DIALOGO SU GRILLO E SULL’ANTIPOLITICA

QUASI NULLA SARA’ COME PRIMA QUANDO L’ANTIPOLITICA TRIONFERA’

Valga la confessione di uno tra i giornalisti più fradici di vecchia politica legittimista, persino capo di una lista elettorale, cioè aspirante gerarca. Curzio Maltese ha asseverato la realtà in modo impeccabile: “La professione politica ha fallito”. Bravo Maltese che non ricorre ai consueti giochi di mano, tre o più carte, per nascondere la sconfitta  propria e dell’intellettualame intero. E che ammette la fondamentale falsità di un settantennio di vanti del pensiero democratico unico.

Le cose stanno veramente come dice il Nostro.  L’esplosione antipolitica degli ultimi anni è il fatto storico più importante dalla caduta delle dittature nazista, fascista e comunista. I popoli si affrancano, insorgono, e i padroni cui si rivoltano sono i professionals dei partiti, gestori della frode elettorale  a mezzadria col denaro e con la corruzione. Settant’anni troppo tardi, Curzio Maltese scopre che la democrazia rappresentativa e la Carta costituzionale sono il nemico. Constata che nell’assetto postfascista/postcomunista il Demos non conta nulla, si è spossessato a favore dei Proci usurpatori e saccheggiatori.

Occorrerebbe -si rassegna ad ammettere il capolista ‘Tsipras’- tornare a un assetto ‘ateniese’, nel quale tutti i cittadini (quelli qualificati, degni del nome -NdR) fanno le loro normali occupazioni; si trasformano a turno (soprattutto attraverso il sorteggio/sortition -NdR) in legislatori e governanti pro tempore; poi tornano alle loro occupazioni. Un po’ come il servizio militare degli svizzeri.  L’esperienza dei parlamentarismi partitocratici, specialmente in Italia Francia Spagna Portogallo Grecia, ha dimostrato al di là di ogni dubbio che la delega elettorale esprime una classe di potere immancabilmente deteriore e ladra.

Ecco perché l’Antipolitica è la svolta più epocale dal 1945 in Italia, da un quarto di secolo nell’ex campo socialista. Onore e riconoscenza a tutto ciò che ha mosso la frana antipolitica. Da noi il grillismo, sgradevole o equivoco quanto si vuole, ha fatto da grimaldello, da maglio, da indispensabile ostetrica di una nascita gioiosa. Ha articolato in schiamazzi, sbraiti e vaffa un sentimento di fondo che era inespresso in quasi tutti. Oggi che è un movimento temibile gli si imputa che ‘non costruisce’. Forse è così. La lunatica strategia di vincere per la via parlamentare potrà fallire. Dovesse un giorno trionfare, c’è il pericolo che degeneri in partito, solo momentaneamente meno putrido degli altri segmenti della Casta. Ora come ora il movimento è un pesante martello demolitore, indispensabile per abbattere l’abusivo ecomostro; un piede di porco senza il quale non si schioda il sistema.

Questo invoca -di fatto- il sunnominato giornalista della cleptocrazia. Questa è la logica dell’insurrezione antipolitica. Oggi un tot di tizi qualsiasi, più o meno individuati dalla Rete, si sono trovati parlamentari, aspiranti guastatori, pedine di un gioco troppo grande per loro in quanto dominato da croupiers farabutti. Oggi possono solo intralciare, sabotare, fare cagnara. Un giorno, forse non troppo lontano, i tizi qualsiasi reclutati dal Web saranno -se qualificati, se veramente cittadini- sorteggiati per esercitare brevemente la sovranità al posto dei lenoni e degli spacciatori della delega elettorale. Spesso, ogni volta che sarà necessario, saranno giudicati dal referendum telematico: i pochi, quasi nessuno, che non possiederanno un computer, un tablet, un telefonino riceveranno gratis una monocellula elettronica, valore un euro, capace di registrare e trasmettere solo Sì/No.

Questo è, al fondo di tutto, il senso del vincere dei populismi antipatici e contraddittori ma sacrosanti. Sono l’avanguardia dell’insurrezione antipolitica generale e della democrazia diretta, parzialmente elettronica, alternativa obbligata allo sfascio in grande.

