Per il partito dell’accoglienza, coerenza fino in fondo

 

Non uno degli opinion leader -Grandi Firme, Vip dello spettacolo, altri conduttori e registi dei sentimenti- non uno si astiene dal singhiozzare ogni giorno sui barconi che si rovesciano nel Mediterraneo. Però non uno sente di dover enunciare le verità inconfessabili, scandalose. Sono le seguenti.

Se l’Italia, cor cordium, è sola nell’Unione, nell’Onu, nel pianeta e nel Creato a non tollerare le immagini dei naufragi, l’Italia non può non istituire traghetti gratuiti e scali attrezzati per aspiranti europei. Onde risparmiare loro i disagi e le rudezze dei centri d’accoglienza, non può non investire in villette e hotel ad hoc.

Al fine di cancellare gli stress dei futuri cittadini, Roma deve reclamizzare a scala d’emisfero che il diritto di sbarcare e di installarsi in perpetuo, spetta dal momento stesso dell’imbarco sui traghetti gratuiti di Stato. Per scongiurare che gli arrivati, potenzialmente vari milioni, si sentano lumpenproletari, Roma deve assegnare a ogni nuovo venuto un reddito d’integrazione pari a quello medio tra le classi sociali della Penisola. Nel contempo deve istituire automatiche, ovvie esenzioni da quote qui dovute per nidi, mense e gite scolastiche; anche da tasse, affitti, bollette e contributi pensionistici.

Perché i ‘diversamente agiati’ oriundi del Continente nero, del Sud del mondo e di paesi oppressi da regimi totalitari non si addensino in ghetti, banlieus e slums, potenziali vivai di radicalizzazione, la nostra mano pubblica deve -a norma del precetto enunciato anni fa dal noto editorialista G.A. Stella, “sparpagliare, sparpagliare” gli immigrati poco abbienti tra i quartieri delle metropoli, quadrilateri della moda e degli affari compresi. Poiché immobili e suoli dei buoni indirizzi, degli stessi vasti rioni dei ceti medi e dei popolani benestanti, appartengono ai proprietari catastali e sono costosi, i prefetti procedano d’urgenza ai necessari espropri a prezzi d’imperio. Gli espropriati, vengano sistemati decorosamente in caserme e fabbrichette ristrutturate (all’uopo utilizzando in  parte gli indennizzi degli espropri).

Affinché i neo-italiani non incontrino ostacoli nel lavorare e nell’ascendere nelle carriere, vanno loro attribuiti speciali punteggi preferenziali; nonché ogni opportuno bonus, oculatamente commisurato ai bisogni dei nuclei familiari. Se quanto sopra, più ogni ulteriore provvidenza imposta dai valori del Welfare evoluto, richiederà alcune migliaia di miliardi, e se la ripresa non sarà abbastanza impetuosa, giocoforza dovranno provvedere i contribuenti, previo il rinvio sine die della riduzione del debito pubblico. Il popolo d’Occidente dovrà accettare di arretrare non poco nel benessere. Va da sé: per attuare i programmi qui sommariamente descritti occorrerà accantonare i tradizionali ordinamenti capitalistici e le aspre logiche del Mercato.

Quanto sopra è naturalmente bieca concatenazione di sofismi. Oppure è improvvida proposta di anteporre il giocolare (dizionario Devoto: “giocorellare, trastullarsi”)  al pensare coscienzioso raccomandato dai presidenti Mattarella e Boldrini; nonché da Bergoglio quando gli capitano per le mani Trump o i governanti d’Ungheria e di altre repubbliche ex-comuniste. Venendo a Mattarella etc., non sarebbe ben più seria la proposta di sventare le partenze dei barconi con un gigantesco Super-Piano Marhall dell’Europa, o dell’Occidente, o del mondo ricco per intero?

Certamente il Super-piano impoverirebbe tutti i contribuenti. Ma sarebbe meno sofistico delle proposte giocose vedi sopra. In ogni caso si imporrebbero meno espropri nei centri storici e nei quadrilateri del lusso; servirebbero patrimoniali meno feroci. Il vasto potenziale umano cui, secondo i demografi e i pensatori progressisti, rinunceremmo fermando gli sbarchi, verrebbe valorizzato nel Sud del mondo. I problemi di coscienza delle nostre anime belle si attenuerebbero. Coll’enorme dilatazione dei consumi a sud del mondo, la globalizzazione passerebbe a Due Vie.

Incidentalmente: se una parte del terrorismo, quella che trova volontari suicidi, è invincibile -checché proclamino Teresa May e ogni altro emulo della fermezza churchilliana-  il Super Piano Marshall di cui sopra non scongiurerebbe un tot di stragi? Agli occhi di chi ci odia, non risulterebbe un risarcimento per le  Crociate e il colonialismo?

Antonio Massimo Calderazzi

E’ ancora magica la provincia boemo-morava

Dovendo scegliere se salvare dal Diluvio Universale,  Praga la regina o i villaggi castelli stagni e cittadine della Boemia-Moravia  profonda, andrebbero salvati questi ultimi.  Praga ha perduto un pò il fascino di un tempo, quando alcuni la vagheggiavano miglior capitale europea rispetto a Bruxelles. E poi oggi ha i grattacieli dei conglomerati. La Boemia-Moravia minore è, forse per poco, l’ultimo paradiso. Ha le contrade più euritmiche dell’ex campo socialista. Qui ci si dimentica dei tradimenti anti-europei del suddetto ex-campo socialista.

A una trentina di km dal confine coll’Austria comincia la Selva Boema, quelle basse montagne boscose che qui chiamano Sumava. La sua minuscola metropoli Ceske Budejovice, alla confluenza della Moldava e della Malse, ha meno abitanti di Barletta, ma alla fine del Medioevo era una capitale commerciale. I monumenti, le piazze ariose e gli spunti sono bizzeffe. A un tiro di schioppo sorge lo sconcertante castello di Hluboka nad Vltavou. Nel 1840 i proprietari principi Schwarzenberg, stufi di possedere decine di fortezze e di manieri sorti nel medioevo, vollero qui una casa moderna, stranamente ispirata al castello di Windsor. Otto anni dopo uno dei principi, Felix, era cancelliere dell’impero asburgico, domava coll’artiglieria la rivolta a Vienna e insegnava il mestiere di regnare a Francesco Giuseppe, imperatore giovanottino. Un Karl dello stesso casato aveva addirittura sconfitto Napoleone (battaglia di Lipsia, 1813). Va a capire perché questa colossale copia di Windsor su un’altura che domina la Moldava, copia voluta da gran signori che un secolo e mezzo dopo, finito il comunismo, per poco non si facevano re della Cekia.

Nel 1992 il capo della casata, ancora un Karl, era alla corte del presidente Havel come capo della cancelleria. Un quotidiano di New York lo presentò come ‘pretendente al trono cecoslovacco’, ovviamente dimenticando che una monarchia dei cechi e degli slovacchi -così come l’infausto regno dei serbi croati e sloveni- non è mai esistita. Entrambe le nazioni furono inventate dall’insulso arbitrio dei pacificatori di Versailles, i peggiori della storia, visto ciò che seguì alla Grande Guerra: Hitler, un’altra guerra ancora più mondiale, l’Olocausto e il resto.  Il principe ‘cancelliere’ di Havel sbagliò ad assicurare che gli slovacchi non avrebbero fatto secessione. Però la sua famiglia se la cava bene, per essere scampata al comunismo. Io entrai non visto in un superbo palazzo moravo: erano gli uffici che amministravano le sole proprietà forestali Schwarzenberg.

Non lontana da queste armonie è la piccola Trebon, con una piazza di sole case rinascimentali e un vasto castello, naturalmente Schwarzenberg per secoli ma in origine dei Rozmberk, allora massimi feudatari della Boemia. Ma va fatto pellegrinaggio a Tabor, uno dei pochi luoghi tragici della regione sud-boema. Fu fondata nel 1419 dal capo degli Ussiti, Jan Zizka, come città ideale e come possente roccaforte della sua fede. La città era organizzata in forma comunitaria, senza proprietà privata. Quindici anni dopo gli Ussiti furono annientati nella battaglia di Lipany e l’utopia di Tabor fu schiacciata. Qui tutto ricorda questa pagina di comunismo cristiano, militante anticipazione della Riforma protestante.

Zizka non dovette praticare mai la mansuetudine evangelica. E’ dovunque raffigurato come un duro soldato, orbo di un occhio, tratti fieramente marziali, membra vaste e armi micidiali. Il regime socialista dette molto risalto allo specifico comunitario (e nazionale antitedesco) del movimento ussita. Jan Hus, prete eroico e giovane rettore dell’università di Praga, infiammò il popolo contro la corruzione del clero e contro lo strapotere tedesco. Volle difendere le sue tesi di fronte al concilio di Costanza, ma il salvacondotto imperiale non lo salvò. Fatto arrestare da un cardinale francese appena arrivato a Costanza, fu bruciato vivo (1415).  Le guerre hussite condotte dal grande Zizka durarono fino al 1434, ma i fermenti non si spensero: tra il 1458 e il 1471 il trono di Boemia fu occupato da un nobile ussita, Giorgio di Podebrady. La rivolta attiva degli ussiti finì solo nel 1620, nella crudelissima guerra dei Trent’anni, per una vittoria campale dell’imperatore asburgico.

Trionfarono e si arricchirono le grandi famiglie cattoliche dell’impero: Schwarzenberg, Lobkowitz, Starhemberg, Windischgraetz, Liechtenstein. Insieme avevano decine di migliaia di servi; tra essi era la famiglia di Christoph Willibald Gluck, che col suo Orfeo e la sua Euridice ringiovanì la musica del mondo.

Ribadiamo una volta di più che Praga, con tutti i suoi tesori, non vale più che il resto della Boemia (e Moravia). La capitale è ormai meta di gite operaie, certo merita d’essere amata dai gentiluomini. Ma la Boemia meridionale sia prediletta da questi ultimi; sempre che preferiscano gli itinerari minori, accettando al limite qualche esiguo tratto cilindrato invece che asfaltato. Solo così si attraversano i villaggi, qui molto spesso incontaminati e qualche volta belli di armonie assolute. In Germania e in Austria i villaggi sono risorti a migliaia dalle macerie della guerra. Ma sono troppo moderni, opulenti, imitatori delle città, piagati dalle urbanizzazioni dei pendolari. Dicono troppo chiaro l’apporto di prosperità venuto dagli stipendi delle metropoli e dai margini del terziario.

 

Nella Boemia-Moravia profonda le case le stalle i fienili le cappelle le peschiere sono ancora autentici in larga misura, incredibilmente aggraziati. Anche perché la guerra risparmiò parecchio questo reame di contrade deliziose, il lineamento più raffinato del continente.  La regola sia: tra la grande arteria e la strada dei villaggi, scegliere la seconda. La prima, quella che fa andare veloci, taglia fuori da troppi stati di grazia.

 

Un po’ fuori della Boemia meridionale c’è Telc, affascinante cittadina morava, la cui piazza interamente circondata da portici e il cui castello sono forse i più eleganti della nazione. Nel 1541 il feudatario Rozmberk (Rosenberg) capeggiò una delegazione di 50 gran signori cechi che a Genova ricevevano l’imperatore Massimiliano II (un mezzo protestante come non pochi boemi semi-ussiti) di ritorno dalla Spagna. In Italia i Cinquanta si stordirono di Rinascimento e, rincasati, misero al lavoro nei loro castelli gli architetti italiani o italianizzanti. Più che altrove, qui il Rinascimento nacque principesco. Quanto al capodelegazione Rosemberg, allora primo tra i feudatari boemi, egli fu ospite di Andrea Doria per undici lunghissimi anni, dunque non avrebbe potuto assorbire più Rinascimento.

 

A giudicare dalle folle di turisti, Cesky Krumlov sarebbe da evitare in agosto. Ma è città d’arte come poche e la sua dura fortezza (ai primi del Seicento l’imperatore Rodolfo II vi rinchiuse il figlio naturale don Giulio d’Austria, personaggio dalla fama inquietante) fu ingentilita dai geniali interventi di Baldassarre Maio de Vomio, il maggiore degli architetti italiani operanti qui (però qui era nato). La parte residenziale della fortezza ha trecento stanze. I giardini, il maneggio d’inverno e il palazzetto di piacere detto Bellaria sono degni di una reggia. Manco a dirlo, finì agli Schwarzenberg.

 

In questo paese il problema per il viaggiatore è di scegliere tra le bellezze del paesaggio e i manufatti dell’uomo: non solo i castelli e le case, anche i vecchi ponti, le stradine che servivano le miniere d’oro e d’argento, le dighe antiche in legno, le molte altre tracce del lavoro. Dalle parti di Trebon i 270 o più stagni, che un tempo erano paludi, danno migliaia di quintali di carpe in pochi giorni. Sono collegati tra loro da canali medievali, spesso ancora muniti di sbarramenti in tronchi di quercia.

 

La Boemia e Moravia è forse la macrocontrada più fine del Continente più colto del pianeta. Questo finché riuscirà a contenere le aggressioni della ricchezza: capisaldi dello shopping, grattacieli, autostrade, arredi urbani in plastica, vucumprà, drogati e altri parossismi. Il comunismo, cancellando la proprietà privata e mortificando lo sviluppo economico, aveva miracolosamente protetto centri storici che ancora oggi sembrano bozzetti di scenografi. Il trionfale ritorno della proprietà non promette niente di buono. Però la Germania, qui antica dominatrice, insegna che col tempo la ricchezza si addomestica e in parte espelle il rozzo e il banale.

La Ruhr non è verdissima? La Baviera straricca non è anche raffinata?

Antonio Massimo Calderazzi

Appendice a Goencz: il pensiero salvifico dei Cainiti

Ventiquattro anni fa partecipavo a Budapest a una riunione non molto importante, che però vantava la presenza del Presidente della repubblica ungherese. In attesa di fare lo scontato interventicchio, ripassavo mentalmente le frasi fatte e gli altri farfugli che sono d’obbligo davanti a un microfono. D’un tratto feci una constatazione che mi tramortì: dopo Mani Pulite gli stranieri, quindi anche i magiari, ci consideravano ladri in blocco. Dunque gli astanti avrebbero riprovato me, unico italiano nella saletta, non i politici e gli imprenditori subalpini, vesuviani, salentini, etc. Anche il Successore di Stefano re e santo mi avrebbe riprovato: come avrebbe potuto sapere al momento che non avevo frodato, voltato gabbana, mangiato nel truogolo, insozzato valori, ceduto l’anima in leasing, come i più eminenti degli italiani?

Dal giorno che Mario Chiesa irruppe nella storia, mi chiedevo come se la cavavano i miei connazionali che ogni giorno avevano a che fare con gli stranieri? Beninteso dei diplomatici, degli europarlamentari, di altre non entities non mi curavo. Mi curavo di me carneade. Sarebbero bastati i panni andanti che indossavo a convincere il Presidente a non accostarmi agli eleganti impostori, prediletti di Moda Uomo, che derubavano la Penisola? P. es. il presidente della Camera era un maestro di cravatte.

Trafitto da queste apprensioni presi a leggere i foglietti al microfono, ma soprattutto sbirciai meglio lo Statista: sollievo, appariva assente, forse non si era accorto del compaesano di Craxi! Il sollievo durò poco, perché Egli guardò nella mia direzione: forse avrebbe messo insieme il canovaccio di un lavoro sull’Italia,  lo avrebbe intitolato “L’aggiornato piacere dell’onestà”. Obbedendo a faziosità danubiane, dunque un po’ calviniste, mi avrebbe messo nella trama pirandelliana come reggi sacco di un portaborse craxiano o finiano. Non c’era scampo per me. E se permettete, neanche per voi bellimbusti e femministe d’Italia.

Ripiegati i foglietti tornai sconsolato alla mia sedia, dietro un attaccapanni che mi proteggeva dalla riprovazione del discendente degli Unni. Ma dopo il pathos tragico venne la Catarsi. Dalla fossa della disperazione ai cieli alti della speranza: mi ricordai dei Cainiti. Setta gnostica del II secolo, divinizzava Caino figlio di Adamo, tanto più energico del fratello Abele; onorava Giuda: aveva tradito perché Cristo potesse compiere la sua missione.

Ecco la prospettiva salvifica che mi venne dalla filosofia cainita della storia! Se la Repubblica nata dai mitra del colonnello Valerio e di Giorgio Bocca era il peggio d’Occidente, era per rigenerare quest’ultimo. Aveva il più fetido degli assetti demo-plutocratici, affinché Lettonia e Bundesrepublik si disgustassero dei loro partiti e delle stesse urne. I misfatti di Montecitorio e di Montemadama mettevano a nudo l’insipienza finale della democrazia rappresentativa: allora addirittura avrebbero persuaso gli inglesi, ex padroni del mondo, a disfarsi di Queen Insulsa e ad affittare Buckingham Palace ai turisti asiatici. Insomma l’interpretazione cainita della storia ci avrebbe messi in onore, noi contigui di Mafia Capitale e dei Tulliani di Montecarlo. Non ci saremmo vergognati, bensì vantati, del DNA cainita. Saremmo tornati The Best, come nel Rinascimento.

Furono questi i pensieri, quando aspettavo di porre domande ad Arpàd Goencz, ex aiuto manovale e successore di Stefano, santo e re.

A.M.C.

Arpad Goencz come Havel: padri mancati di un’Europa più grande

 

“Non fosse mai giunta la nave da Argo

nella Colchide e uomini gagliardi

non avessero mai recato con essa

il Vello d’oro…La mia principessa,

Medea, navigando lungo la costa non sarebbe giunta

mai nella città turrita di Colchide, con il cuore infiammato, seguendo Giasone”

 

Il coro apre così, come nelle tragedie greche, uno dei lavori teatrali di Arpàd Goencz, “Magyar Médea”, prima rappresentazione avvenuta a Budapest nel 1976. Seguirono nel 1980 altre due tragedie, dai titoli evocatori della perennità delle vicende umane dai tempi mitici ai nostri giorni. Si chiamavano ‘Pesszimista Komédia’  e ‘Perszephoné’.  La Medea ungherese era ambientata nella Budapest del 1975.

Goencz fu il primo presidente della Repubblica magiara dopo la caduta del comunismo. Il comunismo lo aveva condannato all’ergastolo, poi tenuto sei anni in carcere fino a un’amnistia del 1963.  Il suo reato, aver fatto trapelare fuori del paese un progetto di mitigazione del regime imposto di nuovo nel 1956 dai mezzi corazzati sovietici.

Anni prima (1948) il dissidente Goencz era stato estromesso da ogni incarico pubblico. Rimasto senza lavoro aveva fatto l’aiuto manovale. Imparato in carcere l’inglese , aveva intrapreso l’attività di traduttore letterario: nel venticinquennio che precedette l’elezione a capo dello Stato tradusse un centinaio di lavori soprattutto  americani: Truman Capote, James Baldwin, Faulkner, Hemingway, Salinger, Updike, Wolfe.  Vari i premi letterari, a partire dal ‘Jozsef Attila’ del 1976.

Io, AMC che scrivo, ebbi l’occasione di intervistarlo a due nel 1993, non nella presidenza della Repubblica ma in un angolo appartato dell’Associazione degli Scrittori al 18 di Baiza utca, a pochi passi dall’ambasciata del Vietnam. Nessun capo di Stato aveva indossato panni più dimessi dell’ex-ergastolano ed ex-aiuto-manovale. Nessun capo di stato forse aveva trattato con più gentilezza l’oscuro intervistatore italiano: “Per parlare le va bene se ci sediamo in queste poltroncine?”

In quella poltroncina sedetti soprattutto per capire perché vari paesi dell’ex campo socialista avevano affidato cariche somme a uomini che non venivano dalla carriera politica. Il commediografo Vaclav Havel, capo dello Stato a Praga, era più noto di Goencz, suo confratello in quanto scrittore per il teatro. Il filosofo Zhelyn Zhelev era stato fatto presidente della Bulgaria. Almeno un presidente baltico era venuto dalla milizia culturale. Per non parlare di Ignaz Paderewski, il grande pianista messo a capo della neonata repubblica di Polonia.

Anche Tomas Masaryk era un importante intellettuale. Fu artefice di una nazione cecoslovacca, fin troppo fortunato divulgatore della sua invenzione: guadagnò l’appoggio di Parigi e di Washington per il sorgere di uno Stato cuscinetto talmente improbabile da perdere  presto la componente slovacca.  Però, più che strappato dalla Storia agli studi, Masaryk era stato brillante macchinatore del proprio successo. Aveva fatto nascere, non una Heimat nazionale, secondo lo spirito “wilsoniano” dei suoi tempi, ma una piccola potenza prevaricatrice di altre nazionalità, cominciando dai Sudeti e dagli Slovacchi.

Su Havel e sul suo carisma sappiamo molto. Claudio Magris esaltò l’inclinazione del presidente ceco per le birrerie e le ‘vinarne’, locali di popolo dove si beve il vino, in danno dei castelli maestosi, delle cancellerie, dei picchetti d’onore. Sottolineò che il suo Havel era anche immune dal narcisismo e dalla carica contestativa dei poeti- governanti, spesso inclini a proclamare l’immaginazione al potere. Accettava gli impegni prosaici della carica.

Arpàd Goencz, morto nel 2015,  era per molti aspetti l’omologo di Havel: stessa qualità creativa, stessa dedizione al teatro, stesso prestigio e fascino. Come Havel, il Nostro si impegnò nella fatica di raddrizzare un governo e una società snaturati dall’oppressione, nello sforzo di comporre interessi e conflitti, nel suo caso rinunciando agli agi psicologici d’essere ‘super partes’.  Il presidente ungherese si gettò più volte nella mischia. Le sue posizioni erano quelle di una sinistra liberale. Contrastò le decisioni esecutive che non condivideva. Respinse un decreto che metteva sotto processo i capi del regime crollato. Non si rinchiuse nell’innocenza dell’artista. Nella primavera del 1992 rischiò l’impeachment: l’organo ufficiale del Forum democratico lo accusò di volersi impossessare di potere a beneficio della sinistra. Accusa fuori tempo massimo: chi si appassionava più ai manicheismi destra-sinistra?

La carriera del presidente ungherese è stata tutta una testimonianza, toccando i livelli dell’eroismo. Noi che siamo abituati a governanti di tutt’altra pasta -alcuni solo contigui al malaffare, altri ad esso associati in pieno, tutti ugualmente espressi dall’oligarchia ladra-  non possiamo sognare di farci guidare da un poeta. Noi, un popolo di soli machiavelli, abbiamo acclamato condottieri di nome Togliatti, Berlusconi o Craxi. Perché noi idolatriamo il realismo. I poeti in trono e i re-filosofi li compiangiamo: non lasciano nemmeno una fortuna a parenti e a compari. Ingenui, i re-filosofi.

Arpàd Goencz fu, con poco esito, alla testa di qualche iniziativa mitteleuropea volta a far avanzare l’unità del Vecchio Continente, cominciando appunto dalla vocazione continentale della Zwischeneuropa, le terre poste tra i due imperi storici, germanico e russo. Al Presidente avevo chiesto cos’era veramente Mitteleuropa: dove cominciava, dove finiva, a cosa si contrapponeva. Rispose: ”Ci facciamo questa domanda da secoli, e continueremo a interrogarci chissà fino a quando. L’importante è fare qualcosa, non limitiamoci a passarci il dubbio. Siano le opere a rispondere a domande come questa. Se vivremo nel concreto la realtà centro-europea, magari le definizioni sull’identità risulteranno meno difficili”.

Io insistetti: perché Goencz, perché Havel, perché Paderewski, perché i poeti-presidenti in quel momento dell’Europa di mezzo? Osservò che i professionisti della politica suscitavano antagonismi e sospetti che in una fase di passaggio, di caduta degli assetti -il crollo del comunismo- trovarono una forza eccezionale. In quel momento nemmeno l’autore di “Pesszimista Komédia” e di “Magyar Médea” arrivò a vedere le involuzioni, le cadute e le bassezze che sarebbero seguite al crollo delle illusioni, al sopravvento dei carrieristi dell’impostura che si appaltarono la transizione alla (dubbia) democrazia all’occidentale. “Quando il professionismo delle urne minacciava troppo, quando la politica era inerme, ci si rivolse ai poeti, ai tempi di Paderewski, come oggi. In più nella parte ex-comunista dell’Europa occorre parlare di un ruolo particolare della letteratura. Essa  ha parlato assieme al popolo, ha avvicinato la società alla politica. Al vertice dello Stato bulgaro c’è Zhelev, un filosofo”.

Io: e Goencz è alla testa degli ungheresi? “Mah, sono uno scrittore che ha combattuto sia il fascismo, sia il regime imposto dall’Armata rossa. In una situazione d’eccezione acquistare un ruolo speciale è stato comprensibile. Ma attenzione: nell’Europa di mezzo il capo dello Stato ha una funzione di testimonianza che non si addice ai politici di carriera”.

Né Lui, né ovviamente l’improvvisato intervistatore furono capaci, ventiquattro anni fa, di scorgere i mostri e i veleni che nei paesi ex-comunisti avrebbero sopraffatto i propositi virtuosi, gli idealismi, gli aneliti europei. Invece di volere l’unità e la grandezza del Continente, i conduttori di Zwischeneuropa si sono consegnati agli USA come vassalli. Con ben meno dignità di Trieste che fece la ‘Dedizione’ all’Impero asburgico. Le aspirazioni e gli scenari sorti nel Continente dopo la Brexit e dopo l’avvento di Trump devono prescindere dai partner ex-comunisti. La prospettiva di un’Europa più degna della sua storia di ombelico del mondo non include Zwischeneuropa. Forse non è solo colpa dei popoli che ancora consideriamo fratelli. E’ colpa dell’oppressione stalinista che ha durevolmente deformato le coscienze: un altro dei misfatti del socialismo realizzato.

E’ anche colpa della scomparsa nel nulla dei re-filosofi. Morto nel 2015, Arpàd Goencz non poté fuggire all’angoscia per la sconfitta dei sogni a sud del Baltico e della Vistola.

Antonio Massimo Calderazzi

Macron per ripudiare i troppi errori del patriottismo  

 

Scegliendo Macron, la Francia ha fatto come cinquantanove anni fa, quando dette mandato a de Gaulle di liquidare la Quarta Repubblica agonizzante. Anche la Quinzième rischia di tirare le cuoia, minata dall’inconcludenza e dalla sgradevolezza della vecchia politica, molto più che dal fondamentalismo lepenista. In pratica Macron è l’ipotesi di una ripartenza, innanzitutto fuori della stantia dialettica destra-sinistra e fuori del patriottismo republicain. La destra all’antica è un’opzione inesistente. La sinistra che conosciamo è un esercito da ritirata di Russia o da velleità di riscossa a Waterloo, a Sedan (1870), alla Comune parigina (1871), alle Ardenne (1940), a Nanterre  (“formidabile Maggio rivoluzionario”  1968).  I conati a sinistra non meritano che preci di suffragio.

Oggi centellinare le promesse elettorali di Macron, cercare di individuarne i propositi realistici, è esercizio vano. Si vedrà. L’importante, il fatto nuovo, è che il presidente provi a non essere come gli altri maggiorenti di successo d’oltralpe. Questo, non essere come gli altri, fece un secolo e mezzo fa Adolphe Thiers quando tentò di scongiurare la follia della guerra alla Prussia, poi quando spense senza pietà l’insurrezione dei Communards parigini, detestati dal resto del paese. Macron proverà a insegnare alla ‘Patrie’ il realismo.

Ha cominciato a farlo proclamando che il futuro è l’Europa, non la Exception francese, meno che mai la Grandeur. Che da sola, la Francia non ha più senso. E che dovrà imparare a evitare gli errori catastrofici. Cominciò con gli errori il Superman Corso quando credette di poter soggiogare la nazione germanica, poi quella spagnola, poi l’impero zarista. Decenni dopo quel suo nipote, geniale inventore di un Second Empire improvvisato, si lasciò ingannare da cortigiani, marescialli e ministri che gli garantivano una superba vittoria sulle divisioni di Bismarck.

Peggio, nel 1914 la doviziosa Terza repubblica borghese subì il plagio di Raymond Poincaré e si fece svenare dalla Grande Guerra: un milione e mezzo di morti francesi per recuperare una provincia e mezza dove la maggior parte dei nomi erano e sono tedeschi. A disastro avvenuto i francesi applaudirono il forsennato bellicista Clemenceau quando incarcerò Joseph Caillaux, che era stato presidente del  Consiglio nel 1911, per il delitto di aver tentato di avviare un negoziato di pace col nemico. Caillaux meritava la gloria di avere anticipato la riconciliazione franco-germanica un trentennio prima di de Gaulle e di Adenauer. Invece l’ex-presidente del Consiglio languì in prigione un anno e mezzo, fu processato dalla Alta Corte, condannato a cinque anni, amnistiato solo nel 1925. L’arcipatriottismo nazionale gli aveva fatto rischiare la condanna a morte per avere invocato ciò che oggi è l’aria che respiriamo.

Nel 1939 Parigi credette di poter negare al feroce cane rotweiler Adolph Hitler il boccone di carne di un paio di colonie africane – destinate ad essere perdute comunque – e si fece trascinare da Londra in un conflitto mondiale-Due che avrebbe cancellato la grandezza britannica e umiliato i francesi con la peggiore disfatta militare della storia planetaria. In seguito il nazionalismo francese si illuse di trovare il riscatto in un Maquis che gratificò (provvisoriamente) solo la puntata di Stalin sull’Europa occidentale. Ai troppi errori di due secoli rimediò Charles de Gaulle sotterrando la fissazione antigermanica e inventando coi tedeschi il progetto europeo.

Questo è forse Macron: l’ipotesi che rifiuti per sempre il retaggio di Poincaré, Clemenceau e Paul Reynaud per mettersi finalmente al lavoro per costruire un’Europa vera. L’ipotesi che si proponga di emulare Adolphe Thiers, primo artefice di una Francia ricca di oro e, fino al 1914, di buon senso. Questo farebbero i Thiers e i Caillaux di oggi: aprire il cantiere dell’Europa giusta; concorrente, non satellite degli USA.

A,M.Calderazzi

Etiopia: 76 anni di indipendenza, sciagure e grandi occasioni mancate

Parlavo ieri con una persona di qualità che conosce sul campo anche l’Etiopia: poche ore dopo il nostro fortuito incontro avrebbe preso l’aereo per la parte grossa del nostro ex-impero, Africa Orientale Italiana. Il mio interlocutore, settantenne, geologo e nipote di uno dei maggiori geologi italiani, è alto consulente di un’impresa etiopico-indiana che opera nella valorizzazione mineraria di marmi e altre pietre nobili.

Appena menzionata l’Abissinia, il geologo non ha descritto giacimenti e cave. Ne ha evocato, nell’ordine: la povertà, la vastità (più di quattro volte l’Italia), e il clima, che in certe regioni può essere eccellente: altitudine della capitale: 2640 metri. Da quel livello fino ai 4600 metri del massiccio di Ras Dascian il clima etiopico è classificato ‘alpino’. Mentre il discorso del geologo prendeva altre direzioni, io restavo al suo spunto iniziale: uno dei redditi più bassi al mondo, laddove il paese è talmente vario e vasto che le potenzialità sarebbero importanti. Rimane misero per varie ragioni, cominciando dall’arretratezza culturale.

Mi venivano pensieri ribaldi, politicamente scorretti anzi blasfemi. Se una Provvidenza fosse esistita, reggitrice benefica e diretta del Creato, avrebbe fatto nascere un Mosè etiopico, capace di trascinare il suo popolo. Il colonialismo fu pessima cosa. L’oppressione altezzosa dei bianchi su almeno una parte dei conquistati fu infame. Particolarmente sbagliato, anche perché fuori tempo massimo, fu il nostro colonialismo contro la nazione più avanzata, più fiera e meno nera del Continente Nero. Persino copta, cioè cristiana delle origini.

Tuttavia, se un Mosè degli Etiopi fosse nato, nel 1936, a conquista italiana avvenuta (81 anni fa in maggio) avrebbe persuaso la nazione a prendere per un verso opposto il nostro dominio. Avrebbe immunizzato gli etiopici contro il miraggio indipendentista. La decolonizzazione ha gratificato tutti gli africani con lo sventolio di propri rettangoli di stoffa colorata, ma è stata anche una sciagura grave, come molti altri prodotti dei patriottismi: i quali sono nobili esclusivamente nei manuali di educazione civica e nei discorsi di afflato umanitario. L’indipendenza ha perpetuato la povertà, ha moltiplicato le stragi con le guerre intestine (tribali e settarie), ha bloccato il riscatto dalla miseria.

L’Italia, grazie alla fase sabauda e fascista, poi a quella antifascista, è uno degli Stati politicamente meno fortunati e meno inclini al buongoverno. Una mala repubblica tra le più scadenti. Però per un miracolo è anche una società ricca, edonista e buonista. Se il 10 giugno 1940 il Fondatore dell’Impero non avesse deciso di consegnare quest’ultimo all’avversario britannico, in quello scacchiere allora invincibile, forse oggi l’Etiopia godrebbe in grande dei sottoprodotti della ricchezza italiana. Avrebbe il suo prodigio economico, sarebbe un gigantesco e semiprospero ‘territorio oltremare’ del secondo paese manifatturiero d’Europa, della prima potenza calcistica, modaiola, gastronomica e ludica del mondo. Tra le ripide ambe e gli altipiani dei Negus Neghesti si diramerebbero le superstrade, gli acrocòri sarebbero punteggiati dalle seconde case dei lombardi e dei pugliesi, il turismo tripudierebbe, si scierebbe a quattromila metri, rigoglierebbero le lavorazioni locali dei prodotti agro-zootecnici: e fermiamoci qui.

Tutto ciò, e molto altro, se dal balcone di palazzo Venezia il Duce non avesse annunciato la guerra – guerra a perdere sicuramente nella ‘Africa Orientale Italiana’- e comunque se ad Addis Abeba l’ipotetica Provvidenza benefica avesse fatto nascere il Mosè nazionale, capace di distogliere il popolo dall’ubbia del nazionalismo.

Questi scenari fantasiosi sono vietati dal realismo dell’obbligo. Ma chi si sentirebbe di confutare il felice Bengodi degli Amhara, Tigrini, Galla, Dancali e Sidami, se l’Abissinia fosse restata a noi furbastri, goderecci, dominatori coloniali ben più piacioni e buonisti dei belgi di re Leopoldo, il proprietario catastale del Belgio, e degli inglesi del generale Gordon, trucidato per odio dai tagliagole del Mahdi il Profeta del Sudan?

Il politically correct e il troppo savio possono inebetire.

A.M.Calderazzi

CONTRO OGNI FONDAMENTALISMO da uno scritto di Jan Potocki (1761-1815)   

Titolo suggerito da Gianni Fodella per lo scritto di Jan Potocki che segue:

 

Lettera settima (scritta alla madre da Costantinopoli nella seconda metà del giugno 1784) Il processo di Draco (Racconto)

 

Draco, primo dragomanno della Porta, si era reso famoso nella capitale degli ottomani per la gran conoscenza che aveva acquisito della Legge musulmana. I commentatori gli erano familiari quanto gli scritti rivelati ai profeti, e i testi di questi libri sacri, che a ogni proposito sapeva citare, gli davano un tale vantaggio nelle dispute da attirargli inevitabilmente dei nemici. Il più pericoloso di tutti era il shaykh al-islam. Quest’uomo, giunto grazie all’intrigo all’eminente posto che occupava, s’indignava nel vedere un infedele possedere la scienza che per negligenza lui stesso non aveva acquisito. Divorato dalla gelosia andò dal visir e gli parlò così: “Onnipotente ministro, che godi senza riserve del favore del nostro sublime sultano, ascolta i consigli della religione, è lei che ti parla con la mia voce. Hai dato la tua fiducia a Draco, lo so. Ma non ti rendi conto che l’indulgenza con cui trattiamo i ciechi cristiani non può valere per questo infedele che pur conoscendo la nostra legge non la segue affatto? Da molto tempo l’ulema è ferito da questo scandalo, e io che ne sono il capo e l’organo mi sento costretto a chiederti la sua testa. Fai venire Draco, chiedigli quale sia la religione che crede migliore! Se decide per la nostra, obbligalo a seguirla. Se sceglie il partito contrario, profferisce una bestemmia e merita la morte”.

 

Il visir acconsentì, anche se con rammarico, a quel che si esigeva da lui. Fece venire il suo interprete. “Dragomanno” gli disse, “so che conosci altrettanto bene la legge rivelata al Santo Profeta quanto quella che Issa dettò un tempo ai suoi seguaci. A quale delle due dài la tua preferenza?”. Draco capì facilmente il tranello che gli si tendeva e chiese il permesso di raccontare questa storia:

 

“All’epoca” disse, “in cui comandavo a nome di Sua Altezza nella provincia allora affidata alle mie cure, alcuni sudditi avevano creduto di scoprire una miniera di metalli preziosi. Scavandosi ognuno una via differente, speravano tutti di poterne diventare un giorno proprietari. Dopo un lungo e assiduo lavoro le lampade si erano spente, ma il loro ardore era tale che lungi dall’accorgersene continuavano a gridare: “Sono stato io a trovare l’oro, gli altri non hanno che rame e stagno”.

 

“Colui che dall’alto dei cieli vede in fondo all’abisso la formica e sente il rumore delle sue zampe, vedeva anche quei disgraziati nei loro oscuri sotterranei. Senza dubbio avrebbe potuto riaccendere le loro lampade spente; avrebbe potuto far scendere su di loro qualche raggio della luce eterna che lo circonda. Ma non lo fece, accontentandosi di lasciare a ognuno la speranza e la sicurezza sufficienti ad assicurare la loro felicità”.

 

Qui finì il racconto di Draco. Il visir lo applaudì, e l’ipocrita uscì umiliato.

 

tratto da:

Jan Potocki Viaggio in Turchia, in Egitto e in Marocco 

Edizioni e/o, Roma 1990, pp.18-20.

CONTRO OGNI PREVISIONE

L’illusione di poter prevedere ciò che più ci interessa permea da sempre la psiche umana e ha dato vita a credenze di ogni tipo e livello: dagli oracoli agli indovini, dagli stregoni agli astrologi, dai sommi sacerdoti e profeti agli esponenti di spicco di ogni religione. A questi sono succeduti gli “scienziati sociali” come i sociologi e soprattutto gli economisti che – tra l’incredulità generale e la ferma convinzione degli addetti ai lavori – si sono cimentati in quest’arte senza speranza. Gli economisti in particolare sono stati spesso (e giustamente) dileggiati dai demografi che ritengono di avere basi fattuali più solide per formulare previsioni o avanzare ipotesi su struttura e dinamiche di una popolazione.

Dobbiamo tuttavia constatare che anche gli studi demografici non sfuggono al destino degli studi fatti in qualsiasi altra disciplina concernente l’uomo e i suoi comportamenti: non portano a risultati esatti, né le deduzioni che in materia possono essere fatte si rivelano a posteriori fondate. Per amore di verità può essere utile mostrare l’imperfezione delle deduzioni e l’erroneità delle estrapolazioni delle tendenze demografiche in atto, che finiscono per essere interpretate come tentativi di previsione, che i fatti inevitabilmente smentiranno.

Consideriamo dunque i dati apparsi in due importanti documenti ufficiali che nessuno consulta più perché “datati”, quindi per definizione (errata!) obsoleti. Nella Table 17: Historical and Projected Population Growth, and Hypothetical Stationary Population (pp.158-159) del World Development Report 1979 della Banca Mondiale e nella Table 19. Population growth and projections (pp.254-255) del World Development Report 1984 sempre della Banca Mondiale (The World Bank, abbreviato WB, ufficialmente chiamata IBRD International Bank for Reconstruction and Development) vengono indicati l’ipotetica dimensione stabile della popolazione in milioni (Hypothetical Size of Stationary Population) e l’anno nel quale il tasso di riproduzione sarà eguale a 1 (Assumed year of reaching net reproduction rate of 1). Vediamo ora se le ipotesi avanzate in questi due autorevoli studi, pubblicati rispettivamente 37 e 32 anni or sono, reggono il confronto con la realtà per la quale disponiamo dei dati 2016.

Concentriamo la nostra attenzione su 35 Paesi – sul totale dei 233 Paesi del mondo – che al 1° luglio 2016 avevano una popolazione di almeno 40 milioni di abitanti (un aggregato fortemente rappresentativo della situazione demografica mondiale) e dividiamoli in 4 gruppi caratterizzati da una certa omogeneità derivante da ragioni culturali o del loro retaggio storico.

Consideriamo per ciascun Paese:

1) la popolazione N in milioni di abitanti nel 1960 e nel 2016;

2) di quante volte è aumentata la popolazione in questo arco temporale;

3) a quanti milioni dovrebbe stabilizzarsi l’ammontare della popolazione N (e in quale anno) secondo gli studi della World Bank (WB) del 1979 e del 1984.

In sintesi:

PAESI N 1960 N 2016 N stabile (anno) WB 1979  WB 1984
ESTASIA
CINA 658 1382 (2,10 volte) 1538 (2005) 1461 (2000)
COREA del Sud 25 51 (2,04 volte) 64 (2005) 70 (2000)
GIAPPONE 94 126 (1,34 volte) 133 (2005) 128 (2010)
INDONESIA 96 261 (2,72 volte) 370 (2010) 357 (2020)
THAILANDIA 26 68 (2,62 volte) 105 (2005) 111 (2010)
VIETNAM 35 94 (2,69 volte) 149 (2015) 171 (2015)
EUROPA
FRANCIA 46 65 (1,41 volte) 61 (2005) 62 (2010)
GERMANIA 73 81 (1,11 volte) 79 (2005) 72 (2010)
ITALIA 50 60 (1,20 volte) 63 (2005) 57 (2010)
REGNO UNITO 52 65 (1,25 volte) 60 (2005) 59 (2010)
RUSSIA 120 143 (1,19 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
SPAGNA 31 46 (1,48 volte) 50 (2005) 51 (2000)
TURCHIA 28 80 (2,86 volte) 98 (2010) 111 (2010)
UCRAINA 43 45 (1,05 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
EX-COLONIE EUROPEE DI POPOLAMENTO
ARGENTINA 21 44 (2,10 volte) 41 (2005) 54 (2010)
BRASILE 73 210 (2,88 volte) 341 (2015) 304 (2010)
COLOMBIA 16 49 (3,06 volte) 55 (2005) 62 (2010)
MESSICO 37 129 (3,49 volte) 204 (2015) 199 (2010)
SUDAFRICA 17 55 (3,24 volte) 107 (2030) 123 (2020)
USA 186 324 (1,74 volte) 271 (2005) 292 (2010)
EX-COLONIE EUROPEE DI SFRUTTAMENTO
ALGERIA 11 40 (3,64 volte) 94 (2040) 119 (2025)
BANGLADESH 51 163 (3,20 volte) 334 (2035) 454 (2035)
CONGO R. D. 15 80 (5,33 volte) 122 (2045) 172 (2030)
EGITTO 28 93 (3,32 volte) 90 (2010) 114 (2015)
ETIOPIA 23 102 (4,43 volte) 136 (2045) 231 (2045)
FILIPPINE 28 102 (3,64 volte) 128 (2015) 127 (2010)
INDIA 442 1327 (3 volte) 1643 (2020) 1707 (2010)
IRAN 22 80 (3,64 volte) 101 (2015) 159 (2020)
KENYA 8 47 (5,88 volte) 94 (2045) 153 (2030)
MYANMAR 22 54 (2,45 volte) 92 (2020) 115 (2025)
NIGERIA 42 187 (4,45 volte) 435 (2040) 618 (2035)
PAKISTAN 50 193 (3,86 volte) 335 (2035) 377 (2035)
SUDAN 11 41 (3,73 volte) 89 (2045) 112 (2035)
TANZANIA 10 55 (5,50 volte) 94 (2045) 117 (2030)
UGANDA 7 40 (5,71 volte) 58 (2035) 89 (2035)

Il divario tra la realtà del 2016 e l’immaginazione degli studiosi che allora hanno prodotto questi dati è stupefacente. Naturalmente nulla possiamo dire nel caso della decina di Paesi per i quali si indica l’ipotetica stabilizzazione della popolazione in anni compresi tra il 2025 e il 2045 (il 2020 è troppo vicino al 2016 perché non lo si consideri), sebbene si possano già intravedere gli immancabili errori.

Sorprende non poco che i dati esposti nel 1984 non siano più corretti di quelli del 1979; in molti casi è vero proprio il contrario. Soltanto in pochissimi casi le “previsioni” coincidono (quasi) con i fatti, ma spesso con i dati 1979, mentre le discrepanze tra realtà e fantasia sono quasi sempre abissali.

Probabilmente la ragione per la quale tendiamo a prendere per buoni questi (inutili?) esercizi è dovuta a due ragioni: 1) l’autorevolezza della fonte, 2) il fatto che gli studi pubblicati vengono presto dimenticati perché sostituiti da altri più aggiornati, ma che si rivelano poi quasi sempre errati purché ci si prenda la briga di fare il noioso lavoro appena esposto. Dobbiamo quindi concludere che fino a prova contraria i fatti indicano che la fonte, per quanto autorevole, non merita il credito di cui gode.

               Il sempre ignoto futuro riguarda un altro elemento di carattere demografico del quale è prudente dubitare: l’andamento della speranza di vita alla nascita. Si tratta di un dato ipotetico ricavato da un dato certo (la durata media della vita di coloro che sono morti in un certo anno). Precisiamo che questa media è semplicemente la somma della durata della vita di ciascuno divisa per il numero dei defunti in un certo anno. Così se il Paese considerato avesse in un certo anno sofferto la perdita di un milione di cittadini defunti all’età di 101 anni e un altro milione fossero morti prematuramente all’età di un anno, la vita media in quel Paese sarebbe di 51 anni (101 milioni di anni più 1 milione di anni uguale a 102 milioni di anni diviso 2 milioni di abitanti). Da ciò si deduce che una vita media di modesta entità può essere dovuta soprattutto ad una mortalità infantile molto elevata, fenomeno frequente nei Paesi dalla diffusa povertà come molti di quelli africani, dove si riscontra la presenza di persone anche molto longeve che tuttavia non contribuiscono in modo significativo ad elevare il dato numerico della vita media proprio perché la mortalità infantile è ancora molto diffusa.

Ovunque nel mondo (specie nei Paesi dove la maggioranza della popolazione non soffre di privazioni) la mortalità infantile si è enormemente ridotta e anche questo fenomeno ha contribuito ad innalzare la durata media della vita. Si afferma quindi che i nati in quello stesso anno potranno avere una vita media di analoga durata, sempre che le condizioni di vita prevalenti non mutino; ed è proprio questo il punto cruciale da esaminare.

Nel mezzo secolo compreso tra il 1960 e il 2009 la durata della vita media è risultata ovunque in crescita, con punte elevatissime rappresentate da Vietnam (da 43 a 75), Indonesia (da 41 a 71), Bangladesh (da 37 a 67), Corea del Sud (da 54 a 80), e con poche eccezioni negative come nel caso della Federazione Russa (da 68 a 67) e del Sudafrica (da 53 a 52). Apro una parentesi per osservare che questi sono due dei 5 Paesi etichettati come BRICS, e cioè dall’economia più promettente del mondo, secondo un personaggio degno della stampa anglo-americana che ha divulgato la buona novella, accolta subito ovunque come una rivelazione geniale lungamente attesa. Per noi è invece soltanto un’altra prova del valore e del livello dell’informazione economica.

Torniamo al tema demografico, a proposito del quale sono opportune alcune riflessioni: 1) le coorti composte dai nati nella prima metà del secolo XX i cui individui sono ancora in vita, sono frutto di una severa selezione naturale dovuta all’assenza di farmaci per la cura di malattie dall’esito infausto e alle condizioni igienico-sanitarie non ideali allora ovunque prevalenti; 2) il crescente uso di sostanze non biodegradabili prodotte dall’uomo si è notevolmente espanso nel corso degli ultimi decenni; 3) le specie vegetali e animali delle quali si nutre l’uomo sono state cresciute e allevate facendo un largo uso di sostanze chimiche (da Justus von Liebig 1803-1873 in poi) derivanti dalla petrolchimica e facendo quindi uso di sostanza organica fossile non assimilabile senza conseguenze dagli organismi viventi. L’intera catena alimentare risulta quindi alterata nei suoi aspetti essenziali, con ormai poche eccezioni. Persino i frutti della pesca in mare e in acque dolci ha queste caratteristiche dovute agli inquinanti versati nelle acque di ogni tipo, comprese quelle provenienti dalla falda acquifera e dalle risorgive, forse domani persino dalle sorgenti.

