L’ULTIMA VOLTA CHE L’AMERICA HA CREDUTO NELLE PRESIDENZIALI

Mai nella storia dell’impostura democratica (=della favola secondo cui il popolo è sovrano nelle urne) è stato possibile conoscere l’esito long term di un voto, con la certezza di quest’ultima settimana di campagna per la Casa Bianca. E’ al di là di ogni dubbio: l’8 Novembre 2016 ha fatto trionfare il peggiore dei contendenti e la peggiore delle politiche. Tra la candidata di duecentocinquant’anni di consorteria di potere (nonché di cento anni di senescenza accelerata del sistema) da una parte, e il candidato dell’American Rifle Association dall’altra, il meno peggio non era possibile: non esisteva. Lo dicevano esistente e benemerito solo i megafoni del pensiero unico continuista, capeggiati dall’imbonitore Barack Obama.

La vigilia dell’8 novembre ha trasformato in certezza, greve come pesante platino, il sentimento che la giovinezza e la creatività dell’America sono finite. Finite a partire da un secolo fa, quando l’adolescente Repubblica delle foreste e delle praterie fu fatta mutare geneticamente in peso massimo diplomatico-militare. Il manipolatore fu Woodrow Wilson (si veda l’e-book “Casi di Tre Imperi”, Internauta-online, 2016, alla sezione ‘La Giovinezza dell’America spenta un secolo fa). Wilson signoreggiò la catastrofica pace di Versaglia, fu il demiurgo di fallimenti gravi (Società delle Nazioni/ONU), dette alla luce feti morti (Jugoslavia, Cecoslovacchia), fece partire la reazione atomica cui si deve -oltre alla successione di sciagure belliche voluta da Franklin Delano Roosevelt, Kennedy, Johnson, Nixon, G W Bush, Obama- la degenerazione dell’America nel monstruum del più aggressivo capital-consumismo.

Volendo permettersi la scelta tra due gaglioffi estremi, gli USA avrebbero potuto risparmiarsi una ripugnante campagna elettorale da almeno due miliardi di dollari. Avrebbero potuto mettere in un cappello i nomi di un tot di malfattori di grosso calibro e farne estrarre uno da un bambino bendato.
Veniamo allora allo storico insegnamento del 2016. Stomacando il mondo, facendo giganteggiare la spregevolezza di un congegno di selezione dominato da forze deteriori, di fatto l’America ha annunciato il momento di passare dalle elezioni al sorteggio: dalla democrazia oligarchica (oligarchia dei peggiori) alla randomcrazia. Se è dimostrato che i miliardi e le canagliate dei ‘Due del 2016ì non erano necessarie al fine di identificare il Poco di Buono-in Chief, in avvenire basterà estrarlo a sorte, negli USA come dovunque. Estrarlo a sorte tra i segmenti sociali desiderati: sommi bricconi come quest’anno, sommi gestori, sommi avvocati, sommi operatori del male, farabutti. Però ai malvagi si potranno preferire gli oggettivamente buoni: creatori di valori, scienziati meritatamente Nobel, filantropi in grande, perfino eroi della carità.
Nessuno espresso dal sorteggio, negli USA o altrove, potrà fare peggio dei parlamentari e degli altri politicastri premiati dalle urne. E se innocui risulteranno i prescelti dal sorteggio per la Casa Bianca, necessariamente più innocui saranno i sorteggiati a condurre un municipio o un’azienda sanitaria. Beninteso, innocui solo se sorteggiati per turni brevissimi; se facilmente revocabili; se permanentemente sottoposti a organismi di controllo e a ‘giunte di sospetto’ : gli uni e le altre estratti a sorte tra persone in qualsiasi modo qualificate (piuttosto che titolari di un’inutile scheda elettorale). Il suffragio universale che abbiamo è pessimo, inutile alle plebi che voleva aiutare: i divari sociali si vanno allargando implacabilmente.
Del resto le molte centinaia di milioni di computer fanno già potenzialmente il Nuovo Suffragio Universale, il nuovo Popolo, la nuova Polis. Forse la parte più anziana e più incolta dei ceti inferiori dovrà lasciar fare a figli e a nipoti alfabetizzati al mouse e alla telematica: ma niente di male. Ora che anche le operaie delle filande lavorano ‘computer assisted’, esse come ogni altro ceto svantaggiato potranno tutelarsi da sé in termini di democrazia semi-diretta, con ben più vantaggio che spogliandosi di sovranità a vantaggio di politicanti e di sindacalisti (tanto più in quanto questi ultimi si troveranno progressivamente sdentati: la globalizzazione finirà col liquidare gli scioperi, sola arma del labour organizzato).

Se l’8 novembre l’orrido giano bifronte Clinton/Trump ha aperto l’era della liberazione dall’ oligarchia, così come 500 anni fa Lutero liberò il mondo germanico dalle infamie romane, dovremo esultare come Ulrico di Hutten, cavaliere e poeta della Riforma: “E’ di nuovo bello vivere!”.
AMC

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE?
di Gianni Fodella

A giudicare da quanto è accaduto nella composizione del debito pubblico italiano nella prima metà dell’ottobre 2016, sarebbe lecito chiedersi ancora una volta nell’interesse di chi operi il Tesoro del Paese chiamato Italia.
Nel mercato secondario dei 72 Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) oggi in essere se ne trova uno di durata cinquantennale, il BTP 1 marzo 2067 al 2,80% emesso a 99,194 all’inizio di ottobre e che nel mercato secondario era quotato 96,9 il 14 ottobre, 95 tondo il 17 ottobre e 90,9 il 28 ottobre 2016.
L’importo dell’emissione annunciata in settembre è stato di 5 miliardi di euro, e non è bastato a soddisfare le prenotazioni che ammontavano a ben 18,5 miliardi. Per collocare questo BTP il Tesoro ha affidato l’operazione a un gruppo di istituzioni finanziarie soprattutto internazionali tra le quali figurano in posizione preminente Goldman Sachs e JpMorgan.
Il primo quesito che dobbiamo porci riguarda quindi la ratio, la ragionevolezza, l’opportunità di questo modo di agire, che può indicare come il Tesoro non sia in grado di collocare questo BTP tramite le istituzioni italiane, e come non pensi ai cittadini italiani quali naturali sottoscrittori del debito pubblico del proprio Paese. Invece dovrebbe, se non altro per risparmiare sul servizio del debito, dato che incamerando l’erario il 12,50% di imposta cedolare secca, l’esborso per interessi diventa del 2,45% e non del 2,80%, come accadrebbe nel caso l’acquirente cadesse sotto una differente giurisdizione tributaria. A questo notevole beneficio per il Paese se ne aggiungerebbe un altro non trascurabile: gli interessi pagati agli italiani si tradurrebbero in una accresciuta domanda aggregata per beni e servizi e in risparmio che potrebbe essere destinato all’acquisto di nuovi BTP.
Tenendo conto dei fatti si può poi osservare che in generale le istituzioni straniere comprano questi titoli per usarli in modo speculativo (anche se non sono le sole), provocando una alta “volatilità” di questi titoli che a sua volta genera – circa il sistema economico italiano e la gestione del suo debito pubblico – un’impressione di intrinseca instabilità in realtà provocata dall’esterno, alla quale contribuiscono pesantemente i giudizi delle Rating Agencies. Queste agenzie di valutazione emettono quasi sempre dei verdetti superficiali, spesso infondati e talvolta espressi per motivi dettati dagli interessi delle grandi società finanziarie loro azioniste. A ciò si aggiunga l’atteggiamento poco benevolo nei confronti degli italiani da parte della stampa internazionale, soprattutto anglosassone, generalmente considerata “autorevole e neutrale” ma che in realtà si adegua alle direttive della proprietà o dei loro fiancheggiatori per ragioni di puro interesse di parte.
Alla diffusa opinione negativa sull’Italia (infondata quando si consideri l’insieme della sua popolazione, distinta quindi dai Governi che solitamente la meritano), fa da contraltare l’aura luminosa che circonda la Germania, un Paese che gode di una grande reputazione di serietà e determinazione nel rispettare le regole, nel tener fede alla parola data e agli obblighi sottoscritti. Questa benevola e positiva opinione sulla Germania non tiene tuttavia minimamente conto della realtà e di alcuni accadimenti concreti del passato e del presente che stanno sotto gli occhi di tutti coloro che volessero aprirli, anche per ricordare ciò che non si può dimenticare.
Ora che è la prima potenza economica d’Europa, la Germania ci sta nuovamente trascinando nel baratro, anche grazie all’operato della Commissione Europea sempre più incline a proporre ai governi dei Paesi membri dell’UE linee di condotta assurdamente rigide ma tese a realizzare le politiche economiche e sociali volute dai potentati economici e accettate da governi disattenti o complici.
Tradotte in “riforme” queste linee di condotta hanno finito per impoverirci. Inaridendo la nostra enorme capacità di risparmio (tradizionalmente seconda soltanto al Giappone), causando con le politiche dettate dalla Germania la disoccupazione della nostra forza lavoro e facendo così diminuire la domanda aggregata che danneggia anche sé stessa, dato che finirà per avere un effetto negativo sulla nostra domanda di prodotti tedeschi. I titoli del debito pubblico tedesco (Bund) comprati in abbondanza dagli italiani ignari e creduloni permettono alla Germania di finanziare la mano pubblica a costo zero e di pavoneggiarsi per l’aiuto dato alla Grecia in verità con i frutti del nostro risparmio.
Ma entriamo ora nei dettagli. Se passiamo in rassegna i titoli emessi dal Tesoro di vari Paesi che ci sono vicini per condizioni economiche, non possiamo fare a meno di notare delle discrepanze che si risolvono sempre in un vero e proprio danno per i nostri concittadini e per il Tesoro italiano.
Esaminiamo alcuni buoni del Tesoro trentennali a tasso fisso dai rendimenti compresi tra il 2% e il 3,75% e che verranno rimborsati tra il 2042 e il 2047 (in parentesi indichiamo la quotazione di borsa al 21 ottobre 2016 e la valutazione della rating agency Standard & Poor’s sull’affidabilità del Paese debitore) emessi in questi ultimi anni dai governi di:
Irlanda 2045 al 2% (115 A+)
Germania 2044 al 2,50% (150 AAA)
Germania 2046 al 2,50% (152 AAA)
Italia 2047 al 2,70% (105 BBB-)
Paesi Bassi 2047 al 2,75% (157 AAA)
Austria 2012-2044 al 3,15% (156 AA+)
Germania 2012-2042 al 3,25% (165 AAA)
Francia 2045 al 3,25% (151 AA)
Italia 2046 al 3,25% (117 BBB-)
Regno Unito 2044 al 3,25% (132 AA)
Belgio 2013-2045 al 3,75% (165 AA).
Salta subito all’occhio che, pur essendo durata e tassi analoghi, i valori più bassi per quelli che rendono tra il 2 e il 3% sono quelli italiani: il BTP 2047 al 2,70% costa 105; quelli della Germania 2044 e 2046 entrambi al 2,50% sono quotati rispettivamente 150 e 152; quello dei Paesi Bassi al 2,75% costa 157 e persino quello al 2% dell’Irlanda 2045 quota 115. Analogamente per i titoli che rendono il 3,25%: il corso più basso è quello del BTP italiano (117) seguito da Regno Unito (132), Francia (151) e Germania (165). Davvero sorprendente è il fatto che a parità di rendimento vi sia una differenza di prezzo così enorme. Evidentemente conta molto – o forse soltanto – il giudizio di una società privata (S&P) della quale sono azionisti le maggiori società finanziarie americane e che guida il mercato secondo i desideri di chi detta i comportamenti e ha un considerevole potere che può esercitare senza esporsi a sgradevoli sorprese.
Negli ambienti finanziari si afferma che la durata, essendo direttamente correlata al rischio, abbia una forte influenza sulle quotazioni nel mercato secondario dei titoli del debito pubblico. Sarà vero? A giudicare dal caso tedesco indicato sopra accade il contrario: il titolo tedesco al 2044 costa 150 e quello al 2046 costa 152. Se poi consideriamo il caso di quei titoli del debito pubblico con scadenza a cinquanta e più anni vediamo che vi sono in circolazione da qualche tempo (nell’area euro e non), titoli della durata di mezzo secolo (e anche di più) che hanno avuto un’ottima accoglienza e che godono di quotazioni estremamente interessanti. Ecco alcuni esempi di titoli pubblici con scadenze comprese tra il 2055 e il 2068, indicando in ordine alfabetico i sei Paesi emittenti considerati:
AUSTRIA emesso nel 2012 al 3,80% scadenza 2062, venduto all’asta a 204, 09 e quotato 190,1 l’11 ottobre 2016;
BELGIO 2016-2066 al 2,15% venduto all’asta a 130,90 l’1 agosto 2016 e quotato 120,65 l’11 ottobre 2016;
FRANCIA 2055 al 4% emesso a 95,632 e quotato 192;
FRANCIA 2060 al 4% emesso a 96,34 e quotato 187,86 il 6-X-2016;
ITALIA 2067 al 2,80% emesso a 99,194 e quotato 90,90 il 28-X-2016;
REGNO UNITO (UK TREASURY) denominati in sterline
2013-2068 al 3,50% emesso a 96,426 quotato 164,78;
al 4% scadenza 22-1-2060 emesso a 96,258 quotato 174,36;
2005-2055 al 4,25% quotato 175,23;
SPAGNA al 4% scadenza 31-X-2064 emesso a 99,602 quotato 133,38.
Anche per questi titoli, che vanno oltre la speranza di vita della maggioranza di coloro che sono ora adulti, il Buono del Tesoro Poliennale 2067 al 2,80% ha la quotazione di quasi 9 punti sotto la pari, ma è uno dei più interessanti sotto il profilo dell’investimento, come si vede nell’elenco e nei rendimenti dei 72 BTP in essere che si trova in http://www.rendimentibtp.it/quotazione-btp. Eppure questo BTP è preceduto nella quotazione dal Belgio il cui titolo al 2066 – sebbene renda soltanto il 2,15% – era quotato 14 punti sopra la pari il 28 ottobre. Si può infine osservare che tra i titoli cinquantennali al 4% la quotazione più bassa è quella della Spagna, penalizzata dal giudizio di S&P con BBB+, comunque più benevolo di quello riservato all’Italia: BBB-.
Per chi governa la finanza mondiale a proprio beneficio col manipolare i giudizi per poi agire di conseguenza e facendo credere ciò che più conviene, è evidente che i tanto decantati “fondamentali” (fundamentals) che dovrebbero essere alla base dei giudizi sul sistema macro economico di un Paese, sono irrilevanti frottole ad uso degli incompetenti (che siamo noi cittadini it’s the economy, stupid) e dei collusi con il vero potere finanziario, quello in grado di mettere i suoi uomini chiave nelle maggiori istituzioni politiche ed economiche internazionali, e in quelle di qualsiasi Paese.
V’è dunque da chiedersi in nome di cosa il Tesoro italiano compri a caro prezzo da Standard & Poor’s giudizi di affidabilità sul nostro Paese che si rivelano sempre ingiustamente lesivi. Conferendo questo incarico il governo italiano appoggia di fatto chi contribuisce indirettamente alla speculazione finanziaria su scala mondiale che ha sovente per oggetto i nostri BTP. A ciò si aggiunga, per le imprese finanziarie coinvolte, il beneficio di godere di una buona remunerazione per l’onere di “piazzare” i nostri titoli pubblici. Emblematico è il caso già citato concernente il BTP 2067 al 2,80% che non è stato venduto all’asta, ma gestito su mandato del Tesoro italiano da una cordata di istituzioni capeggiata da Goldman Sachs e JpMorgan.
Standard & Poor’s è nata nel 1941 e quasi nessuno al di fuori degli Stati Uniti si era mai accorto della sua esistenza prima che la finanza mondiale cominciasse ad avvantaggiarsi della libera circolazione dei capitali, e che gli istituti di credito cessassero di dividersi in banche di credito ordinario (commercial banks) e banche d’affari (investment banks) come era accaduto in seguito agli eventi finanziari sfociati nella Grande crisi (Great Crash) del 1929 e che negli Stati Uniti diedero origine al Glass-Steagall Act (1933) e in Italia alla Legge bancaria (1936). Grazie alle modifiche apportate alla normativa durante la presidenza Clinton (1993-2001) – su pressione delle lobby finanziarie – le istituzioni creditizie tornarono ad essere banche miste, quindi con le stesse caratteristiche che avevano portato alle sofferenze e privazioni di milioni di individui rimasti senza lavoro a causa del disastro generato da Wall Street e tradottosi poi nella Grande depressione. Sui costi umani di questo immane disastro varrebbe la pena rileggere The Grapes of Wreath (in italiano Furore) del 1939, scritto da John Steinbeck. Dalla Great Depression gli Stati Uniti uscirono soltanto grazie ai “benefici effetti” della seconda guerra mondiale.
Così, invece di dedicarsi come prima della guerra alla loro funzione tradizionale di raccolta del risparmio e della sua erogazione mediante il credito a famiglie e imprese per le loro esigenze, le banche ricominciarono a spingere i depositanti loro clienti verso il mercato finanziario convincendoli a comprare azioni e obbligazioni di ogni tipo, incluse le proprie.
Questa situazione “nuova” dal sapore antico, poteva apparire più conveniente in termini di profitti aziendali ma le banche, trasformate in rivendite al dettaglio di carta finanziaria e inaridito in buona parte il flusso dei depositi, non furono più in grado di svolgere bene le funzioni per le quali erano nate. Così il danno per l’economia reale divenne sempre più grande. Si veda in proposito il magistrale saggio Il colpo di Stato di banchieri e governi (Einaudi, Torino 2013) di Luciano Gallino.
Esaminiamo ora alcuni fatti concreti relativi alla solidità economica del sistema che poggia sulle imprese italiane e sulla loro competitività. Circa la fragilità del sistema economico italiano si può osservare che l’Italia come Paese industriale manifatturiero si colloca in Europa, in base ai dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI o IMF), subito dopo il sistema economico tedesco e ben prima di quelli di Francia, Regno Unito e Russia.
Negli anni tra il 2012 e il 2015 la bilancia commerciale dell’Italia è sempre stata attiva, così come quelle di Cina, Corea, Germania, Paesi Bassi, Russia, Svizzera, Taiwan; a differenza di quanto è accaduto per Canada, Giappone, India, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Turchia le bilance commerciali dei quali hanno sempre segnato un disavanzo.
I primi dieci Paesi esportatori del mondo sono stati nel 2015 (qui ordinati secondo l’ammontare delle esportazioni): Cina, Stati Uniti, Germania, Giappone, Corea, Francia, Paesi Bassi, Hong Kong, Italia, Regno Unito; insieme essi hanno rappresentato il 52,43% delle esportazioni mondiali.
Circa la competitività a livello mondiale delle imprese manifatturiere italiane potrebbero bastare alcuni dati che i governi italiani succedutisi nel tempo non sembrano avere pienamente compreso, e che non sono comunque mai stati in grado di far conoscere. Forse perché i politici leggono soltanto i giornali (scritti dalle agenzie di stampa e da giornalisti quasi mai competenti in materia, oppure collusi con chi intende denigrare il sistema produttivo italiano) che consapevolmente o meno fanno il gioco della stampa anglosassone, ritenuta “seria” ma a sua volta guidata dalle imprese multinazionali e dalla finanza internazionale che hanno in mano i governi di Stati Uniti e Inghilterra (che sono sempre stati soltanto dei comitati d’affari), nonché dei loro satelliti, e tra questi – forse il più obbediente e soggetto – il governo italiano.
Come ci ricorda Marco Fortis (Marco Fortis e Alberto Quadrio Curzio L’Europa tra ripresa e squilibri il Mulino, Bologna 2014) la manifattura italiana è la seconda d’Europa e la quinta del mondo per valore aggiunto, preceduta soltanto da Cina, Germania, Giappone e Stati Uniti, anche se, con l’impetuosa ascesa della Corea, siamo di recente retrocessi al sesto posto come Paese manifatturiero. Quello che più ha sofferto – a causa della crisi innescata nell’autunno 2006 dai mutui subprime negli Stati Uniti e proseguita con effetti devastanti sull’economia reale a partire dall’autunno del 2008 (si veda in proposito I padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni di Luca Ciarrocca, Chiarelettere, Milano 2013) – è il mercato interno italiano dove la domanda di manufatti è precipitata a causa delle prospettive sempre più incerte per le imprese italiane costrette a licenziare. La crescente disoccupazione ha fatto ristagnare e poi diminuire la domanda aggregata all’interno del Paese con gravi conseguenze per le imprese di ogni tipo e, riflettendosi anche sul gettito fiscale che è andato diminuendo, ha impedito di ridurre il debito pubblico come sarebbe stato possibile fare senza incidere sulla spesa sociale.
Anche se al debito pubblico italiano contribuiscono pesantemente gli errori di politica economica dei governi nazionali e locali che lo sprecano in vari modi per incompetenza o lo sperperano per ragioni clientelari – oltre che a causa della corruzione/concussione dei funzionari preposti alla spesa e ai loro interlocutori che ne beneficiano – non vi è dubbio che al concetto di debito pubblico dovrebbe accompagnarsi un atteggiamento fortemente positivo, e ciò per ragioni di grande importanza non soltanto economica.
Infatti, le esigenze di spesa della mano pubblica per migliorare le condizioni economico-sociali dei cittadini, possono essere coperte soltanto in due modi: aumentando la pressione fiscale oppure ricorrendo all’indebitamento. Contribuendo volontariamente alle esigenze di spesa, l’acquirente dei titoli pubblici contribuisce ad evitare che la pressione fiscale per famiglie ed imprese aumenti, arrecando così un beneficio diretto alla collettività. Inoltre, i titoli acquistati divengono parte del patrimonio di individui e istituzioni. Se i titoli sono tutti sottoscritti dai soggetti residenti nel Paese vi è una perfetta identità quantitativa tra il debito pubblico nazionale e la ricchezza privata dei cittadini. Tenendo presente questi fatti concreti diviene insensato e privo di ogni significato logico il lamento che secondo molti (per ignoranza o dolo) dovrebbe levarsi dai “giovani” che saranno costretti a ripagare il debito pubblico che non hanno contribuito a creare.
Perché allora un sistema economico come quello italiano che ha dei solidissimi fondamenti non riscuote la fiducia che meriterebbe? Non siamo veramente in grado di dirlo, ma nelle poche righe che precedono ci abbiamo provato.

Gianni Fodella

THE VITALITY OF CHINESE CHARACTERS

This summer we have read with some interest and curiosity an article published by The Economist written by R.K.G. entitled “China’s tyranny of characters” (5th July, 2016), a comment on the Chinese writing system and how it would influence the political thought of the PR China. In a nutshell, the idea of the article, is that given the inflexibility in the structure of the Chinese writing systems (or Sinograms, a more appropriate definition coined by Fosco Maraini), by extension, also the political thought of the Chinese Government is inflexible. The task to educate and eradicate illiteracy through the national standard language or Putonghua, as the Chinese call it, would stifle local languages and help the political control over the whole country.

The author probably forgets a joke that goes something like this: if someone who speaks two languages is called bilingual and someone who speaks three languages is trilingual. What do call someone who speaks only one language? An Anglo-saxon. After all it is not so much of a joke considering how England has tried hard to get rid of her neighbours’s gaelic languages or how successfully the USA have virtually wiped out all native north American vernaculars.

China, on the contrary, thanks to her logographic writing system has succeeded in two remarkable feats: to preserve a linguistic continuity since the first written record were laid down in ancient era and, at the same, time to create a writing system that encompasses very different spoken languages within and outside her borders. Sinograms have proven to be (contrary to what affirmed in the article) a rather flexible writing system, a truly (written) lingua franca. For centuries Europeans have in their “Search for the perfect language” (after the title of a book by Umberto Eco) overlooked the fact that such a perfect language (as much as a human construct can be perfect) already existed on the other end of the Eurasian landmass and has been an unparalleled tool for the transmission of thoughts, in time and space.

When Emperor Qin Shi Huang politically united China in 221 BCE (more than 2000 years before the EU came into existence) he did so by bringing together six different states and tying them under one currency, one taxation system, and a standard metrology. The true stroke of his genius was the adoption of Sinograms that until today have withstood the test of time. Achieving unity but preserving the different oral languages of its vast landmass, has been a major contribution to the richness and diversity of China.

Today, even Western people have to admit the convenience of logographic systems: road signs, icons on a computer or signs in an airport are perfect examples of how the Chinese script works. Everyone reads them according to one’s own language sounds but the meaning remains unambiguous and universal: an arrow indicates direction, a walking man a crossing point, a pair of scissors cutting off text, etc. If the Europeans had created or adopted a logographic writing system and we were a member of the EU, for instance, on our passport, instead of having twenty-four different words, each one for every official language of the Union to indicate the word “Passport”, we would have only two characters to indicate its meaning, perfectly comprehensible to all EU members. This is exactly the case within the China borders, with all her numerous minorities (55 officially recognized, according to the last count, of which two, Uighurs and Tibetans still use their own script form) using the same writing system but each group still talking their native idiom. And, until not long ago, also Viet Nam, the whole Korea, and Japan, who were using the same writing system, could perfectly communicate by writing to each other, without speaking the same language.

Today, unfortunately, only Japan has retained much of its use integrated by two indigenous phonetic syllabaries (Hiragana and Katakana). Koreans have adopted their own sound-based system (Hangul), with the North having eliminated the Chinese characters and the South partially retaining them, especially for names and technical words. The case of Viet Nam is much more dramatic if not outright tragic, having adopted Latin letters with no resemblance in their pronunciation to any western language. The result has been to isolate herself from her rich past, from other East Asian societies and without gaining any proximity to any other country who uses the same kind of alphabet.

Despite the longer time needed in mastering the Chinese writing system, it has not been an obstacle to literacy. Cases of dyslexia are less and, on average, reading speed is higher in comparison to alphabetic systems. Rote learning, so despised these days, has widely documented benefits: it fosters discipline, enhances memory, teaches patience, endurance and provides that touch of humanism that the modern educational system seems to have lost. Used by a fifth of the world population, contrary to the author’s doubts about China definition of literacy rate, people using Sinograms have proven to be well ahead of Westerners or other people using alphabets, including Devanagari and Arabic script in reading and comprehension ability. Since the municipality of Shanghai has been invited to join the PISA (Programme for International Student Assessment) contest, the students of that city have invariably scored highest and, in the last edition (2012) it scored best again with Singapore, Hong Kong, Taipei, Korea, Macao and Japan (in this order) right behind her.

One fascinating aspect of a Sinogram is that either you can read it and know its meaning, or you can’t and thus you do not know what it means. On the other hand, my eight years old son, who at school is being trained in reading an alphabet, can virtually already read any line on a newspaper, but does not have a clue of most of what it says. After all, the definition of literacy is perhaps more uncertain in the western world than in East Asia. Sinograms are an excellent tool in memorizing new words when learning an East Asian language. When you ask a Chinese native speaker who is studying a new word of an alphabetical language she or he will invariably answer you that it is very difficult to memorize it only through sound, as initially does not bear any meaning to her or his ears (while a Chinese character conveys by itself, visually, a distinct meaning).

A rather baffling statement in the “China’s tyranny of Chinese Characters” is following: “The inflexibility of the Chinese script has always reinforced the inflexibility of the Chinese state”. Following the thought of the author would the Japanese political system be slightly less tyrannical than the Chinese because it uses along Chinese Characters also phonetic syllables? Or would the South Korea Government be a bit more flexible because it uses Hangul, and Chinese Characters are confined to a marginal role? Perhaps we shall look to the North of the Korean peninsula to find a form of Government particularly flexible because they have abandoned Chinese Characters all together….

The whole article is unconvincing as it assumes that Chinese Characters are an unsuitable linguistic tool to absorb anything new, unconventional, foreign or representing anything said in a slang or dialect. As a matter of fact, Vietnamese, historically, had been creating new characters, as needed. The vitality of Chinese characters does not end here. They are similar to building blocks, as Europeans use words of Greek or Latin origin to create new ones. For instance, the word INTERNAUTA can be easily translated and no one (not even the Chinese Government) can forbid to translate it into: 网上冲浪者!

L’EROISMO DI SAVONAROLA NEL NOSTRO FUTURO

L’eroismo di Savonarola
nel nostro futuro

Il supplizio di fra’ Girolamo Savonarola e di due suoi compagni si compì il 23 maggio 1498. Ma il posto di Savonarola non è più nel Quattrocento, è nel nostro avvenire. Egli è il più grande tra gli italiani che tentarono di purificare la Chiesa romana senza passare all’insurrezione teologica. Quegli italiani furono tutti sconfitti, però mezzo millennio dopo fra’ Girolamo è più attuale, più testimone/profeta, che nella breve stagione in cui fu guida anche civile dei fiorentini.
Lutero scrisse che Savonarola era stato suo precursore, e infatti il Nostro figurò alla base del monumento eretto nel 1868 a Worms al maestro della Riforma. Questa collocazione nel protestantesimo, che ha fatto contrastare gli studiosi, è nello stesso tempo errata e giusta. Errata, perché alla lotta disperata del priore di San Marco a Firenze mancò l’animus dell’eretico; e infatti si cominciò a parlare di una sua canonizzazione almeno nel 1592, quando divenne papa Clemente VIII che lo voleva santo (per molti egli è già santo, più di centinaia di altri). Giusta in quanto fra’ Girolamo effettivamente dimostrò assoluto l’imperativo di rifiutare la turpe corruzione della Chiesa. Rifiutarla a qualsiasi costo: Savonarola disse no al secondo papa Borgia che per comprarlo gli offriva il cardinalato, no ai consigli di prudenza dei molti che volevano salvargli la vita.

Con la sua visione apocalittica di una Chiesa da flagellare perché si rinnovasse, fu dunque uno dei massimi spiriti della storia cristiana. Ma fu anche protagonista politico, nel suo opporre lo “Stato popolare”, amico dei poveri non degli oligarchi, alla dominazione dei Medici. Fu infine, forse soprattutto, pensatore ‘laico’, cioè ideologo piuttosto che teologo. Combatté con coerenza impavida lo spirito dei tempi: assieme ai fiori del Rinascimento esso portava dissacrazione, permissività e una vocazione scettica coerentemente destinata a farsi cinismo. Il cattivo maestro Niccolò Machiavelli divenne segretario nella cancelleria fiorentina cinque giorni dopo la morte di Savonarola. Ma è al Bruciato sul rogo che dobbiamo se il pensiero del Rinascimento non si identifica intero con la teorizzazione della ferocia di Cesare Borgia, figlio di un papa più spregevole degli altri dei secoli neri della Chiesa.
A mezzo millennio dal rogo in piazza della Signoria avemmo convegni, mostre, qualche volgarizzazione televisiva. Perfino lo humour canagliesco di qualche vignettista aiutò a farci familiari coll’invitto domenicano. Tutto ciò non ci disse che i tempi a venire sono bui come quelli dei Borgia e dei Machiavelli. L’edonismo e il cinismo sono gli stessi, ma il consumismo è una corruzione che un tempo non operava. Allora essa si concentrava nella corte romana, prima in scelleratezza. Oggi pervade ‘tutto’, masse comprese. Le ideologie e le etiche che dominarono gli ultimi due secoli si sono spente in quanto pensiero.
Se la nostra modernità, la cultura occidentale, non è capace di galvanizzare le coscienze come le trascina il fondamentalismo islamico, o come potrà mobilitarle qualche altra fede politico-religiosa del mondo non industrializzato; e se le nostre economie saranno sconfitte dalla globalizzazione dei mercati, le crisi diverranno decisive e gli attuali sistemi di valori non reggeranno.
Se a prove così drammatiche non arriveremo, ugualmente dovremo trovare risposte a bisogni spirituali per i quali le formule tradizionali -marxismo, liberalismo, cristianesimo accomodante o modernizzante- non valgono più. A quel punto la lezione di Girolamo Savonarola, persino nelle espressioni e nelle opere del suo estremismo, acquisterà una cogenza improvvisa, finora non immaginabile.
amc

COME CI REGGEREMO A DEMOCRAZIA FINITA

Come ci reggeremo a “democrazia” finita per vecchiaia

Per una volta, un’intervista con un concetto dirompente. “L’Occidente è a una svolta storica: è in gioco la sopravvivenza della democrazia” (Corriere della Sera 28 settembre 2016). Questo ha confidato ad Aldo Cazzullo Carlo De Benedetti; come Numero Uno dei media di regime l’Ingegnere è stato il manipolatore in capo delle coscienze, il regista della modernizzazione trasgressiva del ceto medio, il voltairizzatore dello Stivale, il conduttore del consumismo elitario.
Il debenedetti-pensiero è sicuramente più centrato di quando il Nostro esultò per la nascita del Partito democratico, prenotando la tessera n° 1: “La globalizzazione, di cui tutti noi- e mi ci metto anch’io- eravamo acriticamente entusiasti, ha creato una deflazione che ha ridotto i salari di tutti i lavoratori del mondo e ha accresciuto le differenze sociali sino a renderle insopportabili. Si verifica la previsione di Larry Summers che fu segretario al Tesoro di Clinton: un secolo di stagnazione”.
L’intervistatore avendo obiettato “Ingegnere, è sicuro che lo scenario sia così negativo?”, la risposta è stata netta: ”Siamo alla vigilia di una grave crisi economica. Aggraverà il pericolo della fine delle democrazie (…) La progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia, senza che si sia risolto il problema della stagnazione, problema peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerità in un periodo di piena deflazione (…) Una situazione, in alcune parti dell’Est Europa, da anticamera del fascismo. Nel resto del mondo la democrazia arretra”.
Al quesito di Cazzullo “la crisi della democrazia può segnare un ritorno al fascismo”, l’Ingegnere ha puntualizzato: “Semmai un nuovo populismo, aggravato dalla grande depressione in arrivo. La democrazia è ridotta al voto, ma il voto è uno strumento, non è la democrazia”. Ancora: “Non sono crollate solo le ideologie; anche di idee ne sono rimaste poche. Ma vivere nella continuità è la morte. Se continueremo così, distruggeremo le nostre società”. Il ‘Corriere della Sera’ ha intitolato senza mitigare: “Una nuova grave crisi economica metterà in pericolo le democrazie”.
Sarebbe stato avvincente se l’Ingegnere avesse portato più avanti la previsione. Se ci avesse detto quale dei nemici liquiderà la democrazia rappresentativa, cioè il parlamentarismo-partitismo cleptocratico.
Se davvero l’infiacchimento economico generale e la prospettiva di cento anni di stagnazione annunciano la fine delle democrazie “così come le abbiamo conosciute”, non è il caso di sorvolare su tanto pessimismo. Creando un impero, De Benedetti ha dimostrato di saperla lunga. Oggi vede più chiaro degli altri: di fronte ai pericoli grossi la democrazia all’occidentale è inetta, impotente. Dunque non ha futuro. Naturalmente il Nostro sa -e non lo nasconde (“il voto non è democrazia”)- che ciò che abbiamo non è democrazia, è oligarchia dei politici e dei plutocrati. Bene quindi, diciamo noi, se esso soccombe, spento da questa o quella svolta autoritaria. I tempi essendo cambiati, non potrà essere una svolta fascista.
Piuttosto qualcosa come la signoria di Erdogan sulla Turchia. Al contrario, potrà essere la politicizzazione attiva di manipoli di giovani ufficiali giustizialisti quali quelli che, con la Rivoluzione dei garofani, conquistarono il Portogallo. Decenni prima i militari, detentori delle armi invece che delle urne e delle imposture ideologiche, dettero la vittoria nel mondo a vari riformismi di tipo nasseriano.
Non si può escludere il Putsch militare padroneggiato da un generale più o meno reazionario. Ma esistono anche i militari non reazionari. Non fu reazionario Kemal Ataturk, padre di un paese moderno. Non lo fu in Polonia Pilsudski, che era stato agitatore socialista. Non lo fu Charles de Gaulle. Non lo fu certamente Miguel Primo de Rivera, che nel 1923, quando lo Stato dei notabili liberali agonizzava, si fece dittatore legale. Modernizzò e fece più prospera la Spagna. Lasciò il potere (1930) volontariamente, non abbattuto dai vecchi politici, meno che mai dagli oppositori intellettuali e studenteschi. Quanto insulso, sulla distanza, fosse il ribellismo di questi ultimi lo abbiamo visto alla morte di Franco, quando l’opposizione tradizionale -Santiago Carrillo alla testa dei comunisti, più tanti repubblicani e laici ‘rigorosi’- si affrettò ad accettare il ritorno della monarchia borbonica e ipercapitalista.
A trovarlo, un golpista come Primo de Rivera! Generale, marchese e Grande di Spagna era anche amico del popolo, solidale coi poveri. Governò soprattutto col sostegno dei socialisti, allora un movimento di onesti che il Dictador privilegiò coerentemente. Primo de Rivera finì scalzato dalle destre: i banchieri, i duchi latifondisti, la camarilla della corte di Alfonso XIII. Sette anni prima il sovrano si era compiaciuto del colpo di Stato, ignorando l’inclinazione quasi socialista del Dittatore. Perdette il trono per la controffensiva dei conservatori, camuffati da ardenti repubblicani.
Sorgesse dunque, nella nostra Repubblica delle Tangenti o altrove, un demolitore con le inclinazioni di Miguel Primo de Rivera o di Ataturk! E’ improbabile: soprattutto i generali italiani della bella stagione non sono che alti burocrati vocati alle pensioni d’oro, alle consulenze e presidenze sovrapagate.

Un giorno forse Carlo De Benedetti ci dirà quale svolta autoritaria consideri verosimile, a scanso di insurrezioni aspre dei senza lavoro. E’ vero, per lui come per altri sommi ‘argentiers’ andrà bene chiunque saprà prendere il potere, purché non sia feroce come i bolscevichi di Lenin, come quelli di Pol Pot, come gli scannatori dell’Isis. Tuttavia: non sarebbe meglio se in Occidente i padroni dell’economia mettessero al lavoro gli intellettuali che stipendiano, con la consegna di escogitare presto progetti alternativi sia alla morente ‘democrazia quale la conosciamo’, sia ai cingolati, infiorati o no di garofani?

Nell’intento di spazzare via i politici usurpatori e le Costituzioni da loro scritte, si profilano già varie formule di democrazia semi-diretta e selettiva, congeniali all’età dell’elettronica, basate non sul voto ma sul sorteggio all’interno di segmenti qualificati (ormai il suffragio universale non produce che frodi), sul coinvolgimento continuo degli alfabetizzati al computer, su consultazioni referendarie all’elvetica, cioè frequenti e sdrammatizzate.
Nella fase transitoria le istituzioni e le élites tradizionali dovranno essere cancellate: troppo contrarie a qualsiasi novità. Un ruolo temporaneo di armati è indispensabile: è certo che le istituzioni oligarchiche e i gestori del sistema rappresentativo non agiranno per distruggere se stessi cancellando la delega e gli altri meccanismi di spoliazione.
Dopo un paio di secoli di prove, il partitismo/parlamentarismo si è dimostrato ovunque non solo corrotto, anche inefficiente. Ha ragione De Benedetti a considerarlo condannato.

Questa ‘democrazia’ sarà conclamata un’impostura, in ogni caso una costosa finzione, quando la globalizzazione spegnerà, col liberismo, l’ipertrofia dei diritti e di una parte delle libertà. La fase delle ‘rising expectations’ è finita. L’avvenire esigerà discipline di guerra, imporrà assetti collettivistici. Se in Occidente quasi tutti i manufatti e molti altri prodotti verranno dai paesi di ultima industrializzazione o di esplosione dell’export primario, sarà giocoforza assicurare il minimo vitale a masse imponenti di senza lavoro: ciò inevitabilmente con quei metodi coattivi che gli ordinamenti d’oggi non consentono.

E occorrerà abbassare duramente (di un quarto?) il tenore di vita medio, se vorremo trovare le risorse per un super-piano Marshall, solo idoneo a fermare l’invasione dei migranti. Mai i politici affronteranno la vendetta delle urne con atti che colpiscano il tenore di vita. Le urne sono le nemiche del Buongoverno.

Dovrà imporsi un’economia d’imperio. Avvizziranno le libertà economiche, i codici giuridici, i diritti di proprietà, i grandi patrimonii, le conquiste sindacali, i divari eccessivi. Chi immagina che tutto ciò sia possibile senza stracciare ‘manu militari’ le carte costituzionali, i codici civili, le assemblee elettive, i meccanismi, le abitudini, fissazioni e nostalgie del passato?
Ai non molti sapienti e buoni maestri del suo impero, Carlo De Benedetti farebbe bene a chiedere, in tempi stretti, un progetto di scorta per un avvenire senza “democrazia”. Noi di Internauta facciamo da molti anni -per esempio con lo scritto “Il Pericle elettronico” e con vari testi “randomcratici” sul sorteggio- lo sforzo finora evitato dai pensatori dell’Ingegnere.
amc

PER LA SPAGNA UN NUOVO CID

 

 

     

Il Regeneracionismo del 1898 è forse il prodotto più alto dell’intelligenza spagnola moderna. Quell’anno, a non molti mesi dal secolo XX, la Spagna viene sbaragliata e umiliata dagli Stati Uniti: perde la flotta, la gloria, più gli ultimi possedimenti nel Nuovo Mondo (Cuba e Puerto Rico) e in Asia (le Filippine). Finisce l’impero,

La durezza del castigo subìto ispira in una generazione di pensatori le riflessioni più drammaticamente feconde. Joaquin Costa ingiunge di “chiudere a più mandate il sepolcro del Cid”, cioè di rinnegare secoli di albagia nazionalistica. Invoca che la Spagna si ‘rigeneri’ attraverso le opere produttive e lo spirito razionale, che dimentichi le glorie militari, che assegni agli ingegneri il ruolo che era stato dei feudatari e dei generali. Che i ceti borghesi e colti abbattano i privilegi aristocratici. E che l’inettitudine di monarchi e di notabili venga travolta dall’energia imperiosa di un ‘chirurgo di ferro’.

Un quarto di secolo dopo il chirurgo di ferro arriverà e farà molte delle opere additate dal profeta Joaquin Costa: fu Miguel Primo de Rivera. Questo infatti auspica Costa: un leader ispirato e imperioso, non un politico rotto a tutti i compromessi e cautele.

A quel tempo Miguel de Unamuno, rettore dell’università di Salamanca, scrive le pagine più intense e liriche sulla condizione spagnola e sulla dolente primazia della Castiglia. José Ortega y Gasset, cattedratico di filosofia, porta alle conseguenze più logiche l’analisi delle sventure nazionali: ma nel nome della ragione piuttosto dell’emotività lirico-visionaria di

Unamuno. Ramiro de Maeztu addita nel corporativismo del Guild Socialism un’alternativa profetica al liberalismo fallito e al comunismo da fallire dopo una serie di inutili trionfi. Angel Ganivet vicino a togliersi la vita condensa nel grido ‘uno spagnolo ricco è ripugnante’ il fascino buio della vocazione alla povertà del suo popolo.

Oggi, più di un secolo dopo, gli uomini della Generazione del 98 dovranno tornare per abiurare alla fede di allora. Si erano tormentati per quella che consideravano l’estraneità all’Europa del loro popolo, per il suo negarsi all’intelligenza tecnologica ed economica. Oggi quei pensatori dovranno rimpiangere la temperie dolorosa di quando si angosciavano. E’ un novantennio dall’avvento di Primo de Rivera, modernizzatore e amico del popolo, che la Spagna si ammoderna e si omogeneizza all’Europa. Non è più povera e non è più sola. Non è più la nazione di Costa, Unamuno, Ganivet e Ortega y Gasset, ma ha perso la struggente primogenitura di non appartenere alla prosperità capitalistica e alla democrazia truffaldina.

Oggi la Spagna è socia e condomina della plutodemocrazia. Ultima venuta del benessere, forse ha ancora risorse abbastanza giovani per liberarsi dalle compromissioni e dalle servitù della modernità. La più disonorevole tra tali compromissioni e servitù è stata di associarsi alla democleptocrazia. Nel 1975, morto Francisco Franco, la Spagna avrebbe potuto imboccare la strada che le additavano Joaquin Costa, Ramiro de Maeztu e le intelligenze più costruttive della generazione del ’98. Invece il paese che, ascoltando Costa, ripudiò le glorie del Cid Campeador; che a partire dagli anni centrali del regno di Franco conobbe le gratificazioni del miracolo economico; che infine si abbandonò alle proposte e alle trasgressioni della modernità: questo paese, dicevamo, comincia ad accorgersi che la modernità e il consumismo esigono prezzi, sacrificano valori, si fanno padroni dell’anima. In altre parole, la società del benessere sostituisce aberrazioni nuove e gravi ai mali antichi.

La dittatura di Primo de Rivera era stata una fase di sperimentazioni, la ricerca di formule al tempo stesso tradizionali/paternalistiche e nuove quali la repubblica degli intellettuali non seppe concepire e si condannò a soccombere. Primo de Rivera, che non era un intellettuale,

fu l’innovatore nelle opere concrete che la Spagna non aveva più avuto dal riformismo di re Carlo III. I pensatori rigenerazionisti enunciarono verità ma furono inermi. Il Primo de Rivera uomo d’azione imboccò la via delle molte provvidenze dall’alto e senza teorizzazioni progressiste (al contrario all’insegna di imperativi tradizionali). Scrive Ludovico Garruccio:” Il colpo di stato del capitano generale di Barcellona ha nella logica iberica una sua legittimità. Lo Stato della Restaurazione è finito nel 1917. La prassi politica spagnola riconosce all’Esercito una funzione di Stato di riserva. Il pronunciamiento è la constatazione di una paralisi del potere civile”.

E ancora:”La dittatura di Primo de Rivera, un uomo abbastanza onesto, frivolo ma non senza inquietudini, distrugge le strutture oligarchiche sostituendo i capi militari ai notabili civili che hanno spadroneggiato per decenni nelle province spagnole. Il generale collabora coi sindacati, in particolare con la Centrale socialista UGT. Largo Caballero, Julian Besteiro ed altri capi socialisti entreranno negli organismi consultivi creati dal regime. La UGT soppianta nel proselitismo la consorella libertaria CNT, approfittando dello slancio impresso all’economia nazionale dalla Dittatura. Sopravvenuta la Depressione del 1929, coi suoi contraccolpi spagnoli, il dittatore cade, dopo una lunga campagna di discredito che vede alleati gli oligarchi allontanati dal potere e gli intellettuali, i Miguel de Unamuno, gli Ortega, i Maranon, che non potevano sopportare certi aspetti grossolani e folkloristici della dittatura del generale andaluso. Nella caduta Primo trascina con sé il sovrano, un playboy simpatico e fatuo, che neppure sarà difeso dai Grandi di Spagna”.

Oggi, a cose fatte, risultano evidenti l’errore e l’accecamento degli intellettuali. Gli aspetti folkloristici erano reali ma come fatti di stile, e i fatti di stile sono secondari. Gli intellettuali che ne erano infastiditi si fecero presto corresponsabili di un regime repubblicano in astratto razionale e necessario, però subito degenerato e dunque rovinoso. La militanza dei progressisti iperlaici, libertari o bolscevizzanti fece inevitabile la tragedia della Guerra civile. Meglio avrebbero fatto a tenersi un dittatore folkloristico ma operatore di buone opere, invece di parteggiare per una leadership incapace di promuovere l’avanzamento delle masse proletarie. Le quali invece furono aiutate dal generale-dittatore.

La Segunda Republica nasce il 14 aprile 1931 senza che si sparga una goccia di sangue e tra grandi speranze. Come la Prima repubblica, che cominciò presto ad agonizzare, la Seconda viene subito contrastata da nemici accaniti: la sovversione di destra (i militari) e quella di sinistra (gli anarchici ed altri settari). Dopo poche settimane le caserme cominciano a congiurare, gli anarchici a bruciare chiese e conventi, ad attaccare la Guardia Civil e i municipi.

 

 

DUE SFORTUNATE REPUBBLICHE DI SPAGNA

UNA TERZA SAREBBE LOGICA, PERO’ OPPOSTA ALLA NOSTRA

 

Dopo l’abdicazione di Juan Carlos le piazze si movimentarono di manifestazioni repubblicane. Vale la pena di ricordare che la repubblica più famosa, quella radical-progressista poi sinistrista nata nel 1931, cominciò a morire ottantadue anni fa, giugno 1934: sciopero generale politico dei braccianti e contadini poveri, poi ribellione della Catalogna anarcosindacalista, infine nell’ottobre, sempre 1934, la rivoluzione degli operai e dei minatori delle Asturie, spenta dall’artiglieria repubblicana. Alcune migliaia di morti, migliaia di corti marziali, una repressione feroce come aspre erano state le vendette dei proletari e temerari i propositi di edificazione libertaria rivoluzionaria.

Insorgendo, i braccianti, i minatori, i manovali urbani proclamarono una dura verità: la Repubblica sinistrista non aveva dato nulla al popolo, a parte le parole d’ordine anticlericali e barricadiere, la tolleranza degli incendi di chiese e monasteri e delle violenze classiste; a parte un po’ di scuole in più che in passato. Tra il 1923 e il 1930 il dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera, benché generale e Grande di Spagna, aveva beneficato assai più i proletari. Fu per questo che molti lavoratori dettero chiari segni di avversare la Repubblica degli intellettuali laicisti e massoni, molto più protesi ad asserire se stessi e i loro valori che le rivendicazioni delle plebi.

Nel 1934 l’insurrezione delle Asturie e di una parte della Catalogna, più alcuni focolai a Madrid e altrove, fecero sorgere delle effimere repubbliche locali, proletarie e anarchiche. Poi le soverchianti unità repubblicane, comandate da un generale Franco allora leale allo Stato, stroncarono la rivolta. L’ottobre 1934 allargò un groviglio di conflitti secolari, cominciati nel 1808, in coincidenza con la ribellione antifrancese. Nel 1834 si era aperta una successione di guerre carliste, più sanguinose di quel che oggi si creda, finché nel 1898 la disfatta nel conflitto con gli Stati Uniti fece cadere la Spagna in una cupa depressione. L’esercito che tornò dalle colonie perdute trovò un paese costernato e immiserito, e lo aggravò delle proprie frustrazioni e pulsioni.

Seguirono anni sempre più agitati. Nel 1909 l’odio di classe scatenò a Barcellona una sanguinosa “Semana Tragica” in cui la Chiesa soffrì l’anticipazione degli assalti del 1936 . Nel 1917 uno sciopero generale rivoluzionario dovette essere schiacciato dall’esercito. “La dittatura militare instaurata nel 1923 da Primo de Rivera -scrive Hugh Thomas nella sua Storia della guerra civile spagnola- fu il solo regime che dall’inizio del secolo desse al paese un periodo di relativa calma. L’opposizione liberal-conservatrice riuscì ad abbatterla, ma poco dopo dovette rassegnarsi alla repubblica sinistrista.

Oggi, più di un secolo dopo, gli uomini della Generazione del 98 dovranno tornare per abiurare alla fede di allora. Si erano tormentati per quella che consideravano l’estraneità all’Europa del loro popolo, per il suo negarsi all’intelligenza tecnologica ed economica. Oggi quei pensatori rimpiangeranno la temperie amara di quando si angosciavano. E’ un novantennio dall’avvento di Primo de Rivera, innovatore e amico del popolo, che la Spagna si ammoderna e si omogeneizza all’Europa. Non è più povera e non è più sola. Non è la nazione di Costa, Unamuno, Ganivet e Ortega y Gasset, ma ha perso la struggente primogenitura di non appartenere alla prosperità capitalistica e alla democrazia truffaldina.

Oggi la Spagna è socia e mezzadra della plutodemocrazia. Ultima venuta del benessere, forse ha ancora risorse abbastanza giovani per liberarsi dalle compromissioni e dalle servitù della modernità.

La più disonorevole delle compromissioni è stata di consociarsi ai misfatti della democleptocrazia, il primo dei quali è la corruzione. Nel 1975, morto Francisco Franco, la Spagna avrebbe dovuto imboccare la strada che le additavano Ramiro de Maeztu e le intelligenze più costruttive della generazione del ’98. Invece il paese che credette di far bene a liberarsi delle glorie del Cid e di far bene ad ascoltare Joaquin Costa; che a partire dagli anni centrali di Franco conobbe le gratificazioni del miracolo economico; che infine si abbandonò largamente alle proposte e alle trasgressioni della modernità, questo paese dicevamo comincia ad accorgersi che la modernità e il benessere esigono prezzi, che si fanno padroni dell’anima; che la società dei consumi sostituisce aberrazioni nuove e gravi ai mali antichi.

La Dittatura di Primo de Rivera era stata una fase di sperimentazioni, la ricerca di formule politiche al tempo stesso tradizionali (il paternalismo) e innovative, quali la Repubblica escogitata dagli intellettuali non seppe essere. Primo de Rivera, che non era un intellettuale, fu lo sperimentatore e l’innovatore ‘nelle opere’ che la Spagna non aveva più avuto dopo il regno protoriformista di Carlo III. I pensatori rigenerazionisti annunciarono verità, ma furono inermi. Invece Primo, uomo d’azione, imboccò la strada delle provvidenze energiche e senza teorizzazioni progressiste: al contrario, all’insegna di imperativi tradizionali, p.es.la compassione per i poveri e i piccoli. Fare le cose giuste senza cercare sistemazioni teoriche: visto che i teorici sono impotenti.

Ha scritto Ludovico Garruccio: “Il colpo di stato del capitano generale di Barcellona ha nella logica iberica una sua legittimità. Lo Stato della Restaurazione è finito nel 1917. La prassi politica spagnola riconosce all’Esercito una funzione di Stato di riserva. Il ‘pronunciamiento’ è la constatazione di una paralisi del potere civile”. E ancora: “La Dittatura di Primo de Rivera, un uomo abbastanza onesto, frivolo ma non senza inquietudini, distrugge le strutture oligarchiche sostituendo i capi militari ai notabili civili che da decenni spadroneggiano nelle province spagnole. Il generale collabora coi sindacati, in particolare con la Centrale socialista UGT. Largo Caballero, Julian Besteiro e altri capi socialisti entreranno negli organismi costituzionali creati dal regime. La UGT soppianta nel proselitismo la consorella libertaria CNT, approfittando dello slancio impresso all’economia dalla Dittatura. Sopravvenuta la Depressione del 1929, coi suoi contraccolpi spagnoli, il dittatore cade, dopo una lunga campagna di discredito che vede alleati gli oligarchi allontanati dal potere e gli intellettuali, i Miguel de Unamuno, gli Ortega, i Maranon, che non potevano tollerare certi aspetti grossolani e folcloristici della dittatura del generale andaluso. Nella caduta Primo trascina con sé il sovrano, un playboy simpatico e fatuo, che neppure sarà difeso dai Grandi di Spagna”.

guerra civile. Meglio avrebbero fatto a tenersi un dittatore folcloristico ma operatore di buone opere.

Cronache dolorose

La ‘Segunda Repùblica’ nasce il 14 aprile 1931 senza che si sparga una goccia di sangue, e tra grandi speranze.La Prima repubblica cominciò subito ad agonizzare, la Seconda viene assalita da nemici crudeli, la sollevazione militare e quella di sinistra. Dopo poche settimane le caserme cominciano a congiurare; gli anarchici a bruciare chiese e conventi, ad attaccare la Guardia Civil e i municipi.

La Repubblica affronterà una lotta brutale contro la Chiesa e il suo passato: anche se al presente essa dà segni di voler accettare l’ordine repubblicano. Peraltro in risposta all’ateismo e all’anticlericalismo nasce subito un forte partito cattolico, capeggiato da José Marìa Gil Robles. Alla fine del 1933 il potere passa per un biennio ‘nero’ (cioè maledetto dalle sinistre) a una coalizione delle destre. Nel 1934 si scatena un vero e proprio moto insurrezionale: dallo Stato Maggiore dell’esercito Francisco Franco, il più giovane generale d’Europa, dirige una forte campagna in Asturia che schiaccia coll’artiglieria i conati di sinistra contro l’ordine repubblicano. Di fatto la Guerra civile comincia allora, anche se i generali obbediscono ancora a Madrid, mentre i partiti che hanno costruito la Repubblica si convertono a posizioni aggressive.

Nel febbraio 1936 tali partiti vincono le elezioni e accentuano il corso sinistrista, mentre gli sconfitti si stringono ai militari golpisti. Le scelte legalitarie sono sostenute soltanto dal settore progressista della borghesia urbana, cioè da una minoranza. I proletari di città vengono mobilitati dal massimalismo, mentre i braccianti, contadini senza terra, si fanno trascinare dalla sollevazione anarchica.

Unamuno constata che la Repubblica è invasa dall’infezione. Anche Ortega y Gasset smette di sostenere la repubblica che contribuì a far sorgere. Gli intellettuali che avevano avversato Primo de Rivera ora si negano alle pulsioni violente. Salvador de Madariaga fa uscire un libro che, per il solo fatto di offrire ‘idee per la Terza Repubblica’ attesta la caducità della svolta che aveva messo fine alla monarchia di Alfonso XIII. Madariaga respinge la democrazia “numerica” del suffragio universale, cara al progressismo borghese. Ipotizza un avvenire retto da una “ gerarchia” e da un corporativismo intelligenti ed energici, abbastanza antagonistici rispetto al parlamentarismo alla francese preferito da Manuel Azana. Unamuno finisce coll’incoraggiare la Falange di José Antonio Primo de Rivera, visto che la guerra civile è la sola che si possa esaltare.

 

Il fratricidio

La Guerra civile esplode nei possedimenti africani il 17 luglio 1936 e il giorno dopo nella penisola. L’esercito d’Africa si solleva quasi compatto contro la Repubblica, eliminando fisicamente i pochi comandanti che tentano di opporsi. Subito comincia lo sforzo per riuscire a sbarcare in Spagna. La Marina non è parte attiva della ribellione, quindi non fornisce il naviglio per traghettare le unità insorte, anzi obbedisce all’ordine di Madrid di combattere i reparti ribelli. Se a questo non riesce se non in misura modesta è anche in quanto il naviglio da guerra è senza ufficiali: sono stati subito trucidati dalla bassa forza degli equipaggi. E’ l’appoggio aeronavale di Italia e Germania che consente all’esercito d’Africa di muovere alla conquista del territorio metropolitano.

La marcia nelle regioni occidentali fino al Mar Cantabrico (golfo di Biscaglia) è veloce. Invece il centro della penisola, con Madrid, è teatro di accaniti combattimenti fino al 26 gennaio 1939, quando i nazionali entrano in Barcellona, poi all’occupazione incruenta di Madrid. Il 1° aprile successivo un laconico comunicato di Francisco Franco annuncia: “Gli obiettivi militari sono stati raggiunti. La guerra civile è finita”. Le celebrazioni della Vittoria e, fuori di Spagna, le battaglie delle opposte propagande andranno avanti nei decenni.

L’avanzata franchista nella regione occidentale aveva incontrato scarsa resistenza, dunque era stata senza storia: a parte il grande massacro dei repubblicani catturati nell’arena di Badajoz, capoluogo dell’Estremadura spagnola (quella portoghese comprende Lisbona). Il comandante nazionalista Juan Yague Blanco spiega ai giornalisti che le sue colonne non possono fare prigionieri: ne sarebbe rallentata l’avanzata verso Nord e la successiva partecipazione alla battaglia per conquistare Madrid.

A Oviedo, capoluogo asturiano, le milizie repubblicane conservano il controllo della città, ma il loro comandante colonnello Aranda, poi rivelatosi franchista, riusce a convincere quattromila minatori ad andare alla difesa di Madrid. L’astuzia consente ad Aranda di impossessarsi di Oviedo. La storia delle operazioni della Guerra civile è tanto fitta di episodi che non la racconteremo. Ricorderemo soltanto per il loro valore emblematico il massacro degli ufficiali insorti nel cortile della caserma Montagna a Madrid e quello dei repubblicani difensori di Badajoz.

La guerra civile fu combattuta animosamente da entrambe le parti, anche se i fatti più impressionanti non furono gli scontri tradizionali tra eserciti ma le esecuzioni, gli omicidi, le atrocità tra civili. Sul campo prevalsero le vittorie nazionali. Quelle dei repubblicani furono rare ed effimere: la temporanea presa di Teruel (Aragona), la resistenza di Madrid, il successo a Guadalajara sulle truppe italiane, le battaglie dell’Ebro, l’ultima delle quali (1938) dissanguò irrimediabilmente le forze repubblicane. Fallito anche quest’ultimo sforzo disperato, la disfatta della Repubblica divenne certa: pertanto la prosecuzione della lotta ad oltranza fu l’inutile spargimento di sangue voluto fino alla fine da Juan Negrin, capo del governo repubblicano. La sua giustificazione: si avvicina il secondo conflitto mondiale; a quel punto le democrazie occidentali ‘non potranno non aiutare’ la Repubblica spagnola impegnata in uno scontro mortale contro gli alleati di Roma e di Berlino.

Ragionamento basato su premesse cervellotiche. In realtà la Francia amica soccombette al Reich nel giugno 1940 e solo due anni dopo il conflitto generale prese a volgere a sfavore dell’Asse. Gli occidentali non furono mai in grado di capovolgere le sorti della Guerra civile di Spagna. Gli importanti aiuti dell’Urss declinarono fortemente appena con la sconfitta sull’Ebro si annunciò la morte della Repubblica. E Negrin non ebbe la saggezza di rinunciare spontaneamente alla lotta sul campo, così finendo coll’unirsi agli altri macellai di popoli. Negrin era troppo dominato dai capi del partito comunista . Mosca non aveva liberato quest’ultimo dalla consegna di combattere fino all’ultimo onde dare più tempo all’Urss per prepararsi allo scontro col Reich.

Sorprendente il finale della Guerra civile: a Madrid tutte le unità repubblicane aggredirono le milizie comuniste che si opponevano alla resa. I combattimenti tra antifranchisti fecero un migliaio di morti: alla fine prevalse la Giunta capeggiata dal colonnello Casado, già comandante dell’esercito repubblicano del Centro. La Giunta si arrese a Franco senza condizioni.

Il mondo restò sbigottito di fronte al crollo della Repubblica, ma le cose non potevano andare diversamente dopo il suo annientamento sull’Ebro. Agli inizi del 1939 dalla Catalogna ripararono in Francia, con una marcia terribile attraverso i Pirenei innevati, mezzo milione tra civili e fuggiaschi militari. Il governo di Parigi, che aveva parteggiato per l’antifascismo spagnolo, rinchiuse i fuorusciti in una quindicina di campi di raccolta privi di strutture e di ripari, però circondati di filo spinato e guardati da reparti senegalesi, oltre che dai gendarmi armati. Per dieci giorni non furono distribuiti viveri e acqua. Il poeta Machado morì dopo pochi giorni di detenzione all’aperto.

Nei brandelli di repubblica ormai solo il Pce predicava la resistenza ad oltranza: “Resistir es vencer”. Il presidente Manuel Azana si dimise il 28 febbraio e riparò a Parigi. Si aprì a quel punto l’ultimo atto della tragedia. La capitale era sul punto d’essere investita da 32 divisioni vittoriose, forti di artiglierie, di blindati, di almeno 600 aerei. A Negrin che prometteva nuovi aiuti sovietici, il colonnello Casado oppose che quegli aiuti non potevano piàù arrivare. Finalmente il colonnello si ribellò a Negrin, alla testa di tutti i reparti repubblicani che in una serie di scontri liquidarono quelli comunisti.

Come rilevò lo storico Hugh Thomas, la guerra civile spagnola superò in ferocia quasi tutte le altre guerre del passato. Tuttavia le perdite umane furono meno gravi delle previsioni. Forse i caduti non furono più di 600 mila, di cui circa 100 mila assassinati o giustiziati sommariamente. 183 città furono devastate, con 150 chiese distrutte e 4850 danneggiate. 250 mila case furono rese inabitabili. Ancora Thomas: “Si può addirittura dire che la Guerra civile di Spagna suscitò più emozioni che il secondo conflitto mondiale”.

 

Futuro: la missione del Nuovo Fraga

Gli uomini con le qualità di Manuel Fraga Iribarne però negati a fare gli errori capitali di Fraga, sono talmente rari che forse non sorgeranno per decenni. Di fatto la Spagna del secolo XX non ne ha avuto alcuno, e per il XXI le circostanze sono poco favorevoli.

