RIFLESSIONI SULL’ARTE DI GOVERNARE

Governare – un Paese (uno Stato), un paese (una città o un borgo), oppure una famiglia – è una funzione che non può – né deve – diventare un mestiere. La funzione di governo della cosa pubblica può essere esercitata da chiunque abbia quei requisiti di onestà e probità che contraddistingue l’azione prudente del buon padre di famiglia in ogni circostanza. Il possesso di questi requisiti non può essere stabilito con un esame (neppure quello dei cittadini che periodicamente votino a suffragio universale), né garantito dall’appartenenza a un partito o ad una associazione, o dall’adesione a una fede religiosa o laica che sia.

Gli studi fatti e le attività o i mestieri esercitati, purché leciti, non hanno grande importanza per essere qualificati a tale funzione, poiché per governare occorre soprattutto buon senso, modestia, capacità di ascoltare i problemi degli altri e prendersene cura, in una parola occorre umanità. Sarebbe meglio chiamarla bontà, dato che caratteristica soltanto umana è quella di generare sofferenze ingiustificate da infliggere ad altri, e le persone buone tendono a non vederne la necessità, come del resto fanno gli animali grazie alla naturale saggezza dei loro comportamenti, dettati da ciò che erroneamente chiamiamo istinto mentre sono in buona parte frutto delle condizioni nelle quali l’animale ha vissuto; proprio come accade per gli esseri umani.

La capacità di parlare in pubblico dovrebbe essere guardata con sospetto, dato che ci attendiamo che chi ci governa non sia un piazzista che ci propone di comprare la sua merce, come quasi ovunque invece accade. Dovrebbe invece essere un cittadino indicato dal caso, onorato di essere stato scelto dalla sorte per servire la comunità alla quale appartiene e nella quale vive. Il suo mandato non dovrebbe accompagnarsi a un trattamento economico di particolare privilegio, né prevedere in seguito, al termine del mandato, emolumenti o privilegi di alcun tipo. Chi governa dovrebbe essere soltanto desideroso di fare bene ed essere di ciò orgoglioso, non tanto per meritare la gratitudine dei suoi simili, quanto per essere soddisfatto di sé per il lavoro utilmente svolto.

Sembra utopia, ma in realtà si tratta semplicemente di una prassi da instaurare, differente da quella in uso oggi nei Paesi democratici. Se la prassi dominante si fonda sulla menzogna e sulla sostanziale disonestà delle enunciazioni e dei comportamenti, non sarà facile mutare le cose, anzi sarà pressoché impossibile. Qualsiasi decisione e misura venga intrapresa non potrà cambiare la situazione. Chi sta in alto nella gerarchia ha bisogno del sostegno di coloro che ne hanno fatto la loro creatura e questi potenti (nell’ombra o allo scoperto) non sono disposti a rinunciare ai loro privilegi per mettere in pratica ciò che è stato deciso dagli ingenui cittadini che si sono recati alle urne nell’illusione di eleggere persone degne di governarli, ma che troveranno invece dei politicanti che hanno ben altri obiettivi.

Occorre osservare che, come si è detto, l’azione di governo non può essere esercitata come un mestiere, né come una vocazione. A differenza del mestiere, che presuppone la capacità di essere esercitato dopo un ragionevole periodo di studio e di tirocinio, e della vocazione per la quale nutriamo uno speciale trasporto (purché non animato dal desiderio di schiacciare gli altri per raggiungere i propri fini esclusivi), governare è per sua natura alla portata di chiunque. Si tratta di una funzione e come tale non è diversa dalla capacità di gestire, con gli altri membri, una famiglia.

Dar vita a una famiglia – il nucleo, il ganglio sociale di base della società, per definizione il più importante che vi sia – non richiede doti particolari, possedute da alcuni esseri umani soltanto. Non occorre superare un esame o fare un concorso. Eppure con questo gesto, con l’azione di formare una famiglia, sia essa allietata o afflitta dalla prole, contribuiamo alla natura che la società, della quale condividiamo il destino, andrà assumendo. Il modo di vivere in una famiglia, di governarla per la massima soddisfazione dei suoi componenti (o per l’egoismo di uno solo), può variare moltissimo ed essere influenzato non soltanto dalla probità o dalla disonestà dei suoi componenti, ma anche da circostanze fortuite di carattere negativo o positivo che per la loro natura non possono essere previste.

L’incertezza è e resta l’elemento dominante. Per questa ragione la famiglia non può fare veri programmi, costruire piani da seguire rigidamente per conseguire gli obiettivi che si propone. Potrà programmare di raggiungere una certa meta (comprarsi l’abitazione) o conseguire un certo risultato (far diplomare o laureare un figlio), ma questi obiettivi, sia pure programmati e perseguiti con tenacia, riguarderanno sempre un campo d’azione molto limitato e anch’esso ricco di incertezze nonostante la fermezza dei propositi e la perseveranza nell’agire. Non occorre dire di più perché l’esperienza di vita parla a ciascuno in modo diverso nel particolare, ma identico sul piano generale.

Perché dunque governare una collettività locale o nazionale o internazionale dovrebbe avere caratteri diversi? Così come non esiste il mestiere di capofamiglia (non sempre il marito, talvolta la moglie o un figlio), il rappresentante della collettività dovrebbe essere sorteggiato, non eletto. L’elezione – questo ormai lo sappiamo da tempo – non può che favorire i peggiori membri della società, quelli che si mettono in mostra perché desiderano il potere politico e che per ottenerlo e farlo durare sono pronti a realizzare la volontà di chi ha facilitato la loro elezione o rielezione.

Il sorteggio, la durata dell’incarico per un numero limitato di anni, gli emolumenti adeguati ma contenuti, gli scarsi vantaggi aggiuntivi, l’impossibilità di avere una “pensione” o un “vitalizio” sarebbero tutti elementi tali da rendere il ruolo di parlamentare o di membro del governo poco allettante per chi miri ai privilegi o al denaro. In compenso il sorteggiato o la sorteggiata che non rifiutasse l’incarico avrebbe l’onore e la responsabilità di poter fare qualche cosa di utile per la comunità alla quale appartiene.

Le etichette costituite dai partiti non hanno più ragion d’essere in un contesto dove i progetti sociali non esistono più (“cos’è la destra cos’è la sinistra”, cantava Giorgio Gaber) o sono divenute finzioni, e dove il confronto è tra chi ha una sua moralità, e chi invece non ne ha alcuna ma si batte soltanto per soddisfare i propri egoismi ed è, senza alcun freno, homo homini lupus.

Attraverso i media – sembrerebbe più adeguato alla realtà che rappresentano chiamarli mezzi di disinformazione di massa – il “teatro” della politica assume una rilevanza che travalica i fatti concreti che dovrebbero essere legati all’azione di governo, limitandosi a sempre ottimistiche dichiarazioni di intenti. Il tempo necessario per una incisiva azione di governo si riduce enormemente, dato che prevale la narrazione degli eventi, meglio se fatta da chi ha la lingua sciolta e il piglio del venditore, non importa se di fumo.

A ben riflettere si potrà ricordare che i programmi di governo non hanno mai avuto un senso concreto, prova ne sia che sono sempre stati disattesi, come è logico attendersi dato che il governo deve affrontare i problemi giorno per giorno, man mano che questi si presentano, e trovare una soluzione avendo chiaro sempre l’obiettivo della propria azione: operare a beneficio della collettività governata, presente e futura.

Malgrado le grandi speranze riposte nella democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale, ai ceti parassitari dominanti in ragione della posizione nella gerarchia sociale e del censo, si sono sostituiti individui di ogni estrazione sociale accomunati dal desiderio di esercitare il potere politico con ogni mezzo al fine di avvantaggiarsene personalmente. Grazie a questi nuovi, ma non meno avidi parassiti, il regime democratico è stato snaturato, svuotato della sua essenza, ed è divenuto una maschera dietro la quale interessi privati di ogni tipo prevalgono sostanzialmente su quelli pubblici, e vengono create situazioni di privilegio la cui vera natura si nasconde dietro all’omertà dei privilegiati, qualunque possa essere il partito o la fazione di appartenenza.

L’amico Enrico Fucini di Marta (Viterbo) si rivolge ai governanti con poche fulminanti parole (“Il libero arbitrio in comodato d’uso lo avete trasformato in libero abuso”) nella scia di ciò che Vittorio Alfieri scriveva nel suo imperituro lavoro “Della tirannide”:

Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Gianni Fodella

Dio forse non è morto, ma la Chiesa romana boccheggia

Il successore di papa Bergoglio non dovrà, per realismo, prendere il nome di Romolo Augustolo, ultimo imperatore d’Occidente?  E’ possibile che il papato stia vivendo l’ultima fase di una storia aperta duemila anni fa da Pietro di Betsaida. E’ da venti secoli che i cattolici convivono dolorosamente con un’istituzione che solo nelle catacombe e nei circhi dei martiri è stata all’altezza dei suoi ideali.

Ovvio, non incombe la fine del gigantesco organismo temporale chiamato Chiesa romana. Quello potrà sopravvivere a lungo senza una ragione, come fa per esempio l’Onu, inutile da un settantennio.  E’ il ruolo spirituale della Chiesa che sta finendo. A differenza che nel passato lontano, la Chiesa non riesce più a legittimarsi come “voluta da Gesù”. Cristo deve avere orrore di questo mondo che la Chiesa di Pietro ha partecipato a gestire nei secoli. Oggi forse nessuno degli assetati di Dio – il più insignificante dei quali sono io che vado alla Messa per amore – è più in grado di accettare dubbie verità quali la “infinita bontà di Dio”. Gli uomini sanno di avere adorato numerosi Iddii malvagi, non buoni. Povero Johann Sebastian Bach, il più cristiano di tutti noi, per il quale la Misericordia celeste era certezza!

Che il mondo sia sopraffatto dal Male è ciò che lamentavano gli eresiarchi del passato; che avessero ragione lo dimostrava il fatto che la Chiesa potesse mandarli al rogo. Oggi la sconfitta di Dio di fronte al Male è nozione largamente accettata, tuttavia la Chiesa continua faticosamente a parlare di onnipotenza divina. Anzi arriva a proporre un “mantello di Maria” che protegga coloro che soffrono. E’ sicuro, il Mantello non esiste.

Non sarebbe minacciata di morte, la Chiesa cattolica, se si liberasse dei miti che un tempo generò e oggi risultano menzogne. Se si proclamasse semplicemente madre degli orfani di Dio. Se dichiarasse che le sue basiliche e le sue liturgie sono luoghi per confortare quanti rimpiangono il Padre ignoto, non per prolungare speranze impossibili. Venti secoli dopo, la Chiesa non può promettere altro che affetto verso chi vorrebbe conoscere il Padre, verso chi non si contenti di ammirare all’infinito l’eroismo del Nazareno sulla croce. La Chiesa non sa perché il Cristo è comparso sulla Terra una sola volta. Non sa perché il Padre tace in eterno; anzi – recita un Vecchio Testamento feroce – fa morire chi riesca a vedere il volto divino.