La crescente diffusione di tumori e leucemie (unite ad alcolismo e tabagismo che non accennano a diminuire) indicano che le cellule del corpo umano sono sempre più influenzate da stili di vita malsani, legati anche all’uso dell’automobile. Non soltanto si diffondono così le neoplasie ma il dilagante fenomeno delle allergie indica che le naturali barriere immunitarie di cui gode la specie umana rivelano una crescente fragilità che si manifesta in modo preoccupante con patologie prima inesistenti o soltanto latenti, come mostra il caso dell’AIDS Acquired Immune Deficiency Syndrome, malattia del sistema immunitario diffusasi a partire dal XX secolo, probabilmente causata dalla mutazione genetica di un virus legato ai primati (SIV) trasformatosi poi in un virus trasmissibile in ambito umano (HIV).

Tenendo conto di questi aspetti della realtà nulla si può affermare circa le prossime tendenze della durata media della vita, e sarebbe imprudente pensare che una tendenza alla crescente longevità sia destinata a durare nel tempo. L’ottimismo in materia sarebbe comunque fuori luogo. Ciò che serve davvero sarebbe una presa di coscienza della necessità di adoperarsi in ogni modo mettendo in atto una serie di azioni concrete dirette a migliorare le condizioni di vita contrastando i fenomeni illustrati dei quali siamo vittime. Le conseguenze sulla durata e la qualità della vita potrebbero essere positive.

Tuttavia è sempre bene non dimenticare che yesterday is history, tomorrow is mystery …

Gianni Fodella

 

I cento e uno pericoli di una democrazia diretta

Qualche anno fa Lamberto Maffei, neuroscienziato di chiara fama, sottolineava nel suo libro “Elogio della lentezza” il paradosso della modernità, che tende a sacrificare il pensiero razionale in ragione di una immotivata, illogica e improduttiva velocità.

Mia nonna, una ventina di anni più addietro, ribadiva il noto detto popolare “la gatta frettolosa fa i gattini ciechi”.

Chi, come me, nel periodo che intercorre fra i due pensieri, ha potuto osservare la società che ci circonda con un minimo di astrazione, senza farsi condizionare (troppo) dalla battaglie idealiste o dalle mode del momento, potrà condividere che molti errori in politica, in economia e in tutte quelle attività che richiedono, appunto, un pensiero razionale, sono dovuti alla volontà di decidere senza aver raccolto sufficienti informazioni, all’esigenza di anticipare gli altri nelle azioni senza aver sufficientemente elaborato il pensiero, e, infine, alla mancata analisi sulle conseguenze delle proprie scelte.

Insomma, in molti casi, è tutta colpa della fretta.

I processi che governano i cosiddetti umori della rete, i comportamenti collettivi, codificati da Gustave Le bon (senza dover ricorrere a pensatori più recenti), portano con sé un genetico difetto, che deriva dalla rapidità con il quale tali idee si formano, si scambiano, si applicano. Una rapidità che non produce necessariamente idee e decisioni fallaci, ma che tende a far confondere concetti sostanzialmente diversi: l’indecisione, con la lentezza di un processo di decisione.

Questo pensiero collettivo, per sua natura “non razionale” (n.b. non “irrazionale”), cambia con la stessa velocità con la quale si forma e, di conseguenza, tende ad agire allo stesso modo: con rapidità e mutevolezza.

Se per Marinetti nel 1909 la velocità era prima di tutto bellezza, oggi, la velocità è applaudita come valore assoluto, segno ulteriore di quanto tendiamo, in una sorte di frettolosa sintesi, a premiare capacità senza indagare a sufficienza se queste stesse capacità siano valori o difetti in determinati contesti.

Esistono almeno cento valide ragioni per argomentare come la democrazia diretta, che agisca attraverso la rete come espressione di un pensiero collettivo, e ancor più la consultazione referendaria immediata e frequente attraverso la rete, siano processi pericolosi, inopportuni e sostanzialmente prematuri per lo sviluppo della nostra società.

La natura dei processi decisionali e la necessità di disporre di un sistema politico, indiretto o mediato, che sia in grado di valorizzare la razionalità, sottraendosi alla fretta, è uno dei cento.

Siete d’accordo? Si, No. Votate … subito.

Francesco Benini

Montanelli non si tura più il naso

Mi sono veramente reso conto della gloria che spetta a Indro Montanelli, per onestà intellettuale, a rileggere una sua “stanza” di sedici anni fa, dal titolo “Il nostro intervento nella Grande Guerra”.

Scriveva: ”Come non smetterò mai di ripetere, se nel 1915 avessi avuto vent’anni senza dubbio sarei stato un interventista come furono mio padre e i miei zii, i quali poi partirono volontari per il Carso (e ne tornarono, quelli che tornarono, con idee del tutto diverse)”.
“Ciò posto per dovere di sincerità, devo subito aggiungere che anch’io, come loro, mi sarei presto accorto dell’errore commesso, e commesso contro la volontà della maggioranza, per una volta mostratasi più saggia delle minoranze che tenevano in subbuglio la piazza, e che non erano soltanto, come qualcuno ha scritto, quelle della destra nazionalista. Fu questa minoranza rumorosa e manesca ad avere il sopravvento su una maggioranza moderata e benpensante, ma pavida, e la cui rappresentanza parlamentare non trovò il coraggio di reagire alla manovra chiaramente truffaldina con cui i nostri governanti Salandra e Sonnino condussero l’azione diplomatica per sottrarsi agli impegni della Triplice Alleanza e trasferirci nel campo dell’Intesa.

“Questa manovra valse all’Italia la fama di Paese che non termina mai le sue guerre dalla parte in cui le ha cominciate, definizione che sarà poi ribadita e confermata dal voltafaccia dell’8 settembre 1943. Alla fine il Parlamento si ribellò, esigette d’essere informato, e siccome non lo fu, rovesciò il governo Salandra-Sonnino.  Poi il Re, invocando lo stato di necessità ma violando la Costituzione, confermò il ministero Salandra.  Il quale troncò definitivamente le trattative con l’Austria che si dichiarava pronta a darci gratis, cioè in cambio della nostra neutralità, il Trentino, l’autonomia di Trieste, alcune isole della Dalmazia e mano libera in Albania: cioè tutto quello che poi avemmo come compenso di una guerra di tre anni e mezzo che ci costò 500 mila morti, un’inflazione che si mangiò tutto il risparmio degli italiani e la crisi del regime parlamentare per il discredito in cui il Parlamento era caduto.

“Nota bene: nessuno, o quasi nessuno, trovò il tempo di chiedere il parere del comandante effettivo dell’Esercito, il capo di S.M. Cadorna, come se le condizioni di armamento e di preparazione fossero un dettaglio di poco conto. Uomo di inflessibile carattere, Cadorna era l’autore della pubblicazione “Attacco frontale e ammaestramento tattico”,  che rappresentava la summa del suo pensiero strategico, e di cui il critico militare Valori, anni dopo, scriveva: “ E’ terrorizzante pensare  che esso abbia sul serio servito di base alle  operazioni offensive di un esercito in una guerra moderna”. E’ qui che rifulge la gloria di Montanelli: “L’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale fu peggio che un errore. Fu un delitto, dal quale presero avvio tutte le disgrazie di cui ci proclamiamo le vittime”.

Un delitto. Non hanno scritto così gli altri scrittori di successo, interpreti del nostro tempo, a proposito  della più sanguinosa delle nostre carneficine.  Si sono impegnati a presentare meno rivoltante,  meno feroce e inutile, la decisione di fare guerra, ripudiando la parola data.  Nella sostanza gli altri scrittori hanno farneticato di anelito a completare il Risorgimento, laddove è certo che le carogne sulle pietraie del Carso non si curavano del Risorgimento. Pochi uomini senza cuore, uno dei quali era il Re, condannarono a una terribile sventura un popolo ancora povero, perseguitato dalle malattie della miseria. In spirito di verità, quella guerra Montanelli non poteva non chiamarla un delitto.

Con tutta l’ammirazione per Lui, non è possibile sostenere che Montanelli sia stato sempre adamantino quanto nel testimoniare sulla Grande Guerra. La vita, il mestiere, la politica gli imposero compromessi, mai veramente disonorevoli ma nemmeno veniali. E tuttavia: Indro Montanelli non si turerebbe il naso, oggi che ha la prova provata che la Repubblica cosiddetta figlia della Resistenza è stata appaltata alla classe politica peggiore d’Occidente, meno sanguinaria ma ancora più spregevole dei Salandra, dei Sonnino e delle altre canaglie del 1915.

Nelle sue memorie Antonio Salandra disonore della Puglia arrivò a lagnarsi amaramente di non aver ricevuto un titolo nobiliare, nonostante tante vite da lui falciate. Chi si sente di sostenere che il medio politico italiano d’oggi sia migliore del momentaneo premier del maggio 1915?  Non credo che Indro oggi troverebbe l’indulgenza di convivere con gentaglia come i professionisti della nostra politica.

a.m.c.

Houellebecq: basta Parlamenti governi il popolo

 

Per il Corriere della Sera, Michel Houellebecq “viene unanimemente riconosciuto come lo scrittore francese vivente più celebre nel mondo; di più, come un profeta”. E io, che cominciai attorno al 1973 a scrivere parecchie delle cose di Houellebecq –il sistema rappresentativo è una nave rovesciata; si profila la vendetta dell’uomo della strada, frodato e rapinato tutti i giorni dai suoi “rappresentanti”;  non crediamo più ai parlamenti, agli altri soviet da strapazzo e a tutti i prodotti del congegno elettorale;  aveva ragione Alvin Toffler ad annunciare “andiamo fatalmente verso il tracollo della rappresentanza; col tempo il referendum potrà farsi una volta al giorno, in quanto l’elettronica fornirà i gadget da quattro soldi che ci consentiranno di fare i legislatori da una poltrona di casa” –

io non posso che esultare quando il fortunato autore di “Sottomissione” si converte a una delle formule, già a lungo meditate dagli studiosi, di democrazia diretta.

Al Corriere Houellebecq ha detto: “La fattibilità tecnica è decisiva. Adesso la tecnologia rende possibile consultare le persone in modo puntuale. L’alibi classico contro la democrazia diretta tende a cadere. In Francia restiamo fermi

allo schema secondo cui il popolo non è una cosa seria. Eppure il solo paese che pratica la democrazia diretta, la Svizzera, non mi sembra poco serio”.

Alla domanda ‘qual è la sua idea di democrazia diretta?’ il Nostro ha dato la più concreta delle risposte:” Non ci sarebbe più un Parlamento. Le modifiche legislative sarebbero decise solo da referendum di iniziativa popolare. Quando sento qualcuno dire che la democrazia diretta è populismo, so che quella persona è contraria alla democrazia. La parola populismo è stata inventata, o meglio recuperata, come un insulto; quello di fascismo sarebbe troppo falso. Io sono populista. Non voglio rappresentanti. Voglio che il popolo decida su tutto”.

Chi si scandalizzi a sentire ‘Voglio che il popolo decida su tutto’, faccia pure la tara della licenza poetica che certo spetta alle persone d’ingegno. Soprattutto sappia che il passaggio alla tecnopolitica costerebbe poco, assai meno delle ruberie dei beneficiari della delega elettorale. Quarant’anni fa andai a chiedere al direttore per l’Italia di NCR (National Cash Register, gigante dell’elettronica, se già allora l’industria era in grado di fornire a prezzo infimo una periferica, un gadget ‘politico’ da installare, accanto ai contatori della luce e del gas, in ogni alloggio di un paese come il nostro. Il direttore rispose sì. Quarant’anni fa.

Chi sia turbato dall’idea di un “parlamento” di milioni di membri, consideri che la strada maestra della democrazia diretta (bonificata dei politici di mestiere) è il sorteggio. Al punto in cui è arrivata, la tecnologia può selezionare random, per sorteggio, qualunque numero di cittadini sovrani pro tempore e non rieleggibili,  (supercittadini), i quali posseggano le qualifiche volute, cioè immesse in un computer centrale, p.es. della Cassazione. Trattandosi di mezzo milione di persone, invece di 40 milioni di elettori, sarà facile fornire ai membri sovrani di questa Polis ‘ateniese’, ossia ristretta, gli elementi di giudizio per deliberare, oppure per attribuire a un altro corpo di sorteggiare-a-turno i ruoli di deliberatori, e persino, a valle di ulteriori selezioni a turno, il ruolo di governanti.

Houellebecq ha divinato una Polis possibile, molto migliore di quello che chiama “il sistema che non funziona più”. Ci dica però come strapperemo il potere agli usurpatori partitici che lo detengono. Se anche sorgesse un Mosè capace di convincere il popolo intero a volere la democrazia diretta, le carte e le corti costituzionali, i Tar, i sindacati, i diritti acquisiti e altri congegni di manomorta lo vieterebbero.

Occorrerà che Mosè sia non solo guida e ideologo: anche eversore totale, che rovesci le Istituzioni, che occupi fisicamente i loro palazzi, che chiuda in campi di lavoro i loro bonzi, quelli ‘puliti’ e venerati compresi. Un Mosè distruttore e riedificatore, che abbia fatto proprio il pensiero alla Houellebecq. In ogni caso non un riformista ai termini del sistema (che il Nostro dichiara morente), bensì un azzeratore antilegalitario dell’assetto che piace ai conservatori. Un invasato del futuro con la tempra di Ataturk, di Oliver Cromwell, meglio ancora di Maometto.

a.m.c.

Se riaprisse Norimberga

Sono più di settant’anni  -il processo nella città di Hans Sachs e di Albrecht Duerer chiuse nell’ottobre 1946; si era aperto un anno prima- che ad intermittenza ciascuno di noi farnetica sulle grandiose opere di giustizia che la patria dei Due compirebbe se reinstallasse il suo Tribunale. Sulle forche morali da cui penderebbero tanti mascalzoni, parecchi dei quali  peggiori degli uomini di Hitler. Sappiamo perché non si processarono tanti altri corresponsabili delle decine di milioni di morti del secondo conflitto mondiale.

Fosse stata l’espressione della Giustizia astrale che le attribuiamo, Norimberga avrebbe dovuto sentenziare anche i più bellicisti tra i capi supremi delle potenze vincitrici: in testa, oltre a Stalin, quel Winston Churchill che smaniò  per una propria guerra grossa sin dal 1897, quando fece sparare contro gli indiani a casa loro (le prodezze contro i Boeri vennero dopo). Sul banco di Churchill avrebbe dovuto sedere anche Franklin Delano Roosevelt, che non era inferiore a Sir Winston per disprezzo delle vite umane: di quanto sangue grondò il sorgere dell’impero USA, vaticinato da Woodrow Wilson e fondato dall’icona del New Deal?

Oggi che la sventura più grave sofferta dall’umanità è la miseria di due miliardi di uomini, ci interroghiamo su chi sia il peggiore colpevole: gli sfruttatori colonialisti? i malfattori che si sono insediati al loro posto? i mercanti d’armi? chi ostacola il birth control? Giove che non piove? la desertificazione? l’arretratezza? Se in proposito si interroga l’Oracolo di Delfi è improbabile che risponda in modo chiaro: l’oscurità delle risposte era la tradizione delle Sibille antiche, femmine o maschi.

Una cosa è certa: passata la tragedia dei grandi conflitti mondiali, c’è un grosso plotone di scellerati che andrebbe  portato  in catene davanti ai giudici della Norimberga sognata. i governanti dei paesi ricchi e i loro diplomatici, consulenti ed economisti, che con le strategie e concezioni attuali rendono la miseria invincibile. Non solo non fanno il loro dovere contro la povertà estrema, ma in più organizzano vertici mondiali contro la povertà estrema. Il megaconsesso convocato undici anni orsono a Roma dalla Fao, gigantesco apparato burocratico dell’Onu per l’Alimentazione e l’Agricoltura, produsse nel 1997 dopo due anni e mezzo di negoziati una “Dichiarazione di Roma per la sicurezza alimentare mondiale”,  di valore pratico zero.  Ai sensi di essa “entro il 2015 il numero dei denutriti dovrà essere dimezzato”. Come sarebbe stato fatto?  Jacques Diouf, l’africano direttore generale della Fao, tagliò corto: “Il passo avanti è che i rappresentanti di 173 paesi hanno concordato gli obiettivi.  Devono essere messi a punto soltanto gli strumenti per raggiungerli”.  Soltanto.  E’ dei primi di febbraio 2017  la valutazione che l’attuale siccità africana minaccia direttamente di morte almeno 20 milioni di persone. La stima è stata fatta propria e divulgata da una fonte ufficiale vaticana. Tra parentesi: quando il  ‘rivoluzionario’  Bergoglio riconoscerà che la cieca avversione al controllo delle nascite è il più grave degli storici  peccati della Chiesa,  più grave p.es. della pedofilia?

Diouf e compagni, in aggiunta ai presidenti, monarchi , portaborse e cortigiani che andarono a Roma a blaterare insulsaggini  contro la fame: ecco una categoria di imputati da portare in ceppi a Norimberga. Per conseguire  la vitale Dichiarazione di Roma  -dopo la quale  ‘nulla sarebbe stato come prima’-  furono radunate   nella svergognata capitale di Scalfaro e di Wojtila le nomenklature del mondo intero, coi loro seguiti, portaborse, consorti, sodali e pierre, tutti indispensabili a divinare la lotta alla fame. In più quattromila giornalisti e molte migliaia di poliziotti, gorilla , etc. Cortei ufficiali, motociclisti. pranzi di lavoro e di ozio, intrattenimenti per consorti. Quanto latte in polvere sarebbe arrivato ai bambini subsahariani col bilancio del vertice di Roma?  I malfattori di cui sopra, e le loro signore,  non furono i peggiori nemici dell’umanità.  Però la loro espiazione ai lavori forzati farebbe effetto. A favore degli affamati si inventerebbe qualcosa di opposto ai vertici planetari.

Norimberga non dovrebbe punire soltanto i criminali estremi:  anche quelli intermedi e quelli apparentemente innocui. Per esempio quelle alte cariche, in particolare quei presidenti della Repubblica a volte prediletti dal popolo,  che accettano di farsi trattare con lo sfarzo di Buckingham Palace, del Quirinale e di altre regge. Perché non far loro provare la durezze delle vendette, secondo l’aspra lezione di Norimberga?

Gli sbarchi in tutte le Lampeduse, i naufragi, le traversate dei deserti, le altre tragedie della povertà prefigurano su scala ridotta le sciagure che verranno se continueremo a fare il niente d’oggi in pro del mondo della povertà.  Almeno un decimo della nostra ricchezza complessiva dovrà andare ai miserabili. Un giorno saremo divorati dal rimorso se batteremo la strada percorsa finora. La cosa da fare non è di attirarli nelle nostre banlieus e sotto i nostri ponti. Sono relativamente pochi i mentecatti  e gli ignoranti assoluti  che ‘sognano l’Occidente’ ,  sognano di venire a mendicare e a lavare latrine. Ci tocca  di spartire il nostro benessere con le loro nazioni, nei loro continenti,  perchè si riscattino dalla povertà. Detto più chiaro: spartire il nostro benessere vuol dire accettare di impoverirci, di tornare anche  agli stenti di un tempo. A questo mezzo cataclisma non riusciremo a sfuggire. Ovvio che dalla Grande Spartizione andrà esclusa in toto la classe dirigente delle ex-colonie: occorrendo si ripudierà la decolonizzazione.

I sinistristi e gli idealisti-bamba di casa nostra, che credono di combattere la povertà accogliendo clandestini e derelitti dal mondo intero, sono forti in empito sentimentale e deboli in logica, oltre che in etica personale. Sappiano che quando spartiremo  sul serio col mondo dei miseri, anche essi sinistristi e idealisti-bamba  dovranno arretrare nei livelli di benessere. Anche per loro il Welfare State  avrà meno risorse. Anch’essi dovranno pagare più tasse, se hanno un reddito. Persino i nidi d’infanzia, i disoccupati e i titolari di diritti  ‘acquisiti’  dovranno acconciarsi a qualche rinuncia, il giorno che i nostri paesi capiranno di dover lanciare un super Piano Marshall veramente mastodontico contro la povertà. Pretendere che si accolgano fisicamente  tutti i bisognosi del mondo è da scervellati. Sinistristi e idealisti-bamba lo pretendono perché sanno che non sarà mai fatto. Vedremo se il sentimento  filantropico li indurrà a fare la cosa grossa:  tornare di buon animo  alla parsimonia di quando non eravamo prosperi, in modo da  fare fino in fondo il dovere che incombe anche su loro.

Benestanti e ricchi dovranno subire i sacrifici maggiori. Se i poteri forti e gli appaltatori politici riusciranno a scansarli, sobillando gli elettori a vietare nelle urne la Grande Spartizione, anche qui non resterà che sperare nella durezza dei giudici di Norimberga.

a. m. calderazzi

 

Con le super-armi di Trump gli USA diverranno l’Impero canaglia

 

“We need a military that will be so strong that we won’t have to use it. Right now we are in bad shape militarily.  We’re decreasing the size of our forces, and we’re not giving them the best equipment. Recruiting the best people has fallen off. There are a lot of questions about the state of nuclear weapons. It’s no wonder nobody respects us. It’s no surprise that we never win”.

We never win: in effetti   dopo il 1945 gli US non hanno più vinto un confronto armato. Il trionfo del Nostro  sulla coalizione del perbenismo liberal-progressista ha avuto le sue ragioni. La gente si è rivoltata contro un’egemonia del  ‘politically correct’  che durava dal 1960, quando John Kennedy fece credere nelle vuote promesse della Nuova Frontiera. Tuttavia, se davvero Trump riuscirà a coartare il Congresso e l’opinione pubblica -in circostanze internazionali non minacciose-  ad aggiungere molti  miliardi al più iperbolico bilancio militare di tutti i tempi, l’America potrà diventare  l’Impero canaglia del nostro tempo. Innanzitutto  per la corsa agli armamenti che promuoverà. Solo un miracolo scongiurerà che Mosca, Pechino, Pyongyang e qualche altra capitale ingigantiscano i loro apparati bellici. L’Europa è stata già messa in mora perché lo faccia. Difficilmente si scongiureranno ritocchi in aumento nella generalità delle nazioni, quelle lillipuziane comprese. Malta, la mezza Cipro ed altre affermeranno il diritto a rafforzare la loro ‘sovranità’.

Preparandosi a lasciare la Casa Bianca, Dwight Eisenhower, tecnicamente il generale americano che conseguì più vittorie di George Washington, indirizzò al paese un monito grave: rischiamo di consegnarci a un “military-industrial complex”  al momento non abbastanza forte.  Il pericolo si materializzò presto: John Kennedy, il successore del presidente Eisenhower, fu condizionato dal military-industrial complex non solo a vagheggiare la conquista di Cuba, ma a compromettere gli Stati Uniti in Indocina, dove la Francia era stata scacciata e umiliata, e dove l’America avrebbe conosciuto la più vergognosa delle disfatte. Furono necessari un presidente repubblicano (Nixon) e un premio Nobel oriundo tedesco (Kissinger) per mitigare la sciagura d’Indocina, provocata da Kennedy e aggravata dal suo successore liberal, Lyndon B. Johnson.  Il presidente della New Frontier aveva reiterato il misfatto bellicista dei suoi maestri democratici, Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt: i Due costrinsero a combattere una nazione americana essenzialmente isolazionista,  in quanto fedele alle consegne di George Washington e di Thomas Jefferson.

Coll’intervento nella Grande Guerra, in assenza di alcuna minaccia reale per l’America, Wilson gettò le fondamenta dell’impero statunitense. Con la scelta di campo a fianco del bellicista Churchill e del generalissimo Stalin, Roosevelt edificò l’impero stesso. Inevitabilmente il fatto d’essere primo tra i colossi mondiali condizionò l’America a diventare la società più militarista della storia.

Peraltro il presidente che vuole aggravare il condizionamento temuto da Eisenhower  risulta contraddetto dalle realtà degli ultimi settantadue anni.  La strapotenza militare non è bastata a debellare gli avversari dell’America: nemmeno quando non erano temibili come i maoisti che conquistarono la Cina o come i Vietcong. E’ improbabile che l’estremismo riarmistico progettato da Trump neutralizzi i nemici odierni dell’ordine occidentale. Ancora una volta il military-industrial complex prova a dettare la linea alla politica statunitense,  pur dominata al momento da un capo assertivo anzi dirompente. Per fare sterminata la superiorità bellica USA il Commander in chief dovrà tagliare duramente la spesa federale.

La più pericolosa delle decisioni non sarà la rinuncia ad avvicinare i livelli del Welfare americano a quelli europei. La valutazione veramente grave sarà:  i paesi ricchi, USA in testa, non sono in grado di lanciare un super-Piano Marshall a favore del pianeta povero. Le cose stanno dimostrando che nel contrasto tradizionale il terrorismo è invincibile, l’invasione dei clandestini è inarrestabile. Un tot di portaerei e di droni in più non fermerà gli attentatori che sconvolgono metropoli e aeroporti, meno che mai distoglierà i miserabili dall’infrangere divieti e frontiere.

Invece un programma anti-miseria talmente gigantesco da riscattare direttamente vaste masse di tre continenti indebolirebbe sul  serio gli antagonisti dell’ordine capitalistico. Qualunque cosa di pace cheTrump farà nel mondo  per contrappesare gli eccessi del suo  ‘America First’  non sarà abbastanza ingente, e ciò per gli extra costi del militarismo.  Sarà il più storico degli errori.  Le nuove super-armi saranno altrettanto inutili quanto il potere di  ‘overkill’  detenuto dal Pentagono dal 1945.

a.m.calderazzi

 

 

 

 

 

 

SE DOPO LA NOSTRA WEIMAR IL DITTATORE FOSSE COME LO VOLEVA JULIAN HUXLEY?

Un articolo di Stefano Folli ci annuncia con qualche autorevolezza che, come sono i pronostici sulle prossime elezioni, questa volta gli scenari alla Weimar sono vicini.  L’antico direttore del Corriere della Sera non si spinge a dire cosa verrà dopo la Weimar italiana, cioè dopo il marasma preagonico della plutodemocrazia modellata dalla Costituzione antifascista.

L’avvento di un dittatore è una della possibilità, ma l’antico direttore del Corriere non dimostra che tale avvento sarebbe più nefasto di ciò che abbiamo. Potrebbe non essere un dittatore efferato alla Adolf  Hitler,  ma un reggitore bonario  come l’aristocratico filosocialista  Miguel Primo de Rivera, che negli anni Venti fu il più provvido e il più amico del popolo tra i governanti spagnoli dalla fine dell’Illuminismo al 1923, quando fece il suo incruento e applaudito colpo di Stato.

Viene anche da pensare al dittatore immaginato nel 1935 a Londra da Julian Huxley col libretto intitolato, appunto, “Se io fossi dittatore…”. Questo Sir Julian, biologo accademico  a Oxford e altrove, era uno dei maggiori esponenti dell’Establishment scientifico inglese: nipote di Thomas H.Huxley, maestro dell’evoluzionismo; fratello del fisiologo Andrew  F. Huxley, premio Nobel, e dello scrittore e pensatore Aldous F. Huxley (“Brave New World”).  Il Nostro, Julian, fu chiamato per chiara  fama internazionale a fare il primo direttore generale dell’Unesco. Ebbene, nelle 134  pagine dell’edizione italiana (Hoepli 1935, traduttore G. Prampolini) Sir Julian enuncia ciò che fa  come dittatore dell’impero britannico, allora prima potenza al mondo. Qui riassumiamo,  usando soprattutto le parole del testo londinese.

“L’era dell’industrialismo e dell’individualismo democratico,  nella cui fase declinante viviamo noi inglesi e qualche altra nazione,  fu favorevole a un’illusione di libertà. Oggi alcuni di noi hanno compreso che quella libertà era solo apparente. La democratica libertà di voto risulta la semplice facoltà di scegliere tra due partiti  nella cui azione il votante non ha parte alcuna”.

La filosofia fondamentale del dittatore Huxley è  “un umanismo scientifico che mi detta le direttive generali di condotta che io passerò a voi. L’unica meta che mi pongo per gli inglesi è un’espansione di vita,  un insieme di esperienze più soddisfacenti, un esistere più pieno e più ricco. Lo scopo supremo è innalzare la qualità di vita del mio popolo:  più salute e longevità, case pulite, spaziose e bene arredate,  città belle, ogni possibilità di lavoro e di riposo. Un’ampia  fase di benessere fisico e mentale;  poi provvedere a soddisfare  impulsi umani più profondi. Considero mio scopo riorganizzare radicalmente la struttura della società”.

Per Sir Julian “il liberismo portò a considerare il lavoro una commodity. Ne conseguì la distruzione delle antiche idee corporative e dei vecchi rapporti organici fra le classi,  nonché l’ingrossarsi di un ceto di proletari schiavi del salario.  Come dittatore intendo fondare una comunità organica, progressiva, stabile, equilibrata. Il mondo può essere cambiato per il meglio, se lo vogliamo. Francamente,  prenderò ogni misura possibile per contrastare le opinioni contrarie alle mie. Controllerò l’istruzione, chiederò l’aiuto delle Chiese e della stampa.  Svilupperò l’efficienza della propaganda governativa. Metterò in pratica i migliori tra i congegni innovativi sperimentati in Italia, Germania e Russia, nonché nel New Deal rooseveltiano. Ma non sopprimerò le opinioni contrarie, in modo che avrò dietro di me un’opinione pubblica abbastanza unita.  I sociologhi attestano che la libertà totale finisce per generare il proprio crollo e produce un eccesso di gruppi che mirano alla sopraffazione”.

Per Huxley l’economia non deve essere più in balia della finanza. La proprietà non deve essere intoccabile. Le industrie, l’agricoltura compresa, dovranno organizzarsi in Corporazioni e in Consorzi obbligatori, che sopprimeranno le aziende superflue e i metodi operativi non scientifici.

” Ciò che per primo deve fare un buon dittatore è convincere i sudditi che egli incarna la loro volontà. Quando tiene un discorso,  Mussolini tasta il polso al popolo. Il sistema parlamentare, col suo suffragio universale, sta crollando.  Sono sorti  congegni tecnico-politici di ogni genere per saggiare l’opinione popolare. Alcuni si sono rivelati di una precisione quasi sinistra, tali da far risultare superflue le elezioni. Coglierei ogni occasione per scoprire con referendum consultivi cosa pensa realmente il popolo”.

Il dittatore Julian elenca un gran numero di applicazioni pratiche dei suoi piani di riorganizzazione avanzata: per esempio una coscrizione civile per due anni;  un corpo permanente di artisti per affrescare e abbellire con sculture gli edifici pubblici; una catena di teatri nazionali aiutati dallo Stato; centinaia di altri interventi benefici. “Oggi la grande maggioranza degli adulti britannici, se non sono disoccupati, sono così assorbiti dal lavoro che hanno poco tempo o poca energia per vivere. Così la maggior parte delle loro ricche risorse resta inutilizzata. Non esistono possibilità di soddisfare le aspirazioni profonde dell’uomo. Manca la coscienza di un senso comune alla nazione. Invece il comunismo e il fascismo riescono a raccogliere ciò che resta dello slancio collettivo.  Da noi i più vivono una vita insoddisfacente, oppressi dalla disoccupazione o dall’eccesso di lavoro,  turbati da crucci, da  cattiva salute, dalla mancanza di sbocchi e di motivazioni degne. Nello spazio di una generazione il mio governo riuscirebbe, spero,  a cambiare le cose”.

“Terrei le redini come dittatore finché si instaurasse uno spirito sociale che assegni valore tanto all’unità,  quanto alla diversità.  La rinascita economica è un passo necessario verso tale meta;  ma soltanto un passo. Un buon dittatore deve essere rigorosamente pratico, ma anche visionario, onde condurre il suo popolo verso un destino migliore”.

Ecco dunque, nella patria della democrazia parlamentare e dell’ economia liberista -ma anche,  per l’Europa, della Grande Depressione anni Trenta-  un’ importante figura del pensiero e della scienza  affermare che il Buongoverno e l’Umanismo sono possibili solo in una dittatura illuminata: tanti sono i mali, le ferocie e semplicemente le carenze del maestoso sistema britannico, così liberista e classista.

La fantapolitica di Sir Julian sarebbe stata più suggestiva e utile se avesse descritto come era  riuscito a diventare dittatore in un paese tanto attaccato alle tradizioni, cominciando dalla venerazione del parlamento,  della corona e del collegio elettorale. Tuttavia il valore della provocazione resta: il troppo rispetto delle istituzioni vigenti è idolatria ed è orrore del pensare.

Quest’ultimo, orrore del pensare, è il misfatto che attribuiva agli inglesi Ramiro de Maeztu, con Unamuno e Ortega y Gasset il maggiore teorico spagnolo del tempo, figlio di una inglese. Il nostro Huxley era seguace di Maeztu nel proporre il ritorno al corporativismo e alla società organica.

Nel vagheggiare un reggitore amico dei proletari,  i più colpiti dalla Grande Depressione,  Sir Julian risultava aver meditato sui sei anni di governo in  Spagna del generale Miguel Primo de Rivera, il Dictador che parteggiava per i proletari e per i piccoli borghesi,  piuttosto che per l’alta aristocrazia cui apparteneva.  Furono i banchieri e i duchi grandi latifondisti  che abbatterono Primo de Rivera,  governante autoritario che  ai lavoratori  dette il primo modesto Welfare della storia nazionale, e al paese intero una modernizzazione e una prosperità cui i governanti liberali avevano  fallito  per mezzo secolo.

Nel sognare una sorte “più bella”, con buone case e una catena di teatri nazionali per i plebei, Sir Julian condivideva il giovanile  umanismo di José Antonio,  figlio del dictador  Primo de Rivera e, come Ramiro de Maeztu,  messo a morte nel 1936. Al marchese Josè Antonio, fondatore della Falange,  anche gli storici antifascisti (in Spagna; da noi, sanno di più…) riconoscono un idealistico amore per gli umili che sarebbe piaciuto al futuro capo dell’Unesco.

A.M.Calderazzi

LE MACERIE DELL’EUROPA

Nell’ormai lontano 1941, quando il secondo conflitto mondiale era in pieno svolgimento e la Germania hitleriana sembrava vicina alla vittoria, Altiero Spinelli (1907-1986) ed Ernesto Rossi (1897-1967), all’epoca confinati nell’isola di Ventotène, dopo una lunga detenzione in carcere per la loro attività antifascista, scrissero un breve opuscolo dal titolo Per un’Europa libera ed unita. Progetto d’un Manifesto. Lo scritto circolò dapprima clandestinamente in ciclostilato e venne infine pubblicato a Roma nel gennaio 1944, su iniziativa di un altro noto antifascista, Eugenio Colorni (1909-1944)*, il quale redasse una breve ed incisiva prefazione†. Colorni, che viveva nascosto nella capitale sotto falso nome, morì pochi mesi dopo ad opera di alcuni militi della banda Koch.

Il volumetto, oggi comunemente noto come Manifesto di Ventotène, partiva dalla constatazione dei guasti prodotti in Europa dalle idee di nazione (“un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possano risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio di ciascuno di essi […]. Questa volontà di dominio non potrebbe acquetarsi che nella egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti”) e di razza (“Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza, e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l’assurdità, si esige dai fisiologi di credere, dimostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l’imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l’odio e l’orgoglio.”). Le devastazioni generate da queste ideologie aberranti erano sotto gli occhi di tutti e avrebbero continuato a produrre i loro nefandi effetti ancora per diversi anni, provocando la morte di decine di milioni di persone.

L’unico modo per evitare che anche in futuro in Europa si potessero ripetere simili tragedie era di giungere finalmente all’unione degli Stati europei in una federazione: “Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”. Dalle macerie del secondo conflitto mondiale avrebbe dovuto sorgere una nuova entità politica, “un saldo stato federale”, i cui principi basilari avrebbero dovuto essere un “esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica” (così scriveva Colorni nella Prefazione).

Ma di primaria importanza era anche che nella nuova federazione venisse assicurato il benessere dei futuri cittadini europei. Per i due autori, infatti, “le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime”. La realizzazione di condizioni di vita più umane avrebbe creato “intorno al nuovo ordine un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento, […] per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi, le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto, e non solo formale.”
Questa premessa era necessaria per capire in quale direzione sta veramente andando l’Europa oggi. Indubbiamente dalla fondazione della CECA nel 1957 con i Trattati di Roma sono stati fatti progressi incredibili nel processo di integrazione europea, ma a partire dai primi anni ’90 e in particolar modo dall’istituzione della moneta unica, gli avvenimenti hanno preso una piega che non va nel senso prefigurato da Spinelli e Rossi.

Si è infatti completamente perso di vista quale deve essere lo scopo principale della progressiva unificazione europea, ossia assicurare la libertà dei cittadini europei e il rispetto dei loro diritti inalienabili, allontanando per sempre lo spettro della guerra, e offrire loro condizioni di vita rispettose della dignità umana. L’Unione europea avrebbe dovuto promuovere e diffondere questi valori sia al suo interno sia nel resto del continente, tra gli Stati che non ne erano ancora parte.

Di fatto questi obiettivi sono stati accantonati e lo dimostrano l’incapacità dell’Unione di arginare il rigurgito di odio razziale e nazionalistico sfociato nella guerra jugoslava, che tra il 1991 e il 1995 provocò, nel cuore della “pacifica” Europa, circa 100.000 vittime (bilancio ancora non definitivo), e le assurde regole di politica economica improntate ad un rigore cieco, che hanno impedito di affrontare in modo appropriato la grave crisi finanziaria iniziata nel 2007/08 e di cui ancora oggi subiamo gli effetti negativi. Le tristi vicende della Grecia ne sono la prova evidente.

E le cose non sembrano cambiare nel presente. Mentre gli inglesi, grazie ai loro inetti governanti, si apprestano a lasciare la barca che affonda, le istituzioni europee sono allo sbando di fronte agli imponenti flussi migratori provenienti dalle sponde dell’Africa e del Medio Oriente; si ergono muri dalla Manica ai Balcani, in un quadro di crescente intolleranza, favorendo così ulteriormente il terrorismo; e in alcuni paesi (Ungheria e Polonia) si riaffacciano tendenze illiberali, tollerate in spregio ai principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Di fronte a tutto ciò, nei consessi di Bruxelles non si fa altro che parlare di rapporto debito/PIL o di pareggio di bilancio. Ma il pareggio di bilancio non salverà l’Unione dal naufragio.

Nell’Europa attuale si ripropone lo scontro che già anticipavano Spinelli e Rossi nel Manifesto tra le forze “che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale — e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità — e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.

Occorre ritornare allo slancio ideale di Spinelli e Rossi, fatto proprio in passato da altri “padri fondatori” dell’Europa come Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer, per rilanciare il progetto di progressiva unificazione dell’Europa. Bisogna riportare l’uomo e la sua dignità al centro dell’azione politica europea. Non può l’economia dominare e sopprimere l’uomo, non si può in nome del rigore nei conti pubblici far morire di fame un intero paese come è accaduto con la Grecia.

Continuare su questa strada porterà alla fine dell’Unione, favorirà quelle forze, già presenti in Europa in molti paesi, che ripropongono i vecchi temi del nazionalismo e dell’intolleranza. Nonostante coloro che vogliono farci credere ancora oggi all’esistenza di popoli europei divisi e addirittura in contrapposizione tra loro, bisogna riaffermare la profonda unità che è alla base della cultura e della civiltà europea, che ha saputo conciliare e intrecciare nel corso dei secoli tradizioni di pensiero, modi di vita, religioni, arti e letterature di popoli diversi ponendo le basi per una convivenza pacifica tra comunità assai eterogenee. Un patrimonio culturale in molti casi comune anche con le sponde dell’Africa e del Medio Oriente che si affacciano sul Mediterraneo e che dovrebbe costituire la base di partenza per l’integrazione di quanti lasciano i loro paesi a causa della fame, della guerra o delle persecuzioni politiche, cercando un porto sicuro in Europa, e per combattere i germi del terrorismo, che nascono in gran parte dal risentimento e dall’odio per essere stati rifiutati e discriminati.

Dall’attuale crisi delle istituzioni europee, dalle macerie di quest’Europa di oggi, bisogna ripartire per dare un nuovo senso alla costruzione dell’Unione europea. Si deve ripensare ai motivi fondanti di questo progetto, recuperare l’idealità che ne fu all’origine. Come scrivevano Spinelli e Rossi alla fine del loro Manifesto “Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge, così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie fra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!”.

Giuseppe Prestia

*Anche Colorni era stato confinato a Ventotène dal 1939 al 1941. Trasferito poi a Melfi, riuscì a fuggire nel maggio 1943 e a raggiungere Roma.

†Il volume venne pubblicato clandestinamente dalle Edizioni del Movimento Italiano per la Federazione Europea (ne furono stampate 500 copie numerate) con le sole iniziali degli autori, A. S. e E. R., e il titolo Problemi della Federazione Europea, in quanto comprendeva altri due saggi di Spinelli (Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche, scritto nella seconda metà del 1942, e Politica marxista e politica federalista, scritto tra il 1942 e il 1943).

Spagna: la corruzione sorella cattiva della liberta’

Spagna: la corruzione
sorella cattiva della libertà

I reggitori del Regno dopo la morte di Franco -i Juan Carlos, i Carlos Arias Navarro, gli Adolfo Suarez, i Manuel Fraga Iribarne, persino i Santiago Carrillo- sbagliarono a consegnare il paese alla democrazia (=oligarchia) dei partiti: lo ha dimostrato il quarantennio che è seguito. Soprattutto lo hanno provato i tredici anni di governo di Felipe Gonzales (1982-96). Ma il malaffare resta.

Era scritto nelle cose che il Craxi andaluso, capo di un partito destinato a raccogliere 10 milioni di voti, avrebbe importato nella politica spagnola i mali della repubblica italiana, la peggiore dell’Occidente. Ma forse nessuno si aspettava in Spagna un trionfo così repentino del malcostume. Forse nessuno prevedeva che i capi del socialismo spagnolo, eredi di un retaggio onorato -un secolo di lotte a favore del popolo, avviate da un Pablo Iglesias che morì in miseria- avrebbero potuto risultare altrettanto ladri quanto i loro maestri italiani.

Felipe Gonzales e i suoi si sono macchiati di una colpa supplementare. Hanno impostato
una gestione cleptocratica del potere che ha inevitabilmente assimilato i loro avversari e successori, i ‘popolari’ (liberal-conservatori) di José Maria Aznar prima, di Manuel Rajoy poi. La parentesi al governo del socialista intellettuale José Luis Rodriguez Zapatero non ha cancellato gli illeciti impostisi coll’avvento del felipismo. Chi oggi scorra la stampa spagnola la troverà quotidianamente punteggiata dai fatti e riverberi delle tangenti e dei favoritismi: forse non sfacciati come nelle prime due legislature ‘democratiche’, però gravi. Alla fine del tredicennio felipista il Psoe si trovò insozzato dagli scandali economici, molti suoi esponenti indagati o processati nella capitale come in Andalusia, in Navarra, nel Paese Vasco, nelle Baleari, in Catalogna, altrove. Nel 1996 solo nella Comunidad Autonoma Valenciana il Psoe non risultava perseguito. Si prese a dire che la corruzione era l’Aids della classe politica spagnola. Di qui la futura affermazione dei sentimenti antipolitici e populistici.

Va detto che Felipe Gonzales, il potente successore alla Moncloa del presidente del governo Leopoldo Calvo Sotelo (figlio del leader monarchico assassinato giorni prima della Guerra Civile), dette indicazioni sui propri stili di gestione e di spesa al momento stesso di insediarsi. Fece sapere che intendeva utilizzare uno staff di duemila e più persone, per non essere da meno di governanti socialisti come Willi Brandt, Bettino Craxi, Francois Mitterrand. Alla fine del suo lungo consolato, Gonzales lasciò ad Aznar una Moncloa di 2300 persone, quasi tutte di sua nomina.
Gli edifici della presidenza erano dodici, per quasi 204 mila metri quadrati costruiti. Non mancava un bunker ipertecnologico che apparve alquanto più imponente delle installazioni di sicurezza della Casa Bianca. Qualcuno ha valutato, magari esagerando, che il grande rifugio fu una realizzazione altrettanto impegnativa quanto il tempio del Valle de los Caidos di Francisco Franco.
A proteggere la Moncloa furono assegnati, oltre ai reparti polizieschi, i paracadutisti della brigata di Alcalà de Henares. Il presidente e i suoi familiari ebbero al loro servizio una dozzina di autisti, con altrettanti veicoli, alcuni dei quali blindati, altri fuoristrada. Nel suo assieme il vertice dello Stato prese a disporre di circa duemila veicoli e di una ventina tra aerei ed elicotteri. Oltre millecinquecento giornalisti fidati, artisti, registi e pubblicitari lavoravano per ministeri ed entità pubbliche. Nei duemila edifici pubblici della capitale non meno di settemila persone godevano di remunerazioni direttoriali o di cospicui contratti di consulenza. Inutile aggiungere che prevalevano le persone di affiliazione socialista.
Gli sprechi e le pletore sono mali antichi di tutte le monarchie. Quella di Franco poté non eccedere, anche perché i suoi primi vent’anni furono famelici; tuttavia essa allargò molto gli interventi della mano pubblica, dunque lo statalismo. Inaspettatamente gli sprechi furono esasperati nell’abbondanza degli anni Ottanta, oltre a tutto ad opera di una classe di governo che si ispirava a un’ideologia di sinistra.

Il saccheggio

Due autori, José Diaz Herrera e Isabel Duran, pubblicarono nel 1996 un libro, “El saqueo de Espana, Ediciones Temas de Hoy, Madrid, che tra il febbraio e l’aprile di quell’anno ebbe undici ristampe. In 605 pagine gli autori dettagliarono con migliaia di nomi la rapina e gli sperperi della gestione Gonzales. Successivamente, tra il novembre 1996 e il gennaio 1997, fecero uscire “Pacto de Silencio, seconda parte de “El Saqueo de Espana”).487 pagine, otto ristampe in otto mesi.

Il secondo libro era sottolineato “La herencia socialista que Aznar oculta”. Herencia significa eredità. Si esponevano ancora i mali della gestione felipista, con in più numerose accuse al primo ministro conservatore Aznar per il fatto di tacere sui comportamenti del predecessore, e ciò per calcolo o per omertà corporativa tra politici. Tra le due opere, 1092 pagine fitte di fatti, nomi, circostanze e soprattutto addebiti.
Un ventennio dopo la pubblicazione, i due libri sono ancora in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura, dello Stato madrileno. In vent’anni la magistratura spagnola e le centinaia di persone accusate o menzionate hanno avuto tutto il tempo per perseguire come calunniatori i due autori Diaz Herrera e Duran, o per esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non congetturare che una parte piccola o grande dei personaggi del felipismo meritassero la gogna?

