LETTONIA, IL VOTO DI OGGI E LE STORIE DI IERI

Oggi in Lettonia si vota un referendum per rendere il russo seconda lingua ufficiale dello Stato. La questione è più importante di quel che potrebbe sembrare, per un Paese in cui il 30% della popolazione è russa. Per capire le ferite che questo voto riapre bisogna conoscere la storia dei paesi baltici, un remoto angolo di nord est dell’Europa spesso ricordato solo per le bellezze locali (più che per il recente europeismo) o direttamente dimenticato.

Dopo l’annessione sovietica – costellata di deportazioni ed eccedi – Estonia, Lettonia e Lituania sono state popolate da Stalin negli anni ’40 di cittadini russi. Qui sono rimasti per gli anni successivi, imparando a sentirsi a casa in un Paese di cui però in pochi hanno imparato la lingua e la storia. Spesso, anzi, hanno mantenuto un forte legame con la Grande Madre Russia.

Questo ci porta al 1991, quando le repubbliche baltiche ottengono l’indipendenza dal blocco sovietico. Timorose di perdere quanto appena guadagnato, stabiliscono delle leggi sulla cittadinanza e sul diritto di voto discutibili anche se forse necessarie (è una questione che lasciamo agli storici). In Lettonia si decise di dare la cittadinanza solo a chi poteva vantare ascendenti residenti in Lettonia prima del 1940. Nel 1995 la cittadinanza, e con essa il diritto di voto, venne estesa a chi, pur non rispettando il requisito “di sangue”, era in grado di superare un esame di lingua e cultura lettone.

Con questi precedenti in mente, e questa situazione sociale e giuridica, si deve guardare al voto di oggi. Riconoscere il russo come seconda lingua ufficiale dello Stato avrebbe delle sicure conseguenze. E se per alcuni allunga le ombre di un passato ancora inquietante, per altri rappresenta l’occasione di un riscatto non solo concreto ma anche ideale.

Tommaso Canetta

DELENDA RAI

E io insisto che il Servizio ‘Pubblico’ va cancellato, non riformato. Delenda Rai. Come la faccenda è andata in Italia, il servizio pubblico è irriformabile. Il massimo che si possa conseguire è un ingozzarsi meno porcino dei partiti nel truogolo del canone e della pubblicità; ed una ‘più equa’ spartizione tra bande rivali.  E’ il concetto della radiotelevisione pubblica che occorre cancellare punto e basta.

Lo Stato si riservi solo, d’imperio cioè senza addossarsi costi, un ristretto spazio per annunci di pubblica utilità e per quella parte dei programmi culturali e civici che sia assolutamente certo non verrebbe accolta dai media privati.  Al posto della Rai Grande Meretrice, una Bacheca Ufficiale dell’etere, secca, secchissima. Soltanto le notifiche dovute a norma di legge, i preavvisi di calamità e pandemie,  gli auspicabili esperimenti di partecipazione dei cittadini alla conduzione della Polis. Per risparmiare, sostituire con uno spot di 10 secondi  l’allocuzione di capodanno del Capo dello Stato/Comandante supremo delle mai sconfitte Forze Armate. Divieto assoluto di pubblicità; assunzioni quante le dita di due mani; stipendi da settore scuola.

Tutta la Rai, spazi, frequenze, patrimonio, risorse umane -a canone abolito- va messa sul mercato, smembrata o in blocco, l’importante è che trovi acquirenti, non importa quali. Con ogni mezzo vanno incoraggiate le offerte straniere: compri chi offre di più,  quale che sia il continente o il colore. Penalizzati con extra prelievi fiscali gli acquirenti, nazionali o stranieri, che già controllino segmenti di media italiani. E se nulla riuscisse a scoraggiare le lobbies e i poteri forti di casa nostra, poco male. A canone cancellato, padroni gli acquirenti di dissanguarsi a pagare le migliaia di dipendenti Rai; oppure padroni di licenziarli, sostituendoli con call centers bengalesi. Uno Stato che nega una branda al coperto ai down-and-out e il pane alle famiglie dei carcerati non deve sentire alcun obbligo verso zerbinotti e scrocconi del canone. Attingano al benessere conseguito a partire dalla “Liberazione” del 1945: allora i dipendenti dell’Eiar (regime precedente) non trovarono compassione (né la meritavano).

Il sacrosanto è che i contribuenti non sostengano più -col canone, coi sussidi, col ripianamento dei debiti- la propaganda di regime, i circenses (intrattenimento, glutei delle pornovallette, moda, sport, guitti e cantautori impegnati, et cet.), la cultura di tendenza, i sociologismi di comodo, le lacrime sul disagio riganti guance radiotelevisive niente affatto smunte, tutti gli altri orrori di una televisione ormai inguardabile, escrementizia. Quando si tagliano sanità, pensioni, asili nido e peggio, è grottesco, è osceno finanziare l’imbonitura di regime e anche la ricreazione nazionalpopolare. Abolita la Rai, un pachiderma imbizzarrito che sarebbe stato già abbattuto se la nostra fulgida Costituzione avesse imposto il rispetto dei pronunciamenti referendari, pesino sugli acquirenti privati, non sui contribuenti, i costi dei programmi ebetizzanti. Se la volontà popolare contasse, un referendum ‘Volete abolire il Canone e vendere la Rai’ sarebbe un’esplosione liberatrice, come la cadura del Muro di Berlino.

Caso mai nessuno si comprasse le tre reti-bidoni, più le superfetazioni Rai-Quirinale. Rai planetaria, Rai metafisica, Rai iperborea, Rai calcistica ed altre, avremmo comunque fatto tre affari: risparmiare soldi, cancellare uno sconcio, garantire con un antivirus assoluto -l’assassinio del servizio ‘pubblico’- l’intelligenza del popolo.

A.M.Calderazzi

FRAGA IRIBARNE SUICIDO’ LA SUA GRANDEZZA

Qualcuno sosterrà che a Manuel Fraga capitò due volte di reggere la Spagna attraverso  i discepoli o diadochi J.M.Aznar e Mariano Rajoy. I due seppero vincere le elezioni e divennero presidenti del governo; Fraga non pervenne al vertice cui era predestinato. Si fermò a vice-premier e ministro della Gobernacion sotto Carlos Arias Navarro. Il momento di gloria era stato tra il 1962 e il l969, quando da ministro delle Informazioni e del Turismo Fraga aveva condotto il Caudillo, uomo di convinzioni granitiche, verso l’apertura e la liberalizzazione, anzi verso una misurata libertà. Da quel momento la Spagna accelerò il passo verso la modernità e la fine della dittatura.

Fraga era arrivato così in alto come il prodotto migliore di quella meritocrazia che in parte strutturava il regime dopo l’aspra fase seguita alla vittoria militare. Giovane di talento eccezionale, poco dopo la laurea era risultato primo nei tre concorsi più ardui di tutti: magistratura, uffici delle Cortes, cattedra universitaria (aveva scelto quest’ultima). Inevitabilmente tanta bravura aveva attirato l’attenzione di  Francisco Franco. Chiamato nel governo quando ancora non esisteva un primo ministro e i capi dei dicasteri riferivano direttamente al Caudillo, presto il giovane prodigio si profila non solo come ministro di spicco ma anche come uomo forte e credibile aspirante a succedere a Franco.

Poi i giochi di regime da una parte, dall’altra l’avvicinarsi del pluralismo da lui stesso promosso mettono Fraga di fronte alla scelta: muovere dal franchismo per farlo evolvere in una formula nuova, una ‘terza via’ interclassista, oppure trasbordare dalla eccezione spagnola alla conformità occidentale: democrazia elettorale, parlamentarismo, partiti.  Complessato per l’essere stato  gerarca, il Nostro fa la seconda scelta e fonda un partito come gli altri, una pedestre Alianza Popular. E’ il partito della Derecha, cbe  nel tempo di Reagan e Thatcher riprende il liberalconservatorismo di Antonio Canovas del Castillo, il maggiore artefice della stabilizzazione politica sotto Alfonso XII. Chiuso mezzo secolo di guerre carliste e di aspri conflitti di fazione, Canovas riuscì ad associare al suo disegno l’intera classe di potere. I suoi conservatori e i liberali di Sagasta si sarebbero stabilmente alternati al governo fino al 1923, quando il disfacimento del paese suscitò l’acclamato colpo di Stato antipolitico, antipartitico, corporativo e filosocialista del generale Miguel Primo de Rivera. Il quale modernizzò la Spagna ‘all’autoritaria’ e cadde quasi sette anni dopo per  l’odio dei reazionari e per le conseguenze della Grande Depressione.

Fraga scelse di offrirsi come il nuovo Canovas del Castillo invece che come il rielaboratore dell’opera di Primo de Rivera, il dictador che, sbaragliati i notabili della politica oligarchica, aveva  governato coi tecnici (i due principali tra i quali erano trentenni) e col capo dei sindacati socialisti, attuando grandi opere pubbliche, costruendo scuole e case popolari, spegnendo i conflitti di lavoro con le commissioni paritarie d’arbitrato e realizzando il primo nucleo di Welfare State, le prime provvidenze pubbliche.

In sostanza Fraga valutò che nulla potesse essere recuperato e rilanciato del mezzo secolo di interclassismo autoritario, piuttosto avvicinabile a formule miste, ‘nasseriste’, ‘peroniste’ persino “comuniste cinesi”, oggi vigenti piuttosto che alla liberalplutocrazia dell’Occidente. Voltare le spalle al franchismo era inevitabile. Non lo era scegliere, come Fraga fece, il versante conservatore del parlamentarismo ‘alla democratica’. Invece di farsi trasformatore del franchismo in una ‘terza via’ primoriverista e gollista, Fraga aderì al canone democapitalista risultato vincitore solo per l’implosione del comunismo.

 

La ‘promessa’ che fu mancata

Una volta che Fraga Iribarne, in quel momento ambasciatore di Spagna a Londra, mi fece l’onore di ospitarmi un paio di giorni nell’ambasciata, notai che le lenzuola del letto degli ospiti, non molto prima servito a Juan Carlos ancora principe designato al trono, erano sì fregiate della corona reale, ma presentavano virtuosi rinacci: fatto assai encomiabile. Dopo una colazione cui sedevano anche alcuni maggiorenti madrileni, ministri o boiardi di Stato, dormicchiavo su un canapè quando l’ambasciatore, evidentemente disdegnoso del costume della siesta, mi trascinò in una passeggiata igienica a due attorno ai superbi edifici di Belgrave Sq. Mi illustrò a grandi linee il disegno canovista della sua Alianza Popular.

Come potetti, data la mia insignificanza, provai ad obiettare che la fisionomia di partito dei banchieri e delle duchesse non avrebbe coinvolto abbastanza spagnoli. Nel suo ottimo italiano -era anche eccellente linguista- Fraga rispose testualmente: “Calderazzi le prometto: il manifesto programmatico del mio partito conterrà formule che neutralizzeranno le  sue obiezioni”.

Non neutralizzarono. Le cose andarono come andarono. Alla prima prova elettorale i risultati furono deludenti. Scelsero Alianza Popular soprattutto banchieri, duchesse ed associati. Nel 1982  Felipe Gonzales portò al trionfo i socialisti, allora ancora degni di rispetto. Bisognò che con gli anni il potere felipista dimostrasse con gli scandali d’essere un regime di malaffare democratico-craxiano perchè il partito di Fraga, ormai capeggiato da Aznar, vincesse le elezioni e governasse per due legislature senza gloria. Manuel Fraga, che per conformarsi alle regole del ‘Club Democrazia’ aveva preferito l’opzione democapitalista invece di farsi fondatore del nuovo, andò a fare il presidente della Galizia. Da Santiago di Compostella  lanciò, molto sommessamente, un solo messaggio di valore universale: che il futuro apparterrà a una delle formule della democrazia elettronica (v. questo numero di Internauta). Poi più niente di importante venne dall’uomo della grande alternativa al franchismo sì, ma anche all’elettoralismo, ai partiti, agli scadenti riti della democrazia.