Ecclesia non affermi più di conoscere le grandi verità. Venti secoli di congetture bastano. E’ tempo che la maggiore di tutte le compagini spirituali si riconosca impotente e anche bugiarda. Propalatrice di schemi, di costruzioni inventate. L’Assoluto è un padrone duro, non perdona i servitori infedeli.

Bergoglio stesso avrebbe dovuto prendere il nome di Romolo Augustolo. L’ultimo imperatore fu proclamato che era un giovinetto; suo padre, il patrizio Oreste, resse brevemente l’ultimo avanzo di impero. Dal punto di vista del futuro cattolico, anche papa Francesco è una innocente ‘non entity’.

Aveva suscitato speranze messianiche, quali nessun altro pontefice di cui si sappia. I suoi gesti iniziali avevano indotto a vagheggiare che si rivelasse ben più che il capo dei cattolici devoti: anche dei cattolici dissenzienti, anche dei protestanti, dei cristiani d’Oriente, dei credenti d’altre fedi, dei non credenti, di ogni altro uomo che viva un Avvento troppo lungo. Gli esordi di Bergoglio lo avevano proiettato come il massimo spirito del mondo. Avesse deciso di candidarsi, con scelte concretamente rivoluzionarie – non con parole –  a essere il Mosè del mondo, nessuno sul pianeta avrebbe potuto contrapporsi. Invece Bergoglio decise di essere nessuno, e tale è oggi. Logico che paghi, con un’irrilevanza quasi estrema, per essere apparso ciò che non era, l’operatore di una svolta epocale.

Che avrebbe dovuto fare per non deludere tanto gravemente?  Avrebbe dovuto compiere azioni, atti veri, da grande Giustiziere del troppo male operato dalla Chiesa, dal Medio Evo di ferro alla lunga età nepotista, dai delitti dei papi rinascimentali all’accanita opposizione, al controllo delle nascite (“ogni nascita è un dono di Dio”, “la Terra ha pane per tutti, basta che i ricchi lo donino invece di venderlo”). Si continua a riproporre la bontà della Provvidenza, quando si è certi che la Provvidenza è negata dalla realtà.

Per dimostrare d’essere distruttore per amore, Francesco avrebbe dovuto ripudiare la continuità, cominciando dall’abbandonare Roma coi suoi troppi palazzi straordinari e le sue troppe fontane: autentici corpi del reato, prove assolute del lungo tradimento del Vangelo.

A.M.Calderazzi

 

 

 

 

 

 

L’immigrazione va chiusa ma costerà carissimo

 

Perché, avendo il triplo della popolazione che sarebbe giusta per la nostra penisola, ci scoprissimo terra d’immigrazione, quante tangenti sono state pagate?  Abbiamo raggiunto la certezza di avere i politici, gli imprenditori, i faccendieri più amorali di tutti. Non veniteci a dire che abbiamo spalancato le frontiere per amore degli affamati e degli infelici. Qualcuno aveva interesse perché la Repubblica di Mameli&Ligresti avesse i suoi Bronx e le sue bidonvilles: eccoci campioni dell’accoglienza.

Ma che importa se per l’affare sporco dell’immigrazione incentivata i nostri rei risulteranno passibili, collettivamente, di molti secoli di carcere, allorquando i Tribunali hanno già gli elementi per seppellire in galera l’intera classe di potere, e si sa che non lo faranno?  Ha senso aprire nuovi filoni d’indagine quando i delitti già confessati sono così gravi che questo Stato andrebbe abbattuto, ma non possiamo permettercelo?

Detto questo, le frontiere andranno chiuse e gli illegali deportati, anche se le giornaliste della Rai faranno veglie di protesta. Non potrà restare che una modesta minoranza. Che questa posizione appaia razzista è irrilevante, quando gli antirazzisti sono coloro che, abitando e guadagnando bene, credono di alleviare la miseria del Terzo Mondo attirando miserabili nelle baraccopoli romane e nei carciofeti foggiani. Invece sia chiaro che la chiusura del buonismo punirà aspramente il nostro egoismo di benestanti. Abbiamo creduto di farla da furbi lasciando che ci lavassero i parabrezza e bivaccassero nelle periferie estreme, tanto abitiamo in centro. Ma ci siamo sbagliati. Prepariamoci ad addizionali fiscali che ci tramortiranno.

Non potremo sottrarci all’obbligo di condividere. Per cominciare, coloro che avremo espulso – viaggio a ns carico – dovranno ricevere un soccorso umanitario se dimostreranno di avere avviato un’attività produttiva – una bottega da falegname, un greggetto di pecore – oppure di soffrire gravi problemi di salute. Il denaro andrà pagato direttamente al creditore per gli attrezzi, per le pecore, per le terapie. Ma il peggio verrà quando capiremo che la soluzione della miseria sarà solo uno sforzo immenso dei paesi ricchi, a partire da un Super-Piano Marshall dell’Europa, volto a dissuadere dal partire. Simultaneo allo sforzo, un duro birth control. Il nostro è un pianeta da tre miliardi al massimo.

La difesa contro le immigrazioni future costerà l’ira di Dio: ma molto di più costerà la solidarietà long term che i prosperi dovranno offrire ai miseri. Costerà la rinuncia ai nostri livelli di vita. Non potremo non impoverirci. L’egoismo attuale di noi possessori di terze e quarte case non sarà più lecito: provvederà un Fisco inflessibile. E il bello sarà che dei sacrifici futuri non potremo incolpare i governi dei corrotti e dei faccendieri: bensì le terze e le quarte case. Gli stili di vita.

Antonio Massimo Calderazzi

Per risorgere il Papato ripudierà Roma

Sessantasei anni fa due preti operai furono arrestati a Parigi per atti di violenza durante una manifestazione contro il generale americano Ridgway. Fu forse la situazione limite dell’impegno a sinistra di un segmento del clero francese, impegno che aveva ricevuto qualche sostegno dai cardinali Suhar e Liénart, oltre che da prelati minori. Quell’anno stesso il Nunzio apostolico a Parigi notificò a ventisei vescovi il decreto di soppressione dei preti operai.

Oggi i preti operai risulterebbero mattoidi, non foss’altro perché l’operaismo è finito, trascinato nell’irrilevanza dalla morte del movimento comunista. La militanza antipadronale sussiste ma ha perso la nobilitazione ideologica e classista: gli agitatori sindacali sono mestieranti e non conduttori delle coscienze; le maestranze che si fanno condurre sono lontane dal voler lottare contro il sistema. Molti proletari posseggono seconde e terze case.

Passò una dozzina d’anni dalle intemperanze dei due preti operai e il cardinale tedesco Agostino Bea enunciò il principio che “la libertà dell’uomo vuol dire il suo diritto di decidere secondo la propria coscienza”. Gli ambienti conservatori insorsero: il porporato tedesco era andato oltre la carità verso l’errore, aveva proclamato insindacabile la coscienza individuale, laddove il cattolico aveva sempre dovuto inchinarsi alla Chiesa, interprete unica della Parola Rivelata. Il nostro cardinale andò per la sua strada. Precisò: chi erra in buona fede, anche in materia religiosa, adempie di fatto la legge morale e quindi la volontà di Dio, secondo la propria coscienza retta. Di fatto Bea rivendicava il valore universale della più alta tra le tesi di Lutero, il rifiuto dell’intermediazione ecclesiastica tra l’uomo e Dio, il rifiuto del magistero, per di più autoritario. Da allora più di un Pontefice ha ammesso che la Chiesa può sbagliare proprio là dove insegna, dove condanna, dove ha persino messo a morte uomini che erano santi, metti Hus e Savonarola.

Il cardinale Bea ha vinto. Il cristiano d’oggi che può fare se non prendere in parola sia il porporato che riabilita la conquista centrale della Riforma germanica, sia i papi che chiedono perdono per la Chiesa?  Ecco una delle conseguenze che discendono da secoli di riflessione cristiana: è giusto sostenere che il Papato deve lasciare Roma per alzare la Tenda biblica altrove. Per esempio fuori d’Italia. Che la gestione del cattolicesimo sia rimasta appaltata soprattutto all’alto clero italiano, espresso per una ventina di secoli prevalentemente dal patriziato italiano, è stato un lunghissimo misfatto che i futuri pontefici confesseranno come errori. Abbandonare Roma avrà il senso di ripudiare nel concreto una tradizione bimillenaria di Chiesa principesca, a lungo turpe, sempre mondana.

Sarà un trasloco sofferto e obiettivamente difficile. Ma dovrà accadere perché la Chiesa entri in una nuova vita. Essa dovrà vergognarsi dei palazzi, delle fontane e dei giardini che sono il vanto dell’Urbe e l’oltraggio della Cristianità. Dovrà pentirsi in particolare del nepotismo dei papi, la cui espressione ultima è dei nostri anni: Pio XII Pacelli fece principe un suo nipote, così come era stata la regola, magari senza connotazioni araldiche, per una ventina di secoli. Quasi tutti i pontefici vollero ricche e potenti le proprie famiglie; e se la potenza veniva loro dalla maestà spirituale del triregno, la ricchezza non poteva che provenire dai beni della Chiesa, saccheggiati dai papi nepotisti. I famosi palazzi e le fastose ville che fanno insuperabile Roma furono tutti finanziati da rapine sui beni che la Chiesa ottenne dalle donazioni di chi voleva salvarsi l’anima. Rapina sui beni destinati ‘a Cristo’.

Un giorno la Chiesa, anzi la Cattolicità avrà orrore di quel cognome arrogante “Burghesius” fatto incidere a lettere gigantesche da Paolo V sulla facciata di San Pietro: la meno santa di tutte le basiliche entra purtroppo ogni giorno in tutte le case e gli ambienti che abbiano un televisore.  Manco a dirlo, quasi non c’è gran palazzo romano che non abbia un cognome pontificio.

Qualunque altro angolo del mondo andrà bene per la tenda del Vicario di Cristo. Certo sarà meno indegno del colle dal meraviglioso giardino dove un papa eresse 1200 stanze per sé, e per i propri successori (poi vennero gli usurpatori sabaudi e quelli repubblicani, non meno ma più riprovevoli degli abitatori papali e di quelli di Casa Savoia).

