GRAMELLINI VUOLE ESTIRPARE IL BUBBONE: FACCIA COME D’ANNUNZIO A FIUME

Per Gramellini, amato confidente e guida  di molti tra noi, “il bubbone italiano è tutto nella danza che i potenti ballano tra loro. E’ un bubbone incurabile. Si può soltanto estirpare, sostituendo radicalmente la classe dirigente italiana ogni 10 anni. Prima che si formi il nuovo bubbone”. Alla buonora, sostituire tutti magari dimezzando i 10 anni! Forse è la prima volta in mezzo secolo che una geremiade sulla Grande Malata contiene un’indicazione pratica, una prospettiva salvifica: azzerare.

E tuttavia: a chi si rivolge il maitre-à-penser subalpino per ottenere che qualcuno estirpi? Ai suoi lettori, si sa, non basta. Ai potenti stessi che ballano tra loro? Ai beniamini vecchi e nuovi dei media? Il vicedirettore de La Stampa non è scemo: sa che né i potenti né i conduttori dell’opinione si curano di alcun rimprovero, di alcun quaresimale. Allora chi estirperà, i macchinisti delle larghe intese? la cupola dalemiana del Pd? il presidente della repubblica, della Casta e del Bubbone? Il mezzo milione di humans che vivono di sola politica e fanno il grosso del bubbone?  Gramellini ci faccia capire chi sarà il Dracone capace di azzerare la classe dirigente.

Se non lo sa, conclami che i prominenten italiani, anzi tutta la democrazia rappresentativa e l’intero sistema della proprietà e del mercato a norma della Costituzione non vogliono e non sanno emendarsi in nulla. Possono solo essere demoliti con la dinamite come costruzione abusiva, come ecomostro.

Giorni fa abbiamo visto le desolanti immagini di papa Bergoglio in visita di Stato al Quirinale. In un salone chilometrico, nereggiante di abiti da cerimonia e punteggiato di onorificenze gaglioffesche,  il Vescovo di Roma che aveva promesso di incarnare lo Scandaloso di Assisi si lasciava rivolgere remissivo frasi di circostanza che lo compromettevano in un’ufficialità sciagurata. Non si è alzato, il pontefice più sovvertitore del mezzo millennio seguito a Lutero, a fustigare la gentaglia che aveva di fronte, che mirava a cooptarlo e che una volta Gesù scacciò dal Tempio. Non ha fustigato, perché la prassi delle visite tra pseudo sovrani non consente. Più ancora, non ha fustigato perché finora, di rivoluzionario, Francesco ha fatto solo allusioni, mossette e carezze ai bambini, più (ieri) la distribuzione dell’incredibile farmaco spirituale ‘Miracolina’. Eppure il suo uditorio e il salone chilometrico erano il bubbone stesso da estirpare, assieme a centinaia di figuri non presenti  quel giorno.

Papa Francesco è il solo personaggio all’orizzonte dello Stivale e del pianeta che potrebbe suscitare, senza ricorso alla forza, l’opera di giustizia invocata da Gramellini. Tolto lui, nessuno. Allora proviamo noi a dire al pensatore ex-sabaudo quello che dovrebbe fare per non moraleggiare nel vento. Volti le spalle alla letteratura, passi all’azione. Faccia come D’Annunzio a Fiume, come Kurt Eisner in Baviera (nel novembre 1918 divenne capo del Land trasformato in repubblica bolscevica). Persuada, sobilli, plagi un giovane colonnello dei carabinieri, dei paracadutisti, dei guastatori, dei nostri Navy Seals, a irrompere nel palazzo istituzionale giusto, Quirinale in primis, coi suoi fegatosi a mitra spianati. Faccia crepitare le armi contro i candelabri ufficiali. Oppure alla parata del militarismo democratico, il 2 giugno, punti i cannoni dei suoi carri sulla tribuna delle autorità supreme: una sola salva d’avvertimento basterà a far crollare il regime bubbonico e ad accendere la gioia selvaggia dello Stivale; i giornalisti e gli intellettuali democratici si allineeranno prontamente, le Camere e la Corte della manomorta costituzionale verranno chiuse e immesse sul mercato immobiliare, i furfanti della tribuna faranno un esteso soggiorno di lavoro manuale nell’Appennino.

Se non vorrà fare il Catilina, Gramellini si acconci a restare un quaresimalista come gli altri, benché più garbato e più arguto. Si contenti di stendere moralità edificanti, tutte molto lette e tutte senza speranza.

A.M.C.

FORTUNE: CHINA’S C919 JETLINER WILL CHALLENGE AIRBUS AND BOEING

Comac (Commercial Aircraft Corp. of China in Shanghai) is an aviation experiment on a scale the world has never seen. The five-year-old company aims to produce jetliners in less than a decade.   China’s government pumped $3 billion into the new venture, promising much more, in a bid to overcome the country’s dependence on Boeing and Airbus, which  control 70% of the world market. Comac announced that its first jet would hit the skies in just six years, in 2014.

In some ways China has little choice but to get into aerospace. Airbus expects Chinese airline-passenger traffic to pass that of the U.S. by 2032.  Boeing says the country will buy an additional 5,580 planes, valued at $780 billion (nearly the number of commercial planes that exist in the U.S. today) over the same time. A country flush with $3.7 trillion in foreign exchange reserves would rather spend   billions on the risky proposition of creating an airplane industry than continue spending billions in plane orders to the U.S. and France.

China does have more than a passing knowledge of airplanes: it’s been a key supplier of aircraft parts for years. Comac constructs a tail section of Boeing’s 737 and cargo-door frames for the A320. Since 2009 the Chinese have put together more than 130 A320s as part of a joint venture. But aerospace is a tricky business. Success rarely goes as planned. Aerospace in China mostly sputtered until the late 1970s, when the Chinese produced a large jetliner called the Y-10, modeled after Boeing’s 707. It was shut down after just one plane flew.

Shanghai’s past failures matter little now  because building a modern airplane has   become an exercise in outsourcing. Suppliers provide almost all the key components while Comac handles design and assembly.

In recent years China has learned it can’t build motorways fast enough to connect millions of people in large eastern cities with the west. Between 2011 and  2015 China will have constructed more than 80 new airports and expanded another 100, according to China Daily.  In far-flung cities like Shennongjia, in central Hubei province, workers have blown the  tops off mountains to build new runways. 46 airlines operate on the mainland. Of Comac’s 400 orders for the C919 planes, almost all come from Chinese companies.

The sale price of a C919 will come around $75 million, about $10 million less than the next generations of the Boeing 737 and the Airbus A320. Analists speculate that the price might be low enough to lure low-cost Western airline if the C919 ends up being similar in efficiency to the competition. The industry was thoroughly skeptical when Ryanair CEO Michael O’Leary announced in 2011 that Ryanair (one of Europe’s  most profitable airlines) would cooperate with  Comac, and may become the first Western airline to place an order.

Will passengers fly on a Chinese jet?  “99% of my passengers don’t know what kind of aircraft they are getting on” O’Leary says . Even today fliers may not know  they are flying on a Brazilian jet between New York  and Washington. Embraer, based in Sao José dos Campos, has become. a trusted brand, after prideful aviation executives in the 1980s scoffed at the idea of anyone ever flying Brazilian.  Some skeptics are doubtful that C919 will ever fly. Many others think Comac will gain momentum over the next decade. “It took Airbus 20 years to come up with the A320, which made Airbus. It won’t take the Chinese that long” , says Eddy Pieniazek, chief adviser at aviation advisory Ascend. Insiders say that a realistic date for C919’s first flight may be 2015 or 2016.

