QUANTE SARANNO LE NOSTRE JEREZ DE LA FRONTERA?

Qualche mese fa ‘Time’ mandò una giornalista in Andalusia, a Jerez de la Frontera, perché riferisse sulla malattia spagnola partendo dalla città più indebitata del Paese. Il debito del Comune dello sherry e del flamenco raggiungeva un miliardo di euro, non troppo meno di quello di Madrid, che ha 3,3 milioni di abitanti. La spiegazione più immediata: a bloated payroll, troppo personale. Per 210 mila abitanti Jerez ha 1900 dipendenti diretti, 600 indiretti. Un caso da manuale di dilatazione della spesa per assumere gente, cioè per raccogliere voti. Uno dei cosiddetti ‘costi della democrazia’ meno perseguibili col Codice penale, come invece lo è la corruzione. In Spagna essa è andata crescendo coll’avvento della libertà, specialmente a partire dal governo socialista di Felipe Gonzales (egli cadde per gli scandali). Il malaffare ha poi contagiato gli uomini di Aznar prima, ora di Rajoy). Il partito di Rajoy si è insediato a Jerez nel giugno 2011, dunque il grosso del debito lo hanno provocato i socialisti, sulla scia della finanza ‘craxiana’  dell’andaluso Gonzales.

La sofferenza sociale trovata a Jerez dalla giornalista Lisa Abend è quella che non potrà non riprodursi qua e là da noi: stipendi e salari non corrisposti per vari mesi; fornitori non pagati; servizi cittadini sospesi, tagli brutali, disoccupazione oltre il 36%, scuole ripetutamente chiuse, strade al buio, scioperi, quarantenni tornati a vivere coi genitori in pensione. Non  sappiamo che aiuti Jerez ha ricevuto o riceverà da Madrid, da Bruxelles, da chissà chi. E’ verosimile che il disagio sociale si attenuerà presto o tardi. Ma la vicenda è paradigmatica anche per noi: ecco dove può portare l’euforia di quando le vacche erano grasse. Non solo i troppi dipendenti. Anche le opere pubbliche spropositate e non essenziali.

Una per tutte, un colossale centro culturale chiamato Ciudad Flamenca, o Flamenco. Il ballo gitano è una gloria, sarà stato dichiarato patrimonio dell’umanità. Ma tutto ha un limite. L’area edificabile destinata al tempio del flamenco è grande quanto un quartiere intero, dunque il tempio era stato concepito esorbitante: considerando anche che la città possiede già un Museo del flamenco, nonché una facoltà universitaria  di flamencologia. Provvidenzialmente l’arcitempio non è stato costruito. Ma sono le intenzioni megalomani  che contano, così contrastanti col retaggio eroicamente povero di una città agricola del sud-ovest andaluso. Perché è venuto in mente all’Alcalde e agli assessori di emulare i ridicoli eccessi architettonici di Dubai e di troppi altri ex villaggi arricchiti? Certi progetti, come il ponte sullo Stretto, costano cari anche se non si realizzano: studi, progetti, consulenze, pubblicità, personale e, soprattutto, penali. Risultati umani, mille casi come l’infermiera Marisa Sanchez che va gratis a curare i malati all’ospedale, non si sente di lasciarli marcire; e come il probo trattorista Manuel Medina, che vende mazzi di aglio in strada, e mangia se i passanti li comprano, in spirito di carità.

Nella tradizione pìcara di una città andalusa, la demozione sociale non è una novità e nemmeno un dramma abbastanza atroce. La disdetta passerà. Tuttavia prepariamoci, avremo anche noi le nostre Jerez de la Frontera. Beati i Comuni che non hanno assunto troppo, che non hanno progettato gigantesche pagode per turisti da venire, che non hanno preso alla lettera le promesse dello sviluppo forever. Che ogni coppia con bireddito microimpiegatizio fosse arrivata a fare crociere nei fiordi norvegesi e settimane nelle stazioni sciistiche ordinando bottiglie di etichetta invece che fiaschi era, è, una forzatura.

A furia di extra prelievi fiscali dovrebbe diventare una forzatura anche i privilegiati dell’One per cent. Un giorno gli eccessi di reddito dovranno sparire, con le cattive se necessario. Però la collettività ha l’obbligo di garantire il pane agli affamati, non l’edonismo ai nullatenenti. L’edonismo, ballo gitano compreso, non deve passarlo il Welfare State. E la gente che fa teatro, p.es., la smetta di chiedere: Jerez è nei guai per avere dato troppo ai signorini delle arti. Quante Jerez avremo?

Demetrio

MARCO VITALE E ALBERTO MAZZUCCA: I NOSTRI SOLDI AL PUBBLICO, AI SINDACATI, ALLA CHIESA

Mentre una grossa fetta del Paese stringe la cinghia, le Caste continuano a costare cifre spropositate: il capo della polizia italiana è pagato il doppio del presidente degli Stati Uniti, il nostro Ragioniere generale dello Stato guadagna quasi quattro volte il presidente della Federal Reserve USA, il direttore del nostro Monopolio di Stato (ma non erano stati aboliti i Monopoli di Stato?) guadagna quasi tre volte quello che guadagna il presidente della Corte Suprema americana. E poi una sproporzionata quantità di soldi pubblici – quindi dei contribuenti italiani – sperperati in tangenti, per l’acquisto di case personali, per investimenti in Tanzania. Soldi che non possiamo più permetterci di buttare via. Così accendiamo i riflettori sui nostri soldi per i partiti, per la Chiesa, per il sindacato.

di Marco Vitale e Alberto Mazzuca
da AllarmeMilano-SperanzaMilano 

Come si confrontano i compensi pagati ai dirigenti dell’amministrazione pubblica in Italia con quelli americani? Allego un prospettino che li evidenza. Come si può notare, il capo della polizia italiana guadagna (cioè, è pagato) il doppio del presidente degli Stati Uniti. Anche i molti direttori generali dell’lNPS prendono più di Obama…

I compensi della Pubblica Amministrazione

Abbiamo deciso di andare più a fondo sul come e sul dove finiscono i nostri soldi. Perché, diciamola tutta, noi di Allarme Milano Speranza Milano ci sentiamo presi in giro dai nostri politici. Il Parlamento ripassa la palla al Governo sulla norma che fissa a 300 mila euro lo stipendio dei superburocrati di Stato; il presidente del Senato, Renato Schifani, fa il furbetto in quanto taglia i benefit degli ex presidenti di quella che è la seconda carica istituzionale del Paese ma assicura che i loro (e suoi) privilegi potranno essere comunque goduti per dieci anni; la quantità sproporzionata di soldi che i partiti ricevono sotto forma di rimborsi elettorali e che sono invece utilizzati per investimenti in Tanzania e in Norvegia o per comprare lussuose case personali come se questi soldi fossero loro e non invece dei contribuenti italiani. E ancora: i ritardi incomprensibili nella lotta alla corruzione, i ritardi nella riduzione del numero dei parlamentari, nella riforma dei loro vitalizi, nel taglio delle Province e via di questo passo. Si potrebbe continuare a lungo in questo Paese delle meraviglie.

Ci siamo così concentrati su tre aspetti. I nostri soldi ai partiti, i nostri soldi per la Chiesa, i nostri soldi per il sindacato.


I NOSTRI SOLDI AI PARTITI

Elio Veltri e Francesco Paola hanno recentemente pubblicato un libro importante intitolato: ”I soldi dei partiti; tutta la verità sul finanziamento alla politica in Italia” (ed. Marsilio, 2012, pagg. 239, euro 16). L’unica cosa sbagliata in questo libro è il titolo. Infatti non si tratta di “Soldi dei partiti” ma di soldi nostri ai partiti.

Il referendum abrogativo del 1993 fu chiaro. Gli italiani pensavano che i partiti, quali libere associazioni private, non devono essere finanziati con il gettito fiscale, ma devono finanziarsi fondamentalmente attraverso liberi contributi dei loro associati o sostenitori (art. 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente ai partiti, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”). Ma la volontà degli italiani fu aggirata con l’”escamotage” del rimborso delle spese elettorali. Ed oggi le oligarchie partitiche italiane (tutte) vengono alimentate da un’enorme massa di denaro pubblico controllato e gestito da poche persone se non dirottato in Tanzania o per usi privati, senza il minimo controllo.

Ma è necessario chiarire subito una questione fondamentale. La mancanza di controlli adeguati, l’assenza di ogni ombra di quel “metodo democratico”, che è pur elemento essenziale dell’articolo 49 della Costituzione, è cosa certamente grave, ma non è il cuore del problema. Il cuore del problema è che questa massa di denaro, bene o male amministrata che sia, è assolutamente spropositata rispetto al ruolo, alla natura, al contributo dei partiti. Essa è in contrasto plateale con l’art. 49 della Costituzione. Le oligarchie partitiche italiane si alimentano di un finanziamento pubblico ai partiti italiani che è il più elevato d’Europa. È un lusso che il Paese non può più permettersi. Questo sistema è tanto più pericoloso perché dovrebbe incrementare la partecipazione democratica, mentre in realtà ottiene l’effetto opposto.

La partecipazione democratica si realizza quando gli associati di un movimento lo sostengono con le loro idee e con i loro contributi. L’attuale sistema, invece, tende ad escludere gli associati sia come contributori che come gestori che come controllori. Non alimenta lo spirito e le buone pratiche democratiche, ma diffonde nella politica lo spirito e le cattive pratiche mafiose. È poi necessario eliminare dall’inizio un altro imbroglio. Qualcuno dice: il finanziamento pubblico è necessario altrimenti solo i ricchi faranno politica. Il ventennio Berlusconiano è davanti agli occhi di tutti a dimostrare il contrario.

Stiamo, forse, fuoriuscendo da un tremendo ventennio, dominato da un ricchissimo signore che nel corso dello stesso ha comprato tutti i consensi di cui aveva bisogno e che ha trasformato il Parlamento in ufficio quasi privato. Ed il finanziamento pubblico non è stato certamente un argine contro questa degenerazione. Perché a questo strapotere del denaro si risponde con la forza delle idee, con il coraggio, con la moralità, con l’impegno e il contributo di migliaia e milioni di associati che bisogna saper mobilitare, e non andando ad incassare soldi pubblici da investire in Tanzania o in palazzi privati.

La democrazia è una cosa seria e se vogliamo ricostruirla dobbiamo ancora una volta ribellarci ai metodi mafiosi ed affaristici delle oligarchie partitiche. Dobbiamo lanciare un nuovo referendum abrogativo dei rimborsi elettorali e sostenere una proposta di legge di iniziativa popolare che imponga ai partiti quel “metodo democratico” che chiede l’art.49 della Costituzione. Dobbiamo riprendere il discorso dal 1958, quando il Senatore Luigi Sturzo propose il testo del disegno di legge n. 124 contenente: “disposizioni riguardanti i partiti politici e i candidati alle elezioni politiche e amministrative”, che pubblichiamo a parte, nella rubrica “l’album”.

Ma di quanti soldi stiamo parlando. Elio Veltri – Francesco Paola, con una accurata ricerca, forniscono le seguenti stime:

Contributi ai gruppi parlamentari
di Camera e Senato, dal 1994 al 2010                      1.5 miliardi di euro

Contributi ai giornali di partito
(esclusi quelli a radio e televisioni di partito
e quelli ai giornali politici e culturali)
dal 1990 al 2009                                                             850 milioni di euro

Contributi ai partiti e rimborsi
elettorali dal 1974 al 2012                                            5.9 miliardi di euro

E quello che preoccupa è il trend. I rimborsi elettorali dal 1999 al 2008 sono aumentati del 1110%. Così come preoccupa l’impropria definizione di rimborsi elettorali. Le spese di Rifondazione Comunista, per la campagna elettorale dell’aprile 2006, ad esempio erano state di 1 milione e 636 mila euro, mentre i contributi, in base ai voti ottenuti, furono di 6 milioni e 982 mila euro all’anno per i cinque anni della legislatura 2006-2011. In totale 34 milioni 932 mila euro. Quindi 100 euro investiti da Rifondazione nel 2006 hanno reso 2135 euro. Invece nel 2008 la Lega Nord ha registrato spese elettorali accertate dalla Corte dei Conti di 2 milioni e 940 mila euro. A fronte di questa spesa il Carroccio ha incassato da Roma ladrona 8 milioni e 277 mila euro all’anno per cinque anni. Dunque 100 euro investiti dalla Lega nella campagna elettorale del 2008 sono diventati 1408 euro. Naturalmente per i partiti maggiori gli effetti sono maggiori e sono certo che Berlusconi non ha rimesso una lira con il PDL che nel 2008 a fronte di una spesa di 54 milioni ha registrato un incasso di 206; ciò vale del resto per il PD, che registra una spesa di 18 milioni e un incasso di 180 milioni di euro.

Ma chi vuole andare a fondo di questa gravissima minaccia in atto contro la democrazia italiana, troverà nel libro di Veltri – Paola ricchi spunti e insegnamenti. A noi basta, in questa sede, lanciare un grande grido d’allarme.

Marco Vitale
I NOSTRI SOLDI PER LA CHIESA

Non è per niente facile stimare quanti dei nostri soldi vengono, in via diretta od indiretta, versati alla Chiesa cattolica. Un buon lavoro di ricostruzione l’ha fatto Stefano Livadiotti (“I senza Dio, L’Inchiesta sul Vaticano”, Bompiani, 2011), dal quale traggo le cifre che utilizzerò. Ma è evidente che anche questa ricostruzione è incompleta.

In questi giorni il governo Monti ha cercato, pressato dalle autorità di Bruxelles, di limitare l’esenzione dall’ICI reclamata da 20 anni dalla Chiesa e stimata, per quanto riguarda gli immobili commerciali (attività turistiche, assistenziali, didattiche, operative, sanitarie) in un mancato introito di 700 milioni di euro all’anno. Dopo un intervento della Corte di Cassazione, nel 2004, che aveva dato ragione ai sindaci che, per gli immobili adibiti ad attività commerciali, pretendevano il pagamento dell’ICI, fu il Governo Prodi–Bersani a decretare, nel 2005, l’esenzione per gli immobili destinati ad attività “non esclusivamente commerciali”. Questo mostro giuridico ha, di fatto, convalidato l’esenzione a favore del Vaticano ed ha aperto un infinito contenzioso, che è sfociato nel compromesso Monti, che sembra un passo avanti ma che è prudente vedere come va realmente a finire.

Ma il grosso dei nostri soldi alla Chiesa si realizza attraverso l’8 per mille dell’IRPEF, introdotta nel 1984. Oggi l’8 per mille vale 1 miliardo e 118 milioni, pari a 31.478 euro per ogni sacerdote. Ma ai sacerdoti la CEI versa direttamente solo 10.541 euro. Un 7,6 % va come aiuto ai Paesi del terzo mondo. Il resto mantiene l’apparato di potere del Vaticano. In passato vigeva la congrua, in base alla quale lo Stato pagava una somma per ogni sacerdote. Un sistema chiaro e lineare. Mentre l’8 per mille è oscuro nella determinazione e nell’impiego. Inoltre una serie di autentici trucchi fa si che alla Chiesa competa una quota molto più elevata rispetto al consenso effettivamente ricevuto.