Antonio Massimo Calderazzi

 

 

 

 

 

 

Georges Clemenceau o l’inutilità di vincere Grandi Guerre

 

Il Tigre Clemenceau merita d’essere primo della lista di quei sommi bellicisti che le nuove generazioni non conoscono e dunque hanno perdonato col fatto stesso di ignorarli. Vedremo che fu direttamente responsabile di centinaia di migliaia di morti che si potevano scongiurare, visto che verso la fine del 1917  gli Imperi centrali si dichiararono disposti a negoziare una fine della strage. ‘Il Tigre’ non fu la sola caratterizzazione di cui si compiacque. Fu anche chiamato Clemenceau-la-Guerre e Clemenceau-la-Victoire. Forse gli piacque meno l’essere definito “vieilliard sanguinaire”: era un implacabile ottantenne nel 1917, quando tornò al potere (era stato presidente del Consiglio nel 1906-09).

A dire l’uomo basterebbe ‘Il Tigre’. Le tigri sono i più feroci tra i grandi carnivori. Il Nostro fece in modo di personificare la Grande Guerra, anche se fu Poincaré, non lui, a volere il più sanguinoso conflitto della storia. Clemenceau dominò, con Woodrow Wilson e con David Lloyd George, la conferenza di Versailles, sciaguratamente chiamata ‘di pace’: in realtà fu l’antefatto del Secondo conflitto mondiale. Mai Adolf Hitler si sarebbe alzato come fondatore del Terzo Reich, conquistatore di un continente, se Versailles non avesse addossato alla sola Germania la responsabilità e l’espiazione della Grande Guerra. uella di Versailles andava chiamata Versailles andava chiamata “conferenza  di Tregua ventennale, 1919-39”.

La Francia non premio’ Clemenceau per i suoi ferrigni conseguimenti. Nel 1920 era il più logico dei candidati alla presidenza della repubblica. Gli preferirono l’incolore Paul Duchanel: una specie di Mattarella, sventurato al punto da doversi dimettere dopo otto mesi per avere perso la ragione (morì nel 1922, caduto da un treno in corsa). Va ripetuto che Clemenceau  non fu l’artefice della guerra alla Germania. Il colpevole fu Raymond Poincaré, capo dello Stato nel 1914, il lorenese invasato della Revanche contro la Prussia di Bismarck, la quale in un paio di settimane del 1870 aveva inflitto al Secondo Impero di Napoleone III la più grave sconfitta della storia, tra l’altro strappandogli l’Alsazia e parte della Lorena.

Nel 1917, dopo un triennio di carneficina – solo a Verdun erano caduti un milione tra francesi e tedeschi –  si profilava una concreta prospettiva di pace, con non pochi segni di una disponibilità di Vienna e Berlino.  Poincaré, dovendo scegliere un nuovo presidente del Consiglio tra Joseph Caillaux, fautore della fine della mattanza, e Clemenceau, l’uomo della vittoria a qualunque costo, decise per quest’ultimo. Da quel momento il Tigre fu il più intransigente tra i governanti del conflitto nel proibire ogni iniziativa di negoziato.

Clemenceau ottenne la sua “vittoria” quando (novembre 1918) Hindenburg e Ludendorff, i due massimi capi militari germanici, costrinsero il loro governo a dichiararsi sconfitto. Da quando era tornato al vertice il Tigre non aveva mancato un’occasione per affermare che la Victoire valeva più che le molte vite che si potevano salvare: forse un milione sui vari fronti del mondo. Quasi ogni giorno, di fatto, faceva questa asserzione, e quasi ogni giorno sosteneva che ‘les enfants de la Patrie’ dovevano sacrificarsi. Tra l’altro fu il governante che, ottantenne, visitò più trincee per galvanizzare i combattenti ad amare il sacrificio patriottico della vita.

Ebbe la fortuna di morire diciotto anni prima del 1940, quando la disfatta totale e non onorevole della sua Grande Vittoriosa avrebbe insegnato, a lui come a Poincaré, la fallacia del loro bellicismo estremo. Oggi la Germania, non la Francia, è domina d’Europa.

In vita una feroce soddisfazione la ebbe prima di ‘trionfare’ coll’Armistizio e con Versailles: riuscì a far arrestare e processare Joseph Caillaux, che nel 1917, se fosse tornato a guidare il governo, avrebbe messo fine alla guerra con un accomodamento, senza pretendere la dubbia Victoire. Caillaux languì in carcere un anno e mezzo, sotto il peso di un’accusa che poteva portarlo alla fucilazione. La Corte lo condannò a cinque anni per un reato meno grave del ‘tradimento’ di cui lo accusava il Tigre. Nel 1925 Caillaux beneficò di un’amnistia. Il suo persecutore era morto tre anni prima, quando ancora era possibile che il maggiore assertore della riconciliazione franco-germanica fosse condannato a morte. Per il Tigre cercare le vie di una pace era ‘disfattismo’: tra i politici di rango che minacciò di portare davanti all’Alta Corte non mancò Aristide Briand, undici volte presidente del Consiglio e futuro premio Nobel per la pace.

A Clemenceau fu risparmiato lo “scempio” compiuto da de Gaulle e Adenauer, quando decisero che Francia e Germania sarebbero state amiche per sempre. Oggi non c’è scolaro dodicenne che non sappia quanto antistorica e futilmente belluina fosse la vocazione antigermanica del Tigre. Peraltro c’è stato, una guerra mondiale dopo, un bellicista più accanito di Clemenceau: Winston Churchill. Iperbellicista fu anche Franklin Delano Roosevelt: ma almeno fondò l’egemonia planetaria degli USA. Invece le vittorie di Churchill fecero sparire l’impero britannico.

Antonio Massimo Calderazzi

Per il partito dell’accoglienza, coerenza fino in fondo

 

Non uno degli opinion leader -Grandi Firme, Vip dello spettacolo, altri conduttori e registi dei sentimenti- non uno si astiene dal singhiozzare ogni giorno sui barconi che si rovesciano nel Mediterraneo. Però non uno sente di dover enunciare le verità inconfessabili, scandalose. Sono le seguenti.

Se l’Italia, cor cordium, è sola nell’Unione, nell’Onu, nel pianeta e nel Creato a non tollerare le immagini dei naufragi, l’Italia non può non istituire traghetti gratuiti e scali attrezzati per aspiranti europei. Onde risparmiare loro i disagi e le rudezze dei centri d’accoglienza, non può non investire in villette e hotel ad hoc.

Al fine di cancellare gli stress dei futuri cittadini, Roma deve reclamizzare a scala d’emisfero che il diritto di sbarcare e di installarsi in perpetuo, spetta dal momento stesso dell’imbarco sui traghetti gratuiti di Stato. Per scongiurare che gli arrivati, potenzialmente vari milioni, si sentano lumpenproletari, Roma deve assegnare a ogni nuovo venuto un reddito d’integrazione pari a quello medio tra le classi sociali della Penisola. Nel contempo deve istituire automatiche, ovvie esenzioni da quote qui dovute per nidi, mense e gite scolastiche; anche da tasse, affitti, bollette e contributi pensionistici.

Perché i ‘diversamente agiati’ oriundi del Continente nero, del Sud del mondo e di paesi oppressi da regimi totalitari non si addensino in ghetti, banlieus e slums, potenziali vivai di radicalizzazione, la nostra mano pubblica deve -a norma del precetto enunciato anni fa dal noto editorialista G.A. Stella, “sparpagliare, sparpagliare” gli immigrati poco abbienti tra i quartieri delle metropoli, quadrilateri della moda e degli affari compresi. Poiché immobili e suoli dei buoni indirizzi, degli stessi vasti rioni dei ceti medi e dei popolani benestanti, appartengono ai proprietari catastali e sono costosi, i prefetti procedano d’urgenza ai necessari espropri a prezzi d’imperio. Gli espropriati, vengano sistemati decorosamente in caserme e fabbrichette ristrutturate (all’uopo utilizzando in  parte gli indennizzi degli espropri).

Affinché i neo-italiani non incontrino ostacoli nel lavorare e nell’ascendere nelle carriere, vanno loro attribuiti speciali punteggi preferenziali; nonché ogni opportuno bonus, oculatamente commisurato ai bisogni dei nuclei familiari. Se quanto sopra, più ogni ulteriore provvidenza imposta dai valori del Welfare evoluto, richiederà alcune migliaia di miliardi, e se la ripresa non sarà abbastanza impetuosa, giocoforza dovranno provvedere i contribuenti, previo il rinvio sine die della riduzione del debito pubblico. Il popolo d’Occidente dovrà accettare di arretrare non poco nel benessere. Va da sé: per attuare i programmi qui sommariamente descritti occorrerà accantonare i tradizionali ordinamenti capitalistici e le aspre logiche del Mercato.

Quanto sopra è naturalmente bieca concatenazione di sofismi. Oppure è improvvida proposta di anteporre il giocolare (dizionario Devoto: “giocorellare, trastullarsi”)  al pensare coscienzioso raccomandato dai presidenti Mattarella e Boldrini; nonché da Bergoglio quando gli capitano per le mani Trump o i governanti d’Ungheria e di altre repubbliche ex-comuniste. Venendo a Mattarella etc., non sarebbe ben più seria la proposta di sventare le partenze dei barconi con un gigantesco Super-Piano Marhall dell’Europa, o dell’Occidente, o del mondo ricco per intero?

Certamente il Super-piano impoverirebbe tutti i contribuenti. Ma sarebbe meno sofistico delle proposte giocose vedi sopra. In ogni caso si imporrebbero meno espropri nei centri storici e nei quadrilateri del lusso; servirebbero patrimoniali meno feroci. Il vasto potenziale umano cui, secondo i demografi e i pensatori progressisti, rinunceremmo fermando gli sbarchi, verrebbe valorizzato nel Sud del mondo. I problemi di coscienza delle nostre anime belle si attenuerebbero. Coll’enorme dilatazione dei consumi a sud del mondo, la globalizzazione passerebbe a Due Vie.

Incidentalmente: se una parte del terrorismo, quella che trova volontari suicidi, è invincibile -checché proclamino Teresa May e ogni altro emulo della fermezza churchilliana-  il Super Piano Marshall di cui sopra non scongiurerebbe un tot di stragi? Agli occhi di chi ci odia, non risulterebbe un risarcimento per le  Crociate e il colonialismo?

Antonio Massimo Calderazzi

E’ ancora magica la provincia boemo-morava

Dovendo scegliere se salvare dal Diluvio Universale,  Praga la regina o i villaggi castelli stagni e cittadine della Boemia-Moravia  profonda, andrebbero salvati questi ultimi.  Praga ha perduto un pò il fascino di un tempo, quando alcuni la vagheggiavano miglior capitale europea rispetto a Bruxelles. E poi oggi ha i grattacieli dei conglomerati. La Boemia-Moravia minore è, forse per poco, l’ultimo paradiso. Ha le contrade più euritmiche dell’ex campo socialista. Qui ci si dimentica dei tradimenti anti-europei del suddetto ex-campo socialista.

