di grandi armamenti che esigano contro-panoplie atlantiche o statunitensi sempre più costose?

A.M.C.

SERGIO SI CONTRAPPONGA AI PREDECESSORI. NESSUNO ESCLUSO

“Presidente, ora apra il Quirinale”. E’ un giornalista fortunato, oltre che importante, G.A.Stella, visto che Il Corriere resta al suo fianco senza vacillare in merito al destino del Quirinale. L’11 febbraio gli ha affidato ancora il primo degli editoriali, ribadendo con quell’Apra il Quirinale di disapprovare la scelta del Primo Cittadino di insediarsi nella reggia dei papi sbagliati e dei Savoia. Disapprovazione che ovviamente è anche la nostra (v.Internauta online, “Il misfatto di metter casa al Quirinale”).

Da giornalista di talento, il Nostro esordisce additando un modello concreto e virtuoso: “Nel solo 2014 il Palazzo reale di Madrid ha avuto 1,2 milioni di visitatori, mostre temporanee e dipendenze escluse. Quanti il Quirinale in tutti gli anni di Napolitano. Il confronto dice tutto. E potrebbe spingere Mattarella a chiedersi: può essere sufficiente, come gira voce, aprire qualche sala in più, per qualche ora in più la domenica, prolungando fino alle otto di sera le visite previste ora soltanto la mattina? Può essere vantato come un grande successo l’ingresso nella “casa degli italiani”, nel 2014, di 15.400 alunni e insegnanti, pari a 42 al giorno, cioè poco più di quanti studenti visitano quotidianamente la redazione del Corriere?”

Quale membro, il più importante, della Casta, Sergio Mattarella ha certo titolo a dire no a Stella, al Corriere e ad ogni altro Internauta. La repubblica di De Gasperi, Togliatti & Partigiani si rivelò presto, ed è rimasta, uno Stato-canaglia nel quale ogni usurpazione e ruberia resta impunita se abbastanza sfrontata. L’Italia miserabile uscita dalla guerra non aveva il diritto -oltre a tutto essendosi proclamata una repubblica semiproletaria fondata sul lavoro- di alloggiare il proprio capobonzo nella reggia più sfarzosa al mondo. Non doveva permetterselo. Fu una malazione, un reato. Un giorno i responsabili della scelta, tutti coloro che hanno abitato il palazzo e tutti gli eredi degli uni e degli altri andrebbero processati da un tribunale straordinario e vendicativo; andrebbero condannati a indennizzare il Paese per un settantennio e più di abusi e di oneri. Il presidente della Casta, dicevamo, è legittimato a far male come i suoi predecessori. E un eventuale Giustiziere, un giorno, avrà il diritto a farla pagare, a lui come ai vertici della Casta. In Grecia, forse, gli oligarchi saranno improvvisamente chiamati a rispondere.

Non basterà affatto aprire sale quirinalizie a visite guidate, col probabile risultato che i suoi gestori riusciranno a farsi aumentare il bilancio. Occorrerà ripudiare in toto la reggia per il male che rappresenta da quasi mezzo millennio. E’ un simbolo di vituperio, e i simboli sono macigni. Deve smettere di costare più di ogni altra residenza di vertice sulla Terra. Deve passare a produrre un reddito adeguato alla sua importanza di reggia malfamata.

Se eretta in supermuseo, potrà risultare primo sul pianeta, col decuplo dei visitatori del palazzo reale di Madrid. Infatti occorrerà promuoverlo più e meglio di qualsiasi Expo. Occorreranno vaste campagne di lancio per fare edotto il pianeta di una risorsa senza paragoni, in una città unica al mondo. E dove vivono e scroccanooltre milleseicento cortigiani, corazzieri e lacchè, dormano altrettanti turisti paganti.

“Sono in tanti ormai, argomenta G.A.Stella, a invocare la trasformazione del Quirinale. Certo, rovesciare di colpo le scelte dei predecessori non è facile. I presidenti nei decenni hanno privilegiato il palazzo come luogo simbolo dell’eccellenza e del prestigio. C’era un senso nel vivere il Quirinale come una sorta di reggia laica. Ma oggi? Anche Francesco, scegliendo di vivere in un bilocale, aveva lo stesso problema: non sarebbe suonata, quella decisione, come una presa di distanza dai pontefici precedenti? Ha deciso la svolta. Dio sa quanto il gesto sia stato apprezzato dai fedeli”.

Neghiamo categoricamente che Mattarella debba curarsi della disapprovazione di quanti l’hanno preceduto, tutt’altro che meritevoli. Come notavamo più sopra, hanno fatto i sommi dignitari di uno stato malfattore, nel quale i cattivi comportamenti sono regola. Il Primo Cittadino, lungi dall’attenersi ai predecessori, se ne differenzi più che può. Se vuole la svolta, rinneghi in toto la reggia edificata dai papi-anticristo col denaro tolto ai poveri. Ne esca scuotendo la polvere dai calzari, come gli comanda il Vangelo. Metta fine allo sconcio del fasto anticristiano. Il presidente sembra voler imparare la lezione di Bergoglio: ebbene faccia il contrario dei predecessori.

Nessuno escluso.

A.M.C.