Antonio Massimo Calderazzi
GRILLO E LA SUA ANTI-POLITICA NON DEVONO PASSARE

A dispetto di quanto sostiene l’amico Calderazzi qui sopra, non mi sembra ragionevole ritenere che dal grillismo dilagante possa mai nascere niente di buono. La democrazia diretta, internet, la partecipazione dei cittadini e via dicendo sono drammaticamente e semplicemente i fronzoli piacioni di un movimento che altrimenti apparirebbe per quel che è: leaderista quanto il peggior stalinismo, sfascista e cripto-fascista, plutocratico e promotore dei più beceri rigurgiti di ignoranza e anti-intellettualismo.

Le votazioni sul blog di Grillo riguardano un numero ridicolo di persone (decine di migliaia, a fronte di quasi dieci milioni di elettori), la loro regolarità non è accertata da alcun ente terzo e manca – ma questa è una battaglia propria di Internauta – un qualsiasi criterio di selezione e di merito per i contributi e le eventuali cariche. Già anni fa Isaac Asimov metteva in guardia «dall’idea sbagliata che in democrazia la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza». Un insegnamento a cui gli scherani del comico genovese sembrano immuni.

Il danno che questa masnada di aspiranti sudditi di due aspiranti dittatori (che più inquietante di Grillo è il suo sodale Casaleggio) stanno facendo all’idea di democrazia diretta neo-ateniese, o random-crazia, è incalcolabile. Per gli anni a venire le pur buone proposte che potrebbero nascere in questo ambito saranno squalificate agli occhi delle persone non attirate nella trappola dell’anti-politica grillina. La reazione del sistema a Grillo – che per il principio azione/reazione ci sarà di sicuro – travolgerà anche quei buoni concetti, usati dal M5S come orpelli, che avrebbero meritato miglior fortuna. Prendere le distanze dall’antipolitica e dal grillismo mi pare doveroso per chiunque non voglia veder morire con le fortune del comico-urlatore anche le speranze di un miglioramento della nostra forma democratica. Perché se lo scontro si polarizzasse tra la “casta” e questi sedicenti movimentardi, lunga vita alla casta. Meglio i corrotti dei pazzi.

Tommaso Canetta

CORPORATE GREED AND INJUSTICE IN HEALTHCARE

John and Donna McShane, citizens of Alberta, Canada, spend part of each year on vacation in Arizona in their mobile home. In 2012, while vacationing in Arizona, Donna developed a bad cough; she was advised to go to the Western Arizona Regional Medical Center, in Bullhead City, for an examination. Since she had health insurance from AMA, which is owned by Manulife Financial, both of Canada, there was no hesitation in recommending that she enter this regional hospital for tests.

During her five days’ stay at the Western Arizona Regional Medical Center, she underwent different tests, none of which proved conclusive; and even spent 2 days in isolation on the fear that she might have tuberculosis. (She didn’t.)  After a five day uneventful stay in the hospital, she was released, with only a prescription for steroids for her troubles. Her total bill: $105,000!

That’s not the worst of it. Her insurance company, AMA, obviously not wanting to pay the hospital bill, said that, on closer examination, they had “found an error” on the McShane’s insurance application form regarding prescription medication, and as a consequence nullified their policy, making the McShanes, who live on $30,000/year, liable for the entire amount! This is an all-too-common subterfuge employed by insurance companies to keep from honoring a policy where large outlays are to be paid. And, unfortunately, they usually get away with it.

What are the notable points here? First, a simple mistake on an application, found only after a large outlay was to be paid to the hospital, is used as a pretence for cancelling their policy–although no such problem had been detected so long as the McShanes were paying into AMA! But as soon as AMA was faced with honoring their contract, suddenly the McShanes’ application came under the closest scrutiny and—surprise—was decreed wanting.

Secondly, it is nothing short of obscene that after only five days in a hospital—however, not in the ER or ICU, and not involving multiple surgeries, limb replacements, organ transplants, or other expensive, labor intensive procedures—the hospital could charge her $105,000.  Given what Donna McShane underwent while in the hospital—or perhaps one should say what she didn’t undergo—such a huge bill is simply incomprehensible.