Nel prologo del primo libro gli autori assimilavano la rapina della fase socialista al ‘Sacco di Roma’ (6 maggio 1527), compiuto dalle truppe spagnole di Carlo V: “Uno de los mas negros episodios de nuestra historia, que llenò de verguenza a la Corte de Carlo V y obligò a la nobleza espanola a pedir (chiedere) perdòn al papa Clemente VII. Casi cinco siglos después, bajo (sotto) el mandato de Felipe Gonzales, el pais se ha visto asaltado par la corrupcion, el amiguismo, los favoritismos y el trafico de influencias. Bajo los gobiernos socialistas Espana ha caido (è caduta) en mano de toda clase de especuladores y delinquentes de cuello blanco (colletti bianchi). Felipe Gonzales lo reconocìa en un miting: “Perderemos las elecciones por la corrupcion”.
Ancora i due autori: “Los socialistas, en su (loro) primera relacion con el poder asumen todos los defectos y ni (nemmeno) una sola de las virtudes de los anteriores gobernantes. El dia en que el Psoe gana las elecciones generales de 1982 un grupo de personas decide dominar los negocios publicos, aduenarse (impadronirsi) de la banca y poner a su servicios las grandes empresas y el conjunto del sistema financiero del pais (…) Todos los escandalos que venian salpicando (punteggiando) la vida politica nacional dan un salto qualitativo que coloca a Espana en los niveles (livelli) mas altos de la corrupcion, muy cerca (vicino) de Mexico, Japan e Italia. Cada dia con un nuevo escandalo que se solapa (accavalla) con el anterior, los hechos (fatti) masgraves estaban aun por descbrirse. El retroceso del felipismo en las elecciones del 3 marzo 1996 apre una nueva etapa. Pero la pirrica victoria del Partido Popular no permite demasiadas (troppe) esperanzas de regeneracion. Secondo gli autori, il salto qualitativo del malaffare si manifesta nel 1995, con la fuga e la cattura di Luis Roldan,direttore generale della Guardia Civil, nonché coll’arresto di Mariano Rubio, governatore del Banco de Espana.
Diaz Herrera e Duran sostengono che verso la fine degli anni Ottanta il partito di Gonzales “impose ai principali banchieri e imprenditori del paese una taglia: con ciò convertendo il meccanismo della democrazia in una cleptocrazia organizzata. Ai capi dell’economia (l’edilizia in particolare) non fu lasciata scelta: o pagare tangenti agli ‘esattori’ socialisti, o subire vendette. Risultato, il Psoe, forte di un netto vantaggio competitivo rispetto agli altri partiti, ottenne per una terza volta la maggioranza assoluta. Però fu l’ultima volta”.

Un ventennio dopo i due libri sono sempre in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura (dello Stato madrileno). In vent’anni ha avuto il tempo :per perseguire come calunniatori gli autori Diaz e Duran. Soprattutto i calunniati hanno potuto querelare ed esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non inferire che una parte piccola o grande dei personaggi felipisti meritassero la gogna?
Nel prologo del primo libro si assimilava la rapina felipista al Sacco di Roma (6 maggio 1527 da parte degli spagnoli di Carlo V: “Uno de los mas negros episodios de nuestra historia, que llenò de verguenza (coprì di verlgogna) a la Corte de Carlos V Y obligò a la nobleza (nobiltà) espanola a pedir (chiedere) perdon al papa Clemente VII. Casi cinco siglos después,bajo (sotto) el mandato de Felipe Gonzales, el pais se ha visto asaltado par la corrupcion, el amiguismo, los favoritismos y el trafico de influencias. Espana ha caido en manos de toda clase de especuladores y delinquentes de cuello blanco (colletti bianchi). Felipe Gonzales lo reconocia en un miting (meeting): “Perderemos las elecciones del 3 de marzo por la corruption”.
Ancora gli autori: “Los socialistas nel poder asumen todos los defectos y ni una sola de las virtudes de los anteriores gobernantes. El dia que el Psoe gana las elecciones generales de 1982 un grupo de personas decide dominar las arcas del Estado, colocar bajo (sotto) su control los negocios publicos, aduenarse (impadronirsi) de la banca y poner a su servicio las grandes empresas y el conjunto del sistema financiero del pais”.
Un ventennio dopo i due libri sono sempre in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura (dello Stato madrileno). In vent’anni ha avuto il tempo per perseguire come calunniatori gli autori Diaz e Duran. Soprattutto i calunniati hanno potuto querelare ed esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non inferire che una parte piccola o grande dei personaggi felipisti meritassero la gogna?
“El retroceso del felipismo en las elecciones del 3 marzo 1996 apre una nueva etapa. Pero la pirrica victoria del Partido popular no permite demasiadas (troppe) esperanzas de regeneracion del paese”.
Secondo gli autori, il salto qualitativo del malaffare si manifesta nel 1995, con la fuga e la cattura di Luis Roldan, direttore generale della Guardia Civil, e coll’arresto di Mariano Rubio, governatore del Banco de Espana. Quell’anno vengono svelati i tentativi di ricattare il Re: si fanno i nomi dell’affarista Javier de la Rosa, del banchiere Mario Conde, di Alfonso Guerra, vice segretario del Psoe.

Diaz Herrera e Duran sostengono che verso la fine degli anni Ottanta il partito socialista “impose alle banche e imprese principali una taglia, con ciò convertendo il meccanismo della democrazia in una cleptocrazia organizzata. “ Risultato, il Psoe, forte di un vantaggio competitivo rispetto agli altri partiti, ottenne per la terza volta la maggioranza assoluta alle elezioni. Però fu l’ultima volta. Le tangenti, le estorsioni, la sistematica rapina della ricchezza pubblica tolsero l’onore al partito dei lavoratori. E inchieste della magistratura portarono a processo 32 affaristi e esponenti del Psoe, su 39 indagati. Dopo un decennio di controllo assoluto del potere il partito di Gonzales andò alla sbarra. Imputati morali Felipe Gonzales e Alfonso Guerra. Ai capi dell’imprenditoria -l’edilizia e i lavori pubblici in particolare- e della finanza non era stata lasciata scelta: o pagare tangenti o subire le vendette del regime felipista.

Il cosiddetto “caso Filesa”, considerato in Spagna la madre di tutti gli scandali, venne alla luce nel maggio 1991. Risultò che Filesa, rete di una cinquantina di imprese (alcune delle quali ‘fantasma’) facenti capo al vertice Psoe, commetteva in Spagna gli stessi illeciti che in Francia avevano finanziato la campagna per l’Eliseo di Mitterrand e che in Italia arricchivano il partito di Bettino Craxi. Invece in Germania la SPD di Willi Brandt si sosteneva attraverso imprese in attivo.

Nel dicembre 1992 la polizia giudiziaria spagnola confiscò nella sede spagnola della Siemens, sulla madrilena calle Orense, i documenti delle somme pagate dal gigante tedesco al Psoe per farsi aggiudicare opere di elettrificazione della linea ad alta velocità Madrid-Siviglia. Il punto culminante delle inchieste sulla corruzione venne nel dicembre 1992, quando la magistratura ordinò il sequestro di carte della sede centrale del Banco di Spagna. Mai dalla transizione alla democrazia c’era stato un provvedimento così drastico. Presto fu provato che soprattutto il Psoe, ma anche altre formazioni, piegavano ai propri fini le istituzioni dello Stato e trasformavano i concorsi e le gare d’appalto in strumenti di ladrocinio organizzato.
Questo divenne in particolare il tallone d’Achille del Psoe: fu travolto alle elezioni generali del 1996. Il partito risultava colpito da ventitre procedimenti per corruzione. La forza politica più brillante della transizione dal franchismo era stata snaturata dalla corruzione ed ora pagava duramente. “I socialisti sono in caduta libera” ha scritto nell’ottobre 2016 “El Pais”, principale tra i giornali loro sostenitori. “Negli anni Ottanta il PSOE sfiorava il 50% dei consensi: adesso si ferma al 22%. I socialisti vanno male anche nel resto d’Europa, ma in Spagna peggio.”

Buon amico e alleato di Gonzales era Bettino Craxi, che per sfuggire agli ordini di cattura dei giudici di Mani Pulite si rifugiò nella propria villa di Hammamet, in Tunisia). In quella villa Felipe Gonzales e famiglia furono ospitati nel 1984. E’ noto che le sentenze dei tribunali troncarono le carriere di altri esponenti di vertice del partito socialista italiano, modello dell’omologo spagnolo: in primis Gianni De Michelis, Claudio Martelli , Paolo Pillitteri.

I meccanismi del ladrocinio partitico
In Spagna come in Italia, in Messico ein ogni altro paese a forte corruzione della vita pubblica è la norma che amici, parenti e favoriti dei capi del regime utilizzino innumerevoli possibilità di arricchirsi. Si danno settori e livelli privilegiati per l’arricchimento personale come per il finanziamento della carriera e delle elezioni: le opere pubbliche, le commesse dello Stato, delle Regioni e degli enti locali, i programmi internazionali d’assistenza, gli interventi d’emergenza; più ancora le licenze edilizie, le urbanizzazioni, le deroghe ai piani regolatori, la sanità, le forniture.
In realtà è l’intera esistenza, è l’assieme della spesa pubblica dei paesi demo-plutocratici che si offre al taglieggiamento delle tangenti e delle altre forme di corruzione. L’etica dei paesi più corrotti è sfacciatamente violata dall’endogamia tra politici, intellettuali di partito, imprenditori, manager, professionisti. In Spagna i fatti del quarantennio seguito alla morte di Francisco Franco non lasciano dubbi: col crescere della prosperità capitalistica il paese si è unito alla pattuglia di testa della corruzione. Essa diventa tanto più corrotta quanto più si ingigantiscono le risorse gestite dalla mano pubblica.
Si può naturalmente sostenere che fatti -meno gravi- di favoritismi e di tangenti esistevano anche nel regime franchista. Tuttavia per il carattere autoritario e poliziesco di quel regime noi conosciamo poco i fatti; dobbiamo attendere che li trovi la ricerca storica. Al contrario le realtà della democrazia/oligarchia e della collusione con gli interessi plutocratici sono sufficientemente conosciute per poterle affermare malate.
Morto Franco non bisognava consegnare la Spagna alle urne, cioè ai partiti. Oggi non si dà prospettiva di salvezza che prescinda dallo smantellamento puro e semplice delle istituzioni cleptocratiche.
amc

A CHE SERVE LA POLITICA ECONOMICA INTERNAZIONALE?

Dopo i ripetuti tentativi di dirlo nelle pagine precedenti, si potrebbe concludere almeno provvisoriamente (tenendo conto che nulla dura di più del provvisorio) che la politica economica internazionale riguarda gli Stati, e anche se di questa impostazione non si può fare a meno, il vero e sostanziale risultato al quale deve tendere ogni azione di politica economica non può che essere il bene degli individui, delle famiglie e delle imprese.
Le collettività umane si sono raggruppate nel passato in vari modi: intorno a un capo il cui potere era conferito direttamente dalla comunità, oppure era ereditario, oppure era esercitato da una autorità religiosa che assommava in sé le credenze ed esprimeva l’autorità nel nome della divinità, e che in qualche modo governava i cuori e le menti degli uomini. Questi capi non sono sempre stati degni della carica ricoperta e spesso hanno agito per favorire sé stessi e i loro accoliti e sodali, parenti e amici della loro ristretta cerchia. Ma tanto più piccola era la dimensione della popolazione del loro dominio, tanto maggiore era in qualche modo possibile la conoscenza di ciò che davvero accadeva entro i suoi confini; quindi la comunità poteva esercitare un certo controllo su chi era deputato a governarla e trarne le debite conseguenze per agire, cercando di cambiare le cose se necessario.
Anche i governi di questi piccoli Stati hanno talvolta arrecato danni al loro popolo e spesso anche ad altri popoli, essendo gli umani caratterizzati dall’essere una specie zoologica predatrice gregaria, come lupi e iene. Abbiamo in più abitudini alimentari onnivore e la capacità (in ciò siamo unici tra le specie viventi) di commettere crimini efferati. Tuttavia la dimensione di questi danni era proporzionata alla scala del luogo degli accadimenti, al numero degli individui coinvolti e alla tecnologia in uso. Grazie al progresso tecnologico, il passaggio dalle armi bianche a quelle da fuoco sempre più micidiali, contribuiva poi a ingigantire le conseguenze negative dei conflitti.
Col trascorrere degli anni le comunità soggette a un capo si sono estese per territorio e popolazione con conseguenze sempre più gravi per il genere umano e sempre più a beneficio dei capi cui erano soggette, qualunque fosse la forma di governo assunta. Si veda in proposito il brano seguente tratto dall’opera Della tirannide di Vittorio Alfieri 1749-1803:
Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.
Oggi sappiamo che esistono forme di tirannide – come quella esercitata dal potere economico e finanziario incontrollato di cui siamo divenuti vittime e dalle burocrazie sovranazionali che tutto decidono per noi come quelle del Fondo Monetario Internazionale o della Commissione Europea dell’UE o della BCE Banca Centrale Europea – che non esistevano ai tempi dell’Alfieri, ma che sono comunque riconducibili alla sua classificazione in categorie. Possono cambiare i mezzi attraverso i quali esercitare il potere a proprio beneficio, ma ciò che anima questa volontà è insito nella natura umana nella sua accezione peggiore.
Contrariamente a quanto normalmente si pensi e si dica, la natura umana è soggetta agli istinti più che alla ragione, e soltanto in parte modestissima questi sono controllati negli effetti più distruttivi per la comunità da norme e regole sociali che, quando pienamente condivise e osservate, paiono aver mutato in senso positivo ciò che sembrava immutabile. Ma anche piccoli sconvolgimenti dell’ordine sociale possono far dimenticare all’umanità quanto di buono era stato conquistato con le istituzioni più appropriate.
I conflitti tra piccole comunità arrecavano lutti e rovine ai popoli coinvolti, i danni erano tuttavia limitati dal numero degli individui e dalle condizioni delle tecnologie belliche portatrici di morte e distruzione allora disponibili. Questa situazione è andata costantemente peggiorando con il progredire delle tecnologie civili (navi a vapore e ferrovie, veicoli a motore e strade, progressi nella chimica, nella fisica, nella metallurgia) e soprattutto militari (armi da fuoco ed esplosivi fino alle armi chimiche e batteriologiche, alla bomba atomica e all’idrogeno) e ha raggiunto il suo acme con le cosiddette guerre mondiali, scatenate per volontà di dominio, cupidigia e dissidi tra i despoti e le famiglie che comandavano gli imperi e le repubbliche. Questi dissidi potevano sembrare di natura religiosa o ideologica e, nel nome di queste, i popoli impotenti e indifesi venivano condotti al macello da chi, al sicuro, li comandava e ne indirizzava per ambizione personale la forza bruta e la violenza suscitata dai germi di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo inoculati nei più per la sete di dominio dei pochi.
La scienza e la tecnica – universalmente considerate doni scaturenti dall’intelligenza umana, venerate come di origine divina – facevano ampliare le conoscenze e davano origine a tecnologie prima inesistenti, ma quasi sempre a discapito dei veri interessi e della serenità del genere umano, dato che sfortunatamente poche di queste tecnologie rendevano gli uomini meno privi di ciò che serve davvero a condurre una vita per quanto possibile confortevole e sana. Così, grazie a scoperte e invenzioni, la capacità distruttiva dell’uomo si è ampliata a dismisura arrecando ferite sempre più irreparabili alla Natura dalla quale soltanto nasce la vita in tutte le sue forme e i beni di cui si serve l’uomo per vivere.
Dobbiamo riconoscere che la comunità degli scienziati, e soprattutto quella dei governanti, sembra aver dedicato ben poche attenzioni alla vita dei più se acqua potabile e cibo adeguato non sono disponibili oggi in misura sufficiente per centinaia di milioni di persone. Non dovrebbero essere queste le priorità alle quali indirizzare pensieri e sforzi da parte di chi ha una più alta responsabilità sociale?
Per contro una piccola parte di governanti – coadiuvati per gli aspetti tecnici da sapienti privi di saggezza e moralità (troppi sono gli esempi ai quali attingere: da chi ha studiato come costruire le camere a gas a chi ha progettato la bomba atomica o si è arricchito con la dinamite) – è ora più che mai in grado di arrecare offesa e morte agli umani appartenenti a culture diverse e perciò caratterizzati da lingue, abitudini e stili di vita differenti, e talvolta reciprocamente inintelligibili, decretandone nei fatti l’inferiorità e la scomparsa.
Anziché generare interesse come sarebbe in linea con la naturale curiosità dell’uomo, queste differenze – in chi è preda di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo – suscitano sentimenti di repulsione, sono sfruttati per dividere e suscitare ostilità, causare conflitti funzionali agli interessi di pochi. La guerra – ma anche soltanto il timore della guerra – porta l’economia di un Paese a crescere, ma a favore di chi fabbrica le armi o ricostruisce ciò che è andato distrutto, usando come carburante esseri umani immolati, sacrificati nel nome della patria e dell’ideologia totalizzante che li ha travolti per interessi a loro estranei e contrari a una vita pacifica alla quale tutti aspirano.
Che fare per migliorare la situazione e lenire i guasti dell’agire umano perverso (quello di pochi potenti) in modo da rendere le condizioni di vita più tollerabili per tutti? Per rispondere abbiamo bisogno di pensare di più, di informarci di meno, di riflettere per davvero sui problemi che ci assillano come membri della società umana.

Tratto dal libro pubblicato il 16 dicembre 2016: Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, seconda edizione riveduta e corretta 2016

L’ULTIMA VOLTA CHE L’AMERICA HA CREDUTO NELLE PRESIDENZIALI

Mai nella storia dell’impostura democratica (=della favola secondo cui il popolo è sovrano nelle urne) è stato possibile conoscere l’esito long term di un voto, con la certezza di quest’ultima settimana di campagna per la Casa Bianca. E’ al di là di ogni dubbio: l’8 Novembre 2016 ha fatto trionfare il peggiore dei contendenti e la peggiore delle politiche. Tra la candidata di duecentocinquant’anni di consorteria di potere (nonché di cento anni di senescenza accelerata del sistema) da una parte, e il candidato dell’American Rifle Association dall’altra, il meno peggio non era possibile: non esisteva. Lo dicevano esistente e benemerito solo i megafoni del pensiero unico continuista, capeggiati dall’imbonitore Barack Obama.

La vigilia dell’8 novembre ha trasformato in certezza, greve come pesante platino, il sentimento che la giovinezza e la creatività dell’America sono finite. Finite a partire da un secolo fa, quando l’adolescente Repubblica delle foreste e delle praterie fu fatta mutare geneticamente in peso massimo diplomatico-militare. Il manipolatore fu Woodrow Wilson (si veda l’e-book “Casi di Tre Imperi”, Internauta-online, 2016, alla sezione ‘La Giovinezza dell’America spenta un secolo fa). Wilson signoreggiò la catastrofica pace di Versaglia, fu il demiurgo di fallimenti gravi (Società delle Nazioni/ONU), dette alla luce feti morti (Jugoslavia, Cecoslovacchia), fece partire la reazione atomica cui si deve -oltre alla successione di sciagure belliche voluta da Franklin Delano Roosevelt, Kennedy, Johnson, Nixon, G W Bush, Obama- la degenerazione dell’America nel monstruum del più aggressivo capital-consumismo.

Volendo permettersi la scelta tra due gaglioffi estremi, gli USA avrebbero potuto risparmiarsi una ripugnante campagna elettorale da almeno due miliardi di dollari. Avrebbero potuto mettere in un cappello i nomi di un tot di malfattori di grosso calibro e farne estrarre uno da un bambino bendato.
Veniamo allora allo storico insegnamento del 2016. Stomacando il mondo, facendo giganteggiare la spregevolezza di un congegno di selezione dominato da forze deteriori, di fatto l’America ha annunciato il momento di passare dalle elezioni al sorteggio: dalla democrazia oligarchica (oligarchia dei peggiori) alla randomcrazia. Se è dimostrato che i miliardi e le canagliate dei ‘Due del 2016ì non erano necessarie al fine di identificare il Poco di Buono-in Chief, in avvenire basterà estrarlo a sorte, negli USA come dovunque. Estrarlo a sorte tra i segmenti sociali desiderati: sommi bricconi come quest’anno, sommi gestori, sommi avvocati, sommi operatori del male, farabutti. Però ai malvagi si potranno preferire gli oggettivamente buoni: creatori di valori, scienziati meritatamente Nobel, filantropi in grande, perfino eroi della carità.
Nessuno espresso dal sorteggio, negli USA o altrove, potrà fare peggio dei parlamentari e degli altri politicastri premiati dalle urne. E se innocui risulteranno i prescelti dal sorteggio per la Casa Bianca, necessariamente più innocui saranno i sorteggiati a condurre un municipio o un’azienda sanitaria. Beninteso, innocui solo se sorteggiati per turni brevissimi; se facilmente revocabili; se permanentemente sottoposti a organismi di controllo e a ‘giunte di sospetto’ : gli uni e le altre estratti a sorte tra persone in qualsiasi modo qualificate (piuttosto che titolari di un’inutile scheda elettorale). Il suffragio universale che abbiamo è pessimo, inutile alle plebi che voleva aiutare: i divari sociali si vanno allargando implacabilmente.
Del resto le molte centinaia di milioni di computer fanno già potenzialmente il Nuovo Suffragio Universale, il nuovo Popolo, la nuova Polis. Forse la parte più anziana e più incolta dei ceti inferiori dovrà lasciar fare a figli e a nipoti alfabetizzati al mouse e alla telematica: ma niente di male. Ora che anche le operaie delle filande lavorano ‘computer assisted’, esse come ogni altro ceto svantaggiato potranno tutelarsi da sé in termini di democrazia semi-diretta, con ben più vantaggio che spogliandosi di sovranità a vantaggio di politicanti e di sindacalisti (tanto più in quanto questi ultimi si troveranno progressivamente sdentati: la globalizzazione finirà col liquidare gli scioperi, sola arma del labour organizzato).

Se l’8 novembre l’orrido giano bifronte Clinton/Trump ha aperto l’era della liberazione dall’ oligarchia, così come 500 anni fa Lutero liberò il mondo germanico dalle infamie romane, dovremo esultare come Ulrico di Hutten, cavaliere e poeta della Riforma: “E’ di nuovo bello vivere!”.
AMC

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE?
di Gianni Fodella

A giudicare da quanto è accaduto nella composizione del debito pubblico italiano nella prima metà dell’ottobre 2016, sarebbe lecito chiedersi ancora una volta nell’interesse di chi operi il Tesoro del Paese chiamato Italia.
Nel mercato secondario dei 72 Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) oggi in essere se ne trova uno di durata cinquantennale, il BTP 1 marzo 2067 al 2,80% emesso a 99,194 all’inizio di ottobre e che nel mercato secondario era quotato 96,9 il 14 ottobre, 95 tondo il 17 ottobre e 90,9 il 28 ottobre 2016.
L’importo dell’emissione annunciata in settembre è stato di 5 miliardi di euro, e non è bastato a soddisfare le prenotazioni che ammontavano a ben 18,5 miliardi. Per collocare questo BTP il Tesoro ha affidato l’operazione a un gruppo di istituzioni finanziarie soprattutto internazionali tra le quali figurano in posizione preminente Goldman Sachs e JpMorgan.
Il primo quesito che dobbiamo porci riguarda quindi la ratio, la ragionevolezza, l’opportunità di questo modo di agire, che può indicare come il Tesoro non sia in grado di collocare questo BTP tramite le istituzioni italiane, e come non pensi ai cittadini italiani quali naturali sottoscrittori del debito pubblico del proprio Paese. Invece dovrebbe, se non altro per risparmiare sul servizio del debito, dato che incamerando l’erario il 12,50% di imposta cedolare secca, l’esborso per interessi diventa del 2,45% e non del 2,80%, come accadrebbe nel caso l’acquirente cadesse sotto una differente giurisdizione tributaria. A questo notevole beneficio per il Paese se ne aggiungerebbe un altro non trascurabile: gli interessi pagati agli italiani si tradurrebbero in una accresciuta domanda aggregata per beni e servizi e in risparmio che potrebbe essere destinato all’acquisto di nuovi BTP.
Tenendo conto dei fatti si può poi osservare che in generale le istituzioni straniere comprano questi titoli per usarli in modo speculativo (anche se non sono le sole), provocando una alta “volatilità” di questi titoli che a sua volta genera – circa il sistema economico italiano e la gestione del suo debito pubblico – un’impressione di intrinseca instabilità in realtà provocata dall’esterno, alla quale contribuiscono pesantemente i giudizi delle Rating Agencies. Queste agenzie di valutazione emettono quasi sempre dei verdetti superficiali, spesso infondati e talvolta espressi per motivi dettati dagli interessi delle grandi società finanziarie loro azioniste. A ciò si aggiunga l’atteggiamento poco benevolo nei confronti degli italiani da parte della stampa internazionale, soprattutto anglosassone, generalmente considerata “autorevole e neutrale” ma che in realtà si adegua alle direttive della proprietà o dei loro fiancheggiatori per ragioni di puro interesse di parte.
Alla diffusa opinione negativa sull’Italia (infondata quando si consideri l’insieme della sua popolazione, distinta quindi dai Governi che solitamente la meritano), fa da contraltare l’aura luminosa che circonda la Germania, un Paese che gode di una grande reputazione di serietà e determinazione nel rispettare le regole, nel tener fede alla parola data e agli obblighi sottoscritti. Questa benevola e positiva opinione sulla Germania non tiene tuttavia minimamente conto della realtà e di alcuni accadimenti concreti del passato e del presente che stanno sotto gli occhi di tutti coloro che volessero aprirli, anche per ricordare ciò che non si può dimenticare.
Ora che è la prima potenza economica d’Europa, la Germania ci sta nuovamente trascinando nel baratro, anche grazie all’operato della Commissione Europea sempre più incline a proporre ai governi dei Paesi membri dell’UE linee di condotta assurdamente rigide ma tese a realizzare le politiche economiche e sociali volute dai potentati economici e accettate da governi disattenti o complici.
Tradotte in “riforme” queste linee di condotta hanno finito per impoverirci. Inaridendo la nostra enorme capacità di risparmio (tradizionalmente seconda soltanto al Giappone), causando con le politiche dettate dalla Germania la disoccupazione della nostra forza lavoro e facendo così diminuire la domanda aggregata che danneggia anche sé stessa, dato che finirà per avere un effetto negativo sulla nostra domanda di prodotti tedeschi. I titoli del debito pubblico tedesco (Bund) comprati in abbondanza dagli italiani ignari e creduloni permettono alla Germania di finanziare la mano pubblica a costo zero e di pavoneggiarsi per l’aiuto dato alla Grecia in verità con i frutti del nostro risparmio.
Ma entriamo ora nei dettagli. Se passiamo in rassegna i titoli emessi dal Tesoro di vari Paesi che ci sono vicini per condizioni economiche, non possiamo fare a meno di notare delle discrepanze che si risolvono sempre in un vero e proprio danno per i nostri concittadini e per il Tesoro italiano.
Esaminiamo alcuni buoni del Tesoro trentennali a tasso fisso dai rendimenti compresi tra il 2% e il 3,75% e che verranno rimborsati tra il 2042 e il 2047 (in parentesi indichiamo la quotazione di borsa al 21 ottobre 2016 e la valutazione della rating agency Standard & Poor’s sull’affidabilità del Paese debitore) emessi in questi ultimi anni dai governi di:
Irlanda 2045 al 2% (115 A+)
Germania 2044 al 2,50% (150 AAA)
Germania 2046 al 2,50% (152 AAA)
Italia 2047 al 2,70% (105 BBB-)
Paesi Bassi 2047 al 2,75% (157 AAA)
Austria 2012-2044 al 3,15% (156 AA+)
Germania 2012-2042 al 3,25% (165 AAA)
Francia 2045 al 3,25% (151 AA)
Italia 2046 al 3,25% (117 BBB-)
Regno Unito 2044 al 3,25% (132 AA)
Belgio 2013-2045 al 3,75% (165 AA).
Salta subito all’occhio che, pur essendo durata e tassi analoghi, i valori più bassi per quelli che rendono tra il 2 e il 3% sono quelli italiani: il BTP 2047 al 2,70% costa 105; quelli della Germania 2044 e 2046 entrambi al 2,50% sono quotati rispettivamente 150 e 152; quello dei Paesi Bassi al 2,75% costa 157 e persino quello al 2% dell’Irlanda 2045 quota 115. Analogamente per i titoli che rendono il 3,25%: il corso più basso è quello del BTP italiano (117) seguito da Regno Unito (132), Francia (151) e Germania (165). Davvero sorprendente è il fatto che a parità di rendimento vi sia una differenza di prezzo così enorme. Evidentemente conta molto – o forse soltanto – il giudizio di una società privata (S&P) della quale sono azionisti le maggiori società finanziarie americane e che guida il mercato secondo i desideri di chi detta i comportamenti e ha un considerevole potere che può esercitare senza esporsi a sgradevoli sorprese.
Negli ambienti finanziari si afferma che la durata, essendo direttamente correlata al rischio, abbia una forte influenza sulle quotazioni nel mercato secondario dei titoli del debito pubblico. Sarà vero? A giudicare dal caso tedesco indicato sopra accade il contrario: il titolo tedesco al 2044 costa 150 e quello al 2046 costa 152. Se poi consideriamo il caso di quei titoli del debito pubblico con scadenza a cinquanta e più anni vediamo che vi sono in circolazione da qualche tempo (nell’area euro e non), titoli della durata di mezzo secolo (e anche di più) che hanno avuto un’ottima accoglienza e che godono di quotazioni estremamente interessanti. Ecco alcuni esempi di titoli pubblici con scadenze comprese tra il 2055 e il 2068, indicando in ordine alfabetico i sei Paesi emittenti considerati:
AUSTRIA emesso nel 2012 al 3,80% scadenza 2062, venduto all’asta a 204, 09 e quotato 190,1 l’11 ottobre 2016;
BELGIO 2016-2066 al 2,15% venduto all’asta a 130,90 l’1 agosto 2016 e quotato 120,65 l’11 ottobre 2016;
FRANCIA 2055 al 4% emesso a 95,632 e quotato 192;
FRANCIA 2060 al 4% emesso a 96,34 e quotato 187,86 il 6-X-2016;
ITALIA 2067 al 2,80% emesso a 99,194 e quotato 90,90 il 28-X-2016;
REGNO UNITO (UK TREASURY) denominati in sterline
2013-2068 al 3,50% emesso a 96,426 quotato 164,78;
al 4% scadenza 22-1-2060 emesso a 96,258 quotato 174,36;
2005-2055 al 4,25% quotato 175,23;
SPAGNA al 4% scadenza 31-X-2064 emesso a 99,602 quotato 133,38.
Anche per questi titoli, che vanno oltre la speranza di vita della maggioranza di coloro che sono ora adulti, il Buono del Tesoro Poliennale 2067 al 2,80% ha la quotazione di quasi 9 punti sotto la pari, ma è uno dei più interessanti sotto il profilo dell’investimento, come si vede nell’elenco e nei rendimenti dei 72 BTP in essere che si trova in http://www.rendimentibtp.it/quotazione-btp. Eppure questo BTP è preceduto nella quotazione dal Belgio il cui titolo al 2066 – sebbene renda soltanto il 2,15% – era quotato 14 punti sopra la pari il 28 ottobre. Si può infine osservare che tra i titoli cinquantennali al 4% la quotazione più bassa è quella della Spagna, penalizzata dal giudizio di S&P con BBB+, comunque più benevolo di quello riservato all’Italia: BBB-.
Per chi governa la finanza mondiale a proprio beneficio col manipolare i giudizi per poi agire di conseguenza e facendo credere ciò che più conviene, è evidente che i tanto decantati “fondamentali” (fundamentals) che dovrebbero essere alla base dei giudizi sul sistema macro economico di un Paese, sono irrilevanti frottole ad uso degli incompetenti (che siamo noi cittadini it’s the economy, stupid) e dei collusi con il vero potere finanziario, quello in grado di mettere i suoi uomini chiave nelle maggiori istituzioni politiche ed economiche internazionali, e in quelle di qualsiasi Paese.
V’è dunque da chiedersi in nome di cosa il Tesoro italiano compri a caro prezzo da Standard & Poor’s giudizi di affidabilità sul nostro Paese che si rivelano sempre ingiustamente lesivi. Conferendo questo incarico il governo italiano appoggia di fatto chi contribuisce indirettamente alla speculazione finanziaria su scala mondiale che ha sovente per oggetto i nostri BTP. A ciò si aggiunga, per le imprese finanziarie coinvolte, il beneficio di godere di una buona remunerazione per l’onere di “piazzare” i nostri titoli pubblici. Emblematico è il caso già citato concernente il BTP 2067 al 2,80% che non è stato venduto all’asta, ma gestito su mandato del Tesoro italiano da una cordata di istituzioni capeggiata da Goldman Sachs e JpMorgan.
Standard & Poor’s è nata nel 1941 e quasi nessuno al di fuori degli Stati Uniti si era mai accorto della sua esistenza prima che la finanza mondiale cominciasse ad avvantaggiarsi della libera circolazione dei capitali, e che gli istituti di credito cessassero di dividersi in banche di credito ordinario (commercial banks) e banche d’affari (investment banks) come era accaduto in seguito agli eventi finanziari sfociati nella Grande crisi (Great Crash) del 1929 e che negli Stati Uniti diedero origine al Glass-Steagall Act (1933) e in Italia alla Legge bancaria (1936). Grazie alle modifiche apportate alla normativa durante la presidenza Clinton (1993-2001) – su pressione delle lobby finanziarie – le istituzioni creditizie tornarono ad essere banche miste, quindi con le stesse caratteristiche che avevano portato alle sofferenze e privazioni di milioni di individui rimasti senza lavoro a causa del disastro generato da Wall Street e tradottosi poi nella Grande depressione. Sui costi umani di questo immane disastro varrebbe la pena rileggere The Grapes of Wreath (in italiano Furore) del 1939, scritto da John Steinbeck. Dalla Great Depression gli Stati Uniti uscirono soltanto grazie ai “benefici effetti” della seconda guerra mondiale.
Così, invece di dedicarsi come prima della guerra alla loro funzione tradizionale di raccolta del risparmio e della sua erogazione mediante il credito a famiglie e imprese per le loro esigenze, le banche ricominciarono a spingere i depositanti loro clienti verso il mercato finanziario convincendoli a comprare azioni e obbligazioni di ogni tipo, incluse le proprie.
Questa situazione “nuova” dal sapore antico, poteva apparire più conveniente in termini di profitti aziendali ma le banche, trasformate in rivendite al dettaglio di carta finanziaria e inaridito in buona parte il flusso dei depositi, non furono più in grado di svolgere bene le funzioni per le quali erano nate. Così il danno per l’economia reale divenne sempre più grande. Si veda in proposito il magistrale saggio Il colpo di Stato di banchieri e governi (Einaudi, Torino 2013) di Luciano Gallino.
Esaminiamo ora alcuni fatti concreti relativi alla solidità economica del sistema che poggia sulle imprese italiane e sulla loro competitività. Circa la fragilità del sistema economico italiano si può osservare che l’Italia come Paese industriale manifatturiero si colloca in Europa, in base ai dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI o IMF), subito dopo il sistema economico tedesco e ben prima di quelli di Francia, Regno Unito e Russia.
Negli anni tra il 2012 e il 2015 la bilancia commerciale dell’Italia è sempre stata attiva, così come quelle di Cina, Corea, Germania, Paesi Bassi, Russia, Svizzera, Taiwan; a differenza di quanto è accaduto per Canada, Giappone, India, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Turchia le bilance commerciali dei quali hanno sempre segnato un disavanzo.
I primi dieci Paesi esportatori del mondo sono stati nel 2015 (qui ordinati secondo l’ammontare delle esportazioni): Cina, Stati Uniti, Germania, Giappone, Corea, Francia, Paesi Bassi, Hong Kong, Italia, Regno Unito; insieme essi hanno rappresentato il 52,43% delle esportazioni mondiali.
Circa la competitività a livello mondiale delle imprese manifatturiere italiane potrebbero bastare alcuni dati che i governi italiani succedutisi nel tempo non sembrano avere pienamente compreso, e che non sono comunque mai stati in grado di far conoscere. Forse perché i politici leggono soltanto i giornali (scritti dalle agenzie di stampa e da giornalisti quasi mai competenti in materia, oppure collusi con chi intende denigrare il sistema produttivo italiano) che consapevolmente o meno fanno il gioco della stampa anglosassone, ritenuta “seria” ma a sua volta guidata dalle imprese multinazionali e dalla finanza internazionale che hanno in mano i governi di Stati Uniti e Inghilterra (che sono sempre stati soltanto dei comitati d’affari), nonché dei loro satelliti, e tra questi – forse il più obbediente e soggetto – il governo italiano.
Come ci ricorda Marco Fortis (Marco Fortis e Alberto Quadrio Curzio L’Europa tra ripresa e squilibri il Mulino, Bologna 2014) la manifattura italiana è la seconda d’Europa e la quinta del mondo per valore aggiunto, preceduta soltanto da Cina, Germania, Giappone e Stati Uniti, anche se, con l’impetuosa ascesa della Corea, siamo di recente retrocessi al sesto posto come Paese manifatturiero. Quello che più ha sofferto – a causa della crisi innescata nell’autunno 2006 dai mutui subprime negli Stati Uniti e proseguita con effetti devastanti sull’economia reale a partire dall’autunno del 2008 (si veda in proposito I padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni di Luca Ciarrocca, Chiarelettere, Milano 2013) – è il mercato interno italiano dove la domanda di manufatti è precipitata a causa delle prospettive sempre più incerte per le imprese italiane costrette a licenziare. La crescente disoccupazione ha fatto ristagnare e poi diminuire la domanda aggregata all’interno del Paese con gravi conseguenze per le imprese di ogni tipo e, riflettendosi anche sul gettito fiscale che è andato diminuendo, ha impedito di ridurre il debito pubblico come sarebbe stato possibile fare senza incidere sulla spesa sociale.
Anche se al debito pubblico italiano contribuiscono pesantemente gli errori di politica economica dei governi nazionali e locali che lo sprecano in vari modi per incompetenza o lo sperperano per ragioni clientelari – oltre che a causa della corruzione/concussione dei funzionari preposti alla spesa e ai loro interlocutori che ne beneficiano – non vi è dubbio che al concetto di debito pubblico dovrebbe accompagnarsi un atteggiamento fortemente positivo, e ciò per ragioni di grande importanza non soltanto economica.
Infatti, le esigenze di spesa della mano pubblica per migliorare le condizioni economico-sociali dei cittadini, possono essere coperte soltanto in due modi: aumentando la pressione fiscale oppure ricorrendo all’indebitamento. Contribuendo volontariamente alle esigenze di spesa, l’acquirente dei titoli pubblici contribuisce ad evitare che la pressione fiscale per famiglie ed imprese aumenti, arrecando così un beneficio diretto alla collettività. Inoltre, i titoli acquistati divengono parte del patrimonio di individui e istituzioni. Se i titoli sono tutti sottoscritti dai soggetti residenti nel Paese vi è una perfetta identità quantitativa tra il debito pubblico nazionale e la ricchezza privata dei cittadini. Tenendo presente questi fatti concreti diviene insensato e privo di ogni significato logico il lamento che secondo molti (per ignoranza o dolo) dovrebbe levarsi dai “giovani” che saranno costretti a ripagare il debito pubblico che non hanno contribuito a creare.
Perché allora un sistema economico come quello italiano che ha dei solidissimi fondamenti non riscuote la fiducia che meriterebbe? Non siamo veramente in grado di dirlo, ma nelle poche righe che precedono ci abbiamo provato.

Gianni Fodella

THE VITALITY OF CHINESE CHARACTERS

This summer we have read with some interest and curiosity an article published by The Economist written by R.K.G. entitled “China’s tyranny of characters” (5th July, 2016), a comment on the Chinese writing system and how it would influence the political thought of the PR China. In a nutshell, the idea of the article, is that given the inflexibility in the structure of the Chinese writing systems (or Sinograms, a more appropriate definition coined by Fosco Maraini), by extension, also the political thought of the Chinese Government is inflexible. The task to educate and eradicate illiteracy through the national standard language or Putonghua, as the Chinese call it, would stifle local languages and help the political control over the whole country.

The author probably forgets a joke that goes something like this: if someone who speaks two languages is called bilingual and someone who speaks three languages is trilingual. What do call someone who speaks only one language? An Anglo-saxon. After all it is not so much of a joke considering how England has tried hard to get rid of her neighbours’s gaelic languages or how successfully the USA have virtually wiped out all native north American vernaculars.

China, on the contrary, thanks to her logographic writing system has succeeded in two remarkable feats: to preserve a linguistic continuity since the first written record were laid down in ancient era and, at the same, time to create a writing system that encompasses very different spoken languages within and outside her borders. Sinograms have proven to be (contrary to what affirmed in the article) a rather flexible writing system, a truly (written) lingua franca. For centuries Europeans have in their “Search for the perfect language” (after the title of a book by Umberto Eco) overlooked the fact that such a perfect language (as much as a human construct can be perfect) already existed on the other end of the Eurasian landmass and has been an unparalleled tool for the transmission of thoughts, in time and space.

When Emperor Qin Shi Huang politically united China in 221 BCE (more than 2000 years before the EU came into existence) he did so by bringing together six different states and tying them under one currency, one taxation system, and a standard metrology. The true stroke of his genius was the adoption of Sinograms that until today have withstood the test of time. Achieving unity but preserving the different oral languages of its vast landmass, has been a major contribution to the richness and diversity of China.

Today, even Western people have to admit the convenience of logographic systems: road signs, icons on a computer or signs in an airport are perfect examples of how the Chinese script works. Everyone reads them according to one’s own language sounds but the meaning remains unambiguous and universal: an arrow indicates direction, a walking man a crossing point, a pair of scissors cutting off text, etc. If the Europeans had created or adopted a logographic writing system and we were a member of the EU, for instance, on our passport, instead of having twenty-four different words, each one for every official language of the Union to indicate the word “Passport”, we would have only two characters to indicate its meaning, perfectly comprehensible to all EU members. This is exactly the case within the China borders, with all her numerous minorities (55 officially recognized, according to the last count, of which two, Uighurs and Tibetans still use their own script form) using the same writing system but each group still talking their native idiom. And, until not long ago, also Viet Nam, the whole Korea, and Japan, who were using the same writing system, could perfectly communicate by writing to each other, without speaking the same language.

Today, unfortunately, only Japan has retained much of its use integrated by two indigenous phonetic syllabaries (Hiragana and Katakana). Koreans have adopted their own sound-based system (Hangul), with the North having eliminated the Chinese characters and the South partially retaining them, especially for names and technical words. The case of Viet Nam is much more dramatic if not outright tragic, having adopted Latin letters with no resemblance in their pronunciation to any western language. The result has been to isolate herself from her rich past, from other East Asian societies and without gaining any proximity to any other country who uses the same kind of alphabet.

Despite the longer time needed in mastering the Chinese writing system, it has not been an obstacle to literacy. Cases of dyslexia are less and, on average, reading speed is higher in comparison to alphabetic systems. Rote learning, so despised these days, has widely documented benefits: it fosters discipline, enhances memory, teaches patience, endurance and provides that touch of humanism that the modern educational system seems to have lost. Used by a fifth of the world population, contrary to the author’s doubts about China definition of literacy rate, people using Sinograms have proven to be well ahead of Westerners or other people using alphabets, including Devanagari and Arabic script in reading and comprehension ability. Since the municipality of Shanghai has been invited to join the PISA (Programme for International Student Assessment) contest, the students of that city have invariably scored highest and, in the last edition (2012) it scored best again with Singapore, Hong Kong, Taipei, Korea, Macao and Japan (in this order) right behind her.

One fascinating aspect of a Sinogram is that either you can read it and know its meaning, or you can’t and thus you do not know what it means. On the other hand, my eight years old son, who at school is being trained in reading an alphabet, can virtually already read any line on a newspaper, but does not have a clue of most of what it says. After all, the definition of literacy is perhaps more uncertain in the western world than in East Asia. Sinograms are an excellent tool in memorizing new words when learning an East Asian language. When you ask a Chinese native speaker who is studying a new word of an alphabetical language she or he will invariably answer you that it is very difficult to memorize it only through sound, as initially does not bear any meaning to her or his ears (while a Chinese character conveys by itself, visually, a distinct meaning).

A rather baffling statement in the “China’s tyranny of Chinese Characters” is following: “The inflexibility of the Chinese script has always reinforced the inflexibility of the Chinese state”. Following the thought of the author would the Japanese political system be slightly less tyrannical than the Chinese because it uses along Chinese Characters also phonetic syllables? Or would the South Korea Government be a bit more flexible because it uses Hangul, and Chinese Characters are confined to a marginal role? Perhaps we shall look to the North of the Korean peninsula to find a form of Government particularly flexible because they have abandoned Chinese Characters all together….

The whole article is unconvincing as it assumes that Chinese Characters are an unsuitable linguistic tool to absorb anything new, unconventional, foreign or representing anything said in a slang or dialect. As a matter of fact, Vietnamese, historically, had been creating new characters, as needed. The vitality of Chinese characters does not end here. They are similar to building blocks, as Europeans use words of Greek or Latin origin to create new ones. For instance, the word INTERNAUTA can be easily translated and no one (not even the Chinese Government) can forbid to translate it into: 网上冲浪者!

L’EROISMO DI SAVONAROLA NEL NOSTRO FUTURO

L’eroismo di Savonarola
nel nostro futuro

Il supplizio di fra’ Girolamo Savonarola e di due suoi compagni si compì il 23 maggio 1498. Ma il posto di Savonarola non è più nel Quattrocento, è nel nostro avvenire. Egli è il più grande tra gli italiani che tentarono di purificare la Chiesa romana senza passare all’insurrezione teologica. Quegli italiani furono tutti sconfitti, però mezzo millennio dopo fra’ Girolamo è più attuale, più testimone/profeta, che nella breve stagione in cui fu guida anche civile dei fiorentini.
Lutero scrisse che Savonarola era stato suo precursore, e infatti il Nostro figurò alla base del monumento eretto nel 1868 a Worms al maestro della Riforma. Questa collocazione nel protestantesimo, che ha fatto contrastare gli studiosi, è nello stesso tempo errata e giusta. Errata, perché alla lotta disperata del priore di San Marco a Firenze mancò l’animus dell’eretico; e infatti si cominciò a parlare di una sua canonizzazione almeno nel 1592, quando divenne papa Clemente VIII che lo voleva santo (per molti egli è già santo, più di centinaia di altri). Giusta in quanto fra’ Girolamo effettivamente dimostrò assoluto l’imperativo di rifiutare la turpe corruzione della Chiesa. Rifiutarla a qualsiasi costo: Savonarola disse no al secondo papa Borgia che per comprarlo gli offriva il cardinalato, no ai consigli di prudenza dei molti che volevano salvargli la vita.

