Dagli autori di “Democrazia a Sorte”: può il sorteggio rivitalizzare il processo democratico?

Le elezioni europee ed amministrative 2014 si sono appena concluse e, come era facilmente prevedibile, il risultato più netto ed inequivocabile è stata l’affermazione del “partito degli astensionisti” che ha raggiunto, in Italia, il picco record del 42.8% sul totale degli aventi diritto al voto, con un calo di votanti pari a ben 8 punti percentuale rispetto alle passate europee. Nel resto d’Europa l’affluenza alle urne è stata, in molti casi, ancora più bassa, tanto che i valori medi dell’astensionismo per i Paesi dell’Unione si assestano intorno al 57%: più della metà dei cittadini europei, quindi, sono rimasti a casa. E non è solo l’Europa a soffrire di questo male. Perfino negli Stati Uniti, spesso citati come prototipo delle democrazie moderne, circa il 60% degli elettori diserta, ormai da anni, sistematicamente, le urne. Ma può definirsi sana una democrazia in cui i rappresentanti vengono scelti da meno della metà dei rappresentati? Può definirsi sana una democrazia in cui i cittadini vengono coccolati e corteggiati solo in occasione degli appuntamenti elettorali, ma il cui voto viene poi spesso disatteso e tradito da una classe politica che, oggi più che mai, si è ridotta ad una vera e propria “casta”, finendo per rappresentare solo se stessa in un tragico avvitamento autoreferenziale che testimonia sempre più il grave distacco esistente fra i palazzi del potere e della politica ed i cittadini comuni?

In questo contesto è fin troppo facile dare la colpa ad un presunto disinteresse dei cittadini, come fanno i partiti tradizionali, o cavalcare l’onda della cosiddetta “antipolitica” cercando di trarne un vantaggio personale, come fanno invece i numerosi movimenti antisistema che, negli ultimi anni, stanno dilagando soprattutto in Europa (il Movimento 5 Stelle in Italia, il Front National della Le Pen in Francia, i Piraten in Germania, lo UKIP in Inghilterra, i neonazisti di Alba Dorata in Grecia). Ma, se la democrazia è malata, può l’antipolitica rappresentare la cura? Siamo davvero convinti che basterà uscire dall’Euro e tutti i problemi si risolveranno automaticamente? Che basterà mandare a casa tutti gli attuali parlamentari e sostituirli con volti nuovi e le cose cambieranno in meglio da sole? A noi pare improbabile. Piuttosto, siamo convinti che i livelli patologici di astensionismo siano il sintomo di un malessere più profondo, che investe i fondamenti stessi della democrazia rappresentativa, come è dimostrato proprio dall’affermarsi dei movimenti di protesta. La maggior parte di chi non va a votare non lo fa per disinteresse verso la politica: al contrario, i cittadini protestano perché vorrebbero avere un peso maggiore nelle decisioni che riguardano il loro presente e il loro futuro, un ruolo da protagonisti che oggi non hanno e che non può limitarsi nell’apporre una croce su una scheda elettorale una volta ogni cinque anni. Tanto più che, come già detto, non si sentono più rappresentati dai candidati proposti dai partiti. Se non vanno a votare, dunque, è semplicemente perché non saprebbero per chi votare. E così, una minoranza finisce per decidere per tutti.

Ebbene, riteniamo che una soluzione a questi problemi potrebbe oggi arrivare da una direzione inaspettata, apparentemente insolita, anche se, storicamente, ha una lunga tradizione che affonda le sue radici nell’antica Grecia e nel Rinascimento europeo (in particolare a Venezia): l’uso della sorte per selezionare una parte dei parlamentari. Nel 2012, nel libro “Democrazia a sorte: ovvero la sorte della democrazia”, pubblicato da Malcor D’ Edizione (autori: M.Caserta, C.Garofalo, A.Pluchino, A.Rapisarda, S.Spagano), abbiamo proposto un modello matematico che va esattamente in questa direzione, supportandolo con i risultati di numerose simulazioni numeriche effettuate su un Parlamento virtuale. Nel nostro modello, infatti, una parte dei seggi di una Camera del Parlamento sono riservati a comuni cittadini estratti a sorte, il cui voto, indipendente da quello dei partiti, potrebbe, da un lato, rendere più efficiente il meccanismo di produzione di leggi benefiche per la collettività (come dimostrato, appunto, dalle simulazioni), dall’altro, restituire ai cittadini medesimi quella forma di partecipazione diretta alla gestione della cosa pubblica che da troppo tempo la democrazia rappresentativa, basata esclusivamente sulle elezioni, ha negato loro.

Soluzioni simili, non basate su modelli matematici ma sul semplice buon senso, sono in realtà state avanzate, negli ultimi anni, anche da diversi politici, giuristi e giornalisti: si veda, ad esempio, la proposta di Segoléne Royal, di qualche anno fa, di inserire giurie popolari di cittadini sorteggiati nel Parlamento francese, oppure quella di Michele Ainis di prevedere una Camera di cittadini estratti a sorte (Corriere della Sera del 02/01/2012), o anche quella di Paolo Flores d’Arcais (Il Fatto Quotidiano del 24/04/2012) di dare ai cittadini, al momento del voto, l’alternativa di esprimere la propria preferenza per un partito/candidato o di iscriversi ad un sorteggio, riservando poi ai sorteggiati una percentuale di seggi pari a quella di chi non ha dato fiducia ai partiti. Quest’ultima proposta è particolarmente interessante in quanto consentirebbe di tradurre l’astensionismo in una occasione di partecipazione concreta. Se è vero, come mostrano le nostre simulazioni, che una qualunque percentuale di deputati indipendenti migliorerebbe l’efficienza legislativa di un Parlamento, legare questa percentuale al numero di astensioni e schede bianche o nulle avrebbe infatti il vantaggio di dare una rappresentanza politica anche a chi non ha trovato una possibilità di scelta nel panorama delle candidature offerto dai partiti.

Che oggi, dopo alcuni secoli di dominio incontrastato dell’equazione del tutto opinabile democrazia=elezioni, si stia ridestando un grande interesse per questo tipo di soluzioni basate sull’uso benefico del sorteggio in politica, è testimoniato pure  dal fatto che il Congresso Mondiale di Scienze Politiche IPSA (www.ipsa.org), che si terrà quest’anno, a fine luglio, a Montreal in Canada, ha dedicato una intera sessione  a questo argomento, invitandoci a presentare e discutere il nostro lavoro. Sarebbe certamente auspicabile che anche nel nostro Paese, soprattutto in un momento come questo in cui sono all’ordine del giorno importanti riforme come quella della legge elettorale e del Senato, possa aprirsi un dibattito serio e senza pregiudiziali su questi temi, e magari, perché no, possa immaginarsi una prima sperimentazione di questi modelli misti di elezioni e sorteggio a partire dalle assemblee locali, come i comuni o le regioni. In fondo, sono modelli che hanno funzionato benissimo per secoli. Cosa abbiamo da perdere?

Alessandro Pluchino – Andrea Rapisarda – Dipartimento di Fisica e Astronomia Università di Catania (26 Maggio 2014)

I due autori discuteranno il loro lavoro al Congresso Mondiale di Scienze Politiche IPSA (www.ipsa.org), che si terrà quest’anno, a fine luglio, a Montreal in Canada

LA GERMANIA E’ L’OPPOSTO DEL MALE ASSOLUTO

Nel momento in cui parecchi intendono l’imperativo dell’Europa, cento anni dopo l’esplosione della Grande Guerra, principalmente come l’imperativo di resistere all’egemonia tedesca, il recente scritto Sinfonia Germanica di Paolo Facchi provoca a riflettere, e a litigare. Già docente di filosofia all’università di Trieste, uno dei protagonisti della navigazione controcorrente del mensile milanese “Il Confronto” (1965-70) e laico come pochi tra i collaboratori di Internauta, Facchi esordisce impeccabile: “Una ventata di stupidità è arrivata (agosto 1914) sulle classi dirigenti europee, sufficiente a far partire la macchina della guerra. Purtroppo la macchina era pronta a partire, e qui dobbiamo cercare fra gli intellettuali. Questa stupidità si trovò alleata con una certa furbizia delle classi privilegiate, che calcolavano di fare la guerra per evitare la rivoluzione; perfino di certi gruppi della sinistra più radicale (Lenin, Mussolini) che pensavano di fare la guerra per arrivare alla rivoluzione“..

