SERBIA “CANDIDATA” ALLA UE? LA RALLENTANO GLI ANTICHI ROMANI

Il percorso di avvicinamento di Belgrado all’Unione europea ha subito un arresto, breve si spera. Il motivo? Un manipolo di irriducibili antichi romani, parafrasando un fumetto francese, fa da ostacolo alle trattative.

Sono i Valacchi, un’etnia di origine latina (infatti “Valacchi” è probabilmente un termine germanico per “straniero”, loro si autodefiniscono “Rumani” o “Romani”) che è rimasta nei Balcani anche durante il periodo delle migrazioni slave. La Romania, altro pezzo di impero romano sopravvissuto nell’est Europa, si è fatta portatrice dei loro interessi e ha fermato l’attribuzione dello status di “Paese candidato” alla Serbia. Prima vuole avere garanzie sulla condizione della minoranza etnica dei Valacchi.

L’accordo che avrebbe dovuto sottoscrivere oggi il Consiglio dei ministri degli Esteri dei 27 Stati membri è stato quindi fermato. Sarà il Consiglio europeo del 1 e 2 marzo a prendere una decisione, oltre che a ratificarla formalmente.

Se l’esito dovesse essere positivo, la Serbia diverrebbe il sesto Paese candidato all’adesione all’Ue insieme a Turchia, Montenegro, Croazia, Macedonia e Islanda.

Tommaso Canetta

LA REPUBBLICA CECA HA UN RE IN RISERVA?

Altrove in questo ‘Internauta’ si parla degli umori un po’ ipocondriaci, atrabiliari, saturnini della nazione ceca, residuo dell’artificiale Cecoslovacchia inventata nel 1919 a Versailles, abbattuta dal Terzo Reich nel 1938, infine ridotta a Repubblica Ceca il 1.1.1993 dalla secessione della Slovacchia. Non molti giorni fa Praga ha aggiunto credibilità ai cliché temperamentali di cui sopra affiancandosi al Regno Unito, l’arcinemico dell’integrazione europea, nel rifiuto di una rinegoziazione dei trattati che aggiunga un po’ di malta all’unificazione del Vecchio Continente. Sul piano puramente razionale è arduo decifrare la malevolenza o diffidenza verso l’Europa di un paese-ponte tra due anzi tre delle componenti storiche dell’Unione: quella tedesca, quella slava, quella austriaca-mitteleuropea. Allora è più agevole trasferirci a un altro piano, più fantasioso. Che i cechi si avvicinino al Regno Unito perché quest’ultimo, appunto, è il regno che essi non hanno? Che sia un’altra delle ipocondrie nazionali?

In questo caso aveva senso un vecchio articolo del “Wall Street Journal” un tredici anni fa: assicurava che anche in Cecoslovacchia (allora non menomata dalla secessione di Bratislava), come in ogni altro paese ex-comunista c’erano i nostalgici delle teste coronate. E poiché negli ultimi secoli una dinastia cecoslovacca non c’era stata, mancando un regno cecoslovacco, il quotidiano di Manhattan suggeriva semiserio una dinastia austro-tedesca e non slava: la famiglia del principe Karl von Schwarzenberg, in quel momento ‘cancelliere’ (ma non nel senso tedesco di capo del governo) del presidente Havel.

La dinastia proposta dal quotidiano finanziario non aveva mai regnato, però aveva lambito troni. Nell’Ottocento uno Schwarzenberg era stato arcivescovo quasi sovrano a Salisburgo, poi a Praga. Un altro, Karl Philipp, aveva vinto Napoleone in battaglia  e un anno dopo (1814) comandato gli eserciti della coalizione che invadeva la Francia. Un altro ancora, Felix, aveva presieduto il governo imperiale asburgico tra il 1848 e il ’52, tra l’altro reprimendo col cannone l’insurrezione viennese del ’48 e inducendo il quasi-incapace imperatore Ferdinando I ad abdicare in favore del vigoroso nipote Francesco Giuseppe. Un anno dopo Felix spense con la solita artiglieria la rivolta ungherese.

Il rampollo Karl, capo della casa presidenziale a Praga, possedeva castelli e vaste terre in Cecoslovacchia (in precedenza espropriate dai comunisti) oltre che in Baviera. A quell’epoca penetrai senza difficoltà in uno dei castelli, forse sulla Morava, che non era aperto ai turisti: solo uffici dell’amministrazione di casa Schwarzenberg, un piano per gli immobili urbani, due o tre per le proprietà forestali. La didascalia del “Wall Street Journal” sotto l’immagine del Pretendente che proponeva ai cecoslovacchi diceva semplicemente ‘Prince Karl in Prague’. Niente cognome, come usa per i reali. Nell’articolo si facevano insistiti paralleli con Otto d’Asburgo, un figlio d’imperatore che aveva vagheggiato di farsi capo dello stato in Ungheria. Come a dire, Otto in trono a Budapest, Karl a Praga, per Vienna si vedrà. Almeno in Bulgaria uno ex-zar esiliato nel 1946, Simeone di Sassonia-Coburgo-Gotha figlio di Giovanna di Savoia, era destinato a capeggiare abbastanza a lungo il governo di una Repubblica ex-comunista.

Karl von Schwarzenberg non si è eclissato con la fine del mandato presidenziale di Vaclav Havel: oggi è vice-primo ministro e ministro degli Esteri della Repubblica Ceca. Tuttavia, malgrado l’asse antieuropeo col Regno Unito, la sua proclamazione a re di Cekia non sembra imminente.

Allora non è bello che il grande quotidiano di Wall Street abbia fatto nascere illusioni regali nel possidente Karl von Schwarzenberg. A meno che sia stato quest’ultimo col suo charme a far nascere nel direttore del giornale l’illusione di mettere in trono un re. Per censo, come si addiceva al principe dei fogli finanziari.

l’Ussita

IL MANIFESTO: ALZHEIMER COMUNISTA

La speranza di sopravvivere, per il quotidiano di tante sconfitte, è appesa a un’estrema colletta, la ‘Mille per Mille’: mille sponsor da mille euro ciascuno. Io odiatore del capitalismo, del consumismo, del mercatismo dico a figli e nipoti della pattuglia rossandista/parlatista: se riuscirete nel conato 1000×1000, sappiate che sopravviverete su denaro sporco, disonorevole.

Hanno il diritto di elargire male il loro denaro solo coloro che donano parecchio anche, p.es. alle famiglie dei carcerati poveri: mangiano solo perchè esistono le parrocchie e i volontari, vestono solo dai cassonetti della Caritas. Chi dona al ‘Manifesto, o a qualunque causa settaria o futile, e non anche ai derelitti, agli affamati, agli assiderati, è un mascalzone. Chi spende per cani, gatti, barche e cavalli, o nelle boutiques del lusso, o negli altri templi del superfluo, invece che nel soccorso ai più disgraziati, è tecnicamente senza cuore, meritevole delle stesse sciagure cui sono indifferenti.

L’eventuale successo del conato 1000×1000 confermerà una realtà grottesca: una parte della borghesia danarosa è complessata e radical chic al punto di riforaggiare una testata che vive da decenni sui rimorsi, le frustrazioni, i capricci di chi guadagna bene. E’ naturale che i lavoratori e i precari non comprino Il Manifesto. Ma i suoi genuini estimatori riescono a donare 5O non 1000. Le vere elargizioni vengono dai poco-di-buono di cui sopra: riccastri, eredi e redditieri buoni a niente, vedove amicone degli stilisti di moda, accademici nepotisti, più sparuti morti di fame però senza figli da mantenere.

Anche per Il Manifesto i giornalisti dei Grandi Media hanno sventolato fazzoletti di solidarietà ai colleghi dei fogli che boccheggiano. Hanno intonato la solita solfa secondo cui ogni testata che sparisce fa piangere la Pluralità dell’Informazione; invece nell’età di Internet fa piangere il reddito degli interessati e di un minuscolo indotto. I giornalisti che singhiozzano al capezzale delle testate morenti temono che potrà toccare anche a loro. Sempre più si conferma che il giornalismo cartaceo e quello televisivo vanno ad esaurimento.

Ma è il senso politico di giornali come Manifesto e Rifondazione che è finito da almeno trent’anni. E’ giusto muoiano. Tra cinque anni sarà un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre: e già novant’anni fa la maggior parte del mondo respingeva il leninismo-stalinismo. Il plebiscito planetario e permanente contro il comunismo ha addirittura cancellato la nozione che è esistito un movimento marxista. Solo il cristianesimo delle origini è fallito tanto quanto il marxismo. Le società assoggettate dalle armate, milizie e bande rosse (in Europa in Asia dovunque) odiano il comunismo di un odio persino eccessivo, persino sbagliato. Negano al comunismo ogni pur piccolo merito. Cancellano tutte le sue opere, anche quelle che meritavano riconoscenza. Avere suscitato un rancore così soverchiante è -milioni di assassinii a parte- il più grave dei delitti comunisti. 95 anni di stalinismo e parastalinismo nonché del fratellastro strabico, il gauchisme, hanno dato il trionfo all’ipercapitalismo.

 

Eppure la salvezza e il futuro sono nella riscossa di un neo-collettivismo  umanistico e libero, cioè anticomunista, come lo speravano Rodolfo Mondolfo e, da un’altra sponda, il socialismo cristiano e il guild-socialism di Maeztu. Anche a causa delle ultime patologie del sistema di mercato, si rialzerà la speranza. Il socialismo reale fu ucciso dall’inumanità dei suoi padroni; il socialismo degli ideali dalla corruzione e dalle connivenze. Ma è possibile -i cicli della storia direbbero addirittura è probabile- il risorgere dell’ideale.

L’ipercapitalismo non è senza alternative. Là dove l’idolatria del benessere si infiacchirà ci sarà un avvenire per il senso solidale e libero del vivere insieme. Sarà la volta di un comunitarismo ‘del kibbuz’ mondato degli errori e delle degenerazioni. Potranno persino rivivere le non molte ragioni valide di un comunismo che cento anni di cecità partigiana hanno ucciso.

Antonio Massimo Calderazzi

OLIMPIADI, PARTITI E LIMITI DI DECENZA

Per capirci meglio

Un amico mi ha confidato che fino a qualche giorno fa considerava il governo attuale perfino peggiore del precedente, che chiaramente non apprezzava, ma di avere cambiato radicalmente opinione dopo il no alle Olimpiadi a Roma. Non condivido, e come potrei?, la prima parte della confidenza, ma sottoscrivo in pieno la seconda. Senza pretesa, ovviamente, che si tratti di un pronunciamento memorabile, bensì con la soddisfazione di trovarmi almeno per una volta in sintonia con la maggioranza probabilmente schiacciante dei miei connazionali. Una maggioranza, comunque, ampiamente trasversale, visto che spazia da Daniela Santanchè ai leghisti, da Vittorio Feltri al Manifesto, e comprende anche sportivi carichi di gloria come Berruti e Mennea.

Mi spiace, semmai, il disaccordo con quanto aveva scritto in precedenza su questa rivista  Marco Vitale, alle cui argomentazioni a favore del sì non mi sembra tuttavia il caso di replicare, dato che tutte le possibili ragioni del no sono già state abbondantemente esposte sulla stampa, alla radio e TV, ecc. Mi duole, inoltre, che una volta di più il Partito democratico si sia trovato spiazzato dalla decisione governativa e dalle reazioni ad essa, ma non è stata certo la prima e non sarà sicuramente l’ultima, dato l’andazzo.

Mi rallegra, in compenso, lo smacco subito da Gianni Alemanno, che già aveva vanamente provato ad aggiungere la Formula Uno alle attrazioni della Città eterna e ora si sfoga rimproverando al governo di non saper scommettere sul futuro del paese; come se fosse il momento di scommettere su checchessia imitando i manipolatori dei derivati e degli altri balocchi della finanza creativa. Per non parlare, poi, dei massimi ma non prestigiosissimi dirigenti dello sport nazionale, lamentatisi di una mancanza di rispetto da parte del capo del governo anche per aver dovuto fare un po’ di anticamera  prima di essere ricevuti per il doloroso annuncio.

Quanto a Mario Monti, confesso di capire almeno in piccola parte il repentino ripensamento di quel mio amico, nel senso che la battuta del premier sulla noiosità del posto fisso mi era sembrata un’inopinata e allarmante ricaduta nel tipo di esternazioni del predecessore (disoccupati sposate mia figlia, ristoranti e aerei sempre pieni, e così via), fortunatamente controbilanciata in termini di sostanza dal successivo no ad una spesa pazza e per di più incalcolabile. Mentre il suddetto predecessore non solo avrebbe detto sì (benché si sia astenuto dal deplorare il no) ma, come sappiamo, non avrebbe mai rinunciato al ponte sullo Stretto.