Manuel Fraga Iribarne avrebbe dovuto dimenticare Canovas del Castillo e il liberalismo dei grandi proprietari. Avrebbe dovuto stare alla larga del destrismo moderno, che al livello più evoluto era al massimo Georges Pompidou. Avrebbe dovuto rovesciare il tavolo, respingere l’omologazione, lasciare il pensiero unico ai sovrani scandinavi che vanno in bicicletta, ricordarsi del ruolo che gli spettava di produttore del nuovo e dell’anticonvenzionale.  Avrebbe dovuto essere coerente con la sua vocazione.

Alla vigilia della fine del Caudillo aveva in mano alcune leve del potere. Invece di mobilitare mediocri attivisti di partito e inesperti galoppini elettorali avrebbe potuto riprendere, aggiornare e rilanciare il giustizialismo filosocialista della dittatura Primo. Ritenne invece di iscriversi all’impostura democratica, dimostratasi così conveniente ai detentori della vera ricchezza che le liturgie della frode parlamentare si sono allargate nel mondo in simultanea all’ingigantimento dei divari sociali. M.Primo de Rivera combatté questo imbarbarimento. Rifiutò i precetti della democrazia, però agì concretamente per migliorare la condizione proletaria: case, assistenza medica, pensioni, salari, parità con gli imprenditori nelle commissioni d’arbitrato.

Fraga, che aveva insegnato la sociologia nel maggiore ateneo della penisola,  che vantava di portare gli studenti a conoscere de visu la realtà delle borgate povere della capitale, valutò che la scelta della giustizia sociale non  pagasse. Il risultato fu miserevole.

Prima di smentire se stesso, prima di prendere la tessera della rispettabilità democratica, prima di diventare ripetitore di un verbo ‘derechista’ messo a punto nell’Ottocento, Fraga era stato il migliore tra i protagonisti della realtà spagnola. Nessuno era pari a lui per pensiero e visione. I suoi concorrenti erano uomini di gestione: cominciando dai talentuosi Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo, che presiedettero il governo dopo Arias Navarro mentre Fraga si attardava ad organizzare il partito del torysmo-canovismo.

Il giorno che Fraga lasciava l’ambasciata a Londra, il 18 novembre 1975, un grande giornale britannico scriveva di lui “il più acuto tra gli spagnoli viventi”, e qualcuno corresse “tra gli europei viventi”. Volgendo lo sguardo a varie capitali non si trovava in alcun governante l’articolazione e le aperture culturali del Nostro. Da lui si attendeva che progettasse qualcosa di meglio della democrazia mezzadra del capitalismo. Qualcuno immaginava l’imminente età di Fraga come ‘gollismo’: ma a Fraga spettava di fare meglio di de Gaulle, che non era un pensatore né un re filosofo. Il generale aveva intuito che la sua missione grande era di riformare la società francese, di realizzare la sua Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Non ne fece niente, prigioniero della fissazione maniacale per la politica estera e militare.

Fraga era apparso fatto di una delle leghe più rare, la lega tra il filosofo, l’ingegnere sociale e l’uomo d’azione. Il libro-manifesto che scrisse alla fine del franchismo, “Proposta alla nazione spagnola, chiudeva spesso i suoi paragrafi con formule storicizzanti come “Y Dios con todos” e “Que Dios nos ayude”. Il suo ‘modello’ avrebbe dovuto ispirarsi alle glorie e ai drammi del passato nazionale più che ai think tanks di Francoforte e New York.

Ecco alcune delle prospettive che Fraga annunciava:

-la cogestione nelle imprese “perché, scriveva, non squillino le trombe di Gerico” e “perché i partiti non si facciano il nuovo Principe”;

– la  trasformazione dello spirito imprenditoriale perché sopravvivesse alla “agonia del capitalismo (“la Borsa non ha saputo sostituirsi al Santo Graal”). Qualcuno mi dica se uno che guardava al Santo Graal doveva abbassarsi a presiedere esecutivi di partito e a fare il deputato alle Cortes;

– l’integrazione dei ceti sociali “per sanare l’alienazione ed unire ‘las dos ciudades’, che poi erano the two nations d’Inghilterra secondo Disraeli”;

– l’esaltazione del lavoro “contro l’eroismo, per così dire inutile, del matador che faceva piangere Garcia Lorca; contro la maschia ferocia della guerra civile”.

Queste e molte altre enunciazioni suscitarono l’attesa che il Nostro volesse davvero “avvicinare l’utopia”. Strappare sì gli spagnoli al senso tragico del destino (Miguel de Unamuno lo lamentava accettandolo, mentre Fraga lo combatteva, pur rispettandone la forza). Chiudere sì’ a doppia mandata il sepolcro del Cid,  come invocò Joaquìn Costa. Ma anche tenere viva la tensione morale che fu la forza di un popolo conquistatore; che fu anche “la chiave della nostra grandezza, miseria ed anche follia”. La follia spagnola andava spenta e al tempo stesso andava fatta rinascere, sublimata.

Per ultimo. Fraga Iribarne elettrizzava quando proiettava nel futuro il pensiero, ispirato al passato e al tempo stesso costruttivo del domani, di un eroe del coraggio ideale, Ramiro de Maeztu, uno dei maggiori intellettuali degli inizi del Novecento, tra i primi a cadere davanti ai plotoni d’esecuzione repubblicani del 1936: schierato a destra ma al tempo stesso pienamente partecipe del corso filosocialista del dittatore Primo de Rivera. Quel Maeztu che si era affermato a Londra come guida del Guild Socialism (sorto lì come alternativa al marxismo) sembrava poter orientare l’azione politica di Fraga: muovere da destra ma in spirito di amore del popolo. Il guild-socialista Maeztu aveva pensato e agito all’unisono con quel generale aristocratico che parteggiava per la plebe, e che, abbattuto dall’odio dei reazionari, abbandonò volontariamente il potere dittatoriale e andò a morire in esilio qualche mese dopo.

La vicenda di Maeztu, di Miguel Primo de Rivera, come del resto di José Antonio figlio di quest’ultimo e fondatore della Falange -cioè di quel fascismo di sinistra che Francisco Franco soppresse fingendo di esaltarlo- ricorda quella dei fratelli Gracchi, gli eroi romani di parte popolare. I Primo de Rivera, marchesi e Grandi di Spagna, appartenevano all’alto patriziato tanto quanto i Gracchi che erano nipoti di Scipione l’Africano. Tiberio Gracco fu ucciso dai partigiani della fazione latifondista. Gaio Gracco si fece uccidere da uno schiavo quando, ferito, stava per essere catturato e finito. Ventitre secoli dopo i Gracchi restano nella storia come sfortunati tribuni della plebe. Anche i due Primo furono tribuni plebis.

A Manuel Fraga spettava di riprenderne l’opera: non nel contesto tragico che uccise Maeztu e José Antonio, anch’egli fucilato nel 1936, bensì in una Spagna pacificata e saldata all’Europa. Era stato Fraga a scrivere: “A Jerez de la Frontera, nel tempo imperiale di Carlo V, gli uomini non avevano da mangiare. Si mangiarono, letteralmente, tra  loro”.

Facendosi democratico conservatore, e fondando il partito dei banchieri e delle duchesse, Fraga suicidò la sua grandezza.

Antonio Massimo Calderazzi

STELLA, LA CASTA E DUE IMPRUDENZE

E’ una settimana che Stella -insuperabile nel genere che gli appartiene: denunciare le ruberie della Casta senza mai additare una via per sgominare la Casta- si impegna in un genere non suo. Gli ascoltatori di ‘Prima Pagina’, spesso precari, a volte tormentati dalla disoccupazione, lamentano le loro condizioni. Il noto editorialista, facendo forza sui propri istinti solidali, deve rispondere: non ci sono soldi, non possiamo garantire il posto di lavoro, non possiamo chiudere le frontiere ai prodotti che fanno chiudere le nostre fabbriche.

Qualcuno o qualcuna tra quegli infelici non si rassegna, insiste. Allora Stella si  libera degli scrupoli specialistici e tira fuori le unghie dell’imperativo politico. Stamane una insegnante lo ha investito: ‘mi si dice di riqualificarmi per un altro lavoro, ma mi sono laureata per insegnare, un altro lavoro non lo so fare’. Al che Stella ha gettato alle ortiche la severa tonaca della coerenza non-ci-sono-soldi-dimentichiamo-il-posto-fisso e con voce veemente si è lanciato nella proposta politica: “Uno Stato serio deve fare in modo che chi ha studiato da matematico lavori da matematico, chi da archeologo faccia l’archeologo”.

Ammirevole Gian Antonio, è un tenero, un cor cordium, e in qualche caso i piedi gli si staccano da terra e si libra. Dimentico delle centinaia di atenei che producono aspiranti a lavori da sogno, matematico archeologo musicologo cineasta, ingiunge ai governanti di ‘fare in modo’. Non ci sono soldi ma la collettività faccia in modo. Come, se non moltiplicando ‘n’ volte gli stipendi da matematico et cet?

Già più facile moltiplicare gli stipendi da archeologo, il nostro sottosuolo essendo ricchissimo anzi uberrimo di siti & reperti, basta scavare. Idem a favore di chi abbia fatto tesi musicologiche, metti, “Il canto gondoliero a Venezia dopo la serrata del Maggior Consiglio” o “L’arpa nei millenni”: uno Stato serio faccia proliferare cattedre, case discografiche, auditori, scuole di canto gondoliero e di conseguenza squeri per gondole, dimodochè ogni musicologo si realizzi, nel contempo percependo.

Il grido di battaglia di stamane me ne ricorda un altro di vari mesi fa. Per risolvere il problema, tremendo a Milano come a Helsinki, di integrare gli immigrati p.es. dall’Africa, Gian Antonio enunciò con bell’impeto: “Non lasciare che si formino ghetti periferici di sole etnie povere ma sparpagliare, sparpagliare gli immigrati nelle metropoli”. Chi deve sparpagliare se non questo o quel potere pubblico? Quindi, se nel tal quartiere le case quotano 14 mila/mq, comprarle e immettere gli immigrati. Se gli immessi non ce la fanno con le spese condominiali, subentrare.

In effetti dov’è il problema? Sparpagliare, immettere. Se i morti di fame si addensano agli orli delle periferie, anzi delle borgate sottoproletarie, è una bruttura che la collettività seria cancelli. Domanda,  non s’era detto che non ci sono soldi? Gian Antonio: no comment. Ma condòmini e inquilini delle case decenti, a molti euri/mq, saranno lieti degli sparpagli e delle immissioni? Li si possono requisire o espropriare? Riserbo di Gian Antonio.

Ecco perché osiamo auspicare: nessuno, salvo Sergio Rizzo, è stato migliore di Stella nell’investigare la Casta. Investighi sempre più, magari avanzi proposte antiCasta, e lasci a Monti Giarda Fornero e Passera i problemi mastodontici: i precari, gli immigrati, gli ultimi, i non graditi. Traduzione in lingua moderna del pliniano ‘Ne sutor ultra crepidam’: ‘Cordonnier, pas plus haut que la chaussure’ oppure ‘Pasticciere fa’ il tuo mestiere’.

Soldi e spread permettendo, i quadrumviri Monti Giarda Fornero e Passera faranno tesoro del pensiero di Gian Antonio e sparpaglieranno, punteggeranno lo Stivale di scavi archeologici e anche di squeri per gondole.

Porfirio

FEBBRAIO 2012

-INTERNAUTA esce ogni mese-

NOVITÁ: La redazione aggiornata è in
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Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa. In INTERNAUTA, le linee politiche convivono.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

 

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, a una selezione dell’elettorato attivo. Sarà anche possibile la sovranità di ristretti corpi di supercittadini, sempre selezionati, sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


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Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

COME LIBERARCI DEGLI OLIGARCHI

Si compiono 116 anni dalla pubblicazione degli Elementi di scienza politica di Gaetano Mosca, il maggiore scienziato italiano della politica. La sua concezione lasciamola descrivere a uno storico non di casa nostra, Wolfgang J. Mommsen, a lungo cattedratico a Karlsruhe: “Quasi lo specchio della prassi del parlamentarismo italiano, completamente staccatosi dalla democrazia liberale per trasformarsi in un sistema oligarchico in cui i professionisti della politica monopolizzavano i posti chiave dello Stato. Una continua lotta di piccoli gruppi dominanti, ciascuno con un’ideologia adatta ai propri interessi, destinata esclusivamente a giustificare il potere agli occhi delle masse”. Gaetano Mosca traduceva questi concetti in un’aspra critica del sistema parlamentare, “una forma degradata di democrazia in cui tutte le istituzioni dello Stato si trasformavano in enormi macchine di propaganda elettorale”.