“Proprio con l’imperatore Guglielmo II, con i suoi consiglieri e ministri, assistiamo a uno di quei casi nei quali si manifesta nella storia la stupidità. Egli si riteneva certo che l’impero britannico non sarebbe intervenuto in difesa del Belgio, perché il re d’Inghilterra era suo cugino. A qualcuno che gli rimproverava quanto fossero trascurate le tombe di Fichte e di Hegel, rispondeva: ”Non c’è posto nel mio impero per uomini come Fichte e Hegel”. Non sapeva quanto sia pericoloso per un popolo dimenticarsi dei suoi maestri!”

“Il presidente francese Raymond Poincaré non avrebbe detto queste stupidaggini. Ma si comportò da irresponsabile quando spinse a fondo sull’alleanza della Francia repubblicana con la Russia autoritaria e imperiale. A guerra avanzata c’era stata da parte dei germanici qualche offerta di pace. Il Poincaré rispose sdegnoso: ”Non dovranno offrirci la  pace, dovranno chiedercela”. Siamo costretti a pensare che l’irresponsabilità sia un aspetto del cretinismo. Questa terribile prima guerra mondiale, nella quale tutti si trovarono coinvolti senza sapere perché”.

Venendo all’oggi. Sulla premessa che “la Germania è il paese d’Europa dove si lavora di più”, Paolo Facchi valuta che “questo modo di lavorare, che è anche un modo di vivere e di esistere, è bene in armonia con uno dei più diffusi luoghi comuni sulla mente germanica: essere il tedesco un popolo che non conosce il senso del limite”. Per la verità, a settant’anni dal 1945 -espiazione prima, virtuosa operosità e orrore per la guerra poi- si potrebbe pensare che il senso del limite lo abbiano davvero acquisito, i germanici. Che lo pratichino, p.es., ben più degli americani, oggi velleitariamente impegnati a cercare di annettersi l’Ucraina,  dimentichi di avere scritto in Indocina e altrove le pagine più vergognose; infine d’essere il popolo più militarista della storia.

L’empatia col pensiero di Paolo Facchi si fa in salita da quando il suo De l’Allemande,  ben meno benevolo di quello di Madame de Stael, prende a variare sul tema che “C’è sempre un altro momento che caratterizza l’agire germanico: ci si vanta quando gli altri si vergognano. Nella storia della Germania prussiana si creò il costume di vantarsi di violenze crudeli come puro segno della presenza prussiana…La gente deve capire che siamo arrivati noi”.

Che uno studioso  dalla mente affine a quella di Montaigne, Paolo Facchi, riesumi le atrocità dei Lager per deplorare che “grazie alla laboriosità dei suoi cittadini, e anche alla loro incapacità di inserire nel vivere quotidiano quel tanto di otium che lo rende sopportabile, la Germania ha riserve di denaro maggiori” ci sembra un caso di overkill:   una bomba blockbuster per distruggere la garitta di una sentinella. E ci sembra bieco  additare il Male nella sola direzione della  Germania, allorquando nei settant’anni trascorsi dall’ultimo crimine del Terzo Reich la vicenda del pianeta è stata fittissima di crimini. Si sente Facchi di sostenere che i misfatti di George W. Bush in Irak o quelli di Obama in Afghanistan e in Pakistan attestano l’etica e la tolleranza che mancarono ai succubi di Bismarck e di Hitler? Si sente di dire che le torture francesi in Algeria vanno ‘collocate nel contesto’, e così pure i genocidi tra etnie africane? Si sente di contrapporre all’avarizia “Alle wollen unser Geld” del Finanzminister bavarese Markus Soeder (Facchi l’ha fustigata con un ritaglio da Spiegel ) la filantropia e lo spirito di carità del premier Cameron, oppure l’afflato francescano della finanza milanese, nonché delle Duecento Famiglie che possiedono il capitalismo francese? Più ancora: negherebbe che il retaggio prussiano non è fatto delle sole durezze di Scharnhorst e di Bismarck, bensì anche del senso delle regole che dava a quel mugnaio la fiducia che “ci sono giudici a Berlino”? Ha dimenticato, Paolo Facchi, di avere egli stesso evocato la “inquieta ma pacifica Germania del Wilhelm Meister?”.

A parere del sottoscritto Porfirio, questa Sinfonia germanica  è, per dirla come Gioacchino Rossini, il péché de vieillesse  di uno tra gli spiriti più equanimi che sia dato incontrare.

Porfirio

UN MODELLO FOSCO EROICO PER UN DIVO RENZI FORSE SCONFITTO SULLA DISTANZA

Il giorno dopo l’apoteosi del 25 maggio non sarebbe il momento per chiederci che lavoro farà il Capo del governo dopo che l’ala parruccona, dalemiana/finocchiariana, del suo partito lo abbatterà  col solo fatto di nanizzare le grandi riforme. Però chiediamoci  lo stesso: finirà nel nulla, come un semplice Goria Monti Casini, dopo avere giganteggiato per una sola primavera-estate?

Forse no, se agli stivalioti disperati era apparso un dono degli Dei. D’altronde fare opposizione rancorosa, vendicarsi alla men peggio, come magari medita Enrico Letta, delle Salme storiche guidate da Bersani, Rodotà e Camusso, non sarebbe degno di Renzi.  Capeggiare un 25 aprile “portoghese”, un golpe di ufficiali giustizialisti -come gli propose Internauta giorni fa-  lo spaventerà. Troppo irriguardoso verso le Istituzioni.

Gli proponiamo un’ardita prospettiva di combattimento: fare il rottamatore molto molto lontano da qui. Qui è proprio difficile. Noi fervidi calvinisti siamo troppo affezionati alla legalità, come il popolano britannico lo è alla Royal Befana. Siamo ammaliati dalla Più Bella, idealmente scritta da Napolitano su libretto del pagliaccio Benigni. Renzi cerchi fortuna altrove sul pianeta, al riparo da noi spietati fondamentalisti del diritto. La Mongolia (nome ufficiale Bugd Najramdab Mongol Ard Uls) è a sufficienza lontana? Ha nostalgia di un condottiero straordinariamente in gamba, che ritrovi le glorie di Gengis Khan (m.1227) e di Timur/Tamerlano (m.1405)? Se sì, Renzi provi la Mongolia.

A questo punto gli ricordiamo la vicenda di un non mongolo, il barone Roman Ungern von Sternberg, che poco meno di un secolo fa si fece signore di quel paese, in un sogno di gloria degno di Alessandro il Macedone, anzi meglio. Ungern Khan fu lo sfortunato emulo dei sommi Gengis e Timur. Era un militare zarista, di antica stirpe tedesco-ungarica, cresciuto a Tallin (Estonia). Eroe cavalleggero nella Grande Guerra, prese una sciabolata in Galizia; gli uccisero la moglie. Dopo la Rivoluzione menscevica di febbraio fu mandato nell’Estremo Oriente russo, dove acquistò fama di sanguinario e si fece affascinare dalla vita dei nomadi mongoli e buriati. Prese a sentirsi asiatico, tentò di creare una monarchia lamaista in Mongolia e a est del lago Baikal. Non fece la strada degli altri controrivoluzionari Bianchi (Wrangel, Kolciak, Kornilov, Denikin) che come lui combattevano i bolscevichi. Invece si fece aiutare dai nipponici che nell’Estremo Oriente russo volevano creare uno Stato fantoccio.

Nel 1920 Ungern è anche uno dei signori della guerra che agiscono nel contesto cinese; tenta di restaurare la passata dinastia Qing. Arriva a dominare con un esercito di avventurieri l’immenso paese dei Mongoli. Progetta di guidare una grandiosa cavalcata asiatica per punire l’Occidente fatto marcio dalla modernità, oltre che degli altri suoi vizi. Prova a strappare il Tibet alla Cina. Il Dalai Lama lo consacra reincarnazione di Gengis Khan.