Ora comunque bisogna augurarsi che Monti continui su questa strada, come in realtà promette di fare anche con la decisione di esigere dalla Chiesa il pagamento dell’ICI o IMU per gli immobili non ragionevolmente coperti da esenzione, tanto più che il problema si pone, a quanto pare con dimensioni non meno imponenti, anche per altri soggetti a cominciare, figuriamoci, dai partiti. E’ una strada impervia , certo, per un governo privo di una normale maggioranza parlamentare. Basti pensare al finanziamento pubblico dei partiti stessi, di cui abbiamo appena scoperto i più imprevedibili orrori e dai cui insaziabili beneficiari c’è da attendersi una difesa ad oltranza dello status quo, in spregio a quanto intimato a suo tempo mediante referendum e il popolo sovrano verosimilmente continua a reclamare con crescente forza.

Non ha torto Pier Luigi Bersani quando afferma che senza finanziamento pubblico le campagne elettorali potrebbero farle solo i miliardari. I soldi pubblici bisogna tuttavia meritarli, e non si direbbe che i partiti lo facciano dal momento che il loro livello di gradimento giace al 4%, parecchio inferiore a quello della Chiesa cattolica, che sarà anche un po’ troppo dedita agli affari ma svolge pur sempre attività assistenziali finora insostituibili. Esistono comunque limiti di decenza, ammesso che questo concetto sia ancora proponibile, da rispettare o meglio ristabilire, ma che verrebbero imperdonabilmente superati se, ad esempio, di quei finanziamenti continuassero a fruire, copiosamente, perfino partiti ormai deceduti, paragonabili alle anime morte di Gogol con cui i proprietari terrieri russi frodavano lo Stato.

Nemesio Morlacchi

MONTI IN USA VASSALLO INCANTATORE

Ogni tanto va ripetuto: le cose che si scrivono in Internauta riflettono l’opinione di chi firma, e basta. A volte alcuni amici condividono.

Alla vigilia dell’arrivo a Washington di Monti, governante di uno dei paesi satelliti, Obama si è fatto intervistare dalla “Stampa”; il suo ambasciatore a Roma, David Thorne, ha fatto lo stesso col “Corriere della Sera”. Si usa così. Sugli elogi  all’Italia del primo è da fare una tara in più: Obama aveva degli speciali doveri di cortesia nei confronti  di  chi gli faceva visita di omaggio e in più era universalmente acclamato (la copertina di ‘Time”,  le accoglienze festose dei Vip yankee, ecc.)

Thorne, mezzo ambasciatore e mezzo ‘resident’ (nella tradizione dell’impero britannico i rappresentanti di Londra presso certi Stati semi-indipendenti  p.es. dell’India o della penisola araba si chiamavano residenti), Thorne dicevamo non aveva i doveri presidenziali di cortesia verso un ‘associato’ di grande prestigio. Perciò il linguaggio dell’intervista al  “Corriere” è più asciutto. Thorne ha parlato da ‘resident’: e la più imperiosa delle sue affermazioni è “l’Italia è diventata l’alleato più affidabile degli Stati Uniti in Europa”.   Nel  sommario dell’intervista il “Corriere” ha scritto “il più affidabile sul Continente”; ma va da sé che se Thorne aveva parlato di Europa, intendeva quell’aggregato senza il Regno Unito, chissà forse senza Cekia e senza qualche altro svogliato.

Se Thorne ha potuto caratterizzarci  come i più affidabili non è solo perchè il trio Monti-Terzi di Santagata-ammiraglio Di Paola sia quanto di più identificabile coll’appartenenza alla Nato e alla demoplutocrazia. Pure perché ciò che resta dell’antica sinistra è entrato nell’osservanza americana, cominciando da Napolitano, da D’Alema, da  Romano Prodi conduttore d’una scalognata coalizione dei progressisti, sinistristi lunatici compresi. Se l’ambasciatore di Obama ha potuto annetterci è perché sa che la nostra classe politica, idealista e coerente com’é, ha cancellato l’antiamericanismo. Bastino le insistite affermazioni dell’ex-comunista sul Colle, secondo cui la guerra coloniale in Afghanistan, droni ammazzacivili compresi, è ‘giusta’.

Il residente Thorne ha impegnato la Repubblica nata dalla Resistenza (prevalentemente comunista) su altri punti sui quali si sapeva legittimato anche da Colle/D’Alema/Prodi. Alla timida domanda dell’intervistatore se l’Italia, trovandosi senza soldi, potrebbe comprare meno cacciabombardieri F35, il Residente ha risposto a muso duro: “Forse qualcosa cambierà nei tempi del programma, però non nell’impegno per il programma”. All’altra domanda del timido: “Taglierete la presenza nelle basi in Italia?” , un netto “Non credo ci saranno cambiamenti significativi”.

Il Colle con Monti, D’Alema e Prodi non dovrebbero farsi trovare impreparati nel caso l’Unione Europea si sfaldi un po’ più. Compilino in ogni dettaglio la domanda d’annessione quale Stato libero alla Confederazione stellata. Il posto c’è, quello che Puerto Rico, legalmente ‘Commonwealth/Estado Libre Asociado de Puerto Rico’, ha declinato d’accettare. Così la Repubblica nata dalla Resistenza manterrebbe dignità e indipendenza. Il Commonwealth of Italy potrebbe senza arrossire comprare tutti gli F35, gli elicotteri, le fregate lanciamissili, i droni, i carri pesanti che occorrano. Occorrano per cosa? Per difendere la demoplutocrazia planetaria. Washington arruola mercenari a costo zero, anzi a profitti sulle fatture F35.

A.M.C.

F35, GUAI A FARNE A MENO

Volevamo, io tra i primi, i tecnici al governo? E Mario Monti ha preso a ministro della Difesa l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Nessuno più tecnico specifico di lui, che ha prontamente provato a proteggere da tagli le spese militari. Ci riuscirà? Non ce la farà?

Avere civili a capo del dicastero un tempo ingenuamente chiamato ‘della Guerra’ era stata un’improvvida conquista liberale, persino popolare. Oggi un corteggio di ex ministri civili, comprendente guerrieri quali Parisi, Martino e La Russa, subisce la mortificazione che sotto Monti un loro successore non sia stato espresso dalla milizia partitocratica ma dai  guerrieri difensivi con greca e stelle da ammiraglio. E’ tempo che il Sindacato degli ex-ministri bellici (si vis pacem para bellum) si appelli al Comandante supremo delle Forze Armate, lassù sul Colle, perché fermi in tempo la degenerazione a danno dei borghesi RAM (ridotte attitudini militari). Quando l’ammiraglio lascerà, nessun gallonato si faccia strane idee; dovrà toccare a un politico di lungo corso e soprattutto puro, nel senso che sappia fare solo politica.

Non solo. Visto che oggi la nostra macchina da guerra è composta anche da donne, amazzoni procacette in vario grado imbattibili nel combattimento, è giusto che alla sommità del dicastero della Difesa Pacifica si alternino politici dei due/tre sessi oggi riconosciuti. A questo fine il solco è stato tracciato in Spagna da J.L. Rodriguez Zapatero. Non solo sovrappose a tutti i mariscales y almirantes la donna politica Chacon, ma esigette che volasse in Afghanistan ad ispezionare il contingente spagnolo col pancione di gestante. Non se n’è parlato molto, ma il Ministerio de la Defensa dové ordinare un piccolo stock di giubbotti antiproiettile/antimissile, sia della misura Lieta Attesa, sia di quella Neonatale, putacaso la ministra venisse colta dalle doglie nelle truci valli talebane.

Purtroppo l’anelito femminista di Zapatero non ha portato fortuna alla Chacon. Perso per la deplorata vittoria di Rajoy il Ministerio, la molto onorevole Chacon è stata anche sconfitta da un maschio nella contesa per il ruolo di capo del Partido socialista obrero. Non un buon precedente per le nostre -Santanché Melandri Craxi Finocchiaro Rosy Bindi- che aspirano a succedere all’Ammiraglio quando il 2013 avrà restituito la Patria ai partiti.

 

Parliamoci chiaro. Se mai si può parlare di un momento in cui la Repubblica è sotto la minaccia di potenze nemiche, e deve prepararsi a combattere nel nome della pace e della ‘più bella delle Costituzioni’, il momento è questo. Le minacce sono sì invisibili, ma proprio per questo più pericolose.

Nessuno può escludere p.es. che i Talebani cerchino una spiaggia o un porticciolo velico qualsiasi dalle Alpi al Lilibeo per rifarsi delle sconfitte subite dai Navy Seals. Non ci sono parole che bastino per descrivere la sfida delle divisioni aviotrasportate e delle squadre navali talebane. E chi può escludere la rabbiosa vendetta dell’Estonia, della Repubblica Dominicana, di altre potenze, per le volte che gli atleti azzurri sbarrarono loro questa o quella strada olimpica?

Le minacce che incombono sono tali da richiedere, oltre alla militarizzazione degli storici opifici d’armi bresciani, un extra sforzo produttivo sia delle fabbriche Finmeccanica, sia dei colossi degli armamenti dell’intero campo demoplutocratico. In più si dovranno prevedere acquisti si-vis-pacem in Cina e in altri paesi emergenti o emersi. Nessun sistema d’arma o macchina ossidionale andrà trascurato, tanto multiformi e polidirezionali presentandosi le minacce.

Con alcuni millenni di conquiste, o almeno di spedizioni, dietro di noi, diciamo la verità. Abbiamo nemici su tutti i quadranti dell’orizzonte. Perché non potremmo subire un furioso contrattacco di Cartagine dopo i colpi subiti da ben quattro Scipioni -Africanus, Asiaticus, Aemilianus e Nasica detto Corculo- delle cui devastazioni la Repubblica nata dalla Resistenza è responsabile, non solo civilmente? Forse che il Tesoro è assicurato contro una possibile querela di Zagabria per la distruzione della capitale dei Dalmati, attribuita al predetto Nasica Corculo?

La Gallia, l’Ispania Betica e quella Tarraconensis, la provincia Retica, la terra dei Parti e varie altre ex-colonie di Roma pullulano di teste calde intente a scatenare class actions. Non parliamo di etnie che i nostri bisnonni oppressero di recente. Non solo, è chiaro, gli abissini di Ras Tafari e gli ottomani del Dodecanneso, anche gli stessi Shqipetari d’Albania. Tutti gli aventi causa delle genti da noi sopraffatte nei secoli potrebbero unirsi a nemici d’oggi, questi ultimi tanto più pericolosi in quanto fingono di non esistere.

Bando ai mezzi termini: non ci sono divisioni corazzate, portaerei e flotte da battaglia che bastino. Abbiamo sommergibili inadeguati, capaci di operare solo in acque costiere, lagune e acquitrini; tra l’altro non si vede perché i nostri U Boote non debbano essere propulsi al più presto dalla fissione dell’atomo, come quelli non solo delle superpotenze ma, chi può escluderlo, di Ceylon e dell’Ecuador. Che media potenza siamo se non aggiorniamo incessantemente la panoplia termonucleare, purtroppo ancora in divenire?

 

E’ vero, un recente vertice tra gli arazzi, i corazzieri e i lacché della Casa di tutti gli Italiani ha dovuto, a causa dello spread, esaminare tagli semisimbolici alle commesse miliardarie per F35 ed altri armamenti di punta. Ma si è trattato di un momentaneo, rischiosissimo smarrimento dei supremi decisori: ricattati da jene e sciacalli del rating, incalzati dal populismo demagogico, insidiati dalla tentazione pacifista. Se non avessimo una cornucopia di generali a quattro stelle saremmo perduti. E poi: per un paese che adempia agli Obblighi delle Alleanze, la venticinquina di miliardi della spesa militare è il minimo assoluto. Mancasse la venticinquina, i guerrieri del Senusso emetterebbero sconci crepitii al nostro indirizzo.

Quello dei crepitii è una brutta abitudine della Quarta Sponda; contagiò anche il normanno Ruggero signore della Sicilia. Scrive lo storico arabo Ibn Al-Athir: “Quando il suo parente Re Baldovino mandò a Ruggero una delegazione per proporgli la conquista della costa d’Africa, Ruggero, levata una gamba, fece una gran scorreggia. Poi dichiarò: ‘Affè mia, questa vale più di codesta vostra proposta’ (da ‘Storici arabi delle Crociate’ a cura di Francesco Gabrieli, Torino. Einaudi, 1963). Per completezza, riportiamo dal dizionario Devoto-Oli la definizione della particolare risposta di Ruggero ‘levata una gamba’: ‘Emissione di gas intestinali dall’ano’.

