Appendice a Goencz: il pensiero salvifico dei Cainiti

Ventiquattro anni fa partecipavo a Budapest a una riunione non molto importante, che però vantava la presenza del Presidente della repubblica ungherese. In attesa di fare lo scontato interventicchio, ripassavo mentalmente le frasi fatte e gli altri farfugli che sono d’obbligo davanti a un microfono. D’un tratto feci una constatazione che mi tramortì: dopo Mani Pulite gli stranieri, quindi anche i magiari, ci consideravano ladri in blocco. Dunque gli astanti avrebbero riprovato me, unico italiano nella saletta, non i politici e gli imprenditori subalpini, vesuviani, salentini, etc. Anche il Successore di Stefano re e santo mi avrebbe riprovato: come avrebbe potuto sapere al momento che non avevo frodato, voltato gabbana, mangiato nel truogolo, insozzato valori, ceduto l’anima in leasing, come i più eminenti degli italiani?

Dal giorno che Mario Chiesa irruppe nella storia, mi chiedevo come se la cavavano i miei connazionali che ogni giorno avevano a che fare con gli stranieri? Beninteso dei diplomatici, degli europarlamentari, di altre non entities non mi curavo. Mi curavo di me carneade. Sarebbero bastati i panni andanti che indossavo a convincere il Presidente a non accostarmi agli eleganti impostori, prediletti di Moda Uomo, che derubavano la Penisola? P. es. il presidente della Camera era un maestro di cravatte.

Trafitto da queste apprensioni presi a leggere i foglietti al microfono, ma soprattutto sbirciai meglio lo Statista: sollievo, appariva assente, forse non si era accorto del compaesano di Craxi! Il sollievo durò poco, perché Egli guardò nella mia direzione: forse avrebbe messo insieme il canovaccio di un lavoro sull’Italia,  lo avrebbe intitolato “L’aggiornato piacere dell’onestà”. Obbedendo a faziosità danubiane, dunque un po’ calviniste, mi avrebbe messo nella trama pirandelliana come reggi sacco di un portaborse craxiano o finiano. Non c’era scampo per me. E se permettete, neanche per voi bellimbusti e femministe d’Italia.

Ripiegati i foglietti tornai sconsolato alla mia sedia, dietro un attaccapanni che mi proteggeva dalla riprovazione del discendente degli Unni. Ma dopo il pathos tragico venne la Catarsi. Dalla fossa della disperazione ai cieli alti della speranza: mi ricordai dei Cainiti. Setta gnostica del II secolo, divinizzava Caino figlio di Adamo, tanto più energico del fratello Abele; onorava Giuda: aveva tradito perché Cristo potesse compiere la sua missione.

Ecco la prospettiva salvifica che mi venne dalla filosofia cainita della storia! Se la Repubblica nata dai mitra del colonnello Valerio e di Giorgio Bocca era il peggio d’Occidente, era per rigenerare quest’ultimo. Aveva il più fetido degli assetti demo-plutocratici, affinché Lettonia e Bundesrepublik si disgustassero dei loro partiti e delle stesse urne. I misfatti di Montecitorio e di Montemadama mettevano a nudo l’insipienza finale della democrazia rappresentativa: allora addirittura avrebbero persuaso gli inglesi, ex padroni del mondo, a disfarsi di Queen Insulsa e ad affittare Buckingham Palace ai turisti asiatici. Insomma l’interpretazione cainita della storia ci avrebbe messi in onore, noi contigui di Mafia Capitale e dei Tulliani di Montecarlo. Non ci saremmo vergognati, bensì vantati, del DNA cainita. Saremmo tornati The Best, come nel Rinascimento.

Furono questi i pensieri, quando aspettavo di porre domande ad Arpàd Goencz, ex aiuto manovale e successore di Stefano, santo e re.

A.M.C.

Arpad Goencz come Havel: padri mancati di un’Europa più grande

 

“Non fosse mai giunta la nave da Argo

nella Colchide e uomini gagliardi

non avessero mai recato con essa

il Vello d’oro…La mia principessa,

Medea, navigando lungo la costa non sarebbe giunta

mai nella città turrita di Colchide, con il cuore infiammato, seguendo Giasone”

 

Il coro apre così, come nelle tragedie greche, uno dei lavori teatrali di Arpàd Goencz, “Magyar Médea”, prima rappresentazione avvenuta a Budapest nel 1976. Seguirono nel 1980 altre due tragedie, dai titoli evocatori della perennità delle vicende umane dai tempi mitici ai nostri giorni. Si chiamavano ‘Pesszimista Komédia’  e ‘Perszephoné’.  La Medea ungherese era ambientata nella Budapest del 1975.

Goencz fu il primo presidente della Repubblica magiara dopo la caduta del comunismo. Il comunismo lo aveva condannato all’ergastolo, poi tenuto sei anni in carcere fino a un’amnistia del 1963.  Il suo reato, aver fatto trapelare fuori del paese un progetto di mitigazione del regime imposto di nuovo nel 1956 dai mezzi corazzati sovietici.

Anni prima (1948) il dissidente Goencz era stato estromesso da ogni incarico pubblico. Rimasto senza lavoro aveva fatto l’aiuto manovale. Imparato in carcere l’inglese , aveva intrapreso l’attività di traduttore letterario: nel venticinquennio che precedette l’elezione a capo dello Stato tradusse un centinaio di lavori soprattutto  americani: Truman Capote, James Baldwin, Faulkner, Hemingway, Salinger, Updike, Wolfe.  Vari i premi letterari, a partire dal ‘Jozsef Attila’ del 1976.

Io, AMC che scrivo, ebbi l’occasione di intervistarlo a due nel 1993, non nella presidenza della Repubblica ma in un angolo appartato dell’Associazione degli Scrittori al 18 di Baiza utca, a pochi passi dall’ambasciata del Vietnam. Nessun capo di Stato aveva indossato panni più dimessi dell’ex-ergastolano ed ex-aiuto-manovale. Nessun capo di stato forse aveva trattato con più gentilezza l’oscuro intervistatore italiano: “Per parlare le va bene se ci sediamo in queste poltroncine?”

In quella poltroncina sedetti soprattutto per capire perché vari paesi dell’ex campo socialista avevano affidato cariche somme a uomini che non venivano dalla carriera politica. Il commediografo Vaclav Havel, capo dello Stato a Praga, era più noto di Goencz, suo confratello in quanto scrittore per il teatro. Il filosofo Zhelyn Zhelev era stato fatto presidente della Bulgaria. Almeno un presidente baltico era venuto dalla milizia culturale. Per non parlare di Ignaz Paderewski, il grande pianista messo a capo della neonata repubblica di Polonia.

Anche Tomas Masaryk era un importante intellettuale. Fu artefice di una nazione cecoslovacca, fin troppo fortunato divulgatore della sua invenzione: guadagnò l’appoggio di Parigi e di Washington per il sorgere di uno Stato cuscinetto talmente improbabile da perdere  presto la componente slovacca.  Però, più che strappato dalla Storia agli studi, Masaryk era stato brillante macchinatore del proprio successo. Aveva fatto nascere, non una Heimat nazionale, secondo lo spirito “wilsoniano” dei suoi tempi, ma una piccola potenza prevaricatrice di altre nazionalità, cominciando dai Sudeti e dagli Slovacchi.

Su Havel e sul suo carisma sappiamo molto. Claudio Magris esaltò l’inclinazione del presidente ceco per le birrerie e le ‘vinarne’, locali di popolo dove si beve il vino, in danno dei castelli maestosi, delle cancellerie, dei picchetti d’onore. Sottolineò che il suo Havel era anche immune dal narcisismo e dalla carica contestativa dei poeti- governanti, spesso inclini a proclamare l’immaginazione al potere. Accettava gli impegni prosaici della carica.

Arpàd Goencz, morto nel 2015,  era per molti aspetti l’omologo di Havel: stessa qualità creativa, stessa dedizione al teatro, stesso prestigio e fascino. Come Havel, il Nostro si impegnò nella fatica di raddrizzare un governo e una società snaturati dall’oppressione, nello sforzo di comporre interessi e conflitti, nel suo caso rinunciando agli agi psicologici d’essere ‘super partes’.  Il presidente ungherese si gettò più volte nella mischia. Le sue posizioni erano quelle di una sinistra liberale. Contrastò le decisioni esecutive che non condivideva. Respinse un decreto che metteva sotto processo i capi del regime crollato. Non si rinchiuse nell’innocenza dell’artista. Nella primavera del 1992 rischiò l’impeachment: l’organo ufficiale del Forum democratico lo accusò di volersi impossessare di potere a beneficio della sinistra. Accusa fuori tempo massimo: chi si appassionava più ai manicheismi destra-sinistra?

La carriera del presidente ungherese è stata tutta una testimonianza, toccando i livelli dell’eroismo. Noi che siamo abituati a governanti di tutt’altra pasta -alcuni solo contigui al malaffare, altri ad esso associati in pieno, tutti ugualmente espressi dall’oligarchia ladra-  non possiamo sognare di farci guidare da un poeta. Noi, un popolo di soli machiavelli, abbiamo acclamato condottieri di nome Togliatti, Berlusconi o Craxi. Perché noi idolatriamo il realismo. I poeti in trono e i re-filosofi li compiangiamo: non lasciano nemmeno una fortuna a parenti e a compari. Ingenui, i re-filosofi.

Arpàd Goencz fu, con poco esito, alla testa di qualche iniziativa mitteleuropea volta a far avanzare l’unità del Vecchio Continente, cominciando appunto dalla vocazione continentale della Zwischeneuropa, le terre poste tra i due imperi storici, germanico e russo. Al Presidente avevo chiesto cos’era veramente Mitteleuropa: dove cominciava, dove finiva, a cosa si contrapponeva. Rispose: ”Ci facciamo questa domanda da secoli, e continueremo a interrogarci chissà fino a quando. L’importante è fare qualcosa, non limitiamoci a passarci il dubbio. Siano le opere a rispondere a domande come questa. Se vivremo nel concreto la realtà centro-europea, magari le definizioni sull’identità risulteranno meno difficili”.

Io insistetti: perché Goencz, perché Havel, perché Paderewski, perché i poeti-presidenti in quel momento dell’Europa di mezzo? Osservò che i professionisti della politica suscitavano antagonismi e sospetti che in una fase di passaggio, di caduta degli assetti -il crollo del comunismo- trovarono una forza eccezionale. In quel momento nemmeno l’autore di “Pesszimista Komédia” e di “Magyar Médea” arrivò a vedere le involuzioni, le cadute e le bassezze che sarebbero seguite al crollo delle illusioni, al sopravvento dei carrieristi dell’impostura che si appaltarono la transizione alla (dubbia) democrazia all’occidentale. “Quando il professionismo delle urne minacciava troppo, quando la politica era inerme, ci si rivolse ai poeti, ai tempi di Paderewski, come oggi. In più nella parte ex-comunista dell’Europa occorre parlare di un ruolo particolare della letteratura. Essa  ha parlato assieme al popolo, ha avvicinato la società alla politica. Al vertice dello Stato bulgaro c’è Zhelev, un filosofo”.

Io: e Goencz è alla testa degli ungheresi? “Mah, sono uno scrittore che ha combattuto sia il fascismo, sia il regime imposto dall’Armata rossa. In una situazione d’eccezione acquistare un ruolo speciale è stato comprensibile. Ma attenzione: nell’Europa di mezzo il capo dello Stato ha una funzione di testimonianza che non si addice ai politici di carriera”.

Né Lui, né ovviamente l’improvvisato intervistatore furono capaci, ventiquattro anni fa, di scorgere i mostri e i veleni che nei paesi ex-comunisti avrebbero sopraffatto i propositi virtuosi, gli idealismi, gli aneliti europei. Invece di volere l’unità e la grandezza del Continente, i conduttori di Zwischeneuropa si sono consegnati agli USA come vassalli. Con ben meno dignità di Trieste che fece la ‘Dedizione’ all’Impero asburgico. Le aspirazioni e gli scenari sorti nel Continente dopo la Brexit e dopo l’avvento di Trump devono prescindere dai partner ex-comunisti. La prospettiva di un’Europa più degna della sua storia di ombelico del mondo non include Zwischeneuropa. Forse non è solo colpa dei popoli che ancora consideriamo fratelli. E’ colpa dell’oppressione stalinista che ha durevolmente deformato le coscienze: un altro dei misfatti del socialismo realizzato.

E’ anche colpa della scomparsa nel nulla dei re-filosofi. Morto nel 2015, Arpàd Goencz non poté fuggire all’angoscia per la sconfitta dei sogni a sud del Baltico e della Vistola.