Quando verrà, il Nuovo Fraga non potrà più annunciare -i tempi essendo diversi- il messaggio che avrebbe dovuto essere del Nostro: ‘la Spagna, sofferte le sventure della Guerra civile, poi del regime franchista, poi del postfranchismo, ha diritto di darsi un congegno di Polis completamente nuovo. Un congegno che per saggezza valorizzi alcune acquisizioni del passato nazionale: prima di tutto la dittatura benefica e modernizzatrice di Miguel Primo de Rivera, l’uomo che preferiva il popolo agli ottimati suoi pari; in più, gli spunti di idealismo sociale del figlio José Antonio; persino l’empirismo di Francisco Franco di accettare negli anni Cinquanta quanto serviva per avviare lo sviluppo e avvicinare la prosperità.

Il Nuovo Fraga dovrà rilanciare le intuizioni creative del Rigenerazionismo, col pensiero di Ramiro de Maeztu e quello di Fraga Iribarne. Dovrà proporre un congegno di Polis che -attraverso una delle formule di democrazia semi-diretta e selettiva già concepite negli Usa, in Italia e altrove- mobilizzi la capacità del popolo di selezionare gestori ben migliori di quelli di un lungo passato.

La consegna per il Fraga del futuro sarà, più ancora, di concepire un’etica civile completamente diversa, depurata del consumismo e dell’idolatria del denaro. Se il Cid Campeador, Rodriguez Diaz de Bivar, fu l’eccezionale protagonista del secolo XI, la Spagna dovrà esprimere un altro Cid.

Fraga, tuttavia, aveva già espresso la convinzione che la democrazia del futuro sarà ‘diretta’, grazie alle avanzate tecnologiche. In proposito valgano alcuni estratti del suo scritto “Vigilia di Millennio”, steso da presidente della regione Galizia:

Negli ultimi anni la Galizia ha fatto uno sforzo a fondo per entrare nella società della informazione. Qui si potrà generare un nuovo Rinascimento, un nuovo secolo dei Lumi dal punto di vista dell’uomo. Ciascuno di noi potrà essere un emittente, cioè un protagonista oltre che il destinatario di un processo comunicativo universale. E’ una tappa radicalmente nuova. Per fare un esempio, il grado di digitalizzazione della rete telefonica galiziana è al livello delle aree più avanzate di Germania e di Francia. Presto lo supererà. Non ci aspetta la Terra Promessa, però certamente un tempo di opportunità uniche. Goethe lo direbbe “il presente puro della storia”.

 

Tornare all’agorà ateniese

Ancora Fraga: “La democrazia vera è un assetto politico nel quale sono i cittadini, non i parlamenti né le istituzioni, ad esercitare la sovranità. L’infrastruttura tecnologica dell’autostrada informatica rende possibile questa nuova democrazia. L’impiego massiccio delle tecnologie della comunicazione permette ai cittadini di disporre di un’informazione trasparente, veritiera e completa, non solo su quanto fanno i poteri pubblici. Senza tale informazione la democrazia autentica non è possibile: né convenzionale, né digitale. Mancando un accesso equo e illimitato all’infrastruttura dell’informazione, possiamo anche tornare all’agorà di Atene, però riproducendo le carenze della democrazia ateniese, alle cui assemblee partecipava solo la minoranza dei cittadini di diritto pieno.

Siamo a una vera e propria rivoluzione, provocata dalle continue novità dell’elettronica in generale. Si relativizzano e scompaiono le nozioni di tempo e di spazio, di vicinanza e di distanza, con le correlate categorie socio-economiche di centro e di periferia. Ci incamminiamo verso una società globale, un mondo senza frontiere e senza distanze fisiche. E’ un processo innovativo molto diverso dalla rivoluzione industriale e dai cambiamenti che la precedettero; sarà il più rapido della storia umana finora pregressa. Non stiamo parlando di un futuro prossimo. Parliamo di oggi stesso, del futuro già cominciato.

Mai come oggi la specie umana ha potuto essere tanto padrona dell’avvenire, individuale e collettivo”.

Fraga non ha detto che il Nuovo Cid Campeador che la Spagna forse esprimerà avrà la missione di liberare il popolo, alla testa delle legioni dell’elettronica, dagli usurpatori della sovranità: i professionisti della politica. Esistono, agiscono, malversano ai soli fini propri e della loro casta.

 

 

DAI DESTINI TRAGICI

AL DISDEGNO PER  LE VENDETTE

Fanno quarantuno anni dalla morte di Franco e dalla fine del suo regime. Da allora la Spagna ha dimostrato ad abundantiam di avere adottato la ‘via italiana’ alla pluto-democrazia, fatta di partiti prevaricatori e corrotti, di mezzadria tra capitale e sindacati, di alta spesa pubblica e dunque di molte tangenti. Invece ha respinto il magistero italiano quanto a regolamento dei conti tra vincitori e sconfitti. Da noi nel 1945 i primi usarono le armi della lotta partigiana per una breve e feroce mattanza dei vinti; in più, improntarono al loro settarismo la nuova Costituzione e addossarono allo spirito pubblico i loro valori e canoni retorici.

In Spagna, poco di tutto ciò e molta volontà di riconciliazione. Per cominciare, non si è tentato di abbattere l’istituzione monarchica, imposta da Franco a un paese che aveva scelto la repubblica. Dal canto suo la monarchia ha in vari modi assecondato la defranchizzazione pacifica preferita dal popolo ai metodi dei nostri partigiani e dei loro mandanti politici. Si fossero trovati ad agire in Spagna, morto il Caudillo, i capi della nostra Resistenza è verosimile avrebbero provato a imporre coi mitra i metodi e le rappresaglie del Maquis.

Gli spagnoli non permisero questo. Non lo permisero in particolare le sinistre, comunisti compresi. Infatti nell’ottobre 1944, vigilia del trionfo bellico delle potenze antifasciste, il proletariato e la borghesia progressista di Spagna non dettero alcun consenso al tentativo di un segmento comunista riparato in Francia di riaprire il conflitto civile con la penetrazione di una grossa formazione partigiana nella valle di Aran ( Pirenei). Le truppe di montagna di Franco schiacciarono subito gli “invasori” guerriglieri, poi ebbero facilmente ragione delle bande partigiane che avevano provato ad agire in aree poco presidiate del territorio iberico.

I lavoratori e i ceti medi politicizzati di Spagna non si sollevarono contro il regime, nonostante l’imminenza della vittoria alleata. Non dettero alcun appoggio alla velleitaria ‘Resistencia’, che ebbe qualche altra manifestazione. Da quel momento il partito comunista clandestino e quello dell’esilio in Francia, Urss e Messico rinunciarono a ogni conato antifranchista. Quanto ai contadini, essi appoggiarono fattivamente con le cosiddette contrapartidas i reparti governativi che snidavano i ribelli sopravvissuti qua e là come nuclei banditeschi. Cessò ogni opposizione organizzata, e nel 1956 il Pce proclamò la “Reconciliaciòn nacional”.

Morto Franco si constatò che la transizione dal regime ‘alla libertà’ si era già un po’ delineata negli anni Cinquanta; si era accelerata, oltre che con le aperture all’Occidente e al mercato, coll’ingresso nel governo di Manuel Fraga Iribarne, nel 1962. Che cioè sin d’allora Francisco Franco aveva accettato la logica del futuro (se non addirittura da quando aveva detto no a Hitler nell’incontro a Hendaye, il 23 ottobre 1940)

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Risalendo nel tempo, all’agonia del parlamentarismo e del potere dei notabili liberal-conservatori, il 13 settembre 1923 l’incruento colpo di Stato di Miguel Primo de Rivera avviò l’esperimento di una dittatura non fascista, al contrario filo-proletaria, appoggiata dal partito socialista. Durò fino al volontario ritiro del Dictador (gennaio 1930), oltre sei anni nei quali il paese vide, oltre alla cancellazione della vecchia politica conservatrice, vasti piani di edificazione economica e di modernizzazione autoritaria, non accompagnati da fatti di repressione dura. Il governo del generale cadde per gli squilibri tra le risorse disponibili, alquanto scemate per la Grande Depressione, e per l’alto costo dei programmi di modernizzazione e di ridistribuzione della ricchezza a vantaggio dei ceti umili. Cadde di fronte alla netta ostilità dei banchieri e del patriziato latifondista. La Dittatura aveva fatto nascere il primo, limitato Welfare della storia spagnola: assicurazioni sociali, pensioni, case popolari, ospedali, opere irrigue, ferrovie, canali.

Ma il vanto imperituro della classe di governo spagnola fu, nel 1914 e nel 1940, l’aver saputo rifiutare la partecipazione ai due conflitti mondiali. La prima volta fu merito soprattutto di un primo ministro conservatore, Eduardo Dato, che sventò i tentativi delle élites sinistriste di intervenire a favore dell’Intesa,nel nome della loro ideologia. Nella drammatica agonia del parlamentarismo il presidente Dato sarà assassinato (1921) da un anarchico. Tutti sanno le crisi di sistema che nel 1931 portarono alla caduta della monarchia, alla Repubblica sventurata e, cinque anni dopo, alla Guerra civile.

Abbiamo richiamato alcuni momenti del Novecento per evidenziare che gli spagnoli, pur con una storia di turbolenze e di odii, sono stati capaci di più saggezza e più misericordia di altre stirpi. Della nostra, per esempio. Gli spagnoli si sono sgozzati nella Guerra civile, ma quando essa si è chiusa hanno respinto le tentazioni e le occasioni di riaprirla. Si sono salvati dai crimini dei regolamenti dei conti.

Hanno smentito, con una nettezza che non era prevedibile, il tragico pessimismo nazionale del 1898, quando la disfatta per mano americana, con la perdita dell’impero e dell’autostima, era sembrata spegnere l’anima della Spagna. In quegli anni il grande pensiero del ‘Rigenerazionismo’ fiorì su un dolore inconsolabile. Il disperato scrittore e diplomatico Angel Ganivet, prossimo a suicidarsi, aveva negato che i suoi connazionali potessero mai aspirare a un umile benessere. Miguel de Unamuno, rettore a vita dell’università di Salamanca, aveva incatenato la Spagna ai suoi aspri miti nazionali, al punto che il filosofo razionale Ortega y Gasset lo censurava come ‘energumeno’. Quante volte Ortega e altri grandi intellettuali del tempo avevano fatto tristi vaticinii di saldatura della loro nazione all’Africa invece che all’Europa?

Un secolo dopo la Spagna è il contrario dei vaticinii. Ha persino una ripresa produttiva meno anemica di quella italiana: con tutto il nostro dinamismo da Expo. Povero Ganivet, figlio della luminosa Granada, che aveva scritto “Uno spagnolo ricco disgusta”!

Alla morte di Franco

La regola, per queste riflessioni sull’Ottocento politico spagnolo, sulla sua tragica appendice (la Guerra civile 1936-39) e sul crollo delle messianiche speranze sul dopo Franco e sull’oggi, sarebbe di cominciare da quella specie di Vespro siciliano che nel 1808 aprì alla reggia estiva di Aranjuez la guerra del riscatto contro Napoleone. Ma sono cose note. Saltiamole tutte e veniamo alla premessa dell’oggi. Il 20 novembre 1975, quando Francisco Franco muore, la Spagna è come Lucifero prima della caduta che lo rende Satana, il Nemico di Dio, egli che era “splendente figlio dell’aurora” (Isaia 14,12: ‘Come tu cadesti dal cielo’) e capo degli arcangeli.

Infatti la Spagna, col suo retaggio imperiale cancellato e coll’esperienza di un quarantennio di mali e di beni del regime franchista, si trovava nel 1975 ad essere il solo grande paese occidentale libero dei ceppi e delle frodi della democrazia parlamentare/partitica. Come Lucifero avrebbe potuto non farsi il nemico di Dio, la Spagna avrebbe potuto darsi un sistema di governo meno truffaldino e tangentizio del nostro. Cancellando sì il Regime con le sue iniquità, ma negandosi al modello demo-cleptocratico. Invece nel 1975 i maggiorenti di potere decisero di scegliere il parlamentarismo senile. Oggi il Paese è quasi altrettanto malato quanto la nostra repubblica, laddove si era guadagnato con una guerra crudele tra fratelli e con le pene dell’età franchista il diritto/dovere di darsi un avvenire migliore.

Non è lecito dire “la Spagna della democrazia è un paese moderno e anche prospero”. Non la Spagna della democrazia. Anticipi di modernità e di prosperità li aveva ricevuti già nel 1923-30 dal dittatore quasi-socialista Miguel Primo de Rivera, il miglior governante di Spagna dai tempi di re Carlo III e dei riformatori illuministi (tra Jovellanos e Primo de Rivera c’erano stati solo conati di progresso all’insegna di un liberalismo condannato a morire).

Il fatto sconfortante fu che, finito il franchismo, la Spagna aveva l’uomo e l’idea che avrebbero potuto risparmiarle la frode partitica. Aveva la concezione di una società organica superiore alla dialettica destra-sinistra. E aveva Manuel Fraga Iribarne, possibile portatore di tale società organica. Secondo molti osservatori, soprattutto all’estero, il Fraga liberalizzatore del regime tra il 1962 e il ’69 aveva i titoli per succedere a Franco e per risanare il sistema. Era stato vice-presidente del governo. Era il più colto, probabilmente il più geniale tra i pretendenti al trono del Caudillo. Era il re-filosofo che aveva già dimostrato, da teorico dei sistemi politici, di padroneggiare i concetti e gli strumenti per progettare il futuro. Un futuro migliore della ‘Transicion’ del furbo gerarca Adolfo Suarez, fatto dal re suo amico Juan Carlos prima presidente del governo, poi duca. E Fraga era ben altro che il successore di Suarez, Leopoldo Calvo Sotelo, fratello di José il cui assassinio da parte di militanti rossi fu la scintilla che incendiò la guerra civile.

Fraga Iribarne non doveva, né poteva, prolungare il franchismo. Ma nemmeno poteva/doveva coonestare la tesi, futile avanzo del passato, secondo cui il franchismo era stato solo obbrobbrio. Il miracolo dello sviluppo economico era cominciato negli anni Cinquanta, sotto Franco, e non era più rallentato nell’intera età franchista.

L’accelerazione economica e sociale introdotta dalla dittatura benevola di Miguel Primo de Rivera (1923-30) era stata recuperata e portata avanti dai vincitori della Guerra civile. Che il loro regime sia stato solo oppressione è falso. Mancavano certamente le libertà amate dai giornalisti e dagli intellettuali. Però i proletari spagnoli mangiavano meglio, e gli altri ceti si avvicinavano ai livelli di vita delle società prospere. Dunque il regime non dava solo parate militari e rimpianti della grandezza passata.

Scrive nel suo prezioso “Spagna senza miti” (ed. Mursia) Ludovico Garruccio(cioè il futuro ambasciatore Incisa di Camerana) che la lunga dittatura seguita alla Guerra civile “se attira una valutazione pressocché unanime sul piano etico, è oggetto nel merito di giudizi di valore distinti se non opposti. Su ogni fenomeno spagnolo ricorrono sentenze sovente dettate dalla passione di parte o, più semplicemente, dall’ignoranza. Marx avvertiva giustamente più di un secolo fa “non vi è un paese così poco conosciuto come la Spagna”.

Ancora Garruccio: ”La Spagna che si preferirebbe vedere irrigidita nel dolore e nel lutto o in preda a eroici furori, non è in fondo che un paese di camerieri cortesi, albergatori corretti, pappagalli di buona bocca ed entraineuses compiacenti. All’oleografia succede una nuova oleografia: la Spagna piacevole, godereccia, à la page”. Garruccio ragiona nei tardi anni Cinquanta, un tre lustri prima della morte di Franco. Precisa che la Spagna dei suoi giorni è “la Spagna del decollo economico, avviata verso la società dei consumi di massa (…) Molte cose nuove entrano a forza attraverso i Pirenei. Se è vero che tutto sembra sopravvivere, tutto sembra anche nascere”.

Si cita qui la testimonianza di Garruccio, “frutto di un lungo soggiorno spagnolo”, perché essa mette in fuga i luoghi comuni sulla Spagna che “geme sotto Franco”. Inutile dire che la realtà spagnola a metà del franchismo è contraddistinta da ben altre situazioni che le piacevolezze del turismo (peraltro promosso e quasi inventato dal ministro Fraga Iribarne). Al proletariato e alla piccola borghesia i molti decenni del parlamentarismo liberale e gli anni del sinistrismo repubblicano (1931-39) dettero quasi niente. Invece la dittatura di Primo de Rivera, poi quella di Franco hanno dato alle masse l’ingresso in una modesta prosperità, in seguito nel vero e proprio sviluppo. Il resto sono sofismi letterari e chiare confessioni di gelosia. La vera crudeltà di Franco fu di non avere amnistiato o graziato abbastanza prigionieri, non di non riaprire le urne e non liberalizzare i media.

Altre puntualizzazioni di Garruccio, intellettuale di parte progressista che conosce la Spagna come nessun altro del suo ambiente politico: “Un decreto governativo dell’aprile 1961 simboleggia l’avvento al potere della tecnocrazia e dello sviluppo; di una classe dirigente europeizzata. Nel 1966 la Spagna raggiunge il reddito pro-capite di 637 dollari, varcando così la quota 600, la frontiera che separa i paesi poveri da quelli ricchi. La Spagna entra ufficialmente nel novero delle nazioni sviluppate. La Spagna scalza e stracciona è finita. Nelle case degli anarcosindacalisti del ’36 è entrata la speranza di comprare a rate la Seicento. Sia pure con uno sviluppo deturpato da distorsioni e strozzature, il paese si avvia verso la società del benessere. Le conseguenze della fine della Spagna proletaria si fanno sentire”.

Quando Garruccio scrive, Francisco Franco è saldamente al timone. Lo lascerà solo morendo. Dunque non è vero che il regime sia stato solo iniquità: agli spagnoli tutto sommato andava bene. Il Welfare State nazionale, nato sotto Primo de Rivera, sotto Franco raggiunse dimensioni italiane.

 

Alla morte del Caudillo, Fraga Iribarne avrebbe dovuto muovere da queste basi oggettive per concepire un passaggio al futuro diverso dalla pseudodemocrazia italiana, cioè dalla combutta tra sinistrismo insincero, arricchimento dei già ricchi, consumismo e corruzione sfrontata. In Spagna i successori veri di Franco -il partitismo capeggiato all’inizio dai socialisti di Felipe Gonzales- si misero a rubare così prontamente da essere sconfitti più tardi da un partito conservatore (Popular) senza storia e con un leader inconsistente come Aznar.

Fraga avrebbe dovuto sì sanzionare la fine del franchismo, senza però rinunciuare alla grande acquisizione di quest’ultimo: aver cancellato il parlamentarismo, fatale generatore di frode e di cleptocrazia. Fraga aveva riferimenti ideologici ben superiori alle arringhe patriottiche di Francisco Franco. Aveva Ramiro de Maeztu, il più politico degli uomini del Regeneracionismo e, nel giudizio dello stesso Fraga, “l’intelligenza più costruttiva tra quante la Spagna ha prodotto nella prima metà del secolo XX”. Il Fraga storico della politica aveva dunque individuato il riferimento ideologico giusto: Ramiro de Maeztu. Il Fraga che si allineò al pensiero unico -la democrazia elettorale, respinta da Maeztu- non fu coerente né col maestro nécon sé stesso.

 

I grandi operatori dell’errore

Hitler e Napoleone si condannarono alla rovina invadendo la Russia. Winston Churchill ottenne i due conflitti mondiali che esigeva per la perennità dell’Impero britannico e, conseguite due vittorie, l’Impero e la grandezza non esistevano più. F.D.Roosevelt fece carte false per sorreggere l’Urss di Stalin, e già Harry Truman suo successore (scelto da lui FDR) prendeva atto che era cominciata la guerra fredda contro l’Urss di Stalin. Lo zar Nicola II si fece convincere a ordinare la mobilitazione contro Germania e Austria-Ungheria, e finì massacrato coll’intera famiglia dai bolscevichi vittoriosi. Infine se Benito Mussolini non avesse fatto ciò che fece il 10 giugno 1940, forse i suoi figli e nipoti governerebbero da palazzo Venezia.

Ebbene Fraga Iribarne si unì a questi illustri operatori dell’errore fatale quando valutò di doversi convertire alla democrazia dei partiti. Nel 1969 aveva dovuto lasciare il governo di Madrid, dove era stato il più brillante dei ministri, per dissenso col reazionario ammiraglio Carrero Blanco. Molti in patria e all’estero lo preconizzarono futuro reggitore della Spagna. Nella prospettiva della fine non lontana del Caudillo, Fraga non poteva non proporre al Paese un’opzione grande, che valorizzasse l’eccezionalità dell’esperienza nazionale concependo un’alternativa al franchismo diversa dal parlamentarismo, in Spagna più fallito che altrove.

Cambiamento grande sarebbe stato ripudiare sì quasi tutte le somiglianze al fascismo, però sostituendo ad esse una struttura di concetti nuovi. Da una parte i lasciti positivi del passato: il Guild Socialism di Ramiro de Maeztu; il nucleo positivo del falangismo sociale di José Antonio, così divergente dal conservatorismo clericale del Caudillo; l’autoritarismo pragmatico e non violento della dittatura filosocialista di Miguel Primo de Rivera, padre di José Antonio; le ipotesi di democrazia diretta e elettronica, dallo stesso Fraga stesso considerate attendibili e logiche.

Invece Fraga si rassegnò a iscriversi alla democrazia occidentale, da tanti considerata vicina all’estinzione. Peggio, si convinse che il proprio posto fosse a destra, nel segno di Antonio Cànovas del Castillo, che nel 1876 riuscì a restaurare il parlamentarismo liberal-conservatore. Ma Cànovas aveva risolto un problema di un secolo prima. Quando Fraga fece la sua scelta di fondo, i problemi della Spagna erano altri. Si riassumevano nell’interrogativo: alla vigilia del Terzo Millennio aveva senso riesumare la salma del parlamentarismo liberale, così facilmente abbattuto nel 1923 da un generale?

La risposta di Fraga fu sorprendentemente benevola nei confronti dell’infermo congegno politico sopravvissuto nei paesi demoplutocratici. E’ vero; quarant’anni fa, quando Fraga fece la sua scelta, le istituzioni dell’Occidente erano meno malate che oggi, quando boccheggiano. Nessuno più dubita seriamente che il nostro mondo abbia bisogno di liberarsi di congegni politici escogitati e montati agli inizi dell’Ottocento. Soprattutto in Italia, nessuno più crede nella validità piena della rappresentanza basata sulla delega elettorale. Nessuno più ignora che il professionismo dei politici ha perso ogni legittimità: si giustifica solo ai fini della loro casta. Fini spregevoli: è opinione diffusa che la nostra politica sia più corrotta oggi che al tempo di Mani Pulite, cioè del sisma che abbatté la Prima Repubblica.

 

Fraga aveva certamente ragione a preferire, come scriveva nel 1975, “la serena moderazione e il compromesso a una cattiva disputa”; cioè, per la Spagna “alla maggior parte degli scontri civili degli ultimi due secoli”. Ma egli presupponeva realtà e meccanismi quasi opposti alle pratiche politiche dell’Occidente di fine Novecento. La democrazia parlamentare all’antica è nel marasma preagonico. Riproporla alla Spagna del dopo-Franco fu operazione antiquaria. Proprio Fraga aveva scritto, a proposito del più importante tra i sistemi parlamentari (però corretto dal presidenzialismo):”Negli USA si osserva una crisi di fiducia che coinvolge le istituzioni politiche e quelle economiche. L’America si trova di fronte a problemi formidabili e, peggio, a una profonda crisi morale”.

Ancora: “La Spagna, dopo un Medioevo di lotte per la riconquista del paese e della sua perduta unità, si è abbandonata nell’età moderna a un sogno imperiale da cui ritorna, impoverita e umiliata, alla sua vera essenza, quella di Stato nazionale europeo. Era naturale che sorgessero profonde divergenze sul significato della sua drammatica storia. Quelli che sostenevano (guardando solo a certi aspetti del passato) un ideale imperiale e un’illusione di grandezza, non sono riusciti che ad alimentare una retorica ambigua e a demoralizzare chiunque tentasse imprese alla nostra reale portata. Ma hanno una colpa anche più grave, quella di avere propagato una immagine eterna e immutabile della Spagna; e di volere far passare le nuove generazioni attraverso il cerchio del loro dogmatismo angusto, bigotto e ridicolo.

D’altronde non si può più essere indulgenti con certi modernizzatori ad oltranza. Solo nella continuità di ciò che siamo stati e siamo, e nell’assimilazione intelligente del nuovo, il cambiamento può essere in meglio. Non sempre, naturalmente. La grande maggioranza degli spagnoli non vuole che siano le minoranze estremiste a polarizzare le impostazioni. Non desidera tornare sulle vecchie vie che hanno portato al fallimento, né arenarsi nelle soluzioni d’emergenza che un tempo furono inevitabili. Nemmeno contentarsi di facili omologazioni.

Negli ultimi tempi la Spagna ha fatto grandi progressi. Utilizzando meglio le sue risorse minerarie e agricole; conquistando una posizione preminente nel turismo; preparando meglio il materiale umano e inserendolo nelle aree industriali; partendo dalle necessità stesse di ricostruzione dopo la Guerra civile; il nostro paese ha compiuto un decollo spettacolare che ha sùbito prodotto conseguenze positive per tutti.

Però siamo ancora lontani dalla giustizia sociale. Si dovrà arrivare alla partecipazione dei lavoratori nelle imprese. Si arriva gradualmente, dappertutto, verso la cogestione.

Tre secoli fa Alejo de Vanegas scrisse che i quattro peccati dello spagnolo erano l’eccesso di spese in ornamenti esteriori, il disdegno del lavoro, la mania del lignaggio e l’ignoranza, unita al disprezzo del sapere. Il suo giudizio non ha perso attualità. La nostra società dovrebbe approvare più il lavoro ben fatto che il successo improvvisato, quasi sempre a spese degli altri. Vi sarebbero meno scandali e più serietà. Dobbiamo ricreare l’etica sociale.

Si qualifica il termine ‘democrazia’ con attributi diversi: democrazia rappresentativa, diretta, semidiretta come in Svizzera, popolare nell’Ungheria comunista, guidata in Indonesia. L’espressione ‘democrazia organica’ ha una valida tradizione nei pensatori tradizionalisti e nei sociologi organicistici che nel secolo XIX dovettero affrontare lo sfacelo delle istituzioni tradizionali e il pericolo che la marea individualista e democratica travolgesse la civiltà. Una posizione riformista o di centro è quella che meglio corrisponde alla realtà del nostro paese”.

Torniamo a noi. “Non contentarci di facili omologazioni” invocava Fraga Iribarne come consegna per la Spagna nel decidere sul proprio futuro. Non le facili omologazioni. Ebbene, una facile omologazione è stata la disdetta fatale di Fraga. Morto il Caudillo, a Fraga mancò l’ardimento di non omologarsi alle categorie e alle istituzioni del momento. Di rifiutare il pensiero unico che vuole dappertutto i parlamenti e la partitocrazia. L’ardimento era stato, a Indias e in altri continenti, la virtù somma dei Conquistatori.

Non importa se un popolo si sia liberato di un regime comunista o di un despotismo tradizionale, cioè vigente da millenni, si ritiene oggi che l’esito obbligato debba essere il passaggio alle urne elettorali, al dominio dei partiti e dei politici di professione. Un passaggio quasi sempre rovinoso. Fraga Iribarne decise di non verificare nel concreto la validità di alcuna alternativa all’obsoleto parlamentarismo alla Westminster o alla variante italiana. Avrebbe potuto muovere da quell’elemento di assoluta novità rappresentato dall’uscita della Spagna dall’antica povertà,per elaborare una formula politica nuova in cui confluissero l’efficienza gestionale dei regimi autoritari (M.Primo de Rivera, Ataturk, F.Franco, il Giappone otto-novecentesco, la Cina odierna) e la ricerca di indirizzi alternativi quali il Guild Socialism dell’anglo-spagnolo Ramiro de Maeztu e quali le varie ipotesi, già messe a punto, di democrazia diretta e/o elettronica. Il tutto nella cornice di progredita razionalità da lui stesso additata in decine di libri e in centinaia di saggi.

In sostanza Fraga rinunciò ad avanzare la propria visione dello Stato. Allo stesso modo Pietro da Morrone rinunciò a restare papa Celestino V, per i contrasti del suo tempo e per il sopruso del cardinale Caetani (Bonifacio VIII come pontefice usurpatore). Fraga preferì affidarsi alle residue istituzioni liberali ancora in piedi nell’Occidente: apparentemente dimentico che nel suo paese il liberalismo fallì tutte le prove nell’Ottocento (nelle parentesi di legalità costituzionale) e nei primi ventitre anni del Novecento. Finché il colpo di Stato di Primo de Rivera liberò il paese, per oltre sei anni, dai partiti e dai notabili. Quanto al parlamentarismo della seconda repubblica spagnola, esso fu semplicemente catastrofico.

Stranamente, il cattedratico di scienza politica Fraga Iribarne volle, al momento di proporsi al Paese, concedere un’altra chance all’oligarchia partitica. Quasi amnistiandola in anticipo per l’inevitabile corruzione che avrebbe portato con sé. Le tangenti sono oggi la struttura portante della democrazia, in Italia e (forse un po’ meno) in Spagna. I principi più nobili e i congegni meglio ingegnerizzati vengono regolarmente traditi o svuotati dalle prassi degli apparati politico-burocratici, operanti in combutta con la plutocrazia.

Al politico e governante Fraga è accaduto l’infortunio di un’ingenuità che si considera frequente nei dilettanti e nei letterati. Invece di progettare un quadro di sistema utilizzante le esperienze spagnole e internazionali, Fraga ritenne di dar credito alle stesse istituzioni che in Italia, e altrove nell’Occidente, stanno vivendo la più grave delle crisi.

 

 

José Antonio come risorsa

Le ideologie moderate e centriste, per loro natura, non sono fatte per accendere fantasie, meno che mai per galvanizzare i giovani. Il programma di Fraga per il dopo Franco era essenzialmente democristiano, incapace di trascinare. Tanto è vero che il suo autore, per non confondersi col centrismo, lo presentava come ‘derecha’. Era una presentazione strumentale, al fine di catturare anche i voti dei conservatori e dei nostalgici del Quarantennio del Caudillo. Fraga prometteva molte aperture ai tempi nuovi e varie proposte di sentore interclassista, cioè democristiano.

Invece il progetto innovatore di Fraga avrebbe dovuto giovarsi anche dell’attivo ereditato dai vincitori della Guerra civile: in particolare dal movimentismo giovanile e dalla vocazione sociale di José Antonio, entrambi repressi da Francisco Franco. Il figlio del dittatore Miguel Primo de Rivera non ebbe il tempo e l’autorità per immettere elementi di “fascismo sociale” nel movimento antirepubblicano. Fu subito fucilato ad Alicante dagli estremisti che lo avevano catturato. Era certamente un avversario aperto della democrazia liberale. Ma il suo falangismo era senza dubbio anticonservatore e proteso verso il popolo: tale era stata del resto la dittatura di suo padre, fatta cadere dai banchieri e dai grandi agrari.

Tutta la breve predicazione di José Antonio fu un’appassionata enunciazione di propositi a favore dei ceti proletari, sia pure propositi collegati alla lotta contro il sinistrismo. Il contesto del 1936 indusse molti a considerare fascista il pensiero di José Antonio. In realtà egli non era un vero fascista (del resto non lo era stato né suo padre, né lo stesso Francisco Franco). Lo specifico di José Antonio era d’aver saputo trovare parole ardenti, insolitamente vive, per lanciare un messaggio politico contrastante col destrismo clericale di Franco. Se avesse fatto proprie alcune delle idee avveniristiche di José Antonio, Manuel Fraga avrebbe immesso idealità e carisma nella sua proposta agli spagnoli.

José Antonio era fatto per ispirare. Scrive Ludovico Garruccio (Incisa di Camerana): “Con lui il fascismo spagnolo si stacca dal velleitarismo malapartiano e inizia quella traettoria romantica e tragica che farà delirare di entusiasmo gli intellettuali nazionalisti francesi alla Bardèche e alla Brasillach. La formula che distingue il fascismo di José Antonio dagli altri fascismi è lo spirito della crociata. Giménez Caballero aveva già identificato fascismo spagnolo e cattolicesimo. Aveva esortato i suoi conterranei ”Cesare e Dio!”. “Siate cattolici e imperiali!”.

José Antonio, che è un attento lettore di Ortega e di Miguel de Unamuno, razionalizzerà queste formule ancora grezze, aggiornandole al clima intellettuale della Spagna degli anni ’30 e le tradurrà in una fraseologia tagliente: ‘Vogliamo un Paradiso difficile, eretto, implacabile’. I falangisti dovranno essere ‘mezzo monaci e mezzo soldati’. A buon diritto Gimenez Caballero chiamerà la Falange ‘un ordine militare e monastico’.

Ancora Garruccio: “All’elemento religioso la Falange aggiungerà un risvolto picaresco (…) Tra tutto il ciarpame di una mitologia dei recessi più cupi della storia spagnola, trapela anche il desiderio di una Spagna più moderna e sprovincializzata. Sono coloro che si sentono suggestionati dal programma di José Antonio: vogliamo una Spagna felice e in gonna corta. Molte unità delle milizie falangiste saranno formate da ex-comunisti, ex-socialisti ed ex-anarchici. Talora si passerà direttamente dalle carceri e dai campi di concentramento alle ‘banderas’ della Falange. Con l’afflusso più o meno volontario nella Falange si avverava il sogno di José Antonio. La Falange diventava la sinistra del Movimento nazionale. Ma proprio nel momento in cui aveva bisogno di quadri dirigenti audaci e lungimiranti, la Falange fu decapitata”.

José Antonio era un giovane raffinato e ironico. Per quanto incapace, nonostante le sue indubbie qualità intellettuali e umane, di annullare un fondo atavico di frivolezza e superficialità, era in fondo simpatico a tutti. Davanti al Tribunale popolare di Alicante si difese con laconica dignità (…) Gli ‘arcangeli con le spade’ della Falange si sacrificavano per quei latifondisti del Sud che Primo de Rivera aveva condannato alle Cortes. Egli si offrì più volte alle autorità repubblicane come intermediario per mettere fine alle atrocità della Guerra civile. Nessuno dei capi repubblicani (alcuni dei quali: Azana, Prieto e lo stesso Largo Caballero) lo stimavano personalmemte) volle assumersi la responsabilità della sua fucilazione (che sembra fu dovuta al governatore locale). Nonostante gli scambi di prigionieri e di ostaggi fra i due campi fossero assai frequenti, Burgos (il governo della Spagna occupata dai nazionali) non prese alcuna iniziativa per riscattare il capo della Falange”.

La quale Falange -aggiungiamo noi- fu formalmente parte del regime franchista: però sempre categoricamente impedita di portare avanti le istanze popolari che erano state di José Antonio, e che erano coerenti con le prassi di governo di Miguel, padre del Nostro. Le opere e le provvidenze realizzate dal Dittatore tra il 1923 e il ’30 fanno di lui il più benefico ed efficiente dei governanti della Spagna tra l’insurrezione antifrancese del 1808 e la Guerra civile. La Dittatura attuò una fase di forte modernizzazione e promosse opere pubbliche, iniziative di sviluppo e prodromi di Welfare che prepararono nel concreto la trasformazione della Spagna da nazione povera, arretrata e complessata alla società presente, complessivamente pari a quella italiana, dunque in molti settori a livelli medio-alti di sviluppo e di benessere. Non per niente si sostenne che José Antonio si era gettato in politica per rivendicare lo opere del padre.

Il pensiero di José Antonio, più quelli di Ramiro de Maeztu e di Fraga stesso, nonché meno liberalismo/liberismo di matrice anglosassone, avrebbero contribuito a fare giovane, dunque meno democristiano, il manifesto programmatico di Fraga.

 

 

 

 

 

Nemico della Spagna il secolo XIX

Nel 1814 l’imperatore francese, sconfitto dal popolo iberico (e dal corpo di spedizione inglese) restituì la corona di Madrid a Ferdinando VII, nel cui nome tanti patrioti si erano battuti nella Guerra d’Indipendenza. Ferdinando deluse le loro speranze e suscitò vive opposizioni. Nel 1820 il monarca fu costretto a riconoscere la Costituzione liberale proclamata a Cadice otto anni prima. Un triennio dopo la Santa Alleanza dei sovrani assoluti mandò in Spagna l’esercito francese dei Centomila figli di San Luigi, comandati dal duca d’Angouleme. Momentaneamente i francesi soffocarono il movimento costituzionale.

Da allora la vicenda politica spagnola fu nell’Ottocento lo scontro ininterrotto, anche armato, tra assolutisti e liberali. I primi lottavano per affermare il diritto sul trono di don Carlos, fratello di Ferdinando VII. Quest’ultimo aveva sospeso per decreto la legge salica sulla successione per fare regina la propria figlia Isabella. Dopo gli anni di reggenza della madre Maria Cristina, Isabella fu incoronata nel 1843.

Tra il 1834 e il ’39 aveva infuriato la prima delle guerre carliste. Gli anti-isabelini guidati dal generale Narvaez furono sconfitti dai liberali capeggiati dal generale Espartero. Entrambi i comandanti si proclamarono reggenti. Nel 1868 Isabella fu costretta ad abdicare e a riparare in Francia. Il duca Serrano, suo antico ministro, divenne capo di un governo provvisorio, anch’egli col titolo di reggente. Apertasi la ricerca di un successore di Isabella II (della quale si malignò che era riparata in Francia per non separarsi dall’amante), verso la fine del 1870 la scelta cadde sull’italiano Amedeo Ferdinando d’Aosta, secondogenito di re Vittorio Emanuele II. Ma la guerra carlista continuò, così re Amedeo abdicò dopo due anni.

Nel 1873 venne istituita la prima Repubblica di Spagna; in pochi mesi essa ebbe quattro presidenti (Figueras, Pi y Margall, Salmeron, Castelar). La lotta armata tra le fazioni si protrasse finché nel 1874 il generale Martinez Campos proclamò re Alfonso XII, figlio di Isabella. Il giovane sovrano morì pochi mesi dopo e le truppe carliste furono finalmente battute nei pressi di Estella (Navarra) dall’esercito lealista comandato dal gen. Primo de Rivera (fatto marchese di Estella), zio di Miguel P de R che nel 1923 con un colpo militare divenne dittatore, governando poi per oltre sei anni.

Ls Restaurazione del 1874 aprì la fase del parlamentarismo dei notabili. La sistemazione fu realizzata dal primo ministro Cànovas del Castillo, liberalconservatore, e dal suo successore Prassede Mateo Sagasta, liberalprogressista. Agli inizi conservatori e liberali si avvicendarono al potere secondo le regole del cosiddetto ‘turno’, finché la sconfitta nella guerra con gli USA (1898) riaprì il dissesto politico. Tre presidenti del governo caddero assassinati da anarchici: lo stesso Cànovas, Canalejas e Dato, quest’ultimo molto benemerito per avere sventato il tentativo di alcuni circoli progressisti di far entrare la Spagna nella Grande Guerra, naturalmente a fianco dell’Intesa ‘democratica’. Il paese non solo si risparmiò i drammi del conflitto, ma dalla neutralità ricavò importanti benefici economici. Non solo fiorì l’export di materie prime, ma fu incentivato il sorgere di un settore manufatturiero moderno.

Invece le convulsioni politiche, gli scioperi e le lotte sociali si aggravarono (la ‘Settimana tragica’ è del 1917) al punto che il capitano generale della Catalogna, Miguel Primo de Rivera, poté attuare senza opposizioni il colpo di Stato che impose la dittatura su tutto il paese. L’opinione pubblica acclamò la dittatura, a parte le critiche degli intellettuali. Quando fu messo in crisi dalle ripercussioni spagnole della Grande Depressione del 1929, Primo de Rivera offrì ai generali più importanti di lasciare il potere se lo giudicavano opportuno. I generali si fecero interpreti dell’ostilità della corte e dei ceti superiori nei confronti della Dittatura socialisteggiante e suggerirono il ritiro del dittatore. Egli si dimise immediatamente e partì per l’esilio a Parigi, dove morì quello stesso anno 1930. Seguirono due ministeri di transizione finché le elezioni locali della primavera del 1931 espressero nelle maggiori città una maggioranza a favore del passaggio alla Repubblica. Essa fu proclamata senza contrasti il 14 aprile 1931.

Cancellare la Corona, la corte e i simboli del vecchio ordine monarchico fu meritorio. Invece i fatti reali dell’iniquità, p.es, i latifondi e la terribile miseria dei braccianti, non furono cancellati. Purtroppo la repubblica fu un’esperienza talmente negativa che, morto Franco, la monarchia è tornata; non è facile prevederne una fine vicina.

Nata pacificamente, meglio festosamente, la Repubblica vide dopo poche settimane gli incendi di chiese e di monasteri, gli scioperi politici, gli assassini, gli episodi insurrezionali e le violenze che annunciarono la Guerra civile. Il ribellismo anarchico conobbe fasti sconosciuti a livello mondiale: la Spagna fu l’unica situazione di anarchia operante. Presto si scatenò lo squadrismo di destra, forse più con gli assassini individuali che con le spedizioni che in Italia contribuirono al trionfo fascista. Nel 1934 le Asturie conobbero una rivolta dei minatori che dovette essere repressa dai cannoni dell’Esercito. Nessuno dei mali strutturali della Spagna fu guarito. La Repubblica restò assente o immota sul fronte della riforma agraria, la più sacrosanta delle opere drammaticamente richieste dalla situazione delle campagne sconvolte dalle insurrezioni anarchiche. La Repubblica aprì molte scuole e ridusse l’analfabetismo: azioni dovute e molto meritevoli, benché i meriti furono sminuiti dagli aperti intenti di mobilitazione politica delle masse analfabete. Per il resto le concrete innovazioni repubblicane furono quasi irrisorie rispetto alle opere della Dittatura di Primo de Rivera, l’uomo che fondò il primo Welfare della storia nazionale. Ovviamente anche la dittatura di Francisco Franco, grazie alla sua forza, alla sua lunghezza e al largo consenso dell’opinione pubblica, fu senza confronto più costruttiva della sciagurata Seconda Repubblica.

Il crescendo di scontri di fazione andò fomentando i propositi di sovversione degli ambienti militari, che dalla storia nazionale si sapevano investiti del ruolo di supplire alla debolezza e alle partigianerie delle istituzioni. In questo senso fu particolarmente fazioso l’impegno anticlericale di Manuel Azana, secondo e ultimo presidente repubblicano. Era il maggiore esponente di un ceto medio aggressivamente laicista e al tempo stesso indifferente, in pratica, alla miseria del proletariato, soprattutto quello delle campagne.

L’assassinio, il 13 luglio 1936 , di José Calvo Sotelo, il leader monarchico che da trentenne ministro delle finanze aveva diretto la fase più positiva della gestione economica della dittatura Primo de Rivera, fece esplodere la sollevazione militare: inizialmente non lanciata da Franco ma da un gruppo di generali capeggiato da Emilio Mola.

 

 

 

Da Cadice alla Guerra civile

La fine dell’impero e della grandezza di Spagna venne nel 1898, per la disfatta nella guerra con gli Stati Uniti. Ma era stata grave l’umiliazione del 1808, quando una delle prevaricazioni di Napoleone tolse la corona diMadrid alla dinastia borbonica per assegnarla a suo fratello Giuseppe.

Tuttavia nel 1808 il patriottismo spagnolo insorse con una forza inattesa. La Guerra d’indipendenza contro i francesi, combattuta animosamente in alleanza con un corpo di spedizione della Gran Bretagna, fu il primo rovescio grave dell’Imperatore e lo rese vulnerabile ai colpi di maglio della Russia degli Zar. Gli storici esaltano la sollevazione in massa di molti spagnoli, che di fatto aprì la crisi finale dell’impero napoleonico. In qualche misura la Spagna vi aveva contribuito, liberandosi dell’oppressione dei marescialli napoleonici, in passato invincibili. La Guerra d’Indipendenza ebbe aspetti d’epopea.

Ma il nuovo re Ferdinando VII si alienò prontamente il favore popolare che si era guadagnato nella fase dello scontro col padre Carlo IV, l’inetto figlio del brillante illuminista Carlo III, già distintosi come sovrano riformatore del regno di Napoli. Prima di farsi togliere la corona da Napoleone, Carlo IV s’era lasciato dominare da un favorito, Manuel Godoy, fautore della soggezione alla Francia. Tale soggezione era iniziata nell’anno 1700, quando il Re Sole, Luigi XIV, era riuscito a mettere sul trono madrileno suo nipote Filippo V, figlio del Gran Delfino Luigi di Borbone.

Il favorito Godoy, premiato col titolo di Principe della Pace per aver favorito l’inserimento della Spagna nel sistema francese, era un giovane ufficiale della Guardia, nato nella piccola nobiltà d’Estremadura. Non di grande rango ma affascinante, anche fisicamente. Entrato nelle grazie di Carlo IV, più ancora della sua consorte, Godoy diventa primo ministro e comandante supremo. Quando nel 1808 il sentimento patriottico esplose ad Aranjuez, la reggia estiva, Manuel Godoy sfuggì a stento al linciaggio.

Uno dei sottoprodotti della Guerra d’Indipendenza fu il sorgere del liberalismo, in concomitanza col moto costituzionale contro le monarchie assolute d’Europa. Il moto nacque nel regno di Napoli e, appunto, in quello di Spagna. In terra iberica il movimento sembrò trionfare nelle Cortes costituentì, che nel 1812 votarono a Cadice una Costituzione liberale. Il giovane re Ferdinando dette un momentaneo assenso. Tuttavia nel 1824 la reazionaria camarilla di corte convinse il re a cancellare la carta costituzionale. Da quel momento, e fino alla Restaurazione della monarchia, l’Ottocento spagnolo si configurò come il lungo scontro armato tra assolutisti e liberali: le guerre carliste.

Esse furono molto aspre. Gli ufficiali, che in prevalenza sostenevano Isabella, erano largamente infiltrati dalla Massoneria, oltre che dalle idee nuove e dagli spiriti che non solo in Spagna si evolvevano in senso modernizzante e anticlericale. Parteggiavano per don Carlos soprattutto le regioni del Nord Ovest e larghi ambienti della Chiesa. Da quel momento le fazioni militari divennero protagoniste della politica nazionale.

La regola dei ‘pronunciamientos’ militari era che gli sconfitti pagassero con la vita. Valga il caso del generale J.M.Torrijos y Uriarte, fucilato a Malaga l’11 dicembre 1831 assieme a una cinquantina di ribelli liberali. Figlio di un alto dignitario di corte, da bambino era stato paggio di re Carlo VI, a tredici anni capitano del reggimento di Ultonia, sui vent’anni colonnello di un altro reggimento d’élite. Logico che il giovane generale Torrijos perdesse la vita davanti al plotone d’esecuzione quando fallì l’ultimo dei suoi tentativi armati contro Ferdinando VII, ‘el sovrano perjuro’. Fu la vittima più importante della repressione del ‘monarca neroniano’, dopo il generale Rafael Riego, condannato all’impiccagione e allo squartamento nel 1823. Perdettero la vita i deputati che nel 1820 avevano votato a Cadice per il trasferimento del re e della corte all’isola di Leon, di fronte a Cadice.

 

Nel 1870 interferire negli affari di Spagna portò male alla Francia sul piano immediato (e sulla distanza al mondo intero): quell’anno la Francia fu duramente sconfitta dalla Prussia quando tentò di umiliare Bismarck e il suo Re sulla questione della successione alla deposta regina Isabella di Spagna. Parigi volle la guerra con Berlino e la perdette rovinosamente. L’umiliazione di Napoleone III, con la sua deposizione e la perdita dell’Alsazia-Lorena, fece divampare quel revanscismo francese che nel 1914 fu tra i fattori scatenanti della Grande Guerra.

Quando la deposizione di Isabella II rese vacante il trono spagnolo, una delle candidature per quella corona fu avanzata da Leopoldo di Hohenzollern, congiunto del re di Prussia Guglielmo I. Parigi oppose subito il veto, per non avere un sovrano tedesco anche a sud dei Pirenei. Lo Hohenzollern ritirò la candidatura. Ma quando l’ambasciatore francese Benedetti tentò di ottenere dal re prussiano in persona una più enfatica rinuncia alla candidatura del congiunto, il cancelliere Bismarck attirò il governo di Parigi (col cosiddetto telegramma di Ems) nel trabocchetto di dichiararsi insultato dal rifiuto di Guglielmo I di fornire alla Francia l’ulteriore garanzia che essa pretendeva. Nei circoli dirigenti francesi si scatenò un irrazionale bellicismo. Fu dichiarata guerra alla Prussia. Il trionfo di quest’ultima fu immediato. Due sole battaglie bastarono per provocare la disfatta della Francia, la deposizione dell’imperatore Napoleone III (che si era lasciato plagiare dai propri ministri e marescialli fino a dichiarare una guerra che temeva), la rivoluzione comunarda a Parigi, infine l’acquisto prussiano dell’Alsazia e di parte della Lorena. Gli spiriti di rivincita che tutto ciò suscitò ebbero un ruolo micidiale dopo Serajevo, quando consentirono al guerrafondaio presidente francese Raymond Poincaré di convincere lo Zar Nicola II a entrare in guerra contro Austria e Germania. Il mondo soffrì il più grave conflitto generale della storia per l’assurdo tentativo francese di umiliare, a causa del trono spagnolo, la Prussia (in pratica la Germania, astro nascente d’Europa). E la punitiva pace di Versailles rese inevitabile il secondo conflitto mondiale. In poche settimane del maggio 1940 la Francia fu annientata e il suo grande impero, secondo solo a quello britannico, condannato a non sopravvivere. Il Re Sole nel 1700, Napoleone nel 1808 soggiogarono la Spagna: la Spagna risulterà vendicata nel 1940, per una vicenda aperta dalla caduta di una propria regina.

 

 

LA SPAGNA APPROVO’ NEGLI ANNI VENTI

L’ANTIPOLITICA DI MIGUEL PRIMO DE RIVERA

In una fase italiana segnata da due opposte posizioni, la denuncia di una deriva verso l’autoritarismo e il tedio della democrazia parlamentare, consideriamo utile far conoscere i giudizi di un importante storico britannico, Lord Raymond Carr cattedratico a Oxford, su quello che fu negli Anni Venti l’esperimento in Spagna di un regime autoritario, non fascista e amico del popolo, agli inizi favorito dalla monarchia e dalle destre, sei anni dopo fatto cadere da queste ultime e da un sovrano, Alfonso XIII, che tentava così di salvare la corona.

Fu la ‘Dictadura’ del generale Miguel Primo de Rivera, che il 12 settembre 1923 prese il potere con un colpo di stato militare attuato da Barcellona, dove comandava le truppe della Catalogna. Il Putsch fu fulmineo, incruento e accolto con netto sollievo da un paese che si sentiva sull’orlo del baratro. Il sistema politico della Spagna era allo stremo: una guerra disastrosa in Marocco, un conflitto sociale straordinariamente grave, frequenti conati insurrezionali soprattutto del movimento anarchico, il più agguerrito al mondo data la miseria delle masse, specialmente quelle contadine. Nel quinquennio che precedette il 1923 si erano contati poco meno di 1300 attentati. L’anno prima, 429 scioperi politici o quasi politici. Un conflitto sindacale nel maggio-giugno aveva fatto 22 morti.

Il colpo di stato venne realizzato con tale efficienza che non ci furono resistenze e non si sparse sangue. Le istituzioni parlamentari crollarono: la Costituzione del 1876 cestinata, gli oligarchi e i notabili della classe politica sostituiti da amministratori militari (successivamente sorsero tecnocrati e intendenti civili, alcuni dei quali molto provetti). Il Paese espresse un consenso per alcuni anni larghissimo. Il regime si chiuse nel gennaio 1930 con le spontanee dimissioni del Dictador.

La traduzione spagnola della IX edizione del classico di Raymond Carr (Spain 1808-1975) -di cui riportiamo per brevi estratti la parte riguardante Primo de Rivera- addita le contraddizioni, le ingenuità, gli errori, gli insuccessi, le circostanze generali (tra le quali gli inizi della Grande Depressione mondiale) che condannarono la gestione del Dictador. Al tempo stesso l’opera di Carr registra le opere compiute in oltre sei anni. Le più importanti delle quali furono l’apertura della modernizzazione (il Vecchio Ordine e l’Ottocento finirono non prima del 1923) e la creazione del primo Welfare. Se oggi la Spagna ha un’economia efficiente lo deve in primis alle iniziative del Dictador. E se è socialmente avanzata, l’avvio fu dato dal fermo impulso del generale alle prime conquiste moderne dei lavoratori. Il marchese Miguel Primo de Rivera parteggiava per il popolo, così come suo figlio José Antonio, anch’egli Grande di Spagna.

Furono gli agrari aristocratici, i finanzieri, gli altri capitalisti, non le sinistre, che sconfissero Primo de Rivera: perchè li aveva combattuti. Non per niente il Dittatore si era fatto consigliare e affiancare dal capo dei sindacati, Francisco Largo Caballero, un avversario delle destre talmente combattivo che qualche anno dopo sarebbe stato chiamato ‘il Lenin spagnolo’. Nel 1937, in piena Guerra Civile, Largo Caballero divenne capo del governo repubblicano che lottava contro Franco.

L’unica forza politica e sociale riconosciuta e appoggiata dal Dittatore fu il Partito socialista saldato alla UGT, la centrale dei sindacati. Tutto ciò risulta dalle analisi del maggiore storico accademico britannico della Spagna.

In spagnolo il testo di Raymond Carr

El pensamiento politico de Primo de Rivera era primitivo, personal y ingenuo. La medula (sostanza) de su personalidad politica estaba hecha (fatta) de un odio obsesivo a la politica y a los politicos. Una ‘casta politica’, a través de la farsa de las elecciones, habìa aislado

(isolato) al (il) gobierno dal pueblo; Primo, en cambio, podìa entrar en un contacto mas directo y personal con el pueblo, devolviendo (restituendo) al gobierno su espiritu democratico.

Su preocupacion paternalista por la nacion bordeaba (rasentava) la excentricidad. El primer superàvit del presupuesto (avanzo di bilancio) se dedicò a redimir las sàbanas (tovaglie) empegnadas por los pobres de Madrid. Esta diversidad de intereses, que incluìa el entusiasmo por los derechos de la mujer, le proporcionò (guadagnò) al principio el carigno (affezione) del publico. El odio hacia (verso) los politicos se racionalizò convirtiéndose en una teoria politica antiparlamentaria que decìa ser (essere) mas autenticamente democratica que el liberalismo parlamentario.

La dictadura de Primo de Rivera no era fascista. Su teoria de la soberanìa como amalgama de las entidades sociales autonomas se emparentaba mas con la escolàstica aristotelica que con el totalitarismo. Joaquin Costa, el regenerador radical, fue el Bautista que precediò al dictador, profetizando la venida de un “cirujano de hierro” (chirurgo di ferro). En Ortega y Gasset el general tenìa un intelectual que habia argumentado en favor de una minoria selecta y que rechazaba (rifiutava) “el falso supuesto de una igualdad real entre los hombres”. Ortega era un liberal desencantado y en Espagna sus famosos ataques a la vieja politica se convirtieron (divennero) en textos sagrados, siempre en boca de los partidarios (seguaci) de Primo de Rivera.

El decia preocuparse por el bienestar material de los obreros y por las pretensiones (rivendicazioni) laborales. Proporcionò (elargì) casas baratas (economiche), un servicio medico y, sobre todo, una maquinaria (meccanismo) de arbitraje (arbitrato) laboral que los dirigentes socialistas aceptaron y dominaron. La relacion del régimen con los sindicatos se formalizò en el Codigo del trabajo de Aunòs (1926). Su principal caracteristica la constituìan los comités paritarios, con represesentacion igual de patronos y obreros, comités a los que se asignò la solucion de las disputas salariales. Este aparato no fue una importacion fascista, pues (dato che) en Espagna tenìa una larga historia.

En su calidad de miembros del comité, los delegados de la UGT (centrale sindacale) se convirtieron en burocratas pagados por el Estado. Los dirigentes de la UGT consideraban que la cooperacion con la dictadura les darìa la posibilidad de aumentar el poder de la unica organizacion obrera efectiva. Parece que en 1924 Largo Caballero (il capo della UGT) examinò la posibilidad de unificar la UGT y el partido socialista en un partido laborista reformista dentro del régimen. Los dirigentes de la UGT no podian compartir (condividere) el horror de los politicos ante el repudio del sistema parlamentario caro a los politicos burgueses.

La autentica democracia se reconoce hoy (oggi) por la distribucion de la imposicion publica, no por una constitucion politica formal. El gobierno republicano, pese a todo (però), no se atreviò (azzardò) a unir a las masas contra las clases posesoras; cediò ante una enconada (accanita) campagna de prensa dirigida por la aristocracia bancaria.

Las obras publicas de Primo de Rivera, sus carreteras (strade) y embalses (dighe) se consideran a veces como un caso de keynesianismo prematuro. La economia cayò en manos de comités que regulaban todo. La intervencion y el control eran criticados por los grupos que los padecìan (subivano). A pesar de los defectos de su politica, los tecnocratas del dictador llevaron a cabo (portarono avanti) un notabilisimo intento de modernizacion, que suele estimarse en menos de lo que vale; el incremento en la construccion de carreteras y en la electrificacion rural fue algo espectacular; el hierro (ferro) y el acero se desarrollaron; el comercio exterior aumentò en un 300%; los ferrocarriles (ferrovie) fueron modernizados. Las Confederaciones Hidrograficas agrupaban los intereses diversos en el intento de racionalizar la explotacion de los grandes sistemas fluviales del Duero y del Ebro. Entre 1906 el Estado gastò (spese) 162 milliones de pesetas para el riego (trasformazione irrigua) de 16.000 hectàreas; entre 1926 y 1931 se gastaron 160 milliones en planes de irrigacion de 175.000 hectàreas.

La dictadura tenìa un aire de expansion y de prosperidad que mirado retrospectivamente ha cobrado (assunto) todo el aspecto de una edad de oro. La modernizacion y la prosperidad no fueron del todo ‘falsas’, como afirmaba la oposicion, ni fueron tampoco simple reflejo de la expansion internacional. Ese régimen puede ser criticado por no haber sabido (saputo) como llevar a la practica (attuare) la reforma agraria, aunque (benché) los proyectos agrarios de Primo de Rivera eran mas ambiciosos que todas las realizaciones previas.

Mientras perdurò la expansion, la dictadura se beneficiò politicamente. Sin embargo (tuttavia) no fue el colapso de la prosperidad lo que en 1929 produjo la caida del régimen: el fracaso fundamental fue politico. El règimen no podìa hacerse (farsi) aceptable para las fuerzas que pesaban en la sociedad espagnola. Primo de Rivera infravalorò (sottovalutò) hasta (fino) el fin las fuerzas que estaban en contra. Puso su fe (aveva fede) en la masa. “El mayor, tal vez el unico sosten de mi gobierno lo constituyen mujeres y trabajadores.” Pero en 1929 ‘los intereses’ (gruppi d’interesse), el Ejercito y la Corona miraban hacìa (verso) otra parte.

Fue esta desaparicion (sparizione) del apoyo a su derecha lo que condenò el régimen. Las clases conservadoras optaron por considerarse amenazadas por un Estado corporativo gobernado en el interes de los trabajadores. La Iglesia desconfiaba (diffidava) del regalismo benigno de Primo de Rivera; los banqueros, de su interferencia en la autonomia de los grandes bancos; los industriales no favorecidos, de su intervencionismo. La corte e la aristocracia detestaban al dictador.

(estratti da Raymond Carr)

 

 

L’ABBAGLIO DI CREDERE CHE IL POPOLO AMASSE

LA REPUBBLICA ‘EROICA’ DI HEMINGWAY

Tra il 1936 e il 1939 il fraticidio spagnolo distorse il mestiere del corrispondente di guerra. Nel passato gli si chiedeva di riferire sugli eventi nella loro oggettività, ossia nei fatti. Di informare, rinunciando di solito a discriminare in funzione delle ragioni e dei valori dei contendenti. Il conflitto di Spagna trasformò i corrispondenti in fautori e in avversari. Ottanta anni fa gli inviati italiani, tedeschi e portoghesi -questi ultimi grazie a Salazar- condivisero la causa franchista. La maggior parte dei giornalisti del resto del mondo, in testa quelli sovietici e messicani, parteggiarono per la Repubblica progressista, antifascista, anticlericale. Dati i termini fortemente ideologici del conflitto, fu logico così: ma non è detto che i proletari di Spagna consonassero veramente coi giornalisti più schierati dalla parte repubblicana.

Non va passato sotto silenzio il forte dislivello intellettuale tra i due schieramenti di giornalisti. In quello di destra il solo che godeva di una reputazione importante fu lo spagnolo José Maria Peman; più qualche anglosassone di modica fama. Invece avvamparono anzi procombettero per il ‘No Pasaran’ scrittori e intellettuali di cui sappiamo tutto, a volte sappiamo più del giusto: Ernest Hemingway, Ilia Ehrenburg, André Malraux, Arthur Koestler, W.H.Auden, Antoine de Saint Exupéry, John Dos Passos, George Orwell, Langston Hughes. Coll’aggiunta di giornalisti di meno gloria ma abbastanza lanciati, quali Martha Gellhorn (sposerà Hemingway). Non furono molti i giornalisti ‘puri’, poi destinati a primeggiare in patria: vedasi Montanelli. Come che sia, c’è chi ha chiamato la Guerra civile “la edad de oro de los corresponsales en el extranjero”.

Joe Allen del Chicago Daily Tribune, uno dei giornalisti più provetti, riuscì ad intervistare José Antonio Primo de Rivera, quasi il Lohengrin del falangismo, nel carcere di Alicante il 3 ottobre 1936, cinque settimane prima della fucilazione; anzi José Antonio era già stato dato per ucciso. Per poter accedere al condannato, Allen dové convincere in due tese riunioni gli anarchici che dominavano il locale Comitato d’ordine pubblico: non permettendo l’intervista avrebbero confermato che la Repubblica non controllava gli anarchici, e nemmeno Alicante. Quando il giornalista venne in contatto con José Antonio, questi gli apparve furibondo per un’accusa di cui aveva avuto sentore: quella d’avere tradito, per compiacere ai generali golpisti, la vocazione sua e della Falange a lottare per una conversione sociale della destra spagnola. “Ritirerò i miei falangisti dalla Causa. Ho sempre maledetto l’egoismo dei privilegiati e dei ricchi. Mi hanno chiamato eretico. Mi hanno chiamato bolscevico”. Nel suo reportage Allen, aperto filo-repubblicano e antifascista, insinuò che forse José Antonio, marchese e Grande di Spagna, dilatava il suo profilo ‘sociale’ per mitigare l’ostilità dei carcerieri. Il fondatore della Falange fu fucilato a trent’anni l’11 novembre. Pochi anni prima si era buttato in una mischia politica già drammatica per riscattare l’opera storica di suo padre Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 si era fatto dittatore della Spagna con un colpo di stato militare concepito e attuato così bene da vincere senza usare le armi; senza sangue. Il paese applaudì, tanto grave era la situazione. Il sistema dei notabili liberal-conservatori crollò di colpo. Le sole riserve, inefficaci, furono quelle degli intellettuali. Il regime ottenne immediatamente la collaborazione dell’unica grande forza di sinistra, il Partito socialista, allora non controllato da personaggi corrotti quali quelli che Felipe Gonzales porterà al potere nel 1982.

L’intervista di Allen al morituro che rivendicava la propria coerenza di fascista sociale e si confermava nemico dell’ottuso egoismo delle destre franchiste, resta uno dei momenti più alti dell’impegno morale del giornalismo, nonché uno scoop eccezionale. La storia della Spagna sarebbe stata meno tragica se il padre di José Antonio non fosse stato abbattuto nel 1930 dalla finanza e dai grandi agrari: non dall’opposizione intellettuale/studentesca.

Resta il fatto che nella Guerra Civile quasi tutti i giornalisti famosi fecero il tifo per la repubblica, antagonizzando in genere i direttori e gli editori, mettendocela tutta per guadagnare i lettori alla loro scelta. Per quanto grandi fossero il talento e l’antifascismo dei maggiori corrispondenti, il giornalismo occidentale -degli Stati Uniti e dei paesi che cinque mesi dopo il trionfo di Franco si sarebbero trovati in guerra col Reich- fallì alla prova.