 

Contro i possibili crepitii dei Senusso servono gli F35, servono 17 nuove fregate della classe FREMM, nonché batiscafi, palloni frenati e molto di più. Su questo i feldmarescialli del Consiglio supremo non transigeranno, oppure sì ma passata la sobrietà si rifaranno.

 

Che poi detti feldmarescialli non sono né belluini, né senza cuore. La nostra Difesa Pacifica, oltre a corrispondere stipendi, vitalizi, rimborsi viaggi e convegni, vacanze ristoratrici e rette dei collegi militari, deve anche alloggiare i guerrieri, le famiglie, le coppie di fatto, i pensionati con badanti, le vedove, le figlie nubili. Deve sussidiare il personale che voglia comprare l’alloggio occupato ma non disponga di credito bancario. La trasformazione delle Forze in una realtà solo volontaria ha accresciuto ‘a dismisura’ -sottolinea un documento ufficiale della Camera dei Deputati da noi sbirciato su Internet- il fabbisogno di alloggi. Nel 2011 si valutava ne servissero 51 mila, contro una disponibilità di 18 mila. Il resto è da costruire o reperire, con una spesa non indifferente cui dovremo a tutti i costi far fronte (nuove carceri e ostelli per barboni attendano). Gli alloggi dei generali ed ammiragli sono sontuosi, ma quelli dei marescialli d’alloggio spartani.

Sbaglia di grosso chi crede che le FF.AA. servano solo a presidiare confini, a pattugliare cieli e oceani. Nessuno si sogna di gareggiare col Pentagono per dovizia di trattamenti alle famiglie degli Invincibili. Ma ci sono standard da rispettare perché i combattenti  alloggino decorosamente, dimodoché sempre più amino la Più bella delle Costituzioni.

Porfirio

IL SUD PROPULSORE DEL RISORGIMENTO

Ma quando un nuovo scatto?

L’impegno divulgativo della produzione storiografica contemporanea profuso da Paolo Mieli sul “Corriere della sera” è sicuramente meritorio, anche e soprattutto quando dà conto (sempre ampio e accurato) di studi e ricerche italiane e straniere che mettono in discussione e magari fanno giustizia di più o meno vecchi miti,  luoghi comuni e consolidate versioni di vicende vicine e lontane nel tempo. La verità storica, ammesso che possa mai essere appurata fino in fondo, non lo è comunque mai in modo definitivo e il revisionismo di per sé non è certo  peccaminoso. A patto, naturalmente, che non lo si pratichi per partito preso, senza pezze d’appoggio adeguate e interpretando fatti e dati con troppa disinvoltura.

Ciò vale senza riserve anche per le ormai numerose opere riguardanti un tema reso ancor più delicato dalle sue connessioni con l’attuale problematica politica nazionale: quello della collocazione del Mezzogiorno nel Risorgimento e nella gestazione dell’Italia unita. Lo abbiamo già affrontato nel nostro bilancio a puntate del Centocinquantenario, ma la recensione che Mieli, appunto, ha dedicato il 10 gennaio scorso ad un saggio di recentissima pubblicazione ci induce a riparlarne. Intitolato “Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (1830-1861)” e firmato da Eugenio Di Rienzo, esso focalizza in particolare il ruolo dell’Inghilterra nella distruzione di quel regno.

Un ruolo notoriamente molto importante, che questo autore sembra ritenere addirittura determinante e del quale sottolinea e documenta le motivazioni di fondo: la difesa con ogni mezzo dell’egemonia inglese nel Mediterraneo e le conseguenti  reazioni all’ingratitudine del re Ferdinando II  per il sostegno di Londra ai Borboni nell’era napoleonica, alle sue mosse per liberarsi da ogni tutela e interferenza esterna e qualche gesto ostile compiuto dallo stesso sovrano di Napoli, prima con il rifiuto nel 1834 di accodarsi a Londra nel conflitto per la successione al trono di Spagna e poi impedendo nel 1855 la partecipazione di volontari siciliani alla guerra di Crimea in una legione anglo-italiana.

Tra le altre manifestazioni della multiforme politica antiborbonica dell’Inghilterra ancor prima dell’impresa dei Mille Di Rienzo annota l’appoggio fornito alla spedizione di Pisacane a Sapri nel 1857 e alcune pretese intimidatorie avanzate dopo il suo rapido fallimento. Non avendo ancora letto il libro non sappiamo se esso menzioni un precedente di segno opposto, ovvero le informazioni da fonte inglese che permisero al governo borbonico di stroncare su due piedi l’analogo tentativo dei fratelli Bandiera nel 1844.

Ma lasciamo da parte i dettagli e andiamo al nocciolo della questione. L’autore non manca di rilevare che la suddetta politica, legata ai nomi di Palmerston e Gladstone, venne poi apertamente criticata se non sconfessata da successivi governanti inglesi. Mostra tuttavia di escludere che fosse ispirata almeno in parte da considerazioni diverse dalla pura Realpolitik e quindi di dare poco o nessun credito alle vibranti denunce londinesi del carattere disumano del regime borbonico, stigmatizzato da Gladstone come “negazione di Dio”.

Un’apparente insensibilità, questa, che si estende al di là del rapporto Napoli-Londra. Nell’introduzione del libro il Di Rienzo si dice consapevole del rischio che il suo racconto possa essere “forse tale da portare acqua al mulino di quell’Anti Risorgimento vecchio e nuovo” contro cui ha recentemente tuonato in un altro libro anche il presidente Napolitano da lui di seguito citato. Ciò nonostante quest’acqua poi la porta eccome, e non solo oggettivamente.

Non si limita infatti a censurare il comportamento inglese nel suo complesso come “una delle prime e più gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea”. Cita altresì un collaboratore di Benjamin Disraeli secondo il quale, contribuendo all’annessione del Meridione al Piemonte, “il Regno Unito aveva prostituito la sua politica estera appoggiando un’impresa illegittima e scellerata che aveva portato all’instaurazione di un vero e proprio regno del terrore”. Tutto ciò, precisa l’autore, aiuta a “ricordare che l’unione politica del Sud al resto d’Italia avvenne senza il consenso ma anzi contro la volontà della maggioranza delle popolazioni meridionali” e che “quell’unione, che per vari decenni successivi al 1861 non fu davvero mai ‘unità’, sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale”.

E così anche lo storico serio e scrupoloso scivola nella teoria dell’intrigo, che nella fattispecie necessiterebbe di ben altri elementi probatori e, come spesso avviene in casi del genere, rimane sospesa nell’oscurità allusiva. Quale altra potenza partecipò al “complesso e non trasparente” complotto oltre all’Inghilterra? Mistero. Come può il favoreggiamento dell’impresa dei Mille da parte inglese, marginale benché non trascurabile, spiegare la conquista garibaldina di metà del regno borbonico quasi senza colpo ferire e il fatto che le camicie rosse, poco più di un’armata Brancaleone sia pure con un eccezionale condottiero, incontrò un’apprezzabile resistenza finale solo dopo la caduta anche di Napoli? Nessuno l’ha ancora spiegato, e una spiegazione alternativa è stata semmai ventilata chiamando in causa tradimenti o cedimenti interni al regno stesso.

Allo stesso modo, anziché “ricordare” che l’unione del Sud al resto d’Italia sarebbe avvenuta senza il consenso e anzi contro la volontà della maggioranza della sua popolazione, bisognerebbe dimostrare che le cose siano andate davvero così e, prima ancora, semmai, che porsi il relativo problema sia sensato. Forse che il regno delle due Sicilie era il prodotto di una consapevole scelta popolare cementata da un genuino sistema democratico? Quando fu abbattuto esso non si trovava certo all’avanguardia nel mondo, ma semmai all’estrema retroguardia, del processo evolutivo che doveva portare alla consacrazione, peraltro ancor oggi non integrale né incondizionata, del principio dell’autodeterminazione dei popoli.

Quel tanto di “diritto pubblico europeo”, ovvero diritto internazionale, di cui si poteva parlare nel cuore dell’Ottocento, conservava come soggetti predominanti monarchie ereditarie fondate su un “diritto divino” molto più che su una “volontà della nazione”, e l’ordine che regnava nel continente era ancora, in gran parte, quello dinastico-feudale della Restaurazione celebrata dal Congresso di Vienna dopo la tempestosa parentesi napoleonica. Tra le eccezioni alla regola non figurava certo lo Stato borbonico, che resisteva alle minacce anche interne solo grazie alla protezione assicuratagli dalla Santa Alleanza. E’ possibile condannare oggi il suo abbattimento in quanto “grave violazione” di quell’ordine, e quindi negare implicitamente, supponiamo in nome del legittimismo di allora, la legalità oltre che la legittimità storica di tutte le successive trasformazioni del sistema internazionale?

Nel contestare l’approccio di Di Rienzo possiamo però, anzi dobbiamo andare ben più in là. Gli si può senz’altro concedere che l’annessione del Meridione al Regno di Sardegna sia avvenuta senza il consenso della maggioranza della sua popolazione, non diversamente da altre parti d’Italia. Sappiamo da sempre che i famosi, o se si vuole famigerati, plebisciti inscenati per legittimare l’unificazione nazionale, con le loro più che “bulgare” maggioranze favorevoli, altro non furono che uno dei primi esempi di montatura democratica destinati a fare scuola su vasta scala fino a tutt’oggi. Per lo stesso motivo, tuttavia, non è neppure lecito affermare che l’unificazione sia avvenuta contro la volontà di popolazioni in gran parte analfabete e comunque incapaci di capire di cosa si trattasse e quale fosse la posta in gioco.

Ancor oggi, d’altronde, la scena mondiale continua ad offrirci esempi vistosi di grandi rivolgimenti prodottisi per scelta e per mano di minoranze persino esigue. Nella Russia del 1917 si insediò quasi senza colpo ferire un regime comunista ad opera di un minuscolo partito rivoluzionario, lo stesso che 74 anni più tardi, benché cresciuto a dismisura, venne spodestato in modo pressocchè analogo, ossia con minimo coinvolgimento popolare e nessuna tangibile espressione di volontà popolare. A provocare la svolta epocale bastò che a Mosca scendessero in piazza contro il golpe anti-Gorbaciov alcune migliaia di persone più o meno vogliose di democrazia e che Boris Elzin salisse su un carro armato per arringare la folla e rimandare i militari golpisti nelle caserme; l’appello allo sciopero generale restò praticamente inascoltato e il resto del paese rimase in attesa degli eventi.

Se questo avvenne nel 1991 in una grande potenza altamente industrializzata e culturalmente progredita, cosa ci si poteva aspettare dalle miserabili masse contadine e sottoproletarie che costituivano la schiacciante maggioranza del regno borbonico? Al massimo, quello che effettivamente avvenne: una parte di esse, specie in Sicilia, accolse Garibaldi come un messìa o un liberatore, e una parte  più numerosa si rivoltò contro lo Stato sabaudo o si diede al brigantaggio quando si accorse che il nuovo regime, ciecamente e anche brutalmente repressivo come usava allora e quanto meno maldestro, per quanto le riguardava non era migliore del vecchio e poteva apparire persino peggiore.

Di Rienzo, dunque, non va certo fuori strada allorchè afferma che l’unione non si tradusse in vera unità “per vari decenni successivi al 1861”. Forse esagera nel conteggio, perchè già con l’avvento al potere della sinistra la compartecipazione meridionale al governo dell’intero paese divenne massiccia e sistematica. Ha invece gravemente torto quando mostra di ignorare un fatto di capitale importanza e di grande rilievo storico simboleggiato, volendo, dalla stessa figura di uno dei maggiori protagonisti di questa compartecipazione. Quella cioè del marchese Antonio di Rudinì, che prima di capeggiare due volte il governo di Roma verso la fine del secolo, divenuto in giovane età sindaco di Palermo dopo l’unificazione, nel 1866 difese per tre giorni con le armi quel municipio assediato dalle bande di rivoltosi che avevano conquistato il resto della città, liberata in seguito dalle truppe di Raffaele Cadorna.