Con la sua visione apocalittica di una Chiesa da flagellare perché si rinnovasse, fu dunque uno dei massimi spiriti della storia cristiana. Ma fu anche protagonista politico, nel suo opporre lo “Stato popolare”, amico dei poveri non degli oligarchi, alla dominazione dei Medici. Fu infine, forse soprattutto, pensatore ‘laico’, cioè ideologo piuttosto che teologo. Combatté con coerenza impavida lo spirito dei tempi: assieme ai fiori del Rinascimento esso portava dissacrazione, permissività e una vocazione scettica coerentemente destinata a farsi cinismo. Il cattivo maestro Niccolò Machiavelli divenne segretario nella cancelleria fiorentina cinque giorni dopo la morte di Savonarola. Ma è al Bruciato sul rogo che dobbiamo se il pensiero del Rinascimento non si identifica intero con la teorizzazione della ferocia di Cesare Borgia, figlio di un papa più spregevole degli altri dei secoli neri della Chiesa.
A mezzo millennio dal rogo in piazza della Signoria avemmo convegni, mostre, qualche volgarizzazione televisiva. Perfino lo humour canagliesco di qualche vignettista aiutò a farci familiari coll’invitto domenicano. Tutto ciò non ci disse che i tempi a venire sono bui come quelli dei Borgia e dei Machiavelli. L’edonismo e il cinismo sono gli stessi, ma il consumismo è una corruzione che un tempo non operava. Allora essa si concentrava nella corte romana, prima in scelleratezza. Oggi pervade ‘tutto’, masse comprese. Le ideologie e le etiche che dominarono gli ultimi due secoli si sono spente in quanto pensiero.
Se la nostra modernità, la cultura occidentale, non è capace di galvanizzare le coscienze come le trascina il fondamentalismo islamico, o come potrà mobilitarle qualche altra fede politico-religiosa del mondo non industrializzato; e se le nostre economie saranno sconfitte dalla globalizzazione dei mercati, le crisi diverranno decisive e gli attuali sistemi di valori non reggeranno.
Se a prove così drammatiche non arriveremo, ugualmente dovremo trovare risposte a bisogni spirituali per i quali le formule tradizionali -marxismo, liberalismo, cristianesimo accomodante o modernizzante- non valgono più. A quel punto la lezione di Girolamo Savonarola, persino nelle espressioni e nelle opere del suo estremismo, acquisterà una cogenza improvvisa, finora non immaginabile.
amc

COME CI REGGEREMO A DEMOCRAZIA FINITA

Come ci reggeremo a “democrazia” finita per vecchiaia

Per una volta, un’intervista con un concetto dirompente. “L’Occidente è a una svolta storica: è in gioco la sopravvivenza della democrazia” (Corriere della Sera 28 settembre 2016). Questo ha confidato ad Aldo Cazzullo Carlo De Benedetti; come Numero Uno dei media di regime l’Ingegnere è stato il manipolatore in capo delle coscienze, il regista della modernizzazione trasgressiva del ceto medio, il voltairizzatore dello Stivale, il conduttore del consumismo elitario.
Il debenedetti-pensiero è sicuramente più centrato di quando il Nostro esultò per la nascita del Partito democratico, prenotando la tessera n° 1: “La globalizzazione, di cui tutti noi- e mi ci metto anch’io- eravamo acriticamente entusiasti, ha creato una deflazione che ha ridotto i salari di tutti i lavoratori del mondo e ha accresciuto le differenze sociali sino a renderle insopportabili. Si verifica la previsione di Larry Summers che fu segretario al Tesoro di Clinton: un secolo di stagnazione”.
L’intervistatore avendo obiettato “Ingegnere, è sicuro che lo scenario sia così negativo?”, la risposta è stata netta: ”Siamo alla vigilia di una grave crisi economica. Aggraverà il pericolo della fine delle democrazie (…) La progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia, senza che si sia risolto il problema della stagnazione, problema peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerità in un periodo di piena deflazione (…) Una situazione, in alcune parti dell’Est Europa, da anticamera del fascismo. Nel resto del mondo la democrazia arretra”.
Al quesito di Cazzullo “la crisi della democrazia può segnare un ritorno al fascismo”, l’Ingegnere ha puntualizzato: “Semmai un nuovo populismo, aggravato dalla grande depressione in arrivo. La democrazia è ridotta al voto, ma il voto è uno strumento, non è la democrazia”. Ancora: “Non sono crollate solo le ideologie; anche di idee ne sono rimaste poche. Ma vivere nella continuità è la morte. Se continueremo così, distruggeremo le nostre società”. Il ‘Corriere della Sera’ ha intitolato senza mitigare: “Una nuova grave crisi economica metterà in pericolo le democrazie”.
Sarebbe stato avvincente se l’Ingegnere avesse portato più avanti la previsione. Se ci avesse detto quale dei nemici liquiderà la democrazia rappresentativa, cioè il parlamentarismo-partitismo cleptocratico.
Se davvero l’infiacchimento economico generale e la prospettiva di cento anni di stagnazione annunciano la fine delle democrazie “così come le abbiamo conosciute”, non è il caso di sorvolare su tanto pessimismo. Creando un impero, De Benedetti ha dimostrato di saperla lunga. Oggi vede più chiaro degli altri: di fronte ai pericoli grossi la democrazia all’occidentale è inetta, impotente. Dunque non ha futuro. Naturalmente il Nostro sa -e non lo nasconde (“il voto non è democrazia”)- che ciò che abbiamo non è democrazia, è oligarchia dei politici e dei plutocrati. Bene quindi, diciamo noi, se esso soccombe, spento da questa o quella svolta autoritaria. I tempi essendo cambiati, non potrà essere una svolta fascista.
Piuttosto qualcosa come la signoria di Erdogan sulla Turchia. Al contrario, potrà essere la politicizzazione attiva di manipoli di giovani ufficiali giustizialisti quali quelli che, con la Rivoluzione dei garofani, conquistarono il Portogallo. Decenni prima i militari, detentori delle armi invece che delle urne e delle imposture ideologiche, dettero la vittoria nel mondo a vari riformismi di tipo nasseriano.
Non si può escludere il Putsch militare padroneggiato da un generale più o meno reazionario. Ma esistono anche i militari non reazionari. Non fu reazionario Kemal Ataturk, padre di un paese moderno. Non lo fu in Polonia Pilsudski, che era stato agitatore socialista. Non lo fu Charles de Gaulle. Non lo fu certamente Miguel Primo de Rivera, che nel 1923, quando lo Stato dei notabili liberali agonizzava, si fece dittatore legale. Modernizzò e fece più prospera la Spagna. Lasciò il potere (1930) volontariamente, non abbattuto dai vecchi politici, meno che mai dagli oppositori intellettuali e studenteschi. Quanto insulso, sulla distanza, fosse il ribellismo di questi ultimi lo abbiamo visto alla morte di Franco, quando l’opposizione tradizionale -Santiago Carrillo alla testa dei comunisti, più tanti repubblicani e laici ‘rigorosi’- si affrettò ad accettare il ritorno della monarchia borbonica e ipercapitalista.
A trovarlo, un golpista come Primo de Rivera! Generale, marchese e Grande di Spagna era anche amico del popolo, solidale coi poveri. Governò soprattutto col sostegno dei socialisti, allora un movimento di onesti che il Dictador privilegiò coerentemente. Primo de Rivera finì scalzato dalle destre: i banchieri, i duchi latifondisti, la camarilla della corte di Alfonso XIII. Sette anni prima il sovrano si era compiaciuto del colpo di Stato, ignorando l’inclinazione quasi socialista del Dittatore. Perdette il trono per la controffensiva dei conservatori, camuffati da ardenti repubblicani.
Sorgesse dunque, nella nostra Repubblica delle Tangenti o altrove, un demolitore con le inclinazioni di Miguel Primo de Rivera o di Ataturk! E’ improbabile: soprattutto i generali italiani della bella stagione non sono che alti burocrati vocati alle pensioni d’oro, alle consulenze e presidenze sovrapagate.

Un giorno forse Carlo De Benedetti ci dirà quale svolta autoritaria consideri verosimile, a scanso di insurrezioni aspre dei senza lavoro. E’ vero, per lui come per altri sommi ‘argentiers’ andrà bene chiunque saprà prendere il potere, purché non sia feroce come i bolscevichi di Lenin, come quelli di Pol Pot, come gli scannatori dell’Isis. Tuttavia: non sarebbe meglio se in Occidente i padroni dell’economia mettessero al lavoro gli intellettuali che stipendiano, con la consegna di escogitare presto progetti alternativi sia alla morente ‘democrazia quale la conosciamo’, sia ai cingolati, infiorati o no di garofani?

Nell’intento di spazzare via i politici usurpatori e le Costituzioni da loro scritte, si profilano già varie formule di democrazia semi-diretta e selettiva, congeniali all’età dell’elettronica, basate non sul voto ma sul sorteggio all’interno di segmenti qualificati (ormai il suffragio universale non produce che frodi), sul coinvolgimento continuo degli alfabetizzati al computer, su consultazioni referendarie all’elvetica, cioè frequenti e sdrammatizzate.
Nella fase transitoria le istituzioni e le élites tradizionali dovranno essere cancellate: troppo contrarie a qualsiasi novità. Un ruolo temporaneo di armati è indispensabile: è certo che le istituzioni oligarchiche e i gestori del sistema rappresentativo non agiranno per distruggere se stessi cancellando la delega e gli altri meccanismi di spoliazione.
Dopo un paio di secoli di prove, il partitismo/parlamentarismo si è dimostrato ovunque non solo corrotto, anche inefficiente. Ha ragione De Benedetti a considerarlo condannato.

Questa ‘democrazia’ sarà conclamata un’impostura, in ogni caso una costosa finzione, quando la globalizzazione spegnerà, col liberismo, l’ipertrofia dei diritti e di una parte delle libertà. La fase delle ‘rising expectations’ è finita. L’avvenire esigerà discipline di guerra, imporrà assetti collettivistici. Se in Occidente quasi tutti i manufatti e molti altri prodotti verranno dai paesi di ultima industrializzazione o di esplosione dell’export primario, sarà giocoforza assicurare il minimo vitale a masse imponenti di senza lavoro: ciò inevitabilmente con quei metodi coattivi che gli ordinamenti d’oggi non consentono.

E occorrerà abbassare duramente (di un quarto?) il tenore di vita medio, se vorremo trovare le risorse per un super-piano Marshall, solo idoneo a fermare l’invasione dei migranti. Mai i politici affronteranno la vendetta delle urne con atti che colpiscano il tenore di vita. Le urne sono le nemiche del Buongoverno.

Dovrà imporsi un’economia d’imperio. Avvizziranno le libertà economiche, i codici giuridici, i diritti di proprietà, i grandi patrimonii, le conquiste sindacali, i divari eccessivi. Chi immagina che tutto ciò sia possibile senza stracciare ‘manu militari’ le carte costituzionali, i codici civili, le assemblee elettive, i meccanismi, le abitudini, fissazioni e nostalgie del passato?
Ai non molti sapienti e buoni maestri del suo impero, Carlo De Benedetti farebbe bene a chiedere, in tempi stretti, un progetto di scorta per un avvenire senza “democrazia”. Noi di Internauta facciamo da molti anni -per esempio con lo scritto “Il Pericle elettronico” e con vari testi “randomcratici” sul sorteggio- lo sforzo finora evitato dai pensatori dell’Ingegnere.
amc

PER LA SPAGNA UN NUOVO CID

 

 

     

Il Regeneracionismo del 1898 è forse il prodotto più alto dell’intelligenza spagnola moderna. Quell’anno, a non molti mesi dal secolo XX, la Spagna viene sbaragliata e umiliata dagli Stati Uniti: perde la flotta, la gloria, più gli ultimi possedimenti nel Nuovo Mondo (Cuba e Puerto Rico) e in Asia (le Filippine). Finisce l’impero,

La durezza del castigo subìto ispira in una generazione di pensatori le riflessioni più drammaticamente feconde. Joaquin Costa ingiunge di “chiudere a più mandate il sepolcro del Cid”, cioè di rinnegare secoli di albagia nazionalistica. Invoca che la Spagna si ‘rigeneri’ attraverso le opere produttive e lo spirito razionale, che dimentichi le glorie militari, che assegni agli ingegneri il ruolo che era stato dei feudatari e dei generali. Che i ceti borghesi e colti abbattano i privilegi aristocratici. E che l’inettitudine di monarchi e di notabili venga travolta dall’energia imperiosa di un ‘chirurgo di ferro’.

Un quarto di secolo dopo il chirurgo di ferro arriverà e farà molte delle opere additate dal profeta Joaquin Costa: fu Miguel Primo de Rivera. Questo infatti auspica Costa: un leader ispirato e imperioso, non un politico rotto a tutti i compromessi e cautele.

A quel tempo Miguel de Unamuno, rettore dell’università di Salamanca, scrive le pagine più intense e liriche sulla condizione spagnola e sulla dolente primazia della Castiglia. José Ortega y Gasset, cattedratico di filosofia, porta alle conseguenze più logiche l’analisi delle sventure nazionali: ma nel nome della ragione piuttosto dell’emotività lirico-visionaria di

Unamuno. Ramiro de Maeztu addita nel corporativismo del Guild Socialism un’alternativa profetica al liberalismo fallito e al comunismo da fallire dopo una serie di inutili trionfi. Angel Ganivet vicino a togliersi la vita condensa nel grido ‘uno spagnolo ricco è ripugnante’ il fascino buio della vocazione alla povertà del suo popolo.

Oggi, più di un secolo dopo, gli uomini della Generazione del 98 dovranno tornare per abiurare alla fede di allora. Si erano tormentati per quella che consideravano l’estraneità all’Europa del loro popolo, per il suo negarsi all’intelligenza tecnologica ed economica. Oggi quei pensatori dovranno rimpiangere la temperie dolorosa di quando si angosciavano. E’ un novantennio dall’avvento di Primo de Rivera, modernizzatore e amico del popolo, che la Spagna si ammoderna e si omogeneizza all’Europa. Non è più povera e non è più sola. Non è più la nazione di Costa, Unamuno, Ganivet e Ortega y Gasset, ma ha perso la struggente primogenitura di non appartenere alla prosperità capitalistica e alla democrazia truffaldina.

Oggi la Spagna è socia e condomina della plutodemocrazia. Ultima venuta del benessere, forse ha ancora risorse abbastanza giovani per liberarsi dalle compromissioni e dalle servitù della modernità. La più disonorevole tra tali compromissioni e servitù è stata di associarsi alla democleptocrazia. Nel 1975, morto Francisco Franco, la Spagna avrebbe potuto imboccare la strada che le additavano Joaquin Costa, Ramiro de Maeztu e le intelligenze più costruttive della generazione del ’98. Invece il paese che, ascoltando Costa, ripudiò le glorie del Cid Campeador; che a partire dagli anni centrali del regno di Franco conobbe le gratificazioni del miracolo economico; che infine si abbandonò alle proposte e alle trasgressioni della modernità: questo paese, dicevamo, comincia ad accorgersi che la modernità e il consumismo esigono prezzi, sacrificano valori, si fanno padroni dell’anima. In altre parole, la società del benessere sostituisce aberrazioni nuove e gravi ai mali antichi.

La dittatura di Primo de Rivera era stata una fase di sperimentazioni, la ricerca di formule al tempo stesso tradizionali/paternalistiche e nuove quali la repubblica degli intellettuali non seppe concepire e si condannò a soccombere. Primo de Rivera, che non era un intellettuale,

fu l’innovatore nelle opere concrete che la Spagna non aveva più avuto dal riformismo di re Carlo III. I pensatori rigenerazionisti enunciarono verità ma furono inermi. Il Primo de Rivera uomo d’azione imboccò la via delle molte provvidenze dall’alto e senza teorizzazioni progressiste (al contrario all’insegna di imperativi tradizionali). Scrive Ludovico Garruccio:” Il colpo di stato del capitano generale di Barcellona ha nella logica iberica una sua legittimità. Lo Stato della Restaurazione è finito nel 1917. La prassi politica spagnola riconosce all’Esercito una funzione di Stato di riserva. Il pronunciamiento è la constatazione di una paralisi del potere civile”.

E ancora:”La dittatura di Primo de Rivera, un uomo abbastanza onesto, frivolo ma non senza inquietudini, distrugge le strutture oligarchiche sostituendo i capi militari ai notabili civili che hanno spadroneggiato per decenni nelle province spagnole. Il generale collabora coi sindacati, in particolare con la Centrale socialista UGT. Largo Caballero, Julian Besteiro ed altri capi socialisti entreranno negli organismi consultivi creati dal regime. La UGT soppianta nel proselitismo la consorella libertaria CNT, approfittando dello slancio impresso all’economia nazionale dalla Dittatura. Sopravvenuta la Depressione del 1929, coi suoi contraccolpi spagnoli, il dittatore cade, dopo una lunga campagna di discredito che vede alleati gli oligarchi allontanati dal potere e gli intellettuali, i Miguel de Unamuno, gli Ortega, i Maranon, che non potevano sopportare certi aspetti grossolani e folkloristici della dittatura del generale andaluso. Nella caduta Primo trascina con sé il sovrano, un playboy simpatico e fatuo, che neppure sarà difeso dai Grandi di Spagna”.

Oggi, a cose fatte, risultano evidenti l’errore e l’accecamento degli intellettuali. Gli aspetti folkloristici erano reali ma come fatti di stile, e i fatti di stile sono secondari. Gli intellettuali che ne erano infastiditi si fecero presto corresponsabili di un regime repubblicano in astratto razionale e necessario, però subito degenerato e dunque rovinoso. La militanza dei progressisti iperlaici, libertari o bolscevizzanti fece inevitabile la tragedia della Guerra civile. Meglio avrebbero fatto a tenersi un dittatore folkloristico ma operatore di buone opere, invece di parteggiare per una leadership incapace di promuovere l’avanzamento delle masse proletarie. Le quali invece furono aiutate dal generale-dittatore.

La Segunda Republica nasce il 14 aprile 1931 senza che si sparga una goccia di sangue e tra grandi speranze. Come la Prima repubblica, che cominciò presto ad agonizzare, la Seconda viene subito contrastata da nemici accaniti: la sovversione di destra (i militari) e quella di sinistra (gli anarchici ed altri settari). Dopo poche settimane le caserme cominciano a congiurare, gli anarchici a bruciare chiese e conventi, ad attaccare la Guardia Civil e i municipi.

 

 

DUE SFORTUNATE REPUBBLICHE DI SPAGNA

UNA TERZA SAREBBE LOGICA, PERO’ OPPOSTA ALLA NOSTRA

 

Dopo l’abdicazione di Juan Carlos le piazze si movimentarono di manifestazioni repubblicane. Vale la pena di ricordare che la repubblica più famosa, quella radical-progressista poi sinistrista nata nel 1931, cominciò a morire ottantadue anni fa, giugno 1934: sciopero generale politico dei braccianti e contadini poveri, poi ribellione della Catalogna anarcosindacalista, infine nell’ottobre, sempre 1934, la rivoluzione degli operai e dei minatori delle Asturie, spenta dall’artiglieria repubblicana. Alcune migliaia di morti, migliaia di corti marziali, una repressione feroce come aspre erano state le vendette dei proletari e temerari i propositi di edificazione libertaria rivoluzionaria.

Insorgendo, i braccianti, i minatori, i manovali urbani proclamarono una dura verità: la Repubblica sinistrista non aveva dato nulla al popolo, a parte le parole d’ordine anticlericali e barricadiere, la tolleranza degli incendi di chiese e monasteri e delle violenze classiste; a parte un po’ di scuole in più che in passato. Tra il 1923 e il 1930 il dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera, benché generale e Grande di Spagna, aveva beneficato assai più i proletari. Fu per questo che molti lavoratori dettero chiari segni di avversare la Repubblica degli intellettuali laicisti e massoni, molto più protesi ad asserire se stessi e i loro valori che le rivendicazioni delle plebi.

Nel 1934 l’insurrezione delle Asturie e di una parte della Catalogna, più alcuni focolai a Madrid e altrove, fecero sorgere delle effimere repubbliche locali, proletarie e anarchiche. Poi le soverchianti unità repubblicane, comandate da un generale Franco allora leale allo Stato, stroncarono la rivolta. L’ottobre 1934 allargò un groviglio di conflitti secolari, cominciati nel 1808, in coincidenza con la ribellione antifrancese. Nel 1834 si era aperta una successione di guerre carliste, più sanguinose di quel che oggi si creda, finché nel 1898 la disfatta nel conflitto con gli Stati Uniti fece cadere la Spagna in una cupa depressione. L’esercito che tornò dalle colonie perdute trovò un paese costernato e immiserito, e lo aggravò delle proprie frustrazioni e pulsioni.

Seguirono anni sempre più agitati. Nel 1909 l’odio di classe scatenò a Barcellona una sanguinosa “Semana Tragica” in cui la Chiesa soffrì l’anticipazione degli assalti del 1936 . Nel 1917 uno sciopero generale rivoluzionario dovette essere schiacciato dall’esercito. “La dittatura militare instaurata nel 1923 da Primo de Rivera -scrive Hugh Thomas nella sua Storia della guerra civile spagnola- fu il solo regime che dall’inizio del secolo desse al paese un periodo di relativa calma. L’opposizione liberal-conservatrice riuscì ad abbatterla, ma poco dopo dovette rassegnarsi alla repubblica sinistrista.

Oggi, più di un secolo dopo, gli uomini della Generazione del 98 dovranno tornare per abiurare alla fede di allora. Si erano tormentati per quella che consideravano l’estraneità all’Europa del loro popolo, per il suo negarsi all’intelligenza tecnologica ed economica. Oggi quei pensatori rimpiangeranno la temperie amara di quando si angosciavano. E’ un novantennio dall’avvento di Primo de Rivera, innovatore e amico del popolo, che la Spagna si ammoderna e si omogeneizza all’Europa. Non è più povera e non è più sola. Non è la nazione di Costa, Unamuno, Ganivet e Ortega y Gasset, ma ha perso la struggente primogenitura di non appartenere alla prosperità capitalistica e alla democrazia truffaldina.

Oggi la Spagna è socia e mezzadra della plutodemocrazia. Ultima venuta del benessere, forse ha ancora risorse abbastanza giovani per liberarsi dalle compromissioni e dalle servitù della modernità.

La più disonorevole delle compromissioni è stata di consociarsi ai misfatti della democleptocrazia, il primo dei quali è la corruzione. Nel 1975, morto Francisco Franco, la Spagna avrebbe dovuto imboccare la strada che le additavano Ramiro de Maeztu e le intelligenze più costruttive della generazione del ’98. Invece il paese che credette di far bene a liberarsi delle glorie del Cid e di far bene ad ascoltare Joaquin Costa; che a partire dagli anni centrali di Franco conobbe le gratificazioni del miracolo economico; che infine si abbandonò largamente alle proposte e alle trasgressioni della modernità, questo paese dicevamo comincia ad accorgersi che la modernità e il benessere esigono prezzi, che si fanno padroni dell’anima; che la società dei consumi sostituisce aberrazioni nuove e gravi ai mali antichi.

La Dittatura di Primo de Rivera era stata una fase di sperimentazioni, la ricerca di formule politiche al tempo stesso tradizionali (il paternalismo) e innovative, quali la Repubblica escogitata dagli intellettuali non seppe essere. Primo de Rivera, che non era un intellettuale, fu lo sperimentatore e l’innovatore ‘nelle opere’ che la Spagna non aveva più avuto dopo il regno protoriformista di Carlo III. I pensatori rigenerazionisti annunciarono verità, ma furono inermi. Invece Primo, uomo d’azione, imboccò la strada delle provvidenze energiche e senza teorizzazioni progressiste: al contrario, all’insegna di imperativi tradizionali, p.es.la compassione per i poveri e i piccoli. Fare le cose giuste senza cercare sistemazioni teoriche: visto che i teorici sono impotenti.

Ha scritto Ludovico Garruccio: “Il colpo di stato del capitano generale di Barcellona ha nella logica iberica una sua legittimità. Lo Stato della Restaurazione è finito nel 1917. La prassi politica spagnola riconosce all’Esercito una funzione di Stato di riserva. Il ‘pronunciamiento’ è la constatazione di una paralisi del potere civile”. E ancora: “La Dittatura di Primo de Rivera, un uomo abbastanza onesto, frivolo ma non senza inquietudini, distrugge le strutture oligarchiche sostituendo i capi militari ai notabili civili che da decenni spadroneggiano nelle province spagnole. Il generale collabora coi sindacati, in particolare con la Centrale socialista UGT. Largo Caballero, Julian Besteiro e altri capi socialisti entreranno negli organismi costituzionali creati dal regime. La UGT soppianta nel proselitismo la consorella libertaria CNT, approfittando dello slancio impresso all’economia dalla Dittatura. Sopravvenuta la Depressione del 1929, coi suoi contraccolpi spagnoli, il dittatore cade, dopo una lunga campagna di discredito che vede alleati gli oligarchi allontanati dal potere e gli intellettuali, i Miguel de Unamuno, gli Ortega, i Maranon, che non potevano tollerare certi aspetti grossolani e folcloristici della dittatura del generale andaluso. Nella caduta Primo trascina con sé il sovrano, un playboy simpatico e fatuo, che neppure sarà difeso dai Grandi di Spagna”.

guerra civile. Meglio avrebbero fatto a tenersi un dittatore folcloristico ma operatore di buone opere.

Cronache dolorose

La ‘Segunda Repùblica’ nasce il 14 aprile 1931 senza che si sparga una goccia di sangue, e tra grandi speranze.La Prima repubblica cominciò subito ad agonizzare, la Seconda viene assalita da nemici crudeli, la sollevazione militare e quella di sinistra. Dopo poche settimane le caserme cominciano a congiurare; gli anarchici a bruciare chiese e conventi, ad attaccare la Guardia Civil e i municipi.

La Repubblica affronterà una lotta brutale contro la Chiesa e il suo passato: anche se al presente essa dà segni di voler accettare l’ordine repubblicano. Peraltro in risposta all’ateismo e all’anticlericalismo nasce subito un forte partito cattolico, capeggiato da José Marìa Gil Robles. Alla fine del 1933 il potere passa per un biennio ‘nero’ (cioè maledetto dalle sinistre) a una coalizione delle destre. Nel 1934 si scatena un vero e proprio moto insurrezionale: dallo Stato Maggiore dell’esercito Francisco Franco, il più giovane generale d’Europa, dirige una forte campagna in Asturia che schiaccia coll’artiglieria i conati di sinistra contro l’ordine repubblicano. Di fatto la Guerra civile comincia allora, anche se i generali obbediscono ancora a Madrid, mentre i partiti che hanno costruito la Repubblica si convertono a posizioni aggressive.

Nel febbraio 1936 tali partiti vincono le elezioni e accentuano il corso sinistrista, mentre gli sconfitti si stringono ai militari golpisti. Le scelte legalitarie sono sostenute soltanto dal settore progressista della borghesia urbana, cioè da una minoranza. I proletari di città vengono mobilitati dal massimalismo, mentre i braccianti, contadini senza terra, si fanno trascinare dalla sollevazione anarchica.

Unamuno constata che la Repubblica è invasa dall’infezione. Anche Ortega y Gasset smette di sostenere la repubblica che contribuì a far sorgere. Gli intellettuali che avevano avversato Primo de Rivera ora si negano alle pulsioni violente. Salvador de Madariaga fa uscire un libro che, per il solo fatto di offrire ‘idee per la Terza Repubblica’ attesta la caducità della svolta che aveva messo fine alla monarchia di Alfonso XIII. Madariaga respinge la democrazia “numerica” del suffragio universale, cara al progressismo borghese. Ipotizza un avvenire retto da una “ gerarchia” e da un corporativismo intelligenti ed energici, abbastanza antagonistici rispetto al parlamentarismo alla francese preferito da Manuel Azana. Unamuno finisce coll’incoraggiare la Falange di José Antonio Primo de Rivera, visto che la guerra civile è la sola che si possa esaltare.

 

Il fratricidio

La Guerra civile esplode nei possedimenti africani il 17 luglio 1936 e il giorno dopo nella penisola. L’esercito d’Africa si solleva quasi compatto contro la Repubblica, eliminando fisicamente i pochi comandanti che tentano di opporsi. Subito comincia lo sforzo per riuscire a sbarcare in Spagna. La Marina non è parte attiva della ribellione, quindi non fornisce il naviglio per traghettare le unità insorte, anzi obbedisce all’ordine di Madrid di combattere i reparti ribelli. Se a questo non riesce se non in misura modesta è anche in quanto il naviglio da guerra è senza ufficiali: sono stati subito trucidati dalla bassa forza degli equipaggi. E’ l’appoggio aeronavale di Italia e Germania che consente all’esercito d’Africa di muovere alla conquista del territorio metropolitano.

La marcia nelle regioni occidentali fino al Mar Cantabrico (golfo di Biscaglia) è veloce. Invece il centro della penisola, con Madrid, è teatro di accaniti combattimenti fino al 26 gennaio 1939, quando i nazionali entrano in Barcellona, poi all’occupazione incruenta di Madrid. Il 1° aprile successivo un laconico comunicato di Francisco Franco annuncia: “Gli obiettivi militari sono stati raggiunti. La guerra civile è finita”. Le celebrazioni della Vittoria e, fuori di Spagna, le battaglie delle opposte propagande andranno avanti nei decenni.

L’avanzata franchista nella regione occidentale aveva incontrato scarsa resistenza, dunque era stata senza storia: a parte il grande massacro dei repubblicani catturati nell’arena di Badajoz, capoluogo dell’Estremadura spagnola (quella portoghese comprende Lisbona). Il comandante nazionalista Juan Yague Blanco spiega ai giornalisti che le sue colonne non possono fare prigionieri: ne sarebbe rallentata l’avanzata verso Nord e la successiva partecipazione alla battaglia per conquistare Madrid.

A Oviedo, capoluogo asturiano, le milizie repubblicane conservano il controllo della città, ma il loro comandante colonnello Aranda, poi rivelatosi franchista, riusce a convincere quattromila minatori ad andare alla difesa di Madrid. L’astuzia consente ad Aranda di impossessarsi di Oviedo. La storia delle operazioni della Guerra civile è tanto fitta di episodi che non la racconteremo. Ricorderemo soltanto per il loro valore emblematico il massacro degli ufficiali insorti nel cortile della caserma Montagna a Madrid e quello dei repubblicani difensori di Badajoz.

La guerra civile fu combattuta animosamente da entrambe le parti, anche se i fatti più impressionanti non furono gli scontri tradizionali tra eserciti ma le esecuzioni, gli omicidi, le atrocità tra civili. Sul campo prevalsero le vittorie nazionali. Quelle dei repubblicani furono rare ed effimere: la temporanea presa di Teruel (Aragona), la resistenza di Madrid, il successo a Guadalajara sulle truppe italiane, le battaglie dell’Ebro, l’ultima delle quali (1938) dissanguò irrimediabilmente le forze repubblicane. Fallito anche quest’ultimo sforzo disperato, la disfatta della Repubblica divenne certa: pertanto la prosecuzione della lotta ad oltranza fu l’inutile spargimento di sangue voluto fino alla fine da Juan Negrin, capo del governo repubblicano. La sua giustificazione: si avvicina il secondo conflitto mondiale; a quel punto le democrazie occidentali ‘non potranno non aiutare’ la Repubblica spagnola impegnata in uno scontro mortale contro gli alleati di Roma e di Berlino.

Ragionamento basato su premesse cervellotiche. In realtà la Francia amica soccombette al Reich nel giugno 1940 e solo due anni dopo il conflitto generale prese a volgere a sfavore dell’Asse. Gli occidentali non furono mai in grado di capovolgere le sorti della Guerra civile di Spagna. Gli importanti aiuti dell’Urss declinarono fortemente appena con la sconfitta sull’Ebro si annunciò la morte della Repubblica. E Negrin non ebbe la saggezza di rinunciare spontaneamente alla lotta sul campo, così finendo coll’unirsi agli altri macellai di popoli. Negrin era troppo dominato dai capi del partito comunista . Mosca non aveva liberato quest’ultimo dalla consegna di combattere fino all’ultimo onde dare più tempo all’Urss per prepararsi allo scontro col Reich.

Sorprendente il finale della Guerra civile: a Madrid tutte le unità repubblicane aggredirono le milizie comuniste che si opponevano alla resa. I combattimenti tra antifranchisti fecero un migliaio di morti: alla fine prevalse la Giunta capeggiata dal colonnello Casado, già comandante dell’esercito repubblicano del Centro. La Giunta si arrese a Franco senza condizioni.

Il mondo restò sbigottito di fronte al crollo della Repubblica, ma le cose non potevano andare diversamente dopo il suo annientamento sull’Ebro. Agli inizi del 1939 dalla Catalogna ripararono in Francia, con una marcia terribile attraverso i Pirenei innevati, mezzo milione tra civili e fuggiaschi militari. Il governo di Parigi, che aveva parteggiato per l’antifascismo spagnolo, rinchiuse i fuorusciti in una quindicina di campi di raccolta privi di strutture e di ripari, però circondati di filo spinato e guardati da reparti senegalesi, oltre che dai gendarmi armati. Per dieci giorni non furono distribuiti viveri e acqua. Il poeta Machado morì dopo pochi giorni di detenzione all’aperto.

Nei brandelli di repubblica ormai solo il Pce predicava la resistenza ad oltranza: “Resistir es vencer”. Il presidente Manuel Azana si dimise il 28 febbraio e riparò a Parigi. Si aprì a quel punto l’ultimo atto della tragedia. La capitale era sul punto d’essere investita da 32 divisioni vittoriose, forti di artiglierie, di blindati, di almeno 600 aerei. A Negrin che prometteva nuovi aiuti sovietici, il colonnello Casado oppose che quegli aiuti non potevano piàù arrivare. Finalmente il colonnello si ribellò a Negrin, alla testa di tutti i reparti repubblicani che in una serie di scontri liquidarono quelli comunisti.

Come rilevò lo storico Hugh Thomas, la guerra civile spagnola superò in ferocia quasi tutte le altre guerre del passato. Tuttavia le perdite umane furono meno gravi delle previsioni. Forse i caduti non furono più di 600 mila, di cui circa 100 mila assassinati o giustiziati sommariamente. 183 città furono devastate, con 150 chiese distrutte e 4850 danneggiate. 250 mila case furono rese inabitabili. Ancora Thomas: “Si può addirittura dire che la Guerra civile di Spagna suscitò più emozioni che il secondo conflitto mondiale”.

 

Futuro: la missione del Nuovo Fraga

Gli uomini con le qualità di Manuel Fraga Iribarne però negati a fare gli errori capitali di Fraga, sono talmente rari che forse non sorgeranno per decenni. Di fatto la Spagna del secolo XX non ne ha avuto alcuno, e per il XXI le circostanze sono poco favorevoli.

Quando verrà, il Nuovo Fraga non potrà più annunciare -i tempi essendo diversi- il messaggio che avrebbe dovuto essere del Nostro: ‘la Spagna, sofferte le sventure della Guerra civile, poi del regime franchista, poi del postfranchismo, ha diritto di darsi un congegno di Polis completamente nuovo. Un congegno che per saggezza valorizzi alcune acquisizioni del passato nazionale: prima di tutto la dittatura benefica e modernizzatrice di Miguel Primo de Rivera, l’uomo che preferiva il popolo agli ottimati suoi pari; in più, gli spunti di idealismo sociale del figlio José Antonio; persino l’empirismo di Francisco Franco di accettare negli anni Cinquanta quanto serviva per avviare lo sviluppo e avvicinare la prosperità.

Il Nuovo Fraga dovrà rilanciare le intuizioni creative del Rigenerazionismo, col pensiero di Ramiro de Maeztu e quello di Fraga Iribarne. Dovrà proporre un congegno di Polis che -attraverso una delle formule di democrazia semi-diretta e selettiva già concepite negli Usa, in Italia e altrove- mobilizzi la capacità del popolo di selezionare gestori ben migliori di quelli di un lungo passato.

La consegna per il Fraga del futuro sarà, più ancora, di concepire un’etica civile completamente diversa, depurata del consumismo e dell’idolatria del denaro. Se il Cid Campeador, Rodriguez Diaz de Bivar, fu l’eccezionale protagonista del secolo XI, la Spagna dovrà esprimere un altro Cid.

Fraga, tuttavia, aveva già espresso la convinzione che la democrazia del futuro sarà ‘diretta’, grazie alle avanzate tecnologiche. In proposito valgano alcuni estratti del suo scritto “Vigilia di Millennio”, steso da presidente della regione Galizia:

Negli ultimi anni la Galizia ha fatto uno sforzo a fondo per entrare nella società della informazione. Qui si potrà generare un nuovo Rinascimento, un nuovo secolo dei Lumi dal punto di vista dell’uomo. Ciascuno di noi potrà essere un emittente, cioè un protagonista oltre che il destinatario di un processo comunicativo universale. E’ una tappa radicalmente nuova. Per fare un esempio, il grado di digitalizzazione della rete telefonica galiziana è al livello delle aree più avanzate di Germania e di Francia. Presto lo supererà. Non ci aspetta la Terra Promessa, però certamente un tempo di opportunità uniche. Goethe lo direbbe “il presente puro della storia”.

 

Tornare all’agorà ateniese

Ancora Fraga: “La democrazia vera è un assetto politico nel quale sono i cittadini, non i parlamenti né le istituzioni, ad esercitare la sovranità. L’infrastruttura tecnologica dell’autostrada informatica rende possibile questa nuova democrazia. L’impiego massiccio delle tecnologie della comunicazione permette ai cittadini di disporre di un’informazione trasparente, veritiera e completa, non solo su quanto fanno i poteri pubblici. Senza tale informazione la democrazia autentica non è possibile: né convenzionale, né digitale. Mancando un accesso equo e illimitato all’infrastruttura dell’informazione, possiamo anche tornare all’agorà di Atene, però riproducendo le carenze della democrazia ateniese, alle cui assemblee partecipava solo la minoranza dei cittadini di diritto pieno.

Siamo a una vera e propria rivoluzione, provocata dalle continue novità dell’elettronica in generale. Si relativizzano e scompaiono le nozioni di tempo e di spazio, di vicinanza e di distanza, con le correlate categorie socio-economiche di centro e di periferia. Ci incamminiamo verso una società globale, un mondo senza frontiere e senza distanze fisiche. E’ un processo innovativo molto diverso dalla rivoluzione industriale e dai cambiamenti che la precedettero; sarà il più rapido della storia umana finora pregressa. Non stiamo parlando di un futuro prossimo. Parliamo di oggi stesso, del futuro già cominciato.

Mai come oggi la specie umana ha potuto essere tanto padrona dell’avvenire, individuale e collettivo”.

Fraga non ha detto che il Nuovo Cid Campeador che la Spagna forse esprimerà avrà la missione di liberare il popolo, alla testa delle legioni dell’elettronica, dagli usurpatori della sovranità: i professionisti della politica. Esistono, agiscono, malversano ai soli fini propri e della loro casta.

 

 

DAI DESTINI TRAGICI

AL DISDEGNO PER  LE VENDETTE

Fanno quarantuno anni dalla morte di Franco e dalla fine del suo regime. Da allora la Spagna ha dimostrato ad abundantiam di avere adottato la ‘via italiana’ alla pluto-democrazia, fatta di partiti prevaricatori e corrotti, di mezzadria tra capitale e sindacati, di alta spesa pubblica e dunque di molte tangenti. Invece ha respinto il magistero italiano quanto a regolamento dei conti tra vincitori e sconfitti. Da noi nel 1945 i primi usarono le armi della lotta partigiana per una breve e feroce mattanza dei vinti; in più, improntarono al loro settarismo la nuova Costituzione e addossarono allo spirito pubblico i loro valori e canoni retorici.

In Spagna, poco di tutto ciò e molta volontà di riconciliazione. Per cominciare, non si è tentato di abbattere l’istituzione monarchica, imposta da Franco a un paese che aveva scelto la repubblica. Dal canto suo la monarchia ha in vari modi assecondato la defranchizzazione pacifica preferita dal popolo ai metodi dei nostri partigiani e dei loro mandanti politici. Si fossero trovati ad agire in Spagna, morto il Caudillo, i capi della nostra Resistenza è verosimile avrebbero provato a imporre coi mitra i metodi e le rappresaglie del Maquis.

Gli spagnoli non permisero questo. Non lo permisero in particolare le sinistre, comunisti compresi. Infatti nell’ottobre 1944, vigilia del trionfo bellico delle potenze antifasciste, il proletariato e la borghesia progressista di Spagna non dettero alcun consenso al tentativo di un segmento comunista riparato in Francia di riaprire il conflitto civile con la penetrazione di una grossa formazione partigiana nella valle di Aran ( Pirenei). Le truppe di montagna di Franco schiacciarono subito gli “invasori” guerriglieri, poi ebbero facilmente ragione delle bande partigiane che avevano provato ad agire in aree poco presidiate del territorio iberico.

I lavoratori e i ceti medi politicizzati di Spagna non si sollevarono contro il regime, nonostante l’imminenza della vittoria alleata. Non dettero alcun appoggio alla velleitaria ‘Resistencia’, che ebbe qualche altra manifestazione. Da quel momento il partito comunista clandestino e quello dell’esilio in Francia, Urss e Messico rinunciarono a ogni conato antifranchista. Quanto ai contadini, essi appoggiarono fattivamente con le cosiddette contrapartidas i reparti governativi che snidavano i ribelli sopravvissuti qua e là come nuclei banditeschi. Cessò ogni opposizione organizzata, e nel 1956 il Pce proclamò la “Reconciliaciòn nacional”.

Morto Franco si constatò che la transizione dal regime ‘alla libertà’ si era già un po’ delineata negli anni Cinquanta; si era accelerata, oltre che con le aperture all’Occidente e al mercato, coll’ingresso nel governo di Manuel Fraga Iribarne, nel 1962. Che cioè sin d’allora Francisco Franco aveva accettato la logica del futuro (se non addirittura da quando aveva detto no a Hitler nell’incontro a Hendaye, il 23 ottobre 1940)

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Risalendo nel tempo, all’agonia del parlamentarismo e del potere dei notabili liberal-conservatori, il 13 settembre 1923 l’incruento colpo di Stato di Miguel Primo de Rivera avviò l’esperimento di una dittatura non fascista, al contrario filo-proletaria, appoggiata dal partito socialista. Durò fino al volontario ritiro del Dictador (gennaio 1930), oltre sei anni nei quali il paese vide, oltre alla cancellazione della vecchia politica conservatrice, vasti piani di edificazione economica e di modernizzazione autoritaria, non accompagnati da fatti di repressione dura. Il governo del generale cadde per gli squilibri tra le risorse disponibili, alquanto scemate per la Grande Depressione, e per l’alto costo dei programmi di modernizzazione e di ridistribuzione della ricchezza a vantaggio dei ceti umili. Cadde di fronte alla netta ostilità dei banchieri e del patriziato latifondista. La Dittatura aveva fatto nascere il primo, limitato Welfare della storia spagnola: assicurazioni sociali, pensioni, case popolari, ospedali, opere irrigue, ferrovie, canali.

Ma il vanto imperituro della classe di governo spagnola fu, nel 1914 e nel 1940, l’aver saputo rifiutare la partecipazione ai due conflitti mondiali. La prima volta fu merito soprattutto di un primo ministro conservatore, Eduardo Dato, che sventò i tentativi delle élites sinistriste di intervenire a favore dell’Intesa,nel nome della loro ideologia. Nella drammatica agonia del parlamentarismo il presidente Dato sarà assassinato (1921) da un anarchico. Tutti sanno le crisi di sistema che nel 1931 portarono alla caduta della monarchia, alla Repubblica sventurata e, cinque anni dopo, alla Guerra civile.

Abbiamo richiamato alcuni momenti del Novecento per evidenziare che gli spagnoli, pur con una storia di turbolenze e di odii, sono stati capaci di più saggezza e più misericordia di altre stirpi. Della nostra, per esempio. Gli spagnoli si sono sgozzati nella Guerra civile, ma quando essa si è chiusa hanno respinto le tentazioni e le occasioni di riaprirla. Si sono salvati dai crimini dei regolamenti dei conti.

Hanno smentito, con una nettezza che non era prevedibile, il tragico pessimismo nazionale del 1898, quando la disfatta per mano americana, con la perdita dell’impero e dell’autostima, era sembrata spegnere l’anima della Spagna. In quegli anni il grande pensiero del ‘Rigenerazionismo’ fiorì su un dolore inconsolabile. Il disperato scrittore e diplomatico Angel Ganivet, prossimo a suicidarsi, aveva negato che i suoi connazionali potessero mai aspirare a un umile benessere. Miguel de Unamuno, rettore a vita dell’università di Salamanca, aveva incatenato la Spagna ai suoi aspri miti nazionali, al punto che il filosofo razionale Ortega y Gasset lo censurava come ‘energumeno’. Quante volte Ortega e altri grandi intellettuali del tempo avevano fatto tristi vaticinii di saldatura della loro nazione all’Africa invece che all’Europa?

Un secolo dopo la Spagna è il contrario dei vaticinii. Ha persino una ripresa produttiva meno anemica di quella italiana: con tutto il nostro dinamismo da Expo. Povero Ganivet, figlio della luminosa Granada, che aveva scritto “Uno spagnolo ricco disgusta”!

Alla morte di Franco

La regola, per queste riflessioni sull’Ottocento politico spagnolo, sulla sua tragica appendice (la Guerra civile 1936-39) e sul crollo delle messianiche speranze sul dopo Franco e sull’oggi, sarebbe di cominciare da quella specie di Vespro siciliano che nel 1808 aprì alla reggia estiva di Aranjuez la guerra del riscatto contro Napoleone. Ma sono cose note. Saltiamole tutte e veniamo alla premessa dell’oggi. Il 20 novembre 1975, quando Francisco Franco muore, la Spagna è come Lucifero prima della caduta che lo rende Satana, il Nemico di Dio, egli che era “splendente figlio dell’aurora” (Isaia 14,12: ‘Come tu cadesti dal cielo’) e capo degli arcangeli.

Infatti la Spagna, col suo retaggio imperiale cancellato e coll’esperienza di un quarantennio di mali e di beni del regime franchista, si trovava nel 1975 ad essere il solo grande paese occidentale libero dei ceppi e delle frodi della democrazia parlamentare/partitica. Come Lucifero avrebbe potuto non farsi il nemico di Dio, la Spagna avrebbe potuto darsi un sistema di governo meno truffaldino e tangentizio del nostro. Cancellando sì il Regime con le sue iniquità, ma negandosi al modello demo-cleptocratico. Invece nel 1975 i maggiorenti di potere decisero di scegliere il parlamentarismo senile. Oggi il Paese è quasi altrettanto malato quanto la nostra repubblica, laddove si era guadagnato con una guerra crudele tra fratelli e con le pene dell’età franchista il diritto/dovere di darsi un avvenire migliore.

Non è lecito dire “la Spagna della democrazia è un paese moderno e anche prospero”. Non la Spagna della democrazia. Anticipi di modernità e di prosperità li aveva ricevuti già nel 1923-30 dal dittatore quasi-socialista Miguel Primo de Rivera, il miglior governante di Spagna dai tempi di re Carlo III e dei riformatori illuministi (tra Jovellanos e Primo de Rivera c’erano stati solo conati di progresso all’insegna di un liberalismo condannato a morire).

Il fatto sconfortante fu che, finito il franchismo, la Spagna aveva l’uomo e l’idea che avrebbero potuto risparmiarle la frode partitica. Aveva la concezione di una società organica superiore alla dialettica destra-sinistra. E aveva Manuel Fraga Iribarne, possibile portatore di tale società organica. Secondo molti osservatori, soprattutto all’estero, il Fraga liberalizzatore del regime tra il 1962 e il ’69 aveva i titoli per succedere a Franco e per risanare il sistema. Era stato vice-presidente del governo. Era il più colto, probabilmente il più geniale tra i pretendenti al trono del Caudillo. Era il re-filosofo che aveva già dimostrato, da teorico dei sistemi politici, di padroneggiare i concetti e gli strumenti per progettare il futuro. Un futuro migliore della ‘Transicion’ del furbo gerarca Adolfo Suarez, fatto dal re suo amico Juan Carlos prima presidente del governo, poi duca. E Fraga era ben altro che il successore di Suarez, Leopoldo Calvo Sotelo, fratello di José il cui assassinio da parte di militanti rossi fu la scintilla che incendiò la guerra civile.

Fraga Iribarne non doveva, né poteva, prolungare il franchismo. Ma nemmeno poteva/doveva coonestare la tesi, futile avanzo del passato, secondo cui il franchismo era stato solo obbrobbrio. Il miracolo dello sviluppo economico era cominciato negli anni Cinquanta, sotto Franco, e non era più rallentato nell’intera età franchista.

L’accelerazione economica e sociale introdotta dalla dittatura benevola di Miguel Primo de Rivera (1923-30) era stata recuperata e portata avanti dai vincitori della Guerra civile. Che il loro regime sia stato solo oppressione è falso. Mancavano certamente le libertà amate dai giornalisti e dagli intellettuali. Però i proletari spagnoli mangiavano meglio, e gli altri ceti si avvicinavano ai livelli di vita delle società prospere. Dunque il regime non dava solo parate militari e rimpianti della grandezza passata.

Scrive nel suo prezioso “Spagna senza miti” (ed. Mursia) Ludovico Garruccio(cioè il futuro ambasciatore Incisa di Camerana) che la lunga dittatura seguita alla Guerra civile “se attira una valutazione pressocché unanime sul piano etico, è oggetto nel merito di giudizi di valore distinti se non opposti. Su ogni fenomeno spagnolo ricorrono sentenze sovente dettate dalla passione di parte o, più semplicemente, dall’ignoranza. Marx avvertiva giustamente più di un secolo fa “non vi è un paese così poco conosciuto come la Spagna”.