Antonio Massimo Calderazzi

Macron per ripudiare i troppi errori del patriottismo  

 

Scegliendo Macron, la Francia ha fatto come cinquantanove anni fa, quando dette mandato a de Gaulle di liquidare la Quarta Repubblica agonizzante. Anche la Quinzième rischia di tirare le cuoia, minata dall’inconcludenza e dalla sgradevolezza della vecchia politica, molto più che dal fondamentalismo lepenista. In pratica Macron è l’ipotesi di una ripartenza, innanzitutto fuori della stantia dialettica destra-sinistra e fuori del patriottismo republicain. La destra all’antica è un’opzione inesistente. La sinistra che conosciamo è un esercito da ritirata di Russia o da velleità di riscossa a Waterloo, a Sedan (1870), alla Comune parigina (1871), alle Ardenne (1940), a Nanterre  (“formidabile Maggio rivoluzionario”  1968).  I conati a sinistra non meritano che preci di suffragio.

Oggi centellinare le promesse elettorali di Macron, cercare di individuarne i propositi realistici, è esercizio vano. Si vedrà. L’importante, il fatto nuovo, è che il presidente provi a non essere come gli altri maggiorenti di successo d’oltralpe. Questo, non essere come gli altri, fece un secolo e mezzo fa Adolphe Thiers quando tentò di scongiurare la follia della guerra alla Prussia, poi quando spense senza pietà l’insurrezione dei Communards parigini, detestati dal resto del paese. Macron proverà a insegnare alla ‘Patrie’ il realismo.

Ha cominciato a farlo proclamando che il futuro è l’Europa, non la Exception francese, meno che mai la Grandeur. Che da sola, la Francia non ha più senso. E che dovrà imparare a evitare gli errori catastrofici. Cominciò con gli errori il Superman Corso quando credette di poter soggiogare la nazione germanica, poi quella spagnola, poi l’impero zarista. Decenni dopo quel suo nipote, geniale inventore di un Second Empire improvvisato, si lasciò ingannare da cortigiani, marescialli e ministri che gli garantivano una superba vittoria sulle divisioni di Bismarck.

Peggio, nel 1914 la doviziosa Terza repubblica borghese subì il plagio di Raymond Poincaré e si fece svenare dalla Grande Guerra: un milione e mezzo di morti francesi per recuperare una provincia e mezza dove la maggior parte dei nomi erano e sono tedeschi. A disastro avvenuto i francesi applaudirono il forsennato bellicista Clemenceau quando incarcerò Joseph Caillaux, che era stato presidente del  Consiglio nel 1911, per il delitto di aver tentato di avviare un negoziato di pace col nemico. Caillaux meritava la gloria di avere anticipato la riconciliazione franco-germanica un trentennio prima di de Gaulle e di Adenauer. Invece l’ex-presidente del Consiglio languì in prigione un anno e mezzo, fu processato dalla Alta Corte, condannato a cinque anni, amnistiato solo nel 1925. L’arcipatriottismo nazionale gli aveva fatto rischiare la condanna a morte per avere invocato ciò che oggi è l’aria che respiriamo.

Nel 1939 Parigi credette di poter negare al feroce cane rotweiler Adolph Hitler il boccone di carne di un paio di colonie africane – destinate ad essere perdute comunque – e si fece trascinare da Londra in un conflitto mondiale-Due che avrebbe cancellato la grandezza britannica e umiliato i francesi con la peggiore disfatta militare della storia planetaria. In seguito il nazionalismo francese si illuse di trovare il riscatto in un Maquis che gratificò (provvisoriamente) solo la puntata di Stalin sull’Europa occidentale. Ai troppi errori di due secoli rimediò Charles de Gaulle sotterrando la fissazione antigermanica e inventando coi tedeschi il progetto europeo.

Questo è forse Macron: l’ipotesi che rifiuti per sempre il retaggio di Poincaré, Clemenceau e Paul Reynaud per mettersi finalmente al lavoro per costruire un’Europa vera. L’ipotesi che si proponga di emulare Adolphe Thiers, primo artefice di una Francia ricca di oro e, fino al 1914, di buon senso. Questo farebbero i Thiers e i Caillaux di oggi: aprire il cantiere dell’Europa giusta; concorrente, non satellite degli USA.

A,M.Calderazzi

Etiopia: 76 anni di indipendenza, sciagure e grandi occasioni mancate

Parlavo ieri con una persona di qualità che conosce sul campo anche l’Etiopia: poche ore dopo il nostro fortuito incontro avrebbe preso l’aereo per la parte grossa del nostro ex-impero, Africa Orientale Italiana. Il mio interlocutore, settantenne, geologo e nipote di uno dei maggiori geologi italiani, è alto consulente di un’impresa etiopico-indiana che opera nella valorizzazione mineraria di marmi e altre pietre nobili.

Appena menzionata l’Abissinia, il geologo non ha descritto giacimenti e cave. Ne ha evocato, nell’ordine: la povertà, la vastità (più di quattro volte l’Italia), e il clima, che in certe regioni può essere eccellente: altitudine della capitale: 2640 metri. Da quel livello fino ai 4600 metri del massiccio di Ras Dascian il clima etiopico è classificato ‘alpino’. Mentre il discorso del geologo prendeva altre direzioni, io restavo al suo spunto iniziale: uno dei redditi più bassi al mondo, laddove il paese è talmente vario e vasto che le potenzialità sarebbero importanti. Rimane misero per varie ragioni, cominciando dall’arretratezza culturale.

Mi venivano pensieri ribaldi, politicamente scorretti anzi blasfemi. Se una Provvidenza fosse esistita, reggitrice benefica e diretta del Creato, avrebbe fatto nascere un Mosè etiopico, capace di trascinare il suo popolo. Il colonialismo fu pessima cosa. L’oppressione altezzosa dei bianchi su almeno una parte dei conquistati fu infame. Particolarmente sbagliato, anche perché fuori tempo massimo, fu il nostro colonialismo contro la nazione più avanzata, più fiera e meno nera del Continente Nero. Persino copta, cioè cristiana delle origini.

Tuttavia, se un Mosè degli Etiopi fosse nato, nel 1936, a conquista italiana avvenuta (81 anni fa in maggio) avrebbe persuaso la nazione a prendere per un verso opposto il nostro dominio. Avrebbe immunizzato gli etiopici contro il miraggio indipendentista. La decolonizzazione ha gratificato tutti gli africani con lo sventolio di propri rettangoli di stoffa colorata, ma è stata anche una sciagura grave, come molti altri prodotti dei patriottismi: i quali sono nobili esclusivamente nei manuali di educazione civica e nei discorsi di afflato umanitario. L’indipendenza ha perpetuato la povertà, ha moltiplicato le stragi con le guerre intestine (tribali e settarie), ha bloccato il riscatto dalla miseria.

L’Italia, grazie alla fase sabauda e fascista, poi a quella antifascista, è uno degli Stati politicamente meno fortunati e meno inclini al buongoverno. Una mala repubblica tra le più scadenti. Però per un miracolo è anche una società ricca, edonista e buonista. Se il 10 giugno 1940 il Fondatore dell’Impero non avesse deciso di consegnare quest’ultimo all’avversario britannico, in quello scacchiere allora invincibile, forse oggi l’Etiopia godrebbe in grande dei sottoprodotti della ricchezza italiana. Avrebbe il suo prodigio economico, sarebbe un gigantesco e semiprospero ‘territorio oltremare’ del secondo paese manifatturiero d’Europa, della prima potenza calcistica, modaiola, gastronomica e ludica del mondo. Tra le ripide ambe e gli altipiani dei Negus Neghesti si diramerebbero le superstrade, gli acrocòri sarebbero punteggiati dalle seconde case dei lombardi e dei pugliesi, il turismo tripudierebbe, si scierebbe a quattromila metri, rigoglierebbero le lavorazioni locali dei prodotti agro-zootecnici: e fermiamoci qui.

Tutto ciò, e molto altro, se dal balcone di palazzo Venezia il Duce non avesse annunciato la guerra – guerra a perdere sicuramente nella ‘Africa Orientale Italiana’- e comunque se ad Addis Abeba l’ipotetica Provvidenza benefica avesse fatto nascere il Mosè nazionale, capace di distogliere il popolo dall’ubbia del nazionalismo.

Questi scenari fantasiosi sono vietati dal realismo dell’obbligo. Ma chi si sentirebbe di confutare il felice Bengodi degli Amhara, Tigrini, Galla, Dancali e Sidami, se l’Abissinia fosse restata a noi furbastri, goderecci, dominatori coloniali ben più piacioni e buonisti dei belgi di re Leopoldo, il proprietario catastale del Belgio, e degli inglesi del generale Gordon, trucidato per odio dai tagliagole del Mahdi il Profeta del Sudan?

Il politically correct e il troppo savio possono inebetire.

A.M.Calderazzi

CONTRO OGNI FONDAMENTALISMO da uno scritto di Jan Potocki (1761-1815)   

Titolo suggerito da Gianni Fodella per lo scritto di Jan Potocki che segue:

 

Lettera settima (scritta alla madre da Costantinopoli nella seconda metà del giugno 1784) Il processo di Draco (Racconto)

 

Draco, primo dragomanno della Porta, si era reso famoso nella capitale degli ottomani per la gran conoscenza che aveva acquisito della Legge musulmana. I commentatori gli erano familiari quanto gli scritti rivelati ai profeti, e i testi di questi libri sacri, che a ogni proposito sapeva citare, gli davano un tale vantaggio nelle dispute da attirargli inevitabilmente dei nemici. Il più pericoloso di tutti era il shaykh al-islam. Quest’uomo, giunto grazie all’intrigo all’eminente posto che occupava, s’indignava nel vedere un infedele possedere la scienza che per negligenza lui stesso non aveva acquisito. Divorato dalla gelosia andò dal visir e gli parlò così: “Onnipotente ministro, che godi senza riserve del favore del nostro sublime sultano, ascolta i consigli della religione, è lei che ti parla con la mia voce. Hai dato la tua fiducia a Draco, lo so. Ma non ti rendi conto che l’indulgenza con cui trattiamo i ciechi cristiani non può valere per questo infedele che pur conoscendo la nostra legge non la segue affatto? Da molto tempo l’ulema è ferito da questo scandalo, e io che ne sono il capo e l’organo mi sento costretto a chiederti la sua testa. Fai venire Draco, chiedigli quale sia la religione che crede migliore! Se decide per la nostra, obbligalo a seguirla. Se sceglie il partito contrario, profferisce una bestemmia e merita la morte”.

 

Il visir acconsentì, anche se con rammarico, a quel che si esigeva da lui. Fece venire il suo interprete. “Dragomanno” gli disse, “so che conosci altrettanto bene la legge rivelata al Santo Profeta quanto quella che Issa dettò un tempo ai suoi seguaci. A quale delle due dài la tua preferenza?”. Draco capì facilmente il tranello che gli si tendeva e chiese il permesso di raccontare questa storia:

 

“All’epoca” disse, “in cui comandavo a nome di Sua Altezza nella provincia allora affidata alle mie cure, alcuni sudditi avevano creduto di scoprire una miniera di metalli preziosi. Scavandosi ognuno una via differente, speravano tutti di poterne diventare un giorno proprietari. Dopo un lungo e assiduo lavoro le lampade si erano spente, ma il loro ardore era tale che lungi dall’accorgersene continuavano a gridare: “Sono stato io a trovare l’oro, gli altri non hanno che rame e stagno”.

 

“Colui che dall’alto dei cieli vede in fondo all’abisso la formica e sente il rumore delle sue zampe, vedeva anche quei disgraziati nei loro oscuri sotterranei. Senza dubbio avrebbe potuto riaccendere le loro lampade spente; avrebbe potuto far scendere su di loro qualche raggio della luce eterna che lo circonda. Ma non lo fece, accontentandosi di lasciare a ognuno la speranza e la sicurezza sufficienti ad assicurare la loro felicità”.

 

Qui finì il racconto di Draco. Il visir lo applaudì, e l’ipocrita uscì umiliato.

 

tratto da:

Jan Potocki Viaggio in Turchia, in Egitto e in Marocco 

Edizioni e/o, Roma 1990, pp.18-20.

CONTRO OGNI PREVISIONE

L’illusione di poter prevedere ciò che più ci interessa permea da sempre la psiche umana e ha dato vita a credenze di ogni tipo e livello: dagli oracoli agli indovini, dagli stregoni agli astrologi, dai sommi sacerdoti e profeti agli esponenti di spicco di ogni religione. A questi sono succeduti gli “scienziati sociali” come i sociologi e soprattutto gli economisti che – tra l’incredulità generale e la ferma convinzione degli addetti ai lavori – si sono cimentati in quest’arte senza speranza. Gli economisti in particolare sono stati spesso (e giustamente) dileggiati dai demografi che ritengono di avere basi fattuali più solide per formulare previsioni o avanzare ipotesi su struttura e dinamiche di una popolazione.