Ad esempio, nel 2004, la Chiesa cattolica è stata scelta solo dal 34,56% dei contribuenti italiani, ma i metodi di calcolo hanno finito per attribuire alla stessa l’87,25 delle indicazioni formulate. Il meccanismo è poi tale per cui il contributo può salire (trainato da PIL e da pressione fiscale) anche quando il numero dei consensi diminuisce (come avvenne nel 2007 presumibilmente per la atroce questione pedofilia). La quota destinata ai sacerdoti invece o diminuisce (come è avvenuto tra il 2009 e il 2011) o sale molto più lentamente. Sicché il differenziale acquisito dalla Chiesa è salito dai 65 milioni iniziali ai 758 milioni di euro per il 2011 (con un incremento del 1066 per cento). La revisione concordataria prevede una possibile revisione dell’aliquota, che dovrebbe avere luogo ogni tre anni. Ma questa proceduta non è mai stata attivata.

Oltre alle esenzioni ICI (oggi forse diminuite) e alle generosissime modalità di calcolo dell’8 per mille, lo Stato assume direttamente il costo dei 26.326 insegnanti di religione (un costo di poco inferiore all’8 per mille), di fatto scelti dalla Chiesa. A questi grandi filoni vanno aggiunti molti altri rivoli minori ma, nell’insieme, molto rilevanti, come: contributi all’editoria gazzette parrocchiali, elargizioni di enti locali ed enti vari (esempio: due milioni e mezzo elargiti da Protezione Civile per il raduno di Loreto dell’Azione Cattolica). Poi vi sono i corrispettivi per i servizi resi, dai matrimoni ai funerali, che non dovrebbero essere impartiti a pagamento ma che, in realtà, hanno delle vere e proprie tariffe, pagate in nero. Ed infine vi sono tutti i prelievi impropri spremuti da organizzazioni come la Compagnia delle Opere, il braccio economico di Comunione e Liberazione (come ha ben documentato Ferruccio Pinotti nel suo: “La Lobby di Dio”).

Aveva, dunque, ragione il cardinal Marcinkus, spregiudicato prelato affarista, che disse: “La Chiesa non si dirige con le avemarie”. Ma in una fase storica, in cui tutti gli italiani sono chiamati a rimettere ordine, sobrietà, trasparenza nel loro agire quotidiano, anche la Chiesa deve cambiare e smetterla di vedere lo Stato come qualcosa da mungere e basta.

Marco Vitale
I NOSTRI SOLDI PER IL SINDACATO

Il potere finanziario dei sindacati rappresenta uno dei segreti meglio custoditi.

Era così alla fine degli anni Settanta quando, giovane giornalista de Il Giornale di Montanelli (quello serio, non la gazzetta umoristica di questi ultimi vent’anni anni al servizio di un corruttore), iniziai a scrivere del bisogno in questo Paese di trasparenza nei conti del sindacato. Di tutto il sindacato, quello che allora veniva chiamato “la Triplice”. Come risposta fui “bollato” – da esponenti socialisti e comunisti che poi hanno fatto il salto della quaglia schierandosi sotto le ali protettive di Berlusconi – con un termine allora usato in modo dispregiativo: fascista.

Ed è così ancora oggi, la trasparenza è un optional. Perché delle allegre finanze dei sindacati italiani – ovvero Cgil, Cisl e Uil, quelli che Stefano Livadiotti, un giornalista con cui ho lavorato all’Espresso, ha definito “l’altra Casta” in un libro del 2008 edito da Bompiani – si sa ben poco. Si calcola che i sindacalisti in servizio permanente effettivo siano circa venti mila (ma i delegati sindacali in Italia sono 700 mila, sei volte più dei carabinieri) e che, di conseguenza, Cgil, Cisl e Uil siano tra le prime dieci imprese private italiane. Con l’esenzione dal dover applicare il famoso art. 18, quello che obbliga il datore di lavoro solo per giusta causa ma che paradossalmente non si applica ai sindacati in base ad una legge del 1990. E con fatturati da multinazionale in quanto, ad esempio, si calcola che allorché il 23 marzo 2002 la Cgil di Guglielmo Epifani portò tre milioni di persone in corteo a Roma in difesa dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, la confederazione abbia dovuto spendere più di 50 milioni di euro tra spese per il treno o il pullman e il cestino da viaggio che costa attorno ai trenta euro per ogni manifestante.

Fatturati sconosciuti in quanto i sindacati non hanno l’obbligo di un bilancio consolidato. E quindi non sono nemmeno soggetti al controllo della Corte dei Conti pur ricevendo anche soldi pubblici. Di conseguenza tutti fanno finta di non sapere niente – forse anche quelli che Massimo D’Alema definisce in privato “i tre porcellini”, ovvero i tre leader a capo di forzieri così pieni di quattrini – dal momento che ogni realtà territoriale o di categoria fa i suoi conti ma tutto si ferma poi lì. Quindi la Camusso, Bonanni e Angeletti possono dire: non sappiamo. E perché è difficile fare i conti in tasca alle confederazioni sindacali? Perché i soldi arrivano nelle casse attraverso tante strade diverse: i contributi degli iscritti, l’attività dei Caf e dei patronati con il loro trattamento fiscale, il patrimonio immobiliare, i distacchi di pubblici dipendenti (circa tremila persone, con il vantaggio che vengono pagate dall’amministrazione di provenienza), l’attività di formazione (un miliardo e mezzo l’anno dall’Europa oltre a 700 milioni di stanziamenti dello Stato italiano), la raccolta del 5 per mille, i movimenti dei consumatori collegati (Federconsumatori, Adoc, Adiconsum), il business degli immigrati, eccetera. Tutte miniere di un grande e ricco business.

La maggior risorsa economica dei sindacati sono i contributi pagati ogni anno degli iscritti, anche se non si sa nemmeno con esattezza quanto siano veramente gli iscritti. Diciamo comunque un miliardo di euro, in quanto questa è la cifra che aziende ed enti previdenziali versano ogni anno a Cgil, Cisl, Uil trattenendola da stipendi e pensioni degli iscritti. Insomma, il sindacato incassa questa montagna di quattrini senza fare nemmeno la fatica di raccoglierla. E per quanto nel 1995 il 56% degli italiani abbia detto di sì al referendum di Marco Pannella per l’abrogazione dell’obbligo alla trattenuta automatica dalle buste paga, tutto è poi rimasto come prima grazie a qualche furbata.

I patronati (assistono i pensionati nelle varie vicende previdenziali) e i CAF (assistono di solito i lavoratori nella dichiarazione dei redditi) sono due miniere d’oro (esentasse) in quanto queste assistenze non sono gratuite, lo Stato paga per questi servizi. Secondo le stime di Giuliano Cazzola, deputato del Pdl ma ex sindacalista della Cgil, si tratta di circa 200 milioni di euro per i CAF e di 350 milioni all’anno per i patronati, avendo i sindacati il monopolio delle pratiche con gli enti previdenziali. Tutto al riparo da tasse e controlli.

Il patrimonio immobiliare è sterminato. Una grossa fetta è quella dei beni dei sindacati fascisti ed ereditata con una legge del 1977 senza pagare una lira. Ma senza un bilancio consolidato è quasi impossibile capire quale sia il valore reale degli immobili. La Cgil dichiara di avere sparse per tutto il Paese circa tremila sedi, tutte di proprietà delle strutture territoriali o di categoria. La Cisl vanta un numero ancora maggiore di immobili, quasi cinquemila e quasi tutti di proprietà. La Uil ne ha molti di meno ma è anche l’unico sindacato che ha cercato di fare un po’ d’ordine concentrandoli in una società per azioni. Ma quello che sorprende è che su questo incredibile patrimonio immobiliare il sindacato non versa nemmeno un euro di ICI nelle casse dei Comuni grazie ad una legge del 30 dicembre 1992. Già, 30 dicembre…

E allora: si è tanto parlato (e criticato) della Chiesa che non paga l’ICI. E del sindacato? Silenzio. Ma se cominciassimo invece a fare un po’ di trasparenza proprio qui?

Alberto Mazzuca

L’Iran si avvicina al voto: possibile un altro scoppio della rabbia di piazza?

Tra circa sei mesi la Repubblica islamica dell’Iran andrà al voto. Il Paese, pedina fondamentale nello scacchiere mediorientale per peso politico ed economico, arriva all’appuntamento con addosso gli occhi di tutto il mondo. Le scorse elezioni, nel 2009, avevano generato le imponenti proteste della società civile che denunciava i brogli a favore del presidente uscente Ahmadinejad. “L’Onda Verde”, così chiamata per via del colore scelto dai manifestanti, era sembrata per alcuni giorni in grado di sommergere il regime. Mai, dalla rivoluzione del 1979, la teocrazia è parsa tanto in bilico come nel suo trentesimo anniversario. Solo una repressione brutale delle manifestazioni e una campagna di arresti e torture senza precedenti sono riuscite a soffocare la rivolta. Quello su cui si interrogano gli osservatori internazionali è se la brace sia ancora accesa.

Al malcontento della popolazione istruita che vive nelle città, nerbo delle precedenti proteste, si è aggiunto negli ultimi anni quello dei più poveri. Una grave crisi economica, dovuta anche alle sanzioni imposte dall’Onu, ha ridotto il potere d’acquisto degli stipendi. Il prezzo dei beni primari è cresciuto a dismisura: in un anno è raddoppiato quello del latte e quello del pane è sestuplicato. La valuta iraniana, il rial, ad ottobre si è svalutata del 40% sul dollaro ed è in costante calo. L’inflazione viaggia su valori vicini al 25%. Le esportazioni di greggio, perno centrale dell’economia del Paese, sono in forte calo e a fine anno potrebbero risultare dimezzate rispetto al 2011. Alle proteste di chi denuncia la mancanza di libertà si sono sommate quelle di chi protesta per la mancanza di benessere economico. Due mesi fa sono scesi in piazza contro il governo i commercianti dei Bazar. Questa è una lobby potente in Iran e già fu fondamentale per la caduta dello Scià. Perdere il loro appoggio sarebbe pericoloso per il regime, che infatti sta correndo ai ripari prendendo le distanze dall’attuale presidente.

Ahmadinejad non si candiderà nel 2013. Se anche non ci fosse la costituzione ad impedirglielo, fissando il limite di due mandati, non ne avrebbe comunque la forza politica. L’Ayatollah Khamenei, suprema guida spirituale e politica dello Stato, dopo aver appoggiato il presidente nella repressione dell’Onda Verde, l’ha progressivamente abbandonato al suo destino. Gli attriti tra i due sono dipesi prima dal tentativo del presidente di guadagnare potere e autonomia, rimpiazzando alcune figure vicine a Khamenei con propri fedelissimi, e poi dalla reazione dell’Ayatollah. Nel 2011 il conflitto è esploso pubblicamente con una raffica di arresti di persone considerate vicine ad Ahmadinejad e con le illazioni su una visione “eretica” dell’Islam sostenuta dal presidente. Screditato agli occhi anche dell’elettorato religioso e conservatore, Ahmadinejad ha ottenuto un risultato deludente alle elezioni per il Majlis (il parlamento) dello scorso marzo. I numeri parlamentari ora non gli permettono di fare oltre la parte del leone, anzi. Molti all’interno del regime sono pronti a sacrificarlo come capro espiatorio per placare il malcontento popolare, scaricando sulle scelte economiche del presidente la colpa della crisi.

Il regime è preoccupato di garantire la propria sopravvivenza. Questa viene messa a rischio, oltre che dalla crisi economica e dalle divisioni interne, dal contesto internazionale. Dopo le “primavere arabe” la teocrazia si sente meno al sicuro. L’appoggio anche economico ad Hezbollah, il movimento fondamentalista sciita del Libano, e al dittatore siriano Bashar al Assad creano più malcontento che altro tra gli iraniani, specie in un momento di crisi economica. Anche l’invio di soldi ed armamenti ad Hamas non è ben visto. La causa palestinese sta molto più a cuore ai dirigenti del regime islamico, impegnato in uno scontro con Israele, che non ad una popolazione che non è nemmeno araba.

Un eventuale attacco israeliano, più volte ipotizzato negli ultimi mesi, avrebbe probabilmente ridato forza al regime e armi alla sua propaganda. Ma pare non sia più imminente. La via diplomatica per risolvere la questione del nucleare sembra essersi riaperta, stando alle dichiarazioni del segretario generale dell’Aiea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite) Yukiya Amano. Molto dipenderà dall’atteggiamento di Teheran che, vista l’attuale debolezza, potrebbe essere più dialogante e accettare l’invio di ispettori Onu.

Anche la prospettiva di un attacco americano sembra più remota dopo la vittoria di Obama. Nei confronti dell’Iran il presidente sta utilizzando soprattutto i mezzi della diplomazia multilaterale. Negli ultimi due anni si è avuto un costante inasprimento delle sanzioni economiche contro la repubblica islamica, soprattutto da parte di Stati Uniti e Unione europea. Russia e Cina, che pure fanno parte del gruppo “5+1” (gli Stati membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu, più la Germania) che ha deciso le sanzioni, sono più restii ad applicarle specie per quanto riguarda i limiti alle esportazioni di greggio dal Paese del Golfo.

Un aspetto nuovo e interessante dello scontro con l’Iran è poi il recente impiego di armi cibernetiche. Gli analisti di cyberwarfare sono abbastanza concordi nel ritenere che i due virus, Stuxnet e Flame, scoperti in Iran siano stati lanciati da Stati Uniti e Israele, forse in collaborazione tra loro. Flame è un classico virus spia, che ha per anni sottratto milioni di file e informazioni al regime di Teheran. Più affascinante Stuxnet, che si configura come una vera “arma”. Il virus, prima di essere scoperto e neutralizzato nel 2010, è riuscito a distruggere circa un terzo delle centrifughe della centrale atomica di Natanz, ritardando di mesi, forse anni, il programma nucleare iraniano. Teheran sta investendo molte risorse per la creazione di una propria forza nell’ambito cibernetico, ma lo scontro col l’Occidente per ora è impari.

L’Iran che va al voto è un Paese fiaccato dalla crisi e dall’isolamento internazionale. Un contesto in cui è possibile, anche se ora è difficile prevederlo, che scoppi un’altra rivolta. Per sventare questa eventualità il regime potrebbe scegliere la strada del dialogo, cercando di ottenere un allentamento delle sanzioni. Oppure, e questo è il timore di molti iraniani, potrebbe cercare lo scontro per unire la popolazione contro il nemico esterno. Anche a costo di rischiare un conflitto.

Tommaso Canetta

ROBERTO VACCA: LA RECRUDESCENZA DI BERLUSCONI

Ho preso questo titolo dal racconto di Kipling The Recrudescence of Imray [in Mine Own People] in cui un funzionario del grande Impero Indiano sparisce misteriosamente. Mesi dopo, il Sovrintendente Strickland va ad abitare nel bungalow che era stato di Imray – e nel sottotetto ne trova il cadavere con la gola tagliata. Era stato ucciso dal suo servitore indiano.