Ancora Garruccio: ”La Spagna che si preferirebbe vedere irrigidita nel dolore e nel lutto o in preda a eroici furori, non è in fondo che un paese di camerieri cortesi, albergatori corretti, pappagalli di buona bocca ed entraineuses compiacenti. All’oleografia succede una nuova oleografia: la Spagna piacevole, godereccia, à la page”. Garruccio ragiona nei tardi anni Cinquanta, un tre lustri prima della morte di Franco. Precisa che la Spagna dei suoi giorni è “la Spagna del decollo economico, avviata verso la società dei consumi di massa (…) Molte cose nuove entrano a forza attraverso i Pirenei. Se è vero che tutto sembra sopravvivere, tutto sembra anche nascere”.

Si cita qui la testimonianza di Garruccio, “frutto di un lungo soggiorno spagnolo”, perché essa mette in fuga i luoghi comuni sulla Spagna che “geme sotto Franco”. Inutile dire che la realtà spagnola a metà del franchismo è contraddistinta da ben altre situazioni che le piacevolezze del turismo (peraltro promosso e quasi inventato dal ministro Fraga Iribarne). Al proletariato e alla piccola borghesia i molti decenni del parlamentarismo liberale e gli anni del sinistrismo repubblicano (1931-39) dettero quasi niente. Invece la dittatura di Primo de Rivera, poi quella di Franco hanno dato alle masse l’ingresso in una modesta prosperità, in seguito nel vero e proprio sviluppo. Il resto sono sofismi letterari e chiare confessioni di gelosia. La vera crudeltà di Franco fu di non avere amnistiato o graziato abbastanza prigionieri, non di non riaprire le urne e non liberalizzare i media.

Altre puntualizzazioni di Garruccio, intellettuale di parte progressista che conosce la Spagna come nessun altro del suo ambiente politico: “Un decreto governativo dell’aprile 1961 simboleggia l’avvento al potere della tecnocrazia e dello sviluppo; di una classe dirigente europeizzata. Nel 1966 la Spagna raggiunge il reddito pro-capite di 637 dollari, varcando così la quota 600, la frontiera che separa i paesi poveri da quelli ricchi. La Spagna entra ufficialmente nel novero delle nazioni sviluppate. La Spagna scalza e stracciona è finita. Nelle case degli anarcosindacalisti del ’36 è entrata la speranza di comprare a rate la Seicento. Sia pure con uno sviluppo deturpato da distorsioni e strozzature, il paese si avvia verso la società del benessere. Le conseguenze della fine della Spagna proletaria si fanno sentire”.

Quando Garruccio scrive, Francisco Franco è saldamente al timone. Lo lascerà solo morendo. Dunque non è vero che il regime sia stato solo iniquità: agli spagnoli tutto sommato andava bene. Il Welfare State nazionale, nato sotto Primo de Rivera, sotto Franco raggiunse dimensioni italiane.

 

Alla morte del Caudillo, Fraga Iribarne avrebbe dovuto muovere da queste basi oggettive per concepire un passaggio al futuro diverso dalla pseudodemocrazia italiana, cioè dalla combutta tra sinistrismo insincero, arricchimento dei già ricchi, consumismo e corruzione sfrontata. In Spagna i successori veri di Franco -il partitismo capeggiato all’inizio dai socialisti di Felipe Gonzales- si misero a rubare così prontamente da essere sconfitti più tardi da un partito conservatore (Popular) senza storia e con un leader inconsistente come Aznar.

Fraga avrebbe dovuto sì sanzionare la fine del franchismo, senza però rinunciuare alla grande acquisizione di quest’ultimo: aver cancellato il parlamentarismo, fatale generatore di frode e di cleptocrazia. Fraga aveva riferimenti ideologici ben superiori alle arringhe patriottiche di Francisco Franco. Aveva Ramiro de Maeztu, il più politico degli uomini del Regeneracionismo e, nel giudizio dello stesso Fraga, “l’intelligenza più costruttiva tra quante la Spagna ha prodotto nella prima metà del secolo XX”. Il Fraga storico della politica aveva dunque individuato il riferimento ideologico giusto: Ramiro de Maeztu. Il Fraga che si allineò al pensiero unico -la democrazia elettorale, respinta da Maeztu- non fu coerente né col maestro nécon sé stesso.

 

I grandi operatori dell’errore

Hitler e Napoleone si condannarono alla rovina invadendo la Russia. Winston Churchill ottenne i due conflitti mondiali che esigeva per la perennità dell’Impero britannico e, conseguite due vittorie, l’Impero e la grandezza non esistevano più. F.D.Roosevelt fece carte false per sorreggere l’Urss di Stalin, e già Harry Truman suo successore (scelto da lui FDR) prendeva atto che era cominciata la guerra fredda contro l’Urss di Stalin. Lo zar Nicola II si fece convincere a ordinare la mobilitazione contro Germania e Austria-Ungheria, e finì massacrato coll’intera famiglia dai bolscevichi vittoriosi. Infine se Benito Mussolini non avesse fatto ciò che fece il 10 giugno 1940, forse i suoi figli e nipoti governerebbero da palazzo Venezia.

Ebbene Fraga Iribarne si unì a questi illustri operatori dell’errore fatale quando valutò di doversi convertire alla democrazia dei partiti. Nel 1969 aveva dovuto lasciare il governo di Madrid, dove era stato il più brillante dei ministri, per dissenso col reazionario ammiraglio Carrero Blanco. Molti in patria e all’estero lo preconizzarono futuro reggitore della Spagna. Nella prospettiva della fine non lontana del Caudillo, Fraga non poteva non proporre al Paese un’opzione grande, che valorizzasse l’eccezionalità dell’esperienza nazionale concependo un’alternativa al franchismo diversa dal parlamentarismo, in Spagna più fallito che altrove.

Cambiamento grande sarebbe stato ripudiare sì quasi tutte le somiglianze al fascismo, però sostituendo ad esse una struttura di concetti nuovi. Da una parte i lasciti positivi del passato: il Guild Socialism di Ramiro de Maeztu; il nucleo positivo del falangismo sociale di José Antonio, così divergente dal conservatorismo clericale del Caudillo; l’autoritarismo pragmatico e non violento della dittatura filosocialista di Miguel Primo de Rivera, padre di José Antonio; le ipotesi di democrazia diretta e elettronica, dallo stesso Fraga stesso considerate attendibili e logiche.

Invece Fraga si rassegnò a iscriversi alla democrazia occidentale, da tanti considerata vicina all’estinzione. Peggio, si convinse che il proprio posto fosse a destra, nel segno di Antonio Cànovas del Castillo, che nel 1876 riuscì a restaurare il parlamentarismo liberal-conservatore. Ma Cànovas aveva risolto un problema di un secolo prima. Quando Fraga fece la sua scelta di fondo, i problemi della Spagna erano altri. Si riassumevano nell’interrogativo: alla vigilia del Terzo Millennio aveva senso riesumare la salma del parlamentarismo liberale, così facilmente abbattuto nel 1923 da un generale?

La risposta di Fraga fu sorprendentemente benevola nei confronti dell’infermo congegno politico sopravvissuto nei paesi demoplutocratici. E’ vero; quarant’anni fa, quando Fraga fece la sua scelta, le istituzioni dell’Occidente erano meno malate che oggi, quando boccheggiano. Nessuno più dubita seriamente che il nostro mondo abbia bisogno di liberarsi di congegni politici escogitati e montati agli inizi dell’Ottocento. Soprattutto in Italia, nessuno più crede nella validità piena della rappresentanza basata sulla delega elettorale. Nessuno più ignora che il professionismo dei politici ha perso ogni legittimità: si giustifica solo ai fini della loro casta. Fini spregevoli: è opinione diffusa che la nostra politica sia più corrotta oggi che al tempo di Mani Pulite, cioè del sisma che abbatté la Prima Repubblica.

 

Fraga aveva certamente ragione a preferire, come scriveva nel 1975, “la serena moderazione e il compromesso a una cattiva disputa”; cioè, per la Spagna “alla maggior parte degli scontri civili degli ultimi due secoli”. Ma egli presupponeva realtà e meccanismi quasi opposti alle pratiche politiche dell’Occidente di fine Novecento. La democrazia parlamentare all’antica è nel marasma preagonico. Riproporla alla Spagna del dopo-Franco fu operazione antiquaria. Proprio Fraga aveva scritto, a proposito del più importante tra i sistemi parlamentari (però corretto dal presidenzialismo):”Negli USA si osserva una crisi di fiducia che coinvolge le istituzioni politiche e quelle economiche. L’America si trova di fronte a problemi formidabili e, peggio, a una profonda crisi morale”.

Ancora: “La Spagna, dopo un Medioevo di lotte per la riconquista del paese e della sua perduta unità, si è abbandonata nell’età moderna a un sogno imperiale da cui ritorna, impoverita e umiliata, alla sua vera essenza, quella di Stato nazionale europeo. Era naturale che sorgessero profonde divergenze sul significato della sua drammatica storia. Quelli che sostenevano (guardando solo a certi aspetti del passato) un ideale imperiale e un’illusione di grandezza, non sono riusciti che ad alimentare una retorica ambigua e a demoralizzare chiunque tentasse imprese alla nostra reale portata. Ma hanno una colpa anche più grave, quella di avere propagato una immagine eterna e immutabile della Spagna; e di volere far passare le nuove generazioni attraverso il cerchio del loro dogmatismo angusto, bigotto e ridicolo.

D’altronde non si può più essere indulgenti con certi modernizzatori ad oltranza. Solo nella continuità di ciò che siamo stati e siamo, e nell’assimilazione intelligente del nuovo, il cambiamento può essere in meglio. Non sempre, naturalmente. La grande maggioranza degli spagnoli non vuole che siano le minoranze estremiste a polarizzare le impostazioni. Non desidera tornare sulle vecchie vie che hanno portato al fallimento, né arenarsi nelle soluzioni d’emergenza che un tempo furono inevitabili. Nemmeno contentarsi di facili omologazioni.

Negli ultimi tempi la Spagna ha fatto grandi progressi. Utilizzando meglio le sue risorse minerarie e agricole; conquistando una posizione preminente nel turismo; preparando meglio il materiale umano e inserendolo nelle aree industriali; partendo dalle necessità stesse di ricostruzione dopo la Guerra civile; il nostro paese ha compiuto un decollo spettacolare che ha sùbito prodotto conseguenze positive per tutti.

Però siamo ancora lontani dalla giustizia sociale. Si dovrà arrivare alla partecipazione dei lavoratori nelle imprese. Si arriva gradualmente, dappertutto, verso la cogestione.

Tre secoli fa Alejo de Vanegas scrisse che i quattro peccati dello spagnolo erano l’eccesso di spese in ornamenti esteriori, il disdegno del lavoro, la mania del lignaggio e l’ignoranza, unita al disprezzo del sapere. Il suo giudizio non ha perso attualità. La nostra società dovrebbe approvare più il lavoro ben fatto che il successo improvvisato, quasi sempre a spese degli altri. Vi sarebbero meno scandali e più serietà. Dobbiamo ricreare l’etica sociale.

Si qualifica il termine ‘democrazia’ con attributi diversi: democrazia rappresentativa, diretta, semidiretta come in Svizzera, popolare nell’Ungheria comunista, guidata in Indonesia. L’espressione ‘democrazia organica’ ha una valida tradizione nei pensatori tradizionalisti e nei sociologi organicistici che nel secolo XIX dovettero affrontare lo sfacelo delle istituzioni tradizionali e il pericolo che la marea individualista e democratica travolgesse la civiltà. Una posizione riformista o di centro è quella che meglio corrisponde alla realtà del nostro paese”.

Torniamo a noi. “Non contentarci di facili omologazioni” invocava Fraga Iribarne come consegna per la Spagna nel decidere sul proprio futuro. Non le facili omologazioni. Ebbene, una facile omologazione è stata la disdetta fatale di Fraga. Morto il Caudillo, a Fraga mancò l’ardimento di non omologarsi alle categorie e alle istituzioni del momento. Di rifiutare il pensiero unico che vuole dappertutto i parlamenti e la partitocrazia. L’ardimento era stato, a Indias e in altri continenti, la virtù somma dei Conquistatori.

Non importa se un popolo si sia liberato di un regime comunista o di un despotismo tradizionale, cioè vigente da millenni, si ritiene oggi che l’esito obbligato debba essere il passaggio alle urne elettorali, al dominio dei partiti e dei politici di professione. Un passaggio quasi sempre rovinoso. Fraga Iribarne decise di non verificare nel concreto la validità di alcuna alternativa all’obsoleto parlamentarismo alla Westminster o alla variante italiana. Avrebbe potuto muovere da quell’elemento di assoluta novità rappresentato dall’uscita della Spagna dall’antica povertà,per elaborare una formula politica nuova in cui confluissero l’efficienza gestionale dei regimi autoritari (M.Primo de Rivera, Ataturk, F.Franco, il Giappone otto-novecentesco, la Cina odierna) e la ricerca di indirizzi alternativi quali il Guild Socialism dell’anglo-spagnolo Ramiro de Maeztu e quali le varie ipotesi, già messe a punto, di democrazia diretta e/o elettronica. Il tutto nella cornice di progredita razionalità da lui stesso additata in decine di libri e in centinaia di saggi.

In sostanza Fraga rinunciò ad avanzare la propria visione dello Stato. Allo stesso modo Pietro da Morrone rinunciò a restare papa Celestino V, per i contrasti del suo tempo e per il sopruso del cardinale Caetani (Bonifacio VIII come pontefice usurpatore). Fraga preferì affidarsi alle residue istituzioni liberali ancora in piedi nell’Occidente: apparentemente dimentico che nel suo paese il liberalismo fallì tutte le prove nell’Ottocento (nelle parentesi di legalità costituzionale) e nei primi ventitre anni del Novecento. Finché il colpo di Stato di Primo de Rivera liberò il paese, per oltre sei anni, dai partiti e dai notabili. Quanto al parlamentarismo della seconda repubblica spagnola, esso fu semplicemente catastrofico.

Stranamente, il cattedratico di scienza politica Fraga Iribarne volle, al momento di proporsi al Paese, concedere un’altra chance all’oligarchia partitica. Quasi amnistiandola in anticipo per l’inevitabile corruzione che avrebbe portato con sé. Le tangenti sono oggi la struttura portante della democrazia, in Italia e (forse un po’ meno) in Spagna. I principi più nobili e i congegni meglio ingegnerizzati vengono regolarmente traditi o svuotati dalle prassi degli apparati politico-burocratici, operanti in combutta con la plutocrazia.

Al politico e governante Fraga è accaduto l’infortunio di un’ingenuità che si considera frequente nei dilettanti e nei letterati. Invece di progettare un quadro di sistema utilizzante le esperienze spagnole e internazionali, Fraga ritenne di dar credito alle stesse istituzioni che in Italia, e altrove nell’Occidente, stanno vivendo la più grave delle crisi.

 

 

José Antonio come risorsa

Le ideologie moderate e centriste, per loro natura, non sono fatte per accendere fantasie, meno che mai per galvanizzare i giovani. Il programma di Fraga per il dopo Franco era essenzialmente democristiano, incapace di trascinare. Tanto è vero che il suo autore, per non confondersi col centrismo, lo presentava come ‘derecha’. Era una presentazione strumentale, al fine di catturare anche i voti dei conservatori e dei nostalgici del Quarantennio del Caudillo. Fraga prometteva molte aperture ai tempi nuovi e varie proposte di sentore interclassista, cioè democristiano.

Invece il progetto innovatore di Fraga avrebbe dovuto giovarsi anche dell’attivo ereditato dai vincitori della Guerra civile: in particolare dal movimentismo giovanile e dalla vocazione sociale di José Antonio, entrambi repressi da Francisco Franco. Il figlio del dittatore Miguel Primo de Rivera non ebbe il tempo e l’autorità per immettere elementi di “fascismo sociale” nel movimento antirepubblicano. Fu subito fucilato ad Alicante dagli estremisti che lo avevano catturato. Era certamente un avversario aperto della democrazia liberale. Ma il suo falangismo era senza dubbio anticonservatore e proteso verso il popolo: tale era stata del resto la dittatura di suo padre, fatta cadere dai banchieri e dai grandi agrari.

Tutta la breve predicazione di José Antonio fu un’appassionata enunciazione di propositi a favore dei ceti proletari, sia pure propositi collegati alla lotta contro il sinistrismo. Il contesto del 1936 indusse molti a considerare fascista il pensiero di José Antonio. In realtà egli non era un vero fascista (del resto non lo era stato né suo padre, né lo stesso Francisco Franco). Lo specifico di José Antonio era d’aver saputo trovare parole ardenti, insolitamente vive, per lanciare un messaggio politico contrastante col destrismo clericale di Franco. Se avesse fatto proprie alcune delle idee avveniristiche di José Antonio, Manuel Fraga avrebbe immesso idealità e carisma nella sua proposta agli spagnoli.

José Antonio era fatto per ispirare. Scrive Ludovico Garruccio (Incisa di Camerana): “Con lui il fascismo spagnolo si stacca dal velleitarismo malapartiano e inizia quella traettoria romantica e tragica che farà delirare di entusiasmo gli intellettuali nazionalisti francesi alla Bardèche e alla Brasillach. La formula che distingue il fascismo di José Antonio dagli altri fascismi è lo spirito della crociata. Giménez Caballero aveva già identificato fascismo spagnolo e cattolicesimo. Aveva esortato i suoi conterranei ”Cesare e Dio!”. “Siate cattolici e imperiali!”.

José Antonio, che è un attento lettore di Ortega e di Miguel de Unamuno, razionalizzerà queste formule ancora grezze, aggiornandole al clima intellettuale della Spagna degli anni ’30 e le tradurrà in una fraseologia tagliente: ‘Vogliamo un Paradiso difficile, eretto, implacabile’. I falangisti dovranno essere ‘mezzo monaci e mezzo soldati’. A buon diritto Gimenez Caballero chiamerà la Falange ‘un ordine militare e monastico’.

Ancora Garruccio: “All’elemento religioso la Falange aggiungerà un risvolto picaresco (…) Tra tutto il ciarpame di una mitologia dei recessi più cupi della storia spagnola, trapela anche il desiderio di una Spagna più moderna e sprovincializzata. Sono coloro che si sentono suggestionati dal programma di José Antonio: vogliamo una Spagna felice e in gonna corta. Molte unità delle milizie falangiste saranno formate da ex-comunisti, ex-socialisti ed ex-anarchici. Talora si passerà direttamente dalle carceri e dai campi di concentramento alle ‘banderas’ della Falange. Con l’afflusso più o meno volontario nella Falange si avverava il sogno di José Antonio. La Falange diventava la sinistra del Movimento nazionale. Ma proprio nel momento in cui aveva bisogno di quadri dirigenti audaci e lungimiranti, la Falange fu decapitata”.

José Antonio era un giovane raffinato e ironico. Per quanto incapace, nonostante le sue indubbie qualità intellettuali e umane, di annullare un fondo atavico di frivolezza e superficialità, era in fondo simpatico a tutti. Davanti al Tribunale popolare di Alicante si difese con laconica dignità (…) Gli ‘arcangeli con le spade’ della Falange si sacrificavano per quei latifondisti del Sud che Primo de Rivera aveva condannato alle Cortes. Egli si offrì più volte alle autorità repubblicane come intermediario per mettere fine alle atrocità della Guerra civile. Nessuno dei capi repubblicani (alcuni dei quali: Azana, Prieto e lo stesso Largo Caballero) lo stimavano personalmemte) volle assumersi la responsabilità della sua fucilazione (che sembra fu dovuta al governatore locale). Nonostante gli scambi di prigionieri e di ostaggi fra i due campi fossero assai frequenti, Burgos (il governo della Spagna occupata dai nazionali) non prese alcuna iniziativa per riscattare il capo della Falange”.

La quale Falange -aggiungiamo noi- fu formalmente parte del regime franchista: però sempre categoricamente impedita di portare avanti le istanze popolari che erano state di José Antonio, e che erano coerenti con le prassi di governo di Miguel, padre del Nostro. Le opere e le provvidenze realizzate dal Dittatore tra il 1923 e il ’30 fanno di lui il più benefico ed efficiente dei governanti della Spagna tra l’insurrezione antifrancese del 1808 e la Guerra civile. La Dittatura attuò una fase di forte modernizzazione e promosse opere pubbliche, iniziative di sviluppo e prodromi di Welfare che prepararono nel concreto la trasformazione della Spagna da nazione povera, arretrata e complessata alla società presente, complessivamente pari a quella italiana, dunque in molti settori a livelli medio-alti di sviluppo e di benessere. Non per niente si sostenne che José Antonio si era gettato in politica per rivendicare lo opere del padre.

Il pensiero di José Antonio, più quelli di Ramiro de Maeztu e di Fraga stesso, nonché meno liberalismo/liberismo di matrice anglosassone, avrebbero contribuito a fare giovane, dunque meno democristiano, il manifesto programmatico di Fraga.

 

 

 

 

 

Nemico della Spagna il secolo XIX

Nel 1814 l’imperatore francese, sconfitto dal popolo iberico (e dal corpo di spedizione inglese) restituì la corona di Madrid a Ferdinando VII, nel cui nome tanti patrioti si erano battuti nella Guerra d’Indipendenza. Ferdinando deluse le loro speranze e suscitò vive opposizioni. Nel 1820 il monarca fu costretto a riconoscere la Costituzione liberale proclamata a Cadice otto anni prima. Un triennio dopo la Santa Alleanza dei sovrani assoluti mandò in Spagna l’esercito francese dei Centomila figli di San Luigi, comandati dal duca d’Angouleme. Momentaneamente i francesi soffocarono il movimento costituzionale.

Da allora la vicenda politica spagnola fu nell’Ottocento lo scontro ininterrotto, anche armato, tra assolutisti e liberali. I primi lottavano per affermare il diritto sul trono di don Carlos, fratello di Ferdinando VII. Quest’ultimo aveva sospeso per decreto la legge salica sulla successione per fare regina la propria figlia Isabella. Dopo gli anni di reggenza della madre Maria Cristina, Isabella fu incoronata nel 1843.

Tra il 1834 e il ’39 aveva infuriato la prima delle guerre carliste. Gli anti-isabelini guidati dal generale Narvaez furono sconfitti dai liberali capeggiati dal generale Espartero. Entrambi i comandanti si proclamarono reggenti. Nel 1868 Isabella fu costretta ad abdicare e a riparare in Francia. Il duca Serrano, suo antico ministro, divenne capo di un governo provvisorio, anch’egli col titolo di reggente. Apertasi la ricerca di un successore di Isabella II (della quale si malignò che era riparata in Francia per non separarsi dall’amante), verso la fine del 1870 la scelta cadde sull’italiano Amedeo Ferdinando d’Aosta, secondogenito di re Vittorio Emanuele II. Ma la guerra carlista continuò, così re Amedeo abdicò dopo due anni.

Nel 1873 venne istituita la prima Repubblica di Spagna; in pochi mesi essa ebbe quattro presidenti (Figueras, Pi y Margall, Salmeron, Castelar). La lotta armata tra le fazioni si protrasse finché nel 1874 il generale Martinez Campos proclamò re Alfonso XII, figlio di Isabella. Il giovane sovrano morì pochi mesi dopo e le truppe carliste furono finalmente battute nei pressi di Estella (Navarra) dall’esercito lealista comandato dal gen. Primo de Rivera (fatto marchese di Estella), zio di Miguel P de R che nel 1923 con un colpo militare divenne dittatore, governando poi per oltre sei anni.

Ls Restaurazione del 1874 aprì la fase del parlamentarismo dei notabili. La sistemazione fu realizzata dal primo ministro Cànovas del Castillo, liberalconservatore, e dal suo successore Prassede Mateo Sagasta, liberalprogressista. Agli inizi conservatori e liberali si avvicendarono al potere secondo le regole del cosiddetto ‘turno’, finché la sconfitta nella guerra con gli USA (1898) riaprì il dissesto politico. Tre presidenti del governo caddero assassinati da anarchici: lo stesso Cànovas, Canalejas e Dato, quest’ultimo molto benemerito per avere sventato il tentativo di alcuni circoli progressisti di far entrare la Spagna nella Grande Guerra, naturalmente a fianco dell’Intesa ‘democratica’. Il paese non solo si risparmiò i drammi del conflitto, ma dalla neutralità ricavò importanti benefici economici. Non solo fiorì l’export di materie prime, ma fu incentivato il sorgere di un settore manufatturiero moderno.

Invece le convulsioni politiche, gli scioperi e le lotte sociali si aggravarono (la ‘Settimana tragica’ è del 1917) al punto che il capitano generale della Catalogna, Miguel Primo de Rivera, poté attuare senza opposizioni il colpo di Stato che impose la dittatura su tutto il paese. L’opinione pubblica acclamò la dittatura, a parte le critiche degli intellettuali. Quando fu messo in crisi dalle ripercussioni spagnole della Grande Depressione del 1929, Primo de Rivera offrì ai generali più importanti di lasciare il potere se lo giudicavano opportuno. I generali si fecero interpreti dell’ostilità della corte e dei ceti superiori nei confronti della Dittatura socialisteggiante e suggerirono il ritiro del dittatore. Egli si dimise immediatamente e partì per l’esilio a Parigi, dove morì quello stesso anno 1930. Seguirono due ministeri di transizione finché le elezioni locali della primavera del 1931 espressero nelle maggiori città una maggioranza a favore del passaggio alla Repubblica. Essa fu proclamata senza contrasti il 14 aprile 1931.

Cancellare la Corona, la corte e i simboli del vecchio ordine monarchico fu meritorio. Invece i fatti reali dell’iniquità, p.es, i latifondi e la terribile miseria dei braccianti, non furono cancellati. Purtroppo la repubblica fu un’esperienza talmente negativa che, morto Franco, la monarchia è tornata; non è facile prevederne una fine vicina.

Nata pacificamente, meglio festosamente, la Repubblica vide dopo poche settimane gli incendi di chiese e di monasteri, gli scioperi politici, gli assassini, gli episodi insurrezionali e le violenze che annunciarono la Guerra civile. Il ribellismo anarchico conobbe fasti sconosciuti a livello mondiale: la Spagna fu l’unica situazione di anarchia operante. Presto si scatenò lo squadrismo di destra, forse più con gli assassini individuali che con le spedizioni che in Italia contribuirono al trionfo fascista. Nel 1934 le Asturie conobbero una rivolta dei minatori che dovette essere repressa dai cannoni dell’Esercito. Nessuno dei mali strutturali della Spagna fu guarito. La Repubblica restò assente o immota sul fronte della riforma agraria, la più sacrosanta delle opere drammaticamente richieste dalla situazione delle campagne sconvolte dalle insurrezioni anarchiche. La Repubblica aprì molte scuole e ridusse l’analfabetismo: azioni dovute e molto meritevoli, benché i meriti furono sminuiti dagli aperti intenti di mobilitazione politica delle masse analfabete. Per il resto le concrete innovazioni repubblicane furono quasi irrisorie rispetto alle opere della Dittatura di Primo de Rivera, l’uomo che fondò il primo Welfare della storia nazionale. Ovviamente anche la dittatura di Francisco Franco, grazie alla sua forza, alla sua lunghezza e al largo consenso dell’opinione pubblica, fu senza confronto più costruttiva della sciagurata Seconda Repubblica.

Il crescendo di scontri di fazione andò fomentando i propositi di sovversione degli ambienti militari, che dalla storia nazionale si sapevano investiti del ruolo di supplire alla debolezza e alle partigianerie delle istituzioni. In questo senso fu particolarmente fazioso l’impegno anticlericale di Manuel Azana, secondo e ultimo presidente repubblicano. Era il maggiore esponente di un ceto medio aggressivamente laicista e al tempo stesso indifferente, in pratica, alla miseria del proletariato, soprattutto quello delle campagne.

L’assassinio, il 13 luglio 1936 , di José Calvo Sotelo, il leader monarchico che da trentenne ministro delle finanze aveva diretto la fase più positiva della gestione economica della dittatura Primo de Rivera, fece esplodere la sollevazione militare: inizialmente non lanciata da Franco ma da un gruppo di generali capeggiato da Emilio Mola.

 

 

 

Da Cadice alla Guerra civile

La fine dell’impero e della grandezza di Spagna venne nel 1898, per la disfatta nella guerra con gli Stati Uniti. Ma era stata grave l’umiliazione del 1808, quando una delle prevaricazioni di Napoleone tolse la corona diMadrid alla dinastia borbonica per assegnarla a suo fratello Giuseppe.

Tuttavia nel 1808 il patriottismo spagnolo insorse con una forza inattesa. La Guerra d’indipendenza contro i francesi, combattuta animosamente in alleanza con un corpo di spedizione della Gran Bretagna, fu il primo rovescio grave dell’Imperatore e lo rese vulnerabile ai colpi di maglio della Russia degli Zar. Gli storici esaltano la sollevazione in massa di molti spagnoli, che di fatto aprì la crisi finale dell’impero napoleonico. In qualche misura la Spagna vi aveva contribuito, liberandosi dell’oppressione dei marescialli napoleonici, in passato invincibili. La Guerra d’Indipendenza ebbe aspetti d’epopea.

Ma il nuovo re Ferdinando VII si alienò prontamente il favore popolare che si era guadagnato nella fase dello scontro col padre Carlo IV, l’inetto figlio del brillante illuminista Carlo III, già distintosi come sovrano riformatore del regno di Napoli. Prima di farsi togliere la corona da Napoleone, Carlo IV s’era lasciato dominare da un favorito, Manuel Godoy, fautore della soggezione alla Francia. Tale soggezione era iniziata nell’anno 1700, quando il Re Sole, Luigi XIV, era riuscito a mettere sul trono madrileno suo nipote Filippo V, figlio del Gran Delfino Luigi di Borbone.

Il favorito Godoy, premiato col titolo di Principe della Pace per aver favorito l’inserimento della Spagna nel sistema francese, era un giovane ufficiale della Guardia, nato nella piccola nobiltà d’Estremadura. Non di grande rango ma affascinante, anche fisicamente. Entrato nelle grazie di Carlo IV, più ancora della sua consorte, Godoy diventa primo ministro e comandante supremo. Quando nel 1808 il sentimento patriottico esplose ad Aranjuez, la reggia estiva, Manuel Godoy sfuggì a stento al linciaggio.

Uno dei sottoprodotti della Guerra d’Indipendenza fu il sorgere del liberalismo, in concomitanza col moto costituzionale contro le monarchie assolute d’Europa. Il moto nacque nel regno di Napoli e, appunto, in quello di Spagna. In terra iberica il movimento sembrò trionfare nelle Cortes costituentì, che nel 1812 votarono a Cadice una Costituzione liberale. Il giovane re Ferdinando dette un momentaneo assenso. Tuttavia nel 1824 la reazionaria camarilla di corte convinse il re a cancellare la carta costituzionale. Da quel momento, e fino alla Restaurazione della monarchia, l’Ottocento spagnolo si configurò come il lungo scontro armato tra assolutisti e liberali: le guerre carliste.

Esse furono molto aspre. Gli ufficiali, che in prevalenza sostenevano Isabella, erano largamente infiltrati dalla Massoneria, oltre che dalle idee nuove e dagli spiriti che non solo in Spagna si evolvevano in senso modernizzante e anticlericale. Parteggiavano per don Carlos soprattutto le regioni del Nord Ovest e larghi ambienti della Chiesa. Da quel momento le fazioni militari divennero protagoniste della politica nazionale.

La regola dei ‘pronunciamientos’ militari era che gli sconfitti pagassero con la vita. Valga il caso del generale J.M.Torrijos y Uriarte, fucilato a Malaga l’11 dicembre 1831 assieme a una cinquantina di ribelli liberali. Figlio di un alto dignitario di corte, da bambino era stato paggio di re Carlo VI, a tredici anni capitano del reggimento di Ultonia, sui vent’anni colonnello di un altro reggimento d’élite. Logico che il giovane generale Torrijos perdesse la vita davanti al plotone d’esecuzione quando fallì l’ultimo dei suoi tentativi armati contro Ferdinando VII, ‘el sovrano perjuro’. Fu la vittima più importante della repressione del ‘monarca neroniano’, dopo il generale Rafael Riego, condannato all’impiccagione e allo squartamento nel 1823. Perdettero la vita i deputati che nel 1820 avevano votato a Cadice per il trasferimento del re e della corte all’isola di Leon, di fronte a Cadice.

 

Nel 1870 interferire negli affari di Spagna portò male alla Francia sul piano immediato (e sulla distanza al mondo intero): quell’anno la Francia fu duramente sconfitta dalla Prussia quando tentò di umiliare Bismarck e il suo Re sulla questione della successione alla deposta regina Isabella di Spagna. Parigi volle la guerra con Berlino e la perdette rovinosamente. L’umiliazione di Napoleone III, con la sua deposizione e la perdita dell’Alsazia-Lorena, fece divampare quel revanscismo francese che nel 1914 fu tra i fattori scatenanti della Grande Guerra.

Quando la deposizione di Isabella II rese vacante il trono spagnolo, una delle candidature per quella corona fu avanzata da Leopoldo di Hohenzollern, congiunto del re di Prussia Guglielmo I. Parigi oppose subito il veto, per non avere un sovrano tedesco anche a sud dei Pirenei. Lo Hohenzollern ritirò la candidatura. Ma quando l’ambasciatore francese Benedetti tentò di ottenere dal re prussiano in persona una più enfatica rinuncia alla candidatura del congiunto, il cancelliere Bismarck attirò il governo di Parigi (col cosiddetto telegramma di Ems) nel trabocchetto di dichiararsi insultato dal rifiuto di Guglielmo I di fornire alla Francia l’ulteriore garanzia che essa pretendeva. Nei circoli dirigenti francesi si scatenò un irrazionale bellicismo. Fu dichiarata guerra alla Prussia. Il trionfo di quest’ultima fu immediato. Due sole battaglie bastarono per provocare la disfatta della Francia, la deposizione dell’imperatore Napoleone III (che si era lasciato plagiare dai propri ministri e marescialli fino a dichiarare una guerra che temeva), la rivoluzione comunarda a Parigi, infine l’acquisto prussiano dell’Alsazia e di parte della Lorena. Gli spiriti di rivincita che tutto ciò suscitò ebbero un ruolo micidiale dopo Serajevo, quando consentirono al guerrafondaio presidente francese Raymond Poincaré di convincere lo Zar Nicola II a entrare in guerra contro Austria e Germania. Il mondo soffrì il più grave conflitto generale della storia per l’assurdo tentativo francese di umiliare, a causa del trono spagnolo, la Prussia (in pratica la Germania, astro nascente d’Europa). E la punitiva pace di Versailles rese inevitabile il secondo conflitto mondiale. In poche settimane del maggio 1940 la Francia fu annientata e il suo grande impero, secondo solo a quello britannico, condannato a non sopravvivere. Il Re Sole nel 1700, Napoleone nel 1808 soggiogarono la Spagna: la Spagna risulterà vendicata nel 1940, per una vicenda aperta dalla caduta di una propria regina.

 

 

LA SPAGNA APPROVO’ NEGLI ANNI VENTI

L’ANTIPOLITICA DI MIGUEL PRIMO DE RIVERA

In una fase italiana segnata da due opposte posizioni, la denuncia di una deriva verso l’autoritarismo e il tedio della democrazia parlamentare, consideriamo utile far conoscere i giudizi di un importante storico britannico, Lord Raymond Carr cattedratico a Oxford, su quello che fu negli Anni Venti l’esperimento in Spagna di un regime autoritario, non fascista e amico del popolo, agli inizi favorito dalla monarchia e dalle destre, sei anni dopo fatto cadere da queste ultime e da un sovrano, Alfonso XIII, che tentava così di salvare la corona.

Fu la ‘Dictadura’ del generale Miguel Primo de Rivera, che il 12 settembre 1923 prese il potere con un colpo di stato militare attuato da Barcellona, dove comandava le truppe della Catalogna. Il Putsch fu fulmineo, incruento e accolto con netto sollievo da un paese che si sentiva sull’orlo del baratro. Il sistema politico della Spagna era allo stremo: una guerra disastrosa in Marocco, un conflitto sociale straordinariamente grave, frequenti conati insurrezionali soprattutto del movimento anarchico, il più agguerrito al mondo data la miseria delle masse, specialmente quelle contadine. Nel quinquennio che precedette il 1923 si erano contati poco meno di 1300 attentati. L’anno prima, 429 scioperi politici o quasi politici. Un conflitto sindacale nel maggio-giugno aveva fatto 22 morti.

Il colpo di stato venne realizzato con tale efficienza che non ci furono resistenze e non si sparse sangue. Le istituzioni parlamentari crollarono: la Costituzione del 1876 cestinata, gli oligarchi e i notabili della classe politica sostituiti da amministratori militari (successivamente sorsero tecnocrati e intendenti civili, alcuni dei quali molto provetti). Il Paese espresse un consenso per alcuni anni larghissimo. Il regime si chiuse nel gennaio 1930 con le spontanee dimissioni del Dictador.

La traduzione spagnola della IX edizione del classico di Raymond Carr (Spain 1808-1975) -di cui riportiamo per brevi estratti la parte riguardante Primo de Rivera- addita le contraddizioni, le ingenuità, gli errori, gli insuccessi, le circostanze generali (tra le quali gli inizi della Grande Depressione mondiale) che condannarono la gestione del Dictador. Al tempo stesso l’opera di Carr registra le opere compiute in oltre sei anni. Le più importanti delle quali furono l’apertura della modernizzazione (il Vecchio Ordine e l’Ottocento finirono non prima del 1923) e la creazione del primo Welfare. Se oggi la Spagna ha un’economia efficiente lo deve in primis alle iniziative del Dictador. E se è socialmente avanzata, l’avvio fu dato dal fermo impulso del generale alle prime conquiste moderne dei lavoratori. Il marchese Miguel Primo de Rivera parteggiava per il popolo, così come suo figlio José Antonio, anch’egli Grande di Spagna.

Furono gli agrari aristocratici, i finanzieri, gli altri capitalisti, non le sinistre, che sconfissero Primo de Rivera: perchè li aveva combattuti. Non per niente il Dittatore si era fatto consigliare e affiancare dal capo dei sindacati, Francisco Largo Caballero, un avversario delle destre talmente combattivo che qualche anno dopo sarebbe stato chiamato ‘il Lenin spagnolo’. Nel 1937, in piena Guerra Civile, Largo Caballero divenne capo del governo repubblicano che lottava contro Franco.

L’unica forza politica e sociale riconosciuta e appoggiata dal Dittatore fu il Partito socialista saldato alla UGT, la centrale dei sindacati. Tutto ciò risulta dalle analisi del maggiore storico accademico britannico della Spagna.

In spagnolo il testo di Raymond Carr

El pensamiento politico de Primo de Rivera era primitivo, personal y ingenuo. La medula (sostanza) de su personalidad politica estaba hecha (fatta) de un odio obsesivo a la politica y a los politicos. Una ‘casta politica’, a través de la farsa de las elecciones, habìa aislado

(isolato) al (il) gobierno dal pueblo; Primo, en cambio, podìa entrar en un contacto mas directo y personal con el pueblo, devolviendo (restituendo) al gobierno su espiritu democratico.

Su preocupacion paternalista por la nacion bordeaba (rasentava) la excentricidad. El primer superàvit del presupuesto (avanzo di bilancio) se dedicò a redimir las sàbanas (tovaglie) empegnadas por los pobres de Madrid. Esta diversidad de intereses, que incluìa el entusiasmo por los derechos de la mujer, le proporcionò (guadagnò) al principio el carigno (affezione) del publico. El odio hacia (verso) los politicos se racionalizò convirtiéndose en una teoria politica antiparlamentaria que decìa ser (essere) mas autenticamente democratica que el liberalismo parlamentario.

La dictadura de Primo de Rivera no era fascista. Su teoria de la soberanìa como amalgama de las entidades sociales autonomas se emparentaba mas con la escolàstica aristotelica que con el totalitarismo. Joaquin Costa, el regenerador radical, fue el Bautista que precediò al dictador, profetizando la venida de un “cirujano de hierro” (chirurgo di ferro). En Ortega y Gasset el general tenìa un intelectual que habia argumentado en favor de una minoria selecta y que rechazaba (rifiutava) “el falso supuesto de una igualdad real entre los hombres”. Ortega era un liberal desencantado y en Espagna sus famosos ataques a la vieja politica se convirtieron (divennero) en textos sagrados, siempre en boca de los partidarios (seguaci) de Primo de Rivera.

El decia preocuparse por el bienestar material de los obreros y por las pretensiones (rivendicazioni) laborales. Proporcionò (elargì) casas baratas (economiche), un servicio medico y, sobre todo, una maquinaria (meccanismo) de arbitraje (arbitrato) laboral que los dirigentes socialistas aceptaron y dominaron. La relacion del régimen con los sindicatos se formalizò en el Codigo del trabajo de Aunòs (1926). Su principal caracteristica la constituìan los comités paritarios, con represesentacion igual de patronos y obreros, comités a los que se asignò la solucion de las disputas salariales. Este aparato no fue una importacion fascista, pues (dato che) en Espagna tenìa una larga historia.

En su calidad de miembros del comité, los delegados de la UGT (centrale sindacale) se convirtieron en burocratas pagados por el Estado. Los dirigentes de la UGT consideraban que la cooperacion con la dictadura les darìa la posibilidad de aumentar el poder de la unica organizacion obrera efectiva. Parece que en 1924 Largo Caballero (il capo della UGT) examinò la posibilidad de unificar la UGT y el partido socialista en un partido laborista reformista dentro del régimen. Los dirigentes de la UGT no podian compartir (condividere) el horror de los politicos ante el repudio del sistema parlamentario caro a los politicos burgueses.

La autentica democracia se reconoce hoy (oggi) por la distribucion de la imposicion publica, no por una constitucion politica formal. El gobierno republicano, pese a todo (però), no se atreviò (azzardò) a unir a las masas contra las clases posesoras; cediò ante una enconada (accanita) campagna de prensa dirigida por la aristocracia bancaria.

Las obras publicas de Primo de Rivera, sus carreteras (strade) y embalses (dighe) se consideran a veces como un caso de keynesianismo prematuro. La economia cayò en manos de comités que regulaban todo. La intervencion y el control eran criticados por los grupos que los padecìan (subivano). A pesar de los defectos de su politica, los tecnocratas del dictador llevaron a cabo (portarono avanti) un notabilisimo intento de modernizacion, que suele estimarse en menos de lo que vale; el incremento en la construccion de carreteras y en la electrificacion rural fue algo espectacular; el hierro (ferro) y el acero se desarrollaron; el comercio exterior aumentò en un 300%; los ferrocarriles (ferrovie) fueron modernizados. Las Confederaciones Hidrograficas agrupaban los intereses diversos en el intento de racionalizar la explotacion de los grandes sistemas fluviales del Duero y del Ebro. Entre 1906 el Estado gastò (spese) 162 milliones de pesetas para el riego (trasformazione irrigua) de 16.000 hectàreas; entre 1926 y 1931 se gastaron 160 milliones en planes de irrigacion de 175.000 hectàreas.

La dictadura tenìa un aire de expansion y de prosperidad que mirado retrospectivamente ha cobrado (assunto) todo el aspecto de una edad de oro. La modernizacion y la prosperidad no fueron del todo ‘falsas’, como afirmaba la oposicion, ni fueron tampoco simple reflejo de la expansion internacional. Ese régimen puede ser criticado por no haber sabido (saputo) como llevar a la practica (attuare) la reforma agraria, aunque (benché) los proyectos agrarios de Primo de Rivera eran mas ambiciosos que todas las realizaciones previas.

Mientras perdurò la expansion, la dictadura se beneficiò politicamente. Sin embargo (tuttavia) no fue el colapso de la prosperidad lo que en 1929 produjo la caida del régimen: el fracaso fundamental fue politico. El règimen no podìa hacerse (farsi) aceptable para las fuerzas que pesaban en la sociedad espagnola. Primo de Rivera infravalorò (sottovalutò) hasta (fino) el fin las fuerzas que estaban en contra. Puso su fe (aveva fede) en la masa. “El mayor, tal vez el unico sosten de mi gobierno lo constituyen mujeres y trabajadores.” Pero en 1929 ‘los intereses’ (gruppi d’interesse), el Ejercito y la Corona miraban hacìa (verso) otra parte.

Fue esta desaparicion (sparizione) del apoyo a su derecha lo que condenò el régimen. Las clases conservadoras optaron por considerarse amenazadas por un Estado corporativo gobernado en el interes de los trabajadores. La Iglesia desconfiaba (diffidava) del regalismo benigno de Primo de Rivera; los banqueros, de su interferencia en la autonomia de los grandes bancos; los industriales no favorecidos, de su intervencionismo. La corte e la aristocracia detestaban al dictador.

(estratti da Raymond Carr)

 

 

L’ABBAGLIO DI CREDERE CHE IL POPOLO AMASSE

LA REPUBBLICA ‘EROICA’ DI HEMINGWAY

Tra il 1936 e il 1939 il fraticidio spagnolo distorse il mestiere del corrispondente di guerra. Nel passato gli si chiedeva di riferire sugli eventi nella loro oggettività, ossia nei fatti. Di informare, rinunciando di solito a discriminare in funzione delle ragioni e dei valori dei contendenti. Il conflitto di Spagna trasformò i corrispondenti in fautori e in avversari. Ottanta anni fa gli inviati italiani, tedeschi e portoghesi -questi ultimi grazie a Salazar- condivisero la causa franchista. La maggior parte dei giornalisti del resto del mondo, in testa quelli sovietici e messicani, parteggiarono per la Repubblica progressista, antifascista, anticlericale. Dati i termini fortemente ideologici del conflitto, fu logico così: ma non è detto che i proletari di Spagna consonassero veramente coi giornalisti più schierati dalla parte repubblicana.

Non va passato sotto silenzio il forte dislivello intellettuale tra i due schieramenti di giornalisti. In quello di destra il solo che godeva di una reputazione importante fu lo spagnolo José Maria Peman; più qualche anglosassone di modica fama. Invece avvamparono anzi procombettero per il ‘No Pasaran’ scrittori e intellettuali di cui sappiamo tutto, a volte sappiamo più del giusto: Ernest Hemingway, Ilia Ehrenburg, André Malraux, Arthur Koestler, W.H.Auden, Antoine de Saint Exupéry, John Dos Passos, George Orwell, Langston Hughes. Coll’aggiunta di giornalisti di meno gloria ma abbastanza lanciati, quali Martha Gellhorn (sposerà Hemingway). Non furono molti i giornalisti ‘puri’, poi destinati a primeggiare in patria: vedasi Montanelli. Come che sia, c’è chi ha chiamato la Guerra civile “la edad de oro de los corresponsales en el extranjero”.

Joe Allen del Chicago Daily Tribune, uno dei giornalisti più provetti, riuscì ad intervistare José Antonio Primo de Rivera, quasi il Lohengrin del falangismo, nel carcere di Alicante il 3 ottobre 1936, cinque settimane prima della fucilazione; anzi José Antonio era già stato dato per ucciso. Per poter accedere al condannato, Allen dové convincere in due tese riunioni gli anarchici che dominavano il locale Comitato d’ordine pubblico: non permettendo l’intervista avrebbero confermato che la Repubblica non controllava gli anarchici, e nemmeno Alicante. Quando il giornalista venne in contatto con José Antonio, questi gli apparve furibondo per un’accusa di cui aveva avuto sentore: quella d’avere tradito, per compiacere ai generali golpisti, la vocazione sua e della Falange a lottare per una conversione sociale della destra spagnola. “Ritirerò i miei falangisti dalla Causa. Ho sempre maledetto l’egoismo dei privilegiati e dei ricchi. Mi hanno chiamato eretico. Mi hanno chiamato bolscevico”. Nel suo reportage Allen, aperto filo-repubblicano e antifascista, insinuò che forse José Antonio, marchese e Grande di Spagna, dilatava il suo profilo ‘sociale’ per mitigare l’ostilità dei carcerieri. Il fondatore della Falange fu fucilato a trent’anni l’11 novembre. Pochi anni prima si era buttato in una mischia politica già drammatica per riscattare l’opera storica di suo padre Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 si era fatto dittatore della Spagna con un colpo di stato militare concepito e attuato così bene da vincere senza usare le armi; senza sangue. Il paese applaudì, tanto grave era la situazione. Il sistema dei notabili liberal-conservatori crollò di colpo. Le sole riserve, inefficaci, furono quelle degli intellettuali. Il regime ottenne immediatamente la collaborazione dell’unica grande forza di sinistra, il Partito socialista, allora non controllato da personaggi corrotti quali quelli che Felipe Gonzales porterà al potere nel 1982.