Quello del nobiluomo siculo sarà anche stato un caso limite, che tuttavia può ben considerarsi rappresentativo di una parte cospicua e probabilmente maggioritaria di un’élite socioculturale e quanto meno potenziale classe dirigente del Mezzogiorno che da vari decenni era ai ferri corti con il governo borbonico. Quando non lo combatteva apertamente con il favore delle circostanze lo sopportava sognando o lavorando per un’alternativa dentro o fuori dei confini del regno. Allo scoccare dell’ora fatidica non gli prestò alcun apprezzabile appoggio, lo tradì disertando o complottando oppure si schierò decisamente con i vincitori, magari anche solo per opportunismo, come suggestivamente raccontato da scrittori dell’epoca o più moderni quali Federico de Roberto e Giuseppe Tommasi di Lampedusa.

In attesa della pur contrastata evoluzione generale in senso democratico, accompagnata da un’altrettanto lenta ma progressiva acculturazione e presa di coscienza da parte delle masse popolari, solo una simile élite poteva avere titolo a rappresentare un popolo nelle sue aspettative e al limite nella sua volontà, nel Mezzogiorno come nel resto dell’Italia, dell’Europa e del mondo. Che essa sapesse sempre rappresentarlo in modo adeguato, al di là dei propri particolari interessi ed esigenze di classe, può certo essere contestato e spesso negato. Nella fattispecie, sono ben note sia le buone intenzioni che animarono gli sfortunati capi e sostenitori della repubblica napoletana nel periodo napoleonico sia l’autocritica di cui furono capaci quanti di loro sopravvissero alla repressione.

E’ da quel periodo, comunque, che si deve partire per mettere a fuoco il ruolo del Mezzogiorno nel Risorgimento. Finiti al patibolo nel 1799, i vari Carafa, Serra di Cassano, Caracciolo, Pagano, Fonseca Pimentel, ecc. non costituivano quella sparuta pattuglia di rivoluzionari, isolati dal popolo e forti solo delle armi francesi, di cui generalmente si parla nella vulgata della storia nazionale. Così come, all’inverso, il cardinale Ruffo, il principe di Canosa e i loro simili non possono considerarsi l’unico specchio fedele dei sudditi dei Borboni. I primi avevano invece dietro di sé un ceto neoborghese in ascesa e, nel tempo, anche il vigoroso riformismo del ministro Tanucci e l’apertura della grande cultura partenopea del Settecento.

Prima e dopo la loro sconfitta, la partita non si giocò, sul campo, solo tra opposti eserciti stranieri e le bande dei sanfedisti o lazzari antirivoluzionari, né i rivoluzionari poterono contare su un certo seguito solo nella capitale del regno. Al contrario, fu semmai in periferia e in particolare in Puglia che infuriarono aspri scontri, al limite della guerra civile, anche tra intere città schierate con i repubblicani o con i borbonici. In aggiunta ai fattori locali, il terreno era stato preparato, tra l’altro, da un’attiva propaganda massonica e da quella giansenista, di ispirazione democratica oltre che religiosa.

Quella che è stata definita la “prima sanguinosa pagina del Risorgimento italiano” poichè “una tradizione rivoluzionaria italiana del Risorgimento s’inizia proprio con i patriotti della Partenopea” (così lo storico Niccolò Rodolico), anche se in gioco non era ancora la causa nazionale, sfociò in un esodo dei vinti qualitativamente importante e non irrilevante neppure numericamente. Già nei primi anni dell’800 parecchie centinaia di esuli trovarono rifugio a Milano, e la loro stessa presenza nella capitale della Repubblica cisalpina e poi del Regno d’Italia fondati dal Buonaparte contribuì a promuovere quella causa. Un altro centro di immigrazione nonché laboratorio di italianità soprattutto, ma non solo, culturale divenne poi anche Firenze, capitale dello Stato italiano più liberale dopo la definitiva caduta di Napoleone.

Tra gli esuli napoletani a Milano spicca la figura di Vincenzo Cuoco, capostipite, si può dire, dei profeti del riscatto nazionale proprio sulla base di un’analisi critica di un’esperienza anche personale nel suo “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli” (1801), che lo condusse a coniare il celebre motto “L’Italia farà da sé”. Il suo pensiero, diffuso anche per via giornalistica, influì su Manzoni e il giovane Mazzini. Ma il profeta si rivelò tale anche in patria. Un eminente  promotore del patriottismo italiano a Napoli durante la Restaurazione fu Basilio Puoti, famoso per la sua pedanteria non meno che per la sapienza linguistico-letteraria (pare che in punto di morte sussurrasse “me ne vo, ma si può dire anche me ne vado”), maestro di numerosi conterranei tra i quali Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini, al quale confidava l’auspicio che gli italiani “parlassero come il Machiavelli ed operassero come il Ferruccio”.

Politicamente più diretto e attivo fu naturalmente l’impegno della Carboneria, sfociato a sua volta nel primo tentativo insurrezionale, sempre in Campania, nel 1820. Benché facilmente stroncato anche a causa della concomitante rivolta in Sicilia, ancora di tipo eminentemente separatista e quindi combattuto a mano armata dagli stessi insorti napoletani, esso servì da esempio e sprone al successivo moto dei liberali piemontesi (1821), divampato sia pure con esito ugualmente negativo in uno Stato italiano ancora più reazionario del Regno delle due Sicilie, tanto da riuscire sgradito persino a Metternich. L’animatore del moto torinese, Santorre di Santa Rosa, definì entrambi parti di un’unica rivoluzione, “la prima che si sia fatta in Italia da molti secoli senza il soccorso e l’intervento degli stranieri” ad opera di “due popoli italiani che dalle due estremità della penisola – dalla Sicilia al Piemonte – rispondono l’uno all’altro”, per concludere che nonostante la momentanea sconfitta l’Italia era “conquistata, non sottomessa”.

In realtà i tentativi e il comune insuccesso erano destinati a ripetersi nel 1848, con il là, comunque, dato nuovamente dal Sud. A muoversi per prime, stavolta, furono, anzi già nel 1847, Sicilia e Calabria (a Reggio l’ennesima richiesta di una Costituzione si levò all’insegna del tricolore), provocando un effetto domino che a ricominciare da Napoli mise a soqquadro, nell’anno fatidico per mezza Europa, l’intero paese. A Palermo, in una lezione all’università, un economista aveva lamentato alla vigilia che “oggidì è un vezzo dell’Alta Italia il raccomandare a noi moderazione e pazienza, il consigliarci di attendere; ma, oh Dio! Ho passato metà della mia vita senz’altro aver fatto che attendere”.

Malgrado il nuovo fallimento le premesse per l’affermazione, in un modo o nell’altro, della causa nazionale si stavano ormai creando anche nel Meridione oltre che sul piano internazionale. Le sollevazioni avevano assunto dimensioni e forza d’urto molto maggiori che in precedenza, come controprovato dalle varie migliaia di successive condanne a morte (peraltro commutate per lo più in ergastoli). Nel Napoletano liberali e democratici avevano fatto breccia in tutte le classi sociali, la Sicilia era stata liberata quasi interamente prima di soccombere, vittima anche della rivalità franco-britannica.

Partenopei e siculi parteciparono all’estrema difesa delle repubbliche di Roma e Venezia, alcuni perdendovi la vita. Un siciliano dei più illustri, lo storico dei Vespri Michele Amari, finì col convertirsi da un patriottismo prevalentemente insulare all’unificazione nazionale sotto la monarchia sabauda, aderendo, come altri due autorevoli liberal-democratici moderati del Sud quali Silvio Spaventa e Luigi Settembrini, all’indirizzo propugnato dal veneziano Daniele Manin. Amari, in verità, avrebbe preferito un’Italia, se non federalista, almeno con adeguate autonomie regionali, che lo Stato nato dalle annessioni del 1861 ritenne invece di non dover concedere.

Una scelta iniziale, questa, modificata molto e probabilmente troppo più tardi e che insieme con altre ma forse più di altre ha pesato sulle sorti del Mezzogiorno, non proprio “magnifiche e progressive”, fino ai giorni nostri, e quindi anche su quelle del paese nel suo complesso. Il tutto, però, a lungo andare, con preminenti, benché certo non esclusive, responsabilità delle classi dirigenti meridionali, alle quali in 150 anni non sono sicuramente mancati i modi e le occasioni per difendere i diritti e promuovere gli interessi delle loro terre e dei loro popoli anzichè privilegiare i propri come sono spesso sembrate fare. Nuovi scatti come quello di cui sono state capaci nella prima metà dell’Ottocento, insomma, sarebbero stati assai opportuni. Ma finora non ve n’è stata traccia.

Franco Soglian

LETTONIA, IL VOTO DI OGGI E LE STORIE DI IERI

Oggi in Lettonia si vota un referendum per rendere il russo seconda lingua ufficiale dello Stato. La questione è più importante di quel che potrebbe sembrare, per un Paese in cui il 30% della popolazione è russa. Per capire le ferite che questo voto riapre bisogna conoscere la storia dei paesi baltici, un remoto angolo di nord est dell’Europa spesso ricordato solo per le bellezze locali (più che per il recente europeismo) o direttamente dimenticato.

Dopo l’annessione sovietica – costellata di deportazioni ed eccedi – Estonia, Lettonia e Lituania sono state popolate da Stalin negli anni ’40 di cittadini russi. Qui sono rimasti per gli anni successivi, imparando a sentirsi a casa in un Paese di cui però in pochi hanno imparato la lingua e la storia. Spesso, anzi, hanno mantenuto un forte legame con la Grande Madre Russia.

Questo ci porta al 1991, quando le repubbliche baltiche ottengono l’indipendenza dal blocco sovietico. Timorose di perdere quanto appena guadagnato, stabiliscono delle leggi sulla cittadinanza e sul diritto di voto discutibili anche se forse necessarie (è una questione che lasciamo agli storici). In Lettonia si decise di dare la cittadinanza solo a chi poteva vantare ascendenti residenti in Lettonia prima del 1940. Nel 1995 la cittadinanza, e con essa il diritto di voto, venne estesa a chi, pur non rispettando il requisito “di sangue”, era in grado di superare un esame di lingua e cultura lettone.

Con questi precedenti in mente, e questa situazione sociale e giuridica, si deve guardare al voto di oggi. Riconoscere il russo come seconda lingua ufficiale dello Stato avrebbe delle sicure conseguenze. E se per alcuni allunga le ombre di un passato ancora inquietante, per altri rappresenta l’occasione di un riscatto non solo concreto ma anche ideale.

Tommaso Canetta

DELENDA RAI

E io insisto che il Servizio ‘Pubblico’ va cancellato, non riformato. Delenda Rai. Come la faccenda è andata in Italia, il servizio pubblico è irriformabile. Il massimo che si possa conseguire è un ingozzarsi meno porcino dei partiti nel truogolo del canone e della pubblicità; ed una ‘più equa’ spartizione tra bande rivali.  E’ il concetto della radiotelevisione pubblica che occorre cancellare punto e basta.

Lo Stato si riservi solo, d’imperio cioè senza addossarsi costi, un ristretto spazio per annunci di pubblica utilità e per quella parte dei programmi culturali e civici che sia assolutamente certo non verrebbe accolta dai media privati.  Al posto della Rai Grande Meretrice, una Bacheca Ufficiale dell’etere, secca, secchissima. Soltanto le notifiche dovute a norma di legge, i preavvisi di calamità e pandemie,  gli auspicabili esperimenti di partecipazione dei cittadini alla conduzione della Polis. Per risparmiare, sostituire con uno spot di 10 secondi  l’allocuzione di capodanno del Capo dello Stato/Comandante supremo delle mai sconfitte Forze Armate. Divieto assoluto di pubblicità; assunzioni quante le dita di due mani; stipendi da settore scuola.

Tutta la Rai, spazi, frequenze, patrimonio, risorse umane -a canone abolito- va messa sul mercato, smembrata o in blocco, l’importante è che trovi acquirenti, non importa quali. Con ogni mezzo vanno incoraggiate le offerte straniere: compri chi offre di più,  quale che sia il continente o il colore. Penalizzati con extra prelievi fiscali gli acquirenti, nazionali o stranieri, che già controllino segmenti di media italiani. E se nulla riuscisse a scoraggiare le lobbies e i poteri forti di casa nostra, poco male. A canone cancellato, padroni gli acquirenti di dissanguarsi a pagare le migliaia di dipendenti Rai; oppure padroni di licenziarli, sostituendoli con call centers bengalesi. Uno Stato che nega una branda al coperto ai down-and-out e il pane alle famiglie dei carcerati non deve sentire alcun obbligo verso zerbinotti e scrocconi del canone. Attingano al benessere conseguito a partire dalla “Liberazione” del 1945: allora i dipendenti dell’Eiar (regime precedente) non trovarono compassione (né la meritavano).