Venti anni dopo, nota ancora Mommsen, Vilfredo Pareto si spinge più avanti: ogni fatto politico non è che scontro tra gruppi di potere. “Pareto nega qualsiasi validità oggettiva alle teorie politiche, e non nasconde il disprezzo per l’ordine liberal-democratico del suo tempo: nient’altro che il potere corrotto di un’élite già intimamente degenere”.

Il Trattato di sociologia generale  di Pareto è del 1916. Quasi un secolo dopo, i rifondatori del nostro regime, tra i quali dominano gli eredi del Pci, della Dc e del Msi, si dichiarano tutti liberal-democratici. Ma le circostanze sono tassative: se prevale il centro-sinistra ritornano appieno la Prima e la Seconda Repubblica. Il centro-destra è tutta Vecchia Politica. Nulla di diverso se risorgerà il centro-centro. E’ caduta anche l’ipotesi di una via giudiziaria alla rigenerazione.  Non avevano ragione Mosca e Pareto? Sbagliarono solo a non prevedere quanto ladre si sarebbero dimostrate quelle che chiamavano “élites”.

Si traggano le conseguenze da un secolo di conferme rispetto a Mosca e a Pareto. Del resto negli ultimi tempi alcuni politologi di palazzo hanno fatto ammissioni di non poco conto. Per Stefano Rodotà è sbagliato demonizzare tutte le implicazioni della “tecnopolitica”, portato della svolta telematica. Il monomane Giovanni Sartori (il quale conosce una sola salvezza, una sola prospettiva di miracolo: “il doppio turno alla francese”) fa meste previsioni sul finale trionfo di quello che chiama “il direttismo”. Per Domenico Fisichella occorre far nascere una “aristocracia civica”, beninteso nulla a che vedere con parlamenti e altri organi elettivi. Ernesto Galli della Loggia precisa: “Oligarchia è il nome tecnicamente appropriato per la classe dirigente italiana”. Domenico Settembrini ha sottolineato: “Il concetto di democrazia, preso alla lettera, comporta che il governo della città  sia affidato alla partecipazione diretta dei cittadini; né basta. Occorre anche che alla copertura delle magistrature si provveda esclusivamente  per sorteggio e per rotazione: unico metodo che impedisca la distinzione permanente tra la quasi totalità dei governati e la ristrettissima minoranza dei governanti”.

Il Settembrini considerava impossibile la democrazia “presa alla lettera”. Ma sbagliava. Sarà perfettamente possibile, coll’aiuto dell’elettronica, sorteggiare i politici per turni di un certo numero di mesi all’interno di un corpo ristretto in qualche modo somigliante alla “aristocrazia civica” invocata da Fisichella: per esempio mezzo milione di ‘supercittadini’ scelti impersonalmente dal computer tra quanti abbiano  non una semplice iscrizione all’anagrafe, ma meriti oggettivabili: qualifiche culturali, esperienze lavorative di qualche peso, volontariato, etc. Abolite le elezioni, spariranno gli oligarchi ‘liberaldemocratici’ maledetti da Gaetano Mosca  e da Vilfredo Pareto.

E’ dimostrato: i cosiddetti rappresentanti del popolo sono – dovunque nel mondo si tengano elezioni, non importa se regolari o scorrette- i Proci del nostro tempo. Impadronitisi della reggia altrui, gozzovigliano. Finché non torna Ulisse. Il senso di una democrazia diversa, diretta ma selettiva, è oggi appunto nella liberazione dai Proci.

I legislatori non possono diventare molti milioni, ma nulla impone che il popolo sia chiamato intero a legiferare. E’ logico limitare l’assemblea totale della nazione, cioè il referendum, a poche occasioni di speciale importanza, su temi semplici da definire. Della maggior parte delle deliberazioni andrebbero investiti piccoli segmenti di popolazione, selezionati dal computer in rapporto a oggettivi criteri di qualificazione; ai quali segmenti fosse facile fornire tutti gli elementi di giudizio. Questi ‘campioni di popolo’ o ‘macrogiurie’ si avvicenderebbero a turno, per sorteggio o con altri meccanismi. Il risultato sarebbe di impegnare nella funzione deliberativa, per un periodo di ‘servizio politico’ limitato nel tempo come era quello militare, 500.000 italiani o francesi per volta, un milione di americani per volta. Impegnarli proprio in quanto non sia più possibile  fare della politica una carriera, una gozzoviglia e un racket.

JJJ

SE SARA’ ECONOMIA DI GUERRA

La crescita non solo non è desiderabile, forse è anche impossibile. Il governo lavora a misure di sviluppo, ma la prosperità la fa il mercato, controparte sgradevole e niente affatto provvidenziale. Le misure  d’imperio producono finta crescita, poca crescita o nessuna crescita.

Diciamo che un tot di fabbriche, invece di portare i libri in tribunale, ingrossino la produzione: dove saranno i nuovi mercati di collocamento? La globalizzazione non ci è amica. Sul piano interno le misure espansive potranno stimolare alcuni consumi. Ma perché abbiano qualche effetto a breve dovranno indebolire il risanamento avviato, con circospezione eccessiva, da Mario Monti; cioè dovranno aprire nuove falle, nel momento stesso che il servizio del debito si farà costoso al limite dell’insostenibilità. Chi di noi non ama il benessere e lo sviluppo ininterrotti non avrà di che preoccuparsi di un pronto ritorno alle vacche grasse. E non è detto che il governo delle eccellenze tecniche -grazie a Dio sostituito alle diseccellenze, mariuolerie e ladrerie politiche- passi incolume attraverso le imboscate dei partiti.

L’uragano finanziario potrà lasciare i cieli dell’Occidente, ma un nuovo rigoglio della ricchezza è improbabile. La squadra di governo farà bene ad allestire un piano B, uno C ed anche altri: che fare in caso di nessuna crescita, di più decrescita, di maremoto grave.

Se le cose si metteranno male si andrà a un’economia di guerra: non rilancio dei consumi ma razionamento dei beni essenziali e calmierati. Requisizioni secondo necessità. Patrimoniale per tutti, minima sui poveri, sempre più alta sui ricchi (e il lusso, l’alta gamma e l’edonismo deperiscano, periscano). La tassazione dovrà essere espropriatrice oltre un certo livello. Verso la fine del secondo conflitto mondiale il  fisco degli USA arrivò a prelevare su certi redditi oltre il 90%, cioè ad avocare.

Innumerevoli proprietà ipotecate, cominciando dagli alloggi, andranno all’incanto: qualche controllo dovrà stroncare gli sciacallaggi e regolare le non evitabili vendite agli stranieri.  Quanti perderanno casa, bottega e lavoro andranno aiutati ad unirsi in comunità (un po’) assistite, in gilde e  in kibbuz, sole alternative alla miseria disperata. Le spese non indispensabili né urgenti andranno fermate, cominciando da sport, arte, cultura e turismo elitario. I bilanci militari e diplomatici quasi cancellati, bisognerà ripudiare trattati, convenzioni e alleanze di civiltà. Se l’Europa protesterà, si dovrà fare a meno dell’Europa. Le spedizioni militari, solo se sovrafatturate agli USA: mercenari e armi, a loro carico integrale.

Queste ed altre misure draconiane sono state e sono alla portata di qualsiasi governo di tipo democratico-liberale. Tuttavia in caso di emergenza estrema, coi barbari alle porte, ogni forma tradizionale, cioè obsoleta, di  democrazia e di libertà andrà accantonata. Gli scioperi, le lotte e le cagnare, manco a dirlo. L’assetto generale dell’economia e della società dovrà evolvere verso questa o quella forma di semi-socialismo e di disciplina collettiva, accettando arretramenti  e riscoprendo pratiche del passato. Per negare la necessità di queste ed altre cose occorrerà confidare nei miracoli. Cambierà la vita, e non in peggio.

Ione  

RIFLESSIONI CRISTIANE SU DUE DELITTI DELLA CHIESA

Il giorno delle Ceneri, 8 marzo, dell’anno giubilare 2000 fu, per volontà di Giovanni Paolo II, l’occasione di un solenne atto di penitenza: la Chiesa chiedeva perdono al mondo per i peccati storici -duemila anni- suoi e dei cristiani. Fu l’iniziativa più importante e innovativa del pontificato polacco.

Fu anche la più contrastata. Woitila aveva messo cinque anni per prevalere sui dubbiosi e sui contrari nella Curia e nella Chiesa, cominciando nel novembre 1994 con la lettera apostolica “Tertio Millennio adveniente”. Aveva istituito una commissione di studio teologico-storica, la quale convocò due colloqui internazionali, sull’antigiudaismo e sull’Inquisizione. “La Chiesa sente il dovere di riconoscere le colpe dei propri membri e di chiederne perdono” affermò il papa. Addusse alcuni esempi: le colpe cattoliche nella divisione tra i cristiani; l’uso della forza al servizio della fede: i battesimi coatti; i tribunali dell’Inquisizione; il mancato contrasto alla tratta degli schiavi (nostra nota: nel 1442 il pontefice incoraggiò il sovrano portoghese a praticare quel commercio) e allo sterminio degli ebrei. “La considerazione delle circostanze attenuanti non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi profondamente per le debolezze di tanti suoi figli”.

Le obiezioni a Giovanni Paolo furono pronte e significative. Il cardinale segretario di Stato, Sodano, osservò che un riesame globale della storia della Chiesa era ‘questione difficile e delicata’, stanti le perplessità dei cardinali (la maggior parte di essi, secondo i resoconti di stampa sul concistoro straordinario del giugno 1994). Vari porporati misero in guardia il papa dal rischio che il mea culpa apparisse una resa alla propaganda dei laicisti, dei comunisti, dei fondamentalisti islamici, dei sionisti. Si disse che  tra i principali avversari  fossero Ratzinger e Ruini, che il card. Biffi negava si potesse parlare di colpe della Chiesa, bensì di uomini di Chiesa. Un vescovo, Alessandro Maggiolini, deplorò ‘uno sprofondarsi in mea culpa che frastorna i fedeli’.

In quel momento di riflessione su due millenni si menzionò poco il temporalismo, ossia la cupidigia di potere e di ricchezza, che si fece soverchiante a partire quanto meno dalla ‘donazione di Sutri’, ottenuta da Gregorio II nel 728. Alcuni secoli dopo venne il tempo ‘glorioso’ di Gregorio VII e di Innocenzo III, due tra i massimi pontefici della storia. Con loro la Chiesa proclamò che il papa era sovrano sopra i sovrani, superiore dunque all’imperatore; e non arretrò di fronte a nulla pur di imporsi suprema.

Riprovevole com’era dal punto di vista evangelico, la teocrazia non era ripugnante,  aveva pur sempre qualche giustificazione politica. Invece il nepotismo, l’altro delitto di cui si parlò poco nel 2000, fu odioso all’estremo: fu spogliare i poveri per fare ricchi e potenti i parenti, i nipoti, i figli dei papi. I papi con figli erano abbastanza numerosi, soprattutto nel Rinascimento: ostentati, onorati, di norma accasati nelle dinastie, nell’alta nobiltà o là dov’erano grandi ricchezze.

Vari storici fanno risalire l’aumento del nepotismo al secolo XII. In realtà la degenerazione era già forte nel sec.IX, quando sorse la leggenda della papessa Giovanna: una donna di Magonza, oriunda inglese, che si travestì da uomo e, ascesa nella Curia romana, sarebbe riuscita a salire sul soglio pontificio. Spesso  il nepotismo cominciava con l’elevazione al cardinalato di ventenni, di adolescenti, sedicenni persino. All’inizio del XI secolo tutti i membri della Curia erano parenti degli Alberici, conti di Tuscolo. Numerose grandi famiglie contarono vari papi. Così i Colonna, gli Orsini, i Medici, i Borgia, i Fieschi.