Fortune’s Scott Cendrowski

SPAGNA DALL’ORGOGLIO DEL CID CAMPEADOR ALL’INFANTA INDAGATA E ALLE TANGENTI

Quando, il 23 gennaio 1981, il tenente colonnello Tejero Molina tentò il colpo di coda franchista contro la Transicion (alla testa di 200 guardie civili occupò per poche ore la Camera bassa delle Cortes), re Juan Carlos apparve in televisione e intimò alle Forze armate e al Paese di bloccare il conato dei nostalgici dell’autoritarismo. Da quel momento il Borbone divenne il beniamino di quanti usavano essere malevoli verso le teste coronate (l’attuale era stata imposta agli spagnoli dal Caudillo).

Trentadue anni dopo,  l’idillio tra il progressismo e la Casa Reale appare illanguidito. L’atletico sovrano che nel 1981 si era fatto ‘Defensor’ della democrazia -oggi il corrispondente del ‘Corriere’  lo definisce “re di sangue e di pubbliche relazioni”- è in imbarazzo per una serie di scandali. Nel 2012 Juan Carlos suscita disapprovazione per una battuta di caccia all’elefante nel Botswana, perdipiù pagata da un ricco saudita. Non fa nulla per nascondere i suoi amori con la bellissima principessa tedesca Corinna zu Sayn-Wittgenstein. Accetta in dono da 25 ricchi imprenditori lo yacht ‘Fortuna’, 41,5 metri, motori Rolls Royce, velocità 130 km/h, valore 18 milioni. Da un armatore catalano ha ricevuto un 16 metri a vela. I politici delle Baleari,  conservatori come  socialisti, hanno deliberato l’ampliamento della tenuta a disposizione dei Reali: 20 milioni per quattro ville bordo acqua a Minorca. A carico dei contribuenti 500 agenti addetti alla protezione dell’Augusta Famiglia, più una  motovedetta e un aereo di scorta al ‘Fortuna’.

Alcuni mesi fa il re ha rinunciato allo yacht per il costo eccessivo della sua gestione (un pieno di carburante 25.000 euro). I ricchi che lo avevano donato reclamano il diritto di riprenderselo, laddove di norma i doni del genere passano allo Stato.

Sono sulla bocca di tutti gli spagnoli le disavventure giudiziarie dell’Infanta Cristina, figlia del Re. E’ moglie di Ignaki Urdangarin, un finanziere o affarista già incriminato per  corruzione. E’ essa stessa  indagata per evasione fiscale. Forse la Procura finirà per archiviare il fascicolo: insufficienza degli elementi d’accusa. Ma la vicenda va oltre la persona della principessa reale. E’ una parabola che racconta (anche qui) il declino dell’etica pubblica. Una nazione che affrontò una Guerra civile crudele nel nome della coerenza e dell’onore si è data ordinamenti ‘democratici’, con una classe di governo  quasi altrettanto immorale quanto quella dell’Italia, dalla quale l’odierno sistema spagnolo ha imparato a tralignare.

Apri a caso un quotidiano progressista (El Pais) e uno conservatore (Mundo): raccontano tangenti e malversazioni indistinguibili dal nostro malaffare politico. Valgano i titoli della stessa settimana d’ottobre: ‘El caso (appalti, tangenti) de dos hermanos de la ministra Banez, responsables de la  empresa Constructiones Jual de Robles’. ‘El caso Amy Martin (conflitto d’interessi   nel  Psoe)’. ‘Caso Bàrcenas (finanziamenti illegali al PP’).  Indagine dell’Agenzia Tributaria e della ‘Unidad de delinquencia economica  de la Policia’ su dieci anni di mosse fiscali, commesse e altri affari della società Aizoon dei duchi di Palma (l’Infanta Cristina e il marito). ‘El juez instructor evalùa si imputar de nuevo a la hija del Rey’.  ‘La Guardia Civil detalla la supuesta trama vinculada a Lanzas, de blanqueo (lavaggio di capitali); comisiones a los politicos’. ‘Detencion de dos dirigentes sindicales por malversacion’.  Reati urbanistici: corruzione di 13 ex-consiglieri comunali di Marbella. ‘Financiacion y desorden’. ‘Extranas atenuantes del caso Malava (corruzione)’. ‘Liderazgos heredados (cariche pubbliche che passano per eredità)’. ‘Transferir lo social a las autonomìas duplica el gasto  (la spesa)’. Fin qui “El Pais”.

“El Mundo”: ‘Infanta Cristina cobra (percepisce) dos sueldos en su trabajo en Ginebra’. ‘El ex asesor de urbanismo de Marbella podrìa pedir (chiedere) permiso para salìr (uscire) de la carcel (la pena, 11 anni più 200 milioni di sanzione pecuniaria) para ejercer de padrino (di nozze)’. ‘Condenar a los sindicatos salvando a los politicos?’. ‘El fraude y la corruption’. ‘Mas de 3.000 personas detenidas o imputadas por defraudar al Fisco’. ‘Mas de 17.000 milliones la perdida por trampas (infrazioni) con el IVA’. ‘Hubo (ci furono) pagos a los politicos’.  ‘Caso Fabra, ex presidente de la  Diputation de Castellon’. ‘Aclarar qué sucediò en el PP (finanziamenti illegali’). ‘El Fiscal General insiste en salvar a la Infanta’. ”Todos complices? (nel PP)’. ‘Politicos bajo (sotto) sospecha: nueva revelaciones’. ‘Las comidas (pranzi) de la UGT (centrale sindacale) pagadas por Gandia (fatture false, assessori socialisti’. ‘Condenar a la juez Coro Cillan por prevaricacion’. ”Tiembla (trema) el aparato de extorsion’. ‘La anchura (‘vastità) de la corrupcion sindical en Andalucia’. ‘El PP pide (chiede) explicaciones a la presidenta de Andalucia’. ‘Los sindicatos cobraban (incassavano) por partida doble’. ‘Anticorruption (organismo inquirente) pide dos millones de fianza (cauzione) para el ex diputado Ramon Diaz’. In una parola: ‘Espagna en la hora del desencanto’.

Prima della modernità, del benessere e delle urne elettorali la Spagna aveva l’orgoglio dell’onore. Le cronache d’oggi sono spietate.

Anthony Cobeinsy

CUPERLO “BELLO DEMOCRATICO” E IMBALSAMATORE

Quando l’ultimo capo della FGCI, la gioventù comunista per bene, azzanna Renzi per aver voluto una definitiva Leopolda senza alcun simbolo o icona del Pd; quando chiede minaccioso “che partito ha in mente Matteo?”, fa una schermaglia di corrente, anzi di fazione, ovviamente legittima, ma esiziale se prevalesse. Valgano le sue parole d’ordine: “Le bandiere sono importanti. Fidiamoci della nostra gente. Il popolo che ama la Costituzione deve restare unito. La Costituzione è la Bibbia laica. Sua bellezza e luminosità. Senza sinistra il Pd non esiste. Vivere la passione politica (la militanza di partito). Voler bene ai simboli. Riscoprire l’appartenenza. Assomigliare un po’ più a ciò che i Padri Costituenti avevano immaginato  di noi”.