Years ago I worked in a hospital in the Northwest and became good friends with one of the ER doctors. He was in charge of organizing lectures, at the hospital, for the physicians. For that year’s lectureship, he invited a well-known physician/professor from an Ivy-League medical school who was an expert on hospital pricing. What he said was unbelievable. Costs—the expert  used as one example open- heart surgeries—astoundingly, were arbitrarily set—literally “picked out of the air;” in this case a “cost” of $5,000 per valve. Not because it really cost that much—it didn’t. None of the costs he mentioned were grounded in reality. They were simply—incredibly—arbitrarily decided upon.

Let’s examine this $20,000 per day expense more closely. A bed at a nice motel might cost $70/night.  That’s a far cry from a hospital’s $20,000 per night, even granted the obvious differences between the two! (Indeed, is there even a super-luxury hotel that charges this much?) Clearly someone—or many people—are making lots of money with these super-inflated costs. As for me, there’s no possible argument that can make me believe that resting your head on a hospital pillow, plus a few tests, could cost $20,000 per diem!  By way of contrast, I see my doctors in Korea for about $4 per visit. I had an endoscopy in the hospital for around $100 dollars. I see both my orthopedist and his in-house physical therapist(s) for about $12 combined. These prices put into stark relief the absolute unreality of the hospital’s $20,000 per diem price tag.

When health care is left up to doctors, for-profit hospitals and clinics, and insurance companies, cases like the McShanes are rife; for their sole concern is how much profit can be made, while the health of the patient is always of secondary importance.

This is why health care is one of many aspects of our modern life that the federal government must take complete charge of–contra the Republican party’s no-government-at-all platform—in order to serve the greater interests of the nation and its denizens. Infrastructure, including the development of mass transportation systems and the repair of bridges, gas and electricity for homes and businesses, the funding of new forms of energy, well-maintained streets and highways, conservation, worker health and safety, the establishment of a livable minimum wage, affordable medications, etc—these are some of the areas in which, for the sake of our nation’s health, safety, and welfare, the federal government MUST take control. Corporations, with their eye exclusively fastened on profit, are unfit to control these vital sectors of our common life. The CEO of Exxon/Mobil put it memorably when he stated, “I don’t care about America, I only care about Exxon/Mobil.” In a nutshell, that’s what makes corporations so dangerous.

Aristotle, in his Nicomachean Ethics, Book 1, Chapter 13, states: “The true statesman…wants to make his fellow-citizens good ….” That is, or ought to be, the true aim of every politician. Today, however, the only thing politicians care about is how to make their corporate clients richer, how to extend the corporation’s (and its lobbyist’s ) power into every crack and crevice of our modern life—but clearly not how to make America’s citizens “good.” Yet until and unless we elect to public office men and women who do fully subscribe to Aristotle’s view, such manifest injustice as has struck the McShanes must continue to wreck and ruin the lives of countless others—all the while making the 1% even richer, more powerful, more callous—and more evil!

Goodness or Profit: Democracy or oligarchy: that’s our modern era’s strict either/or. We are in a fight-to-the-death. Either we win and reclaim democracy for America or we lose and become mere slaves of the oligarchic Corporate State. The choice is ours to make.

Len Sive Jr.

THE NEW DARK AGE

A young German, Diren D., an 18-year-old exchange student from Hamburg, Germany, was fired upon with a shotgun and killed while entering an open garage in Missoula, Montana: yet another death that can be traced back directly to the NRA and its Republican and conservative Democratic backers.

This death seals America’s reputation overseas as an irrational, gun-toting, free-wheeling country unrestrained by education, the rule of law, ethics, morality, or religion. It is becoming, and in large part already is, the land—not of opportunity as it once was (corporations in America who run all things have dealt a death blow to that once-heralded idea) but a land of right-wing fanatics, without culture, commonsense, education,  or any genuine spiritual formation.

Take a Nazi; subtract his Germanness; add a lethal dose of Christian Fundamentalism; invest him with extreme anti-rational individualism; subtract all traces of the humanizing effects of Western Culture and of a Liberal Arts education, and you have the new right-wing, Tea Party Republican fanaticism that is the equal of al-Qaeda in its antipathy towards our modern, Christian, constitutional, tolerant, and humane way of life.

This anti-government movement is not a simple return to the frontier-life of the Old West, as the notorious cattle baron Clive Bundy and his ad hoc group of assault-weapon-wielding thugs would have us believe, but rather a return to the Dark Ages, when chaos ruled, and reason, like Oedidpus, was by emotion self-blinded, and everywhere life was without the humanizing effects of culture that alone make us rise above our mere animal nature.

