Mezza America seppe dire no alla Costituzione termidoriana e plutocratica

Sono considerevoli le differenze tra la nostra Corte Costituzionale e il Tribunale per la Difesa dello Stato istituito da Mussolini. Ma la funzione è la stessa: perpetuare il Regime. Noi sudditi della Repubblica dei partiti dovremmo deciderci a rifiutare la Costituzione e la sua Corte.

Dovremmo fare come l’intero schieramento riformista statunitense, che all’inizio del secolo scorso avviò una lotta “ad oltranza” – la definì così Charles Beard, uno dei maggiori storici americani di tutti i tempi (i suoi libri, soprattutto “An Economic Interpretation of the Constitution of the United States”, vendettero nel mondo undici milioni di copie e, in una definizione del nostro storico Nicola Matteucci, divennero presto “la Bibbia di tutti i progressisti che combattevano contro la Corte suprema: sabotando la legislazione sociale essa usurpava il potere legislativo”).

La battaglia contro lo strapotere del Judicial Review si aprì sotto il presidente Theodore Roosevelt; fu portata avanti nel 1924 dal senatore Robert La Follette, candidato alla Casa Bianca per il Partito Progressista; raggiunse la massima tensione nel 1937, quando il New Deal si difendeva contro la coalizione di tutti i conservatori. Per illustrare le ragioni degli avversari della Corte, Matteucci citava J. Allen Smith che nel 1907,  nel suo “Spirit of the American Government” così definiva le posizioni del progressismo americano: “Il governo direttamente responsabile nei confronti del popolo non fu l’obiettivo che i padri della Costituzione americana avevano in mente, bensì il suo contrario”. L’attacco di Robert La Follette andava nella direzione di Allen Smith: “Col potere di dichiarare incostituzionali le leggi, i giudici supremi sono divenuti il nostro effettivo organo legiferante”. Ancora Matteucci: “In questa atmosfera così intensamente politicizzata, la parola d’ordine dei liberali e dei radicali era la lotta ad oltranza contro le sentenze dovute o alla Costituzione o alla usurpazione di poteri operata dalla Corte Suprema… La tesi che dominava il famoso saggio del Beard era: nell’anno della Convenzione di Filadelfia trionfò la proprietà, cioè la controrivoluzione: il popolo venne messo da parte. Questo testo costituzionale servì solo gli interessi conservatori… Sconsacrare la Costituzione, strapparla dal mitico Olimpo in cui un’interessata agiografia l’aveva posto fu un atto di coraggio. L’opinione pubblica lesse in “An Economic Interpretation” di Beard un attacco frontale alla Corte e alla Costituzione plutocratica. L’opera colpì l’obiettivo come un siluro: si scoprì che la deriva verso la plutocrazia era conseguenza obbligata delle premesse della Costituzione stessa”.

Potremmo andare avanti parecchio a illustrare fino a che punto si spinse la contrapposizione tra i cani da guardia della Costituzione e lo Spirito dell’esperienza americana. Ma è più urgente far risultare che quanto fecero i seguaci di Jefferson, i Benjamin Franklin, i Roger Williams, i Charles Beard – denunciare il ruolo termidoriano della Costituzione e della sua Corte – dovrebbe farlo, se sorgesse, un manipolo di riformatori del sistema italiano, corrotto o marcescente senza speranza. I termini del nostro problema assomigliano a quelli di coloro che, sotto i due Roosevelt, cercavano di liberarsi dei ceppi del conservatorismo. Basterà mettere al posto della connotazione antiplutocratica dei seguaci di Jefferson l’imperativo antipartitocratico/anticleptocratico che si impone nello Stivale. Nel 1913 si prese a lottare nel nome della coerenza americana.

Se non faremo lo stesso, sarà perché non abbiamo avuto la Rivoluzione americana, lavacro lustrale della civiltà anglosassone. Quel lavacro fece reattivo, cioè vitale, gli uomini delle ex tredici colonie, rendendoli capaci di contestare i bonzi della Corte suprema. Noi che invece della rivoluzione abbiamo avuto la collusione tra i Proci della casta politica, noi che soffriamo di una lebbra assai più turpe di quella dell’America di un secolo fa, non insorgiamo mai contro gli usurpatori della partitocrazia ladra “nata dalla Resistenza”.

A.M. Calderazzi

La Frontiera e il West, sole vittorie degli USA    

L’America che in un tempo lontano fu la Fidanzata del mondo, oggi ripugna per molti suoi lineamenti: cominciando dal bellicismo, al tempo stesso permanente e frustrato. Ambirebbe a impiegare una forza che nella storia non fu mai data altrettanto smisurata. Non può perché precipiterebbe nell’abiezione, si confermerebbe il più canagliesco degli imperi. Ha il pugno proibito, come un pugile professionale.

Peraltro, da qualche anno, si dubita addirittura sia ancora un impero, con tanti fallimenti più o meno gravi. Trionfarono nel 1945; da allora non hanno più vinto un confronto militare. Nel Vietnam, in Cambogia, nel Laos non avrebbero potuto farsi sconfiggere più ignominiosamente. In più pareggiarono spesso la ferocia delle SS e dei boia di Stalin.

Tuttavia chiudere così il bilancio di un’esperienza nazionale che fu grande è una perdita netta per l’umanità. Dallo sbarco dei Pilgrim Fathers l’America visse tre secoli di avanzamenti e conquiste. Poi l’intervento nella Grande Guerra –imposto dal catastrofico Woodrow Wilson a un popolo che voleva restare coerente con se stesso e col retaggio di G. Washington e di Jefferson – dilaniò la giovinezza dell’America. Un ventennio dopo il guerrafondaio F.D.Roosevelt completò la costruzione dell’impero planetario, al tempo stesso ponendo le premesse per l’ignominia e i fallimenti in Cina, in Corea, in Indocina. Non si dimentichi che lo scontro frontale coll’espansionismo nipponico fu giustificato da FDR coll’intento di estendere l’impero alla Cina. Però l’impresa portata a termine a Hiroshima risultò inutile: la Cina passò a Mao. Hanno aggravato la disfatta le spedizioni coloniali in Somalia, Irak, Afghanistan, altrove.

Uno come me che sbarcò la prima volta a New York da uno degli ultimi transatlantici, deve cercare nella memoria lontana per trovare i bei momenti dell’America: il viaggio del Mayflower, la ribellione a Giorgio III, la conquista della Frontiera e del West. Quest’ultima certo implicò lo sterminio dei nativi. Ma non esistono nazioni che siano diventate grandi senza spargere il sangue dei vinti e quello proprio. In più le stirpi più bellicose degli Indiani furono corresponsabili con gli invasori del genocidio che subirono.

La colonizzazione bianca non era incompatibile con la sopravvivenza dei nativi. Quando potettero, le tribù indiane esercitarono ferocie estreme, che attirarono rappresaglie spietate. Le ferocie non erano obbligate; era fatale che popolazioni tanto esigue e arretrate fossero costrette a consegnare il continente agli invasori. In quel passato lontano il Nord America aveva posto anche per i conquistatori bianchi. Le stragi compiute dai pionieri, dai cowboys e dai reggimenti di cavalleria furono all’incirca come quelle delle SS, della Wehrmacht, dei russi nel Caucaso, dei turchi in Armenia: le quali sarebbero state meno atroci se non avessero agito i partigiani, i guerriglieri, gli estremisti del patriottismo. Se questi ultimi non avessero ucciso non ci sarebbero state le rappresaglie odiose, le Oradour, le Fosse Ardeatine, le Sant’Anna di Stazzema. Meglio avrebbero fatto i Sioux, gli Apache, i Comanchi ad essere pacifici.

Nonostante tutto, la conquista del West resta una pagina grandiosa.  Alla ricerca delle fasi ‘buone’ della vicenda americana, scavo nella mia memoria di farmer dodicennale di una contea ontariese confinante coll’Upstate New York – anche per la suggestione degli insegnamenti di Thomas Jefferson faceva il libero ‘yeoman – e trovo un mese da me passato a Austin, capitale del Texas, quando un rodeo era un evento ben più sentito che un’Olimpiade o che un’assemblea generale dell’ONU. Il rodeo celebrava la bravura e il coraggio del cowboy, e il cowboy era un eroe americano assai più autentico che un equipaggio di astronauti.

Nel Nord America, Canada compreso, è archeologia accademica anche lo scavo nel basement di una capanna di minatore dell’Ottocento. All’università di Austin la punta di diamante delle investigazioni storiche più originali e più convinte, è la riflessione sul grande allevamento bovino, sui ranch, sulle cavalcature degli Apache, sui pozzi per abbeverare il bestiame e gli uomini, sul filo spinato, sulle ferrovie, su tematiche affini. Gli storici “western” ancora oggi rievocano il tentativo fatto da Jefferson Davis segretario alla Guerra (il futuro presidente della Confederazione sudista), di introdurre il cammello nel Sud per i trasporti dell’Esercito.

Nel 1931 un cattedratico dell’università del Texas, Walter Prescott Webb, pubblicò un libro di 472 pagine per descrivere nel concreto più dettagliato e quotidiano “la svolta che prese la civiltà americana quando nella sua avanzata verso Ovest essa, civiltà, uscì dalla foresta e popolò le pianure”. Aveva ragione: gli Stati Uniti nacquero dai boschi come Afrodite dal mare di Cipro. Presero ad adulterarsi, a perdere innocenza, quando divennero una nazione di città, inevitabilmente corrotte. Si rigenerarono quando sboccarono nel West.

Per il nostro storico indagare su quella svolta volle dire ripensare la scure, il fucile, il cavallo, la barca, gli altri mezzi coi quali il pioniere e il cowboy conquistarono la Frontiera. Anzi, era essenziale accertare che fu il six-shooter (il revolver Colt) a trionfare nei pascoli del West.

Uno dei molti duri condizionamenti cui i pionieri dovettero adattarsi per sopravvivere furono i venti caldi: almeno una volta i treni della Southern Pacific furono fermati perché il “chinook” aveva distorto le rotaie.

Un detto comune da quelle parti recita che un jackrabbit mangia quanto un cavallo. Questo roditore faceva tanti danni alle colture che ad una delle battute contro esso parteciparono 700 persone, che uccisero o catturarono 20.000 bestie. Tra il 1888 e il 1897 le battute uccisero mezzo milione di grandi lepri. Impressionante il numero dei bisonti. Una mandria particolarmente grossa poteva contare mezzo milione di capi. Nel 1880 gli USA vantavano 40 milioni di bovini. All’Ovest un grande ranch copriva l’area di un migliaio di fattorie contadine.

Nel 1874 fu venduto il primo rotolo di filo spinato. Il filo spinato chiuse l’era della libertà assoluta: pascolare ovunque, non riconoscere diritti altrui, non rispettare leggi, non permettere l’insediamento di contadini stanziali. Condizioni dure ma seducenti, che non potevano durare. I cowboys e i ranchmen erano una genia rozza e affascinante, il cui vigore e spirito d’avventura stregava gli abitanti dell’Est.

In dieci anni una mandria di 100 vacche poteva raggiungere 1428 capi, senza contare i maschi destinati a rifornire di carne le città dell’Est. Si vendettero mandrie e diritti di pascolo a speculatori di buona parte del mondo. Un trafficante si fece ricco collocando diritti di pascolo nel New Mexico sulle sponde del Pecos River. Arrivò a sostenere che sul fiume facevano servizio regolare cinque vapori, e non era vero.

Nel 1885 venne una crisi drammatica: esaurimento dei pascoli, ondate di freddo terribile. Un solo grande ranch del Texas perdette 15 mila capi su 25 mila. Segui un decennio di sciagure, poi i tempi tornarono euforici. Il cowboy divenne una figura leggendaria: coraggio, forza, somma maestria nel cavalcare.

Sono pochi gli storici accademici del West che non abbiano dovuto indagare sugli aspetti più materiali e tecnici dell’espansione verso Occidente: da come cavalcare e come stendere recinzioni, a come costruire mulini a vento per attingere acqua, a come gestire gli ‘stampedes’ (le fughe improvvise di grandi mandrie).

Il West fu l’affermazione dell’Americano primigenio: inglese, scozzese, irlandese. I tedeschi dell’Illinois e dell’Iowa non raggiunsero le Grandi Pianure occidentali, cioè non fecero i cowboys e i ranchmen. Soprattutto nel Sud-Ovest arido si impose il primo ceppo americano – i Jones, i James, gli Smith, i McDonald. I neri non si spinsero oltre il 98° meridiano, gli esteuropei non vollero andare dove non pioveva, i cinesi restarono sulla costa del Pacifico. Gli immigrati di fine Ottocento-primo Novecento si addensarono negli slum sull’Atlantico, dunque non conobbero il West. Messa così non furono veri americani gli italiani, gli esteuropei, i neri, altri.