Sta solo nel loro recrudescere l’analogia fra Imray e Berlusconi. Quest’ultimo “tornò inasprito” (Lat. “recruduit”) anche se nessuno gli aveva tagliatola gola. In senso metaforico se l’era tagliata da solo. Secondo alcuni avrebbe dovuto – non tagliarsi la gola, ma almeno ritirarsi in buon  ordine già nel Gennaio del 2011 dopo aver letto la seguente micidiale intervista rilasciata dall’allora presidente egiziano Mubarak – circa un mese prima delle sue dimissioni. La riporto qui di seguito:

Estratto di conversazione telefonica fra il Rais Mubarak (RM) e un giornalista conosciuto solo con le iniziali D.L.

D.L.: … Signor Presidente, ho appreso che: il suo nome è stato citato in modo leggero e indebito in questa squallida saga. Le chiedo, però, in via solo ipotetica, come avrebbe reagito se il Signor Berlusconi l’avesse chiamata offrendo la sua cooperazione per far passare sotto silenzio un’accusa di furto contro una sua nipote – minorenne?

RM: Lo avrei informato che i figli dei miei figli sono stati educati a seguire standard di comportamento molto severi e che, quindi, un’accusa di questo tipo mi sarebbe apparsa come una macchinazione diffamatoria o come un ovvio caso di false generalità dichiarate da un’accusata. Nell’ipotesi assurda che un mio parente fosse accusato di furto in un paese straniero, avrei severamente rifiutato di approvare qualunque tipo di insabbiamento – io credo fermamente nella giustizia. Fustigherei – verbalmente – chiunque fosse così temerario da suggerire che una proposta disdicevole di questo tipo potrebbe mai evocare la mia approvazione o la mia gratitudine.

DL:  Signor Presidente, lei ha nipotine minorenni?

RM: Buona domanda: non ne ho. Questa semplice circostanza si sarebbe dovuta chiarire prima di sognarsi di creare quella che lei chiama questa “squallida saga”.

DL: Grazie per la sua pazienza, Signor Presidente.

 

Segue il testo originale dell’intervista:

Excerpt of telephone conversation between Rais Mubarak (RM) and a journalist known only by his initials (DL)

DL: …. so I understand, Mr. President, that your name was brought in very lightly and unduly into this rather drab saga. May I ask, however, in a purely hypothetical way, what would have been your reaction if Mr. Berlusconi had called you volunteering his cooperation in the cover up of an alleged theft attributed to a grand-daughter of yours – a minor?

RM: I would have informed him that my grand-children have been brought up to strict standards of behaviour and that any accusation of that ilk had to be considered as wilfully construed to defame or as a blatant case of impersonation. In the unconceivable assumption that any relative of mine could have been accused of theft in a foreign country, I would have sternly declined to approve of any cover up – I am a firm believer in justice. I would flog, verbally, anybody so bold as to hint that a disreputable suggestion of this kind might hope to evoke my approval or gratitude.

DL: Mr. President, do you have any minor grand-daughters?

RM: A good point: I do not. This simple fact should have been established before even dreaming of creating what you called this “drab saga”

DL: Thank you for your patience, Mr. President.

*      *      *

Il lettore accorto avrà certo capito subito che l’intervista è apocrifa. La scrissi io nel Gennaio del 2011 e la mandai a vari giornali – spiegando che si trattava di una spiritosa invenzione.

Nessuno la pubblicò. Marco Travaglio mi disse  che era meglio non pubblicarla perché era troppo plausibile. È per questo che la dissemino adesso. Il fatto che fosse plausibile dovrebbe ispirare ogni cittadino razionale a dissociarsi  da gruppi o movimenti connessi con il Berlusconi o che siano da lui influenzati.

LA TESTATA CHE ODIA DI PIU’ L’IDEALISMO

Per decisione degli Dei beati riuniti a consiglio sull’Olimpo, risorsero dagli avelli i fratelli Gracchi, il Poverello di Assisi, Savonarola, Babeuf, Karl Liebknecht, Albert Scweizer, don Gnocchi, mille altri eroi della fratellanza, compresi i caritatevoli che assistono i lebbrosi. Fondarono UTOPIA 2, una comunità di virtuosi e di eguali, nessuno molto ricco nessuno misero, un luogo dove sono sì infelici gli storpi e i ciechi ma non le vittime degli egoismi umani. Utopia fu amata da molti, schernita e odiata dai duri di cuore, dai carnivori in sembiante d’uomini.

Credete voi che alla testa di questi duri e di questi carnivori ci fossero G W Bush col vicepresidente Cheney e con Rumsfeld, oppure il ‘Daily Telegraph‘ organo dei più Tories di tutti, oppure le Duecento famiglie del padronato francese, o magari l’ultimo di quei marajà che ricevevano dai miseri il tributo di tanto oro quanto pesavano, ed erano quasi sempre grassi? Errore. Utopia 2 fu combattuta soprattutto dal gruppo Repubblica/Espresso, dalla Trimurti De Benedetti Scalfari Ezio Mauro. Non che i tre fossero senza cuore, anzi. Gli orfanotrofi e i lazzaretti che fondarono, così, senza ostentarlo, tagliando sul loro tenore di vita! Il cuore, anzi il cor cordium, ce l’hanno caldo, esempio perpetuo per tutti i proprietari di grandi barche e tutti i tycoons del Grain Exchange di Chicago.

Il fatto è che l’impero che i Tre fondarono deve il successo alla vocazione dei ceti quasi-medi agli stili di vita emancipati e ricchi -altro che Utopia 2. Gli spazi pubblicitari di Repubblica ed Espresso hanno sì una spruzzata di modesti dopobarba e di pedule interclassiste; ma i giochi che contano li fanno gli inserzionisti d’alta gamma, dai resorts messicani alle circumnavigazioni di Capo Horn, dai derivati alle accelerazioni BMW 500 hp. I contenuti editoriali, le omelie iperlaiche della domenica e le accademie filosofiche danno for granted, come i dialoghi platonici, il diritto dei fittest a vivere al top e quello delle mezze calzette e degli spiantati a sognare il lifestyle d’alta gamma. Per il target del gruppo su cui regna la Trimurti, la frugalità è l’abominio assoluto. Il grande patron Carlo DeB esigette sì la tessera n° 1 del Partito delle masse lavoratrici che non arrivano a  fine mese, sul sottinteso però che sia sinistrismo alla Cina 2012, fittissima di grattacieli. In questo senso Utopia 2 è la Geenna, putrida discarica fuori Gerusalemme dove finivano le immondizie e le carogne d’animali. Il lettore di Repubblica/Espresso aspira al casolare umbro tutti i conforti, non a subire sermoni sui dannati del Sahel o della Penisola candidata a tornare ricca.

Domanda: ma Repubblica non è il capogiornale della sinistra alla riscossa? e la sinistra non ama i poveri? Risposta, basta coll’Ottocento e con De Amicis. Ora la Grande Proletaria  è la Media Edonista che si modella sui femminili del gruppo DeB. E’ cambiato tutto. “Sappiamo -ha scritto Sergio Romano- che in Cina le cerchie familiari dei maggiori leader si sono prodigiosamente arricchite. Le autorità hanno rabbiosamente respinto un’inchiesta del New York Times sulle fortune accomulate dal premier Wen Jiabao, duemila settecento milioni di dollari”. L’ambasciatore per la verità si chiede se “la Cina può ancora definirsi popolare”. Repubblica/Espresso non ha dubbi: esiste in funzione dell’edonismo perché edonisti sono i suoi lettori, ammaliati dagli inserzionisti che smerciano felicità per tutti, dal dopobarba dei bancari agli appartamenti londinesi W1 degli avvocati  ben messi.

In tempi migliori i disturbatori del consenso consumista/edonista sarebbero finiti sul rogo degli eretici. Oggi il gruppo DeB difende impavido il loro diritto a dissentire. Ma l’Utopia e le lagne giustizialiste no. L’Elefantino e Mediaset hanno ragione.

A.M.C.

LA CITY OF LONDON INCARNA IL PECCATO MORTALE DELLA FINANZA

Alcuni mesi fa, quando esplose lo scandalo Libor, il settimanale newyorkese ‘Time’ non resistette alla tentazione di additare nella capitale britannica la scaturigine di tutto quanto si deplora come l’opposto dell’operosità capitalistica virtuosa. Londra e non New York, forse perché sulle rive del Tamigi aleggiava un retaggio antico, fatto venerabile da una communis opinio anglofila. Gli autori dell’inchiesta, Peter Gumbel e Catherine Mayer, muovevano dalle attività spericolate di alcuni brillanti protagonisti stranieri, cominciando da Bob Diamond, un trader di Concord, Mass. che pervenuto alla testa della Barklays, banca fondata da Quaccheri nel 1690, aveva portato l’istituto al  sesto posto assoluto in Europa, assets 2,3 trilioni di dollari. Per sè  Diamond aveva guadagnato almeno $150 milioni. La bravata più recente  era stata comprare ciò che restava della Lehman Brothers pochi giorni dopo la bancarotta. Lo scorso 26 giugno la Barklays era stata multata per $450 milioni in connessione allo scandalo Libor, chiamato da un columnist ‘the crime of the century’.

Si additavano altri trader d’assalto stranieri: il francese Bruno Iksil, asso dei derivati, probabilmente responsabile di operazioni costate, secondo le versioni, da 2 a 5 miliardi alla J P Morgan Chase; l’americano Joe Cassano, capo della divisione prodotti finanziari del gruppo AIG, massimo assicuratore al mondo (nel 2008 AIG era stato sul punto di crollare); un pakistano che aveva fondato a Londra una banca privata operante in 70 paesi prima di fare bancarotta con un vuoto di $20 miliardi. Nick Leeson,  basato a Singapore, aveva contribuito alla chiusura della banca d’investimenti Barings. Erano stati scossi da scandali grandi banche come Deutsche Morgan Grenfell, Credit Suisse First Boston, Merrill Lynch, National Westminster. L’oriundo africano Kweku Adoboll è finito sotto processo per operazioni che avevano fatto perdere $2,3 miliardi alla svizzera UBS.

Ma il servizio di ‘Time’ sottolinea che, al di là delle malefatte di una schiera di stranieri e di locali affluiti nella City, “London itself, especially its compact financial district known as the City, is implicated (…) A swelling sentiment would like to see a bigger entity in the dock: London. It is no longer enough to explain the City’s supremacy as a global incubator for scandals by citing its  supremacy as a center for international finance, the world’s most potent competitor to New York City, a place where transactions covering literally trillions of dollars, pounds and euros are executed every day. The scandals lay bare serious failings in the British system -failings of regulation and of culture. In a globalized financial system, such failings have global repercussions, yet responsibility for fixing the system rests locally, with the flawed system itself. Politicians, police, regulators, corporations and the media, which should hold the rest to account, have been enmeshed in a series of confidence-sapping scandals. As the world discovered in 2008, when you’re too big to fail, that’s a problem”.

Nel 2011 un rapporto del Fondo Monetario Internazionale rilevò che “the size and interconnectedness of the U.K. financial sector make it a powerful originator, transmitter and potential dampener of global shocks”. Il punto, dice l’articolo-denuncia di ‘Time’, è che il successo di Londra quale mercato finanziario era poggiato su “an increasingly quaint notion of British gentlemanly business practice”; sulla convinzione that “the market itself is clean, even if some players are not. In the mid-1980s, Britain’s Conservative government instituted an oversight regime in the City that relied heavily on self-regulation. Labour, after winning power in 1997, continued the light-touch tradition (…) Self-regulation still prevails in Libor, a state of affairs that now looks like a serious omission”. Conclusione dell’inchiesta: “It is critical for London’s future as the key global financial center to rebuild confidence, and quickly. If Britain doesn’t root out the conditions that allowed the conflicts of interest and illegal practices in the Libor affair to flourish in the first place, it may find not just its economy in peril. Its position in the world, already crumbling, is at stake”.

La posizione della Gran Bretagna, non solo di Londra, nel mondo è dunque a repentaglio. Che posizione le è rimasta? Prima del secondo conflitto mondiale, voluto alfierianamente dal belluino guerrafondaio Winston Churchill -innamorato del tuono dei cannoni come Mussolini lo era delle sfilate ai Fori Imperiali- Albione era non solo la maggiore di tutte le potenze, ma anche la Gran Madre del liberalismo e del costume pubblico occidentale. Distrutta la grandezza britannica dalla titanica vittoria di Churchill -in realtà vittoria dell’iperbellicista F.D.Roosevelt, fondatore dell’impero americano- il Regno Unito si trovò coperto di debiti e senza l’impero: al di là delle apparenze, il paese dalle prospettive peggiori. Aveva aperto la civiltà industriale, perderà quasi tutte le industrie. A valle del tardochurchillismo della Thatcher il Regno di Elisabetta, sovrana i cui orizzonti spirituali non si allargano oltre gli ippodromi, è un aggregato di alberghi e camere ammobiliate per ex-sudditi coloniali, un ‘financial center’ che attira cambiamonete e mariuoli da tutti i continenti e un bieco sabotatore dell’Europa (‘Internauta’ ha ripubblicato in proposito una lettera di Renzo Cianfanelli, storico corrispondente da Londra del ‘Corriere’).

Chi scrive non sa se The City of London perderà o no in tutto ‘la gentlemanly business reputation’ (un articolo recente su ‘Internauta’ di Gianni Fodella constata che la reputazione è già persa).  Io lamento la rovina di una grande nazione, che ha dato una lingua al mondo, ridotta a satellite secondario degli USA, anch’essi sul viale del tramonto. Ha puntato sul fare soldi coi soldi, ma forse cambiamonete e mariuoli si rivolgeranno altrove. Albione è ostinata, però col tempo si renderà conto della sventura d’aver dato i natali al leone Winston Churchill.

Anthony Cobeinsy

NASCE LUCHA LIBRE – RIVISTA (BIPOLARE) DI CULTURA

Domenica 18 novembre a Milano è nata una nuova pubblicazione culturale, Lucha Libre. Alla presentazione, ospitata dallo Spazio Concept di via Forcella, in pochi si aspettavano una partecipazione tanto vasta. Centinaia di giovani, chiaramente appassionati di arte già dal modo di vestire, hanno pagato cinque euro per avere una copia ed assistere all’evento inaugurale. Musica di sottofondo, illustrazioni appese alle pareti e un bar irraggiungibile per la fila sono il contorno del piatto forte: l’oggetto rivista.

Stampato in bianco e nero e con una struttura palindroma (ci sono due copertine e si può iniziare a leggerlo da entrambi i lati), Lucha Libre gioca sia per forma che per contenuti col concetto di dualità. Il ruolo centrale che si dà alle illustrazioni è l’elemento di originalità più affascinante di questo esperimento, nel tentativo di far incontrare il linguaggio della parola scritta con quello delle immagini. E duale è anche il contenuto: da un lato la  fine del mondo e dall’altro il paese delle meraviglie. Due temi scelti non a caso. Il primo è agganciato direttamente al momento storico di crisi economica e il secondo è l’individuazione del possibile rimedio: la capacità di meravigliarsi e la fantasia (senza scadere nel nichilismo). L’animale guida per questo tentativo di riscatto è ovviamente Alice, presente nella rivista in compagnia di altri personaggi dell’universo di Carroll. Quanto al nome, Lucha Libre, la scelta è spiegata nell’articolo introduttivo: «La Lucha Libre è uno spettacolo di lotta messicana. Un viaggio di maschere, corpi, sudore(…). Una forma di combattimento circense, fatta di tentativi, sbagli e cadute, di cui vorremmo assimilare ogni passaggio».