The mind cannot sustain itself by its naked self alone. Subtract 4000 years of culture embedded in a liberal arts education; reduce Christianity to either  strict literalism or convenient liberalism; and this is what prevails—man’s merely instinctual, irrational nature.  God’s once-proud creation has been tragically humbled by excess, greed, sensualism, unreason, and the paucity of true culture, logic, and authentic  spirituality.

Let no one underestimate the power of culture and of a genuine liberal arts education in humanizing our rough animal nature. Spirituality alone is insufficient. For we must always make choices, and choices depend upon reason, logic, culture, education, and commonsense.

We are now becoming more and more bereft of these all-important humanizing qualities. And as a consequence we are now entering our own Dark Ages, with its chaos, lack of respect for human life, fearful insecurity, obsessive greed, sensualism run amock, self-satisfied blind ignorance, and a titanic narcissism.

The Age of the Enlightenment, whatever ameliorative effects it once ushered in, has long been over. Darkness and Chaos increasingly exert their baleful influence on our once-praised and emulated American way of life.

Len Sive Jr

IL COLLE CONTRO LE PULSIONI ANTIMILITARISTE E ALTRE MOLLUSCHERIE

“Napolitano difende le spese militari”, oppure “ mette il veto ai tagli”. Più o meno così i media hanno interpretato le parole davanti all’Altare della Patria, il 25 aprile, del Comandante supremo. Ancora una volta l’antico ufficiale d’ordinanza di Togliatti si è confermato pontifex maximus del culto delle (vana)glorie marziali. Edonisti e molli come siamo, noi Stivalioti d’oggi abbiamo indole pacifica, magari anche panciafichista, ventre mio riempiti di felicità masticabile. Ma il Supremo non si lascia sfuggire occasione per ricordarci che ci sono brandi da impugnare, missili e siluri da scagliare, droni ‘Obama’ da teleguidare contro il nemico.

Lui sa chi è, dove sta, il nemico (noi no ma non contiamo: democrazia, libertà e ‘diritti’ non si fidano di noi). Occorre essere semper parati in caso i mongoli di Ulan Bator o alcune repubbliche andine si facciano venire brutte intenzioni. Lo stesso dettato costituzionale (ripudio della guerra) è stato scritto per svista o per scherzo. La Carta, ci insegna il Pensiero di Benigni, è la Più Bella ma quandoque bonus dormitat Homerus (cosìceliava Orazio Flacco). Se il Mare è Nostrum, come rinunciare ai sommergibili d’attacco e ai cacciabombardieri con capacità nucleari? Non siamo legati per trattato, e fino alla fine dei tempi, all’Alleanza atlantica?

E’ noto che il 25 aprile la Resistenza ha liberato l’Italia da sola, senza apporti dell’Ottava armata britannica, della Quinta yankee, dell’Urss che sfondava da Est, delle arciflotte alleate. Alcune decine di migliaia di bombardieri che obliterarono il Reich non hanno fatto che assecondare a latere le conquiste partigiane. Di fronte a così grande retaggio di vittorie, da Custoza a Caporetto alla resa senza condizioni di Cassibile (prov. di Siracusa), di fronte a tante panoplie di armi gloriose, i pacifisti imbelli, i molluschi incuranti della Libertà, gli ottusi fautori degli asili-nido e dei dormitori per homeless negano -quei degenerati- che la Repubblica di Benigni necessiti di F35 e di fregate per poter battere i pugni sui tavoli della diplomazia. Non si sono alzate proposte di intervenire in Ucraina onde dare una lezione a Putin? Guai se il Piemonte non avesse stritolato gli zaristi in Crimea. Con non più di duemila morti il Regno sardo poté sedere tra i vincitori e da quel momento cominciò a tempestare di pugni e di spade di Brenno le conferenze internazionali. Chi potrebbe negare che una buona prova a Odessa delle brigate corazzate di Napolitano, appoggiate dagli Eurofighter e dall’unico F35 operativo, moltiplicherebbe N volte il nostro prestigio e l’orgoglio della Farnesina?

Ecco dunque il Marte del Quirinale intimare: “Le FF.AA. vanno certamente razionalizzate, ma sul capitolo delle spese non bisogna indulgere a decisioni sommarie. Esse possono riflettere incomprensioni di fondo e alimentare vecchie e nuove pulsioni antimilitariste”.