Theodore Roosevelt fu l’ultimo leader nazionale che, oltre a impersonare la Frontiera vera nell’immaginazione letteraria e politica – pur essendo nato in una famiglia patrizia del New York – si sforzò di difendere la vocazione Western dell’America come l’autentico e il più nobile destino nazionale. Gli succedette Woodrow Wilson, il quale rappresentò un’America catturata dall’Europa, dal suo urbanesimo, dalle sue guerre e trame diplomatiche: tutto ciò che George Washington e Thomas Jefferson avevano respinto nel nome dell’autenticità e dell’innocenza americane. L’intervento nella Grande Guerra, imposto da Wilson e dai circoli guerrafondai, snaturò la logica della Prima America, tutta vocata all’emisfero occidentale.

Wilson, antagonista simbolico di Theodore Wilson e insulso rettore di un college per ragazze ricche, fu anche il liquidatore morale dell’avventura Western, nonché dei suoi valori più alti. Con Franklin Delano Roosevelt, un protetto di Wilson, si aprì l’equivoca era imperiale dell’America, diametralmente opposta ai modelli dei Padri Pellegrini, della Frontiera e del West.

I successori di Wilson, incluso John Fitzgerald Kennedy finto campione di democrazia, in realtà condottiero della plutocrazia, del militarismo, della degenerazione dello Spirito americano, non hanno più conseguito vittorie. Hanno invece aperto l’età del disonore, non solo avviando la turpe guerra d’Indocina ma anche perdendola nella vergogna. Con Kennedy si aprì il declino americano, che mezzo secolo dopo non accenna a chiudersi.

Niente di ciò che l’America consegue oggi è paragonabile alle gesta dei pionieri e dei conquistatori del West. Quella che fu la più giovane, la più vigorosa e “morale” delle nazioni è oggi il più gigantesco degli Stati-canaglia.  Più nessuna gloria e invece odii o malanimi dal pianeta intero.

A.M. Calderazzi

Fodella sul coma della democrazia rappresentativa

Per quel che ne so, l’economista Gianni Fodella dell’università statale di Milano, autore su Internauta di “Riflessioni sull’arte di governare”, ha fatto un percorso di conversione che si avvicina a quello di Agostino, futuro vescovo di Ippona in Numidia.  Questi passò da una convinta militanza nella fede di Mani al cattolicesimo romano, anzi ambrosiano. Fu il grande Ambrogio a convincere e a battezzare Agostino. Le  spoglie del vescovo di Ippona riposano a Pavia nella chiesa, cara a Dante Alighieri, di san Pietro in Ciel d’Oro.

Non è sicuro che Ambrogio fece trionfare in toto la verità spegnendo in Agostino la fede manichea. E’ invece sicuro che l’insegnamento evangelico, così lineare, dovette imporsi per razionalità oltre che per pregnanza sugli affreschi cosmogonici del persiano Mani. L’insanabile contrapposizione manichea tra i due principi assoluti, il Bene e il Male, era molto incisiva, ispirò più di un’eresia medievale e potrebbe persino riaffiorare. Tuttavia si può capire che il figlio del decurione romano e di Monica sia rimasto incantato dalla semplicità del messaggio cristiano.

Il sistema religioso manicheo, così vicino al pensiero gnostico, la faceva un po’ troppo difficile coi tentativi della Materia di impadronirsi della Luce, coi ruoli della Madre dei Viventi, dell’Uomo primigenio, del Nous che risale in Cielo, del corpo e della psiche che restano prigionieri, del principio buono che crea l’universo per liberare le particelle celesti catturate dalla materia e per separare la luce dalle tenebre. Forse ad Ambrogio bastò leggere ad Agostino il Discorso delle Beatitudini e il futuro vescovo di Ippona diverrà il più amato tra i Dottori della Chiesa, maestro anche dei protestanti. Sarà agostiniano Martin Lutero, ricostruttore del Cristianesimo. Non per niente gli storici cattolici parlano di una “scia protestantica” dell’agostinismo.

Gianni Fodella, che c’entra? C’entra in quanto anch’egli, come Agostino, ha accettato di convertirsi. Un tempo, magari lontano, anche il nostro economista credeva che la democrazia delle urne, dei parlamenti e della naturale leadership dei politici eletti, dei professionisti della rappresentanza, fosse il Sistema obbligato per l’Occidente. Invece il suo scritto recente su Internauta segna l’elaborazione di un pensiero diametralmente opposto.

“Governare non è un mestiere” ha scritto Fodella. Può governare chiunque possegga le virtù del padre di famiglia e del buon cittadino. Il voto alle elezioni non stabilisce chi è probo e capace. Neanche gli studi fatti e il lavoro svolto sono decisivi: per rappresentare il popolo occorrono soprattutto buon senso, capacità di ascoltare e anche modestia, in una parola umanità. Bisogna diffidare della capacità di parlare in pubblico: il governante non deve possedere le doti del piazzista. Dunque il governante deve essere un cittadino indicato dal caso. La professione del politico di carriera va cancellata.

Un cittadino indicato dal caso: è il cuore della conclusione maturata da Fodella e da altri a valle della secolare appartenenza di quasi tutti al furfantesco pensiero unico della rappresentanza. La rappresentanza è il congegno che espropria la sovranità dei cittadini e la consegna ai mestieranti della politica e ai mandatari dei gruppi d’interessi. L’uguaglianza tra i cittadini e la loro sovranità si realizzano solo se si può essere sorteggiati per governare. Quando Atene era capitale della civiltà occidentale un coltivatore di ulivi veniva spesso sorteggiato a fare l’arconte.

Venticinque secoli dopo, e nelle circostanze di un mondo tiranneggiato dalla complessità, è giocoforza peraltro attenuare la purezza talebana dei principi egualitari, la quale produrrebbe guasti. Quindi è verosimile che un giorno la democrazia del sorteggio riduca drasticamente sul piano dell’operatività le dimensioni della Polis sovrana: p.es. da 60 a un milione di cittadini sovrani.

Un milione sono anche oggi in Italia i professionisti della politica, dal portaborse del consigliere di zona al notabile in chief che siede al Quirinale: ma nella democrazia del futuro saranno sorteggiati, non espressi dalla frode elettorale; più ancora, agiranno per tot mesi, senza possibilità di riconferma, non a vita.  Decisori e gestori operativi, compensati modicamente e spogliati di ogni privilegio, assiduamente controllati dagli altri cittadini sovrani pro tempore, nonché dal referendum permanente di tutti quei cittadini ‘anagrafici’ che vorranno e sapranno agire on line, potranno malversare e rubare assai meno che oggi. Avverto che le ipotesi di cui agli ultimi tre paragrafi sono mie, nell’ambito naturalmente del principio del sorteggio.

Il nostro economista riflette che passare dalla rappresentanza truffaldina al sorteggio è sì un’utopia, ma è da realizzare o almeno da avvicinare. La politica dell’Occidente si basa oggi sulla menzogna, sulle enunciazioni disoneste, su programmi sempre disattesi (anche in quanto non esistono più i progetti sociali e i partiti hanno perso ragion d’essere). Si impone il teatro della politica, e gli attori che hanno sostituito le leadership tradizionali sono, dice il Nostro, parassiti senza scrupoli, non meno rapaci e prevaricatori degli aristocratici di un tempo.

Fodella ha abiurato la fede di un tempo lontanissimo, quando il parlamentarismo era un ideale; oggi non potrebbe essere più screditato e odiato. Ma come Agostino da Ippona trovò ad accoglierlo un popolo già immenso, Fodella sa di imbattersi una miriade di volte in formulazioni tipo la sola alternativa al regime dei partiti e dei professionisti delle urne è la democrazia semi-diretta. Poiché quest’ultima è impossibile se le popolazioni sono immense, è giocoforza il sorteggio, che ridimensiona la Polis ai numeri dell’Atene del V secolo a.C.

Dunque il popolo potenziale dei fautori del sorteggio è vasto. Se il ‘ritorno ad Atene’ non appare vicino è in quanto la rappresentanza ha una magagna in più: tiene i cittadini rassegnati alla sudditanza nei confronti dei Proci usurpatori, meritevoli dell’arco possente di Ulisse.

Antonio Massimo Calderazzi

Piange il coccodrillo antimalthusiano

A metà settembre il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ha dominato le rassegne stampa con una denuncia, più sdegnata che mai, del dramma della fame nel mondo. Essendo tale denuncia di solito molto irrilevante, non ce ne occuperemmo. Però le notizie e le statistiche riportate da Avvenire – fonti i soliti maestosi organismi internazionali: questa volta Fao, Unicef, Ifad, Oms – ci interessano in quanto confessioni anzi autoaccuse, autoaccusa di Avvenire per cominciare.

Dunque gli affamati del pianeta sono 815 milioni (11% della popolazione mondiale): 520 in Asia, 243 in Africa, 42 nell’America latina e nei Caraibi. Rispetto al 2015 sono complessivamente 38 milioni in più (tutti gli abitanti di un paese medio), dopo dieci anni di diminuzione. La fame cresce. Secondo Avvenire i 38 milioni in più sono dovuti alla proliferazione dei conflitti violenti e agli choc climatici; i conflitti vengono detti sempre più gravi a causa dei cambiamenti climatici. 155 milioni di bambini sotto i cinque anni sono deficitari in altezza, 52 milioni soffrono di ‘deperimento cronico’. Altre edizioni di Avvenire hanno precisato che il Sud Sudan e il Sahel ‘muoiono’, e che sono molto critiche le prospettive del gigante nigeriano, con tutte le sue risorse naturali.

Il giornale assegna il debito rilievo all’autorevole e fulminante dichiarazione “Dobbiamo continuare a lanciare appelli” di un Gilbert Fossoun Houngbo, presidente dell’Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo).  Dati i precedenti – in particolare l’eccessiva micragnosità del trattamento economico dei diplomatici e dei manager internazionali – ci chiediamo come riuscirà Houngbo a sostenere col suo reddito personale – senza dubbio lo vorrebbe, per non sfinirsi a lanciare appelli – il progresso agricolo di intere etnie di coltivatori africani.

Giganteggiano naturalmente i pensieri di papa Bergoglio sulla miseria, in particolare quelli condensati nel bronzeo messaggio a Graziano da Silva, presidente della Fao, in occasione di un 40° congresso della Federazione. Il papa dice cosa sacrosanta, benché largamente inutile, quando deplora i miliardi di humans che ‘non mettono in discussione i propri stili di vita onde condividere coi poveri e onde ridurre l’aggressione all’ambiente’. Accettare di impoverirci – diciamo noi – sarebbe persino più urgente che purificare l’atmosfera; a tal fine sarebbe  provvidenziale un tiranno beneficamente duro. Un po’ meno sacrosanto nel pontefice il salmodiare “contro l’inerzia di molti e l’egoismo di pochi”, nonché contro “l’assenza della cultura della solidarietà”.

Ancora meno significativo, nel papa, l’affermare che “i beni affidatici dal Creatore sono per tutti” e che “il costante calo, nonostante gli appelli, degli aiuti ai paesi poveri ‘è un meccanismo complesso’. Tra l’altro sembra che al Sahel non siano stati affidati molti beni. Il messaggio papale si conclude coll’annuncio che farà visita al signor presidente della Fao, e coll’auspicio che “la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia scenda sui consessi della Fao”.

Sarebbe ora, diciamo noi, che invece di far visite alle agenzie dell’Onu, Francesco proclamasse, per cominciare: la miseria del pianeta sarebbe un po’ meno grave se paghe, appannaggi e vitalizi internazionali, soprattutto agli alti livelli, fossero meno delinquenziali. Se proclamasse che l’accesso all’indipendenza delle ex-colonie ha peggiorato la loro miseria: costi, furti e ferocie della politica, della diplomazia, degli apparati militari, delle guerre, della vanagloria. La corruzione e la rapina dei governanti sono piaghe dei paesi molto avanzati. Figuriamoci il Terzo Mondo.