Bravo questo trascinatore di tesserati e di inattivi anagrafici, che un delizioso slogan della macchina dalemiana ‘vintage’ ha proiettato nelle pre-primarie come “bello e democratico”!

Tuttavia Cuperlo è tecnicamente perseguibile per apologia di reato, reato di partitismo. Egli si ammanta di tuniche e scialli partitici, ma sa benissimo che i partiti sono stati e restano la nostra sciagura. Sono stati e restano il Mob di gangster che negli anni Venti spadroneggiò a Chicago. Egli sa benissimo che tutte le ‘forze politiche” sono sfacciatamente usurpatrici e ladre; che l’antipolitica è un ciclone in avvicinamento; che Renzi è diventato grande per essersi presentato -quanto sinceramente si vedrà- come antagonista della politica e degli schieramenti. Per aver fatto  sperare che demolirà le rocche del partitismo.

E’ di questi giorni la milionesima conferma dell’ininterrotto saccheggio  operato dall’Arco costituzionale. Secondo i magistrati inquirenti, all’Atac di Roma, con 12.000 dipendenti forse la maggiore impresa europea di trasporti urbani, la combutta degli amministratori di partito,  sinistra o destra non importa, rubava sfacciatamente e in grande. Si parla di 70 milioni l’anno, un terzo forse del ricavato complessivo della vendita di documenti di viaggio. I 70 milioni sarebbero stati ottenuti vendendo a beneficio degli amministratori e dei loro partiti biglietti clonati, cioè falsi, e non mettendone a bilancio il ricavato. A suo tempo sapremo se gli inquirenti hanno ragione. Sulla scala italiana si tratta di un episodio minore: un nonnulla rispetto alla grassazione permanente cominciata il giorno che i partiti democratici subentrarono, a bandiere costituzionali spiegate, a quello fascista.

Gianni Cuperlo, designato dall’apparato gerontocratico, ripropone alla lettera -con più garbo- l’antica minaccia di D’Alema allo Stivale: “Non ti libererai mai di noi”. E invece l’antipolitica e l’ammutinamento contro i partiti sono la grande novità dell’avvio del Terzo Millennio. Ogni giorno i media recano le prove di un odio all’oppressione dei politici professionali che nel mezzo secolo precedente covava, cresceva ma non si manifestava.

Matteo Renzi, quale che sia la sua sincerità, quali che siano le carenze della sua proposta (v. Internauta “Forse Renzi spianerà la via” ), mostra di avere ascoltato il grido di dolore degli italiani. Non solo ha annunciato che rottamerà i pluridecennali gestori della ditta di sinistra. Ha pure lanciato il rifiuto al patriottismo di partito, anche perché esso condanna le schiere del rinnovamento a restare minoranza. Non conta, dice Renzi, recuperare i sinistri delusi, conta guadagnare i non sinistri. Dovesse il Pd darla vinta al delfino di D’Alema Bersani Finocchiaro e Bindi, Matteo dovrebbe voltare le spalle alla fabbrica della sclerosi e rivolgersi alla gente, alla maggioranza sociologica. Tra l’altro liberarsi dei nostalgici sarebbe l’occasione di mettere in moto davvero l’annunciato caterpillar delle novità. Proclami subito, non dopo matura riflessione, le svolte grosse che sente necessarie. Il continuismo cuperlista è una tecnica di imbalsamazione.

A.M.C.

SENATOR PAUL RAND: VIRTUE STOPS AT THE FRONT DOOR, THANK YOU!

The character of a man is shown by how he handles crises, especially those of his own making and which involve questions of ethics. Senator Paul Rand, Tea Party stalwart and aspiring presidential candidate, has been found guilty of cheating—plagiarizing other people’s work for his own speeches. This Tea Party bully who likes to pick on people weaker than he—the poor, the uninsured, the elderly, the sick, the unemployed, the under-paid—was caught red-handed with his hands in other people’s writings. And what does Mr. Virtue have to say for himself? “I was weak and cheated”?—not on your life. Mr. Clean sullied himself all the more by lying, adding injury to injury, and then showed more of his stellar character by insulting those who caught him, adding insult to double-injury. And he wants to be president?

He reminds me of “Tricky Dick” Richard M Nixon, who could lie through his teeth with wonderful artistry, hence his sobriquet “Tricky Dick.”  Perhaps a new, more accurate christening is in order (and long over-due) for our junior senator: Paul (Forked-Tongue) Rand. It has two obvious benefits: truth-in- advertising, and a red light that warns us of his dislike of truth-telling. Now whenever he attacks the veracity of democrats and liberals in general and of President Obama in particular, we can refer it all to his penchant for not speaking truthfully—for speaking with “forked tongue.”

More largely considered, his habits of inveracity indict his comrades–in–arms as well. For they engage in “wild and dissolute” speech as a matter of course. How many times have they assaulted the President’s Christian faith (deeply-held at that) with scurrilous remarks about his being a secret Muslim, or calling him a socialist, or insinuating that he’s out to enslave Americans, taking away their liberties, et.al. lying remarks? The real question here is: Can Senator Paul Rand or any other Tea Party person speak the truth at all? Sadly—and dangerously—it would appear not. For them, ideology trumps honesty; ideology well-funded by the Koch brothers, whose love of truth is as strong as Paul Rand’s. The Koch brothers single aim is to get richer—how is of no concern. If (well-funded) lies do it through the agency of The Tea Party, then thanks be to Mephistopheles with his Mephitic gifts.

As Aristotle well said, “Birds of a feather flock together.” –Amen to that!

Len Sive Jr.

GLI IRRIDUCIBILI: IN CARCERE STRANGOLARE ALTROVE BERE CAMOMILLA BOLSCEVICA

“Irriducibili” non sono solo coloro che quando morì Prospero Gallinari accorsero al funerale per riasserirsi, a pugno chiuso, rivoluzionari incrollabili. Intanto le fabbriche si svuotano e nessuno spiega chi farà la rivoluzione se la classe operaia è divenuta classe microproprietaria e, nei limiti del possibile, consumatrice. A ogni modo i pugni chiusi funebri fanno ancora un po’ di scena.

Come scrisse lo storico Eric J.Hobsbawm, “le Brigate rosse italiane furono il più importante dei gruppi europei di ispirazione bolscevica”. Un po’ di rimpianto bolscevico è meglio che niente. Anche se ormai lo sanno tutti: il retaggio bolscevico ha ucciso il sogno comunista. Il retaggio bolscevico ispirò la ferocia dello stalinismo e del gappismo partigiano, corresponsabile alla pari delle Fosse Ardeatine e dello sterminio di interi Marzabotti, infelici teatri delle azioni guerrigliere ‘condanna a morte gli innocenti e scappa’. Il gappismo fece le sue ultime prove bolsceviche coll’assassinio di Aldo Moro e con la ‘lotta armata’ degli anni Settanta.

L’accorrere dei dolenti di Gallinari mosse il professore Marco Revelli, tutt’altro che un avversario, a confessarsi atterrito su ‘Repubblica’ da una spietata vicenda del novembre 1981: “Catturato, dopo un conflitto a fuoco alla Stazione centrale di Milano in cui muore un agente, Giorgio Soldati viene sottoposto a un interrogatorio feroce, al limite della tortura, e rivela alcuni indirizzi. Trasferito al carcere di massima sicurezza di Cuneo, sezione Irriducibili, Soldati scrive una lettera al ‘proletariato combattente’ rivelando la propria debolezza e chiedendo d’essere giudicato. Un’improvvisata ‘corte di giustizia’ lo condanna a morte. Soldati dichiara di accettare la sentenza, chiede solo che l’esecuzione non sia troppo dolorosa. Viene garrotato in una latrina del carcere da una corda fatta di stracci e di un frammento di specchio (…) Saranno 80 alla fine le vittime rivendicate dalle Br, e più di una decina i propri caduti”.