Qui vi voleva, voi sozzi antimilitaristi e incomprensori di fondo, il Maresciallo supremo. Vi abbandonate alle pulsioni degeneri -elargire buoni mensa a un milione di senza reddito, prevenire le frane appenniniche, decine di altre carognate- quando le nostre feluche, proverbialmente trionfatrici in tutti i negoziati, specie quelli che culminano in cocktail e sambe, hanno bisogno di argomentazioni di potenza! Il papa poté non avere né divisioni né flotte; le nostre ministre della Difesa e degli Esteri ne hanno bisogno perché la Repubblica di Cassibile sia rispettata anzi temuta.

Che il Clausewitz del Colle ci voglia pronti alla battaglia non deve stupire. Poche settimane fa spiegava ai negatori delle glorie resistenziali che il passaggio alla lotta armata scatenatrice di rappresaglie e stragi fu “obbligato” (non vi spetta sapere obbligato da chi e perché). L’obbligo di procombere sussiste, forever, come assolverlo senza aviogetti di ultima generazione? Persino l’infermiccio Giacomo Leopardi smaniò per morire in battaglia: “Qua l’armi io solo/ Combatterò, procomberò sol io”.

Non crediate che l’assiduo lettore di Leopardi tra gli arazzi del Colle esiga sempre l’ultimo grido in fatto di apparati della guerra elettronica. Sa che nella foresta umida in cui scorre il fiume Limpopo, come pure nelle gole del Caucaso, si combatte alla baionetta. Proprio per questo Egli tiene sempre pronti i corazzieri, che mettano in fuga l’avversario col solo bimetro d’altezza, più le lame delle loro sciabole. E per oggi rinunciamo a vantare il prestigio sartoriale dei nostri generali di tendenza.

Ve lo ricordate l’Elmo di Scipio? Serratevi al mento l’Elmetto di Napolitano, vi porterà alla vittoria. Quanto ai costi in €, non potete negare che armarci contro i nemici immaginari costi meno che fermare gli smottamenti appenninici. Credevate che il Signore della Guerra non cercasse di risparmiare? Abita la reggia più costosa al mondo, però da un paio d’anni taglia su spillatrici, coccoine e garden parties. Perché ha a cuore il contribuente.

Porfirio

PCI: L’ERRORE D’ESSERE NATO E QUELLI DI UN NOVANTENNIO INTERO

A un amico che fu partigiano, ferito gravemente a diciassette anni, funzionario comunista per decenni, avevo chiesto quali errori hanno condannato a morte il Partito. La risposta mi ha spiazzato: “Essere nato”. A tanto non ero preparato. Allora provo a rispondermi da solo.

Errore primo, avere preso sul serio Antonio Gramsci. Sull’occupazione torinese delle fabbriche (1921) pensò e scrisse troppe fanfaluche. Sulla premessa di una sognata ‘egemonia della classe operaia’ fondò un partito inteso ad emulare le vittorie dei bolscevichi. Invece avvicinò la Marcia su Roma. La “Unità” si vanta fondata daGramsci: ma è una delle ragioni per non leggerla.

Errore secondo, aver fatto credere che nella clandestinità combatteva duramente il Regime, che invece prosperò in crescendo fino al 10 giugno 1940.

Errore terzo. Nella Guerra civile spagnola, avere fornito Togliatti come primo agente di Mosca e Luigi Longo come capo delle Brigate internazionali. I due si impegnarono in una causa non solo senza speranza, anche senza verità; e si identificarono con una parte delle efferatezze rosse (non inferiori a quelle franchiste), nonché coi simultanei sterminii e purghe di Stalin.

Errore quarto. Avere dominato in Italia una lotta partigiana armata che, determinando automaticamente le rappresaglie tedesche, martoriò gli italiani non gli occupanti. La regola, perfettamente nota, era dieci contro uno (qualche volta di più). La crudeltà assoluta contro gli italiani fu via Rasella. I romani si vendicarono non sollevandosi affatto, al contrario (la grande strategia tardo-leninista era che via Rasella avrebbe fatto insorgere l’Urbe!).

La Liberazione fu fatta passare per una vittoria guerrigliera. In realtà il Reich era morente, senza carburante, munizioni e viveri, città e fabbriche rase al suolo.