Altro pessimo gesto di Francesco è l’abitudinario invocare che sulle sanguisughe internazionali scenda la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia. E’ormai assodato che nei confronti sia degli 815 milioni di affamati, sia di chi morendo ha smesso di avere fame, la misericordia divina non è stata smisurata. Volendo contestare l’ateismo – giustamente, dico io che amo entrare in chiesa – il papa dica altre cose. La ricerca del Padre divino è vicenda drammatica, non tollera discorsi melensi o menzogneri. Sulle sanguisughe internazionali dovrebbe scendere la maledizione divina: come a Sodoma.

Il fatto veramente grave è che l’Avvenire come il papa con tutta la Chiesa rinviino ancora una volta la confessione/autodenuncia che un giorno non potranno non fare: per millenni si è promessa una dolcezza paterna che troppe volte non è venuta. Più ancora: nell’ultimo secolo la Chiesa ha contrastato come ha potuto il “birth control” tentato a salvezza dei miseri. Una delle malevolenze odierne di Avvenire si rivolge sempre contro i “neomalthusiani”, per i quali l’eccesso delle nascite è la causa prima della miseria. Nel settembre 2017, a valle di millenni di sconfitte contro la povertà, il quotidiano dei vescovi italiani assicura “avremmo gli strumenti per sfamare l’intera umanità. E’ l’uomo a produrre gli scenari che abbiamo sotto gli occhi”.

Dunque nel lacrimare sulla tragedia degli affamati il coccodrillo antimalthusiano accusa l’uomo di essere l’uomo. L’uomo come è, e come non vuol cambiare, non fu progettato dal Creatore?  E comunque, perché l’Onnipotente non agisce mai per correggere le malazioni dell’uomo?  Si usa sostenere che l’Onnipotente è inflessibile nel rispettare la libertà del malvagio. Ma gli affamati non preferirebbero mangiare piuttosto che essere contitolari coi malvagi del diritto di disobbedire al Creatore (Egli certamente non intendeva programmare l’umanità al male)?

Accertato che l’uomo è proprio come è – preferisce vendere il cibo invece che regalarlo, tenere la ricchezza  per sé invece che condividerla – tra non molto la Chiesa dovrà rovesciare il suo insegnamento tradizionale:  si nasce per un fatto animale e non per un dono divino. Limitare le nascite su grande scala non è un oltraggio al Creatore. Sarà obbligatorio constatare per sempre che siamo in troppi; che la Provvidenza non avrà pane e salute per tutti; che non interverrà contro l’egoismo degli agiati per rispettare la loro libertà.

Ergo birth control, e il coccodrillo antimalthusiano smetta di piangere.

Antonio Massimo Calderazzi

LE RADICI DELLA REPUBBLICA

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Come molti sanno o dovrebbero sapere, questo è l’incipit della Costituzione della Repubblica italiana (art. 1, 1° comma). Esso offre molti spunti di riflessione ed è stato, nel corso dei decenni successivi all’approvazione della nostra carta costituzionale, al centro di numerosi commenti da parte di una vasta platea di studiosi.

Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti particolari del contenuto di questa norma, così importante per il nostro Stato, tanto da costituirne il principio fondante. Prendo le mosse da quanto disse, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, l’on. Amintore Fanfani (1908-1999), uno dei proponenti[1] della formulazione attuale del primo comma dell’art. 1: “La dizione «fondata sul lavoro» vuol indicare il nuovo carattere che lo Stato italiano, quale noi lo abbiamo immaginato, dovrebbe assumere. Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui, e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, (…) affermazione del dovere d’ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune. L’espressione «fondata sul lavoro» segna quindi l’impegno, il tema di tutta la nostra Costituzione” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 22 marzo 1947, p. 2369).

Da queste osservazioni discendono due principi. Il primo è che lo Stato deve realizzare le condizioni che consentano ad ogni cittadino di contribuire al bene comune attraverso il proprio lavoro. Ciò si ricollega a quanto stabilisce l’art. 3, 2° comma, per cui “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. A tal fine, nel successivo art. 4, 1° comma, si afferma che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”[2].

Da ciò consegue che è compito dello Stato (in tutte le sue articolazioni, sia a livello centrale che locale) agire per combattere ed eliminare la disoccupazione, realizzando uno dei grandi interessi pubblici che dovrebbe perseguire uno “Stato sociale moderno”, come lo intendeva l’economista Giovanni Demaria (1899-1998), ossia uno Stato “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo”, uno Stato la cui funzione sia “di sprone, di eccitamento e di costruzione per attuare un tipo di società sempre più alto” (G. Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 1946, p. 35 e 279).

L’on. Meuccio Ruini (1877-1970), presidente della Commissione per la Costituzione, la cosiddetta Commissione dei 75[3], nella Relazione al progetto di Costituzione precisò che “l’affermazione al diritto al lavoro, e cioè ad una occupazione piena per tutti” rappresenta l’enunciazione “di un diritto potenziale” che la nostra legge fondamentale può indicare “perché il legislatore ne promuova l’attuazione secondo l’impegno che la Repubblica nella Costituzione stessa si assume” (Commissione per la Costituzione, Progetto di Costituzione della Repubblica italiana. Relazione del Presidente della Commissione, presentata all’Assemblea il 6 febbraio 1947, p. 7). Nel medesimo senso si espresse l’on. Gustavo Ghidini (1875-1965), anch’egli membro della Commissione dei 75 e presidente della III sottocommissione, il quale osservò che “Il diritto al lavoro[4] è un diritto potenziale, in base al quale si vuole impegnare vivamente lo Stato ad attuare l’esigenza fondamentale del popolo italiano di lavorare” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 7 maggio 1947, p. 3704).

Pur avendo il richiamo al diritto al lavoro natura potenziale, nondimeno la norma impone allo Stato[5] un preciso impegno programmatico in materia di politica economica. Come scrisse il giurista Costantino Mortati (1891-1985) ciò costituisce un “vero e proprio obbligo giuridico dello Stato”, che presuppone “la convinzione che l’equilibrio nel mercato del lavoro non si possa attendere dallo spontaneo giuoco dei fattori che operano a determinarlo, poiché questi possono in determinate circostanze porsi essi stessi come causa di disoccupazione, e perché in ogni caso l’esperienza mostra come la riequilibrazione successiva alle crisi si effettui lentamente, lasciando per lunghi periodi di tempo vaste masse di cittadini privi di lavoro” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Roma, Camera dei deputati, 1953, vol. IV, t. I, pp. 85-86).

Quanto scrive Mortati riecheggia le affermazioni dell’economista Federico Caffè (1914 – ?), che fu chiamato a collaborare con la Commissione economica, istituita presso il Ministero della Costituente nel 1945, e presieduta da Demaria[6]: “le decisioni economiche rilevanti non sono il risultato dell’azione non concordata delle innumerevoli unità economiche operanti nel mercato, ma del consapevole operato di gruppi strategici in grado di limitare l’offerta ed influire sulla domanda, orientandola a loro piacimento. Il mercato è tanto onesto nel riflettere le decisioni dei singoli quanto può esserlo una votazione in cui alcuni elettori abbiano una sola scheda e altri ne abbiano più d’una” (Federico Caffè, “‘Bilancio economico’ e ‘Contabilità sociale’ nell’economia britannica”, in Id., Annotazioni sulla politica economica britannica in ‘un anno di ansia’, Tecnica Grafica, Roma, 1948). “La forza contaminante del denaro e del potere – scriveva alcuni anni dopo il grande studioso di economia – non crea meramente problemi di «imperfezioni» del mercato, ma ne influenza l’intero funzionamento. Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[7] (F. Caffè, “Problemi controversi sull’intervento pubblico nell’economia”, in Id., L’economia contemporanea. I protagonisti e altri saggi, Ed. Studium, Roma, 2013, p. 166).

Sulla base di queste considerazioni, l’intervento statale non può essere improvvisato, ma deve “formare il contenuto di una vera e propria politica dell’occupazione, di una predisposizione di mezzi di azione da inserire come parte costitutiva nella politica generale e con essa armonizzata” (C. Mortati, cit., p. 86)[8]. La logica conclusione del ragionamento è che “una politica che non si indirizzasse verso il pieno impiego si porrebbe (…) in contrasto con l’esigenza fondamentale della costituzione, si risolverebbe in un disconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo che l’art. 2 impone alla Repubblica di garantire, dell’essenza più intima che anima questi diritti: la libertà e dignità della persona” (C. Mortati, cit., pp. 132-133).

Il secondo principio che si desume dall’enunciato dell’art. 4, e che fa da contraltare al primo, è espresso nel comma 2, nel quale si stabilisce come “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Con questa previsione si realizza “la sintesi fra il principio personalistico (che implica la pretesa all’esercizio di un’attività lavorativa) e quello solidarista (che conferisce a tale attività carattere doveroso)” (C. Mortati, “Art. 1”, in Giuseppe Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi Fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna-Roma, 1975, p. 12). Assume così rilievo la dimensione etica del lavoro: se da una parte lo Stato si deve impegnare per rendere effettivo, attraverso gli strumenti della politica economica, il diritto al lavoro, e assicurare diritti e servizi ai cittadini, dall’altra il singolo col proprio lavoro deve contribuire al progresso della comunità sociale. In tal modo il lavoro costituisce, sempre secondo Mortati, “un valore da assumere come fattore necessario alla ricostituzione di una nuova unità spirituale, richiedente un processo di progressiva omogeneizzazione della base sociale, presupposto pel sorgere di una corrispondente struttura organizzativa, di un nuovo collegamento fra comunità e Stato” (C. Mortati., “Art. 1”, cit., p. 10), per approdare, avrebbe aggiunto Demaria, ad una sempre maggiore “affezione” dei cittadini a quest’ultimo, in modo che essi ne “vadano superbi e alteri” (Demaria, cit., p. 279), tanto da immolarsi in suo nome.

Sebbene quest’ultimo punto possa sembrare esagerato, la storia della nostra Repubblica è costellata da esempi di uomini e donne per i quali la dimensione etica del lavoro ha assunto le forme del sacrificio estremo per lo Stato. Tali sono tutti i magistrati, i politici, i componenti delle forze dell’ordine e i privati cittadini, che non venendo meno ai loro compiti, in nome dei principi affermati nella nostra Costituzione, hanno perso la vita nella lotta contro le organizzazioni criminali e terroristiche, che hanno tentato e tentano tuttora di sovvertire il nostro ordinamento. Ma non bisogna dimenticare tutti quei lavoratori, sia nel settore pubblico che in quello privato, e imprenditori, che ogni giorno combattono per svolgere la loro attività lavorativa, per affermare attraverso di essa i principi di libertà ed eguaglianza di cui si sostanzia la nostra democrazia.

Lo Stato, pertanto, che per sua intima natura si fonda sul lavoro, è vincolato ad attuare una politica economica in grado non solo di tutelare chi è già occupato, ma di promuovere al massimo grado la creazione di nuovi posti di lavoro[9]. Le strutture pubbliche devono essere capaci di mettere il cittadino in condizione di poter trovare occasioni di impiego, di incrementare la propria professionalità, di aiutarlo in caso di perdita del posto di lavoro a trovarne un altro adeguato alle capacità possedute. Questi compiti non possono essere demandati in toto ai privati, lo Stato si deve impegnare in prima persona per adempiere ad uno dei suoi più alti fini.

Parafrasando una dichiarazione di Federico Caffè, a settant’anni precisi dalla firma della carta costituzionale, ci si può chiedere se i responsabili della politica economica, nelle loro scelte quotidiane, abbiano imparato a ricordare che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”[10], anche nell’ambito degli interventi riguardanti il mondo del lavoro.

La risposta è che, negli ultimi decenni, i governi italiani si sono dati da fare davvero poco su questo fronte[11], svilendo quanto la Costituzione prescrive, tradendo i fini che i costituenti vollero assegnare alla Repubblica, e non onorando la memoria e l’impegno di tutti coloro che hanno ottemperato al dovere al lavoro talvolta fino al sacrificio della propria vita. Come scriveva ancora una volta Mortati “ciò che tiene unite le varie fila in cui si snodano le statuizioni costituzionali è uno stesso spirito informatore. Spirito consacrato nell’art. 1 che, come si è detto, esprime l’accoglimento di una concezione generale della vita secondo la quale deve vedersi nel lavoro la più efficace affermazione della personalità sociale dell’uomo, il suo valore più comprensivo e significativo perché nel lavoro ciascuno riesce ad esprimere la potenza creativa in lui racchiusa, ed a trovare nella disciplina e nello sforzo che esso impone, insieme allo stimolo per l’adempimento del proprio compito terreno di perfezione, il mezzo necessario per soddisfare al suo debito verso la società con la partecipazione all’opera costitutiva della collettività in cui vive” (C. Mortati, “Il lavoro nella Costituzione”, in Il diritto del lavoro, 1954, p. 152). Sono queste le radici della nostra Repubblica.