Dobbiamo tuttavia constatare che anche gli studi demografici non sfuggono al destino degli studi fatti in qualsiasi altra disciplina concernente l’uomo e i suoi comportamenti: non portano a risultati esatti, né le deduzioni che in materia possono essere fatte si rivelano a posteriori fondate. Per amore di verità può essere utile mostrare l’imperfezione delle deduzioni e l’erroneità delle estrapolazioni delle tendenze demografiche in atto, che finiscono per essere interpretate come tentativi di previsione, che i fatti inevitabilmente smentiranno.

Consideriamo dunque i dati apparsi in due importanti documenti ufficiali che nessuno consulta più perché “datati”, quindi per definizione (errata!) obsoleti. Nella Table 17: Historical and Projected Population Growth, and Hypothetical Stationary Population (pp.158-159) del World Development Report 1979 della Banca Mondiale e nella Table 19. Population growth and projections (pp.254-255) del World Development Report 1984 sempre della Banca Mondiale (The World Bank, abbreviato WB, ufficialmente chiamata IBRD International Bank for Reconstruction and Development) vengono indicati l’ipotetica dimensione stabile della popolazione in milioni (Hypothetical Size of Stationary Population) e l’anno nel quale il tasso di riproduzione sarà eguale a 1 (Assumed year of reaching net reproduction rate of 1). Vediamo ora se le ipotesi avanzate in questi due autorevoli studi, pubblicati rispettivamente 37 e 32 anni or sono, reggono il confronto con la realtà per la quale disponiamo dei dati 2016.

Concentriamo la nostra attenzione su 35 Paesi – sul totale dei 233 Paesi del mondo – che al 1° luglio 2016 avevano una popolazione di almeno 40 milioni di abitanti (un aggregato fortemente rappresentativo della situazione demografica mondiale) e dividiamoli in 4 gruppi caratterizzati da una certa omogeneità derivante da ragioni culturali o del loro retaggio storico.

Consideriamo per ciascun Paese:

1) la popolazione N in milioni di abitanti nel 1960 e nel 2016;

2) di quante volte è aumentata la popolazione in questo arco temporale;

3) a quanti milioni dovrebbe stabilizzarsi l’ammontare della popolazione N (e in quale anno) secondo gli studi della World Bank (WB) del 1979 e del 1984.

In sintesi:

PAESI N 1960 N 2016 N stabile (anno) WB 1979  WB 1984
ESTASIA
CINA 658 1382 (2,10 volte) 1538 (2005) 1461 (2000)
COREA del Sud 25 51 (2,04 volte) 64 (2005) 70 (2000)
GIAPPONE 94 126 (1,34 volte) 133 (2005) 128 (2010)
INDONESIA 96 261 (2,72 volte) 370 (2010) 357 (2020)
THAILANDIA 26 68 (2,62 volte) 105 (2005) 111 (2010)
VIETNAM 35 94 (2,69 volte) 149 (2015) 171 (2015)
EUROPA
FRANCIA 46 65 (1,41 volte) 61 (2005) 62 (2010)
GERMANIA 73 81 (1,11 volte) 79 (2005) 72 (2010)
ITALIA 50 60 (1,20 volte) 63 (2005) 57 (2010)
REGNO UNITO 52 65 (1,25 volte) 60 (2005) 59 (2010)
RUSSIA 120 143 (1,19 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
SPAGNA 31 46 (1,48 volte) 50 (2005) 51 (2000)
TURCHIA 28 80 (2,86 volte) 98 (2010) 111 (2010)
UCRAINA 43 45 (1,05 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
EX-COLONIE EUROPEE DI POPOLAMENTO
ARGENTINA 21 44 (2,10 volte) 41 (2005) 54 (2010)
BRASILE 73 210 (2,88 volte) 341 (2015) 304 (2010)
COLOMBIA 16 49 (3,06 volte) 55 (2005) 62 (2010)
MESSICO 37 129 (3,49 volte) 204 (2015) 199 (2010)
SUDAFRICA 17 55 (3,24 volte) 107 (2030) 123 (2020)
USA 186 324 (1,74 volte) 271 (2005) 292 (2010)
EX-COLONIE EUROPEE DI SFRUTTAMENTO
ALGERIA 11 40 (3,64 volte) 94 (2040) 119 (2025)
BANGLADESH 51 163 (3,20 volte) 334 (2035) 454 (2035)
CONGO R. D. 15 80 (5,33 volte) 122 (2045) 172 (2030)
EGITTO 28 93 (3,32 volte) 90 (2010) 114 (2015)
ETIOPIA 23 102 (4,43 volte) 136 (2045) 231 (2045)
FILIPPINE 28 102 (3,64 volte) 128 (2015) 127 (2010)
INDIA 442 1327 (3 volte) 1643 (2020) 1707 (2010)
IRAN 22 80 (3,64 volte) 101 (2015) 159 (2020)
KENYA 8 47 (5,88 volte) 94 (2045) 153 (2030)
MYANMAR 22 54 (2,45 volte) 92 (2020) 115 (2025)
NIGERIA 42 187 (4,45 volte) 435 (2040) 618 (2035)
PAKISTAN 50 193 (3,86 volte) 335 (2035) 377 (2035)
SUDAN 11 41 (3,73 volte) 89 (2045) 112 (2035)
TANZANIA 10 55 (5,50 volte) 94 (2045) 117 (2030)
UGANDA 7 40 (5,71 volte) 58 (2035) 89 (2035)

Il divario tra la realtà del 2016 e l’immaginazione degli studiosi che allora hanno prodotto questi dati è stupefacente. Naturalmente nulla possiamo dire nel caso della decina di Paesi per i quali si indica l’ipotetica stabilizzazione della popolazione in anni compresi tra il 2025 e il 2045 (il 2020 è troppo vicino al 2016 perché non lo si consideri), sebbene si possano già intravedere gli immancabili errori.

Sorprende non poco che i dati esposti nel 1984 non siano più corretti di quelli del 1979; in molti casi è vero proprio il contrario. Soltanto in pochissimi casi le “previsioni” coincidono (quasi) con i fatti, ma spesso con i dati 1979, mentre le discrepanze tra realtà e fantasia sono quasi sempre abissali.

Probabilmente la ragione per la quale tendiamo a prendere per buoni questi (inutili?) esercizi è dovuta a due ragioni: 1) l’autorevolezza della fonte, 2) il fatto che gli studi pubblicati vengono presto dimenticati perché sostituiti da altri più aggiornati, ma che si rivelano poi quasi sempre errati purché ci si prenda la briga di fare il noioso lavoro appena esposto. Dobbiamo quindi concludere che fino a prova contraria i fatti indicano che la fonte, per quanto autorevole, non merita il credito di cui gode.

               Il sempre ignoto futuro riguarda un altro elemento di carattere demografico del quale è prudente dubitare: l’andamento della speranza di vita alla nascita. Si tratta di un dato ipotetico ricavato da un dato certo (la durata media della vita di coloro che sono morti in un certo anno). Precisiamo che questa media è semplicemente la somma della durata della vita di ciascuno divisa per il numero dei defunti in un certo anno. Così se il Paese considerato avesse in un certo anno sofferto la perdita di un milione di cittadini defunti all’età di 101 anni e un altro milione fossero morti prematuramente all’età di un anno, la vita media in quel Paese sarebbe di 51 anni (101 milioni di anni più 1 milione di anni uguale a 102 milioni di anni diviso 2 milioni di abitanti). Da ciò si deduce che una vita media di modesta entità può essere dovuta soprattutto ad una mortalità infantile molto elevata, fenomeno frequente nei Paesi dalla diffusa povertà come molti di quelli africani, dove si riscontra la presenza di persone anche molto longeve che tuttavia non contribuiscono in modo significativo ad elevare il dato numerico della vita media proprio perché la mortalità infantile è ancora molto diffusa.

Ovunque nel mondo (specie nei Paesi dove la maggioranza della popolazione non soffre di privazioni) la mortalità infantile si è enormemente ridotta e anche questo fenomeno ha contribuito ad innalzare la durata media della vita. Si afferma quindi che i nati in quello stesso anno potranno avere una vita media di analoga durata, sempre che le condizioni di vita prevalenti non mutino; ed è proprio questo il punto cruciale da esaminare.

Nel mezzo secolo compreso tra il 1960 e il 2009 la durata della vita media è risultata ovunque in crescita, con punte elevatissime rappresentate da Vietnam (da 43 a 75), Indonesia (da 41 a 71), Bangladesh (da 37 a 67), Corea del Sud (da 54 a 80), e con poche eccezioni negative come nel caso della Federazione Russa (da 68 a 67) e del Sudafrica (da 53 a 52). Apro una parentesi per osservare che questi sono due dei 5 Paesi etichettati come BRICS, e cioè dall’economia più promettente del mondo, secondo un personaggio degno della stampa anglo-americana che ha divulgato la buona novella, accolta subito ovunque come una rivelazione geniale lungamente attesa. Per noi è invece soltanto un’altra prova del valore e del livello dell’informazione economica.

Torniamo al tema demografico, a proposito del quale sono opportune alcune riflessioni: 1) le coorti composte dai nati nella prima metà del secolo XX i cui individui sono ancora in vita, sono frutto di una severa selezione naturale dovuta all’assenza di farmaci per la cura di malattie dall’esito infausto e alle condizioni igienico-sanitarie non ideali allora ovunque prevalenti; 2) il crescente uso di sostanze non biodegradabili prodotte dall’uomo si è notevolmente espanso nel corso degli ultimi decenni; 3) le specie vegetali e animali delle quali si nutre l’uomo sono state cresciute e allevate facendo un largo uso di sostanze chimiche (da Justus von Liebig 1803-1873 in poi) derivanti dalla petrolchimica e facendo quindi uso di sostanza organica fossile non assimilabile senza conseguenze dagli organismi viventi. L’intera catena alimentare risulta quindi alterata nei suoi aspetti essenziali, con ormai poche eccezioni. Persino i frutti della pesca in mare e in acque dolci ha queste caratteristiche dovute agli inquinanti versati nelle acque di ogni tipo, comprese quelle provenienti dalla falda acquifera e dalle risorgive, forse domani persino dalle sorgenti.

La crescente diffusione di tumori e leucemie (unite ad alcolismo e tabagismo che non accennano a diminuire) indicano che le cellule del corpo umano sono sempre più influenzate da stili di vita malsani, legati anche all’uso dell’automobile. Non soltanto si diffondono così le neoplasie ma il dilagante fenomeno delle allergie indica che le naturali barriere immunitarie di cui gode la specie umana rivelano una crescente fragilità che si manifesta in modo preoccupante con patologie prima inesistenti o soltanto latenti, come mostra il caso dell’AIDS Acquired Immune Deficiency Syndrome, malattia del sistema immunitario diffusasi a partire dal XX secolo, probabilmente causata dalla mutazione genetica di un virus legato ai primati (SIV) trasformatosi poi in un virus trasmissibile in ambito umano (HIV).

Tenendo conto di questi aspetti della realtà nulla si può affermare circa le prossime tendenze della durata media della vita, e sarebbe imprudente pensare che una tendenza alla crescente longevità sia destinata a durare nel tempo. L’ottimismo in materia sarebbe comunque fuori luogo. Ciò che serve davvero sarebbe una presa di coscienza della necessità di adoperarsi in ogni modo mettendo in atto una serie di azioni concrete dirette a migliorare le condizioni di vita contrastando i fenomeni illustrati dei quali siamo vittime. Le conseguenze sulla durata e la qualità della vita potrebbero essere positive.

Tuttavia è sempre bene non dimenticare che yesterday is history, tomorrow is mystery …

Gianni Fodella

 

I cento e uno pericoli di una democrazia diretta

Qualche anno fa Lamberto Maffei, neuroscienziato di chiara fama, sottolineava nel suo libro “Elogio della lentezza” il paradosso della modernità, che tende a sacrificare il pensiero razionale in ragione di una immotivata, illogica e improduttiva velocità.

Mia nonna, una ventina di anni più addietro, ribadiva il noto detto popolare “la gatta frettolosa fa i gattini ciechi”.