Fu anzitutto un fallimento professionale. Se compito del giornalismo politico è capire la realtà profonda prima di descriverla, i grandi inviati lo mancarono. Presi dall’eccitazione dei dispacci dal fronte, e più ancora dalla galvanizzazione ideologica, non si accorsero che nel quinquennio prima d’essere assaltata la Repubblica non aveva prodotto quasi nulla di sostanziale: non la terra ai contadini, non la cogestione delle imprese agli operai, non le provvidenze alla gente minuta che viveva di stenti ai margini dei processi produttivi. Sul piano delle misure concrete -case, più lavoro, un inizio di sanità pubblica, la fondazione del Welfare- i proletari avevano ricevuto molto più dal Generale dittatore.

Risultato: dal giorno che la Guerra civile finì, il popolo accettò Franco. E quando, negli anni Quaranta, il vertice comunista riparato all’estero credette di riaprire il conflitto con una “Resistencia armada” -nell’illusione che l’Occidente si proponesse di detronizzare Franco dopo il trionfo sull’Asse-; quando dunque fu tentata la ‘Resistencia armada’, gli ex repubblicani, soprattutto i proletari, non si sollevarono affatto in appoggio alla bande antifranchiste. Al contrario collaborarono sul campo con la Guardia Civil e con le altre forze di repressione che sterminavano senza pietà i partigiani/bandoleros cioè banditi. Per sopravvivere questi ultimi non potevano non rapinare, qualche volta uccidere, i contadini; e i contadini si vendicavano.

Spenti del tutto gli ultimi conati comunisti (la Resistencia fu solo rossa), il regime riuscì gradualmente a cancellare le ferite della guerra. Con gli anni Cinquanta cominciarono gli investimenti e il turismo. I primi modesti passi della prosperità guadagnarono di colpo alla Pax di Franco quella classe lavoratrice che i giornalisti-letterati avevano mitizzato come protagonista della più strenua delle epopee.

Niente di tutto questo seppero presagire le grandi firme, stordite dall’epopea. Non presagirono perché si ingannarono sul reale significato della Repubblica. Essa fece fremere i Machado i Malraux i Picasso gli Hemingway; alle classi povere dette una messe stragrande di slogan settari. Dette incitamenti a lottare e a morire. Verso la fine, nel 1938, quando con la disfatta dell’Ebro tutto era già perduto, la Pasionaria garantì persino che “resistere vuol dire vincere”. Invece volle dire moltissime vittime in più e la fine. La Repubblica dette, è vero, anche molte delle scuole elementari che la Dittatura, ferita dalla crisi finanziaria, non era riuscita a costruire in numero sufficiente. Però la Repubblica dette le scuole invece del pane; e le dette soprattutto perché gli analfabeti potessero compitare gli slogan e la glorificazione della lotta.

Nelle ultime settimane di guerra i repubblicani si combatterono ferocemente tra loro: i comunisti contro tutti gli altri. Si morì a migliaia. Per capire la Spagna i romanzieri di troppo successo quali il bardo di Per chi suona la campana avrebbero fatto bene ad avvicinarsi ai padri di famiglia, invece che agli intellettuali sulla Senna e a Hollywood.

 

 

Ramiro de Maeztu e il corporativismo antiautoritario

Alcuni anni prima di morire Manuel Fraga Iribarne si fece divulgatore di livello del pensiero politico di Maeztu: nel suo giudizio “l’intelligenza più costruttiva tra quante la Spagna ha prodotto nella prima metà del Novecento”. Qui si riporta uno degli scritti di Fraga su questo tra noi sconosciuto pensatore, teorico del corporativismo antiautoritario: un’ideologia che superava destra e sinistra. Scoppiata la Guerra Civile, Maeztu fu prontamente messo a morte dai repubblicani.

Morto Francisco Franco, Fraga Iribarne fece l’errore di proporsi agli spagnoli come l’uomo della “Segunda Restauracion”; cioè come continuatore di Antonio Cànovas del Castillo, il primo ministro che attuò la Prima Restaurazione, la fase conservatrice che durò fino al 1923, quando fu cancellata dalla dittatura socialisteggiante di Miguel Primo de Rivera. La Spagna punì Fraga preferendogli il socialista Felipe Gonzales, il quale vinse le prime elezioni libere e importò a sud dei Pirenei il ‘modello italiano’: partitocrazia e corruzione.

Ramiro de Maeztu, rivelatosi a Londra e non in Spagna, e prima liberale-crociano, divenne in Gran Bretagna la guida del Guild Socialism, movimento avviato da una rivista finanziata da G.B.Shaw. Nel momento di massima forza -prima della Grande Guerra-. dell’impero britannico, Maeztu ammonì che la massima potenza mondiale “moriva” per eccesso di conservatorismo e per ‘orrore del pensare’. Soprattutto -sottolineò Fraga- intuì che il capitalismo plutocratico da una parte, il socialismo marxista dall’altra non avevano futuro. Propose una via mediana basata sul coinvolgimento e sulla responsabilità dei lavoratori in un quadro vigorosamente etico, senza illusioni consumistiche. Fraga Iribarne additò che in Gran Bretagna la vittoria politica fu del Labour, ma quella intellettuale fu del Guild Socialism.

Segue qui il testo dell’uomo che più di ogni altro attuò da ministro la liberalizzazione del regime franchista

“”Ramiro de Maeztu ha antenati baschi e carlisti da una parte, liberali e progressisti dall’altra. Cresce in quella Bilbao che alla fine dell’Ottocento è un polo di modernizzazione. Dalla madre inglese riceve influenze britanniche e protestanti. Quando arriva a Madrid diventa subito l’uomo più rappresentativo di quella “generazione del 1898” che è la risposta autentica della Spagna alle umiliazioni di Cuba e alla disfatta per mano statunitense. Maeztu si mette a cercare le vie politiche del riscatto e a studiare le soluzioni date ai problemi da altri paesi. A Londra rimane quindici anni, primo corrispondente spagnolo; fino a quel momento la stampa nazionale si riferiva solo a Parigi. A Londra il Nostro ha contatti con H.G.Wells, G.B.Shaw e gli uomini della Fabian Society; con teologi; col principe Kropotkin attorno al quale volge un secolo di pensiero letterario. Un legame specialissimo sorge col movimento dei grandi cattolici Chesterton, Belloc e Baring. Il rapporto diverrà intenso col gruppo della rivista ‘New Age’. Maeztu ammira la capacità britannica di mettere ordine nelle cose umane, un ordine beninteso relativo e dunque flessibile. Lo impressiona la profonda eticità della vicenda sociale, così come l’attitudine del legislatore a migliorare con formule semplici la condizione degli umili e dei sottoprivilegiati.

Ma proprio il fatto di andare al fondo dei problemi, di non fermarsi alla superficie, impedisce al Nostro di diventare quel che si dice un anglofilo. Vede il paese poco incline a pensare e troppo rispettoso dell’Establishment; arriva a dire che la Gran Bretagna dorme, e persino ‘muore’, muore per ‘orrore del pensare’. Conclude che “il governo degli inglesi è nelle mani di un’oligarchia plutocratica, indifferente a ogni ideale che non sia la conservazione del potere”. E’ il momento che Maeztu cessa d’essere liberale e di cercare nel liberalismo la spiegazione della superiorità anglosassone. Più tardi dirà d’essere stato liberale solo per un paio d’anni, sotto l’influenza di Benedetto Croce. Nel 1912 scriverà: “ In questi giorni sono definitivamente morti niente meno che il liberalismo economico e l’empirismo, i due grandi principi dell’Inghilterra moderna”.

Maeztu punta a quel “libero socialismo” che è il suo insegnamento più interessante; mai rinngherà all’ideale della giustizia sociale: Un suo articolo su ‘ABC’ -9 luglio 1936, a una settimana dalla Guerra Civile- rimprovererà alla destra spagnola di restare paralizzata dallo spirito classista e da un conservatorismo incapace di generosità.

Nel decennio più significativo della vita, Maeztu fece una scelta fondamentale. Al di là del liberalismo ‘nichilista’ (cioè povero di soluzioni per le società moderne), al di là del liberalismo plutocratico, al di là del socialismo burocratico e dittatoriale, Maeztu cercava ansiosamente un’altra cosa. La trovò in un gruppo intellettuale britannico del quale sarebbe diventato capo e maestro: il movimento conosciuto come “Guild socialism” o social-sindacalismo. Si esprimeva nella rivista ‘New Age’, sorta nel 1907 con un capitale modesto, per metà sottoscritto da George Bernard Shaw: Era il foglio di sinistra per eccellenza, però respingeva i facili dogmatismi. Si staccò dal laburismo ufficiale, che andava diventando collettivista e burocratico, per elaborare la teoria del socialsindacalismo. Il circolo di ‘New Age’ era profondamente religioso, lontano dunque dal positivismo spenceriano e dal materialismo dialettico. I termini puramente economico-sociali del problema politico confluivano in una concezione più generale dell’uomo e della cultura.

Gli uomini di ‘New Age’ respingevano la filosofia individualista, nonché il Rinascimento, la Riforma e l’Illuminismo, antecessori del liberalismo. Ma da tale ripudio non traevano conseguenze reazionarie: troppo intelligenti per proporre restaurazioni impossibili. Avevano sì guardato al Medioevo, alle sue corporazioni come alla sua temperie, ma per imparare a costruire il mondo contemporaneo. Ripudiato il socialismo di Stato e naturalmente il marxismo, svilupparono la concezione di una società organica, pluralista, funzionalista, giusta. Il loro “Guild socialism” era contro il liberalismo e contro il progressismo, ma al tempo stesso pluralista e antiautoritario. Un anticapitalismo, inoltre, che era critica della società basata sul puro potere del denaro; ricerca di forme più giuste di distribuzione (in quegli anni Belloc e Chesterton parlano di “distributismo” come alternativa al capitalismo e al marxismo) e di un funzionalismo, o “principio funzionale”, per il quale a ciascun individuo o organizzazione si doveva dare libertà e autorità in proporzione al contributo che dava al tutto sociale (John Ruskin era arrivato a un’idea molto simile).

Il socialsindacalismo voleva assicurare ai lavoratori non solo più condivisione della ricchezza,ma più partecipazione e più responsabilità: quest’ultima rispecchiantesi in un’esigenza di livelli di qualità e nella vendita del prodotto a un prezzo socialmente giusto. La vittoria politica andò ai Fabiani, cioè agli ispiratori del Labour, ma la vittoria intellettuale spetta ai Guild socialists, perché il tempo ha dato ragione a loro. Il socialismo di Stato non ha risolto i problemi sociali; il sindacalismo tradizionale, agendo senza responsabilità, sta oggi distruggendo in molti paesi l’ordine economico, sociale e giuridico. I Guild socialists, che raggiunsero il massimo di influenza negli anni 1915-18, progettavano un socialismo più umano, meno collettivista. Insistevano sulla partecipazione dei sindacati alla gestione dell’impresa. Desideravano un’autentica decentralizzazione sociale, l’allegria del lavoro, la partecipazione.

Ramiro de Maeztu fu nel movimento l’uomo che si impegnò su una formulazione generale, su una sintesi organica. Lo riconoscono tutti gli storici del Guild Socialism: La sua dottrina politico-sociale è una delle più complete e interessanti del secolo. Senza dubbio in quegli anni il mondo spagnolo non ne esprime una migliore. E’ inoltre innegabile la sua superiorità su quanto produssero in Inghilterra sia i liberali sia i socialisti. Le cose hanno dimostrato che Maeztu aveva ragione quando sosteneva che né il liberalismo capitalistico, né il marxismo avrebbero risolto i problemi delle società moderna.

Per esempio, Maeztu sostiene che nessuno deve ottenere poteri se non legati a una funzione determinata. Pertanto “non c’è alcuna ragione perché il capo di una grande banca o industria debba essere particolarmente ricco. Deve ricevere denaro per le necessità dell’impresa, non per i vestiti della moglie o per i vizi dei figli”.

Il Nostro, naturalmente, difende la libertà: però nel suo aspetto positivo: “piuttosto che di libertà, preferirei parlare di partecipazione al potere”. E’ il concetto romano, non quello liberale, della libertà. Sostiene che sono importanti “istituzioni che obbligano a pensare, più che il mero diritto di pensare”. Detto questo, Maeztu è fautore aperto dell’organizzazione democratica. Per lui sono storicamente falliti sia il principio autoritario, sia quello liberale: “Russia e Spagna sono esempi di ciò che costa il primo; i paesi anglosassoni, delle carenze del secondo”.

E’ fondamentale la questione della proprietà del capitale: ‘E’ male che gli strumenti di produzione siano monopolio dei proprietari. La maggior parte dei lavoratori dovrebbero partecipare alla proprietà’. Ma naturalmente Maeztu respinge il socialismo di Stato. In definitiva mira a una società libera dal potere corruttore del denaro, cioè sottoposta al controllo sociale. La vuole austera, persino spartana, perché non crede al mito della ricchezza per tutti (“la povertà del povero sparirà solo con la ricchezza del ricco: sono la stessa cosa”). Non crede che la riforma generale possa venire senza il conflitto. Se ritiene indispensabile un sistema di socialismo neo-corporativo è in quanto “non si è inventato altro mezzo per ottenere che il lavoro cessi d’essere una mercanzia a disposizione dei ricchi e per consentire ai lavoratori una partecipazione al governo della produzione”. L’essenza del suo congegno è “l’unificazione di capitale, direzione e lavoro nella gestione dell’impresa”. Il libro che enuncia queste idee, “La Crisis del Humanismo”, è uno dei saggi più importanti del nostro secolo sui problemi di una vera democrazia e di un socialismo umano.

Quando torna in Spagna Maeztu mantiene completa coerenza coi suoi principi. In piena dittatura del generale Primo de Rivera si professa ‘uomo di centro’, spiegando in un famoso articolo del 1924 che in quelli di destra come in quelli di sinistra “metà dell’anima si è addormentata”. Abbastanza presto lascia il paese per fare l’ambasciatore in Argentina. Nel 1933 si dichiara non fascista e ‘internazionalista’, respinge Mussolini e Hitler. Insiste fino all’ultimo nell’auspicare un movimento politico in cui destra e sinistra si risolvano: “Dove può sorgere se non al centro?””.

Manuel Fraga Iribarne

 

 

Il ‘Desastre’ del 1898, che spense l’impero e la grandezza, aprì una voragine nell’anima della Spagna. Al tempo stesso mobilitò nei suoi intellettuali migliori l’impegno, quasi sempre doloroso, a riflettere in termini crudi sul passato e sul fututo del paese. Col movimento del Rigenerazionismo si aprì la stagione più intensa e creativa della cultura politica nazionale. Le definizioni più lucide vennero, alquanto dopo, da José Ortega y Gasset, filosofo accademico oltre che conduttore dell’opinione. Ma il pioniere del Rigenerazionismo era stato un Joaquin Costa studioso di realtà pratiche. La prima delle quali era l’imperativo di irrigare le regioni agricole semiaride, cominciando da quelle minacciate dalla desertificazione.

L’insegnamento di Joaquin Costa investiva in realtà l’anima, il senso della spagnolità. Predicava di ‘chiudere a doppia mandata il sepolcro del Cid’ perché si ripudiassero i miti degli eroismi e delle conquiste medievali, a favore di obiettivi moderni. Perchè si tendesse ogni energia per ‘rigenerare’ gli spagnoli. A questi fini invocava una politica dinamica e dunque decisionista, opposta a quella del liberalismo morente, una politica condotta con mano ferma da un ‘chirurgo di ferro’. Dal momento della Restaurazione dei Borboni vigeva il ‘turno’, il compromesso permanente tra partiti avviato dal liberal-conservatore Antonio Cànovas del Castillo e dal liberal-progressista Prassede Mateo Sagasta.

Specialmente Cànovas non credeva alla rigenerazione e al ringiovanimento; pessimista come di solito sono i conservatori lucidi, aveva concluso che “sono spagnoli coloro che non possono essere altro”. Di conseguenza inventò una stabilità fondata sull’alternanza regolare al potere tra due formazioni politiche pressocché identiche, dichiarate conservatrice la sua, liberale quella di Sagasta. Forse il pessimismo di Cànovas era un presentimento: nel 1897, un anno prima del Desastre, egli fu assassinato dall’anarchico italiano Angiolillo.

Il padre e profeta del Regeracionismo Joaquin Costa considerava il parlamentarismo una sciagura. Nel 1923 sarà il generale Miguel Primo de Rivera a farsi ‘chirurgo di ferro’: Dittatore. Abolì il parlamentarismo e dunque il professionismo della casta politica. Negli oltre sei anni della Dictadura non pochi dei programmi invocati da Costa furono attuati o avviati. Primo de Rivera fu l’artefice di una modernizzazione autoritaria la quale preparò il passaggio della Spagna verso l’attuale prosperità.

L’altro padre del Rigenerazionismo fu Miguel de Unamuno, mente e cuore pressocché opposti a Costa. Professore di lettere greche, poi rettore dell’università di Salamanca, fu proclamato rettore a vita. Unamuno era un pensatore e un poeta, non un semplice accademico. Forse rinnovò, per motivi ideali, alcuni miti che da secoli imprigionavano il paese: primo, quello della Castiglia severa e sottoalimentata come grande cuore e microcosmo della Nazione. Unamuno era l’opposto del Costa razionalizzatore/modernizzatore. Unamuno era anche un romantico che sentiva più il dramma che la prosa; sentiva più gli eroismi generati dal Destino che le categorie kantiane volute dal suo amico, rivale come maestro del popolo, Ortega y Gasset. E quest’ultimo avversava l’empito di Unamuno. Tipico della mitopoiesi del rettore di Salamanca: “L’unica guerra degna d’essere combattuta è quella civile”. Come condannare questa verità così profondamente sentita da chi la professava?

 

 

Fare il contrario di Cànovas del Castillo

A Manuel Fraga fu fatale l’aver creduto di poter essere il Cànovas del tardo secolo XX. A Cànovas la scelta della versione conservatrice del parlamentarismo costò la vita: fu ucciso da un anarchico, vendicatore della miseria di tutte le plebi. Circa cento anni dopo Fraga Iribarne valutò di poter aggiornare a tempi tanto cambiati la lezione tardo-liberale dell’uomo della Restauracion.

Il responso del paese fu un inequivocabile no. Alle prime elezioni politiche del dopo-Franco il partito fondato da Fraga raccolse un ventesimo dei voti. E la consultazione successiva confermò che la Spagna attendeva tutt’altro da Fraga. Da un politico così incisivo gli spagnoli si aspettavano un corso politico alternativo sia alla continuità franchista, sia all’allineamento al pensiero unico dell’Occidente, fatto di impostura democratica e di capitalismo consumistico. Nonostante la sua apparente ineluttabilità, il connubio tra plutocrazia ed elettoralismo è negazione della sovranità di popolo e, due secoli dopo il suo sorgere, risulta senza idealità (“la crisi delle ideologie”) e senza futuro.

A un paese come la Spagna, che dopo l’assolutismo monarchico aveva conosciuto solo i fallimenti del liberalismo e la superiore operatività delle gestioni economiche autoritarie -Primo de Rivera e Francisco Franco- riproporre l’elettoralismo e la coerenza liberal-conservatrice fu condannarsi alla disfatta. La quale venne puntuale e spietata. Alle prime elezioni generali (1977) uno spagnolo su venti votò il partito di Fraga, il quale ottenne 18 parlamentari contro i 271 della governativa Ucd e i 166 del partito socialista. Vinse più seggi (20) persino il morente partito comunista. Se potevano esserci dubbi sulla rotta di Alianza Popular, la formazione creata da Fraga, li fugarono le elezioni generali del 1979: a Fraga andò il 5,5% dei voti.

Il ruolo nazionale del Nostro era finito: si era omologato al partitismo/parlamentarismo, perdipiù con la puntata su un cavallo sbagliato (la restaurazione liberal-conservatrice nel ricordo di Cànovas del Castillo). Qualche tempo dopo l’aspirante a succedere a Franco andò a fare il presidente della regione Galicia. La Spagna era cambiata rispetto a un secolo prima, quando agiva quel Cànovas di cui Fraga si credette reinarnazione.

Io che scrivo queste righe, largamente incentrate su Fraga Iribarne come potenziale promessa per la Spagna, mi onorai di incontrare alcune volte il Nostro. Quando era ambasciatore a Londra, cioè prima di fare il vicepresidente nel governo di Arias Navarro, egli volle ospitarmi nelle sede diplomatica, e mi assegnò il letto in cui recentemente aveva dormito Juan Carlos, designato al Trono. Mi feci coraggio e gli opposi che non era saggia la scelta di lanciare un partito di centro-destra. Rispose, testualmente: “Calderazzi, vedrà che il mio manifesto programmatico conterrà larghe aperture sociali”. Ne contenne alcune, ma i risultati furono catastrofici. Il paese aveva sperato che Fraga incarnasse una Spagna liberata sì dal franchismo, però negata all’oligarchia dei partiti e alla frode democleptocratica; non che capeggiasse la frangia liberal-conservatrice dei nostalgici di Cànovas del Castillo.

Tra l’altro, il Nostro mancava dell’immenso denaro che è il requisito tassativo della democrazia elettorale. Scrive Fraga nelle sue Memorie il 17 dicembre 1979, vigilia delle seconde elezioni generali: “Sempre difficilissimi i problemi finanziari del nostro partito. Siamo alla vera e propria mendicità”. Ecco la fine di un grande destino: Fraga capo di un partito di terz’ordine.

 

 

Prefazione a Fraga

Aggiungendo una testimonianza sulle aspettative

sorte nel 1975 sul futuro della Spagna, ecco la prefazione stesa da

chi scrive alla edizione italiana del libro di Fraga “Proposta

alla Nazione spagnola”.

Perchè un libro di Fraga. In quanto parla al suo paese, anche. Ma soprattutto in quanto Manuel Fraga Iribarne è una proposta politica, una via, per qualsiasi nazione che assomigli alla sua; come dire, per la società occidentale. Una via come lo sono stati, ciascuno coi suoi limiti e insuccessi, Dubcek, de Gaulle, Kemal Ataturk. Ciascuno governò in modo da diventare ideologo. Ideologi così, non gli basta il pensiero; devono calarlo in azioni da statisti e da riformatori. Hanno bisogno di un organismo collettivo da rigenerare; e delle circostanze storiche giuste.

Appariva seppellita, la “teoria del Capo”. La leadership sembrava accertata come tipica funzione collegiale, dei dirigenti nel loro assieme, più o meno organizzati in gerarchia. Magari è proprio così. Ma stanno funzionando così male i congegni della collegialità che occorrerà arrivare alla partecipazione, in forme spregiudicate quali l’abolizione del suffragio universale. E poiché la democrazia diretta, da sola, sarebbe folle, bisognerà riscoprire il ruolo del Capo, del monarca non ereditario e temporaneo. Il Dictator romano.

In teoria è assurdo scrutare l’orizzonte per attendere l’Unto del Signore. In teoria, è il più irrazionale degli Avventi. Ma così scosciata e inerte, turpe ma neghittosa e infinitamente sfiduciata, chi se la immaginava la democrazia partitica? Così inefficiente e corrotta, perché?

Dopo millenni di dominio dei vecchi su tribù e su Stati, Filippo Tomnmaso Marinetti proponeva: “Invece di un Parlamento di oratori incompetenti e di dotti invalidi, moderato da un Senato di moribondi, avremo un governo di venti tecnici eccitato da un’assemblea di giovani non ancora trentenni”. Pensava a giovani diversi, si sa; avesse immaginato questi nostri vecchissimi gauchistes, si sarebbe rassegnato al Senato dei moribondi. Scriveva ancora: “Le Assemblee non sono quelle indomite cavalle che la retorica dei nostri padri si immaginava. Quando si tratta di fare sul serio, si addormentano”. Neanche i tumulti fanno più, le nostre legislature. Un’infingardaggine fino allo stremo.

E’ un po’ tutto Italia, l’Occidente del 1975. Sbagliato, tedioso, sconclusionato. A dissestare la Polis basta una lega tra sindacati (più manager) di imprese morenti e i politicanti ladri “delle forze che si ispirano all’antifascismo”. E’ dai tempi di Atene che cerchiamo, noi l’Occidente, di far funzionare la democrazia dei partiti; e Atene, in questo, non era meglio della IV Repubblica francese o del Comune di Roma.Siamo qui, a Milano come a Madrid, all’Aja come a New York, incredibilmente vuoti di convinzioni, posseduti da un cinismo e da uno sfinimento tali che torneremo ad amare e a credere e a fare progetti. L’Occidente condannato dalle radiografie e dagli esami istologici, l’Occidente che si sapeva estenuato, si scoprirà vitale; malato solo nel ricambio, per troppe tossine e troppo decubito.Per ora abbiamo un congegno politico che è il governo dei peggiori. Peggio dei politici furfanti ci sono solo i ‘giornalisti democratici’. Quando verrà il momento si scopriranno antidemocratici.

L’insurrezione contro questi usurpatori, forse sarà un fatto spontaneo e corale. Forse invece sarà un Odisseo che spegnerà i Proci e diventerà un maestro e un condottiero -un Maometto- per tutto l’Occidente. Ma prima potranno venire dei capi nazionali, dei Precursori: ciascuno nel suo paese spianerà le vie del Signore.

Manuel Fraga Iribarne, sarà uno dei Precursori oppure verrà a patti col congegno dei partiti? Nessuno può saperlo. Certo sarà uno degli uomini decisivi in Spagna. Se il Nostro sarà o no una grande guida, dipenderà anche dalla Spagna. Eticamente non è ancora alle corde come l’Italia, ma il pericolo della corruttela da benessere è grave.

I fossi del mondo sono colmi di politologi, ed essi non hanno da darci che la loro sapienza da malaugurio. E, poveri diavoli i politologi, non è colpa loro se il giro intero dell’orizzonte è quale i popoli non lo vorrebbero. A ponente il capitalismo e la democrazia che si decompongono nell’acquitrino. A levante il comunismo che non riuscì a nascere. E da mezzogiorno, dal Terzo Mondo senza un barlume di creatività politica, non viene un’idea che non disgusti: dall’umanismo bugiardo di Indira Gandhi alla facilità di massacrare, dall’anti-imperialismo truffaldino al razzismo alla rovescia, storture che trovano compiuta espressione in quell’afflizione che è l’Onu.

Eppure il mondo può cambiare. Ecco un’ipotesi sui cammini che l’Occidente potrà imboccare: seguire ciò che potrà fare, forse, la Spagna. Essa ha la fortuna di non essere ancora caduta in questa democrazia della mala sorte; al tempo stesso ha un uomo come Fraga, sempre che si faccia bonificatore delle paludi malsane. Non ce n’è un’altra di nazione occidentale che abbia qualcosa da promettere come la Spagna. Ciascuna ha fatto la sua prova, perfino la Lituania che sei secoli fa si stendeva dal Baltico al Mar Nero. La Spagna è stata grandissima, ma per un tempo troppo breve. E’ come la vigna che ha smesso di produrre senz’essere vecchia. Come il grembo vuoto di una suora giovane.

Nel 1492 i Re Cattolici suggellarono la Riconquista, eroica ma dimessa e soprattutto lenta: mezzo millennio, partendo dall’animosa impresa di piccoli re di montagna, nelle Asturie. Quello stesso anno, repentinamente, come i voli antichi di sparvieri che facevano prodigio, la scoperta dell’America; subito dopo, in pochi decenni, la grandezza di un impero portato in tutti i continenti. Dall’intrepida umiltà di un Medioevo che non avrebbe conosciuto Rinascimento, all’apoteosi del Siglo de Oro.

Chi fece del ragazzo biondo Carlo V il padrone del mondo, sia pure contestato da ottomani, luterani, francesi e inglesi. Non i precettori e i consiglieri fiamminghi, Adriano di Utrecht in testa. Quelli fecero il loro mestiere, ma non capirono che la Spagna cercava servitori, non padroni. Nel 1520 si levò in Spagna l’insurrezione dei Comuneros, spenta due anni dopo con 24 esecuzioni capitali.

Non furono né i fiamminghi né i tedeschi dei reami asburgici ad affacciarsi sul mondo, ma gli spagnoli. Le loro scoperte e imprese furono vittorie di anime impavide, più che di reggimenti e di galee e di cannoni.Conquistatori sì ma anche propagatori di valori e vincitori di centomila prove “tecniche”, cominciando da quella di trasformarsi da pastori e cavallanti in assidui navigatori oceanici. Gli stessi anni che i contadini di Germania, discendenti di guerrieri e da secoli compatrioti di sacri romani imperatori, lavoravano la gleba da servi, gli intrepidi straccioni di Spagna si facevano signori delle acque e delle terre. Nell’Estremadura spagnola, tra il Tago la Sierra Morena e il reame portoghese, quasi ogni famiglia vanta l’impresa di uno dei suoi ai quattro angoli della terra; in Estremadura non c’era pane. L’ultimo estremegno d’eccezione, Manuel Godoy, hidalgo di Badajoz, nacque quando l’età delle riforme era finita da un pezzo; e allora l’avventura la fece a Corte, nel cuore della regina. Il Narciso delle guardie del Corpo arrivò a primo ministro quando aveva venticinque anni. Finiva il secolo XVIII e nella finitima Francia infieriva il Terrore.

In Spagna chi generava sette figli maschi diventava di diritto hidalgo de bragueta. E uomini di qualità se non proprio cavalieri, erano anche i soldati e i picaros. Non si tratta di araldica. Nel Siglo de Oro gli spagnoli erano quasi soli a saper fare ciò che facevano. Era questione di maestria, di valore implacabile, di senso del dovere da compiere. Una Termopili ad ogni giornata di marcia nelle terre di conquista, a Indias. Con tutte le sue colpe, fu così Filippo II: dignità, intransigenza, coraggio indomito e tenace, l’offerta di se stesso alle sue convinzioni, a volte distorte.

Tanta gloria non gli sopravvisse. La Spagna sarebbe rimasta grande potenza per tutto il ‘700, ma la gloria, l’avventura dello spirito era finita. Perché questa caduta degna di Icaro, gli storici non sanno; così come non sanno veramente il perché dell’eterno sodalizio della Spagna con la povertà.Si fa presto a dire: Filippo II non ebbe un erede degno di lui (ed egli lo seppe prima degli altri: “Dios que me ha dado tantos reinos me ha negado un hijo capaz de regirlos”.

La verità è che la Spagna fu come colpita dal fulmine di uno Zeus possente e geloso. Quando mai una gloria così alta durò una sola estate? Se la Reconquista e l’Impero fossero stati opere di personaggi grandissimi, la loro morte avrebbe spiegato l’arresto improvviso e la caduta. Invece furono opere di tutti gli iberici, creazioni collettive di un popolo che in quei pochi decenni fu il primo.

Per questo diciamo: la Spagna non ha ancora guidato l’Occidente; ma potrebbe farlo. Non sarebbe compito impossibile. Oggi l’Occidente è popolato di ciechi; per la salvezza basterebbe un monocolo. Il tumore dell’Occidente è il non credere a nulla. Da questo cinismo deriva sul piano civile il lasciarsi governare dai peggiori, dalla partitocrazia, dalla prepotenza sindacale, dai plutocrati, dai demagoghi truffaldini: e ciò sull’intesa che nessuno di costoro vorrà o saprà sanare le cose. Fatto sta che i vecchi padroni della società hanno fatto posto a tavola per i politici ‘progressisti’ e il sistema del privilegio e della corruzione rimane, perenne come il bronzo.Nessuno si aspetta una parola di salvezza dalle nazioni che da quindici secoli conducono il gioco in Europa. Idem per gli Stati Uniti. Tirano avanti meglio dell’Italia, ma hanno poco da dire. Non può salvare l’Occidente chi stenta a sopravvivere come civiltà.

Ecco perché la Spagna nel 1975. Nessun altro popolo è stato meno attaccato dal cancro del cinismo. Qualche macchia qui e lì nell’organismo morale e civile; qualche rassomiglianza con le cose sbagliate del resto d’Europa; ma gli spagnoli sono rimasti, per il bene o per il male, il popolo fin troppo serio del passato.Non furono solo le conquiste, ricordiamolo; furono anche i supplizi dell’Inquisizione, imposti e subiti in buona fede. Paralizzato da un misterioso interdetto della Storia, questo popolo entrò in un silenzio che dura ancora. La Spagna come potenza della diplomazia e delle armi continuò a esistere. La Spagna produttrice di valori nuovi tacque appena rivelatasi.

Un segno conturbante venne però dalla disperata resistenza a Napoleone e al fratello Giuseppe, il re imposto che la gente chiamava Pepe Botella. Col 1808 la Spagna entrò in un dramma che si ricompose centotrentuno anni dopo, con la fine della Guerra Civile; però la catarsi è venuta male. Il quarantennio di Franco è stata la ferrea legge del vincitore, benché accompagnata da non poche provvidenze. Prima, decenni di spasimo: monarchie che andavano controvento (una delle quali italiana: Amedeo Ferdinando duca d’Aosta, figlio di Vittorio Emanuele II, fu re di Spagna dal 2 gennaio 1871 all’11 febbraio 1873); le guerre carliste; le protodittature militari dei vari generali reggenti (ben meno benefiche per i proletari che la dittatura di Miguel Primo de Rivera; el bienio Progresista, con O’Donnell ed Espartero e la famosa frase di Emilio Castelar “Ti saluto, giovane democrazia”; la serie di ‘rivoluzioni’ (in senso specifico alla storia di Spagna) cominciata nel 1868; due repubbliche epilettiche.

Gli spagnoli passarono attraverso tutto questo con dolorosa ingenuità, che tanto spesso è l’altra faccia della serietà. Al limite, fu la temperie visionaria di don Chisciotte, sempre terribilmente fervida di propositi e di speranze. Nel 1936 il giovane José Antonio Primo de Rivera compilava programmi politici e liste di ministri nella sua cella carceraria di Alicante, pochi giorni prima d’essere fucilato.La Guerra Civile fu l’ultima e la più drammatica prova della torva ed eroica coerenza spagnola: forse un milione di morti, forse più della metà. Di tutto si possono accusare gli spagnoli fuorché di non pagare di persona. E’ il contrario del cinismo, non solo italiano.

Per questo diciamo: si salveranno dal Diluvio, daranno vita a una stirpe moderna migliore, se non faranno come gli italiani. “La Spagna -rispose l’ammiraglio Casto Méndez Nunes quando lo informarono che la flotta statunitense era pronta a distruggere le sue navi di legno- preferisce l’0nore senza navi alle navi senza onore”. La Spagna dunque come l’ultima spiaggia dell’onestà, come terra che ancora emerge dalle acque che allagano le ideologie storiche.

Allo stato attuale delle conoscenze, Manuel Fraga Iribarne è il migliore statista espresso dalla

Spagna dei nostri giorni. Non il più fortunato nella carriera; fortunato fu Manuel Godoy, primo ministro a 25 anni, oppure William Pitt, Premier di Gran Bretagna a 24. Ma nessuno in Spagna è pari a Fraga, per pensiero e visione come per opere già compiute (per essere uno statista, non un intellettuale puro). Nessuno degli uomini il cui nome è stato stampato sui giornali, quando si aspettava che il Caudillo morisse e che Carlos Maria Navarro si dimettesse, è al livello di Fraga, dato per il più credibile per succedere a Franco. Gli altri che vorrebbero farsi diadochi di Franco non sono che uomini di gestione. Per non parlare di quel manipolo di politicanti ottocenteschi che dalle televisioni straniere tentano di infliggere alla Spagna il peggio di tutto: gli avanzi decomposti della politica repubblicana (della repubblica che morì per mancanza di meriti nel 1939, anzi nel 1936), più il partitismo modello Italia: che è il partitismo più ignobile in assoluto, perché fatto di corruzione e di impostura. Paragonare Fraga Iribarne, come del resto qualsiasi spagnolo onorato, ai carpetbaggers della Junta Democratica e della Plataforma antifascista sarebbe assurdo. A meno di non fare tale accostamento così come le belle dame spagnole usavano tenere sul braccio una scimmietta per far risaltare all’estremo, gongorescamente, la loro bellezza.

Il giorno che Fraga lasciava l’ambasciata spagnola a Londra, il 18 novembre 1975, un grande quotidiano britannico lo definiva “il più acuto tra gli spagnoli viventi”. Alcuni corressero “tra gli europei viventi”; ma si vedranno le opere future. Quelle degli anni scorsi, il suo lavoro per preparare la Spagna al cambiamento, per produrre nuovi principi e nuovi programmi, per far lievitare idee attorno a lui, sono già state importanti. Volgendo lo sguardo alle capitali del nostro tempo -alle sedi del potere, non ai pensatoi dei filosofi- è difficile trovare in un governante l’articolazione, le aperture culturali e la robustezza mentale di Fraga Iribarne. L’intelligenza è accompagnata da qualità accessorie d’obbligo, quali una memoria e una capacità di lavoro eccezionali. Subito dopo la laurea vinse i tre concorsi più difficili di tutti: per la diplomazia, per gli uffici delle Cortes, per la cattedra universitaria (per la quale decise). Ma Fraga ha anche il magnetismo e l’istinto del comando. Se capeggerà il governo, sarà più successore di Franco che del suo primo ministro.

In un paese col passato e col destino della Spagna, forse Fraga realizzerà un modello politico nuovo, un regime cui si potrà alludere con la formula breve della “democrazia forte”. Non una democrazia come le altre, visto quanto sono sgradevoli. Uno Stato autoritario a metà, cioè un franchismo depotenziato, nemmeno. Qualcuno ha immaginato una fase Fraga come “kemalista” o “gollista”. Il che è possibile: ma l’Uomo è diverso e migliore. Kemal Ataturk fu un Mosè, Fraga no. A de Gaulle chiunque si cavi il cappello: scacciò i mercanti dal Tempio, mortificò Camere e partiti. Ma per il resto mancò ai suoi propositi. Voleva passare alla storia nell’unica maniera giusta, come realizzatore della Terza Via tra capitalismo e comunismo. Per la mania delle glorie della Francia vecchia, non concretò niente, e cadde male.

Se governerà la Spagna, difficilmente Fraga si farà possedere dalla fissazione maniacale di de Gaulle per la politica estera; anche per la Francia la diplomazia, grande o mezzana, era velleità. Da giovane vincitore del concorso diplomatico, più tardi ambasciatore a Londra, è difficile che Fraga perda il senso delle cose; che prenda gli abbagli di de Gaulle.

In Fraga la sapienza specifica del cattedratico e del saggista ha il supporto di una natura energica, di una prontezza selvatica nell’azione: Quando nel 1969 fu estromesso dal governo (per troppo dissenso col reazionario ammiraglio Carrero Blanco) preferì la direzione di una grossa fabbrica di birra -egli intellettuale di rango- ad uno qualsiasi dei posti che si offrono agli ex-ministri quarantasettenni.

Un uomo così, è fatto di una delle leghe più rare: tra il filosofo e l’uomo d’azione: Ciò che farà, se è detto debba proiettare il modello di una Spagna nuova, lo vorranno i Fati. Per questo chiude spesso i suoi scritti con “Y Dios con todos” “Y que Dios nos ayude”. Nelle sue pagine che seguono, vanno sottolineati alcuni tratti portanti:

– la cogestione nell’impresa, quale momento del passaggio dal sistema delle élites alla partecipazione, “perché non suonino le trombe di Gerico” e perché le società non cadano “in mano al nuovo Principe, il Partito;

– la rigenerazione dello spirito imprenditoriale, perché esso sopravviva a quella che il Nostro chiama l’agonia del capitalismo (“la Borsa non ha saputo sostituirsi al Santo Graal”);

-l’integrazione dei ceti e l’impegno all’uguaglianza tra gli uomini, per unificare las dos ciudades (che poi sono the two nations di Disraeli) e per incrementare le opportunità reali;

  • la riscoperta della carità, perché “i poveri saranno sempre con voi (Giovanni, XII,8) e perché c’è più realtà nel Discorso delle Beatitudini che in tutti gli scritti di Lenin, come purtroppo sa chi è povero in Urss;
  • il riscatto della fratellanza contro la truce grandezza degli Hernan Cortés;
  • l’invocazione di un cristianesimo più puro, pur in un paese dove troppi peccati si perdonarono alla Chiesa storica, visto che aveva lottato (‘Abad y ballestero, mal para los moros’);
  • la severità nei confronti della ‘violenza rivoluzionaria’, tollerata dai borghesi di mala coscienza;
  • l’esaltazione del lavoro contro l’eroismo, per così dire inutile, del matador che fece piangere Federico Garcia Lorca; e contro la maschia ferocia del combattente della Guerra Civile, dalla parte di José Antonio o da quella di Hemingway;
  • l’ottimismo di volere ad ogni costo cambiare la Spagna: non in quanto nazione -il nazionalismo muoia- ma in quanto una delle situazioni della società occidentale. L’immobilismo non imprigiona solo la Spagna: tutti noi.

Avvicinare l’utopia, ecco il ruolo che attende Manuel Fraga. Strappare sì gli spagnoli del passato al senso tragico del loro destino (Miguel de Unamuno lo lamentava accettandolo e il Nostro lo combatte, col realismo di Ortega y Gasset, maestro di logica). Chiudere sì a doppia mandata il sepolcro del Cid, come invocò Joaquin Costa. Ma anche tenere viva la tensione morale che rivelò il popolo spagnolo. Fraga ha scritto che quella tensione è stata “la chiave della nostra grandezza, della miseria e della follia”. Essa va spenta e al tempo stessa fatta rinascere, sublimata. Lope de Vega e Calderon de la Barca furono poeti della condizione umana degli spagnoli; non furono allucinati da una ‘droga di Spagna’ che solo l’invidia inventerebbe.

L’esempio che l’Occidente attende dalla ‘altra Spagna’ di Fraga sarà di trasfigurarsi nelle opere dell’eroico quotidiano. E’ stato Fraga a scrivere: “A Jerez de la Frontera, nel tempo imperiale di Carlo V, gli uomini non avevano da mangiare. Si mangiarono, letteralmente, tra loro”.

 

 

Re Filippo avrà un senso se liquiderà il regime dei partiti

Fu logico, anche se non entusiasmante, che la Spagna accettasse la monarchia, resuscitata dal Caudillo come argine contro il ritorno del sinistrismo. Fu logico che il 27 febbraio 1981 il sovrano difendesse la Transicion al parlamentarismo, ordinando alle Forze armate di spegnere il tentativo di golpe del tenente colonnello Tejero, della Guardia civil. Pochissimo tempo dopo gli spagnoli appresero di avere imboccato col felipismo -la gestione governativa dei socialisti “craxiani” di Felipe Gonzales- la via dell’Italia: cammino accelerato verso la prosperità consumista a credito, contemporaneo trionfo della corruzione. Anche questo gli spagnoli accettarono, comprati dallo sviluppo. Dopo quattro secoli che erano stati famelici per la maggior parte della nazione, lo sviluppo era una beatitudine senza prezzo. Valeva bene il regresso alla monarchia morta nel 1931, quando Alfonso XIII, nonno di Juan Carlos, pacificamente partì per l’esilio. Le città spagnole (non le campagne) festeggiarono. La Repubblica nacque nell’euforia.

Vari decenni dopo, il ritorno per ordine del Caudillo ai riti, ai fasti e alle insulsaggini della Reggia non costò troppo ai settori sociali che avevano idolatrato la repubblica, visto che i restaurati Borboni avevano indossato i panni di una monarchia alla scandinava, aperta al progresso. La quale, oltre a tutto, maneggiava scettro e corona in modi amabili: per dirne una, il Re premiò col titolo di marchese il grande musicista cieco Joaquin Rodrigo (Concierto de Aranjuez). Se avesse sconfitto Franco nella Guerra civile, anche la Repubblica avrebbe premiato l’impareggiabile Rodrigo, però come Compositore proletario.

Tutti sanno che la ‘Bonita Republica’ deluse subito le speranze più accese. Gli incendi di chiese e di conventi, le altre violenze anarchiche cominciarono immediatamente. Poi nell’ottobre 1934 ci fu il serio conato rivoluzionario delle Asturie, represso nel sangue. Avendo portato alla Spagna solo le riforme laiciste di Manuel Azana, non la terra ai contadini né il riscatto agli altri proletari, le Istituzioni repubblicane risultarono presto condannate.

Queste cose le ricordano in proprio solo i vegliardi. Oggi quasi tutti gli spagnoli sarebbero razionalmente portati a sbarazzarsi del vecchiume monarchico. Ma ci sono i media del mondo intero a far loro conoscere i misfatti che i mestieranti della politica compiono in quasi tutte le repubbliche, dalla mezza Cipro agli Stati Uniti d’America. Così gli spagnoli, come i sudditi di altre corone, si tengono i sovrani.

Come sono personalmente questi ultimi, non conta molto. E’ dubbio che gli olandesi si curino più del minimo delle qualità umane di re Guglielmo Alessandro. Idem per la gente di altri otto o nove reami d’Europa, tutti ad alto reddito, tutti immersi nella modernità. Una testa coronata, anche se semivuota, sempre meglio di un volpone della politica. Gli spagnoli potranno o no spasimare per penetrare la mente e il cuore del marito della regina Letizia Ortiz. Il quale marito ha preso il nome del primo Borbone di Spagna, Filippo V, il francese nipote del Re Sole. Salì sul trono madrileno nel 1700 e scatenò la lunga Guerra di successione spagnola.

La parabola di re Juan Carlos si è svolta parallela a quella della politica nazionale a partire dalla morte di Franco. Ci fu il vano tentativo del premier Carlos Arias Navarro di prolungare il franchismo senza Franco. Il re lo liquidò e fece in modo che i maggiorenti scegliessero il suo amico Adolfo Suarez, brillante ex-segretario del partito di regime, quale gestore della Transizione all’elettoralismo e ai partiti. In sé la Transizione fu un successo pieno: i feroci contrasti della Guerra civile non rinacquero; i franchisti, cominciando dai militari, rinunciarono a resistere; gli antifranchisti rinunciarono a vendicarsi. Nel 1978 fu approvata una Costituzione all’italiana. Suarez, fatto duca, lasciò il governo nel 1981, tre settimane prima del tentativo di golpe del colonnello Tejero. Leopoldo Calvo Sotelo -nipote dell’importante ministro della Dictadura, il cui assassinio per mano di ufficiali di sinistra fece detonare la Guerra civile- governò per pochi mesi dopo Suarez; la Reggia gli assegnò un più modesto marchesato; dopo, modernizzante com’è, non risulta abbia nobilitato altri primi ministri.

Il potere del socialista Felipe Gonzales (1982-96) coincise col dilagare della corruzione. Da allora le tangenti e il malaffare all’italiana sono il fatto quotidiano di una nazione che nel passato si era fatta dilaniare dalle fedi, politiche e non. Gli anni di regno di Juan Carlos sono stati, non per sua colpa ma nella logica del sistema parlamentare-partitico da lui installato, la negazione dei nobili valori di cui la democrazia si diceva portatrice.

In teoria gli spagnoli potranno presentare il conto a Felipe VI. In teoria aspireranno a liberarsi di una cleptocrazia dei partiti che si è dimostrata peggiore della vecchia oligarchia dei notabili liberali e dei grandi agrari, quella che nel 1923-30 fu soppiantata dalla dittatura militare di Primo de Rivera, generale e Grande di Spagna ma filosocialista.

Re Filippo VI introdurrà elementi di novità solo se vorrà aprire una fase dinamica quasi opposta a quella del quarantennio postfranchista. I due grandi partiti di sistema risultano indeboliti dal successo di nuovi soggetti politici, quali ‘Podemos’. Tali soggetti saranno interessanti solo se porteranno avanti l’unica idea nuova dei nostri tempi: la sperimentazione di questa o quella formula di parziale democrazia diretta, assistita o no dalla telematica. Alternative all’oligarchia diverse dalla chiamata al potere, attraverso il sorteggio, di cittadini qualificati (onde non ripiegare sul governo autoritario) non si conoscono. Si conosce solo il tirare avanti con congegni obsoleti.

Se Filippo VI non promuoverà le innovazioni con l’energia dimostrata dal padre un trentennio fa, presto o tardi la Spagna vorrà liberarsi della monarchia.

 

Appendice Aborto della “Resistencia contra Franco”

l 5 marzo 1939, giorno in cui a Madrid il colonnello Segismundo Casado, comandante dell’Esercito repubblicano del Centro, si rivolta, dichiara decaduto il governo della Repubblica e volge le armi contro i comunisti che si oppongono alla cessazione della lotta contro un Franco che ha già trionfato, lasciano la Spagna in aereo sia il presidente del Consiglio Negrin, sia Dolores Ibarruri -la Pasionaria- capo operativo del partito comunista (il segretario generale José Diaz è in cattiva salute; morirà tre anni dopo in Crimea cadendo da una finestra, forse suicida, forse assassinato). Partono anche altri dirigenti di spicco tra cui Palmiro Togliatti, il più alto rappresentante di Mosca; Rafael Alberti, poeta ufficiale della causa rossa; Francisco Anton amante della Pasionaria, di 15 anni più giovane. Successivamente Anton viene catturato dai tedeschi invasori della Francia. Ma è il momento dell’intesa tra Berlino e Mosca. Così Dolores Ibarruri ottiene l’intercessione di Stalin: Anton viene liberato e un aereo speciale del Reich lo trasporta a Mosca, dove ora è la Pasionaria.

Ai ranghi comunisti rimasti in Spagna viene lasciata la consegna “Ahora a las Sierras”: andare alla montagna. Centinaia di migliaia di combattenti e di civili raggiungono la Francia con una dolorosa marcia a piedi attraverso i Pirenei ancora innevati. Molti soccombono. La Francia, ancora governata da un Fronte popolare che all’inizio della Guerra civile aveva fraternizzato con la Repubblica, accoglie con freddezza i fuggiaschi. I primi giorni i campi di concentramento in cui li racchiude, recintati dal filo spinato, sono talmente terribili, che feriti e malati muoiono a centinaia. Santos Julià e gli altri autori dell’opera storica ?Victimas de la Guerra civil (Madrid 1999) parlano di ‘campi di sterminio’.

Il Partito comunista spagnolo (Pce) decide di riprendere la lotta antifranchista nella clandestinità. Comincia già a ristrutturarsi ad Albatera, nei pressi di Alicante, ultimo lembo di territorio repubblicano prima che cada agli italiani della divisione Littorio (gen. Gambara). Jesus Larranaga è il responsabile di questo moncone di partito, mentre a Madrid viene lasciata una direzione clandestina provvisoria capeggiata da José Cazorla e Enrique Sancher (presto catturati e messi a morte dai vincitori). Circa due anni dopo il Partito crea a Lisbona un apparato che di lì organizza l’attività clandestina in Spagna. Alla fine di quel 1941 i militanti lasciati a lottare sono sgominati, quasi tutti caduti di fronte ai plotoni d’esecuzione. I tentativi di riorganizzazione vengono ripresi nel 1943, a un costo crescente in vite umane: vite non solo dei rossi e delle forze di repressione, anche della popolazione colpita dalle opposte rappresaglie.

Nel l944-45 il tracollo dell’Asse riaccende l’attivismo comunista nei Pirenei, nei territori montagnosi del Sud, in alcuni centri urbani. Il litorale di Malaga vede il va e vieni di fuorusciti rossi dal Nord Africa e da altrove. Qualche limitata attività clandestina viene svolta anche da piccoli nuclei anarchici, che ora non si battono contro i comunisti, come nel 1937 fecero in Catalogna, anzi confluiscono nelle loro bande partigiane (partidas) o nelle cellule urbane.

La Resistencia Armada è voluta dal Pce sull’onda di quella che uno storico trotzkista, Francisco Moreno Gomez (“La Resistencia armada contra Franco: tragedia del maquis y la guerrilla”, Barcelona, Editorial critica, 2001) chiama la “invulnerable ideologia triunfalista” del partito, trionfalismo che durante la Guerra civile era stato sostenuto dall’indispensabilità degli aiuti dell’Unione Sovietica. Il libro di Moreno, vera e propria esaltazione della guerriglia seguita alla vittoria dei nazionali, ammette senza infingimenti che mai la lotta partigiana minacciò la dittatura; che cioè non ebbe alcun significato militare.

Né il Partito né l’Unione Sovietica sostennero materialmente la guerriglia. Lungi dal poter finanziare, l’organizzazione clandestina in Spagna del Pce esigeva dalle bande partigiane una quota dei ricavati dei “golpes economicos” (rapine a mano armata, furti, taglieggiamenti, altre appropriazioni), nonchè dei riscatti pagati dai familiari di persone rapite. “Golpes economicos” e rapimenti furono le azioni preponderanti della Resistencia, quasi mai le bande partigiane possedendo la capacità di combattere. Gli stessi atti di sabotaggio furono pochi e di scarsa importanza; se si eccettua, il 12 febbraio 1949, il deragliamento dell’espresso Barcellona-Madrid, fatto precipitare in un burrone profondo 60 metri (40 morti, oltre 100 feriti). Rivolto contro i soli civili, fu un atto terroristico che cancellò molte nostalgie rivoluzionarie.

Ben presto i capi del Pce constatarono che, mentre gli uomini dell’apparato erano animati da un’abnegazione in qualche caso eroica, il popolo dei proletari non voleva più lottare. Nelle città il controllo dei vincitori era totale. Nelle campagne i contadini non solo rifiutavano di insorgere, dopo una guerra civile crudele e perduta, ma osteggiavano i conati guerriglieri che li esponevano a rischi e a rappresaglie estremi. L’esiguo segmento popolare che dette qualche copertura e aiuto ai partigiani pagò un prezzo altissimo. La repressione non rinunciò a colpire il maquis attraverso congiunti, fiancheggiatori e puri e semplici ostaggi.

Il Partito importò in Spagna anche militanti non spagnoli, persino ucraini. Numerosi guerriglieri erano fuorusciti rientrati clandestinamente dai Pirenei. Una parte di essi avevano avuto un ruolo significativo nella Resistenza francese. Le componenti spagnole del maquis operanti in Francia nei dipartimenti più prossimi ai Pirenei pervennero, al momento del tracollo germanico, a una notevole consistenza. Al punto che il 19 ottobre 1944 i loro comandanti ritennero possibile tentare di occupare lembi di territorio spagnolo, nei quali installare il governo repubblicano in esilio, o qualcosa di somigliante a un comitato di liberazione. A capo dell’attività partigiana in Francia, poi in Spagna, si era affermato Jesus Monzon. Avvocato di Pamplona, alto dirigente del Pce, in Francia riesce ad organizzare una grossa formazione armata di comunisti spagnoli. Si dice che dopo lo sbarco in Normandia arrivi a capeggiare diecimila uomini. E’ comprensibile che, nell’aspettativa che il regime di Franco faccia la fine degli altri fascismi europei, Monzon progetti di aprirsi la strada in Spagna con le armi.

L’invasione fallisce immediatamente. Pochi giorni dopo Santiago Carrillo, coll’avallo della Pasionaria, ordina a Monzon di ritirare in Francia i suoi uomini, poi lo destituisce ed avoca a sé i suoi compiti. Successivamente il Partito condanna ed espelle Monzon, rinuncia definitivamente alla chimera di darsi un esercito quasi convenzionale e ripiega sulla guerriglia. I campi d’addestramento di partigiani e terroristi nelle regioni montuose francesi vengono camuffate come “imprese forestali”, quali la Fernandez-Valledor. Quando Monzon, catturato in Spagna, viene condannato a trent’anni invece che messo a morte, il Partito moltiplica gli attacchi al deviazionismo (avventurismo) del comandante sconfitto. Anche Heriberto Quinones, altro responsabile delle attività comuniste in terra franchista, finisce nelle mani della polizia. Viene fucilato.

I dirigenti del Pce in esilio, dapprima installati a Tolosa, si trasferiscono a Parigi. Secondo Enrique Lister, che al comando di una divisione si era qualificato tra i non molti buoni generali della Repubblica, quei dirigenti si trattano bene, in belle ville nei dintorni della capitale. Lui Lister vive a Lione, due stanze in un caseggiato popolare vicino alla stazione; la latrina nella scala serve a cinque inquilini. Lister sarà espulso dal Partito nel 1970. Chiusa la breve parentesi del deviazionismo di Monzon, la rete clandestina comunista in Spagna è saldamente controllata dalla triade parigina Dolores Ibarruri (la Pasionaria), Santiago Carrillo, Francisco Anton. Il quale ultimo –ha scritto Enrique Castro Delgado- “ha messo a frutto gli ultimi anni della sessualità di una isterica per fare carriera”.

Nel 1950 il governo francese decide di mettere fine al “lavoro” del Pce. Ai militanti senza spicco offre la scelta, emigrazione nell’Urss o deportazione in Algeria (i più scelgono quest’ultima). Per alcuni, come Lister, viene decretato il confino in Corsica. Circa 300 renitenti vengono espulsi. Il vertice del Partito segue la Pasionaria a Mosca.

L’agiografia antifranchista ha sostenuto che per respingere nel ’44 la forza “d’invasione” scesa in Navarra attraverso i Pirenei e diretta verso l’Aragona, avendo l’Ebro come difesa naturale, il regime dovette far accorrere varie divisioni, artiglieria pesante, stormi di aerei. Sono esagerazioni, visto che la invasione va considerata piuttosto una penetrazione. La reazione delle truppe di montagna fu sufficiente a bloccare in pochi giorni un tentativo che si giustificava solo in rapporto all’illusione che gli occidentali intervenissero subito in appoggio alla riconquista comunista della Spagna. Il generale De Gaulle, dopo avere presenziato a Tolosa alla sfilata “della Vittoria” dei partigiani spagnoli che in Francia avevano molestato i germanici in ritirata, e dopo avere proclamato che mai la Francia avrebbe dimenticato il loro eroismo, proibì che si avvicinassero alla frontiera iberica e ne ordinò la smobilitazione.

La “riconquista” era fallita soprattutto perchè in nessun angolo della Spagna il popolo era insorto contro Franco. In pochi giorni gli invasori ebbero 129 morti, 241 feriti, 218 prigionieri, più di tutte le loro perdite nella lotta partigiana in Francia. Sarebbero stati massacrati o catturati tutti se il partito non avesse mandato Santiago Carrillo ad attuare l’immediato ritiro in Francia. Sappiamo che alla disfatta segue l’abbandono di ogni velleità di affrontare sul campo l’apparato militare che aveva abbattuto la Repubblica. D’ora in poi il Partito, e alle sue spalle l’Unione Sovietica, avrebbe cercato di rivolgere contro Franco un’azione di sole bande partigiane. Tuttavia, salvo rare eccezioni, né il Pce né il Partito comunista francese, allora molto potente, né l’Unione Sovietica rifornirono di armi, materiali e denaro la “Resistencia Armada”.

Di conseguenza essa fu assai più “bandolerismo” (banditismo”) che guerriglia partigiana. Gli scontri a fuoco col dispositivo militare dello Stato, più precisamente il ricorso alle armi da parte di uomini circondati e prossimi ad essere abbattuti o catturati, furono pochi e di intensità modesta. Non numerosi gli episodi di terrorismo urbano: imboscate, attentati, assassinii di Guardie civili, di esponenti minori e simpatizzanti del regime. Prevalsero dunque i fatti di banditismo nelle campagne e, più ancora, nei distretti montagnosi. Qui le azioni partigiane tipiche erano, in ordine decrescente: rapine a mano armata in fattorie e casolari molto isolati; furti e abigeati; sequestri di persone per esigere riscatti; imboscate a pattuglie di Guardie civili; assassinii di dipendenti pubblici e di confidenti della polizia; sporadici atti di sabotaggio, specialmente a linee telefoniche ed elettriche: colpi di mano contro piccoli municipi, sedi falangiste e simili nelle località prive di presidi armati.

Tutto ciò riduce fortemente o cancella gli accostamenti alle azioni dei maquis stranieri più celebrati. I partigiani spagnoli non avevano scelta. Braccati e privi di rifornimenti, per sopravvivere dovevano rapinare, rubare od estorcere. I testi storici più favorevoli alla Resistencia sono spesso cataloghi di assalti per razziare cibo e, dove possibile, armi. Poche le rapine a banche, uffici e sedi protette. Prevalgono perciò i resoconti di azioni che fruttano viveri, più naturalmente il denaro e i fucili o gli schioppi detenuti nei casolari più sperduti. Furono aggrediti, in vari casi uccisi, cacciatori e pastori per i fucili da caccia che portavano. Le vittime preferite erano gli agricoltori agiati e i fiancheggiatori del regime, però furono sacrificati individui che non erano né fascistas né nemici di classe.

Attuata da uno Stato che aveva appena vinto una guerra civile straordinariamente aspra, la repressione della guerriglia/banditismo fu logicamente cruda. Controparte (principale, non esclusiva) dei partigiani era la Guardia civil ed essa uccideva i fuorilegge sapendo di avere licenza. I partigiani che non venivano abbattuti sul campo erano di norma condannati a morte dalle corti marziali. Ci furono decessi a seguito di torture; peraltro altrettanto numerosi furono gli atti di crudeltà dei guerriglieri/bandoleros. Secondo Aguado Sanchez, uno degli autori più citati sulla guerriglia antifranchista, tra il 1943 e il 1952 i partigiani compirono 5963 rapine a mano armata, 953 assassinii, 834 sequestri di persona, 538 sabotaggi. Gli scontri a fuoco furono 1826 e determinarono la morte di 2173 partigiani e la cattura di altri 476. Si consegnarono 546 resistenti, altri 2373 furono altrimenti arrestati. La Guardia civil e altri corpi di repressione ebbero 307 morti, 448 feriti. I reparti militari veri e propri, 27 morti, 37 feriti.

Le fonti comuniste concordano: fu nell’ottobre 1948 che il Partito si decise a mettere fine alla Resistencia. Il suo vertice venne ricevuto da Stalin, Suslov, Molotov e Voroscilov e intimato di prendere atto del mutato quadro internazionale. La Guerra fredda aveva fatto cadere ogni discriminazione dell’Occidente nei confronti di Franco. Far insorgere gli spagnoli era impossibile. La guerriglia e altre forme di lotta clandestina andavano liquidate. “Decisione al 100% giusta” scriverà Enrique Lister, all’epoca responsabile della Resistencia nell’apparato del Pce. “Se qualcosa ci può essere imputata, è di non averla presa un paio d’anni prima”. Cioè molte tragedie prima. Invece ancora nel 1946 il partito aveva dato il massimo “impulso politico” –direttive, non rifornimenti né denaro- allo sforzo guerrigliero. Il quale non si concentrò, come nel 1944, nei Pirenei, bensì nei distretti montagnosi del centro e del sud: specialmente Toledo, Cordova, Granada.

Secondo la testimonianza di Santiago Carrillo, Stalin contestò agli spagnoli che la linea del Pce, caratterizzata da “un cierto izquierdismo”, aveva accresciuto l’isolamento del Partito, il suo distacco dal popolo. Si spiega dunque che i proletari di Spagna, lungi dall’insorgere a fianco della guerriglia, abbiano dato un contributo non modesto all’annichilimento delle bande partigiane. Infatti, passata la fase iniziale in cui la Guardia civil si faceva affiancare da reparti dell’Esercito, in qualche caso marocchini -ma i risultati non furono all’altezza delle aspettative- la repressione puntò sempre più sulle cosiddette “contrapartidas” (controbande): formazioni di civili armati, soprattutto contadini, che partecipavano alle azioni antipartigiane apportando, oltre che il loro numero, una superiore conoscenza del terreno e dell’avversario; più ancora, la volontà di vendicarsi dei crimini guerriglieri.

Nel 1976 Santiago Carrillo confiderà in un’intervista a Oriana Fallaci: “non credo nel terrorismo, non credo nella guerriglia. Quest’ultima l’abbiamo fatta fino al 1949. Dopo abbiamo capito che non serviva e abbiamo rinunciato. Perché non serviva? Perché erano ancora aperte le ferite della Guerra civile. Il popolo restava traumatizzato, intollerante della lotta armata e del sangue”

Eppure ancora nel marzo 1948, quando secondo Lister il Partito avrebbe dovuto avere già posto fine alla Resistencia, Dolores Ibarruri, segretario generale, così incitava i (pochi) guerriglieri della Galizia: “Le vostre voci di speranza risuonano nel silenzio sepolcrale della Spagna franchista come un canto di trionfo e di vittoria, di gloria e di resurrezione della Spagna democratica. I vostri passi fermi e sicuri per macchie e pinete, per città e villaggi, per viottoli e sentieri, marcano il cammino della liberazione”. Ossia la menzogna, l’imbonitura, l’incitamento ad uccidere e più ancora a morire continuavano alla vigilia del contrordine di Stalin, Suslov, Molotov e Voroscilov. A quel momento gli attivisti comunisti in Spagna erano quasi tutti morti, o in carcere, o braccati “a las sierras”.