A una trentina di km dal confine coll’Austria comincia la Selva Boema, quelle basse montagne boscose che qui chiamano Sumava. La sua minuscola metropoli Ceske Budejovice, alla confluenza della Moldava e della Malse, ha meno abitanti di Barletta, ma alla fine del Medioevo era una capitale commerciale. I monumenti, le piazze ariose e gli spunti sono bizzeffe. A un tiro di schioppo sorge lo sconcertante castello di Hluboka nad Vltavou. Nel 1840 i proprietari principi Schwarzenberg, stufi di possedere decine di fortezze e di manieri sorti nel medioevo, vollero qui una casa moderna, stranamente ispirata al castello di Windsor. Otto anni dopo uno dei principi, Felix, era cancelliere dell’impero asburgico, domava coll’artiglieria la rivolta a Vienna e insegnava il mestiere di regnare a Francesco Giuseppe, imperatore giovanottino. Un Karl dello stesso casato aveva addirittura sconfitto Napoleone (battaglia di Lipsia, 1813). Va a capire perché questa colossale copia di Windsor su un’altura che domina la Moldava, copia voluta da gran signori che un secolo e mezzo dopo, finito il comunismo, per poco non si facevano re della Cekia.

Nel 1992 il capo della casata, ancora un Karl, era alla corte del presidente Havel come capo della cancelleria. Un quotidiano di New York lo presentò come ‘pretendente al trono cecoslovacco’, ovviamente dimenticando che una monarchia dei cechi e degli slovacchi -così come l’infausto regno dei serbi croati e sloveni- non è mai esistita. Entrambe le nazioni furono inventate dall’insulso arbitrio dei pacificatori di Versailles, i peggiori della storia, visto ciò che seguì alla Grande Guerra: Hitler, un’altra guerra ancora più mondiale, l’Olocausto e il resto.  Il principe ‘cancelliere’ di Havel sbagliò ad assicurare che gli slovacchi non avrebbero fatto secessione. Però la sua famiglia se la cava bene, per essere scampata al comunismo. Io entrai non visto in un superbo palazzo moravo: erano gli uffici che amministravano le sole proprietà forestali Schwarzenberg.

Non lontana da queste armonie è la piccola Trebon, con una piazza di sole case rinascimentali e un vasto castello, naturalmente Schwarzenberg per secoli ma in origine dei Rozmberk, allora massimi feudatari della Boemia. Ma va fatto pellegrinaggio a Tabor, uno dei pochi luoghi tragici della regione sud-boema. Fu fondata nel 1419 dal capo degli Ussiti, Jan Zizka, come città ideale e come possente roccaforte della sua fede. La città era organizzata in forma comunitaria, senza proprietà privata. Quindici anni dopo gli Ussiti furono annientati nella battaglia di Lipany e l’utopia di Tabor fu schiacciata. Qui tutto ricorda questa pagina di comunismo cristiano, militante anticipazione della Riforma protestante.

Zizka non dovette praticare mai la mansuetudine evangelica. E’ dovunque raffigurato come un duro soldato, orbo di un occhio, tratti fieramente marziali, membra vaste e armi micidiali. Il regime socialista dette molto risalto allo specifico comunitario (e nazionale antitedesco) del movimento ussita. Jan Hus, prete eroico e giovane rettore dell’università di Praga, infiammò il popolo contro la corruzione del clero e contro lo strapotere tedesco. Volle difendere le sue tesi di fronte al concilio di Costanza, ma il salvacondotto imperiale non lo salvò. Fatto arrestare da un cardinale francese appena arrivato a Costanza, fu bruciato vivo (1415).  Le guerre hussite condotte dal grande Zizka durarono fino al 1434, ma i fermenti non si spensero: tra il 1458 e il 1471 il trono di Boemia fu occupato da un nobile ussita, Giorgio di Podebrady. La rivolta attiva degli ussiti finì solo nel 1620, nella crudelissima guerra dei Trent’anni, per una vittoria campale dell’imperatore asburgico.

Trionfarono e si arricchirono le grandi famiglie cattoliche dell’impero: Schwarzenberg, Lobkowitz, Starhemberg, Windischgraetz, Liechtenstein. Insieme avevano decine di migliaia di servi; tra essi era la famiglia di Christoph Willibald Gluck, che col suo Orfeo e la sua Euridice ringiovanì la musica del mondo.

Ribadiamo una volta di più che Praga, con tutti i suoi tesori, non vale più che il resto della Boemia (e Moravia). La capitale è ormai meta di gite operaie, certo merita d’essere amata dai gentiluomini. Ma la Boemia meridionale sia prediletta da questi ultimi; sempre che preferiscano gli itinerari minori, accettando al limite qualche esiguo tratto cilindrato invece che asfaltato. Solo così si attraversano i villaggi, qui molto spesso incontaminati e qualche volta belli di armonie assolute. In Germania e in Austria i villaggi sono risorti a migliaia dalle macerie della guerra. Ma sono troppo moderni, opulenti, imitatori delle città, piagati dalle urbanizzazioni dei pendolari. Dicono troppo chiaro l’apporto di prosperità venuto dagli stipendi delle metropoli e dai margini del terziario.

 

Nella Boemia-Moravia profonda le case le stalle i fienili le cappelle le peschiere sono ancora autentici in larga misura, incredibilmente aggraziati. Anche perché la guerra risparmiò parecchio questo reame di contrade deliziose, il lineamento più raffinato del continente.  La regola sia: tra la grande arteria e la strada dei villaggi, scegliere la seconda. La prima, quella che fa andare veloci, taglia fuori da troppi stati di grazia.

 

Un po’ fuori della Boemia meridionale c’è Telc, affascinante cittadina morava, la cui piazza interamente circondata da portici e il cui castello sono forse i più eleganti della nazione. Nel 1541 il feudatario Rozmberk (Rosenberg) capeggiò una delegazione di 50 gran signori cechi che a Genova ricevevano l’imperatore Massimiliano II (un mezzo protestante come non pochi boemi semi-ussiti) di ritorno dalla Spagna. In Italia i Cinquanta si stordirono di Rinascimento e, rincasati, misero al lavoro nei loro castelli gli architetti italiani o italianizzanti. Più che altrove, qui il Rinascimento nacque principesco. Quanto al capodelegazione Rosemberg, allora primo tra i feudatari boemi, egli fu ospite di Andrea Doria per undici lunghissimi anni, dunque non avrebbe potuto assorbire più Rinascimento.

 

A giudicare dalle folle di turisti, Cesky Krumlov sarebbe da evitare in agosto. Ma è città d’arte come poche e la sua dura fortezza (ai primi del Seicento l’imperatore Rodolfo II vi rinchiuse il figlio naturale don Giulio d’Austria, personaggio dalla fama inquietante) fu ingentilita dai geniali interventi di Baldassarre Maio de Vomio, il maggiore degli architetti italiani operanti qui (però qui era nato). La parte residenziale della fortezza ha trecento stanze. I giardini, il maneggio d’inverno e il palazzetto di piacere detto Bellaria sono degni di una reggia. Manco a dirlo, finì agli Schwarzenberg.

 

In questo paese il problema per il viaggiatore è di scegliere tra le bellezze del paesaggio e i manufatti dell’uomo: non solo i castelli e le case, anche i vecchi ponti, le stradine che servivano le miniere d’oro e d’argento, le dighe antiche in legno, le molte altre tracce del lavoro. Dalle parti di Trebon i 270 o più stagni, che un tempo erano paludi, danno migliaia di quintali di carpe in pochi giorni. Sono collegati tra loro da canali medievali, spesso ancora muniti di sbarramenti in tronchi di quercia.

 

La Boemia e Moravia è forse la macrocontrada più fine del Continente più colto del pianeta. Questo finché riuscirà a contenere le aggressioni della ricchezza: capisaldi dello shopping, grattacieli, autostrade, arredi urbani in plastica, vucumprà, drogati e altri parossismi. Il comunismo, cancellando la proprietà privata e mortificando lo sviluppo economico, aveva miracolosamente protetto centri storici che ancora oggi sembrano bozzetti di scenografi. Il trionfale ritorno della proprietà non promette niente di buono. Però la Germania, qui antica dominatrice, insegna che col tempo la ricchezza si addomestica e in parte espelle il rozzo e il banale.

La Ruhr non è verdissima? La Baviera straricca non è anche raffinata?

Antonio Massimo Calderazzi

Appendice a Goencz: il pensiero salvifico dei Cainiti

Ventiquattro anni fa partecipavo a Budapest a una riunione non molto importante, che però vantava la presenza del Presidente della repubblica ungherese. In attesa di fare lo scontato interventicchio, ripassavo mentalmente le frasi fatte e gli altri farfugli che sono d’obbligo davanti a un microfono. D’un tratto feci una constatazione che mi tramortì: dopo Mani Pulite gli stranieri, quindi anche i magiari, ci consideravano ladri in blocco. Dunque gli astanti avrebbero riprovato me, unico italiano nella saletta, non i politici e gli imprenditori subalpini, vesuviani, salentini, etc. Anche il Successore di Stefano re e santo mi avrebbe riprovato: come avrebbe potuto sapere al momento che non avevo frodato, voltato gabbana, mangiato nel truogolo, insozzato valori, ceduto l’anima in leasing, come i più eminenti degli italiani?

Dal giorno che Mario Chiesa irruppe nella storia, mi chiedevo come se la cavavano i miei connazionali che ogni giorno avevano a che fare con gli stranieri? Beninteso dei diplomatici, degli europarlamentari, di altre non entities non mi curavo. Mi curavo di me carneade. Sarebbero bastati i panni andanti che indossavo a convincere il Presidente a non accostarmi agli eleganti impostori, prediletti di Moda Uomo, che derubavano la Penisola? P. es. il presidente della Camera era un maestro di cravatte.

Trafitto da queste apprensioni presi a leggere i foglietti al microfono, ma soprattutto sbirciai meglio lo Statista: sollievo, appariva assente, forse non si era accorto del compaesano di Craxi! Il sollievo durò poco, perché Egli guardò nella mia direzione: forse avrebbe messo insieme il canovaccio di un lavoro sull’Italia,  lo avrebbe intitolato “L’aggiornato piacere dell’onestà”. Obbedendo a faziosità danubiane, dunque un po’ calviniste, mi avrebbe messo nella trama pirandelliana come reggi sacco di un portaborse craxiano o finiano. Non c’era scampo per me. E se permettete, neanche per voi bellimbusti e femministe d’Italia.