Il sacrosanto è che i contribuenti non sostengano più -col canone, coi sussidi, col ripianamento dei debiti- la propaganda di regime, i circenses (intrattenimento, glutei delle pornovallette, moda, sport, guitti e cantautori impegnati, et cet.), la cultura di tendenza, i sociologismi di comodo, le lacrime sul disagio riganti guance radiotelevisive niente affatto smunte, tutti gli altri orrori di una televisione ormai inguardabile, escrementizia. Quando si tagliano sanità, pensioni, asili nido e peggio, è grottesco, è osceno finanziare l’imbonitura di regime e anche la ricreazione nazionalpopolare. Abolita la Rai, un pachiderma imbizzarrito che sarebbe stato già abbattuto se la nostra fulgida Costituzione avesse imposto il rispetto dei pronunciamenti referendari, pesino sugli acquirenti privati, non sui contribuenti, i costi dei programmi ebetizzanti. Se la volontà popolare contasse, un referendum ‘Volete abolire il Canone e vendere la Rai’ sarebbe un’esplosione liberatrice, come la cadura del Muro di Berlino.

Caso mai nessuno si comprasse le tre reti-bidoni, più le superfetazioni Rai-Quirinale. Rai planetaria, Rai metafisica, Rai iperborea, Rai calcistica ed altre, avremmo comunque fatto tre affari: risparmiare soldi, cancellare uno sconcio, garantire con un antivirus assoluto -l’assassinio del servizio ‘pubblico’- l’intelligenza del popolo.

A.M.Calderazzi

FRAGA IRIBARNE SUICIDO’ LA SUA GRANDEZZA

Qualcuno sosterrà che a Manuel Fraga capitò due volte di reggere la Spagna attraverso  i discepoli o diadochi J.M.Aznar e Mariano Rajoy. I due seppero vincere le elezioni e divennero presidenti del governo; Fraga non pervenne al vertice cui era predestinato. Si fermò a vice-premier e ministro della Gobernacion sotto Carlos Arias Navarro. Il momento di gloria era stato tra il 1962 e il l969, quando da ministro delle Informazioni e del Turismo Fraga aveva condotto il Caudillo, uomo di convinzioni granitiche, verso l’apertura e la liberalizzazione, anzi verso una misurata libertà. Da quel momento la Spagna accelerò il passo verso la modernità e la fine della dittatura.

Fraga era arrivato così in alto come il prodotto migliore di quella meritocrazia che in parte strutturava il regime dopo l’aspra fase seguita alla vittoria militare. Giovane di talento eccezionale, poco dopo la laurea era risultato primo nei tre concorsi più ardui di tutti: magistratura, uffici delle Cortes, cattedra universitaria (aveva scelto quest’ultima). Inevitabilmente tanta bravura aveva attirato l’attenzione di  Francisco Franco. Chiamato nel governo quando ancora non esisteva un primo ministro e i capi dei dicasteri riferivano direttamente al Caudillo, presto il giovane prodigio si profila non solo come ministro di spicco ma anche come uomo forte e credibile aspirante a succedere a Franco.

Poi i giochi di regime da una parte, dall’altra l’avvicinarsi del pluralismo da lui stesso promosso mettono Fraga di fronte alla scelta: muovere dal franchismo per farlo evolvere in una formula nuova, una ‘terza via’ interclassista, oppure trasbordare dalla eccezione spagnola alla conformità occidentale: democrazia elettorale, parlamentarismo, partiti.  Complessato per l’essere stato  gerarca, il Nostro fa la seconda scelta e fonda un partito come gli altri, una pedestre Alianza Popular. E’ il partito della Derecha, cbe  nel tempo di Reagan e Thatcher riprende il liberalconservatorismo di Antonio Canovas del Castillo, il maggiore artefice della stabilizzazione politica sotto Alfonso XII. Chiuso mezzo secolo di guerre carliste e di aspri conflitti di fazione, Canovas riuscì ad associare al suo disegno l’intera classe di potere. I suoi conservatori e i liberali di Sagasta si sarebbero stabilmente alternati al governo fino al 1923, quando il disfacimento del paese suscitò l’acclamato colpo di Stato antipolitico, antipartitico, corporativo e filosocialista del generale Miguel Primo de Rivera. Il quale modernizzò la Spagna ‘all’autoritaria’ e cadde quasi sette anni dopo per  l’odio dei reazionari e per le conseguenze della Grande Depressione.

Fraga scelse di offrirsi come il nuovo Canovas del Castillo invece che come il rielaboratore dell’opera di Primo de Rivera, il dictador che, sbaragliati i notabili della politica oligarchica, aveva  governato coi tecnici (i due principali tra i quali erano trentenni) e col capo dei sindacati socialisti, attuando grandi opere pubbliche, costruendo scuole e case popolari, spegnendo i conflitti di lavoro con le commissioni paritarie d’arbitrato e realizzando il primo nucleo di Welfare State, le prime provvidenze pubbliche.

In sostanza Fraga valutò che nulla potesse essere recuperato e rilanciato del mezzo secolo di interclassismo autoritario, piuttosto avvicinabile a formule miste, ‘nasseriste’, ‘peroniste’ persino “comuniste cinesi”, oggi vigenti piuttosto che alla liberalplutocrazia dell’Occidente. Voltare le spalle al franchismo era inevitabile. Non lo era scegliere, come Fraga fece, il versante conservatore del parlamentarismo ‘alla democratica’. Invece di farsi trasformatore del franchismo in una ‘terza via’ primoriverista e gollista, Fraga aderì al canone democapitalista risultato vincitore solo per l’implosione del comunismo.

 

La ‘promessa’ che fu mancata

Una volta che Fraga Iribarne, in quel momento ambasciatore di Spagna a Londra, mi fece l’onore di ospitarmi un paio di giorni nell’ambasciata, notai che le lenzuola del letto degli ospiti, non molto prima servito a Juan Carlos ancora principe designato al trono, erano sì fregiate della corona reale, ma presentavano virtuosi rinacci: fatto assai encomiabile. Dopo una colazione cui sedevano anche alcuni maggiorenti madrileni, ministri o boiardi di Stato, dormicchiavo su un canapè quando l’ambasciatore, evidentemente disdegnoso del costume della siesta, mi trascinò in una passeggiata igienica a due attorno ai superbi edifici di Belgrave Sq. Mi illustrò a grandi linee il disegno canovista della sua Alianza Popular.

Come potetti, data la mia insignificanza, provai ad obiettare che la fisionomia di partito dei banchieri e delle duchesse non avrebbe coinvolto abbastanza spagnoli. Nel suo ottimo italiano -era anche eccellente linguista- Fraga rispose testualmente: “Calderazzi le prometto: il manifesto programmatico del mio partito conterrà formule che neutralizzeranno le  sue obiezioni”.

Non neutralizzarono. Le cose andarono come andarono. Alla prima prova elettorale i risultati furono deludenti. Scelsero Alianza Popular soprattutto banchieri, duchesse ed associati. Nel 1982  Felipe Gonzales portò al trionfo i socialisti, allora ancora degni di rispetto. Bisognò che con gli anni il potere felipista dimostrasse con gli scandali d’essere un regime di malaffare democratico-craxiano perchè il partito di Fraga, ormai capeggiato da Aznar, vincesse le elezioni e governasse per due legislature senza gloria. Manuel Fraga, che per conformarsi alle regole del ‘Club Democrazia’ aveva preferito l’opzione democapitalista invece di farsi fondatore del nuovo, andò a fare il presidente della Galizia. Da Santiago di Compostella  lanciò, molto sommessamente, un solo messaggio di valore universale: che il futuro apparterrà a una delle formule della democrazia elettronica (v. questo numero di Internauta). Poi più niente di importante venne dall’uomo della grande alternativa al franchismo sì, ma anche all’elettoralismo, ai partiti, agli scadenti riti della democrazia.

Manuel Fraga Iribarne avrebbe dovuto dimenticare Canovas del Castillo e il liberalismo dei grandi proprietari. Avrebbe dovuto stare alla larga del destrismo moderno, che al livello più evoluto era al massimo Georges Pompidou. Avrebbe dovuto rovesciare il tavolo, respingere l’omologazione, lasciare il pensiero unico ai sovrani scandinavi che vanno in bicicletta, ricordarsi del ruolo che gli spettava di produttore del nuovo e dell’anticonvenzionale.  Avrebbe dovuto essere coerente con la sua vocazione.

Alla vigilia della fine del Caudillo aveva in mano alcune leve del potere. Invece di mobilitare mediocri attivisti di partito e inesperti galoppini elettorali avrebbe potuto riprendere, aggiornare e rilanciare il giustizialismo filosocialista della dittatura Primo. Ritenne invece di iscriversi all’impostura democratica, dimostratasi così conveniente ai detentori della vera ricchezza che le liturgie della frode parlamentare si sono allargate nel mondo in simultanea all’ingigantimento dei divari sociali. M.Primo de Rivera combatté questo imbarbarimento. Rifiutò i precetti della democrazia, però agì concretamente per migliorare la condizione proletaria: case, assistenza medica, pensioni, salari, parità con gli imprenditori nelle commissioni d’arbitrato.

Fraga, che aveva insegnato la sociologia nel maggiore ateneo della penisola,  che vantava di portare gli studenti a conoscere de visu la realtà delle borgate povere della capitale, valutò che la scelta della giustizia sociale non  pagasse. Il risultato fu miserevole.

Prima di smentire se stesso, prima di prendere la tessera della rispettabilità democratica, prima di diventare ripetitore di un verbo ‘derechista’ messo a punto nell’Ottocento, Fraga era stato il migliore tra i protagonisti della realtà spagnola. Nessuno era pari a lui per pensiero e visione. I suoi concorrenti erano uomini di gestione: cominciando dai talentuosi Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo, che presiedettero il governo dopo Arias Navarro mentre Fraga si attardava ad organizzare il partito del torysmo-canovismo.

Il giorno che Fraga lasciava l’ambasciata a Londra, il 18 novembre 1975, un grande giornale britannico scriveva di lui “il più acuto tra gli spagnoli viventi”, e qualcuno corresse “tra gli europei viventi”. Volgendo lo sguardo a varie capitali non si trovava in alcun governante l’articolazione e le aperture culturali del Nostro. Da lui si attendeva che progettasse qualcosa di meglio della democrazia mezzadra del capitalismo. Qualcuno immaginava l’imminente età di Fraga come ‘gollismo’: ma a Fraga spettava di fare meglio di de Gaulle, che non era un pensatore né un re filosofo. Il generale aveva intuito che la sua missione grande era di riformare la società francese, di realizzare la sua Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Non ne fece niente, prigioniero della fissazione maniacale per la politica estera e militare.

Fraga era apparso fatto di una delle leghe più rare, la lega tra il filosofo, l’ingegnere sociale e l’uomo d’azione. Il libro-manifesto che scrisse alla fine del franchismo, “Proposta alla nazione spagnola, chiudeva spesso i suoi paragrafi con formule storicizzanti come “Y Dios con todos” e “Que Dios nos ayude”. Il suo ‘modello’ avrebbe dovuto ispirarsi alle glorie e ai drammi del passato nazionale più che ai think tanks di Francoforte e New York.

Ecco alcune delle prospettive che Fraga annunciava:

-la cogestione nelle imprese “perché, scriveva, non squillino le trombe di Gerico” e “perché i partiti non si facciano il nuovo Principe”;

– la  trasformazione dello spirito imprenditoriale perché sopravvivesse alla “agonia del capitalismo (“la Borsa non ha saputo sostituirsi al Santo Graal”). Qualcuno mi dica se uno che guardava al Santo Graal doveva abbassarsi a presiedere esecutivi di partito e a fare il deputato alle Cortes;

– l’integrazione dei ceti sociali “per sanare l’alienazione ed unire ‘las dos ciudades’, che poi erano the two nations d’Inghilterra secondo Disraeli”;

– l’esaltazione del lavoro “contro l’eroismo, per così dire inutile, del matador che faceva piangere Garcia Lorca; contro la maschia ferocia della guerra civile”.

Queste e molte altre enunciazioni suscitarono l’attesa che il Nostro volesse davvero “avvicinare l’utopia”. Strappare sì gli spagnoli al senso tragico del destino (Miguel de Unamuno lo lamentava accettandolo, mentre Fraga lo combatteva, pur rispettandone la forza). Chiudere sì’ a doppia mandata il sepolcro del Cid,  come invocò Joaquìn Costa. Ma anche tenere viva la tensione morale che fu la forza di un popolo conquistatore; che fu anche “la chiave della nostra grandezza, miseria ed anche follia”. La follia spagnola andava spenta e al tempo stesso andava fatta rinascere, sublimata.