Ciò che fu la guerriglia facciamolo dire al suo principale esaltatore, Francisco Moreno Gomez, autore del già citato “La Resistencia armada contra Franco- Tragedia del maquis y la guerrilla”. Con 816 pagine è probabilmente il più impegnato dei lavori sui conati “de cambiar el resultado de la Guerra civil”. L’opera ha, insolitamente, 36 righe di dedica. Si aprono con maledizioni al “golpe militare del 1936 voluto dalla caserma, dal circolo dei signori e dalla sacrestia”, nonché alla democrazia d’oggi che “nega qualsiasi riconoscimento a tanto eroismo” (dei resistenti). Altre parti della dedica precisano la collocazione ideologica dell’opera: “Alla Spagna che avrebbe potuto essere e non fu. Ai guerriglieri spagnoli che, tra luci e ombre, si dettero a una lotta utopistica e tragica, soli e abbandonati”. Insomma, come sottolinea il prefatore Paul Preston, noto storico di parte antifranchista, “un lavoro scritto dalla passione” .

Preston peraltro, che definisce “vano si no heroico el intento’ di cambiare il resultato della Guerra”, ammette: “In nessun caso è possibile pensare che la guerriglia abbia minacciato la dittatura”. Quanto all’operazione del 1944 dai Pirenei, il prefatore britannico nota che “l’effetto sorpresa era stato azzerato dagli annunci radiofonici, in Francia e da Mosca, dai pubblici appelli all’arruolamento, dalle cerimonie di saluto agli “invasori” nei villaggi francesi dove alcuni di loro avevano fatto i partigiani, dai dispacci del Pce alla rete clandestina in Spagna, dispacci che dicevano vicina l’insurrezione popolare in appoggio all’esercito che sarebbe sceso dai Pirenei. Se anche furono 12.000 uomini, come vantò la propaganda comunista, in pochi giorni furono bloccati e costretti, i più fortunati, a ripassare la frontiera. A stare ai deliberata del Comitato centrale del Pce (Tolosa 5-8 dicembre 1945), la guerriglia, nonostante gli insuccessi di quasi sei anni, avrebbe potuto catalizzare una lotta di popolo capace di indebolire il regime anche a livello internazionale. “Vana illusione.” ammette Preston. Gli occidentali diventavano sempre più anticomunisti; il popolo non insorgeva. Anzi i contadini si univano in numeri crescenti alla repressione della Resistencia, a causa delle sofferenze e delle rappresaglie che provocava, visto che i guerriglieri, per sopravvivere, dovevano rapinare, e peggio. “Questo dà credibilità alle accuse del regime, secondo cui erano solo banditi”.

Fin qui il prefatore. L’autore correttamente sottolinea il carattere classista della Resistencia. “Fu l’ultima manifestazione ribelle del movimento operaio spagnolo, forgiato nelle lotte degli anni Venti e Trenta e nella Guerra civile. Quella formazione emancipatrice e quella presa di coscienza non potevano sparire con la vittoria franchista”. Anche il passaggio alla macchia di alcune migliaia di persone, i cosiddetti “fuggiti” che nella fase immediatamente seguita alla Guerra civile fecero la larga maggioranza dei partigiani, fu inevitabile: i “fuggiti” avevano aspri motivi per temere la vendetta dei vincitori.

Il regime, argomenta Montero, ha presentato i guerriglieri come volgari rapinatori. “E’ certo che rapinavano e rubavano perché mancavano di rifornimenti, però nella guerriglia si svolgevano attività che erano ben diverse dagli atti di delinquenza: riunioni politiche, giornate di discussione ed educative, insegnamento agli analfabeti, istruzione nell’uso delle armi e degli esplosivi, visite di dirigenti, attività propagandistiche, eccetera”.

Per Moreno i comportamenti delle forze di repressione furono sempre spietati. Cercare di rovesciare l’esito del 1939 era nobile, eroico, degno della solidarietà internazionale (che mancò in tutto). Difendere la vittoria nel 1939 e spegnere la guerriglia era violenza, sterminio, fascismo. Data questa premessa, talune ammissioni dell’apologeta della Resistencia sono significative. Per esempio la partecipazione alla lotta antipartigiana dei civili: non solo i falangisti, i dipendenti pubblici, gli ausiliari della polizia; anche grossi segmenti popolari. Montero: “Molti guerriglieri sono caduti per mano di lavoratori schierati col Regime, soprattutto nelle campagne (“fascismo rural y catolico”). Pochi gli scontri a fuoco e le azioni antipartigiane cui non parteciparono i civili. Questo fa risaltare l’ampia base sociale del Regime, pronta quando richiesta a mobilitarsi incondizionatamente e in grandi numeri”.

Solidarizzò con la resistenza solo la frangia più motivata, nel senso dell’estremismo, di ciò che restava del movimento operaio e contadino. Il grosso degli spagnoli accettavano ormai il regime. Talmente tormentati dai ricordi della Guerra civile da odiare e persino uccidere coloro che tentavano di rovesciare il verdetto del 1939. Se questa era una realtà generale che avrebbe dovuto sconsigliare l’avventura tanto spesso suicida della resistenza, più specifiche sono secondo Montero le responsabilità di chi fece mancare ai partigiani i mezzi materiali per sopravvivere. “La guerriglia fu un esercito senza intendenza. Tutto ciò che serviva doveva venire da rapine, estorsioni e sequestri di persone”. Nell’opera di Moreno sono frequenti le asciutte menzioni degli assassinii che tutto ciò a volte comportava.

Eloquenti, peraltro, gli addebiti dell’autore a coloro che lanciarono la Resistencia. “Per di più fu un esercito senza sanità. Quando si lanciò la guerriglia si assegnarono incarichi militari e politici; sanitari nessuno. Il Partito non trovò medici disposti ad andare alla macchia. Molti partigiani morirono di polmonite, di appendicite, d’essersi gettati in acque gelide per salvarsi, di cancrena per ferite mal curate, di tubercolosi. Andare nello studio di un medico era impossibile. Nel 1945 in un paese vicino a Càceres il partigiano “Castillo” arrivò sul tavolo operatorio di un medico ma vi morì, mentre il medico finì in carcere. In genere i medici rifiutavano di affrontare rischi gravissimi. Così per le ferite da pallottole non c’era altro trattamento che acqua e sale -l’alcool era un lusso- oppure aceto o infuso di timo e simili. Per bende, lembi di camicie. Il partigiano “Veneno” dovè tagliarsi un osso con una tenaglia e pezzi di carne con un coltello da cucina”.

Pur denunciando il crimine d’aver mobilitato un’armata partigiana senza darle rifornimenti, servizi di sanità e altri appoggi vitali, il nostro storico giudica coerente coi fini generali della lotta al fascismo il lancio della Resistencia. “Incoerente sarebbe stato il contrario: rinunciare perchè il Caudillo sopravviveva alla fine di Mussolini e di Hitler”

Alcuni partigiani furono espulsi dalla Francia dopo che vi si erano messi in salvo. Tra i motivi delle espulsioni, trattandosi di uno Stato che non usa estradare, dovette probabilmente essere la gravità dei crimini comuni commessi in Spagna. “Pone interrogativi” ammette Moreno “il comportamento molto violento di alcuni partigiani che giustiziarono delatori o figuri del regime. Non si tratta di giustificare, si tratta di comprendere. Uomini braccati da ogni parte, che ogni giorno si attendevano di cadere, i cui nemici peggiori erano i confidenti e i delatori più ancora delle guardie. In realtà i guerriglieri (…) erano schegge della violenza scatenata negli anni precedenti”.

La Resistencia, conclude il suo cantore, “fu una tragedia nel senso classico della parola. Si può anche definirla utopia, lotta senza speranza, gesto di pura testimonianza. Il concetto di tragedia greca implica la consapevolezza della finale sventura. Di un destino funesto, ineludibile, che il protagonista accetta per amore di una causa. Un ideale etico fa sì che la tragedia non sia inutile. Cronaca di una morte annunciata fu la guerriglia antifranchista. Presto i partigiani raggiunsero la certezza che Franco avrebbe vinto di nuovo. A loro, nell’isolamento e nell’abbandono in cui erano, restò solo di ritardare una morte sicura. Le democrazie occidentali avevano scelto Franco. L’Inghilterra che nel 1936 gestì il Non Intervento, facendo cadere la Repubblica, fu la stessa che lasciò fallire la guerriglia. Però quest’ultima fu lasciata sola anche dall’antifranchismo legale”.

Anche perché ad una repressione soverchiante andava “la complicità di una gran massa schierata col regime e che si sentiva vincitrice”. In queste ultime parole testuali è, da parte dell’autore che più ha esaltato la Resistencia- l’attestazione che la “gran massa”, cioè il popolo, avversò fattivamente la causa partigiana. Accettando per sconfiggerla i rischi più gravi: abbiamo visto l’ammissione sulla “particolare violenza degli uomini braccati da ogni parte”.

Naturalmente quasi nessuno pensa che siano state le rapine, estorsioni, esecuzioni, rappresaglie ed altre ferocie degli anni Quaranta e Cinquanta a determinare in Spagna la transizione alla democrazia. Gli stessi storici antifranchisti non si esimono dall’obbligo di menzionare, quanto meno per accenni, le molte azioni indegne dei partigiani, in generale presentati in una vivida luce d’eroismo. I giustificatori della guerriglia fanno proprie le categorie del comunismo internazionale dell’epoca, “Mundo Obrero” (organo del Pce in esilio) in testa. Pertanto la repressione attuata dallo Stato era tutta “barbaro terror”, “violencia represiva y arbitraria”, “crimenes de Franco”, “asesinatos sin previo aviso” e simili. Lo Stato non avrebbe dovuto reprimere per difendersi e per difendere la popolazione, ormai desiderosa di pace e di ordine. Invece l’opposizione armata era solo portatrice di ideali, di valori, di diritti. Tutti o quasi tutti “valenti guerriglieri”, “lottatori per il comunismo”, “autentici democratici”, molti dei quali “con solida formazione operaista”.

Resta che fu una resistenza futile, fatta di sole sconfitte. Rarissime le azioni con qualche carattere militare. Tutto ciò che la guerriglia riuscì a fare fu di uccidere poliziotti, e cercare -invano- di difendersi. Mai portò una vera offesa allo Stato. E’ certo invece che per esistere dovette delinquere in grado estremo. Farsi banditismo. Peraltro il “bandolerismo” spagnolo ha origini molto antiche, e divenne virulento ed endemico nel secolo XIX, sottoprodotto delle guerre carliste.

Se rapine, estorsioni, furti e sequestri di persone furono le vie maestre della Resistencia, numerosi furono i suoi sentieri secondari: soprattutto gli assassinii di civili aderenti al regime o, peggio, fiancheggiatori della repressione. Tuttavia molti cittadini furono uccisi o feriti semplicemente perchè possedevano armi, soprattutto fucili da caccia, di cui i guerriglieri avevano un bisogno disperato. Si è affermato, non si sa con quanto fondamento, che nella sola regione tra Malaga e Granada le vittime totali del “bandolerismo” furono quasi 500. Ma certi crimini partigiani colpirono anche i compagni di lotta. Non si posseggono statistiche attendibili, però è certo: furono parecchi i guerriglieri giustiziati dai loro compagni. Tra i motivi primeggiava il sospetto di intelligenza col nemico. Si sostiene che nel 1950 il capo guerrigliero “Roberto”, operante nel territorio di Granada, mise a morte un decimo dei propri seguaci, anche per “salvare la disciplina”. Non mancarono le eliminazioni per fatti di donne. Secondo lo storico Moreno, il partigiano Juan Castro Santiago “El Boy”, alias “Juanillo el Manco”, fu ucciso dai compagni per avere fornicato con la contadina di un casolare presso Bailén, dove la banda si nascose per sei mesi. Anche la partigiana Rosa Padilla Pulido fu ammazzata nel 1949 da mano “amica”. Di questo “oscuro episodio”, dice lo storico Moreno, non si conoscono le ragioni. Tuttavia era stata compagna del partigiano “Panza Alegre”, che si era consegnato alle autorità tre anni prima.

La resa e persino la trasformazione di numerosi partigiani in attivi collaboratori della Guardia civil, partecipanti di persona ad azioni antiguerriglia, costituirono una costante preoccupazione per la Resistencia. Nell’area Toledo-Ciudad Real-Granada il comandante della Guardia civil Eulogio Lima riuscì ad annientare la guerriglia guadagnando la collaborazione della maggior parte degli uomini arrestati. Quasi certamente fece ricorso alla tortura quando necessario, tuttavia i risultati furono troppo brillanti per poter essere ascritti alla sola crudeltà. Per indurre a tradire fu utilizzata anche la clemenza: per esempio si dettero aiuti materiali alle famiglie in miseria dei partigiani pentiti. La condizione di questi congiunti era quasi sempre drammatica; così come terribili erano le sofferenze dei guerriglieri feriti o ammalati e, ancora, di quelle (non molte) partigiane o compagne di partigiani che partorivano alla macchia, anche negli inverni durissimi delle montagne spagnole, mentre erano braccate. Pochi neonati sopravvissero.

La repressione inevitabilmente infierì, anche con torture e intimidazioni, su familiari e complici dei fuorilegge. Questi ultimi si vendicavano su persone vicine ai poliziotti e ai traditori. Un delatore fu impiccato dai guerriglieri cinque anni dopo averli denunciati. E la condanna a morte, decretata dal loro Comando, di tre guardie civili che si erano lasciate sopraffare dai guerriglieri senza lottare lasciò otto orfani.

Questo fu la resistenza antifranchista. Invece di indebolire il Regime lo aiutò ad acquistare il controllo assoluto del paese. Persino i proletari che erano stati repubblicani si allinearono, in cambio della pace, della legalità e di una pur lenta liberazione dalla miseria (i progressi dell’economia erano già cominciati quando ancora agivano le ultime bande partigiane). Si può anche ipotizzare che senza le tragedie della guerriglia e della repressione il franchismo sarebbe durato un po’ meno.

Le perdite dirette dei partigiani furono terribili: abbattuti sul posto, fucilati dai plotoni d’esecuzione, sgozzati dalla garrota. Quanti furono i morti non è mai stato accertato. Il Moreno dà 620 partigiani uccisi tra il 1939 e il 1952 nelle sole regioni di Andalusia, Estremadura e Mancia. Il bilancio complessivo dei caduti partigiani potrebbe sfiorare o superare i 2000. Lo storico Francisco Aguado Sanchez sostiene di avere ponderato i dati sia di parte rossa (Lister), sia di quella nazionalista (Munilla) nel concludere che nel decennio 1943-52 i guerriglieri compirono quasi mille assassinii, 834 sequestri di persona e circa 6000 rapine. Gli scontri armati con la Guardia civil furono 1826 (sappiamo che in genere l’iniziativa d’attacco la prendevano i poliziotti; i partigiani non ne erano in grado contro reparti armati). Secondo questa fonte, i morti guerriglieri furono 2173, quelli delle forze dell’ordine 307. Queste cifre non terrebbero in conto i caduti della “invasione” dai Pirenei dell’ottobre 1944. Una delle spiegazioni dell’incertezza su quanti furono i caduti partigiani è che l’antifranchismo “si vergogna” della Resistencia, oppure ne è imbarazzato. Finora non solo gli storici, anche romanzieri, registi e autori di teatro hanno evitato il tema. Stanno alla larga da un “maquis” tanto fallito. Irresponsabile, smisuratamente doloroso epperò inutile.

Un certo numero di intellettuali di sinistra esaltarono la lotta guerrigliera. I più noti Max Aub, Francisco Giner de los Rios, Luis Bunuel, lo storico Tunon de Lara, Pablo Picasso, Rafael Alberti, Alejandro Casona. Ma furono esaltazioni di allora, nell’ardore della lotta o nell’euforia della vittoria alleata. Oggi gli intellettuali di sinistra, come accanitamente denunciato dal più volte citato Moreno, parlano d’altro. Non sono in grado di sminuire le responsabilità dei vertici del Pce per avere lanciato una guerriglia senza speranza. Certamente il “maquis” spagnolo non poté più avere prospettive dopo che si profilò la Guerra fredda, già nell’aprile 1945, e che l’Occidente mise fine alla collaborazione bellica coll’Urss. Il giorno stesso del funerale di Roosevelt, il successore Harry Truman constatò che l’alleanza era finita ed avviò una generale strategia anticomu nista. Ci volle Stalin per farlo capire alla Pasionaria e ai suoi, quasi quattro anni 

 

 

 

GERMANIA SPERANZA D’EUROPA

MA PER UN MILLENNIO DISUNITA

 

 

 

Facciamo bene a vedere nella Bundesrepublik la nazione che un giorno guiderà le altre nel fondare la Patria europea. Se non la Germania, chi?

Nessun popolo meriterà di più. Non quello britannico, che si sente mezzadro degli Stati Uniti e meglio farebbe a chiedere d’essere annesso, anche per liberarsi di una monarchia stucchevole. Non quello francese, che nei due secoli seguiti all’occaso del sogno napoleonico mai seppe smettere smanie e ubbie belliciste. Non la Spagna e l’Austria, ridotte a periferie. Non l’Italia governata dai Proci. Non alcuna delle altre stirpi che nel passato ebbero parentesi di grandezza -la Polonia/Lituania si estese dal Baltico al basso Danubio- ma oggi non hanno nulla da insegnare.

Non per il turgore del Pil ammiriamo la Germania, bensì per la forza immensa del suo retaggio. Per quanto ha dato alla civiltà occidentale, pur nell’orrore del dodicennio di Adolf Hitler. E’ la Germania che salverà l’Occidente dalle aberrazioni ultracapitaliste e iperconsumiste di tutte le Abu Dhabi del pianeta. Dovrà essere il Mosè collettivo dell’andare verso la terra promessa, l’Europa unita, unita quanto meno a Nove-Dieci.

Tuttavia ricordiamoci che tra tutte le grandi stirpi quella germanica ha la storia più ingrata, dal punto di vista della propria unità. Prima del Reich bismarckiano uno Stato della Germania intera non esistette. Esistette un impero tedesco che nominalmente sovrastava su una congerie di potentati, dalla vasta Baviera all’Analt di Koethen (da non confondere coll’Analt-Dessau), all’abbazia di Salmansweiler, che essendo sovrana nel suo territorio mandava un contingente di 12 uomini quando l’Imperatore chiamava (e quando l’Abate riteneva di ubbidire).

Solo episodicamente l’Impero dominava sui potentati. Era una struttura maestosa, non una patria. Un vero Stato tedesco sorse nel 1871 (trionfo sulla Francia del secondo Bonaparte), ma solo la disfatta del 1918 cancellò in Germania le ventisei “potenze parziali” ancora esistenti, capeggiate da Baviera, Sassonia e Wuerttemberg. Ancora nel 1918 ciascuna di esse aveva un governo e un esercito, solo che obbedivano a Berlino. Risulterà dunque sviante e ludico credere che nell’anno 9 di Cristo le legioni di Augusto furono fermate “dalla Germania”, impersonata da Arminio vincitore delle cinque legioni di P.Quintilio Varo. Il grande Arminio è giustamente onorato come il primo vittorioso generale tedesco. Però non fondò nemmeno un proprio stato parziale, anzi tre anni dopo fu ucciso da suoi sudditi. Passeranno circa nove secoli perché si configurasse un regno teutonico dominato dalla casa di Sassonia.

L’effettivo potere statuale apparteneva ai grandi ducati: la Sassonia, tra il Reno e l’Elba inferiore; la Franconia, più a sud; Alamannia o Svevia, sull’alto Reno e sull’alto Danubio; Baviera, che si estendeva fino al regno italico e alla Pannonia. Si aggiungevano varie marche nello spazio bavarese. E c’era la Lotaringia, di un Lotario sovrano carolingio. Il primo “re teutonico”, il sassone Enrico I, riuscì a consolidare la struttura dei ducati e degli ‘stati’ minori. Ma solo in qualche misura si può sostenere che egli e gli Ottoni suoi successori dettero vita a una compagine tedesca. Venivano incoronati re ad Aquisgrana, la capitale prediletta da Carlo, dall’anno 800 sacro romano imperatore. Quando i re ‘di Germania’ diventavano imperatori (spesso, non sempre) essi superavano gli altri alti signori tedeschi per rango e prestigio, assai meno per concreta potenza. I popoli p.es. di Sassonia o Franconia non si sentivano necessariamente solidali rispetto agli altri dello spazio germanico.

Ottone I il Grande, figlio di Enrico, fece sforzi intensi per stringere a sé i ducati, ma spesso le rispettive aristocrazie riluttavano. Meglio collaborarono i vescovi e le grandi abbazie: infatti furono premiati in vari modi, cominciando dalla fiscalità. Nell’assieme i re sassoni conseguirono risultati non esigui, quindi furono in grado di contenere ad Est l’aggressività di Slavi e di Ungari: lo provano il fiorire di castelli nelle loro terre e le dure sconfitte inferte in particolare ai magiari (955 d.C.). Gli imperatori della casa di Sassonia, pur non conseguendo un pieno potere sui principi che si federavano per eleggere i re di Germania, esercitavano non poca autorità. In ogni caso segnarono una fase di affermazione della germanità nell’Europa centrale.

Grandi re sassoni

Alla morte di Corrado di Franconia i duchi elessero l’energico sassone Enrico l’Uccellatore. Dopo diciotto anni gli succedette il figlio Ottone il Grande, il quale rafforzò notevolmente il ruolo dell’imperatore, sul modello di Carlo Magno. Tra l’altro egli inaugurò le calate germaniche su Roma, fatte per ottenere l’incoronazione imperiale per mano dei pontefici, oltre che per ribadire l’alta autorità dei successori di Carlo Magno sui detentori del potere romano. In quella fase la Chiesa accettava la primazia imperiale; l’opposto sarà con il maggiore degli imperatori di Svevia, quel Federico II che il papa scomunicherà e dichiarerà deposto.

La pace tra il potere di Roma e quello dei re tedeschi non durò più di centocinquant’anni; poi emersero evidenti i limiti dell’autorità imperiale. Essa non si era affermata quale autentico governo dei tedeschi. La giurisdizione del re di Germania si fondava essenzialmente sui dominii propri e sul buon volere dei duchi, margravi ed altri vassalli. Non per niente una delle imprese militari di Ottone II, una spedizione marittima contro i pirati musulmani del Mediterraneo, fallì. Quando l’imperatore morì, a vent’otto anni, il breve controllo germanico su quel mare finì.

Ottone II aveva sposato Teofano, figlia dell’imperatore bizantino. Essa fece l’energica reggente per conto del figlio treenne Ottone III. Nell’anno Mille questo Ottone ordinò grandi onori a Carlo fondatore del sacro romano impero. Poco dopo morì a ventidue anni. Non aveva fatto in tempo a compiere alcuna opera di rilievo.

Risorsero le divisioni dovute allo spezzettamento feudale. Molti baroni non riconobbero gli eletti all’impero. I feudi divennero ereditari e si frazionarono ad ogni generazione. La struttura portante del regno tedesco si indebolì a lungo termine. A metà del secolo XI la Germania perdé il grado di coesione che si era affermato nei decenni precedenti. Divamparono le lotte in Sassonia, Baviera e Svevia. Vari signori feudali sfidarono gli imperatori, compreso il grande Federico I Barbarossa. Papa Gregorio VII costrinse l’imperatore Enrico IV a sottomettersi e a implorare perdono a Canossa (1077). Sei anni dopo l’imperatore che era stato umiliato si vendicò, prendendo Roma. Il pontefice morì esule presso i Normanni di Salerno.

Federico I Hohenstaufen, re di Germania nel 1152, è un sovrano e un organizzatore di forte tempra. C’è chi sostiene che nel Medioevo fu pari a lui solo Enrico Plantanegeto, re d’Inghilterra. Prima di salire sul trono inglese, questo Enrico era stato duca di Normandia, d’Angiò, del Maine e di Turenna, nonché signore d’Aquitania in seguito alle nozze con Eleonora, erede del grande feudo aquitano.

Le coalizioni avversarie che Federico I suscitò furono degne di lui. Il papato innanzitutto, per le investiture; e i Comuni italiani che a Legnano lo sconfissero duramente. Federico finì col venire a patti col papa: a Venezia dovette tenere la staffa ad Alessandro III. E con la pace di Costanza fu costretto a riconoscere i diritti dei Comuni. Federico Barbarossa fu inviso a molti storici e agli italiani in generale: distrusse Milano. Tuttavia fu valoroso come sovrano e come uomo. Morì crociato, annegando in un fiume della Cilicia.

Il secolo XII vide, oltre alla conferma della strutturale debolezza interna del potere imperiale, anche l’allargarsi dell’espansione germanica nell’Europa centrale e orientale. Fu l’ultimo splendore dell’impero, riconosciuto anche dai principi slavi. Federico I volle le nozze del figlio Enrico VI, padre di Federico II il Grande, con Costanza d’Altavilla erede del regno di Sicilia, regno che andò ad aggiungersi ai territori di diretta sovranità dell’impero. Ma anche i piani grandiosi di Enrico VI furono cancellati dalla morte. Contro il figlio che non aveva compiuto due anni insorsero la Renania, la Westfalia, la Toscana, persino la Sicilia. Filippo di Hohenstaufen, fratello di Enrico, tentò senza successo di cingere la corona imperiale. Un decennio di guerra civile avviò l’eclissi politica della Germania.

La grande parentesi degli Ottoni, pur non realizzando l’unificazione dello spazio tedesco, vide il rafforzamento del prestigio germanico su scala europea e mediterranea. L’effettiva supremazia valse solo in Germania e in Italia. Al di sotto dell’alta autorità imperiale le sfere di governo territoriali ed ecclesiatiche si rafforzarono incessantemente. Ancora una volta i potentati interni all’impero risultarono sempre più autonomi rispetto alla sovranità dei re di Germania. Il regno era povero di coesione interna, e frequentemente lacerato da conflitti di matrice feudale. Si delineava l’aspra contrapposizione tra la monarchia civile e quella teocratica.

Federico “stupor mundi”

L’opera di Federico II Hohenstaufen, il più grande principe del Medioevo europeo, si riassumerà soprattutto nel contrasto alla dilatazione dell’assolutismo pontificio. Questo però circoscrive e sminuisce alquanto la poliedrica missione di questo imperatore “stupor mundi”. Uno dei non pochi paradossi della storia tedesca: il maggiore tra gli imperatori germanici trascurò il suo regno tedesco, così contribuendo ad indebolire la coesione nazionale.

Nato in Italia, a Jesi nei pressi di Ancona(1194), visse soprattutto a Palermo e in Puglia. Fu proclamato re di Germania che aveva due anni. Divenne re di Sicilia a quattro. Forse fece la prima visita al suo regno nel 1212, bene accolto in Svevia ma non altrettanto in altri ducati. Fino al 1218, alla morte dell’imperatore rivale Ottone, deposto dai principi tedeschi, agirono i partigiani di altri aspiranti alla corona imperiale. In prosieguo Federico riesce ad affermare il suo potere in Italia, non così in Germania. Al contrario, nel 1231 concede ai principi tedeschi il Privilegio di Worms, che di fatto li rende pressocché indipendenti. Della sovranità imperiale resta un residuo. E il regno tedesco è scosso da conflitti. L’anno stesso del Privilegio di Worms il primogenito di Federico, Enrico, alza la bandiera della ribellione. Si sottomette qualche tempo dopo, rialza quella bandiera nel 1234. Suo padre è costretto ad amnistiare i nobili che non riconoscono la sua autorità.

Federico II fu, secondo la definizione del’abate di San Gallo, lo ‘stupor mundi’: tanto la sua visione e la sua opera si differenziarono dai tradizionali retaggi medievali. Risultò abbastanza estraneo alla vita della società tedesca. Invece di cercare di fondere in unità i principati suoi vassalli, consegnò loro il paese. In pratica accentuò la divisione del regno. Il potere imperiale non era in grado di unificare una terra tedesca che non aveva mai conosciuto un’autentica coesione.

La gloria di Federico II resta, ma è universale, non germanica, Il sacro romano imperatore della nazione germanica si sentiva siciliano e pugliese. Parlava sei lingue, era attratto dalle culture che venivano dall’Oriente.

Quando finalmente parte per la Crociata, ottiene d’essere proclamato Re di Gerusalemme .

ma si è accordato col sovrano dell’Egitto. Gli storici sono quasi unanimi nell’additare in Federico l’assertore di un civiltà a venire, moderna e anticipatrice del Rinascimento italiano.

Ma quando morì, lasciò la terra tedesca più divisa che mai tra le sue articolazioni territoriali.

Peraltro la sua fu l’epoca della forte espansione verso Est. Il Baltico e altri territori di antico insediamento slavo furono acquisiti alla sfera tedesca. Ma non fu l’impero a germanizzare: piuttosto furono i maggiori ducati proiettati verso Est, in primis la Sassonia.

Se Federico fu chiamato grande fu per la geniale libertà delle concezioni e ispirazioni, piuttosto che per le azioni che condusse. Fu accanitamente contrastato da avversari implacabili: il papato innanzitutto, poi i rivali dinastici, i Comuni italiani, le città tedesche affiliate al partito guelfo, i potentati feudali e militari che non si sottoponevano alle aspirazioni ‘assolutistiche’ del nipote di Federico Barbarossa. Certamente non promosse l’unità germanica.

Per un secolo e più dopo la sua morte si favoleggiò in Germania che l’Imperatore fosse vivo in una caverna del monte Kyffhaeser, seduto a un tavolo di pietra sul quale si allungava incessantemente la sua barba. In seguito la leggenda fu trasferita sul nonno, l’imperatore Barbarossa.

In Francia e in Inghilterra i processi di unificazione e di centralizzazione furono senza confronti più vigorosi ed efficaci che in Germania. In terra tedesca si fece sentire a lungo la rivalità, per esempio, tra il Barbarossa ed Enrico il Leone, duca di Sassonia e di Baviera. Quell’imperatore riuscì ad assestare un duro colpo al suo avversario: a seguito del ricorso di alcuni vassalli sassoni lo dichiarò decaduto dai suoi possessi. Dopo un periodo di esilio, il potente duca riebbe i suoi beni allodiali, ma i domini che teneva in feudo dall’impero furono assegnati ad altri principi.

Eppure Federico I non poté cogliere quell’occasione per dilatare i domini diretti del re germanico: fu affermato il principio che il re non poteva attribuire a sé un territorio devoluto feudalmente all’impero.

In Germania non fu mai superata la frammentazione signorile, come invece avvenne in vari altri regni. Nel 1135 Alfonso VII, re di Castiglia e di Leon, poté proclamarsi ‘Emperador’ della Spagna intera, proprio in quanto i grandi feudi della penisola non avevano mai eguagliato la potenza di quelli germanici. Questi ultimi, sia laici sia ecclesiastici, non fecero che ingrandire i loro possessi. L’imperatore Carlo V non riuscirà a farsi consegnare Martin Lutero dall’elettore di Sassonia, che ospitava nella Wartburg il grande agostiniano.

Se prima del 1871 la corona germanica non arrivò mai ad imporsi sufficientemente sulle signorie indipendenti, pesarono l’antica rivalità tra le dinastie sveva e guelfa, il principio elettivo nella successione regia, le crescenti interferenze dei papi, che a volte riuscivano a negare ai re di Germania la proclamazione imperiale a Roma. In una parola, prima di Bismarck in Germania non sorse mai una vera monarchia nazionale. Al contrario, alcuni ‘principi parziali’ pervennero al rango di medii sovrani.

Tramonto degli Svevi

Il trionfo di questi ultimi non fu completo se non dopo la rovina degli imperatori svevi, passata la metà del Duecento. Ma già con Federico II (morì nel 1250) era risultato che l’autorità del sovrano dipendeva dalla propria potenza territoriale, cioè dall’entità del suo patrimonio, nonché dal continuo patteggiamento coi principi. Quando Enrico, primogenito di Federico II, si ribellò al padre, il potere imperiale si sfaldò. L’elezione del re di Germania si confermò prerogativa dei sette principi elettori: gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, il re di Boemia, il margravio di Brandeburgo, il duca di Sassonia, il conte palatino sul Reno. I possessi dei sette Elettori divennero di fatto Stati che si allargarono sia con aggregazioni feudali, sia con mezzi militari.

Dalla morte di Federico II all’elezione di Rodolfo d’Asburgo si ebbe il cosiddetto “interregno” nel quale le prerogative imperiali furono strumentalizzate ai fini delle fortune di alcune grandi casate: gli Asburgo che si appropriarono stabilmente dell’impero, i Lussemburgo che divennero re di Boemia, e i sette elettori di cui l’imperatore risultò il capo solo simbolico. L’aristocrazia minore e le città più prospere si collegavano in leghe per resistere alla potenza dei principi e a volte degli imperatori.

Le dimensione delle aree politiche variavano molto: da quelle piccole della Germania centrale a quelle vaste dell’Est e del Sud. L’impero della seconda metà del XV secolo sarà un vasto aggregato che comprende anche l’Austria, la Borgogna, la Boemia e, ancora per poco, parti della Svizzera; in più molte centinaia di piccole signorie (nobili, cittadine, ecclesiastiche), nonché gli ordini militari.

La dinastia Hohenstaufen finì coi successori immediati di Federico II: Corrado IV, morto nel 1254; Manfredi, bastardo, nato da Federico II e da Bianca Lancia (si favoleggia che l’imperatore la tenne prigioniera nel castello di caccia che fece costruire a Gioia del Colle, sulla Murgia pugliese (Manfredi morì nella battaglia di Benevento, nel 1266); Corradino, figlio di Corrado IV, fu fatto decapitare adolescente da Carlo d’Angiò re di Napoli.

Nella storia propriamente germanica il cosiddetto “grande Interregno” fu anche la lotta tra vari pretendenti alla corona imperiale: Guglielmo d’Olanda, Riccardo di Cornovaglia, Alfonso X di Castiglia.

Il sec.XIII vide la ripresa dell’espansione germanica delle terre slave. Sappiamo che essa non fu condotta da un potere imperiale sostanzialmente debole, ma dai grandi vassalli tedeschi dell’Est, i margravi di Brandeburgo e i duchi di Sassonia. Non si trattò solo di conquiste politico-militari. Anche di autentica colonizzazione. Gruppi compatti di tedeschi, più evoluti e scolarizzati che le popolazioni slave tra le quali si insediavano, dettero vita ad autentiche cittadelle di germanesimo. Furono efficacemente aiutati dagli ordini militari tedeschi. In Ungheria i coloni tedeschi furono chiamati da re Bela IV; il paese richiedeva d’essere ripopolato dopo le devastazioni mongole. Ancora più incisivo fu l’arrivo di tedeschi in Boemia, incorporata nell’ecumene imperiale germanico sin dalla fase carolingia. I tedeschi non facevano solo gli agricoltori: in realtà rappresentavano un ceto dirigente che prese a dominare il regno.

A partire dall’inizio del XIII secolo le città portuali di Lubecca e di Brema-Amburgo allargarono i traffici e l’influenza sulle etnie pagane del Baltico, cominciando dalla Livonia. Nel 1202 nacque l’Ordine dei Cavalieri Portaspada, modellato su quello degli Ospedalieri; si rafforzò fondendosi con i Cavalieri Teutonici. Le etnie locali si opposero strenuamente, ma furono sgominate e le regioni baltiche vennero germanizzate.

Con la caduta degli Hohenstaufen e con la decadenza dell’idea imperiale, la Germania piombò in una fase di anarchia. La dignità imperiale risultò più onorifica che operante. L’ncoronazione del discendente di Carlo Magno sfuggì al papato, divenendo un’investitura laica. La corona passò alla casa di Lussemburgo tra il 1378 e il 1437; gli imperatori furono Venceslao e Sigismondo. Dopo, i principi elettori vollero un terzo imperatore Asburgo: Alberto II (V come duca d’Austria). Sia egli, sia il successore Federico di Stiria, furono sovrani deboli e poveri di risorse. Risultato, nacque la Confederazione dei cantoni elvetici e scemò la germanizzazione nell’Est europeo.

Invece Massimiliano d’Asburgo fu molto energico. Dopo di lui il titolo imperiale restò per sempre agli Asburgo. Sposando Maria di Borgogna, Massimiliano pose le premesse della grandezza della Casa d’Austria. Ancora oggi gli storici spagnoli chiamano ‘los Austria’ i loro sovrani prima di Filippo V di Borbone.

Quando, nel 1378, l’imperatore Carlo IV morì e gli succedette il figlio Venceslao, fu la prima volta in quasi due secoli che l’accesso al trono imperiale avveniva senza conflitti. Venceslao era già re di Boemia e vicario del padre al vertice dell’impero. Ma, nota lo storico Laffan di Cambridge, “le difficoltà che incombevano su un monarca tedesco si dimostrarono superiori alle sue capacità, peraltro notevoli. Sembra inoltre che coll’avanzare degli anni Venceslao si dedicasse troppo alla caccia e al bere. Divenne squilibrato e violento, rinunciò a governare una Germania agitata dai conflitti tra i potenti. Più volte i grandi vassalli lo minacciarono di deposizione. L’anarchia fu aggravata dallo scontro tra pretendenti alla tiara pontificia.

Per mancanza di risorse proprie l’imperatore non era in grado di imporre i suoi programmi di razionalizzazione degli affari tedeschi. Nel 1394 Venceslao fu persino catturato e tenuto prigioniero per un certo tempo; la Germania restò senza sovrano. Nel 1400 Venceslao fu deposto. Gli succedette Roberto III del Palatinato, il cui regno fu un fallimento; morì nel 1410. Per le divisioni tra i principi elettori, nell’autunno 1410 la Germania ebbe tre re: finalmente fu eletto Sigismondo, il più capace tra gli imperatori che precedettero Massimiliano I. Era anche crudele: in ogni caso fu costretto ad essere amico di chiunque gli fornisse le risorse che non possedeva.

Più che mai la Germania non ebbe un governo. Chi era eletto re mancava di una capitale, di un esercito e di un vero bilancio. La Germania restava un aggregato di autorità autonome, non retto da un centro, ma da un sistema di accordi e di alleanze. La Chiesa, divisa da contrasti, non poteva contribuire alla coesione nazionale. Non mancarono le parentesi di guerra guerreggiata. L’imperatore Federico III si astenne dal visitare la Germania per ventisette anni.

Non si contarono i contrasti tra i principati e tra loro e le città libere, nonché le lotte tra i ceti sociali. Nell’assenza pressocché perpetua di un potere centrale, numerose contestazioni degeneravano in guerre. Con migliaia di soggetti indipendenti -feudatari laici, feudatari ecclesiastici, città mercantili (alcune ‘libere’, altre no)- e con varie aggregazioni ed alleanze, i conflitti su una quindicina di secoli dalla fine del dominio romano non si possono contare, così come non si possono contare le stelle del cielo. Gli storici del tardo impero tedesco non parlano di ‘Via Lattea’ di entità autonome?

A proposito di scontri tra città, si segnala il trattato di Lauf per il quale nel 1453 Alberto Achille di Hohenzollern cedette contro molto denaro le sue conquiste militari ai danni della ricca e potente Norimberga, la quale aveva capeggiato con Augusta e Ulm una lega di trentuno città. La ‘guerra delle città’ restò una pietra miliare: dimostrò tra l’altro che erano incapaci di federarsi stabilmente contro le prevaricazioni dei principi.

Frammentazione anzi nebulizzazione

A questo punto è più chiaro perché uno Stato nazionale tedesco nacque solo nel 1871, e perché si unificò compiutamente solo con la repubblica di Weimar, nel 1919. Le componenti di tale repubblica non erano più sovrane, laddove lo erano ancora in qualche misura gli Stati che Bismarck federò strettamente. I millecentodiciannove anni che trascorsero tra l’elevazione imperiale di Carlo Magno e la Repubblica di Weimar dimostrarono ad abundantiam l’avversione dei paesi germanici a fondersi in unità. Solo nel 1938 l’aggressivo Terzo Reich hitleriano fu in grado di inglobare l’Austria (come Ostmark), in aggiunta alle terre boeme e morave che storicamente erano state parte dell’ecumene germanico.

Tra l’altro la sconfitta assoluta del 1945 ha dato alla Germania un’inedita unità etnica. Il rimpatrio forzoso dei tedeschi della Polonia, della Prussia orientale, dei Sudeti, della Transilvania e dell’Ungheria ingrossò la popolazione del 1945.

Lutero

Si usa pensare che il trionfo della Riforma fu asserzione forte della germanità. E’ certamente vero che Martin Lutero fu il conduttore della rivolta della sua stirpe contro le turpitudini presenti e passate della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una logica religiosa e non politica, logica che aveva più volte agito fuori del contesto tedesco, particolarmente in Francia, Inghilterra, Boemia.

Il successo luterano rafforzò il sentimento nazionale tedesco, che nei secoli precedenti sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque. Tuttavia la Baviera, l’Austria e altri territori dell’impero germanico respinsero la Riforma, e questo non poté certo contribuire a unire la nazione. Oltre ai principati che restarono fedeli alla Chiesa romana, ci furono regioni -Palatinato, Assia, Brandeburgo- in cui si diffuse anche il calvinismo.

Seguirono secoli inerti o drammatici per la Germania. La Guerra dei Trent’anni infierì nelle terre tedesche senza peraltro suscitare slanci vitali. Laddove inglesi, francesi, olandesi, iberici si lanciarono alla conquista dei continenti e all’espansione dei traffici oceanici, la società tedesca si limitò a gestire posizioni guadagnate in passato. Non spedizioni nel Nuovo Mondo, in Asia o in Africa; non imprese dei navigatori; non forti dinamismi mercantili. I commerci e le esplorazioni avevano fatto grandi i portoghesi e gli spagnoli, per non parlare le lontane stagioni degli italiani.

I tedeschi furono assenti da tutto ciò fino alle acquisizioni coloniali e navali della fase guglielmina, a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando Bismarck, che non sentiva l’imperialismo oceanico, uscì dal gioco politico tedesco. Aveva dovuto fare qualche concessione alle spinte espansive generate dalla crescita impetuosa delle industrie nazionali.

L’imperialismo coloniale tedesco fu un’esperienza senza futuro, proprio mancando di spessore storico. Le conquiste in Africa, nel Pacifico, persino in Cina andarono tutte perdute: la Germania, a differenza di altre stirpi, non si era protesa verso il mondo tra Cinquecento e Settecento. Insomma l’espansionismo germanico fu condizionato dall’ossessione della spinta terrestre verso Est.

La Germania restò ferma quando l’Europa si protese oltre i mari. I programmi navali dell’ammiraglio von Tirpitz vennero tardi, e in più suscitarono la reazione implacabile degli interessi britannici. Prima del tardo secolo XIX la Germania parcellizzata non poté né volle aprirsi un fututo globale. Sono impressionanti, a visitare chiese e monumenti, specie in provincia, le testimonianze che offrono sulla biografia degli illustri scomparsi. Molta araldica, spesso al di là delle appartenenze autentiche; molta insistenza su questioni di rango; modestia delle imprese dei defunti commemorati. Vanti militari non sempre all’altezza delle tradizioni guerriere. Memorie di una società, nei secoli XVII e XVIII, senza ambizioni alte e con pochi titoli alla gloria. Tra parentesi, fu lo stesso per la letteratura tedesca del Seicento.

Napoleone

Molte cose cambiarono in Germania a valle della Rivoluzione francese e delle conquiste napoleoniche. All’inizio della tempesta la maggioranza dei tedeschi restò passiva, laddove le minoranze più reattive si entusiasmarono per le sfide poste dal fatto rivoluzionario. Poi vennero le novità aspre: non l’uomo universale stava coprendosi di gloria, come speravano gli idealisti oltre il Reno, ma il combattente francese che sotto le aquile napoleoniche umiliava tutti gli avversari, compresi quei sovrani germanici che non si erano sottomessi. Persino l’agguerrito esercito del re di Prussia era risultato troppo debole per resistere alle armate napoleoniche. Nel 1805 giunse ‘il sole di Austerlitz’: la battaglia detta dei tre imperatori, nella quale il genio di Bonaparte ebbe la meglio sui feldmarescialli austriaci e russi. Un anno dopo i francesi occuparono Berlino.

Il Corso vincitore creò in Germania una ‘Confederazione del Reno’, satellite del sistema napoleonico, la quale ridusse notevolmente il numero degli Stati sovrani tedeschi. Non fu ancora la premessa del Risorgimento germanico, tuttavia fomentò le aspirazioni di riscossa dei tedeschi aggiogati al carro francese. Poi la battaglia di Lipsia, il 13 ottobre 1813, segnò la fine improvvisa della leggenda napoleonica, suscitando l’impennata del patriottismo e la volontà di liberazione. Waterloo, col ruolo determinante dell’armata prussiana sotto il feldmaresciallo Bluecher, dette il colpo di grazia all’imperatore francese.

Quando lanciarono il movimento di lotta contro l’Illuminismo, contro la Francia e contro Napoleone, i Romantici tedeschi con ciò stesso inventarono un patriottismo germanico che prima non esisteva, oppure era altra cosa, ben più dimessa e più astratta. Si era sassoni o renani, non tedeschi. Il giovane e grande Heinrich von Kleist, discendente e antenato di feldmarescialli prussiani, trovò le parole più taglienti per ripudiare l’infatuazione volterriana di re Federico II di Prussia:

Colpite a morte! Il Giudizio universale

Non vi domanda spiegazioni”.

I Romantici non perdonavano a quel loro sovrano di non conoscere una patria tedesca, di disprezzare come ‘barbarie’ le cose sublimi che nel reame dello spirito facevano i Kleist, gli Arnim, i Goerres. Quest’ultimo additò:

Ha sconcertato Napoleone proprio il fatto di non trovare

Nei tedeschi una vera nazionalità”.

La pattuglia di testa del movimento romantico, gli Jacob e Wilhelm Grimm, gli Arnim, i Brentano, e più ancora gli Herder e i fratelli Schlegel, si votarono a cercare le scaturigini del sentimento nazionale nelle fiabe e nei Lieder del popolo. Johann Gottfried von Herder, sodale di Goethe, aveva insegnato che il concetto di poesia doveva volgersi in quello di poesia popolare. Arnim, Brentano e gli altri piegarono all’imperativo nazionale il messaggio di Herder. Precisarono: “Vogliamo essere non dei sapienti ma i vivificatori dell’anima nazionale”.

Il divino Goethe, bardo non nazionale ma universale, approvò. Il celebrato ministro vom Stein sancì che i Volkslieder avevano acceso nel popolo la fiamma della liberazione dai francesi.

Già nel 1808 Johann Gottlieb Fichte, formulatore del principio della superiorità etica dei tedeschi, aveva lanciato da Berlino le sue possenti orazioni ‘Reden an die deutsche Nation’. Anche gli Schlegel, che credevano d’essere ‘cittadini del mondo’, avevano finito coll’intuire l’inattesa cogenza del messaggio patriottico, alla vigilia del trionfo su Napoleone.

Altri cuori e menti tedesche si volsero alla ricerca del Proto-eroe nazionale. Chi se non Hermann (Arminio), principe del sottopopolo dei Cherusci, che nel 9 d.C. aveva annientato nella Teutonerwald, tra i fiumi Ems e Weser, le legioni di Publio Quintilio Varo? Arminio costrinse la Roma augustea a fermare l’avanzata in terra tedesca. Il valoroso Giulio Cesare Germanico, nipote di imperatori, tentò ancora con più legioni, ma non ebbe successo.

Si spense presto il destino di Arminio quale condottiero dei Germani: fu ucciso dai suoi. Questa fine da sola rafforza simbolicamente il dubbio di cui all’inizio della nostra riflessione: solo la Germania potrà condurre la marcia dei popoli verso la Terra promessa, verso la patria Europa. Però ha impiegato diciannove secoli dalla conquista romana per unificare se stessa. E lo ha fatto per il pugno di ferro di uno Junker prussiano, Bismarck, poco amato dal suo popolo. Fece nascere il Secondo Reich dove non esisteva che una onorevole lega di sovrani parziali, parecchi dei quali arcivescovi e abati. Solo la sconfitta del 1918 cancellò gli Stati semisovrani che nel 1871 erano sopravvissuti alla proclamazione del Reich bismarckiano.

Quella che fu, dopo le sventure prussiane sul campo, l’insurrezione patriottica, leggiamolo in alcune pagine dello storico Golo Mann, figlio del sommo Thomas, nipote di Heinrich fratello di Thomas. Anche Golo come il padre era un tedesco fuoruscito e inevitabilmente un po’ denaturalizzato, dunque non un nazionalista. L’opera di Golo Mann, ‘Storia della Germania moderna:1789-1959’, fu pubblicata in Italia da Garzanti nel 1978.

La narrazione di Golo Mann

La Confederazione Germanica che esistette fino al 1866 (guerra prussiana all’Austria) doveva rappresentare qualcosa di simile a una Costituzione europea. La Germania era parte integrante dell’Europa, più rilevante delle altre perché considerata il cuore del Continente. Allo stesso tempo era anche meno importante perché, non essendo uno stato nazionale, non aveva tutta la forza che uno stato nazionale esercita. La Germania era troppo grande e ricca nella diversità per essere uno stato come gli altri. Unificata sarebbe stata troppo potente. Ma avrebbe potuto essere qualcosa di meglio: tutelatrice dell’Europa, inattaccabile ma non temuta, incapace di espansione, molteplice e soddisfatta, dedita alla scienza, all’educazione, alla cultura.

Una bella idea: ma artificiale”.

Verso il 1850 i tedeschi erano considerati ancora come dei provinciali senza esperienza: trascorrevano la vita fantasticando come metafisici e musicisti che non potrebbero mai misurarsi nella vita pratica, nell’industria, nella politica, nella guerra, coi francesi loro vicini occidentali. Una letteratura storica antitedesca vedeva già in Bismarck lo spirito nazista. Risalendo nei secoli, lo vedeva in Federico il Grande, in Lutero, negli imperatori tedeschi del Medioevo; il Terzo Reich come il prodotto logico di sviluppi secolari “.

Nel Medio Evo i re tedeschi combattevano per un impero fantastico, che superava di molto le frontiere linguistiche, mentre la Germania propriamente detta si scomponeva in un numero infinito di piccoli stati territoriali. Talora invece vediamo la nazione inveire contro se stessa e celebrare una lunga orgia di autodistruzione, come al tempo della guerra dei Trent’anni”

L’impero, detto Sacro Romano, infine Sacro Romano della Nazione germanica, non ha avuto molta importanza diretta per la storia tedesca, perché non fu mai una realtà vera. Furono tedeschi solo il regno e l’impero di Ottone I.

Ciò che sussisteva al fondo della fantasmagoria imperiale era la scissione della Germania in sovranità territoriali. L’imperatore era il più grande dei signori territoriali; niente altro. Infine l’impero fu nulla più che una pluriformità politica tedesca. Altri popoli si svilupparono a poco a poco verso l’unità. Invece la Germania finì in una pluriformità indissolubile e rigida.

Quando l’idea e la prassi dello stato moderno cominciarono a farsi strada in Italia Spagna Francia Inghilterra, in Germania non esisteva un potere centrale. Quella idea e quella prassi giovarono agli Stati territoriali, ai prìncipi, e ciò durò fino al XIX secolo inoltrato. Al momento in cui comincia la nostra storia, nel 1789, nell’impero vi erano 1789 sovranità territoriali: alcune erano veri organismi statali; la maggior parte consisteva in un paio di castelli e un paio di villaggi”.

Perché dunque la scissione politica della Germania? Forse era nei tedeschi qualcosa che li faceva aspirare alla molteplicità. La questione si porrebbe allora così: perché le energie politiche migliori furono assorbite dai principati? Risposta: l’impero fu sin dall’inizio più una creazione immaginaria che una realtà. Divenne sempre più tale, a partire dalla caduta degli Hohenstaufen”.

Il ricordo dell’impero ha ritardato lo sviluppo dello stato nazionale moderno, l’ha intralciato, infine ha contribuito a plasmarlo e a falsarlo. La nostra realtà politica si accentrava per lo più nei principati, rinunciando a ogni grande missione storica”.

Bene e male della Riforma

Un altro fatto fondamentale della storia tedesca è la ribellione di Lutero. Le lotte confessionali del XVI secolo scissero la Germania in due parti uguali. Il protestantesimo fu all’origine una questione tedesca; nacque qui. Fu impersonato da un uomo che non ebbe uguali fra tutti i maestri spirituali del tempo per la forza irraggiante e la profondità del suo animo. Il poeta, il genio della lingua, il mistico, il predicatore dalla parola seducente, il politico dall’istinto sicuro e sagace, il demagogo Martin Lutero: perchè non poté dare alla nazione una nuova unità, sia religiosa sia secolare? La situazione in cui il grand’uomo dovette agire erano terribilmente intricate. Non poteva sbrogliarle”

Ancora un volta i prìncipi risultarono gli usufruttuari della confusa rivoluzione: si arricchirono dei beni ecclesiastici predati. Ognuno di loro divenne papa nel suo territorio, anche in quelli rimasti cattolici. Stabiliva il principe di quale religione si dovesse essere”.

Siccome furono specialmente i territori tedeschi rivolti a Est -Brandeburgo, Pomerania, Prussia- che divennero protestanti, la Riforma approfondì una delle linee di separazione della Germania. Il successivo intorpidimento della rivoluzione luterana non è la sola causa del fatto che attorno al 1600 l’impero non tenne più il posto nel mondo che aveva cento anni prima. La Germania, che fino ad allora aveva partecipato a tutte le esperienze europee, non ci fu nella più grande di esse: l’europeizzazione del mondo.

I suoi bastimenti non solcarono gli oceani. I suoi commerci si restrinsero, le sue città si impoverirono, la sua borghesia si fossilizzò. Le grandi decisioni furono prese altrove. Le potenze parziali si spiarono di nascosto e questo o quel principe stese la mano su qualche città impoverita dell’impero. Nel momento in cui si realizzava la colonizzazione anglosassone del Nord America, il più grande destino della storia moderna, la Germania avviava la guerra dei Trent’anni.

Questa si aprì come un capitolo della Controriforma austriaca, come un conflitto tra gli Asburgo e gli ‘Stati’ del regno di Boemia. Terminò come guerra tra Francia Svezia e Paesi Bassi da un lato, Austria e Spagna dall’altro, con la Germania al centro e ai due lati. Ora l’impero veramente non esisteva più. Da quel momento i principi regnarono ‘lege absoluti’.

Le vittime furono, prima di tutto, la cultura e la civiltà tedesche. La Germania, che già dal XVI secolo aveva dovuto ritirarsi dalla prima linea della storia, fu da allora nella retroguardia. La sua lingua scomparve di fronte al francese. E gli scrittori tedeschi del secolo seguente, ad eccezione del divino Leibniz, hanno scarso rilievo se paragonati ai contemporanei francesi.

Delle grandi trasformazioni dell’epoca una parte minima ebbe luogo in Germania. Ma gli abati dell’abbazia presso Salmansweiler, dipendente immediata dell’impero, governavano nel 1750 come nel 1650; mandavano sempre un contingente di 12 uomini all’armata imperiale. Niente cambiò nel ducato di Naubach, salvo forse che un duca regnante aggiunse un’ala rococò al castello medievale. L’impero restava l’impero, non riformato, non adeguato, vecchissimo anzi ridicolo. Così la nazione tedesca poté immaginarsi d’essere più giovane delle altre”.

La vecchia rappresentazione della Prussia “reazionaria” dovrà essere dimenticata per quel che riguarda il secolo XVIII. Allora non era considerata reazionaria, bensì progressista e ‘filosofica’. Era governata bene da un severo monarca di professione e da una classe di funzionari fedeli. La sua amministrazione appariva razionale, la sua giustizia pronta e imparziale”.

 

 

La guerra delle potenze tedesche contro la Francia, cominciata nel 1792, si trascinò fino al 1807; poi vi furono cinque anni di ‘pace dell’Imperatore’. Sotto Napoleone si organizzarono le forme d’esistenza sulle quali la Germania si resse nel secolo XIX, persino nel XX. Egli si intromise molto negli affari tedeschi Praticamente dissolse il vecchio Impero, sostituendogli subito la Confederazione del Reno, sua satellite. Gli stati ecclesiastici scomparvero, come pure i principati e le città imperiali. Nel 1806, dopo una nuova disfatta dell’Austria, scomparve anche una via lattea di ducati e di ordini equestri nati nel Medioevo.

Più tardi Napoleone ebbe a dire che i tedeschi erano più protesi verso l’unità nazionale di ogni altro popolo europeo. Ogni uomo veramente forte avrebbe potuto porsi alla testa di 30

milioni di tedeschi. I prìncipi della confederazione del Reno sembravano legittimi, veri, avevano nomi antichissimi. Erano però creature di Napoleone. Stati artificiali -la Baviera, il Wuerttemberg, il Baden- erano dalla sua parte fintanto che era bel tempo. Lo tradirono appena il ‘sole di Austerlitz’ ebbe cessato di brillare”.

Il Risorgimento dei Romantici

Per due decenni le regioni renane appartennero alla Francia. A Colonia, Bonn, Magonza, Spira, Treviri i francesi dominavano. Non erano amati, come non lo erano a Milano, ma neppure odiati come a Madrid. Diversa la storia della Prussia in quegli anni. Si godette la neutralità (si era ritirata dalla guerra nel 1795). Per Berlino fu un’epoca intellettualmente feconda. Fu l’epoca dell’amicizia di Schiller e Goethe, quando la società berlinese raggiungeva i vertici della spiritualità borghese. Fu il grnde decennio della letteratura tedesca. Ma nel 1806-07 ci furono le disfatte prussiane e la severità del trattamento inflitto dal vincitore, Napoleone”

.

In Prussia gli uomini migliori cominciarono a sognare una guerra di liberazione. Il barone vom Stein, ministro delle finanze nel 1807-08, era un vero patriota. Per la liberazione dalla occupazione francese era pronto a sacrificare tutto ciò che aveva, vita compresa. Una ricchezza mai conosciuta di talento intellettuale irruppe da ogni angolo della Germania: i Fichte, gli Schleyermacher, gli Hegel, i Goerres, gli Arndt, i Gentz, gli Adam Mueller e i Kleist, i Brentano, gli Arnim. Cantò Geothe:

Costituirvi in nazione, voi lo sperate invano, o tedeschi

Perfezionarvi invece come uomini, lo potete più liberamente”.

A Heidelberg Goerres, intellettuale e nobile patriota, si imbatté in Clemens Brentano e nel prussiano Achim von Arnim. I tre si dedicarono allo studio del Medioevo germanico: canti popolari, favole, leggende. A Heidelberg Arnim pubblicò “Troest Einsamkeit, giornale per anacoreti”. Nacque il grande Romanticismo germanico. Grazie ai poeti Novalis, Brentano, Arnim sorse per i tedeschi una vasta area intellettuale, un laboratorio dello spirito, specificamente tedesco: espresse l’anelito risorgimentale della Germania. I tedeschi non potevano più essere cittadini del mondo come ai tempi di Kant. Avevano bisogno di lottare contro Napoleone, di sentirsi nazione, sempre però in un’ispirazione nobile, idealista, secondo l’insegnameto profondo e arduo del Fichte dei “Discorsi alla nazione tedesca”, tenuti nella Berlino occupata dai francesi. Per Fichte il popolo tedesco era al di sopra di tutti gli altri, perché solo era puro, autoctono come dice Golo Mann. Il quale aggiunge: “Ciò che Fichte diceva ai tedeschi era pura immaginazione. Ma il potente retore affascinava i suoi ascoltatori e lettori”.

Altri erano pensatori meno sottili di Fichte. Uno, Heinrich von Kleist, era grande come drammaturgo, ma era malato. Kleist odia il francese conquistatore e leva un grido penetrante

Colpite a morte! Il Giudizio universale

Non vi domanda spiegazioni!”

Questo Kleist visionario diventa così il bardo, il forgiatore del neonato nazionalismo antinapoleonico”.

La Germania contribuì al crollo di Napoleone. In terra tedesca, a Lipsia, l’imperatore fu disfatto dalle truppe prussiane e austriache. A est dell’Elba si levò una rivolta di popolo. Con la guerra antifrancese del 1813-14 i tedeschi non furono furibondi come gli insorti spagnoli. Però si scoprirono cittadini per il fatto in sé di combattere l’oppressore francese. Si illusero anche che fosse giunta l’ora di una grande nazione unita. La diplomazia europea, condotta da Metternich, non volle questo. Non lo volle nemmeno Hardenberg, il cancelliere della Prussia. Vollero semplicemente restaurare l’assetto europeo. Non proprio ciò che aveva sognato il giovane, ardente, patriottismo germanico”.

Ciò che risorse nel 1815 fu la Confederazione Germanica, un organismo federativo meglio organizzato, più corrispondente agli interessi e alle inclinazioni degli stati membri. Erano pur sempre stati sovrani, però vincolati a qualche forma di coesione. Quanto alla Prussia, si annesse le terre renane e sassoni; acquistò il peso specifico per primeggiare. Invece al congresso di Vienna le speranze dei nazionalisti spinti, impropriamente caratterizzati come ‘teutomani’, andarono deluse”.

Promosse la Patria tedesca una follia francese

Il Cancelliere del re di Prussia non sarebbe riuscito a fondare il Secondo Reich se un altro Bonaparte, dai malevoli caratterizzato come Napoleone il Piccolo, non si fosse ‘suicidato’ permettendo ai suoi consiglieri, marescialli e cortigiani di volere la guerra franco-prussiana del 1870. Naturalmente, più ancora la voleva Otto von Bismarck, il quale era un’intelligenza superiore, dunque previde l’immediato naufragio della prima Revanche francese, quella che si illuse di vendicare Waterloo (la seconda, quella del 1914, fu meno grottesca ma infinitamente più funesta per l’umanità: tre milioni di caduti solo tra francesi e tedeschi). Nel 1870 Sedan fu

invece la riscossa germanica per l’umiliazione di Jena, quando l’armata napoleonica si aprì la strada per conquistare Berlino. Nel 1870 bastarono due battaglie campali per annientare l’esercito francese.

Quel conflitto, finito nel completo disastro militare, nella caduta di Napoleone III, nella morte del Secondo Impero e nel conato rivoluzionario della Comune parigina (forse ventimila morti), fu solo in parte un’avventura dei vertici francesi. Il popolo, o meglio le minoranze attive imbevute dello spirito dei tempi, acclamò la guerra. Nei giorni che seguirono all’astuzia bismarckiana del ‘telegramma di Ems’, si sfrenò in Francia uno sciovinismo appassionato e sostanzialmente cieco. La nazione legale volle la guerra: perché era gelosa del crescere della Germania e perché credeva ancora nell’invincibilità delle armate nazionali, eredi di quelle della Rivoluzione.

Dopo il telegramma il ministro degli Esteri de Gramont, duca di Bidache, proclamò: “Sono minacciati gli interessi e l’onore della Francia. Non esiteremo a fare il nostro dovere”. Il quotidiano ‘La Presse’ declamò: “Oh Francia, nazione generosa, figlia della parola e della spada, alzati. Raccogli le armi spezzate a Waterloo!”. Il maresciallo Vaillant sollecitò l’Imperatore, che esitava: “Non troveremo più un’occasione così bella”. E il duca Persigny, altro personaggio del potere: “La Francia entusiasta seguirà l’Imperatore” (che invece era pessimista). Ancora ‘La Presse’: “Se la Prussia rifiuterà di battersi la costringeremo con la clava a ripassare il Reno, a rinunciare alla riva sinistra”. Editoriale di ‘Le Soir’: “All’insolenza della Prussia c’è una sola risposta: guerra!”.

Mentre l’imperatrice Eugenia accresceva incessantemente la pressione bellicista sul consorte, il ministro della Guerra, maresciallo Leboeuf, assicurò “Arrivare a Berlino sarà una passeggiata”. L’americano Evans, medico o dentista dell’Imperatore, annotò nel diario: “Le strade parigine sono invase da folle esaltate che reclamano si combatta. Lo stesso esige l’Opposizione”.