L’intervista di Allen al morituro che rivendicava la propria coerenza di fascista sociale e si confermava nemico dell’ottuso egoismo delle destre franchiste, resta uno dei momenti più alti dell’impegno morale del giornalismo, nonché uno scoop eccezionale. La storia della Spagna sarebbe stata meno tragica se il padre di José Antonio non fosse stato abbattuto nel 1930 dalla finanza e dai grandi agrari: non dall’opposizione intellettuale/studentesca.

Resta il fatto che nella Guerra Civile quasi tutti i giornalisti famosi fecero il tifo per la repubblica, antagonizzando in genere i direttori e gli editori, mettendocela tutta per guadagnare i lettori alla loro scelta. Per quanto grandi fossero il talento e l’antifascismo dei maggiori corrispondenti, il giornalismo occidentale -degli Stati Uniti e dei paesi che cinque mesi dopo il trionfo di Franco si sarebbero trovati in guerra col Reich- fallì alla prova.

Fu anzitutto un fallimento professionale. Se compito del giornalismo politico è capire la realtà profonda prima di descriverla, i grandi inviati lo mancarono. Presi dall’eccitazione dei dispacci dal fronte, e più ancora dalla galvanizzazione ideologica, non si accorsero che nel quinquennio prima d’essere assaltata la Repubblica non aveva prodotto quasi nulla di sostanziale: non la terra ai contadini, non la cogestione delle imprese agli operai, non le provvidenze alla gente minuta che viveva di stenti ai margini dei processi produttivi. Sul piano delle misure concrete -case, più lavoro, un inizio di sanità pubblica, la fondazione del Welfare- i proletari avevano ricevuto molto più dal Generale dittatore.

Risultato: dal giorno che la Guerra civile finì, il popolo accettò Franco. E quando, negli anni Quaranta, il vertice comunista riparato all’estero credette di riaprire il conflitto con una “Resistencia armada” -nell’illusione che l’Occidente si proponesse di detronizzare Franco dopo il trionfo sull’Asse-; quando dunque fu tentata la ‘Resistencia armada’, gli ex repubblicani, soprattutto i proletari, non si sollevarono affatto in appoggio alla bande antifranchiste. Al contrario collaborarono sul campo con la Guardia Civil e con le altre forze di repressione che sterminavano senza pietà i partigiani/bandoleros cioè banditi. Per sopravvivere questi ultimi non potevano non rapinare, qualche volta uccidere, i contadini; e i contadini si vendicavano.

Spenti del tutto gli ultimi conati comunisti (la Resistencia fu solo rossa), il regime riuscì gradualmente a cancellare le ferite della guerra. Con gli anni Cinquanta cominciarono gli investimenti e il turismo. I primi modesti passi della prosperità guadagnarono di colpo alla Pax di Franco quella classe lavoratrice che i giornalisti-letterati avevano mitizzato come protagonista della più strenua delle epopee.

Niente di tutto questo seppero presagire le grandi firme, stordite dall’epopea. Non presagirono perché si ingannarono sul reale significato della Repubblica. Essa fece fremere i Machado i Malraux i Picasso gli Hemingway; alle classi povere dette una messe stragrande di slogan settari. Dette incitamenti a lottare e a morire. Verso la fine, nel 1938, quando con la disfatta dell’Ebro tutto era già perduto, la Pasionaria garantì persino che “resistere vuol dire vincere”. Invece volle dire moltissime vittime in più e la fine. La Repubblica dette, è vero, anche molte delle scuole elementari che la Dittatura, ferita dalla crisi finanziaria, non era riuscita a costruire in numero sufficiente. Però la Repubblica dette le scuole invece del pane; e le dette soprattutto perché gli analfabeti potessero compitare gli slogan e la glorificazione della lotta.

Nelle ultime settimane di guerra i repubblicani si combatterono ferocemente tra loro: i comunisti contro tutti gli altri. Si morì a migliaia. Per capire la Spagna i romanzieri di troppo successo quali il bardo di Per chi suona la campana avrebbero fatto bene ad avvicinarsi ai padri di famiglia, invece che agli intellettuali sulla Senna e a Hollywood.

 

 

Ramiro de Maeztu e il corporativismo antiautoritario

Alcuni anni prima di morire Manuel Fraga Iribarne si fece divulgatore di livello del pensiero politico di Maeztu: nel suo giudizio “l’intelligenza più costruttiva tra quante la Spagna ha prodotto nella prima metà del Novecento”. Qui si riporta uno degli scritti di Fraga su questo tra noi sconosciuto pensatore, teorico del corporativismo antiautoritario: un’ideologia che superava destra e sinistra. Scoppiata la Guerra Civile, Maeztu fu prontamente messo a morte dai repubblicani.

Morto Francisco Franco, Fraga Iribarne fece l’errore di proporsi agli spagnoli come l’uomo della “Segunda Restauracion”; cioè come continuatore di Antonio Cànovas del Castillo, il primo ministro che attuò la Prima Restaurazione, la fase conservatrice che durò fino al 1923, quando fu cancellata dalla dittatura socialisteggiante di Miguel Primo de Rivera. La Spagna punì Fraga preferendogli il socialista Felipe Gonzales, il quale vinse le prime elezioni libere e importò a sud dei Pirenei il ‘modello italiano’: partitocrazia e corruzione.

Ramiro de Maeztu, rivelatosi a Londra e non in Spagna, e prima liberale-crociano, divenne in Gran Bretagna la guida del Guild Socialism, movimento avviato da una rivista finanziata da G.B.Shaw. Nel momento di massima forza -prima della Grande Guerra-. dell’impero britannico, Maeztu ammonì che la massima potenza mondiale “moriva” per eccesso di conservatorismo e per ‘orrore del pensare’. Soprattutto -sottolineò Fraga- intuì che il capitalismo plutocratico da una parte, il socialismo marxista dall’altra non avevano futuro. Propose una via mediana basata sul coinvolgimento e sulla responsabilità dei lavoratori in un quadro vigorosamente etico, senza illusioni consumistiche. Fraga Iribarne additò che in Gran Bretagna la vittoria politica fu del Labour, ma quella intellettuale fu del Guild Socialism.

Segue qui il testo dell’uomo che più di ogni altro attuò da ministro la liberalizzazione del regime franchista

“”Ramiro de Maeztu ha antenati baschi e carlisti da una parte, liberali e progressisti dall’altra. Cresce in quella Bilbao che alla fine dell’Ottocento è un polo di modernizzazione. Dalla madre inglese riceve influenze britanniche e protestanti. Quando arriva a Madrid diventa subito l’uomo più rappresentativo di quella “generazione del 1898” che è la risposta autentica della Spagna alle umiliazioni di Cuba e alla disfatta per mano statunitense. Maeztu si mette a cercare le vie politiche del riscatto e a studiare le soluzioni date ai problemi da altri paesi. A Londra rimane quindici anni, primo corrispondente spagnolo; fino a quel momento la stampa nazionale si riferiva solo a Parigi. A Londra il Nostro ha contatti con H.G.Wells, G.B.Shaw e gli uomini della Fabian Society; con teologi; col principe Kropotkin attorno al quale volge un secolo di pensiero letterario. Un legame specialissimo sorge col movimento dei grandi cattolici Chesterton, Belloc e Baring. Il rapporto diverrà intenso col gruppo della rivista ‘New Age’. Maeztu ammira la capacità britannica di mettere ordine nelle cose umane, un ordine beninteso relativo e dunque flessibile. Lo impressiona la profonda eticità della vicenda sociale, così come l’attitudine del legislatore a migliorare con formule semplici la condizione degli umili e dei sottoprivilegiati.

Ma proprio il fatto di andare al fondo dei problemi, di non fermarsi alla superficie, impedisce al Nostro di diventare quel che si dice un anglofilo. Vede il paese poco incline a pensare e troppo rispettoso dell’Establishment; arriva a dire che la Gran Bretagna dorme, e persino ‘muore’, muore per ‘orrore del pensare’. Conclude che “il governo degli inglesi è nelle mani di un’oligarchia plutocratica, indifferente a ogni ideale che non sia la conservazione del potere”. E’ il momento che Maeztu cessa d’essere liberale e di cercare nel liberalismo la spiegazione della superiorità anglosassone. Più tardi dirà d’essere stato liberale solo per un paio d’anni, sotto l’influenza di Benedetto Croce. Nel 1912 scriverà: “ In questi giorni sono definitivamente morti niente meno che il liberalismo economico e l’empirismo, i due grandi principi dell’Inghilterra moderna”.

Maeztu punta a quel “libero socialismo” che è il suo insegnamento più interessante; mai rinngherà all’ideale della giustizia sociale: Un suo articolo su ‘ABC’ -9 luglio 1936, a una settimana dalla Guerra Civile- rimprovererà alla destra spagnola di restare paralizzata dallo spirito classista e da un conservatorismo incapace di generosità.

Nel decennio più significativo della vita, Maeztu fece una scelta fondamentale. Al di là del liberalismo ‘nichilista’ (cioè povero di soluzioni per le società moderne), al di là del liberalismo plutocratico, al di là del socialismo burocratico e dittatoriale, Maeztu cercava ansiosamente un’altra cosa. La trovò in un gruppo intellettuale britannico del quale sarebbe diventato capo e maestro: il movimento conosciuto come “Guild socialism” o social-sindacalismo. Si esprimeva nella rivista ‘New Age’, sorta nel 1907 con un capitale modesto, per metà sottoscritto da George Bernard Shaw: Era il foglio di sinistra per eccellenza, però respingeva i facili dogmatismi. Si staccò dal laburismo ufficiale, che andava diventando collettivista e burocratico, per elaborare la teoria del socialsindacalismo. Il circolo di ‘New Age’ era profondamente religioso, lontano dunque dal positivismo spenceriano e dal materialismo dialettico. I termini puramente economico-sociali del problema politico confluivano in una concezione più generale dell’uomo e della cultura.

Gli uomini di ‘New Age’ respingevano la filosofia individualista, nonché il Rinascimento, la Riforma e l’Illuminismo, antecessori del liberalismo. Ma da tale ripudio non traevano conseguenze reazionarie: troppo intelligenti per proporre restaurazioni impossibili. Avevano sì guardato al Medioevo, alle sue corporazioni come alla sua temperie, ma per imparare a costruire il mondo contemporaneo. Ripudiato il socialismo di Stato e naturalmente il marxismo, svilupparono la concezione di una società organica, pluralista, funzionalista, giusta. Il loro “Guild socialism” era contro il liberalismo e contro il progressismo, ma al tempo stesso pluralista e antiautoritario. Un anticapitalismo, inoltre, che era critica della società basata sul puro potere del denaro; ricerca di forme più giuste di distribuzione (in quegli anni Belloc e Chesterton parlano di “distributismo” come alternativa al capitalismo e al marxismo) e di un funzionalismo, o “principio funzionale”, per il quale a ciascun individuo o organizzazione si doveva dare libertà e autorità in proporzione al contributo che dava al tutto sociale (John Ruskin era arrivato a un’idea molto simile).

Il socialsindacalismo voleva assicurare ai lavoratori non solo più condivisione della ricchezza,ma più partecipazione e più responsabilità: quest’ultima rispecchiantesi in un’esigenza di livelli di qualità e nella vendita del prodotto a un prezzo socialmente giusto. La vittoria politica andò ai Fabiani, cioè agli ispiratori del Labour, ma la vittoria intellettuale spetta ai Guild socialists, perché il tempo ha dato ragione a loro. Il socialismo di Stato non ha risolto i problemi sociali; il sindacalismo tradizionale, agendo senza responsabilità, sta oggi distruggendo in molti paesi l’ordine economico, sociale e giuridico. I Guild socialists, che raggiunsero il massimo di influenza negli anni 1915-18, progettavano un socialismo più umano, meno collettivista. Insistevano sulla partecipazione dei sindacati alla gestione dell’impresa. Desideravano un’autentica decentralizzazione sociale, l’allegria del lavoro, la partecipazione.

Ramiro de Maeztu fu nel movimento l’uomo che si impegnò su una formulazione generale, su una sintesi organica. Lo riconoscono tutti gli storici del Guild Socialism: La sua dottrina politico-sociale è una delle più complete e interessanti del secolo. Senza dubbio in quegli anni il mondo spagnolo non ne esprime una migliore. E’ inoltre innegabile la sua superiorità su quanto produssero in Inghilterra sia i liberali sia i socialisti. Le cose hanno dimostrato che Maeztu aveva ragione quando sosteneva che né il liberalismo capitalistico, né il marxismo avrebbero risolto i problemi delle società moderna.

Per esempio, Maeztu sostiene che nessuno deve ottenere poteri se non legati a una funzione determinata. Pertanto “non c’è alcuna ragione perché il capo di una grande banca o industria debba essere particolarmente ricco. Deve ricevere denaro per le necessità dell’impresa, non per i vestiti della moglie o per i vizi dei figli”.

Il Nostro, naturalmente, difende la libertà: però nel suo aspetto positivo: “piuttosto che di libertà, preferirei parlare di partecipazione al potere”. E’ il concetto romano, non quello liberale, della libertà. Sostiene che sono importanti “istituzioni che obbligano a pensare, più che il mero diritto di pensare”. Detto questo, Maeztu è fautore aperto dell’organizzazione democratica. Per lui sono storicamente falliti sia il principio autoritario, sia quello liberale: “Russia e Spagna sono esempi di ciò che costa il primo; i paesi anglosassoni, delle carenze del secondo”.

E’ fondamentale la questione della proprietà del capitale: ‘E’ male che gli strumenti di produzione siano monopolio dei proprietari. La maggior parte dei lavoratori dovrebbero partecipare alla proprietà’. Ma naturalmente Maeztu respinge il socialismo di Stato. In definitiva mira a una società libera dal potere corruttore del denaro, cioè sottoposta al controllo sociale. La vuole austera, persino spartana, perché non crede al mito della ricchezza per tutti (“la povertà del povero sparirà solo con la ricchezza del ricco: sono la stessa cosa”). Non crede che la riforma generale possa venire senza il conflitto. Se ritiene indispensabile un sistema di socialismo neo-corporativo è in quanto “non si è inventato altro mezzo per ottenere che il lavoro cessi d’essere una mercanzia a disposizione dei ricchi e per consentire ai lavoratori una partecipazione al governo della produzione”. L’essenza del suo congegno è “l’unificazione di capitale, direzione e lavoro nella gestione dell’impresa”. Il libro che enuncia queste idee, “La Crisis del Humanismo”, è uno dei saggi più importanti del nostro secolo sui problemi di una vera democrazia e di un socialismo umano.

Quando torna in Spagna Maeztu mantiene completa coerenza coi suoi principi. In piena dittatura del generale Primo de Rivera si professa ‘uomo di centro’, spiegando in un famoso articolo del 1924 che in quelli di destra come in quelli di sinistra “metà dell’anima si è addormentata”. Abbastanza presto lascia il paese per fare l’ambasciatore in Argentina. Nel 1933 si dichiara non fascista e ‘internazionalista’, respinge Mussolini e Hitler. Insiste fino all’ultimo nell’auspicare un movimento politico in cui destra e sinistra si risolvano: “Dove può sorgere se non al centro?””.

Manuel Fraga Iribarne

 

 

Il ‘Desastre’ del 1898, che spense l’impero e la grandezza, aprì una voragine nell’anima della Spagna. Al tempo stesso mobilitò nei suoi intellettuali migliori l’impegno, quasi sempre doloroso, a riflettere in termini crudi sul passato e sul fututo del paese. Col movimento del Rigenerazionismo si aprì la stagione più intensa e creativa della cultura politica nazionale. Le definizioni più lucide vennero, alquanto dopo, da José Ortega y Gasset, filosofo accademico oltre che conduttore dell’opinione. Ma il pioniere del Rigenerazionismo era stato un Joaquin Costa studioso di realtà pratiche. La prima delle quali era l’imperativo di irrigare le regioni agricole semiaride, cominciando da quelle minacciate dalla desertificazione.

L’insegnamento di Joaquin Costa investiva in realtà l’anima, il senso della spagnolità. Predicava di ‘chiudere a doppia mandata il sepolcro del Cid’ perché si ripudiassero i miti degli eroismi e delle conquiste medievali, a favore di obiettivi moderni. Perchè si tendesse ogni energia per ‘rigenerare’ gli spagnoli. A questi fini invocava una politica dinamica e dunque decisionista, opposta a quella del liberalismo morente, una politica condotta con mano ferma da un ‘chirurgo di ferro’. Dal momento della Restaurazione dei Borboni vigeva il ‘turno’, il compromesso permanente tra partiti avviato dal liberal-conservatore Antonio Cànovas del Castillo e dal liberal-progressista Prassede Mateo Sagasta.

Specialmente Cànovas non credeva alla rigenerazione e al ringiovanimento; pessimista come di solito sono i conservatori lucidi, aveva concluso che “sono spagnoli coloro che non possono essere altro”. Di conseguenza inventò una stabilità fondata sull’alternanza regolare al potere tra due formazioni politiche pressocché identiche, dichiarate conservatrice la sua, liberale quella di Sagasta. Forse il pessimismo di Cànovas era un presentimento: nel 1897, un anno prima del Desastre, egli fu assassinato dall’anarchico italiano Angiolillo.

Il padre e profeta del Regeracionismo Joaquin Costa considerava il parlamentarismo una sciagura. Nel 1923 sarà il generale Miguel Primo de Rivera a farsi ‘chirurgo di ferro’: Dittatore. Abolì il parlamentarismo e dunque il professionismo della casta politica. Negli oltre sei anni della Dictadura non pochi dei programmi invocati da Costa furono attuati o avviati. Primo de Rivera fu l’artefice di una modernizzazione autoritaria la quale preparò il passaggio della Spagna verso l’attuale prosperità.

L’altro padre del Rigenerazionismo fu Miguel de Unamuno, mente e cuore pressocché opposti a Costa. Professore di lettere greche, poi rettore dell’università di Salamanca, fu proclamato rettore a vita. Unamuno era un pensatore e un poeta, non un semplice accademico. Forse rinnovò, per motivi ideali, alcuni miti che da secoli imprigionavano il paese: primo, quello della Castiglia severa e sottoalimentata come grande cuore e microcosmo della Nazione. Unamuno era l’opposto del Costa razionalizzatore/modernizzatore. Unamuno era anche un romantico che sentiva più il dramma che la prosa; sentiva più gli eroismi generati dal Destino che le categorie kantiane volute dal suo amico, rivale come maestro del popolo, Ortega y Gasset. E quest’ultimo avversava l’empito di Unamuno. Tipico della mitopoiesi del rettore di Salamanca: “L’unica guerra degna d’essere combattuta è quella civile”. Come condannare questa verità così profondamente sentita da chi la professava?

 

 

Fare il contrario di Cànovas del Castillo

A Manuel Fraga fu fatale l’aver creduto di poter essere il Cànovas del tardo secolo XX. A Cànovas la scelta della versione conservatrice del parlamentarismo costò la vita: fu ucciso da un anarchico, vendicatore della miseria di tutte le plebi. Circa cento anni dopo Fraga Iribarne valutò di poter aggiornare a tempi tanto cambiati la lezione tardo-liberale dell’uomo della Restauracion.

Il responso del paese fu un inequivocabile no. Alle prime elezioni politiche del dopo-Franco il partito fondato da Fraga raccolse un ventesimo dei voti. E la consultazione successiva confermò che la Spagna attendeva tutt’altro da Fraga. Da un politico così incisivo gli spagnoli si aspettavano un corso politico alternativo sia alla continuità franchista, sia all’allineamento al pensiero unico dell’Occidente, fatto di impostura democratica e di capitalismo consumistico. Nonostante la sua apparente ineluttabilità, il connubio tra plutocrazia ed elettoralismo è negazione della sovranità di popolo e, due secoli dopo il suo sorgere, risulta senza idealità (“la crisi delle ideologie”) e senza futuro.

A un paese come la Spagna, che dopo l’assolutismo monarchico aveva conosciuto solo i fallimenti del liberalismo e la superiore operatività delle gestioni economiche autoritarie -Primo de Rivera e Francisco Franco- riproporre l’elettoralismo e la coerenza liberal-conservatrice fu condannarsi alla disfatta. La quale venne puntuale e spietata. Alle prime elezioni generali (1977) uno spagnolo su venti votò il partito di Fraga, il quale ottenne 18 parlamentari contro i 271 della governativa Ucd e i 166 del partito socialista. Vinse più seggi (20) persino il morente partito comunista. Se potevano esserci dubbi sulla rotta di Alianza Popular, la formazione creata da Fraga, li fugarono le elezioni generali del 1979: a Fraga andò il 5,5% dei voti.

Il ruolo nazionale del Nostro era finito: si era omologato al partitismo/parlamentarismo, perdipiù con la puntata su un cavallo sbagliato (la restaurazione liberal-conservatrice nel ricordo di Cànovas del Castillo). Qualche tempo dopo l’aspirante a succedere a Franco andò a fare il presidente della regione Galicia. La Spagna era cambiata rispetto a un secolo prima, quando agiva quel Cànovas di cui Fraga si credette reinarnazione.

Io che scrivo queste righe, largamente incentrate su Fraga Iribarne come potenziale promessa per la Spagna, mi onorai di incontrare alcune volte il Nostro. Quando era ambasciatore a Londra, cioè prima di fare il vicepresidente nel governo di Arias Navarro, egli volle ospitarmi nelle sede diplomatica, e mi assegnò il letto in cui recentemente aveva dormito Juan Carlos, designato al Trono. Mi feci coraggio e gli opposi che non era saggia la scelta di lanciare un partito di centro-destra. Rispose, testualmente: “Calderazzi, vedrà che il mio manifesto programmatico conterrà larghe aperture sociali”. Ne contenne alcune, ma i risultati furono catastrofici. Il paese aveva sperato che Fraga incarnasse una Spagna liberata sì dal franchismo, però negata all’oligarchia dei partiti e alla frode democleptocratica; non che capeggiasse la frangia liberal-conservatrice dei nostalgici di Cànovas del Castillo.

Tra l’altro, il Nostro mancava dell’immenso denaro che è il requisito tassativo della democrazia elettorale. Scrive Fraga nelle sue Memorie il 17 dicembre 1979, vigilia delle seconde elezioni generali: “Sempre difficilissimi i problemi finanziari del nostro partito. Siamo alla vera e propria mendicità”. Ecco la fine di un grande destino: Fraga capo di un partito di terz’ordine.

 

 

Prefazione a Fraga

Aggiungendo una testimonianza sulle aspettative

sorte nel 1975 sul futuro della Spagna, ecco la prefazione stesa da

chi scrive alla edizione italiana del libro di Fraga “Proposta

alla Nazione spagnola”.

Perchè un libro di Fraga. In quanto parla al suo paese, anche. Ma soprattutto in quanto Manuel Fraga Iribarne è una proposta politica, una via, per qualsiasi nazione che assomigli alla sua; come dire, per la società occidentale. Una via come lo sono stati, ciascuno coi suoi limiti e insuccessi, Dubcek, de Gaulle, Kemal Ataturk. Ciascuno governò in modo da diventare ideologo. Ideologi così, non gli basta il pensiero; devono calarlo in azioni da statisti e da riformatori. Hanno bisogno di un organismo collettivo da rigenerare; e delle circostanze storiche giuste.

Appariva seppellita, la “teoria del Capo”. La leadership sembrava accertata come tipica funzione collegiale, dei dirigenti nel loro assieme, più o meno organizzati in gerarchia. Magari è proprio così. Ma stanno funzionando così male i congegni della collegialità che occorrerà arrivare alla partecipazione, in forme spregiudicate quali l’abolizione del suffragio universale. E poiché la democrazia diretta, da sola, sarebbe folle, bisognerà riscoprire il ruolo del Capo, del monarca non ereditario e temporaneo. Il Dictator romano.

In teoria è assurdo scrutare l’orizzonte per attendere l’Unto del Signore. In teoria, è il più irrazionale degli Avventi. Ma così scosciata e inerte, turpe ma neghittosa e infinitamente sfiduciata, chi se la immaginava la democrazia partitica? Così inefficiente e corrotta, perché?

Dopo millenni di dominio dei vecchi su tribù e su Stati, Filippo Tomnmaso Marinetti proponeva: “Invece di un Parlamento di oratori incompetenti e di dotti invalidi, moderato da un Senato di moribondi, avremo un governo di venti tecnici eccitato da un’assemblea di giovani non ancora trentenni”. Pensava a giovani diversi, si sa; avesse immaginato questi nostri vecchissimi gauchistes, si sarebbe rassegnato al Senato dei moribondi. Scriveva ancora: “Le Assemblee non sono quelle indomite cavalle che la retorica dei nostri padri si immaginava. Quando si tratta di fare sul serio, si addormentano”. Neanche i tumulti fanno più, le nostre legislature. Un’infingardaggine fino allo stremo.

E’ un po’ tutto Italia, l’Occidente del 1975. Sbagliato, tedioso, sconclusionato. A dissestare la Polis basta una lega tra sindacati (più manager) di imprese morenti e i politicanti ladri “delle forze che si ispirano all’antifascismo”. E’ dai tempi di Atene che cerchiamo, noi l’Occidente, di far funzionare la democrazia dei partiti; e Atene, in questo, non era meglio della IV Repubblica francese o del Comune di Roma.Siamo qui, a Milano come a Madrid, all’Aja come a New York, incredibilmente vuoti di convinzioni, posseduti da un cinismo e da uno sfinimento tali che torneremo ad amare e a credere e a fare progetti. L’Occidente condannato dalle radiografie e dagli esami istologici, l’Occidente che si sapeva estenuato, si scoprirà vitale; malato solo nel ricambio, per troppe tossine e troppo decubito.Per ora abbiamo un congegno politico che è il governo dei peggiori. Peggio dei politici furfanti ci sono solo i ‘giornalisti democratici’. Quando verrà il momento si scopriranno antidemocratici.

L’insurrezione contro questi usurpatori, forse sarà un fatto spontaneo e corale. Forse invece sarà un Odisseo che spegnerà i Proci e diventerà un maestro e un condottiero -un Maometto- per tutto l’Occidente. Ma prima potranno venire dei capi nazionali, dei Precursori: ciascuno nel suo paese spianerà le vie del Signore.

Manuel Fraga Iribarne, sarà uno dei Precursori oppure verrà a patti col congegno dei partiti? Nessuno può saperlo. Certo sarà uno degli uomini decisivi in Spagna. Se il Nostro sarà o no una grande guida, dipenderà anche dalla Spagna. Eticamente non è ancora alle corde come l’Italia, ma il pericolo della corruttela da benessere è grave.

I fossi del mondo sono colmi di politologi, ed essi non hanno da darci che la loro sapienza da malaugurio. E, poveri diavoli i politologi, non è colpa loro se il giro intero dell’orizzonte è quale i popoli non lo vorrebbero. A ponente il capitalismo e la democrazia che si decompongono nell’acquitrino. A levante il comunismo che non riuscì a nascere. E da mezzogiorno, dal Terzo Mondo senza un barlume di creatività politica, non viene un’idea che non disgusti: dall’umanismo bugiardo di Indira Gandhi alla facilità di massacrare, dall’anti-imperialismo truffaldino al razzismo alla rovescia, storture che trovano compiuta espressione in quell’afflizione che è l’Onu.

Eppure il mondo può cambiare. Ecco un’ipotesi sui cammini che l’Occidente potrà imboccare: seguire ciò che potrà fare, forse, la Spagna. Essa ha la fortuna di non essere ancora caduta in questa democrazia della mala sorte; al tempo stesso ha un uomo come Fraga, sempre che si faccia bonificatore delle paludi malsane. Non ce n’è un’altra di nazione occidentale che abbia qualcosa da promettere come la Spagna. Ciascuna ha fatto la sua prova, perfino la Lituania che sei secoli fa si stendeva dal Baltico al Mar Nero. La Spagna è stata grandissima, ma per un tempo troppo breve. E’ come la vigna che ha smesso di produrre senz’essere vecchia. Come il grembo vuoto di una suora giovane.

Nel 1492 i Re Cattolici suggellarono la Riconquista, eroica ma dimessa e soprattutto lenta: mezzo millennio, partendo dall’animosa impresa di piccoli re di montagna, nelle Asturie. Quello stesso anno, repentinamente, come i voli antichi di sparvieri che facevano prodigio, la scoperta dell’America; subito dopo, in pochi decenni, la grandezza di un impero portato in tutti i continenti. Dall’intrepida umiltà di un Medioevo che non avrebbe conosciuto Rinascimento, all’apoteosi del Siglo de Oro.

Chi fece del ragazzo biondo Carlo V il padrone del mondo, sia pure contestato da ottomani, luterani, francesi e inglesi. Non i precettori e i consiglieri fiamminghi, Adriano di Utrecht in testa. Quelli fecero il loro mestiere, ma non capirono che la Spagna cercava servitori, non padroni. Nel 1520 si levò in Spagna l’insurrezione dei Comuneros, spenta due anni dopo con 24 esecuzioni capitali.

Non furono né i fiamminghi né i tedeschi dei reami asburgici ad affacciarsi sul mondo, ma gli spagnoli. Le loro scoperte e imprese furono vittorie di anime impavide, più che di reggimenti e di galee e di cannoni.Conquistatori sì ma anche propagatori di valori e vincitori di centomila prove “tecniche”, cominciando da quella di trasformarsi da pastori e cavallanti in assidui navigatori oceanici. Gli stessi anni che i contadini di Germania, discendenti di guerrieri e da secoli compatrioti di sacri romani imperatori, lavoravano la gleba da servi, gli intrepidi straccioni di Spagna si facevano signori delle acque e delle terre. Nell’Estremadura spagnola, tra il Tago la Sierra Morena e il reame portoghese, quasi ogni famiglia vanta l’impresa di uno dei suoi ai quattro angoli della terra; in Estremadura non c’era pane. L’ultimo estremegno d’eccezione, Manuel Godoy, hidalgo di Badajoz, nacque quando l’età delle riforme era finita da un pezzo; e allora l’avventura la fece a Corte, nel cuore della regina. Il Narciso delle guardie del Corpo arrivò a primo ministro quando aveva venticinque anni. Finiva il secolo XVIII e nella finitima Francia infieriva il Terrore.

In Spagna chi generava sette figli maschi diventava di diritto hidalgo de bragueta. E uomini di qualità se non proprio cavalieri, erano anche i soldati e i picaros. Non si tratta di araldica. Nel Siglo de Oro gli spagnoli erano quasi soli a saper fare ciò che facevano. Era questione di maestria, di valore implacabile, di senso del dovere da compiere. Una Termopili ad ogni giornata di marcia nelle terre di conquista, a Indias. Con tutte le sue colpe, fu così Filippo II: dignità, intransigenza, coraggio indomito e tenace, l’offerta di se stesso alle sue convinzioni, a volte distorte.

Tanta gloria non gli sopravvisse. La Spagna sarebbe rimasta grande potenza per tutto il ‘700, ma la gloria, l’avventura dello spirito era finita. Perché questa caduta degna di Icaro, gli storici non sanno; così come non sanno veramente il perché dell’eterno sodalizio della Spagna con la povertà.Si fa presto a dire: Filippo II non ebbe un erede degno di lui (ed egli lo seppe prima degli altri: “Dios que me ha dado tantos reinos me ha negado un hijo capaz de regirlos”.

La verità è che la Spagna fu come colpita dal fulmine di uno Zeus possente e geloso. Quando mai una gloria così alta durò una sola estate? Se la Reconquista e l’Impero fossero stati opere di personaggi grandissimi, la loro morte avrebbe spiegato l’arresto improvviso e la caduta. Invece furono opere di tutti gli iberici, creazioni collettive di un popolo che in quei pochi decenni fu il primo.

Per questo diciamo: la Spagna non ha ancora guidato l’Occidente; ma potrebbe farlo. Non sarebbe compito impossibile. Oggi l’Occidente è popolato di ciechi; per la salvezza basterebbe un monocolo. Il tumore dell’Occidente è il non credere a nulla. Da questo cinismo deriva sul piano civile il lasciarsi governare dai peggiori, dalla partitocrazia, dalla prepotenza sindacale, dai plutocrati, dai demagoghi truffaldini: e ciò sull’intesa che nessuno di costoro vorrà o saprà sanare le cose. Fatto sta che i vecchi padroni della società hanno fatto posto a tavola per i politici ‘progressisti’ e il sistema del privilegio e della corruzione rimane, perenne come il bronzo.Nessuno si aspetta una parola di salvezza dalle nazioni che da quindici secoli conducono il gioco in Europa. Idem per gli Stati Uniti. Tirano avanti meglio dell’Italia, ma hanno poco da dire. Non può salvare l’Occidente chi stenta a sopravvivere come civiltà.

Ecco perché la Spagna nel 1975. Nessun altro popolo è stato meno attaccato dal cancro del cinismo. Qualche macchia qui e lì nell’organismo morale e civile; qualche rassomiglianza con le cose sbagliate del resto d’Europa; ma gli spagnoli sono rimasti, per il bene o per il male, il popolo fin troppo serio del passato.Non furono solo le conquiste, ricordiamolo; furono anche i supplizi dell’Inquisizione, imposti e subiti in buona fede. Paralizzato da un misterioso interdetto della Storia, questo popolo entrò in un silenzio che dura ancora. La Spagna come potenza della diplomazia e delle armi continuò a esistere. La Spagna produttrice di valori nuovi tacque appena rivelatasi.

Un segno conturbante venne però dalla disperata resistenza a Napoleone e al fratello Giuseppe, il re imposto che la gente chiamava Pepe Botella. Col 1808 la Spagna entrò in un dramma che si ricompose centotrentuno anni dopo, con la fine della Guerra Civile; però la catarsi è venuta male. Il quarantennio di Franco è stata la ferrea legge del vincitore, benché accompagnata da non poche provvidenze. Prima, decenni di spasimo: monarchie che andavano controvento (una delle quali italiana: Amedeo Ferdinando duca d’Aosta, figlio di Vittorio Emanuele II, fu re di Spagna dal 2 gennaio 1871 all’11 febbraio 1873); le guerre carliste; le protodittature militari dei vari generali reggenti (ben meno benefiche per i proletari che la dittatura di Miguel Primo de Rivera; el bienio Progresista, con O’Donnell ed Espartero e la famosa frase di Emilio Castelar “Ti saluto, giovane democrazia”; la serie di ‘rivoluzioni’ (in senso specifico alla storia di Spagna) cominciata nel 1868; due repubbliche epilettiche.

Gli spagnoli passarono attraverso tutto questo con dolorosa ingenuità, che tanto spesso è l’altra faccia della serietà. Al limite, fu la temperie visionaria di don Chisciotte, sempre terribilmente fervida di propositi e di speranze. Nel 1936 il giovane José Antonio Primo de Rivera compilava programmi politici e liste di ministri nella sua cella carceraria di Alicante, pochi giorni prima d’essere fucilato.La Guerra Civile fu l’ultima e la più drammatica prova della torva ed eroica coerenza spagnola: forse un milione di morti, forse più della metà. Di tutto si possono accusare gli spagnoli fuorché di non pagare di persona. E’ il contrario del cinismo, non solo italiano.

Per questo diciamo: si salveranno dal Diluvio, daranno vita a una stirpe moderna migliore, se non faranno come gli italiani. “La Spagna -rispose l’ammiraglio Casto Méndez Nunes quando lo informarono che la flotta statunitense era pronta a distruggere le sue navi di legno- preferisce l’0nore senza navi alle navi senza onore”. La Spagna dunque come l’ultima spiaggia dell’onestà, come terra che ancora emerge dalle acque che allagano le ideologie storiche.

Allo stato attuale delle conoscenze, Manuel Fraga Iribarne è il migliore statista espresso dalla

Spagna dei nostri giorni. Non il più fortunato nella carriera; fortunato fu Manuel Godoy, primo ministro a 25 anni, oppure William Pitt, Premier di Gran Bretagna a 24. Ma nessuno in Spagna è pari a Fraga, per pensiero e visione come per opere già compiute (per essere uno statista, non un intellettuale puro). Nessuno degli uomini il cui nome è stato stampato sui giornali, quando si aspettava che il Caudillo morisse e che Carlos Maria Navarro si dimettesse, è al livello di Fraga, dato per il più credibile per succedere a Franco. Gli altri che vorrebbero farsi diadochi di Franco non sono che uomini di gestione. Per non parlare di quel manipolo di politicanti ottocenteschi che dalle televisioni straniere tentano di infliggere alla Spagna il peggio di tutto: gli avanzi decomposti della politica repubblicana (della repubblica che morì per mancanza di meriti nel 1939, anzi nel 1936), più il partitismo modello Italia: che è il partitismo più ignobile in assoluto, perché fatto di corruzione e di impostura. Paragonare Fraga Iribarne, come del resto qualsiasi spagnolo onorato, ai carpetbaggers della Junta Democratica e della Plataforma antifascista sarebbe assurdo. A meno di non fare tale accostamento così come le belle dame spagnole usavano tenere sul braccio una scimmietta per far risaltare all’estremo, gongorescamente, la loro bellezza.

Il giorno che Fraga lasciava l’ambasciata spagnola a Londra, il 18 novembre 1975, un grande quotidiano britannico lo definiva “il più acuto tra gli spagnoli viventi”. Alcuni corressero “tra gli europei viventi”; ma si vedranno le opere future. Quelle degli anni scorsi, il suo lavoro per preparare la Spagna al cambiamento, per produrre nuovi principi e nuovi programmi, per far lievitare idee attorno a lui, sono già state importanti. Volgendo lo sguardo alle capitali del nostro tempo -alle sedi del potere, non ai pensatoi dei filosofi- è difficile trovare in un governante l’articolazione, le aperture culturali e la robustezza mentale di Fraga Iribarne. L’intelligenza è accompagnata da qualità accessorie d’obbligo, quali una memoria e una capacità di lavoro eccezionali. Subito dopo la laurea vinse i tre concorsi più difficili di tutti: per la diplomazia, per gli uffici delle Cortes, per la cattedra universitaria (per la quale decise). Ma Fraga ha anche il magnetismo e l’istinto del comando. Se capeggerà il governo, sarà più successore di Franco che del suo primo ministro.

In un paese col passato e col destino della Spagna, forse Fraga realizzerà un modello politico nuovo, un regime cui si potrà alludere con la formula breve della “democrazia forte”. Non una democrazia come le altre, visto quanto sono sgradevoli. Uno Stato autoritario a metà, cioè un franchismo depotenziato, nemmeno. Qualcuno ha immaginato una fase Fraga come “kemalista” o “gollista”. Il che è possibile: ma l’Uomo è diverso e migliore. Kemal Ataturk fu un Mosè, Fraga no. A de Gaulle chiunque si cavi il cappello: scacciò i mercanti dal Tempio, mortificò Camere e partiti. Ma per il resto mancò ai suoi propositi. Voleva passare alla storia nell’unica maniera giusta, come realizzatore della Terza Via tra capitalismo e comunismo. Per la mania delle glorie della Francia vecchia, non concretò niente, e cadde male.

Se governerà la Spagna, difficilmente Fraga si farà possedere dalla fissazione maniacale di de Gaulle per la politica estera; anche per la Francia la diplomazia, grande o mezzana, era velleità. Da giovane vincitore del concorso diplomatico, più tardi ambasciatore a Londra, è difficile che Fraga perda il senso delle cose; che prenda gli abbagli di de Gaulle.

In Fraga la sapienza specifica del cattedratico e del saggista ha il supporto di una natura energica, di una prontezza selvatica nell’azione: Quando nel 1969 fu estromesso dal governo (per troppo dissenso col reazionario ammiraglio Carrero Blanco) preferì la direzione di una grossa fabbrica di birra -egli intellettuale di rango- ad uno qualsiasi dei posti che si offrono agli ex-ministri quarantasettenni.

Un uomo così, è fatto di una delle leghe più rare: tra il filosofo e l’uomo d’azione: Ciò che farà, se è detto debba proiettare il modello di una Spagna nuova, lo vorranno i Fati. Per questo chiude spesso i suoi scritti con “Y Dios con todos” “Y que Dios nos ayude”. Nelle sue pagine che seguono, vanno sottolineati alcuni tratti portanti:

– la cogestione nell’impresa, quale momento del passaggio dal sistema delle élites alla partecipazione, “perché non suonino le trombe di Gerico” e perché le società non cadano “in mano al nuovo Principe, il Partito;

– la rigenerazione dello spirito imprenditoriale, perché esso sopravviva a quella che il Nostro chiama l’agonia del capitalismo (“la Borsa non ha saputo sostituirsi al Santo Graal”);

-l’integrazione dei ceti e l’impegno all’uguaglianza tra gli uomini, per unificare las dos ciudades (che poi sono the two nations di Disraeli) e per incrementare le opportunità reali;

  • la riscoperta della carità, perché “i poveri saranno sempre con voi (Giovanni, XII,8) e perché c’è più realtà nel Discorso delle Beatitudini che in tutti gli scritti di Lenin, come purtroppo sa chi è povero in Urss;
  • il riscatto della fratellanza contro la truce grandezza degli Hernan Cortés;
  • l’invocazione di un cristianesimo più puro, pur in un paese dove troppi peccati si perdonarono alla Chiesa storica, visto che aveva lottato (‘Abad y ballestero, mal para los moros’);
  • la severità nei confronti della ‘violenza rivoluzionaria’, tollerata dai borghesi di mala coscienza;
  • l’esaltazione del lavoro contro l’eroismo, per così dire inutile, del matador che fece piangere Federico Garcia Lorca; e contro la maschia ferocia del combattente della Guerra Civile, dalla parte di José Antonio o da quella di Hemingway;
  • l’ottimismo di volere ad ogni costo cambiare la Spagna: non in quanto nazione -il nazionalismo muoia- ma in quanto una delle situazioni della società occidentale. L’immobilismo non imprigiona solo la Spagna: tutti noi.

Avvicinare l’utopia, ecco il ruolo che attende Manuel Fraga. Strappare sì gli spagnoli del passato al senso tragico del loro destino (Miguel de Unamuno lo lamentava accettandolo e il Nostro lo combatte, col realismo di Ortega y Gasset, maestro di logica). Chiudere sì a doppia mandata il sepolcro del Cid, come invocò Joaquin Costa. Ma anche tenere viva la tensione morale che rivelò il popolo spagnolo. Fraga ha scritto che quella tensione è stata “la chiave della nostra grandezza, della miseria e della follia”. Essa va spenta e al tempo stessa fatta rinascere, sublimata. Lope de Vega e Calderon de la Barca furono poeti della condizione umana degli spagnoli; non furono allucinati da una ‘droga di Spagna’ che solo l’invidia inventerebbe.

L’esempio che l’Occidente attende dalla ‘altra Spagna’ di Fraga sarà di trasfigurarsi nelle opere dell’eroico quotidiano. E’ stato Fraga a scrivere: “A Jerez de la Frontera, nel tempo imperiale di Carlo V, gli uomini non avevano da mangiare. Si mangiarono, letteralmente, tra loro”.

 

 

Re Filippo avrà un senso se liquiderà il regime dei partiti

Fu logico, anche se non entusiasmante, che la Spagna accettasse la monarchia, resuscitata dal Caudillo come argine contro il ritorno del sinistrismo. Fu logico che il 27 febbraio 1981 il sovrano difendesse la Transicion al parlamentarismo, ordinando alle Forze armate di spegnere il tentativo di golpe del tenente colonnello Tejero, della Guardia civil. Pochissimo tempo dopo gli spagnoli appresero di avere imboccato col felipismo -la gestione governativa dei socialisti “craxiani” di Felipe Gonzales- la via dell’Italia: cammino accelerato verso la prosperità consumista a credito, contemporaneo trionfo della corruzione. Anche questo gli spagnoli accettarono, comprati dallo sviluppo. Dopo quattro secoli che erano stati famelici per la maggior parte della nazione, lo sviluppo era una beatitudine senza prezzo. Valeva bene il regresso alla monarchia morta nel 1931, quando Alfonso XIII, nonno di Juan Carlos, pacificamente partì per l’esilio. Le città spagnole (non le campagne) festeggiarono. La Repubblica nacque nell’euforia.

Vari decenni dopo, il ritorno per ordine del Caudillo ai riti, ai fasti e alle insulsaggini della Reggia non costò troppo ai settori sociali che avevano idolatrato la repubblica, visto che i restaurati Borboni avevano indossato i panni di una monarchia alla scandinava, aperta al progresso. La quale, oltre a tutto, maneggiava scettro e corona in modi amabili: per dirne una, il Re premiò col titolo di marchese il grande musicista cieco Joaquin Rodrigo (Concierto de Aranjuez). Se avesse sconfitto Franco nella Guerra civile, anche la Repubblica avrebbe premiato l’impareggiabile Rodrigo, però come Compositore proletario.

Tutti sanno che la ‘Bonita Republica’ deluse subito le speranze più accese. Gli incendi di chiese e di conventi, le altre violenze anarchiche cominciarono immediatamente. Poi nell’ottobre 1934 ci fu il serio conato rivoluzionario delle Asturie, represso nel sangue. Avendo portato alla Spagna solo le riforme laiciste di Manuel Azana, non la terra ai contadini né il riscatto agli altri proletari, le Istituzioni repubblicane risultarono presto condannate.

Queste cose le ricordano in proprio solo i vegliardi. Oggi quasi tutti gli spagnoli sarebbero razionalmente portati a sbarazzarsi del vecchiume monarchico. Ma ci sono i media del mondo intero a far loro conoscere i misfatti che i mestieranti della politica compiono in quasi tutte le repubbliche, dalla mezza Cipro agli Stati Uniti d’America. Così gli spagnoli, come i sudditi di altre corone, si tengono i sovrani.

Come sono personalmente questi ultimi, non conta molto. E’ dubbio che gli olandesi si curino più del minimo delle qualità umane di re Guglielmo Alessandro. Idem per la gente di altri otto o nove reami d’Europa, tutti ad alto reddito, tutti immersi nella modernità. Una testa coronata, anche se semivuota, sempre meglio di un volpone della politica. Gli spagnoli potranno o no spasimare per penetrare la mente e il cuore del marito della regina Letizia Ortiz. Il quale marito ha preso il nome del primo Borbone di Spagna, Filippo V, il francese nipote del Re Sole. Salì sul trono madrileno nel 1700 e scatenò la lunga Guerra di successione spagnola.

La parabola di re Juan Carlos si è svolta parallela a quella della politica nazionale a partire dalla morte di Franco. Ci fu il vano tentativo del premier Carlos Arias Navarro di prolungare il franchismo senza Franco. Il re lo liquidò e fece in modo che i maggiorenti scegliessero il suo amico Adolfo Suarez, brillante ex-segretario del partito di regime, quale gestore della Transizione all’elettoralismo e ai partiti. In sé la Transizione fu un successo pieno: i feroci contrasti della Guerra civile non rinacquero; i franchisti, cominciando dai militari, rinunciarono a resistere; gli antifranchisti rinunciarono a vendicarsi. Nel 1978 fu approvata una Costituzione all’italiana. Suarez, fatto duca, lasciò il governo nel 1981, tre settimane prima del tentativo di golpe del colonnello Tejero. Leopoldo Calvo Sotelo -nipote dell’importante ministro della Dictadura, il cui assassinio per mano di ufficiali di sinistra fece detonare la Guerra civile- governò per pochi mesi dopo Suarez; la Reggia gli assegnò un più modesto marchesato; dopo, modernizzante com’è, non risulta abbia nobilitato altri primi ministri.