Il progetto di Lucha Libre nasce circa due anni fa, per iniziativa di Andrea Lavagnini, programmatore cinematografico di 27 anni, e Tommaso Di Spigna, illustratore e fumettista di 23 anni. Come spiega lo stesso Andrea, «la nostra intenzione era quella di abbattere alcuni confini tra discipline, tra immagine e parola scritta, e trovare nuove vie per la narrazione critica». Di qui la scelta di un linguaggio divulgativo, che però non perda il suo carattere di approfondimento, e una certa varietà dei temi affrontati: dalla narrativa all’economia, dal cinema al fumetto, dalla musica alla filosofia. Lo scopo è dunque quello di avvicinare alla cultura persone che non siano addetti ai lavori, come spiega Giulia Broglia, 25 anni, una delle redattrici della rivista: «Noi pensiamo che ci sia una lacuna in Italia. Le riviste o sono specialistiche o di intrattenimento. Lucha Libre vuole essere una commistione dei due aspetti». «Non solo», prosegue Andrea Lavagnini. «Noi vogliamo anche dare spazio a chi non ne ha nell’attuale panorama culturale. Siamo circa 20 redattori e 40 illustratori, quasi tutti con meno di 30 anni. Alcuni sono artisti già noti, altri hanno le qualità per diventarlo. Il bello è che quasi tutti nella vita fanno un altro lavoro e possono portare esperienze diverse all’interno della rivista».

Il numero zero è stato autoprodotto e, nelle intenzioni dei fondatori, servirà nell’immediato futuro per portare avanti la fase di raccolta fondi per il progetto. «Per i quattro mesi a venire sarà quella la priorità – sostiene Andrea – anche perché i prossimi tre numeri ce li abbiamo già in testa. Si tratta di trovare fondi presso privati ed enti istituzionali. Il prossimo numero immagino quindi che uscirà tra otto mesi circa. L’obiettivo è registrare la testata e portarla a pubblicazione periodica, possibilmente bimestrale, e poi pagare il giusto tutti i nostri collaboratori. Non si può continuare a far passare il messaggio che in certi settori si lavori gratis». Un traguardo ambizioso ma che, se il successo di pubblico dovesse rivelarsi permanente, potrebbe essere raggiunto. La distribuzione della rivista infatti passa soprattutto attraverso gli eventi. «Noi ci teniamo – dice ancora Andrea – a mantenere un contatto diretto con le cose e con le persone. Nell’epoca di internet pensiamo che la nostra rivista possa spiccare proprio in quanto oggetto reale, da sfogliare e collezionare. Quindi ha più senso che venga venduta in contesti in cui le persone sono fisicamente presenti. Poi ovviamente attiveremo anche la possibilità di ordinare la rivista via internet e penso la venderemo anche in formato pdf ma a prezzo bassissimo. Non è tanto o solo il contenuto a dare valore alla rivista, quanto la sua materialità».

Dopo centinaia di strette di mano e miglia di scatti di Reflex, l’evento si conclude a mezzanotte con soddisfazione da parte dei promotori. «Siamo molto contenti», dice Giulia. «Abbiamo avuto un ottimo riscontro. Le persone che sono venute, tantissimi giovani, sono state favorevolmente impressionate. Adesso pensiamo di fare altre serate di questo tipo, anche se magari in locali più piccoli». Fuori dallo Spazio Concept, tanti trovano finalmente il tempo e il modo per sfogliare la rivista senza il rischio di danneggiarla. L’esperimento di Lucha Libre può dirsi riuscito sul lato delle immagini. Le pagine sono ricche di illustrazioni – alcune stupende – di stili e influenze diverse. Si passa dai fumetti a Picasso, dalla Brücke a Tim Burton, e l’interazione coi testi è spesso affascinante. Un po’ meno riuscito il tentativo di semplificazione del linguaggio e divulgazione, almeno in alcuni articoli. Ma, come nella lotta libera messicana, un colpo o una caduta sono solo uno spunto per migliorarsi la volta successiva.

Tommaso Canetta
versione estesa di articolo apparso su Il Giorno 

THE RIGHT WAY TO HANDLE A SPLIT OF THE EURO – DA FORTUNE

In 1999 British economist Roger Bootle predicted a bursting of the dotcom bubble. In his 2003 book, Money for Nothing, he forecast a worldwide crash in housing. He strongly believes that at least a partial breakup of the eurozone is inevitable. In July Bootle and his team won the prestigious Wolfson Economics Prize for providing the best answer to the question: “If member States leave the Union, what is the best way for the economic process to be managed?”.  In a 114 -page report, Bootle delivered a blueprint for the steps a nation should take in exiting the common currency. He went further, summoning a powerful argument for why an exodus of weak countries is the only solution for Europe’s malaise. “The euro is a depression-making machine” he tells Fortune. “Far from a disaster, a breakup of the euro is the only way to bring back growth. It can’t happen soon enough. The politicians keep throwing money to support  the weaker nations’ debt problem. But the continued bailouts are just buying time. Even economists who dread a euro breakup admit that it will probably happen unlessGermany and other healthy nations provide far greater support.

The bet here is thatBootleis right and that the euro will fracture in the next few years. The result will be extremely messy in the immediate aftermath, bringing severe hardship to the exiting countries. But the pain will happen anyway if weak nations remain in the euro. It will simply stretch over a number of years and turn out far worse”. AsBootleargues,Europe  must choose growth, and a split of the euro will bring it back with surprising speed.

Portugal,Ireland,Italy,GreeceandSpainall suffer from a drastic loss of competitiveness because they face an excessive cost of production, that has decimated manufacturers inSpainandItaly.Italy’s exports as a share of the world total dropped from 5% in the late 1990s to about 2% last year. If they remain in the euro, peripheral nations must solve their competitiveness problem through austerity. The process could take 10 years. Worse, their debt and interest payments would remain in euros and keep rising, while tax receipts fall.

An immediate exit could solve both the debt and the competitiveness problems in a single stroke. Here’s how the mechanics might work if, say,Spaindecided to withdraw. The government would announce the decision on a Friday. It would state that by12:01 a.m.Monday all wages, bank deposits, pensions, and prices would be reset in pesetas at a 1-to-1 ratio with  the euro. Over the weekend, all ATMs and bank branches would be closed and no electronic transfers allowed, to prevent citizens from moving money to, say, Switzerland before the conversion. Starting on Monday morning, the euro would rise sharply against the new peseta.

Bootleadvises nations to re-denominate all sovereign bonds in local currency. The re-denomination really amounts to a default. Boothe wants exiting nations to immediately cease all interest payments and demand a write-down bringing debt to a  manageable 60% of GNP. Between devaluation and the write-down, most creditors would lose 70% of the face value of the bonds.Bootle’s argument is that their original value is a pure fiction anyway and a default of that magnitude is inevitable. As for the private sector (…) bankruptcies would proliferate, and lenders would engage in negotiations for restructuring debt. An exit would bring a surge in inflation in newly departed countries as the cost of imports rose. Hence, wages would also rise, though less than prices because of the big pool of unemployed workers. The departing nations would suffer several  months of declining growth. But just as occurred inArgentinaa decade ago, the economies would start growing again within a year, driven by strength in exports.

ForBootle, it’s fundamental economics that will ultimately dictate the outcome.  “The truth is that the politicians have it totally wrong. They waffle and get lots of money from the public sector to buy time, but the markets win in the end”. ForEurope, abandoning the single currency is no longer an unthinkable choice, but the right choice.

by Shawn Tully  (abridged)
Fortune

SVIZZERA: PRIMA A PRATICARE LA DEMOCRAZIA DIRETTA

‘The Economist’, grande settimanale londinese ma con forte radicamento americano, ha combattuto per anni una solitaria battaglia anticontinuista, antiparlamentare, sostenendo che la democrazia rappresentativa è divenuta irrilevante. Delegando la sovranità attraverso le elezioni ai professionisti della politica, il cittadino si spoglia di tutto. Deposta la scheda nell’urna deve attendere anni, fino alle prossime elezioni, per illudersi di svolgere qualche ruolo. Con il rapporto “A Survey of Democracy”  The Economist additava alla fine del 1996, come transizione immediata dal parlamentarismo alla democrazia diretta, il congegno referendario vigente in Svizzera. Com’è noto, il sistema costituzionale elvetico si definisce espressamente, anche al livello delle enunciazioni giuridiche, “democrazia quasi diretta”. Scriveva il Survey: “Il paese cui guardare è la Svizzera, che ha inventato e pratica una forma moderna di democrazia diretta. Lì le decisioni del parlamento non sono affatto l’ultima parola. Meglio far scegliere al popolo che ai parlamentari”.

Qui riportiamo nuovamente, con alcune variazioni, le formulazioni autentiche del sistema svizzero, tratte dal trattato di educazione civica “Profilo della Svizzera”  compilato da Hans Tschaeni, finanziato dalla Fondazione Pro Helvetia e offerto ai giornali italiani dalla diplomazia di Berna, quale testo quasi ufficiale.

L’iniziativa è il diritto popolare di proporre nuove leggi alle autorità, le quali sono obbligate a decidere in merito E’ una domanda firmata da almeno 50.000 cittadini aventi diritto di voto. Il referendum è il diritto del popolo di accettare o rigettare le leggi adottate dall’Assemblea federale. Sono i cittadini a decidere se una legge deve entrare in vigore. Dunque il diritto di referendum è il più determinante tra i diritti politici di cui goda il cittadino svizzero. La nostra democrazia è definita anche referendaria. Anche i trattati  internazionali conclusi per una durata indeterminata o per più di 15 anni sono soggetti a referendum.

Il referendum è un’istituzione tipicamente svizzera. Soltanto attraverso di esso il popolo può esercitare un influsso concreto, durevole e soprattutto preventivo sul Legislatore. In questo modo il popolo assurge esso stesso a legislatore. La ghigliottina del referendum si è dimostrata micidiale: il 60% dei progetti di legge approvati dal governo e dal parlamento sono stati respinti dai cittadini. I parlamentari e le autorità temono il referendum. Sotto molti aspetti possiamo dire che è il timore del referendum che determina la nostra legislazione. Ci si rifugia nel compromesso per non correre il rischio di vedere respinto un disegno di legge.

Nel 1961 i cittadini del Canton Soletta furono chiamati alle urne una volta al mese. La nostra democrazia diretta esige il massimo impegno del cittadino. Può persino accadere che il cittadino sia obbligato ad accettare d’essere eletto. Nonostante tutte le possibili obiezioni, si può affermare che la fiducia nel popolo sovrano non è mai diminuita. Quel che conta è che sia il popolo a dire l’ultima parola. I partiti hanno indubbiamente perso parecchio del loro ascendente.

In Svizzera il supremo potere esecutivo (governo) è rappresentato dal Consiglio federale, composto di sette membri che agiscono collegialmente. La presidenza è tenuta dal presidente della Confederazione (eletto dalle Camere riunite per la durata di un anno), il quale non ha però più potere dei suoi colleghi di governo. Il presidente non può essere rieletto per l’anno successivo. I membri del governo (consiglieri federali) sono eletti dalle Camere riunite per quattro anni. Non possono ricoprire un’altra carica nè esercitare una professione. L’incontestabile forza di  cui gode il Governo è fondata sulla sua collegialità. Il potere non è concentrato in una sola persona, ma è suddiviso fra i membri del Consiglio federale, che condividono le responsabilità.

La ‘Landsgemeinde’: la più antica forma di democrazia

In cinque Cantoni o semicantoni tutti i ‘cittadini attivi’ si radunano all’aperto per eleggere il Landamano, il governo e i giudici e per deliberare sugli affari più importanti della comunità. Le forme originarie della Landsgemeinde sono più antiche della stessa Confederazione. Fin dal 1291 le Landsgemeinden indirizzarono i Confederati verso la forma più semplice e diretta della democrazia.

Nei due Appenzello vige l’Amtszwang, cioè l’obbligo di accettare una data carica pubblica. Nell’Appenzello interno ogni cittadino è  soggetto a questo obbligo fino al sessantacinquesimo anno: E’ tenuto a far parte delle autorità giudiziarie o di quelle amministrative per almeno 10 anni. Le Landsgemeinden sono forme estremamente interessanti della democrazia diretta, il cui contenuto non si esaurisce nel decoro esteriore e nel cerimoniale, che pure rappresenta uno spettacolo affascinante. La democrazia diretta mira a soddisfare, nei limiti del possibile, le esigenze e le aspirazioni di ogni singolo cittadino.

Il popolo svizzero ebbe più di ogni altro il tempo e l’occasione di forgiarsi in Stato. Cominciò la sua opera di costituzione nel 1291, lavorandovi poi per oltre cinque secoli, indisturbato, guidato solamente dalle grandi correnti dello spirito, per le quali non esistono confini nazionali. Ciò rappresenta un caso unico nella storia. Solo Napoleone e le potenze conservatrici del Congresso di Vienna si intromisero seriamente negli affari della Svizzera tra il 1798 e il 1815.

La sua democrazia quasi diretta rappresenta tuttora un caso particolare nel mondo.

N.B.- Sia la democrazia diretta delle Poleis del sistema ateniese, sia la Landsgemeinde cui risale la democrazia quasi diretta dei Cantoni Elvetici furono possibili perché i cittadini erano pochi. Il “Blueprint della democrazia diretta selettiva”, pubblicato da Internauta in ottobre, prevede una Polis attiva di cinquecentomila cittadini, selezionati ogni anno dal sorteggio.

CESARE ROMITI VAGHEGGIA IL SECONDO BOOM, I VESCOVI SARDI SOLIDARIZZANO MALE

Per cercare di capire come andrà a finire, il meglio non è ascoltare un grande manager, il più illustre tra i nostri, piuttosto che gli economisti della cattedra? Allora ecco Cesare Romiti, ottantanove anni ma ancora sulla breccia come presidente della Fondazione Italia-Cina e come altro. Da una parte sentenzia che “la grande industria non c’è più. E’ rimasto solo l’Eni. Un’impresa come la Fiat, quando sospende la progettazione da un paio d’anni perché c’è crisi di vendite, decreta la morte dell’azienda”.

Dall’altra proclama “Ci serve un piano Marshall per liberare l’orgoglio dei giovani. Lo chiamerei ‘Rifare l’Italia’. Ritroviamo l’orgoglio e rifacciamo l’Italia”.

Grandi cose, indeed! Però all’intervistatore di ‘Avvenire’, il quale obietta che ai tempi del piano Marshall vero arrivarono i dollari dagli USA, ma oggi chi pagherà?, il grande manager dà una risposta  sconcertante: “Non parliamo di aiuti, ma di una scintilla che accenda il desiderio, appunto, di rifare l’Italia (…) Ridiamo entusiasmo e fiducia a imprese e a cittadini. Nei momenti più difficili gli italiani sanno unirsi e reagire con l’orgoglio. Basti pensare all’alluvione di Firenze”. L’ex imperatore va un po’ sul vago, non spettando a lui ottantanovenne agire; quindi altra obiezione dell’intervistatore: “Non è una ricetta economica”. Replica: “Lo so, è politica. Le rivoluzioni partono da ragioni ideali, non economiche. Bisogna andare al cuore degli italiani, dei giovani. Sono loro la forza del Paese. Solo così l’Italia troverà la forza di un nuovo boom”.