Revelli richiamò le solite spiegazioni: “la Rivoluzione d’Ottobre, il guevarismo, il mito spartachista della Berlino 1920, l’epopea partigiana”. Sottolineò anche che “nella stessa sezione carceraria, inevitabilmente coinvolto nell’atroce sentenza, c’era Alberto Franceschini, del nucleo storico delle Br. Il quale incomincia la sua autobiografia raccontando quando un vecchio partigiano gli consegna le sue due pistole e lui le nasconde nella Camera del Lavoro di Reggio Emilia”.

Fin qui gli Irriducibili ufficiali, corruschi di crudeltà omicida.  Ci sono poi gli Irriducibili part time, innocui, a bagnomaria (dal nome dell’alchimista Maria, immaginaria sorella di Mosé). Non schiaccerebbero un ragno, però ‘non perdonano’. Ne conosco a fondo uno e gli voglio bene. Chiamiamolo Fosco, spirito eletto e mite a confronto coll’abbietta jenità (dal latino Hyena) dei garrotatori di Giorgio Soldati, degli attentatori di via Rasella, dei gappisti che giustiziarono Giovanni Gentile, filosofo pari a Croce.

Il mio Irriducibile amatoriale, iracondo ma per amore, ha vissuto un’estesa vita a odiare i fascisti e i preti; non altrettanto odia i ricchi, essendo anch’egli un esile filo della cimosa sociale che possiede case e terre quanto basta per arrotondare la pensione. Fosco incolpa il Caudillo porco se non ha mai messo piede in Spagna, e incalza che i governanti maiali generati da Franco ancora lo disssuadono dal visitare il grande membro iberico dell’Unione Europea, patria di Garcìa Lorca.

Il nostro Irriducibile non accetta che dall’Alzamiento dei generali sono passati 77 anni senza rancori; che gli spagnoli, stanchi del sinistrismo repubblicano e della Guerra civile, si acclimatarono senza sforzo al franchismo per un quarantennio, e ora amano la monarchia restaurata da Franco;  che negli anni Quaranta  i contadini braccarono e uccisero a fianco delle forze di repressione i miliziani comunisti che provavano a suscitare una guerriglia partigiana; che hanno bocciato senza appello il tentativo di J.L.Zapatero di risuscitare l’antifranchismo. E non accetta, l’Implacabile part time, che oggi mezzo mondo si incanti di Jorge Maria Bergoglio: perché è un papa e lui odia il clero.

Ho fatto questo esempio di terribilità inoffensiva -di fatto Fosco, un sensibile musicista,  nel fuoco della lotta beve camomilla come il Cocco Bill dell’immortale Jacovitti- per attenuare l’orrore della garrota del carcere di Cuneo, degli 80 assassinii delle Br, del bolscevismo bestiale dei Gap.

Porfirio

NON SARA’ CONGENIALE ALL’EUROPA IL SEMISOCIALISMO DEL NOSTRO FUTURO

Ci sarà pericolo per l’Europa -hanno ammonito Enrico Letta ed altri- se le elezioni di maggio daranno ai partiti del cosiddetto populismo antieuropeo un quarto del Parlamento di Strasburgo. I sondaggi dicono che in vari paesi dell’Unione le propensioni di questo tipo si aggirano sul 20%, con qualche punta più alta. Per molti di noi che dal giorno del Trattato di Roma, anzi dalla fine della guerra, abbiamo sognato una patria continentale sono notizie molto cattive.  Tuttavia:

1) non è certo che l’integrazione europea resterà per sempre nelle mani di conduttori per burla come Lady Ashton e Van Rompuy; oppure dei burocrati brussellesi di sempre. Non è probabile, ma potrà sorgere un vero leader, capace di iniziative che infiammino i cuori;

2) più ancora, non è detto che l’Europa che conosciamo sia quella giusta per tutti. Forse i paesi più minacciati dal declino e dalla concorrenza globale non potranno permettersi indefinitamente il liberismo, la proprietà individuale, il perseguimento della crescita, le altre deità adorate nell’Unione.

Si prenda l’Italia (o la Grecia o il Portogallo, nazioni in vario grado povere di quel ‘grasso’ rappresentato dalle risorse naturali). Se le cose continuassero come sono, l’emergenza sociale diverrebbe tale da esigere questa o quella forma di semisocialismo, di neo-collettivismo, di comunitarismo spinto. Andrebbero rimosse o almeno accantonate le componenti fondamentali del mercato occidentale: iniziativa privata, proprietà, diritti acquisiti, dialettica/combutta tra imprese e sindacati, giochi parlamentari, meccanismi elettorali e partitici, libertà di manifestare, scioperare, ed altro.

L’Europa è ancora condizionata dalla fede nella democrazia rappresentativa. Invece gli italiani, forse, si ricorderanno d’essere stati spesso nella storia più creativi degli altri;  dovranno perciò riaprire il laboratorio dell’innovazione e adottare/additare modalità di democrazia opposte a quelle, decrepite, delle urne elettorali e degli impostori della politica come professione e come rapina.

Sempre che la decadenza produttiva/competitiva continui, come si potrebbero garantire 700 euro al mese a tutti i disoccupati con famiglia -disoccupati ed esuberi di qualsiasi livello: alti burocrati e generali compresi (spariscano i diritti acquisiti!)- senza espropriare proprietà e redditi al di sopra dei livelli che oggi consideriamo medi? Come scongiureremmo la rivolta o anche solo la disgregazione sociale senza sospendere buona parte delle leggi del mercato? Esempi: oggi le banche sono protagoniste, domani potrebbero diventare marginali e ausiliarie. Oggi gli investimenti privati sono incentivati il più possibile, domani si ridurrebbero a rivoli. Oggi non è pensabile una realtà economica senza liberi professionisti (avvocati, commercialisti, ingegneri), domani nascerebbero servizi pubblici i cui laureati fossero pagati dalla collettività e operassero come i medici delle ASL, con segmenti di prestazioni libere  per i soli solventi facoltosi.

Il passaggio al ‘semisocialismo in un paese solo’ implicherebbe centinaia di svolte non rivoluzionarie ma crude: riduzione a un quinto di bilanci tradizionali come difesa, diplomazia, prestigio delle Istituzioni (inclusa la Più Alta), costi della politica; cancellazione dei trattamenti e delle pensioni dei livelli superiori (le funzioni  più elitarie non sarebbero retribuite, e tanto meglio se alti personaggi lasciassero). In breve si imporrebbero un considerevole livellamento delle condizioni e una sostanziale politica di decrescita. Tutto ciò contrasterebbe con gli indirizzi e gli imperativi dell’Unione Europea; dunque implicherebbe l’uscita dal Mercato comune e persino una parziale autarchia.

Messa così, non risulterebbe eccessivo prendere sul tragico l’ipotetica uscita dall’Unione di uno Stivale comunitarista spinto? L’integrazione continentale quale è, modellata sulle istituzioni capitalistiche e sulle priorità economiche, non tollererà le deviazioni o sperimentazioni semisocialiste. Ma, come si diceva sopra, situazioni come la nostra -se  si aggraveranno- non permetteranno di restare nell’area del liberismo e della proprietà privata above all.