Giuseppe Prestia

 

[1] Gli altri proponenti furono i democristiani Aldo Moro (1916-1978), Egidio Tosato (1902-1984), Pietro Bulloni (1895-1950), Giovanni Ponti (1896-1961) ed Edoardo Clerici (1898-1975) e Giuseppe Grassi (1883-1950) dell’Unione Democratica Nazionale.

[2] La stretta connessione tra l’art. 3, comma 2, e l’art. 4, comma 1, è ben sottolineata dal giurista Alberto Predieri (1921-2001), il quale scrive: “Si constata che di fatto ostacoli di ordine sociale, pertinenti alla società così com’è, impediscono lo sviluppo della personalità umana e ai cittadini che lavorano l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale. In conseguenza, la Repubblica esige dai cittadini l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, prende l’impegno di rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale, riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo il diritto, onde tutti i cittadini possano rivendicare l’effettiva partecipazione all’organizzazione sociale” (A. Predieri, Pianificazione e Costituzione, Edizioni di Comunità, Milano, 1963, p. 193).

[3] La Commissione per la Costituzione, composta da 75 deputati (e quindi detta “Commissione dei 75”), fu creata allo scopo di redigere un progetto di Costituzione da sottoporre all’esame dell’Assemblea Costituente. Presieduta da Meuccio Ruini, era suddivisa in 3 sottocommissioni: Diritti e doveri dei cittadini (I sc.), Ordinamento costituzionale della Repubblica (II sc.), Diritti e doveri economico-sociali (III sc.).

[4] Lo stesso Ghidini definì il diritto al lavoro come “quel diritto che splende, direi, nella nostra Costituzione come una stella fulgidissima” (Atti dell’Assemblea Costituente, p. 3704).

[5] Molti hanno sostenuto che alcune norme della Costituzione, tra cui quella dell’art. 4, avrebbero solo uno scopo programmatico e sarebbero quindi prive di carattere vincolante. Contro questo indirizzo si espresse, già negli anni ’50, Vezio Crisafulli (1910-1986), il quale notava che “tutte le (…) disposizioni di principio formulate nella Costituzione vigente pongono vere e proprie norme giuridiche” (La Costituzione e le sue disposizioni di principio, Giuffrè, Milano, 1952, p. 37). Costantino Mortati da parte sua osservava che “la ragion d’essere delle costituzioni sta proprio nell’esigenza di mantenere un dato ordinamento dei pubblici poteri fedele, sia pure con i necessari adattamenti alle varie situazioni concrete, ad un fine generale e quindi impegnare i futuri detentori della sovranità al suo rispetto” e in riferimento all’art. 4 specificava che l’efficacia ne era anzi potenziata dalla sua inclusione tra i principi fondamentali, “fra quelli cioè che sono intesi a caratterizzare il tipo di Stato, ad esprimere quello che si suol chiamare «lo spirito del sistema»” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Camera dei deputati, Roma, 1953, vol. IV, t. I, p. 128 e 132).

[6] La Commissione economica iniziò i suoi lavori il 29 ottobre 1945 ed era suddivisa in 5 sottocommissioni. Caffè era membro della sottocommissione “Problemi monetari e commercio estero”, per la quale stese una relazione intitolata “Risanamento monetario”, inserita come Cap. I del rapporto della Commissione economica all’Assemblea Costituente (Ministero per la Costituente, Rapporto della Commissione economica, III, Problemi monetari e Commercio estero. I-Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, pp. 5-57). Collaborò strettamente anche con Meuccio Ruini, presidente della già ricordata Commissione dei 75 e prima ancora Ministro dei Lavori Pubblici e poi della Ricostruzione nei governi Bonomi e Parri (1944-45), e con Giuseppe Dossetti (1913-1996) e il gruppo che a lui faceva capo in seno alla Democrazia Cristiana (molti contributi di Caffè furono pubblicati sulla rivista dossettiana Cronache sociali).

[7] Il corsivo è dell’autore.

[8] Un altro eminente giurista, Giuseppe Federico Mancini (1927-1999), qualifica il diritto al lavoro come un “diritto sociale”, in quanto ad esso corrisponde la “pretesa dei cittadini a un comportamento dei pubblici poteri che, svolgendo il programma previsto dalla norma, realizzi condizioni di pieno impiego” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna – Roma, 1975, p. 209). Tale pretesa si sarebbe dovuta tradurre “da un canto, in una serie di misure intese a realizzare un efficiente servizio di collocamento e a migliorare la formazione professionale della manodopera (…); dall’altro, secondo la classica ricetta keynesiana, nell’adozione di un programma di spesa in investimenti sociali idonei a espandere la domanda aggregata” (G. F. Mancini, cit., p. 220). L’autore non concorda invece nel far rientrare il diritto al lavoro nell’ambito dei diritti di libertà che come “tutti sanno (…) hanno di mira la determinazione di una sfera entro cui l’individuo possa operare autonomamente; da ogni altro soggetto essi esigono un atteggiamento di astensione e, se richiedono un facere della pubblica autorità, questo consiste in definitiva nell’imporre obblighi di non facere e nel reprimerne l’inadempimento” (G. F. Mancini, cit., p. 209).

[9] Già G. F. Mancini sottolineava come “con risolutezza, con incisività e con una ragionevole misura di successo lo Stato ha agito (…) soprattutto a tutela degli occupati. (…) Questa attitudine dello Stato, energico nella difesa dell’occupazione, debole nell’attacco della disoccupazione, questa tendenza a privilegiare la garanzia anziché l’incremento dei posti di lavoro, costituiscono un fenomeno di grande rilievo” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca, Commentario alla Costituzione, cit., p. 230. I corsivi sono dell’autore).

[10] La frase originale era la seguente “A trenta anni precisi dalla firma della carta costituzionale si può chiedere ai responsabili della politica economica che, nelle loro scelte quotidiane, ricordino più spesso (in verità imparino a ricordare) che è ‘compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini’ ”, in Lettere di Fabbrica e Stato, Cendes, n. 14-17, ottobre-novembre 1977.

[11] Da ultimo occorre ricordare i recenti interventi normativi, adottati in seguito all’approvazione della legge 10 dicembre 2014 n. 183 (il cosiddetto Jobs Act), che hanno modificato anche il sistema di collocamento (già profondamente cambiato dalla revisione legislativa del 1997) e di tutele per i disoccupati. Si tenga presente che i decreti delegati approvati in base alla legge 183/2014 in molti punti prevedono, per la loro concreta applicazione, l’emanazione di ulteriori decreti ministeriali o interministeriali, per cui non è ancora possibile una valutazione precisa degli effetti di tale riordino del mercato del lavoro.

Quando ci convinceremo che siamo troppi e c’è quasi niente da fare?

Alcuni fiumiciattoli, il Rio Maggiore il Bisagno ed altri, esondano o fanno saltare le condotte in cui furono intubati, e la devastazione non colpisce solo i quartieri bassi e le case seminterrate. Colpisce anche il senso della realtà e delle proporzioni. La community dei giornalisti, dei candidati alle elezioni e dei frequentatori dei bar tabacchi impazzisce letteralmente. Laureati in lettere antiche emettono referti idrogeologici. Suadenti columnists sospendono lo scandaglio delle intenzioni di Bersani, posticipano  l’interpretazione degli scherni dalemiani all’indirizzo di Pisapia, per pronunciarsi sul calcestruzzo dei manufatti pubblici. Mezzi milioni di semplici abbonati alla Tv storicizzano secoli di errori edilizi. Turbe di pensionati escogitano e prezzano interventi risolutivi. Il coro del Web dà per tassative le più grandi opere, che siano senza badare a spese.

Ben pochi portano il ragionamento fino in fondo: che siamo in troppi, mica solo in Italia: dunque ci terremo  quasi tutte le esondazioni e le calamità, terremoti compresi. Molti progetti risulteranno irrealizzabili o titanicamente costosi. Lo Stivale ha spazio e ricchezza adeguati per 20 milioni di humans. Ne ospita il triplo, e quest’anno ha registrato con giusto giubilo 48 milioni di presenze turistiche.

E’ vero, Singapore e Hong Kong sono più antropizzate di noi e sembrano smentire i pessimismi. Ma la Saturnia Tellus è popolata da un’etnia a sé, meglio non stabilire raffronti. Provate a spiegare all’Etnia che per mantenere a regola d’arte i tombini e per azzerare le perdite d’acqua potabile le IMU andrebbero trentuplicate, le piacevolezze dell’edonismo cancellate, le Audi e le Bmw demolite, gli stili di vita dimenticati. Il nostro è benessere troppo recente perché possiamo permetterci plurimi mutui casa e al tempo stesso sanare il dissesto idrogeologico, nonché mettere in sicurezza il costruito. Ci sono arditi pensatori che esigono di bonificare il patrimonio dalle architetture che sanno di fascismo. Se si comminasse una frustata a chi propone programmi senza indicare risorse sicure, cioè senza quantificare la moltiplicazione delle tasse, il comparto della produzione di fruste risulterebbe deficitario.

In altre parole: chi vuole prevenire ogni crollo da sisma, chi ricostruirebbe sagrati e bargelli com’erano, chi intende restituire il futuro ai giovani, chi crede a portata di mano un aiuto agli africani che non intacchi i nostri livelli di vita, chi affronterebbe cento altre opere di progresso e di giustizia, senta l’obbligo di dettagliare con quali risorse: pena l’iscrizione nel casellario dei pagliacci, iscrizione comportante l’accessorio raddoppio di tasse e accise. Oppure ammetta che non siamo nell’isola di Utopia.

Neanche tale ammissione ci sarà mai, la nostra essendo un Narrenschiff, un vascello fantasma di soli begli spiriti, di soli commedianti di farse, fescennini e cachinni. Noi non sappiamo se gli studi di Cinecittà sono sempre la superba location delle produzioni cinematografiche e affini. Se sì, lì dovremmo trasferire dai palazzi maestosi le somme istituzioni e i vertici del potere effettivo. A Repubblica precaria, sedi di prefabbricato e di materiali leggeri. Come giorni fa scriveva Aldo Cazzullo, uno tra gli opinionisti più pervasi di fierezza nazionale, la Patria da cui ci attendiamo nuove risorgenze e nuovi saltelli in avanti è assalita “dalla crisi economica, dal disagio sociale, dalla guerra tra poveri accesa da un’immigrazione fuori controllo, dal discredito delle classi dirigenti, dalla scomparsa dei partiti tradizionali”.

Francamente non arriviamo a comprendere quest’ultimo rimpianto, che non ci siano più i partiti di una volta. Sono esse, le leadership della Fase Costituente, le mamme e le nonne della Più bella delle Carte, che hanno plasmato la realtà dei nostri giorni, realtà che non piace nemmeno a Cazzullo, il Bardo del 150° dell’Unità.

Una Polis così, sgradevole persino al Bardo, potrà disfrenare l’impetuoso Nuovo Miracolo italiano, riscossa idrogeologica e vendetta antisismica comprese, senza ricorrere alla rivoluzione culturale di Pol Pot? Senza almeno riconoscere che siamo in troppi e che non c’è posto per nuovi venuti, nemmeno uno?

 

a.m.calderazzi

LA BOLDRINI HA DIFETTI, NON QUELLO D’ESSER FIGLIA DI ARRIGO BOLDRINI

Fece bene Laura Boldrini, tempo fa, a respingere d’impeto la bufala secondo cui era figlia dell’omonimo Arrigo. Meritò la solidarietà di tutti. ‘Figlia di un mito della Resistenza’, nome di battaglia Bulow, era troppo anche per una deputata di Vendola. Tutti hanno diritto a non essere associati al capo di quel gappismo che tra l’aprile e il giugno 1945, dopo la ritirata dei tedeschi e la resa degli ultimi fascisti, passò per le armi nella sola località di Cavenigo (Padova) 136 persone: non tutti militi o brigatisti neri, anche civili e parenti.  Cavenigo è una delle pagine più infami della ferocia partigiana, e si inserì in un panorama di atrocità che non sfigura nel confronto con le stragi SS. Nell’intero padovano le esecuzioni successive alla “vittoria” dei killer di Stalin furono molte centinaia.