Un volontarismo assertivo, questo di Romiti, tanto più cogente in quanto accompagnato da alcune critiche specifiche al nostro costume economico. Esempio: “L’introduzione delle stock options ha contribuito a minare l’industria dalle fondamenta. Agnelli me le propose decine di volte. Dissi sempre di no. Oggi si offrono stock options legate a risultati di brevissimo periodo. In questo modo l’industria diventa sempre più un fatto finanziario e non manufatturiero. Il deterioramento del mondo economico è cominciato quando ha preso il sopravvento la finanza. E’ stata la stessa industria a implodere”.

Che dobbiamo fare? “L’Italia non può misurarsi solo con lo spread. C’è bisogno di far tornare gli italiani a lavorare. Di dare opportunità e speranza a milioni di giovani e meno giovani. Sono gli uomini che muovono i cicli economici”. L’intervistatore di ‘Avvenire’ azzarda che la prospettiva così additata è ‘una rivoluzione romantica’.  Romiti insiste: “Bisogna andare al cuore degli italiani e dei giovani. Sono loro la forza del paese. Solo così l’Italia troverà la forza di un nuovo boom”. Un nuovo boom! Il grande manager non ha indicato, né nel concreto né tanto per parlare, quali azioni e fattori susciteranno un grande balzo in avanti in alcun modo simile al miracolo postbellico, quando, nelle parole del capo della ‘Fiat dell’Avvocato’, “tutta la società italiana aveva voglia di fare, più che di ragionare”.

Non è facile credere nel ‘secondo miracolo’. In più non è assiomatico lo si debba desiderare, con tutto il rispetto per il Bismarck dell’Avvocato. Il ritorno alla crescita è specialmente implausibile in Sardegna, dove p.es. si sostiene che ‘tutti i vescovi’ sono a fianco dei lavoratori. Si lamenta la desertificazione industriale. Ma quando certe industrie fatte sorgere artificialmente nell’isola erano finte, economicamente illogiche, essere a fianco dei lavoratori significa poco, o niente. L’Europa è grande promotrice di iniziative di sviluppo, ma in Sardegna ci proibisce addirittura, pena costose sanzioni, di tenere in vita attività che senza sussidi e incentivi chiudono. Allora i vescovi sardi dicono cose altrettanto senza senso quanto i patriottismi e gli psicologismi di Romiti. La Sardegna perde le fabbriche perché non avrebbe dovuto averle. Nessuna legge vuole che tutte le plaghe del pianeta divengano e restino manufatturiere.

Non parliamo poi di Taranto. Lì le maestranze ILVA non si contentano degli assegni di sopravvivenza (che non dovranno mancare, e non mancheranno). Vogliono le buste paga e i tumori (tumori anche per quanti non ricevono buste paga). Anche chi preferisca la dottrina sociale della Chiesa agli stanchi furori del sinistrismo dovrà deplorare che i vescovi si schierino con le maestranze per le buste paga d’abord. I vescovi dovrebbero depennare questa solidarietà, in quanto sbagliata. Gioverebbero di più ai lavoratori se li aiutassero a capire la convenienza, non solo spirituale, di cambiare valori e obiettivi: di passare dal perseguimento del benessere simil-piccoloborghese all’umanismo della frugalità, dell’abbassare i bisogni (coll’infelicità che impongono); di rinunciare alle priorità dell’occupazione  e del reddito; di  accettare il ritorno alla vita semplice, organizzata da un nuovo e libero collettivismo solidale. Infatti occorrerà inventare i modi per vivere bene col poco. Al limite, con nessun lavoro retribuito e col solo assegno di sussistenza modesta, da garantire a tutte le famiglie.

Se verrà il Secondo Boom di Cesare Romiti, tanto di guadagnato? Forse che sì, forse che no. Il miracolo di mezzo secolo fa ci ha fatti addicted  a un edonismo frustrante che non tornerà. In ogni caso non tornerà presto.

A.M.C.

METEORA FRAGA IRIBARNE – LA SFIDA CHE NON RACCOLSE

L’uomo che negli anni Sessanta doveva diventare lo statista spagnolo intellettualmente più dotato tra tutti, nacque in Galizia nel 1922, nipote di un carpentiere e di un muratore. Come molte altre famiglie della Spagna che si affaccia sull’Atlantico, anche quella di Manuel Fraga senior poté o dové ‘hacer las Americas’: trasferirsi, in questo caso a Cuba, e dopo qualche anno rimpatriare come ‘indiana’, con risparmi di qualche entità. La mamma Maria Iribarne Debuix era nata in Francia.

Il Nostro, di nome Manuel come il padre, fu uno scolaro prodigio, con una memoria strabiliante, sin dagli anni del ‘parvulario’ (asilo d’infanzia). Poco dopo la laurea in legge fece e vinse i quattro concorsi più difficili di tutti: magistratura, diplomazia, uffici delle Cortes, abilitazione alla cattedra universitaria.

Divenne ordinario a Valencia a 26 anni.

Un giovane così non poteva non attirare l’attenzione di Francisco Franco: nel 1962 lo fece ministro. Quando tre anni dopo Fraga Iribarne portò in Consiglio dei Ministri la sua Ley de Prensa, che sopprimeva la censura e liberalizzava la stampa, alcuni ministri recalcitrarono. Tagliò corto il Caudillo: “Si los gobiernos débiles de principio de siglo pudieron gobernar con amplia libertad de prensa, es poco probable que un Estado fuerte y lleno de recursos (mezzi) como el de ahora, no pueda gobernar con una libertad de prensa regular”. L’aver aiutato Franco a ragionare così fu il capolavoro di Fraga Iribarne. Un’altra opera grossa fu il boom turistico, cioè l’apertura delle frontiere. Il lancio del settore turistico “abriò la mente de un pueblo que, segùn decìa el filosofo José Ortega y Gasset, se encontraba ‘tibetanizado’. Fraga descubriò en el turismo el petròleo de la economia espagnola“.

Un ventennio dopo Fraga fece la puntata sbagliata del liberalismo conservatore alla Cànovas del Castillo e alla Antonio Maura, quest’ultimo l’importante Premier che, prima d’essere messo fuori gioco dalla Dictadura di Primo de Rivera, aveva tentato di riformare dall’alto il decrepito liberalismo dei notabili. Fraga, dicevamo, si suicidò politicamente con la sua scelta. Tuttavia non mise mai la fede nel mercato al di sopra della consapevolezza: “Fracasado y en trance de desapariciòn el socialismo de Estado, quiero recordar en todo caso que el sistema superviviente, el capitalismo liberal, dista mucho de ser un modelo que no admita discusiòn ni perfeccionamientos; y a la vista tenemos las dificultades que tiene para hacer frente a los ciclos econòmicos; para dar a la poblaciòn, y in particular a la juventud, un nivel razonable de empleo; para ofrecer un sistema mundial aceptable de vida para muchos miles de millones de seres humanos. Aparte de que no es menos cierto que tampoco existe un modelo ùnico de capitalismo liberal. Contra lo que creìa Adam Smith, el mero interés de los agentes econòmicos no crea por sì solo, por el efecto automàtico del mercado, una ética natural de la sociedad“.

Abel Matutes Juan, che a Madrid è stato ministro degli Esteri, ebbe a osservare: “Se qualcosa si può dire con certezza di questo spagnolo, di questo basco-francese, di questo europeo che si chiama Fraga, è che il suo sguardo acuto ha visto arrivare il futuro. “Hay una vieja creencia popular segùn la cual, como anuncio de una crisis, aparece un cometa en el firmamiento. Fraga es uno de esos cometas. Nadie ha anticipado tan exactamente todos los detalles de la crisis que se cierne sobre nuestra cultura“. Nelle parole di Alberto Ruiz-Gallardon, presidente della Comunidad de Madrid, “el Profesor y el politico Fraga es una de las personalidades cuya aportaciones a nuestra realidad contemporànea se incluyen (entrano) en el ambito del pensamiento europeo del nuestro siglo“.

A chi gli proponeva di compiere o scrivere una grande opera come testimonianza del suo passaggio nella storia della Spagna, Fraga dette una risposta abile: “No, non deseo obras grandes y solemnes; quiero dejar (lasciare) mucha obras pequegnas y ùtiles para un pueblo pobre“. Abile perché, storicizzando, aggirava la difficoltà di giustificare la propria rinuncia -egli uomo di visione, e anche profeta- ad avventurarsi nella più avanzata delle esplorazioni, la totale trasformazione della democrazia. Invece di avventurarsi nel futuro, egli credette di dovere rilanciare il passato: il liberalismo conservatore.

Antonio Massimo Calderazzi

MARIO MONTI COME LUIGI FACTA

Nel passato lontano la letteratura e l’iconografia tedesche amavano l’allegoria della Narrenschiff, la nave dei dementi: nocchieri, marinai e passeggeri senza il bene della ragione. E che altro è, se non Narrenschiff,  la vicenda politica italiana vent’anni dopo la fine della Terzultima Repubblica? Le nostre istituzioni, i nostri costumi civili stanno per essere denunciati dall’Onu come canaglieschi e immondi; molte fabbriche vanno chiudendo; l’area della povertà estrema, che non ha di che pagare la bolletta della luce, si allarga rapidamente; si riducono le pensioni di guerra e gli assegni di accompagnamento ai ciechi e agli storpi, ma non le spese militari e quelle delinquenziali; e su che si arrovellano i pensatori del regime? Primarie, furbizie elettorali, passi indietro o di lato di Tizio o di Caio, faide  giostre e tornei nei partiti.

Nella Nave dei Dementi, disalberata e senza timone, nessuno è consapevole del naufragio che verrà. Nelle anticamere e nei WC del potere si cavilla sui teoremi dei costituzionalisti, quando diventa sempre meno implausibile che la Costituzione venga cestinata, le sue istituzioni abbattute, i bonzi gli accoliti e gli inservienti del Tempio demoplutodemocratico mandati a spietrare i monti. Ormai si è accertato che il sacrosanto golpe che depose un Premier da pochade è stato un  respiratore d’ossigeno per un malato terminale; che Mario Monti è un Luigi Facta, non un Giolitti di prima della Grande Guerra, quando innovava; che mai i partiti usurpatori e ladri smetteranno di saccheggiare e  insozzare; che le prove future dell’economia e della socialità saranno troppo ardue per gli attuali gruppi dirigenti; e che non esistono gruppi migliori. Ormai dimostratosi tutto questo, l’imperativo è  concepire l’alternativa assoluta e la svolta di civiltà. Invece si attende la salvezza dai fondi salvaStati, dalla crescita dei fatturati, da nuove pensate dei vecchi marpioni, dalle conversioni e pentimenti dei pregiudicati di Montecitorio e di venti paraparlamenti, dalle virtù terapeutiche dell’astensione dal voto e del sorgere di altri partiti; dallo spontaneo prosciugamento del pus civile.

E’ sicuro che non ci saranno né svolte né redenzioni. Nella migliore delle ipotesi lo spread si contrarrà; ingrossando il debito pubblico si salveranno a breve un tot di salari, consulenze e tangenti; si comprerà l’acquiescenza dei sindacati; si scongiurerà il sangue nelle strade; si riprenderà come prima sotto nuova gestione: dei figli e nipoti dei Proci. Nella migliore delle ipotesi.

Ci aspettano tempi nuovi ed aspri: tempi senza crescita, tempi di solidarietà obbligatoria, senza ripresa, senza liberismo e divinizzazione dell’impresa, senza diritti acquisiti, senza conquiste irreversibili del lavoro, con meno certezze della proprietà e della libertà egoista. Ci aspetta la disciplina egualitaria di un’economia di guerra. Si annuncia una qualche forma di Kibbutzsozialismus, giovanile e libero ma senza trasgressioni. Saranno tempi rivoluzionari senza le rivoluzioni tradizionali. Tutto ciò non sarà compatibile con ciò che abbiamo: una destra e una sinistra entrambe addicted al mercato, al Catasto, ai codici, ai capoversi di una Costituzione perniciosa; un centinaio tra partiti, correnti, lobbies, cosche e altri grumi di potere. Risultato, l’immobilismo.

Il contrario di tutto ciò non sarà né il potere vero alle sinistre (buone a niente, perché insincere: la gente non si fida) né la sollevazione popolare. Sarà un Decisore di ferro, che rovesci tutti i tavoli, chiuda i consessi, sciolga le bande, compia opere di salvezza e di giustizia. Sarà un Decisore amico dei poveri, come non pochi furono, chi più chi meno, nel passato: Miguel Primo de Rivera, Kemal Ataturk, Nasser, Castro. L’opera finale del Decisore sarà di restituire il potere, come liberamente fece Primo de Rivera. Consegnarlo alla democrazia diretta selettiva, un po’ ateniese un po’ elvetica, che avrà urne solo per referendum veramente sovrani e vari gradi di sorteggio per reclutare tra i qualificati -i portatori di meriti oggettivabili- i deliberatori e i reggitori della Nuova Polis. Mai più politici di professione. Lo Stivale, che fu abitato da un popolo dotato, ha diritto al non plus ultra dei ribaltamenti di sistema.

l’Ussita 

DIEGO MARINARO: C’E’ ANCORA VITA NELLA CONTRADA MEFITICA CHE CHIAMAVAMO PATRIA

Lo sapete tutti, ‘assillo’ è il nome in disuso di un insetto dei Dìtteri, chiamato anche tafano e in altri modi, che perseguita di morsi cavalli, bovini e altri quadrupedi. Dove trovano acque, i tormentati vi si cacciano dentro per trovare sollievo annegando gli assilli. Così io. Nel guardare 4-5 minuti un giorno sì e due no un telegiornale vengo punito dalle implacabili facce e natiche degli indignitari dìtteri della nostra politica, bersani santanché cicchitto gasparri e peggio, cominciando dal vendolo di Terlizzi. Non mi fanno ancora impazzire per la rabbia, però quasi sempre rimpiango di non essere cavallo o bue nelle vicinanze d’una pozzanghera. L’afflizione dei tafani di monteCitorio monteSenato eccetera!

Ma un sabato mattina mi propongono di pedalare un quarto d’ora nella palestra della media Cavalieri a Milano, su una biciclettina fissa collegata a un generatore-misuratore: se con tante biciclettine la nostra scuola saprà produrre più kilowatt delle scuole avversarie di Milano, vincerà un chimerico premio ‘Energiadi’ che farà tanto bene alle attività scolastiche non contemplate dalla Legge di stabilità. Sul premio non fa affidamento nessuno, genitori, nonni, scolari e insegnanti. Però vado lo stesso alla palestra e che trovo? Un piccolo popolo di scolari genitori nonni e congeniali che pedalano alacri, con un’immedesimazione e una gioia che brillano negli occhi e gonfiano i tricipiti. Nessuno spera nel premio (andrebbe alla cassa), tutti si consentono l’euforia di sapersi insieme, in buona salute e in  ancor migliore coscienza. Prevalgono gli ingegneri tardoquarantenni rimasti ragazzini, le medichesse solidali, altri del ceto sotto-medio idealista. Non ci sarà il premio, resterà il piacere dell’happening very low cost, più quello di andare all’opposto del consumismo delle griffes. Che ti fa la più umile delle risorgenze dello Spirito!