Errore quinto. Divenuto cogestore della Repubblica, il Partito millantò di possedere superiorità morali inesistenti, laddove si lasciava aggiogare e finanziare dallo stalinismo. Mezzo secolo abbondante di infatuazione sinistrista del culturame e del demi-monde dei giornalisti e della gente dello spettacolo provocò il sorgere vittorioso del berlusconismo. Ancora oggi, dopo tutto ciò che sappiamo su Forza Italia e sul Cavaliere, sono molti coloro talmente antagonizzati dai vanti e dalle pretese del comunismo da accettare dall’anticomunismo letteralmente tutto. Si arriva a sognare una successione di Marina (!) quale parafulmine antimarxista.

E’ superfluo precisare che il comunismo italiano, come quello di ogni altro paese, ha pagato anche per colpe non proprie, bensì di Mosca e del campo socialista in Europa e in Asia. Risultati, pessimi: da noi, una nazione che ai suoi vizi millenari ha aggiunto la repellente devozione di troppi a un triviale orgiasta di Arcore. Finalità suprema, tenere in scacco i comunisti. Oltre l’ex Cortina di ferro, ha potuto trionfare un anticomunismo parossistico che nega in blocco il socialismo. Nega quanto meno il grande portato della Rivoluzione d’Ottobre: la distruzione dello zarismo e del vecchio ordine feudale.

Concludendo. Un movimento comunista che avrebbe potuto soggiogare la storia si è fatto sconfiggere e ha ucciso se stesso insozzando o cancellando i propri contenuti ideali, e invece evidenziando crudamente le proprie ferocie. Non fratellanza coi poveri, né amore per la giustizia ma, come in via Rasella, l’inumanità di sacrificare gli innocenti e i valori nel nome di una causa settaria come poche: un satellite di Mosca in più.

A.M.Calderazzi

EXTREMA RATIO DELLA RIVOLUZIONE DI RENZI: UN 25 APRILE PORTOGHESE CONTRO IL VECCHIO

Il 25 Aprile giusto -cioè non ideologico/settario, non vestito di paramenti gappisti, non comico in quanto fatto di Bella Ciao intonate da cleptocrati e portaborse- lo festeggiò il Portogallo: lo meriteremmo anche noi. Il 25 aprile 1974 gli ufficiali giustizialisti presero il potere a Lisbona e nel paese intero. Senza bagni di sangue, però grazie alla salutare minaccia di usare le armi. Non avessero rotto la legalità, governerebbero ancora i pronipoti di Carmona, Salazar e Caetano. Il governo del paese, per un po’ anche delle grosse colonie africane, passò alla giunta di generali portata sugli scudi dal ‘Movimento dei capitani’, cioè dai quadri giovani delle forze armate che avevano voluto la Rivoluzione dei garofani.

Una volta tanto le sinistre di tutto il mondo ebbero ragione a inneggiare: i militari non erano -e non sono- obbligatori arnesi della reazione legittimista. In Portogallo furono l’esatto contrario. Sostenuti anche dai comunisti di Cunhal, imposero con le spicce nazionalizzazioni e contenute misure socializzanti.

Ma quella del 1974 non fu una novità. Molte delle rivolte che per un secolo movimentarono il regno lusitano, a partire dalla restaurazione dei Braganza detronizzati da Napoleone, poi dalla loro trasformazione in monarchi costituzionali, furono opera degli ufficiali ‘liberali’ (così si chiamavano allora nella penisola iberica i progressisti, generalmente laici e perfino massoni). La Repubblica non sarebbe nata a Lisbona (1910) senza l’iniziativa militare. Nel 1926 gli ufficiali parteciparono all’avvento della Dittatura, intesa come bonificatrice, degenerata sei anni dopo nel regime autoritario-clericale di Salazar (il quale peraltro, autorevole accademico, aveva salvato l’economia). In Spagna l’intero Ottocento e il primo trentennio del Novecento videro il ruolo decisivo degli ufficiali progressisti -l’ultimo e il più efficiente dei quali fu il generale-dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera. Anche nella Guerra civile agirono gli ufficiali di sinistra, soprattutto nel campo repubblicano ma qualcuno in quello opposto.