Solo rovesci

La guerra è dichiarata il 16 luglio 1870. Il primo rovescio avviene già il 4 agosto a Wissenburg. Il 16 agosto segue la disfatta di Froeschwiller (per i prussiani è la vittoria di Woerth). Il 2 settembre l’Imperatore, circondato a Sedan con un’intera armata, si dà prigioniero. Due gioni dopo viene deposto. La repubblica subito proclamata

prolungherà intrepida, e invano, la lotta per alcuni mesi: “Non cederemo un pollice del nostro territorio, non consegneremo una pietra delle nostre fortezze”.

Finirà di colpo anche la furente rivoluzione comunarda a Parigi, seguita da una repressione (francese) che fece migliaia di morti. Nel rapporto a Guglielmo I, prossimo ad essere proclamato imperatore di Germania, il cancelliere Bismarck attesterà: “Napoleone mi ha dichiarato che non voleva la guerra, vi era stato costretto dall’opinione pubblica”.

Un misfatto della democrazia, parrebbe. Infatti, anche se decise il ricorso alle armi, con le giustificazioni più discutibili in assoluto, l’imperatore dei francesi quella volta non era dominato dal bellicismo. Le provvidenze sociali cui aveva dato qualche impulso non erano in ritardo rispetto a quelle, ammirate, del buongoverno bismarckiano. Nel suo sansimonismo

Napoleone III fu il primo sovrano europeo ad assegnare priorità allo sviluppo economico-sociale e all’ingresso nel potere dei “produttori”, operai compresi. Prima di muovere guerra a Berlino, cioè di cadere nella trappola del cancelliere prussiano, il nipote del Napoleone maggiore aveva solidarizzato con la causa nazionale germanica. Nella guerra austro-prussiana aveva parteggiato per Berlino. Nel 1870 non fu affatto il più sconsiderato dei francesi.

Il sagace Adolphe Thiers, futuro primo presidente della Terza Repubblica di Francia, era stato investito dagli insulti quando, contro chi smaniava per la guerra, aveva invocato “un istante di riflessione prima di versare fiumi di sangue per una questione di forma” (per lo sgarbo diplomatico di Bismarck). Ai circa centotrentamila francesi caduti sui campi “dell’onore” seguirono quelli della rivoluzione parigina seguita alla disfatta: durante o dopo i due mesi della Comune forse 20.000 persone persero la vita, soprattutto persone passate per le armi o uccise dall’artiglieria del governo repubblicano riparato a Versailles. Bakunin esaltò la lotta ‘degli audaci’ a Parigi come il trionfo dell’anarchismo e dell’ateismo. Marx definì la Comune la gloriosa precorritrice di una società nuova. Nella Comune Lenin vide prefigurata la Rivoluzione d’Ottobre. Tra i molti ‘nemici del popolo’ presi in ostaggio, poi fucilati, ci fu l’arcivescovo di Parigi, Darboy.

La Comune, figlia di una guerra suicida, non fu solo il riaffioramento del sinistrismo della Rivoluzione e del Terrore. Fu anche un’esplosione di iperpatriottismo. Il proletariato parigino, contrariamente ai moderati della Francia provinciale e rurale, sentì intollerabile la resa al vincitore germanico. La scintilla che fece esplodere l’insurrezione fu l’ordine di Thiers di togliere ai popolani parigini i cannoni che avevano comprato con una sottoscrizione, a difesa contro il tedesco. Lo sciovinismo, male crudele della Francia.

Carlo Marx aveva visto nell’elezione di Luigi Napoleone a presidente della Seconda Repubblica, il 10 dicembre 1848, il giorno della riscossa dei contadini, allora la maggioranza del proletariato: “Il nipote dell’Imperatore è solo a rappresentare gli interessi e l’immaginazione della nuova classe rurale creata dal 1789”. La quale presto griderà basta tasse, abbasso la repubblica, viva l’Imperatore. Oltre mezzo secolo dopo, Lenin teorizzerà che il socialismo non sarebbe mai nato da procedure democratiche. Di fatto il capo bolscevico convaliderà i meriti dell’ultimo Bonaparte.

Propositi sociali

Pervenuto all’impero, Luigi Napoleone apparve pervaso di sollecitudine per la condizione proletaria. Incoraggiò le leghe di mutuo soccorso. Fece passare la legge che legalizzava gli scioperi, se non violenti. Invece, quando arrivò il fatale 1870, il suo regime, modificato in senso progressista (l’Empire liberal), cominciava a declinare. Il paese si era arricchito, ma il sorgere della grande industria aveva inasprito i conflitti sociali e generato il socialismo rivoluzionario, più o meno diversificato rispetto all’anarchismo. L’antico ascendente sui francesi del nipote di Bonaparte si era illanguidito.

In più il sovrano si era circondato di cortigiani e di avventurieri che gli insinuavano concetti sulla necessità di rafforzare il trono attraverso imprese diplomatiche e militari. Gli parlavano di ‘frontiere natuali’ della Francia (riva destra del Reno, etc.), di compensi da pretendere con mediazioni in vari contenziosi tra le Potenze, di espansioni territoriali, di arricchimenti. La recente svolta liberale dell’Impero aveva ricevuto da poco (maggio 1870) il conforto di un plebiscito: 7,3 milioni a favore, 1,5 milioni contro. Eppure Napoleone III non si sentiva sicuro. Finì col farsi convincere da chi gli faceva balenare acquisti importanti: il Palatinato, la Saar, il Belgio, altro.

Il cancelliere prussiano profittò da maestro degli errori di Parigi. Nel 1870 , a una richiesta francese insensata, Bismarck rispose (rileva lo storico Golo Mann) “con una notizia di stampa che nel nostro tempo ci appare innocua fino a farci ridere, ma che secondo le convenzioni mondano-cavalleresche che ancora perduravano equivaleva a una dichiarazione di guerra. Le valutazioni di Parigi furono anacronistiche e pietose”. Nelle pagine degli storici si cercherebbe invano una causa immediata della guerra del 1870 che sia diversa dal ”telegramma di Ems”.

Ecco quanto abbatté l’impero bonapartista e fece sorgere il Secondo Reich germanico. Il trono di Spagna essendo stato reso vacante dalla deposizione di Isabella II, si era annunciata la candidatura di Leopold di Hohenzollern-Sigmaringen. Parigi levò subito gli scudi: non doveva regnare un tedesco anche a sud dei Pirenei. Così Guglielmo re di Prussia aveva indotto il parente Hohenzollern a ritirare la candidatura; la rinuncia fu formalizzata da Antonio von Hohenzollern, capo del ramo Sigmaringen, padre dell’aspirante alla corona spagnola, nonché ex primo ministro di Prussia. Ma la corte di Parigi, sostenuta dal paese, esigette una vittoria diplomatica più completa: la rinuncia doveva venire esplicitamente da Leopoldo e da re Guglielmo.

Qui scattò la trappola di Bismarck, che a differenza del suo sovrano la guerra la auspicava. Un telegramma di Guglielmo a Bismarck, spedito il 13 luglio dalla stazione termale di Ems, nell’Assia, fu dal cancelliere diramato alla stampa in un testo alquanto modificato (diceva in sostanza: il Re non ha altro da aggiungere alle assicurazioni già fornite all’ambasciatore francese; non lo riceverà nuovamente), tanto da risultare irriguardoso nei confronti del diplomatico francese, dunque del suo sovrano. Alla corte di Parigi si valutò che l’affronto fosse imperdonabile: doveva cancellarlo il cannone. L’indignazione dello chauvinisme andava fomentata, non mitigata. Gli editoriali dei giornali invocarono vendetta. Un ‘opinion leader’ non si arrestò di fronte al ridicolo puro: “Dopo questo insulto nessuna dama d’Europa accetterà di poggiarsi a un braccio francese”.

Parigi dichiarò la guerra il sesto giorno dopo l’insulto di Ems, sul presupposto che le armate francesi fossero pronte e avrebbero avuto ragione della Prussia, nuova venuta della grande potenza. Il primo ministro Ollivier parlò di una decisione presa ‘a cuor sereno’. Uno dei marescialli assicurò che non mancava un bottone per le ghette dei fantaccini francesi.

La realtà era l’opposto. La Francia era debole, la Prussia forte. I generali francesi non lo sapevano, mentre Napoleone III lo sospettava. Raggiunto il fronte per assumere il comando supremo constatò che niente era pronto e che c’era da temere il peggio. La precisione e la forza della macchina bellica prussiana superarono ogni aspettativa. Più di uno storico ricorda che le divisioni prussiane furono seguite da ponti di ferro lunghi quanto i fiumi francesi da attraversare. Per anni ufficiali dello stato maggiore berlinese, camuffati da turisti, avevano studiato il terreno nei dettagli.

In tre giorni, tra il 4 e il 6 agosto, l’offensiva germanica abbatté il glorioso esercito ‘napoleonico’. La sconfitta irreparabile venne a Sedan il 2 settembre: l’Imperatore dovette capitolare alla testa del suo esercito. Cadde prigioniero e fu deposto due giorni dopo. Seguì la capitolazione del maresciallo Bazaine a Metz (il maresciallo fu condannato a morte dalla repubblica ma, commutata la sentenza nel carcere a vita, riuscì ad evadere). Parigi cadde il 28 gennaio 1871. Il 10 maggio successivo la Francia dovette firmare a Francoforte il trattato di pace alle condizioni del vincitore: cessione dell’Alsazia (tranne la piazzaforte di Belfort) e di parte della Lorena, consegna di alcune fortezze a garanzia del pagamento di 5 miliardi di franchi-oro come indennità di guerra. Anche nel 1940 il trionfo germanico sulla Francia sarà fulmineo (da tre a cinque giorni a partire dal 10 maggio), sarà coronato a Sedan e gli seguiranno condizioni di pace dure ma non spietate.

L’impresa bellica della Francia risultò priva di senso: malpreparata, velleitaria, caotica. La destituzione dell’imperatore e la proclamazione della Terza Repubblica suscitarono un breve soprassalto di convulsa energia, e anche qualche locale successo, ma il risultato non cambiò. Non si cancellò l’assurdità di un cimento bellico motivato da uno sgarbo di forma, macchinato da Bismarck come un’astuzia ulissiaca. La Prussia risultò la potenza aggredita, capace di punire severamente e senza sforzo. Persino Karl Marx, che quotidianamente fu a fianco del disperato sforzo patriottico-rivoluzionario della Comune, aveva ammesso il diritto di rispondere alla sciocca tracotanza parigina. La vittoriosa energia dell’esercito di Moltke fu ammirata da Friederich Engels.

I quarantaquattro anni che seguirono al dramma del 1870 furono divorati in Francia dalla febbre della Revanche. Essa portò alla Grande Guerra, la quale dissanguò la Francia, condannandola a subire nel 1940 la sconfitta più disonorevole della sua storia millenaria. Il cancelliere Bismarck aveva previsto tutto: confidò al principe Hohenlohe che non ci si doveva aspettare una guerra, ma una successione di quattro guerre.

Conclusione

A stretti termini di logica non è alla Germania, forse la meno unita tra le grandi nazioni della storia, che l’Europa dovrebbe rivolgere la speranza di unirsi. A metà 2016 l’Europa appare malata di consunzione, persino minacciata di morte. A stare ai fatti, la Bundesrepublik è capofila dell’Unione Europea. Allo stesso tempo essa non sembra prefiggersi il ruolo di egemone del Vecchio Continente. La storia si ripete: nel 1848 re Federico Guglielmo IV di Prussia rifiutò di farsi eleggere Kaiser, in quanto l’offerta della corona imperiale non gli veniva dai sovrani tedeschi, cioè dal diritto divino, bensì dai politici convenuti alla chiesa di San Paolo, l’assemblea risorgimentale di Francoforte. Oggi dunque la primazia di Berlino risulta inoperante, sterile. Anche perché la presente non sembra ancora essere la congiuntura delle grandi cose.

Tuttavia: è vero che nel passato lontano la Germania è stata la meno unita delle nazioni d’Europa. Però, per un soprassalto della storia, potrebbe accorgersi d’essere destinata a guidare, dunque a creare la Patria continentale comune. Essa mise un millennio a saldarsi: non è passato un millennio dal Trattato di Roma.

Se il prodigio del 1870 insegna, la Patria europea avrà bisogno di un tedesco, di un altro Bismarck, più grande, idealista quali il principe non fu, campione e autore di un’Europa migliore. Il cancelliere di Guglielmo era maestro di realismo, ma in ultima analisi, giudicato a posteriori, fu un perdente. Junker sprezzante dal giorno che si rivelò grande, ebbe sì il merito di aprirsi alla socialità; quasi di condividere il ‘socialismo del possibile’ additato dal carismatico Ferdinand Lassalle (il quale morì giovane, in un duello d’onore).

Capace dunque di grandi intuizioni, Otto von Bismarck. Ma in definitiva risultò che amava solo la Prussia. Un tedesco veramente invasato d’Europa, ambizioso in grande, molto più creativo di Adenauer e di Merkel, cosa non potrà fare se vorrà emulare Otto von Bismark? Diciamo un tedesco, piuttosto che un francese o un greco: potranno certo comparire vari statisti minori, dotati come Camillo Benso di Cavour o come Garibaldi, che vogliano fare unita l’Europa. Ma non avranno uno strumento nazionale possente quale fu per Bismarck la Germania del 1870-71.

Al Bismarck futuro occorrerà anche la fortuna di scontrarsi con avversari o rivali maldestri

come maldestro all’estremo fu il nipote del primo Napoleone. Gli occorrerà ancora, oltre al genio perforante, di avere tra i confidenti un ispiratore irresistibile e anomalo come per Bismarck fu Ferdinand Lassalle. Il cancelliere del 1870 plasmò in unità la Germania senza essere un vero patriota. Gli bastarono l’ntelligenza smagliante e la logica poderosa.

Il futuro Bismarck dovrà far fronte alla sfida immane di salvare l’Europa dall’invasione dei migranti, riscattandoli in patria dalla miseria. Egli, oppure un altro Bismarck ancora, dovrà civilizzare l’Europa attenuandone la vocazione consumista, dunque l’idolatria del denaro.


 

LA GIOVINEZZA DELL’AMERICA SPENTA 100 ANNI FA

Sul punto di entrare nel suo settimo anno, Internauta-online si è interrogato sul senso di proporre idee e ipotesi nuove. Non ci sono, solo in Italia, molte decine di sapienti che lo fanno invano? Non vociano a vuoto i primattori dei grandi media? Più larga la nomea, meno ottengono. Le cose restano uguali, quali meteoriti troppo ingenti per non restare in eterno dove cadono.

 

Bergoglio appariva vicino a cambiare la Chiesa, invece no. Idem Matteo Renzi. Con tutta

la virtù di condottiere, per la quale a Machiavelli

dovette piacere, conseguirà next to nothing. Lo Stivale resta la pessima tra le repubbliche. Non le riescono le svolte minimissime, tipo scalfire i diritti acquisiti più nauseabondi, le reversibilità di sgradevoli vedove di altoburocrati vampiri. Non  concepisce il dovere di chiudere gli enti inutili o nocivi, v. il Quirinale.

A questo punto la disfatta di Internauta-online come officina d’ideazione è quasi onorevole, a fronte della nanizzazione del cambiamento come categoria universale. Non farneticheremo quasi più sulle cose future, ci costringeremo a quelle accadute, esse sì sicure.

Per questo Internauta propone qui l’e-book

“La giovinezza dell’America, spenta cento anni fa”.  Che gli USA entrarono allora nell’ età senile è conclamato dalle cose.

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

L’autore Antonio Massimo Calderazzi, borsa Fulbright alla Univ.of  California at Los Angeles e alla Univ.of Texas, è stato addetto culturale Usis, poi a lungo responsabile per il Nord America all’Ispi, uno tra i maggiori think-tanks italiani. E’ membro della Société Européenne de Culture e ha scritto “La rivoluzione negra negli Stati Uniti”. Ma se ritiene di conoscere molte pieghe degli Usa è soprattutto per il decennio vissuto da yeoman farmer -il migliore dei mestieri, insegnò Thomas Jefferson- sul confine canadese dell’Upstate New York: cioè in frequente contatto con la terra che fu il “Primo West” della storia americana. Un richiamo all’esperienza agricola della famiglia dell’autore è, verso la fine di questo testo, nel racconto di Filippo Calderazzi, titolo ‘Raccoon Pond Farm.

 

 

 

Una tesi

Gli Stati Uniti furono genuinamente grandi, furono un modello e un mito, per circa trecento anni: fino all’intervento nel primo conflitto mondiale. Da allora furono la più potente e ricca delle nazioni, ma la loro superiorità morale finì.

Nei tre secoli dallo sbarco a Plymouth, nel 1620, dei Pilgrim Fathers -anzi dall’avventura del capitano John Smith, il quale una dozzina d’anni prima  aveva tentato di avviare in Virginia una colonia di sfruttamento economico- i popoli del mondo ammirarono ed amarono gli USA, persino nelle loro malefatte (per esempio lo sterminio degli Indiani), tanto smaglianti e volute dai Fati furono le loro opere.

Avendo dalla loro la giovinezza, gli americani crearono un paese diverso e, per tre secoli, migliore di tutti gli altri. Si dettero la libertà contro il più potente degli imperi. Seppero unirsi in una federazione quasi perfetta, la quale resistette vittoriosamente alla più grave delle guerre civili (618 mila caduti). Modellarono  un regime repubblicano moderno. Conquistarono un continente, vincendo gli ostacoli della Natura e le sfide dei nativi. Fecero realtà dell’ideale egualitario, non per tutti ma per molti.

Nei suoi primi trecento anni l’America creò una civiltà straordinaria, che oggi declina ma non al punto di perdere la primazia materiale. L’America fu un esperimento grandioso e inimitabile. Poi nel 1912  essa ripudiò un capo, Theodore Roosevelt, il quale aveva incarnato nel bene e nel male le energie della stirpe e i valori delle origini. Nel 1912 gli americani si dettero un presidente, T.Woodrow Wilson, il quale rinnegò i Padri fondatori e uno dei principi del 1776: l’estraneità all’Europa e ai suoi conflitti. Dicendo no al retaggio di George Washington e di Thomas Jefferson, Wilson forzò i riluttanti Stati Uniti a intervenire nella Grande Guerra. In tal modo gettò le fondamenta di un impero planetario. Ventiquattro anni dopo Franklin Delano Roosevelt, il più brillante e menzognero dei suoi successori, completò l’edificazione dell’impero con lo stesso strumento di Wilson: la guerra. Inevitabilmente l’America superpotenza non ha ereditato la grandezza del passato. Non è più il Mito e il Modello. Non è più la fidanzata del mondo, e non è più giovane: comincia ad andare verso il mezzo millennio. Produce più tecnologia di tutti i rivali;  ma non ha titolo a primeggiare. La tecnologia non è abbastanza civiltà e non è primogenitura, appartenendo a tutti i  popoli. Non vantando più opere straordinarie, gli Stati Uniti hanno perso la legittimità di un tempo..  Fatti giganteschi con le guerre, ora le guerre le perdono. A partire dal conflitto di Corea, non  trionfano più.

Wilson e il secondo Roosevelt preferirono l’egemonia, momentaneamente incontrastata, alla coerenza coi valori fondanti dell’America. Quei valori includevano alcuni fatti di dominazione, però circoscritti al contesto centro-americano e caribico, cioè al ‘cortile di casa’. Gli USA che oggi possiedono centinaia di basi militari fuori dei loro confini, sono profondamente deformati  da un militarismo micidiale, i cui rischi furono additati dal loro massimo generale, il presidente Eisenhower.

Mezzo secolo più tardi la condanna delle deviazioni militaristiche più conclamate -Vietnam, Iraq, Afghanistan- è pressocché unanime nel mondo (condanna a volte temperata da formule di Realpolitik  originanti nei turpi insegnamenti di Machiavelli). La teorica egemonia militare sul pianeta ha svuotato la ragion d’essere della civiltà americana.

 

 

Tre insegnamenti al mondo

L’America cominciò a insegnare al mondo quando le esigue colonie venute dall’Europa occidentale presto si trasformarono nella stirpe totalmente nuova richiesta dall’impresa di conquistare un continente e creare una civiltà. Il nucleo più coeso tra quanti sbarcarono nel 1620 si abbarbicò alla terra, il Massachusetts, incontrata per prima. Ne fecero una piccola patria dei Pilgrim Fathers, votata a idealità e a coerenze religiose. Col tempo una parte di essi lasciò cadere i propositi intransigenti di purezza della fede e si unì ai successivi immigrati da oltre Atlantico per marciare verso Ovest.

Coloro che restarono sulla costa dell’Oceano costruirono una società originale solo in senso religioso ed etico. Per il resto essa si modellò sull’Europa, in questo senso rinnovando l’esperienza delle colonie greche antiche dell’Asia vicina e del Mediterraneo. Assai più creativi furono gli altri, coloro che andarono  verso ovest, oltre i monti Appalachians e Alleghenys. Da questa iniziale espansione nel grande retroterra venne il primo insegnamento dell’America al mondo: spettava al popolo dei più vigorosi di impadronirsi di un continente, soggiogando etnie meno evolute e meno volitive.

L’episodio più simbolico, anzi fatidico, di questa fase, ancor più che il passaggio di una massa di pionieri attraverso le catene montuose parallele alla costa atlantica, fu la spedizione che Thomas Jefferson, terzo presidente degli allora piccoli Stati Uniti, mandò nel 1804-06 per esplorare le pianure, i deserti, i monti e le foreste fino al Pacifico. Si trattò di una trentina di uomini comandati da Meriwether Lewis, un segretario di Jefferson, e da William Clark,  capitano del neonato esercito federale. Quella esplorazione bastò per affermare il diritto degli USA sull’intero Nord America a sud del Canada e fino al Messico. Inoltre per fare  degli Stati Uniti il potenziale condomino occidentale del massimo oceano del pianeta.

 

Il secondo insegnamento del popolo americano, rivolto innanzitutto alla Gran Bretagna e alle altre madrepatrie europee, fu che i vecchi patriottismi, le tradizionali devozioni ai sovrani e agli ordinamenti lasciati in Europa avrebbero spento il futuro: dunque la necessità della Rivoluzione americana, tredici anni prima di quella francese. La prima rivoluzione dette vita a una nazione per tre secoli sempre più grande, prima d’essere sopraffatta dalla sua stessa imponenza. La rivoluzione francese, dopo i fulgori del ventennio napoleonico, edificò una Repubblica borghese che non insegnò nulla al mondo, se non la conciliazione tra democrazia e capitalismo.

 

Il terzo insegnamento dell’America: tredici colonie rinunziarono ad essere tredici stati sovrani e si fusero nella più vitale e organica federazione della storia. Forse più prodigiose e mastodontiche furono le confederazioni tribali di conquista realizzate ai loro tempi da Attila, da Gengis Khan e da Maometto. Ma durarono poco e sparirono. Le colonie nordamericane, trasformate in Stati fondatori dell’Unione, inizialmente si considerarono sovrane. L’asserzione dei diritti originari degli Stati degenerò nel Sud schiavista nella Secessione, massimo trauma della storia americana fino alla vergogna e alla sconfitta del Vietnam. La disfatta del 1865 costrinse il Sud a subire la demolizione delle strutture giuridiche dell’istituzione schiavista; a rinunciare per sempre al sogno della secessione. Il problema razziale, trasformato dall’Emancipazione, restò per sempre. Però gli sconfitti non tentarono più di vendicarsi. L’Unione fu salva.

 

Dunque l’America mostrò al mondo come si edificano le patrie federali. Questo getta una luce crudele sull’inferiorità dei paesi europei, progenitori dei protoamericani. I millenni vissuti insieme nel Vecchio Mondo e i sessant’anni trascorsi invano dallo “storico” trattato di Roma hanno conclamato il nichilismo, la sclerosi, il cupio dissolvi di cui soffre l’Europa. Hanno conclamato la mediocrità degli ‘Statisti’ che si adunano a Bruxelles. Se esistesse, giustizia storica vorrebbe che il compito passasse agli uomini che nel 1789 suggellarono con una Costituzione il loro patto fondatore; e anche a quelli che con la ‘Reconstruction’  postbellica del Sud consolidarono l’Unione dilaniata dalla secessione.

Tuttavia l’America d’oggi, persa un secolo fa la giovinezza, non ha né titolo né risorse spirituali per salvare l’Europa. Le lezioni al mondo finirono coll’ingresso nel primo conflitto mondiale. Con Wilson arrivò la Grande Apostasia rispetto ai valori americani. La nazione che aveva saputo ribellarsi al re britannico e non aveva permesso che i seicentomila caduti della Guerra di secessione uccidessero l’Unione, l’America dei molti prodigi, non seppe rifiutarsi a un Wilson transfuga e rinnegatore della specificità nazionale. Più tardi non seppe rifiutarsi a  Franklin Delano Roosevelt, il faustiano plutocrate che si fece possedere da quella stessa vocazione bellicista dell’Europa che G.Washington e Th. Jefferson avevano tentato di respingere per sempre.

 

 

G.Washington: il dovere dell’isolazionismo

Nel ‘Farewell Address’ del 17 settembre 1796 -il discorso agli americani nel lasciare la presidenza- George Washington invocò: “Vi scongiuro di credermi, concittadini. La storia e l’esperienza comprovano che l’influenza straniera è fra tutti il più funesto nemico di un governo repubblicano. Ma, per essere utile, la gelosa indipendenza di un popolo libero deve essere autonoma; altrimenti l’indipendenza si fa strumento di quella influenza, piuttosto che difesa contro di essa. La grande norma della nostra condotta verso le altre nazioni sia: estendere molto le relazioni commerciali, ma avere il meno possibile di legami politici. L’Europa ha interessi di fondo che poco o nulla hanno a che fare con noi. Essa si trova spesso coinvolta in conflitti che ci sono estranei. Se rimarremo un popolo unito, sotto un governo capace, non è lontano il tempo quando potremo respingere ogni attacco dall’esterno; quando otterremo che la nostra neutralità sia rispettata scrupolosamente; quando potremo scegliere pace o guerra come i nostri interessi detteranno. Perché non profittare dei vantaggi di una situazione così caratteristicamente nostra? Perché lasciare la nostra strada per un’altra? La politica più vera per noi è rifiutare le alleanze permanenti con qualsiasi parte del mondo”.

Parlando di ‘mondo esterno’ il Padre della Patria sottolineava e quasi estremizzava l’unicità dell’esperimento americano rispetto al contesto egemonizzato dall’Europa. Il Farewell Address fu più lungo e più appassionato dell’ estratto qui riportato, ma l’essenziale restava uguale: per essere libera e virtuosa l’America doveva restare isolata.

John Adams, suo successore, proclamò anch’egli: l’isolamento resti il principio della nostra politica estera. Gli Stati Uniti si tengano il più lontano possibile dalla politica e dalle guerre dell’Europa. Adams arrivò ad affermare: entro pochissimi anni la cosa migliore sarà richiamare ogni ministro dall’Europa, e spedirvi invece delegazioni in occasioni speciali. Pure il patriota Samuel Adams, firmatario nel 1776 della Dichiarazione d’Indipendenza e governatore del Massachusetts, insisteva contro ogni intromissione negli affari europei. E Thomas Jefferson, insediandosi alla White House (1801): “Pace, commercio e onesta amicizia con tutti, alleanze compromettenti con nessuno”.

A quel tempo primigenio lo Spirito Americano era dunque rigorosamente ostile ad ogni identificazione con questa o quella posizione straniera. Anche perché -argomentava Jefferson, terzo presidente, certamente il più colto tra gli statisti americani del suo tempo, il più qualificato a formulare valori e precetti- “in Europa la dignità dell’uomo si perde in distinzioni arbitrarie. Gli uomini sono classificati in ceti chiusi, e i più sono schiacciati dal peso dei meno”.  Jefferson avrebbe preferito che il presidente non fosse rieleggibile: “Un francofilo o un anglofilo (si andava  indurendo lo scontro tra la Francia di Bonaparte e la Gran Bretagna) sarà appoggiato dalla nazione che preferisce”. I Padri della Repubblica erano compatti nel rifiutare legami implicanti l’obbligo di aiutare una parte contraente in caso di una sua guerra. Infatti, avrà a notare James W.Garner, professore a Harvard, “il governo americano declinò a lungo ogni invito ad esercitare mediazioni e buoni uffici tra potenze europee, nonché a partecipare a conferenze internazionali”.

Nel 1783 il Congresso, dopo avere statuito che “i veri interessi degli Stati Uniti esigono il minimo assoluto di compromissioni con le nazioni europee”, decise che l’istituzione di un ministro statunitense degli Esteri avrebbe recato pregiudizio alla politica dell’isolamento. Preferì la creazione di un ‘Secretary of State’, all’origine investito di tutta l’amministrazione interna salvo le guerre e la finanza. Per la ratifica in Senato dei trattati internazionali si impose  l’elevata  maggioranza di due terzi dei senatori.

Secondo molti storici, il precetto dell’isolazionismo trovò un corollario e uno sviluppo logico  nella Dottrina Monroe (‘l’America agli Americani’) enunciata dal quinto presidente degli Stati Uniti. Nel 1819 il futuro presidente John Quincy Adams aveva anticipato quella dottrina: “Il mondo deve familiarizzarsi coll’idea di considerare nostro pertinente dominio l’intera America del Nord. Fin da quando divenimmo indipendenti fu legge di natura che avanzassimo questa pretesa: così come è legge di natura che il Mississippi scorra al mare”.

 

Forse, più che corollario, la dottrina Monroe fu un allargamento, più o meno legittimo, del principio isolazionista. Assai presto gli Stati Uniti presero ad esercitare il ‘diritto’ di intervenire  negli affari centro-americani e caribici.  Di fatto quegli affari erano ‘domestici’, visto che il Centro-America e i Caribi erano il ‘cortile di casa’, la naturale sfera degli USA. Nel 1848 il presidente James Knox Polk si oppose quando i coloni dello Yucatan tentarono di offrire il loro territorio alla Gran Bretagna o alla Spagna. Lo stesso fece il segretario di Stato Clayton quando il Costa Rica chiese la protezione britannica per una propria controversia col Nicaragua. Sarebbe tediosa l’elencazione di fatti del genere, preliminari alla totale egemonia degli USA nell’emisfero occidentale. Ricordiamo solo che il governo di Washington contribuì a sventare il tentativo di Napoleone III di imporre Massimiliano d’Asburgo come imperatore del Messico.

Gli Stati Uniti andarono violando deliberatamente la primitiva impostazione della dottrina Monroe. Non rispettarono le colonie ancora esistenti nel Nuovo Mondo di alcuni Stati europei. L’opinione pubblica nazionale preferiva non ripudiare apertamente la Dottrina Monroe. Essa fu piuttosto forzata, adattata o deliberatamente ignorata.

Con l’acquisto della Louisiana nel 1803 (per 15 milioni di dollari) da Napoleone I, acquisto attuato da Jefferson, gli Stati Uniti più che raddoppiarono il loro territorio: da 820.000 a oltre 1,7 milioni di kmq. Dalla Louisiana si formarono undici Stati dell’Unione, più parti di altri due Stati. Nel 1819 Washington comprò la Florida. Nel 1846 un trattato con Londra mise fine a vantaggio degli americani al condominio anglo-statunitense sull’Oregon a ovest delle Montagne Rocciose. Col trattato  Guadalupe Hidalgo (1848) si impose al Messico di riconoscere l’ammissione del Texas agli USA, e in più di cedere il New Mexico e la California.

 

Nello stato di anarchia in cui la Florida si trovava, anche per la turbolenza degli Indiani Seminole, il generale Andrew Jackson, futuro grande presidente, si impossessò di propria iniziativa della Florida stessa. Washington pagò un indennizzo di 5 milioni di dollari. Vedremo a parte la guerra americana al Messico (1848) e quella alla Spagna (1898). Quest’ultima finì di cancellare l’impero madrileno e fruttò di fatto l’acquisto di Cuba e di diritto quello di Puerto Rico, delle Filippine e di Guam.Washington forzò la neonata Repubblica cubana a emendare la propria Costituzione, nel senso che Cuba si impegnava a restare indipendente da ogni altro Stato; in più riconosceva a Washington il diritto di mantenervi l’ordine, nonché di disporre nell’isola di basi navali e di depositi di carbone.

 

Per scavare il canale di Panama tra l’Atlantico e il Pacifico, Washington organizzò a partire dal 1839 una serie di azioni di aperto carattere egemonico. Il territorio da scavare apparteneva alla Repubblica di Colombia: essa tentò di rifiutarne la cessione  alle condizioni statunitensi, così Washington fomentò la secessione della provincia panamense, amministrata da fautori del Canale, e impedì fisicamente alla Colombia di domare la ribellione. Poche ore dopo l’inizio della secessione il presidente Theodore Roosevelt riconobbe la neonata repubblica di Panama. Nel 1904 il trattato Hay-Bunanvarilla stabilì che Washington avrebbe pagato al Panama il compenso che la Colombia aveva rifiutato. Gli Stati Uniti ottenevano l’uso perpetuo della Zona del Canale e il diritto di fortificarla. La grande via d’acqua fu aperta alla navigazione il 15 aprile 1914, presidente Woodrow Wilson: ma la conquista di Panama fu una delle realizzazioni del primo Roosevelt.

Nel 1895 il presidente Cleveland aveva imposto a Venezuela e Gran Bretagna un arbitrato statunitense sui confini della Guyana inglese. Un messaggio presidenziale al Congresso sottolineò che l’arbitrato era un diritto degli USA. Si vedrà che il presidente Wilson porterà molto più avanti la dottrina Monroe. La quale aveva già avuto un allargamento nel 1845, quando il presidente Polk aveva irrigidito la posizione americana sull’assoluta chiusura dell’emisfero occidentale a interventi dell’Europa. Un anno dopo Polk procedette vigorosamente all’annessione del New Mexico e della California. Nel 1848 esternò il proposito di occupare lo Yucatan. In precedenza aveva dichiarato di limitare al solo Nord America continentale la sfera d’egemonia degli USA: ma già nel 1848 proponeva alla Spagna la vendita di Cuba per 100 milioni di dollari. Col tempo l’azione di Washington nel Centro America e nei Caribi non conobbe più limiti.

Zachary Taylor, comandante nel 1846-47 dell’invasione del Messico, fu eletto alla Casa Bianca nel 1848. Morì in carica nel 1850, succeduto dal vicepresidente Millard Fillmore. Il quale tenne a giustificare l’egemonia continentale attraverso la formula del “natural ally and friend”: essa faceva degli USA il patrono, difensore e dominus dell’America intera. Da quel momento Washington andò ribadendo con forza crescente che tutte le repubbliche del Centro America e dei Caribi -deboli, povere, politicamente instabili e, più ancora, vicine al vitale Istmo interoceanico di Panama- erano aree di ‘paramount interest’ degli Stati Uniti.

 

Tra il 1902 e il 1916 gli USA intervennero militarmente nella Repubblica Dominicana, a Cuba e nel Nicaragua. Nel 1915 le loro truppe da sbarco fecero più di duemila vittime a Haiti. Invece le Virgin Islands, nelle Piccole Antille, furono pacificamente comprate dalla Danimarca (25 milioni di dollari).

Restò famoso un episodio del 1914. Alcuni marinai statunitensi che erano sbarcati a Tampico (Messico) per fare rifornimenti furono imprigionati per due ore, poi rilasciati. L’ammiraglio americano  Mayo pretese, oltre a varie formule di scusa, un saluto solenne alla bandiera a stelle e strisce. Avendo il presidente messicano Huerta rifiutato tale saluto, il presidente Wilson fece affluire alle acque messicane la squadra dell’Atlantico. Il 21 aprile ordinò di occupare Vera Cruz. Nel marzo dell’anno successivo mandò in Messico il grosso corpo di spedizione del generale Pershing, futuro comandante supremo americano in Europa. Furono le esigenze militari dell’intervento USA nella Grande Guerra a convincere Wilson a ritirare (6 febbraio 1917) il suo corpo di spedizione dal vicino meridionale.

 

 

 

Limiti della gloria di G.Washington

Se W.Wilson e F.D.Roosevelt rinnegarono così apertamente il precetto isolazionista del primo presidente fu anche, in qualche misura, per la relativa modestia intellettuale del Padre della Patria. Egli non fu il Mosè della nazione; fu il generale che sconfisse i dominatori britannici e poi governò assai saggiamente, apportando equilibrio e senso comune all’edificazione della Repubblica. Agli albori del paese egli non fu né maestro né guida spirituale. Questi ruoli appartennero a Thomas Jefferson, quel terzo presidente che fu il più colto e il più intellettuale della maggior parte degli uomini della Casa Bianca.

George Washington nacque nel 1732 nella Westmoreland County (Virginia) da un piantatore, padrone di schiavi, di una famiglia inglese risalente al XIII secolo. La Virginia della prima metà del Settecento mancava di istituzioni del sapere, per cui lì il ragazzo imparò poco più che a leggere, scrivere e assimilare le nozioni matematiche di base. Coltivò invece adeguatamente l’atletica, preliminare delle attitudini militari del tempo. A 16 anni Washington era un bravo agrimensore e presto ricevette dalla famiglia amica dei Fairfax  l’incarico di misurare e accatastare una vasta proprietà che arrivava ai monti Allegheny. Ciò fece con tale  bravura da acquistare un’alta reputazione professionale; tra l’altro poté comprarsi ampie proprietà terriere. A 19 anni entrò nella carriera militare: maggiore della milizia della Virginia, impegnato contro Inglesi e Indiani. Tre anni dopo lo troviamo comandante in capo della milizia e aiutante del generale britannico Braddock.

Nei vent’anni successivi fece il ricco piantatore, l’uomo d’affari e il politico (membro del  Continental Congress). Quando venne la Guerra d’indipendenza la sua fama militare e la sua personalità insolitamente dotata erano già tanto grandi da essere designato all’unanimità nel 1775 comandante in capo dell’esercito delle colonie in rivolta. Rifiutò ogni retribuzione. La Guerra d’indipendenza finì quando Washington accettò ad Appomattox la resa dello sconfitto generale britannico. Alla Convenzione federale di Philadelphia (1787) Washington emerse come il più illustre degli americani; due anni dopo, a Costituzione ratificata, divenne il primo presidente degli Stati Uniti, rieletto nel 1793. Declinò un terzo mandato presidenziale. E’ giudizio pressocché generale che il successo della più grande repubblica del mondo moderno fu soprattutto dovuto alla ferma saggezza di George Washington. Non era geniale ma superava tutti per equilibrio, tempra e competenza.

Quando morì, il 14 dicembre 1799, la Camera dei Rappresentanti lo proclamò “First in war, first in peace and first in the hearts of His countrymen”. Alla capitale fu dato il suo nome.

 

 

La guerra di Woodrow Wilson

Come ebbe a scrivere nel primo dopoguerra un giovane studioso italiano, Carlo Marchiori, che si era formato a Yale, “non bisogna farsi ingannare dall’idealismo propagandato dai giornali, se si vogliono indagare le vere motivazioni che nel 1917 spinsero in guerra gli Stati Uniti. Ha giustamente scritto André Siegfried:  “Non per la Francia, né per il Belgio gli USA nel 1917 presero le armi, bensì per l’asserzione del sistema anglosassone. Gli Stati Uniti erano coscienti che entrando in guerra venivano ad assumere un ruolo di primissimo piano: diventavano i padroni della situazione mondiale, gli arbitri della vittoria e della pace. L’intervento fece dell’America il giudice della situazione internazionale. Dettò la nuova carta geografica del pianeta”.

Ma l’America, rifiutando di approvare il trattato di Versailles, respinse il grande progetto del presidente. I politici del Congresso come l’uomo della strada intuirono la complessiva fallacia della Pax wilsoniana. Crollò l’intera costruzione dell’ex-rettore della Princeton University. Il trattato di Versailles, imposto daWilson e da Clemenceau, così punitivo nei confronti della Germania, pose le premesse per l’avvento di Hitler. L’artificiale dilatazione, soprattutto a spese della Germania, della neoindipendente Polonia offrì al Terzo Reich il destro per scatenare il Secondo conflitto mondiale. E Versailles ‘inventò’ due nazioni, Cecoslovacchia e Jugoslavia, mai esistite in epoca moderna, dunque presto morte (la seconda nel sangue). Con tutte le aspirazioni americane a combattere il colonialismo, Versailles ingrossò, invece di ridurre, i due massimi imperi coloniali del tempo.

Il giudizio degli americani sull’azione internazionale  di Wilson fu senza appello: egli morì un fallito.

 

 

The sour gifts of 1917, by Marshall B.Davidson

“For three quarters of a century -since the Treaty of Ghent in 1815- America had been preoccupied by the problems of self-development. The ‘splendid little war’ with Spain had pushed the government well out into international currents. There would be no return, for those currents moved with the running tide of history. But to most Americans such involvements  seemed like a brief and ill-advised excursion into troubled waters.

 

Thus, when the first World War started, there was general agreement that it was no business of ours. Even after our very effective participation in that strife in Europe, there was a strong tendency to write it off as a necessary, perhaps, but certainly momentary, foreign entanglement. As  the song went, it was ‘over over there’, the world had been made safe for democracy, and now, after another brief foray into the nettlesome disputes of the Old World, America could retreat to the tranquil isolation of the New, and from home, set a shining example for others. Convinced of its immunity and confident of its strength, long turned inward by historical necessity, and skeptical about the advantages of international co-operation, America washed its  hands of Europe’s perplexities and beat a hasty retreat toward ‘normalcy’. To doughboys returning from their ‘great crusade’ the Statue of Liberty looked sweeter than ever.

 

“Wilson pleaded that the nation could not retire from its responsibilities; that ‘at whatever cost of independent action’ governments must act together to crush the old, war-breeding order of international politics. The League of Nations, ‘he argued, ‘was the only hope for mankind…. Shall we or any other free people hesitate to accept this great duty?  Dare we reject it and break the heart of the world?’  But his plea was in vain. And while the average American ignored the program that might have stabilized world peace, and refused the chance to assert his faith in the democratic idea, Lenin labored fruitfully.

“Actually there was no possible return to normalcy and no hope of  insulation. Normalcy was at best a nostalgic remembrance of things past. Life in America had never been static, and the comfortable pattern of pre-war days was outmoded by the time the troops returned from Europe. Even while the theory of isolation won adherents, America had growing  economic commitments everywhere in the world which could not be separated from national policy. And, as G.K.Chesterton had warned, the world never would be made safe for democracy; democracy is a dangerous trade.

“The road to normalcy led almost everywhere but to normalcy. Wilson’s lofty idealism was succeeded by a stage of general cynicism and disillusionment that was anything but normal to American experience. The spirit of self-denial and regimentation made popular by the war effort made it possible to write the Eighteenth Amendment into the Constitution. Prohibition had a long history in this country. However, a substantial bloc of citizens almost immediately regretted the heroic gesture and, with those who resented this restriction of their personal liberty, they helped to usher in a period of lawlessness and corruption without precedent in our history.

The corner saloon with its welcoming swinging doors was temporarily replaced by the less prominent but more picturesque speakeasy.

 

 War Again (May & Caughey, historians)

“Increasingly since 1919, the tendency had been to look back to intervening in WW1 as a mistake. Among conservatives, large numbers felt, with former president Hoover, that debt and reparations problems left over from WW1 were responsible for the Depression; that the lessons for the US were that it should have as little as possible to do with future troubles in Europe.

On the political Left, equally large numbers accepted the view that all wars were waged for the profit and glory of a few and that the masses should resist their country’s being dragged into any war. As the probability of European war increased, feeling grew that this time the US must not become involved. Even as late as 1939, this was the overwhelming sentiment of the country.

“F.D.Roosevelt gave the first public indication of a change of heart on Oct.5, 1937 in Chicago: ‘When an epidemic of physical disease starts to spread, the community approves and joins in a quarantine of the patients, in order to protect the health of the community against the spread of the disease’. He was gradually shifting from isolationism. On November 4,1939 munitions and supplies that had piled up on Atlantic docks began moving to British and French ports and made the US a non-belligerent ally of England. On Sept.4, the President announced that the US was to turn over 50 obsolescent destroyers to the Royal Navy in return of the lease of six British bases.

“In the presidential campaign of 1940 Roosevelt, yielding to his own fear that isolationism might still have appeal to the voters, took occasion to say: ‘And while I am talking to you mothers and fathers, I give you one more assurance. I have said this before, but I shall say it again and again and again: Your boys are not going to be sent into any foreign wars’. When the Germans invaded the Netherlands, Roosevelt ordered the Pacific Fleet to Haway, hoping thus to make the Japanese fear that if they invaded the Dutch East Indies the United States would intervene.

“In July and August, 1941, Japanese credits were frozen, and embargoes were quietly clapped on gasoline and other products. In July 1941  with the permission of the Icelandic government, Roosevelt sent the Marines to Reykjavik. Therefore, for all practical purposes, the US Navy escorted merchantmen to Iceland and the British Navy convoyed them from Iceland east.

 

“In early August, Roosevelt and Churchill surprised the world by holding a meeting at sea off Newfoundland. Subsequently, by releasing to the the public the ‘Atlantic Charter’. In Sept.1941 Roosevelt practically opened a naval war with his ‘shoot on sight’ order. Unless and until Congress declared war, there was almost nothing more that the US could do. It had reached the limits of non-belligerency and was waging undeclared war. The last vestige of isolationism disappeared on November 17, 1941, when the Neutrality Act of 1939 was repealed. After the attack on Pearl Harbor, suspicion was later voiced that the Administration had deliberately provoked the Japanese and tempted them by leaving the base poorly defended, seeking thus to maneuver them into firing the first shot”.        

 

 

          

Jefferson progettista intellettuale degli USA

Quando suo padre morì, Jefferson ragazzo ereditò alcune migliaia di acri e un proporzionato numero di schiavi. Da vecchio la sua tenuta, Monticello, si era quadruplicata, gli schiavi arrivati a duecento. Sua madre Jane Randolph era venuta da una grande famiglia della Virginia.

I fattori familiari non impedirono che Jefferson divenisse il maggiore artefice del liberalismo progressista americano. Nelle occasioni di scontro più acceso apparve persino un giacobino: simpatizzò con la Rivoluzione francese, non condivise lo sdegno dei conservatori del mondo per il regicidio che spense la vita di Luigi XVI.

Attorno al Jefferson democratico nacque una vera leggenda. I suoi interessi filosofici fecero di lui l’estensore della Dichiarazione d’Indipendenza. Già da giovane capeggiò l’ala riformista della politica virginiana e i risultati ci furono: si cancellò il maggiorascato, si affrancarono dalla Chiesa anglicana i fatti pubblici, si abolirono alcune discriminazioni, si promosse un sistema di scuole laiche. Risultò un assieme di iniziative tra le più avanzate del tempo. Peraltro l’equilibrio delle posizioni del Nostro fu tale che le riforme modernizzatrici furono varate senza contrasti serii. L’opposizione alle novità si ridusse, come egli scrisse,”a una  mezza dozzina di gentiluomini offesi a morte per la perdita di una parte dei loro privilegi, ma non abbastanza accaniti”. Alcuni storici parlano di ‘rivoluzione per consenso’;  altri di nessuna rivoluzione.

In Virginia non fu mossa alcuna azione contro la schiavitù: tuttavia Jefferson affermò che ”un giorno l’asservimento dei neri dovrà sparire onde evitare il peggio”. Un abolizionismo spinto non sarebbe stato consono alla prudenza  del liberalismo del Nostro. Tra il 1785 e il 1789 egli fu ambasciatore in Francia, quindi osservò da vicino l’iniquità e la stoltezza  del Vecchio Ordine. Giudicò severamente l’alleanza di sovrani, nobili e Chiese “contro la felicità delle masse” e per l’asservimento dei lavoratori. Al contrario le colonie inglesi d’America, allora una ‘nazione’ di ‘yeomen farmers’, proprietari della terra che lavoravano, erano per Jefferson il più fortunato dei paesi. Tutta la vita egli esaltò la superiorità morale e politica dei liberi agricoltori d’America sulle altre classi e occupazioni. Naturalmente la concezione di Jefferson non mancava di elementi fiabeschi. Era un idillio fisiocratico.

Gli avversari lo considerarono un visionario, eppure i suoi studi e le sue scelte pratiche furono ispirate da realismo e da amore di concretezza. Tutti sanno che fu agricoltore progredito  e che, attratto com’era dalle arti,  fu tanto attento  da progettare la sua bella casa di Monticello. Aiutò con mappe topografiche l’architetto parigino Pierre Charles L’Enfant a stendere il piano urbanistico della capitale federale. Ideò un certo numero di macchine agricole, dagli aratri a un attrezzo per battere la canapa. L’elenco delle sue invenzioni e osservazioni pratiche è lungo. Non gli mancarono interessi quali il caseificio e la meteorologia.

 Jefferson divenne un mito nonostante alcune sue contraddizioni. Statista equilibrato e armonico come pochi, certi atteggiamenti apparvero addirittura estremistici: posizioni giacobine, abbiamo visto. Gli si attribuirono pensieri ‘maoisti’ ante litteram quali “sarebbero salutari una rivoluzione ogni vent’anni e quattro riforme complete delle Costituzioni ogni secolo”. Profondamente imbevuto di concetti del secolo francese dei Lumi, ne temperò e adeguò le astrattezze, peraltro non sfuggendo alle accuse più aspre di partigianeria. Fece proprie i pensieri dei ‘philosophes’, ma sappiamo che applicò molta della sua intelligenza a materie quanto mai pratiche. Fu un pacifista e un isolazionista, ma contro gli Stati barbareschi del Mediterraneo ordinò la  prima spedizione navale della storia nazionale.

 

Sotto i presidenti Washington e John Adams il governo statunitense si era adeguato alla prassi europea di pagare tributo ai potentati nordafricani, onde ottenere incolumità per il proprio naviglio dai pirati che infestavano le coste meridionali del Mediterraneo. Ma quando il pascià di Tripoli alzò le sue pretese, Jefferson dette ordine alla sua piccola flotta di opporsi. Le modeste navi da guerra statunitensi bloccarono le coste tripoline. Presto la fregata ‘Philadelphia’ si incagliò su un basso fondale e i 300 uomini dell’equipaggio furono catturati assieme alla loro nave. Nel febbraio 1804 il tenente di vascello americano Stephen Decatur penetrò nel porto di Tripoli e dette fuoco alla ‘Philadelphia’, ormai una nave barbaresca. ‘L’azione più coraggiosa del nostro tempo’ commentò l’ammiraglio Nelson. Seguirono altri scontri, mentre il console americano, alla testa di un reparto armato, occupò Derna e mise su  un pretendente contro il pascià. L’anno dopo un accordo dispose il rilascio dell’equipaggio della fregata, la restituzione di Derna ma la continuazione del tributo di sessantamila dollari. Nel 1815 il comandante Decatur tornò all’ attacco con unità più potenti e la U.S.Navy celebrò il suo primo trionfo transoceanico.

 

 

Louisiana Purchase

Dopo meno di tre mesi di carica il presidente Jefferson apprese che Napoleone aveva costretto il re di Spagna a cedergli la Louisiana. Allora Jefferon inviò a Parigi James Monroe, il futuro presidente, coll’incarico di avanzare un’offerta di acquisto per la sola ‘isola di New Orleans’, che avrebbe dato agli Stati Uniti la riva est del Mississippi fino al Golfo del Messico. A sorpresa, nell’aprile 1803 il ministro degli Esterni francese, Talleyrand, rispose proponendo l’acquisto dell’intera Louisiana. Napoleone aveva valutato di non poter difendere il suo possesso nordamericano contro la potenza  navale della Gran Bretagna. Il negoziato fu breve e i diplomatici americani Livingston e Monroe concordarono di pagare 60 milioni di franchi. A 4 centesimi per acro, fu uno dei migliori affari della storia. Jefferson trovò modo di risolvere alcune difficoltà costituzionali interne  e così gli Stati Uniti raddoppiarono il loro territorio (fino alle Montagne Rocciose). Dalla terra comprata sarebbero nati 11 Stati dell’Unione, più parti di altri due Stati. Con il Louisiana Purchase, e con la spedizione di Lewis e Clark, Jefferson risultò il  secondo fondatore degli USA.

 

Prima ancora di questo formidabile acquisto Jeffereson aveva ordinato la famosa esplorazione fino al Pacifico di Meriwether Lewis e William Clark. Partirono con una trentina di uomini nella primavera 1804 risalendo il Missouri su tre battelli. Nell’estate dell’anno successivo gli esploratori attraversarono le Rocky Mountains e il 9 novembre arrivarono in vista dell’Oceano. Tornarono alla base lungo vari fiumi tra cui lo Yellowstone e il Missouri, e raggiunsero St.Louis il 23 settembre. Si erano scontrati una sola volta con gli Indiani Grosventres. Nell’esplorazione di andata si erano avvalsi d’avere con loro una giovane indiana Sacajawea, della ‘nazione’ Shoshone, moglie dell’interprete Dorion.

                     

Nel suo primo discorso inaugurale Jefferson espresse una fede totale negli Americani in quanto farmer. Erano il segmento sociale più vasto e, per lui, il più sano e vigoroso. La terra d’America avrebbe nutrito il popolo “per cento, mille generazioni”. La visione jeffersoniana era una nazione di agricoltori. La proprietà dei campi garantiva la libertà individuale quale nessun’altra condizione avrebbe potuto. In effetti egli non credette abbastanza nel suffragio universale, allora solo maschile. Una nazione di coltivatori coscienziosi ed evoluti avrebbe superato ogni conseguimento in altri campi, anche se i progressi commerciali, industriali e di urbanizzazione accelerata stavano già contrassegnando la giovane nazione. La democrazia jeffersoniana era intrinsecamente agricola.

Quando alla fase jeffersoniana seguì quella ‘federalista’ guidata da Alexander Hamilton, da John Adams e dai politici loro seguaci, la priorità nazionale andò allo sviluppo commerciale e manifatturiero, cioè al capitalismo moderno che Jefferson non amava.  La linea economica di Jefferson avversò la saldatura tra governo e capitalismo industriale: anche se il terzo presidente non era né un radicale né un socialista. Era piuttosto  un liberale moderato e poco dottrinario. Col tempo il  laissez-faire jeffersoniano fu forzato a collimare col conservatorismo. Però il terzo  presidente non era un conservatore ideologico;  all’opposto, condivideva una fede nelle virtù del congegno capitalistico che sarà di tutte le generazioni americane fino ai nostri giorni.

                

Inoltre Jefferson non rimase totalmente legato alla visione di una democrazia agraria. Finì col convertirsi, ma con prudenza, allo sviluppo manufatturiero. Ragionò: “dobbiamo cercare di mettere  l’industriale a fianco dell’agricoltore”. Le ripercussioni in America delle guerre napoleoniche non favorirono il sogno della democrazia coltivatrice: nacquero le tariffe doganali a favore delle manifatture nazionali. E lo sfavore del presidente nei confronti degli interessi bancari non fermò il galoppo della finanza. Presto anche il partito di Jefferson, ora capeggiato da James Madison, favorì lo sviluppo industriale e bancario, nonché il rafforzamento militare. L’originario pensiero  jeffersoniano si trovò ad essere marginale, superato dalla logica dello sviluppo e dalle ragioni dell’arricchimento e della plutocrazia.

 

In linea teorica i valori di Jefferson non furono interamente rinnegati. Jefferson aveva combattuto tenacemente l’acre liberismo destrista di Alexander  Hamilton, il quale arrivava a difendere il lavoro minorile nel nome degli interessi capitalistici; i seguaci di Madison si impegnarono a ostacolare le forzature ultraliberiste. La società americana restò a lungo amica dell’uguaglianza delle origini. In vecchiaia Jefferson non si sentì un rinnegato. Scrisse Henry Adams (“The United States in 1800”): “Radicali estremi come Jefferson e Albert Gallatin  proclamarono che il senso dell’esperienza americana era di mutuare le forme della società repubblicana d’Europa senza i suoi difetti; i loro avversari li accusavano d’essere visionari. Sino a quel momento gli Stati Uniti avevano compiuto un solo passo avanti rispetto al Vecchio Mondo: tentavano di unificare mezzo continente entro il sistema repubblicano. Ma avevano  poca fiducia nel loro esperimento. Jefferson stesso lo considerò poco vitale. “Non ritengo molto importante, scrisse nel 1804, per la felicità dell’una e dell’altra  parte, che noi si rimanga  una sola federazione, oppure che si formino una confederazione Atlantica e una del Mississippi”.

Jefferson era un patriota razionale.             

 

   

 

Calhoun ideologo dello schiavismo

Il presidente Monroe ebbe in John C.Calhoun un Segretario alla Guerra che lo storico Richard Hofstadter definì “il Marx della classe padronale” e “l’ultimo statista americano capace di formulare un sistema politico originale”. Elaborò idee ‘scientifiche’  e le inserì in uno schema di valori etici rovesciati, in difesa della reazione. Una specie di Messa nera intellettuale. In effetti Calhoun apportò nuovi, se pur discussi, contributi al pensiero politico americano.Fu uno dei veramente pochi che nel loro tempo ebbero chiaro e acuto il ruolo delle strutture sociali e delle classi.

Calhoun fu anche Segretario di Stato e due volte vice-presidente degli Stati Uniti, sotto John Quincy Adams. Con Henry Clay e Daniel Webster fu il ‘grande triumviro’ di metà Ottocento. Tentò di tutto perché il Sud schiavista non si staccasse dall’Unione, ma fosse riconosciuto pari al Nord industriale, che era più grande e più popoloso.

Nato nel South Carolina in una famiglia scoto-irlandese, ebbe una nonna uccisa dagli indiani e uno zio assassinato dai Tories (legittimisti filobritannici) durante la Rivoluzione. Suo padre era un medio piantatore di cotone (30 schiavi; sappiamo che Jefferson ne ereditò il triplo). Una delle idee-madri di Calhoun fu che, federandosi nell’Unione, le colonie divenute Stati non avevano perso la sovranità: avevano solo delegato alla Confederazione una parte dei loro poteri. Solo i singoli Stati potevano decidere se un provvedimento federale violava i loro diritti, sanciti dalla Costituzione. Pertanto l’assemblea legislativa di ciascuno stato poteva dichiarare nulla nel proprio territorio una legge federale. Naturalmente il concetto della ‘nullification’ fu alla base della secessione del Sud.

Ma Calhoun fece più che teorizzare la legittimità dell’opposizione sudista al predominio del Nord e del governo centrale. Enunciò il principio “la schiavitù non è un male, ma un autentico bene”: questo proclamò in Senato nel 1837.  ‘La schiavitù, argomentò,  è il miglior tipo di rapporto tra bianchi e neri. Ha fatto molto per questi ultimi. In pochi paesi si lascia altrettanto al lavoratore, e così poco si esige da lui. Lo si mantiene nella vecchiaia e nella malattia. La condizione dello schiavo è di gran lunga superiore a quella di quanti finiscono negli ospizi dei paesi più civili d’Europa”. Altro pregio:’le relazioni tra le due razze nel Sud producono una forte stabilità politica’.

Calhoun si diceva certo che non fosse mai esistita una società avanzata in cui una parte dei suoi membri non vivesse sul lavoro degli altri. ‘Se invece un giorno i piantatori non potranno più avvalersi del lavoro servile, la lotta continuerà tra i capitalisti industriali e la classe operaia”.

Qui, secondo Hofstadter, sono le ragioni per accostare Calhoun a Karl Marx. Entrambi elaborarono i concetti dello sfruttamento, della lotta di classe, del peggioramento della condizione operaia nella società industriale, della progressiva rivolta della classe lavoratrice. Calhoun respingeva dunque il tradizionale interclassismo del contesto statunitense.

 

Per scongiurare la sollevazione delle classi subalterne, quindi anche degli schiavi, Calhoun predicava la necessità dell’alleanza tra i piantatori del Sud e i capitalisti del Nord. Questi ultimi dovevano smettere di fomentare l’abolizione della schiavitù, come facevano da tempo. “Gli interessi dei padroni, nel Nord come nel Sud, sono uguali”. E inoltre: “Sappiano i conservatori del Nord che nel momento che combattono noi, combattono se stessi”. Poiché la vera intelligenza reazionaria non può che essere pessimista, Calhoun sapeva che la classe dirigente del Nord, industriale e sempre più ricco, non sarebbe stata mai conquistata dalle sue teorie sui benefici della schiavitù. Si concentrò dunque sul sostenere che la nazione poteva avere salvezza solo se il Sud fosse riuscito a impedire la moltiplicazione nel West di nuovi Stati abolizionisti: perché a tanto si arrivasse occorreva che prevalesse il concetto che chiamava ‘della maggioranza concorrente’.

Per ben governare non serviva la maggioranza numerica dei cittadini, bensì la rappresentanza  dei grandi interessi economici e delle unità geografico-funzionali.  Due poteri esecutivi invece che uno avrebbero realizzato la svolta verso la ‘maggioranza concorrente”: due presidenti, entrambi con potere di veto nei confronti degli atti del Congresso. Non erano due i consoli della gloriosa  Repubblica romana?

Ancora Hofstadter, autore del saggio “The American Political Tradition” : “L’analisi di Calhoun costituisce una delle produzioni intellettuali più interessanti dei grandi politici   americani. Egli teorizzò l’alleanza dei conservatori del Nord e dei reazionari del Sud. Col suo sistema castale il Sud dimostrò per un intero secolo di sapere resistere ai mutamenti meglio del Nord; pertanto il Sud fu uno dei bastioni del capitalismo americano. Ma -continua Hofstadter- Marx col suo ottimismo e Calhoun col suo pessimismo sopravvalutarono le capacità insurrezionali della classe lavoratrice. Conciliare col capitalismo le masse operaie del Nord risultò molto più facile del previsto.

In effetti l’analisi sociale di Calhoun non fu abbastanza realista. Il capitalismo offriva grandi progressi ai lavoratori; non così il Sud schiavista. In più, Calhoun non convinse abbastanza capitalisti del Nord. Anzi, nota Hofstadter, “le forze di lavoro del Nord furono a lungo ideologicamente più vicine ai piantatori  che  agli stessi capitalisti industriali. Gli operai  erano indifferenti alle istanze dell’abolizionismo, e invece mostravano interesse quando i politici del Sud si scagliavano contro un’altra forma di schiavitù, lo sfruttamento salariale praticato dal capitalismo industriale del Nord”.

“La dialettica dei reazionari si fece così estrema da autodistruggersi. Si arrivò a sostenere che tutti i lavoratori, neri o bianchi, dovevano essere schiavi. A questo Calhoun non volle arrivare, sapendo che se lo avesse fatto avrebbe rafforzato il movimento abolizionista. Però la minoranza che Calhoun voleva altrettanto forte quanto la maggioranza della nazione americana, era formata solo di proprietari ricchi. Se seppe penetrare i possibili sviluppi futuri del rapporto tra le classi, il Nostro non seppe considerare le realtà presenti, tutte contrarie alle sue intuizioni. La sua intelligenza fu brillante ma distaccata dalle realtà. Proponeva principi condivisi solo da pochissimi. La sua mente fu forte, però completamente avulsa dal presente. Ipotizzò che nel Sud la schiavitù avesse generato concetti superiori a quelli comunemente condivisi. Però non seppe individuarli”.

 

 

 

Andrew Jackson un mattatore alla Casa Bianca

Quando il popolo, distinto dagli ottimati, cominciò verso il 1828 a partecipare alla lotta politica, si erse un nuovo tipo di protagonista, il dominatore del consenso. Quegli anni furono segnati soprattutto dalla figura di Andrew Jackson, ‘Old Hickory’.  Di lui si usa dire che portò la voce del popolo alla Casa Bianca; vedremo che era un modo di dire, peraltro  abbastanza giustificato dai fatti.

Il futuro generale, imprenditore e presidente trascorse la giovinezza nel North Carolina, roccaforte jeffersoniana, dunque dominata dagli interessi agrari diffusi, ostili alle banche dell’Est. Se Old Hickory entrò nella storia come uno dei presidenti più popolari e incisivi, e se il suo volto fu scolpito sulla sommità del monte Rushmore assieme a quelli di G. Washington, Jefferson e Th.Roosevelt, non fu solo per le prodezze compiute dal rivoluzionario ancora adolescente contro l’oppressore britannico, poi per l’invasione della Florida alla testa dell’esercito che comandava, per i suoi innumerevoli duelli e per altri vividi tratti del temperamento. Gli furono anche attribuiti  meriti di statista.