Ripiegati i foglietti tornai sconsolato alla mia sedia, dietro un attaccapanni che mi proteggeva dalla riprovazione del discendente degli Unni. Ma dopo il pathos tragico venne la Catarsi. Dalla fossa della disperazione ai cieli alti della speranza: mi ricordai dei Cainiti. Setta gnostica del II secolo, divinizzava Caino figlio di Adamo, tanto più energico del fratello Abele; onorava Giuda: aveva tradito perché Cristo potesse compiere la sua missione.

Ecco la prospettiva salvifica che mi venne dalla filosofia cainita della storia! Se la Repubblica nata dai mitra del colonnello Valerio e di Giorgio Bocca era il peggio d’Occidente, era per rigenerare quest’ultimo. Aveva il più fetido degli assetti demo-plutocratici, affinché Lettonia e Bundesrepublik si disgustassero dei loro partiti e delle stesse urne. I misfatti di Montecitorio e di Montemadama mettevano a nudo l’insipienza finale della democrazia rappresentativa: allora addirittura avrebbero persuaso gli inglesi, ex padroni del mondo, a disfarsi di Queen Insulsa e ad affittare Buckingham Palace ai turisti asiatici. Insomma l’interpretazione cainita della storia ci avrebbe messi in onore, noi contigui di Mafia Capitale e dei Tulliani di Montecarlo. Non ci saremmo vergognati, bensì vantati, del DNA cainita. Saremmo tornati The Best, come nel Rinascimento.

Furono questi i pensieri, quando aspettavo di porre domande ad Arpàd Goencz, ex aiuto manovale e successore di Stefano, santo e re.

A.M.C.

Arpad Goencz come Havel: padri mancati di un’Europa più grande

 

“Non fosse mai giunta la nave da Argo

nella Colchide e uomini gagliardi

non avessero mai recato con essa

il Vello d’oro…La mia principessa,

Medea, navigando lungo la costa non sarebbe giunta

mai nella città turrita di Colchide, con il cuore infiammato, seguendo Giasone”

 

Il coro apre così, come nelle tragedie greche, uno dei lavori teatrali di Arpàd Goencz, “Magyar Médea”, prima rappresentazione avvenuta a Budapest nel 1976. Seguirono nel 1980 altre due tragedie, dai titoli evocatori della perennità delle vicende umane dai tempi mitici ai nostri giorni. Si chiamavano ‘Pesszimista Komédia’  e ‘Perszephoné’.  La Medea ungherese era ambientata nella Budapest del 1975.

Goencz fu il primo presidente della Repubblica magiara dopo la caduta del comunismo. Il comunismo lo aveva condannato all’ergastolo, poi tenuto sei anni in carcere fino a un’amnistia del 1963.  Il suo reato, aver fatto trapelare fuori del paese un progetto di mitigazione del regime imposto di nuovo nel 1956 dai mezzi corazzati sovietici.

Anni prima (1948) il dissidente Goencz era stato estromesso da ogni incarico pubblico. Rimasto senza lavoro aveva fatto l’aiuto manovale. Imparato in carcere l’inglese , aveva intrapreso l’attività di traduttore letterario: nel venticinquennio che precedette l’elezione a capo dello Stato tradusse un centinaio di lavori soprattutto  americani: Truman Capote, James Baldwin, Faulkner, Hemingway, Salinger, Updike, Wolfe.  Vari i premi letterari, a partire dal ‘Jozsef Attila’ del 1976.

Io, AMC che scrivo, ebbi l’occasione di intervistarlo a due nel 1993, non nella presidenza della Repubblica ma in un angolo appartato dell’Associazione degli Scrittori al 18 di Baiza utca, a pochi passi dall’ambasciata del Vietnam. Nessun capo di Stato aveva indossato panni più dimessi dell’ex-ergastolano ed ex-aiuto-manovale. Nessun capo di stato forse aveva trattato con più gentilezza l’oscuro intervistatore italiano: “Per parlare le va bene se ci sediamo in queste poltroncine?”

In quella poltroncina sedetti soprattutto per capire perché vari paesi dell’ex campo socialista avevano affidato cariche somme a uomini che non venivano dalla carriera politica. Il commediografo Vaclav Havel, capo dello Stato a Praga, era più noto di Goencz, suo confratello in quanto scrittore per il teatro. Il filosofo Zhelyn Zhelev era stato fatto presidente della Bulgaria. Almeno un presidente baltico era venuto dalla milizia culturale. Per non parlare di Ignaz Paderewski, il grande pianista messo a capo della neonata repubblica di Polonia.

Anche Tomas Masaryk era un importante intellettuale. Fu artefice di una nazione cecoslovacca, fin troppo fortunato divulgatore della sua invenzione: guadagnò l’appoggio di Parigi e di Washington per il sorgere di uno Stato cuscinetto talmente improbabile da perdere  presto la componente slovacca.  Però, più che strappato dalla Storia agli studi, Masaryk era stato brillante macchinatore del proprio successo. Aveva fatto nascere, non una Heimat nazionale, secondo lo spirito “wilsoniano” dei suoi tempi, ma una piccola potenza prevaricatrice di altre nazionalità, cominciando dai Sudeti e dagli Slovacchi.

Su Havel e sul suo carisma sappiamo molto. Claudio Magris esaltò l’inclinazione del presidente ceco per le birrerie e le ‘vinarne’, locali di popolo dove si beve il vino, in danno dei castelli maestosi, delle cancellerie, dei picchetti d’onore. Sottolineò che il suo Havel era anche immune dal narcisismo e dalla carica contestativa dei poeti- governanti, spesso inclini a proclamare l’immaginazione al potere. Accettava gli impegni prosaici della carica.

Arpàd Goencz, morto nel 2015,  era per molti aspetti l’omologo di Havel: stessa qualità creativa, stessa dedizione al teatro, stesso prestigio e fascino. Come Havel, il Nostro si impegnò nella fatica di raddrizzare un governo e una società snaturati dall’oppressione, nello sforzo di comporre interessi e conflitti, nel suo caso rinunciando agli agi psicologici d’essere ‘super partes’.  Il presidente ungherese si gettò più volte nella mischia. Le sue posizioni erano quelle di una sinistra liberale. Contrastò le decisioni esecutive che non condivideva. Respinse un decreto che metteva sotto processo i capi del regime crollato. Non si rinchiuse nell’innocenza dell’artista. Nella primavera del 1992 rischiò l’impeachment: l’organo ufficiale del Forum democratico lo accusò di volersi impossessare di potere a beneficio della sinistra. Accusa fuori tempo massimo: chi si appassionava più ai manicheismi destra-sinistra?

La carriera del presidente ungherese è stata tutta una testimonianza, toccando i livelli dell’eroismo. Noi che siamo abituati a governanti di tutt’altra pasta -alcuni solo contigui al malaffare, altri ad esso associati in pieno, tutti ugualmente espressi dall’oligarchia ladra-  non possiamo sognare di farci guidare da un poeta. Noi, un popolo di soli machiavelli, abbiamo acclamato condottieri di nome Togliatti, Berlusconi o Craxi. Perché noi idolatriamo il realismo. I poeti in trono e i re-filosofi li compiangiamo: non lasciano nemmeno una fortuna a parenti e a compari. Ingenui, i re-filosofi.

Arpàd Goencz fu, con poco esito, alla testa di qualche iniziativa mitteleuropea volta a far avanzare l’unità del Vecchio Continente, cominciando appunto dalla vocazione continentale della Zwischeneuropa, le terre poste tra i due imperi storici, germanico e russo. Al Presidente avevo chiesto cos’era veramente Mitteleuropa: dove cominciava, dove finiva, a cosa si contrapponeva. Rispose: ”Ci facciamo questa domanda da secoli, e continueremo a interrogarci chissà fino a quando. L’importante è fare qualcosa, non limitiamoci a passarci il dubbio. Siano le opere a rispondere a domande come questa. Se vivremo nel concreto la realtà centro-europea, magari le definizioni sull’identità risulteranno meno difficili”.

Io insistetti: perché Goencz, perché Havel, perché Paderewski, perché i poeti-presidenti in quel momento dell’Europa di mezzo? Osservò che i professionisti della politica suscitavano antagonismi e sospetti che in una fase di passaggio, di caduta degli assetti -il crollo del comunismo- trovarono una forza eccezionale. In quel momento nemmeno l’autore di “Pesszimista Komédia” e di “Magyar Médea” arrivò a vedere le involuzioni, le cadute e le bassezze che sarebbero seguite al crollo delle illusioni, al sopravvento dei carrieristi dell’impostura che si appaltarono la transizione alla (dubbia) democrazia all’occidentale. “Quando il professionismo delle urne minacciava troppo, quando la politica era inerme, ci si rivolse ai poeti, ai tempi di Paderewski, come oggi. In più nella parte ex-comunista dell’Europa occorre parlare di un ruolo particolare della letteratura. Essa  ha parlato assieme al popolo, ha avvicinato la società alla politica. Al vertice dello Stato bulgaro c’è Zhelev, un filosofo”.

Io: e Goencz è alla testa degli ungheresi? “Mah, sono uno scrittore che ha combattuto sia il fascismo, sia il regime imposto dall’Armata rossa. In una situazione d’eccezione acquistare un ruolo speciale è stato comprensibile. Ma attenzione: nell’Europa di mezzo il capo dello Stato ha una funzione di testimonianza che non si addice ai politici di carriera”.

Né Lui, né ovviamente l’improvvisato intervistatore furono capaci, ventiquattro anni fa, di scorgere i mostri e i veleni che nei paesi ex-comunisti avrebbero sopraffatto i propositi virtuosi, gli idealismi, gli aneliti europei. Invece di volere l’unità e la grandezza del Continente, i conduttori di Zwischeneuropa si sono consegnati agli USA come vassalli. Con ben meno dignità di Trieste che fece la ‘Dedizione’ all’Impero asburgico. Le aspirazioni e gli scenari sorti nel Continente dopo la Brexit e dopo l’avvento di Trump devono prescindere dai partner ex-comunisti. La prospettiva di un’Europa più degna della sua storia di ombelico del mondo non include Zwischeneuropa. Forse non è solo colpa dei popoli che ancora consideriamo fratelli. E’ colpa dell’oppressione stalinista che ha durevolmente deformato le coscienze: un altro dei misfatti del socialismo realizzato.

E’ anche colpa della scomparsa nel nulla dei re-filosofi. Morto nel 2015, Arpàd Goencz non poté fuggire all’angoscia per la sconfitta dei sogni a sud del Baltico e della Vistola.