Chi, come me, nel periodo che intercorre fra i due pensieri, ha potuto osservare la società che ci circonda con un minimo di astrazione, senza farsi condizionare (troppo) dalla battaglie idealiste o dalle mode del momento, potrà condividere che molti errori in politica, in economia e in tutte quelle attività che richiedono, appunto, un pensiero razionale, sono dovuti alla volontà di decidere senza aver raccolto sufficienti informazioni, all’esigenza di anticipare gli altri nelle azioni senza aver sufficientemente elaborato il pensiero, e, infine, alla mancata analisi sulle conseguenze delle proprie scelte.

Insomma, in molti casi, è tutta colpa della fretta.

I processi che governano i cosiddetti umori della rete, i comportamenti collettivi, codificati da Gustave Le bon (senza dover ricorrere a pensatori più recenti), portano con sé un genetico difetto, che deriva dalla rapidità con il quale tali idee si formano, si scambiano, si applicano. Una rapidità che non produce necessariamente idee e decisioni fallaci, ma che tende a far confondere concetti sostanzialmente diversi: l’indecisione, con la lentezza di un processo di decisione.

Questo pensiero collettivo, per sua natura “non razionale” (n.b. non “irrazionale”), cambia con la stessa velocità con la quale si forma e, di conseguenza, tende ad agire allo stesso modo: con rapidità e mutevolezza.

Se per Marinetti nel 1909 la velocità era prima di tutto bellezza, oggi, la velocità è applaudita come valore assoluto, segno ulteriore di quanto tendiamo, in una sorte di frettolosa sintesi, a premiare capacità senza indagare a sufficienza se queste stesse capacità siano valori o difetti in determinati contesti.

Esistono almeno cento valide ragioni per argomentare come la democrazia diretta, che agisca attraverso la rete come espressione di un pensiero collettivo, e ancor più la consultazione referendaria immediata e frequente attraverso la rete, siano processi pericolosi, inopportuni e sostanzialmente prematuri per lo sviluppo della nostra società.

La natura dei processi decisionali e la necessità di disporre di un sistema politico, indiretto o mediato, che sia in grado di valorizzare la razionalità, sottraendosi alla fretta, è uno dei cento.

Siete d’accordo? Si, No. Votate … subito.

Francesco Benini

Montanelli non si tura più il naso

Mi sono veramente reso conto della gloria che spetta a Indro Montanelli, per onestà intellettuale, a rileggere una sua “stanza” di sedici anni fa, dal titolo “Il nostro intervento nella Grande Guerra”.

Scriveva: ”Come non smetterò mai di ripetere, se nel 1915 avessi avuto vent’anni senza dubbio sarei stato un interventista come furono mio padre e i miei zii, i quali poi partirono volontari per il Carso (e ne tornarono, quelli che tornarono, con idee del tutto diverse)”.
“Ciò posto per dovere di sincerità, devo subito aggiungere che anch’io, come loro, mi sarei presto accorto dell’errore commesso, e commesso contro la volontà della maggioranza, per una volta mostratasi più saggia delle minoranze che tenevano in subbuglio la piazza, e che non erano soltanto, come qualcuno ha scritto, quelle della destra nazionalista. Fu questa minoranza rumorosa e manesca ad avere il sopravvento su una maggioranza moderata e benpensante, ma pavida, e la cui rappresentanza parlamentare non trovò il coraggio di reagire alla manovra chiaramente truffaldina con cui i nostri governanti Salandra e Sonnino condussero l’azione diplomatica per sottrarsi agli impegni della Triplice Alleanza e trasferirci nel campo dell’Intesa.

“Questa manovra valse all’Italia la fama di Paese che non termina mai le sue guerre dalla parte in cui le ha cominciate, definizione che sarà poi ribadita e confermata dal voltafaccia dell’8 settembre 1943. Alla fine il Parlamento si ribellò, esigette d’essere informato, e siccome non lo fu, rovesciò il governo Salandra-Sonnino.  Poi il Re, invocando lo stato di necessità ma violando la Costituzione, confermò il ministero Salandra.  Il quale troncò definitivamente le trattative con l’Austria che si dichiarava pronta a darci gratis, cioè in cambio della nostra neutralità, il Trentino, l’autonomia di Trieste, alcune isole della Dalmazia e mano libera in Albania: cioè tutto quello che poi avemmo come compenso di una guerra di tre anni e mezzo che ci costò 500 mila morti, un’inflazione che si mangiò tutto il risparmio degli italiani e la crisi del regime parlamentare per il discredito in cui il Parlamento era caduto.

“Nota bene: nessuno, o quasi nessuno, trovò il tempo di chiedere il parere del comandante effettivo dell’Esercito, il capo di S.M. Cadorna, come se le condizioni di armamento e di preparazione fossero un dettaglio di poco conto. Uomo di inflessibile carattere, Cadorna era l’autore della pubblicazione “Attacco frontale e ammaestramento tattico”,  che rappresentava la summa del suo pensiero strategico, e di cui il critico militare Valori, anni dopo, scriveva: “ E’ terrorizzante pensare  che esso abbia sul serio servito di base alle  operazioni offensive di un esercito in una guerra moderna”. E’ qui che rifulge la gloria di Montanelli: “L’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale fu peggio che un errore. Fu un delitto, dal quale presero avvio tutte le disgrazie di cui ci proclamiamo le vittime”.

Un delitto. Non hanno scritto così gli altri scrittori di successo, interpreti del nostro tempo, a proposito  della più sanguinosa delle nostre carneficine.  Si sono impegnati a presentare meno rivoltante,  meno feroce e inutile, la decisione di fare guerra, ripudiando la parola data.  Nella sostanza gli altri scrittori hanno farneticato di anelito a completare il Risorgimento, laddove è certo che le carogne sulle pietraie del Carso non si curavano del Risorgimento. Pochi uomini senza cuore, uno dei quali era il Re, condannarono a una terribile sventura un popolo ancora povero, perseguitato dalle malattie della miseria. In spirito di verità, quella guerra Montanelli non poteva non chiamarla un delitto.

Con tutta l’ammirazione per Lui, non è possibile sostenere che Montanelli sia stato sempre adamantino quanto nel testimoniare sulla Grande Guerra. La vita, il mestiere, la politica gli imposero compromessi, mai veramente disonorevoli ma nemmeno veniali. E tuttavia: Indro Montanelli non si turerebbe il naso, oggi che ha la prova provata che la Repubblica cosiddetta figlia della Resistenza è stata appaltata alla classe politica peggiore d’Occidente, meno sanguinaria ma ancora più spregevole dei Salandra, dei Sonnino e delle altre canaglie del 1915.

Nelle sue memorie Antonio Salandra disonore della Puglia arrivò a lagnarsi amaramente di non aver ricevuto un titolo nobiliare, nonostante tante vite da lui falciate. Chi si sente di sostenere che il medio politico italiano d’oggi sia migliore del momentaneo premier del maggio 1915?  Non credo che Indro oggi troverebbe l’indulgenza di convivere con gentaglia come i professionisti della nostra politica.

a.m.c.

Houellebecq: basta Parlamenti governi il popolo

 

Per il Corriere della Sera, Michel Houellebecq “viene unanimemente riconosciuto come lo scrittore francese vivente più celebre nel mondo; di più, come un profeta”. E io, che cominciai attorno al 1973 a scrivere parecchie delle cose di Houellebecq –il sistema rappresentativo è una nave rovesciata; si profila la vendetta dell’uomo della strada, frodato e rapinato tutti i giorni dai suoi “rappresentanti”;  non crediamo più ai parlamenti, agli altri soviet da strapazzo e a tutti i prodotti del congegno elettorale;  aveva ragione Alvin Toffler ad annunciare “andiamo fatalmente verso il tracollo della rappresentanza; col tempo il referendum potrà farsi una volta al giorno, in quanto l’elettronica fornirà i gadget da quattro soldi che ci consentiranno di fare i legislatori da una poltrona di casa” –

io non posso che esultare quando il fortunato autore di “Sottomissione” si converte a una delle formule, già a lungo meditate dagli studiosi, di democrazia diretta.

Al Corriere Houellebecq ha detto: “La fattibilità tecnica è decisiva. Adesso la tecnologia rende possibile consultare le persone in modo puntuale. L’alibi classico contro la democrazia diretta tende a cadere. In Francia restiamo fermi

allo schema secondo cui il popolo non è una cosa seria. Eppure il solo paese che pratica la democrazia diretta, la Svizzera, non mi sembra poco serio”.

Alla domanda ‘qual è la sua idea di democrazia diretta?’ il Nostro ha dato la più concreta delle risposte:” Non ci sarebbe più un Parlamento. Le modifiche legislative sarebbero decise solo da referendum di iniziativa popolare. Quando sento qualcuno dire che la democrazia diretta è populismo, so che quella persona è contraria alla democrazia. La parola populismo è stata inventata, o meglio recuperata, come un insulto; quello di fascismo sarebbe troppo falso. Io sono populista. Non voglio rappresentanti. Voglio che il popolo decida su tutto”.

Chi si scandalizzi a sentire ‘Voglio che il popolo decida su tutto’, faccia pure la tara della licenza poetica che certo spetta alle persone d’ingegno. Soprattutto sappia che il passaggio alla tecnopolitica costerebbe poco, assai meno delle ruberie dei beneficiari della delega elettorale. Quarant’anni fa andai a chiedere al direttore per l’Italia di NCR (National Cash Register, gigante dell’elettronica, se già allora l’industria era in grado di fornire a prezzo infimo una periferica, un gadget ‘politico’ da installare, accanto ai contatori della luce e del gas, in ogni alloggio di un paese come il nostro. Il direttore rispose sì. Quarant’anni fa.

Chi sia turbato dall’idea di un “parlamento” di milioni di membri, consideri che la strada maestra della democrazia diretta (bonificata dei politici di mestiere) è il sorteggio. Al punto in cui è arrivata, la tecnologia può selezionare random, per sorteggio, qualunque numero di cittadini sovrani pro tempore e non rieleggibili,  (supercittadini), i quali posseggano le qualifiche volute, cioè immesse in un computer centrale, p.es. della Cassazione. Trattandosi di mezzo milione di persone, invece di 40 milioni di elettori, sarà facile fornire ai membri sovrani di questa Polis ‘ateniese’, ossia ristretta, gli elementi di giudizio per deliberare, oppure per attribuire a un altro corpo di sorteggiare-a-turno i ruoli di deliberatori, e persino, a valle di ulteriori selezioni a turno, il ruolo di governanti.

Houellebecq ha divinato una Polis possibile, molto migliore di quello che chiama “il sistema che non funziona più”. Ci dica però come strapperemo il potere agli usurpatori partitici che lo detengono. Se anche sorgesse un Mosè capace di convincere il popolo intero a volere la democrazia diretta, le carte e le corti costituzionali, i Tar, i sindacati, i diritti acquisiti e altri congegni di manomorta lo vieterebbero.

Occorrerà che Mosè sia non solo guida e ideologo: anche eversore totale, che rovesci le Istituzioni, che occupi fisicamente i loro palazzi, che chiuda in campi di lavoro i loro bonzi, quelli ‘puliti’ e venerati compresi. Un Mosè distruttore e riedificatore, che abbia fatto proprio il pensiero alla Houellebecq. In ogni caso non un riformista ai termini del sistema (che il Nostro dichiara morente), bensì un azzeratore antilegalitario dell’assetto che piace ai conservatori. Un invasato del futuro con la tempra di Ataturk, di Oliver Cromwell, meglio ancora di Maometto.

a.m.c.

Se riaprisse Norimberga

Sono più di settant’anni  -il processo nella città di Hans Sachs e di Albrecht Duerer chiuse nell’ottobre 1946; si era aperto un anno prima- che ad intermittenza ciascuno di noi farnetica sulle grandiose opere di giustizia che la patria dei Due compirebbe se reinstallasse il suo Tribunale. Sulle forche morali da cui penderebbero tanti mascalzoni, parecchi dei quali  peggiori degli uomini di Hitler. Sappiamo perché non si processarono tanti altri corresponsabili delle decine di milioni di morti del secondo conflitto mondiale.

Fosse stata l’espressione della Giustizia astrale che le attribuiamo, Norimberga avrebbe dovuto sentenziare anche i più bellicisti tra i capi supremi delle potenze vincitrici: in testa, oltre a Stalin, quel Winston Churchill che smaniò  per una propria guerra grossa sin dal 1897, quando fece sparare contro gli indiani a casa loro (le prodezze contro i Boeri vennero dopo). Sul banco di Churchill avrebbe dovuto sedere anche Franklin Delano Roosevelt, che non era inferiore a Sir Winston per disprezzo delle vite umane: di quanto sangue grondò il sorgere dell’impero USA, vaticinato da Woodrow Wilson e fondato dall’icona del New Deal?