 

Era nato nel 1767, figlio di un immigrato irlandese, in una farm della Carolina. A 13 anni si arruolò o fu arruolato nella milizia del Tennessee e si segnalò al punto di diventarne un generale (poi venne confermato generale dell’esercito regolare). Entrato nella politica del Tennessee, raggiuse rapidamente il vertice quale campione della Frontiera e della gente comune. Nella campagna del 1824 per la Casa Bianca ottenne più voti popolari che gli altri candidati -John Quincy Adams, Henry  Clay e William Crawford- ma gli mancò la maggioranza dell’Electoral College. La scelta del vincitore passò dunque alla Camera dei Rappresentanti, che elesse J.Q. Adams. Quattro anni dopo, 1828, Jackson vinse e si disse che avevano trionfato l’Ovest e la Frontiera.

In realtà non ci fu una vera svolta. Cambiarono gli uomini più che i programmi.  L’esultanza dei seguaci il giorno dell’insediamento di Old Hickory entrò nei libri di storia per la plebea sregolatezza di molti invitati. I popolani euforici sporcarono i tappeti e trattarono grossolanamente mobili e suppellettili; se a un certo punto smisero di fare danni fu perché attirati all’aperto dai tavoli dei rifreschi. Qualcuno commentò ‘una specie di presa della Bastiglia’. Qualche altro parlò di arrivo dei barbari nella Roma imperiale. E’ vero comunque che il neo-eletto sentì di dover assolvere  a un obbligo di maggiore vicinanza alla gente comune.

Oggi c’è, specialmente tra gli ammiratori di Franklin Delano Roosevelt, chi considera la democrazia jacksoniana una prima versione del New Deal: l’affermazione degli strati sociali più vasti contro i  circoli dei capitalisti e degli affaristi. In realtà il New Deal sarà generato dalla Depressione del 1929, mentre il movimento di Jackson coincise, oltre che con la marcia verso Ovest, con una fase di viva accelerazione dello sviluppo economico, gestito dal capitalismo. Jackson, che era uomo d’affari oltre che ex generale, cavalcò il risentimento dei piccoli imprenditori contro i grandi gruppi di potere, in particolare contro il maggiore istituto bancario, la privata ‘Banca degli Stati Uniti’, alleata dei monopoli. Anche richiamandosi a Jefferson, il Jackson della conquista della Florida e del 1828 si scagliò contro il sistema finanziario dell’Est (e contro la burocrazia federale).

La lotta contro le concentrazioni monopolistiche fu il vanto degli otto anni di questo presidente. In lui si riconobbero gli uomini dell’Ovest e le piccole iniziative imprenditoriali. I suoi seguaci esultarono quando a succedergli fu eletto (1836) il suo vice-presidente e seguace Martin Van Buren. La popolarità di Jackson crebbe costantemente; apparve persino favorita dalla sua prassi di collocare propri uomini negli uffici pubblici. Al Nostro risale, secondo alcuni, il cosiddetto ‘spoils system’. Si fidò dei consiglieri intimi -componevano il ‘Kitchen Cabinet’ della Casa Bianca, così criticato dalle opposizioni- più che dei titolari delle posizioni ufficiali. In realtà nei primi dodici mesi di carica non depose più del 9% dei funzionari federali per far posto ai suoi. Però fece siluramenti e promozioni di vero gusto, senza complessi.

 

Da imprenditore obbedì alla logica degli affari: nella crisi economica del 1819 portò in giudizio 129 propri debitori. In varie occasioni appoggiò posizioni conservatrici. Tuttavia alcuni politici diciamo così di sinistra, che Jackson aveva efficacemente avversato nel Tennessee e ad altri livelli, finirono per condividere i contenuti solidaristici di quella che gli storici chiamarono la ‘democrazia jacksoniana’. Anzi non pochi parlarono di ‘rivoluzione del 1828’, l’anno della sua vittoria su J.Q.Adams. Se le sue riserve su certe iniziative a favore dei meno abbienti lo avessero veramente segnato in senso conservatore, Old Hickory non sarebbe arrivato alla Casa Bianca. Gli giovò l’estraneità alla macchina dei partiti e ai giochi parlamentari. Così come gli giovò  la semplicità del temperamento, istintivo e passionale. Sappiamo dei suoi tanti duelli, quelli che potevano uccidere. Il grande Hamilton fu ammazzato in duello da Aaron Burr, un politico importante. I duelli di Jackson finirono bene per lui, asso delle armi.

 

Le costanti pressioni dalla Casa Bianca forzarono i politici degli Stati della Confederazione, pur così gelosi dei loro diritti, a modificare le leggi a favore della concorrenza, cioè delle iniziative individuali e delle imprese giovani. Specialmente con Jackson si affermò il ‘capitalismo  antiplutocratico’ o se si vuole ‘democratico’. Il caso simbolo del nuovo corso fu il nuovo ponte sul fiume Charles, sulle cui rive sorge l’università di Harvard. Quando nel 1828 si decise che il ponte esistente, costruito nel 1780, era  insufficiente ai bisogni di una popolazione e di un’economia che si ingrossavano, gli azionisti privati del ponte vecchio ingaggiarono quattro grandi avvocati del Massachusetts per sostenere che il ponte moderno avrebbe depresso il valore della loro proprietà.

Nove anni dopo la causa pendeva ancora davanti alla Corte Suprema: i diritti acquisiti degli azionisti sembravano destinati a prevalere sull’interesse pubblico. Ma Jackson aveva messo a capo della Corte Suprema il giudice Taney, suo seguace. Taney convinse subito la Corte a sentenziare contro i proprietari del ponte vecchio: “Scopo di ogni governo è perseguire la felicità e prosperità del popolo. Anche la comunità ha i suoi diritti”. Ai giornali dei Whigs (conservatori americani) e ai giuristi di destra la sentenza di Taney apparve ‘un manifesto anarchico’, altrettanto iniquo e illegale quanto la distruzione, voluta da Jackson, della Bank of the United States. Il nuovo ponte sul Charles incoraggiò tutte le iniziative e gli investimenti che i monopolisti avevano contrastato. Fu un’altra delle affermazioni progressiste dovute al presidente degli Stati Uniti. Il cui soprannome Old Hickory, dall’albero virginiano simbolo di forza giovane e produttivo delle squisite noci ‘pecan’, diceva molto della capacità di questo leader di collimare coi sentimenti della gente.

 

 

 

Lincoln voleva il ritorno in Africa degli  schiavi

“Il fatto che abito temporaneamente qui, alla Casa Bianca, attesta con forza che ciascuno dei vostri figli può aspirare a venirci, come ha fatto il figlio di mio padre”. Questo disse o scrisse Abramo Lincoln al 106° reggimento dell’Ohio, probabilmente durante la Guerra Civile. Assomiglia molto a una perorazione da campagna elettorale (Lincoln fu un animale politico come pochi). Però si confà all’immagine nobile che venne all’Uomo dopo l’assassinio per mano di John Wilkes Booth.

Lincoln credette fino in fondo alla causa dell’Unione. Fu certamente un idealista, non però un fanatico dell’antischiavismo.  John Hay, segretario di Stato sotto i presidenti McKinley e Th.Roosevelt, lo definì “il personaggio più eccelso dopo Cristo”. Difficilmente avrebbe rivolto questa esaltazione ad alcun altro politico. Lincoln coltivò assiduamente la sua immagine. “Di umili origini -affermò nel suo primo impegnativo discorso elettorale- mi sono sempre attenuto allo stile di vita più umile”.  Fu profondamente religioso, e non mancò mai di farlo sapere a elettori ed estimatori.

Il grande riferimento dell’opera politica di Lincoln fu indubbiamente Thomas Jefferson, che egli definiva il più importante politico della storia americana: “I suoi principii sono assiomi per tutte le società libere”. E’ un giudizio che qualifica il Lincoln politico. Però il Lincoln che aveva condiviso il concetto jeffersoniano che “i popoli hanno  diritto a ribellarsi e a fare proprio il territorio che abitano” represse fino in fondo la secessione del Sud, cioè negò agli Stati schiavisti il diritto che aveva predicato. Naturalmente un ‘diritto’ ingiusto, perchè veniva dalla sopraffazione sugli schiavi.

La leggenda narra che Lincoln ventenne fu trafitto al cuore quando in un mercato di schiavi a New Orleans vide una bella mulatta che aspettava d’essere comprata. Però c’è anche chi sottolinea che nei vent’anni successivi a questo episodio il grande avversario dello schiavismo non fece quasi nulla a favore dei neri d’America (e d’Africa).

Abramo Lincoln era nato nel Kentucky da genitori oriundi della Virginia che in precedenza avevano vissuto nell’Indiana e nell’Illinois. Del giovane Abraham possiamo dire che se compassionava la sorte degli schiavi, per vari anni non si fece coinvolgere dai già numerosi movimenti per la loro liberazione. Piuttosto si impegnò a fondo perché la capitale dell’Illinois fosse trasferita da Vandalia a Springfield. Ebbe anche a presentare al parlamento dell’Illinois una mozione che dichiarava ingiusto l’istituto della schiavitù, ma condannava il proliferare delle iniziative abolizioniste: quanto meno nel senso che esse rendevano peggiore la condizione degli schiavi. Meglio lasciare che la schiavitù si esaurisse spontaneamente, magari sopravvivendo in luoghi diversi da quelli storici.

Insomma il Nostro fu a lungo un oppositore molto moderato dello schiavismo. Eletto alla Camera dei Rappresentanti a Washington, nel 1849 presentò una proposta di legge che obbligava l’amministrazione locale del District of Columbia (il territorio attorno a Washington) ad arrestare e restituire ai padroni gli schiavi fuggitivi. L’impegno di Lincoln sulla questione della schiavitù si acuì sensibilmente verso il 1854, quando le circostanze lo portarono a qualificarsi come oppositore dell’estendersi del possesso di schiavi. “Il mio primo impulso -prese ad affermare- sarebbe di liberare tutti gli schiavi e poi di mandarli in Liberia o alle loro terre natie.  Trasformarli subito in coltivatori appare impossibile. Gli schiavi liberati e tenuti negli Stati Uniti sarebbero considerati degli esseri inferiori. Sarebbe veramente migliore la loro sorte?”

 

Il Lincoln del 1854  anticipa nitidamente il suo giudizio sulla santa ingenuità della promozione immediata degli schiavi fatti liberi dall’Emancipation Act  (gennaio 1865) a ‘cives americani’. Un secolo e mezzo dopo i neri hanno uno di loro alla Casa Bianca, e questo è il più grande dei loro conseguimenti. Tuttavia l’integrazione vera è fallita. Una cosa sono gli americani, un’altra sono i neri. L’assimilazione culturale e umana è avvenuta, parzialmente, solo ai livelli inferiori. Oggi è più razionale che mai sostenere, come Abramo Lincoln nel 1854, che il ritorno adeguatamente indennizzato in Africa sarebbe stato giusto e vantaggioso per le vittime dello schiavismo. Chi si sente di sostenere che l’emigrazione assistita verso il continente africano di neri americani -oggettivamente più educati e più prosperi della media dei proletari d’Africa- non gioverebbe su vari piani sia ai discendenti degli schiavi, sia al progresso del Continente nel suo assieme?

Si consideri che all’inizio del Terzo Millennio vari indici attestano non esigue prospettive di sviluppo per l’Africa. Gli eredi dei rimpatriati dal Nuovo Continente, quali più quali meno, sarebbero oggi il segmento sociale meglio predisposto a giovarsi di tali nuove prospettive, al tempo stesso aiutando le popolazioni che soffrirono le razzie e la tratta degli schiavi.

Il Lincoln del 1854 valutò il problema della schiavitù in termini pragmatici, non in spirito di crociata. “La maggior parte dell’umanità considera la schiavitù un male morale enorme. Nessun uomo politico può prescindere da questa convinzione”. Tale pensiero di Lincoln -osserva Richard Hofstadter, storico della politica americana- è la chiave per comprendere il crescere nel Nostro dell’impegno abolizionista: come uomo politico spiccatamente ambizioso, egli non poteva prescindere dai sentimenti della gente, cioè degli elettori: gli schiavi andavano liberati, ma non subito parificati ai cittadini. Di fatto la maggior parte dei bianchi dei territori di conquista ad Ovest era negrofoba. E il partito di Lincoln, quello da poco chiamato ‘repubblicano’, si era configurato come ‘partito dei bianchi’.

In un discorso a Charleston, South Carolina, il 18 ottobre 1858, Lincoln precisò: “Non sono, e non sono mai stato, favorevole alla piena uguaglianza tra bianchi e neri. Sono contrario a fare dei neri degli elettori o dei giurati. Non sono favorevole acché i neri vengano istruiti per accedere a cariche. Non sono favorevole ai matrimoni misti”.

Quando Lincoln entrò nella Casa Bianca l’antinomia schiavisti-abolizionisti era in parte già obsoleta. Sette Stati dell’estremo Sud erano già usciti dall’Unione. E Lincoln si accingeva a muovere guerra per difendere l’Unione, non i neri. Il 12 aprile 1861 l’artiglieria confederata aprì il fuoco contro il forte Sumter, dell’Unione. Lincoln fu molto sollevato: erano stati i sudisti ad attaccare e a prendere il forte. Egli non aveva più l’obbligo di continuare i tentativi di scongiurare la guerra. Ora aveva l’obbligo di difendere l’unità del paese, unità che per lui era patriottica, non abolizionista. Il bene supremo era la nazione. Il presidente affrontò una guerra feroce  (618 mila caduti) per negare ai bianchi del Sud il diritto di secedere nel nome dell’autodeterminazione.

Quando nell’agosto 1861 il generale nordista Fremont proclamò la legge marziale nel Missouri in cui operava, allo stesso tempo dichiarando liberi gli schiavi dei piantatori ostili agli Stati Uniti; e quando lo stesso fece il generale David Hunter (liberò gli schiavi di Georgia, Florida e South Carolina), Lincoln annullò le iniziative dei due generali. Il presidente era deciso a mantenere nell’Unione i quattro Stati periferici -Maryland, Kentucky, Missouri e Delaware- che riluttavano a partecipare a una grande crociata antischiavista. Anche in questo caso il movente della decisione di Lincoln era difendere l’Unione, non affrancare gli  schiavi.

 

Nell’estate 1862 il presidente tentò senza successo di convincere alcuni leader  neri a fondare una colonia nel Centro America: “Se trovassi venticinque uomini sani e forti potrei avviare la cosa”, ribadì.  Aveva garantito ai bianchi poveri che l’Emancipazione non avrebbe abbassato i loro salari, e che gli schiavi affrancati non sarebbero stati insediati altrove nel paese. Sostenne che il Sud, non disponendo più del lavoro servile, avrebbe richiesto più manodopera bianca, i cui salari sarebbero cresciuti.

Sempre nell’estate 1862 il Congresso federale votò il Confiscation Act: liberava per sempre gli schiavi appartenenti ai piantatori che avevano aderito alla secessione. Lincoln promulgò la legge -controvoglia- in quanto ne erano state cassate le clausole abolizionistiche più radicali, proposte da quanti tentavano di cancellare le tenute dell’aristocrazia terriera. In più si sancì che la legge non poteva entrare in vigore prima della fine della Guerra civile. Da quel momento l’uomo della Casa Bianca andò accentuando il proprio abolizionismo, in precedenza più prudente. Peraltro ebbe a dichiarare: “Se fosse possibile, salverei l’Unione senza liberare gli schiavi”. Poi si risolse a liberare: venne il Proclama di Emancipazione.  Giustificava l’emancipazione come ‘una necessità militare’; in più esentava dal provvedimento una parte delle contee della Virginia e della Florida. Un giornale inglese (‘Spectator’) commentò con malevolenza che la legge confermava il diritto di possedere schiavi ai piantatori rimasti fedeli all’Unione.

La circospezione di Lincoln era fondata. Sapeva che un’emancipazione immediata non avrebbe cancellato nei fatti l’inferiorità dei neri. Comprese il problema della schiavitù ben meglio degli abolizionisti ideologici. L’arma dell’assassino gli impedì di portare avanti la sua soluzione, così logica: rimpatriare gli ex-schiavi come persone non solo libere, ma anche sussidiate e appoggiate.

Lincoln aveva visto profeticamente che per la massa dei neri non esisteva negli USA alcuna prospettiva di eguaglianza. Una minoranza infima di loro arriva al grande potere e alla grande ricchezza. Tutti gli altri fanno un proletariato inferiore.

 

 

L’America intellettuale nell’anno 1800 secondo H.Adams

Qui riassumiamo il libro di Henry Adams, il nipote di due presidenti degli USA, intitolato ‘The United States in 1800’ e tradotto nel 1960 da Giuseppe Vetrano per Il Mulino. Molte citazioni sono integrali.

“La nazione aveva già prodotto una letteratura abbastanza varia e abbondante da poter offrire un’idea delle sue possibilità future. L’Unione rivelava differenze molto marcate tra il New England, il New York, la Pennsylvania da una parte, il Sud dall’altra”. Il New England aveva due capitali intellettuali, Boston e New Haven. In particolare la società del Massachusetts era nettamente divisa sul piano politico. All’aprirsi dell’Ottocento metà della popolazione era repubblicana, l’altra metà annoverava i ceti professionali e mercantili, più ricchi e più colti; ma la sua forza poggiava sulle Chiese congregazionaliste e sulla saldatura tra clero, magistratura (giudici e avvocati) e la buona società. Era un sistema ottimamente adatto alle esigenze del XVIII secolo.

L’oligarchia del New England aveva radici profonde e il convinto appoggio delle masse popolari. Le scuole pubbliche, le accademie e le università non erano cambiate dall’epoca coloniale.Tra il 1790 e il 1800 a Harvard si ebbe una media annuale di 39 laureati. L’unica differenza era che tra il 1720 e il 1730 circa 140 laureati si dettero al ministero religioso; invece nell’ultimo decennio del Settecento lo fecero solo 80. Il metodo educativo, adatto a ragazzi di 14 anni, non era cambiato. In un ottantennio Harvard non aveva fatto i progressi che più tardi avrebbe compiuto in un ventennio.

Il potere della Chiesa congregazionalista continuò fino alla Rivoluzione, anche se nell’ultimo quarto di secolo fu il clero stesso a rinunciare agli aspetti più odiosi del suo controllo. In politica il conservatorismo era l’idolo di questa alleanza tra pulpito e tribunale. Per contro i politici democratici non ricevevano alcun rispetto.Erano ‘i giacobini’: dissoluti, intriganti, libertini, propalatori di notizie false, avanzi di galera, demagoghi, liberi pensatori senza timor di Dio, tutti seguaci di quel Jefferson. Il quale aveva affermato: “Forse esistono venti iddii, forse nessuno”.  Jefferson fu notoriamente un deista, cioè specie di castigo di Dio secondo i ministri del culto. Eppure essi non cessavano d’essere le guide spirituali degli americani di allora.

Quel po’ di attività letteraria che si faceva non era opera degli uomini di chiesa, bensì dei laici. Fisher Ames, il più brillante scrittore e conversatore tra quei laici, concentrava i suoi sforzi sul mantenimento delle condizioni politiche del Massachusetts. Odiava Jefferson e aveva orrore di quanto accadeva nella Francia della Rivoluzione. Sosteneva:”La democrazia non può durare: si trasformerà in dittatura militare”. E per George Cabot, i cui pensieri erano legge per le persone rispettabili, la democrazia era il governo dei peggiori, cioè della plebaglia. Il capo dei federalisti Alexander Hamilton, il quale dovette molto del suo grande prestigio al fatto di saper enunciare pregiudizi più lucidamente dei suoi seguaci, rispose una volta a un democratico: ‘Il vostro popolo, signore, è una bestia’.

L’antica ostinazione dei puritani aveva più peso della ragione. Le classi colte di Boston, il segmento più cosmopolita del New England, non inclinavano a nutrire pensieri genuinamente americani. Ogni città del New England aveva il suo circolo di federalisti. I democratici partecipavano di rado alle riunioni nelle case eleganti. Philadelphia era più cosmopolita, e Charleston non poté ignorare i democratici. Solo la società di Boston restò uguale fino agli inizi dell’Ottocento, quando le istituzioni conservatrici decaddero. Con la vittoria di Jefferson il vicino Connecticut si trovò quasi isolato, e la frattura tra il New England e altre aree degli USA si allargò.

Sempre secondo Henry Adams, il New England differiva dagli Stati Centrali come la Scozia dall’Inghilterra. Nel New York la saggezza e la virtù non godevano di molta stima. Peraltro quello Stato del centro del paese fu patria di numerosi personaggi entrati nella storia: il governatore John Hay, Philip Schuyler, Aaron Burr ed altri. Fossero vissuti nel New England non avrebbero avuto problemi. Nel New York vennero presto alla rottura: George Clinton fu il capo dei repubblicani del Nord fino a quando si riconobbero in Jefferson.

La letteratura non aveva ancora un’impronta originale. Washington Irving, Fenimore Cooper, William Cullen Bryant erano ancora ragazzi. Nel 1795 si provò a far sorgere un sistema di scuole pubbliche, ma nel 1800 il finanziamento finì e le 1300 scuole che erano state aperte deperirono.

Il New York, a differenza del Massachusetts o della Virginia, non si curava di polemiche metafisiche quali le dispute sulla natura umana o divina di Cristo, cominciate 14 secoli fa a Bisanzio. Il New York restò indifferente al problema se la struttura degli USA fosse unitaria o federale. Né si identificò con alcuna teoria politica: era naturalmente democratico.

 

Gli sviluppi dell’Unione furono  influenzati dalla voce, molto rispettata, della Pennsylvania. Questo Stato non aveva gli assetti gerarchici del New England, né le grandi famiglie del New York; non un’oligarchia come quella dei piantatori della Virginia o della South Carolina: la ricchezza era distribuita in modo più equilibrato. Un ampio coinvolgimento nelle cose dell’Unione  dette  alla Pennsylvania un ruolo eminente a livello nazionale. C’era un particolarismo locale: troppo democratico per temere la democrazia e troppo partecipe dello sviluppo della nazione per diffidare del sentimento unitario, la Pennsylvania fu l’ideale dello Stato americano tollerante e ottimista. Ammetteva venti confessioni, dunque la pratica religiosa non era settaria. La presenza di un forte elemento quacchero umanizzava le fedi. Se la nazione americana si unificò felicemente fu molto merito della Pennsylvania. E su queste basi poggiò la fama di Albert Gallatin: egli concepì e attuò una politica finanziaria che offrì alla democrazia la possibilità di svilupparsi senza interferenze, pur dando al governo i poteri di cui aveva bisogno.

Nel 1800 Philadelphia era ancora il centro intellettuale degli Stati Uniti. Era stata capitale per dieci anni e vantava una società aperta, elegante e colta. Era in gran parte tedesca e la componente tedesca aveva una propria importante cultura. Tuttavia quello Stato non recava tracce di influenze germaniche. Schiller era al tramonto e Goethe era nel pieno delle sue forze, ma nessuno in Pennsylvania li conosceva, finché vennero tradotti  ‘I Masnadieri’ e ‘I dolori del giovane Werther’. Kant aveva compiuto la sua opera, Hegel era agli inizi. L’Occidente intero non sapeva del pensiero tedesco più di quanto conoscesse i geroglifici egizi. Per di più in America non si era ancora arrivati a comprendere che la metafisica poteva esistere indipendentemente dalla teologia. Non esisteva un interesse per la metafisica che non si identificasse col calvinismo. Le fatiche letterarie degli americani seguivano vie più facili, limitate a un campo angusto. Entro questi limiti la Pennsylvania non mancò di esprimere valori.

A Philadelphia vi erano consuetudini e modi gentili, più consoni alla misura umana che altrove. Esistevano associazioni per alleviare le pene dei derelitti. Una di esse caldeggiava già l’abolizione della schiavitù. Non suscitava l’appassionato interesse della gente, benché nel vicino New York ci fossero oltre ventimila schiavi, nel New Jersey più di dodicimila. Era  nato un sodalizio a favore dei detenuti, che seguiva con attenzione gli esperimenti compiuti nell’unico carcere modello esistente in America. Altrove il trattamento dei violatori della legge restava uguale al passato. Nel Connecticut erano ancora rinchiusi nei pozzi di una miniera abbandonata.

Il Pennsylvania Hospital era considerato un modello perché aveva un reparto per pazzi, unico in America se si eccettua il Virginia Lunatic Asylum di Williamsburg. Anche lì il trattamento di questi infelici era duro. Dove mancavano questi speciali ospedali del New England la condizione dei malati di mente era di gran lunga peggiore. Rinchiusi in soffitte, in cantine, in gabbie poste all’esterno degli edifici, al freddo, senza luce e senza cure, quei malati vivevano nel sudiciume, nutriti come cani. Fu Philadelphia ad additare la strada anche se c’è il rischio di sopravvalutare ciò che essa fece di fatto. Non esistevano scuole pubbliche, mediocri erano le accademie e le università. Dopo avere visitato Princeton, il Weld, un acuto osservatore inglese, scrisse: ‘E’ una grande università, molto stimata negli Stati Uniti. Conta oltre settanta studenti. Tuttavia merita piuttosto il nome di scuola media che quello di college. La biblioteca è povera e disordinata. Due piccoli armadi contengono una coppia di alligatori  imbalsamati e alcuni strani pesci’.

 

Gli Stati del Sud

Né montagne né deserti separano Pennsylvania e Virginia, eppure le differenze spirituali erano più grandi che quelle tra il New England e gli Stati Centrali. La vecchia società virginiana aveva l’orgoglio di assomigliare ai ceti alti inglesi. La caratteristica più spiccata della Virginia era la mancanza di una vita cittadina. Il gentiluomo virginiano faceva il nobile di campagna e i suoi ospiti non resistevano a una gentilezza che addolciva l’orgoglio dei virginiani. Si amava il denaro ben meno che nel New England.

Peraltro le buone maniere non erano il solo fascino dei virginiani di livello: alla fine del 1700 un virginiano non era secondo a nessun americano per grado d’educazione. Quale prodotto di una penna americana raggiunse la fama della Dichiarazione d’Indipendenza, stesa da Thomas Jefferson? Il duca di Liancourt dà testimonianza: ‘I virginiani amano troppo il lusso, anzi la prodigalità, ma nelle classi superiori il piacere della lettura è il più diffuso d’America. Per contro i plebei sono più ignoranti che altrove’. Le classi alte -ora parla Adams- brillavano per educazione e non erano chiuse alle persone intellettualmente dotate. I virginiani eccellevano nel diritto  e nella politica.

L’inglese Weld che nel 1797 visitò il William and Mary College a Williamsburg, la non allegra capitale della vecchia colonia, descrive così l’istituto: “Il vescovo è il rettore del college. Sei o sette alunni, il maggiore sui dodici anni, pranzano alla sua tavola, alcuni senza scarpe o senza calze; durante il pranzo si alzano per servirsi da soli alla credenza”.

Tutto questo, pur molto suggestivo, faceva pensare che al prossimo urto sarebbe andato in frantumi. Jefferson e Madison lo colpirono ripetutamente coll’impeto della rivoluzione; poi dovettero  desistere e rivolgere  meritatamente le loro ascie contro la Chiesa del New England. In Virginia le differenze di classe erano enormi, anche tra popolani e schiavi. Le riforme di Jefferson impoverirono la nobiltà ma avvantaggiarono poco il popolo e per niente gli schiavi.

 

Le classi medie e inferiori della Virginia erano il miglior materiale umano d’America. Non avevano uguali come esploratori, pionieri, avventurieri o soldati, ovunque si richiedesse coraggio ed energia. Rozzi e incolti, i virginiani furono sempre insofferenti alla disciplina. Lo stesso Jefferson, con tutta la sua larghezza di idee, era troppo virginiano per non scoraggiare le industrie e l’urbanesimo, senza le quali cose le forme del vivere non progredivano. La Virginia era un’Arcadia americana e basta. L’ambizione più alta era marchiare la Nazione del loro idillico conservatorismo. I virginiani potevano volgere le loro energie solo all’agricoltura e alla politica. Eppure senza di essi la storia  americana perderebbe non poco del suo interesse.

 

Quando si fece manifesta la necessità di realizzare un’unione più completa tra gli Stati non ci fu unanimità. Massachusetts e New York accettarono, non senza difficoltà, la Costituzione, e lo fecero per la pressione delle città e delle classi mercantili. Pur non avendo né città né mercanti, la Virginia pure accettò, ma solo per patriottismo. Infatti nel 1798 la Virginia e il Kentucky, per opera di Jefferson futuro presidente degli USA, e di Madison suo segretario di Stato, anch’egli destinato alla Casa Bianca, furono sul punto di ritirarsi dall’Unione.

Jefferson era un grand’uomo, ma i suoi gusti erano troppo raffinati per quei tempi. Somigliò a un gentiluomo liberale europeo e si costruì a Monticello un’aristocratica residenza di campagna, lontano dalla gente. Il vero diletto lo trovava nelle attività intellettuali: leggere, scrivere, meditare, nutrirsi di Omero e di Orazio. Strano che un uomo simile -non era nemmeno un oratore- si fosse messo in politica. Era un deista, dunque credeva che la salvezza non dipendesse dalla Chiesa di Stato. Era versatile, ma tutta la vita apparve a suo agio solo nell’atmosfera della liberale Parigi dei letterati e degli scienziati.

L’idea che gli Stati Uniti facessero grandi conquiste non fu mai nel suo pensiero, incardinato solo sul principio del non intervento. L’esercito e la marina avevano solo compiti di polizia. Pochi uomini politici hanno osato dare leggi al proprio paese come se fosse vicina la pace eterna: eppure a questo aspirò Jefferson. Per lui la guerra era un errore grossolano. Se aggrediti, gli Stati Uniti avrebbero dovuto difendersi e basta. Non concepiva che l’Unione  si sviluppasse in funzione di un esercito e di una marina potenti, per perpetuare i crimini e le follie dell’Europa. Inoltre secondo lui le città, le industrie, le miniere, le navi mercantili e l’accumulazione capitalistica portavano a corruzione e a tirannia. Nella sola opera portata a termine, “Notes on Virginia”, scrisse che la classe dei farmer era la parte sana di ogni paese, il popolo eletto.

 Un tale pensiero politico non aveva molte prospettive. Né Madison né John Taylor della Carolina, l’unico autentico jeffersoniano, si impegnarono perché quel pensiero avesse un futuro.  E se i virginiani apparvero soddisfatti delle loro concezioni e abitudini, non ci si poteva attendere molto di più, sul piano intellettuale, dagli altri tre Stati meridionali. Il North Carolina non era certo all’avanguardia: modesto nelle ambizioni, non dominato dai patrizi come la Virginia e la Carolina del Sud; né irrequieto come la Georgia. Gli interessi schiavistici imperversavano meno che nel resto del Sud.

A Charleston la ristretta società dei piantatori di cotone e di riso aveva gusti raffinati, amava ospitare, forse era la città più accogliente d’America. D’inverno Charleston aveva una stagione di pranzi, balli e corse di cavalli. Reggeva bene il confronto con Philadelphia e con Boston. Aveva una biblioteca di tre-quattromila volumi scelti. Nel South Carolina gli stili di  vita dei ricchi proprietari della costa contrastavano con quelli dei piccoli proprietari dell’altopiano: che peraltro erano conservatori come il ceto dei grossi patrimoni. Nel complesso la società del Sud Carolina era la più ricca di contraddizioni dell’Unione. Fu essa ad esprimere John Caldwell Calhoun, uno dei politici più singolari d’America, il vero erede del patrimonio intellettuale di Jefferson.

 

Considerazioni finali di Adams

Nel 1800 la società americana era sana e forte sotto ogni riguardo e l’americano si rivelava al mondo come un nuovo tipo d’uomo. La compagine che dal Maine alla Florida si presentava largamente con gli stessi caratteri, seppe più di ogni altra usare rettamente il suo vigoroso potenziale umano. L’impulso nuovo e stimolante che animava l’America si faceva soprattutto energico quando coinvolgeva e promuoveva i ceti inferiori. In particolare gli immigrati venuti senza un soldo dalla Scozia e dall’Irlanda vivevano intensamente la passione di costruire, migliorare, realizzare progressi. Presto gli americani si convinsero che la guerra e i preparativi bellici erano i peggiori tra gli errori: ogni dollaro investito in attività produttive di pace era mille volte più efficace di quello speso per allestire navi militari  o eserciti.

Da queste forme primitive del pensiero americano si manifestarono incongr

uenze e valutazioni molto diverse sui caratteri dell’America. La voglia di far soldi appariva il tratto più spiccato dell’indole americana. 

 

 

 

La breve età di Teddy Roosevelt

Si cercherà di mostrare come l’uscita di scena di Theodore Roosevelt, nel 1912, significò il vittorioso contrattacco della plutocrazia radical-chic affiliata a Woodrow Wilson. Più ancora, significò il definitivo ripudio dell’eredità di George Washington e di Thomas Jefferson: era la consegna di tener fuori l’America dalle guerre  e dalle malefatte diplomatiche dell’Europa.

Coll’avvento di Wilson finì la giovinezza dell’America, e dunque tramontò la Via Americana, uno dei massimi miti della civiltà occidentale. Non per niente il volto di Theodore figura tra quelli dei Quattro Presidenti che giganteggiano, scolpiti sulla cima di monte Rushmore nel South Dakota: G.Washington, Jefferson, Lincoln e, appunto, lui Theodore Roosevelt.

Nel giudizio di quanti decisero di fare della cima Rushmore il più impressionante dei monumenti di gloria, Theodore -cugino (di una generazione più anziana) di Franklin Delano Roosevelt, quest’ultimo l’ inventore del New Deal e il massimo guerrafondaio della storia nazionale- fu pari ai due Padri della patria (Washington e Jefferson) e all’abolitore della schiavitù (Lincoln).

Molti storici attribuiscono al Roosevelt di Mount Rushmore un genio di cui il più noto cugino Franklin Delano fu privo, benché eletto quattro volte alla Casa Bianca.

Theodore incarnò l’autentico meglio e, forse, il contraddittorio peggio dell’America, laddove il cugino impersonò solo un ingannevole empito progressista, a copertura della vocazione bellicista e di egemonia planetaria della demoplutocrazia anglosassone.

 

Il primo Roosevelt arrivò alla Casa Bianca quando il presidente McKinley fu assassinato (settembre 1901) dall’anarchico  Leon Czolgosz. Il Nostro era il vicepresidente di McKinley, e   fu proclamato successore. Era  pervenuto al vertice dopo essersi rivelato energico bonificatore della polizia newyorkese, poi governatore repubblicano-riformista dello Stato del New York. Molto assertivo nell’azione come nel pensiero -era anche un intellettuale-, la prima azione da presidente fu di attaccare frontalmente nei tribunali la holding Northern Securities Company  dei due titani della finanza, E.H.Harriman e J.P.Morgan, che gestiva monopolisticamente la rete ferroviaria del Nord-Est. Th. Roosevelt riuscì a sconfiggere l’impero Harriman-Morgan perché non esitò ad esercitare contro le grandi concentrazioni finanziarie tutti i poteri assegnati alla Casa Bianca dalla Costituzione.  L’opinione pubblica rispose con insolito entusiasmo all’impresa riformatrice del presidente. L’antitradizionalismo e la concretezza del Nostro oscuravano i metodi e i meriti dei suoi predecessori vicini, i prudenti Harrison, Cleveland e McKinley.

Theodore aveva cominciato  molto giovane ad imporsi in politica con mezzi di grande presa sulla gente. Il dinamismo e l’assertività fecero di lui un personaggio leggendario, ed anche pittoresco. A un certo punto abbandonò la politica del suo Stato per fare in un proprio ranch nel West  l’allevatore di bovini e il cowboy armato (‘that damned cowboy’ inveì Mark Hanna, il boss del partito repubblicano). Arrivato alla Casa Bianca mise a dura prova i diplomatici e i cortigiani, costretti a seguire fisicamente l’eccentrico statista quando  praticava attività  atletiche strenue, oltre a cavalcare  con le regole e i rischi del mandriano. Eppure questo Roosevelt fu un leader che leggeva (“a prodigious reader” si disse) e scriveva molto.  Fu autore di saggi rispettati come “The Naval War of 1812” e come “The Winning of the West”.

In politica il suo carisma era eccezionale. Entrato poco più che ventenne nell’assemblea legislativa dello Stato di New York, si impose presto come il candidato naturale alla presidenza del consesso. Ingrandì il suo prestigio entrando nel governo federale come Assistant Secretary of the Navy. Era lo stesso ruolo ministeriale che il suo successore alla Casa Bianca assegnerà al cugino Franklin Delano Roosevelt. Questi farà potentissima la flotta statunitense, strumento ineguagliabile delle ambizioni mondiali degli USA.  Entrambi G.Washington e Th.Jefferson avevano denunciato gli errori e i pericoli di tali ambizioni. Anche Theodore amava la potenza militare, ma riusciva a non esercitarla.

Va detto che il successore di McKinley non si ammantò di soli meriti: anche di difetti. Teoricamente -non nei fatti- fu nazionalista, espansionista anzi apertamente imperialista. In astratto fu l’assertore della diplomazia del Big Stick (“Speak softly but carry a big stick”). La linea funzionò, non solo  nei confronti dell’America centrale e meridionale, che si era abituati a pensare come il cortile di casa degli USA e dunque la loro area di naturale supremazia.

Nel 1907 Th.Roosevelt mandò una grossa squadra navale in una crociera dimostrativa attorno al globo. Essendoci stati degli screzi col governo di Tokyo, si temette che l’opinione pubblica nipponica reagisse ostilmente all’esibizione di forza della U.S.Navy. Invece l’accoglienza delle città portuali giapponesi fu molto amichevole, gli screzi diplomatici si smorzarono. Il Giappone dimostrò convincentemente di apprezzare il giudizio simpatetico del presidente Th.Roosevelt nei confronti dell’espansionismo nipponico in Asia, nonché di considerare all’attivo il personale e decisivo contributo dell’uomo della Casa Bianca alla  stipulazione del trattato di Portsmouth, che nel 1905 mise fine alla guerra russo-giapponese. Per quel contributo un Premio Nobel per la pace fu assegnato al presidente degli Stati Uniti.

 

T:Roosevelt  ebbe un ruolo importante anche nella cosiddetta ‘first Moroccan crisis’, primo di una serie di contrasti di potenza che portarono alla catastrofe della Grande Guerra. Il Kaiser tedesco in persona fece appello alla mediazione del primo Roosevelt. Il sì di quest’ultimo fruttò la convocazione nel 1906 della conferenza di Algeciras. Il Roosevelt che si era configurato come il cowboy della scena diplomatica rafforzò invece la sua immagine di peacemaker su scala mondiale. Nella fase terminale della sua presidenza, finita nel 1909, il presidente del Big Stick si adoperò per il successo di quella conferenza dell’Aja che istituì la Corte internazionale di giustizia.

In conclusione, hanno scritto gli storici Caughey (Univ.of California) e May (Harvard) “When Roosevelt left office, the foreign relations of the U.S. where serene. There was no apparent danger of the nation’s becoming involved in war either in Europe or in Asia or in the Americas. In view of the fact that he had come to the White House with a record as a jingo, an imperialist, and an advocate of a ‘virile foreign policy’, this was a surprising result”.

 

L’uomo che fu entusiasta della vittoriosa guerra alla Spagna (1898), che addirittura comandò nelle operazioni a Cuba un reggimento di cavalleggeri volontari da lui arruolato, armato e pagato (quale membro di un clan di patrizi molto ricchi,  aveva i  mezzi per farlo); l’uomo che aveva confessato la gioia di uccidere personalmente uno spagnolo oppure un leone (praticò la caccia grossa); che in precedenza aveva affermato la legittimità di reprimere anche con le armi le azioni sindacali quando erano violente; l’uomo che nel 1914 avrebbe voluto comandare una divisione americana a fianco degli Alleati; quest’uomo nei fatti agì per la pace. In proprio non avviò guerre; semmai volle partecipare sul campo a guerre volute da altri.

Per quel che riguardava l’Asia, Theodore fece una politica, amica del Giappone, diametralmente opposta a quella voluta, un trentennio dopo, dal  giovane cugino Franklin Delano Roosevelt. Quest’ultimo avversò accanitamente il Giappone che attentava agli interessi coloniali asiatici degli alleati ‘democratici’ degli USA; in particolare tentava di fagocitare la Cina: laddove il secondo Roosevelt mirava  ad asserire gli interessi diretti statunitensi nell’ex-impero cinese. Questa linea antagonizzò Tokyo  fino a rendere inevitabili Pearl Harbor e Hiroshima. Quanto al grande disegno cinese di Franklin Delano, esso sarà  cancellato per sempre quando nel 1949 i comunisti di Mao Tse-tung trionferanno in Cina sugli amici degli USA.

In gioventù Theodore aveva proiettato di sé l’immagine del destrista e dell’antagonista dei sindacati. Invece da presidente si qualificò come l’uomo delle riforme antiplutocratiche. Infatti nel 1912 tentò di rientrare alla Casa Bianca come candidato del Progressive Party, da lui rilanciato. Proclamò: “We are face to face with new conceptions of the relations of property to human welfare. The man who wrongly holds that every human right is secondary to his profit must give way to the advocate of human welfare”. Nelle presidenziali del 1912 l’apparato dei partiti dette la vittoria a Woodrow Wilson, il campione della cosiddetta New Freedom. L’ora di Theodore Roosevelt era passata.

 

La linea ‘idealistica’ della presidenza Wilson non attenuò affatto l’egemonia statunitense nell’area caribica e centroamericana,  di diretto interesse statunitense. Ben poco cambiò rispetto al Big Stick dell’apparentemente imperioso Theodore Roosevelt: “In Haiti -scrivono gli storici Caughey e May- the Wilson administration in effect enforced the Roosevelt Corollary to the Monroe Doctrine, more vigorously than Theodore R. himself. Wilson ordered landings at Port au Prince e a Cap Haitien. Haiti remained under partial occupation for years. Among other things, American forces killed about two thousand  ‘cacos’ (soldiers of   the former regime), in some cases by torture. Similarly, the Wilson administration took control of the Dominican Republic. In 1916 Wilson sent in forces there to restore order; they stayed until 1924. Wilson, like Theodore, looked upon Latin Americans as semibarbaric dependents of the U.S.”

Con la sconfitta per mano di Wilson del progressista irregolare Theodore R. si chiuse l’età giovanile dell’America. Era durata tre secoli, a partire dall’impresa mancata del capitano Smith in Virginia e, più ancora, dallo sbarco dei Padri Pellegrini.

 

 

 

Muckrakers, mugwumps e altri riformisti

Dalla fine della Guerra Civile alla vigilia del secondo conflitto mondiale gli Stati Uniti vissero la fase più intensa della cosiddetta Età delle Riforme. Le spinte di sinistra (spinte tutte  compatibili con la fede americana nella bontà del capitalismo)  apparvero spegnersi negli anni Venti del Novecento, mentre il New Deal e la Depressione le ravvivarono alquanto. Negli anni dopo il 1890 la rivolta politica dei farmer contro i poteri finanziari della Costa atlantica,  in particolare contro le grandi compagnie finanziarie, ferroviarie e mercantili, trovò espressione nel movimento Populista di fine secolo. Seguì, fino allo scoppio della Grande Guerra, il movimento Progressista. Infine negli anni dopo la Depressione del 1929 il New Deal vinse alcune delle  battaglie contro la disoccupazione, ma rafforzò la presa sul potere del presidente Franklin Delano Roosevelt.

Il cui obiettivo principale non era l’indebolimento della plutocrazia, bensì la leadership planetaria degli USA. Infatti fu solo coll’intervento americano nel secondo conflitto mondiale  che il secondo Roosevelt poté annunciare il ritorno del pieno impiego. Le forze armate arruolarono o misero al lavoro milioni di americani.

 

Gli albori dell’età delle riforme si videro nel 1828. La presidenza di Henry Jackson favorì l’emergere di istanze popolareggianti, antimonopolistiche, quindi anche antipolitiche (contro la collusione tra politica e affari). Si affacciarono movimenti organizzati dei ceti inferiori, poco somiglianti al ribellismo proletario d’Europa. Andò delineandosi un sentimento meno individualistico rispetto alla marcia verso l’Ovest, marcia che fu lo zenit dello spirito imprenditoriale-eroico. Sorsero figure politiche nuove: i ‘muckrakers’ (giornalisti d’assalto, d’inchiesta spinta, fortemente impegnati contro il malaffare, i soprusi, le ingiustizie); i ‘mugwumps’ (persone e circoli dei ceti intermedi, generalmente benestanti, colti, sensibili alle tematiche collettive). In qualche misura i ‘mugwumps’ anticipavano gli atteggiamenti benintenzionati, o meno discutibili, dei ‘radical-chic’ del nostro tempo.

 

Una particolarità della democrazia americana fu che verso l’ultimo ventennio dell’Ottocento essa era sentita e coltivata soprattutto da protestanti di origine britannica, irlandese  e nordeuropea. Poi, col crescere  dell’industrializzazione e dell’urbanesimo, vennero le ondate di immigrati proletari dall’Europa orientale e meridionale,  ondate che suscitarono lunghi antagonismi e scontri settoriali. Furono i lavoratori autenticamente americani cioè i ‘nativi’, immigrati da epoche più lontane, che sostennero i movimenti populisti/progressisti, di matrice agraria prima, sindacale/urbana in seguito. I nuovi venuti, più vicini al Novecento,  non erano all’altezza, soprattutto per limiti culturali, di partecipare alla politica. Sbarcando a New York si consegnavano ai boss degli apparati partitici delle grosse città in cui si ammassavano; estranei come erano alla nascita della Repubblica e alla marcia verso l’Ovest, si confrontavano coi problemi primordiali dell’adattamento e della sopravvivenza subordinata.

 

Il populismo genuinamente americano non aveva dovuto combattere, a differenza dei proletari europei, le battaglie socialiste e anarchiche contro le gerarchie sociali, contro i ricchi. I lavoratori americani, avendo la prosperità ben più a portata di mano, non erano sensibili alle sobillazioni contro il sistema. Il socialismo ebbe una modesta espressione solo nel movimento capeggiato, a partire dal 1894, da Eugene Debs. Nella storia degli Stati Uniti il quadro politico generale è stato quasi sempre solidamente conservatore e filo-capitalista. Sono i politici conservatori, e persino i fiduciari della plutocrazia come i due Roosevelt, che hanno promosso le riforme a favore dei più. La sinistra americana, a differenza di quella europea, non sorge dalla lotta di classe, bensì da circoscritti conflitti d’interesse.

Il popolo primigenio della nazione non era fatto di salariati, bensì di coltivatori normalmente proprietari, più o meno modesti ma tutti imprenditori capitalistici. Il nemico ‘di classe’ dei coltivatori -passata la fase eroica della lotta quasi sempre solitaria per la sopravvivenza- era il grossista spesso colossale che comprava i loro raccolti; le ferrovie che li trasportavano; i banchieri che prestavano i capitali d’esercizio; il governo che fissava le tariffe doganali, prevalentemente protettive delle manifatture, non dei produttori primari. I nemici erano in particolare i trust.  Il ribellismo agrario non si rivolgeva contro i padroni, come in Europa.

 

Col  trionfo dell’industrializzazione prese forma una classe di lavoratori dipendenti. Nacquero i sindacati, alcuni dei quali destinati a diventare possenti; nacquero gli scioperi; nacquero persino le azioni violente. Queste ultime furono poche e concentrate nell’ultimo quarto dell’Ottocento. Gli storici non hanno molti episodi drammatici da additare. La Guerra Civile fu seguita da una vigorosa ripresa economica, laddove ‘the Panic of 1873’ aprì una fase depressiva che durò fino al 1896. I conflitti di lavoro non assomigliarono a quelli europei: anche se gli immigrati recenti si fecero più facilmente reclutare da agitatori variamente denominati socialisti, comunisti, anarchici; perciò ebbero un ruolo spiccato negli episodi più gravi. Cominciarono i ‘Molly Maguires’, attivisti irlandesi che negli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento praticarono la violenza -sabotaggi compresi- nella Pennsylvania orientale. Nel 1875 ventiquattro di essi furono   processati e condannati all’impiccagione (eseguite dieci condanne). Alla fine dei Settanta ci furono a San Francisco le marce contro i capitalisti di Nob Hill, che importavano lavoratori cinesi.

Ci furono violenze nel West Virginia (9 morti) e a Pittsburgh (26 morti). Dopo i disordini di Haymarket Square a Chicago furono eseguite quattro impiccagioni. Nel 1892 le maestranze dell’acciaieria Carnegie a Homestead (Pennsylvania) uccisero sette poliziotti; un anarchico venuto dalla Russia assassinò il direttore degli impianti. Due anni dopo ci fu il Pullman Strike, forse il più ricordato tra i fatti di violenza, contro la compagnia ferroviaria Pullman. Per domarlo furono impiegati migliaia di poliziotti e di agenti federali.

Più condivise dall’opinione pubblica le azioni legalitarie  di gruppi di  protesta agraria quali la Grange contro fornitori e acquirenti monopolistici, nonché contro le tariffe ferroviarie imposte ai coltivatori.

 

Fu allora che si aprì una lunga successione di limitate misure progressiste e di razionalizzazioni -l’Età delle Riforme- che andarono fino alla Prima Guerra mondiale, poi alla Depressione del 1929. Quest’ultima fu chiusa non dal New Deal ma dall’intervento nel Secondo conflitto mondiale voluto da F.D.Roosevelt. I nomi più importanti tra gli agitatori dell’Età delle Riforme sono quelli di William Jennings Bryan, il maggiore esponente del Populismo, e di Eugene Debs, il quale alle presidenziali del 1912 ottenne quasi 900 mila voti, il miglior risultato nella storia americana di un candidato dichiaratamente socialista. I voti sprecati su Debs contribuirono all’insuccesso del tentativo di Theodore Roosevelt di tornare alla Casa Bianca come candidato del Progressive Party.

Altro esponente del riformismo fu Robert M. La Follette, che nel 1924  raccolse il 16,6% dei voti. Vale la pena di ricordare che nel 1912  la stampa socialista contava 8 quotidiani in lingua straniera contro 5 in inglese. Erano soprattutto oriundi stranieri i sostenitori del debole movimento socialista USA.

 

I veri protagonisti dell’Età delle Riforme furono gli uomini che siedevano alla Casa Bianca, nessuno dei quali era socialista: Grover Cleveland, i due Roosevelt, Woodrow Wilson e William H. Taft. Quest’ultimo  dette corso a un numero di azioni antitrust doppio di quelle del suo predecessore e protettore Teddy Roosevelt;  ma non possedeva il carisma del primo Roosevelt, perciò non pervenne mai alla gloria di sgominatore dei trust.

 

L’Età delle Riforme eliminò gli aspetti più selvaggi dello sviluppo capitalistico americano.

 

 

 

 

 

WESTSYLVANIA

Estremi appuntamenti col Destino

E’ passata anche la seconda presidenza Obama, e ormai è certo: essa non ha  rallentato, semmai accelerato e fatto sinistro lo spegnersi di quello che fu il messaggio americano. Nonostante le apparenze schiaccianti, era un messaggio spirituale.

La malia dell’America fidanzata del mondo è finita assieme alla sua giovinezza. Non c’è più una ‘via americana’. Non c’è più un modello. L’America della modernità ha smesso d’essere ‘altra’ rispetto alle società vecchie di troppi secoli. Si prepara a morire, come ogni altro organismo. La sua grandezza è tutta nel passato.

Se in America non accadrà qualcosa di numinoso e di imprevedibile, l’intera sua civiltà finirà col coincidere con una gigantesca e sterile Silicon Valley. Senza una miracolosa rigenerazione, ciò che resta del messaggio statunitense finirà come una medusa lasciata dalla risacca sulla spiaggia.

Tuttavia nel frattempo  potrà accadere, forse più modestamente, che gli americani  ritrovino l’orgoglio di primeggiare almeno sui piani intermedi tra le sfide ideali e le occasioni di tutti i giorni. Finito il secondo conflitto mondiale, l’America seppe capire la necessità e la convenienza di sfamare o aiutare mezzo mondo. Forse un giorno essa potrà dare ai paesi ricchi l’esempio di come essere all’altezza delle sfide più epocali.

Un settantennio fa l’America, fatta senile e malata dal bellicismo e dagli abbagli di Franklin Delano Roosevelt -promosse Stalin a statista campione della libertà!- seppe trovare con  Harry Truman la forza di rifiutare l’eredità plutodemocratica del secondo Roosevelt. Coi vari piani

Westsylvania è il nome dello Stato che non nacque

nella regione delle sorgenti dell’Ohio

 

Henry Adams, l’autore di ‘The Education of  Henry Adams’, era nipote di John Quincy Adams, presidente degli Stati Uniti dopo Monroe. Era pronipote di John Adams, il successore di George Washington. Scrisse nove volumi sulle presidenze di Jefferson e di Madison, uomini che governarono l’America, plasmandola. Fu professore a Harvard. Insomma Henry scriveva la vicenda del suo paese come da un tavolo minore della Oval Room. Era come uno Scipione che narrasse l’ascesa di Roma.

Ma le sue pagine erano già pervase dal senso del passaggio della grandezza americana: così come erano passati gli Scipioni e gli Adams. E questo può sorprendere in un uomo che scriveva nel 1918, quando il primato planetario degli Stati Uniti era tutto nel futuro. Il Sultano a Istanbul si considerava ben superiore all’uomo che governava a Washington. Imbatterci oggi nel pessimismo di Henry Adams è conturbante: come trovare una capsula di polvere spaziale in una tomba di Cerveteri.

D’altronde questo Adams definiva gli Stati Uniti “il solo paese in cui valga operare”. L’Inghilterra troppo materialista (vi aveva vissuto, come segretario del padre ambasciatore). La Francia “corrotta fino al disgusto. L’Europa intera, marcia”. Contrapporre la virtù americana al cinismo del Vecchio Mondo era naturalmente il tema originario, il protoconcetto dell’ideologia statunitense. Anzi era  la ragion d’essere della Repubblica.

 

Il presentimento del declino spirituale non nasce con Henry Adams, nel volgere del XIX secolo. ‘The Gilded Age’, scritto da Mark Twain e Charles Dudley Warner sulle ricchezze facili che sorsero sulle macerie e sui seicentomila morti della Guerra Civile -speculatori profittatori corruttori ebbero carta bianca mentr’era presidente Ulysses Grant, il condottiero dei vittoriosi eserciti unionisti- ‘The Gilded Age’ dicevamo è del 1873. Undici anni dopo uscì “An American politician” di Marion Crawford, romanzo in cui protagonista era la corruzione della vita pubblica.

W.D.Howells, caposcuola del realismo letterario americano, portò la denuncia dei mali sociali fino alla conclusione coerente: si convertì al socialismo tolstoiano. Nel capitalismo sfrenato che seguì alla Guerra di secessione, Howells non denunciò solo, o tanto, l’ingiustizia classista. Soprattutto maledì la competizione senza limiti. Per Howells era una carie inarrestabile che svuotava i valori e spegneva l’anima dell’America. Il peggio doveva ancora venire: nel 1912 Theodore Roosevelt, che tre anni prima aveva lasciato la Casa Bianca come il più americano dei presidenti del passato e del futuro, campione e custode della giovinezza della nazione, fu sconfitto da Woodrow Wilson, transfuga e apostata del retaggio nazionale di splendida estraneità ai senili misfatti della storia europea.

Tuttavia fu il tempo di un vitalismo incontenibile. Chicago raggiunse il milione di abitanti nel 1890; cinquantasette anni prima ne aveva meno di quattrocento. In quella fase (1886) Andrew Carnegie, il re dell’acciaio, pubblicò il suo libro ‘Democrazia trionfante’, una delle cui immagini era:”Le vecchie nazioni della Terra avanzano come lumache, la Repubblica passa col rombo di un treno rapido”.

Carnegie era un grand’uomo. Non si esaltava del proprio successo fino a travedere per l’America. Venuto dalla natia Scozia come minatore, nella fine della sua vita visse in Scozia, non negli Stati Uniti che lo avevano incoronato imperatore della siderurgia. E gran parte delle sue ricchezze le donò in filantropia. Quella fu l’età delle donazioni smisurate, non solo dei Robber Barons, degli Spietati Titani di Dreiser.

Howells, il maestro del realismo letterario nazionale, aveva scritto da Venezia:”La preghiera più fervida che il mio cuore può esprimere è che l’America divenga ogni giorno diversa dall’Europa. Quando tornerò in patria credo che andrò nell’Oregon, il più lontano possibile dalle influenze europee”. Era il  1862 e l’Oregon era la foresta primigenia su cui aleggiava lo Spirito dell’America. Il popolo dei pionieri stava ancora arrivando.

Era già nata una mitologia continentale, i cui eroi e semidei agivano soprattutto nelle foreste. Rip Van Winkle, che dormì vent’anni imprigionato da un incantesimo, è una specie di ingenuo Parsifal dei Catskills, una delle serre montuose che si allungano nello Stato del New York. Sempre a non grande distanza dalla valle del Hudson e da Manhattan si accavallano i monti Adirondacks, dove ancora oggi gli inverni seppelliscono le contrade e le loro belve: non grifoni o idre ma raccoons e leoni di montagna. I boscaioli e i cacciatori che nel secolo XVIII si spinsero dalle regioni sull’Atlantico nella grande foresta latifoglia del ‘primo West’, furono mansueti Polifemi e Giganti, gli eroi eponimi del Nord America.

 

Nato nel 1783, lo scrittore Washington Irving fu il loro primo cantore. Benché trascinato nelle strane ma non strenue occupazioni diplomatico-amministrative che all’epoca si assegnavano agli uomini di lettere -fece addirittura il ministro degli Stati Uniti in Spagna-  Irving cominciò a narrare all’Europa una favola yankee quale nessun Tocqueville, la mente occupata dai grandi pensieri sulla democrazia, avrebbe potuto raccogliere e raccontare. Se fu folklore, fu folklore di livello. Irving fu amico del grande bardo romantico Walter Scott. Amico anche di John Jacob Astor, il ricchissimo commerciante di pellicce e finanziere che lo mandò nel West a documentarsi per un’opera, ‘Astoria’ (del 1836), sulle proprie imprese. Washington Irving stese anche una ‘History of New York’ che anticipava gli umori gioiosi e il patriottismo senza frustrazioni del più illustre patrizio newyorkese, Theodore Roosevelt incarnazione dell’America giovane (quel suo cugino e successore alla Casa Bianca, Franklin Delano Roosevelt, personificò l’America della terza età). Irving fu il Battista, il Precursore che raddrizzò i sentieri per il sommo Mark Twain, faceto Omero del Mississippi, a sua volta anticipatore della libertà burlesca di Groucho Marx.

 

James Fenimore Cooper (L’Ultimo dei Mohicani; The Deerslayer),  l’altro narratore delle origini, fu un Virgilio che cantava le contrade nord-occidentali del New York come fossero le selve e i pascoli di Evandro, il re pastore che aiutò Enea a far sorgere la stirpe dei Quiriti. Il Lazio di Cooper si stendeva fiabesco prima della storia, sulla stessa geologia -le sponde del lago Otsego- che oggi sostiene la  poetica desolazione delle immiserite contee newyorkesi tra New Amsterdam e Syracuse.

Le fantasie sulle selve americane incrinarono le certezze dei Voltaire e dei Rousseau, per tacere di Alexis de Tocqueville dalla vista storica infallibile. Ma nessuno seppe definire come James Fenimore Cooper i caratteri della Wilderness americana quale una delle grandi contrade dell’anima universale. Quella Wilderness fu una Grecia mentale su cui trasalì anche Goethe.

 

Cooper nacque nel 1789.  Henry David Thoreau, l’ideologo della scelta americana contro la condizione urbana, venne al mondo ventotto anni dopo. Abbastanza, si direbbe, per togliere ingenuità all’identificazione thoroiana con la Natura. Abbastanza per aprire problematiche, per scavare più profondo e installare dubbi. Tutti conoscono i due atti di fede di Thoreau: entrò in prigione per affermare un principio di disobbedienza civile (ci restò poco); fece l’eremita a Walden Pond, una solitaria selva del Massachusetts. Oggi, nell’ipertofia dell’urbanizzazione, il romitaggio di Walden Pond acquista una dimensione favolosa, di sospensione del reale. Un altro Shangri-la, un’altra irraggiungibile Colchide di Giasone.

Nel tempo di Thoreau la scelta di nascondersi nella selva non fu propriamente favolosa. Fu il pronunciamento di un intellettuale sofisticato, un po’ attaccabrighe. Il quale volle ignorare il grandioso happening che si svolgeva a Ovest. Volle riproporre l’anti-epica interiorità che un angolo del vecchio Massachusetts propiziava a un miglio e mezzo da Concord, una microcapitale. Una scelta da Diogene il Cinico; oppure una scelta monacale, che uno dei maggiori intellettuali del New England compiva nelle circostanze protoamericane della foresta.

Nella foresta si è soli e senza possessi terreni. Si sopravvive se si ritorna ai fatti primordiali: un ricovero-tana, il nutrimento e una smisurata meditazione sul senso delle cose. Thoreau volle rifiutare il viaggio nella leggenda continentale, Argonauti o no. Si concentrò  sull’impegno morale. In realtà percorse in terra americana alcune fulgenti piste del Romanticismo germanico. E un’altra differenza. Nel West la natura era azione e conquista. Walden Pond rifiutava azione e conquista. Era come l’intransigente diniego dei Padri della Chiesa al mondo.

 

Com’era la foresta americana lasciamolo dire a Francis Parkman, lo storico e scrittore di Boston, morto nel 1893. Qualche critico lo considera miglior letterato del coetaneo e più celebre Longfellow. Parkman aveva intrapreso a coltivare un suo tema che era fatto per impegnare lo studioso, non per incendiare le fantasie liriche. Ma man mano, confessò, “il progetto si allargò sul continente all’intero conflitto tra Francia e Inghilterra; alla storia della foresta, cioè della nazione americana; fu così che vidi quel conflitto. Il tema della foresta mi affascinava. Giorno e notte vedevo le immagini della Wilderness”.

 

 

Le armonie della Repubblica primitiva

In Europa le menti più aperte percepirono la Rivoluzione americana come l’offerta di un continente agli immigrati del Vecchio Mondo e come l’invenzione della democrazia moderna, il tutto in una condizione adolescenziale dello spirito. Nel 1778 Robert-Jacques Turgot, lo statista riformatore francese, scrisse: “America, speranza del mondo, potrai  diventarne il modello. Dimostrerai che gli uomini possono essere liberi e pacifici, possono sbarazzarsi delle catene con le quali tiranni e impostori hanno preteso di legarli”.

All’ncirca negli stessi giorni l’inglese Thomas Bland Hollis annunciava a un americano con cui corrispondeva che nei circoli d’Europa amanti della libertà si parlava di far rivivere in America i Giochi Olimpici:”Lì si sono attuati alcuni dei grandi principi ellenici. Si facciano anche i Giochi”.

Nel rilevare che il presidente Jefferson  ‘espresse il meglio dell’America’ gli storici Morison e Commager individuavano così questo meglio: l’idealismo, la semplicità, lo spirito giovanile, l’ottimismo”.  Proprio perché i due non dicevano niente di nuovo, proprio perché tutte le generazioni del passato videro il miracolo della nascita dell’America -non dal mare come Venere, bensì dalle foreste e dalle praterie- possiamo assumere la loro definizione. L’America non è stata un abbaglio collettivo, una suggestione generatrice di miti. E’ stata davvero, alle origini, idealismo, semplicità, ottimismo. Giovinezza.

E’ stato anche osservato (Vernon Louis Parrington storico della cultura) che Jefferson fu il prodotto del primo West:”Nato nelle terre di confine della Virginia, crebbe tra uomini che governavano bene il loro paese e combattevano gli indiani. Amava i suoi vicini insediati nel fitto delle foreste e ne era riamato. Vaste osservazioni e lunghi viaggi lo avevano convinto che nessun popolo era stato favorito dalle circostanze quanto quello americano. Nessuno era altrettanto fiducioso nelle forze nazionali. Percorrendo l’Europa  aveva visto ovunque, all’ombra dello Stato aristocratico,  il bisogno anzi la miseria”. L’America era terra di uomini liberi: non soggiacevano al privilegio e non erano minacciati, allora, dalla plutocrazia capitalista, la quale invece si candidava al dominio dell’Europa in via d’industrializzazione.