Per ultimo. Fraga Iribarne elettrizzava quando proiettava nel futuro il pensiero, ispirato al passato e al tempo stesso costruttivo del domani, di un eroe del coraggio ideale, Ramiro de Maeztu, uno dei maggiori intellettuali degli inizi del Novecento, tra i primi a cadere davanti ai plotoni d’esecuzione repubblicani del 1936: schierato a destra ma al tempo stesso pienamente partecipe del corso filosocialista del dittatore Primo de Rivera. Quel Maeztu che si era affermato a Londra come guida del Guild Socialism (sorto lì come alternativa al marxismo) sembrava poter orientare l’azione politica di Fraga: muovere da destra ma in spirito di amore del popolo. Il guild-socialista Maeztu aveva pensato e agito all’unisono con quel generale aristocratico che parteggiava per la plebe, e che, abbattuto dall’odio dei reazionari, abbandonò volontariamente il potere dittatoriale e andò a morire in esilio qualche mese dopo.

La vicenda di Maeztu, di Miguel Primo de Rivera, come del resto di José Antonio figlio di quest’ultimo e fondatore della Falange -cioè di quel fascismo di sinistra che Francisco Franco soppresse fingendo di esaltarlo- ricorda quella dei fratelli Gracchi, gli eroi romani di parte popolare. I Primo de Rivera, marchesi e Grandi di Spagna, appartenevano all’alto patriziato tanto quanto i Gracchi che erano nipoti di Scipione l’Africano. Tiberio Gracco fu ucciso dai partigiani della fazione latifondista. Gaio Gracco si fece uccidere da uno schiavo quando, ferito, stava per essere catturato e finito. Ventitre secoli dopo i Gracchi restano nella storia come sfortunati tribuni della plebe. Anche i due Primo furono tribuni plebis.

A Manuel Fraga spettava di riprenderne l’opera: non nel contesto tragico che uccise Maeztu e José Antonio, anch’egli fucilato nel 1936, bensì in una Spagna pacificata e saldata all’Europa. Era stato Fraga a scrivere: “A Jerez de la Frontera, nel tempo imperiale di Carlo V, gli uomini non avevano da mangiare. Si mangiarono, letteralmente, tra  loro”.

Facendosi democratico conservatore, e fondando il partito dei banchieri e delle duchesse, Fraga suicidò la sua grandezza.

Antonio Massimo Calderazzi

STELLA, LA CASTA E DUE IMPRUDENZE

E’ una settimana che Stella -insuperabile nel genere che gli appartiene: denunciare le ruberie della Casta senza mai additare una via per sgominare la Casta- si impegna in un genere non suo. Gli ascoltatori di ‘Prima Pagina’, spesso precari, a volte tormentati dalla disoccupazione, lamentano le loro condizioni. Il noto editorialista, facendo forza sui propri istinti solidali, deve rispondere: non ci sono soldi, non possiamo garantire il posto di lavoro, non possiamo chiudere le frontiere ai prodotti che fanno chiudere le nostre fabbriche.

Qualcuno o qualcuna tra quegli infelici non si rassegna, insiste. Allora Stella si  libera degli scrupoli specialistici e tira fuori le unghie dell’imperativo politico. Stamane una insegnante lo ha investito: ‘mi si dice di riqualificarmi per un altro lavoro, ma mi sono laureata per insegnare, un altro lavoro non lo so fare’. Al che Stella ha gettato alle ortiche la severa tonaca della coerenza non-ci-sono-soldi-dimentichiamo-il-posto-fisso e con voce veemente si è lanciato nella proposta politica: “Uno Stato serio deve fare in modo che chi ha studiato da matematico lavori da matematico, chi da archeologo faccia l’archeologo”.

Ammirevole Gian Antonio, è un tenero, un cor cordium, e in qualche caso i piedi gli si staccano da terra e si libra. Dimentico delle centinaia di atenei che producono aspiranti a lavori da sogno, matematico archeologo musicologo cineasta, ingiunge ai governanti di ‘fare in modo’. Non ci sono soldi ma la collettività faccia in modo. Come, se non moltiplicando ‘n’ volte gli stipendi da matematico et cet?

Già più facile moltiplicare gli stipendi da archeologo, il nostro sottosuolo essendo ricchissimo anzi uberrimo di siti & reperti, basta scavare. Idem a favore di chi abbia fatto tesi musicologiche, metti, “Il canto gondoliero a Venezia dopo la serrata del Maggior Consiglio” o “L’arpa nei millenni”: uno Stato serio faccia proliferare cattedre, case discografiche, auditori, scuole di canto gondoliero e di conseguenza squeri per gondole, dimodochè ogni musicologo si realizzi, nel contempo percependo.

Il grido di battaglia di stamane me ne ricorda un altro di vari mesi fa. Per risolvere il problema, tremendo a Milano come a Helsinki, di integrare gli immigrati p.es. dall’Africa, Gian Antonio enunciò con bell’impeto: “Non lasciare che si formino ghetti periferici di sole etnie povere ma sparpagliare, sparpagliare gli immigrati nelle metropoli”. Chi deve sparpagliare se non questo o quel potere pubblico? Quindi, se nel tal quartiere le case quotano 14 mila/mq, comprarle e immettere gli immigrati. Se gli immessi non ce la fanno con le spese condominiali, subentrare.

In effetti dov’è il problema? Sparpagliare, immettere. Se i morti di fame si addensano agli orli delle periferie, anzi delle borgate sottoproletarie, è una bruttura che la collettività seria cancelli. Domanda,  non s’era detto che non ci sono soldi? Gian Antonio: no comment. Ma condòmini e inquilini delle case decenti, a molti euri/mq, saranno lieti degli sparpagli e delle immissioni? Li si possono requisire o espropriare? Riserbo di Gian Antonio.

Ecco perché osiamo auspicare: nessuno, salvo Sergio Rizzo, è stato migliore di Stella nell’investigare la Casta. Investighi sempre più, magari avanzi proposte antiCasta, e lasci a Monti Giarda Fornero e Passera i problemi mastodontici: i precari, gli immigrati, gli ultimi, i non graditi. Traduzione in lingua moderna del pliniano ‘Ne sutor ultra crepidam’: ‘Cordonnier, pas plus haut que la chaussure’ oppure ‘Pasticciere fa’ il tuo mestiere’.

Soldi e spread permettendo, i quadrumviri Monti Giarda Fornero e Passera faranno tesoro del pensiero di Gian Antonio e sparpaglieranno, punteggeranno lo Stivale di scavi archeologici e anche di squeri per gondole.

Porfirio

FEBBRAIO 2012

-INTERNAUTA esce ogni mese-

NOVITÁ: La redazione aggiornata è in
“CHI SIAMO”
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Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa. In INTERNAUTA, le linee politiche convivono.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

 

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, a una selezione dell’elettorato attivo. Sarà anche possibile la sovranità di ristretti corpi di supercittadini, sempre selezionati, sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


NOVITÁ: Nella categoria eBook libri, pamphlet e monografie scaricabili gratuitamente.


Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

COME LIBERARCI DEGLI OLIGARCHI

Si compiono 116 anni dalla pubblicazione degli Elementi di scienza politica di Gaetano Mosca, il maggiore scienziato italiano della politica. La sua concezione lasciamola descrivere a uno storico non di casa nostra, Wolfgang J. Mommsen, a lungo cattedratico a Karlsruhe: “Quasi lo specchio della prassi del parlamentarismo italiano, completamente staccatosi dalla democrazia liberale per trasformarsi in un sistema oligarchico in cui i professionisti della politica monopolizzavano i posti chiave dello Stato. Una continua lotta di piccoli gruppi dominanti, ciascuno con un’ideologia adatta ai propri interessi, destinata esclusivamente a giustificare il potere agli occhi delle masse”. Gaetano Mosca traduceva questi concetti in un’aspra critica del sistema parlamentare, “una forma degradata di democrazia in cui tutte le istituzioni dello Stato si trasformavano in enormi macchine di propaganda elettorale”.

Venti anni dopo, nota ancora Mommsen, Vilfredo Pareto si spinge più avanti: ogni fatto politico non è che scontro tra gruppi di potere. “Pareto nega qualsiasi validità oggettiva alle teorie politiche, e non nasconde il disprezzo per l’ordine liberal-democratico del suo tempo: nient’altro che il potere corrotto di un’élite già intimamente degenere”.

Il Trattato di sociologia generale  di Pareto è del 1916. Quasi un secolo dopo, i rifondatori del nostro regime, tra i quali dominano gli eredi del Pci, della Dc e del Msi, si dichiarano tutti liberal-democratici. Ma le circostanze sono tassative: se prevale il centro-sinistra ritornano appieno la Prima e la Seconda Repubblica. Il centro-destra è tutta Vecchia Politica. Nulla di diverso se risorgerà il centro-centro. E’ caduta anche l’ipotesi di una via giudiziaria alla rigenerazione.  Non avevano ragione Mosca e Pareto? Sbagliarono solo a non prevedere quanto ladre si sarebbero dimostrate quelle che chiamavano “élites”.

Si traggano le conseguenze da un secolo di conferme rispetto a Mosca e a Pareto. Del resto negli ultimi tempi alcuni politologi di palazzo hanno fatto ammissioni di non poco conto. Per Stefano Rodotà è sbagliato demonizzare tutte le implicazioni della “tecnopolitica”, portato della svolta telematica. Il monomane Giovanni Sartori (il quale conosce una sola salvezza, una sola prospettiva di miracolo: “il doppio turno alla francese”) fa meste previsioni sul finale trionfo di quello che chiama “il direttismo”. Per Domenico Fisichella occorre far nascere una “aristocracia civica”, beninteso nulla a che vedere con parlamenti e altri organi elettivi. Ernesto Galli della Loggia precisa: “Oligarchia è il nome tecnicamente appropriato per la classe dirigente italiana”. Domenico Settembrini ha sottolineato: “Il concetto di democrazia, preso alla lettera, comporta che il governo della città  sia affidato alla partecipazione diretta dei cittadini; né basta. Occorre anche che alla copertura delle magistrature si provveda esclusivamente  per sorteggio e per rotazione: unico metodo che impedisca la distinzione permanente tra la quasi totalità dei governati e la ristrettissima minoranza dei governanti”.

Il Settembrini considerava impossibile la democrazia “presa alla lettera”. Ma sbagliava. Sarà perfettamente possibile, coll’aiuto dell’elettronica, sorteggiare i politici per turni di un certo numero di mesi all’interno di un corpo ristretto in qualche modo somigliante alla “aristocrazia civica” invocata da Fisichella: per esempio mezzo milione di ‘supercittadini’ scelti impersonalmente dal computer tra quanti abbiano  non una semplice iscrizione all’anagrafe, ma meriti oggettivabili: qualifiche culturali, esperienze lavorative di qualche peso, volontariato, etc. Abolite le elezioni, spariranno gli oligarchi ‘liberaldemocratici’ maledetti da Gaetano Mosca  e da Vilfredo Pareto.

E’ dimostrato: i cosiddetti rappresentanti del popolo sono – dovunque nel mondo si tengano elezioni, non importa se regolari o scorrette- i Proci del nostro tempo. Impadronitisi della reggia altrui, gozzovigliano. Finché non torna Ulisse. Il senso di una democrazia diversa, diretta ma selettiva, è oggi appunto nella liberazione dai Proci.

I legislatori non possono diventare molti milioni, ma nulla impone che il popolo sia chiamato intero a legiferare. E’ logico limitare l’assemblea totale della nazione, cioè il referendum, a poche occasioni di speciale importanza, su temi semplici da definire. Della maggior parte delle deliberazioni andrebbero investiti piccoli segmenti di popolazione, selezionati dal computer in rapporto a oggettivi criteri di qualificazione; ai quali segmenti fosse facile fornire tutti gli elementi di giudizio. Questi ‘campioni di popolo’ o ‘macrogiurie’ si avvicenderebbero a turno, per sorteggio o con altri meccanismi. Il risultato sarebbe di impegnare nella funzione deliberativa, per un periodo di ‘servizio politico’ limitato nel tempo come era quello militare, 500.000 italiani o francesi per volta, un milione di americani per volta. Impegnarli proprio in quanto non sia più possibile  fare della politica una carriera, una gozzoviglia e un racket.