La fine di Ungern arriva nell’agosto 1921. Ospite di un predone calmucco, viene tradito e consegnato alle truppe del futuro maresciallo Bljucher, che nelle purghe del 1938 sarà torturato e ucciso da Stalin. Bljucher non riesce a convincerlo a passare nei ranghi sovietici. Prima d’essere fucilato Ungern Khan compie l’ultima prodezza: ingoia la sua medaglia di San Giorgio, perché non cada in mani bolsceviche.

Coll’occasione ricordiamo che nei territori russi conquistati dai giapponesi sorse in quegli anni un’effimera Repubblica Ucraina (!), parte lontanissima della Stato creato a Kiev dagli occupatori austro germanici.

Perchè abbiamo raccontato questo personaggio, che come un po’ magiaro si credeva discendente di Attila e che rinnegò il retaggio baltico-germanico in quanto posseduto di dottrine messianiche e di tantrismo? Per ricordare al Condottiero fiorentino, nell’ora del trionfo, che se la volubile Fortuna lo tradirà a beneficio dei passatisti che avevano mummificato il Pd, Egli potrà risorgere in un contesto barbaro e grandioso quale l’Impero mongolo, breve ma il più vasto della storia. Renzi è un personaggio come lo fu Roman Ungern von Sternberg, l’uomo-mito che eccitò la fantasia di Julius Evola, vivido pensatore esoterico e spiritualista, teorico di razzismo e di alchimia.

Come Renzi, il Barone Nero fu anche un fattivo riformatore: nella sua capitale Ulan Bator portò elettricità, telefono, un giornale e più di un ambulatorio medico senza sciamani.

Porfirio

HENRY NEVILLE: THE REAL SHAKESPEARE!

I am just an interested reader, but several things about the Neville authorship argument strike me as compelling. First, from what I understand, Shakespeare had small Latin and no Greek at school yet obviously is highly learned in both languages. He also knew no Italian, yet translated from Italian for one of his plays. Having spent years working on the classical languages myself, I know how hard it is to master them. Is it conceivable that William Shakespeare could find the time, money, and tutor to manage this multi-years’ task (even excluding Italian) along with all his other acting duties and responsibilities, etc?

Secondly, is it probable that our greatest writer would have come from illiterate parents, married an illiterate woman, and raised two illiterate daughters? And died without a book to his name and with no copies of his work? I just don’t buy it. I don’t know a single literate person who doesn’t own at least one book. Books are to writers what paintings (or copies thereof) are to artists, or musical scores to composers: they are absolutely necessary for one’s artistic growth. Or solace: Queen Victoria kept In Memoriam by Alfred Lord Tennysonby her bedside; that’s the power and importance of books. And yet our “Shakespeare” had none? That’s simply impossible! To live in a world surrounded by illiteracy on all sides and devoid of culture and ideas may be a life fit for a mere actor in those days, but hardly for our greatest and most profound writer.

Thirdly, as a struggling poet, fiction writer, and dramatist myself, I find the argument about Neville’s switching genres, and writing his most profound works due to incarceration and impending death for treason, to be wholly convincing. Writers don’t write in a personal-social-political vacuum–least of all a Henry Neville, a Lancaster, Parliamentarian, former Ambassador, and friend of Essex, the leader of the rebellion against Queen Elizabeth I, who had become quite tyrannical in her old age.

Nothing comes of nothing. Your personal situation added to constant re-readings of your favorite books, being drawn to new books and ideas that mirror your changed opinions or life-situation, with new understandings of your life and purpose arising therefrom, and thus mandating a change of topics to write about–this is just plain ole commonsense. This is how we grow and change–and how a writer’s life–or any artist’s life–changes also. An exquisitely sensitive man as Neville must have been must be expected to be changed by his new, tragic circumstances, all the more so given his depth and rare genius. (And these few obvious points regarding Neville’s authorship don’t even begin to touch upon the bookfulls of evidence in favor of H Neville as presented by Brenda James et al.)

Fourthly, Shakespeare’s works are endowed with high culture and an aristocratic and highly intellectual ambiance which would have been impossible for William Shakespeare to fake, let alone to acquire. Like it or not, we are to a very large extent determined by our socio-economic situation, then as now. The stamp of our upbringing only grows more visible over time. In days of old when the caste barrier was most impregnable, only those “to the manor borne” could’ve written about Princes and Kings and Queens so facilely and convincingly.

Fifthly, “Shakespeare” knew the world of commerce as well as the gentile world. Neville’s background fits the bill here too.

One last, intriguing idea: Neville’s Oxford Don (master), Henry Saville, was put in charge of translating parts of the Bible. Could it be that this is why the King James Version (KJV) is so lovely, that one of its writers was “Shake-speare” himself, Henry Neville. Nothing comes of nothing.

Len Sive Jr.

Elezioni: votare second-best, ascese resistibili e declini

Non ci sono partiti o movimenti che capiscano bene i problemi europei, abbiano programmi del tutto convincenti (NON parlano della necessità di rafforzare Ricerca e Sviluppo specie da parte delle aziende), presentino tutti candidati credibili, che dimostrino indiscussa abilità e garantiscano alta probabilità di interventi saggi e innovativi, popolarità e di susseguenti successi.

Conviene ricorrere a criteri simili a quelli della teoria economica del “second best” (Lipsey-Lancaster). Se si mira a ottimi irraggiungibili, i risultati sono peggiori di quelli ottenibili mirando più in basso. Quindi elenca i candidati in scala decrescente: criminali, frodatori, incompetenti, bugiardi, irresponsabili, burini e scegli i “meno peggio” all’altro estremo.

Attenti ai noti gruppi di centro-destra e di populisti italiani. Foscolo disse che “l’onnipotenza delle umane sorti è alterna”. Non disperiamo: uscimmo anche del fascismo – sanguinosamente. Evitiamo oggi chi progetta tribunali in piazza e giudizi dati su Internet: dimostra ignoranza profonda proprio sulla Rete (che professa di capire e amare) e anche su tutto il resto. Quando un pubblicitario vuol fare il guru, svela di essere uno scervellato. Non crediamo a magnifiche e progressive sorti promesse da “criminali che fanno trappole per i fessi” (come disse Kipling).

 

Continuo con un mio pezzo del Marzo 2013 (che nessuno pubblicò), sul povero movimento Grillo-Casaleggio – su cui invito a riflettere.

 

Nuovo Ordine Mondiale: incultura. chiacchiere – senza distintivo  17/3/2013

Il comico inglese con bastoncino, baffetti e bombetta era più bravo di quello genovese coi capelloni. Il Grande Dittatore aveva un simbolo con doppia croce invece della svastica: distintivi riconoscibili, anche se insensati. Invece le 5 icone di M5S ricordano alberghi di lusso e contraddicono gli slogan di risparmio e rifiuto contributi pubblici. I programmi di quel movimento sono vuoti. I contenuti mancanti non vengono surrogati dalle urla nelle piazze, né da parole disseminate in rete con blog, video, chat, twitter. I toni ieratici e la preminenza di personalità individuali ricordano la Dianetica dello scrittore di fantascienza Ron Hubbard, poi trasformata in Scientology (chiesa condannata per vari reati e che diffonde confusione di idee inutili).

Una delle basi culturali di M5S è un video pretenzioso (su Youtube e su Gaia Casaleggio): NWO, New World Order. Descrive il nuovo ordine mondiale. Usa molta grafica: icone animate, foto e carte geografiche. La voce inglese, chiara e assertoria, dice che il 14/8/2004 è cominciata la rivoluzione della conoscenza. Ne elenca i precursori fra cui:

L’Impero Romano: aveva 100.000 kilometri di strade, percorse da messaggeri, da commercianti e da legioni. Le orde di Gengis Khan si concentravano contro un nemico dopo l’altro in base alle informazioni trasmesse da staffette veloci. Savonarola e Lutero diffondevano i loro messaggi riformatori in molte copie. Diderot e D’Alembert, con l’Enciclopedia, e Voltaire col Dizionario Filosofico, disseminarono l’illuminismo. Mussolini usò la radio per indottrinare gli italiani. Hitler si assicurò il successo coi film di Lena Riefenstahl. Clinton e Obama diventarono Presidenti usando TV e Internet. Al Gore non riuscì a essere eletto Presidente, col suo movimento internazionale massmediologico blaterava di disastri – riscaldamento globale antropico – e prese un premio Nobel finto. Beppe Grillo adottò la comunicazione online e nelle piazze e urlando chiacchiere si è affermato nelle elezioni. Il video glissa su quei personaggi che fecero ben presto una brutta fine e passa a profetizzare gravi crisi dei paesi occidentali, di Cina, Russia e Medio Oriente.