Il principale capo guerrigliero locale era Arrigo Boldrini: logico che nel contesto di allora venisse assolto dai tribunali. Si usava così. Non lo sappiamo che la nostra Repubblica – un settantennio dopo  riconosciuta in genere come la peggiore d’Occidente – nacque dai mitra gappisti? Allora, nella gloriosa Fase Costituente, agli autori o coordinatori dei fatti antifascisti più crudeli spettavano larghe immunità. In più ricompense, decorazioni, cariche e prove monetarie della riconoscenza di noi contribuenti. Così i responsabili di Dongo e di via Rasella (cioè delle Fosse Ardeatine) sedettero a lungo in parlamento. Così Boldrini\Bulow fu deputato, poi senatore – senza interruzioni – per undici legislature (1945-94, mezzo secolo). Il PCI esercitava i suoi diritti.

E l’interminabile opera legislativa di Nilde Iotti, consorte di Togliatti (eletta 13 volte, complessivi 51 anni), come negare che ad essa dovemmo il Miracolo economico e l’ingresso tra i Grandi del pianeta? L’ex partigiana Nilde fu acclamata tre volte presidente della Camera, un record (per me uno scandalo). Per non far mancare la sua figura all’Assemblea e alla Nazione, si dimise pochi giorni prima di morire alla clinica Luana. Di fatto agonizzava già sull’arcipoltrona presidenziale. Quando Nilde firmò le dimissioni, Giorgio Napolitano si inebriò d’ammirazione: la proclamò “splendida figura”. Anche se il popolo del PCI si era turbato quando Togliatti, per unirsi a lei, lasciò moglie legittima e un figlio. Ma Giorgio, futuro atlantista, futuro estimatore della guerra di Afghanistan pensava sub specie aeternitatis, pensava a come sarebbe stato peggiore il nostro futuro senza le tre presidenze successive e senza il tacito ripudio dello stalinismo.

Ad Arrigo Boldrini riuscì di diventare poco meno che uno statista e un ricostruttore della Patria: per esempio fu vicepresidente della Camera e incarnazione a vita della gloria guerrigliera. Tra pochi giorni nella superba Aula della Regina a Montecitorio celebreranno il centenario della sua nascita le tre somme cariche dello Stato più, per l’antica milizia comune nel nome di Stalin, Giorgio Napolitano. Il centenario, come per Garibaldi, Torquato Tasso e Tazio Nuvolari!

Non solo: decorarono Boldrini con la medaglia d’oro (!) al valor militare. Solo lui avrebbe potuto fare il conto preciso delle raffiche, proprie e altrui, che aveva sulla coscienza. Inutile dire una volta di più che l’idea e il movimento del comunismo sono stati uccisi soprattutto dalla ferocia ‘bolscevica’ del retaggio rosso.

Nell’agiografia di Arrigo Boldrini c’è anche uno spunto di comicità irresistibile. Si enfatizza infatti che il nome di battaglia Bulow se lo dette, o gli fu assegnato, per avere teorizzato la “pianurizzazione”. Che vuol dire? Vuol dire che mise a punto la strategia politico-partigiana della “pianurizzazione”: la guerriglia  poteva|doveva scendere dalle montagne alle campagne e alle città di pianura. Dunque il Nostro divenne Bulow – occorrerebbe un’Umlaut’ o metafonesi, ma la mia tastiera ne manca, oppure sono ciuccio io – e non so se Boldrini usava umlaut – con riferimento ai meriti di stratega del conte Friedrich von Bulow, dalla parte prussiana vincitore sotto Bluecher di Napoleone Bonaparte. Ha scritto il riverente storico Guido Crainz: “La pianurizzazione fu una scelta vincente. Ebbe il merito storico di dare fiducia al mondo contadino”. Ne conseguì che i contadini-assassini di Boldrini abbatterono il Terzo Reich e forzarono il Fuehrer a inghiottìre  il cianuro.

Chissà se invece Boldrini, col suo doppio diploma, di scuola media e di perito agrario, non abbia preso a modello un altro dei von Bulow: il principe Bernhard, cancelliere del Secondo Reich, marito di una principessa italiana e genero di Laura Minghetti; il barone Dietrich, teorico dell’arte tattica; il barone Hans, musicista e marito di Cosima Liszt, successivamente risposata a Richard Wagner; il diplomatico Heinrich, ministro degli Esteri di Prussia; il feldmaresciallo Karl, comandante d’armata nella Grande Guerra; oppure il conte Ludwig, fatto presidente della Slesia nel 1825. Ci avreste mai pensato: un trionfo stalinista in pianura ispirato da una dinastia di grandi prussiani, magari Junker oppure no?

Forse anche per questo Laura, pacifista/progressista intensa, si dissociò dall’Omonimo: non solo medaglia d’oro per meriti di mitra ma anche emulo del pensiero strategico prussiano.

A.M.Calderazzi

 

IL TIBET DEL FUTURO

La Cina si è fatta “quasi-massima” economia del mondo. Sentiamo dire che sta appropriandosi di ampie realtà dell’Africa, un continente mai stato suo. Possiamo dubitare che saprà lanciare in grande una propria ‘nazione’, il Tibet, sulla quale è riconosciuta sovrana nominale da almeno tre secoli?

Non è abbastanza noto che nel 1903-4 quel grande regno teocratico subì una delle ultime sopraffazioni coloniali della Gran Bretagna. Man mano che Warren Hastings si insignoriva dell’India, Londra provava a inglobare la regione tibetana. I primi esploratori britannici comparvero in Tibet verso il 1774. Nel 1903 il governatore generale Lord Curzon ruppe gli indugi e trovò il pretesto – le iniziative e infiltrazioni russe – per mandare in Tibet una spedizione armata, ricordata col nome del comandante, colonnello Francis Younghusband. Dopo pochi mesi di marcia e qualche scontro, i britannici entrarono nella capitale Lhasa: ma non raggiunsero che in parte gli obiettivi del Regno Unito. Già nel 1906 Londra dovette riconoscere con un trattato l’alta sovranità di Pechino.

Quattro anni dopo le truppe cinesi raggiunsero Lhasa e deposero il Dalai Lama, fuggito in India. Anche questa fu una conquista effimera. Nel 1911 l’Impero Manchù cadde e nacque la Repubblica di Sun Yat-Sen. Il Tibet sembrò tornare indipendente, ma questa volta i monaci che governavano il paese dei monasteri non cercarono come in passato di contrastare le influenze britanniche.  Un trattato stipulato nel 1890 con gli inglesi era stato addirittura respinto, diciamo così, dal popolo. Peraltro una parte dei gruppi dirigenti si mostrarono sensibili agli influssi e alle proposte degli agenti zaristi, tradizionali competitori dei britannici nello scacchiere. Solo la rivoluzione bolscevica farà cessare i tentativi russi.

Conosciamo gli avvenimenti che nell’ottobre 1950 realizzarono l’effettiva imposizione del dominio cinese. Un tentativo di rivolta venne spento nel 1959. Un altro Dalai Lama venne deposto e costretto all’esilio. Molte voci si levarono nel mondo contro quello che apparve il sopruso della Cina. Si sostenne che la cancellazione dell’assetto tibetano era una violenza contro una grande tradizione culturale.

Tuttavia l’alta ‘suzeraineté’, o egemonia, di Pechino è un portato della storia. Più ancora, la presa di possesso di Pechino ha chiuso la lunga fase feudale della storia tibetana e ha avviato la modernizzazione. Alcune delle tradizioni più qualificanti si sono spente, anche se le leadership monastiche hanno visto riconosciuto un proprio ruolo nelle istanze d’autonomia del paese. Comunque, ora il Tibet può affacciarsi sul futuro. I programmi di sviluppo già avviati sono imponenti. Le risorse umane di una stirpe vigorosa saranno valorizzate come nei contesti tradizionali sarebbe stato impossibile.

Con le sue caratteristiche geografiche il Tibet sembra negato ad avere un proprio miracolo produttivo (industriale). Però una parte del suo ingente territorio – il quadruplo dell’Italia – possiede un potenziale non esiguo.  Le più alte montagne del pianeta sono parte del potenziale. Le considerevoli risorse minerarie che si attribuiscono al paese non sono ben conosciute. Invece è verosimile che un retaggio culturale così inconfondibile si presterà, tra l’altro, a una valorizzazione turistica davvero sorprendente. L’Asia più vicina fornirà larghe masse di visitatori stregati dalle leggende, dal folklore, dal fascino delle cime altissime. E forse ancora più conquistabili saranno i visitatori/pellegrini dalle società occidentali fatte prospere, epperò schiavizzate, dalle tecnologie, dal capitalismo, dalla modernità.

Quando Pechino dominerà anche i voli e i soggiorni low cost, quando moltiplicherà i poli alberghieri ispirati ai monasteri vasti come palazzi reali; quando renderà raggiungibili in auto i villaggi tibetani che guardano cime oltre gli ottomila, chi vorrà rinunciare all’esperienza del Tibet, un paese come nessun altro?  Quale reame vanta un sovrano fondatore che si chiamava cNam-ri-sron-bran, padre di un conquistatore di nome Sron-brcan-sgam-po; nonché un costume sociale che ancora consente la poliandria (la donna che sposa un primogenito è moglie legittima dei fratelli minori del consorte)?

 

Beninteso, si andrà in Tibet per ben altro.

RIFLESSIONI SULL’ARTE DI GOVERNARE

Governare – un Paese (uno Stato), un paese (una città o un borgo), oppure una famiglia – è una funzione che non può – né deve – diventare un mestiere. La funzione di governo della cosa pubblica può essere esercitata da chiunque abbia quei requisiti di onestà e probità che contraddistingue l’azione prudente del buon padre di famiglia in ogni circostanza. Il possesso di questi requisiti non può essere stabilito con un esame (neppure quello dei cittadini che periodicamente votino a suffragio universale), né garantito dall’appartenenza a un partito o ad una associazione, o dall’adesione a una fede religiosa o laica che sia.

Gli studi fatti e le attività o i mestieri esercitati, purché leciti, non hanno grande importanza per essere qualificati a tale funzione, poiché per governare occorre soprattutto buon senso, modestia, capacità di ascoltare i problemi degli altri e prendersene cura, in una parola occorre umanità. Sarebbe meglio chiamarla bontà, dato che caratteristica soltanto umana è quella di generare sofferenze ingiustificate da infliggere ad altri, e le persone buone tendono a non vederne la necessità, come del resto fanno gli animali grazie alla naturale saggezza dei loro comportamenti, dettati da ciò che erroneamente chiamiamo istinto mentre sono in buona parte frutto delle condizioni nelle quali l’animale ha vissuto; proprio come accade per gli esseri umani.

La capacità di parlare in pubblico dovrebbe essere guardata con sospetto, dato che ci attendiamo che chi ci governa non sia un piazzista che ci propone di comprare la sua merce, come quasi ovunque invece accade. Dovrebbe invece essere un cittadino indicato dal caso, onorato di essere stato scelto dalla sorte per servire la comunità alla quale appartiene e nella quale vive. Il suo mandato non dovrebbe accompagnarsi a un trattamento economico di particolare privilegio, né prevedere in seguito, al termine del mandato, emolumenti o privilegi di alcun tipo. Chi governa dovrebbe essere soltanto desideroso di fare bene ed essere di ciò orgoglioso, non tanto per meritare la gratitudine dei suoi simili, quanto per essere soddisfatto di sé per il lavoro utilmente svolto.

Sembra utopia, ma in realtà si tratta semplicemente di una prassi da instaurare, differente da quella in uso oggi nei Paesi democratici. Se la prassi dominante si fonda sulla menzogna e sulla sostanziale disonestà delle enunciazioni e dei comportamenti, non sarà facile mutare le cose, anzi sarà pressoché impossibile. Qualsiasi decisione e misura venga intrapresa non potrà cambiare la situazione. Chi sta in alto nella gerarchia ha bisogno del sostegno di coloro che ne hanno fatto la loro creatura e questi potenti (nell’ombra o allo scoperto) non sono disposti a rinunciare ai loro privilegi per mettere in pratica ciò che è stato deciso dagli ingenui cittadini che si sono recati alle urne nell’illusione di eleggere persone degne di governarli, ma che troveranno invece dei politicanti che hanno ben altri obiettivi.