 Thomas Jefferson era un politico intellettuale, di letture insolitamente vaste. Però amava le formulazioni semplici e le contrapposizioni nette. Per cominciare, era certo che la virtù repubblicana si identificasse con un modello di valori basati sull’agricoltura. Il nascente capitalismo industriale faceva sorgere aggregati urbani e ceti proletari, dunque minacciava le armonie della Repubblica primitiva. Paventava alla stessa stregua l’egemonia sociale degli ottimati e l’ingrossarsi dell’operaiato delle città. Nei futuri grandi centri generati dalle manifatture si sarebbero formate ‘plebaglie di tipo romano, sfruttate dai demagoghi e strumentalizzate dagli autocrati’. Per questo Jefferson si oppose come poté al capitalismo che voleva irrompere. Considerava la libera proprietà coltivatrice come la cellula base di una società di americani indipendenti e felici. La felicità era per Jefferson la misura e il fine dell’esperimento americano. La felicità, rileva lo storico Parrington, e non, come nelle enunciazioni di John Locke, la proprietà.

L’indipendenza e l’orgoglio della responsabilità sentiti dallo ‘yeoman’, il libero farmer proprietario della terra che coltivava, erano il fondamento stesso della grandezza, come nella Repubblica romana antica. Erano gli articoli della fede fisiocratica,  rielaborati in America nel contesto della società della foresta. Coerentemente Jefferson si oppose ai gruppi ed interessi che volevano accelerare l’industrializzazione dell’America adolescente. Avversò gli strumenti e gli apparati capitalistici che andava apprestando  il suo arcinemico Alexander Hamilton, fautore al tempo stesso dell’oligarchia e dell’industrializzazione. Hamilton: sulla distanza destinato a stravincere -lo sappiamo- ma nell’immediato quasi un traditore degli ideali americani. Morirà in un duello con Aaron Burr.

 

Gli estremismi jeffersoniani si sarebbero attenuati, anche perché le privazioni imposte all’America, neutrale e lontana dalle guerre napoleoniche, acuirono il bisogno di manifatture nazionali, dunque di tariffe protettive e di imprese capitalistiche. E poi a quel tempo l’America rurale non era fatta solo di liberi farmer, anche di grossi piantatori del Sud e di latifondisti nel Nord.  Jefferson stesso era un piantatore e possedeva schiavi: però sapeva che la piantagione era destinata a finire. La filosofia di Jefferson, tutta volta ai valori umanistici (la ‘felicità), esigeva il rifiuto del determinismo economico, delle prevaricazioni del capitalismo industriale.

 

Jefferson è l’eroico sconfitto, l’uomo di visione -egli politico brillante e anche scaltro- che non poteva non essere travolto dalla logica economica. Tentò come Prometeo di lottare contro gli Dei che volevano un’America di città, di opifici e di ‘plebaglie di tipo romano’. Doveva perdere, ma aveva ragione. Fu l’inascoltato profeta dei mali che avrebbero devastato l’America: urbanizzazione, economicismo, egemonia della finanza.

Oggi che l’America è attempata, che non ha più alcuna delle sue anime giovanili, è troppo facile concludere che nessuna società avrebbe potuto permettersi la purezza utopica

 

ca attribuita alla Repubblica della foresta. Infatti l’idealismo sembra introvabile nelle nazioni del mondo che consideriamo giovani e cui assegnamo un futuro importante. Ma quelle nazioni, accendono l’immaginazione del mondo?

 

 

La Montagna

 I comprensori  montani dell’Ovest -Montagne Rocciose, Coastal Range, Sierra Nevada e le formazioni che si disperdono verso le Praterie e il Mississippi- non sono mai stati veramente insediati. Hanno avuto minatori, boscaioli, allevatori, fuorilegge, turisti. Esaurite le risorse che li avevano attirati, i montanari momentanei partirono. Al giorno d’oggi le Alpi americane appartengono soprattutto ai turisti e, assai meno che da noi, agli sciatori. Gli americani moderni praticano una saggia noncuranza nei confronti degli sport invernali: come peraltro anche nei confronti dell’automobilismo  ‘di temperamento’.

Nelle montagne dell’Ovest, niente insediamenti di massa, poca antropologia, non abbastanza leggende -a parte la Febbre dell’oro nel 1849. Non così  nelle montagne dell’Est, le più famose delle quali si chiamano Appalachians, Alleghenys, Blue Ridge, Catskills. Sono catene che assomigliano agli Appennini: elevazione modesta e sviluppo in lunghezza. A differenza degli Appennini, sono molto selvose. Furono il confine naturale verso ovest delle colonie sull’Atlantico, fin verso la fine del secolo XVIII. La conquista del West cominciò quando i cacciatori/esploratori come Daniel Boone scoprirono i valichi appalachiani.

Per tutto il Settecento l’espansione era stata lenta: il primo West restava invalicato. Col tempo questa Frontiera vicina andò popolandosi di agricoltori, specialmente tedeschi e scoto- irlandesi, i quali trovarono innumerevoli fondovalli coltivabili. A differenza dei montanari europei, non ebbero necessità di seminare o pascolare le pendici montuose. Questa sezione del  paese si sarebbe chiamata Old West e nel territorio delle sorgenti dell’Ohio si tentò di far nascere uno Stato dal suggestivo nome di Westsylvania.

 

 

Pionieri aristocratici

Non furono tutti popolani coloro che si insediarono tra le montagne parallele alla Costa atlantica. Nel 1716 il governatore della colonia virginiana Alexander Spotswood, che già possedeva 60.000 ettari, o forse acri, di buona terra, organizzò una fastosa spedizione nella valle dello Shenandoah, al di là degli Appalachians. Prevalevano i gentiluomini ma non mancavano i cuochi, i cavallanti e i fanti-manovali. Nell’occasione il governatore creò addirittura un Ordine cavalleresco ‘del Ferro di cavallo’. Furono consumati vini e cibi importati dalla Francia.

 James Edward Oglethorpe, giovane parlamentare inglese, generale nelle campagne di Eugenio di Savoia, fu talmente turbato dalle tremende condizioni delle carceri del suo paese .

(languivano senza speranza anche quanti non erano criminali, ma p.es. prigionieri per debiti), che assieme a un altro aristocratico filantropo, Lord Percival, si fece iniziatore di una nuova colonia a sud della Carolina, tra i fiumi Savannah e Altamaha. La chiamò Georgia e, adunato  il sodalizio ‘Trustees of Georgia’, fondò la città di Savannah. Nel primo anno insediò oltre 600 debitori poveri, ciascuno dei quali ricevette 50 acri. Chi era in grado di mantenersi e aveva con sé una famiglia riceveva il decuplo di terra.

Così non pochi esponenti dei ceti alti si fecero imprenditori della dilatazione territoriale, sul modello delle grandi compagnie coloniali inglesi, olandesi, francesi, danesi. I fratelli maggiori di George Washington e il loro vicino George Fairfax entrarono nella Ohio Company, costituita nel 1747 per aprire una strada tra i fiumi Potomac e Ohio. Peter Jefferson, padre del grande Thomas e fratello di un ricco piantatore delle West Indies, agì in due compagnie formate da facoltosi  britannici della Virginia.

Nacquero fortune ingenti. A metà del Settecento esistevano nel New York tre proprietà superiori al milione di acri. Nell’Ottocento alcuni cittadini americani possedevano mille schiavi. Ancora agli inizi di quel secolo il New York annoverava  varie proprietà  di decine di migliaia di acri. Insomma, al momento dell’Indipendenza la struttura sociale delle colonie settentrionali e centrali era capeggiata dalle grandi famiglie. E i coloni venuti dall’Inghilterra si tenevano le tradizionali -epperò contestate – distinzioni di classe.

 

 

Tedeschi d’America

Nella storia delle origini c’è un elemento non abbastanza noto, l’importanza dell’immigrazione germanica. Nella prima metà del Settecento il territorio delle colonie si triplicò e la popolazione crebbe di quattro volte, arrivando a 1,6 milioni. La maggior parte dei nuovi arrivati non erano inglesi, erano tedeschi e scoto-irlandesi. William Penn, il creatore della Pennsylvania, aveva reclutato in Germania quanti volevano sfuggire alla povertà e alla costrizione religiosa: in particolare nel Palatinato renano. I primi nuclei che scelsero l’esilio della speranza passarono attraverso l’Inghilterra, dove furono aiutati. In America ricevettero assegnazioni di terre. Più numerosi furono i ‘redemptioners’, i quali non avevano pagato il costo della traversata ma dopo lo sbarco dovevano lavorare come servi a riscatto. Erano ‘venduti’ dagli armatori delle navi.

La maggior parte dei tedeschi si fermarono in quella Pennsylvania di Penn che li aveva attratti a venire. Abbastanza presto le buone pratiche agricole li fecero abbastanza prosperi da potersi permettere giornali nella loro lingua e attività musicali. Si rivelarono cioè un proletariato elitario, consapevole della cultura nazionale e addirittura informato della produzione di Johann Sebastian Bach, il sommo che in ambito tedesco splendeva e invece era sconosciuto nelle case sfarzose di Roma e di Madrid. Al momento della Rivoluzione i ‘Pennsylvania Dutch’ (Dutch nel senso di tedeschi) costituivano un terzo della popolazione pennsylvana. Fu cospicua la loro presenza tra i Lealisti che ripararono al di là del lago Ontario per non vivere nella Repubblica ribelle.Fondarono il nucleo più antico del Canada anglosassone e non pochi d’essi si distinsero nella professione militare. Come Elettore del Hannover, il re d’Inghilterra importò truppe d’alta qualità dai suoi possessi germanici.

Anche questo contribuì a fare dei tedeschi una componente fondativa dell’America del nord, anche più degli Olandesi che avevano creato New Amsterdam, e dei Francesi che avevano popolato il Quebec e parti della Louisiana.

Quanto agli irlandesi, nel 1829 ne arrivarono fino a due-tre navi al giorno. Furono i più animosi nell’occupare  abusivamente  le terre lasciate incolte dagli agrari che avevano ricevuto le grandi concessioni. Si spinsero nelle aree più esterne delle colonie britanniche, perciò affrontarono lo scontro più violento con gli indiani. All’occorrenza si comportarono con la stessa ferocia dei selvaggi cui disputavano il territorio.

La pace di Parigi (1763)  consacrò l’Inghilterra come dominatrice dei continenti, a scorno della Francia e della Spagna. L’impero era una grande realtà che inorgogliva le genti d’estrazione britannica, dunque anche gli anglosassoni d’America. Questi ultimi erano in più consapevoli di creare una civiltà nuova e straordinariamente vigorosa.

 

Il passaggio degli Appalachians

Nel Settecento le colonie britanniche dell’America continentale si aggregavano in due aree principali: da una parte la fascia sull’Atlantico (organizzata in un reticolo di città e villaggi e nel Sud denominata ‘Tidewater’), dall’altra l’interno. Ciò che era a occidente della fascia costiera veniva chiamato ‘Up-country’. Anche oggi si denomina ‘Upstate’ la regione del New York che si estende a ovest della metropoli sul Hudson.

Alla vigilia della Rivoluzione l’Up-country era abitato da un milione di persone dal forte temperamento, protesi ad impossessarsi delle terre non insediate o abitate dagli Indiani. Nelle valli, in particolare quella dello Shenandoah, e nei distretti pedemontani della Virginia i bianchi erano tedeschi o irlandesi di origine scozzese. Il loro primo capo fu Samuel Davies, uno tra i non pochi che verso la metà del secolo XVIII suscitarono oltre Atlantico quel fervore religioso che doveva rivelarsi specifico ai cristiani d’America. Fu seguace di Davies uno dei maggiori personaggi  della Frontiera e della Rivoluzione: Patrick Henry. Politico di fervidi istinti popolari si fece eroe della democrazia assaltando i gruppi di potere  delle città sull’Atlantico, gruppi che in Virginia come altrove cercavano di tenere in soggezione l’Up-country.

Gli scontenti della Virginia, e poi i tedeschi e gli irlandesi, si spingevano anche  al di là delle foreste del North Carolina. Nel 1771 il risentimento delle terre di frontiera sfociò in uno scontro campale (battaglia di Alamance). I capi della rivolta furono impiccati e migliaia di seguaci mossero al di là delle montagne.

Non è abbastanza noto quanto tenaci fossero in alcuni ambienti i sentimenti conservatori e monarchici nell’anno fatale 1776 in cui fu dichiarata l’Indipendenza. Essi furono antagonizzati,  soprattutto ma non solo nei ceti alti, dalla pubblicazione di ‘Common Sense’, un pamphlet di Thomas Paine che fu per l’Indipendenza ciò che per la causa antischiavista fu ‘La capanna dello  zio Tom’. Paine proclamò che la devozione alla monarchia era assurda, che un uomo onesto valeva quanto i ‘buffoni coronati di tutti i tempi’ e che ‘un Continente non poteva essere governato da un’isola’, Gli storici dicono che ‘Common Sense’ fu letto da ‘quasi tutti gli americani’.

Lo Stato del New York dette più soldati alla causa britannica che a quella americana.  Ciò aggiunge valore alla straordinaria trasformazione operata nelle coscienze dal messaggio rivoluzionario. L’idea dell’America indipendente fece invincibili i ribelli e li guadagnò a ideali repubblicani ed ‘egualitari’.  I capi della Rivoluzione erano ottimati, anche più ricchi di George Washington e di Thomas Jefferson, ma non tentarono di contrastare seriamente gli impulsi popolari.

Col tempo la Repubblica avrebbe assunto lineamenti plutocratici, tuttavia è un fatto: la vittoria dei patrioti dette a tutti l’accesso alla terra. Le estensioni della Corona e dei grandi proprietari legittimisti furono vendute a pochi centesimi l’acro. La vittoria fruttò vantaggi anche economici ai maggiorenti di parte repubblicana. Prima di trovarsi a capo delle forze rivoluzionarie del Vermont i tre fratelli Allen avevano offerto di reclutare un reggimento di monarchici, in cambio della garanzia dei trecentomila acri che possedevano nel Vermont.

 

Il West vicino

Al di là delle montagne appalachiane si aprivano i territori del Kentucky e del Tennessee, ricchi di selvaggina e di terreni fertili. L’Indipendenza accelerò l’infiltrazione dei pionieri: Daniel Boone, la più famosa delle guide dell’espansione verso Ovest, fu ingaggiato dalla Compagnia della Transylvania, un’iniziativa di privati che miravano a colonizzare i milioni di acri tra i fiumi Kentucky, Ohio e Cumberland. Le autorità della Virginia si opposero e più tardi il Kentucky divenne il quindicesimo Stato. Ma Daniel Boone aprì la storica Wilderness Road, che attraversava la sella Cumberland e puntava verso nord-ovest.

Il Tennessee centrale fu il terreno di un’altra spinta organizzata verso ovest. Nel 1799 alcune centinaia di coraggiosi guidati da un uomo di nome Robinson avanzarono per 200 miglia nell’immensa foresta e dettero vita a una comunità di pionieri. Entro dieci anni erano tutti  morti, e solo in parte di cause naturali: tanti erano i pericoli e le avversità della frontiera, dagli indiani e dai fuorilegge agli orsi, lupi e serpenti a sonagli.

Ove non bastassero i nomi Pennsylvania e Transylvania per dire fino a che punto l’America orientale di allora fosse ammantata di foreste, si aggiunga il tentativo dei pionieri della regione delle sorgenti dell’Ohio  di organizzarsi come ‘Stato di Westsylvania”.

L’avanzata nella foresta si diramò lungo i corsi d’acqua e le altre direttrici naturali che facilitavano la penetrazione. Nei quattordici anni che seguirono la Dichiarazione d’Indipendenza quasi 120.000 persone attraversarono gli Appalacchiani. Nel 1787 le grosse barche che portavano i pionieri  lungo il fiume Ohio furono un migliaio; ciascuno recava fino a diciotto tra uomini, donne, bambini, oltre ai quadrupedi e ai carri. Nel 1794 un armatore di battelli reclamizzava così il suo servizio fluviale: “Mosso da filantropia, ho fatto di tutto per rendere la vita a bordo piacevole e  sicura. Nessun pericolo da parte del nemico: tutti i passeggeri saranno protetti da superfici a prova di palle di fucile; le fiancate avranno comode feritoie per sparare. Ogni battello è armato di sei p ezzi che sparano una palla da una libbra; in più un buon numero di moschetti, munizioni abbondanti e un equipaggio di uomini scelti e forti”.

Il censimento del 1790 classificava il New York al quinto posto tra gli Stati per popolazione. Quello del 1820 lo accertò primo. Ma non tanto per il crescere della futura metropoli: era la colonizzazione delle aree interne dello Stato che avanzava. Una colonizzazione assolutamente spontanea, non assistita né regolata da alcuna autorità. Ciascun nucleo familiare doveva provvedersi da sé di protezione e di mezzi per la sopravvivenza. Per la difesa dagli indiani e dalle bande criminali   si formavano comunità che vivevano all’interno di recinti fortificati, eretti al centro di radure disboscate. Appena possibile le famiglie si trasferivano sui propri campi, ricavati abbattendo la foresta.

Un ventennio dopo l’Indipendenza la foresta aveva ceduto spazi così modesti che un viaggiatore di qualità, il francese Volney, scrisse di avere attraversato ‘l’intero territorio americano’ raramente percorrendo tratti coltivati o a pascolo superiori a tre miglia. Il resto era selva. La nuova nazione era un immenso bosco. Ci si può chiedere perché nessuno avesse pensato di chiamarla Silvanie Unite:
I primi anni della Confederazione furono angustiati da tali difficoltà finanziarie e da tante spinte disgregatrici che alcuni ambienti conservatori concepirono il disegno di passare alla monarchia, onde rafforzare la coesione del nuovo paese. Poco dopo la vittoria sui britannici un alto esponente del Congresso presentò al principe Enrico di Prussia la proposta di farsi sovrano degli Stati Uniti. Il rimedio fu la salda Costituzione del 1789. Conteneva formule che conciliavano il principio della libertà con quello dell’organizzazione.

 

 

Felicità squattrinata della Repubblica antica

Segno di giovinezza assoluta era che l’America, al momento di levarsi in Unione, non aveva un dollaro. Il 30 aprile 1789 George Washington divenne presidente nella capitale provvisoria, New York (poi sarebbe venuto il turno di Philadelphia, mentre sorgeva la capitale attuale). Prestò giuramento da un balcone di Wall Street. Ma il Tesoro americano aveva debiti, non fondi. Non erano previste entrate fiscali immediate, non esistendo un apparato di esazione. Passarono mesi prima che affluissero i primi introiti: i proventi di un dazio doganale deliberato dal Congresso. La burocrazia federale contava alcune decine di persone. Le forze armate permanenti, meno di 700. Queste erano le finanze federali e il paese prosperava scarseggiando di ricchezza liquida.

Altra misura della felicità squattrinata: l’americano più ricco era considerato, magari a torto, George Washington. Certo non per la paga di generale (l’aveva rifiutata), né per quella a venire di presidente (è tutt’altro che smisurato, nemmeno oggi, lo stipendio dell’uomo della Casa Bianca). Washington era ricco per i raccolti di Mount Vernon, la sua grande tenuta virginiana lungo il Potomac. Di fronte ad altri latifondi selvaggi, i quindicimila -altre fonti parlano di ottomila) acri di Mount Vernon erano irrisori. Nello Stato del New York tre proprietà superavano il milione di acri. Nel Sud alcune piantagioni raggiungevano i mille schiavi.

Ma Mount Vernon era un’azienda modello, condotta secondo le moderne regole agronomiche sviluppate in Gran Bretagna. Il suo proprietario, con i suoi studi da agrimensore, vi aveva dedicato un impegno incessante (lo riprenderà otto anni dopo l’elezione a presidente, quando declinò un terzo mandato). La tenuta aveva anche una produzione manufatturiera: whisky, bourbon, farine, tessuti.

Il Padre della Patria era gratificato dalla terra non solo come gentiluomo, anche come manager.”Più conosco l’agricoltura” scriveva ”e più ne sono soddisfatto. Quanto vale di più  apportare migliorie alla terra che perseguire l’inutile gloria delle conquiste di guerra”. Nel tempo che l’agricoltura era il maggiore dei settori produttivi, Giorgio Washington era il primo agricoltore della Repubblica.

 

 

1812: una sconfitta anticipatrice

Quell’anno la Repubblica bambina si cacciò nell’avventura di una seconda guerra contro la Gran Bretagna. La provocarono alcuni incidenti navali e questioni di commerci marittimi. Ma il movente vero fu un errore di calcolo di gruppi che credettero di volgere contro l’antica potenza coloniale l’immensa vitalità e la spinta espansiva della Frontiera. Non condividevano il retaggio sostanzialmente pacifico di G.Washington e di Th.Jefferson. Erano convinti che l’America avrebbe rischiato di perdere il grande West se la potenza britannica non fosse stata espulsa dal continente. Londra possedeva il Canada e insidiava gli statunitensi alleandosi con gli indiani. Erano arrivati in Congresso i giovani falchi della Frontiera, per i quali il Canada era conquistabile fino al Nord estremo.

Gli Stati Uniti si accorsero presto di non disporre di un esercito idoneo a circostanze così diverse dalla Guerra d’indipendenza. Dei centomila uomini della milizia che erano stati chiamati a combattere si presentarono in settemila. Le brevi campagne terrestri condotte dagli americani finirono tutte male. Le piccole forze britanniche, superbamente professionali e comandate dal brillante generale Isaac Brock, si dimostrarono imbattibili. Brock fu presto ucciso, ma il 14 agosto 1814 gli inglesi entrarono in Washington e incendiarono tutti gli edifici pubblici, compresi Casa Bianca e Campidoglio.

L’onore fu salvato sul mare e sui Grandi Laghi. La flotta britannica, lì evidentemente meno invincibile, fu battuta dagli ultimi arrivati della potenza navale. Peraltro a New Orleans l’energico generale Andrew Jackson, l’uomo che nel 1828 vincerà la Casa Bianca per sé e per gli americani della Frontiera, conseguì una chiara vittoria su un corpo di spedizione britannico: morirono duemila inglesi contro 13 americani.

La cosiddetta Seconda guerra d’indipendenza non fece traumi e non lasciò ferite aperte. Nonostante la devastazione della capitale, americani e inglesi restarono amici per sempre. Ma quella guerra non vinta fu un annuncio degli scacchi a venire per gli USA, cominciando da quella cattiva guerra di Corea e arrivando alle disfatte ignominiose in Indocina, nell’Iraq, altrove. La conseguenza positiva fu che per un buon secolo l’America si concentrò sulla conquista del West e su una portentosa edificazione nazionale e materiale.

La seconda abiura al retaggio isolazionista di G.Washington e di Jefferson venne nel 1917, quando il presidente Woodrow Wilson costrinse il paese riluttante a intervenire nella Grande Guerra. Presto il paese lo sconfessò duramente, respingendo la Società delle Nazioni e l’intero impianto della fallimentare ‘Pax wilsoniana’.

 

 

Accademia e re-filosofi

In America i grandi contributi di pensiero sono stati dati nel caldo dell’azione, quasi come razionalizzazioni e strumenti di essa, piuttosto che sui piani teorici. Perciò i pensatori originali del passato non furono i filosofi e i teorici delle grandi università:ahimè esse ‘buchi neri’ che sembrano far sparire dall’umana percezione il momento della germinazione intellettuale. Benedetto Croce disprezzava le università europee del suo tempo,  giudicandole incapaci di produrre pensiero nuovo. Come lo avrebbe tramortito, se avesse conosciuto l’America, la tenuità creativa dei ‘bramini’ accademici d’oltre Athantico!

Successivamente i grandi atenei americani hanno preso a egemonizzare i premi Nobel scientifici. Ma nella ricerca della verità il mondo non ha ricevuto dalle maestose istituzioni USA contributi paragonabili a quelli dei ricercatori scientifici. Restano fuori delle università  quegli intellettuali che credono, qualche volta irragionevolmente, nella solitudine del creatore. Tutti gli altri si muniscono del superdiploma di Ph.D, si integrano nei campus, nelle fondazioni e nei think tanks e sembrano sparire, inghiottiti da quell’immane ‘buco nero’ che è ‘Accademia’, il mondo universitario americano.  Il massimo apporto dell’America alla storia del pensiero civile fu dato dai politici delle origini. Da quella specie di Mosè o Solone collettivo che furono Jefferson -al di sopra di tutti- e poi Hamilton, John Adams, a suo modo lo stesso Washington, che fu il meno intellettule dei Padri Fondatori. Ancora, Andrew Jackson (che lesse qualche libro in più del padre della patria) e Abramo Lincoln, che voleva liberare gli schiavi perchè ritornassero in Africa, non perchè si inventassero americani. Infine Theodore Roosevelt, ultimo degli statisti creatori di pensiero americano, proprio in quanto ‘a damned cowboy’.

Dopo questi re-filosofi,  ad ammaestrare il popolo e il mondo non ci sono stati che  cattedratici e presidi di facoltà. Un’America solo vitalistica, senza rovelli interiori? Forse piuttosto una civiltà che nei secoli formativi non si è curata di concetti. Però quando venne il momento glorioso degli artisti, dei musicisti popolari, dei cineasti, tutti estranei all’Accademia, l’America e il mondo si riconobbero in loro fino in fondo.

Peraltro tra gli anni esaltanti in cui Jefferson e gli altri modellavano la società (idealmente) egualitaria, e la Guerra civile -il più aspro dei drammi americani prima del Vietnam e dello sprofondamento nell’edonismo/consumismo- ci furono due intensi movimenti di ricerca spirituale: il Trascendentalismo e l’assieme dei movimenti d’utopia.

 

 

La stagione Trascendentalista

Il Trascendentalismo fu l’affiorare in terra letterario-filosofica dello spirito della Rivoluzione e della Frontiera. Nel 1836, sessant’anni dopo la Dichiarazione d’indipendenza, Ralph Waldo Emerson pubblicò ‘Nature’. La Natura vi campeggiava quale deità e quale contesto (pure l’America ebbe il suo Romanticismo); ma il saggio fu la traduzione in termini intellettuali del principio democratico espresso dalle foreste e dalle praterie: principio che emancipava gli  americani da retaggi aristocratici e conservatori.

E come la democrazia americana fu essenzialmente ottimista, così il Trascendentalismo trovò in Walt Whitman e in altri le voci per affermare la gioia di vivere nell’azione. La quale a sua volta animava la nascita della Repubblica, la Frontiera, le altre manifestazioni di vitalità e l’egualitarismo che folgorarono Alexis de Tocqueville. Invece Hawthorne e Melville dettero testimonianza del senso tragico-eroico della vicenda umana, e Thoreau estremizzò le componenti libertarie che erano comparse nella Rivoluzione e le saldò all’individualismo/volontarismo della conquista dell’Ovest.
Un saldo legame fu il senso religioso della natura. ‘Walden’, la piccola opera di Thoreau, è una Scrittura, e Concord, Mass. un Santuario trascendentalista. Come non pensare, anche per le facili assonanze, a quel manifesto romantico, più o meno coevo, che furono le schumaniane

‘Waldszenen’, espressione del più ‘trascendentalista’ tra i movimenti europei dell’Ottocento?

 

Il Trascendentalismo, fiorito nel New England tra gli anni di accelerazione progressista che portarono Andrew Jackson alla Casa Bianca e quelli che fecero precipitare la Guerra civile, fu anche altre cose. Fu affermazione umanistica contro lo stanco rigore del puritanesimo bostoniano; e fu slancio verso i poveri e i semplici. Non mancarono le conseguenze pratiche. Il Trascendentalismo dette un sostegno, sia pure sommesso e interiorizzato, a ciò  che fu valido in un movimento operaio che un secolo e mezzo fa nasceva e subito favoriva lì un patto sociale invece del conflitto. La condizione dei lavoratori migliorò così prontamente che presto i viaggiatori europei riferirono che in America le differenze sociali, almeno quelle esteriori, ‘erano finite’.

Infine il Trascendentalismo giustificò e rafforzò l’antischiavismo, l’altro altopiano dell’idealismo in America. Il nome che assunse diceva la fede nell’invincibilità  dell’anima quale coacervo delle risorse interiori dell’uomo. Si pose come fattore di una liberazione spirituale senza la quale la liberazione politica sarebbe risultata unidimensionale.

L’anima. In quegli stessi anni Marx e Engels fecero detonare la massa esplosiva del materialismo storico. A cose consumate, ora sappiamo a chi apparteneva il futuro: non alle falangi del marxismo, che vinsero innumerevoli vittorie per poi essere spazzate via; invece all’ingenuo  spiritualismo americano annunciato da Emerson.

Questo operoso Romanticismo d’Oltreoceano fu strozzato dalla ferocia della Guerra di secessione, poi dal tumultuare dell’industrializzazione e del benessere consumistico. Oggi però  è il solo riferimento culturale autoctono per una Rinascenza americana. Se l’America dello spirito rinascesse sarebbe una nuova primavera del mondo.

 

Non troppi anni dopo il sinistro auto-da-fé nel Vietnam, il sistema occidentale allora guidato duramente dagli Stati Uniti celebrava un trionfo immeritato: il comunismo crollava di schianto come alternativa al capitalismo. Crollava persino, in prospettiva, come regola per la realtà della Cina, una volta passata l’epilessia del tardomaoismo e della Rivoluzione culturale. Il comunismo si sconnetteva come vertebrazione di un campo socialista. In Europa il fallimento catastrofico della proposta marxista veniva conclamato dalla rotta disordinata dei partiti comunisti, dall’umiliazione del futile estremismo giovanile esploso nel 1968, dall’afflosciamento di ogni coerenza in quella che era stata la milizia intellettuale dei ‘mugwumps’ all’europea. Infine la disfatta marxista fu confermata dall’omologazione di tutte le sinistre alla millenaria corruzione del Vecchio Continente. Marcio il sistema liberal-capitalista, marcio il suo settore comunista.

 

Insomma l’ipotesi palingenetica riferita al sinistrismo marxista si frantumava in ogni angolo di mondo. Sulle macerie del materialismo storico si alzavano gli archi di trionfo del materialismo vero, quello triviale del consumismo. Ma forse anche quest’ultimo materialismo vince vittorie di Pirro. Quando si smorzerà per vecchiaia, tra le schiere della riscossa ideale figurerà anche il misconosciuto Trascendentalismo nato nel New England.

 

Il primato passa a New York

Con la fioritura letteraria da cui fu accompagnato, il Trascendentalismo fu una forte ultima espressione del New England. I suoi esponenti, lo abbiamo visto, agivano nell’area di Boston, la capitale culturale delle colonie inglesi. Però lo spirito del New England fu indebolito dalle fabbriche e dall’immigrazione. Walt Whitman, il ‘barbaro’ che accentuò i lineamenti popolari della novità americana, era in parte estraneo alla tradizione della Nuova Inghilterra. Quanto a Ralph Waldo Emerson, egli sottolineò il moltiplicarsi, negli anni della Guerra di secessione, dei progetti di salvazione:”Sorgevano apostoli che volevano guadagnare la gente alla condizione rurale; altri che predicavano non doversi né vendere né comprare per non toccare denaro; o che imputavano agli avvocati o ai commercianti questa o quella forma di sfruttamento e di impostura”.

Anche questi bislacchi estremismi affrettarono le riforme: mitigazione della giustizia penale, primi vagiti della previdenza sociale, lotta all’alcolismo, voto alle donne, esecrazione della schiavitù. Ma  il dissenso  per così dire antisistema avrebbe avuto un empito meno vigoroso se non avessero agito altre spinte e lacerazioni. Il Trascendentalismo non fu un fatto isolato dell’America. Fu pure parte della grande mobilitazione umanitaria e progressista che animò il XIX secolo in Europa. Ciò che esso disse di specifico fu che l’America offriva le condizioni per un nuovo patto salvifico tra la Natura e gli uomini. L’armonia con la Natura era al centro del messaggio di Emerson, così come lo era l’imperativo romantico di disobbedire ai canoni.

 

Disobbedire è quanto faceva a pochi passi da Concord, Mass. Henry Thoreau. “I quietly declare war with the State, after my fashion”. Il rispetto che negava ai reggitori della società, egli lo offriva agli animali della foresta, “indigeni veri, i cui antenati hanno vissuto qui più a lungo dei miei; sono i legittimi signori della Wilderness”. Thoreau si spinse fino all’animismo che conseguiva a un’intuizione panica; “Lo spirito di un albero è immortale come me”. Thoreau fu un fauno, è stato scritto. E’ il compenetrarsi nel bosco che dà a ‘Walden’, il suo acre fascino.

Un secolo e mezzo dopo ‘Walden’ è assai più che un testo ecologista: E’ una profezia politica. Il comunismo è morto ma il liberismo capitalistico vive gli allungamenti di una vecchiezza impura e malata. Nessun progetto di riscossa dell’uomo è concepibile fuori del rifiuto della continuità sottomessa.

 

 

Mormon o la fede inventiva

Si è antagonizzati da alcune manifestazioni puerili della religiosità nordamericana, così lontane dalle interiorizzazioni. Alcune ci appaiono ciarlatanesche, degenerazioni della religiosità. Venire a contatto col Tv-Evangelism è un’esperienza dolorosa. Predicatori che si arricchiscono personalmente grazie a un’inspiegabile suggestionabilità delle folle più incolte e svantaggiate, tutto ciò in assenza della sacralità che normalmente facilita l’esaltazione. Nei casi migliori gli ‘evangelists’ sono demagoghi di anime. Spesso sono anche impostori. E tuttavia non è senza fondamento la convinzione che gli americani siano un popolo assetato di fede; il più religioso d’Occidente, si usava dire.

Una tra le espressioni religiose più sconcertanti, quella dei Mormoni, resta un lineamento vigoroso della fisionomia americana. In ogni caso è un capitolo significativo della conquista del West. La ‘Chiesa dei Santi dell’Ultimo Giorno’  fu la creazione di Joseph Smith figlio di contadini, un irregolare di eccezionale capacità fantastica, ricchissimo di comunicativa. Nato nel Vermont nel 1805, dopo anni di girovagare nel New England si era fermato con la famiglia paterna a Palmyra, una contrada di passioni religiose e di profeti.

A quindici anni cominciò a raccontare le sue visioni. Ecco quella fondamentale: un angelo del Signore di nome Mormon gli aveva rivelato che tutte le religioni del passato erano false. Quindi gli aveva ordinato di scavare sotto una roccia non lontana da Palmyra. Lì Joseph aveva trovato alcune tavole d’oro, incise con caratteri misteriosi ( li defini ‘egizi riformati’) e accompagnate da un paio di occhiali magici che gli avevano permesso di decifrare la scrittura delle tavole. Nel 1830 pubblicò  il Libro della Nuova Rivelazione. Narrava tra l’altro di una ‘tribù perduta’ di Israele, la tredicesima, finita in America e poi confusa coi nativi indiani. Mormon era stato l’ultimo patriarca e profeta della tribù perduta.

La misura del carisma e del genio di Joseph Smith è data dal fatto che quell’anno stesso fondò la sua chiesa; se ne proclamò profeta e capo assoluto;  avviò un proselitismo fulmineo. All’affabulazione visionaria/teocratica aggiunse una concreta spinta solidaristica, congeniale alla temperie e alle circostanze in cui predicava e faceva proseliti. I suoi seguaci si sentirono una comunità coesa e militante..

Smith e i suoi discepoli praticarono subito la poligamia: anche questa una dimostrazione di non resistibile carisma. A Nauvoo (Illinois) il Profeta ricevette la rivelazione che, collegata a una citazione di Isaia (IV.1) legittimava i portatori della fede mormona a sposare molte donne. Una parte dei Mormoni si rifiutarono alla poligamia, vietata dalla legge ed esecrata dal sentimento comune; e Smith fece distruggere le macchine che avevano stampato un foglio dei dissidenti. Allora fu incarcerato assieme a un fratello.

 Joseph Smith aveva trovato un seguito troppo immediato, entusiasta e trasgressivo per non attirare persecuzioni. La comunità mormona, perseguitata poi scacciata dallo stato del New York e dall’Ohio boscoso, continuava a ingrossarsi; in più era caratterizzata da un’efficienza nelle cose pratiche che appariva diabolica. Nel Missouri fu data alle fiamme una loro ‘banca’. Smith e i suoi seguaci semi-analfabeti, circondati da ostilità e combattuti anche fisicamente, avevano già realizzato imprese che sbalordivano e suscitavano invidie.

Nell’Illinois gli incendi delle case e delle fattorie dei Mormoni culminarono nel 1844 nel linciaggio di Joseph e del fratello, strappati dalla prigione di Carthage dove erano stati ancora rinchiusi. Il Profeta aveva 39 anni. Quasi un Maometto nord-americano, era riuscito a far sorgere la ‘Nazione degli Eletti’. Tutto ciò era al tempo stesso favolistico e reale.

 

Sorse un nuovo Mosè, Brigham Young, che con una capacità strabiliante convinse quasi tutti i Mormoni -centinaia di famiglie- che dietro montagne molto lontane a Ovest avrebbero fondato una Città Santa, dove nulla avrebbero potuto i loro nemici. Cominciò la lunga marcia che li portò con  i carri e il bestiame attraverso vasti territori delle Rocky Mountains e al di là della catena Wasatch, fino alla Salt Lake Valley, nell’attuale Utah. Allora (1845) la vasta zona era un’estrema provincia settentrionale del Messico, lunga quasi 500 chilometri e largamente desertica. In sei giorni Brigham Young e i suoi luogotenenti fecero i piani della colonia e scrissero le prime leggi. La terra sarebbe appartenuta indivisa al popolo. Assegnata in uso agli individui, sarebbe tornata alla collettività se non fatta produttiva.

L’arido terreno fu reso fertile dalla prima grossa opera irrigua della storia americana. Entro un  mese 100 acri erano stati dissodati, irrigati e messi a coltura. Sin dai primi giorni si  scavarono i canali per addurre l’acqua dalle Montagne Rocciose. La salinità del suolo fu vinta, le sofferenze e le tragedie dei primi mesi vennero affrontate eroicamente: fame, malattie, attacchi degli Indiani, la costante minaccia dell’ostilità bianca. L’economia monastico-militare e più ancora la fede inventiva fecero il miracolo. Entro due anni sorse una città di ottomila abitanti; entro pochi decernni lo Utah era prospero; in meno di una generazione i Mormoni  divennero duecentomila, collettivamente ricchi anche in senso materiale.

L’unico grosso esperimento nordamericano di socialismo di Stato fu un netto successo. Nella Grande Depressione cominciata nel 1929  l’immensa e fiera cooperativa dei Mormoni, gestita come ogni altro livello della loro società dall’Alto Consiglio della Chiesa, rifiutò i sussidi del Tesoro. Per motivi di fede: ‘Solo il Signore dà, il Signore toglie’.

Quando arrivò la ferrovia e lo Utah divenne Territorio dell’Unione, Washington annunciò che avrebbe impiegato l’esercito per stroncare la poligamia  e integrare i Mormoni nella compagine americana, La Chiesa di Tutti i Santi dovette cancellare l’articolo di fede sulla poligamia. L’Utah fu elevato a 45° Stato e i Mormoni continuarono a prosperare, più del resto del West.

Oggi l’istituzione ecclesiastica mormona – ‘la setta’ la chiamano i malevoli- conserva la sua forza: religiosa, economica, politica. Le appartengono, fatto unico negli Stati Uniti, le proprietà maggiori: banche, assicurazioni, patrimoni immobiliari, imprese. La fede mormona è praticata anche in aree limitrofe allo Utah. L’azione missionaria prosegue su scala internazionale: Milano conta tre templi mormoni (in realtà quattro se si aggiunge quello di Sesto San Giovanni).

 

Non fa più prodigi, tuttavia, la fede di Smith e di Young. Anche la loro stupefacente energia appartiene al passato, quando l’America era giovane. I Mormoni costruirono un sistema che inseriva felicemente aspetti collettivistici e dirigistici nell’assetto americano basato sulla proprietà individuale. Garantirono efficienza e un considerevole grado di giustizia sociale. Brigham Young e i suoi furono colonizzatori, uomini di governo e di impresa tra i migliori del loro tempo. E la realtà che costruirono esiste ancora. Di tutti i tentativi d’utopia è l’unico pienamente riuscito.

 

 

Una forca gloriosa

John Brown, il crociato dell’antischiavismo morto sul patibolo il 2 dicembre 1859, si era segnalato quale duro combattente, diciamo pure terrorista politico, con un fatto d’arme, il massacro di Ossawatomie (o Pottawatomi), compiuto nel Kansas a capo di un’organizzazione guerrigliera che contrastava sul campo le bande schiaviste. Nell’ottobre 1858 attuò uno sforzo disperato per far nascere una repubblica abolizionista nelle montagne appalachiane e lì raccogliere uomini, neri fuggiaschi compresi, per una temeraria campagna contro l’oppressione schiavista.

Alla testa di diciotto seguaci si impadronì dell’Arsenale (deposito d’armi) di Harper’s Ferry. Quando le truppe federali attaccarono in forze, Brown sparò con implacabile fermezza avendo al suo fianco due figli uccisi. Il gruppo fu catturato dopo che 14 uomini erano già morti. Prima di salire sulla forca John Brown scrisse ai figli superstiti d’essere”contento di morire per la verità eterna di Dio”. Si cercò di negare sepoltura cristiana al cadavere. Ma Ralph Waldo Emerson scrisse “Quel nuovo santo renderà la forca gloriosa quanto la Croce”.

La secessione del Sud cominciò poco dopo (12 aprile 1861), con le cannonate del South Carolina contro Fort Sumter. Fu al tempo stesso un’espressione d’odio e la cupa manifestazione di un progetto d’autodeterminazione che a Sud si credeva legittimo: il sistema della piantagione  basato sulla manodopera nera, nel quale però i padroni tenevano al benessere degli schiavi in quanto fattori produttivi, e in più davano scuola, medico e chiesa.

 

Il Nord non combattè solo nel nome dell’ideale antischiavista. Fossero stati in gioco esclusivamente gli interessi economici e politici, la terribile guerra fratricida forse sarebbe stata evitata. Ma la schiavitù negava troppo i principi della rivoluzione americana. Cinque, sei decenni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza gli idealisti del New England enunciarono il dilemma “America o ingiustizia”. L’immortale Dichiarazione di Jefferson aveva sancito “Tutti gli uomini sono stati creati uguali”.

Non per niente l’alta società reazionaria di Philadelphia e di New York parteggiò fino all’ultimo per il Sud. Disse bene James M. Mason senatore della Virginia: “ Questa che scoppia è una guerra di sentimenti dichiarata da una forma di società contro un’altra forma di società”. Messa così la Secessione avrebbe dovuto avvenire il 4 luglio 1776, Independence Day.

 

 

 

Vitalismo degli anni 1880

Julian West l’eroe di ‘Looking Backwards’, romanzo utopico di Edward Bellamy, si addormenta nel 1887 per risvegliarsi nel 2000 e farsi tramortire -ma non troppo- dai cento e cento cambiamenti provocati dal progresso. Il decennio in cui Julian West intraprende il suo viaggio nel futuro è in America fervido di invenzioni, turgido di vitalità. Thomas Edison con la sua ‘bottega’, dopo avere concepito la lampadina elettrica,è sul punto di realizzare la cinematografia. Nikolas Tesla inventa la dinamo polifase a corrente alternata. Per essere più precisi, Tesla brevetta nel 1888 un motore elettromagnetico. Ha una fantasia così temeraria da concepire un sogno prometeico: modificare i campi magnetici del globo.   

Sempre in quella fase di irruenti creazioni tecniche, un’esecuzione capitale di tipo nuovo appare un avanzamento umanitario: nella prigione di Auburn (Stato di New York) l’omicida William Kemmler viene ‘westinghoused’, messo a morire sulla sedia elettrica costruita dalla fabbrica creata da George Westinghouse. A lui risale anche l’invenzione del freno ferroviario ad aria compressa.  Negli stessi anni George Pullman realizza il vagone letto, mentre  molte altre realizzazioni cambiano la vita di tutti.

Intanto si concepisce il piano  di un impero nel Pacifico. Nel 1867 gli Stati Uniti hanno già comprato dalla Russia l’Alaska e si sono assicurati un diritto su Pearl Harbor. Quando nel 1889 alcune navi britanniche e tedesche tentano di asserire la sovranità delle loro nazioni sulle isole Samoa, trovano i vascelli americani pronti a fare fuoco. Poco dopo il Congresso di Washington pone le basi per quella che sarà l’impresa del canale di Panama.    

Su questo sfondo di aggressivo vitalismo si stagliano i titani dell’industrializzazione: specialmente John D.Rockefeller, che fu creduto il più ricco al mondo, e Andrew Carnegie costruttore di acciaierie mastodontiche. Arricchendosi smisuratamente, i capitani d’industria   sono gli iniziatori di una filantropia su scala colossale, in passato inimmaginabile. Rockefeller fa in proprio, a favore della collettività, molte delle cose che in Europa spettano ai grandi Stati, e prima ancora ai monarchi di diritto divino.  Carnegie, un ex-minatore, elargisce anch’egli  su grandissima scala. In più lancia dalla città dell’acciaio, Pittsburgh, un messaggio di dionisiaca fiducia -oggi inconcepibile- nel progresso e  nell’eguaglianza delle opportunità: il libro ‘Democrazia trionfante’ (1886).

 

Fu naturalmente anche l’età dei ‘robber barons’: ma persino i Jay Gould e i Jim Fisk, tra i più arroganti nell’affermare il diritto di far preda, non mancarono d’una loro grandezza. Era un tempo, per così dire, di personalità a tutto tondo. Per vie traverse, anche i robber barons pervennero alla gloria. E che dire della più americana delle opere, il grattacielo, compiuta in una Chicago che negli anni Ottanta raddoppiò una popolazione già da metropoli? Nel 1883 l’America espresse persino un solitario inventore di razza nera, Jan Matzeliger, che nel Massachusetts trasformò la produzione industriale delle scarpe.

Intanto arrivavano mezzo milione di immigrati all’anno, ora soprattutto dall’Europa meridionale e orientale, e si ammassano negli slum delle metropoli sull’Atlantico o del retroterra. Il West era stato conquistato da altri, la Frontiera era ormai chiusa. Ma per gli intraprendenti le opportunità erano ancora larghissime. Quelli che restavano nei formicai di NewYork, di Boston  e di Chicago erano troppo poveri, troppo incolti o rassegnati per coglierle. A parte gli ebrei russi, polacchi e tedeschi, non erano all’altezza della sfida dell’America. Essa voleva al tempo stesso ardimento, senso della conquista, rapacità, orgoglio anche etnico-culturale, idealismo.

 

In qualche misura la moltiplicazione delle masse metropolitane fu, e tuttora è, più che una crescita di civiltà, una proliferazione di cellule come quella che oggi fa contare a decine di milioni l’umanità miserabile delle informi megalopoli  del Terzo Mondo. Questo male presentì dolorosamente Thomas Jefferson: l’America doveva essere altra cosa.

 

 

Estremo contrattacco dell’America: Theodore Roosevelt

Colui che sarebbe risultato l’ultimo presidente dell’America giovane, sdegnoso dell’infiacchimento e delle deformazioni generate dall’urbanesimo, prima di catapultarsi sulla scena nazionale andò a fare per due anni il cowboy e l’allevatore in un proprio ranch nel Dakota. Poi annunciò in un libro, ‘Ranch life’, che ‘cominciava a morire la fase migliore dell’America’. In essa il cowboy -non il pistolero- “era il duro campione della nostra razza: intrepido, ospitale, indomito, avventuroso”.

‘Ranch life’ fu illustrato da Frederic Remington, egli stesso l’incarnazione di uno spirito spavaldo e generoso. Con quasi 2700 disegni e dipinti, più i bronzi e innumerevoli scritti, Remington fu il grande reporter e artista della Frontiera. L’esatto contrario -non solo nella fibra mentale, anche nel fisico che aveva atletico- dell’intellettuale sedentario e supponente della East Coast.

“Furono gli anni vigorosi dell’America” scriveva un secolo dopo William H. Goetzmann, uno’ scrittore di storia dagli istinti non appannati. Nell’inverno 1886-87, mentre i professori e i giornalisti della Costa Atlantica si limavano le unghie letterarie, nei pascoli del West le tormente decimavano le mandrie. Quell’anno i cowboys furono gloriosamente sconfitti.

 

Intanto la popolazione dell’Ovest si moltiplicava. Nel territorio del Dakota crebbe di 40 volte in vent’anni. Ebbero scarso esito i tentativi di organizzare i contadini poveri -prima nella Farmers’ Union, poi nel Populist Party- contro il Big Business, i banchieri, le ferrovie e la dipendenza dall’Est. Nelle città industriali crebbero in potenza i sindacati, con poco vantaggio per l’America: col tempo il Big Labor sarabbe divenuto altrettanto detestabile quanto il Big Business. Che oltre un secolo dopo, nei nostri giorni, le Unions (alcune infiltrate dal racket) stiano deperendo vistosamente è uno dei pochi segnali di speranza per un’America caduta nella trappola micidiale del consumismo. Alla fine degli anni Ottanta del secolo XIX si dispiegò l’azione umanitaria dei riformatori idealisti. Charles Loring Brace sistemò centomila orfani in case di agricoltori. Qualcuno ha calcolato che fu un flusso di popolazione pari in numero a quello dei ‘Fortyniners’, quelli che accorsero in California nella febbre dell’oro.

 

 

Mezzo secolo di primati oceanici

I primi dell’Ottocento videro l’inatteso emergere degli Stati Uniti quali nazione marinara. Quando la conquista dell’Ovest era ancora da venire gli americani delle regioni sull’Atlantico si davano con slancio ai commerci marittimi e alla costruzione navale. Tra i moventi della guerra del 1812 con la Gran Bretagna figurarono importanti le spinte degli armatori del New England e le ragioni  dell’import-export. Già  nell’anno 1700 il governatore del Rhode Island osservava che sempre più giovani del Nord-Est sentivano l’inclinazione “to betake themselves to the imployment as sailors”. Infatti ben prima dell’Indipendenza le navi da carico coloniali solcavano i mari asiatici e il Mediterraneo in aggiunta all’Atlantico e ai Caribi. Letteralmente, i Sette Mari. Quando venne la Rivoluzione tre quarti del commercio delle colonie nordamericane utilizzavano navi proprie.

Nel ventennio che seguì l’Indipendenza, la crescita della marineria fu impetuosa. Nel 1791 settanta velieri (molti dei quali di tonnellaggio esiguo) salparono da Boston in un solo giorno.Nel 1803 arrivarono a Pietroburgo novanta navi statunitensi. Lo scrittore Henry Thoreau si estasiava ad ammirare, non lontano dal suo romitaggio di Walden Pond, le braccia muscolose che tagliavano ghiaccio da esportare dovunque nel mondo c’era abbastanza denaro da pagare questo lusso. Nell’export del ghiaccio gli americani erano sempre più efficienti. I ricchi mercanti di Canton erano avidi operatori del business dell’acqua congelata americana. Già nel 1790 il commercio con Canton valeva da solo un settimo dell’import-export americano.

L’importazione del té cinese e la scoperta dell’oro californiano dettero un impulso straordinario allo sviluppo di velieri veloci, costruiti nei cantieri americani, fino ad arrivare alla gloria dei ‘clippers’, il cui albero maestro poteva ergersi fino a 60 metri sul livello del mare.

 

Nella prima metà dell’Ottocento, a partire dal 1824, i velieri americani, molto superiori a quelli inglesi, pervennero a dominare i traffici oceanici coll’ex-madrepatria. Nel 1848 i commercianti del Regno Unito costrinsero Westminster a riconoscere loro per legge il diritto di preferire i vascelli americani, costruiti in modo da sviluppare velocità quasi doppie dei vascelli nazionali. I clipper risultavano i velieri da carico più agili ed eleganti della storia.

 

 

La rotta del Capo Horn, da New York e da Boston a San Francisco, prendeva in media 159 giorni. Invece nel 1850 il clipper ‘Sea Witch’ ne impiegò solo 97. L’anno dopo il ‘Flying Cloud’  stabilì un record mai superato: 89 giorni. La cantieristica americana era la migliore in assoluto per quel che riguardava i fuoriclasse del trasporto a vela.

I clipper non erano solo veloci e superbi: Il ‘Sovereign of the Sea’, varato a Boston dal cantiere McKay, era il più grande mercantile della storia fino allora. L’altro clipper ‘James Baines’ fece da Boston a Liverpool in 12 giorni e un quarto. Il gemello ‘Lightning’ stabilì il record giornaliero: 436 miglia marittime. Il ‘Columbia’ di Boston, capitano Robert Gray, circumnavigò il globo percorrendo 42 mila miglia.Per un’intera generazione non ci fu mercantile, veliero o piroscafo, capace di superare questo primato. Peraltro è da tenere presente che i mercantili americani superavano di rado le 200 tonnellate.

La leggenda che i clipper crearono non fu duratura. Ebbero troppo successo, se ne vararono troppi. A partire dal 1860 la propulsione a vapore e la costruzione navale in ferro segnarono la fine della meravigliosa ‘età del clipper’, che era stata favorita dalla straordinaria abbondanza degli alberi americani.

 

 

‘Packets’ antenati dei transatlantici

Verso la fine del 1817 gli armatori americani aprirono una nuova fase con i ‘packets’: linee oceaniche, con navi che salpavano a date fisse, con qualunque tempo e qualunque carico. All’inizio mettevano 23 giorni per Liverpool e 40 giorni per il ritorno a New York controvento. Presto le traversate si fecero più brevi e per una generazione anche i packets dominarono la rotta atlantica. Al tempo di Herman Melville, New York era una ‘città di navi’, il suo porto popolato di vascelli. Quello di San Francisco giunse a contare 450 velieri all’ancora.

I packets abbassarono da più di sette a cinque settimane il tempo medio della navigazione controvento per l’America. Però lo sforzo di battere il colosso britannico Cunard finì coll’estenuare la statunitense Collins Lines. Il grosso dei passeggeri dei packets erano gli emigranti.La ‘potato famine’ irlandese ne mandò in America 163 mila. Nelle stive della terza classe’ il passaggio costava una ventina di dollari. “It was a booming business -commenta uno storico- for shrewd men who organized the traffic in human freight”.

Boston, hub del commercio marittimo del New England, contava fino agli anni Quaranta dell’Ottocento più armatori che New York. Per raggiungere il Pacifico le loro navi affrontavano le terribili tempeste di Cape Horn.

I balenieri trasferirono gradualmente dall’Atlantico al Pacifico i loro campi di caccia, man  mano che i cetacei presero ad evitare le acque nord-atlantiche, dove avevano fatto le fortune di New Bedford, di Nantucket e dell’intero Massachusetts.  Nei primi settant’anni dell’Ottocento la whaling industry prosperò sull’olio e sugli spermaceti delle balene, così

ricercati per accendere lumi e candele. Me le condizioni di lavoro e di vita su quelle navi erano così terribili che i marinai cercavano di non ripetere l’esperienza. A bordo diventavano veri e propri schiavi, all’occorrenza frustati senza pietà. Gli ammutinamenti erano numerosi.

 

Invece era piacevole la navigazione a bordo dei packet e dei clipper.  Verso il 1845 New York da sola vantava tre partenze di linea alla settimana. Il ‘Sirius’ fu il primo scafo ad arrivare a New York (19 giorni dal porto irlandese di Cork) propulso solo dal carbone. Quell’anno stesso arrivò il superbo ‘Great Western’. I newyorkesi festeggiarono ma la grossa novità segnò il tramonto dei meravigliosi velieri americani. Fu il trionfo della Cunard Line, alcuni dei cui transatlantici abbassarono la traversata a qualcosa meno di 10 giorni. L’americana Collins Line, meglio sussidiata dal governo di Washington, offriva un servizio migliore, ma sappiamo che finì sconfitta: anche per il naufragio nel 1854 del proprio transatlantico ‘Arctic’ (318 annegati), seguito da quello del ‘Pacific’ due anni dopo. Il Congresso ridusse i finanziamenti alla navigazione e la siderurgia cantieristica statunitense non seppe reggere alla concorrenza britannica.

I gloriosi clipper, orgoglio d’America, si ridussero a trasportare legnami, farine, guano e coolies cinesi finché furono abbandonati e demoliti per recuperare legname.

 

 

 

Monachesimo americano: il sogno di ripudiare la città

La guerra d’Indocina, aperta da Kennedy, portata alle punte estreme da Lyndon B.Johnson, conclusa nella sconfitta e nell’umiliazione da Nixon, fu uno dei fattori che generarono quel breve sommovimento nel profondo che fu, negli anni  Settanta del secolo XX, il ‘ritorno alla terra’ di una minoranza di giovani americani, intellettuali o orecchianti di cultura.

 

Agirono altri fattori. Nel panico suscitato dalla crisi del petrolio nel 1973 sembrò che i giorni della prosperità dell’Occidente fossero contati; che i paesi venditori di materie prime avrebbero strangolato quelli compratori; che dunque avrebbe perso senso il vivere nelle contraddizioni della società urbana. Ma i veri moventi del ritorno alla terra furono l’idealismo romantico, l’anelito umanistico, la ribellione antimaterialista, anticonsumista, antimonetaria, antiborghese.

“Un’intera generazione giovane respinge, con la città e coi  suburbi residenziali, l’assieme dei valori di Middle America” scrisse in quel momento il noto giornalista storicizzante Alistair Cooke. “Questi idealisti si ritirano in contrade solitarie per fare come i primi Puritani: costruirsi un rifugio e una propria società”. Ecco una situazione tipica, una comune nel New Hampshire visitata da Cooke. Tutti laureati. Coltivano o allevano ciò che mangiano. Praticano tutti i mestieri manuali di una colonia rurale isolata e autosufficiente o quasi. Si dividono i compiti di un’organizzazione collettivistica, accudiscono a turno i bambini. La sera, riuniti attorno al desco comune, prima di mangiare si prendono per mano e una giovane donna dice una preghiera poetica: parla di serenità, del tempo che sana le ferite, di lacrime che si asciugheranno secondo la legge della vita.
Chissà se saranno ancora insieme l’estate prossima, annotava pensoso il visitatore, sapendo quanto numerose furono nella storia le sconfitte di queste comunità di scontenti. “L’America, dopo tutto, fu fondata da scontenti”. Comunità utopiche quasi tutte fallite, a parte i Mormoni, i Quaccheri, i Mennoniti, gli Amish e poche altre meno note: qui il collante religioso e la disciplina fermissima degli ordini para-monastici hanno tenuto, come gli esperimenti di collettivismo laico e progressista non hanno saputo fare.

 

 

 

New Harmony

Il tentativo d’utopia più citato nei libri di storia americana è New Harmony, insediamento collettivo nei boschi dell’Indiana, sulle rive del fiume Wabash. Nel 1825 Robert Owen, dopo aver fatto l’industriale illuminato nei suoi prosperi opifici del Galles, volle realizzare qui un progetto di rigenerazione. Una città d’utopia, naturalmente nella foresta americana. Comprò 50.000 acri sulle rive del Wabash, un affluente dell’Ohio che attraversa l’Indiana e l’Illinois, in paesaggi tra i più gentili del continente. Comprò gli edifici di una colonia religiosa fallita. Attrasse varie centinaia di individui, soprattutto gente di studio, per costruire una realtà comunitaria improntata ai principi di un’astratta perfezione. Assoluta uguaglianza, libertà illimitata: compresa quella di coltivare le arti e le lettere mentre altri, di necessità, coltivavano i campi con le braccia. Tutto era tenuto in comune. Si mettevano in atto le forme più azzardate di governo privo di autorità.

New Harmony accese di speranza o di curiosità filosofi e riformatori di mezza Europa, Friedrich Engels compreso. Ma non durò più di quattro anni, dopo di che il patrimonio di Robert Owen finì. Nella memoria dell’America pura di cuore la colonia sul Wabash è rimasta come un momento di fervida illusione, uno degli slanci il cui spegnersi ha invecchiato la ‘Fidanzata del mondo’, devastandone la bellezza.

Non fu abbastanza creativa, New Harmony, né fu ragionevole. Però aprì una finestra con vista su un paesaggio morale cui gli europei si erano affacciati quasi solo nelle esperienze eremitiche. Fu il sogno di una convivenza nuovissima e allo stesso tempo antica, da alba della storia, nelle solitudini di terre mai prima popolate.

New Harmony non fu  affatto l’unica esplorazione americana nell’ignoto di una società non materialista. Altre brevi marce furono tentate verso una Frontiera ‘francescana’, spiritualmente opposta a quella dei più: E’ rimasto, per esempio, il ricordo di Brook Farm e di Fruitland, due tentativi di realizzazione utopistica ispirati al Trascendentalismo. A Brook Farm accorsero nel 1841 Margaret Fuller e altri intellettuali decisi a vivere di semplicità e di pensieri puri. Nathaniel Hawthorne, affascinato come Thoreau, l’autore di ‘Walden’, dalla ricerca interiore fatta in solitudine o tra pochi compagni, tramandò il senso di Brook Farm nel suo ‘Blithedale Romance’, opera meno nota della ‘Lettera scarlatta’, ma altrettanto significativa. Portò anch’essa il segno del pessimismo di Hawthorne, così dissonante dalla metafisica speranza del Trascendentalismo. L’America, del resto, forse non sarebbe nemmeno nata, se i Pellegrini del  ‘Mayflower’, e dopo di loro molti altri gruppi, non avessero sentito l’impulso di fondare la nuova Gerusalemme nella protezione della foresta (così come gli anacoreti della Tebaide attendevano salvezza dal fatto in sé della lontananza  dal mondo, dalla purezza del deserto).

 

I    ‘pionieri  alternativi’ delle origini americane fecero l’opposto dei grandi colonizzatori della storia occidentale, dai greci agli spagnoli ai portoghesi agli inglesi. Costoro si insediavano al di là dei mari per riprodurre gli ordinamenti e i valori delle madrepatrie. Invece i più motivati o più visionari tra coloro che vennero nel Nord America si riferivano a madrepatrie ideali i cui modelli erano attuabili solo nella Wilderness, cioè fuori della storia.

Con tutte le sconfitte delle New Harmony, delle Brook Farm e dei Walden Pond, l’America è la terra dove alcune utopie si avveravano. Finché ebbe una Frontiera. Finché non divenne una nazione di città, di banche, di grossi atenei, di ipermercati.  Le utopie si corruppero e morirono per la debolezza delle componenti religiose negli  impulsi ‘ascetici’ dei laici. La laicità non sa possedere i cuori e le menti. Ma qualche utopia si realizzò. Ricordiamoci della ‘Città dei Santi’: la teocrazia dei Mormoni resta una stupefacente vittoria del delirio vivificante sull’opacità del senso comune.

                           

Raccoon Pond Farm

una tra le ultime illusioni

 

Un’estate nel 1978 la mia famiglia di italiani sbarcava in Texas per cambiare vita: avremmo fatto gli agricoltori in Ontario. Avevo 16 anni. Sarebbe finita la noia di Londra, dove avevamo abitato. L’approdo in Texas, invece che a Toronto, era per attraversare il Nord America anglosassone. In automobile, in modo da penetrare nelle contrade. La farm, cinquecento acri di cui un terzo a bosco con i coyote, l’avevamo comprata in Canada perché la terra costava meno che negli Usa, il contesto era più amabile e disteso. Niente guerre in Indocina, niente ambizioni planetarie, meno delinquenza. Per il resto, lo sapevamo che il Canada non era che il Settentrione semi-spopolato di un paese/continente, il Nord America. Lì ci stabilivamo non proprio per una scelta di campo antiyankee. Piuttosto per un convergere di opportunità e di piccoli distinguo.

Undici anni dopo chiudemmo la farm: Arrivati all’agricoltura nordamericana alla fine di un decennio di eccezionale prosperità di quelle campagne, già pochi mesi dopo ci accorgemmo che il ciclo cambiava. I prezzi dei cereali cominciarono subito a scendere, come nei classici del romanzo americano. Quando smettemmo, una tonnellata di mais costava un terzo meno che undici anni prima; invece i costi avevano continuato a salire. Lì non esistevano sussidi alla Mercato Comune europeo. Si lavorava su margini strettissimi, quando c’erano.