Vaticina: nel 2020 scoppia la Terza Guerra Mondiale. Le armi nucleari e batteriologiche uccidono miliardi di persone. (è bestiale che consideri inevitabile questo rischio estremo senza dire una parola su che cosa fare per averterlo!) Ne resterà in vita solo un miliardo e farà grandi passi verso la rivoluzione della conoscenza collettiva. Dice che spariranno libri, giornali, radio, TV: saremo tutti uniti in rete. Dice che è vitale comunicare in rete, a parte i contenuti. (Decenni fa, lo aveva detto Marshall McLuhan: “The Medium is the Message”: il Messaggio è il Mezzo, e, già allora, era un’asserzione irrilevante e stupida).

Dice che comunicheremo di continuo manifestando le nostre idee (quali?) e i nostri desideri realizzando nel 2040 la “Net democracy”: democrazia in rete. Dice che nel 2047 Google comprerà Microsoft e realizzerà “Earthlink” la nostra identità online: chi non l’avrà non esisterà più. Sostiene che nel 2050 l’intelligenza collettiva in rete risolve problemi difficili con una struttura chiamata “braintrust”; che nel 2051 sarà abolita ovunque la pena di morte; che nel 2054 ci sarà GAIA  il governo mondiale senza partiti, religioni, ideologie; che saremo liberi e parteciperemo alla “collected knowledge”: conoscenza raccolta. Un altro video apre con; MAN IS GOD di sapore Nietzschano. Questa accozzaglia informe denota la incapacità di distinguere un belin da una cattedrale, come si dice a Genova. Ma proviamo a raccogliere almeno qualche brandello comprensibile di discorso.

Per parlare di conoscenza bisogna averla – e si ottiene studiando. Questi M5S e il loro ispiratore pubblicitario non studiano. Usano un linguaggio scheletrico (che ravvivano con turpiloquio banale) e riesumano “catchword” (neologismi di moda) presi in prestito ovunque. Da Alvin Toffler riprendono l’affermazione che non ci saranno più produttori e consumatori: saremo tutti “prosumer” (producer + consumer). Però non afferrano nessuno degli acuti ragionamenti di Toffler: le idee sono dimenticate e resta solo un nominalismo inefficace.

Da Second Life, video giochetto del 2003 rapidamente declinato, si trae la convinzione che nel 2027 Prometeus, altra enorme risorsa online descritta sempre vagamente, ci darà SPIRIT. È un trucco online che permetterà a ciascuno di noi di diventare chi vuole: crearsi una nuova personalità e avere nuove esperienze nel tempo e nello spazio. Esempi: assistere a eventi sportivi e rivivere guerre, rivoluzioni, cerimonie.

Queste aperture sono presentate come prodotti originali, personalizzati – ottenuti da attività cooperative in rete. Non sarebbe così. Creare animazioni è un lavoro altamente professionale eseguito da persone addestrate. Anche questi prodotti sofisticati hanno qualità variabile. Se sono improvvisati da chissà chi hanno bassa qualità e non servono a niente. Questi sedicenti guru credono che diffondere conoscenza sia un lavoro facile da realizzare con sapienza in pillole, slogan, icone, schemi, video. Non hanno mai sentito dire che “Ars longa”.

Un obiettivo importante del nuovo ordine mondiale sarebbe l’abolizione dei diritti d’autore. Al copyright si sostituisce il “copyleft”. Tutti possono copiare  e disseminare ogni scritto, ricetta o formula. Questo accadeva nei tempi antichi e giravano testi apocrifi, degradati, centonati. Liberalizzare tutto è concetto attraente (che ricopiano da altri), ma non serve a ottimizzare la qualità. Propongonola “Opencola” una lattina vuota su cui è stampata la ricetta della CocaCola. Ognuno se la fa da sé. Saranno libere le ricette delle medicine, anche queste ce le faremo da noi. È facile prevedere che sprecheremmo tempo e denaro, ottenendo risultati inefficaci e anche letali.

Un altro video presenta l’arma segreta per assicurarsi i vantaggi delle comunità online. Sono gli “influencers”, gli influenzatori: giovani persone che indagano su quali siano le scelte migliori e convincono il pubblico a uniformarsi con recensioni e con tweet. Le comunità impareranno a scegliere teorie, credenze, vestiti, gadget, luoghi per le vacanze. Trarranno cultura e saggezza da Wikipedia, competenze professionali da Linkedin, amicizie da Facebook.

In questi ambienti, dunque, girano poche idee, ma confuse. Non è vero che qualunque cosa abbia spazio on line abbia anche significato e valore notevoli. Non sono sullo stesso piano Google, Wikipedia, Linkedin, Facebook.

Google è un ottimo motore di ricerca che permette in tempi minimi di reperire informazioni di ogni tipo. Lo usi gratis – e non ti aspetti che sia un distributore di verità assolute. Gli inventori, Larry Page e Sergej Brin sono diventati miliardari con la pubblicità, ma vanno considerati benefattori, oltre che innovatori straordinari. Wikipedia è un’opera di notevole valore, anche se molto ineguale. Chi collabora gratuitamente a disseminare proprie conoscenze su questa enciclopedia aperta compie una buona azione.

Linkedin permette di contattare persone interessanti professionalmente in vari campi. Appartenere a Linkedin, però, non è una patente di competenza professionale. Facebook permette di comunicare con amici vecchi e nuovi, non registra dati, né conoscenze e serve anche a trasmettere notizie neutre o pettegolezzi.

Concludo: il mezzo non è il messaggio. I messaggi seri e utili non si improvvisano. Aiutare pubblico e giovani ad acquisire buoni criteri di giudizio è meritevole, ma la scuola lo fa troppo poco. Chi è a favore della rivoluzione M5S dovrebbe a meditare su questi punti e a informarsi. M5S sarà un fuoco di paglia. Nel 1946 il Movimento dell’Uomo Qualunque di Giannini mandò in Parlamento 30 deputati. In Francia nel 1956 Poujade protettore dei piccoli artigiani, ne mandò 52 all’Assemblé Nationale. Durarono poco.

Roberto Vacca

Facebook, ovvero metafora di un nuovo modello politico

Non occorre affidarsi a chissà quale agenzia di rilevazioni dati per rendersi conto che sempre più spesso in politica – e mai come in questa ultima campagna elettorale – l’espressione più usata dai politici  è “ci metto la faccia”.

E non occorre essere un linguista per accorgersi che questa espressione  altro non è che la traduzione, più o meno letterale, di un neologismo, Facebook,  coniato nel 2004 da Mark Zuckerberg, studente di Harvard,  che aveva preso  lo spunto da un elenco con nome e fotografia degli studenti, che alcune università statunitensi distribuivano all’inizio dell’anno accademico per aiutare gli iscritti a socializzare tra loro.

Un neologismo, oggi,  che corrisponde non solo a una realtà economica quotata  in Borsa ma soprattutto a un nuovo modello di  comportamento sociale e dunque “pubblico”, utilizzato sempre più spesso dalla politica.  Da  coloro che si candidano sperando di essere votati,  dalle trasmissioni televisive che affrontano il dibattito politico e perfino, senza saperlo, dagli elettori che decidono di astenersi dalle votazioni.

Per   Facebook  l’importante è rivelarsi, dato che il punto di partenza è il profilo che ogni partecipante si deve costruire per appartenere, da subito, alla comunità e cominciare ad interagire. Una comunità che non ti pone nessuna condizione di appartenenza se non quello di piacere a qualcuno e di essere scelto. Una scelta, però, che non si basa su quello che realmente sei,  non dovendo necessariamente corrispondere alla realtà tutte le informazioni del profilo, ma a quello che vuoi sembrare essere.