Occorre osservare che, come si è detto, l’azione di governo non può essere esercitata come un mestiere, né come una vocazione. A differenza del mestiere, che presuppone la capacità di essere esercitato dopo un ragionevole periodo di studio e di tirocinio, e della vocazione per la quale nutriamo uno speciale trasporto (purché non animato dal desiderio di schiacciare gli altri per raggiungere i propri fini esclusivi), governare è per sua natura alla portata di chiunque. Si tratta di una funzione e come tale non è diversa dalla capacità di gestire, con gli altri membri, una famiglia.

Dar vita a una famiglia – il nucleo, il ganglio sociale di base della società, per definizione il più importante che vi sia – non richiede doti particolari, possedute da alcuni esseri umani soltanto. Non occorre superare un esame o fare un concorso. Eppure con questo gesto, con l’azione di formare una famiglia, sia essa allietata o afflitta dalla prole, contribuiamo alla natura che la società, della quale condividiamo il destino, andrà assumendo. Il modo di vivere in una famiglia, di governarla per la massima soddisfazione dei suoi componenti (o per l’egoismo di uno solo), può variare moltissimo ed essere influenzato non soltanto dalla probità o dalla disonestà dei suoi componenti, ma anche da circostanze fortuite di carattere negativo o positivo che per la loro natura non possono essere previste.

L’incertezza è e resta l’elemento dominante. Per questa ragione la famiglia non può fare veri programmi, costruire piani da seguire rigidamente per conseguire gli obiettivi che si propone. Potrà programmare di raggiungere una certa meta (comprarsi l’abitazione) o conseguire un certo risultato (far diplomare o laureare un figlio), ma questi obiettivi, sia pure programmati e perseguiti con tenacia, riguarderanno sempre un campo d’azione molto limitato e anch’esso ricco di incertezze nonostante la fermezza dei propositi e la perseveranza nell’agire. Non occorre dire di più perché l’esperienza di vita parla a ciascuno in modo diverso nel particolare, ma identico sul piano generale.

Perché dunque governare una collettività locale o nazionale o internazionale dovrebbe avere caratteri diversi? Così come non esiste il mestiere di capofamiglia (non sempre il marito, talvolta la moglie o un figlio), il rappresentante della collettività dovrebbe essere sorteggiato, non eletto. L’elezione – questo ormai lo sappiamo da tempo – non può che favorire i peggiori membri della società, quelli che si mettono in mostra perché desiderano il potere politico e che per ottenerlo e farlo durare sono pronti a realizzare la volontà di chi ha facilitato la loro elezione o rielezione.

Il sorteggio, la durata dell’incarico per un numero limitato di anni, gli emolumenti adeguati ma contenuti, gli scarsi vantaggi aggiuntivi, l’impossibilità di avere una “pensione” o un “vitalizio” sarebbero tutti elementi tali da rendere il ruolo di parlamentare o di membro del governo poco allettante per chi miri ai privilegi o al denaro. In compenso il sorteggiato o la sorteggiata che non rifiutasse l’incarico avrebbe l’onore e la responsabilità di poter fare qualche cosa di utile per la comunità alla quale appartiene.

Le etichette costituite dai partiti non hanno più ragion d’essere in un contesto dove i progetti sociali non esistono più (“cos’è la destra cos’è la sinistra”, cantava Giorgio Gaber) o sono divenute finzioni, e dove il confronto è tra chi ha una sua moralità, e chi invece non ne ha alcuna ma si batte soltanto per soddisfare i propri egoismi ed è, senza alcun freno, homo homini lupus.

Attraverso i media – sembrerebbe più adeguato alla realtà che rappresentano chiamarli mezzi di disinformazione di massa – il “teatro” della politica assume una rilevanza che travalica i fatti concreti che dovrebbero essere legati all’azione di governo, limitandosi a sempre ottimistiche dichiarazioni di intenti. Il tempo necessario per una incisiva azione di governo si riduce enormemente, dato che prevale la narrazione degli eventi, meglio se fatta da chi ha la lingua sciolta e il piglio del venditore, non importa se di fumo.

A ben riflettere si potrà ricordare che i programmi di governo non hanno mai avuto un senso concreto, prova ne sia che sono sempre stati disattesi, come è logico attendersi dato che il governo deve affrontare i problemi giorno per giorno, man mano che questi si presentano, e trovare una soluzione avendo chiaro sempre l’obiettivo della propria azione: operare a beneficio della collettività governata, presente e futura.

Malgrado le grandi speranze riposte nella democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale, ai ceti parassitari dominanti in ragione della posizione nella gerarchia sociale e del censo, si sono sostituiti individui di ogni estrazione sociale accomunati dal desiderio di esercitare il potere politico con ogni mezzo al fine di avvantaggiarsene personalmente. Grazie a questi nuovi, ma non meno avidi parassiti, il regime democratico è stato snaturato, svuotato della sua essenza, ed è divenuto una maschera dietro la quale interessi privati di ogni tipo prevalgono sostanzialmente su quelli pubblici, e vengono create situazioni di privilegio la cui vera natura si nasconde dietro all’omertà dei privilegiati, qualunque possa essere il partito o la fazione di appartenenza.

L’amico Enrico Fucini di Marta (Viterbo) si rivolge ai governanti con poche fulminanti parole (“Il libero arbitrio in comodato d’uso lo avete trasformato in libero abuso”) nella scia di ciò che Vittorio Alfieri scriveva nel suo imperituro lavoro “Della tirannide”:

Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Gianni Fodella

Dio forse non è morto, ma la Chiesa romana boccheggia

Il successore di papa Bergoglio non dovrà, per realismo, prendere il nome di Romolo Augustolo, ultimo imperatore d’Occidente?  E’ possibile che il papato stia vivendo l’ultima fase di una storia aperta duemila anni fa da Pietro di Betsaida. E’ da venti secoli che i cattolici convivono dolorosamente con un’istituzione che solo nelle catacombe e nei circhi dei martiri è stata all’altezza dei suoi ideali.

Ovvio, non incombe la fine del gigantesco organismo temporale chiamato Chiesa romana. Quello potrà sopravvivere a lungo senza una ragione, come fa per esempio l’Onu, inutile da un settantennio.  E’ il ruolo spirituale della Chiesa che sta finendo. A differenza che nel passato lontano, la Chiesa non riesce più a legittimarsi come “voluta da Gesù”. Cristo deve avere orrore di questo mondo che la Chiesa di Pietro ha partecipato a gestire nei secoli. Oggi forse nessuno degli assetati di Dio – il più insignificante dei quali sono io che vado alla Messa per amore – è più in grado di accettare dubbie verità quali la “infinita bontà di Dio”. Gli uomini sanno di avere adorato numerosi Iddii malvagi, non buoni. Povero Johann Sebastian Bach, il più cristiano di tutti noi, per il quale la Misericordia celeste era certezza!

Che il mondo sia sopraffatto dal Male è ciò che lamentavano gli eresiarchi del passato; che avessero ragione lo dimostrava il fatto che la Chiesa potesse mandarli al rogo. Oggi la sconfitta di Dio di fronte al Male è nozione largamente accettata, tuttavia la Chiesa continua faticosamente a parlare di onnipotenza divina. Anzi arriva a proporre un “mantello di Maria” che protegga coloro che soffrono. E’ sicuro, il Mantello non esiste.

Non sarebbe minacciata di morte, la Chiesa cattolica, se si liberasse dei miti che un tempo generò e oggi risultano menzogne. Se si proclamasse semplicemente madre degli orfani di Dio. Se dichiarasse che le sue basiliche e le sue liturgie sono luoghi per confortare quanti rimpiangono il Padre ignoto, non per prolungare speranze impossibili. Venti secoli dopo, la Chiesa non può promettere altro che affetto verso chi vorrebbe conoscere il Padre, verso chi non si contenti di ammirare all’infinito l’eroismo del Nazareno sulla croce. La Chiesa non sa perché il Cristo è comparso sulla Terra una sola volta. Non sa perché il Padre tace in eterno; anzi – recita un Vecchio Testamento feroce – fa morire chi riesca a vedere il volto divino.

Ecclesia non affermi più di conoscere le grandi verità. Venti secoli di congetture bastano. E’ tempo che la maggiore di tutte le compagini spirituali si riconosca impotente e anche bugiarda. Propalatrice di schemi, di costruzioni inventate. L’Assoluto è un padrone duro, non perdona i servitori infedeli.

Bergoglio stesso avrebbe dovuto prendere il nome di Romolo Augustolo. L’ultimo imperatore fu proclamato che era un giovinetto; suo padre, il patrizio Oreste, resse brevemente l’ultimo avanzo di impero. Dal punto di vista del futuro cattolico, anche papa Francesco è una innocente ‘non entity’.

Aveva suscitato speranze messianiche, quali nessun altro pontefice di cui si sappia. I suoi gesti iniziali avevano indotto a vagheggiare che si rivelasse ben più che il capo dei cattolici devoti: anche dei cattolici dissenzienti, anche dei protestanti, dei cristiani d’Oriente, dei credenti d’altre fedi, dei non credenti, di ogni altro uomo che viva un Avvento troppo lungo. Gli esordi di Bergoglio lo avevano proiettato come il massimo spirito del mondo. Avesse deciso di candidarsi, con scelte concretamente rivoluzionarie – non con parole –  a essere il Mosè del mondo, nessuno sul pianeta avrebbe potuto contrapporsi. Invece Bergoglio decise di essere nessuno, e tale è oggi. Logico che paghi, con un’irrilevanza quasi estrema, per essere apparso ciò che non era, l’operatore di una svolta epocale.

Che avrebbe dovuto fare per non deludere tanto gravemente?  Avrebbe dovuto compiere azioni, atti veri, da grande Giustiziere del troppo male operato dalla Chiesa, dal Medio Evo di ferro alla lunga età nepotista, dai delitti dei papi rinascimentali all’accanita opposizione, al controllo delle nascite (“ogni nascita è un dono di Dio”, “la Terra ha pane per tutti, basta che i ricchi lo donino invece di venderlo”). Si continua a riproporre la bontà della Provvidenza, quando si è certi che la Provvidenza è negata dalla realtà.

Per dimostrare d’essere distruttore per amore, Francesco avrebbe dovuto ripudiare la continuità, cominciando dall’abbandonare Roma coi suoi troppi palazzi straordinari e le sue troppe fontane: autentici corpi del reato, prove assolute del lungo tradimento del Vangelo.

A.M.Calderazzi

 

 

 

 

 

 

L’immigrazione va chiusa ma costerà carissimo

 

Perché, avendo il triplo della popolazione che sarebbe giusta per la nostra penisola, ci scoprissimo terra d’immigrazione, quante tangenti sono state pagate?  Abbiamo raggiunto la certezza di avere i politici, gli imprenditori, i faccendieri più amorali di tutti. Non veniteci a dire che abbiamo spalancato le frontiere per amore degli affamati e degli infelici. Qualcuno aveva interesse perché la Repubblica di Mameli&Ligresti avesse i suoi Bronx e le sue bidonvilles: eccoci campioni dell’accoglienza.

Ma che importa se per l’affare sporco dell’immigrazione incentivata i nostri rei risulteranno passibili, collettivamente, di molti secoli di carcere, allorquando i Tribunali hanno già gli elementi per seppellire in galera l’intera classe di potere, e si sa che non lo faranno?  Ha senso aprire nuovi filoni d’indagine quando i delitti già confessati sono così gravi che questo Stato andrebbe abbattuto, ma non possiamo permettercelo?

Detto questo, le frontiere andranno chiuse e gli illegali deportati, anche se le giornaliste della Rai faranno veglie di protesta. Non potrà restare che una modesta minoranza. Che questa posizione appaia razzista è irrilevante, quando gli antirazzisti sono coloro che, abitando e guadagnando bene, credono di alleviare la miseria del Terzo Mondo attirando miserabili nelle baraccopoli romane e nei carciofeti foggiani. Invece sia chiaro che la chiusura del buonismo punirà aspramente il nostro egoismo di benestanti. Abbiamo creduto di farla da furbi lasciando che ci lavassero i parabrezza e bivaccassero nelle periferie estreme, tanto abitiamo in centro. Ma ci siamo sbagliati. Prepariamoci ad addizionali fiscali che ci tramortiranno.