San Girolamo, celebrato in tanti dipinti nell’ eremo a tradurre la Bibbia, con un leone accucciato ai  piedi, era stato cardinale  di Curia. Si rifugiò in Palestina per non diventare ricco come il  papa Damaso I di cui era stato consigliere intimo. La Camera apostolica cominciava ad essere ‘Mater pecuniarum’.

Tre secoli prima di Lutero, San Bonaventura cardinale e generale dei francescani definiva Roma la ‘meretrice dell’Apocalisse’. Lo stesso nome, meretrice di Babilonia, le davano gli eretici albigesi, che pervennero ad essere la metà degli abitanti del Midi francese. La Crociata contro di loro, ordinata da Innocenzo III, fu inesorabile, 20.000 morti solo a Béziers, centinaia di migliaia in totale. Imprecò il ghibellino Guglielmo Figueica o Figueira: “Roma traditrice, l’avidità vi perde, tosate troppo a raso la lana delle vostre pecore. Alleggerire i prelati delle loro ricchezze sarebbe  un atto di carità”.

Il papato degenera  nella fase che in Italia segue alla scomparsa di Carlo Magno; ma già nel VI secolo a Roma Gregorio Magno ha preso il posto dell’imperatore. Ugolino dei conti di Segni, divenuto Gregorio IX attorno al 1170, assegnò ai cardinali un terzo delle entrate dello Stato ecclesiastico, e nel 1288 Niccolò IV accrebbe l’elargizione alla metà. I cardinali, a volte di origini modeste, lasciavano alle famiglie superbi palazzi e possessi. Il francescano Pietro di Giovanni Olivi, una delle guide dei francescani Spirituali (morirà due anni prima del Giubileo di Bonifacio VIII) contò tre età del papato. Nella prima, terminata con papa Silvestro e coll’impero di Costantino, i pontefici erano poveri; nella terza sarebbero tornati poveri. Ci fu chi profetizzò che il papa Santo degli Ultimi Tempi sarà un monaco ‘uscito da una grotta’.

Niccolò III Orsini, messo da Dante nell’Inferno dei nepotisti, secondo le profezie escatologiche degli Spirituali aprì la successione dei papi più malvagi. Nota la ‘Cronaca’ del Villani (libro VII, capit.54): “Fu de’ primi papi nella cui corte si usasse palese simonia per gli suoi parenti”. Erano gli Orsini, che allargarono molto i loro domini a nord-ovest di Roma. Onorio IV, nipote di Onorio III cui succedette, aggiunse ai dominii del casato Savelli tre città e vari castelli. I Colonna fecero il loro balzo sotto Niccolò IV, nel cui regno la quota dei cardinali sulle entrate dei domini della Chiesa fu allargata da un terzo alla metà. Grazie ai papi della famiglia i Colonna giunsero a possedere 50 castelli, con le annesse proprietà terriere. Uno di tali papi, Oddo, era figlio di un cardinale.

Il papato raggiunse l’apice della potenza medievale con Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni). Fece morire centinaia di migliaia di Albigesi. Si proclamava rappresentante di Dio anche nella sfera temporale, perciò poteva nominare e deporre i re e l’imperatore stesso, poteva annullare le leggi civili quali la Magna Charta. Creò dal nulla la grossa fortuna dei parenti Conti nella Campagna romana. Era collegato alla dinastia degli Alberici di Tuscolo, cui appartennero 13 papi, 3 antipapi e 40 cardinali.

Autore della ‘Unam Sanctam”, manifesto della teocrazia su scala mondiale (”Chi non si assoggetta al Papa non ha salvezza”),  fu Bonifacio VIII, fondatore della dinastia Caetani. In collaborazione coi parenti, col prestigio del suo grado, con la violenza, col raggiro, pezzo per pezzo, creò la vasta signoria familiare che all’epoca garantiva potenza al papa, in un assetto curiale dove i cardinali basavano la propria influenza sui possessi e le ricchezze. I più gravi rivolgimenti del papato medievale si collegavano ad antagonismi personali e familiari. Per questo gli Spirituali, fedeli all’ideale di libera povertà che era stato lo spirito dei primi tempi francescani, rifiutavano come peccato la temporalità della Chiesa,  consideravano illegittimo Bonifacio VIII, che aveva forzato alla rinuncia il suo santo predecessore Celestino V.

Per Bonifacio VIII il Giubileo del 1300, coi suoi ingenti introiti, fu una straordinaria operazione finanziaria. L’avidità fu il suo vizio  principe, infatti figura nell’Inferno dantesco. Alla morte di Bonifacio i Caetani, in precedenza un casato non grande, contano 20 castelli e 3 cardinali nipoti, Invece che pastore, Bonifacio fu canonista e uomo di potere.  Fu anche un libertino: ebbe come amanti simultanee una donna sposata e sua figlia. Per combattere i Colonna, che aveva scomunicato, indisse una crociata cui concesse le stesse indulgenze dei crociati di Terrasanta.

Scrisse il cardinale Matteo d’Acquasparta: “Il papa è supremo tra tutti gli uomini: le nazioni del mondo gli obbediscono. E’ sovrano spirituale e temporale sopra tutti, in luogo di Dio”. Di uno dei suoi successori, Bonifacio XI (ultimo papa che portò il nome Bonifacio), si affermò che fu il più grande simoniaco della storia: vendette al migliore offerente tutte  le prebende, cioè le rendite dei benefici ecclesiastici. “Nessun beneficio ecclesiastico si può avere a Roma senza denaro” scriverà Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II.

Grazie ai redditi curiali e ai benefici le famiglie di papi e cardinali raggiungevano l’insuperata ricchezza dei magnati toscani e padani, protagonisti assoluti della finanza e dell’impresa a quel tempo.  Verso la fine del Medioevo la Chiesa possedeva da un quinto a un terzo della terra, e in linea di massima non pagava tasse.

Ad Avignone, dove il papato si trasferì per un settantennio (1303-77) il malcostume della Curia non si attenuò. Alcuni cardinali arrivarono a collezionare  400, persino 500 prebende. E Clemente VI, quarto papa avignonese, ebbe vari figli che, secondo l’uso, erano chiamati nipoti. Fece cardinali tre figli e altri sei parenti. Dicono fosse figlio suo quel Pietro Riario avuto da una sorella.

 

Abominio nel Rinascimento

I primi dodici secoli della Chiesa mostrano come il temporalismo e il nepotismo, più altri peccati mortali dell’istituzione, cominciarono assai prima del Rinascimento. Ci furono certo le anime grandi, come il santo arcivescovo di Firenze Antonino Pierozzi. Ma mai come nel Rinascimento aveva trionfato l’indifferenza dell’alta gerarchia all’insegnamento evangelico, anzi l’aperta scelta del male. Pietro Bembo, uomo dottissimo, dopo avere conosciuto a fondo la Curia quale cardinale e segretario di Leone X, scrisse che Roma era una cloaca piena degli uomini peggiori, la cloaca di tutta la terra. E uno sconosciuto ammonì: “Voi che volete vivere santamente, partite da Roma. Questa città est facta meretrix. Itali rident nos quod credimus resurrectionem. A Roma ‘buon cristiano’ viene usato in ironia”.

Leone X Medici, di cui si sostenne che aveva tentato di comprare Lutero con un cappello cardinalizio, fu uno dei massimi scialacquatori delle ricchezze della Chiesa. Uno scandaloso arcivescovo di Mainz gli promise 10.000 ducati in cambio della licenza di tenere tre vescovati. E verso il 1450 il vescovo di St.Asaph (Inghilterra) aveva introitato grosse somme dai suoi preti vendendo loro licenza a tenere concubine.

Tra le passioni terrene di Leone X va ricordata la caccia, che anteponeva alle funzioni religiose, al punto da portare frequentemente lunghi stivali venatori. Come scrisse il von Pastor, massimo storico dei papi, l’avvento di Leone fu una delle prove più severe cui Dio avesse sottoposto la Chiesa. Lutero ebbe buon gioco a denunciarne le colpe e a mettere alla gogna il domenicano Silvestro Prierias, il quale aveva proclamato “la Chiesa non può errare quando si pronuncia sulla fede e sui costumi”. Non mancò nemmeno la congiura di alcuni cardinali per avvelenare papa Leone. Il quale era stato eletto al soglio che non aveva 37 anni. Per le esigenze della sua politica temporalistica, Leone nominò 37 cardinali in un solo giorno. Fu insaziabile di interessi e passioni mondane.

Suo cugino Giulio de’ Medici divenne Clemente VII dopo avere ottenuto privilegi e incarichi da Leone X. Fino all’ultimo istante di vita si adoperò per  gli interessi della sua famiglia. Ancora von Pastor: “Dopo due papi Medici gli abusi nella Chiesa sono diventati scandalosi. Paolo III (Alessandro Farnese), successore del secondo papa Medici, era diventato cardinale a 25 anni e aveva avuto quattro figli da una donna che viveva nel suo fastoso palazzo all’Arenula. La sua corte era ‘regale’: 226 persone. I quattro saranno legittimati da Giulio II (Giuliano della Rovere), ‘uomo terribile’. Uno dei quattro, Pier Luigi, definito ‘feroce’, si vide assegnato lo stato di Parma e Piacenza. Nel caso di Paolo III bisogna parlare di figlismo, invece  che di nepotismo.Lo zio di Giulio II, Sisto IV (Francesco della Rovere), papa politico come pochi, principe più che pontefice, è restato nella storia come nepotista all’estremo.

Anche Paolo II (Pietro Barbo, 1417-71) aveva, come numerosi altri pontefici,  ereditato la tiara: era nipote di Eugenio IV). Ma almeno ebbe il merito religioso di avversare gli umanisti paganeggianti, cominciando dal Platina. Di Innocenzo VIII Cybo, simoniaco aperto, eletto nel 1484 (sposò il figlio Franceschetto ad una Medici) si disse che con lui il papato aveva raggiunto il punto più basso. Ma otto anni dopo ci sarebbe stato l’avvento di Rodrigo Borgia, Alessandro VI, nipote del  primo papa Borgia, Callisto III.

Le scelleratezze di Alessandro VI, che dopo avere comprato la tiara non cambiò la vita depravata all’estremo, sono talmente note che qui non vengono trattate. Ricordiamo solo: condannò a morte San Girolamo Savonarola, fece in modo che il figlio Cesare, cardinale giovanissimo e delinquenziale, costituisse un proprio stato nelle Romagne allargate; che la spregiudicata figlia Lucrezia, dapprima sposa a Giovanni Sforza duca di Pesaro, poi a Alfonso d’Aragona duca di Bisceglie (fatto assassinare dal fratello Cesare Borgia, il quale aveva anche sterminato vari signori dello Stato della Chiesa), infine al duca Alfonso d’Este, nella cui reggia ferrarese si fece ammirare ‘per bellezza, eleganza e cultura’.

Così era il Rinascimento. Così era la Chiesa del Rinascimento. Essa si  riassunse in Alessandro VI, ma molti altri “servi servorum Dei” gareggiarono nel male con  lui.

Ulrico di Hutten, il cavaliere e umanista della Riforma, sostenne che l’Imperatore germanico, se avesse tolto ricchezze e potere temporale alla Chiesa e respinto le pretese teocratiche, l’avrebbe liberata e purificata. Dopo Lutero, che aveva annunciato “Eravamo tutti hussiti senza saperlo”, si concluse che l’anima tedesca era la più profonda perchè si ribellava a Roma. E il Riformatore aveva chiesto: “se castighiamo i ladri con la gogna e i grassatori con la spada, perché non assaliamo piuttosto questi mostri di perdizione della Sodoma romana, essa che corrompe la gioventù e la Chiesa di Dio?”.