Il potere del socialista Felipe Gonzales (1982-96) coincise col dilagare della corruzione. Da allora le tangenti e il malaffare all’italiana sono il fatto quotidiano di una nazione che nel passato si era fatta dilaniare dalle fedi, politiche e non. Gli anni di regno di Juan Carlos sono stati, non per sua colpa ma nella logica del sistema parlamentare-partitico da lui installato, la negazione dei nobili valori di cui la democrazia si diceva portatrice.

In teoria gli spagnoli potranno presentare il conto a Felipe VI. In teoria aspireranno a liberarsi di una cleptocrazia dei partiti che si è dimostrata peggiore della vecchia oligarchia dei notabili liberali e dei grandi agrari, quella che nel 1923-30 fu soppiantata dalla dittatura militare di Primo de Rivera, generale e Grande di Spagna ma filosocialista.

Re Filippo VI introdurrà elementi di novità solo se vorrà aprire una fase dinamica quasi opposta a quella del quarantennio postfranchista. I due grandi partiti di sistema risultano indeboliti dal successo di nuovi soggetti politici, quali ‘Podemos’. Tali soggetti saranno interessanti solo se porteranno avanti l’unica idea nuova dei nostri tempi: la sperimentazione di questa o quella formula di parziale democrazia diretta, assistita o no dalla telematica. Alternative all’oligarchia diverse dalla chiamata al potere, attraverso il sorteggio, di cittadini qualificati (onde non ripiegare sul governo autoritario) non si conoscono. Si conosce solo il tirare avanti con congegni obsoleti.

Se Filippo VI non promuoverà le innovazioni con l’energia dimostrata dal padre un trentennio fa, presto o tardi la Spagna vorrà liberarsi della monarchia.

 

Appendice Aborto della “Resistencia contra Franco”

l 5 marzo 1939, giorno in cui a Madrid il colonnello Segismundo Casado, comandante dell’Esercito repubblicano del Centro, si rivolta, dichiara decaduto il governo della Repubblica e volge le armi contro i comunisti che si oppongono alla cessazione della lotta contro un Franco che ha già trionfato, lasciano la Spagna in aereo sia il presidente del Consiglio Negrin, sia Dolores Ibarruri -la Pasionaria- capo operativo del partito comunista (il segretario generale José Diaz è in cattiva salute; morirà tre anni dopo in Crimea cadendo da una finestra, forse suicida, forse assassinato). Partono anche altri dirigenti di spicco tra cui Palmiro Togliatti, il più alto rappresentante di Mosca; Rafael Alberti, poeta ufficiale della causa rossa; Francisco Anton amante della Pasionaria, di 15 anni più giovane. Successivamente Anton viene catturato dai tedeschi invasori della Francia. Ma è il momento dell’intesa tra Berlino e Mosca. Così Dolores Ibarruri ottiene l’intercessione di Stalin: Anton viene liberato e un aereo speciale del Reich lo trasporta a Mosca, dove ora è la Pasionaria.

Ai ranghi comunisti rimasti in Spagna viene lasciata la consegna “Ahora a las Sierras”: andare alla montagna. Centinaia di migliaia di combattenti e di civili raggiungono la Francia con una dolorosa marcia a piedi attraverso i Pirenei ancora innevati. Molti soccombono. La Francia, ancora governata da un Fronte popolare che all’inizio della Guerra civile aveva fraternizzato con la Repubblica, accoglie con freddezza i fuggiaschi. I primi giorni i campi di concentramento in cui li racchiude, recintati dal filo spinato, sono talmente terribili, che feriti e malati muoiono a centinaia. Santos Julià e gli altri autori dell’opera storica ?Victimas de la Guerra civil (Madrid 1999) parlano di ‘campi di sterminio’.

Il Partito comunista spagnolo (Pce) decide di riprendere la lotta antifranchista nella clandestinità. Comincia già a ristrutturarsi ad Albatera, nei pressi di Alicante, ultimo lembo di territorio repubblicano prima che cada agli italiani della divisione Littorio (gen. Gambara). Jesus Larranaga è il responsabile di questo moncone di partito, mentre a Madrid viene lasciata una direzione clandestina provvisoria capeggiata da José Cazorla e Enrique Sancher (presto catturati e messi a morte dai vincitori). Circa due anni dopo il Partito crea a Lisbona un apparato che di lì organizza l’attività clandestina in Spagna. Alla fine di quel 1941 i militanti lasciati a lottare sono sgominati, quasi tutti caduti di fronte ai plotoni d’esecuzione. I tentativi di riorganizzazione vengono ripresi nel 1943, a un costo crescente in vite umane: vite non solo dei rossi e delle forze di repressione, anche della popolazione colpita dalle opposte rappresaglie.

Nel l944-45 il tracollo dell’Asse riaccende l’attivismo comunista nei Pirenei, nei territori montagnosi del Sud, in alcuni centri urbani. Il litorale di Malaga vede il va e vieni di fuorusciti rossi dal Nord Africa e da altrove. Qualche limitata attività clandestina viene svolta anche da piccoli nuclei anarchici, che ora non si battono contro i comunisti, come nel 1937 fecero in Catalogna, anzi confluiscono nelle loro bande partigiane (partidas) o nelle cellule urbane.

La Resistencia Armada è voluta dal Pce sull’onda di quella che uno storico trotzkista, Francisco Moreno Gomez (“La Resistencia armada contra Franco: tragedia del maquis y la guerrilla”, Barcelona, Editorial critica, 2001) chiama la “invulnerable ideologia triunfalista” del partito, trionfalismo che durante la Guerra civile era stato sostenuto dall’indispensabilità degli aiuti dell’Unione Sovietica. Il libro di Moreno, vera e propria esaltazione della guerriglia seguita alla vittoria dei nazionali, ammette senza infingimenti che mai la lotta partigiana minacciò la dittatura; che cioè non ebbe alcun significato militare.

Né il Partito né l’Unione Sovietica sostennero materialmente la guerriglia. Lungi dal poter finanziare, l’organizzazione clandestina in Spagna del Pce esigeva dalle bande partigiane una quota dei ricavati dei “golpes economicos” (rapine a mano armata, furti, taglieggiamenti, altre appropriazioni), nonchè dei riscatti pagati dai familiari di persone rapite. “Golpes economicos” e rapimenti furono le azioni preponderanti della Resistencia, quasi mai le bande partigiane possedendo la capacità di combattere. Gli stessi atti di sabotaggio furono pochi e di scarsa importanza; se si eccettua, il 12 febbraio 1949, il deragliamento dell’espresso Barcellona-Madrid, fatto precipitare in un burrone profondo 60 metri (40 morti, oltre 100 feriti). Rivolto contro i soli civili, fu un atto terroristico che cancellò molte nostalgie rivoluzionarie.

Ben presto i capi del Pce constatarono che, mentre gli uomini dell’apparato erano animati da un’abnegazione in qualche caso eroica, il popolo dei proletari non voleva più lottare. Nelle città il controllo dei vincitori era totale. Nelle campagne i contadini non solo rifiutavano di insorgere, dopo una guerra civile crudele e perduta, ma osteggiavano i conati guerriglieri che li esponevano a rischi e a rappresaglie estremi. L’esiguo segmento popolare che dette qualche copertura e aiuto ai partigiani pagò un prezzo altissimo. La repressione non rinunciò a colpire il maquis attraverso congiunti, fiancheggiatori e puri e semplici ostaggi.

Il Partito importò in Spagna anche militanti non spagnoli, persino ucraini. Numerosi guerriglieri erano fuorusciti rientrati clandestinamente dai Pirenei. Una parte di essi avevano avuto un ruolo significativo nella Resistenza francese. Le componenti spagnole del maquis operanti in Francia nei dipartimenti più prossimi ai Pirenei pervennero, al momento del tracollo germanico, a una notevole consistenza. Al punto che il 19 ottobre 1944 i loro comandanti ritennero possibile tentare di occupare lembi di territorio spagnolo, nei quali installare il governo repubblicano in esilio, o qualcosa di somigliante a un comitato di liberazione. A capo dell’attività partigiana in Francia, poi in Spagna, si era affermato Jesus Monzon. Avvocato di Pamplona, alto dirigente del Pce, in Francia riesce ad organizzare una grossa formazione armata di comunisti spagnoli. Si dice che dopo lo sbarco in Normandia arrivi a capeggiare diecimila uomini. E’ comprensibile che, nell’aspettativa che il regime di Franco faccia la fine degli altri fascismi europei, Monzon progetti di aprirsi la strada in Spagna con le armi.

L’invasione fallisce immediatamente. Pochi giorni dopo Santiago Carrillo, coll’avallo della Pasionaria, ordina a Monzon di ritirare in Francia i suoi uomini, poi lo destituisce ed avoca a sé i suoi compiti. Successivamente il Partito condanna ed espelle Monzon, rinuncia definitivamente alla chimera di darsi un esercito quasi convenzionale e ripiega sulla guerriglia. I campi d’addestramento di partigiani e terroristi nelle regioni montuose francesi vengono camuffate come “imprese forestali”, quali la Fernandez-Valledor. Quando Monzon, catturato in Spagna, viene condannato a trent’anni invece che messo a morte, il Partito moltiplica gli attacchi al deviazionismo (avventurismo) del comandante sconfitto. Anche Heriberto Quinones, altro responsabile delle attività comuniste in terra franchista, finisce nelle mani della polizia. Viene fucilato.

I dirigenti del Pce in esilio, dapprima installati a Tolosa, si trasferiscono a Parigi. Secondo Enrique Lister, che al comando di una divisione si era qualificato tra i non molti buoni generali della Repubblica, quei dirigenti si trattano bene, in belle ville nei dintorni della capitale. Lui Lister vive a Lione, due stanze in un caseggiato popolare vicino alla stazione; la latrina nella scala serve a cinque inquilini. Lister sarà espulso dal Partito nel 1970. Chiusa la breve parentesi del deviazionismo di Monzon, la rete clandestina comunista in Spagna è saldamente controllata dalla triade parigina Dolores Ibarruri (la Pasionaria), Santiago Carrillo, Francisco Anton. Il quale ultimo –ha scritto Enrique Castro Delgado- “ha messo a frutto gli ultimi anni della sessualità di una isterica per fare carriera”.

Nel 1950 il governo francese decide di mettere fine al “lavoro” del Pce. Ai militanti senza spicco offre la scelta, emigrazione nell’Urss o deportazione in Algeria (i più scelgono quest’ultima). Per alcuni, come Lister, viene decretato il confino in Corsica. Circa 300 renitenti vengono espulsi. Il vertice del Partito segue la Pasionaria a Mosca.

L’agiografia antifranchista ha sostenuto che per respingere nel ’44 la forza “d’invasione” scesa in Navarra attraverso i Pirenei e diretta verso l’Aragona, avendo l’Ebro come difesa naturale, il regime dovette far accorrere varie divisioni, artiglieria pesante, stormi di aerei. Sono esagerazioni, visto che la invasione va considerata piuttosto una penetrazione. La reazione delle truppe di montagna fu sufficiente a bloccare in pochi giorni un tentativo che si giustificava solo in rapporto all’illusione che gli occidentali intervenissero subito in appoggio alla riconquista comunista della Spagna. Il generale De Gaulle, dopo avere presenziato a Tolosa alla sfilata “della Vittoria” dei partigiani spagnoli che in Francia avevano molestato i germanici in ritirata, e dopo avere proclamato che mai la Francia avrebbe dimenticato il loro eroismo, proibì che si avvicinassero alla frontiera iberica e ne ordinò la smobilitazione.

La “riconquista” era fallita soprattutto perchè in nessun angolo della Spagna il popolo era insorto contro Franco. In pochi giorni gli invasori ebbero 129 morti, 241 feriti, 218 prigionieri, più di tutte le loro perdite nella lotta partigiana in Francia. Sarebbero stati massacrati o catturati tutti se il partito non avesse mandato Santiago Carrillo ad attuare l’immediato ritiro in Francia. Sappiamo che alla disfatta segue l’abbandono di ogni velleità di affrontare sul campo l’apparato militare che aveva abbattuto la Repubblica. D’ora in poi il Partito, e alle sue spalle l’Unione Sovietica, avrebbe cercato di rivolgere contro Franco un’azione di sole bande partigiane. Tuttavia, salvo rare eccezioni, né il Pce né il Partito comunista francese, allora molto potente, né l’Unione Sovietica rifornirono di armi, materiali e denaro la “Resistencia Armada”.

Di conseguenza essa fu assai più “bandolerismo” (banditismo”) che guerriglia partigiana. Gli scontri a fuoco col dispositivo militare dello Stato, più precisamente il ricorso alle armi da parte di uomini circondati e prossimi ad essere abbattuti o catturati, furono pochi e di intensità modesta. Non numerosi gli episodi di terrorismo urbano: imboscate, attentati, assassinii di Guardie civili, di esponenti minori e simpatizzanti del regime. Prevalsero dunque i fatti di banditismo nelle campagne e, più ancora, nei distretti montagnosi. Qui le azioni partigiane tipiche erano, in ordine decrescente: rapine a mano armata in fattorie e casolari molto isolati; furti e abigeati; sequestri di persone per esigere riscatti; imboscate a pattuglie di Guardie civili; assassinii di dipendenti pubblici e di confidenti della polizia; sporadici atti di sabotaggio, specialmente a linee telefoniche ed elettriche: colpi di mano contro piccoli municipi, sedi falangiste e simili nelle località prive di presidi armati.

Tutto ciò riduce fortemente o cancella gli accostamenti alle azioni dei maquis stranieri più celebrati. I partigiani spagnoli non avevano scelta. Braccati e privi di rifornimenti, per sopravvivere dovevano rapinare, rubare od estorcere. I testi storici più favorevoli alla Resistencia sono spesso cataloghi di assalti per razziare cibo e, dove possibile, armi. Poche le rapine a banche, uffici e sedi protette. Prevalgono perciò i resoconti di azioni che fruttano viveri, più naturalmente il denaro e i fucili o gli schioppi detenuti nei casolari più sperduti. Furono aggrediti, in vari casi uccisi, cacciatori e pastori per i fucili da caccia che portavano. Le vittime preferite erano gli agricoltori agiati e i fiancheggiatori del regime, però furono sacrificati individui che non erano né fascistas né nemici di classe.

Attuata da uno Stato che aveva appena vinto una guerra civile straordinariamente aspra, la repressione della guerriglia/banditismo fu logicamente cruda. Controparte (principale, non esclusiva) dei partigiani era la Guardia civil ed essa uccideva i fuorilegge sapendo di avere licenza. I partigiani che non venivano abbattuti sul campo erano di norma condannati a morte dalle corti marziali. Ci furono decessi a seguito di torture; peraltro altrettanto numerosi furono gli atti di crudeltà dei guerriglieri/bandoleros. Secondo Aguado Sanchez, uno degli autori più citati sulla guerriglia antifranchista, tra il 1943 e il 1952 i partigiani compirono 5963 rapine a mano armata, 953 assassinii, 834 sequestri di persona, 538 sabotaggi. Gli scontri a fuoco furono 1826 e determinarono la morte di 2173 partigiani e la cattura di altri 476. Si consegnarono 546 resistenti, altri 2373 furono altrimenti arrestati. La Guardia civil e altri corpi di repressione ebbero 307 morti, 448 feriti. I reparti militari veri e propri, 27 morti, 37 feriti.

Le fonti comuniste concordano: fu nell’ottobre 1948 che il Partito si decise a mettere fine alla Resistencia. Il suo vertice venne ricevuto da Stalin, Suslov, Molotov e Voroscilov e intimato di prendere atto del mutato quadro internazionale. La Guerra fredda aveva fatto cadere ogni discriminazione dell’Occidente nei confronti di Franco. Far insorgere gli spagnoli era impossibile. La guerriglia e altre forme di lotta clandestina andavano liquidate. “Decisione al 100% giusta” scriverà Enrique Lister, all’epoca responsabile della Resistencia nell’apparato del Pce. “Se qualcosa ci può essere imputata, è di non averla presa un paio d’anni prima”. Cioè molte tragedie prima. Invece ancora nel 1946 il partito aveva dato il massimo “impulso politico” –direttive, non rifornimenti né denaro- allo sforzo guerrigliero. Il quale non si concentrò, come nel 1944, nei Pirenei, bensì nei distretti montagnosi del centro e del sud: specialmente Toledo, Cordova, Granada.

Secondo la testimonianza di Santiago Carrillo, Stalin contestò agli spagnoli che la linea del Pce, caratterizzata da “un cierto izquierdismo”, aveva accresciuto l’isolamento del Partito, il suo distacco dal popolo. Si spiega dunque che i proletari di Spagna, lungi dall’insorgere a fianco della guerriglia, abbiano dato un contributo non modesto all’annichilimento delle bande partigiane. Infatti, passata la fase iniziale in cui la Guardia civil si faceva affiancare da reparti dell’Esercito, in qualche caso marocchini -ma i risultati non furono all’altezza delle aspettative- la repressione puntò sempre più sulle cosiddette “contrapartidas” (controbande): formazioni di civili armati, soprattutto contadini, che partecipavano alle azioni antipartigiane apportando, oltre che il loro numero, una superiore conoscenza del terreno e dell’avversario; più ancora, la volontà di vendicarsi dei crimini guerriglieri.

Nel 1976 Santiago Carrillo confiderà in un’intervista a Oriana Fallaci: “non credo nel terrorismo, non credo nella guerriglia. Quest’ultima l’abbiamo fatta fino al 1949. Dopo abbiamo capito che non serviva e abbiamo rinunciato. Perché non serviva? Perché erano ancora aperte le ferite della Guerra civile. Il popolo restava traumatizzato, intollerante della lotta armata e del sangue”

Eppure ancora nel marzo 1948, quando secondo Lister il Partito avrebbe dovuto avere già posto fine alla Resistencia, Dolores Ibarruri, segretario generale, così incitava i (pochi) guerriglieri della Galizia: “Le vostre voci di speranza risuonano nel silenzio sepolcrale della Spagna franchista come un canto di trionfo e di vittoria, di gloria e di resurrezione della Spagna democratica. I vostri passi fermi e sicuri per macchie e pinete, per città e villaggi, per viottoli e sentieri, marcano il cammino della liberazione”. Ossia la menzogna, l’imbonitura, l’incitamento ad uccidere e più ancora a morire continuavano alla vigilia del contrordine di Stalin, Suslov, Molotov e Voroscilov. A quel momento gli attivisti comunisti in Spagna erano quasi tutti morti, o in carcere, o braccati “a las sierras”.

Ciò che fu la guerriglia facciamolo dire al suo principale esaltatore, Francisco Moreno Gomez, autore del già citato “La Resistencia armada contra Franco- Tragedia del maquis y la guerrilla”. Con 816 pagine è probabilmente il più impegnato dei lavori sui conati “de cambiar el resultado de la Guerra civil”. L’opera ha, insolitamente, 36 righe di dedica. Si aprono con maledizioni al “golpe militare del 1936 voluto dalla caserma, dal circolo dei signori e dalla sacrestia”, nonché alla democrazia d’oggi che “nega qualsiasi riconoscimento a tanto eroismo” (dei resistenti). Altre parti della dedica precisano la collocazione ideologica dell’opera: “Alla Spagna che avrebbe potuto essere e non fu. Ai guerriglieri spagnoli che, tra luci e ombre, si dettero a una lotta utopistica e tragica, soli e abbandonati”. Insomma, come sottolinea il prefatore Paul Preston, noto storico di parte antifranchista, “un lavoro scritto dalla passione” .

Preston peraltro, che definisce “vano si no heroico el intento’ di cambiare il resultato della Guerra”, ammette: “In nessun caso è possibile pensare che la guerriglia abbia minacciato la dittatura”. Quanto all’operazione del 1944 dai Pirenei, il prefatore britannico nota che “l’effetto sorpresa era stato azzerato dagli annunci radiofonici, in Francia e da Mosca, dai pubblici appelli all’arruolamento, dalle cerimonie di saluto agli “invasori” nei villaggi francesi dove alcuni di loro avevano fatto i partigiani, dai dispacci del Pce alla rete clandestina in Spagna, dispacci che dicevano vicina l’insurrezione popolare in appoggio all’esercito che sarebbe sceso dai Pirenei. Se anche furono 12.000 uomini, come vantò la propaganda comunista, in pochi giorni furono bloccati e costretti, i più fortunati, a ripassare la frontiera. A stare ai deliberata del Comitato centrale del Pce (Tolosa 5-8 dicembre 1945), la guerriglia, nonostante gli insuccessi di quasi sei anni, avrebbe potuto catalizzare una lotta di popolo capace di indebolire il regime anche a livello internazionale. “Vana illusione.” ammette Preston. Gli occidentali diventavano sempre più anticomunisti; il popolo non insorgeva. Anzi i contadini si univano in numeri crescenti alla repressione della Resistencia, a causa delle sofferenze e delle rappresaglie che provocava, visto che i guerriglieri, per sopravvivere, dovevano rapinare, e peggio. “Questo dà credibilità alle accuse del regime, secondo cui erano solo banditi”.

Fin qui il prefatore. L’autore correttamente sottolinea il carattere classista della Resistencia. “Fu l’ultima manifestazione ribelle del movimento operaio spagnolo, forgiato nelle lotte degli anni Venti e Trenta e nella Guerra civile. Quella formazione emancipatrice e quella presa di coscienza non potevano sparire con la vittoria franchista”. Anche il passaggio alla macchia di alcune migliaia di persone, i cosiddetti “fuggiti” che nella fase immediatamente seguita alla Guerra civile fecero la larga maggioranza dei partigiani, fu inevitabile: i “fuggiti” avevano aspri motivi per temere la vendetta dei vincitori.

Il regime, argomenta Montero, ha presentato i guerriglieri come volgari rapinatori. “E’ certo che rapinavano e rubavano perché mancavano di rifornimenti, però nella guerriglia si svolgevano attività che erano ben diverse dagli atti di delinquenza: riunioni politiche, giornate di discussione ed educative, insegnamento agli analfabeti, istruzione nell’uso delle armi e degli esplosivi, visite di dirigenti, attività propagandistiche, eccetera”.

Per Moreno i comportamenti delle forze di repressione furono sempre spietati. Cercare di rovesciare l’esito del 1939 era nobile, eroico, degno della solidarietà internazionale (che mancò in tutto). Difendere la vittoria nel 1939 e spegnere la guerriglia era violenza, sterminio, fascismo. Data questa premessa, talune ammissioni dell’apologeta della Resistencia sono significative. Per esempio la partecipazione alla lotta antipartigiana dei civili: non solo i falangisti, i dipendenti pubblici, gli ausiliari della polizia; anche grossi segmenti popolari. Montero: “Molti guerriglieri sono caduti per mano di lavoratori schierati col Regime, soprattutto nelle campagne (“fascismo rural y catolico”). Pochi gli scontri a fuoco e le azioni antipartigiane cui non parteciparono i civili. Questo fa risaltare l’ampia base sociale del Regime, pronta quando richiesta a mobilitarsi incondizionatamente e in grandi numeri”.

Solidarizzò con la resistenza solo la frangia più motivata, nel senso dell’estremismo, di ciò che restava del movimento operaio e contadino. Il grosso degli spagnoli accettavano ormai il regime. Talmente tormentati dai ricordi della Guerra civile da odiare e persino uccidere coloro che tentavano di rovesciare il verdetto del 1939. Se questa era una realtà generale che avrebbe dovuto sconsigliare l’avventura tanto spesso suicida della resistenza, più specifiche sono secondo Montero le responsabilità di chi fece mancare ai partigiani i mezzi materiali per sopravvivere. “La guerriglia fu un esercito senza intendenza. Tutto ciò che serviva doveva venire da rapine, estorsioni e sequestri di persone”. Nell’opera di Moreno sono frequenti le asciutte menzioni degli assassinii che tutto ciò a volte comportava.

Eloquenti, peraltro, gli addebiti dell’autore a coloro che lanciarono la Resistencia. “Per di più fu un esercito senza sanità. Quando si lanciò la guerriglia si assegnarono incarichi militari e politici; sanitari nessuno. Il Partito non trovò medici disposti ad andare alla macchia. Molti partigiani morirono di polmonite, di appendicite, d’essersi gettati in acque gelide per salvarsi, di cancrena per ferite mal curate, di tubercolosi. Andare nello studio di un medico era impossibile. Nel 1945 in un paese vicino a Càceres il partigiano “Castillo” arrivò sul tavolo operatorio di un medico ma vi morì, mentre il medico finì in carcere. In genere i medici rifiutavano di affrontare rischi gravissimi. Così per le ferite da pallottole non c’era altro trattamento che acqua e sale -l’alcool era un lusso- oppure aceto o infuso di timo e simili. Per bende, lembi di camicie. Il partigiano “Veneno” dovè tagliarsi un osso con una tenaglia e pezzi di carne con un coltello da cucina”.

Pur denunciando il crimine d’aver mobilitato un’armata partigiana senza darle rifornimenti, servizi di sanità e altri appoggi vitali, il nostro storico giudica coerente coi fini generali della lotta al fascismo il lancio della Resistencia. “Incoerente sarebbe stato il contrario: rinunciare perchè il Caudillo sopravviveva alla fine di Mussolini e di Hitler”

Alcuni partigiani furono espulsi dalla Francia dopo che vi si erano messi in salvo. Tra i motivi delle espulsioni, trattandosi di uno Stato che non usa estradare, dovette probabilmente essere la gravità dei crimini comuni commessi in Spagna. “Pone interrogativi” ammette Moreno “il comportamento molto violento di alcuni partigiani che giustiziarono delatori o figuri del regime. Non si tratta di giustificare, si tratta di comprendere. Uomini braccati da ogni parte, che ogni giorno si attendevano di cadere, i cui nemici peggiori erano i confidenti e i delatori più ancora delle guardie. In realtà i guerriglieri (…) erano schegge della violenza scatenata negli anni precedenti”.

La Resistencia, conclude il suo cantore, “fu una tragedia nel senso classico della parola. Si può anche definirla utopia, lotta senza speranza, gesto di pura testimonianza. Il concetto di tragedia greca implica la consapevolezza della finale sventura. Di un destino funesto, ineludibile, che il protagonista accetta per amore di una causa. Un ideale etico fa sì che la tragedia non sia inutile. Cronaca di una morte annunciata fu la guerriglia antifranchista. Presto i partigiani raggiunsero la certezza che Franco avrebbe vinto di nuovo. A loro, nell’isolamento e nell’abbandono in cui erano, restò solo di ritardare una morte sicura. Le democrazie occidentali avevano scelto Franco. L’Inghilterra che nel 1936 gestì il Non Intervento, facendo cadere la Repubblica, fu la stessa che lasciò fallire la guerriglia. Però quest’ultima fu lasciata sola anche dall’antifranchismo legale”.

Anche perché ad una repressione soverchiante andava “la complicità di una gran massa schierata col regime e che si sentiva vincitrice”. In queste ultime parole testuali è, da parte dell’autore che più ha esaltato la Resistencia- l’attestazione che la “gran massa”, cioè il popolo, avversò fattivamente la causa partigiana. Accettando per sconfiggerla i rischi più gravi: abbiamo visto l’ammissione sulla “particolare violenza degli uomini braccati da ogni parte”.

Naturalmente quasi nessuno pensa che siano state le rapine, estorsioni, esecuzioni, rappresaglie ed altre ferocie degli anni Quaranta e Cinquanta a determinare in Spagna la transizione alla democrazia. Gli stessi storici antifranchisti non si esimono dall’obbligo di menzionare, quanto meno per accenni, le molte azioni indegne dei partigiani, in generale presentati in una vivida luce d’eroismo. I giustificatori della guerriglia fanno proprie le categorie del comunismo internazionale dell’epoca, “Mundo Obrero” (organo del Pce in esilio) in testa. Pertanto la repressione attuata dallo Stato era tutta “barbaro terror”, “violencia represiva y arbitraria”, “crimenes de Franco”, “asesinatos sin previo aviso” e simili. Lo Stato non avrebbe dovuto reprimere per difendersi e per difendere la popolazione, ormai desiderosa di pace e di ordine. Invece l’opposizione armata era solo portatrice di ideali, di valori, di diritti. Tutti o quasi tutti “valenti guerriglieri”, “lottatori per il comunismo”, “autentici democratici”, molti dei quali “con solida formazione operaista”.

Resta che fu una resistenza futile, fatta di sole sconfitte. Rarissime le azioni con qualche carattere militare. Tutto ciò che la guerriglia riuscì a fare fu di uccidere poliziotti, e cercare -invano- di difendersi. Mai portò una vera offesa allo Stato. E’ certo invece che per esistere dovette delinquere in grado estremo. Farsi banditismo. Peraltro il “bandolerismo” spagnolo ha origini molto antiche, e divenne virulento ed endemico nel secolo XIX, sottoprodotto delle guerre carliste.

Se rapine, estorsioni, furti e sequestri di persone furono le vie maestre della Resistencia, numerosi furono i suoi sentieri secondari: soprattutto gli assassinii di civili aderenti al regime o, peggio, fiancheggiatori della repressione. Tuttavia molti cittadini furono uccisi o feriti semplicemente perchè possedevano armi, soprattutto fucili da caccia, di cui i guerriglieri avevano un bisogno disperato. Si è affermato, non si sa con quanto fondamento, che nella sola regione tra Malaga e Granada le vittime totali del “bandolerismo” furono quasi 500. Ma certi crimini partigiani colpirono anche i compagni di lotta. Non si posseggono statistiche attendibili, però è certo: furono parecchi i guerriglieri giustiziati dai loro compagni. Tra i motivi primeggiava il sospetto di intelligenza col nemico. Si sostiene che nel 1950 il capo guerrigliero “Roberto”, operante nel territorio di Granada, mise a morte un decimo dei propri seguaci, anche per “salvare la disciplina”. Non mancarono le eliminazioni per fatti di donne. Secondo lo storico Moreno, il partigiano Juan Castro Santiago “El Boy”, alias “Juanillo el Manco”, fu ucciso dai compagni per avere fornicato con la contadina di un casolare presso Bailén, dove la banda si nascose per sei mesi. Anche la partigiana Rosa Padilla Pulido fu ammazzata nel 1949 da mano “amica”. Di questo “oscuro episodio”, dice lo storico Moreno, non si conoscono le ragioni. Tuttavia era stata compagna del partigiano “Panza Alegre”, che si era consegnato alle autorità tre anni prima.

La resa e persino la trasformazione di numerosi partigiani in attivi collaboratori della Guardia civil, partecipanti di persona ad azioni antiguerriglia, costituirono una costante preoccupazione per la Resistencia. Nell’area Toledo-Ciudad Real-Granada il comandante della Guardia civil Eulogio Lima riuscì ad annientare la guerriglia guadagnando la collaborazione della maggior parte degli uomini arrestati. Quasi certamente fece ricorso alla tortura quando necessario, tuttavia i risultati furono troppo brillanti per poter essere ascritti alla sola crudeltà. Per indurre a tradire fu utilizzata anche la clemenza: per esempio si dettero aiuti materiali alle famiglie in miseria dei partigiani pentiti. La condizione di questi congiunti era quasi sempre drammatica; così come terribili erano le sofferenze dei guerriglieri feriti o ammalati e, ancora, di quelle (non molte) partigiane o compagne di partigiani che partorivano alla macchia, anche negli inverni durissimi delle montagne spagnole, mentre erano braccate. Pochi neonati sopravvissero.

La repressione inevitabilmente infierì, anche con torture e intimidazioni, su familiari e complici dei fuorilegge. Questi ultimi si vendicavano su persone vicine ai poliziotti e ai traditori. Un delatore fu impiccato dai guerriglieri cinque anni dopo averli denunciati. E la condanna a morte, decretata dal loro Comando, di tre guardie civili che si erano lasciate sopraffare dai guerriglieri senza lottare lasciò otto orfani.

Questo fu la resistenza antifranchista. Invece di indebolire il Regime lo aiutò ad acquistare il controllo assoluto del paese. Persino i proletari che erano stati repubblicani si allinearono, in cambio della pace, della legalità e di una pur lenta liberazione dalla miseria (i progressi dell’economia erano già cominciati quando ancora agivano le ultime bande partigiane). Si può anche ipotizzare che senza le tragedie della guerriglia e della repressione il franchismo sarebbe durato un po’ meno.

Le perdite dirette dei partigiani furono terribili: abbattuti sul posto, fucilati dai plotoni d’esecuzione, sgozzati dalla garrota. Quanti furono i morti non è mai stato accertato. Il Moreno dà 620 partigiani uccisi tra il 1939 e il 1952 nelle sole regioni di Andalusia, Estremadura e Mancia. Il bilancio complessivo dei caduti partigiani potrebbe sfiorare o superare i 2000. Lo storico Francisco Aguado Sanchez sostiene di avere ponderato i dati sia di parte rossa (Lister), sia di quella nazionalista (Munilla) nel concludere che nel decennio 1943-52 i guerriglieri compirono quasi mille assassinii, 834 sequestri di persona e circa 6000 rapine. Gli scontri armati con la Guardia civil furono 1826 (sappiamo che in genere l’iniziativa d’attacco la prendevano i poliziotti; i partigiani non ne erano in grado contro reparti armati). Secondo questa fonte, i morti guerriglieri furono 2173, quelli delle forze dell’ordine 307. Queste cifre non terrebbero in conto i caduti della “invasione” dai Pirenei dell’ottobre 1944. Una delle spiegazioni dell’incertezza su quanti furono i caduti partigiani è che l’antifranchismo “si vergogna” della Resistencia, oppure ne è imbarazzato. Finora non solo gli storici, anche romanzieri, registi e autori di teatro hanno evitato il tema. Stanno alla larga da un “maquis” tanto fallito. Irresponsabile, smisuratamente doloroso epperò inutile.

Un certo numero di intellettuali di sinistra esaltarono la lotta guerrigliera. I più noti Max Aub, Francisco Giner de los Rios, Luis Bunuel, lo storico Tunon de Lara, Pablo Picasso, Rafael Alberti, Alejandro Casona. Ma furono esaltazioni di allora, nell’ardore della lotta o nell’euforia della vittoria alleata. Oggi gli intellettuali di sinistra, come accanitamente denunciato dal più volte citato Moreno, parlano d’altro. Non sono in grado di sminuire le responsabilità dei vertici del Pce per avere lanciato una guerriglia senza speranza. Certamente il “maquis” spagnolo non poté più avere prospettive dopo che si profilò la Guerra fredda, già nell’aprile 1945, e che l’Occidente mise fine alla collaborazione bellica coll’Urss. Il giorno stesso del funerale di Roosevelt, il successore Harry Truman constatò che l’alleanza era finita ed avviò una generale strategia anticomu nista. Ci volle Stalin per farlo capire alla Pasionaria e ai suoi, quasi quattro anni 

 

 

 

GERMANIA SPERANZA D’EUROPA

MA PER UN MILLENNIO DISUNITA

 

 

 

Facciamo bene a vedere nella Bundesrepublik la nazione che un giorno guiderà le altre nel fondare la Patria europea. Se non la Germania, chi?

Nessun popolo meriterà di più. Non quello britannico, che si sente mezzadro degli Stati Uniti e meglio farebbe a chiedere d’essere annesso, anche per liberarsi di una monarchia stucchevole. Non quello francese, che nei due secoli seguiti all’occaso del sogno napoleonico mai seppe smettere smanie e ubbie belliciste. Non la Spagna e l’Austria, ridotte a periferie. Non l’Italia governata dai Proci. Non alcuna delle altre stirpi che nel passato ebbero parentesi di grandezza -la Polonia/Lituania si estese dal Baltico al basso Danubio- ma oggi non hanno nulla da insegnare.

Non per il turgore del Pil ammiriamo la Germania, bensì per la forza immensa del suo retaggio. Per quanto ha dato alla civiltà occidentale, pur nell’orrore del dodicennio di Adolf Hitler. E’ la Germania che salverà l’Occidente dalle aberrazioni ultracapitaliste e iperconsumiste di tutte le Abu Dhabi del pianeta. Dovrà essere il Mosè collettivo dell’andare verso la terra promessa, l’Europa unita, unita quanto meno a Nove-Dieci.

Tuttavia ricordiamoci che tra tutte le grandi stirpi quella germanica ha la storia più ingrata, dal punto di vista della propria unità. Prima del Reich bismarckiano uno Stato della Germania intera non esistette. Esistette un impero tedesco che nominalmente sovrastava su una congerie di potentati, dalla vasta Baviera all’Analt di Koethen (da non confondere coll’Analt-Dessau), all’abbazia di Salmansweiler, che essendo sovrana nel suo territorio mandava un contingente di 12 uomini quando l’Imperatore chiamava (e quando l’Abate riteneva di ubbidire).

Solo episodicamente l’Impero dominava sui potentati. Era una struttura maestosa, non una patria. Un vero Stato tedesco sorse nel 1871 (trionfo sulla Francia del secondo Bonaparte), ma solo la disfatta del 1918 cancellò in Germania le ventisei “potenze parziali” ancora esistenti, capeggiate da Baviera, Sassonia e Wuerttemberg. Ancora nel 1918 ciascuna di esse aveva un governo e un esercito, solo che obbedivano a Berlino. Risulterà dunque sviante e ludico credere che nell’anno 9 di Cristo le legioni di Augusto furono fermate “dalla Germania”, impersonata da Arminio vincitore delle cinque legioni di P.Quintilio Varo. Il grande Arminio è giustamente onorato come il primo vittorioso generale tedesco. Però non fondò nemmeno un proprio stato parziale, anzi tre anni dopo fu ucciso da suoi sudditi. Passeranno circa nove secoli perché si configurasse un regno teutonico dominato dalla casa di Sassonia.

L’effettivo potere statuale apparteneva ai grandi ducati: la Sassonia, tra il Reno e l’Elba inferiore; la Franconia, più a sud; Alamannia o Svevia, sull’alto Reno e sull’alto Danubio; Baviera, che si estendeva fino al regno italico e alla Pannonia. Si aggiungevano varie marche nello spazio bavarese. E c’era la Lotaringia, di un Lotario sovrano carolingio. Il primo “re teutonico”, il sassone Enrico I, riuscì a consolidare la struttura dei ducati e degli ‘stati’ minori. Ma solo in qualche misura si può sostenere che egli e gli Ottoni suoi successori dettero vita a una compagine tedesca. Venivano incoronati re ad Aquisgrana, la capitale prediletta da Carlo, dall’anno 800 sacro romano imperatore. Quando i re ‘di Germania’ diventavano imperatori (spesso, non sempre) essi superavano gli altri alti signori tedeschi per rango e prestigio, assai meno per concreta potenza. I popoli p.es. di Sassonia o Franconia non si sentivano necessariamente solidali rispetto agli altri dello spazio germanico.

Ottone I il Grande, figlio di Enrico, fece sforzi intensi per stringere a sé i ducati, ma spesso le rispettive aristocrazie riluttavano. Meglio collaborarono i vescovi e le grandi abbazie: infatti furono premiati in vari modi, cominciando dalla fiscalità. Nell’assieme i re sassoni conseguirono risultati non esigui, quindi furono in grado di contenere ad Est l’aggressività di Slavi e di Ungari: lo provano il fiorire di castelli nelle loro terre e le dure sconfitte inferte in particolare ai magiari (955 d.C.). Gli imperatori della casa di Sassonia, pur non conseguendo un pieno potere sui principi che si federavano per eleggere i re di Germania, esercitavano non poca autorità. In ogni caso segnarono una fase di affermazione della germanità nell’Europa centrale.

Grandi re sassoni

Alla morte di Corrado di Franconia i duchi elessero l’energico sassone Enrico l’Uccellatore. Dopo diciotto anni gli succedette il figlio Ottone il Grande, il quale rafforzò notevolmente il ruolo dell’imperatore, sul modello di Carlo Magno. Tra l’altro egli inaugurò le calate germaniche su Roma, fatte per ottenere l’incoronazione imperiale per mano dei pontefici, oltre che per ribadire l’alta autorità dei successori di Carlo Magno sui detentori del potere romano. In quella fase la Chiesa accettava la primazia imperiale; l’opposto sarà con il maggiore degli imperatori di Svevia, quel Federico II che il papa scomunicherà e dichiarerà deposto.

La pace tra il potere di Roma e quello dei re tedeschi non durò più di centocinquant’anni; poi emersero evidenti i limiti dell’autorità imperiale. Essa non si era affermata quale autentico governo dei tedeschi. La giurisdizione del re di Germania si fondava essenzialmente sui dominii propri e sul buon volere dei duchi, margravi ed altri vassalli. Non per niente una delle imprese militari di Ottone II, una spedizione marittima contro i pirati musulmani del Mediterraneo, fallì. Quando l’imperatore morì, a vent’otto anni, il breve controllo germanico su quel mare finì.

Ottone II aveva sposato Teofano, figlia dell’imperatore bizantino. Essa fece l’energica reggente per conto del figlio treenne Ottone III. Nell’anno Mille questo Ottone ordinò grandi onori a Carlo fondatore del sacro romano impero. Poco dopo morì a ventidue anni. Non aveva fatto in tempo a compiere alcuna opera di rilievo.

Risorsero le divisioni dovute allo spezzettamento feudale. Molti baroni non riconobbero gli eletti all’impero. I feudi divennero ereditari e si frazionarono ad ogni generazione. La struttura portante del regno tedesco si indebolì a lungo termine. A metà del secolo XI la Germania perdé il grado di coesione che si era affermato nei decenni precedenti. Divamparono le lotte in Sassonia, Baviera e Svevia. Vari signori feudali sfidarono gli imperatori, compreso il grande Federico I Barbarossa. Papa Gregorio VII costrinse l’imperatore Enrico IV a sottomettersi e a implorare perdono a Canossa (1077). Sei anni dopo l’imperatore che era stato umiliato si vendicò, prendendo Roma. Il pontefice morì esule presso i Normanni di Salerno.

Federico I Hohenstaufen, re di Germania nel 1152, è un sovrano e un organizzatore di forte tempra. C’è chi sostiene che nel Medioevo fu pari a lui solo Enrico Plantanegeto, re d’Inghilterra. Prima di salire sul trono inglese, questo Enrico era stato duca di Normandia, d’Angiò, del Maine e di Turenna, nonché signore d’Aquitania in seguito alle nozze con Eleonora, erede del grande feudo aquitano.

Le coalizioni avversarie che Federico I suscitò furono degne di lui. Il papato innanzitutto, per le investiture; e i Comuni italiani che a Legnano lo sconfissero duramente. Federico finì col venire a patti col papa: a Venezia dovette tenere la staffa ad Alessandro III. E con la pace di Costanza fu costretto a riconoscere i diritti dei Comuni. Federico Barbarossa fu inviso a molti storici e agli italiani in generale: distrusse Milano. Tuttavia fu valoroso come sovrano e come uomo. Morì crociato, annegando in un fiume della Cilicia.

Il secolo XII vide, oltre alla conferma della strutturale debolezza interna del potere imperiale, anche l’allargarsi dell’espansione germanica nell’Europa centrale e orientale. Fu l’ultimo splendore dell’impero, riconosciuto anche dai principi slavi. Federico I volle le nozze del figlio Enrico VI, padre di Federico II il Grande, con Costanza d’Altavilla erede del regno di Sicilia, regno che andò ad aggiungersi ai territori di diretta sovranità dell’impero. Ma anche i piani grandiosi di Enrico VI furono cancellati dalla morte. Contro il figlio che non aveva compiuto due anni insorsero la Renania, la Westfalia, la Toscana, persino la Sicilia. Filippo di Hohenstaufen, fratello di Enrico, tentò senza successo di cingere la corona imperiale. Un decennio di guerra civile avviò l’eclissi politica della Germania.

La grande parentesi degli Ottoni, pur non realizzando l’unificazione dello spazio tedesco, vide il rafforzamento del prestigio germanico su scala europea e mediterranea. L’effettiva supremazia valse solo in Germania e in Italia. Al di sotto dell’alta autorità imperiale le sfere di governo territoriali ed ecclesiatiche si rafforzarono incessantemente. Ancora una volta i potentati interni all’impero risultarono sempre più autonomi rispetto alla sovranità dei re di Germania. Il regno era povero di coesione interna, e frequentemente lacerato da conflitti di matrice feudale. Si delineava l’aspra contrapposizione tra la monarchia civile e quella teocratica.

Federico “stupor mundi”

L’opera di Federico II Hohenstaufen, il più grande principe del Medioevo europeo, si riassumerà soprattutto nel contrasto alla dilatazione dell’assolutismo pontificio. Questo però circoscrive e sminuisce alquanto la poliedrica missione di questo imperatore “stupor mundi”. Uno dei non pochi paradossi della storia tedesca: il maggiore tra gli imperatori germanici trascurò il suo regno tedesco, così contribuendo ad indebolire la coesione nazionale.

Nato in Italia, a Jesi nei pressi di Ancona(1194), visse soprattutto a Palermo e in Puglia. Fu proclamato re di Germania che aveva due anni. Divenne re di Sicilia a quattro. Forse fece la prima visita al suo regno nel 1212, bene accolto in Svevia ma non altrettanto in altri ducati. Fino al 1218, alla morte dell’imperatore rivale Ottone, deposto dai principi tedeschi, agirono i partigiani di altri aspiranti alla corona imperiale. In prosieguo Federico riesce ad affermare il suo potere in Italia, non così in Germania. Al contrario, nel 1231 concede ai principi tedeschi il Privilegio di Worms, che di fatto li rende pressocché indipendenti. Della sovranità imperiale resta un residuo. E il regno tedesco è scosso da conflitti. L’anno stesso del Privilegio di Worms il primogenito di Federico, Enrico, alza la bandiera della ribellione. Si sottomette qualche tempo dopo, rialza quella bandiera nel 1234. Suo padre è costretto ad amnistiare i nobili che non riconoscono la sua autorità.

Federico II fu, secondo la definizione del’abate di San Gallo, lo ‘stupor mundi’: tanto la sua visione e la sua opera si differenziarono dai tradizionali retaggi medievali. Risultò abbastanza estraneo alla vita della società tedesca. Invece di cercare di fondere in unità i principati suoi vassalli, consegnò loro il paese. In pratica accentuò la divisione del regno. Il potere imperiale non era in grado di unificare una terra tedesca che non aveva mai conosciuto un’autentica coesione.

La gloria di Federico II resta, ma è universale, non germanica, Il sacro romano imperatore della nazione germanica si sentiva siciliano e pugliese. Parlava sei lingue, era attratto dalle culture che venivano dall’Oriente.

Quando finalmente parte per la Crociata, ottiene d’essere proclamato Re di Gerusalemme .

ma si è accordato col sovrano dell’Egitto. Gli storici sono quasi unanimi nell’additare in Federico l’assertore di un civiltà a venire, moderna e anticipatrice del Rinascimento italiano.

Ma quando morì, lasciò la terra tedesca più divisa che mai tra le sue articolazioni territoriali.

Peraltro la sua fu l’epoca della forte espansione verso Est. Il Baltico e altri territori di antico insediamento slavo furono acquisiti alla sfera tedesca. Ma non fu l’impero a germanizzare: piuttosto furono i maggiori ducati proiettati verso Est, in primis la Sassonia.

Se Federico fu chiamato grande fu per la geniale libertà delle concezioni e ispirazioni, piuttosto che per le azioni che condusse. Fu accanitamente contrastato da avversari implacabili: il papato innanzitutto, poi i rivali dinastici, i Comuni italiani, le città tedesche affiliate al partito guelfo, i potentati feudali e militari che non si sottoponevano alle aspirazioni ‘assolutistiche’ del nipote di Federico Barbarossa. Certamente non promosse l’unità germanica.

Per un secolo e più dopo la sua morte si favoleggiò in Germania che l’Imperatore fosse vivo in una caverna del monte Kyffhaeser, seduto a un tavolo di pietra sul quale si allungava incessantemente la sua barba. In seguito la leggenda fu trasferita sul nonno, l’imperatore Barbarossa.

In Francia e in Inghilterra i processi di unificazione e di centralizzazione furono senza confronti più vigorosi ed efficaci che in Germania. In terra tedesca si fece sentire a lungo la rivalità, per esempio, tra il Barbarossa ed Enrico il Leone, duca di Sassonia e di Baviera. Quell’imperatore riuscì ad assestare un duro colpo al suo avversario: a seguito del ricorso di alcuni vassalli sassoni lo dichiarò decaduto dai suoi possessi. Dopo un periodo di esilio, il potente duca riebbe i suoi beni allodiali, ma i domini che teneva in feudo dall’impero furono assegnati ad altri principi.