A.M.C.

IMPEACHMENT PERCHE’ UN ATTO DOVUTO

Inveire contro il Similmonarca del colle, come pure proporne l’impeachment, è correzione fisiologica all’anomalo entusiasmo con cui fu rieletto. Napolitano acquistò meriti importanti quando destituì il Lubrico e insediò Mario Monti. In seguito fece alcune cose ‘irrituali’, cioè non previste dalle regole della combutta tra partiti usurpatori:  anche qui fece bene. Tuttavia le grida ostili che si levano oggi sono salutari. Moralmente l’impeachment  è già aperto.

Il capo d’imputazione vero  non può essere il decisionismo ‘menomatore della sovranità del parlamento’. Sono secoli che si maledicono i parlamenti. L’augusto Senato che tentò di fermare il Giulio Cesare dittatore democratico era l’organo dell’egoismo patrizio. Oggi è benemerito tutto ciò che indebolisce la collegialità omertosa della cupola cleptocratica. Il guaio è che l’uomo del Colle non solo presiede la Casta, ma la incarna. Ha fatto cadere Mario Monti appena costui ha creduto di poter attuare un proprio programma. Peraltro Monti non può lamentarsi. Le regole d’ingaggio dettate dal Similmonarca erano state chiare: scongiurare la bancarotta, poi riconsegnare il gioco a  una partitocrazia da non scalfire in nulla.

Voler perpetuare il regime di cui è capo è la meno grave delle colpe di cui il Gerontocrate dovrà rispondere. Egli, un ex-togliattiano cioè stalinista, ha rinnegato nei fatti le coerenze che lo avevano propulso in alto. Più ancora, è diventato atlantista, ascaro di Washington, al punto di proclamare ‘giusta’ un’impresa nell’Afghanistan oggi deprecata pressocchè da tutti. Peggio, ha preso sul serio il ruolo operettistico di comandante supremo delle Forze armate. Non perde occasione per farsi  fotografare tra le uniformi dei feldmarescialli e le corazze delle temibili  ‘Guardie del Presidente’.

Fin qui, comportamenti sbagliati ma indultabili. L’atlantismo e la solidarietà con gli assassinii a mezzo droni sono scelte indotte dall’ideologia o dalla diplomazia. Le quali hanno entrambe caratteri incerti, discutibili, quasi sempre trovano giustificazioni e camuffamenti. Assai più determinante è il concreto agire a livelli minori, circoscritti e specifici.

Ecco: eletto capo dello Stato, il quasi-dinasta non trova difficoltà -egli che da comunista aveva fatto la scelta di campo dalla parte dei proletari- a insediarsi in quella reggia pontificio-sabauda che avrebbe dovuto aborrire. Il Quirinale è la prova monumentale della ferocia classista di un papa rinascimentale, cioè pagano. Fare così sontuosa quella residenza del vicario di Cristo fu un crimine. I tesori che vi si investirono erano rubati ai poveri. I Savoia, quando si insediarono,   erano sovrani di un paese straccione, abitato da plebi malnutrite, perseguitate dalla pellagra e dalla tubercolosi. La virtuosa Repubblica fondata sul lavoro, in realtà sul sangue e sui delitti dei partigiani, non si fece scrupolo a riconoscersi nel fasto ereditato  dalle monarchie.

E’ ancora perdonabile che tutto ciò non contasse per un neoeletto capo dello Stato per mezzo secolo appartenuto al vertice del Partito dei proletari. Ma due anni dopo arriva la Grande Crisi che riconsegna alla povertà qualche milione di famiglie, annerisce il presente e il futuro dei giovani, cancella i fondi per riparare i tetti delle scuole. Ebbene Napolitano non si vergogna dei costi che impone per la sua reggia. Non ascolta le voci che gli suggeriscono una scelta simbolica forte e, per un ex-comunista e antimonarchico, doverosa: chiudere e vendere il Quirinale. Il palazzo è stupidamente fastoso, più oneroso delle regge delle monarchie sopravvissute e delle più possenti tra le repubbliche. La gente d’onore arrossirebbe dei sacrifici addossati su esodati e su precari. Arrossirebbe se ritenesse che due metri di corazziere, moltiplicati per chissà quanti, aggiungono prestigio a una repubblica piena di debiti e malata di Parkinson. Certo prestigio è come il corso d’equitazione per le figlie di piazzisti.

Nei frangenti in cui si arriva a cancellare i soccorsi agli invalidi totali e ai morenti di SLA, gli ori, gli arazzi, i ciambellani e gli altri lacché del Quirinale sono altrettanti corpi di reato. L’impeachment non verrà da Napoletano vivo. Verrà dopo, perché sarà giusto.

l’Ussita

SCENARI MESSIANICI LA SANTA UTOPIA DELLA RIGENERAZIONE CULTURALE

Entrati nel Terzo Millennio e tramortiti dal falso trionfo del Mercato, più che mai abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale. Ma, fatti accorti della colossale truffa del tardo-maoismo, la sola rivoluzione che possiamo concepire è rigenerarci in spirito. La rivoluzione all’antica, quella delle bandiere rosse e delle stragi, è il nulla. Invece il ‘Regeneracionismo’, movimento intellettuale di fine Ottocento, fu la pagina più alta della Spagna moderna.

La rigenerazione è una prospettiva d’utopia, proprio perché grandiosamente profetica. Per noi italiani, come per ogni altra società di industrializzazione matura, rigenerarci è ammutinarci contro i nostri idoli e contro noi stessi. E’ irrompere fuori della cultura del benessere, della proprietà individuale, del capitalismo, del lavoro al di sopra di tutto, delle conquiste sindacali, della ripresa della crescita e dei consumi, dell’edonismo.

Una prospettiva utopica dunque: ma chiamarla messianica è meglio. Il Paese d’Utopia non nacque mai. Invece un Messia deviatore della storia potrebbe sorgere. Sorse Cristo; sorse Maometto che costruì l’Islam, muovendo da un grumo di tribù cammelliere e analfabete.

Restringiamoci all’Italia. In apparenza basterà il poco e il vano, basterà una rianimazione del Pil, perché passi la Grande Paura e quasi tutto torni come prima. Le masse, i grandi numeri, si contenteranno.

Tuttavia anche lo scenario opposto è verosimile. Se le chiusure di imprese e i licenziamenti aumenteranno -qualcuno ha previsto tra pochi anni l’uscita dell’Italia dai 20 paesi più industrializzati- l’esplosione sociale non è obbligatoria. Il colpo di stato sì. Esso è una via maestra del dinamismo. Il processo democratico-parlamentare, dopo un paio di secoli di conati, non è più in grado di produrre alcun cambiamento e nemmeno di sopravvivere.

Uno Stivale terrorizzato dal declino applaudirà quasi unanime all’azione di un Demagogo di razza, capace di trascinare, non solo di praticare le astuzie animali che producono voti. Ma altrettanto e più efficace, sul piano immediato, sarà il golpe militare alla Miguel Primo de Rivera. L’avvento (1923) della sua Dittatura fu salutato festosamente da quasi tutte le fazioni di una Spagna costernata dai fallimenti del costituzionalismo liberale e dall’accelerazione del crollo nazionale. Con gli strumenti autoritari della disciplina militare Primo de Rivera poté attuare nel primo quinquennio di potere opere molto importanti: avviò la modernizzazione, irrobustì le attività economiche e le opere pubbliche, azzerò il monopolio dei politici liberali cioè dei ceti abbienti, avviò un rudimentale Welfare State, primo della storia iberica; costruì case e ambulatori per i poveri. In breve si fece amico il popolo, esasperò le  classi alte cui apparteneva da generale marchese e che alla fine lo deposero.