Una comunità senza gerarchie dove il linguaggio non è mito, non è prosopopea, ma corrisponde al linguaggio del quotidiano.  Una comunità dove conta l’idea di potersi mettere in relazione con gli altri, non necessariamente il farlo.

E’ una comunità, infatti,  quella di Facebook  che non ti obbliga ad agire.  Puoi farne parte anche solo guardando e vedendo e quello che postano gli altri: una foto, un link, un blog, insomma qualsiasi cosa che ti arrivi  attraverso la Rete. Non è necessario esporsi o fare commenti: solo una minima parte commenta  i post che vengono degli altri. Si commenta, in generale,  rispondendo con un altro post. Apparentemente una comunità liquida, senza confini.

Apparentemente,  perché  Facebook per essere Facebook, per far sì, cioè,  che ogni “faccia” possa incontrarsi e vedere quello che l’altro fa, si basa su un aggregatore, cioè su un software o applicazione web, in grado  di ricercare informazioni e riproporli in “forma aggregata” per un obiettivo di fruizione che può essere di qualunque tipo: di business, sociale, culturale, consenso politico etc.

E la forza di Facebook in Italia è  stata così dirompente- 24 milioni sono i suoi iscritti, contro i 4 milioni a  Twitter e i 3  a Linkedin – che la politica ha scelto, o è stata costretta a scegliere, il modello Facebook per interagire in ogni ambito.

Nelle trasmissioni televisive dove ognuno mette il proprio post – basta osservare il format de  La Gabbia- senza  sentirsi obbligato a rimettere al centro della discussione il dialogo.

Nel  modello di comportamento politico  del Movimento 5stelle che per esistere deve postare sempre una proposta nuova: dalla designazione del presidente della Repubblica e  dal suo impeachment,  fino all’idea di un nuovo Tribunale di Norimberga per giornalisti e politici, senza, peraltro,  sentirsi costretto ad  intavolare  una discussione o un progetto con gli altri. Importante è postare, sempre una nuova proposta, una nuova idea.

Nel fenomeno dell’astensionismo,  in quanto gli elettori che non andranno a votare – e sembra che in futuro siano destinati a crescere in modo esponenziale –  praticano il modello Facebook, sentendosi  partecipi di una vita collettiva,  semplicemente  assistendo ai dibattiti politici.

Nel continuo sforzo dei leader politici di trovare proposte che abbiano la funzione di svolgere la funzione di aggregatori in grado   creare comunità di elettori, con buona pace delle tradizionali strutture partitiche .

Il modello Facebook applicato alla politica significa, dunque,  che se fino ad ieri le  figure chiavi della  politica moderna sono state lo Stato e l’individuo,  in eterno e continuo conflitto, l’uno specchio e nutrimento dell’altro, oggi le figure chiavi sembrano essere, anche, la Rete e gli amministratori pubblici che devono e governare in nome e per conto dell’intera comunità.

“Amministratore”, peraltro, è anche il nome che viene dato a colui che detta le regole di accesso di Facebook e di qualsiasi pagina  che viene creata  su Facebook.

Inevitabile  ed inquietante dedurre che ormai dalle reciproche relazioni  etiche, politiche, culturali, economiche, giuridiche  tra le rete e gli amministratori pubblici, prenderà forma il modello della  politica contemporanea   con tutti gli inevitabili rischi di “imperialismo” che qualsiasi forma di modello politico è destinato, sempre e  comunque, ad assumere.

Ma la Rete, e dunque il modello proposto da Facebook, non fa che ribadire, una qualità acquisita dalla politica moderna: la volontà/necessità  di convivenza insieme all’accettazione del pluralismo. Non è  poco.

 Monica Amari

DIALOGO SU GRILLO E SULL’ANTIPOLITICA

QUASI NULLA SARA’ COME PRIMA QUANDO L’ANTIPOLITICA TRIONFERA’

Valga la confessione di uno tra i giornalisti più fradici di vecchia politica legittimista, persino capo di una lista elettorale, cioè aspirante gerarca. Curzio Maltese ha asseverato la realtà in modo impeccabile: “La professione politica ha fallito”. Bravo Maltese che non ricorre ai consueti giochi di mano, tre o più carte, per nascondere la sconfitta  propria e dell’intellettualame intero. E che ammette la fondamentale falsità di un settantennio di vanti del pensiero democratico unico.

Le cose stanno veramente come dice il Nostro.  L’esplosione antipolitica degli ultimi anni è il fatto storico più importante dalla caduta delle dittature nazista, fascista e comunista. I popoli si affrancano, insorgono, e i padroni cui si rivoltano sono i professionals dei partiti, gestori della frode elettorale  a mezzadria col denaro e con la corruzione. Settant’anni troppo tardi, Curzio Maltese scopre che la democrazia rappresentativa e la Carta costituzionale sono il nemico. Constata che nell’assetto postfascista/postcomunista il Demos non conta nulla, si è spossessato a favore dei Proci usurpatori e saccheggiatori.

Occorrerebbe -si rassegna ad ammettere il capolista ‘Tsipras’- tornare a un assetto ‘ateniese’, nel quale tutti i cittadini (quelli qualificati, degni del nome -NdR) fanno le loro normali occupazioni; si trasformano a turno (soprattutto attraverso il sorteggio/sortition -NdR) in legislatori e governanti pro tempore; poi tornano alle loro occupazioni. Un po’ come il servizio militare degli svizzeri.  L’esperienza dei parlamentarismi partitocratici, specialmente in Italia Francia Spagna Portogallo Grecia, ha dimostrato al di là di ogni dubbio che la delega elettorale esprime una classe di potere immancabilmente deteriore e ladra.

Ecco perché l’Antipolitica è la svolta più epocale dal 1945 in Italia, da un quarto di secolo nell’ex campo socialista. Onore e riconoscenza a tutto ciò che ha mosso la frana antipolitica. Da noi il grillismo, sgradevole o equivoco quanto si vuole, ha fatto da grimaldello, da maglio, da indispensabile ostetrica di una nascita gioiosa. Ha articolato in schiamazzi, sbraiti e vaffa un sentimento di fondo che era inespresso in quasi tutti. Oggi che è un movimento temibile gli si imputa che ‘non costruisce’. Forse è così. La lunatica strategia di vincere per la via parlamentare potrà fallire. Dovesse un giorno trionfare, c’è il pericolo che degeneri in partito, solo momentaneamente meno putrido degli altri segmenti della Casta. Ora come ora il movimento è un pesante martello demolitore, indispensabile per abbattere l’abusivo ecomostro; un piede di porco senza il quale non si schioda il sistema.

Questo invoca -di fatto- il sunnominato giornalista della cleptocrazia. Questa è la logica dell’insurrezione antipolitica. Oggi un tot di tizi qualsiasi, più o meno individuati dalla Rete, si sono trovati parlamentari, aspiranti guastatori, pedine di un gioco troppo grande per loro in quanto dominato da croupiers farabutti. Oggi possono solo intralciare, sabotare, fare cagnara. Un giorno, forse non troppo lontano, i tizi qualsiasi reclutati dal Web saranno -se qualificati, se veramente cittadini- sorteggiati per esercitare brevemente la sovranità al posto dei lenoni e degli spacciatori della delega elettorale. Spesso, ogni volta che sarà necessario, saranno giudicati dal referendum telematico: i pochi, quasi nessuno, che non possiederanno un computer, un tablet, un telefonino riceveranno gratis una monocellula elettronica, valore un euro, capace di registrare e trasmettere solo Sì/No.

Questo è, al fondo di tutto, il senso del vincere dei populismi antipatici e contraddittori ma sacrosanti. Sono l’avanguardia dell’insurrezione antipolitica generale e della democrazia diretta, parzialmente elettronica, alternativa obbligata allo sfascio in grande.