Imparammo a fare quasi tutto da noi, dal produrre raccolti a riparare macchinari complessi, ad aiutare a costruire una buona casa in legno, avvolta di fasciame bianco come vuole una tipologia locale, ombreggiata da olmi, frassini e un melo decrepito. Nel frattempo mi laureai architetto. Il ciclo della monocoltura lascia il tempo per studiare, allevare ubbie, vagare nel  Continente. Il mestiere di farmer estensivo l’avevamo scelto per questo.

Navigando le difficili acque dell’agricoltura marginale e sottocapitalizzata, partecipammo, in qualche misura, a quanto accadeva ad altri in quegli anni. Parlo di quella minoranza di americani di città che avevano scelto l’esilio idealistico. Erano una micronazione: l’America del fervore umanistico/ecologico, sostanzialmente antimoderno. Erano altri seguaci del Thoreau di  ‘Walden’,  altri rifondatori delle tante Comuni utopiche, senza le quali il mito americano si sarebbe spento prima.

Erano quella parte del paese-Nord America che aveva sognato di tornare alla terra. Noi, non loro, avevamo  fatto il ritorno per il gusto di coltivare vasti campi, di guidare grandi trattori, plastici come sculture, più belli e più veri dei mestieri di città.  Noi ci sentivamo coltivatori diretti. Loro,  argonauti della vanga e della scure, materializzavano ben più di noi un modello alternativo. Loro erano antiborghesi praticanti fino in fondo.

Tra loro prevalevano i trentenni, più spesso che no laureati o assimilabili. Con una differenza netta rispetto alla gente colta di casa nostra: condividevano l’attitudine e la capacità del lavoro manuale, delle cose fatte materialmente da sé, non per hobby ma per necessità. Nel Nord America la scuola, la famiglia, il costume insegnano da sempre le tecniche di base delle occupazioni manuali. Sarà bene sarà male, ma alla high school si studia anche la saldatura e la carpenteria, inevitabilmente a spese delle letture poetiche. In una nazione che nacque pioniera, è comprensibile resista l’attitudine a fare con le proprie mani. Dei vicini immediati della nostra Raccoon Pond  Farm, si erano costruiti casa da sé, fisicamente, il preside d’ingegneria di una grande università; un direttore finanziario; un pilota civile di elicotteri. Un altro confinante e amico, Hanbidge, lasciava spesso il suo lussuoso ufficio di presidente della BP Canada per arare personalmente i suoi campi.  Larry Holmes, direttore della banca che ci prestava i fondi d’esercizio, tutte le sere pendolava alla farm dove abitava e dove allevava, senza salariati, venti manzi da carne (ovviamente nettando stalle e caricando fieno).

I vicini che ho descritto non avevano in nulla voltato le spalle alla città. Invece tentava di farlo il popolo degli alternativi che marciavano in questo  Esodo nordamericano (=liberazione dal Faraone borghese, ritorno alla Terra Promessa). In parte gli alternativi furono mossi da impulsi collettivizzanti: a un certo punto si contarono un migliaio di comunità rurali. In genere 10-15 persone, più i figli. Alcune aggregazioni erano vaste e strutturate, quasi possenti abbazie. La farm di Steven Gaskin nel Tennessee aveva un migliaio di aderenti. A certe comuni affluivano anche   donne e uomini attratti dalle sperimentazioni sessuali o educative, dalla coltivazione di droghe leggere, dalla resistenza alla guerra e al nucleare, eccetera. Prevaleva però largamente la motivazione spirituale. Si ripudiava il guadagno, la carriera, i consumi, il conformismo.

 

Fin qui l’Esodo dei gruppi. Ancora più numerose furono le partenze individuali, coppie o famiglie che andavano a vivere ai margini della foresta per conto loro. Terra poca, alloggio spartano, agricoltura o allevamento di sussistenza, cioè povertà. Si cercavano redditi aggiuntivi con le occupazioni più varie: dall’insegnamento part time alla produzione di vasi, panni, tessuti a mano, prodotti da falegname o da fabbro.  Nacque persino, tutt’altro che esigua, un’editoria periodica o libraria diciamo così ‘dai boschi’.  Nell’armonioso villaggio di Camden East nella contea di Lennox & Addington, un quarto d’ora dalla nostra Raccoon Pond Farm, un giornalista di genio ,James Lawrence dette vita negli anni Settanta a uno dei maggiori successi editoriali da quelle parti: il mensile ‘Harrowsmith’ (nome di un altro villaggio delle nostre contrade) che arrivò di colpo a 75.000 abbonati, soprattutto canadesi. Inutile dire che quelle riviste e quei libri erano comprati in prevalenza da chi non aveva abbandonato la città, ma indulgeva al sogno di farlo..

 

Un dettaglio, di interesse solo in parte marginale: ‘Sourcebook’, una delle edizioni di ‘Harrowsmith’, indicava nel colophon un’ottantina di nomi tra redattori e collaboratori esterni. In un continente con tanti oriundi italiani, non un nome nostro. Tanta è la nostra estraneità alla cultura della foresta. E tanto é il nostro orrore per la vita solitaria. Peggio, per l’interiorità luterana-kantiana.

Primissima tra le vocazioni di questo momentaneo monachesimo americano era l’impegno a risparmiare l’energia e la biomassa. La militanza cominciava coll’acquisto della stufa a legna giusta. Nel 1978 il Nord America contò 600 fabbricanti di stufa a legna, contro i 30 prima del grande panico per il petrolio mediorientale.

 

Il movimento del ritorno alla terra finì coi primi anni ’80. Resistono poche comunità, salvate dall’abnegazione e dalla fede dei cenobi. Resiste un numero di persone che può ancora impressionare un po’,  molto poco. Per questi anacoreti d’America la Grande Paura per l’ambiente fu anche speranza, l’attesa di un cataclisma che cancellasse o umanizzasse il modo di vita occidentale/urbano. Non coinvolte, nemmeno sfiorate, dagli ideologismi europei, queste tebaidi giovanili espressero coralmente, nella vita quotidiana, una religione della Madre Terra e della povertà volontaria.

 

Fu utopia, non poteva non esserlo. Eppure i Nuovi Eremiti sono stati un fiotto dell’antica innocenza  americana. Il vero primato del Nord America fu alle origini, quando era la speranza del mondo.

Filippo Calderazzi, di Antonio Massimo

 

 

Marshall e con un sovrappiù di lungimiranza seppe guadagnarsi (=comprarsi)  la riconoscenza e la fedeltà di mezzo mondo. In un futuro non lontano, e sotto  un capo migliore degli ultimi presidenti, gli Stati Uniti potrebbero tornare grandi: affrontando da nazione leader la più dura delle sfide del XXI secolo, strappare alla miseria l’Africa e il Sud del pianeta. Potrebbero conquistare pacificamente terre e popoli immensi: così come l’America di Jefferson, di Jackson e di Theodore Roosevelt si insignorì del Nord America, dei Caribi e dell’ammirazione del mondo.

L’invasione dei migranti minaccia gravemente le nazioni prospere e in più impone costi umani micidiali tra i quali la strage degli innocenti in mare. Ebbene l’invasione dei miserabili sarà fermata solo se i paesi prosperi accetteranno di condividere la loro prosperità col mondo che esporta disperati. Condividere vorrà dire donare in programmi contro la povertà un quinto o un quarto della propria ricchezza. Vorrà dunque dire regredire nelle relative ristrettezze di prima del benessere consumistico. Solo l’America avrà l’autorità e l’egemonia per trascinare il mondo agiato nella crociata più ambiziosa e giusta della storia.

Le ritorneranno i tempi esaltanti dell’Indipendenza, del Louisiana Purchase, della conquista del West.

CIBO PER TUTTI? Un obiettivo lontano. Per ora soltanto food for thought …

L’antropologo americano Marvin Harris afferma, nel suo affascinante, profondo e divertente libro (1), che noi appartenenti al genere umano condividiamo le nostre abitudini alimentari con maiali, scarafaggi e ratti: infatti siamo tutti onnivori. Potremmo aggiungere che con iene e lupi condividiamo invece la caratteristica di essere mammiferi e predatori gregari.

Questa seconda caratteristica è assai più importante della prima, al fine di capire perché alcuni di noi posseggono più cibo di quanto ne potranno mai consumare, mentre altri più sfortunati o meno rapaci (anche se non meno capaci) vedranno i loro figli crescere deboli, menomati nel fisico e nelle facoltà mentali, e in alcuni casi morire di fame e di stenti. Tutti i popoli rischiano grosso – ci ricordano con i loro scritti Schumacher (2), Steinbeck (3) e d’Eramo (4) – quando i governi sono chiamati a fronteggiare eventi che richiedono di operare scelte che peseranno come macigni sulla vita di ciascuno.

In un’opera autobiografica (5), l’autore de La fattoria degli animali (Animal Farm, 1947) ci racconta che cosa accadeva tra i poveri che vagabondavano negli anni Trenta per le strade di Londra, la capitale dell’impero più vasto e potente del mondo, quando egli ne condivideva la vita.

Ecco il ritratto di Paddy: Da due anni aveva perso il posto. Si vergognava moltissimo di essere un vagabondo, ma del vagabondo aveva assunto tutte le caratteristiche. … Probabilmente sarebbe stato in grado di lavorare, se per qualche mese si fosse nutrito a dovere. Ma due anni di pane e margarina avevano infirmato senza rimedio le sue possibilità. Era vissuto di quella sozza imitazione di cibo finché anche la qualità del suo spirito e del suo corpo non si era deteriorata. Era la denutrizione e non qualche deficienza congenita ad aver distrutto il suo vigore. Un’altra sua testimonianza: Qua e là c’erano impiegati disoccupati, smunti e malinconici. In mezzo a un gruppo di loro un giovanotto alto, magro e mortalmente pallido parlava con eccitazione. Batteva il pugno sul tavolo e faceva lo spaccone con strano nervosismo. … Lo osservai, colpito dal suo modo impulsivo e agitato di parlare; sembrava isterico, o forse un po’ ubriaco. Un’ora dopo entrai in una saletta che avrebbe dovuto essere adibita alla lettura. Non c’erano libri né giornali, perciò ci andavano in pochi. Quando aprii la porta vidi che c’era il giovane impiegato, solo; era in ginocchio e pregava. Prima di richiudere la porta feci in tempo a vedergli la faccia: sembrava in preda agli spasimi della agonia. Capii a un tratto, da quell’espressione, che stava morendo di fame.

George Orwell era nato a Motihari, una cittadina dello stato indiano del Bihar a 55 km da Birgunj, la seconda città più popolosa del Nepal, dove sono stato nel 1971 quando lavoravo per l’UNDP. In questo distretto, a Champaran, era andato il Mahatma Gandhi (1869-1948) per protestare contro gli inglesi per le miserevoli condizioni dei contadini che erano stati costretti a coltivare l’indaco (pianta dalla quale si estrae l’omonima tintura per i tessuti) invece dei cereali che servivano per la loro sussistenza. Un fenomeno questo che si ripeteva in tutte le colonie di sfruttamento, ma che in quelle più densamente popolate aveva effetti disastrosi per l’alimentazione soprattutto dei poveri. Ne sono testimonianza le devastanti carestie che hanno colpito varie zone dell’India nel corso del dominio britannico.

Il ricco e popoloso Bengala è stato colpito da varie carestie. Prima di farne cenno occorre ricordare che il 31 dicembre 1600 veniva fondata con Royal Charter (patente o decreto reale) della regina Elisabetta (la prima monarca inglese ad appoggiare incondizionatamente i mercanti e i corsari, che erano di fatto pirati, predoni e avanguardie della colonizzazione) una società per azioni, la East India Company, alla quale veniva conferito per 21 anni il monopolio del commercio nell’Oceano Indiano, come se quei territori fossero stati soggetti all’Inghilterra. Ne erano azionisti mercanti e aristocratici inglesi.

Con l’inganno, la corruzione e l’azione militare gli inglesi avevano finito per ottenere il monopolio sul commercio e nel 1757 erano divenuti i padroni del Bengala fino al punto di razziarne il tesoro. Nel 1764 ottennero i diritti di tassazione ed esazione fiscale e la East India Company divenne così il potere dominante del Bengala. Nel 1768 i raccolti furono scarsi e nel 1769 ancora più scarsi, anche a causa della siccità del settembre 1769. Le autorità britanniche, al corrente della situazione, non presero alcuna misura per sostenere la popolazione colpita dalla carestia nei primi mesi del 1770. A metà dell’anno i morti per carestia aumentarono a due milioni, e non c’erano le risorse per seppellirli. Le piogge nella seconda parte dell’anno permisero un buon raccolto e la carestia diminuì, ma per riprendere negli anni successivi. Vaste aree coltivate tornarono giungla per decenni, poiché i sopravvissuti avevano abbandonato i territori più colpiti.

La East India Company aumentò il peso della tassazione sulla terra e sui commerci portandola dal 10% al 50% sul valore dei prodotti agricoli; l’imposta fondiaria raddoppiò e anche questo gettito andò alla madrepatria inglese. Nell’aprile 1770, quando la carestia stava raggiungendo il suo apice, la East India Company decise che l’imposta fondiaria sarebbe aumentata del 10% nel 1771. La crescente diffusione della coltivazione del papavero da oppio ridusse le aree coltivate per produrre alimenti e aggravò la già cattiva situazione. Occorre osservare in proposito che l’oppio serviva agli inglesi per pagare le loro importazioni dalla Cina, dato che i cinesi non avevano alcun interesse per i prodotti inglesi. La carestia del periodo 1769-1773 causò dieci milioni di vittime e la popolazione del Bengala passò da 40 a 30 milioni.

Grazie al nazionalismo (appreso dagli inglesi e poi usato contro di loro) e al fondamentalismo religioso (incoraggiato dagli inglesi secondo il principio del divide et impera) il Bengala è oggi diviso in due entità politiche distinte: il Bangladesh (già East Pakistan tra il 1947 e il 1971) con circa 155 milioni di abitanti per il 90% musulmani e per il 9,5% induisti; e lo stato indiano del West Bengal con circa 95 milioni di abitanti e la capitale del Bengala, Kolkata o Calcutta, la città più intellettuale del sub-continente indiano. Questi 250 milioni di persone condividono la lingua e le tradizioni, mentre la religione è diventata un elemento di insanabile divisione soltanto con la dominazione britannica (British Raj). Il bengalese (bengali) è una lingua di altissimo valore letterario, usata da 300 milioni di persone, la settima lingua parlata nel mondo.

Altre carestie hanno colpito varie zone dell’India tra il Settecento e la metà del Novecento. A spiegarle non bastano le cause naturali, è l’intervento (o il non intervento) dei dominatori a peggiorare e a rendere catastrofica la situazione. Gli inglesi disprezzavano i sudditi delle loro colonie di sfruttamento perché li consideravano esseri inferiori e idolatri. Alla base di questo atteggiamento vi erano (e vi sono) il razzismo, il nazionalismo e il fondamentalismo religioso, come prova anche il caso dell’Irlanda, dove la forzata sostituzione dei cereali (alimento base) con la patata, creò una situazione che si tradusse in carestie ricorrenti. La più grave, dovuta alla peronospora (blight) della patata, nell’autunno del 1845 distrusse circa un terzo del raccolto della stagione e l’intero raccolto del 1846. Una recrudescenza dell’infezione distrusse gran parte del raccolto del 1848.

Incuranti della sicurezza alimentare degli irlandesi, i proprietari terrieri inglesi avevano destinato alla vendita tutti i cereali prodotti, dando in cambio ai loro contadini la possibilità di coltivare la patata, tubero di una pianta americana molto produttiva ma di cui si sapeva poco o niente. Gli irlandesi poterono così contare soltanto sulla patata per sfamarsi, ma non ne conoscevano i sistemi di conservazione nella forma disidratata o liofilizzata (chuño), come accadeva invece nelle zone di origine situate nelle Ande centrali.

La trasformazione in farina di pochi quantitativi non bastò ad evitare la grande carestia (Great Famine), che avrebbe potuto essere meno disastrosa se la cupidigia e le motivazioni degli inglesi – desiderosi non soltanto di impadronirsi degli averi degli irlandesi, ma di sterminarli una volta per tutte – fossero state meno radicate e ingigantite dai pregiudizi nei loro confronti dato che erano papisti, pigri e ubriaconi, e perciò soggetti alla punizione divina della carestia (6).

Concludiamo queste brevi note con una parola di speranza. Nel giuramento di Mandé rivolto alle orecchie del mondo intero proclamato nel 1222 dinanzi al re del Mali – al tempo di Francesco d’Assisi (1182-1226) e della sua Regola non bollata composta nel 1221 dopo l’incontro con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kaamil (1219) – e tramandato oralmente di generazione in generazione dai cantori africani, si dice: L’uomo in quanto individuo (…), la sua anima, il suo spirito vive di tre cose: vedere ciò che ha voglia di vedere, dire ciò che ha voglia di dire e fare ciò che ha voglia di fare. Ciascuno risponde della sua persona, ciascuno è libero nei suoi atti, nel rispetto delle leggi della sua Patria. (7) Non si parla qui di diritto al cibo ma di ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Nella vita delle comunità di villaggio era cosa naturale, da parte dei vicini, coltivare il campo della vedova e dell’orfano o del malato e consegnare i frutti ai titolari dei diritti di coltivazione perché potessero nutrirsi. Da allora di passi indietro ne sono stati fatti tanti, sebbene qualcuno sia stato fatto anche in avanti.

Come può oggi la vita – per i più poveri – essere degna di essere vissuta, quando sono circondati dall’indigenza e dalla miseria materiale che riduce i componenti di una gran parte dei loro fratelli allo stato di bruti? Cosa possiamo fare noi, che siamo nati e cresciuti nell’abbondanza? …..

Gianni Fodella

Note bibliografiche:

(1) Marvin Harris (1922-2001), Buono da mangiare. Enigmi del gusto e consuetudini alimentari, (Good to Eat. Riddles of Food and Culture, Simon and Schuster, New York 1985) Einaudi, Torino 1990 e 1992, pagine 251

(2) Ernst Friedrich Schumacher (1911-1977), PICCOLO E’ BELLO L’economia come se la gente contasse qualcosa, (SMALL IS BEAUTIFUL Economics as if People Mattered, Harper & Row, 1973), Oscar Saggi Mondadori, Milano 1978, pagine 249

(3) John Steinbeck (1902-1968), FURORE (The Grapes of Wrath, 1939), RCS Bompiani, Milano 1940-2010, pagine 478

(4) Marco d’Eramo (1947), Il maiale e il grattacielo. Chicago: una storia del nostro futuro, Feltrinelli, Milano 2004, pagine 482

(5) George Orwell (1903-1950), Senza un soldo a Parigi e a Londra, (Down and Out in Paris and London, 1939) Oscar Mondadori, Milano 1981, pagine 257

(6) Redcliffe N. Salaman (1874-1955), Storia sociale della patata (The History and Social Influence of the Potato, Cambridge University Press 1948, edited by J.G. Hawkes in 1985), Garzanti, Milano 1989, pagine 434

(7) Citato a p. XIII da Giuseppe Prestìa (1971), LA CENTRALITÀ DELL’AGRICOLTURA NELLO SVILUPPO ECONOMICO E NELLA CRESCITA L’ignorata eredità africana e alcune delle esperienze agricole più significative del mondo, LUMI Edizioni Universitarie, Milano, II edizione luglio 2014, pagine XIV+805

NOTA DELL’AUTORE

Si stima che nel 1801 la popolazione irlandese fosse pari alla metà di quella inglese; sulla base dei censimenti la popolazione dell’Irlanda è passata tra il 1841 e il 2011 da 1/3 a 1/14 di quella della Gran Bretagna.

Irlanda in milioni di abitanti: 8,18 (1841), 6,55 (1851), 4,46 (1901), 4,23 (1926), 2,98 (1971), 4,59 (2011);

Regno Unito in milioni di abitanti: 26.71 (1841), 41,46 (1901), 63,18 (2011).

GROTTESCA DIARCHIA BERGOGLIO-BERTONE ALLA GUIDA DELLA CRISTIANITA’

Infuria nelle conventicole dei letterati e nei retrobottega dei librai la zuffa, a chi spetti tra i Grandi dei generi burlesco, satirico, rozzamente fescennino, di celebrare in versi il gran fatto ìlare dell’ultima quindicina dell’anno: il cardinale Tarcisio Bertone dona centocinquantamila ducati all’Ospedale Bambin Gesù, il polo d’eccellenza della pediatria, insidiato sì dalle ruberie però salvato dalla munifica donazione. Spetterà di poetare a Plauto o a Giovenale, al Berni, a Folgore di San Gimignano che in forme vernacolari si esprimeva su toni bassi? Piuttosto a Boccaccio, al Ruzzante, al Pietro Aretino del Dialogo delle Cortigiane? All’erede di tutti, Dario Fo?

La quale munifica donazione avviene, come tutti sanno, in quanto il porporato non si era accorto che, a Sua insaputa, somma equivalente era stata trasferita dal c/c del Polo d’eccellenza alla ristrutturazione della francescana porziuncola di Sua Eminenza. Rubare a favore di Bertone corrisponde, in circostanze cambiate, al largheggiare del Cinquecento per il Quirinale e per le principesche fortune dei parenti, figli compresi, di plotoni di papi . Tutti, allora come oggi, rubarono a Cristo cioè ai poveri.

Tuttavia le potenzialità di grottesco della generosa donazione non attengono tanto ai problemi di coscienza del principe della Chiesa. Errare è umano, restituire è ammirevole. Le potenzialità carnascialesche prorompono dalle modalità della donazione: “a rate e dai miei risparmi”! A riflettere, non sarebbe stato meglio se l’Eminenenza avesse confessato e basta? ‘Dai miei risparmi’ è enorme! Se il successore di un apostolo straccione ha risparmi, vuol dire che ottiene redditi eccedenti quanto occorre per sostenersi ai livelli di sobrietà intimati dal papa argentino. Sono redditi leciti a norma di Vangelo, oppure l’arrivo di Francesco ha solo increspato in superficie le acque stagnanti della Chiesa? Il pontefice che si era annunciato come rivoluzionario, quando cancellerà il trattamento sfarzoso dei sommi prelati? Quando amputerà il benessere dei gerarchi di Curia, quando li costringerà a cristiane ristrettezze? Infine, quando lascerà Roma col suo complessivo retaggio di infamie?

Più probabilmente, il ‘nuovo corso’ di Bergoglio andrà avanti per formule vuote e per esortazioni che scorrono come acqua sul marmo. I promotori di giustizia vaticani perseguiranno solo i giornalisti sicofanti e questo o quello dei malfattori talari? non chiederanno mai conto allo stesso sovrano del male di produrre parole invece che fatti? Oggi la Chiesa storica vanta numeri mirabolanti di fedeli che fotografano coi telefonini e pregano/salmodiano in centinaia di “lingue della Cristianità” (‘dallo svahili all’idioma del

Kerala’ si compiace Aldo Cazzullo). Tuttavia c’è una minoranza di cattolici semiprotestanti, cioè ecumenici sul serio, i quali si castigano nell’attesa di una nuova Pentecoste (attesa assente dai tripudi di piazza San Pietro); ecumenici che si fanno coraggio nella ricerca di un divino ignoto e negli struggimenti della liturgia. Questa minoranza meriterebbe qualche segnale di speranza. Invece questo papa parla solo agli innocenti inconsapevoli, alle badanti, ai consumatori di prodotti mediatici, ai bisognosi di messaggi ingannevoli, tipo “Abbandoniamo ogni forma di paura perché non si addice a chi è amato”.

Cosa sanno le grandi firme atee, che quasi danno del tu al Papa ma entrano in chiesa solo per affreschi; cosa sanno i miscredenti e gli ultralaici, che vociano anzi declamano nel momentaneo inneggiare al Giubileo e al suo Promotore (così in gamba nell’abbellire il look pubblico); cosa sanno i corifei, dell’invocazione drammatica Vieni Gesù nei canti giovani d’oggi?

La realtà colpirà duro la trovata di far passare le formule per parole di vita. La Chiesa come pugno di discepoli del Nazareno sta morendo. Si mantiene in salute la Mala Ecclesia che piace agli inviati speciali, ai paparazzi, ai laudatori senza coscienza. Quando anche Bergoglio passerà, inutile come tutti i predecessori dell’ultimo paio di secoli (pur tanto migliori di quelli del Rinascimento e del Medioevo di ferro), quando anche Bergoglio sarà passato invano, irromperà lo sgomento cattolico. Si spegnerà l’illusione che sia l’Istituzione romana, con le sue gerarchie e le sue prassi proterve, a portare la Luce.

Antonio Massimo Calderazzi

L’equivoco della lotta ai “cambiamenti climatici”

Chi, come me, è nato prima della guerra (quale guerra – chiederà qualcuno – dato che l’unico periodo di relativa pace tra il 1945 e oggi è stato quello della “guerra fredda”) ha personalmente sperimentato il cambiamento climatico.

In ogni inverno a Vercelli (dove sono nato) nevicava, e non era raro avere un metro di neve nelle strade. La fioca dicembri(g)na la sta tre meis an’sla casi(g)na dice un eloquente proverbio locale in uso fino a 60-70 anni fa, oggi quasi certamente dimenticato e comunque privo di relazioni con la realtà delle cascine di oggi. Queste, del resto, sono in buona parte scomparse o divenute – come dice il mio amico Piero Morseletto – dei deposti (parola da lui coniata da tradursi displaces in inglese) edifici abbandonati nelle campagne e pian piano riconquistati dalla natura.

In una grande tela ad olio – ospitata nel ristoro (ora sostituito da un bar con le macchinette mangiasoldi o slot machines) della stazione ferroviaria – si vedevano i pesanti carri da trasporto trainati da una o due pariglie di cavalli che attraversavano la Sesia completamente ghiacciata.

Da non molto tempo si è constatato (forse sarebbe meglio dire scoperto) che – grosso modo tra la metà del XIV e la metà del XIX secolo – ha avuto luogo una piccola età glaciale la cui esistenza è stata indirettamente provata dalla variazione nell’estensione delle terre coltivate e dalle colture ivi praticate. Ma pochi storici (per non dire degli economisti che poco o nulla sanno di storia) ancora oggi ne tengono conto per interpretare i fatti accaduti nel passato.

Che sia in atto un riscaldamento dovuto ai naturali (ancorché misteriosi) cicli climatici della Terra non soltanto è probabile, ma è addirittura certo. Se così è l’azione umana non ha modo di mutare le cose. Tuttavia, le esperienze vissute dal genere umano (non accumulate dall’uomo, dato che non siamo in grado di farlo se non per la durata della nostra vita e in parte per quella dei nostri genitori e nonni) che possiamo verificare grazie ai resti degli insediamenti umani che siamo andati scoprendo con l’archeologia, mostrano che i nostri progenitori (tutti analfabeti perché la scrittura era di là da venire) si comportavano in modo molto più razionale di noi.

Prova ne sia che non costruivano abitazioni nei fondivalle, o su pendii scoscesi, o sulla riva dei fiumi, dei laghi e del mare. Talvolta le abitazioni stavano su palafitte costruite nei laghi, spesso non lontane dalla costa, ma normalmente erano situate in luoghi naturalmente protetti e avevano caratteristiche legate al clima del luogo sia per i materiali naturali impiegati sia per l’orientamento delle aperture di accesso. Quindi le tecnologie usate erano tutte legate a ciò che la natura offriva localmente e alle condizioni concrete dell’ambiente circostante.

Così le abitazioni delle zone calde e umide erano diverse da quelle costruite nelle zone calde e secche, per non parlare delle abitazioni di pianura o di montagna delle zone temperate fredde. I cambiamenti climatici, per loro natura lenti, non trovavano mai impreparati i nostri progenitori: le abitazioni si adeguavano alle trasformazioni dell’ambiente e così le abitudini alimentari. Anche le credenze religiose mutavano pian piano nei contenuti. Quando i comportamenti degli uomini non erano più in linea con i mutamenti dell’ambiente circostante il gruppo umano era costretto a migrare oppure si estingueva. Abbiamo di tutto ciò prove evidenti anche relativamente recenti, per esempio riguardanti alcune popolazioni dell’America pre-colombiana.

Come ci comportiamo invece noi, che crediamo di essere “evoluti”? Fidando nella tecnologia – che reputiamo sempre positiva per il genere umano – costruiamo ormai lo stesso tipo di abitazione ovunque nel mondo, con conseguenti enormi sprechi di materiali ed energia.

Per fare un piccolo esempio concreto prendiamo il Polo di Sesto San Giovanni dell’Università degli studi di Milano. Esso è stato costruito di recente, con edifici che devono essere riscaldati o raffrescati per tutto l’anno, come se non fossimo a Milano ma a Chicago, dove le temperature invernali possono superare i 30° sotto lo zero e quelle estive i 35° con un tasso di umidità molto elevato. In California, dove gli inverni sono miti e le estati asciutte, si sono costruiti edifici identici a quelli di Chicago (e di Milano). Costruendo in modo appropriato, in California (e a Milano) si potrebbe fare a meno dell’aria condizionata, dato che esiste già quella incondizionata, che la natura ci offre in abbondanza illimitata e dal costo nullo. A Milano, con edifici costruiti con criteri appropriati, basterebbe il riscaldamento per pochi mesi invernali.

Le sponde e le aree golenali dei fiumi, i terreni in pendio, le rive di laghi e mari, le aree interessate da eruzioni vulcaniche, hanno visto sorgere nel corso del XX secolo edifici di ogni tipo e dimensione. In questo modo anche i movimenti orogenetici, che non interessavano i ritmi di vita dell’uomo “primitivo” e non lo danneggiavano, finiscono per avere oggi in quelle aree degli effetti catastrofici permanenti.

In Giappone la “fragilità” di montagne e colline di formazione geologica relativamente recente (come le nostre Alpi e Prealpi), unita alle precipitazioni piovose periodiche (tsuyu) e intense, hanno contribuito alla “sacralità” delle alture più impervie impedendo di fatto gli insediamenti umani. Ciò ha evitato che questi fossero danneggiati da frane e smottamenti provocati da colline e montagne private del manto forestale. Inoltre, i villaggi costieri venivano costruiti sulle alture rocciose prospicienti il mare, non in prossimità della spiaggia; così non ci si curava dei maremoti (tsunami = onda di porto) dato che non mettevano in pericolo persone e cose non provocando disastri.

Quando tutto ciò – nella felice e progredita era tecnologica che stiamo vivendo – è stato dimenticato nel Paese ritenuto il più “tecnologico” del mondo, le conseguenze veramente disastrose dello Hanshin jishin, terremoto che ha interessato l’area di Osaka-Kobe, verificatosi il 17 gennaio 1995 alle ore 5:46 e della durata di 20 interminabili secondi, sono state raccapriccianti. Il terremoto ha fatto 6434 vittime (secondo la stima definitiva di 11 anni dopo, il 22 dicembre 2005), anche per la chiara incompetenza e disorganizzazione dei giapponesi ritenuti a torto in grado di far fronte a questi fenomeni, così frequenti nel loro arcipelago, nel modo più appropriato. In termini economici il valore dei danni subiti è stato pari al 2,5% – e cioè a un quarantesimo – del Prodotto Interno Lordo giapponese.

Considerazioni analoghe devono essere fatte circa le conseguenze catastrofiche (ancora più gravi) del maremoto di Fukushima dell’11 marzo 2011: almeno 15.700 i morti, oltre 4.600 i dispersi (quindi un totale di oltre 20mila morti), 130mila gli sfollati, 332mila gli edifici distrutti, nonché innumerevoli strade, ponti e ferrovie distrutte dalla forza dell’onda. I giapponesi – facendo uso della saggezza derivante dall’esperienza dei loro antenati – avrebbero dovuto evitare di costruire edifici e vie di comunicazione sulla costa, per non parlare delle centrali nucleari, che allora non esistevano essendo una felice invenzione dei nostri tempi.

Infatti, ad aggravare il bilancio del maremoto (la parola tsunami è divenuta di uso corrente per qualsiasi cosa, disastrosa o sorprendente che sia), alla centrale nucleare Fukushima Dai-ichi si è verificato il peggiore incidente nucleare mai verificatosi fino ad ora (di livello 7, come quello di Chernobyl, Ucraina, del 26 aprile 1986, che ha portato all’evacuazione di 336mila persone e che ha fatto aumentare di molto i casi di tumore alla tiroide). Conseguenze analoghe, sia detto per inciso, ha avuto l’incidente nucleare di Three Mile Island (Pennsylvania, USA, 28 marzo 1979) in seguito al quale il tasso di mortalità tra i bambini sotto l’anno di età è cresciuto del 28% rispetto al 1978, mentre per gli infanti sotto il mese di età l’aumento è stato del 54%. Tornando a Fukushima (significa Isola della Buona Sorte) un bilancio delle vittime potrà essere fatto soltanto tra alcuni decenni, e comunque molto tempo ci vorrà per capire quanto già è stato osservato circa l’aumento dei tumore alla tiroide e la virulenza di altri effetti imputabili alle radiazioni.

E’ quindi importante riflettere su ciò che sta accadendo ora, ma partendo da un momento preciso della nostra storia recente: gli albori della cosiddetta rivoluzione industriale. Nonostante sia ancora oggi indicato come un fenomeno positivo, si è trattato di uno dei periodi più bui della storia umana, nel corso del quale la maggioranza della popolazione che viveva in un determinato territorio interessato da questo fenomeno ha conosciuto livelli di vita così miserabili da non avere eguali nella storia umana di cui ci sia giunta notizia. Almeno ai nostri giorni – non più offuscati dalla cieca fede nel “progresso” – dovremmo prenderne atto, ma così non è.: storici ed economisti perseverano nell’errore, non avendo probabilmente mai letto le grandi opere letterarie dell’Ottocento.

In conseguenza della cosiddetta rivoluzione industriale si è avviato da circa due secoli un processo di avvelenamento dell’atmosfera e (più di recente) delle terre coltivabili, dei fiumi, delle acque interne e dei mari che è andato aggravandosi sempre più con il trascorrere del tempo. Il progresso tecnologico che ha interessato la produzione ha ingigantito questi effetti perniciosi fino al punto da renderli forse irreversibili.

L’uso del carbone, del petrolio e del gas naturale nei processi produttivi e distributivi ha riversato nell’atmosfera masse crescenti di anidride carbonica e di ossido di carbonio che prima si trovavano imprigionati nella sostanza organica che, fossilizzatasi in milioni di anni, si era trasformata in idrocarburi. Le necessità di legna da ardere e di legname da opera ha poi ridotto – e riduce ogni giorno di più – il patrimonio forestale del Pianeta ignorando nei fatti e nei comportamenti ciò che sappiamo benissimo dagli studi (palesemente inutili) che ci dicono come sia la fotosintesi clorofilliana a fissare il carbonio liberato nell’atmosfera grazie agli alberi.

Non sono quindi i cambiamenti climatici – che non possiamo in alcun modo impedire o regolare perché insiti nella natura dinamica del Pianeta sul quale viviamo – ma è soltanto l’azione dell’uomo che oggi sempre più avvelena l’atmosfera e – attraverso la tecnologia universalmente lodata come benefica – anche la terra coltivabile e l’aria che respiriamo ormai ricca di sostanze nocive che provengono dal degrado fisico delle materie di ogni tipo create artificialmente dall’uomo e che il sia pur grande potere della natura non riesce a trasformare in qualcosa di utile alla vita.

L’aumento delle neoplasie e delle allergie di ogni tipo è una eloquente avvisaglia del futuro che ci attende e che è già cominciato, di ciò che ormai consapevolmente, perché scientificamente provato, ci stiamo preparando da soli. Un futuro caratterizzato da una vita sempre più impoverita e dove la malattia sarà per gli uomini la norma e la salute, per pochi e sempre meno numerosi, l’eccezione.

Sarebbe un gravissimo errore ritenere che la crescita della speranza di vita alla nascita – e cioè della vita media – che ha caratterizzato gli ultimi decenni, sia una tendenza destinata a durare nel tempo. Infatti, coloro che raggiungono oggi la tarda età sono nati e cresciuti in un ambiente fatto esclusivamente di sostanze naturali, privo di materie plastiche di ogni tipo create dall’uomo con la petrolchimica. A ciò si aggiungano le conseguenze dell’estrazione dei materiali fossili (non soltanto combustibili) giacenti nel sottosuolo da milioni di anni. Stiamo riversando nella biosfera tutta l’anidride carbonica fissatasi nella sostanza organica fossile durante i 60 milioni di anni del Carbonifero.

Si tratta di frutti che hanno cominciato ad avvelenarci subdolamente già quando i miei nonni erano giovani. Ci sono poi volute due generazioni per capirne la gravità e la portata. Perché nei miei anni giovanili la parola allergia era sconosciuta? Ora non vi è quasi più famiglia nella quale almeno un membro non sia colpito da questo tipo di per ora blanda anomalia, ma che prelude a ulteriori cadute delle naturali difese immunitarie degli organismi umani. Il passo di questi tipi di patologie che divengono generalizzate sembra ancora lento, ma tutti i processi patologici hanno questa caratteristica: dalla latenza in casi sporadici si passa alla generalizzazione del fenomeno che assume poi rapidamente una diffusione di massa irreversibile.

Dobbiamo renderci conto che siamo entrati in una fase che anticipa la prospettiva ormai tangibile di una accelerazione catastrofica per la nostra salute. La crescita delle neoplasie di ogni tipo che denota questo stato non può essere combattuta con i farmaci, ma deve essere affrontata dagli economisti affinché suggeriscano metodi produttivi che ripristino condizioni di vita dove l’uso di sostanze e di materiali creati dall’uomo sia bandito e siano invece impiegati soltanto materiali naturali sani e innocui per l’uomo, per le piante e per gli animali dei quali si ciba.

Le costruzioni, la fabbricazione e l’uso di mezzi di trasporto voraci di energia derivante da risorse finite non rinnovabili è il vero punto nodale che richiede non l’approfondimento di un’analisi che chiunque di noi è in grado di fare, ma l’attuazione di MISURE CONCRETE E NON UTOPISTICHE per poter fin da subito ridurre e poi annullare questi effetti che in breve tempo non potranno portare che all’estinzione di ogni forma di vita sulla Terra.

Riflettiamo sul fatto che, senza i comportamenti concreti dei nostri simili (ignoranti e primitivi) nell’era pre-tecnologica, il genere umano forse si sarebbe già estinto.

Un CITLUVIT (Cittadino Luna in visita d’istruzione sulla Terra espressione coniata da Fosco Maraini), guardando a ciò che sta accadendo da noi, non sarebbe ottimista. Abbiamo un arsenale nucleare che ci può annientare in un momento, stiamo riempiendo il suolo degli impalpabili e invisibili frammenti delle sostanze che abbiamo estratte dalla terra o che abbiamo creato con la chimica e le inaliamo quotidianamente in misura più o meno grande a seconda di dove trascorriamo i nostri giorni …

L’importante dunque è cominciare, al più presto sebbene con cautela. Anche in questo caso tuttavia, e nonostante l’urgenza, la fretta può essere cattiva consigliera e non deve dare origine a misure affrettate delle quali ci si potrebbe pentire. I governi nazionali hanno dimostrato di non essere in grado di attuare misure efficaci, di non essere in alcun modo all’altezza del compito. Ci si è limitati a convegni e a raccomandazioni. Nulla di concreto è stato fatto.

Se il compito venisse affidato alle comunità locali forse si potrebbero ottenere in tempi brevi dei risultati. Non si è ancora fatto, ma si potrebbe provare.

Gianni Fodella

TERRORISMO: L’UTOPIA DEI PROFETI MEGLIO CHE IL REALISMO DEGLI STATISTI-NULLITA’

Forse non sarebbe questo il momento per fare il Misogallo. Per chi non ha fatto il classico bensì lo scientifico o l’informatico: si intitolò Misogallo lo scritto con cui Vittorio Alfieri esplicitò il suo sdegno per quel che facevano i giacobini francesi nei pochi anni che la Rivoluzione borghese degenerò in quotidianità della ghigliottina. E sì che nelle famiglie piemontesi del suo ceto la Francia era quasi patria. I nobili, se non usavano il dialetto, erano francoparlanti. E lui, il nostro sommo tragico, andò a Firenze non solo per ‘lavare in Arno’ il suo scrivere, anche per prendere assidue lezioni di lingua italiana.

Il qui sottoscritto non è disgustato come l’Alfieri. Però certi recenti casi d’oltralpe gli sembrano rotondamente ridicoli. L’aggressione del terrorismo è cosa troppo seria per legittimare le trasferte patriottiche dei politicanti a Versailles, con obbligate allusioni alle grandi vittorie del Re Sole. Lì la nomenclatura, facce compunte e labbra modellate dai melismi della Marsigliese, ha recitato un copione eroico (con venature comiche): siamo in guerra, nessun compromesso, saremo spietati, orgoglio nazionale, valori laici, République, Liberté, diritti ai concerti rock e alle nozze gay, altri emozionanti gridi di battaglia. La Francia magari si rialzerà, come scrivono gli editorialisti cesarei. Ma è in grado di vincere solo un modico di vittorie di consolazione.

Gli arcicomandi di Hollande hanno fatto salpare la portaerei De Gaulle, e il gesto piace ancora agli épiciers che, a stare al Generale che dà il nome alla superba ammiraglia, fanno il grosso della nazione vittoriosa a Valmy e a Jemappes. Una portaerei fa effetto, avvicina un po’ chi ce l’ha alla Home Fleet e alla U.S.Navy. Però nell’ultima guerra mondiale il compianto guerrafondaio F.D.Roosevelt ne aveva un centinaio di portaerei (di varia stazza). Vinse, e dopo di lui i successori hanno perso tutte le guerre che hanno intrapreso. Non bastano le portaerei.

Per parlar chiaro: il fiammeggiare a Versailles dello spirito militare -quello della Francia ufficiale come quello degli épiciers- ricorda i nostri Otto milioni di baionette e le nostre Otto corazzate. E il presidente Hollande non dimentichi che molti statisti compaesani sono caduti nei trabocchetti della Storia. Per sprovvedutezza.

1870: Emile Ollivier, capo dell’ultimo governo del Second Empire, e l’Alto Comando assicurano Napoleone III che sbaraglierà la Prussia di Bismarck. 1914: il presidente Poincaré, giunto a Pietroburgo sulla maestosa corazzata “France”, accompagnato dall’innocuo primo ministro Viviani, convince lo Zar a dare il via alla Grande Guerra (distruggerà lo Zar, la sua larga famiglia e molti milioni di uomini; darà la Russia ai bolscevichi). 1918: Georges Clemenceau è certo d’avere meritato l’Eliseo in quanto il Tigre de la Victoire; e invece no. 1919: il trattato di Versailles, troppo punitivo per la Germania, crea le premesse per il trionfo di Hitler. 1939. Edouard Daladier entra in guerra per onorare un impegno con Varsavia (che non onorò). L’impegno era stato assunto per comprare la sudditanza di una Polonia fatta artificialmente grande a Versailles. 1940: Paul Reynaud, capofila dei pochi che vogliono la guerra ad oltranza da una colonia africana, deve umiliarsi a guidare in chiesa una delegazione di ministri, tutti atei o ultra-laici, che fingono di implorare Santa Genoveffa perché salvi Parigi dalla Wehrmacht così come la salvò da Attila. 1957: il premier socialista Guy Mollet crede di schiacciare con le armi la rivolta d’Algeria e partecipa alla ‘vittoriosa’ spedizione di Suez.

Insomma Hollande è montato a cavallo, ma è difficile che torni vincitore. Con gli altri condottieri della Francia ha dato al tremendo problema del terrorismo la risposta più banale di tutte; quasi certamente la più inutile, avendo a che fare con un avversario che sembra non scarseggiare mai di kamikaze volontari. Le armi e le coalizioni potrebbero persino sconfiggere momentaneamente l’Isis territoriale. E dopo? L’estremismo esasperato è diffuso nei continenti. Si possono bombardare e conquistare tutti i continenti?

Se la soluzione militare non esiste, meno che mai esiste quella diplomatica. Non resta che l’utopia, ancora una volta più realista del realismo dei generali e degli statisti. L’utopia che sorga un pugno di uomini veramente grandi, grandi come il Nazareno e come Maometto, i quali sciolgano le rispettive Chiese ed eserciti di clero, e fondino l’Ecumene dei credenti. L’utopia, inoltre, che il mondo dei ricchi accetti di impoverirsi, di cambiare stili di vita e di consumi, per condividere ciò che hanno con le masse che oggi sperano nell’Isis.

Questo avvento della Più Grande Pace profetizzò Isaia (19, 18-24): “Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani, ma poi li risanerà. In quel giorno l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria e gli Egiziani renderanno culto insieme con l’Assiria. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra”. Cose troppo immense per i semplici inconcludenti Bergoglio e per una turba di imam, muftì e capirabbini.

Eppure invocare che avvengano promette assai più che confidare negli Hollande e nei Cameron, nei loro marescialli, diplomatici e altri co-protagonisti del Nulla.

Jone

DICEMBRE 2015

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

In INTERNAUTA, le linee politiche convivono. Leggi il nostro manifesto.

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SANTITA’, SONO VANI ANGELUS E GIUBILEI. ABBANDONA ROMA, ASCOLTA I CRISTIANI DELLE PARROCCHIE

Quando apparve J.M.Bergoglio, uno di Internauta sostenne, nella sua nullità, che un papa col suo profilo aveva il potenziale da una parte, l’obbligo dall’altra, di andare ben oltre il ruolo dei suoi predecessori: di diventare il conduttore del mondo, il Mosè della rigenerazione non solo cristiana. A condizione che facesse il rivoluzionario vero, il distruttore nei fatti e non nelle enunciazioni. Il più convincente degli atti che gli spettavano era ripudiare Roma, col suo retaggio e il suo presente. Abbandonare l’Urbe fisicamente. Portare il vertice della Chiesa e una Curia umiliata e ridotta ai minimi termini in un monastero di montagna. Viene in mente l’abbazia di Montecassino, oggi quasi vuota di monaci. E’ sì aperta ai visitatori, ma che senso c’è a visitarla se così poche delle sue pietre scamparono alla polverizzazione bellica? E se a un suo ex-abate è stato sequestrato mezzo milione?

Abbandonare Roma per rifiutare venti secoli di continuità quasi tutta antievangelica. L’avesse fatto, Bergoglio avrebbe coll’esaltante novità della sua azione folgorato il pianeta intero, non la sola Cristianità. Sarebbe stato accettato come Guida e Maestro da gran parte dei viventi. Ovviamente non l’ha fatto, ed ecco oggi Bergoglio incatenato al male di Roma come Prometeo alla montagna. Però egli è immeritevole di tanta espiazione, non avendo fatto molto a favore degli uomini, che Prometeo amò al punto di sfidare gli Dei.

Il male di Roma, solo in apparenza è Mafia capitale, è migliaia di burocrati cariati, di politici e faccendieri che delinquono ogni giorno, è caput della oligarchia/cleptocrazia nazionale. E’ più ancora una Curia verminosa: farabutti con o senza porpora che agiscono come quei predecessori di cinquecento anni fa, quando a Lutero fu facile dimostrare che il papa era l’Anticristo. E si prese l’Europa del nord, che aveva la coscienza più pulita.

Oggi i credenti dovrebbero essere primi, ben avanti agli anticlericali e agli atei, ad esigere che Francesco sia spietato, non misericordioso, con quanti fanno del Vaticano una sentina.

Se non sarà spietato, risulterà in combutta con quelli. Non ci sono parole per dire la sozzura di successori degli Apostoli che rubano ai poveri e ai malati. Lo faceva quel papa che volle il Quirinale così sfarzoso.

Giorni fa il Pontefice ha creduto di ribadire che la Chiesa non può vendere i palazzi e le opere d’arte perché sovvengono ai bisogni delle Missioni, nonché alle “necessità della struttura”. Ebbene, la struttura dovrebbe abbatterla. I cardinali andrebbero aboliti e i prelati che maneggiano il denaro, sostituiti con quelle suore arcigne che gestiscono oscuri economati conventuali e ospedalieri. La Curia è un pozzonero da sigillare con cemento e catrame. La Chiesa si monderà, risorgerà, se volterà le spalle a un’Urbe che era malata già sotto gli Scipioni, figuriamoci dopo secoli di basso impero e dopo così lungo papato temporale. Duemila anni di nequizie.

Nell’immediato, quanto meno Francesco faccia fare gli straordinari alla Gendarmeria, indaghi e metta in carcere i mariuoli. Appena possibile, venda i Palazzi apostolici, offra all’asta San Pietro (non mancano le basiliche sane) , ascolti noi cristiani delle parrocchie che ancora prendiamo alla lettera il Vangelo. Il suo gregge è minacciato da grossi branchi di lupi affamati.

E per salvare vite umame disdica questo vano Giubileo.

Jone

PRESENTIAMO DI D. REYBROUCK “CONTRO LE ELEZIONI. VOTARE NON E’ PIU’ DEMOCRATICO” (FELTRINELLI)

Il recente saggio del belga David Reybrouck -la cui opera precedente “Congo” è stato un bestseller- reca ad epigrafe un pensiero di J.J.Rousseau la cui verità quasi nessuno più contesta: “Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso. Lo è soltanto nell’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti esso torna schiavo, non è più niente”. Peccato che Jean-Jacques attribuì l’illusione di libertà al ‘popolo inglese’ invece che alla sua esigua minoranza aristocratica e altoborghese, che verso la metà del Settecento era sola a votare.

Qui riportiamo, riassumendo o spesso citando testualmente, i concetti essenziali del libro.

La prima parte, davvero incontrovertibile, di ‘Contro le elezioni’ argomenta che il metodo elettorale fu introdotto quale strumento elitista/classista, dunque non democratico. Ragiona l’Autore: “Ogni sistema politico deve trovare un equilibrio tra due parametri fondamentali, legittimità ed efficienza. Oggi però le democrazie occidentali si confrontano con la necessità di scegliere altro. La crisi della legittimità si manifesta anzitutto nel fatto che sempre meno persone si prendono la briga di andare a votare. L’astensionismo sta diventando la maggiore delle forza politiche. In questo stato di cose le istituzioni espresse dalle urne non si possono più considerare rappresentative”.

“In secondo luogo il voto è quanto mai volubile: i risultati elettorali sono i più instabili nella storia dell’Europa occidentale. Sempre meno gente aderisce a un partito, di conseguenza la militanza diminuisce”. Oltre a conoscere una grave crisi di legittimità, la democrazia basata sulle elezioni è sempre meno capace di azione. I parlamenti impiegano fino a una quindicina d’anni per riuscire a votare certe leggi. I governi fanno crescente fatica a formarsi: nel 2010 il paese di Van Reybrouck è restato un anno e mezzo senza Esecutivo. Inoltre i partiti di governo sono sempre più spesso puniti dagli elettori.

Dunque l’azione politica, per esempio riforme e grandi opere, richiede sempre tempi lunghi per le tante febbri elettorali e per i contrasti tra partiti e tra altri attori. L’Autore: “La politica è sempre stata l’arte del possibile, ma oggi diventa l’arte del microscopico”. L’operato dei partiti suscita sistematicamente disprezzo. Cresce la difficoltà di coinvolgere uomini nuovi e capaci di entusiasmo. Ha osservato Van Rompuy, presidente del Consiglio Europeo fino al dicembre 2014: “Il funzionamento delle nostre democrazie logora la gente a ritmo spaventoso”.

Invece di andare alla ricerca di nuove forme di governo, il politico è costretto a partecipare al vecchio, estenuante gioco mediatico-elettorale. ”Si delinea così la sindrome della stanchezza democratica. Una conseguenza esasperata del professionismo politico è la formazione di vere e proprie dinastie familiari. E il Parlamento non è più la sede di processi costruttivi o virtuosi. A esaminare più da vicino movimenti come Occupy Wall Street e Indignados si è colpiti dalla virulenza del loro antiparlamentarismo. Quei movimenti propongono invece una deep democracy: orizzontale, diretta, partecipativa. Insomma la true democracy. Per loro i parlamenti e i partiti hanno FATTO IL LORO TEMPO.

La Grande Guerra viene attribuita da molti agli eccessi della democrazia borghese del XIX secolo; è per questo che Lenin, Mussolini e Hitler riuscirono ad annientare il sistema parlamentare. Si dimentica che alle origini sia il comunismo, sia il fascismo erano tentativi di dinamizzare la democrazia. Nel suo celebre “Stato e rivoluzione” (1918) Lenin teorizzò la sparizione del parlamentarismo: ”Nei parlamenti si turlupina il popolo”.

Come guarire una democrazia così malata? Sicuramente NON mandando in parlamento persone diverse, come sostengono i populisti (e come fanno le Cinque Stelle). Una trasfusione di sangue in un corpo gravemente malato non promette guarigione. La promette un approccio drasticamente nuovo: abolire le elezioni, le quali cancellano la sovranità del popolo; passare al sorteggio, strumento di democrazia diretta. Cioè passare alla casualità della scelta, alla rotazione rapida dei sorteggiati, alla non rinnovabilità dei mandati. In altre parole alla Randomcrazia, che uccide il professionismo castale dei politici. La democrazia ateniese, sottolinea van Reybrouck, era contraddistinta dalla successione rapida dei mandati, attribuiti quasi tutti dal sorteggio. Si era membri della Eliea (tribunale del popolo) per un solo giorno (si è sostenuto che almeno in alcune fasi si poteva essere arconti per un giorno!). Aristotele scriveva senza mezzi termini: “Il sorteggio è democratico, l’elezione è oligarchica”. In effetti il tratto distintivo della libertà è l’essere a turno governati e governanti. Oggi invece imperversa l’oligarchizzazione della democrazia.

L’ipotesi della convivenza sorteggio-elezioni

Ammette però Van Reybrouck: “Se ci si accontenta di far regredire la partitocrazia invece di eliminarla, può essere saggio far coesistere la rappresentanza tradizionale con una formula di democrazia diretta. I grandi partiti, che hanno in mano lo Stato, fanno di tutto per difendere il fondamentalismo elettorale: per loro le elezioni sono sacre.

Il secolo XIX fu l’era del trionfo liberal-costituzionale, cioè del passaggio più o meno largo del potere dall’aristocrazia all’alta borghesia. L’una e l’altra si allearono stabilmente per sventare l’affermazione politica delle classi inferiori. Lo strumento di questa asserzione oligarchica fu il parlamentarismo. La rivoluzione europea si aristocratizzò. Per esempio in Belgio il diritto di votare per la Costituente del 1830 fu limitato a 46.000 cittadini maschi e possidenti, ossia a meno dell’1% della popolazione nazionale. Risultò un’assemblea di 200 membri così composta: 46 nobili, 38 avvocati, 21 magistrati, 13 ecclesiastici. Essa istituì una Seconda Camera (Senato) estremamente elitaria: erano eleggibili poche centinaia di persone, tutte della classe alta. E sì che la Costituzione belga era per così dire democratica: votava un belga su 95 cittadini, contro uno su 160 in Francia. Quasi tutte le Costituzioni europee, comprese alcune che vennero dopo la Grande Guerra, assomigliarono a quella belga. Il sorteggio ateniese, che nel Medioevo delle città-stato italiane si era notevolmente affermato, capitolò di fronte alle urne elettorali. Eppure le elezioni non erano state concepite come strumento di democrazia.

Il quarto e ultimo capitolo del libro di Van Reybrouck è dedicato alle numerose alternative alla democrazia rappresentativa che vengono avanzate dai politologi, specialmente accademici. Finora tutte le formule hanno mancato di cogenza di fronte al monolitismo dell’assioma secondo cui senza elezioni non c’è democrazia.

L’autore data al 1988 la riscoperta del sorteggio: a un articolo di James Fishkin, giovane professore dell’università del Texas, su “The Atlantic Monthly”, e al saggio “Strong Democracy” del politologo Benjamin Barber. Fishkin proponeva che un corpo di 1500 sorteggiati si pronunciasse con effetti significativi sui candidati alla Casa Bianca e sui loro programmi. Naturalmente Fishkin sottolinea che la sua ‘democrazia deliberativa’ risaliva ad Atene “dove le decisioni cruciali venivano prese da alcune centinaia di cittadini estratti a sorte. Oggi nessun ricercatore serio mette in discussione l’impulso che la democrazia deliberativa può dare al risanamento della rappresentanza”. Il dinamico impegno di Fishkin promosse una serie di iniziative popolari, a valle delle quali p.es. il Texas risultò nel 2007 primo tra gli Stati dell’Unione ad installare turbine eoliche.

Al lavoro pionieristico di Fishkin seguirono nel mondo centinaia di progetti partecipativi, in ambiti diversificati: Irlanda del Nord, Germania, Danimarca, Gran Bretagna, Cina e ancora USA. Furono sperimentate le formule più varie, dai ”Town Hall meetings’ al ‘Conclave democratico’ di migliaia di cittadini programmato per il 2020 dal primo ministro australiano Kevin Rudd. Più ambiziosi e ancora più ufficiali gli esperimenti avviati in Canada, Olanda e Islanda. Tuttavia, a poco meno di un trentennio dalla comparsa di Fishkin, i movimenti orientati verso la democrazia diretta hanno portato a poche realizzazioni. Le urne elettorali continuano a dominare le democrazie.

Eppure nel 1992 era avvenuto negli Stati Uniti un fatto talmente sintomatico da suscitare senzazione nel mondo intero. Un imprenditore di successo che aspirava alla Casa Bianca, Ross Perot, ottenne metà dei voti andati al presidente Bush padre con una proposta dirompente. Pur non abolendo l’istituzione parlamentare di vertice (Congresso), la proposta Perot la superava o esautorava. “Gli Americani sono i proprietari del paese. Se mi eleggeranno presidente, io esporrò loro i termini dei problemi principali, ed essi mi faranno conoscere il loro giudizio con tutti i mezzi di una tecnologia in fase di esplosione, il Congresso non oserà contraddire il popolo. Le volontà dei cittadini diverranno leggi o azioni esecutive”.

Lo scalpore fu straordinario. Per vari mesi la dirompente proposta Perot fu discussa dai commentatori del pianeta intero. Si parlò di fine del parlamentarismo e di ‘ritorno ad Atene’. Il vice presidente Al Gore mostrò di condividere l’auspicio di “a new Athenian democracy”. Tuttavia passate le elezioni presidenziali lo scalpore finì, non si parlò più di svolte. Oggi gli americani non sono affatto ‘i proprietari degli Stati Uniti’, bensì’ un popolo di sudditi dei politici. La sovranità la esercitano solo il giorno delle elezioni, quando danno delega, anzi procura generale non revocabile, ai politici. Le prospettive di democrazia diretta più o meno selettiva restano lontane. La fiducia dei cittadini nel sistema rappresentativo si assottiglia fortemente, ma il monopolio delle urne tiene.

In Italia gli studiosi accademici sanno che i loro colleghi stranieri, soprattutto negli Stati Uniti, lavorano a sviluppare alternative alle urne, senza che ciò li induca a fare altrettanto. A questo fine, gli accademici italiani è come non esistessero.

Verso la randomcrazia

Le ultime pagine di “Contro le elezioni” sono dedicate ai dettagli dei progetti d’innovazione affiorati in vari paesi, specialmente Canada (British Columbia e Ontario), Olanda, Islanda, Irlanda. In vari casi si propongono sistemi misti elezioni/sorteggio: cioè co-sovranità di una Camera eletta e l’altra sorteggiata. In Islanda il testo di una nuova Costituzione è stato elaborato da vari organismi della società civile. Il referendum svolto nel 2012 lo ha approvato coll’80% dei voti popolari. Anche l’Irlanda ha affidato (2013) a una Convenzione di cittadini scelti a sorte la stesura di una nuova Carta fondamentale.

E’ giusto evidenziare che in cinque paesi -British Columbia, Ontario, Olanda, Islanda, Irlanda- le iniziative d’innovazione sono state fatte proprie ufficialmente, e supportate con finanziamenti, dai rispettivi Governi o Parlamenti. E che sono in corso d’elaborazione almeno una ventina di formule che negli assetti bicamerali prevedono il sorteggio per una delle assemblee. Già nel 1985 gli studiosi statunitensi E. Callenbach e M,Phillips previdero il sorteggio per la House of Representatives nazionale. Una delle loro argomentazioni: il sistema elettivo puro è troppo esposto alla corruzione, mentre col sorteggio il potere del denaro è minimo. Non può comprare tutti i cittadini.

Il sorteggio di una Camera su due è stato proposto in Gran Bretagna da Barnett e Carty (sorteggiare i Lords) oppure sorteggiare i Comuni (Sutherland, 2011). In Francia il progetto di Yves Sintomer istituisce una Terza assemblea sorteggiata. Per l’Unione Europea il professore tedesco Hubert Buchstein prevede una Camera di 200 sorteggiati che si aggiunga al Parlamento di Strasburgo, con competenze uguali. Van Reybrouck osserva che queste ultime proposte riguardano paesi molto grandi (USA, UK, Francia, Unione Europea): “E’ passato il tempo che il sorteggio appariva adatto solo alle città-stato e ai microstati”.

Nella primavera 2013 la rivista specialistica “Journal of Public Deliberation” pubblicò il progetto di Terril Bouricius, per 20 anni parlamentare del Vermont. Rifacendosi alla logica del sistema ateniese, che ripartiva il processo deliberativo tra diverse istanze della democrazia diretta, Bouricius proponeva un multi-body sortition (sorteggio a più istanze). Reybrouck espone in molti dettagli -e appare far proprio- un sistema di sorteggio composto di sei organismi, tutti sorteggiati. E commenta: “La elitista distinzione tra governanti e governati sparisce completamente. Torniamo all’ideale aristotelico d’essere alternativamente governati e governanti”.

Secondo lui, è ancora presto perché in un sistema bicamerale si arrivi a sorteggiare una Camera: ”A meno che non minacci una rivoluzione, i partiti non vorranno consegnare al sorteggio metà di un parlamento bicamerale. Però ci siamo quasi”. In effetti, aggiunge, se abbiamo fiducia nel sorteggio che sceglie i giurati di un processo penale, perché non dovremmo averla anche per la funzione legislativa?” E poi: “il sistema bi-rappresentativo è il miglior rimedio alla sindrome di stanchezza democratica di cui soffriamo. Il sorteggio è una formidabile scuola di democrazia. Sarebbe interessante applicare il modello bi-rappresentativo in Belgio prima che altrove. Il Belgio ha accusato i sintomi più acuti della sindrome di stanchezza democratica. Dopo le elezioni del 2010 ci vollero 541 giorni perché si costituisse un governo: record mondiale.”.

Secondo il Nostro autore una fase pilota può immaginarsi in Irlanda,Islanda, Portogallo, Estonia, Croazia. Olanda. Del resto, secondo lui, i cittadini presi casualmente già partecipano di fatto al potere attraverso i sondaggi d’opinione, sempre più decisivi: “Le proposte di passare al sorteggio non hanno altro obiettivo che rendere trasparente un processo che esiste già.

Ecco le ultime righe del coraggioso libro belga: “Dobbiamo decolonizzare la democrazia. Dobbiamo democratizzare la democrazia. Che aspettiamo?”.

Internauta coglie questa occasione per segnalare che il proprio iniziatore, A.M.Calderazzi, è stato oltre trentanni fa verosimilmente primo nello Stivale ad auspicare a livello non accademico la fine del suffragio universale e della democrazia rappresentativa, cioè l’avvento di una democrazia semidiretta interamente basata su vari gradi di sorteggio. Sulla premessa che il sistema ateniese fu possibile perchè c’era una Polis sovrana di circa cinquantamila cittadini di diritto pieno, Calderazzi argomentava che un paese come l’Italia dovrà sostituire alle elezioni una Polis attiva di ‘supercittadini sovrani’, sorteggiati per turni di pochi mesi, non rinnovabili. L’Italia è in Occidente il sistema più corrotto e più colonizzato dai partiti. Dunque merita d’essere prima a chiudere le urne elettorali e a cancellare la casta dei politici.

Quindici anni fa -tre lustri prima di ‘Tegen verkiezingen’ (titolo originale del lavoro di Van Reybrouck) la Research Unit on Randomcracy e A.M.Calderazzi pubblicarono a Bath/Ontario e a Milano “Il Pericle elettronico: dossier sulla tecnocrazia selettiva. Materiali anglo-americani sulla superfluità delle urne e dei politici professionisti”. Internauta ha ripubblicato il dossier, pertanto esso è scaricabile gratuitamente dalla sezione Archivio.

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