Pedalo un po’ anch’io che mai mi sono curato di atletica leggera, di gare nemmeno a parlarne, alla larga dei giochi che vogliono impegno, quando mai noi trappisti abbiamo fatto palestra? L’agonismo per beneficenza sì, però è più interessante osservare le facce dei pedalatori-a-fin-di-bene. Ebbene mi sorprendo contagiato dalla felicità delle biciclettine.  C’è più sentimento di quel che immaginavo in questa fetta di mondo che un tempo, prima che si identificasse nella Trimurti moda-calcio-alti consumi, chiamavo patria. Nella palestra dei Buoni Sentimenti vedo adunate un’ottantina di brave persone, più spiantate che agiate però consapevoli degli studi fatti, perciò degli obblighi che ad altri non competono.  Si appagano di fare insieme una cosa che per milioni di Santanché è senza costrutto, ma vivono in una terra infestata di tafani e vogliono salvarla.

Dunque lo Stivale non è abitato solo da cani libidinosi e smaniosi di addentare. Le brutture prevalgono -l’Italian style, i giovanotti zootecnici che giocano alla guerriglia urbana, gli intellettuali suonati che predicano la rivolta dal Sessantotto (quando nella soddisfazione generale il capitalismo cominciò a stravincere), i banchieri berlusconiani, le vecchie ereditiere e le vedove allegre che per rafforzare la proprietà finanziano ‘il manifesto’- ma una minoranza elitaria resiste, fa il volontariato (così apparentandosi agli Dei)  e in più produce kilowatt benefici. Juvat vivere esclamò Ulrich von Hutten cavaliere e poeta, al constatare che la ribellione protestante riscattava la cristianità dall’abiezione del papato fornicatore nepotista posseduto dal demonio. Juvat vivere annunciano a modo loro le felpe e i pedali civici della palestra Cavalieri.

Che poi, rintanatomi in casa, mi succede di ascoltare il sindaco di Capànnoli (Pi) annunciare a Radio 24: “Abbiamo preso a caso 80 cittadini sui 40 mila iscritti all’anagrafe, esclusi tutti i politici e tutti i professionals delle cose civiche, e gli abbiamo proposto di decidere loro come spendere 400 mila euro del bilancio comunale. Unanimi hanno deciso di spenderli per le scuole: compresa la tinteggiatura di pareti col lavoro volontario di genitori nonni e simpatizzanti. L’anno prossimo faremo 500 mila euro”.  C’è più amor di patria, c’è più onore a Capànnoli che in tutte le allocuzioni del Partitocrate in Chief nel settennato celebratorio dell’unità.

Diego Marinaro

I ‘VESPRI SICILIANI DUE’ ESIGONO UN ALTRO 25 LUGLIO 1943

Gli opinionisti importanti hanno smesso di disprezzare l’antipolitica. Ne sono costernati. Anticipano che la coprorepubblica andrà dove addita la Sicilia. Non dicono ancora abbastanza apertamente che, se i Vespri Siciliani del 1282 massacrarono gli occupatori francesi, scacciarono quelli che non scannarono e dettero l’isola a Pietro III d’Aragona, i Vespri del 2012 hanno avviato il crollo del sistema finora tenuto in piedi dagli ukase omertosi della Corte costituzionale. Come vedremo a parte -v. in questo Internauta “Almeno la rivoluzione menscevica di Michele Ainis”- l’unico autentico difensore del regime è un demolitore, Ainis.

Al grido da Vespri “Non resta che la rivoluzione”, Ainis propone di consegnare una delle Camere a cittadini “scelti a caso dal sorteggio”. Lo chiamiamo l’unico difensore del regime in quanto, se il 9 giugno 1940 una congiura avesse abbattuto Mussolini e scongiurato l’intervento in guerra, oggi il potere fascista festeggerebbe i 90 anni, e i tromboni della democrazia, da Scalfari in giù, avrebbero fatto carriere tutte fasciste. Anche perché il Regime degli orbaci neri avrebbe operato aperture qua e là, alla Caudillo e alla Fraga Iribarne. Ainis salva sul serio la Casta ingiungendole di mollare metà del Parlamento e di accettare in parte il sorteggio al posto delle elezioni, spogliatrici della sovranità popolare.

A valle dei casi di Sicilia gli editoriali d’allarme e i commenti luttuosi sono centinaia. Dicono che il crollo della partecipazione al voto è una sciagura, però arrivano a suggerire che la gente non voti alle politiche, perché non voti per Grillo. Danno per certo nel 2013 il 20% alle 5 Stelle, con conseguenti ingovernabilità e default. Un opinionista perfido ha aggiunto al 53% di astenuti un 7%, più o meno, tra schede messe nelle urne, però bianche o nulle (queste ultime, in genere, lardellate di maledizioni e oscenità all’indirizzo dei bonzi della democrazia); sicché i nemici dichiarati del sistema raggiungono in Trinacria il 60%. Ma allora, diciamo noi, andrebbe contabilizzato il mare di elettori che hanno sì votato, ma turandosi il naso, trattenendo il vomito e in più odiando i padroni da cui non hanno il coraggio o il senno di affrancarsi. Risulterà così una percentuale di fautori della partitocrazia non molto lontana da quel 4-5% che rilevazioni di alcuni mesi fa accreditavano alla classe  politica.

Non facciamoci accecare dall’ottimismo. L’Al Capone collettivo che delinque dal potere non è ancora finito a Sing Sing. I nostri parlamentari hanno ancora il vitalizio dopo un solo mandato. Quelli con venti e trenta anni di carica sono altrettanti Cresi del denaro scroccato o rubato. C’è ancora, eccome, il pericolo che mettano uno di loro al Quirinale. Non illudiamoci che siano le urne a liberarci. Per ora non ci rimane che leggere con finta compunzione gli opinionisti che difendono l’ordine costituito (però si preparano a inneggiare all’eversione).

“Il senso perduto dell’emergenza” si intitola l’editoriale di P.L.Battista (Corriere 31 ottobre). Deplora: “I partiti non hanno capito che un astensionismo rivendicato così esteso è un segnale di rivolta. Che siamo prossimi al ripudio globale. Che manca pochissimo per raggiungere il livello più basso della credibilità dell’intero sistema dei partiti (…) Essi stanno diventando la fabbrica del qualunquismo nazionale, di un disprezzo tanto globale. In Sicilia si è rotto un tabù. Finora l’astensionismo è stato visto come disaffezione contenuta. Ma in Sicilia la disaffezione ha voluto parlare. L’ultima chiamata: ecco il messaggio siciliano”.

Elenco dei trapianti d’organi che Battista prescrive per allontanare la fine: ‘ridurre al minimo i finanziamenti ai partiti; ridimensionare le Province; calmierare le spese delle regioni; fare una legge elettorale decente’. Abbiamo così la prova che anche Battista, alla testa dei Giornalisti-per-il-Vecchio, ha perso il senso dell’emergenza. Il suo cataplasma è tardivo, e forse non ci sarà. La ‘legge elettorale decente’ varrà meno di zero per fermare il banchetto dei Proci. Il peggio non sarà scongiurato. La situazione resterà quella della vigilia dello sbarco nemico in Sicilia. Michele Ainis, solo ipovedente in una terra di ciechi, addita la salvezza in una prima rottura vera, in un ripudio della Costituzione-manomorta: “Non resta che la rivoluzione”.

Il Colle e i Monti potranno sforzarsi di accontentare alquanto P.L.Battista (non Ainis) ma nulla più, e falliranno. Per salvare la ‘loro’ repubblica dovrebbero almeno trovare il coraggio cui si costrinsero re Vittorio e Badoglio il 25 luglio 1943: correndo rischi, arrestarono Mussolini. I Due che gestiscono a Roma dovrebbero arrestare i capi e vicecapi della Nomenclatura; salvare a sorteggio 200 parlamentari e deporre tutti gli altri. Dovrebbero affamare le Istituzioni fermando ogni pagamento a loro favore. Per prudenza dovrebbero allertare i corpi militari più efficienti. In ogni caso dovrebbero agire nella certezza che il Paese esulterebbe, che i gerarchi spodestati si accoderebbero. Andò così il 26 luglio 1943: sollievo, tripudio generale. Non un ‘moschettiere del Duce’ osò qualcosa. Non un uomo di ‘Repubblica’ protesterebbe. Forse Santoro & Lerner fuggirebbero; forse no.

A.M.C.

ALMENO LA RIVOLUZIONE MENSCEVICA DI AINIS

Michele Ainis, unico monocolo in terra di ciechi, preferisce chiamare la sua sacrosanta rivoluzione “pacifica, ordinata ma senza dispense e indulgenze”; e bravo. Ma rivoluzione deve essere, come si può leggere in questo Internauta nel pezzo “I Vespri Siciliani Due esigono un altro 25 luglio 1943“. Il Palazzo dovrebbe ringraziare faccia a terra questo professore che, al contrario del resto della confraternita accademica, ardisce pensare futuro, lascia perdere manuali e dispense di diritto, irride senza dirlo alla Manomorta che impone il Regolamento della peggiore delle repubbliche.

Il libro più recente di Ainis, Privilegium, investe frontalmente le lobbies e le corporazioni che avviluppano il Paese (“il potere delle corporazioni blocca ogni riforma”) e lo condannano tanto quanto la Costituzione di De Gasperi, Togliatti e Nenni. Ma l’urto scardinatore del pensiero del Nostro  è altrove, è nella proposta di togliere ai politici metà del Parlamento, quella che usurpa il nome insigne di Senato, e di consegnarla a cittadini da scegliere col sorteggio: ossia col principale degli istituti della democrazia diretta. Enuncia Ainis, che insegna diritto costituzionale a Roma III: “Serve una sede di rappresentanza degli esclusi -i giovani, le donne, i disoccupati”. Poiché pensare solo ai giovani etc. è riduttivo, Ainis aggiunge: “In fondo siamo tutti esclusi da questo parlamento. La sede di questa rappresentanza ‘rivoluzionaria’ può essere il Senato, trasformato in una ‘Camera dei cittadini’ designata per sorteggio, in modo da riflettere il profilo socio-demografico del Paese”. Domanda retorica: “Un’idea bislacca?” Mica Tanto. La risposta  ‘Mica tanto’ magari non è del professore, ma di G.A.Stella, autore della vasta presentazione dedicata dal ‘Corriere’ il 31 ottobre a “Privilegium”.

“Non resta che la rivoluzione” è il giudizio complessivo, o la premessa, di Ainis. Propone altri aspetti di innovazione spinta: “Primo: va segato il ramo su cui stanno inchiodati i professionisti del potere: due mandati e via. Secondo: va rafforzato il referendum abrogativo coll’abolizione del quorum. Terzo: va introdotto l’istituto del recall  per revocare innanzitempo gli eletti immeritevoli, come accade da un secolo in California, in altri 18 Stati dell’Unione, in Canada, Giappone, Svizzera e vari paesi sudamericani”. Quanto alla ben più dirompente proposta della Camera dei Sorteggiati, Ainis argomenta: “Era affidata anche ai sorteggi, come formula per arginare prepotenze e pressioni, la stessa composizione del Maggior Consiglio della repubblica di Venezia. E Aristotele diceva che l’elezione è tipica delle aristocrazie, il sorteggio delle democrazie”. G.A.Stella così conclude circa le tesi del Nostro: “Una forzatura, forse. Ma è (forse) più democratica l’elezione di un capobastone delle tessere o l’inserimento nel ‘listino’ di soubrette, mogliettine o condannati?”.

No che non sono più democratici, of course. Dopo sessantasette anni di partitocrazia abbiamo la certezza assoluta: nulla del nostro sistema è democratico, nel senso di voluto dal popolo e di giovevole al popolo. Tutto accade a favore dell’oligarchia. Nella nostra malarepubblica nessuno studioso ha mai avanzato una proposta dell’incisività di questa di Ainis: dimezzare il potere legislativo dei Proci e fare senatori dei cittadini estratti a sorte. Noi proponiamo cose diverse, più temerarie (v. BLUEPRINT in Internauta di ottobre) in termini di democrazia diretta (è la sola democrazia; abbiamo capito una volta per tutte quanto usurpatori e ladri sono gli eletti). Tuttavia ci inchiniamo di fronte all’estro innovativo di un ordinario di diritto delle istituzioni che non fa come i suoi colleghi: il più disinteressato dei quali evita come lebbra tutto quanto può ridurre le possibilità d’essere fatto giudice strapagato di quella Corte che fa la guardia alla Costituzione; come se quest’ultima fosse un Corano, oppure un bene di manomorta, qualcosa di imprigionato dalla rigidità del cadavere, invece che un testo pessimo da riscrivere in tutto.

Michele Ainis dovrebbe allungare il tiro, spingere più avanti la sua creatività. così insolita tra i giuristi che arano il campo della politica. E dovrebbe prefigurare quale successione di eventi potrà portare all’eversione della feudalità, anzi fecalità, oligarchica; quali Dei benigni permetteranno che sorga la Camera dei Sorteggiati. In teoria la svolta Ainis- il passaggio alla mezzadria tra Proci e cittadini- dovrebbe essere molto più facile, in quanto meno sovvertitrice, della svolta Blueprint (di cui al citato Internauta di ottobre). Io estensore di Blueprint non so immaginare altro che il colpo di Stato compiuto improvvisamente da un militare ardito, di ispirazione giustizialista cioè più amico del popolo dell’intero culturame di sinistra, buono a niente e insincero. Ma se Ainis saprà essere profeta di cose diverse e migliori, Blueprint si farà ainista entusiasta.

A.M.Calderazzi

UNO STATO BEN PIU’ FRATERNO, NON DATORE DI LAVORO FINTO

Un inviato di ‘Repubblica’, testata progressista però convinta conservatrice dell’esistente, ha descritto come epocale, o almeno illuminante, lo scritto di Luciano Gallino pubblicato da detto giornale il 2 novembre. Questo perché Gallino avanza la proposta che, nella crisi sempre più seria dell’occupazione, lo Stato si faccia ‘datore  di lavoro di ultima istanza’. Credevamo fosse un’idea molto antica, sperimentata dai faraoni e da Hammurabi re di Babilonia;  invece per ‘Repubblica’ è una svolta. Però risulta lunare che Gallino, un noto studioso, non proclami chiaro e forte che per diventare datore di lavoro per grandi masse, lo Stato potrà tassare solo i ricchi. Non riuscendovi dovrà rovesciare le scelte di spesa tradizionali, una delle quali è di avere troppi dipendenti, parte dei quali vestiti d’uniforme. Per pagare non sussidi ma stipendi a tre milioni di disoccupati oggi, ‘x’ milioni di disoccupati domani o dopodomani, occorrerà innanzitutto sventrare le spese del prestigio, da quello diplomatico a quello istituzionale e cerimoniale. Occorrerà miniaturizzare il bilancio della difesa. Il Paese non ha alcun nemico serio da cui difendersi; e da un nemico non serio può ampiamente proteggersi con gli equipaggiamenti che ha, non quelli proibitivi di ultima e penultima generazione. Gli obblighi verso NATO e USA vanno semplicemente ripudiati, senza perdere il sonno al pensiero di una vendetta di Hillary o di Panetta; non ne avrebbero la capacità. E’ ora di liberarci delle ‘alleanze’, cioè dipendenze, contratte in un sessantennio da De Gasperi a Prodi e a D’Alema, da Nenni a Berlusconi e a Terzi di Santagata.