JJJ

SE SARA’ ECONOMIA DI GUERRA

La crescita non solo non è desiderabile, forse è anche impossibile. Il governo lavora a misure di sviluppo, ma la prosperità la fa il mercato, controparte sgradevole e niente affatto provvidenziale. Le misure  d’imperio producono finta crescita, poca crescita o nessuna crescita.

Diciamo che un tot di fabbriche, invece di portare i libri in tribunale, ingrossino la produzione: dove saranno i nuovi mercati di collocamento? La globalizzazione non ci è amica. Sul piano interno le misure espansive potranno stimolare alcuni consumi. Ma perché abbiano qualche effetto a breve dovranno indebolire il risanamento avviato, con circospezione eccessiva, da Mario Monti; cioè dovranno aprire nuove falle, nel momento stesso che il servizio del debito si farà costoso al limite dell’insostenibilità. Chi di noi non ama il benessere e lo sviluppo ininterrotti non avrà di che preoccuparsi di un pronto ritorno alle vacche grasse. E non è detto che il governo delle eccellenze tecniche -grazie a Dio sostituito alle diseccellenze, mariuolerie e ladrerie politiche- passi incolume attraverso le imboscate dei partiti.

L’uragano finanziario potrà lasciare i cieli dell’Occidente, ma un nuovo rigoglio della ricchezza è improbabile. La squadra di governo farà bene ad allestire un piano B, uno C ed anche altri: che fare in caso di nessuna crescita, di più decrescita, di maremoto grave.

Se le cose si metteranno male si andrà a un’economia di guerra: non rilancio dei consumi ma razionamento dei beni essenziali e calmierati. Requisizioni secondo necessità. Patrimoniale per tutti, minima sui poveri, sempre più alta sui ricchi (e il lusso, l’alta gamma e l’edonismo deperiscano, periscano). La tassazione dovrà essere espropriatrice oltre un certo livello. Verso la fine del secondo conflitto mondiale il  fisco degli USA arrivò a prelevare su certi redditi oltre il 90%, cioè ad avocare.

Innumerevoli proprietà ipotecate, cominciando dagli alloggi, andranno all’incanto: qualche controllo dovrà stroncare gli sciacallaggi e regolare le non evitabili vendite agli stranieri.  Quanti perderanno casa, bottega e lavoro andranno aiutati ad unirsi in comunità (un po’) assistite, in gilde e  in kibbuz, sole alternative alla miseria disperata. Le spese non indispensabili né urgenti andranno fermate, cominciando da sport, arte, cultura e turismo elitario. I bilanci militari e diplomatici quasi cancellati, bisognerà ripudiare trattati, convenzioni e alleanze di civiltà. Se l’Europa protesterà, si dovrà fare a meno dell’Europa. Le spedizioni militari, solo se sovrafatturate agli USA: mercenari e armi, a loro carico integrale.

Queste ed altre misure draconiane sono state e sono alla portata di qualsiasi governo di tipo democratico-liberale. Tuttavia in caso di emergenza estrema, coi barbari alle porte, ogni forma tradizionale, cioè obsoleta, di  democrazia e di libertà andrà accantonata. Gli scioperi, le lotte e le cagnare, manco a dirlo. L’assetto generale dell’economia e della società dovrà evolvere verso questa o quella forma di semi-socialismo e di disciplina collettiva, accettando arretramenti  e riscoprendo pratiche del passato. Per negare la necessità di queste ed altre cose occorrerà confidare nei miracoli. Cambierà la vita, e non in peggio.

Ione  

RIFLESSIONI CRISTIANE SU DUE DELITTI DELLA CHIESA

Il giorno delle Ceneri, 8 marzo, dell’anno giubilare 2000 fu, per volontà di Giovanni Paolo II, l’occasione di un solenne atto di penitenza: la Chiesa chiedeva perdono al mondo per i peccati storici -duemila anni- suoi e dei cristiani. Fu l’iniziativa più importante e innovativa del pontificato polacco.

Fu anche la più contrastata. Woitila aveva messo cinque anni per prevalere sui dubbiosi e sui contrari nella Curia e nella Chiesa, cominciando nel novembre 1994 con la lettera apostolica “Tertio Millennio adveniente”. Aveva istituito una commissione di studio teologico-storica, la quale convocò due colloqui internazionali, sull’antigiudaismo e sull’Inquisizione. “La Chiesa sente il dovere di riconoscere le colpe dei propri membri e di chiederne perdono” affermò il papa. Addusse alcuni esempi: le colpe cattoliche nella divisione tra i cristiani; l’uso della forza al servizio della fede: i battesimi coatti; i tribunali dell’Inquisizione; il mancato contrasto alla tratta degli schiavi (nostra nota: nel 1442 il pontefice incoraggiò il sovrano portoghese a praticare quel commercio) e allo sterminio degli ebrei. “La considerazione delle circostanze attenuanti non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi profondamente per le debolezze di tanti suoi figli”.

Le obiezioni a Giovanni Paolo furono pronte e significative. Il cardinale segretario di Stato, Sodano, osservò che un riesame globale della storia della Chiesa era ‘questione difficile e delicata’, stanti le perplessità dei cardinali (la maggior parte di essi, secondo i resoconti di stampa sul concistoro straordinario del giugno 1994). Vari porporati misero in guardia il papa dal rischio che il mea culpa apparisse una resa alla propaganda dei laicisti, dei comunisti, dei fondamentalisti islamici, dei sionisti. Si disse che  tra i principali avversari  fossero Ratzinger e Ruini, che il card. Biffi negava si potesse parlare di colpe della Chiesa, bensì di uomini di Chiesa. Un vescovo, Alessandro Maggiolini, deplorò ‘uno sprofondarsi in mea culpa che frastorna i fedeli’.

In quel momento di riflessione su due millenni si menzionò poco il temporalismo, ossia la cupidigia di potere e di ricchezza, che si fece soverchiante a partire quanto meno dalla ‘donazione di Sutri’, ottenuta da Gregorio II nel 728. Alcuni secoli dopo venne il tempo ‘glorioso’ di Gregorio VII e di Innocenzo III, due tra i massimi pontefici della storia. Con loro la Chiesa proclamò che il papa era sovrano sopra i sovrani, superiore dunque all’imperatore; e non arretrò di fronte a nulla pur di imporsi suprema.

Riprovevole com’era dal punto di vista evangelico, la teocrazia non era ripugnante,  aveva pur sempre qualche giustificazione politica. Invece il nepotismo, l’altro delitto di cui si parlò poco nel 2000, fu odioso all’estremo: fu spogliare i poveri per fare ricchi e potenti i parenti, i nipoti, i figli dei papi. I papi con figli erano abbastanza numerosi, soprattutto nel Rinascimento: ostentati, onorati, di norma accasati nelle dinastie, nell’alta nobiltà o là dov’erano grandi ricchezze.

Vari storici fanno risalire l’aumento del nepotismo al secolo XII. In realtà la degenerazione era già forte nel sec.IX, quando sorse la leggenda della papessa Giovanna: una donna di Magonza, oriunda inglese, che si travestì da uomo e, ascesa nella Curia romana, sarebbe riuscita a salire sul soglio pontificio. Spesso  il nepotismo cominciava con l’elevazione al cardinalato di ventenni, di adolescenti, sedicenni persino. All’inizio del XI secolo tutti i membri della Curia erano parenti degli Alberici, conti di Tuscolo. Numerose grandi famiglie contarono vari papi. Così i Colonna, gli Orsini, i Medici, i Borgia, i Fieschi.

San Girolamo, celebrato in tanti dipinti nell’ eremo a tradurre la Bibbia, con un leone accucciato ai  piedi, era stato cardinale  di Curia. Si rifugiò in Palestina per non diventare ricco come il  papa Damaso I di cui era stato consigliere intimo. La Camera apostolica cominciava ad essere ‘Mater pecuniarum’.

Tre secoli prima di Lutero, San Bonaventura cardinale e generale dei francescani definiva Roma la ‘meretrice dell’Apocalisse’. Lo stesso nome, meretrice di Babilonia, le davano gli eretici albigesi, che pervennero ad essere la metà degli abitanti del Midi francese. La Crociata contro di loro, ordinata da Innocenzo III, fu inesorabile, 20.000 morti solo a Béziers, centinaia di migliaia in totale. Imprecò il ghibellino Guglielmo Figueica o Figueira: “Roma traditrice, l’avidità vi perde, tosate troppo a raso la lana delle vostre pecore. Alleggerire i prelati delle loro ricchezze sarebbe  un atto di carità”.

Il papato degenera  nella fase che in Italia segue alla scomparsa di Carlo Magno; ma già nel VI secolo a Roma Gregorio Magno ha preso il posto dell’imperatore. Ugolino dei conti di Segni, divenuto Gregorio IX attorno al 1170, assegnò ai cardinali un terzo delle entrate dello Stato ecclesiastico, e nel 1288 Niccolò IV accrebbe l’elargizione alla metà. I cardinali, a volte di origini modeste, lasciavano alle famiglie superbi palazzi e possessi. Il francescano Pietro di Giovanni Olivi, una delle guide dei francescani Spirituali (morirà due anni prima del Giubileo di Bonifacio VIII) contò tre età del papato. Nella prima, terminata con papa Silvestro e coll’impero di Costantino, i pontefici erano poveri; nella terza sarebbero tornati poveri. Ci fu chi profetizzò che il papa Santo degli Ultimi Tempi sarà un monaco ‘uscito da una grotta’.

Niccolò III Orsini, messo da Dante nell’Inferno dei nepotisti, secondo le profezie escatologiche degli Spirituali aprì la successione dei papi più malvagi. Nota la ‘Cronaca’ del Villani (libro VII, capit.54): “Fu de’ primi papi nella cui corte si usasse palese simonia per gli suoi parenti”. Erano gli Orsini, che allargarono molto i loro domini a nord-ovest di Roma. Onorio IV, nipote di Onorio III cui succedette, aggiunse ai dominii del casato Savelli tre città e vari castelli. I Colonna fecero il loro balzo sotto Niccolò IV, nel cui regno la quota dei cardinali sulle entrate dei domini della Chiesa fu allargata da un terzo alla metà. Grazie ai papi della famiglia i Colonna giunsero a possedere 50 castelli, con le annesse proprietà terriere. Uno di tali papi, Oddo, era figlio di un cardinale.

Il papato raggiunse l’apice della potenza medievale con Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni). Fece morire centinaia di migliaia di Albigesi. Si proclamava rappresentante di Dio anche nella sfera temporale, perciò poteva nominare e deporre i re e l’imperatore stesso, poteva annullare le leggi civili quali la Magna Charta. Creò dal nulla la grossa fortuna dei parenti Conti nella Campagna romana. Era collegato alla dinastia degli Alberici di Tuscolo, cui appartennero 13 papi, 3 antipapi e 40 cardinali.

Autore della ‘Unam Sanctam”, manifesto della teocrazia su scala mondiale (”Chi non si assoggetta al Papa non ha salvezza”),  fu Bonifacio VIII, fondatore della dinastia Caetani. In collaborazione coi parenti, col prestigio del suo grado, con la violenza, col raggiro, pezzo per pezzo, creò la vasta signoria familiare che all’epoca garantiva potenza al papa, in un assetto curiale dove i cardinali basavano la propria influenza sui possessi e le ricchezze. I più gravi rivolgimenti del papato medievale si collegavano ad antagonismi personali e familiari. Per questo gli Spirituali, fedeli all’ideale di libera povertà che era stato lo spirito dei primi tempi francescani, rifiutavano come peccato la temporalità della Chiesa,  consideravano illegittimo Bonifacio VIII, che aveva forzato alla rinuncia il suo santo predecessore Celestino V.

Per Bonifacio VIII il Giubileo del 1300, coi suoi ingenti introiti, fu una straordinaria operazione finanziaria. L’avidità fu il suo vizio  principe, infatti figura nell’Inferno dantesco. Alla morte di Bonifacio i Caetani, in precedenza un casato non grande, contano 20 castelli e 3 cardinali nipoti, Invece che pastore, Bonifacio fu canonista e uomo di potere.  Fu anche un libertino: ebbe come amanti simultanee una donna sposata e sua figlia. Per combattere i Colonna, che aveva scomunicato, indisse una crociata cui concesse le stesse indulgenze dei crociati di Terrasanta.