Antonio Massimo Calderazzi

Macron per ripudiare i troppi errori del patriottismo  

 

Scegliendo Macron, la Francia ha fatto come cinquantanove anni fa, quando dette mandato a de Gaulle di liquidare la Quarta Repubblica agonizzante. Anche la Quinzième rischia di tirare le cuoia, minata dall’inconcludenza e dalla sgradevolezza della vecchia politica, molto più che dal fondamentalismo lepenista. In pratica Macron è l’ipotesi di una ripartenza, innanzitutto fuori della stantia dialettica destra-sinistra e fuori del patriottismo republicain. La destra all’antica è un’opzione inesistente. La sinistra che conosciamo è un esercito da ritirata di Russia o da velleità di riscossa a Waterloo, a Sedan (1870), alla Comune parigina (1871), alle Ardenne (1940), a Nanterre  (“formidabile Maggio rivoluzionario”  1968).  I conati a sinistra non meritano che preci di suffragio.

Oggi centellinare le promesse elettorali di Macron, cercare di individuarne i propositi realistici, è esercizio vano. Si vedrà. L’importante, il fatto nuovo, è che il presidente provi a non essere come gli altri maggiorenti di successo d’oltralpe. Questo, non essere come gli altri, fece un secolo e mezzo fa Adolphe Thiers quando tentò di scongiurare la follia della guerra alla Prussia, poi quando spense senza pietà l’insurrezione dei Communards parigini, detestati dal resto del paese. Macron proverà a insegnare alla ‘Patrie’ il realismo.

Ha cominciato a farlo proclamando che il futuro è l’Europa, non la Exception francese, meno che mai la Grandeur. Che da sola, la Francia non ha più senso. E che dovrà imparare a evitare gli errori catastrofici. Cominciò con gli errori il Superman Corso quando credette di poter soggiogare la nazione germanica, poi quella spagnola, poi l’impero zarista. Decenni dopo quel suo nipote, geniale inventore di un Second Empire improvvisato, si lasciò ingannare da cortigiani, marescialli e ministri che gli garantivano una superba vittoria sulle divisioni di Bismarck.

Peggio, nel 1914 la doviziosa Terza repubblica borghese subì il plagio di Raymond Poincaré e si fece svenare dalla Grande Guerra: un milione e mezzo di morti francesi per recuperare una provincia e mezza dove la maggior parte dei nomi erano e sono tedeschi. A disastro avvenuto i francesi applaudirono il forsennato bellicista Clemenceau quando incarcerò Joseph Caillaux, che era stato presidente del  Consiglio nel 1911, per il delitto di aver tentato di avviare un negoziato di pace col nemico. Caillaux meritava la gloria di avere anticipato la riconciliazione franco-germanica un trentennio prima di de Gaulle e di Adenauer. Invece l’ex-presidente del Consiglio languì in prigione un anno e mezzo, fu processato dalla Alta Corte, condannato a cinque anni, amnistiato solo nel 1925. L’arcipatriottismo nazionale gli aveva fatto rischiare la condanna a morte per avere invocato ciò che oggi è l’aria che respiriamo.

Nel 1939 Parigi credette di poter negare al feroce cane rotweiler Adolph Hitler il boccone di carne di un paio di colonie africane – destinate ad essere perdute comunque – e si fece trascinare da Londra in un conflitto mondiale-Due che avrebbe cancellato la grandezza britannica e umiliato i francesi con la peggiore disfatta militare della storia planetaria. In seguito il nazionalismo francese si illuse di trovare il riscatto in un Maquis che gratificò (provvisoriamente) solo la puntata di Stalin sull’Europa occidentale. Ai troppi errori di due secoli rimediò Charles de Gaulle sotterrando la fissazione antigermanica e inventando coi tedeschi il progetto europeo.

Questo è forse Macron: l’ipotesi che rifiuti per sempre il retaggio di Poincaré, Clemenceau e Paul Reynaud per mettersi finalmente al lavoro per costruire un’Europa vera. L’ipotesi che si proponga di emulare Adolphe Thiers, primo artefice di una Francia ricca di oro e, fino al 1914, di buon senso. Questo farebbero i Thiers e i Caillaux di oggi: aprire il cantiere dell’Europa giusta; concorrente, non satellite degli USA.

A,M.Calderazzi

Etiopia: 76 anni di indipendenza, sciagure e grandi occasioni mancate

Parlavo ieri con una persona di qualità che conosce sul campo anche l’Etiopia: poche ore dopo il nostro fortuito incontro avrebbe preso l’aereo per la parte grossa del nostro ex-impero, Africa Orientale Italiana. Il mio interlocutore, settantenne, geologo e nipote di uno dei maggiori geologi italiani, è alto consulente di un’impresa etiopico-indiana che opera nella valorizzazione mineraria di marmi e altre pietre nobili.

Appena menzionata l’Abissinia, il geologo non ha descritto giacimenti e cave. Ne ha evocato, nell’ordine: la povertà, la vastità (più di quattro volte l’Italia), e il clima, che in certe regioni può essere eccellente: altitudine della capitale: 2640 metri. Da quel livello fino ai 4600 metri del massiccio di Ras Dascian il clima etiopico è classificato ‘alpino’. Mentre il discorso del geologo prendeva altre direzioni, io restavo al suo spunto iniziale: uno dei redditi più bassi al mondo, laddove il paese è talmente vario e vasto che le potenzialità sarebbero importanti. Rimane misero per varie ragioni, cominciando dall’arretratezza culturale.

Mi venivano pensieri ribaldi, politicamente scorretti anzi blasfemi. Se una Provvidenza fosse esistita, reggitrice benefica e diretta del Creato, avrebbe fatto nascere un Mosè etiopico, capace di trascinare il suo popolo. Il colonialismo fu pessima cosa. L’oppressione altezzosa dei bianchi su almeno una parte dei conquistati fu infame. Particolarmente sbagliato, anche perché fuori tempo massimo, fu il nostro colonialismo contro la nazione più avanzata, più fiera e meno nera del Continente Nero. Persino copta, cioè cristiana delle origini.

Tuttavia, se un Mosè degli Etiopi fosse nato, nel 1936, a conquista italiana avvenuta (81 anni fa in maggio) avrebbe persuaso la nazione a prendere per un verso opposto il nostro dominio. Avrebbe immunizzato gli etiopici contro il miraggio indipendentista. La decolonizzazione ha gratificato tutti gli africani con lo sventolio di propri rettangoli di stoffa colorata, ma è stata anche una sciagura grave, come molti altri prodotti dei patriottismi: i quali sono nobili esclusivamente nei manuali di educazione civica e nei discorsi di afflato umanitario. L’indipendenza ha perpetuato la povertà, ha moltiplicato le stragi con le guerre intestine (tribali e settarie), ha bloccato il riscatto dalla miseria.

L’Italia, grazie alla fase sabauda e fascista, poi a quella antifascista, è uno degli Stati politicamente meno fortunati e meno inclini al buongoverno. Una mala repubblica tra le più scadenti. Però per un miracolo è anche una società ricca, edonista e buonista. Se il 10 giugno 1940 il Fondatore dell’Impero non avesse deciso di consegnare quest’ultimo all’avversario britannico, in quello scacchiere allora invincibile, forse oggi l’Etiopia godrebbe in grande dei sottoprodotti della ricchezza italiana. Avrebbe il suo prodigio economico, sarebbe un gigantesco e semiprospero ‘territorio oltremare’ del secondo paese manifatturiero d’Europa, della prima potenza calcistica, modaiola, gastronomica e ludica del mondo. Tra le ripide ambe e gli altipiani dei Negus Neghesti si diramerebbero le superstrade, gli acrocòri sarebbero punteggiati dalle seconde case dei lombardi e dei pugliesi, il turismo tripudierebbe, si scierebbe a quattromila metri, rigoglierebbero le lavorazioni locali dei prodotti agro-zootecnici: e fermiamoci qui.

Tutto ciò, e molto altro, se dal balcone di palazzo Venezia il Duce non avesse annunciato la guerra – guerra a perdere sicuramente nella ‘Africa Orientale Italiana’- e comunque se ad Addis Abeba l’ipotetica Provvidenza benefica avesse fatto nascere il Mosè nazionale, capace di distogliere il popolo dall’ubbia del nazionalismo.

Questi scenari fantasiosi sono vietati dal realismo dell’obbligo. Ma chi si sentirebbe di confutare il felice Bengodi degli Amhara, Tigrini, Galla, Dancali e Sidami, se l’Abissinia fosse restata a noi furbastri, goderecci, dominatori coloniali ben più piacioni e buonisti dei belgi di re Leopoldo, il proprietario catastale del Belgio, e degli inglesi del generale Gordon, trucidato per odio dai tagliagole del Mahdi il Profeta del Sudan?

Il politically correct e il troppo savio possono inebetire.

A.M.Calderazzi

CONTRO OGNI FONDAMENTALISMO da uno scritto di Jan Potocki (1761-1815)   

Titolo suggerito da Gianni Fodella per lo scritto di Jan Potocki che segue:

 

Lettera settima (scritta alla madre da Costantinopoli nella seconda metà del giugno 1784) Il processo di Draco (Racconto)

 

Draco, primo dragomanno della Porta, si era reso famoso nella capitale degli ottomani per la gran conoscenza che aveva acquisito della Legge musulmana. I commentatori gli erano familiari quanto gli scritti rivelati ai profeti, e i testi di questi libri sacri, che a ogni proposito sapeva citare, gli davano un tale vantaggio nelle dispute da attirargli inevitabilmente dei nemici. Il più pericoloso di tutti era il shaykh al-islam. Quest’uomo, giunto grazie all’intrigo all’eminente posto che occupava, s’indignava nel vedere un infedele possedere la scienza che per negligenza lui stesso non aveva acquisito. Divorato dalla gelosia andò dal visir e gli parlò così: “Onnipotente ministro, che godi senza riserve del favore del nostro sublime sultano, ascolta i consigli della religione, è lei che ti parla con la mia voce. Hai dato la tua fiducia a Draco, lo so. Ma non ti rendi conto che l’indulgenza con cui trattiamo i ciechi cristiani non può valere per questo infedele che pur conoscendo la nostra legge non la segue affatto? Da molto tempo l’ulema è ferito da questo scandalo, e io che ne sono il capo e l’organo mi sento costretto a chiederti la sua testa. Fai venire Draco, chiedigli quale sia la religione che crede migliore! Se decide per la nostra, obbligalo a seguirla. Se sceglie il partito contrario, profferisce una bestemmia e merita la morte”.