Oggi che la sventura più grave sofferta dall’umanità è la miseria di due miliardi di uomini, ci interroghiamo su chi sia il peggiore colpevole: gli sfruttatori colonialisti? i malfattori che si sono insediati al loro posto? i mercanti d’armi? chi ostacola il birth control? Giove che non piove? la desertificazione? l’arretratezza? Se in proposito si interroga l’Oracolo di Delfi è improbabile che risponda in modo chiaro: l’oscurità delle risposte era la tradizione delle Sibille antiche, femmine o maschi.

Una cosa è certa: passata la tragedia dei grandi conflitti mondiali, c’è un grosso plotone di scellerati che andrebbe  portato  in catene davanti ai giudici della Norimberga sognata. i governanti dei paesi ricchi e i loro diplomatici, consulenti ed economisti, che con le strategie e concezioni attuali rendono la miseria invincibile. Non solo non fanno il loro dovere contro la povertà estrema, ma in più organizzano vertici mondiali contro la povertà estrema. Il megaconsesso convocato undici anni orsono a Roma dalla Fao, gigantesco apparato burocratico dell’Onu per l’Alimentazione e l’Agricoltura, produsse nel 1997 dopo due anni e mezzo di negoziati una “Dichiarazione di Roma per la sicurezza alimentare mondiale”,  di valore pratico zero.  Ai sensi di essa “entro il 2015 il numero dei denutriti dovrà essere dimezzato”. Come sarebbe stato fatto?  Jacques Diouf, l’africano direttore generale della Fao, tagliò corto: “Il passo avanti è che i rappresentanti di 173 paesi hanno concordato gli obiettivi.  Devono essere messi a punto soltanto gli strumenti per raggiungerli”.  Soltanto.  E’ dei primi di febbraio 2017  la valutazione che l’attuale siccità africana minaccia direttamente di morte almeno 20 milioni di persone. La stima è stata fatta propria e divulgata da una fonte ufficiale vaticana. Tra parentesi: quando il  ‘rivoluzionario’  Bergoglio riconoscerà che la cieca avversione al controllo delle nascite è il più grave degli storici  peccati della Chiesa,  più grave p.es. della pedofilia?

Diouf e compagni, in aggiunta ai presidenti, monarchi , portaborse e cortigiani che andarono a Roma a blaterare insulsaggini  contro la fame: ecco una categoria di imputati da portare in ceppi a Norimberga. Per conseguire  la vitale Dichiarazione di Roma  -dopo la quale  ‘nulla sarebbe stato come prima’-  furono radunate   nella svergognata capitale di Scalfaro e di Wojtila le nomenklature del mondo intero, coi loro seguiti, portaborse, consorti, sodali e pierre, tutti indispensabili a divinare la lotta alla fame. In più quattromila giornalisti e molte migliaia di poliziotti, gorilla , etc. Cortei ufficiali, motociclisti. pranzi di lavoro e di ozio, intrattenimenti per consorti. Quanto latte in polvere sarebbe arrivato ai bambini subsahariani col bilancio del vertice di Roma?  I malfattori di cui sopra, e le loro signore,  non furono i peggiori nemici dell’umanità.  Però la loro espiazione ai lavori forzati farebbe effetto. A favore degli affamati si inventerebbe qualcosa di opposto ai vertici planetari.

Norimberga non dovrebbe punire soltanto i criminali estremi:  anche quelli intermedi e quelli apparentemente innocui. Per esempio quelle alte cariche, in particolare quei presidenti della Repubblica a volte prediletti dal popolo,  che accettano di farsi trattare con lo sfarzo di Buckingham Palace, del Quirinale e di altre regge. Perché non far loro provare la durezze delle vendette, secondo l’aspra lezione di Norimberga?

Gli sbarchi in tutte le Lampeduse, i naufragi, le traversate dei deserti, le altre tragedie della povertà prefigurano su scala ridotta le sciagure che verranno se continueremo a fare il niente d’oggi in pro del mondo della povertà.  Almeno un decimo della nostra ricchezza complessiva dovrà andare ai miserabili. Un giorno saremo divorati dal rimorso se batteremo la strada percorsa finora. La cosa da fare non è di attirarli nelle nostre banlieus e sotto i nostri ponti. Sono relativamente pochi i mentecatti  e gli ignoranti assoluti  che ‘sognano l’Occidente’ ,  sognano di venire a mendicare e a lavare latrine. Ci tocca  di spartire il nostro benessere con le loro nazioni, nei loro continenti,  perchè si riscattino dalla povertà. Detto più chiaro: spartire il nostro benessere vuol dire accettare di impoverirci, di tornare anche  agli stenti di un tempo. A questo mezzo cataclisma non riusciremo a sfuggire. Ovvio che dalla Grande Spartizione andrà esclusa in toto la classe dirigente delle ex-colonie: occorrendo si ripudierà la decolonizzazione.

I sinistristi e gli idealisti-bamba di casa nostra, che credono di combattere la povertà accogliendo clandestini e derelitti dal mondo intero, sono forti in empito sentimentale e deboli in logica, oltre che in etica personale. Sappiano che quando spartiremo  sul serio col mondo dei miseri, anche essi sinistristi e idealisti-bamba  dovranno arretrare nei livelli di benessere. Anche per loro il Welfare State  avrà meno risorse. Anch’essi dovranno pagare più tasse, se hanno un reddito. Persino i nidi d’infanzia, i disoccupati e i titolari di diritti  ‘acquisiti’  dovranno acconciarsi a qualche rinuncia, il giorno che i nostri paesi capiranno di dover lanciare un super Piano Marshall veramente mastodontico contro la povertà. Pretendere che si accolgano fisicamente  tutti i bisognosi del mondo è da scervellati. Sinistristi e idealisti-bamba lo pretendono perché sanno che non sarà mai fatto. Vedremo se il sentimento  filantropico li indurrà a fare la cosa grossa:  tornare di buon animo  alla parsimonia di quando non eravamo prosperi, in modo da  fare fino in fondo il dovere che incombe anche su loro.

Benestanti e ricchi dovranno subire i sacrifici maggiori. Se i poteri forti e gli appaltatori politici riusciranno a scansarli, sobillando gli elettori a vietare nelle urne la Grande Spartizione, anche qui non resterà che sperare nella durezza dei giudici di Norimberga.

a. m. calderazzi

 

Con le super-armi di Trump gli USA diverranno l’Impero canaglia

 

“We need a military that will be so strong that we won’t have to use it. Right now we are in bad shape militarily.  We’re decreasing the size of our forces, and we’re not giving them the best equipment. Recruiting the best people has fallen off. There are a lot of questions about the state of nuclear weapons. It’s no wonder nobody respects us. It’s no surprise that we never win”.

We never win: in effetti   dopo il 1945 gli US non hanno più vinto un confronto armato. Il trionfo del Nostro  sulla coalizione del perbenismo liberal-progressista ha avuto le sue ragioni. La gente si è rivoltata contro un’egemonia del  ‘politically correct’  che durava dal 1960, quando John Kennedy fece credere nelle vuote promesse della Nuova Frontiera. Tuttavia, se davvero Trump riuscirà a coartare il Congresso e l’opinione pubblica -in circostanze internazionali non minacciose-  ad aggiungere molti  miliardi al più iperbolico bilancio militare di tutti i tempi, l’America potrà diventare  l’Impero canaglia del nostro tempo. Innanzitutto  per la corsa agli armamenti che promuoverà. Solo un miracolo scongiurerà che Mosca, Pechino, Pyongyang e qualche altra capitale ingigantiscano i loro apparati bellici. L’Europa è stata già messa in mora perché lo faccia. Difficilmente si scongiureranno ritocchi in aumento nella generalità delle nazioni, quelle lillipuziane comprese. Malta, la mezza Cipro ed altre affermeranno il diritto a rafforzare la loro ‘sovranità’.

Preparandosi a lasciare la Casa Bianca, Dwight Eisenhower, tecnicamente il generale americano che conseguì più vittorie di George Washington, indirizzò al paese un monito grave: rischiamo di consegnarci a un “military-industrial complex”  al momento non abbastanza forte.  Il pericolo si materializzò presto: John Kennedy, il successore del presidente Eisenhower, fu condizionato dal military-industrial complex non solo a vagheggiare la conquista di Cuba, ma a compromettere gli Stati Uniti in Indocina, dove la Francia era stata scacciata e umiliata, e dove l’America avrebbe conosciuto la più vergognosa delle disfatte. Furono necessari un presidente repubblicano (Nixon) e un premio Nobel oriundo tedesco (Kissinger) per mitigare la sciagura d’Indocina, provocata da Kennedy e aggravata dal suo successore liberal, Lyndon B. Johnson.  Il presidente della New Frontier aveva reiterato il misfatto bellicista dei suoi maestri democratici, Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt: i Due costrinsero a combattere una nazione americana essenzialmente isolazionista,  in quanto fedele alle consegne di George Washington e di Thomas Jefferson.

Coll’intervento nella Grande Guerra, in assenza di alcuna minaccia reale per l’America, Wilson gettò le fondamenta dell’impero statunitense. Con la scelta di campo a fianco del bellicista Churchill e del generalissimo Stalin, Roosevelt edificò l’impero stesso. Inevitabilmente il fatto d’essere primo tra i colossi mondiali condizionò l’America a diventare la società più militarista della storia.

Peraltro il presidente che vuole aggravare il condizionamento temuto da Eisenhower  risulta contraddetto dalle realtà degli ultimi settantadue anni.  La strapotenza militare non è bastata a debellare gli avversari dell’America: nemmeno quando non erano temibili come i maoisti che conquistarono la Cina o come i Vietcong. E’ improbabile che l’estremismo riarmistico progettato da Trump neutralizzi i nemici odierni dell’ordine occidentale. Ancora una volta il military-industrial complex prova a dettare la linea alla politica statunitense,  pur dominata al momento da un capo assertivo anzi dirompente. Per fare sterminata la superiorità bellica USA il Commander in chief dovrà tagliare duramente la spesa federale.

La più pericolosa delle decisioni non sarà la rinuncia ad avvicinare i livelli del Welfare americano a quelli europei. La valutazione veramente grave sarà:  i paesi ricchi, USA in testa, non sono in grado di lanciare un super-Piano Marshall a favore del pianeta povero. Le cose stanno dimostrando che nel contrasto tradizionale il terrorismo è invincibile, l’invasione dei clandestini è inarrestabile. Un tot di portaerei e di droni in più non fermerà gli attentatori che sconvolgono metropoli e aeroporti, meno che mai distoglierà i miserabili dall’infrangere divieti e frontiere.

Invece un programma anti-miseria talmente gigantesco da riscattare direttamente vaste masse di tre continenti indebolirebbe sul  serio gli antagonisti dell’ordine capitalistico. Qualunque cosa di pace cheTrump farà nel mondo  per contrappesare gli eccessi del suo  ‘America First’  non sarà abbastanza ingente, e ciò per gli extra costi del militarismo.  Sarà il più storico degli errori.  Le nuove super-armi saranno altrettanto inutili quanto il potere di  ‘overkill’  detenuto dal Pentagono dal 1945.

a.m.calderazzi

 

 

 

 

 

 

SE DOPO LA NOSTRA WEIMAR IL DITTATORE FOSSE COME LO VOLEVA JULIAN HUXLEY?

Un articolo di Stefano Folli ci annuncia con qualche autorevolezza che, come sono i pronostici sulle prossime elezioni, questa volta gli scenari alla Weimar sono vicini.  L’antico direttore del Corriere della Sera non si spinge a dire cosa verrà dopo la Weimar italiana, cioè dopo il marasma preagonico della plutodemocrazia modellata dalla Costituzione antifascista.

L’avvento di un dittatore è una della possibilità, ma l’antico direttore del Corriere non dimostra che tale avvento sarebbe più nefasto di ciò che abbiamo. Potrebbe non essere un dittatore efferato alla Adolf  Hitler,  ma un reggitore bonario  come l’aristocratico filosocialista  Miguel Primo de Rivera, che negli anni Venti fu il più provvido e il più amico del popolo tra i governanti spagnoli dalla fine dell’Illuminismo al 1923, quando fece il suo incruento e applaudito colpo di Stato.