Un processo di Norimberga del futuro condannerà severamente Monti per non avere già abbandonato l’Afghanistan, per non avere ancora azzerato quasi tutte le missioni all’estero. La condanna norimberghese sarebbe più mite se gli imputati Monti e Napolitano si ravvedessero almeno in un’altra direzione: se chiudessero il Quirinale e le troppe residenze principesche, utili solo per fare colpo sui dignitari e consorti in visita dall’Africa nera e dalla Micronesia. Perché no, andrebbe cancellata ogni visita presidenziale qua e là; e quanto si risparmierebbe sulle scorte se ai funerali di Stato, a rappresentare la nazione affranta, si mandasse l’ultimo corazziere (gli altri tutti congedati), non vestito come nelle operette ma con una divisa da vigile urbano, o con un loden made in China. Vendendo il Quirinale ed altre ex regge, si avrebbe di che sussidiare legioni di disoccupati.

C’è  un punto più sostanziale. Sfamare i senza reddito è un obbligo ineludibile. Tutt’altra cosa, assai meno onorevole, sarebbe praticare respirazione artificiale a industrie moribonde, oppure crearne nuove. Quasi tutte le imprese moribonde sono tali perché non hanno mercato, per i costi che sostengono o per i prezzi che praticano. Se gestisse lo Stato, sarebbe persino peggio. Creare nuove industrie presupporrebbe nostre conquiste tecnologiche e prodotti talmente innovativi da suscitare una domanda ora insistente. In ogni caso l’ipotetica nuova domanda andrebbe protetta dalla concorrenza globale. Altrimenti, tempo pochi mesi, i competitori dei paesi emergenti o emersi toglierebbero compratori alle fabbriche testé risuscitate o create dallo Stato imprenditore di ultima istanza. Esso Stato dovrebbe dunque sbarrare le frontiere: a riuscirci. Cos’è allora la proposta fatta fare a Gallino da ‘Repubblica’ se non un gimmick da pochi soldi, una pensata un po’ così per darsi un contegno?

Tutt’altra cosa sarebbe, e lo Stato si farebbe datore di nuovo lavoro, se si trasformasse in una comunità socialisteggiante, in un kibbuz, in un convento istituzionalmente solidale ed egualitario, persino in un accampamento militare. E’ capace Luciano Gallino di suscitare questa trasformazione? Nessuno odierebbe la trasformazione stessa  più di ‘Repubblica’: si è arricchita puntando sull’odio generale per l’uguaglianza e per la parsimonia connaturata al collettivismo:  cioè puntando sul consumismo.

A.M.C.

SE NON COMBATTE LA CRESCITA LA NOSTRA CULTURA E’ INUTILE

Gian Arturo Ferrari ha invocato un futuro “diverso dalla crescita senza fine” con un articolo che ‘Corriere della Sera’ (18 0ttobre ’12) ha intitolato “La crisi è il momento della verità: la nostra cultura serve a qualcosa?”. Ecco i paragrafi salienti:

“Forse questa non è una crisi, è qualcosa di molto diverso, di molto più profondo. Forse quel che abbiamo di fronte è la fine di un ciclo, di un’epoca. Il mondo che tramonta, sotto la cui legge -la crescita ininterrotta- siamo tutti vissuti, era iniziato attorno alla metà del secolo scorso, quando nel lampo calcinante di Hiroshima e nei fumi di Auschwitz si era consumato il mondo precedente. Era stato quello un mondo incomparabilmente più povero del nostro, violento nella sua essenza, crudele. Un piccolo mondo atroce. Ma nello stesso tempo (e forse non senza un nesso) una delle più alte vette di genio, di invenzione, di bellezza della storia umana, come il V secolo ateniese o il Rinascimento italiano. Il sublime nel sangue dei massacri.

Sulle sue rovine è nato il nostro mondo, quello che abbiamo sin qui conosciuto, dominato dal ribrezzo per la guerra; dall’abbandono delle ardue vette del pensiero per le più agevoli pianure della tecnologia; e soprattutto dalla risoluta volontà di stare meglio, dunque dalla fame di benessere, di prosperità, di ricchezza. Una fame esaudita, quasi miracolosamente e al di là di ogni più rosea aspettativa, aprendo così il periodo più felice, almeno sotto il profilo economico, dell’intiera storia umana. E generando la falsa idea, cioè l’ideologia, che la crescita ci sarebbe sempre stata, sempre maggiore e sempre più accelerata, altro che limiti allo sviluppo! Poi qualcosa si è inceppato e nessuno ci ha mai saputo spiegare bene che cosa.

L’ultimo rifugio è il pensiero che la fine è stata annunciata tante altre volte, ma poi non è successo niente. Nel 1973 con la crisi energetica dopo la guerra del Kippur. Nel 1989, con la caduta del Muro, quando venne proclamata la fine non solo del comunismo, ma addirittura della storia. Nel 2001, quando, dopo le Torri, fu autorevolmente detto che finiva il mondo degli stati sovrani. Di tutte queste catastrofi non abbiamo particolarmente sofferto. Ma questa volta non sarà così facile uscirne. Questo è il momento della verità, il momento di vedere se tutta la nostra cultura, in particolare quella economica, serve a qualcosa, se riesce cioè a spiegare, senza drammi ma anche senza pie menzogne, quel che sta succedendo. Ed è anche il momento di sapere se avremo la forza di pensare e di creare un nuovo futuro, diverso dalla crescita senza fine in cui ci siamo illusoriamente cullati”.

LEGALIZZARE DROGHE LEGGERE E PROSTITUZIONE!

Stiamo attraversando la peggior crisi economica degli ultimi decenni. Il governo tecnico sta esplorando molte vie per tagliare le spese e aumentare le entrate. Non che fino ad ora abbia brillato per fantasia (molte tasse e troppi tagli lineari), ma quantomeno lo ha fatto per onestà e determinazione. Due provvedimenti non sono stati tuttavia nemmeno presi in considerazione: la legalizzazione delle droghe leggere e della prostituzione.

A favore della prima si possono avanzare motivazioni quali la riduzione del danno, la lotta alla criminalità organizzata, la tutela della sicurezza, i maggiori introiti per lo Stato e, più banalmente, il buon senso. A favore della seconda, prima ancora di una qualsiasi motivazione economica, c’è una questione etica. Non si possono chiudere gli occhi a fronte delle migliaia di prostitute ridotte in schiavitù, sfruttate, magari minorenni. Non si può soprassedere sul mancato uso del preservativo. In più, ovviamente, non si può lasciare anche questa fonte di guadagno in mano alle organizzazioni criminali.

Sono temi per cui non possono valere soluzioni improvvisate. Si avvii una fase di studio delle varie esperienze internazionali in questi campi e si elaborino delle proposte dettagliate. In tema di prostituzione sono molti gli esempi da cui si può partire: Inghilterra, Germania, Spagna, Olanda. Con un sistema adeguatamente bilanciato si potrebbero impedire centinaia di migliaia di casi di violenza, sfruttamento e possibile pericolo sanitario, ottenendo in compenso l’emersione di un’economia che finora ha solamente riempito le casse della malavita.

Quanto alle droghe leggere la questione è più complessa. Il rischio di diventare una specie di Disneyland per cannaioli – stile “centro di Amsterdam” – non può essere sottovalutato. Si potrebbe scegliere se limitare la vendita agli stranieri solo in alcune aree determinate – e ottenere comunque i benefici economici diretti e dell’indotto – o se vietarla del tutto consentendo solo ai residenti l’acquisto. Ovvio che poi, in un modo o nell’altro, anche uno straniero potrebbe trovare il modo di procurarsi un po’ di marijuana chiedendo a qualche residente un favore. Così come è ovvio che un minore potrebbe aggirare un eventuale divieto chiedendo all’amico più vecchio. Sono conseguenze inevitabili, anche se contenibili, della legalizzazione. Ma se accettiamo il rischio per il tabacco – che dà più dipendenza – e per l’alcol – che fa molti più danni – non si vede perché farne una tragedia in fatto di droghe leggere.

Dall’alba dei tempi le droghe (incluso l’alcol) hanno fatto parte dell’esperienza umana e sociale. La demonizzazione non aiuta nessuno. Un recente rapporto dell’Onu ha certificato che mezzo secolo di politiche repressive hanno fallito, hanno sperperato milioni di dollari senza ottenere alcun risultato utile, anzi, il consumo è cresciuto notevolmente. E’ il momento di un approccio più realistico. E se a tanto buon senso sulle linee generali si aggiungesse un minimo di realismo in fatto di economia, certo il Paese ringrazierebbe.

Tommaso Canetta

NOVEMBRE 2012

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Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa. In INTERNAUTA, le linee politiche convivono.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

 

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, a una selezione dell’elettorato attivo. Sarà anche possibile la sovranità di ristretti corpi di supercittadini, sempre selezionati, sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


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Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

COME CHIAMEREMO IL NEOCOLLETTIVISMO CHE DOVREMO DARCI

Morto nel disonore il comunismo, e assodata al di là di ogni dubbio l’irrilevanza delle varie famiglie del sinistrismo gauchiste, resta che l’avvenire è di una variante migliore del collettivismo. Dovrà essere opposta a quelle leninista e maoista, dovrà ispirarsi all’egualitarismo fraterno del convento, della gilda o del kibbuz. Senza la svolta neocollettivista non è concepibile alcuna delle bonifiche e delle opere di giustizia che la società attende, in Occidente come nell’Islam e altrove: ridurre a poca cosa i divari tra i redditi e le condizioni, cioè cancellare i miserabili come i veri e propri ricchi; attaccare i privilegi della proprietà, l’idolatria della crescita, la divinizzazione dell’impresa; azzerare gli abusi dell’alto mandarinato (manager pubblici e privati, top burocrati, generali) e delle professioni indecenti (politici, sindacalisti scervellati, campioni sportivi, stilisti di moda e simili). Solo la disciplina, e anche la coercizione, di un neocollettivismo ancora da progettare realizzeranno le bonifiche e le opere di giustizia. Non farà le une e le altre la sinistra convenzionale a ‘la Repubblica’: è insincera e buona a niente.

Il problema è non solo configurare questo neocollettivismo del futuro, ma anche come chiamarlo. La categoria di comunismo è definitivamente fuori gioco. Il comunismo realizzato  e quello fantasticato dagli ultimi mohicani (intellettuali con arteriosclerosi, cineasti male aggiornati, energumeni antagonisti, etc.) darebbero la certezza assoluta che mai la giustizia trionferà (e mai si spegnerà l’odio dei popoli che provarono lo stalinismo). La parola ‘socialismo’ è usurata all’estremo e in più, specialmente in Italia, Spagna e persino Francia, è sconcia. Per poterla pronunciare a tavola o in presenza dei bambini essa va accompagnata da un altro termine, p.es. socialismo del kibbuz o del convento, guild-socialism e simili.

Al suo inizio ‘Internauta’ richiamò gli apporti di Rodolfo Mondolfo al concetto di socialismo non leninista, cioè umanistico, e quelli di Ramiro de Maeztu al Guild Socialism (sorto in Gran Bretagna quale alternativa al fabianesimo; quest’ultimo si evolse nel Labour, presto ministeriale, liberista e satellite degli USA).  Qui, un anno dopo, segnaliamo con rispetto il ‘socialismo humanista’ di Fernando De los Rìos. Egli fu personaggio storico parecchio più di Rodolfo Mondolfo, che anch’egli voleva il socialismo, anzi il comunismo, libero e amico dell’uomo. Luogotenente di Pablo Iglesias  (fondatore nel 1879 del movimento socialista spagnolo,  incarcerato otto volte, Iglesias fu socialista di una razza opposta a quella dei Craxi, Felipe Gonzales, Blair, Schroeder, Zapatero), De los Rìos fu cofondatore e ministro importante della Repubblica del 1931. Durante la Guerra civile operò quale ambasciatore a Parigi e a Washington a favore della causa repubblicana. Cattedratico di filosofia politica in vari atenei, anche americani, resse brevemente quale rettore l’università di Madrid. Con Juliàn Besteiro, fu il maggiore esponente della tendenza riformista nel partito socialista e nel governo repubblicano. Nel suo nome si riassume il ‘Socialismo Humanista’.

Come vent’anni fa scriveva Elias Diaz, cattedratico a Madrid, “nulla fu più distante dal pensiero ‘humanista’ di De los Rìos dell’economicismo e del meccanicismo derivati dalle interpretazioni positiviste del marxismo”. Rifiutava di prendere la lotta di classe -quale era  nel suo tempo, violenta e persino armata- come valore e centro dell’etica socialista. E mai ammise una proprietà sociale/statale senza libertà. Lo spirito e l’esempio di De los Rios siano, anche sul piano teorico, un modello per l’oggi”.

“El humanismo -puntualizzava il professore Elìas Diaz, se vincula a una doble participaciòn: en las decisiones y en los resultados (…) Junta al Renacimiento, y sin confusiòn con el, la Reforma religiosa del cristianismo serà otra fuente inspiradora del humanismo di De los Rìos. En alguna ocasiòn se autoconfesò ‘cristiano erasmista’ (…) Pero Fernando De los Rìos se declara, sin mas, ‘no marxista’: no acepta, en principio, a Marx, por considerarlo (via Kautsky)  positivista”.  Da ministro della Repubblica come da teorico accademico, De los Rìos avversò il massimalismo della sinistra socialista (poi passata al comunismo) e invece caldeggiò la collaborazione con le forze centriste. Mai rinunciò alla coerenza socialista: “Capitalismo e umanismo sono antitetici”.

Ecco dunque una possibilità in più per chi voglia dare un nome al corso neocollettivista che l’avvenire ci promette, e che le malazioni passate e presenti ci vietano di chiamare socialista. Alle opzioni “kibbuzsocialismo”, “guild socialism” e “socialismo del convento” si aggiunge -nel nome di Rodolfo Mondolfo e di Fernando De los Rìos- “socialismo umanista” o “social-umanismo”.

A.M.C.

IL FUTURO ANNUNCIATO DA LATOUCHE E’ GIA’ COMINCIATO

Mai come nel giorno che FIAT ha confermato l’abbandono del programma Fabbrica Italia risulterà la piena verità della profezia di Serge Latouche sulla decrescita. Una predicazione, la sua, ben più saggia che quella di Pietro l’Eremita per far partire la Prima Crociata. Più le manifatture chiudono, di norma per non riaprire, e più le tesi del filosofo francese risultano fondate. La fine dello sviluppo non è intuizione di Latouche, ma sua è la genialità di descrivere ‘felice’ la decrescita. Sua è, in parte, la coerenza di additare la frugalità come la via della salvezza. Il Nostro mette persino a punto il concetto, promettente proprio perché estroso, di ‘abbondanza frugale’. Dimostra che occorre rifiutare il discorso dello ‘sviluppo sostenibile’. A prima vista, dice, l’espressione suona bene, ma è contraddittoria: in Occidente lo sviluppo è sempre meno realizzabile, ed è bene sia così; ma là dove sembra ancora vigere aggiunge disvalori e problemi.