 

Il visir acconsentì, anche se con rammarico, a quel che si esigeva da lui. Fece venire il suo interprete. “Dragomanno” gli disse, “so che conosci altrettanto bene la legge rivelata al Santo Profeta quanto quella che Issa dettò un tempo ai suoi seguaci. A quale delle due dài la tua preferenza?”. Draco capì facilmente il tranello che gli si tendeva e chiese il permesso di raccontare questa storia:

 

“All’epoca” disse, “in cui comandavo a nome di Sua Altezza nella provincia allora affidata alle mie cure, alcuni sudditi avevano creduto di scoprire una miniera di metalli preziosi. Scavandosi ognuno una via differente, speravano tutti di poterne diventare un giorno proprietari. Dopo un lungo e assiduo lavoro le lampade si erano spente, ma il loro ardore era tale che lungi dall’accorgersene continuavano a gridare: “Sono stato io a trovare l’oro, gli altri non hanno che rame e stagno”.

 

“Colui che dall’alto dei cieli vede in fondo all’abisso la formica e sente il rumore delle sue zampe, vedeva anche quei disgraziati nei loro oscuri sotterranei. Senza dubbio avrebbe potuto riaccendere le loro lampade spente; avrebbe potuto far scendere su di loro qualche raggio della luce eterna che lo circonda. Ma non lo fece, accontentandosi di lasciare a ognuno la speranza e la sicurezza sufficienti ad assicurare la loro felicità”.

 

Qui finì il racconto di Draco. Il visir lo applaudì, e l’ipocrita uscì umiliato.

 

tratto da:

Jan Potocki Viaggio in Turchia, in Egitto e in Marocco 

Edizioni e/o, Roma 1990, pp.18-20.

CONTRO OGNI PREVISIONE

L’illusione di poter prevedere ciò che più ci interessa permea da sempre la psiche umana e ha dato vita a credenze di ogni tipo e livello: dagli oracoli agli indovini, dagli stregoni agli astrologi, dai sommi sacerdoti e profeti agli esponenti di spicco di ogni religione. A questi sono succeduti gli “scienziati sociali” come i sociologi e soprattutto gli economisti che – tra l’incredulità generale e la ferma convinzione degli addetti ai lavori – si sono cimentati in quest’arte senza speranza. Gli economisti in particolare sono stati spesso (e giustamente) dileggiati dai demografi che ritengono di avere basi fattuali più solide per formulare previsioni o avanzare ipotesi su struttura e dinamiche di una popolazione.

Dobbiamo tuttavia constatare che anche gli studi demografici non sfuggono al destino degli studi fatti in qualsiasi altra disciplina concernente l’uomo e i suoi comportamenti: non portano a risultati esatti, né le deduzioni che in materia possono essere fatte si rivelano a posteriori fondate. Per amore di verità può essere utile mostrare l’imperfezione delle deduzioni e l’erroneità delle estrapolazioni delle tendenze demografiche in atto, che finiscono per essere interpretate come tentativi di previsione, che i fatti inevitabilmente smentiranno.

Consideriamo dunque i dati apparsi in due importanti documenti ufficiali che nessuno consulta più perché “datati”, quindi per definizione (errata!) obsoleti. Nella Table 17: Historical and Projected Population Growth, and Hypothetical Stationary Population (pp.158-159) del World Development Report 1979 della Banca Mondiale e nella Table 19. Population growth and projections (pp.254-255) del World Development Report 1984 sempre della Banca Mondiale (The World Bank, abbreviato WB, ufficialmente chiamata IBRD International Bank for Reconstruction and Development) vengono indicati l’ipotetica dimensione stabile della popolazione in milioni (Hypothetical Size of Stationary Population) e l’anno nel quale il tasso di riproduzione sarà eguale a 1 (Assumed year of reaching net reproduction rate of 1). Vediamo ora se le ipotesi avanzate in questi due autorevoli studi, pubblicati rispettivamente 37 e 32 anni or sono, reggono il confronto con la realtà per la quale disponiamo dei dati 2016.

Concentriamo la nostra attenzione su 35 Paesi – sul totale dei 233 Paesi del mondo – che al 1° luglio 2016 avevano una popolazione di almeno 40 milioni di abitanti (un aggregato fortemente rappresentativo della situazione demografica mondiale) e dividiamoli in 4 gruppi caratterizzati da una certa omogeneità derivante da ragioni culturali o del loro retaggio storico.

Consideriamo per ciascun Paese:

1) la popolazione N in milioni di abitanti nel 1960 e nel 2016;

2) di quante volte è aumentata la popolazione in questo arco temporale;

3) a quanti milioni dovrebbe stabilizzarsi l’ammontare della popolazione N (e in quale anno) secondo gli studi della World Bank (WB) del 1979 e del 1984.

In sintesi:

PAESI N 1960 N 2016 N stabile (anno) WB 1979  WB 1984
ESTASIA
CINA 658 1382 (2,10 volte) 1538 (2005) 1461 (2000)
COREA del Sud 25 51 (2,04 volte) 64 (2005) 70 (2000)
GIAPPONE 94 126 (1,34 volte) 133 (2005) 128 (2010)
INDONESIA 96 261 (2,72 volte) 370 (2010) 357 (2020)
THAILANDIA 26 68 (2,62 volte) 105 (2005) 111 (2010)
VIETNAM 35 94 (2,69 volte) 149 (2015) 171 (2015)
EUROPA
FRANCIA 46 65 (1,41 volte) 61 (2005) 62 (2010)
GERMANIA 73 81 (1,11 volte) 79 (2005) 72 (2010)
ITALIA 50 60 (1,20 volte) 63 (2005) 57 (2010)
REGNO UNITO 52 65 (1,25 volte) 60 (2005) 59 (2010)
RUSSIA 120 143 (1,19 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
SPAGNA 31 46 (1,48 volte) 50 (2005) 51 (2000)
TURCHIA 28 80 (2,86 volte) 98 (2010) 111 (2010)
UCRAINA 43 45 (1,05 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
EX-COLONIE EUROPEE DI POPOLAMENTO
ARGENTINA 21 44 (2,10 volte) 41 (2005) 54 (2010)
BRASILE 73 210 (2,88 volte) 341 (2015) 304 (2010)
COLOMBIA 16 49 (3,06 volte) 55 (2005) 62 (2010)
MESSICO 37 129 (3,49 volte) 204 (2015) 199 (2010)
SUDAFRICA 17 55 (3,24 volte) 107 (2030) 123 (2020)
USA 186 324 (1,74 volte) 271 (2005) 292 (2010)
EX-COLONIE EUROPEE DI SFRUTTAMENTO
ALGERIA 11 40 (3,64 volte) 94 (2040) 119 (2025)
BANGLADESH 51 163 (3,20 volte) 334 (2035) 454 (2035)
CONGO R. D. 15 80 (5,33 volte) 122 (2045) 172 (2030)
EGITTO 28 93 (3,32 volte) 90 (2010) 114 (2015)
ETIOPIA 23 102 (4,43 volte) 136 (2045) 231 (2045)
FILIPPINE 28 102 (3,64 volte) 128 (2015) 127 (2010)
INDIA 442 1327 (3 volte) 1643 (2020) 1707 (2010)
IRAN 22 80 (3,64 volte) 101 (2015) 159 (2020)
KENYA 8 47 (5,88 volte) 94 (2045) 153 (2030)
MYANMAR 22 54 (2,45 volte) 92 (2020) 115 (2025)
NIGERIA 42 187 (4,45 volte) 435 (2040) 618 (2035)
PAKISTAN 50 193 (3,86 volte) 335 (2035) 377 (2035)
SUDAN 11 41 (3,73 volte) 89 (2045) 112 (2035)
TANZANIA 10 55 (5,50 volte) 94 (2045) 117 (2030)
UGANDA 7 40 (5,71 volte) 58 (2035) 89 (2035)

Il divario tra la realtà del 2016 e l’immaginazione degli studiosi che allora hanno prodotto questi dati è stupefacente. Naturalmente nulla possiamo dire nel caso della decina di Paesi per i quali si indica l’ipotetica stabilizzazione della popolazione in anni compresi tra il 2025 e il 2045 (il 2020 è troppo vicino al 2016 perché non lo si consideri), sebbene si possano già intravedere gli immancabili errori.

Sorprende non poco che i dati esposti nel 1984 non siano più corretti di quelli del 1979; in molti casi è vero proprio il contrario. Soltanto in pochissimi casi le “previsioni” coincidono (quasi) con i fatti, ma spesso con i dati 1979, mentre le discrepanze tra realtà e fantasia sono quasi sempre abissali.

Probabilmente la ragione per la quale tendiamo a prendere per buoni questi (inutili?) esercizi è dovuta a due ragioni: 1) l’autorevolezza della fonte, 2) il fatto che gli studi pubblicati vengono presto dimenticati perché sostituiti da altri più aggiornati, ma che si rivelano poi quasi sempre errati purché ci si prenda la briga di fare il noioso lavoro appena esposto. Dobbiamo quindi concludere che fino a prova contraria i fatti indicano che la fonte, per quanto autorevole, non merita il credito di cui gode.

               Il sempre ignoto futuro riguarda un altro elemento di carattere demografico del quale è prudente dubitare: l’andamento della speranza di vita alla nascita. Si tratta di un dato ipotetico ricavato da un dato certo (la durata media della vita di coloro che sono morti in un certo anno). Precisiamo che questa media è semplicemente la somma della durata della vita di ciascuno divisa per il numero dei defunti in un certo anno. Così se il Paese considerato avesse in un certo anno sofferto la perdita di un milione di cittadini defunti all’età di 101 anni e un altro milione fossero morti prematuramente all’età di un anno, la vita media in quel Paese sarebbe di 51 anni (101 milioni di anni più 1 milione di anni uguale a 102 milioni di anni diviso 2 milioni di abitanti). Da ciò si deduce che una vita media di modesta entità può essere dovuta soprattutto ad una mortalità infantile molto elevata, fenomeno frequente nei Paesi dalla diffusa povertà come molti di quelli africani, dove si riscontra la presenza di persone anche molto longeve che tuttavia non contribuiscono in modo significativo ad elevare il dato numerico della vita media proprio perché la mortalità infantile è ancora molto diffusa.

Ovunque nel mondo (specie nei Paesi dove la maggioranza della popolazione non soffre di privazioni) la mortalità infantile si è enormemente ridotta e anche questo fenomeno ha contribuito ad innalzare la durata media della vita. Si afferma quindi che i nati in quello stesso anno potranno avere una vita media di analoga durata, sempre che le condizioni di vita prevalenti non mutino; ed è proprio questo il punto cruciale da esaminare.