Viene anche da pensare al dittatore immaginato nel 1935 a Londra da Julian Huxley col libretto intitolato, appunto, “Se io fossi dittatore…”. Questo Sir Julian, biologo accademico  a Oxford e altrove, era uno dei maggiori esponenti dell’Establishment scientifico inglese: nipote di Thomas H.Huxley, maestro dell’evoluzionismo; fratello del fisiologo Andrew  F. Huxley, premio Nobel, e dello scrittore e pensatore Aldous F. Huxley (“Brave New World”).  Il Nostro, Julian, fu chiamato per chiara  fama internazionale a fare il primo direttore generale dell’Unesco. Ebbene, nelle 134  pagine dell’edizione italiana (Hoepli 1935, traduttore G. Prampolini) Sir Julian enuncia ciò che fa  come dittatore dell’impero britannico, allora prima potenza al mondo. Qui riassumiamo,  usando soprattutto le parole del testo londinese.

“L’era dell’industrialismo e dell’individualismo democratico,  nella cui fase declinante viviamo noi inglesi e qualche altra nazione,  fu favorevole a un’illusione di libertà. Oggi alcuni di noi hanno compreso che quella libertà era solo apparente. La democratica libertà di voto risulta la semplice facoltà di scegliere tra due partiti  nella cui azione il votante non ha parte alcuna”.

La filosofia fondamentale del dittatore Huxley è  “un umanismo scientifico che mi detta le direttive generali di condotta che io passerò a voi. L’unica meta che mi pongo per gli inglesi è un’espansione di vita,  un insieme di esperienze più soddisfacenti, un esistere più pieno e più ricco. Lo scopo supremo è innalzare la qualità di vita del mio popolo:  più salute e longevità, case pulite, spaziose e bene arredate,  città belle, ogni possibilità di lavoro e di riposo. Un’ampia  fase di benessere fisico e mentale;  poi provvedere a soddisfare  impulsi umani più profondi. Considero mio scopo riorganizzare radicalmente la struttura della società”.

Per Sir Julian “il liberismo portò a considerare il lavoro una commodity. Ne conseguì la distruzione delle antiche idee corporative e dei vecchi rapporti organici fra le classi,  nonché l’ingrossarsi di un ceto di proletari schiavi del salario.  Come dittatore intendo fondare una comunità organica, progressiva, stabile, equilibrata. Il mondo può essere cambiato per il meglio, se lo vogliamo. Francamente,  prenderò ogni misura possibile per contrastare le opinioni contrarie alle mie. Controllerò l’istruzione, chiederò l’aiuto delle Chiese e della stampa.  Svilupperò l’efficienza della propaganda governativa. Metterò in pratica i migliori tra i congegni innovativi sperimentati in Italia, Germania e Russia, nonché nel New Deal rooseveltiano. Ma non sopprimerò le opinioni contrarie, in modo che avrò dietro di me un’opinione pubblica abbastanza unita.  I sociologhi attestano che la libertà totale finisce per generare il proprio crollo e produce un eccesso di gruppi che mirano alla sopraffazione”.

Per Huxley l’economia non deve essere più in balia della finanza. La proprietà non deve essere intoccabile. Le industrie, l’agricoltura compresa, dovranno organizzarsi in Corporazioni e in Consorzi obbligatori, che sopprimeranno le aziende superflue e i metodi operativi non scientifici.

” Ciò che per primo deve fare un buon dittatore è convincere i sudditi che egli incarna la loro volontà. Quando tiene un discorso,  Mussolini tasta il polso al popolo. Il sistema parlamentare, col suo suffragio universale, sta crollando.  Sono sorti  congegni tecnico-politici di ogni genere per saggiare l’opinione popolare. Alcuni si sono rivelati di una precisione quasi sinistra, tali da far risultare superflue le elezioni. Coglierei ogni occasione per scoprire con referendum consultivi cosa pensa realmente il popolo”.

Il dittatore Julian elenca un gran numero di applicazioni pratiche dei suoi piani di riorganizzazione avanzata: per esempio una coscrizione civile per due anni;  un corpo permanente di artisti per affrescare e abbellire con sculture gli edifici pubblici; una catena di teatri nazionali aiutati dallo Stato; centinaia di altri interventi benefici. “Oggi la grande maggioranza degli adulti britannici, se non sono disoccupati, sono così assorbiti dal lavoro che hanno poco tempo o poca energia per vivere. Così la maggior parte delle loro ricche risorse resta inutilizzata. Non esistono possibilità di soddisfare le aspirazioni profonde dell’uomo. Manca la coscienza di un senso comune alla nazione. Invece il comunismo e il fascismo riescono a raccogliere ciò che resta dello slancio collettivo.  Da noi i più vivono una vita insoddisfacente, oppressi dalla disoccupazione o dall’eccesso di lavoro,  turbati da crucci, da  cattiva salute, dalla mancanza di sbocchi e di motivazioni degne. Nello spazio di una generazione il mio governo riuscirebbe, spero,  a cambiare le cose”.

“Terrei le redini come dittatore finché si instaurasse uno spirito sociale che assegni valore tanto all’unità,  quanto alla diversità.  La rinascita economica è un passo necessario verso tale meta;  ma soltanto un passo. Un buon dittatore deve essere rigorosamente pratico, ma anche visionario, onde condurre il suo popolo verso un destino migliore”.

Ecco dunque, nella patria della democrazia parlamentare e dell’ economia liberista -ma anche,  per l’Europa, della Grande Depressione anni Trenta-  un’ importante figura del pensiero e della scienza  affermare che il Buongoverno e l’Umanismo sono possibili solo in una dittatura illuminata: tanti sono i mali, le ferocie e semplicemente le carenze del maestoso sistema britannico, così liberista e classista.

La fantapolitica di Sir Julian sarebbe stata più suggestiva e utile se avesse descritto come era  riuscito a diventare dittatore in un paese tanto attaccato alle tradizioni, cominciando dalla venerazione del parlamento,  della corona e del collegio elettorale. Tuttavia il valore della provocazione resta: il troppo rispetto delle istituzioni vigenti è idolatria ed è orrore del pensare.

Quest’ultimo, orrore del pensare, è il misfatto che attribuiva agli inglesi Ramiro de Maeztu, con Unamuno e Ortega y Gasset il maggiore teorico spagnolo del tempo, figlio di una inglese. Il nostro Huxley era seguace di Maeztu nel proporre il ritorno al corporativismo e alla società organica.

Nel vagheggiare un reggitore amico dei proletari,  i più colpiti dalla Grande Depressione,  Sir Julian risultava aver meditato sui sei anni di governo in  Spagna del generale Miguel Primo de Rivera, il Dictador che parteggiava per i proletari e per i piccoli borghesi,  piuttosto che per l’alta aristocrazia cui apparteneva.  Furono i banchieri e i duchi grandi latifondisti  che abbatterono Primo de Rivera,  governante autoritario che  ai lavoratori  dette il primo modesto Welfare della storia nazionale, e al paese intero una modernizzazione e una prosperità cui i governanti liberali avevano  fallito  per mezzo secolo.

Nel sognare una sorte “più bella”, con buone case e una catena di teatri nazionali per i plebei, Sir Julian condivideva il giovanile  umanismo di José Antonio,  figlio del dictador  Primo de Rivera e, come Ramiro de Maeztu,  messo a morte nel 1936. Al marchese Josè Antonio, fondatore della Falange,  anche gli storici antifascisti (in Spagna; da noi, sanno di più…) riconoscono un idealistico amore per gli umili che sarebbe piaciuto al futuro capo dell’Unesco.

A.M.Calderazzi

LE MACERIE DELL’EUROPA

Nell’ormai lontano 1941, quando il secondo conflitto mondiale era in pieno svolgimento e la Germania hitleriana sembrava vicina alla vittoria, Altiero Spinelli (1907-1986) ed Ernesto Rossi (1897-1967), all’epoca confinati nell’isola di Ventotène, dopo una lunga detenzione in carcere per la loro attività antifascista, scrissero un breve opuscolo dal titolo Per un’Europa libera ed unita. Progetto d’un Manifesto. Lo scritto circolò dapprima clandestinamente in ciclostilato e venne infine pubblicato a Roma nel gennaio 1944, su iniziativa di un altro noto antifascista, Eugenio Colorni (1909-1944)*, il quale redasse una breve ed incisiva prefazione†. Colorni, che viveva nascosto nella capitale sotto falso nome, morì pochi mesi dopo ad opera di alcuni militi della banda Koch.

Il volumetto, oggi comunemente noto come Manifesto di Ventotène, partiva dalla constatazione dei guasti prodotti in Europa dalle idee di nazione (“un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possano risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio di ciascuno di essi […]. Questa volontà di dominio non potrebbe acquetarsi che nella egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti”) e di razza (“Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza, e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l’assurdità, si esige dai fisiologi di credere, dimostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l’imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l’odio e l’orgoglio.”). Le devastazioni generate da queste ideologie aberranti erano sotto gli occhi di tutti e avrebbero continuato a produrre i loro nefandi effetti ancora per diversi anni, provocando la morte di decine di milioni di persone.

L’unico modo per evitare che anche in futuro in Europa si potessero ripetere simili tragedie era di giungere finalmente all’unione degli Stati europei in una federazione: “Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”. Dalle macerie del secondo conflitto mondiale avrebbe dovuto sorgere una nuova entità politica, “un saldo stato federale”, i cui principi basilari avrebbero dovuto essere un “esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica” (così scriveva Colorni nella Prefazione).

Ma di primaria importanza era anche che nella nuova federazione venisse assicurato il benessere dei futuri cittadini europei. Per i due autori, infatti, “le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime”. La realizzazione di condizioni di vita più umane avrebbe creato “intorno al nuovo ordine un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento, […] per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi, le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto, e non solo formale.”
Questa premessa era necessaria per capire in quale direzione sta veramente andando l’Europa oggi. Indubbiamente dalla fondazione della CECA nel 1957 con i Trattati di Roma sono stati fatti progressi incredibili nel processo di integrazione europea, ma a partire dai primi anni ’90 e in particolar modo dall’istituzione della moneta unica, gli avvenimenti hanno preso una piega che non va nel senso prefigurato da Spinelli e Rossi.

Si è infatti completamente perso di vista quale deve essere lo scopo principale della progressiva unificazione europea, ossia assicurare la libertà dei cittadini europei e il rispetto dei loro diritti inalienabili, allontanando per sempre lo spettro della guerra, e offrire loro condizioni di vita rispettose della dignità umana. L’Unione europea avrebbe dovuto promuovere e diffondere questi valori sia al suo interno sia nel resto del continente, tra gli Stati che non ne erano ancora parte.

Di fatto questi obiettivi sono stati accantonati e lo dimostrano l’incapacità dell’Unione di arginare il rigurgito di odio razziale e nazionalistico sfociato nella guerra jugoslava, che tra il 1991 e il 1995 provocò, nel cuore della “pacifica” Europa, circa 100.000 vittime (bilancio ancora non definitivo), e le assurde regole di politica economica improntate ad un rigore cieco, che hanno impedito di affrontare in modo appropriato la grave crisi finanziaria iniziata nel 2007/08 e di cui ancora oggi subiamo gli effetti negativi. Le tristi vicende della Grecia ne sono la prova evidente.

E le cose non sembrano cambiare nel presente. Mentre gli inglesi, grazie ai loro inetti governanti, si apprestano a lasciare la barca che affonda, le istituzioni europee sono allo sbando di fronte agli imponenti flussi migratori provenienti dalle sponde dell’Africa e del Medio Oriente; si ergono muri dalla Manica ai Balcani, in un quadro di crescente intolleranza, favorendo così ulteriormente il terrorismo; e in alcuni paesi (Ungheria e Polonia) si riaffacciano tendenze illiberali, tollerate in spregio ai principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Di fronte a tutto ciò, nei consessi di Bruxelles non si fa altro che parlare di rapporto debito/PIL o di pareggio di bilancio. Ma il pareggio di bilancio non salverà l’Unione dal naufragio.

Nell’Europa attuale si ripropone lo scontro che già anticipavano Spinelli e Rossi nel Manifesto tra le forze “che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale — e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità — e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.

Occorre ritornare allo slancio ideale di Spinelli e Rossi, fatto proprio in passato da altri “padri fondatori” dell’Europa come Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer, per rilanciare il progetto di progressiva unificazione dell’Europa. Bisogna riportare l’uomo e la sua dignità al centro dell’azione politica europea. Non può l’economia dominare e sopprimere l’uomo, non si può in nome del rigore nei conti pubblici far morire di fame un intero paese come è accaduto con la Grecia.