Non potremo sottrarci all’obbligo di condividere. Per cominciare, coloro che avremo espulso – viaggio a ns carico – dovranno ricevere un soccorso umanitario se dimostreranno di avere avviato un’attività produttiva – una bottega da falegname, un greggetto di pecore – oppure di soffrire gravi problemi di salute. Il denaro andrà pagato direttamente al creditore per gli attrezzi, per le pecore, per le terapie. Ma il peggio verrà quando capiremo che la soluzione della miseria sarà solo uno sforzo immenso dei paesi ricchi, a partire da un Super-Piano Marshall dell’Europa, volto a dissuadere dal partire. Simultaneo allo sforzo, un duro birth control. Il nostro è un pianeta da tre miliardi al massimo.

La difesa contro le immigrazioni future costerà l’ira di Dio: ma molto di più costerà la solidarietà long term che i prosperi dovranno offrire ai miseri. Costerà la rinuncia ai nostri livelli di vita. Non potremo non impoverirci. L’egoismo attuale di noi possessori di terze e quarte case non sarà più lecito: provvederà un Fisco inflessibile. E il bello sarà che dei sacrifici futuri non potremo incolpare i governi dei corrotti e dei faccendieri: bensì le terze e le quarte case. Gli stili di vita.

Antonio Massimo Calderazzi

Per risorgere il Papato ripudierà Roma

Sessantasei anni fa due preti operai furono arrestati a Parigi per atti di violenza durante una manifestazione contro il generale americano Ridgway. Fu forse la situazione limite dell’impegno a sinistra di un segmento del clero francese, impegno che aveva ricevuto qualche sostegno dai cardinali Suhar e Liénart, oltre che da prelati minori. Quell’anno stesso il Nunzio apostolico a Parigi notificò a ventisei vescovi il decreto di soppressione dei preti operai.

Oggi i preti operai risulterebbero mattoidi, non foss’altro perché l’operaismo è finito, trascinato nell’irrilevanza dalla morte del movimento comunista. La militanza antipadronale sussiste ma ha perso la nobilitazione ideologica e classista: gli agitatori sindacali sono mestieranti e non conduttori delle coscienze; le maestranze che si fanno condurre sono lontane dal voler lottare contro il sistema. Molti proletari posseggono seconde e terze case.

Passò una dozzina d’anni dalle intemperanze dei due preti operai e il cardinale tedesco Agostino Bea enunciò il principio che “la libertà dell’uomo vuol dire il suo diritto di decidere secondo la propria coscienza”. Gli ambienti conservatori insorsero: il porporato tedesco era andato oltre la carità verso l’errore, aveva proclamato insindacabile la coscienza individuale, laddove il cattolico aveva sempre dovuto inchinarsi alla Chiesa, interprete unica della Parola Rivelata. Il nostro cardinale andò per la sua strada. Precisò: chi erra in buona fede, anche in materia religiosa, adempie di fatto la legge morale e quindi la volontà di Dio, secondo la propria coscienza retta. Di fatto Bea rivendicava il valore universale della più alta tra le tesi di Lutero, il rifiuto dell’intermediazione ecclesiastica tra l’uomo e Dio, il rifiuto del magistero, per di più autoritario. Da allora più di un Pontefice ha ammesso che la Chiesa può sbagliare proprio là dove insegna, dove condanna, dove ha persino messo a morte uomini che erano santi, metti Hus e Savonarola.

Il cardinale Bea ha vinto. Il cristiano d’oggi che può fare se non prendere in parola sia il porporato che riabilita la conquista centrale della Riforma germanica, sia i papi che chiedono perdono per la Chiesa?  Ecco una delle conseguenze che discendono da secoli di riflessione cristiana: è giusto sostenere che il Papato deve lasciare Roma per alzare la Tenda biblica altrove. Per esempio fuori d’Italia. Che la gestione del cattolicesimo sia rimasta appaltata soprattutto all’alto clero italiano, espresso per una ventina di secoli prevalentemente dal patriziato italiano, è stato un lunghissimo misfatto che i futuri pontefici confesseranno come errori. Abbandonare Roma avrà il senso di ripudiare nel concreto una tradizione bimillenaria di Chiesa principesca, a lungo turpe, sempre mondana.

Sarà un trasloco sofferto e obiettivamente difficile. Ma dovrà accadere perché la Chiesa entri in una nuova vita. Essa dovrà vergognarsi dei palazzi, delle fontane e dei giardini che sono il vanto dell’Urbe e l’oltraggio della Cristianità. Dovrà pentirsi in particolare del nepotismo dei papi, la cui espressione ultima è dei nostri anni: Pio XII Pacelli fece principe un suo nipote, così come era stata la regola, magari senza connotazioni araldiche, per una ventina di secoli. Quasi tutti i pontefici vollero ricche e potenti le proprie famiglie; e se la potenza veniva loro dalla maestà spirituale del triregno, la ricchezza non poteva che provenire dai beni della Chiesa, saccheggiati dai papi nepotisti. I famosi palazzi e le fastose ville che fanno insuperabile Roma furono tutti finanziati da rapine sui beni che la Chiesa ottenne dalle donazioni di chi voleva salvarsi l’anima. Rapina sui beni destinati ‘a Cristo’.

Un giorno la Chiesa, anzi la Cattolicità avrà orrore di quel cognome arrogante “Burghesius” fatto incidere a lettere gigantesche da Paolo V sulla facciata di San Pietro: la meno santa di tutte le basiliche entra purtroppo ogni giorno in tutte le case e gli ambienti che abbiano un televisore.  Manco a dirlo, quasi non c’è gran palazzo romano che non abbia un cognome pontificio.

Qualunque altro angolo del mondo andrà bene per la tenda del Vicario di Cristo. Certo sarà meno indegno del colle dal meraviglioso giardino dove un papa eresse 1200 stanze per sé, e per i propri successori (poi vennero gli usurpatori sabaudi e quelli repubblicani, non meno ma più riprovevoli degli abitatori papali e di quelli di Casa Savoia).

Antonio Massimo Calderazzi

 

 

 

 

 

 

Georges Clemenceau o l’inutilità di vincere Grandi Guerre

 

Il Tigre Clemenceau merita d’essere primo della lista di quei sommi bellicisti che le nuove generazioni non conoscono e dunque hanno perdonato col fatto stesso di ignorarli. Vedremo che fu direttamente responsabile di centinaia di migliaia di morti che si potevano scongiurare, visto che verso la fine del 1917  gli Imperi centrali si dichiararono disposti a negoziare una fine della strage. ‘Il Tigre’ non fu la sola caratterizzazione di cui si compiacque. Fu anche chiamato Clemenceau-la-Guerre e Clemenceau-la-Victoire. Forse gli piacque meno l’essere definito “vieilliard sanguinaire”: era un implacabile ottantenne nel 1917, quando tornò al potere (era stato presidente del Consiglio nel 1906-09).

A dire l’uomo basterebbe ‘Il Tigre’. Le tigri sono i più feroci tra i grandi carnivori. Il Nostro fece in modo di personificare la Grande Guerra, anche se fu Poincaré, non lui, a volere il più sanguinoso conflitto della storia. Clemenceau dominò, con Woodrow Wilson e con David Lloyd George, la conferenza di Versailles, sciaguratamente chiamata ‘di pace’: in realtà fu l’antefatto del Secondo conflitto mondiale. Mai Adolf Hitler si sarebbe alzato come fondatore del Terzo Reich, conquistatore di un continente, se Versailles non avesse addossato alla sola Germania la responsabilità e l’espiazione della Grande Guerra. uella di Versailles andava chiamata Versailles andava chiamata “conferenza  di Tregua ventennale, 1919-39”.

La Francia non premio’ Clemenceau per i suoi ferrigni conseguimenti. Nel 1920 era il più logico dei candidati alla presidenza della repubblica. Gli preferirono l’incolore Paul Duchanel: una specie di Mattarella, sventurato al punto da doversi dimettere dopo otto mesi per avere perso la ragione (morì nel 1922, caduto da un treno in corsa). Va ripetuto che Clemenceau  non fu l’artefice della guerra alla Germania. Il colpevole fu Raymond Poincaré, capo dello Stato nel 1914, il lorenese invasato della Revanche contro la Prussia di Bismarck, la quale in un paio di settimane del 1870 aveva inflitto al Secondo Impero di Napoleone III la più grave sconfitta della storia, tra l’altro strappandogli l’Alsazia e parte della Lorena.

Nel 1917, dopo un triennio di carneficina – solo a Verdun erano caduti un milione tra francesi e tedeschi –  si profilava una concreta prospettiva di pace, con non pochi segni di una disponibilità di Vienna e Berlino.  Poincaré, dovendo scegliere un nuovo presidente del Consiglio tra Joseph Caillaux, fautore della fine della mattanza, e Clemenceau, l’uomo della vittoria a qualunque costo, decise per quest’ultimo. Da quel momento il Tigre fu il più intransigente tra i governanti del conflitto nel proibire ogni iniziativa di negoziato.

Clemenceau ottenne la sua “vittoria” quando (novembre 1918) Hindenburg e Ludendorff, i due massimi capi militari germanici, costrinsero il loro governo a dichiararsi sconfitto. Da quando era tornato al vertice il Tigre non aveva mancato un’occasione per affermare che la Victoire valeva più che le molte vite che si potevano salvare: forse un milione sui vari fronti del mondo. Quasi ogni giorno, di fatto, faceva questa asserzione, e quasi ogni giorno sosteneva che ‘les enfants de la Patrie’ dovevano sacrificarsi. Tra l’altro fu il governante che, ottantenne, visitò più trincee per galvanizzare i combattenti ad amare il sacrificio patriottico della vita.

Ebbe la fortuna di morire diciotto anni prima del 1940, quando la disfatta totale e non onorevole della sua Grande Vittoriosa avrebbe insegnato, a lui come a Poincaré, la fallacia del loro bellicismo estremo. Oggi la Germania, non la Francia, è domina d’Europa.

In vita una feroce soddisfazione la ebbe prima di ‘trionfare’ coll’Armistizio e con Versailles: riuscì a far arrestare e processare Joseph Caillaux, che nel 1917, se fosse tornato a guidare il governo, avrebbe messo fine alla guerra con un accomodamento, senza pretendere la dubbia Victoire. Caillaux languì in carcere un anno e mezzo, sotto il peso di un’accusa che poteva portarlo alla fucilazione. La Corte lo condannò a cinque anni per un reato meno grave del ‘tradimento’ di cui lo accusava il Tigre. Nel 1925 Caillaux beneficò di un’amnistia. Il suo persecutore era morto tre anni prima, quando ancora era possibile che il maggiore assertore della riconciliazione franco-germanica fosse condannato a morte. Per il Tigre cercare le vie di una pace era ‘disfattismo’: tra i politici di rango che minacciò di portare davanti all’Alta Corte non mancò Aristide Briand, undici volte presidente del Consiglio e futuro premio Nobel per la pace.

A Clemenceau fu risparmiato lo “scempio” compiuto da de Gaulle e Adenauer, quando decisero che Francia e Germania sarebbero state amiche per sempre. Oggi non c’è scolaro dodicenne che non sappia quanto antistorica e futilmente belluina fosse la vocazione antigermanica del Tigre. Peraltro c’è stato, una guerra mondiale dopo, un bellicista più accanito di Clemenceau: Winston Churchill. Iperbellicista fu anche Franklin Delano Roosevelt: ma almeno fondò l’egemonia planetaria degli USA. Invece le vittorie di Churchill fecero sparire l’impero britannico.

Antonio Massimo Calderazzi

Per il partito dell’accoglienza, coerenza fino in fondo

 

Non uno degli opinion leader -Grandi Firme, Vip dello spettacolo, altri conduttori e registi dei sentimenti- non uno si astiene dal singhiozzare ogni giorno sui barconi che si rovesciano nel Mediterraneo. Però non uno sente di dover enunciare le verità inconfessabili, scandalose. Sono le seguenti.

Se l’Italia, cor cordium, è sola nell’Unione, nell’Onu, nel pianeta e nel Creato a non tollerare le immagini dei naufragi, l’Italia non può non istituire traghetti gratuiti e scali attrezzati per aspiranti europei. Onde risparmiare loro i disagi e le rudezze dei centri d’accoglienza, non può non investire in villette e hotel ad hoc.

Al fine di cancellare gli stress dei futuri cittadini, Roma deve reclamizzare a scala d’emisfero che il diritto di sbarcare e di installarsi in perpetuo, spetta dal momento stesso dell’imbarco sui traghetti gratuiti di Stato. Per scongiurare che gli arrivati, potenzialmente vari milioni, si sentano lumpenproletari, Roma deve assegnare a ogni nuovo venuto un reddito d’integrazione pari a quello medio tra le classi sociali della Penisola. Nel contempo deve istituire automatiche, ovvie esenzioni da quote qui dovute per nidi, mense e gite scolastiche; anche da tasse, affitti, bollette e contributi pensionistici.