Nel mezzo secolo compreso tra il 1960 e il 2009 la durata della vita media è risultata ovunque in crescita, con punte elevatissime rappresentate da Vietnam (da 43 a 75), Indonesia (da 41 a 71), Bangladesh (da 37 a 67), Corea del Sud (da 54 a 80), e con poche eccezioni negative come nel caso della Federazione Russa (da 68 a 67) e del Sudafrica (da 53 a 52). Apro una parentesi per osservare che questi sono due dei 5 Paesi etichettati come BRICS, e cioè dall’economia più promettente del mondo, secondo un personaggio degno della stampa anglo-americana che ha divulgato la buona novella, accolta subito ovunque come una rivelazione geniale lungamente attesa. Per noi è invece soltanto un’altra prova del valore e del livello dell’informazione economica.

Torniamo al tema demografico, a proposito del quale sono opportune alcune riflessioni: 1) le coorti composte dai nati nella prima metà del secolo XX i cui individui sono ancora in vita, sono frutto di una severa selezione naturale dovuta all’assenza di farmaci per la cura di malattie dall’esito infausto e alle condizioni igienico-sanitarie non ideali allora ovunque prevalenti; 2) il crescente uso di sostanze non biodegradabili prodotte dall’uomo si è notevolmente espanso nel corso degli ultimi decenni; 3) le specie vegetali e animali delle quali si nutre l’uomo sono state cresciute e allevate facendo un largo uso di sostanze chimiche (da Justus von Liebig 1803-1873 in poi) derivanti dalla petrolchimica e facendo quindi uso di sostanza organica fossile non assimilabile senza conseguenze dagli organismi viventi. L’intera catena alimentare risulta quindi alterata nei suoi aspetti essenziali, con ormai poche eccezioni. Persino i frutti della pesca in mare e in acque dolci ha queste caratteristiche dovute agli inquinanti versati nelle acque di ogni tipo, comprese quelle provenienti dalla falda acquifera e dalle risorgive, forse domani persino dalle sorgenti.

La crescente diffusione di tumori e leucemie (unite ad alcolismo e tabagismo che non accennano a diminuire) indicano che le cellule del corpo umano sono sempre più influenzate da stili di vita malsani, legati anche all’uso dell’automobile. Non soltanto si diffondono così le neoplasie ma il dilagante fenomeno delle allergie indica che le naturali barriere immunitarie di cui gode la specie umana rivelano una crescente fragilità che si manifesta in modo preoccupante con patologie prima inesistenti o soltanto latenti, come mostra il caso dell’AIDS Acquired Immune Deficiency Syndrome, malattia del sistema immunitario diffusasi a partire dal XX secolo, probabilmente causata dalla mutazione genetica di un virus legato ai primati (SIV) trasformatosi poi in un virus trasmissibile in ambito umano (HIV).

Tenendo conto di questi aspetti della realtà nulla si può affermare circa le prossime tendenze della durata media della vita, e sarebbe imprudente pensare che una tendenza alla crescente longevità sia destinata a durare nel tempo. L’ottimismo in materia sarebbe comunque fuori luogo. Ciò che serve davvero sarebbe una presa di coscienza della necessità di adoperarsi in ogni modo mettendo in atto una serie di azioni concrete dirette a migliorare le condizioni di vita contrastando i fenomeni illustrati dei quali siamo vittime. Le conseguenze sulla durata e la qualità della vita potrebbero essere positive.

Tuttavia è sempre bene non dimenticare che yesterday is history, tomorrow is mystery …

Gianni Fodella

 

I cento e uno pericoli di una democrazia diretta

Qualche anno fa Lamberto Maffei, neuroscienziato di chiara fama, sottolineava nel suo libro “Elogio della lentezza” il paradosso della modernità, che tende a sacrificare il pensiero razionale in ragione di una immotivata, illogica e improduttiva velocità.

Mia nonna, una ventina di anni più addietro, ribadiva il noto detto popolare “la gatta frettolosa fa i gattini ciechi”.

Chi, come me, nel periodo che intercorre fra i due pensieri, ha potuto osservare la società che ci circonda con un minimo di astrazione, senza farsi condizionare (troppo) dalla battaglie idealiste o dalle mode del momento, potrà condividere che molti errori in politica, in economia e in tutte quelle attività che richiedono, appunto, un pensiero razionale, sono dovuti alla volontà di decidere senza aver raccolto sufficienti informazioni, all’esigenza di anticipare gli altri nelle azioni senza aver sufficientemente elaborato il pensiero, e, infine, alla mancata analisi sulle conseguenze delle proprie scelte.

Insomma, in molti casi, è tutta colpa della fretta.

I processi che governano i cosiddetti umori della rete, i comportamenti collettivi, codificati da Gustave Le bon (senza dover ricorrere a pensatori più recenti), portano con sé un genetico difetto, che deriva dalla rapidità con il quale tali idee si formano, si scambiano, si applicano. Una rapidità che non produce necessariamente idee e decisioni fallaci, ma che tende a far confondere concetti sostanzialmente diversi: l’indecisione, con la lentezza di un processo di decisione.

Questo pensiero collettivo, per sua natura “non razionale” (n.b. non “irrazionale”), cambia con la stessa velocità con la quale si forma e, di conseguenza, tende ad agire allo stesso modo: con rapidità e mutevolezza.

Se per Marinetti nel 1909 la velocità era prima di tutto bellezza, oggi, la velocità è applaudita come valore assoluto, segno ulteriore di quanto tendiamo, in una sorte di frettolosa sintesi, a premiare capacità senza indagare a sufficienza se queste stesse capacità siano valori o difetti in determinati contesti.

Esistono almeno cento valide ragioni per argomentare come la democrazia diretta, che agisca attraverso la rete come espressione di un pensiero collettivo, e ancor più la consultazione referendaria immediata e frequente attraverso la rete, siano processi pericolosi, inopportuni e sostanzialmente prematuri per lo sviluppo della nostra società.

La natura dei processi decisionali e la necessità di disporre di un sistema politico, indiretto o mediato, che sia in grado di valorizzare la razionalità, sottraendosi alla fretta, è uno dei cento.

Siete d’accordo? Si, No. Votate … subito.

Francesco Benini

Montanelli non si tura più il naso

Mi sono veramente reso conto della gloria che spetta a Indro Montanelli, per onestà intellettuale, a rileggere una sua “stanza” di sedici anni fa, dal titolo “Il nostro intervento nella Grande Guerra”.

Scriveva: ”Come non smetterò mai di ripetere, se nel 1915 avessi avuto vent’anni senza dubbio sarei stato un interventista come furono mio padre e i miei zii, i quali poi partirono volontari per il Carso (e ne tornarono, quelli che tornarono, con idee del tutto diverse)”.
“Ciò posto per dovere di sincerità, devo subito aggiungere che anch’io, come loro, mi sarei presto accorto dell’errore commesso, e commesso contro la volontà della maggioranza, per una volta mostratasi più saggia delle minoranze che tenevano in subbuglio la piazza, e che non erano soltanto, come qualcuno ha scritto, quelle della destra nazionalista. Fu questa minoranza rumorosa e manesca ad avere il sopravvento su una maggioranza moderata e benpensante, ma pavida, e la cui rappresentanza parlamentare non trovò il coraggio di reagire alla manovra chiaramente truffaldina con cui i nostri governanti Salandra e Sonnino condussero l’azione diplomatica per sottrarsi agli impegni della Triplice Alleanza e trasferirci nel campo dell’Intesa.

“Questa manovra valse all’Italia la fama di Paese che non termina mai le sue guerre dalla parte in cui le ha cominciate, definizione che sarà poi ribadita e confermata dal voltafaccia dell’8 settembre 1943. Alla fine il Parlamento si ribellò, esigette d’essere informato, e siccome non lo fu, rovesciò il governo Salandra-Sonnino.  Poi il Re, invocando lo stato di necessità ma violando la Costituzione, confermò il ministero Salandra.  Il quale troncò definitivamente le trattative con l’Austria che si dichiarava pronta a darci gratis, cioè in cambio della nostra neutralità, il Trentino, l’autonomia di Trieste, alcune isole della Dalmazia e mano libera in Albania: cioè tutto quello che poi avemmo come compenso di una guerra di tre anni e mezzo che ci costò 500 mila morti, un’inflazione che si mangiò tutto il risparmio degli italiani e la crisi del regime parlamentare per il discredito in cui il Parlamento era caduto.

“Nota bene: nessuno, o quasi nessuno, trovò il tempo di chiedere il parere del comandante effettivo dell’Esercito, il capo di S.M. Cadorna, come se le condizioni di armamento e di preparazione fossero un dettaglio di poco conto. Uomo di inflessibile carattere, Cadorna era l’autore della pubblicazione “Attacco frontale e ammaestramento tattico”,  che rappresentava la summa del suo pensiero strategico, e di cui il critico militare Valori, anni dopo, scriveva: “ E’ terrorizzante pensare  che esso abbia sul serio servito di base alle  operazioni offensive di un esercito in una guerra moderna”. E’ qui che rifulge la gloria di Montanelli: “L’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale fu peggio che un errore. Fu un delitto, dal quale presero avvio tutte le disgrazie di cui ci proclamiamo le vittime”.

Un delitto. Non hanno scritto così gli altri scrittori di successo, interpreti del nostro tempo, a proposito  della più sanguinosa delle nostre carneficine.  Si sono impegnati a presentare meno rivoltante,  meno feroce e inutile, la decisione di fare guerra, ripudiando la parola data.  Nella sostanza gli altri scrittori hanno farneticato di anelito a completare il Risorgimento, laddove è certo che le carogne sulle pietraie del Carso non si curavano del Risorgimento. Pochi uomini senza cuore, uno dei quali era il Re, condannarono a una terribile sventura un popolo ancora povero, perseguitato dalle malattie della miseria. In spirito di verità, quella guerra Montanelli non poteva non chiamarla un delitto.

Con tutta l’ammirazione per Lui, non è possibile sostenere che Montanelli sia stato sempre adamantino quanto nel testimoniare sulla Grande Guerra. La vita, il mestiere, la politica gli imposero compromessi, mai veramente disonorevoli ma nemmeno veniali. E tuttavia: Indro Montanelli non si turerebbe il naso, oggi che ha la prova provata che la Repubblica cosiddetta figlia della Resistenza è stata appaltata alla classe politica peggiore d’Occidente, meno sanguinaria ma ancora più spregevole dei Salandra, dei Sonnino e delle altre canaglie del 1915.

Nelle sue memorie Antonio Salandra disonore della Puglia arrivò a lagnarsi amaramente di non aver ricevuto un titolo nobiliare, nonostante tante vite da lui falciate. Chi si sente di sostenere che il medio politico italiano d’oggi sia migliore del momentaneo premier del maggio 1915?  Non credo che Indro oggi troverebbe l’indulgenza di convivere con gentaglia come i professionisti della nostra politica.

a.m.c.