 

Il ‘piccolo’ nepotismo 

l documento ‘Admonet nos’ di san Pio V Ghislieri condannò ufficialmente il nepotismo: e in effetti si chiuse quello che gli storici chiamano  “nepotismo maggiore”, per il quale i parenti di pontefici e cardinali si costituivano in dinastie ricche e sovrane di stati territoriali. I papi non conferirono più ai parenti feudi e signorie, ma cariche e benefici molto lucrosi. Fino al1870 l’aristocrazia romana traeva metà dei suoi introiti dalla rendita agraria dei latifondi -in genere ottenuti dalla Chiesa- l’altra metà dalle cariche, benefici e affari vaticani.  Fossero introiti importanti: lo dicono, soprattutto a Roma e nel Lazio, i palazzi principeschi, i giardini, i castelli, le ville che portano i nomi di papi e di cardinali.

Fu il cosiddetto piccolo  nepotismo praticato specialmente da Paolo IV Carafa, Paolo V Borghese, Urbano VIII Barberini (che però tentò di risuscitare il grande nepotismo), Innocenzo X Pamphili. La degenerazione nepotista declinò sensibilmente nel Settecento e quasi scomparve nell’Ottocento. Ci fu un modesto riaffioramento con Pio XI, che assegnò un marchesato ereditario a Francesco Pacelli, fratello di Eugenio Pacelli (Pio XII), cardinale e già designato segretario di Stato. Il marchese fratello ricevette da re Vittorio Emanuele il titolo di principe per sé e per i discendenti. Crediamo di ricordare che il principe Pacelli ricevette altre posizioni, tra le quali la presidenza della LAI. Linee Aeree Italiane (la futura Alitalia). Però NON abbiamo verificato.

L’ultimo pontefice a fare nepotismo su scala gigantesca fu Urbano VIII (1623-44). Gli undici anni del suo successore Innocenzo X Pamphili videro le lotte armate con i Barberini e i Farnese (guerra di Castro), nonché il singolare legame del papa con la cognata donna Olimpia, la persona più importante della Curia, cui andarono accuse di immoralità. Il nepotismo di Pio IV aveva almeno prodotto due grandi cardinali, Carlo e Federico Borromeo. Nel 1605, cinque anni dopo la morte sul rogo di Giordano Bruno, ci fu anche il breve papato di un altro Medici.

Sotto Gregorio XIV Ludovisi governava il cardinale nipote Ludovico, efficace promotore degli interessi familiari. Non dimenticarono i parenti Alessandro VII Chigi, morto nel 1667, e Clemente IX Rospigliosi. Clemente X Paluzzi-Altieri mantenne la tradizione di far governare al cardinale nipote. Innocenzo XI Odescalchi nepotizzò poco, combatté il lusso e le pompe, però gli Odescalchi divennero principi e duchi in Ungheria. Succedette Alessandro VIII che arricchì i parenti Ottoboni, mentre ebbe  qualche efficacia la bolla contro il nepotismo (1692) di Innocenzo XII Pignatelli. Gli Albani divennero potenti dopo la morte di Clemente XI. Peraltro furono molti i papi eletti in quanto appartenenti a famiglie ricche e potenti. P.es.nel Mezzogiorno i Pignatelli, i Caracciolo, gli Imperiali avevano possessi così vasti da richiedere piccoli eserciti privati.

Finalmente Pio VIII Castiglioni, eletto nel 1809, proibì ai parenti di venire a Roma. Probabilmente fu il primo così severo nella storia della Chiesa temporale. Per quasi un millennio e mezzo  la consegna era stata “bisogna far per la famiglia”.

Tra il 1215 e il 1512 si contarono nove grandi Concili per riformare la Chiesa, ciascuno attestante il fallimento del concilio precedente. Il concilio di Trento avrebbe confermato il fallimento di tutti e nove. Nel mezzo millennio che seguì il clero italiano fece pesare la sua assoluta preponderanza a danno delle altre nazioni cristiane: fatto evidentemente assurdo. Niccolò Machiavelli, maestro pessimo col suo “Principe”, aveva nondimeno ragione a scrivere che il papato romano aveva scristianizzato gli italiani. In effetti aveva insegnato loro, dopo lo smarrimento delle invasioni barbariche e le durezze dell’alto  Medioevo, che il potere fine a se stesso era più importante che la salvezza dell’anima. La nostra coscienza morale era morta. Per i secoli a venire la scelleratezza si era configurata come “il modo di vedere italiano”.

Tutto ciò, oltre a spiegare l’indifferenza degli italiani alla Riforma, aggravava il giudizio del mondo sulla pratica millenaria e perfettamente ingiustificata di riservare il papato a potenti ecclesiastici italiani, quasi tutti con un parentado da arricchire e da portare al rango di principi. I palazzi, i castelli, i cardinalati, i pontificati delle famiglie principesche, quasi tutte italiane, che vantarono papi dicono la storia del nepotismo con la forza assoluta delle cose.

 

In conclusione. Il rapido incanaglimento della massima Chiesa della storia, nata da una mangiatoia, dal rivoluzionario Discorso delle Beatitudini e dal Golgota, degenerata nel temporalismo e nella rapina dei poveri per arricchire i parenti è un’immensa tragedia che non ha trovato il suo Eschilo o il suo Shakespeare. Per non meno di dodici-quattordici secoli i vertici della Chiesa hanno tradito Cristo in molti modi. Temporalismo e nepotismo sono stati tra i delitti più gravi, anche se c’è l’uso di parlare piuttosto dell’intolleranza, dei roghi dell’Inquisizione, delle molte guerre dei papi. Le turpitudini della Chiesa di vertice sono tra i grandi drammi della vicenda umana: non meno gravi delle guerre e della miseria. Inutile dire che le plebi sottoposte alle  signorie nepotistiche erano tra le più povere e ignoranti.

Nulla potrà sminuire il senso drammatico del mea culpa di Giovanni Paolo II, l’8 marzo dell’anno giubilare 2000.

A.M.Calderazzi

SFOLGORERA’ A VILLA LUBIN LA VERA GRANDEZZA

Non parleremo del Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, per profferire indignazione contro un ente inutile: ad intermittenza profferisce la grande stampa, tutti sanno tutto. Forse Monti, se si sentirà temerario, tenterà di abolirlo.

Ricordiamo solo che il Cnel nacque nel 1957 per il dettato dell’art.99 della Costituzione (‘la più bella al mondo’ dicono con gli occhi lucidi i suoi innamorati). Sancisce il detto articolo che il Cnel è organo di consulenza delle Camere e del Governo: esprime pareri non vincolanti e può proporre leggi. 121 i consiglieri, nominati per cinque anni, senza limitazioni al numero delle riconferme. Raffaele Vanni, remoto leader della Uil, è in carica senza interruzioni dal 1958. Il consigliere Santaniello ha 92 anni. Non essendoci obbligo di frequenza, l’assenteismo è molto alto, ma l’emolumento viene pagato a prescindere. I dipendenti sono un’ottantina. 62 consiglieri sono o sono stati sindacalisti, 37 sono esponenti delle imprese, 10 del Terzo Settore, 12 professori o esperti. L’attuale presidente, l’ex-ministro Antonio Marzano, percepisce 160 mila euro l’anno, il decuplo del ragionevole, così come decupla del giusto è la prebenda dei consiglieri, non è chiaro se 1200 0 1500 euro mensili.

I giudizi dell’opinione pubblica non possono non essere condizionati dal fatto che da circa mezzo secolo nessuno chiede i pareri del Cnel. Nel 1997, quarantennale dell’Organo, i senatori Urbani e Vegas presentarono alla Bicamerale proposta di cancellazione dell’art.99 al fine di sopprimere il Cnel. Si levò il prevedibile sdegno e fu la Bicamerale a chiudere. Consiglieri e dipendenti vengono mensilmente consolati in euro del sommesso ma costante vilipendio nei confronti di questa che era stata pensata, non proprio come una terza Camera ma almeno come uno Sgabuzzino. Per somigliare un po’ alle legislature del parlamento, ogni quinquennio del Cnel si chiama, bizzarramente, ‘consigliatura’.

Non c’è dileggio che venga risparmiato allo Sgabuzzino costituzionale: ‘casa di riposo’, ‘ulteriore TFR per ex-sindacalisti, politici trombati, professori a caccia di consulenze’, ‘cimitero degli elefanti’, ‘cariatidi’, ‘circolo per il tressette di vegliardi’ (non è dato sapere se dotato o no di sala di rianimazione). ‘Lettera 43’, un quotidiano online, ha invocato: almeno gli esponenti delle imprese, che non hanno bisogno dell’emolumento e certo non hanno tempo di frequentare, diano l’esempio, si dimettano, chissà avvicinino la fine.

Abolire l’Organo è troppo complicato, occorre legge costituzionale. Il presidente della Repubblica è intervenuto in gran sussiego all’inaugurazione della Consigliatura corrente. Si vuole che il pontifex maximus del culto della Costituzione attenti ad una creatura dei Padri Costituenti? Eppure…Mai dire mai.

Veniamo al perché ragioniamo del Cnel. La sua sede è in una raffinata palazzina, opera di un importante architetto del 1908, sontuosamente arredata, nel cuore di Villa Borghese,  vicino al tempietto di Esculapio. Si chiama villa, o palazzo, Lubin, dal nome di un riccone nordamericano, un ebreo oriundo polacco, il quale nel 1908 convinse Vittorio Emanuele III a farsi patrocinatore dell’Istituto Internazionale di Agricoltura, una cosa allora seria, poi fagocitata dalla Fao. Il riccone donò la villa all’Italia. Se il capo dello Stato volesse ancora più bene all’Italia che, assieme a super Mario, ha intrapreso a salvare e a fare sobria, non dovrebbe trasferirsi a villa Lubin, in modo da mettere sul mercato il Quirinale, immobile di cattiva reputazione però valevole quanto un grande piano Nuove Carceri più vasti aiuti agli affamati del  Sahel?

Era più o meno una villa Lubin l’edificio che ospitava i presidenti della Bundesrepublik quando la capitale era a Bonn. Imitare Bonn non sarebbe un gesto sublime, tale da proiettare il Capo dello Stato nell’Empireo, il più alto dei cieli, immobile secondo le antiche dottrine?

Direte: a palazzo Lubin agiscono un paio di centinaia di persone, non c’è capienza per i duemila del Quirinale. Appunto, alleviare il Paese sofferente di circa 1800 mangiapane sarebbe la grandezza di re Giorgio. Direte: e le scuderie? Anch’esse liquidate, in pro del contribuente e a fomento della generale sobrietà. Giorgio e Donna Clio non cavalcano, e i suoi ciambellani si abbonino a un maneggio, non con la credit card della Presidenza.

Direte ancora, obiezione assai più grave: il Presidente è il comandante supremo delle Forze Armate; villa Lubin non ha spazi e non è ‘wired’ per la sala operazioni degli Stati Maggiori. Dove si impartirebbero gli ordini per la flotta di battaglia, per le divisioni corazzate dei nostri sfondamenti, per gli stormi di F-35 e di altri strumenti di pace previsti dalla più bella delle Costituzioni? Risposta: e il presidente USA non porta con sé una centrale operativa dovunque si rechi, in visita a Tokyo o a sciare nel Colorado? A bordo dell’Air Force One c’è tutto quanto serve per scatenare l’Armageddon nucleare. Sulla terraferma il Sommo posto mobile di comando di BushObama è su ruote. Da noi la Irisbus, industria di Stato, è senza commesse: le si ordini un Furgone Supremo per il Capo e i suoi marescialli. Quanto ai Corazzieri, essi sono rotti a tutte le asprezze. Montino tende nella location più vicina. Meglio ancora, siano mandati  a regolare il traffico.

Oh Presidente del 150°, compia il gesto che farà di Lei l’emulo di Cincinnato,  Marco Attilio Regolo, Pietro Micca, G.Garibaldi e di un ristretto manipolo di supplementari anime grandi!

Porfirio

UN PAPA ALLA LUTERO AMPUTERA’ L’IPERCAPITALISMO

A tentare di combattere il mercato, cioè il mondo come è, non abbiamo che un rimasuglio, la minoranza d’una minoranza: gli ultimi nostalgici o recidivi del comunismo; pazzi malinconici, lunatici assoluti. La sinistra raziocinante quale la conosciamo non esiste più come alternativa,  è rassegnata all’ipercapitalismo. Allora è vietato sperare?