Perché i ‘diversamente agiati’ oriundi del Continente nero, del Sud del mondo e di paesi oppressi da regimi totalitari non si addensino in ghetti, banlieus e slums, potenziali vivai di radicalizzazione, la nostra mano pubblica deve -a norma del precetto enunciato anni fa dal noto editorialista G.A. Stella, “sparpagliare, sparpagliare” gli immigrati poco abbienti tra i quartieri delle metropoli, quadrilateri della moda e degli affari compresi. Poiché immobili e suoli dei buoni indirizzi, degli stessi vasti rioni dei ceti medi e dei popolani benestanti, appartengono ai proprietari catastali e sono costosi, i prefetti procedano d’urgenza ai necessari espropri a prezzi d’imperio. Gli espropriati, vengano sistemati decorosamente in caserme e fabbrichette ristrutturate (all’uopo utilizzando in  parte gli indennizzi degli espropri).

Affinché i neo-italiani non incontrino ostacoli nel lavorare e nell’ascendere nelle carriere, vanno loro attribuiti speciali punteggi preferenziali; nonché ogni opportuno bonus, oculatamente commisurato ai bisogni dei nuclei familiari. Se quanto sopra, più ogni ulteriore provvidenza imposta dai valori del Welfare evoluto, richiederà alcune migliaia di miliardi, e se la ripresa non sarà abbastanza impetuosa, giocoforza dovranno provvedere i contribuenti, previo il rinvio sine die della riduzione del debito pubblico. Il popolo d’Occidente dovrà accettare di arretrare non poco nel benessere. Va da sé: per attuare i programmi qui sommariamente descritti occorrerà accantonare i tradizionali ordinamenti capitalistici e le aspre logiche del Mercato.

Quanto sopra è naturalmente bieca concatenazione di sofismi. Oppure è improvvida proposta di anteporre il giocolare (dizionario Devoto: “giocorellare, trastullarsi”)  al pensare coscienzioso raccomandato dai presidenti Mattarella e Boldrini; nonché da Bergoglio quando gli capitano per le mani Trump o i governanti d’Ungheria e di altre repubbliche ex-comuniste. Venendo a Mattarella etc., non sarebbe ben più seria la proposta di sventare le partenze dei barconi con un gigantesco Super-Piano Marhall dell’Europa, o dell’Occidente, o del mondo ricco per intero?

Certamente il Super-piano impoverirebbe tutti i contribuenti. Ma sarebbe meno sofistico delle proposte giocose vedi sopra. In ogni caso si imporrebbero meno espropri nei centri storici e nei quadrilateri del lusso; servirebbero patrimoniali meno feroci. Il vasto potenziale umano cui, secondo i demografi e i pensatori progressisti, rinunceremmo fermando gli sbarchi, verrebbe valorizzato nel Sud del mondo. I problemi di coscienza delle nostre anime belle si attenuerebbero. Coll’enorme dilatazione dei consumi a sud del mondo, la globalizzazione passerebbe a Due Vie.

Incidentalmente: se una parte del terrorismo, quella che trova volontari suicidi, è invincibile -checché proclamino Teresa May e ogni altro emulo della fermezza churchilliana-  il Super Piano Marshall di cui sopra non scongiurerebbe un tot di stragi? Agli occhi di chi ci odia, non risulterebbe un risarcimento per le  Crociate e il colonialismo?

Antonio Massimo Calderazzi

E’ ancora magica la provincia boemo-morava

Dovendo scegliere se salvare dal Diluvio Universale,  Praga la regina o i villaggi castelli stagni e cittadine della Boemia-Moravia  profonda, andrebbero salvati questi ultimi.  Praga ha perduto un pò il fascino di un tempo, quando alcuni la vagheggiavano miglior capitale europea rispetto a Bruxelles. E poi oggi ha i grattacieli dei conglomerati. La Boemia-Moravia minore è, forse per poco, l’ultimo paradiso. Ha le contrade più euritmiche dell’ex campo socialista. Qui ci si dimentica dei tradimenti anti-europei del suddetto ex-campo socialista.

A una trentina di km dal confine coll’Austria comincia la Selva Boema, quelle basse montagne boscose che qui chiamano Sumava. La sua minuscola metropoli Ceske Budejovice, alla confluenza della Moldava e della Malse, ha meno abitanti di Barletta, ma alla fine del Medioevo era una capitale commerciale. I monumenti, le piazze ariose e gli spunti sono bizzeffe. A un tiro di schioppo sorge lo sconcertante castello di Hluboka nad Vltavou. Nel 1840 i proprietari principi Schwarzenberg, stufi di possedere decine di fortezze e di manieri sorti nel medioevo, vollero qui una casa moderna, stranamente ispirata al castello di Windsor. Otto anni dopo uno dei principi, Felix, era cancelliere dell’impero asburgico, domava coll’artiglieria la rivolta a Vienna e insegnava il mestiere di regnare a Francesco Giuseppe, imperatore giovanottino. Un Karl dello stesso casato aveva addirittura sconfitto Napoleone (battaglia di Lipsia, 1813). Va a capire perché questa colossale copia di Windsor su un’altura che domina la Moldava, copia voluta da gran signori che un secolo e mezzo dopo, finito il comunismo, per poco non si facevano re della Cekia.

Nel 1992 il capo della casata, ancora un Karl, era alla corte del presidente Havel come capo della cancelleria. Un quotidiano di New York lo presentò come ‘pretendente al trono cecoslovacco’, ovviamente dimenticando che una monarchia dei cechi e degli slovacchi -così come l’infausto regno dei serbi croati e sloveni- non è mai esistita. Entrambe le nazioni furono inventate dall’insulso arbitrio dei pacificatori di Versailles, i peggiori della storia, visto ciò che seguì alla Grande Guerra: Hitler, un’altra guerra ancora più mondiale, l’Olocausto e il resto.  Il principe ‘cancelliere’ di Havel sbagliò ad assicurare che gli slovacchi non avrebbero fatto secessione. Però la sua famiglia se la cava bene, per essere scampata al comunismo. Io entrai non visto in un superbo palazzo moravo: erano gli uffici che amministravano le sole proprietà forestali Schwarzenberg.

Non lontana da queste armonie è la piccola Trebon, con una piazza di sole case rinascimentali e un vasto castello, naturalmente Schwarzenberg per secoli ma in origine dei Rozmberk, allora massimi feudatari della Boemia. Ma va fatto pellegrinaggio a Tabor, uno dei pochi luoghi tragici della regione sud-boema. Fu fondata nel 1419 dal capo degli Ussiti, Jan Zizka, come città ideale e come possente roccaforte della sua fede. La città era organizzata in forma comunitaria, senza proprietà privata. Quindici anni dopo gli Ussiti furono annientati nella battaglia di Lipany e l’utopia di Tabor fu schiacciata. Qui tutto ricorda questa pagina di comunismo cristiano, militante anticipazione della Riforma protestante.

Zizka non dovette praticare mai la mansuetudine evangelica. E’ dovunque raffigurato come un duro soldato, orbo di un occhio, tratti fieramente marziali, membra vaste e armi micidiali. Il regime socialista dette molto risalto allo specifico comunitario (e nazionale antitedesco) del movimento ussita. Jan Hus, prete eroico e giovane rettore dell’università di Praga, infiammò il popolo contro la corruzione del clero e contro lo strapotere tedesco. Volle difendere le sue tesi di fronte al concilio di Costanza, ma il salvacondotto imperiale non lo salvò. Fatto arrestare da un cardinale francese appena arrivato a Costanza, fu bruciato vivo (1415).  Le guerre hussite condotte dal grande Zizka durarono fino al 1434, ma i fermenti non si spensero: tra il 1458 e il 1471 il trono di Boemia fu occupato da un nobile ussita, Giorgio di Podebrady. La rivolta attiva degli ussiti finì solo nel 1620, nella crudelissima guerra dei Trent’anni, per una vittoria campale dell’imperatore asburgico.

Trionfarono e si arricchirono le grandi famiglie cattoliche dell’impero: Schwarzenberg, Lobkowitz, Starhemberg, Windischgraetz, Liechtenstein. Insieme avevano decine di migliaia di servi; tra essi era la famiglia di Christoph Willibald Gluck, che col suo Orfeo e la sua Euridice ringiovanì la musica del mondo.

Ribadiamo una volta di più che Praga, con tutti i suoi tesori, non vale più che il resto della Boemia (e Moravia). La capitale è ormai meta di gite operaie, certo merita d’essere amata dai gentiluomini. Ma la Boemia meridionale sia prediletta da questi ultimi; sempre che preferiscano gli itinerari minori, accettando al limite qualche esiguo tratto cilindrato invece che asfaltato. Solo così si attraversano i villaggi, qui molto spesso incontaminati e qualche volta belli di armonie assolute. In Germania e in Austria i villaggi sono risorti a migliaia dalle macerie della guerra. Ma sono troppo moderni, opulenti, imitatori delle città, piagati dalle urbanizzazioni dei pendolari. Dicono troppo chiaro l’apporto di prosperità venuto dagli stipendi delle metropoli e dai margini del terziario.

 

Nella Boemia-Moravia profonda le case le stalle i fienili le cappelle le peschiere sono ancora autentici in larga misura, incredibilmente aggraziati. Anche perché la guerra risparmiò parecchio questo reame di contrade deliziose, il lineamento più raffinato del continente.  La regola sia: tra la grande arteria e la strada dei villaggi, scegliere la seconda. La prima, quella che fa andare veloci, taglia fuori da troppi stati di grazia.

 

Un po’ fuori della Boemia meridionale c’è Telc, affascinante cittadina morava, la cui piazza interamente circondata da portici e il cui castello sono forse i più eleganti della nazione. Nel 1541 il feudatario Rozmberk (Rosenberg) capeggiò una delegazione di 50 gran signori cechi che a Genova ricevevano l’imperatore Massimiliano II (un mezzo protestante come non pochi boemi semi-ussiti) di ritorno dalla Spagna. In Italia i Cinquanta si stordirono di Rinascimento e, rincasati, misero al lavoro nei loro castelli gli architetti italiani o italianizzanti. Più che altrove, qui il Rinascimento nacque principesco. Quanto al capodelegazione Rosemberg, allora primo tra i feudatari boemi, egli fu ospite di Andrea Doria per undici lunghissimi anni, dunque non avrebbe potuto assorbire più Rinascimento.

 

A giudicare dalle folle di turisti, Cesky Krumlov sarebbe da evitare in agosto. Ma è città d’arte come poche e la sua dura fortezza (ai primi del Seicento l’imperatore Rodolfo II vi rinchiuse il figlio naturale don Giulio d’Austria, personaggio dalla fama inquietante) fu ingentilita dai geniali interventi di Baldassarre Maio de Vomio, il maggiore degli architetti italiani operanti qui (però qui era nato). La parte residenziale della fortezza ha trecento stanze. I giardini, il maneggio d’inverno e il palazzetto di piacere detto Bellaria sono degni di una reggia. Manco a dirlo, finì agli Schwarzenberg.

 

In questo paese il problema per il viaggiatore è di scegliere tra le bellezze del paesaggio e i manufatti dell’uomo: non solo i castelli e le case, anche i vecchi ponti, le stradine che servivano le miniere d’oro e d’argento, le dighe antiche in legno, le molte altre tracce del lavoro. Dalle parti di Trebon i 270 o più stagni, che un tempo erano paludi, danno migliaia di quintali di carpe in pochi giorni. Sono collegati tra loro da canali medievali, spesso ancora muniti di sbarramenti in tronchi di quercia.

 

La Boemia e Moravia è forse la macrocontrada più fine del Continente più colto del pianeta. Questo finché riuscirà a contenere le aggressioni della ricchezza: capisaldi dello shopping, grattacieli, autostrade, arredi urbani in plastica, vucumprà, drogati e altri parossismi. Il comunismo, cancellando la proprietà privata e mortificando lo sviluppo economico, aveva miracolosamente protetto centri storici che ancora oggi sembrano bozzetti di scenografi. Il trionfale ritorno della proprietà non promette niente di buono. Però la Germania, qui antica dominatrice, insegna che col tempo la ricchezza si addomestica e in parte espelle il rozzo e il banale.

La Ruhr non è verdissima? La Baviera straricca non è anche raffinata?

Antonio Massimo Calderazzi