Antonio Massimo Calderazzi
GRILLO E LA SUA ANTI-POLITICA NON DEVONO PASSARE

A dispetto di quanto sostiene l’amico Calderazzi qui sopra, non mi sembra ragionevole ritenere che dal grillismo dilagante possa mai nascere niente di buono. La democrazia diretta, internet, la partecipazione dei cittadini e via dicendo sono drammaticamente e semplicemente i fronzoli piacioni di un movimento che altrimenti apparirebbe per quel che è: leaderista quanto il peggior stalinismo, sfascista e cripto-fascista, plutocratico e promotore dei più beceri rigurgiti di ignoranza e anti-intellettualismo.

Le votazioni sul blog di Grillo riguardano un numero ridicolo di persone (decine di migliaia, a fronte di quasi dieci milioni di elettori), la loro regolarità non è accertata da alcun ente terzo e manca – ma questa è una battaglia propria di Internauta – un qualsiasi criterio di selezione e di merito per i contributi e le eventuali cariche. Già anni fa Isaac Asimov metteva in guardia «dall’idea sbagliata che in democrazia la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza». Un insegnamento a cui gli scherani del comico genovese sembrano immuni.

Il danno che questa masnada di aspiranti sudditi di due aspiranti dittatori (che più inquietante di Grillo è il suo sodale Casaleggio) stanno facendo all’idea di democrazia diretta neo-ateniese, o random-crazia, è incalcolabile. Per gli anni a venire le pur buone proposte che potrebbero nascere in questo ambito saranno squalificate agli occhi delle persone non attirate nella trappola dell’anti-politica grillina. La reazione del sistema a Grillo – che per il principio azione/reazione ci sarà di sicuro – travolgerà anche quei buoni concetti, usati dal M5S come orpelli, che avrebbero meritato miglior fortuna. Prendere le distanze dall’antipolitica e dal grillismo mi pare doveroso per chiunque non voglia veder morire con le fortune del comico-urlatore anche le speranze di un miglioramento della nostra forma democratica. Perché se lo scontro si polarizzasse tra la “casta” e questi sedicenti movimentardi, lunga vita alla casta. Meglio i corrotti dei pazzi.

Tommaso Canetta

CORPORATE GREED AND INJUSTICE IN HEALTHCARE

John and Donna McShane, citizens of Alberta, Canada, spend part of each year on vacation in Arizona in their mobile home. In 2012, while vacationing in Arizona, Donna developed a bad cough; she was advised to go to the Western Arizona Regional Medical Center, in Bullhead City, for an examination. Since she had health insurance from AMA, which is owned by Manulife Financial, both of Canada, there was no hesitation in recommending that she enter this regional hospital for tests.

During her five days’ stay at the Western Arizona Regional Medical Center, she underwent different tests, none of which proved conclusive; and even spent 2 days in isolation on the fear that she might have tuberculosis. (She didn’t.)  After a five day uneventful stay in the hospital, she was released, with only a prescription for steroids for her troubles. Her total bill: $105,000!

That’s not the worst of it. Her insurance company, AMA, obviously not wanting to pay the hospital bill, said that, on closer examination, they had “found an error” on the McShane’s insurance application form regarding prescription medication, and as a consequence nullified their policy, making the McShanes, who live on $30,000/year, liable for the entire amount! This is an all-too-common subterfuge employed by insurance companies to keep from honoring a policy where large outlays are to be paid. And, unfortunately, they usually get away with it.

What are the notable points here? First, a simple mistake on an application, found only after a large outlay was to be paid to the hospital, is used as a pretence for cancelling their policy–although no such problem had been detected so long as the McShanes were paying into AMA! But as soon as AMA was faced with honoring their contract, suddenly the McShanes’ application came under the closest scrutiny and—surprise—was decreed wanting.

Secondly, it is nothing short of obscene that after only five days in a hospital—however, not in the ER or ICU, and not involving multiple surgeries, limb replacements, organ transplants, or other expensive, labor intensive procedures—the hospital could charge her $105,000.  Given what Donna McShane underwent while in the hospital—or perhaps one should say what she didn’t undergo—such a huge bill is simply incomprehensible.

Years ago I worked in a hospital in the Northwest and became good friends with one of the ER doctors. He was in charge of organizing lectures, at the hospital, for the physicians. For that year’s lectureship, he invited a well-known physician/professor from an Ivy-League medical school who was an expert on hospital pricing. What he said was unbelievable. Costs—the expert  used as one example open- heart surgeries—astoundingly, were arbitrarily set—literally “picked out of the air;” in this case a “cost” of $5,000 per valve. Not because it really cost that much—it didn’t. None of the costs he mentioned were grounded in reality. They were simply—incredibly—arbitrarily decided upon.

Let’s examine this $20,000 per day expense more closely. A bed at a nice motel might cost $70/night.  That’s a far cry from a hospital’s $20,000 per night, even granted the obvious differences between the two! (Indeed, is there even a super-luxury hotel that charges this much?) Clearly someone—or many people—are making lots of money with these super-inflated costs. As for me, there’s no possible argument that can make me believe that resting your head on a hospital pillow, plus a few tests, could cost $20,000 per diem!  By way of contrast, I see my doctors in Korea for about $4 per visit. I had an endoscopy in the hospital for around $100 dollars. I see both my orthopedist and his in-house physical therapist(s) for about $12 combined. These prices put into stark relief the absolute unreality of the hospital’s $20,000 per diem price tag.

When health care is left up to doctors, for-profit hospitals and clinics, and insurance companies, cases like the McShanes are rife; for their sole concern is how much profit can be made, while the health of the patient is always of secondary importance.

This is why health care is one of many aspects of our modern life that the federal government must take complete charge of–contra the Republican party’s no-government-at-all platform—in order to serve the greater interests of the nation and its denizens. Infrastructure, including the development of mass transportation systems and the repair of bridges, gas and electricity for homes and businesses, the funding of new forms of energy, well-maintained streets and highways, conservation, worker health and safety, the establishment of a livable minimum wage, affordable medications, etc—these are some of the areas in which, for the sake of our nation’s health, safety, and welfare, the federal government MUST take control. Corporations, with their eye exclusively fastened on profit, are unfit to control these vital sectors of our common life. The CEO of Exxon/Mobil put it memorably when he stated, “I don’t care about America, I only care about Exxon/Mobil.” In a nutshell, that’s what makes corporations so dangerous.

Aristotle, in his Nicomachean Ethics, Book 1, Chapter 13, states: “The true statesman…wants to make his fellow-citizens good ….” That is, or ought to be, the true aim of every politician. Today, however, the only thing politicians care about is how to make their corporate clients richer, how to extend the corporation’s (and its lobbyist’s ) power into every crack and crevice of our modern life—but clearly not how to make America’s citizens “good.” Yet until and unless we elect to public office men and women who do fully subscribe to Aristotle’s view, such manifest injustice as has struck the McShanes must continue to wreck and ruin the lives of countless others—all the while making the 1% even richer, more powerful, more callous—and more evil!

Goodness or Profit: Democracy or oligarchy: that’s our modern era’s strict either/or. We are in a fight-to-the-death. Either we win and reclaim democracy for America or we lose and become mere slaves of the oligarchic Corporate State. The choice is ours to make.

Len Sive Jr.

THE NEW DARK AGE

A young German, Diren D., an 18-year-old exchange student from Hamburg, Germany, was fired upon with a shotgun and killed while entering an open garage in Missoula, Montana: yet another death that can be traced back directly to the NRA and its Republican and conservative Democratic backers.

This death seals America’s reputation overseas as an irrational, gun-toting, free-wheeling country unrestrained by education, the rule of law, ethics, morality, or religion. It is becoming, and in large part already is, the land—not of opportunity as it once was (corporations in America who run all things have dealt a death blow to that once-heralded idea) but a land of right-wing fanatics, without culture, commonsense, education,  or any genuine spiritual formation.

Take a Nazi; subtract his Germanness; add a lethal dose of Christian Fundamentalism; invest him with extreme anti-rational individualism; subtract all traces of the humanizing effects of Western Culture and of a Liberal Arts education, and you have the new right-wing, Tea Party Republican fanaticism that is the equal of al-Qaeda in its antipathy towards our modern, Christian, constitutional, tolerant, and humane way of life.