Primo de Rivera non era un grand’uomo, nemmeno un grande militare. Semplicemente ebbe il talento di organizzare la congiura giusta contro le istituzioni legali, di vincere in poche ore senza usare le armi. Ebbe anche la tempra di rischiare: per i capi dei ‘pronunciamientos’ che fallivano usava spesso  la fucilazione. In più di altri il generale marchese aveva mente aperta verso il futuro e disprezzava l’egoismo degli altri Grandi di Spagna che affamavano i braccianti dei loro latifondi.

I governanti repubblicani che gli succedettero, sinistristi, produssero solo lacerazioni, dunque la Guerra Civile.  Dopo la quale il potere  fu intero di  un generale tutt’altro che generoso come Primo ( però a modo suo Francisco Franco aprì le porte al progresso  economico e  alla modernità). In qualche misura i governanti d’oggi, qualunque il loro partito, profittano nel gestire la Spagna dei correttivi di sistema introdotti novant’anni fa da un dittatore militare, erede del dispotismo illuminato di Carlo III e di altri Borboni.

L’ipotetico gestore militare di una parentesi del nostro avvenire potrà tradire la sua missione governando nell’interesse del capitalismo e del classismo tradizionale, come fece Pinochet (in un Cile, peraltro, oggi più prospero e più ricco di futuro). Oppure al contrario facendo come Ataturk, che seppe rompere quasi tutti gli stanchi equilibri della Turchia ottomana. O facendo come Nasser, che gettò le basi di un “socialismo arabo”, poi degenerato in oligarchia conservatrice. Oppure infine imitando altri condottieri del passato che, da Giulio Cesare in poi, deviarono la storia disponendo della forza armata contro l’inerte immobilismo delle istituzioni, contro la manomorta della legalità.

Ecco uno scenario messianico per lo Stivale. Un militare emulo di Ataturk, di Nasser, degli ufficiali giustizialisti della ‘rivoluzione dei garofani’ in Portogallo, si impadronisce del potere -con facilità estrema e senza sparare, date le circostanze di crisi grave e di odio per i politici nelle quali  agisce- e demolisce tutto ciò che va abbattuto. Destituisce gli eletti, i cooptati e ogni altro gerarca, cancella la Costituzione partitocratica, chiude e vende il Quirinale, taglia di un quarto i dipendenti, oblitera le istituzioni e i meccanismi di regime, avvia l’unico congegno politico alternativo al morente parlamentarismo: la democrazia diretta selettiva. Un assetto in cui la deliberazione e il governo appartengano per turni brevi a pochi cittadini sovrani, selezionati dal sorteggio e non dalle urne. E’ stato calcolato che oggi oltre un milione di italiani vivono solo della politica e la gestiscono da soli a loro profitto. Tanto vale far avvicendare nel potere, per scaglioni, un milione di supercittadini individuati e controllati dal computer.

Scacciati i mercanti dal Tempio, il Giustiziere si allea con una personalità spirituale di statura eccezionalmente alta per assalire insieme il capitalismo/sviluppismo/consumismo/edonismo. Una specie di Bergoglio (il quale però non rinunci come ora al suo vasto potenziale; il quale compia atti concreti invece che solo esclamare e solo gesticolare), una specie di Bergoglio  riesce a indebolire alquanto le millenarie strutture del materialismo. La parte più coltivata della società si convince che una genuina svolta semisocialista e avversa all’economicismo, o se si preferisce un rafforzamento spinto del comunitarismo solidale, non è una vittoria delle sinistre insincere e inconcludenti, ma è il progresso

Così l’alleanza tra il Distruttore della partitocrazia ladra e una Guida morale sovverte i mortiferi assetti attuali. I redditi più alti vengono decapitati per dare pane ai senza lavoro. La proprietà risulta indebolita. I diritti acquisiti vengono nanizzati. Le masse si persuadono che nell’Occidente lo sviluppo ininterrotto è finito; che occorre accettare la decrescita e viverla in termini positivi; che quasi tutto il non essenziale va respinto; che si può vivere di poco come i più facevano fino a un paio di generazioni fa.

Compiuta la bonifica, attuato il compito di braccio secolare della Guida delle coscienze, il Giustiziere lascia il potere, spontaneamente come i dictatores della repubblica romana antica, oppure congedato dai conduttori della Democrazia Diretta  (il Duce fu congedato da un pugno di alti gerarchi, più un re). Guarito dalle infezioni più gravi lo Stivale prende a reggersi senza classe politica, scommettendo sul senso di responsabilità e sull’intelligenza dei migliori, nonché sulla consultazione permanente del popolo attraverso la telematica.

Tutto ciò è utopia, certo. Ma senza un’attesa messianica il futuro è desolato. Meglio il sisma della Rigenerazione, aspra come una rivoluzione del passato.

l’Ussita

Edward Snowden: Avalanches and Frankenstein

Perhaps it’s appropriate that Edward’s last name has “snow” in it, since he has caused a world-wide avalanche of reactions to his carefully released documents revealing how almost omnipotent the NSA has become in snooping, monitoring, and data gathering from seemingly every corner of the globe, whether friendly or hostile to the US.

Perhaps never before in history has electronic snooping been so ubiquitous  as to present at least the pre-figurement of Big Brother, if not Big Brother himself. The reassurances, for example, of the NSA’s director, Gen. Keith Alexander, that they didn’t break into Google and Yahoo data centers, that doing so would be illegal; given the enormity of offences already catalogued through Snowden’s disclosures, is less than reassuring, to say the least. When the NSA taps the cell phone of the Chancellor of Germany, who is America’s close ally and friend–for ten years no less– all bets are off as to what they wouldn’t do, or what they haven’t already done, or what they will do tomorrow.

Here we have a pregnant example of Lord Acton’s famous maxim, oh so wise: “Power corrupts and absolute power corrupts absolutely.” It is simply human nature that when you can do something, eventually you do it. The NSA can snoop anywhere they desire—and they have, as we now know. Before Snowden no one knew. We lived in innocence. The world seemed a friendlier place, a relatively private place—before the avalanche of documents, released and yet-to-be released, destroyed our idyllic personal world of peace and privacy—and complacency.

Part of the problem is money. The NSA’s and CIA’s intelligence budget is 52 billion dollars. What can’t you do with a budget of that size? We have indeed created a monster, and now it has turned on its creator.

In today’s highly electronic-computerized world privacy is losing out to technology. The Frankenstein metaphor is now no mere metaphor. What’s to be done?

First, there must be non-intelligence personnel charged with oversight. Next, penalties must be super-stiff for violating a person’s privacy (phone, email, eavesdropping, surveillance, et. al. types of intrusion). Third, monies slated for intelligence-gathering should be cut and used for public projects like trains, subways, buses; solar and wind power; etc.  And fourth, a court order should be mandatory for all eavesdropping. And this is just a sampling of what must be done.

The power of spying has reached a critical stage. The public’s ability to focus is time-limited, so we must strike while the iron is still hot if we want to keep our privacy, and the privacy of others, in tact. It’s a race we’re in, a race against all-devouring technology. Will Frankenstein win out—or will we?