Eppure Federico I non poté cogliere quell’occasione per dilatare i domini diretti del re germanico: fu affermato il principio che il re non poteva attribuire a sé un territorio devoluto feudalmente all’impero.

In Germania non fu mai superata la frammentazione signorile, come invece avvenne in vari altri regni. Nel 1135 Alfonso VII, re di Castiglia e di Leon, poté proclamarsi ‘Emperador’ della Spagna intera, proprio in quanto i grandi feudi della penisola non avevano mai eguagliato la potenza di quelli germanici. Questi ultimi, sia laici sia ecclesiastici, non fecero che ingrandire i loro possessi. L’imperatore Carlo V non riuscirà a farsi consegnare Martin Lutero dall’elettore di Sassonia, che ospitava nella Wartburg il grande agostiniano.

Se prima del 1871 la corona germanica non arrivò mai ad imporsi sufficientemente sulle signorie indipendenti, pesarono l’antica rivalità tra le dinastie sveva e guelfa, il principio elettivo nella successione regia, le crescenti interferenze dei papi, che a volte riuscivano a negare ai re di Germania la proclamazione imperiale a Roma. In una parola, prima di Bismarck in Germania non sorse mai una vera monarchia nazionale. Al contrario, alcuni ‘principi parziali’ pervennero al rango di medii sovrani.

Tramonto degli Svevi

Il trionfo di questi ultimi non fu completo se non dopo la rovina degli imperatori svevi, passata la metà del Duecento. Ma già con Federico II (morì nel 1250) era risultato che l’autorità del sovrano dipendeva dalla propria potenza territoriale, cioè dall’entità del suo patrimonio, nonché dal continuo patteggiamento coi principi. Quando Enrico, primogenito di Federico II, si ribellò al padre, il potere imperiale si sfaldò. L’elezione del re di Germania si confermò prerogativa dei sette principi elettori: gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, il re di Boemia, il margravio di Brandeburgo, il duca di Sassonia, il conte palatino sul Reno. I possessi dei sette Elettori divennero di fatto Stati che si allargarono sia con aggregazioni feudali, sia con mezzi militari.

Dalla morte di Federico II all’elezione di Rodolfo d’Asburgo si ebbe il cosiddetto “interregno” nel quale le prerogative imperiali furono strumentalizzate ai fini delle fortune di alcune grandi casate: gli Asburgo che si appropriarono stabilmente dell’impero, i Lussemburgo che divennero re di Boemia, e i sette elettori di cui l’imperatore risultò il capo solo simbolico. L’aristocrazia minore e le città più prospere si collegavano in leghe per resistere alla potenza dei principi e a volte degli imperatori.

Le dimensione delle aree politiche variavano molto: da quelle piccole della Germania centrale a quelle vaste dell’Est e del Sud. L’impero della seconda metà del XV secolo sarà un vasto aggregato che comprende anche l’Austria, la Borgogna, la Boemia e, ancora per poco, parti della Svizzera; in più molte centinaia di piccole signorie (nobili, cittadine, ecclesiastiche), nonché gli ordini militari.

La dinastia Hohenstaufen finì coi successori immediati di Federico II: Corrado IV, morto nel 1254; Manfredi, bastardo, nato da Federico II e da Bianca Lancia (si favoleggia che l’imperatore la tenne prigioniera nel castello di caccia che fece costruire a Gioia del Colle, sulla Murgia pugliese (Manfredi morì nella battaglia di Benevento, nel 1266); Corradino, figlio di Corrado IV, fu fatto decapitare adolescente da Carlo d’Angiò re di Napoli.

Nella storia propriamente germanica il cosiddetto “grande Interregno” fu anche la lotta tra vari pretendenti alla corona imperiale: Guglielmo d’Olanda, Riccardo di Cornovaglia, Alfonso X di Castiglia.

Il sec.XIII vide la ripresa dell’espansione germanica delle terre slave. Sappiamo che essa non fu condotta da un potere imperiale sostanzialmente debole, ma dai grandi vassalli tedeschi dell’Est, i margravi di Brandeburgo e i duchi di Sassonia. Non si trattò solo di conquiste politico-militari. Anche di autentica colonizzazione. Gruppi compatti di tedeschi, più evoluti e scolarizzati che le popolazioni slave tra le quali si insediavano, dettero vita ad autentiche cittadelle di germanesimo. Furono efficacemente aiutati dagli ordini militari tedeschi. In Ungheria i coloni tedeschi furono chiamati da re Bela IV; il paese richiedeva d’essere ripopolato dopo le devastazioni mongole. Ancora più incisivo fu l’arrivo di tedeschi in Boemia, incorporata nell’ecumene imperiale germanico sin dalla fase carolingia. I tedeschi non facevano solo gli agricoltori: in realtà rappresentavano un ceto dirigente che prese a dominare il regno.

A partire dall’inizio del XIII secolo le città portuali di Lubecca e di Brema-Amburgo allargarono i traffici e l’influenza sulle etnie pagane del Baltico, cominciando dalla Livonia. Nel 1202 nacque l’Ordine dei Cavalieri Portaspada, modellato su quello degli Ospedalieri; si rafforzò fondendosi con i Cavalieri Teutonici. Le etnie locali si opposero strenuamente, ma furono sgominate e le regioni baltiche vennero germanizzate.

Con la caduta degli Hohenstaufen e con la decadenza dell’idea imperiale, la Germania piombò in una fase di anarchia. La dignità imperiale risultò più onorifica che operante. L’ncoronazione del discendente di Carlo Magno sfuggì al papato, divenendo un’investitura laica. La corona passò alla casa di Lussemburgo tra il 1378 e il 1437; gli imperatori furono Venceslao e Sigismondo. Dopo, i principi elettori vollero un terzo imperatore Asburgo: Alberto II (V come duca d’Austria). Sia egli, sia il successore Federico di Stiria, furono sovrani deboli e poveri di risorse. Risultato, nacque la Confederazione dei cantoni elvetici e scemò la germanizzazione nell’Est europeo.

Invece Massimiliano d’Asburgo fu molto energico. Dopo di lui il titolo imperiale restò per sempre agli Asburgo. Sposando Maria di Borgogna, Massimiliano pose le premesse della grandezza della Casa d’Austria. Ancora oggi gli storici spagnoli chiamano ‘los Austria’ i loro sovrani prima di Filippo V di Borbone.

Quando, nel 1378, l’imperatore Carlo IV morì e gli succedette il figlio Venceslao, fu la prima volta in quasi due secoli che l’accesso al trono imperiale avveniva senza conflitti. Venceslao era già re di Boemia e vicario del padre al vertice dell’impero. Ma, nota lo storico Laffan di Cambridge, “le difficoltà che incombevano su un monarca tedesco si dimostrarono superiori alle sue capacità, peraltro notevoli. Sembra inoltre che coll’avanzare degli anni Venceslao si dedicasse troppo alla caccia e al bere. Divenne squilibrato e violento, rinunciò a governare una Germania agitata dai conflitti tra i potenti. Più volte i grandi vassalli lo minacciarono di deposizione. L’anarchia fu aggravata dallo scontro tra pretendenti alla tiara pontificia.

Per mancanza di risorse proprie l’imperatore non era in grado di imporre i suoi programmi di razionalizzazione degli affari tedeschi. Nel 1394 Venceslao fu persino catturato e tenuto prigioniero per un certo tempo; la Germania restò senza sovrano. Nel 1400 Venceslao fu deposto. Gli succedette Roberto III del Palatinato, il cui regno fu un fallimento; morì nel 1410. Per le divisioni tra i principi elettori, nell’autunno 1410 la Germania ebbe tre re: finalmente fu eletto Sigismondo, il più capace tra gli imperatori che precedettero Massimiliano I. Era anche crudele: in ogni caso fu costretto ad essere amico di chiunque gli fornisse le risorse che non possedeva.

Più che mai la Germania non ebbe un governo. Chi era eletto re mancava di una capitale, di un esercito e di un vero bilancio. La Germania restava un aggregato di autorità autonome, non retto da un centro, ma da un sistema di accordi e di alleanze. La Chiesa, divisa da contrasti, non poteva contribuire alla coesione nazionale. Non mancarono le parentesi di guerra guerreggiata. L’imperatore Federico III si astenne dal visitare la Germania per ventisette anni.

Non si contarono i contrasti tra i principati e tra loro e le città libere, nonché le lotte tra i ceti sociali. Nell’assenza pressocché perpetua di un potere centrale, numerose contestazioni degeneravano in guerre. Con migliaia di soggetti indipendenti -feudatari laici, feudatari ecclesiastici, città mercantili (alcune ‘libere’, altre no)- e con varie aggregazioni ed alleanze, i conflitti su una quindicina di secoli dalla fine del dominio romano non si possono contare, così come non si possono contare le stelle del cielo. Gli storici del tardo impero tedesco non parlano di ‘Via Lattea’ di entità autonome?

A proposito di scontri tra città, si segnala il trattato di Lauf per il quale nel 1453 Alberto Achille di Hohenzollern cedette contro molto denaro le sue conquiste militari ai danni della ricca e potente Norimberga, la quale aveva capeggiato con Augusta e Ulm una lega di trentuno città. La ‘guerra delle città’ restò una pietra miliare: dimostrò tra l’altro che erano incapaci di federarsi stabilmente contro le prevaricazioni dei principi.

Frammentazione anzi nebulizzazione

A questo punto è più chiaro perché uno Stato nazionale tedesco nacque solo nel 1871, e perché si unificò compiutamente solo con la repubblica di Weimar, nel 1919. Le componenti di tale repubblica non erano più sovrane, laddove lo erano ancora in qualche misura gli Stati che Bismarck federò strettamente. I millecentodiciannove anni che trascorsero tra l’elevazione imperiale di Carlo Magno e la Repubblica di Weimar dimostrarono ad abundantiam l’avversione dei paesi germanici a fondersi in unità. Solo nel 1938 l’aggressivo Terzo Reich hitleriano fu in grado di inglobare l’Austria (come Ostmark), in aggiunta alle terre boeme e morave che storicamente erano state parte dell’ecumene germanico.

Tra l’altro la sconfitta assoluta del 1945 ha dato alla Germania un’inedita unità etnica. Il rimpatrio forzoso dei tedeschi della Polonia, della Prussia orientale, dei Sudeti, della Transilvania e dell’Ungheria ingrossò la popolazione del 1945.

Lutero

Si usa pensare che il trionfo della Riforma fu asserzione forte della germanità. E’ certamente vero che Martin Lutero fu il conduttore della rivolta della sua stirpe contro le turpitudini presenti e passate della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una logica religiosa e non politica, logica che aveva più volte agito fuori del contesto tedesco, particolarmente in Francia, Inghilterra, Boemia.

Il successo luterano rafforzò il sentimento nazionale tedesco, che nei secoli precedenti sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque. Tuttavia la Baviera, l’Austria e altri territori dell’impero germanico respinsero la Riforma, e questo non poté certo contribuire a unire la nazione. Oltre ai principati che restarono fedeli alla Chiesa romana, ci furono regioni -Palatinato, Assia, Brandeburgo- in cui si diffuse anche il calvinismo.

Seguirono secoli inerti o drammatici per la Germania. La Guerra dei Trent’anni infierì nelle terre tedesche senza peraltro suscitare slanci vitali. Laddove inglesi, francesi, olandesi, iberici si lanciarono alla conquista dei continenti e all’espansione dei traffici oceanici, la società tedesca si limitò a gestire posizioni guadagnate in passato. Non spedizioni nel Nuovo Mondo, in Asia o in Africa; non imprese dei navigatori; non forti dinamismi mercantili. I commerci e le esplorazioni avevano fatto grandi i portoghesi e gli spagnoli, per non parlare le lontane stagioni degli italiani.

I tedeschi furono assenti da tutto ciò fino alle acquisizioni coloniali e navali della fase guglielmina, a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando Bismarck, che non sentiva l’imperialismo oceanico, uscì dal gioco politico tedesco. Aveva dovuto fare qualche concessione alle spinte espansive generate dalla crescita impetuosa delle industrie nazionali.

L’imperialismo coloniale tedesco fu un’esperienza senza futuro, proprio mancando di spessore storico. Le conquiste in Africa, nel Pacifico, persino in Cina andarono tutte perdute: la Germania, a differenza di altre stirpi, non si era protesa verso il mondo tra Cinquecento e Settecento. Insomma l’espansionismo germanico fu condizionato dall’ossessione della spinta terrestre verso Est.

La Germania restò ferma quando l’Europa si protese oltre i mari. I programmi navali dell’ammiraglio von Tirpitz vennero tardi, e in più suscitarono la reazione implacabile degli interessi britannici. Prima del tardo secolo XIX la Germania parcellizzata non poté né volle aprirsi un fututo globale. Sono impressionanti, a visitare chiese e monumenti, specie in provincia, le testimonianze che offrono sulla biografia degli illustri scomparsi. Molta araldica, spesso al di là delle appartenenze autentiche; molta insistenza su questioni di rango; modestia delle imprese dei defunti commemorati. Vanti militari non sempre all’altezza delle tradizioni guerriere. Memorie di una società, nei secoli XVII e XVIII, senza ambizioni alte e con pochi titoli alla gloria. Tra parentesi, fu lo stesso per la letteratura tedesca del Seicento.

Napoleone

Molte cose cambiarono in Germania a valle della Rivoluzione francese e delle conquiste napoleoniche. All’inizio della tempesta la maggioranza dei tedeschi restò passiva, laddove le minoranze più reattive si entusiasmarono per le sfide poste dal fatto rivoluzionario. Poi vennero le novità aspre: non l’uomo universale stava coprendosi di gloria, come speravano gli idealisti oltre il Reno, ma il combattente francese che sotto le aquile napoleoniche umiliava tutti gli avversari, compresi quei sovrani germanici che non si erano sottomessi. Persino l’agguerrito esercito del re di Prussia era risultato troppo debole per resistere alle armate napoleoniche. Nel 1805 giunse ‘il sole di Austerlitz’: la battaglia detta dei tre imperatori, nella quale il genio di Bonaparte ebbe la meglio sui feldmarescialli austriaci e russi. Un anno dopo i francesi occuparono Berlino.

Il Corso vincitore creò in Germania una ‘Confederazione del Reno’, satellite del sistema napoleonico, la quale ridusse notevolmente il numero degli Stati sovrani tedeschi. Non fu ancora la premessa del Risorgimento germanico, tuttavia fomentò le aspirazioni di riscossa dei tedeschi aggiogati al carro francese. Poi la battaglia di Lipsia, il 13 ottobre 1813, segnò la fine improvvisa della leggenda napoleonica, suscitando l’impennata del patriottismo e la volontà di liberazione. Waterloo, col ruolo determinante dell’armata prussiana sotto il feldmaresciallo Bluecher, dette il colpo di grazia all’imperatore francese.

Quando lanciarono il movimento di lotta contro l’Illuminismo, contro la Francia e contro Napoleone, i Romantici tedeschi con ciò stesso inventarono un patriottismo germanico che prima non esisteva, oppure era altra cosa, ben più dimessa e più astratta. Si era sassoni o renani, non tedeschi. Il giovane e grande Heinrich von Kleist, discendente e antenato di feldmarescialli prussiani, trovò le parole più taglienti per ripudiare l’infatuazione volterriana di re Federico II di Prussia:

Colpite a morte! Il Giudizio universale

Non vi domanda spiegazioni”.

I Romantici non perdonavano a quel loro sovrano di non conoscere una patria tedesca, di disprezzare come ‘barbarie’ le cose sublimi che nel reame dello spirito facevano i Kleist, gli Arnim, i Goerres. Quest’ultimo additò:

Ha sconcertato Napoleone proprio il fatto di non trovare

Nei tedeschi una vera nazionalità”.

La pattuglia di testa del movimento romantico, gli Jacob e Wilhelm Grimm, gli Arnim, i Brentano, e più ancora gli Herder e i fratelli Schlegel, si votarono a cercare le scaturigini del sentimento nazionale nelle fiabe e nei Lieder del popolo. Johann Gottfried von Herder, sodale di Goethe, aveva insegnato che il concetto di poesia doveva volgersi in quello di poesia popolare. Arnim, Brentano e gli altri piegarono all’imperativo nazionale il messaggio di Herder. Precisarono: “Vogliamo essere non dei sapienti ma i vivificatori dell’anima nazionale”.

Il divino Goethe, bardo non nazionale ma universale, approvò. Il celebrato ministro vom Stein sancì che i Volkslieder avevano acceso nel popolo la fiamma della liberazione dai francesi.

Già nel 1808 Johann Gottlieb Fichte, formulatore del principio della superiorità etica dei tedeschi, aveva lanciato da Berlino le sue possenti orazioni ‘Reden an die deutsche Nation’. Anche gli Schlegel, che credevano d’essere ‘cittadini del mondo’, avevano finito coll’intuire l’inattesa cogenza del messaggio patriottico, alla vigilia del trionfo su Napoleone.

Altri cuori e menti tedesche si volsero alla ricerca del Proto-eroe nazionale. Chi se non Hermann (Arminio), principe del sottopopolo dei Cherusci, che nel 9 d.C. aveva annientato nella Teutonerwald, tra i fiumi Ems e Weser, le legioni di Publio Quintilio Varo? Arminio costrinse la Roma augustea a fermare l’avanzata in terra tedesca. Il valoroso Giulio Cesare Germanico, nipote di imperatori, tentò ancora con più legioni, ma non ebbe successo.

Si spense presto il destino di Arminio quale condottiero dei Germani: fu ucciso dai suoi. Questa fine da sola rafforza simbolicamente il dubbio di cui all’inizio della nostra riflessione: solo la Germania potrà condurre la marcia dei popoli verso la Terra promessa, verso la patria Europa. Però ha impiegato diciannove secoli dalla conquista romana per unificare se stessa. E lo ha fatto per il pugno di ferro di uno Junker prussiano, Bismarck, poco amato dal suo popolo. Fece nascere il Secondo Reich dove non esisteva che una onorevole lega di sovrani parziali, parecchi dei quali arcivescovi e abati. Solo la sconfitta del 1918 cancellò gli Stati semisovrani che nel 1871 erano sopravvissuti alla proclamazione del Reich bismarckiano.

Quella che fu, dopo le sventure prussiane sul campo, l’insurrezione patriottica, leggiamolo in alcune pagine dello storico Golo Mann, figlio del sommo Thomas, nipote di Heinrich fratello di Thomas. Anche Golo come il padre era un tedesco fuoruscito e inevitabilmente un po’ denaturalizzato, dunque non un nazionalista. L’opera di Golo Mann, ‘Storia della Germania moderna:1789-1959’, fu pubblicata in Italia da Garzanti nel 1978.

La narrazione di Golo Mann

La Confederazione Germanica che esistette fino al 1866 (guerra prussiana all’Austria) doveva rappresentare qualcosa di simile a una Costituzione europea. La Germania era parte integrante dell’Europa, più rilevante delle altre perché considerata il cuore del Continente. Allo stesso tempo era anche meno importante perché, non essendo uno stato nazionale, non aveva tutta la forza che uno stato nazionale esercita. La Germania era troppo grande e ricca nella diversità per essere uno stato come gli altri. Unificata sarebbe stata troppo potente. Ma avrebbe potuto essere qualcosa di meglio: tutelatrice dell’Europa, inattaccabile ma non temuta, incapace di espansione, molteplice e soddisfatta, dedita alla scienza, all’educazione, alla cultura.

Una bella idea: ma artificiale”.

Verso il 1850 i tedeschi erano considerati ancora come dei provinciali senza esperienza: trascorrevano la vita fantasticando come metafisici e musicisti che non potrebbero mai misurarsi nella vita pratica, nell’industria, nella politica, nella guerra, coi francesi loro vicini occidentali. Una letteratura storica antitedesca vedeva già in Bismarck lo spirito nazista. Risalendo nei secoli, lo vedeva in Federico il Grande, in Lutero, negli imperatori tedeschi del Medioevo; il Terzo Reich come il prodotto logico di sviluppi secolari “.

Nel Medio Evo i re tedeschi combattevano per un impero fantastico, che superava di molto le frontiere linguistiche, mentre la Germania propriamente detta si scomponeva in un numero infinito di piccoli stati territoriali. Talora invece vediamo la nazione inveire contro se stessa e celebrare una lunga orgia di autodistruzione, come al tempo della guerra dei Trent’anni”

L’impero, detto Sacro Romano, infine Sacro Romano della Nazione germanica, non ha avuto molta importanza diretta per la storia tedesca, perché non fu mai una realtà vera. Furono tedeschi solo il regno e l’impero di Ottone I.

Ciò che sussisteva al fondo della fantasmagoria imperiale era la scissione della Germania in sovranità territoriali. L’imperatore era il più grande dei signori territoriali; niente altro. Infine l’impero fu nulla più che una pluriformità politica tedesca. Altri popoli si svilupparono a poco a poco verso l’unità. Invece la Germania finì in una pluriformità indissolubile e rigida.

Quando l’idea e la prassi dello stato moderno cominciarono a farsi strada in Italia Spagna Francia Inghilterra, in Germania non esisteva un potere centrale. Quella idea e quella prassi giovarono agli Stati territoriali, ai prìncipi, e ciò durò fino al XIX secolo inoltrato. Al momento in cui comincia la nostra storia, nel 1789, nell’impero vi erano 1789 sovranità territoriali: alcune erano veri organismi statali; la maggior parte consisteva in un paio di castelli e un paio di villaggi”.

Perché dunque la scissione politica della Germania? Forse era nei tedeschi qualcosa che li faceva aspirare alla molteplicità. La questione si porrebbe allora così: perché le energie politiche migliori furono assorbite dai principati? Risposta: l’impero fu sin dall’inizio più una creazione immaginaria che una realtà. Divenne sempre più tale, a partire dalla caduta degli Hohenstaufen”.

Il ricordo dell’impero ha ritardato lo sviluppo dello stato nazionale moderno, l’ha intralciato, infine ha contribuito a plasmarlo e a falsarlo. La nostra realtà politica si accentrava per lo più nei principati, rinunciando a ogni grande missione storica”.

Bene e male della Riforma

Un altro fatto fondamentale della storia tedesca è la ribellione di Lutero. Le lotte confessionali del XVI secolo scissero la Germania in due parti uguali. Il protestantesimo fu all’origine una questione tedesca; nacque qui. Fu impersonato da un uomo che non ebbe uguali fra tutti i maestri spirituali del tempo per la forza irraggiante e la profondità del suo animo. Il poeta, il genio della lingua, il mistico, il predicatore dalla parola seducente, il politico dall’istinto sicuro e sagace, il demagogo Martin Lutero: perchè non poté dare alla nazione una nuova unità, sia religiosa sia secolare? La situazione in cui il grand’uomo dovette agire erano terribilmente intricate. Non poteva sbrogliarle”

Ancora un volta i prìncipi risultarono gli usufruttuari della confusa rivoluzione: si arricchirono dei beni ecclesiastici predati. Ognuno di loro divenne papa nel suo territorio, anche in quelli rimasti cattolici. Stabiliva il principe di quale religione si dovesse essere”.

Siccome furono specialmente i territori tedeschi rivolti a Est -Brandeburgo, Pomerania, Prussia- che divennero protestanti, la Riforma approfondì una delle linee di separazione della Germania. Il successivo intorpidimento della rivoluzione luterana non è la sola causa del fatto che attorno al 1600 l’impero non tenne più il posto nel mondo che aveva cento anni prima. La Germania, che fino ad allora aveva partecipato a tutte le esperienze europee, non ci fu nella più grande di esse: l’europeizzazione del mondo.

I suoi bastimenti non solcarono gli oceani. I suoi commerci si restrinsero, le sue città si impoverirono, la sua borghesia si fossilizzò. Le grandi decisioni furono prese altrove. Le potenze parziali si spiarono di nascosto e questo o quel principe stese la mano su qualche città impoverita dell’impero. Nel momento in cui si realizzava la colonizzazione anglosassone del Nord America, il più grande destino della storia moderna, la Germania avviava la guerra dei Trent’anni.

Questa si aprì come un capitolo della Controriforma austriaca, come un conflitto tra gli Asburgo e gli ‘Stati’ del regno di Boemia. Terminò come guerra tra Francia Svezia e Paesi Bassi da un lato, Austria e Spagna dall’altro, con la Germania al centro e ai due lati. Ora l’impero veramente non esisteva più. Da quel momento i principi regnarono ‘lege absoluti’.

Le vittime furono, prima di tutto, la cultura e la civiltà tedesche. La Germania, che già dal XVI secolo aveva dovuto ritirarsi dalla prima linea della storia, fu da allora nella retroguardia. La sua lingua scomparve di fronte al francese. E gli scrittori tedeschi del secolo seguente, ad eccezione del divino Leibniz, hanno scarso rilievo se paragonati ai contemporanei francesi.

Delle grandi trasformazioni dell’epoca una parte minima ebbe luogo in Germania. Ma gli abati dell’abbazia presso Salmansweiler, dipendente immediata dell’impero, governavano nel 1750 come nel 1650; mandavano sempre un contingente di 12 uomini all’armata imperiale. Niente cambiò nel ducato di Naubach, salvo forse che un duca regnante aggiunse un’ala rococò al castello medievale. L’impero restava l’impero, non riformato, non adeguato, vecchissimo anzi ridicolo. Così la nazione tedesca poté immaginarsi d’essere più giovane delle altre”.

La vecchia rappresentazione della Prussia “reazionaria” dovrà essere dimenticata per quel che riguarda il secolo XVIII. Allora non era considerata reazionaria, bensì progressista e ‘filosofica’. Era governata bene da un severo monarca di professione e da una classe di funzionari fedeli. La sua amministrazione appariva razionale, la sua giustizia pronta e imparziale”.

 

 

La guerra delle potenze tedesche contro la Francia, cominciata nel 1792, si trascinò fino al 1807; poi vi furono cinque anni di ‘pace dell’Imperatore’. Sotto Napoleone si organizzarono le forme d’esistenza sulle quali la Germania si resse nel secolo XIX, persino nel XX. Egli si intromise molto negli affari tedeschi Praticamente dissolse il vecchio Impero, sostituendogli subito la Confederazione del Reno, sua satellite. Gli stati ecclesiastici scomparvero, come pure i principati e le città imperiali. Nel 1806, dopo una nuova disfatta dell’Austria, scomparve anche una via lattea di ducati e di ordini equestri nati nel Medioevo.

Più tardi Napoleone ebbe a dire che i tedeschi erano più protesi verso l’unità nazionale di ogni altro popolo europeo. Ogni uomo veramente forte avrebbe potuto porsi alla testa di 30

milioni di tedeschi. I prìncipi della confederazione del Reno sembravano legittimi, veri, avevano nomi antichissimi. Erano però creature di Napoleone. Stati artificiali -la Baviera, il Wuerttemberg, il Baden- erano dalla sua parte fintanto che era bel tempo. Lo tradirono appena il ‘sole di Austerlitz’ ebbe cessato di brillare”.

Il Risorgimento dei Romantici

Per due decenni le regioni renane appartennero alla Francia. A Colonia, Bonn, Magonza, Spira, Treviri i francesi dominavano. Non erano amati, come non lo erano a Milano, ma neppure odiati come a Madrid. Diversa la storia della Prussia in quegli anni. Si godette la neutralità (si era ritirata dalla guerra nel 1795). Per Berlino fu un’epoca intellettualmente feconda. Fu l’epoca dell’amicizia di Schiller e Goethe, quando la società berlinese raggiungeva i vertici della spiritualità borghese. Fu il grnde decennio della letteratura tedesca. Ma nel 1806-07 ci furono le disfatte prussiane e la severità del trattamento inflitto dal vincitore, Napoleone”

.

In Prussia gli uomini migliori cominciarono a sognare una guerra di liberazione. Il barone vom Stein, ministro delle finanze nel 1807-08, era un vero patriota. Per la liberazione dalla occupazione francese era pronto a sacrificare tutto ciò che aveva, vita compresa. Una ricchezza mai conosciuta di talento intellettuale irruppe da ogni angolo della Germania: i Fichte, gli Schleyermacher, gli Hegel, i Goerres, gli Arndt, i Gentz, gli Adam Mueller e i Kleist, i Brentano, gli Arnim. Cantò Geothe:

Costituirvi in nazione, voi lo sperate invano, o tedeschi

Perfezionarvi invece come uomini, lo potete più liberamente”.

A Heidelberg Goerres, intellettuale e nobile patriota, si imbatté in Clemens Brentano e nel prussiano Achim von Arnim. I tre si dedicarono allo studio del Medioevo germanico: canti popolari, favole, leggende. A Heidelberg Arnim pubblicò “Troest Einsamkeit, giornale per anacoreti”. Nacque il grande Romanticismo germanico. Grazie ai poeti Novalis, Brentano, Arnim sorse per i tedeschi una vasta area intellettuale, un laboratorio dello spirito, specificamente tedesco: espresse l’anelito risorgimentale della Germania. I tedeschi non potevano più essere cittadini del mondo come ai tempi di Kant. Avevano bisogno di lottare contro Napoleone, di sentirsi nazione, sempre però in un’ispirazione nobile, idealista, secondo l’insegnameto profondo e arduo del Fichte dei “Discorsi alla nazione tedesca”, tenuti nella Berlino occupata dai francesi. Per Fichte il popolo tedesco era al di sopra di tutti gli altri, perché solo era puro, autoctono come dice Golo Mann. Il quale aggiunge: “Ciò che Fichte diceva ai tedeschi era pura immaginazione. Ma il potente retore affascinava i suoi ascoltatori e lettori”.

Altri erano pensatori meno sottili di Fichte. Uno, Heinrich von Kleist, era grande come drammaturgo, ma era malato. Kleist odia il francese conquistatore e leva un grido penetrante

Colpite a morte! Il Giudizio universale

Non vi domanda spiegazioni!”

Questo Kleist visionario diventa così il bardo, il forgiatore del neonato nazionalismo antinapoleonico”.

La Germania contribuì al crollo di Napoleone. In terra tedesca, a Lipsia, l’imperatore fu disfatto dalle truppe prussiane e austriache. A est dell’Elba si levò una rivolta di popolo. Con la guerra antifrancese del 1813-14 i tedeschi non furono furibondi come gli insorti spagnoli. Però si scoprirono cittadini per il fatto in sé di combattere l’oppressore francese. Si illusero anche che fosse giunta l’ora di una grande nazione unita. La diplomazia europea, condotta da Metternich, non volle questo. Non lo volle nemmeno Hardenberg, il cancelliere della Prussia. Vollero semplicemente restaurare l’assetto europeo. Non proprio ciò che aveva sognato il giovane, ardente, patriottismo germanico”.

Ciò che risorse nel 1815 fu la Confederazione Germanica, un organismo federativo meglio organizzato, più corrispondente agli interessi e alle inclinazioni degli stati membri. Erano pur sempre stati sovrani, però vincolati a qualche forma di coesione. Quanto alla Prussia, si annesse le terre renane e sassoni; acquistò il peso specifico per primeggiare. Invece al congresso di Vienna le speranze dei nazionalisti spinti, impropriamente caratterizzati come ‘teutomani’, andarono deluse”.

Promosse la Patria tedesca una follia francese

Il Cancelliere del re di Prussia non sarebbe riuscito a fondare il Secondo Reich se un altro Bonaparte, dai malevoli caratterizzato come Napoleone il Piccolo, non si fosse ‘suicidato’ permettendo ai suoi consiglieri, marescialli e cortigiani di volere la guerra franco-prussiana del 1870. Naturalmente, più ancora la voleva Otto von Bismarck, il quale era un’intelligenza superiore, dunque previde l’immediato naufragio della prima Revanche francese, quella che si illuse di vendicare Waterloo (la seconda, quella del 1914, fu meno grottesca ma infinitamente più funesta per l’umanità: tre milioni di caduti solo tra francesi e tedeschi). Nel 1870 Sedan fu

invece la riscossa germanica per l’umiliazione di Jena, quando l’armata napoleonica si aprì la strada per conquistare Berlino. Nel 1870 bastarono due battaglie campali per annientare l’esercito francese.

Quel conflitto, finito nel completo disastro militare, nella caduta di Napoleone III, nella morte del Secondo Impero e nel conato rivoluzionario della Comune parigina (forse ventimila morti), fu solo in parte un’avventura dei vertici francesi. Il popolo, o meglio le minoranze attive imbevute dello spirito dei tempi, acclamò la guerra. Nei giorni che seguirono all’astuzia bismarckiana del ‘telegramma di Ems’, si sfrenò in Francia uno sciovinismo appassionato e sostanzialmente cieco. La nazione legale volle la guerra: perché era gelosa del crescere della Germania e perché credeva ancora nell’invincibilità delle armate nazionali, eredi di quelle della Rivoluzione.

Dopo il telegramma il ministro degli Esteri de Gramont, duca di Bidache, proclamò: “Sono minacciati gli interessi e l’onore della Francia. Non esiteremo a fare il nostro dovere”. Il quotidiano ‘La Presse’ declamò: “Oh Francia, nazione generosa, figlia della parola e della spada, alzati. Raccogli le armi spezzate a Waterloo!”. Il maresciallo Vaillant sollecitò l’Imperatore, che esitava: “Non troveremo più un’occasione così bella”. E il duca Persigny, altro personaggio del potere: “La Francia entusiasta seguirà l’Imperatore” (che invece era pessimista). Ancora ‘La Presse’: “Se la Prussia rifiuterà di battersi la costringeremo con la clava a ripassare il Reno, a rinunciare alla riva sinistra”. Editoriale di ‘Le Soir’: “All’insolenza della Prussia c’è una sola risposta: guerra!”.

Mentre l’imperatrice Eugenia accresceva incessantemente la pressione bellicista sul consorte, il ministro della Guerra, maresciallo Leboeuf, assicurò “Arrivare a Berlino sarà una passeggiata”. L’americano Evans, medico o dentista dell’Imperatore, annotò nel diario: “Le strade parigine sono invase da folle esaltate che reclamano si combatta. Lo stesso esige l’Opposizione”.

Solo rovesci

La guerra è dichiarata il 16 luglio 1870. Il primo rovescio avviene già il 4 agosto a Wissenburg. Il 16 agosto segue la disfatta di Froeschwiller (per i prussiani è la vittoria di Woerth). Il 2 settembre l’Imperatore, circondato a Sedan con un’intera armata, si dà prigioniero. Due gioni dopo viene deposto. La repubblica subito proclamata

prolungherà intrepida, e invano, la lotta per alcuni mesi: “Non cederemo un pollice del nostro territorio, non consegneremo una pietra delle nostre fortezze”.

Finirà di colpo anche la furente rivoluzione comunarda a Parigi, seguita da una repressione (francese) che fece migliaia di morti. Nel rapporto a Guglielmo I, prossimo ad essere proclamato imperatore di Germania, il cancelliere Bismarck attesterà: “Napoleone mi ha dichiarato che non voleva la guerra, vi era stato costretto dall’opinione pubblica”.

Un misfatto della democrazia, parrebbe. Infatti, anche se decise il ricorso alle armi, con le giustificazioni più discutibili in assoluto, l’imperatore dei francesi quella volta non era dominato dal bellicismo. Le provvidenze sociali cui aveva dato qualche impulso non erano in ritardo rispetto a quelle, ammirate, del buongoverno bismarckiano. Nel suo sansimonismo

Napoleone III fu il primo sovrano europeo ad assegnare priorità allo sviluppo economico-sociale e all’ingresso nel potere dei “produttori”, operai compresi. Prima di muovere guerra a Berlino, cioè di cadere nella trappola del cancelliere prussiano, il nipote del Napoleone maggiore aveva solidarizzato con la causa nazionale germanica. Nella guerra austro-prussiana aveva parteggiato per Berlino. Nel 1870 non fu affatto il più sconsiderato dei francesi.

Il sagace Adolphe Thiers, futuro primo presidente della Terza Repubblica di Francia, era stato investito dagli insulti quando, contro chi smaniava per la guerra, aveva invocato “un istante di riflessione prima di versare fiumi di sangue per una questione di forma” (per lo sgarbo diplomatico di Bismarck). Ai circa centotrentamila francesi caduti sui campi “dell’onore” seguirono quelli della rivoluzione parigina seguita alla disfatta: durante o dopo i due mesi della Comune forse 20.000 persone persero la vita, soprattutto persone passate per le armi o uccise dall’artiglieria del governo repubblicano riparato a Versailles. Bakunin esaltò la lotta ‘degli audaci’ a Parigi come il trionfo dell’anarchismo e dell’ateismo. Marx definì la Comune la gloriosa precorritrice di una società nuova. Nella Comune Lenin vide prefigurata la Rivoluzione d’Ottobre. Tra i molti ‘nemici del popolo’ presi in ostaggio, poi fucilati, ci fu l’arcivescovo di Parigi, Darboy.

La Comune, figlia di una guerra suicida, non fu solo il riaffioramento del sinistrismo della Rivoluzione e del Terrore. Fu anche un’esplosione di iperpatriottismo. Il proletariato parigino, contrariamente ai moderati della Francia provinciale e rurale, sentì intollerabile la resa al vincitore germanico. La scintilla che fece esplodere l’insurrezione fu l’ordine di Thiers di togliere ai popolani parigini i cannoni che avevano comprato con una sottoscrizione, a difesa contro il tedesco. Lo sciovinismo, male crudele della Francia.

Carlo Marx aveva visto nell’elezione di Luigi Napoleone a presidente della Seconda Repubblica, il 10 dicembre 1848, il giorno della riscossa dei contadini, allora la maggioranza del proletariato: “Il nipote dell’Imperatore è solo a rappresentare gli interessi e l’immaginazione della nuova classe rurale creata dal 1789”. La quale presto griderà basta tasse, abbasso la repubblica, viva l’Imperatore. Oltre mezzo secolo dopo, Lenin teorizzerà che il socialismo non sarebbe mai nato da procedure democratiche. Di fatto il capo bolscevico convaliderà i meriti dell’ultimo Bonaparte.

Propositi sociali

Pervenuto all’impero, Luigi Napoleone apparve pervaso di sollecitudine per la condizione proletaria. Incoraggiò le leghe di mutuo soccorso. Fece passare la legge che legalizzava gli scioperi, se non violenti. Invece, quando arrivò il fatale 1870, il suo regime, modificato in senso progressista (l’Empire liberal), cominciava a declinare. Il paese si era arricchito, ma il sorgere della grande industria aveva inasprito i conflitti sociali e generato il socialismo rivoluzionario, più o meno diversificato rispetto all’anarchismo. L’antico ascendente sui francesi del nipote di Bonaparte si era illanguidito.

In più il sovrano si era circondato di cortigiani e di avventurieri che gli insinuavano concetti sulla necessità di rafforzare il trono attraverso imprese diplomatiche e militari. Gli parlavano di ‘frontiere natuali’ della Francia (riva destra del Reno, etc.), di compensi da pretendere con mediazioni in vari contenziosi tra le Potenze, di espansioni territoriali, di arricchimenti. La recente svolta liberale dell’Impero aveva ricevuto da poco (maggio 1870) il conforto di un plebiscito: 7,3 milioni a favore, 1,5 milioni contro. Eppure Napoleone III non si sentiva sicuro. Finì col farsi convincere da chi gli faceva balenare acquisti importanti: il Palatinato, la Saar, il Belgio, altro.

Il cancelliere prussiano profittò da maestro degli errori di Parigi. Nel 1870 , a una richiesta francese insensata, Bismarck rispose (rileva lo storico Golo Mann) “con una notizia di stampa che nel nostro tempo ci appare innocua fino a farci ridere, ma che secondo le convenzioni mondano-cavalleresche che ancora perduravano equivaleva a una dichiarazione di guerra. Le valutazioni di Parigi furono anacronistiche e pietose”. Nelle pagine degli storici si cercherebbe invano una causa immediata della guerra del 1870 che sia diversa dal ”telegramma di Ems”.

Ecco quanto abbatté l’impero bonapartista e fece sorgere il Secondo Reich germanico. Il trono di Spagna essendo stato reso vacante dalla deposizione di Isabella II, si era annunciata la candidatura di Leopold di Hohenzollern-Sigmaringen. Parigi levò subito gli scudi: non doveva regnare un tedesco anche a sud dei Pirenei. Così Guglielmo re di Prussia aveva indotto il parente Hohenzollern a ritirare la candidatura; la rinuncia fu formalizzata da Antonio von Hohenzollern, capo del ramo Sigmaringen, padre dell’aspirante alla corona spagnola, nonché ex primo ministro di Prussia. Ma la corte di Parigi, sostenuta dal paese, esigette una vittoria diplomatica più completa: la rinuncia doveva venire esplicitamente da Leopoldo e da re Guglielmo.

Qui scattò la trappola di Bismarck, che a differenza del suo sovrano la guerra la auspicava. Un telegramma di Guglielmo a Bismarck, spedito il 13 luglio dalla stazione termale di Ems, nell’Assia, fu dal cancelliere diramato alla stampa in un testo alquanto modificato (diceva in sostanza: il Re non ha altro da aggiungere alle assicurazioni già fornite all’ambasciatore francese; non lo riceverà nuovamente), tanto da risultare irriguardoso nei confronti del diplomatico francese, dunque del suo sovrano. Alla corte di Parigi si valutò che l’affronto fosse imperdonabile: doveva cancellarlo il cannone. L’indignazione dello chauvinisme andava fomentata, non mitigata. Gli editoriali dei giornali invocarono vendetta. Un ‘opinion leader’ non si arrestò di fronte al ridicolo puro: “Dopo questo insulto nessuna dama d’Europa accetterà di poggiarsi a un braccio francese”.

Parigi dichiarò la guerra il sesto giorno dopo l’insulto di Ems, sul presupposto che le armate francesi fossero pronte e avrebbero avuto ragione della Prussia, nuova venuta della grande potenza. Il primo ministro Ollivier parlò di una decisione presa ‘a cuor sereno’. Uno dei marescialli assicurò che non mancava un bottone per le ghette dei fantaccini francesi.

La realtà era l’opposto. La Francia era debole, la Prussia forte. I generali francesi non lo sapevano, mentre Napoleone III lo sospettava. Raggiunto il fronte per assumere il comando supremo constatò che niente era pronto e che c’era da temere il peggio. La precisione e la forza della macchina bellica prussiana superarono ogni aspettativa. Più di uno storico ricorda che le divisioni prussiane furono seguite da ponti di ferro lunghi quanto i fiumi francesi da attraversare. Per anni ufficiali dello stato maggiore berlinese, camuffati da turisti, avevano studiato il terreno nei dettagli.

In tre giorni, tra il 4 e il 6 agosto, l’offensiva germanica abbatté il glorioso esercito ‘napoleonico’. La sconfitta irreparabile venne a Sedan il 2 settembre: l’Imperatore dovette capitolare alla testa del suo esercito. Cadde prigioniero e fu deposto due giorni dopo. Seguì la capitolazione del maresciallo Bazaine a Metz (il maresciallo fu condannato a morte dalla repubblica ma, commutata la sentenza nel carcere a vita, riuscì ad evadere). Parigi cadde il 28 gennaio 1871. Il 10 maggio successivo la Francia dovette firmare a Francoforte il trattato di pace alle condizioni del vincitore: cessione dell’Alsazia (tranne la piazzaforte di Belfort) e di parte della Lorena, consegna di alcune fortezze a garanzia del pagamento di 5 miliardi di franchi-oro come indennità di guerra. Anche nel 1940 il trionfo germanico sulla Francia sarà fulmineo (da tre a cinque giorni a partire dal 10 maggio), sarà coronato a Sedan e gli seguiranno condizioni di pace dure ma non spietate.

L’impresa bellica della Francia risultò priva di senso: malpreparata, velleitaria, caotica. La destituzione dell’imperatore e la proclamazione della Terza Repubblica suscitarono un breve soprassalto di convulsa energia, e anche qualche locale successo, ma il risultato non cambiò. Non si cancellò l’assurdità di un cimento bellico motivato da uno sgarbo di forma, macchinato da Bismarck come un’astuzia ulissiaca. La Prussia risultò la potenza aggredita, capace di punire severamente e senza sforzo. Persino Karl Marx, che quotidianamente fu a fianco del disperato sforzo patriottico-rivoluzionario della Comune, aveva ammesso il diritto di rispondere alla sciocca tracotanza parigina. La vittoriosa energia dell’esercito di Moltke fu ammirata da Friederich Engels.

I quarantaquattro anni che seguirono al dramma del 1870 furono divorati in Francia dalla febbre della Revanche. Essa portò alla Grande Guerra, la quale dissanguò la Francia, condannandola a subire nel 1940 la sconfitta più disonorevole della sua storia millenaria. Il cancelliere Bismarck aveva previsto tutto: confidò al principe Hohenlohe che non ci si doveva aspettare una guerra, ma una successione di quattro guerre.

Conclusione

A stretti termini di logica non è alla Germania, forse la meno unita tra le grandi nazioni della storia, che l’Europa dovrebbe rivolgere la speranza di unirsi. A metà 2016 l’Europa appare malata di consunzione, persino minacciata di morte. A stare ai fatti, la Bundesrepublik è capofila dell’Unione Europea. Allo stesso tempo essa non sembra prefiggersi il ruolo di egemone del Vecchio Continente. La storia si ripete: nel 1848 re Federico Guglielmo IV di Prussia rifiutò di farsi eleggere Kaiser, in quanto l’offerta della corona imperiale non gli veniva dai sovrani tedeschi, cioè dal diritto divino, bensì dai politici convenuti alla chiesa di San Paolo, l’assemblea risorgimentale di Francoforte. Oggi dunque la primazia di Berlino risulta inoperante, sterile. Anche perché la presente non sembra ancora essere la congiuntura delle grandi cose.

Tuttavia: è vero che nel passato lontano la Germania è stata la meno unita delle nazioni d’Europa. Però, per un soprassalto della storia, potrebbe accorgersi d’essere destinata a guidare, dunque a creare la Patria continentale comune. Essa mise un millennio a saldarsi: non è passato un millennio dal Trattato di Roma.

Se il prodigio del 1870 insegna, la Patria europea avrà bisogno di un tedesco, di un altro Bismarck, più grande, idealista quali il principe non fu, campione e autore di un’Europa migliore. Il cancelliere di Guglielmo era maestro di realismo, ma in ultima analisi, giudicato a posteriori, fu un perdente. Junker sprezzante dal giorno che si rivelò grande, ebbe sì il merito di aprirsi alla socialità; quasi di condividere il ‘socialismo del possibile’ additato dal carismatico Ferdinand Lassalle (il quale morì giovane, in un duello d’onore).

Capace dunque di grandi intuizioni, Otto von Bismarck. Ma in definitiva risultò che amava solo la Prussia. Un tedesco veramente invasato d’Europa, ambizioso in grande, molto più creativo di Adenauer e di Merkel, cosa non potrà fare se vorrà emulare Otto von Bismark? Diciamo un tedesco, piuttosto che un francese o un greco: potranno certo comparire vari statisti minori, dotati come Camillo Benso di Cavour o come Garibaldi, che vogliano fare unita l’Europa. Ma non avranno uno strumento nazionale possente quale fu per Bismarck la Germania del 1870-71.

Al Bismarck futuro occorrerà anche la fortuna di scontrarsi con avversari o rivali maldestri

come maldestro all’estremo fu il nipote del primo Napoleone. Gli occorrerà ancora, oltre al genio perforante, di avere tra i confidenti un ispiratore irresistibile e anomalo come per Bismarck fu Ferdinand Lassalle. Il cancelliere del 1870 plasmò in unità la Germania senza essere un vero patriota. Gli bastarono l’ntelligenza smagliante e la logica poderosa.

Il futuro Bismarck dovrà far fronte alla sfida immane di salvare l’Europa dall’invasione dei migranti, riscattandoli in patria dalla miseria. Egli, oppure un altro Bismarck ancora, dovrà civilizzare l’Europa attenuandone la vocazione consumista, dunque l’idolatria del denaro.