Continuare su questa strada porterà alla fine dell’Unione, favorirà quelle forze, già presenti in Europa in molti paesi, che ripropongono i vecchi temi del nazionalismo e dell’intolleranza. Nonostante coloro che vogliono farci credere ancora oggi all’esistenza di popoli europei divisi e addirittura in contrapposizione tra loro, bisogna riaffermare la profonda unità che è alla base della cultura e della civiltà europea, che ha saputo conciliare e intrecciare nel corso dei secoli tradizioni di pensiero, modi di vita, religioni, arti e letterature di popoli diversi ponendo le basi per una convivenza pacifica tra comunità assai eterogenee. Un patrimonio culturale in molti casi comune anche con le sponde dell’Africa e del Medio Oriente che si affacciano sul Mediterraneo e che dovrebbe costituire la base di partenza per l’integrazione di quanti lasciano i loro paesi a causa della fame, della guerra o delle persecuzioni politiche, cercando un porto sicuro in Europa, e per combattere i germi del terrorismo, che nascono in gran parte dal risentimento e dall’odio per essere stati rifiutati e discriminati.

Dall’attuale crisi delle istituzioni europee, dalle macerie di quest’Europa di oggi, bisogna ripartire per dare un nuovo senso alla costruzione dell’Unione europea. Si deve ripensare ai motivi fondanti di questo progetto, recuperare l’idealità che ne fu all’origine. Come scrivevano Spinelli e Rossi alla fine del loro Manifesto “Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge, così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie fra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!”.

Giuseppe Prestia

*Anche Colorni era stato confinato a Ventotène dal 1939 al 1941. Trasferito poi a Melfi, riuscì a fuggire nel maggio 1943 e a raggiungere Roma.

†Il volume venne pubblicato clandestinamente dalle Edizioni del Movimento Italiano per la Federazione Europea (ne furono stampate 500 copie numerate) con le sole iniziali degli autori, A. S. e E. R., e il titolo Problemi della Federazione Europea, in quanto comprendeva altri due saggi di Spinelli (Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche, scritto nella seconda metà del 1942, e Politica marxista e politica federalista, scritto tra il 1942 e il 1943).

Spagna: la corruzione sorella cattiva della liberta’

Spagna: la corruzione
sorella cattiva della libertà

I reggitori del Regno dopo la morte di Franco -i Juan Carlos, i Carlos Arias Navarro, gli Adolfo Suarez, i Manuel Fraga Iribarne, persino i Santiago Carrillo- sbagliarono a consegnare il paese alla democrazia (=oligarchia) dei partiti: lo ha dimostrato il quarantennio che è seguito. Soprattutto lo hanno provato i tredici anni di governo di Felipe Gonzales (1982-96). Ma il malaffare resta.

Era scritto nelle cose che il Craxi andaluso, capo di un partito destinato a raccogliere 10 milioni di voti, avrebbe importato nella politica spagnola i mali della repubblica italiana, la peggiore dell’Occidente. Ma forse nessuno si aspettava in Spagna un trionfo così repentino del malcostume. Forse nessuno prevedeva che i capi del socialismo spagnolo, eredi di un retaggio onorato -un secolo di lotte a favore del popolo, avviate da un Pablo Iglesias che morì in miseria- avrebbero potuto risultare altrettanto ladri quanto i loro maestri italiani.

Felipe Gonzales e i suoi si sono macchiati di una colpa supplementare. Hanno impostato
una gestione cleptocratica del potere che ha inevitabilmente assimilato i loro avversari e successori, i ‘popolari’ (liberal-conservatori) di José Maria Aznar prima, di Manuel Rajoy poi. La parentesi al governo del socialista intellettuale José Luis Rodriguez Zapatero non ha cancellato gli illeciti impostisi coll’avvento del felipismo. Chi oggi scorra la stampa spagnola la troverà quotidianamente punteggiata dai fatti e riverberi delle tangenti e dei favoritismi: forse non sfacciati come nelle prime due legislature ‘democratiche’, però gravi. Alla fine del tredicennio felipista il Psoe si trovò insozzato dagli scandali economici, molti suoi esponenti indagati o processati nella capitale come in Andalusia, in Navarra, nel Paese Vasco, nelle Baleari, in Catalogna, altrove. Nel 1996 solo nella Comunidad Autonoma Valenciana il Psoe non risultava perseguito. Si prese a dire che la corruzione era l’Aids della classe politica spagnola. Di qui la futura affermazione dei sentimenti antipolitici e populistici.

Va detto che Felipe Gonzales, il potente successore alla Moncloa del presidente del governo Leopoldo Calvo Sotelo (figlio del leader monarchico assassinato giorni prima della Guerra Civile), dette indicazioni sui propri stili di gestione e di spesa al momento stesso di insediarsi. Fece sapere che intendeva utilizzare uno staff di duemila e più persone, per non essere da meno di governanti socialisti come Willi Brandt, Bettino Craxi, Francois Mitterrand. Alla fine del suo lungo consolato, Gonzales lasciò ad Aznar una Moncloa di 2300 persone, quasi tutte di sua nomina.
Gli edifici della presidenza erano dodici, per quasi 204 mila metri quadrati costruiti. Non mancava un bunker ipertecnologico che apparve alquanto più imponente delle installazioni di sicurezza della Casa Bianca. Qualcuno ha valutato, magari esagerando, che il grande rifugio fu una realizzazione altrettanto impegnativa quanto il tempio del Valle de los Caidos di Francisco Franco.
A proteggere la Moncloa furono assegnati, oltre ai reparti polizieschi, i paracadutisti della brigata di Alcalà de Henares. Il presidente e i suoi familiari ebbero al loro servizio una dozzina di autisti, con altrettanti veicoli, alcuni dei quali blindati, altri fuoristrada. Nel suo assieme il vertice dello Stato prese a disporre di circa duemila veicoli e di una ventina tra aerei ed elicotteri. Oltre millecinquecento giornalisti fidati, artisti, registi e pubblicitari lavoravano per ministeri ed entità pubbliche. Nei duemila edifici pubblici della capitale non meno di settemila persone godevano di remunerazioni direttoriali o di cospicui contratti di consulenza. Inutile aggiungere che prevalevano le persone di affiliazione socialista.
Gli sprechi e le pletore sono mali antichi di tutte le monarchie. Quella di Franco poté non eccedere, anche perché i suoi primi vent’anni furono famelici; tuttavia essa allargò molto gli interventi della mano pubblica, dunque lo statalismo. Inaspettatamente gli sprechi furono esasperati nell’abbondanza degli anni Ottanta, oltre a tutto ad opera di una classe di governo che si ispirava a un’ideologia di sinistra.

Il saccheggio

Due autori, José Diaz Herrera e Isabel Duran, pubblicarono nel 1996 un libro, “El saqueo de Espana, Ediciones Temas de Hoy, Madrid, che tra il febbraio e l’aprile di quell’anno ebbe undici ristampe. In 605 pagine gli autori dettagliarono con migliaia di nomi la rapina e gli sperperi della gestione Gonzales. Successivamente, tra il novembre 1996 e il gennaio 1997, fecero uscire “Pacto de Silencio, seconda parte de “El Saqueo de Espana”).487 pagine, otto ristampe in otto mesi.

Il secondo libro era sottolineato “La herencia socialista que Aznar oculta”. Herencia significa eredità. Si esponevano ancora i mali della gestione felipista, con in più numerose accuse al primo ministro conservatore Aznar per il fatto di tacere sui comportamenti del predecessore, e ciò per calcolo o per omertà corporativa tra politici. Tra le due opere, 1092 pagine fitte di fatti, nomi, circostanze e soprattutto addebiti.
Un ventennio dopo la pubblicazione, i due libri sono ancora in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura, dello Stato madrileno. In vent’anni la magistratura spagnola e le centinaia di persone accusate o menzionate hanno avuto tutto il tempo per perseguire come calunniatori i due autori Diaz Herrera e Duran, o per esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non congetturare che una parte piccola o grande dei personaggi del felipismo meritassero la gogna?

Nel prologo del primo libro gli autori assimilavano la rapina della fase socialista al ‘Sacco di Roma’ (6 maggio 1527), compiuto dalle truppe spagnole di Carlo V: “Uno de los mas negros episodios de nuestra historia, que llenò de verguenza a la Corte de Carlo V y obligò a la nobleza espanola a pedir (chiedere) perdòn al papa Clemente VII. Casi cinco siglos después, bajo (sotto) el mandato de Felipe Gonzales, el pais se ha visto asaltado par la corrupcion, el amiguismo, los favoritismos y el trafico de influencias. Bajo los gobiernos socialistas Espana ha caido (è caduta) en mano de toda clase de especuladores y delinquentes de cuello blanco (colletti bianchi). Felipe Gonzales lo reconocìa en un miting: “Perderemos las elecciones por la corrupcion”.
Ancora i due autori: “Los socialistas, en su (loro) primera relacion con el poder asumen todos los defectos y ni (nemmeno) una sola de las virtudes de los anteriores gobernantes. El dia en que el Psoe gana las elecciones generales de 1982 un grupo de personas decide dominar los negocios publicos, aduenarse (impadronirsi) de la banca y poner a su servicios las grandes empresas y el conjunto del sistema financiero del pais (…) Todos los escandalos que venian salpicando (punteggiando) la vida politica nacional dan un salto qualitativo que coloca a Espana en los niveles (livelli) mas altos de la corrupcion, muy cerca (vicino) de Mexico, Japan e Italia. Cada dia con un nuevo escandalo que se solapa (accavalla) con el anterior, los hechos (fatti) masgraves estaban aun por descbrirse. El retroceso del felipismo en las elecciones del 3 marzo 1996 apre una nueva etapa. Pero la pirrica victoria del Partido Popular no permite demasiadas (troppe) esperanzas de regeneracion. Secondo gli autori, il salto qualitativo del malaffare si manifesta nel 1995, con la fuga e la cattura di Luis Roldan,direttore generale della Guardia Civil, nonché coll’arresto di Mariano Rubio, governatore del Banco de Espana.
Diaz Herrera e Duran sostengono che verso la fine degli anni Ottanta il partito di Gonzales “impose ai principali banchieri e imprenditori del paese una taglia: con ciò convertendo il meccanismo della democrazia in una cleptocrazia organizzata. Ai capi dell’economia (l’edilizia in particolare) non fu lasciata scelta: o pagare tangenti agli ‘esattori’ socialisti, o subire vendette. Risultato, il Psoe, forte di un netto vantaggio competitivo rispetto agli altri partiti, ottenne per una terza volta la maggioranza assoluta. Però fu l’ultima volta”.

Un ventennio dopo i due libri sono sempre in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura (dello Stato madrileno). In vent’anni ha avuto il tempo :per perseguire come calunniatori gli autori Diaz e Duran. Soprattutto i calunniati hanno potuto querelare ed esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non inferire che una parte piccola o grande dei personaggi felipisti meritassero la gogna?
Nel prologo del primo libro si assimilava la rapina felipista al Sacco di Roma (6 maggio 1527 da parte degli spagnoli di Carlo V: “Uno de los mas negros episodios de nuestra historia, que llenò de verguenza (coprì di verlgogna) a la Corte de Carlos V Y obligò a la nobleza (nobiltà) espanola a pedir (chiedere) perdon al papa Clemente VII. Casi cinco siglos después,bajo (sotto) el mandato de Felipe Gonzales, el pais se ha visto asaltado par la corrupcion, el amiguismo, los favoritismos y el trafico de influencias. Espana ha caido en manos de toda clase de especuladores y delinquentes de cuello blanco (colletti bianchi). Felipe Gonzales lo reconocia en un miting (meeting): “Perderemos las elecciones del 3 de marzo por la corruption”.
Ancora gli autori: “Los socialistas nel poder asumen todos los defectos y ni una sola de las virtudes de los anteriores gobernantes. El dia que el Psoe gana las elecciones generales de 1982 un grupo de personas decide dominar las arcas del Estado, colocar bajo (sotto) su control los negocios publicos, aduenarse (impadronirsi) de la banca y poner a su servicio las grandes empresas y el conjunto del sistema financiero del pais”.
Un ventennio dopo i due libri sono sempre in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura (dello Stato madrileno). In vent’anni ha avuto il tempo per perseguire come calunniatori gli autori Diaz e Duran. Soprattutto i calunniati hanno potuto querelare ed esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non inferire che una parte piccola o grande dei personaggi felipisti meritassero la gogna?
“El retroceso del felipismo en las elecciones del 3 marzo 1996 apre una nueva etapa. Pero la pirrica victoria del Partido popular no permite demasiadas (troppe) esperanzas de regeneracion del paese”.
Secondo gli autori, il salto qualitativo del malaffare si manifesta nel 1995, con la fuga e la cattura di Luis Roldan, direttore generale della Guardia Civil, e coll’arresto di Mariano Rubio, governatore del Banco de Espana. Quell’anno vengono svelati i tentativi di ricattare il Re: si fanno i nomi dell’affarista Javier de la Rosa, del banchiere Mario Conde, di Alfonso Guerra, vice segretario del Psoe.