Len Sive Jr.

TIME: BITTER DEBATE ON THE MORALITY OF THE U.S. DRONE CAMPAIGN

Drones have certainly transformed the U.S. military: of late the American government has gotten very good at extending its physical presence for the purpose of killing people. Ten years ago the Pentagon had about 50 drones; currently it has some 7,500. The U.S. military reported carrying out 447 drone attacks in Afghanistan in the first 11 months of 2012. Since Obama took office, the U.S. has executed more than 300 covert drone attacks in Pakistan, a country with which America is not at war. Already  (Febr.11, 2013) this year there are credible reports of five covert attacks in Pakistan and as many as eight in Yemen, including one on January 21, the day of Obama’s second Inauguration.

The military logic couldn’t be clearer. They are a persistent presence over the battlefield, gathering their own intelligence and then providing  an instantaneous response. With drones the U.S. can exert force not only

instantly but undeterred by the risk of incurring American casualties or massive logistical bills, and without the terrestrial baggage of geography; the only relevant geography is that of the global communications grid.

Strictly by the numbers, America’s drone campaign has been an overwhelming success. According to the New America Foundation, a nonprofit public-policy institute based in Washington, U.S. drone attacks have claimed the lives of more that 50 high-value al-Qaeda and Taliban leaders. But the seductive theoretical simplicity of drone warfare -omniscient surveillance, surgical precision, zero risk- has led the nation into a labyrinth of confusion and moral compromise. In 2012 Obama described the drone campaign as “a targeted, focused effort at people who are on a list of active terrorists trying to harm Americans” that hasn’t caused  “a huge number of civilian casualties”.

Whether this is accurate may depend on what the word huge  means to you. Drone strikes in Afghanistan are conducted by the military and are mostly overt, but elsewhere they are carried out either solely or jointly by CIA and are generally covert, meaning the U.S. doesn’t admit that the’re happening.

The Bureau of Investigative Journalism, a U.K. non profit, estimates that since 2004 CIA drone attacks have killed 2,629 to 3,461 people in Pakistan alone, of whom 475 to 891 were civilians. The New America Foundation puts those numbers somewhat lower, from 1,953 to 3,279, of whom 261 to 305 were civilians. (The CIA declined to comment).

The morality of the U.S. drone campaign, and its legality under domestic or international law, is the subject of bitter debate. A U.N. special rapporteur has written, “if other states were to claim the broad-based authority that the United States does, to kill people anywhere, anytime, the result would be chaos”. The U.N. announced a special investigation into civilian deaths resulting from U.S. drone attacks.

The practical effectiveness of drone strikes is undermined by their tendency to outrage and radicalize populations against the U.S. As controversial as  it is, there was heartwarming bipartisan agreement in last fall’s presidential election that American drone policy wasn’t doing to be seriously discussed by either candidate.

Last fall the law schools at Stanford and NYU issued a report, “Life Under Drones”, which was based on 130 interviews with Pakistanis. It makes for unsettling reading. The moral ambiguity of covert drone strikes will clarify itself very quickly if another country claims the right under international law to strike its enemies in the U.S. Right now the U.S. is the only nation that operates drones on a large scale, but that will change: flying drones is hard, but it’s not that hard. There are 76 other countries either developing drones or shopping for them; both Hizballah and Hamas have flown drones already.

There may come a day when the U.S. bitterly regrets the precedents it has set.

Lev Grossman for TIME

LE FOSSE ARDEATINE DI OBAMA

La coscienza dell’uomo della Casa Bianca è più macchiata di quella di Priebke. Il capitano delle SS fece morire 350 ostaggi (maschi e adulti) : se non avesse obbedito all’ordine personale di Hitler sarebbe stato fucilato. Di ciò non è lecito dubitare, tanto feroce essendo il Fuehrer e tanto inesorabile la disciplina militare germanica (si legga in ‘Internauta’ -“Via Rasella ha ucciso l’ideale comunista”- la testimonianza di Paolo Caccia Dominioni sulla fucilazione a El Alamein di un paracadutista tedesco per avere bevuto acqua dalla propria borraccia).

Il presidente degli Stati Uniti ha già fatto morire alcune migliaia di persone, comprese donne e bambini, che vivevano in paesi un tempo non ostili come il Pakistan e lo Yemen e non partecipavano alla guerriglia antiamericana dei Talebani e di Al Qaeda. Diciamo ‘un tempo non ostili’ in quanto, come attesta TIME nell’inchiesta sui drones che qui riportiamo per estratti, gli attacchi dei drones di Obama “outrage and radicalize populations against the U.S.”.

Da TIME apprendiamo che dieci anni fa il Pentagono aveva una cinquantina di droni; agli inizi di quest’anno, circa 7500. Dunque Obama è il loro padre. Apprendiamo anche che, secondo le fonti che TIME giudica autorevoli, le persone uccise dai drones nel solo Pakistan, e di cui si hanno notizia, oscillano da un minimo di 1953 a un massimo di 3461; di cui civili, cioè innocenti, da un minimo di 261 a un massimo di 891. Si parla di cittadini di un paese la cui estraneità e sovranità sono  continuamente violate nel nome della sicurezza degli Stati Uniti.

Tutti sanno che il Pakistan è stato dalla nascita un satellite di Washington. Se negli ultimi anni viene sospettato è in quanto la sua popolazione è esasperata per la crudeltà delle incursioni statumitensi. Sono a parte le azioni omicide nell’Afghanistan: secondo TIME 447 nei primi mesi del 2012.

Dunque è oggettivo: l’impresa di Obama nello scacchiere allargato dell’Afghanistan e altrove -Giorgio Napolitano la definì ‘una guerra giusta’- ha ucciso più o meno altrettanti civili quanto le peggiori vendette del Reich dopo le azioni partigiane.

Si aggiunga il  Datagate, sopruso gangsteristico che viola a tutti i livelli la privacy del mondo intero, e gli USA risulteranno la Potenza Canaglia del nostro tempo.

Non sfioriamo nemmeno il premio Nobel per la pace assegnato preventivamente, cioè settariamente, all’Uomo dei Drones: malazione dovuta allo strabismo ideologico del progressismo scandinavo. I dispensatori del Premio saranno disprezzati prima di tutto a casa loro. 

A.M.C.

HEAR NO EVIL, SEE NO EVIL, SPEAK NO EVIL

I wrote this several years ago. It still stands. But the figure about whom I wrote, instead of being criticized, is still lionized.  Today, October 27, 2013, Jack Welch is on his own show on CNBC’s “One-On-One With Jack Welch”, when, given his notorious record at GE, he should, at the very least, be shunned. Oh. I forgot to mention: GE owns NBC.

Corporations are today the dominant institution in life, both at home and abroad. Their reach and influence and power are unexcelled, and perhaps unexampled in history. They enjoy the kind of omnipresence and omnipotence that made the Christian Church the dominant institution of the Middle Ages-only more so. In the Middle Ages there were two realms: the earthly and the spiritual. The Church was exalted above the earthly realm, which by and large went its way content with this hierarchical ordering of life that put a premium on spiritual things, and made the princes of this realm subject to the princes of the next. But for the corporation there is one, and only one, realm and rule: the Kingdom of Profit here and now.