Scrisse il cardinale Matteo d’Acquasparta: “Il papa è supremo tra tutti gli uomini: le nazioni del mondo gli obbediscono. E’ sovrano spirituale e temporale sopra tutti, in luogo di Dio”. Di uno dei suoi successori, Bonifacio XI (ultimo papa che portò il nome Bonifacio), si affermò che fu il più grande simoniaco della storia: vendette al migliore offerente tutte  le prebende, cioè le rendite dei benefici ecclesiastici. “Nessun beneficio ecclesiastico si può avere a Roma senza denaro” scriverà Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II.

Grazie ai redditi curiali e ai benefici le famiglie di papi e cardinali raggiungevano l’insuperata ricchezza dei magnati toscani e padani, protagonisti assoluti della finanza e dell’impresa a quel tempo.  Verso la fine del Medioevo la Chiesa possedeva da un quinto a un terzo della terra, e in linea di massima non pagava tasse.

Ad Avignone, dove il papato si trasferì per un settantennio (1303-77) il malcostume della Curia non si attenuò. Alcuni cardinali arrivarono a collezionare  400, persino 500 prebende. E Clemente VI, quarto papa avignonese, ebbe vari figli che, secondo l’uso, erano chiamati nipoti. Fece cardinali tre figli e altri sei parenti. Dicono fosse figlio suo quel Pietro Riario avuto da una sorella.

 

Abominio nel Rinascimento

I primi dodici secoli della Chiesa mostrano come il temporalismo e il nepotismo, più altri peccati mortali dell’istituzione, cominciarono assai prima del Rinascimento. Ci furono certo le anime grandi, come il santo arcivescovo di Firenze Antonino Pierozzi. Ma mai come nel Rinascimento aveva trionfato l’indifferenza dell’alta gerarchia all’insegnamento evangelico, anzi l’aperta scelta del male. Pietro Bembo, uomo dottissimo, dopo avere conosciuto a fondo la Curia quale cardinale e segretario di Leone X, scrisse che Roma era una cloaca piena degli uomini peggiori, la cloaca di tutta la terra. E uno sconosciuto ammonì: “Voi che volete vivere santamente, partite da Roma. Questa città est facta meretrix. Itali rident nos quod credimus resurrectionem. A Roma ‘buon cristiano’ viene usato in ironia”.

Leone X Medici, di cui si sostenne che aveva tentato di comprare Lutero con un cappello cardinalizio, fu uno dei massimi scialacquatori delle ricchezze della Chiesa. Uno scandaloso arcivescovo di Mainz gli promise 10.000 ducati in cambio della licenza di tenere tre vescovati. E verso il 1450 il vescovo di St.Asaph (Inghilterra) aveva introitato grosse somme dai suoi preti vendendo loro licenza a tenere concubine.

Tra le passioni terrene di Leone X va ricordata la caccia, che anteponeva alle funzioni religiose, al punto da portare frequentemente lunghi stivali venatori. Come scrisse il von Pastor, massimo storico dei papi, l’avvento di Leone fu una delle prove più severe cui Dio avesse sottoposto la Chiesa. Lutero ebbe buon gioco a denunciarne le colpe e a mettere alla gogna il domenicano Silvestro Prierias, il quale aveva proclamato “la Chiesa non può errare quando si pronuncia sulla fede e sui costumi”. Non mancò nemmeno la congiura di alcuni cardinali per avvelenare papa Leone. Il quale era stato eletto al soglio che non aveva 37 anni. Per le esigenze della sua politica temporalistica, Leone nominò 37 cardinali in un solo giorno. Fu insaziabile di interessi e passioni mondane.

Suo cugino Giulio de’ Medici divenne Clemente VII dopo avere ottenuto privilegi e incarichi da Leone X. Fino all’ultimo istante di vita si adoperò per  gli interessi della sua famiglia. Ancora von Pastor: “Dopo due papi Medici gli abusi nella Chiesa sono diventati scandalosi. Paolo III (Alessandro Farnese), successore del secondo papa Medici, era diventato cardinale a 25 anni e aveva avuto quattro figli da una donna che viveva nel suo fastoso palazzo all’Arenula. La sua corte era ‘regale’: 226 persone. I quattro saranno legittimati da Giulio II (Giuliano della Rovere), ‘uomo terribile’. Uno dei quattro, Pier Luigi, definito ‘feroce’, si vide assegnato lo stato di Parma e Piacenza. Nel caso di Paolo III bisogna parlare di figlismo, invece  che di nepotismo.Lo zio di Giulio II, Sisto IV (Francesco della Rovere), papa politico come pochi, principe più che pontefice, è restato nella storia come nepotista all’estremo.

Anche Paolo II (Pietro Barbo, 1417-71) aveva, come numerosi altri pontefici,  ereditato la tiara: era nipote di Eugenio IV). Ma almeno ebbe il merito religioso di avversare gli umanisti paganeggianti, cominciando dal Platina. Di Innocenzo VIII Cybo, simoniaco aperto, eletto nel 1484 (sposò il figlio Franceschetto ad una Medici) si disse che con lui il papato aveva raggiunto il punto più basso. Ma otto anni dopo ci sarebbe stato l’avvento di Rodrigo Borgia, Alessandro VI, nipote del  primo papa Borgia, Callisto III.

Le scelleratezze di Alessandro VI, che dopo avere comprato la tiara non cambiò la vita depravata all’estremo, sono talmente note che qui non vengono trattate. Ricordiamo solo: condannò a morte San Girolamo Savonarola, fece in modo che il figlio Cesare, cardinale giovanissimo e delinquenziale, costituisse un proprio stato nelle Romagne allargate; che la spregiudicata figlia Lucrezia, dapprima sposa a Giovanni Sforza duca di Pesaro, poi a Alfonso d’Aragona duca di Bisceglie (fatto assassinare dal fratello Cesare Borgia, il quale aveva anche sterminato vari signori dello Stato della Chiesa), infine al duca Alfonso d’Este, nella cui reggia ferrarese si fece ammirare ‘per bellezza, eleganza e cultura’.

Così era il Rinascimento. Così era la Chiesa del Rinascimento. Essa si  riassunse in Alessandro VI, ma molti altri “servi servorum Dei” gareggiarono nel male con  lui.

Ulrico di Hutten, il cavaliere e umanista della Riforma, sostenne che l’Imperatore germanico, se avesse tolto ricchezze e potere temporale alla Chiesa e respinto le pretese teocratiche, l’avrebbe liberata e purificata. Dopo Lutero, che aveva annunciato “Eravamo tutti hussiti senza saperlo”, si concluse che l’anima tedesca era la più profonda perchè si ribellava a Roma. E il Riformatore aveva chiesto: “se castighiamo i ladri con la gogna e i grassatori con la spada, perché non assaliamo piuttosto questi mostri di perdizione della Sodoma romana, essa che corrompe la gioventù e la Chiesa di Dio?”.

 

Il ‘piccolo’ nepotismo 

l documento ‘Admonet nos’ di san Pio V Ghislieri condannò ufficialmente il nepotismo: e in effetti si chiuse quello che gli storici chiamano  “nepotismo maggiore”, per il quale i parenti di pontefici e cardinali si costituivano in dinastie ricche e sovrane di stati territoriali. I papi non conferirono più ai parenti feudi e signorie, ma cariche e benefici molto lucrosi. Fino al1870 l’aristocrazia romana traeva metà dei suoi introiti dalla rendita agraria dei latifondi -in genere ottenuti dalla Chiesa- l’altra metà dalle cariche, benefici e affari vaticani.  Fossero introiti importanti: lo dicono, soprattutto a Roma e nel Lazio, i palazzi principeschi, i giardini, i castelli, le ville che portano i nomi di papi e di cardinali.

Fu il cosiddetto piccolo  nepotismo praticato specialmente da Paolo IV Carafa, Paolo V Borghese, Urbano VIII Barberini (che però tentò di risuscitare il grande nepotismo), Innocenzo X Pamphili. La degenerazione nepotista declinò sensibilmente nel Settecento e quasi scomparve nell’Ottocento. Ci fu un modesto riaffioramento con Pio XI, che assegnò un marchesato ereditario a Francesco Pacelli, fratello di Eugenio Pacelli (Pio XII), cardinale e già designato segretario di Stato. Il marchese fratello ricevette da re Vittorio Emanuele il titolo di principe per sé e per i discendenti. Crediamo di ricordare che il principe Pacelli ricevette altre posizioni, tra le quali la presidenza della LAI. Linee Aeree Italiane (la futura Alitalia). Però NON abbiamo verificato.

L’ultimo pontefice a fare nepotismo su scala gigantesca fu Urbano VIII (1623-44). Gli undici anni del suo successore Innocenzo X Pamphili videro le lotte armate con i Barberini e i Farnese (guerra di Castro), nonché il singolare legame del papa con la cognata donna Olimpia, la persona più importante della Curia, cui andarono accuse di immoralità. Il nepotismo di Pio IV aveva almeno prodotto due grandi cardinali, Carlo e Federico Borromeo. Nel 1605, cinque anni dopo la morte sul rogo di Giordano Bruno, ci fu anche il breve papato di un altro Medici.

Sotto Gregorio XIV Ludovisi governava il cardinale nipote Ludovico, efficace promotore degli interessi familiari. Non dimenticarono i parenti Alessandro VII Chigi, morto nel 1667, e Clemente IX Rospigliosi. Clemente X Paluzzi-Altieri mantenne la tradizione di far governare al cardinale nipote. Innocenzo XI Odescalchi nepotizzò poco, combatté il lusso e le pompe, però gli Odescalchi divennero principi e duchi in Ungheria. Succedette Alessandro VIII che arricchì i parenti Ottoboni, mentre ebbe  qualche efficacia la bolla contro il nepotismo (1692) di Innocenzo XII Pignatelli. Gli Albani divennero potenti dopo la morte di Clemente XI. Peraltro furono molti i papi eletti in quanto appartenenti a famiglie ricche e potenti. P.es.nel Mezzogiorno i Pignatelli, i Caracciolo, gli Imperiali avevano possessi così vasti da richiedere piccoli eserciti privati.

Finalmente Pio VIII Castiglioni, eletto nel 1809, proibì ai parenti di venire a Roma. Probabilmente fu il primo così severo nella storia della Chiesa temporale. Per quasi un millennio e mezzo  la consegna era stata “bisogna far per la famiglia”.

Tra il 1215 e il 1512 si contarono nove grandi Concili per riformare la Chiesa, ciascuno attestante il fallimento del concilio precedente. Il concilio di Trento avrebbe confermato il fallimento di tutti e nove. Nel mezzo millennio che seguì il clero italiano fece pesare la sua assoluta preponderanza a danno delle altre nazioni cristiane: fatto evidentemente assurdo. Niccolò Machiavelli, maestro pessimo col suo “Principe”, aveva nondimeno ragione a scrivere che il papato romano aveva scristianizzato gli italiani. In effetti aveva insegnato loro, dopo lo smarrimento delle invasioni barbariche e le durezze dell’alto  Medioevo, che il potere fine a se stesso era più importante che la salvezza dell’anima. La nostra coscienza morale era morta. Per i secoli a venire la scelleratezza si era configurata come “il modo di vedere italiano”.

Tutto ciò, oltre a spiegare l’indifferenza degli italiani alla Riforma, aggravava il giudizio del mondo sulla pratica millenaria e perfettamente ingiustificata di riservare il papato a potenti ecclesiastici italiani, quasi tutti con un parentado da arricchire e da portare al rango di principi. I palazzi, i castelli, i cardinalati, i pontificati delle famiglie principesche, quasi tutte italiane, che vantarono papi dicono la storia del nepotismo con la forza assoluta delle cose.

 

In conclusione. Il rapido incanaglimento della massima Chiesa della storia, nata da una mangiatoia, dal rivoluzionario Discorso delle Beatitudini e dal Golgota, degenerata nel temporalismo e nella rapina dei poveri per arricchire i parenti è un’immensa tragedia che non ha trovato il suo Eschilo o il suo Shakespeare. Per non meno di dodici-quattordici secoli i vertici della Chiesa hanno tradito Cristo in molti modi. Temporalismo e nepotismo sono stati tra i delitti più gravi, anche se c’è l’uso di parlare piuttosto dell’intolleranza, dei roghi dell’Inquisizione, delle molte guerre dei papi. Le turpitudini della Chiesa di vertice sono tra i grandi drammi della vicenda umana: non meno gravi delle guerre e della miseria. Inutile dire che le plebi sottoposte alle  signorie nepotistiche erano tra le più povere e ignoranti.

Nulla potrà sminuire il senso drammatico del mea culpa di Giovanni Paolo II, l’8 marzo dell’anno giubilare 2000.

A.M.Calderazzi