Diaz Herrera e Duran sostengono che verso la fine degli anni Ottanta il partito socialista “impose alle banche e imprese principali una taglia, con ciò convertendo il meccanismo della democrazia in una cleptocrazia organizzata. “ Risultato, il Psoe, forte di un vantaggio competitivo rispetto agli altri partiti, ottenne per la terza volta la maggioranza assoluta alle elezioni. Però fu l’ultima volta. Le tangenti, le estorsioni, la sistematica rapina della ricchezza pubblica tolsero l’onore al partito dei lavoratori. E inchieste della magistratura portarono a processo 32 affaristi e esponenti del Psoe, su 39 indagati. Dopo un decennio di controllo assoluto del potere il partito di Gonzales andò alla sbarra. Imputati morali Felipe Gonzales e Alfonso Guerra. Ai capi dell’imprenditoria -l’edilizia e i lavori pubblici in particolare- e della finanza non era stata lasciata scelta: o pagare tangenti o subire le vendette del regime felipista.

Il cosiddetto “caso Filesa”, considerato in Spagna la madre di tutti gli scandali, venne alla luce nel maggio 1991. Risultò che Filesa, rete di una cinquantina di imprese (alcune delle quali ‘fantasma’) facenti capo al vertice Psoe, commetteva in Spagna gli stessi illeciti che in Francia avevano finanziato la campagna per l’Eliseo di Mitterrand e che in Italia arricchivano il partito di Bettino Craxi. Invece in Germania la SPD di Willi Brandt si sosteneva attraverso imprese in attivo.

Nel dicembre 1992 la polizia giudiziaria spagnola confiscò nella sede spagnola della Siemens, sulla madrilena calle Orense, i documenti delle somme pagate dal gigante tedesco al Psoe per farsi aggiudicare opere di elettrificazione della linea ad alta velocità Madrid-Siviglia. Il punto culminante delle inchieste sulla corruzione venne nel dicembre 1992, quando la magistratura ordinò il sequestro di carte della sede centrale del Banco di Spagna. Mai dalla transizione alla democrazia c’era stato un provvedimento così drastico. Presto fu provato che soprattutto il Psoe, ma anche altre formazioni, piegavano ai propri fini le istituzioni dello Stato e trasformavano i concorsi e le gare d’appalto in strumenti di ladrocinio organizzato.
Questo divenne in particolare il tallone d’Achille del Psoe: fu travolto alle elezioni generali del 1996. Il partito risultava colpito da ventitre procedimenti per corruzione. La forza politica più brillante della transizione dal franchismo era stata snaturata dalla corruzione ed ora pagava duramente. “I socialisti sono in caduta libera” ha scritto nell’ottobre 2016 “El Pais”, principale tra i giornali loro sostenitori. “Negli anni Ottanta il PSOE sfiorava il 50% dei consensi: adesso si ferma al 22%. I socialisti vanno male anche nel resto d’Europa, ma in Spagna peggio.”

Buon amico e alleato di Gonzales era Bettino Craxi, che per sfuggire agli ordini di cattura dei giudici di Mani Pulite si rifugiò nella propria villa di Hammamet, in Tunisia). In quella villa Felipe Gonzales e famiglia furono ospitati nel 1984. E’ noto che le sentenze dei tribunali troncarono le carriere di altri esponenti di vertice del partito socialista italiano, modello dell’omologo spagnolo: in primis Gianni De Michelis, Claudio Martelli , Paolo Pillitteri.

I meccanismi del ladrocinio partitico
In Spagna come in Italia, in Messico ein ogni altro paese a forte corruzione della vita pubblica è la norma che amici, parenti e favoriti dei capi del regime utilizzino innumerevoli possibilità di arricchirsi. Si danno settori e livelli privilegiati per l’arricchimento personale come per il finanziamento della carriera e delle elezioni: le opere pubbliche, le commesse dello Stato, delle Regioni e degli enti locali, i programmi internazionali d’assistenza, gli interventi d’emergenza; più ancora le licenze edilizie, le urbanizzazioni, le deroghe ai piani regolatori, la sanità, le forniture.
In realtà è l’intera esistenza, è l’assieme della spesa pubblica dei paesi demo-plutocratici che si offre al taglieggiamento delle tangenti e delle altre forme di corruzione. L’etica dei paesi più corrotti è sfacciatamente violata dall’endogamia tra politici, intellettuali di partito, imprenditori, manager, professionisti. In Spagna i fatti del quarantennio seguito alla morte di Francisco Franco non lasciano dubbi: col crescere della prosperità capitalistica il paese si è unito alla pattuglia di testa della corruzione. Essa diventa tanto più corrotta quanto più si ingigantiscono le risorse gestite dalla mano pubblica.
Si può naturalmente sostenere che fatti -meno gravi- di favoritismi e di tangenti esistevano anche nel regime franchista. Tuttavia per il carattere autoritario e poliziesco di quel regime noi conosciamo poco i fatti; dobbiamo attendere che li trovi la ricerca storica. Al contrario le realtà della democrazia/oligarchia e della collusione con gli interessi plutocratici sono sufficientemente conosciute per poterle affermare malate.
Morto Franco non bisognava consegnare la Spagna alle urne, cioè ai partiti. Oggi non si dà prospettiva di salvezza che prescinda dallo smantellamento puro e semplice delle istituzioni cleptocratiche.
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A CHE SERVE LA POLITICA ECONOMICA INTERNAZIONALE?

Dopo i ripetuti tentativi di dirlo nelle pagine precedenti, si potrebbe concludere almeno provvisoriamente (tenendo conto che nulla dura di più del provvisorio) che la politica economica internazionale riguarda gli Stati, e anche se di questa impostazione non si può fare a meno, il vero e sostanziale risultato al quale deve tendere ogni azione di politica economica non può che essere il bene degli individui, delle famiglie e delle imprese.
Le collettività umane si sono raggruppate nel passato in vari modi: intorno a un capo il cui potere era conferito direttamente dalla comunità, oppure era ereditario, oppure era esercitato da una autorità religiosa che assommava in sé le credenze ed esprimeva l’autorità nel nome della divinità, e che in qualche modo governava i cuori e le menti degli uomini. Questi capi non sono sempre stati degni della carica ricoperta e spesso hanno agito per favorire sé stessi e i loro accoliti e sodali, parenti e amici della loro ristretta cerchia. Ma tanto più piccola era la dimensione della popolazione del loro dominio, tanto maggiore era in qualche modo possibile la conoscenza di ciò che davvero accadeva entro i suoi confini; quindi la comunità poteva esercitare un certo controllo su chi era deputato a governarla e trarne le debite conseguenze per agire, cercando di cambiare le cose se necessario.
Anche i governi di questi piccoli Stati hanno talvolta arrecato danni al loro popolo e spesso anche ad altri popoli, essendo gli umani caratterizzati dall’essere una specie zoologica predatrice gregaria, come lupi e iene. Abbiamo in più abitudini alimentari onnivore e la capacità (in ciò siamo unici tra le specie viventi) di commettere crimini efferati. Tuttavia la dimensione di questi danni era proporzionata alla scala del luogo degli accadimenti, al numero degli individui coinvolti e alla tecnologia in uso. Grazie al progresso tecnologico, il passaggio dalle armi bianche a quelle da fuoco sempre più micidiali, contribuiva poi a ingigantire le conseguenze negative dei conflitti.
Col trascorrere degli anni le comunità soggette a un capo si sono estese per territorio e popolazione con conseguenze sempre più gravi per il genere umano e sempre più a beneficio dei capi cui erano soggette, qualunque fosse la forma di governo assunta. Si veda in proposito il brano seguente tratto dall’opera Della tirannide di Vittorio Alfieri 1749-1803:
Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.
Oggi sappiamo che esistono forme di tirannide – come quella esercitata dal potere economico e finanziario incontrollato di cui siamo divenuti vittime e dalle burocrazie sovranazionali che tutto decidono per noi come quelle del Fondo Monetario Internazionale o della Commissione Europea dell’UE o della BCE Banca Centrale Europea – che non esistevano ai tempi dell’Alfieri, ma che sono comunque riconducibili alla sua classificazione in categorie. Possono cambiare i mezzi attraverso i quali esercitare il potere a proprio beneficio, ma ciò che anima questa volontà è insito nella natura umana nella sua accezione peggiore.
Contrariamente a quanto normalmente si pensi e si dica, la natura umana è soggetta agli istinti più che alla ragione, e soltanto in parte modestissima questi sono controllati negli effetti più distruttivi per la comunità da norme e regole sociali che, quando pienamente condivise e osservate, paiono aver mutato in senso positivo ciò che sembrava immutabile. Ma anche piccoli sconvolgimenti dell’ordine sociale possono far dimenticare all’umanità quanto di buono era stato conquistato con le istituzioni più appropriate.
I conflitti tra piccole comunità arrecavano lutti e rovine ai popoli coinvolti, i danni erano tuttavia limitati dal numero degli individui e dalle condizioni delle tecnologie belliche portatrici di morte e distruzione allora disponibili. Questa situazione è andata costantemente peggiorando con il progredire delle tecnologie civili (navi a vapore e ferrovie, veicoli a motore e strade, progressi nella chimica, nella fisica, nella metallurgia) e soprattutto militari (armi da fuoco ed esplosivi fino alle armi chimiche e batteriologiche, alla bomba atomica e all’idrogeno) e ha raggiunto il suo acme con le cosiddette guerre mondiali, scatenate per volontà di dominio, cupidigia e dissidi tra i despoti e le famiglie che comandavano gli imperi e le repubbliche. Questi dissidi potevano sembrare di natura religiosa o ideologica e, nel nome di queste, i popoli impotenti e indifesi venivano condotti al macello da chi, al sicuro, li comandava e ne indirizzava per ambizione personale la forza bruta e la violenza suscitata dai germi di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo inoculati nei più per la sete di dominio dei pochi.
La scienza e la tecnica – universalmente considerate doni scaturenti dall’intelligenza umana, venerate come di origine divina – facevano ampliare le conoscenze e davano origine a tecnologie prima inesistenti, ma quasi sempre a discapito dei veri interessi e della serenità del genere umano, dato che sfortunatamente poche di queste tecnologie rendevano gli uomini meno privi di ciò che serve davvero a condurre una vita per quanto possibile confortevole e sana. Così, grazie a scoperte e invenzioni, la capacità distruttiva dell’uomo si è ampliata a dismisura arrecando ferite sempre più irreparabili alla Natura dalla quale soltanto nasce la vita in tutte le sue forme e i beni di cui si serve l’uomo per vivere.
Dobbiamo riconoscere che la comunità degli scienziati, e soprattutto quella dei governanti, sembra aver dedicato ben poche attenzioni alla vita dei più se acqua potabile e cibo adeguato non sono disponibili oggi in misura sufficiente per centinaia di milioni di persone. Non dovrebbero essere queste le priorità alle quali indirizzare pensieri e sforzi da parte di chi ha una più alta responsabilità sociale?
Per contro una piccola parte di governanti – coadiuvati per gli aspetti tecnici da sapienti privi di saggezza e moralità (troppi sono gli esempi ai quali attingere: da chi ha studiato come costruire le camere a gas a chi ha progettato la bomba atomica o si è arricchito con la dinamite) – è ora più che mai in grado di arrecare offesa e morte agli umani appartenenti a culture diverse e perciò caratterizzati da lingue, abitudini e stili di vita differenti, e talvolta reciprocamente inintelligibili, decretandone nei fatti l’inferiorità e la scomparsa.
Anziché generare interesse come sarebbe in linea con la naturale curiosità dell’uomo, queste differenze – in chi è preda di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo – suscitano sentimenti di repulsione, sono sfruttati per dividere e suscitare ostilità, causare conflitti funzionali agli interessi di pochi. La guerra – ma anche soltanto il timore della guerra – porta l’economia di un Paese a crescere, ma a favore di chi fabbrica le armi o ricostruisce ciò che è andato distrutto, usando come carburante esseri umani immolati, sacrificati nel nome della patria e dell’ideologia totalizzante che li ha travolti per interessi a loro estranei e contrari a una vita pacifica alla quale tutti aspirano.
Che fare per migliorare la situazione e lenire i guasti dell’agire umano perverso (quello di pochi potenti) in modo da rendere le condizioni di vita più tollerabili per tutti? Per rispondere abbiamo bisogno di pensare di più, di informarci di meno, di riflettere per davvero sui problemi che ci assillano come membri della società umana.

Tratto dal libro pubblicato il 16 dicembre 2016: Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, seconda edizione riveduta e corretta 2016