E’ vietato disperare. Sorgerà una grande guida, capace di chiamare tutti, non una fazione. Non la esprimerà la politica, altrettanto fallita quanto la sua componente più cervellotica e settaria. La politica ha mancato tutte le sue prove. La esprimerà la metapolitica, un convergere di ideali, slanci ed  energie: svolgerà il ruolo che aveva la religione nei secoli lontani, partendo cinque e più millenni fa. Potrà esprimerla direttamente, magari non da sola, la religione moderna, se si rigenererà. Nonostante tutto la religione esiste, con un potenziale ingente, mentre le grandi ideologie del passato sono morte. Nell’Occidente religione vuol dire cristianesimo e, più concretamente, cattolicesimo. Se quest’ultimo farà la sua rivoluzione, la sua redenzione, riuscirà a ricacciare indietro l’ipercapitalismo. Tutte le altre ipotesi saranno cadute.

C’è un precedente storico che supporta questa previsione: la rivolta luterana. Martino Lutero ci insegna che cancellare quindici secoli di continuità è non solo possibile, ma facile. Affisse a Wittenberg le 95 Tesi contro le indulgenze, scritte nel latino dei teologi di allora, il 31 ottobre 1517. Entro la fine di dicembre apparvero e si diffusero edizioni delle Tesi a Lipsia Norimberga Basilea. Subito seguirono varie traduzioni in tedesco. Un partigiano di Lutero arrivò a scrivere: “Non erano passate due settimane che le 95 Tesi erano conosciute  ovunque in Germania, e in altre due settimane in tutta la Cristianità”. Iperbole, certo. Comunque Martino confessò che avrebbe scritto in modo diverso, meno accademico e non in latino, se avesse potuto prevedere tanto successo.

Entro il marzo 1518 stese in tedesco il “Sermone sulle indulgenze e sulla grazia”, vero e proprio manifesto operativo della Riforma protestante, sermone che ebbe una quindicina di ristampe nel solo anno successivo alle Tesi. Gli studiosi hanno calcolato che nei primi dieci anni della Riforma circolarono 7 milioni di opuscoli luterani. Le confutazioni dei papisti moltiplicarono l’efficacia degli scritti di Martino, i quali erano letti e commentati avidamente nelle case e nei luoghi pubblici, birrerie, botteghe, sedi delle gilde, veri e propri opifici. La Riforma trionfò sì per la personalità di Lutero, ma più ancora per la forza rivoluzionaria della sua causa, per l’assalto alla continuità del male.

Identica, anzi più irresistibile, causa avrà dalla sua il grande spirito che lancerà la rivoluzione cattolica del ritorno alle origini. Lo scalpore sarà enorme di fronte a un giovane pontefice mai entrato prima nei palazzi vaticani, demolitore di molte istituzioni, convinzioni, tradizioni stanche. Niente sarà più come prima per l’arrivo di un papa di rottura, il quale si senta destinato all’azione invece che alle allocuzioni sempre uguali, sempre inutili. Un giovane papa che voglia la Nuova Chiesa quasi opposta alla Vecchia, perciò fatta per conquistare il futuro, non per continuare a deperire. Una Chiesa che compia fatti, trasformazioni emozionanti, non operazioni mediatiche o raduni oceanici di fedeli. Che riproponga la povertà cristiana invece che il benessere consumistico e che, guadagnando prima le élites poi le masse alla povertà, cambi i valori e la vita a noi tutti. Un giovane condottiero che si senta figlio di Girolamo Savonarola  martire ribelle e poi santo, non di Pacelli e Montini.

La Chiesa della palingenesi cattolica sarà, anche per il suo passato di massima potenza religiosa della storia, senza confronti più possente delle 95 Tesi. Ma dovrà offrirsi come macchina d’assalto contro i misfatti antichi e moderni: ingiustizia, capitalismo, consumismo, edonismo, trasgressioni, dissacrazioni, miseria ideale, esasperazione dei divari sociali, guerre. Una Chiesa risorta -irriconoscibile per alcuni aspetti, fedelissima per altri-, impetuosa, non più identificabile con Roma, in qualche misura opposta ai propri due millenni, sbalordirà il mondo più di quanto fece un agostiniano d’eccezione che all’inizio scriveva in latino, per qualche decina di teologi.

Si usa sottolineare che la ribellione luterana trionfò perché trovò un’alleata tecnologica preziosa, la stampa, inventata pochi decenni prima. Ma la Rivoluzione cattolica si alleerà con altre e più  irresistibili tecnologie. I computer hanno già cominciato a deviare la storia e ad abbattere regimi.

l’Ussita

INTERVISTA A MARCO VITALE: “NIENTE SARA’ COME PRIMA”

“Abbiamo bisogno di chinarci di nuovo sui testi greci, vi troviamo un pensiero affascinante. Io ho ripreso a leggere Aristotele, e faccio di più, vado a sentire le lezioni di uno studioso che insegna come calare nella realtà d’oggi la forza delle idee dell’Ellade”. Esordisce così Marco Vitale, intellettuale del concreto, cui sono andato con la richiesta di pronunziarsi sugli sforzi (fatti più in USA che da noi) per migliorare l’attuale società politica in riferimento ai concetti fondanti della Polis antica.

Per il professore, “la democrazia è a pezzi, ma non solo da noi. Si veda negli Stati Uniti la ribellione degli elettori contro i professionisti del Congresso. Contro la forza corruttrice delle lobbies. Contro quelli che comprano le leggi coi dollari. Gli americani amano un lobbismo fatto alla luce del sole. Ma è un fatto: il significato delle urne si è svuotato, e lo prova il crescere del distacco e dell’astensione. La democrazia va ricostruita, riprendendo i principi più antichi, ma cambiando i grandi obiettivi -dove vogliamo andare- prima ancora che gli strumenti e i meccanismi della politica”.

Vitale giudica decisivo il raffronto con le esperienze della Germania. “Sono stato nei consigli d’amministrazione di alcune società tedesche, importanti, della meccanica. Situazioni di crisi pesante sono state superate lì alla luce di una concezione cui dovremo ispirarci anche noi. Contro la nostra assuefazione ai conflitti, i tedeschi hanno scelto la Mitbestimmung, al centro della quale c’è l’impresa, entità autonoma. Di essa i sindacalisti sono amministratori e agiscono in conseguenza”.

“Facciamo un bilancio in una prospettiva storica. Sulla strada delle contrapposizioni belluine i lavoratori italiani sono pervenuti a guadagnare poco e a contare poco. Il movimento sindacale nel suo complesso è perdente.  Quando il giovane Luigi Einaudi analizzava i problemi delle industrie usava formule audaci quali ‘la bellezza dei conflitti’. Ma in ultima analisi sosteneva che i conti delle imprese dovevano quadrare”.

“Negli anni ’60 e ’70 i sindacati italiani dicevano: non faremo la cogestione. Per noi l’impresa non esiste, ci sono i padroni e sono i nostri nemici. Dominava il pensiero collettivista. Anche le imprese erano chiuse, negative, miopi. Erano parecchi i padroni che rubavano alle loro imprese. Leopoldo Pirelli tentò di cambiare varie cose nel campo imprenditoriale. Fu emarginato”.

“Il lavoro è un passaggio fondamentale. Dobbiamo sperare che grazie alla saggezza di Monti ci sia un salto di civiltà. Monti è veramente bravo a tenere in riga i ministri”.

Il professore torna continuamente sulla necessità di far trionfare un grande obiettivo unificante: “Così com’è la democrazia non funziona. La corruzione è drammatica, siamo i peggiori tra i paesi avanzati. Il parlamento è inquinato. Se con Monti non fossimo passati al governo delle competenze saremmo a un nuovo 8 Settembre”.

E’ qui il centro del pensare di Marco Vitale: ”La gestione Monti non è una parentesi. Niente resterà come prima. Potremo avviare la ricostruzione della democrazia, come negli USA avvenne nel primo decennio del Novecento, quando i trust e i ‘robber barons’ gestivano l’America turpemente e un Roosevelt impose riforme che rappresentarono la riscossa dei valori della democrazia. Anche noi dovremo ricostruire la democrazia. Rifaremo i conti con i partiti, con i sindacati, con la Chiesa (che drena risorse ingenti); e con la Mafia”.

D.- Nel passato il pensiero giusto non mancava. C’erano gli Einaudi e i Vanoni. Come mai siamo dove siamo? Perché il pensiero giusto dovrebbe funzionare oggi?

“Perché i giochi sono cambiati; perché siamo in pericolo. La crisi è salutare. Hamilton diceva ‘il debito è una fortuna’. Agli inizi degli anni ’90 il nostro debito, al 60% del Pil, era sostenibile. La degenerazione è cominciata nei primi anni ’90”.

D.- Può avvenire la ricostruzione senza sostituire i meccanismi della politica?.

“ I meccanismi devono essere cambiati. Il congegno va aggiornato. La classe politica è da raddrizzare”.

D.-  Come valuta la proposta di Michele Ainis che una delle due Camere venga sorteggiata invece che eletta, perché controlli e corregga l’altra camera?.

“Sono d’accordo. Alcune delle proposte che si avanzano sono affascinanti. Però attenzione: il cambiamento è gia cominciato. Il Paese non è spento, è alla ricerca del nuovo. Prima la società si appagava, era una morta gora. Il passaggio Monti non è una parentesi tecnica. Spero che diventi fondante.”

D.-  Ma quando si voterà la classe politica tornerà a spadroneggiare.

“Ma no, gli italiani capiranno il ritorno alla competenza. Verranno fuori politici nuovi. I Monti e i Passera resteranno protagonisti. I partiti saranno rifondati: dovranno diventare trasparenti anche a livello finanziario. I primi segni ci sono. La Lega è spaccata. Berlusconi non sta facendo ostruzionismo (va detto che è il meno peggio dei suoi). La grande stampa  fa denunce un tempo impensabili. Il card. Scola si è reso conto delle ‘marachelle’ di Formigoni e si dissocia. Don Giussani non voleva queste cose”.

D.-  Di quanto tempo avremo bisogno per liberarci di centinaia di migliaia di politici quasi tutti ladri?

“Saremo impegnati a lungo, minimo dieci anni: stiamo facendo una Seconda Ricostruzione, e ci servirà l’allegria di quando facevamo la Prima. La corruzione c’è anche in Germania, eppure la Germania è cento anni avanti a noi. La sua economia sociale di mercato è la migliore delle democrazie”.

D.-  Cosa migliorerà di colpo la nostra gentaglia politica?

“Bisogna sperare in un grande movimento dell’opinione pubblica, a valle della crisi e delle novità della fase Monti. Nel passato il movimento non c’è stato. Come dice Gherardo Colombo, ci si è illusi su Mani Pulite, la gente ha delegato ai magistrati invece di partecipare a un grande fatto collettivo. La fede della popolazione potrà essere convogliata e produrrà energia sociale e culturale.

D.- Di nuovo: quanto tempo occorrerà?

“Meno di quanto pensino gli analisti del solo esistente. C’è il fatto nuovo: la cassa è vuota. Non ci ritroveremo con la stessa classe politica”.

A.M.Calderazzi

LETTERA DA UN CENOBIO

Caro Amico,

quella volta che entrammo insieme nella Thomaskirche di Lipsia, ti osservai attentamente. Non mi apparisti né il semplice turista coltivato, né il melomane in pellegrinaggio alla tomba di Johann Sebastian. Piuttosto l’ostaggio della fede/della ricerca della fede (sono la stessa cosa: lo ha sanzionato Ratzinger teologo in chief).

Passarono 43 anni, e poche settimane fa parlavamo tu ed io di casi foschi del nostro tempo. Dovetti dire qualcosa di nichilista, cui rispondesti con voce quasi inaudibile. Afferrai solo “Chiesa”. Non ebbi il coraggio di incalzarti.

Così ti faccio oggi la domanda grossa: ti aspetti qualcosa, oggi, dal senso religioso della vita? Se sì, come azzardo, ecco che sei un testimone decisivo. Nessuno che io conosca o immagini è più di te posseduto dalla ragione critica; nessuno è più vigile contro gli slanci e gli empiti. Allora ti tocca rispondere: cos’è, oggi, il senso religioso del vivere? Cos’è in particolare per un chierico, per un laico?