The major differences between these two world-dominant institutions, the Church and the Corporation, are these: The Church exists for the sake of the individual, while the individual, first and last, exists for the sake of the Corporation. The former strives to enhance life: the latter cares only for profit, even at the expense of life. The former is mindful of the earthly battle between good and evil: the latter is mindful only of the battle for increasing profits. The one enhances and deepens life, to create a caring, loving community based on self-giving love: the other pursues profit, even to the point of destroying life and community. One strives to make men fit to meet their Maker: the other destroys men’s souls when engaged in the single-minded pursuit of profit at any cost. One is liberating: the other enslaving. One seeks Truth, Goodness, and Beauty: the other only Gain. One develops and fosters a person’s independence: the other demands radical dependency. One is adjured to care for all of creation no matter the cost: the other cares only for the bottom line. One strives to incarnate radical goodness and love: the other, legally, is bidden to be, and is in fact, radically selfish and amoral.

Let us now praise famous men.

Jack Welch retired from General Electric in 2001, having been its CEO since 1981. Under his leadership, GE developed from a $13 billion dollar corporation into one worth hundreds of billions of dollars, becoming in the process the second largest corporation in the world. And along the way Welch became famous. As one biography says, “…Jack Welch’s management skills became almost legendary. His no nonsense leadership style gave him a reputation of being hard, even ruthless but also fair when making business decisions.” He urged his managers to follow the “GE ethic of constant change and striving to do better.” The biography goes on to state that under Welch’s tenure each business under the GE (conglomerate) umbrella “was one of the best in its field.” Since retiring (amidst much praise and adulation from his peers and the media), Welch has penned a best-selling memoir “Jack, Straight From The Gut,” and now advises other Fortune 500 companies as well.

But this is only part of his biography: the other, seamier side is carefully hidden from view by both GE, Jack Welch, and the media.

In 2002, United For A Fair Economy, a corporate watch-dog, gave GE its “special lifetime achievement award” “for scoring the highest average rank across 10 bad (corporate) habits”, outdistancing second-place Enron (!) by an astounding 45%. Canadian law professor and expert on the corporation, Joel Bakan, writes that in only 11 years, from 1990-2001, GE had been charged with 47 “major legal breeches.” What kinds of things has GE done?

Between 1990-1994 GE was charged with 15 cases of fraud in Department of Defence contracts. In 1995 GE paid a $7.1 million dollar fine in a fraud suit for having sold thousands of jet engines to the military without complying with the military’s testing requirements. In 1997 GE pled guilty to defrauding the military out of $10 million dollars for a battlefield computer system. In 1985 GE pled guilty to fraud and falsifying 108 claims on a missile contract. GE-designed nuclear reactors around the world have now been shown to have serious design flaws that imperil surrounding populations; this is also true of its boiling water reactors both here and abroad, with its threat of radioactive fuel rod contamination. GE has also been a “serial polluter” of PCBs and other chemicals at its many plant sites, contaminating both soil , ground-water, and rivers. GE was found to have built defective wiring and cables into 754 NYC subway cars. GE has had to pay a $100 million dollar fine for “unfair debt collection practices.” GE was found guilty of fraud and money-laundering in an unauthorized sale of jets to Israel. The list goes on and on. Clearly “striving to do better” and “being the best in one’s field” mean one thing to Welch and GE and quite another to the rest of us.

This is what makes corporations so dangerous and so evil. There is no ultimate accountability. They are in essence a law unto themselves, backed (and white-washed) by a media which it largely controls (eg, GE owns NBC) or influences through its power of advertising, and politicians to whom they have contributed money and so now have “great influence” with, and a largely pro-business judicial system. So the buck literally stops Nowhere. Since the corporation legally has been defined as a “person,” only it–this non-existent “person”–by and large suffers the force of the law…and that almost always ends in fines. Which to a wealthy corporation like GE means exactly nothing.

Jack Welch has spent not a single day in prison–likely not even a single day in court. But if you or I had repeatedly defrauded the federal government, engaged in serial, damaging pollution, not to mention money-laundering (inter alia), we surely would have suffered fully for it–and not only just seen the inside of a courtroom but also spent many years in federal prison!

With there being no real deterrence to crime, a corporation just adds up the “externalities”, as it calls them. If I break the law (it says), how much will I profit by it as against how much will it cost (if I get caught). A corporation’s modus operandi, or manner of operation, is done strictly on a “cost-benefit” analysis, leaving aside all concern for ethics, the environment, the worker, safety, etc.
What one ought to do is quite simply never considered, only what will bring in the greatest profit.

So today we have this frightening specter of the most powerful institution in the world being a law unto itself, with the spiritual realm, and its imperatives for goodness and truth, not so much as even influencing, let alone determining, its policies, practices, or goals.

And unfortunately, society always pays in the end, exactly as we are now doing in the Gulf of Mexico–but the CEO nearly always retains his honor, his respect, and his good name–no matter what.

Let us now praise famous men.

Len Sive Jr.

TO SPEAK WITH “FORKED TONGUE”: OR, THE DISHONESTY OF TED CRUZ, PRESIDENTAL ASPIRANT

“To speak with forked tongue” appropriately, on one account of its origins, goes back to 1699, to the French army in America, which invited the Iroquois Indians to attend a peace conference, only to have the French end up treacherously butchering all the attending Iroquois. Thenceforth, for Indians, to speak with “forked tongue” meant to lie—specifically, the idea that the white man lies and so cannot be trusted.

This unspeakable act of treachery by the French, in dealing with the Indian, has been all too common throughout our history. In the early years of our Republic, we would announce our peaceful intentions towards the Indians, and sign a peace treaty with them; but when the treaty became too inconvenient to honor—when gold or silver was found on Indian land, or land was needed for homesteading, or cattle-raising, or for the coming railroads, et. al.—then the white man would summarily break his “solemn oath” by breaking the treaty…until, that is, he needed a new treaty, and then his oath was “as good as gold.”

Enter our latest expert in the high devilish art of “speaking with forked tongue,” the right-wing extremist from Texas, Ted Cruz (though as far as speaking with “forked tongue” goes, any Tea Party politician more than qualifies, so little is Truth honored among these “very honorable” men and women).

A day watching Cruz is a lesson in this fine art of forked-tongue speaking: or what historically is called “sophistry”—defined as when someone attempts to persuade with half-truths or complete falsehoods. Cruz is against Obamacare because, he says emphatically, “it’s costing people’s jobs and is taking away their healthcare.” But this is pure sophistry! Cruz cites not a single shred of evidence to back up his argument—because he can’t. And he knows it, too. There is no evidence whatsoever that jobs have been or will be lost due to Obamacare. And far from taking away people’s health care, millions of Americans with pre-existing conditions will now be covered—and that is both humane and good. And millions more will be insured for the first time. Again, that is both humane and good.

I suspect that Cruz is against Obamacare in part because big, for-profit insurers will now lose out, as they should—both on account of their amoral behavior (see Michael Moore’s Sicko documentary, which will make you ill to see how our insurance companies let people suffer and die so that they could make more profit)—and because, on principle, health care should be government-financed and thus not subject to the whims and machinations of profit-taking.  It is not just absurd, it is criminal that for-profit private insurers should themselves have the power of life and death over our citizens rather than their physician. Health care before Obamacare truly was Kafkaesque.

If Ted Cruz, presidential aspirant, speaks with “forked tongue” now, when only a member of the House, imagine what would transpire if he were to become president. Without a shadow of a doubt, we’d witness (“Tricky Dick”) Richard Nixon redivivus—and yet another addition to the Dark Ages of conservative Republican governance.

Len Sive