This anti-government movement is not a simple return to the frontier-life of the Old West, as the notorious cattle baron Clive Bundy and his ad hoc group of assault-weapon-wielding thugs would have us believe, but rather a return to the Dark Ages, when chaos ruled, and reason, like Oedidpus, was by emotion self-blinded, and everywhere life was without the humanizing effects of culture that alone make us rise above our mere animal nature.

The mind cannot sustain itself by its naked self alone. Subtract 4000 years of culture embedded in a liberal arts education; reduce Christianity to either  strict literalism or convenient liberalism; and this is what prevails—man’s merely instinctual, irrational nature.  God’s once-proud creation has been tragically humbled by excess, greed, sensualism, unreason, and the paucity of true culture, logic, and authentic  spirituality.

Let no one underestimate the power of culture and of a genuine liberal arts education in humanizing our rough animal nature. Spirituality alone is insufficient. For we must always make choices, and choices depend upon reason, logic, culture, education, and commonsense.

We are now becoming more and more bereft of these all-important humanizing qualities. And as a consequence we are now entering our own Dark Ages, with its chaos, lack of respect for human life, fearful insecurity, obsessive greed, sensualism run amock, self-satisfied blind ignorance, and a titanic narcissism.

The Age of the Enlightenment, whatever ameliorative effects it once ushered in, has long been over. Darkness and Chaos increasingly exert their baleful influence on our once-praised and emulated American way of life.

Len Sive Jr

IL COLLE CONTRO LE PULSIONI ANTIMILITARISTE E ALTRE MOLLUSCHERIE

“Napolitano difende le spese militari”, oppure “ mette il veto ai tagli”. Più o meno così i media hanno interpretato le parole davanti all’Altare della Patria, il 25 aprile, del Comandante supremo. Ancora una volta l’antico ufficiale d’ordinanza di Togliatti si è confermato pontifex maximus del culto delle (vana)glorie marziali. Edonisti e molli come siamo, noi Stivalioti d’oggi abbiamo indole pacifica, magari anche panciafichista, ventre mio riempiti di felicità masticabile. Ma il Supremo non si lascia sfuggire occasione per ricordarci che ci sono brandi da impugnare, missili e siluri da scagliare, droni ‘Obama’ da teleguidare contro il nemico.

Lui sa chi è, dove sta, il nemico (noi no ma non contiamo: democrazia, libertà e ‘diritti’ non si fidano di noi). Occorre essere semper parati in caso i mongoli di Ulan Bator o alcune repubbliche andine si facciano venire brutte intenzioni. Lo stesso dettato costituzionale (ripudio della guerra) è stato scritto per svista o per scherzo. La Carta, ci insegna il Pensiero di Benigni, è la Più Bella ma quandoque bonus dormitat Homerus (cosìceliava Orazio Flacco). Se il Mare è Nostrum, come rinunciare ai sommergibili d’attacco e ai cacciabombardieri con capacità nucleari? Non siamo legati per trattato, e fino alla fine dei tempi, all’Alleanza atlantica?

E’ noto che il 25 aprile la Resistenza ha liberato l’Italia da sola, senza apporti dell’Ottava armata britannica, della Quinta yankee, dell’Urss che sfondava da Est, delle arciflotte alleate. Alcune decine di migliaia di bombardieri che obliterarono il Reich non hanno fatto che assecondare a latere le conquiste partigiane. Di fronte a così grande retaggio di vittorie, da Custoza a Caporetto alla resa senza condizioni di Cassibile (prov. di Siracusa), di fronte a tante panoplie di armi gloriose, i pacifisti imbelli, i molluschi incuranti della Libertà, gli ottusi fautori degli asili-nido e dei dormitori per homeless negano -quei degenerati- che la Repubblica di Benigni necessiti di F35 e di fregate per poter battere i pugni sui tavoli della diplomazia. Non si sono alzate proposte di intervenire in Ucraina onde dare una lezione a Putin? Guai se il Piemonte non avesse stritolato gli zaristi in Crimea. Con non più di duemila morti il Regno sardo poté sedere tra i vincitori e da quel momento cominciò a tempestare di pugni e di spade di Brenno le conferenze internazionali. Chi potrebbe negare che una buona prova a Odessa delle brigate corazzate di Napolitano, appoggiate dagli Eurofighter e dall’unico F35 operativo, moltiplicherebbe N volte il nostro prestigio e l’orgoglio della Farnesina?

Ecco dunque il Marte del Quirinale intimare: “Le FF.AA. vanno certamente razionalizzate, ma sul capitolo delle spese non bisogna indulgere a decisioni sommarie. Esse possono riflettere incomprensioni di fondo e alimentare vecchie e nuove pulsioni antimilitariste”.

Qui vi voleva, voi sozzi antimilitaristi e incomprensori di fondo, il Maresciallo supremo. Vi abbandonate alle pulsioni degeneri -elargire buoni mensa a un milione di senza reddito, prevenire le frane appenniniche, decine di altre carognate- quando le nostre feluche, proverbialmente trionfatrici in tutti i negoziati, specie quelli che culminano in cocktail e sambe, hanno bisogno di argomentazioni di potenza! Il papa poté non avere né divisioni né flotte; le nostre ministre della Difesa e degli Esteri ne hanno bisogno perché la Repubblica di Cassibile sia rispettata anzi temuta.

Che il Clausewitz del Colle ci voglia pronti alla battaglia non deve stupire. Poche settimane fa spiegava ai negatori delle glorie resistenziali che il passaggio alla lotta armata scatenatrice di rappresaglie e stragi fu “obbligato” (non vi spetta sapere obbligato da chi e perché). L’obbligo di procombere sussiste, forever, come assolverlo senza aviogetti di ultima generazione? Persino l’infermiccio Giacomo Leopardi smaniò per morire in battaglia: “Qua l’armi io solo/ Combatterò, procomberò sol io”.

Non crediate che l’assiduo lettore di Leopardi tra gli arazzi del Colle esiga sempre l’ultimo grido in fatto di apparati della guerra elettronica. Sa che nella foresta umida in cui scorre il fiume Limpopo, come pure nelle gole del Caucaso, si combatte alla baionetta. Proprio per questo Egli tiene sempre pronti i corazzieri, che mettano in fuga l’avversario col solo bimetro d’altezza, più le lame delle loro sciabole. E per oggi rinunciamo a vantare il prestigio sartoriale dei nostri generali di tendenza.

Ve lo ricordate l’Elmo di Scipio? Serratevi al mento l’Elmetto di Napolitano, vi porterà alla vittoria. Quanto ai costi in €, non potete negare che armarci contro i nemici immaginari costi meno che fermare gli smottamenti appenninici. Credevate che il Signore della Guerra non cercasse di risparmiare? Abita la reggia più costosa al mondo, però da un paio d’anni taglia su spillatrici, coccoine e garden parties. Perché ha a cuore il contribuente.

Porfirio

PCI: L’ERRORE D’ESSERE NATO E QUELLI DI UN NOVANTENNIO INTERO

A un amico che fu partigiano, ferito gravemente a diciassette anni, funzionario comunista per decenni, avevo chiesto quali errori hanno condannato a morte il Partito. La risposta mi ha spiazzato: “Essere nato”. A tanto non ero preparato. Allora provo a rispondermi da solo.

Errore primo, avere preso sul serio Antonio Gramsci. Sull’occupazione torinese delle fabbriche (1921) pensò e scrisse troppe fanfaluche. Sulla premessa di una sognata ‘egemonia della classe operaia’ fondò un partito inteso ad emulare le vittorie dei bolscevichi. Invece avvicinò la Marcia su Roma. La “Unità” si vanta fondata daGramsci: ma è una delle ragioni per non leggerla.

Errore secondo, aver fatto credere che nella clandestinità combatteva duramente il Regime, che invece prosperò in crescendo fino al 10 giugno 1940.

Errore terzo. Nella Guerra civile spagnola, avere fornito Togliatti come primo agente di Mosca e Luigi Longo come capo delle Brigate internazionali. I due si impegnarono in una causa non solo senza speranza, anche senza verità; e si identificarono con una parte delle efferatezze rosse (non inferiori a quelle franchiste), nonché coi simultanei sterminii e purghe di Stalin.