Quanto a me, è come se vivessi uguale dal giorno che Martino agostiniano affisse le tesi a Wittenberg; anzi dai giorni di Jan Hus, di Wycliffe, dei bogumili, di cento altri eretici: avvinto dall’epifania cristiana, dalle sue liturgie, però odiatore dei troppi secoli della Chiesa sfrontata signora delle cose del mondo. Forse ricordi certe pagine del Confronto: tra l’altro si parteggiava per i francescani disobbedienti di ‘Frères du Monde’, figli di Michele da Cesena. Quarantasei anni dopo, le volte che per volontà di umiliarmi mi inginocchio davanti al confessore, mi professo protestante di rito cattolico. Non vengo sgridato. Una volta sola l’assoluzione fu sostituita da un paterno ‘Buona Pasqua’.

In questo quadro clinico, è logico per me sentire commiserazione per gli atei, per gli indifferenti assoluti, per quanti si fermano all’evidenza della Chiesa grande e torva centrale di potere. Senza capire che persino quest’ultima colpa potrebbe realisticamente destinare il cattolicesimo a grosse cose, di nuovo, come ai tempi di Ildebrando da Soana.

Mai come oggi, spente le ideologie che imperversarono, il pensiero religioso (o la semplice tenerezza per la fede di due millenni e, perché no, dei millenni precursori, di Dei pagani) ha la chance di alzarsi dalla prostrazione, di offrirsi come guida e come riferimento. Molte pecore smarrite accorrerebbero. Molti giovani gioirebbero di salvarsi dal nulla. Molti odifreddi arrossirebbero d’essere miscredenti in modo così banale.

Caro Amico, hai più dottrina e più carisma di molti. Vorresti esprimerti, anche insegnare, su perché non darla vinta né ai tersiti odifreddi, né al materialismo consumista ed ebete? Vorresti, tra l’altro, utilizzare l’umile Internauta per una ‘collana’ di riflessioni (di chi volessi) sul ritorno del Numinoso, magari più fatto di ditirambi a Pan che di novene, più di Cibele e di padre Kolbe che di Padre Pio?

Quanto a me, metterei ancora più lena a scrutare l’orizzonte, se arrivi un papa trentenne mai entrato nella Curia, sovvertitore della continuità dunque rivoluzionario, dunque rifondatore del Cristianesimo.

Ma se questo mi assegnerai, compilerò cronache annalistiche sui copti, sui catari o sui miei compaesani hussiti.

Ove vorrai dire no, meglio tu me lo dica a casa mia, così ci beviamo sopra in agape.

Antonio Massimo

tuo seguace nel cenobio in Tebaide

OLIMPIADI 2020: POSSIAMO PERMETTERCI DI SPRECARE L’OCCASIONE?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Paese è pervaso da una oscura e crescente sindrome depressiva che inibisce ogni iniziativa, ogni speranza, ogni sogno, ogni volontà di riscatto e di rinascita. Il decreto sulle liberalizzazioni è un provvedimento serio e contiene anche un paio di cose importanti. Ma non è accettabile far credere che questo sia lo strumento per far rinascere il nostro Paese. Occorre invece far emergere la voglia di accettare le sfide, di reagire alla depressione contabile, di rimettere al centro dell’interesse non i contabili dei costi ma i creatori, i produttori, gli ingegneri, gli scienziati, i giovani, gli sportivi. E quindi: possiamo permetterci le Olimpiadi 2020 a Roma? La risposta è: non possiamo permetterci il lusso di non partecipare.

“Sono gli uomini che fanno la polis, non le mura o le navi deserte”
(Generale ateniese Nicia 413 a.C. dopo la disfatta della spedizione ateniese in Sicilia)

“Vorrei sapere che cosa pensa della partecipazione di Roma alla gara per le Olimpiadi 2020? Possiamo permetterci questo lusso con i tempi che corrono?”. Chi mi fa questa domanda al telefono è un bravo giornalista. Cerco di intuire che tipo di risposta si aspetti da me, forse negativa, ma non ne sono certo. In ogni caso la mia risposta è immediata e senza incertezze. Gli rispondo: non possiamo permetterci il lusso di non partecipare. Ed è una risposta che si inquadra nella mia visione del Paese in questa fase storica.
La principale malattia del nostro Paese è, oggi, la oscura sindrome depressiva che sta montando giorno dopo giorno. Da un Paese, in parte, pieno di irresponsabili e spericolati spacconi, del tipo comandante Schettino, ci stiamo, giorno dopo giorno, trasformando in un Paese di contabili dei costi, ossessionati dalla sindrome contabile, che il maestro di economia Caffè criticò, con preveggenza, in alcuni dei suoi ultimi scritti. Intendiamoci: che dobbiamo tutti fare un grande sforzo per controllare e, in parte, riequilibrare i nostri deficit, pubblici e privati, va da sé. Ma che lo dobbiamo fare recitando, tra le lacrime e strappandoci i capelli, un lacrimoso “confiteor”, schiacciati da una cappa depressiva che ci inibisce ogni iniziativa, ogni speranza, ogni sogno, è una malattia contro la quale è necessario reagire. Ma soprattutto è grave malattia mentale pensare sempre e solo ai costi e mai ai ricavi.

È così infatti che matura la convinzione “non possiamo permetterci il lusso” di partecipare alla gara per le Olimpiadi 2020; di realizzare l’Expo 2015; di investire nei nuovi stadi (come hanno fatto tutti i Paesi europei); di investire nella ricerca scientifica; di rinnovare il centro delle nostre grandi città; di investire nelle scuole, sviluppando nelle stesse programmi di musica, sport, lingue; di investire negli asili nido dei quali c’è una carenza drammatica a prezzi ragionevoli, almeno nelle grandi città; di rammodernare i nostri porti; di produrre programmi televisivi culturali o, comunque, decenti e tante altre cose che servono per migliorare il presente e preparare il futuro, per difenderci contro l’ebetismo totale che rischia di travolgerci tutti, per alimentare i sogni e le speranze dei giovani.

Io ero giovane quando assistetti a tutte le olimpiadi romane del 1960, le ultime olimpiadi umane della storia. Ricordo benissimo quanto enorme entusiasmo sollevarono in noi, giovani di allora, queste meravigliose olimpiadi, il grande volo di Berruti, la scoperta di Cassius Clay, le lunghe gambe nere della Rudolf, ma anche l’orgoglio che tutto questo avvenisse da noi, nella nostra bellissima Roma e che ci fosse tanta gente che imparava, così, cosa era Roma e l’Italia! Io ricordo benissimo il contributo straordinario che quelle Olimpiadi diedero per trasformare Roma da una sonnacchiosa città di ministeriali e di preti in una metropoli moderna.

Ma davvero crediamo veramente che lo sviluppo ed il lavoro per i giovani verrà da 500 notai in più, da qualche taxi in più, da qualche avvocato che non è più tenuto ad applicare le tariffe ufficiali? Lo sviluppo verrà solo realizzando tutti gli investimenti necessari, alimentando i sogni dei giovani, investendo in ricerca e innovazione, cioè facendo esattamente tutte le cose che la sterminata corte di contabili dilettanti che ha invaso l’Italia, ci dice essere un “lusso che non possiamo permetterci”. Ed invece il vero lusso che non possiamo permetterci è spendere 30 miliardi di euro ogni anno per prepararci ad una guerra che non combatteremo; lasciare infiltrare, in misura ormai allarmante, nella nostra sanità centinaia e migliaia di ladri e di incompetenti che offuscano e umiliano i tanti bravissimi operatori sanitari che, come angeli civili, tengono su la baracca, e che spingono all’emigrazione i nostri giovani più in gamba; alimentare un costo della politica tra i più alti ed oppressivi del mondo; tollerare senza combatterla una corruzione che non ha eguali tra i Paesi ad economia sviluppata; svendere continuamente il nostro territorio e il nostro patrimonio naturale e culturale alla speculazione immobiliare.

Mettiamo, dunque, mano a queste ed altre vere e proprie piaghe bibliche del nostro Paese e vedrete che potremo partecipare alla gara per le Olimpiadi 2020, ed a tanti altri investimenti, che alimentano speranza e sviluppo.

Jean Gimpel è uno storico francese che si è dedicato soprattutto agli sviluppi tecnologici e industriali del Medio Evo. Il suo denso libretto – “La révolution industrielle du Moyen-Âge “(Éditions du Seuil, 1975) – è ancora oggi una miniera di notizie e di stimoli importanti. Gimpel illustra lo straordinario sviluppo economico europeo nei primi tre secoli dall’inizio del millennio e ne individua le radici nel fervore operativo che dominava in tutto il continente, trainato dal nuovo spirito imprenditoriale e dagli sviluppi tecnologici (l’albero a camme è del X secolo e poi seguono, tra gli altri, i mulini di ogni tipo, i caminetti, gli occhiali, l’uso del carbone per l’industria, l’orologio astronomico, l’impiego del cavallo in agricoltura, la bussola). È l’epoca in cui, in genere, anonimi architetti costruiscono le più importanti cattedrali d’Europa, capolavori artistici e tecnologici.

Gimpel analizza poi il lungo periodo di decadenza dell’economia europea, dovuto a bruschi cambiamenti climatici che causarono diffuse carestie, la peste nera (portata in Europa da mercanti genovesi nel 1347), le continue svalutazioni e le crisi finanziarie con il fallimento di molti banchieri, la guerra dei cento anni, la spaccatura della cristianità. E come conseguenza di tutto ciò il montare della demoralizzazione e la graduale perdita di interesse per l’innovazione e per la tecnologia: “Un des grands malheurs de l’histoire de l’humanité est qu’une société vieillissante, dans son désire de jouir de la paix, se détourne de la technique”.

Forte di questa affascinante strumentazione concettuale, messa a punto nel corso dei suoi studi sullo sviluppo economico e tecnologico nella Francia medioevale, Gimpel, nel 1956, tenne una memorabile conferenza a Yale nella quale predisse che, negli anni Settanta gli Stati Uniti sarebbero entrati in una era di declino, che il dollaro sarebbe stato svalutato e che la leadership tecnologica sarebbe stata assunta da altri popoli. Nessuno lo prese seriamente, ma a metà degli anni Settanta fu rinvitato negli Stati Uniti per spiegare come aveva fatto a prevedere ciò che si era poi verificato. E Gimpel documentò la sua posizione con una serie di fatti che segnalavano il crescente disimpegno del popolo americano dall’innovazione e dalle grandi sfide tecnologiche:

«Dès mon arrivée aux États-Unis je remarquais que le dynamisme traditionnel de ce pays déclinait rapidement. L’idéal américain de la libre entreprise et l’hostilité au pouvoir central étaient partout battus en brèche. Des groupes de plus en plus nombreux faisaient appel au gouvernement fédéral. Le nombre de fonctionnaires – fédéraux, des états et locaux – dépassait 7 millions. I y avait proportionnellement, moins de self-made men car de plus en plus de fils héritaient des affaires de famille. Les hommes d’affaires faisaient des déjeuners de plus en plus longs. Les Américains n’avaient plus cette ambition, souvent caractéristique des nations jeunes, de construire toujours plus grand ou plus haut, de battre des « records du monde ». L’esthétique du Lever House Building contrastait avec l’Empire State Building. Les Américains, à cette date, étaient moins passionnés par de nouveaux gadgets et le culte du neuf avait moins de prise sur eux. Ce déclin du dynamisme influait et pesait sur le développement technologique du pays sans que la population elle-même, et les étrangers en visite soient conscients de cette évolution».

Il neocapitalismo reaganiano reagirà a questa involuzione, ma spostando tutto il potere sul fronte della finanza invece che sul fronte dell’industria e della tecnologia, preparerà le basi del disastro scoppiato nel 2008.