A parte l’originalità di aggettivazioni che è solo di Latouche, le tesi di cui sopra sono state ripetutamente enunciate da alcuni di Internauta, tra  cui chi scrive: che ha piuttosto insistito sulla meno attraente formula ‘accettare il ritorno alla povertà’, povertà anche proposta come ‘vita semplice’, fatta delle millenarie ristrettezze delle maggioranze sociologiche del pianeta intero. Mettendo l’enfasi sulla impossibilità di prolungare lo sviluppo, il nostro discorso è meno ardito di quello di Latouche, che è l’indesiderabilità del benessere.

Quanto a me, mi concentro sullo sforzo di dimostrare A) l’eticità di chiudere le imprese che esistono per produrre perdite, dunque l’assurdità e l’immoralità -nelle circostanze d’oggi- di ogni tipo di salvataggio. B) Qualsiasi ‘politica industriale’, oggi che la globalizzazione vince (anche perché è una Dea di giustizia: meno siamo ricchi noi, meno sono miseri i paesi arretrati), significa solo sovratassare per sostenere produzioni che hanno perso il mercato, oppure lo perderanno a breve perchè sarà dei produttori d’oltremare. C) L’imperativo generale non è più difendere i redditi di lavoro, ma scoprire i modi per vivere senza lavoro. La collettività deve certamente prendere a suo carico la sopravvivenza basica delle famiglie, a un livello all’incirca pari alla metà del salario del lavoratore del livello inferiore; l’altra metà devono metterla le famiglie, cambiando modi di vita quanto basta. I ceti superiori dovranno perdere i patrimoni al di sopra della media generale, ma lo stile ‘sottoborghese’ di abitare e di consumare che i proletari avevano conquistato in Occidente non è più sostenibile. I modi per reinventare la vita a redditi dimezzati esistono: Latouche, non certamente ma probabilmente, ha ragione ad annunciare che la nuova vita sarà ‘felice’. Dovrà spiegarsi meglio, e probabilmente lo farà.

Il pensatore bretone coglie nel segno quando invoca di ‘far uscire dalla testa il martello economico’ e di ‘decolonizzare l’immaginario occidentale soggiogato dall’economicismo sviluppista’. Quando si scaglia contro il nostro ‘imperialismo culturale sul pianeta’. In fasi passate collocava il suo impegno in un campo ‘marxista non leninista’. Oggi appare trascurare la pregiudiziale marxista, utile quanto una lampadina fulminata. Orienta l’analisi e, più ancora l’inventiva, sul ‘pari de la décroissance’, su come ‘sortir de la société de consommation’. Imaginosamente intitola un libro ‘La planète des naufragés: essai sur l’après-développement’. Va sottolineata ancora l’efficacia delle formule: il doposviluppo, il pianeta dei nàufraghi, persino il brillante ossimoro dell’abbondanza frugale.

La logica di Latouche non ha bisogno di difese, e nemmeno di molte chiose. I governi europei professano fede nello sviluppo perché sono ‘postdemocrazie dominate dai media e dalla finanza’. Il liberismo sociale non ha senso. Il debito di paesi come l’Italia non sarà onorato. Il capitalismo così com’è rischia di finire, ‘a vantaggio di una forma di fascismo dei ceti alti’ (ma, chiediamo noi, perché no dei ceti bassi, alla José Antonio Primo de Rivera?). Meglio la bancarotta, e poi ripartire da zero.

A parte l’esorbitanza, forse, di quest’ultima tesi, l’ardimento del lavoro di Latouche è inoppugnabile. Dando per dimostrata l’ineluttabilità della decrescita, egli dovrebbe procedere oltre e descrivere  come ci organizzeremo nel concreto quotidiano per vivere senza lavoro. Vivere che sarà arduo, non impossibile.

Antonio Massimo Calderazzi

IL PAESE SARA’ GRATO A CHI ABBATTERA’ LE CLOACALI ISTITUZIONI DELLA PEGGIOCRAZIA

Per Giampaolo Pansa (“Se continua così spuntano i colonnelli, ‘Libero’ 23 settembre) le cose dello Stivale vanno così male che la prospettiva del Putsch militare si fa realistica. Pansa ha ragione. La via legale non promette più nulla. Un generale dei carabinieri paracadutisti, anche monostella; meglio, un colonnello con ancora più fegato della monostella, col carisma di farsi seguire da altri ufficiali e sergenti maggiori, vincerebbe senza colpo ferire. Più che coordinare coll’indispensabile talento tecnico azioni disperse nel territorio, renderebbe irresistibile un colpo fulmineo su pochi, pochissimi gangli del potere: compreso lo pseudo ganglo della radiotelevisione di Stato. Non parliamo di quanto efficace sarebbe puntare a salve le bocche da fuoco sulla tribuna delle somme autorità, sparando poche raffiche verso il cielo, in una parata tipo 2 Giugno, poi trasferendo autorità e loro signore a Campo Imperatore (Aquila), dove per poche settimane il maresciallo Badoglio trattenne il Duce.

A valle di 67 anni di peggiocrazia, il repulisti e la proclamazione del Nuovo Ordine susciterebbero maremoti di entusiasmo. Protesterebbero solo i novantacinquenni che fecero la Resistenza, i cinquecentomila e passa (due milioni coi parenti stretti) che vivono di soli furti della politica, le bizzoche delle primarie, i coccodrilli delle urne, i malati delle manifestazioni urbane, gli ex-pensionati d’oro ridotti a mangiare alle mense della Caritas, i consiglieri e palafrenieri del Colle, i quirinalisti uscenti, anzi usciti; più gli impoveriti dalle patrimoniali. L’uomo della strada, cioè le grandi masse, esulterebbe in piazza. Le figlie, quasi tutte liberate, si darebbero ai paracadutisti dopo averli inghirlandati di viole. Non si è mai dato un golpe riuscito che non abbia fatto esplodere la gioia del popolo, cominciando dai proletari e/o precari. Qualche mese fa la percentuale degli estimatori della Casta si aggirava sul 3-4%, comprensiva dell’Uomo del Colle e dei parenti dei politici. Altrettanto irrisorio sarebbe il segmento umano disposto ad esigere la restaurazione della legalità. A valle di Fiorito Penati e Lusi, a valle di un covo di ratti in ciascuna delle istituzioni cloacali della repubblica, la legalità è quella cosa che permise ad Al Capone, pur finito in carcere per evasione fiscale, di non rispondere dei delitti di sangue della sua gang e suoi personali. La rottura della legalità è la costante di tutti i cambi grossi,  di tutti i rivolgimenti e le rivoluzioni della storia. Oggi, da noi, la legalità è il salvacondotto a favore dei saccheggiatori. La Costituzione è il titolo di proprietà che intesta lo Stivale ai peggiori tra noi.

I manuali di storia spiegano che nell’Ellade la tirannide frantumatrice della legalità fu la fase che liquidò i regimi aristocratici, cioè oligarchici, e preparò l’avvento della democrazia (la quale fu l’opposto della nostra partitocrazia).  Pisistrato ricevette dai cittadini la forza armata con cui si fece tiranno di Atene, e governò (considerato tutto) meglio di Solone. Se oggi due-tre miliardi di poveri del Terzo Mondo hanno qualcosa da mangiare, più qualche misura di Welfare, lo devono alla rottura delle comiche Costituzioni postcoloniali operata nei decenni dai militari detentori delle armi. Senza la minaccia della violenza, mai lo Stivale si libererà dei suoi cinquantamila Proci, o meglio capoladri.

Il vasto appoggio delle masse lavoratrici, ma non solo, è il tratto qualificante e normale dei regimi militari, oppure nati militari e poi divenuti autoritari-amici del popolo. Sorgono e si mantengono in quanto rispondono alle esigenze dei molti; e in quanto, non essendo costretti ai compromessi, ai riti e alle convenzioni del costituzionalismo, sono in grado di imporre volta per volta le soluzioni, giuste o sbagliate che siano, rispondenti alle attese popolari; perciò nell’immediato il consenso di massa si conferma e può accrescersi. Le maggioranze sociologiche non sono tenute al rigore e alla lungimiranza degli statisti alla Quintino Sella, specie di quelli cui i patrimoni ereditati consentono di pensare ai posteri affamando i viventi. Dunque, saggi o demagogici che siano, i regimi forti conservano l’appoggio maggioritario.

I legittimisti di casa nostra non facciano affidamento su una brevità dell’ipotetica gestione militare. Il potere nasserista cominciò esattamente 60 anni fa: per vari adattamenti, evoluzioni e, oggi, contrazioni, perdura. Il Terzo Mondo deve a un alto numero di regimi militari, oppure politici ma basati sull’imposizione armata, sorti dopo la decolonizzazione, se persino le società più primitive si sono alquanto modernizzate, con ordinamenti in qualche misura ispirati al Welfare: assistenza medica primordiale, pensioni (per noi) di fame,  più scuole.

Concludendo quanto alla risposta collettiva a un Putsch militare: Iberia docet.  Le dittature instaurate dall’esercito ai danni dei politicanti liberali in Spagna (1923) e in Portogallo (1926) furono abbastanza lunghe: quasi sette anni la prima, quasi  semisecolare la seconda, evolutasi nel 1933 nell’Estado Novo di Salazar (che aveva esordito come famoso economista alla Mario Monti). Quest’ultima finì, nel 1974, per un altro pronunciamento militare; e a primo capo di Stato della presente fase democratica fu eletto un generale (R.Eanes).

Quanto alla Spagna, nessuno storico nega l’eccezionale appoggio che il Paese dette per circa sei anni alla Dictadura bonaria e amica del popolo del generale filosocialista Miguel Primo de Rivera. Appartenente a un casato che vantava numerosi generali di inclinazioni progressiste, fu il più provvido e amato dei governanti spagnoli nei secoli XIX e XX.

Venisse il golpe, ormai più desiderato che temuto dai più tra gli italiani, non sarebbero le sparute cellule clandestine del sinistrismo similpartigiano, meno che mai le conventicole liberal-borghesi, ad abbattere il regime delle spalline elicotteristiche. Semmai il perbenismo nordeuropeo e, più ancora, il potere finanziario e le agenzie di rating. Nel 1930 andò così al generale Primo de Rivera, benemerito sbaragliatore dei ‘politicastros’.

A.M.Calderazzi

IL VIETNAM CHE UMILIO’ GLI USA NON FARA’ PRODIGI NELL’EXPORT?

Quando parliamo di battaglie globali per i mercati (=per la sopravvivenza) tendiamo a rinviare l’inclusione del Vietnam tra i vincitori. Sappiamo che è già un protagonista, però lo collochiamo nello sfondo. Per ora i numeri giustificano che si ragioni soprattutto di Cina. Però dovremmo prepararci a sorprese. 48 anni fa il Vietnam schiacciò i francesi a Dien Bien Phu. Più tardi osò l’inosabile, battere un’America resa spietata dalla vergogna, e vinse. Non fu solo questione di eroismo e di fibra umana; anche di pensare e di organizzare. L’America non ha più potuto cancellare o dimenticare il tremendo scacco subito.

E’ inevitabile ragionare: un Paese che si è coperto di tanta gloria contro la superpotenza planetaria, non possiede un potenziale superiore ad ogni confronto? Non è verosimile che farà meraviglie nella competizione economica, ben al di là della sua superficie, popolazione e Pil odierno? Che su vari piani potrà battere non solo competitori quali India, Indonesia e Brasile, ma persino misurarsi con Germania e Cina? Che relativamente presto peserà più dell’Italia?

Il territorio vietnamita supera di solo un decimo il nostro. Secondo dati riferiti al 2010 o 2011, la popolazione attiva è di 41 milioni su un totale di circa 84 milioni. La disoccupazione dovrebbe aggirarsi sul 6%. Nel lontano passato il Paese fu a lungo vassallo della Cina; la sua successiva indipendenza finì nel tardo Ottocento per la conquista francese. Nel 1954, duramente sconfitta a Dien Bien Phu, Parigi cedette agli USA le pretese sull’Indocina. Il conflitto si trascinò stancamente fino al 1965, quando Washington fece affluire un’armata possente e i bombardieri delle portaerei e di innumerevoli basi. Tre anni dopo, l’offensiva del Tet rivelò la micidiale efficienza dei Vietcong. Il loro trionfo si completò con la conquista di Saigon e la fuga precipitosa degli americani.

La nazione vittoriosa si aprì agli investimenti stranieri nel 1990. Dieci anni dopo il presidente Clinton  andò a Canossa,  cioè ad Hanoi, e da allora cominciò l’afflusso di grandi investimenti, anche americani. Nell’estate del 2010 (oppure 2011) si contavano 544 investimenti statunitensi in corso, per 164 miliardi di dollari. I turisti stranieri superarono i 5 milioni. Il Paese figurava undicesimo al mondo per investimenti stranieri, dodicesimo per sviluppo del turismo. Moody lo collocò sesto tra i paesi industrializzati, con uno dei Pil più alti in Asia. La sola edilizia, terzo tra i settori che attirano più capitali internazionali (primo probabilmente è il tessile) contava nel settembre 2010  $8 miliardi di iniziative straniere. Crescono impetuosamente, e sono in testa nell’export, il legno, l’abbigliamento e l’acciaio. L’export siderurgico si moltiplicò per 20 in dodici mesi. Invece l’azienda campione per brillantezza dei risultati appartiene al comparto calzaturiero.

Nella siderurgia, settore per così dire maturo persino in un territorio cui una guerra feroce aveva inferto distruzioni materiali e umane gravissime, l’aggiornamento tecnologico procede veloce. Un’azienda su tre ha le attrezzature più moderne; cinque anni fa era una su quattro. E’ il risultato della cooperazione di un partner industriale possente, la Cina. Nelle sole infrastrutture vietnamite sono previsti investimenti fino a $200 miliardi in 10 anni, di cui 20 miliardi per modernizzare 6 grandi porti.

Il Paese ha i suoi problemi, due dei quali sembrano essere la corruzione e l’inadeguatezza culturale di una parte dei burocrati. In una società in partenza comunista (ora ‘comunista’ come la Cina?) i burocrati sono ancora importanti. Ma una ex-colonia che riuscì a schiacciare il corpo di spedizione mandato da Parigi per riconquistare l’Indocina; che soprattutto seppe organizzarsi per trionfare in una guerra atroce con gli USA (sganciarono più bombe che nell’intero secondo conflitto mondiale), si può dubitare che risolverà le difficoltà e raggiungerà gli obiettivi?

E si può dubitare che il Made in Italy sarà incalzato da un avversario altrettanto implacabile quanto quello che, con una logistica fatta soprattutto di portatori e da biciclette, obbligò le portaerei americane a buttare a mare gli elicotteri per far appontare altri fuggiaschi della Superpotenza?

Anthony Cobeinsy