Errore quarto. Avere dominato in Italia una lotta partigiana armata che, determinando automaticamente le rappresaglie tedesche, martoriò gli italiani non gli occupanti. La regola, perfettamente nota, era dieci contro uno (qualche volta di più). La crudeltà assoluta contro gli italiani fu via Rasella. I romani si vendicarono non sollevandosi affatto, al contrario (la grande strategia tardo-leninista era che via Rasella avrebbe fatto insorgere l’Urbe!).

La Liberazione fu fatta passare per una vittoria guerrigliera. In realtà il Reich era morente, senza carburante, munizioni e viveri, città e fabbriche rase al suolo.

Errore quinto. Divenuto cogestore della Repubblica, il Partito millantò di possedere superiorità morali inesistenti, laddove si lasciava aggiogare e finanziare dallo stalinismo. Mezzo secolo abbondante di infatuazione sinistrista del culturame e del demi-monde dei giornalisti e della gente dello spettacolo provocò il sorgere vittorioso del berlusconismo. Ancora oggi, dopo tutto ciò che sappiamo su Forza Italia e sul Cavaliere, sono molti coloro talmente antagonizzati dai vanti e dalle pretese del comunismo da accettare dall’anticomunismo letteralmente tutto. Si arriva a sognare una successione di Marina (!) quale parafulmine antimarxista.

E’ superfluo precisare che il comunismo italiano, come quello di ogni altro paese, ha pagato anche per colpe non proprie, bensì di Mosca e del campo socialista in Europa e in Asia. Risultati, pessimi: da noi, una nazione che ai suoi vizi millenari ha aggiunto la repellente devozione di troppi a un triviale orgiasta di Arcore. Finalità suprema, tenere in scacco i comunisti. Oltre l’ex Cortina di ferro, ha potuto trionfare un anticomunismo parossistico che nega in blocco il socialismo. Nega quanto meno il grande portato della Rivoluzione d’Ottobre: la distruzione dello zarismo e del vecchio ordine feudale.

Concludendo. Un movimento comunista che avrebbe potuto soggiogare la storia si è fatto sconfiggere e ha ucciso se stesso insozzando o cancellando i propri contenuti ideali, e invece evidenziando crudamente le proprie ferocie. Non fratellanza coi poveri, né amore per la giustizia ma, come in via Rasella, l’inumanità di sacrificare gli innocenti e i valori nel nome di una causa settaria come poche: un satellite di Mosca in più.

A.M.Calderazzi

EXTREMA RATIO DELLA RIVOLUZIONE DI RENZI: UN 25 APRILE PORTOGHESE CONTRO IL VECCHIO

Il 25 Aprile giusto -cioè non ideologico/settario, non vestito di paramenti gappisti, non comico in quanto fatto di Bella Ciao intonate da cleptocrati e portaborse- lo festeggiò il Portogallo: lo meriteremmo anche noi. Il 25 aprile 1974 gli ufficiali giustizialisti presero il potere a Lisbona e nel paese intero. Senza bagni di sangue, però grazie alla salutare minaccia di usare le armi. Non avessero rotto la legalità, governerebbero ancora i pronipoti di Carmona, Salazar e Caetano. Il governo del paese, per un po’ anche delle grosse colonie africane, passò alla giunta di generali portata sugli scudi dal ‘Movimento dei capitani’, cioè dai quadri giovani delle forze armate che avevano voluto la Rivoluzione dei garofani.

Una volta tanto le sinistre di tutto il mondo ebbero ragione a inneggiare: i militari non erano -e non sono- obbligatori arnesi della reazione legittimista. In Portogallo furono l’esatto contrario. Sostenuti anche dai comunisti di Cunhal, imposero con le spicce nazionalizzazioni e contenute misure socializzanti.

Ma quella del 1974 non fu una novità. Molte delle rivolte che per un secolo movimentarono il regno lusitano, a partire dalla restaurazione dei Braganza detronizzati da Napoleone, poi dalla loro trasformazione in monarchi costituzionali, furono opera degli ufficiali ‘liberali’ (così si chiamavano allora nella penisola iberica i progressisti, generalmente laici e perfino massoni). La Repubblica non sarebbe nata a Lisbona (1910) senza l’iniziativa militare. Nel 1926 gli ufficiali parteciparono all’avvento della Dittatura, intesa come bonificatrice, degenerata sei anni dopo nel regime autoritario-clericale di Salazar (il quale peraltro, autorevole accademico, aveva salvato l’economia). In Spagna l’intero Ottocento e il primo trentennio del Novecento videro il ruolo decisivo degli ufficiali progressisti -l’ultimo e il più efficiente dei quali fu il generale-dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera. Anche nella Guerra civile agirono gli ufficiali di sinistra, soprattutto nel campo repubblicano ma qualcuno in quello opposto.

Non occorre aggiungere altro a quanto sappiamo sul giustizialismo/progressismo della maggior parte dei militari in politica nel Terzo Mondo, da Ataturk a Peron a Sukarno a Nasser agli altri. Oggi buona parte del pianeta sarebbe molto più arretrato se i militari (in quanto detentori delle armi ma anche, più spesso che no, in quanto portatori di istanze di modernità e giustizia sociale) non avessero soppiantato le caste feudali/tribali e i collaborazionisti dei dominatori coloniali.

Tutto ciò, per dire cosa? Questo: Portogallo Spagna Turchia Terzo Mondo insegnano che, oltre ai militari reazionari, o semplicemente servizievoli verso il potere come sono stati i nostri, esistono e hanno agito i militari di segno opposto, quasi sempre in ruoli positivi raffrontati al vecchio dei notabili tradizionali. E per dire che un ruolo decisivo potranno svolgere nell’Italia posseduta dalla casta cleptocratica, ove le grandi riforme di Renzi falliranno e se l’eventuale ripresa non creerà abbastanza occupazione. A quel punto risulterà conclamata l’impossibilità di riformare dall’interno e legalmente un assetto pessimo come il nostro. La legalità repubblicana difende un esistente sinistro. Lungi dall’essere un capolavoro di diritto e di socialità, la Carta dei Padrigni costituenti è una gabbia di ferro a protezione di privilegi, ingiustizie e ruberie (il furto è la struttura portante del regime che attende il maglio demolitore). La Costituzione del 1948 va sventrata.

Matteo Renzi, oltre ad azzerare i bilanci militari orientati alla guerra, cioè all’atlantismo imposto dagli Stati Uniti, dovrebbe riconsiderare fuori dell’ideologia tradizionale il ruolo civico di quel settore del mondo militare che chiamiamo giustizialista. Perché non dovremmo avere un nostro 25 Aprile dei capitani e di qualche generale monostella non-conformista? Potrebbe annientare il sabotaggio delle riforme.

Ci pensi il Premier, visto che sulla distanza potrà risultare sconfitto dalla coalizione di tutti i conservatori sinistra/destra. Scandagli il mondo dei militari. Individui i nuclei meno solidali coll’esistente. Si faccia amici un pugno di ufficiali di fegato, all’occorrenza disposti a cancellare la Casta invece che ubbidirle. Il Vecchio Ordine non merita di farcela una volta di più.

A.M.C.

Benvenuta Monica Amari!

Siamo lieti di annunciare che Monica Amari, saggista e animatrice di iniziative culturali, ha accettato di svolgere un ruolo qualificato nella compagine di Internauta. Presidente dell’Associazione Armes Progetti (cultural planning), Monica alterna alla docenza universitaria un’attività pubblicistica finalizzata. Ha pubblicato (Franco Angeli) “Manifesto per la sostenibilità culturale”. Incisivo e fortunato il suo scritto “Giardini regali. Fascino e immagini del Verde dai Medici agli Asburgo”. Ha lanciato il Festival paganiniano.

Discendente di Michele Amari (il maggiore storico degli Arabi in Italia; ministro dell’Istruzione), figlia di un Prefetto di Milano, Monica è vedova di Marcello Staglieno, uno dei fondatori del ‘Giornale’ di Montanelli e già vice-presidente del Senato.