La rilettura di Gimpel mi ha riportato a rileggere anche la stupenda relazione che Carlo Cattaneo tenne alla Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri di Milano, nel 1845, dal titolo: “Industria e Morale”. Cattaneo rivolge qui un vigoroso invito agli italiani ed ai milanesi a impegnarsi sul fronte dell’innovazione e della tecnologia, a credere al moto e non alla quiete, a osare, a “permettersi il lusso” di erigere i propri templi, e conclude con parole che dobbiamo tutti rileggere e meditare:

“Pur troppo vi è chi collocando la felicità delle genti non nel moto, come è il desiderio dell’universa natura, ma nella quiete della fossa, vorrebbe che le cose umane fossero tutte con inviolabile norma prefinite. Vorrebbe dunque un magisterio d’arte che numerasse i fili d’ogni tessuto; vorrebbe un’architettura che comandasse anzitempo a tutte le combinazioni della vita; vorrebbe un grado di dovizia perpetuo nelle famiglie; una filosofia di sillogismi perenni, ai quali attingere tutti i particolari della scienza; un dizionario infine nel quale s’impietrisse perfino la parola; sicché un’inesorabile predestinazione aggravasse tutti i pensieri e tutte le speranze dell’uomo. Ma infelice quella generazione che si proponesse d’essere in tutto come furono i suoi padri! Poiché, quando quelli avessero pure sfolgorato d’ogni valore e d’ogni gloria, i figli, finché nulla aggiungessero alle loro imprese, rimarrebbero tanto da loro degeneri, quanto l’inerzia è diversa dall’opera, quanto l’immobilità è diversa dal moto…. Quindi è necessità, necessità morale, che ogni generazione inalzi i suoi templi e i suoi archi, e modelli le sue sculture, e apra nuove vie per alpi e per lagune, e inarchi nuovi ponti non solo ormai sui fiumi, ma sui laghi, ma sui mari, e non solo sopra lo specchio delle aque, ma fin per disotto ai tetri loro gorghi. È mestieri che a forza d’ardimenti e di temerità l’uomo si trovi di repente dubitoso e smarrito a fronte d’immediati ostacoli, affinché il genio allora si svegli, e si avvegga di sé, e affronti con nuovi pensamenti la vecchia natura. E perché questa salutevole palestra delli animi dia nervo a tutto un popolo, e diffonda perfino nell’ultima famigliola il polso d’una vita sollecita e intensa, bisogna che tutta la legione delle arti utili si rinovelli a ora a ora dietro i quotidiani della scienza”.

Sotto la pressione del gigantesco esercito persiano, gli ateniesi dovettero sgombrare Atene, nel 480 a.C., favoriti dal sacrificio degli spartani di Leonida che alle Termopoli guadagnarono un po’ di tempo prezioso, e permisero agli ateniesi di rifugiarsi nelle isole. Dopo la gloriosa e mirabile vittoria di Salamina gli ateniesi ritornarono nella loro città. Nelle discussioni sul da farsi ci fu chi propose che la prima grande cosa da fare fosse quella di erigere un grande tempio sull’Acropoli per ringraziamento agli dei e per ricostruire il grande tempio precedente, innalzato da Pisistrato, e distrutto da Serse. Ma all’Areopago dissero: non ci sono i soldi. Allora Pericle si offrì di finanziare personalmente il tempio. Ma l’Areopago gli negò questa possibilità, dicendo che il tempio era un bene cittadino e che, come tale, doveva essere finanziato da tutta la città. E così l’Areopago si ingegnò, i soldi vennero fuori ed all’umanità fu donato il Partenone.

Forse la nostra Italia non può costruire il Partenone, non per mancanza di architetti di talento, né per mancanza di soldi perché, alla fine, i soldi vengono sempre fuori (persino in Grecia dove, oggi, il Partenone lo affittano), ma per mancanza di cervello, di volontà, di morale. È questo ciò che, innanzi tutto, dobbiamo ricostruire. La voglia di accettare le sfide, di reagire alla depressione contabile, di rimettere al centro dell’interesse non i contabili dei costi ma i creatori, i produttori, gli ingegneri, gli scienziati, i giovani, gli sportivi. Tutto ciò che è vita, speranza, sogno, desiderio, volontà di riscatto e di rinascita. Il decreto sulle liberalizzazioni è un provvedimento serio e da approvare e contiene anche un paio di cose importanti. Ma far credere che questo sia lo strumento per fa rinascere il nostro Paese , questo no, non è accettabile.

Non esauriamo le nostre risorse intellettuali ed emotive in queste che sono, in gran parte, battaglie di retroguardia. Come la penosa battaglia dei taxi. Pensiamo alto, pensiamo in grande, pensiamo alle cose che i contabili ci dicono essere “un lusso che non possiamo permetterci”. Come le Olimpiadi a Roma nel 2020.

Marco Vitale
da AllarmeMilanoSperanzaMilano 

ANOTHER KEY TO UNDERSTAND GERMAN INGENUITY

In Italy August 2010 saw a true surge in the esteem of the German ways to do things -in fact the industrial conflict in the Fiat plant in Melfi was simultaneous to the brilliant results of the German manufacturing recovery. Said results were ascribed by many to 59 years of Mitbestimmung, the workers’ equal participation in the management of the German corporations. Germany’s exports are highly competitive in the world markets while salaries in her automotive sector are more than double the Italian ones (in real terms).

Why Germans are able to invent systems that in the Anglo-Saxon world seems to find no appeal? Modern history assists us in answering the simple way: Germans are more cultivated and act faster.

Everybody knows that after WW2 the formerly powerful economy of victorious Britain found herself reduced to inferior rank, while Germany resurrected rapidly from the rubble of total destruction. Everybody knows that in just six years Adolf Hitler was able to transform the tiny Reichswehr, the 100,000 men army permitted in 1919 by the treaty of Versailles, into the immensely effective Wehrmacht, Luftwaffe and Kriegsmarine of 1939-42.

Instead not many are familiar with a much earlier exploit of the German talent. Before 1871, when the Second Reich was born out of the prodigious victory on France, a German war fleet was non existant. In a minor war of 1848 one single Danish frigate was able to easily blockade the German traffic in the North Sea in front of the rivers Elbe and Weser. Such a humiliating accident spurred to action the Frankfurt National Assembly – a loose, infant institution that was trying, with little success, to unify several sovereign states of Germany. In a number of weeks a naval base was built in Bremerhaven.

The tiny Bundesmarine created in that emergency was dissolved four years later and the ships sold, but in 1853 Prussia alone created her own Navy from nothing, and in 1867 a North German Navy (of  Prussia and other States) was in the position to launch a program of 16 battleships (better: heavely armored vessels), 30 frigates or lesser units and a new base, Wilhelmshaven, on the river Jade.

When, in 1897, admiral von Tirpitz became commander in chief of the Kaiserliche Marine, Britain, with history’s largest fleet, immediately perceived the competitive menace of adolescent Navy of the Kaiser. That menace was in fact one of the few justifications of the British choice to fight the Great War. In the battle of Jutland (May 31,1916) the German High-Seas Fleet (20 battle class vessels) found itself incapable to really challenge the giant Royal Navy (38 battle-class vessels), but the British losses were almost double the German ones. Just 19 years had passed since the advent of Tirpitz. Then of course, toward the end of  WW1 the primitive German U-Boote came near to win the oceans.

In the decades since unification Germany not only built her war might: also Europe’s most important peace manufacturing structure, well more efficient of the one of Britain, which used to be the mother of modern industries. Today the economic primacy in Europe of the Bundesrepublik is beyond any doubt.

Facts are such that not only Italy should learn from the German record. America too.

Anthony Cobeinsey

IL VENTO STA GIRANDO: UNA CAMERA DI SORTEGGIATI

A pensarci bene, la fine di Berlusconi è stata anche il 25 luglio del Regime, come quella volta. Non ancora deposta, certo, ma la Vecchia Politica è stata messa in mora. Si dibatterà come belva catturata, unghierà e sbranerà, ma alla fine perderà le forze. Fuori della metafora, poco resterà come prima: prima del consolato Monti-Napolitano e prima del governo dei tecnici, a valle del quale i politici a vita risulteranno il contrario che necessari: nocivi. Virus da uccidere.

Poche settimane fa sarebbe stato impensabile l’articolo “Una Camera dei Cittadini” di Michele Ainis (Corriere della Sera), articolo che riprende una proposta di Carlo Calenda (Il Foglio, 29 dicembre): mettere al posto della democrazia elettorale la DEMARCHIA (potere del sorteggio). Come mai due articoli così sovversivi? Perché “la fiducia nei partiti è scesa al 5%; perché il Parlamento è l’istituzione più impopolare; perché occorre che la politica non sia più un mestiere”.

A questo fine Ainis invoca coraggio e ‘fantasia istituzionale’. Superfluo ricordare che fino a poche settimane fa le istituzioni non tolleravano né fantasia, nè progettazione ingegneristica di nuovi assetti. Accettavano solo il tomismo trasudante dalla “più bella Costituzione al mondo”. Strano che tanta bellezza abbia prodotto un così grande tedio dei suoi valori, delle urne e dei ratti che ne fuoriescono.

Ainis grazie a Dio pensa e scrive come se non fosse un accademico, che di solito vuol dire politologo del solo esistente. Per cominciare, incita “si seghi il ramo su cui siedono i professionisti del potere”, perciò si istituisca il recall, il diritto dei nordamericani di deporre gli eletti immeritevoli; soprattutto,  “due soli mandati e via” (peccato che dopo la segagione i cacciati manterranno il diritto a presiedere enti, società e truogoli di stato). Lancia poi la villanzona proposta della ‘Camera dei Cittadini’, un Senato non più eletto ma composto di cittadini sorteggiati, “che controlli e stimoli la Camera elettiva”. Villanzona sì: avesse proposto di confiscare alla Casta una comunità montana, un consiglio di zona, passi. Ma consegnare al sorteggio il Senato! Si disponga TSO (trattamento sanitario obbligatorio) per Ainis Michele.

Il quale Michele ha anche il merito di impiegare il termine ‘demarchia’, poco familiare ma esatto: potere del demos, cioè sorteggio; e anche il merito di ricordare ciò che ad Atene era la regola: ‘cariche a rotazione, governanti provvisori’, sottolineando “abbiamo ancora molto da imparare dalla Grecia antica (v. in proposito l’ebook  di Internauta “ Il Pericle elettronico”).

Con giovanile, ammirevole baldanza il prof. Ainis sostiene altresì che la demarchia, almeno a livello di governo locale, “sta prendendo piede in tutto il mondo”. Più guardingo, Franco Soglian, che finora non si è unito all’esplorazione di una democrazia antielettorale e antipartitica, ha definito in Internauta di dicembre “non peregrina né avveniristica l’ipotesi di rimpiazzare la democrazia rappresentativa con un’altra gestita a turno da governanti scelti random dal computer in campioni qualificati”. Ed ha aggiunto: “non è inconcepibile che gli esperimenti già fatti in questo senso negli USA e addirittura in Cina possano verificarsi anche da noi, in un futuro non necessariamente lontano’. Anche l’expertise di Soglian, un ex docente, prova che le cose cominciano a cambiare. Ainis conclude con una citazione da Aristotele: ‘le elezioni sono per l’aristocrazia, il sorteggio per la democrazia’.

Che la democrazia diretta, qualificata e declinata in modo che sia possibile -non avremo mai 61 milioni di legislatori italiani, 300 milioni di legislatori americani- rappresenti la sola alternativa di sistema lo dimostra, dalla trincea nemica, il più noto tra gli Scolastici del parlamentarismo: da decenni Giovanni Sartori infila nelle sue ‘sententiae’ una o più invettive contro il ‘direttismo’. Usa ammonire: ‘o il sistema si risolleva, o arriva il direttismo’. Arriverà, naturalmente. Tuttavia, per tentare di mettere in sicurezza il parlamentarismo Sartori, suo fornitore di usberghi, dovrebbe pensare a qualcosa di più ingegnoso del solito doppio turno alla francese.

Chi spiegherà al papà/nonno dei politologi che non si tratta più di cambiare il congegno per votare, ma di cancellare il voto, cioè la delega al Mob? Ainis, in fondo, è gentile col Mob: gli lascia una Camera da cui malversare e rubare. Ci ripensi, consegnamone due di Camere al sorteggio!

JJJ