Non occorre aggiungere altro a quanto sappiamo sul giustizialismo/progressismo della maggior parte dei militari in politica nel Terzo Mondo, da Ataturk a Peron a Sukarno a Nasser agli altri. Oggi buona parte del pianeta sarebbe molto più arretrato se i militari (in quanto detentori delle armi ma anche, più spesso che no, in quanto portatori di istanze di modernità e giustizia sociale) non avessero soppiantato le caste feudali/tribali e i collaborazionisti dei dominatori coloniali.

Tutto ciò, per dire cosa? Questo: Portogallo Spagna Turchia Terzo Mondo insegnano che, oltre ai militari reazionari, o semplicemente servizievoli verso il potere come sono stati i nostri, esistono e hanno agito i militari di segno opposto, quasi sempre in ruoli positivi raffrontati al vecchio dei notabili tradizionali. E per dire che un ruolo decisivo potranno svolgere nell’Italia posseduta dalla casta cleptocratica, ove le grandi riforme di Renzi falliranno e se l’eventuale ripresa non creerà abbastanza occupazione. A quel punto risulterà conclamata l’impossibilità di riformare dall’interno e legalmente un assetto pessimo come il nostro. La legalità repubblicana difende un esistente sinistro. Lungi dall’essere un capolavoro di diritto e di socialità, la Carta dei Padrigni costituenti è una gabbia di ferro a protezione di privilegi, ingiustizie e ruberie (il furto è la struttura portante del regime che attende il maglio demolitore). La Costituzione del 1948 va sventrata.

Matteo Renzi, oltre ad azzerare i bilanci militari orientati alla guerra, cioè all’atlantismo imposto dagli Stati Uniti, dovrebbe riconsiderare fuori dell’ideologia tradizionale il ruolo civico di quel settore del mondo militare che chiamiamo giustizialista. Perché non dovremmo avere un nostro 25 Aprile dei capitani e di qualche generale monostella non-conformista? Potrebbe annientare il sabotaggio delle riforme.

Ci pensi il Premier, visto che sulla distanza potrà risultare sconfitto dalla coalizione di tutti i conservatori sinistra/destra. Scandagli il mondo dei militari. Individui i nuclei meno solidali coll’esistente. Si faccia amici un pugno di ufficiali di fegato, all’occorrenza disposti a cancellare la Casta invece che ubbidirle. Il Vecchio Ordine non merita di farcela una volta di più.

A.M.C.

Benvenuta Monica Amari!

Siamo lieti di annunciare che Monica Amari, saggista e animatrice di iniziative culturali, ha accettato di svolgere un ruolo qualificato nella compagine di Internauta. Presidente dell’Associazione Armes Progetti (cultural planning), Monica alterna alla docenza universitaria un’attività pubblicistica finalizzata. Ha pubblicato (Franco Angeli) “Manifesto per la sostenibilità culturale”. Incisivo e fortunato il suo scritto “Giardini regali. Fascino e immagini del Verde dai Medici agli Asburgo”. Ha lanciato il Festival paganiniano.

Discendente di Michele Amari (il maggiore storico degli Arabi in Italia; ministro dell’Istruzione), figlia di un Prefetto di Milano, Monica è vedova di Marcello Staglieno, uno dei fondatori del ‘Giornale’ di Montanelli e già vice-presidente del Senato.

SORTITION WILL HAVE TO WAIT FOR A GREAT LEADER WHO WILL RENEGE THE BALLOT DEMOCRACY

Choosing the Head of State in a parliamentary republic is a contradictory endeavour. Said kind of republic stays in a smallish number of countries. Yes, it flourishes in such an important system as Germany, with the ancillary context of Austria, then in some fifteen nations of Europe. Most Latin-American systems are modelled after the United States, the foremost among presidential republics; there the head of state leads the government too. So in non-parliamentary systems the popular vote elects a very relevant officer, who fully heads the Executive branch of government.

In a parliamentary republic the President (First Citizen) is the adjourned version of a constitutional (non-absolute) monarch, the one who reigns but doesn’t govern. He is a hybrid statesman who is not supposed to lead the majority party or coalition, so he can counterbalance the head of government (in case of need even topple him). Usually he is a high ranking but not dominant politician, who is prestigious enough as to be elected, however not in control of the political scene. The present First Citizen of Italy (Giorgio Napolitano) is exceptionally influential because of special circumstances. At 88, he will probably leave in a few months -this being the reason why here we deal with his office.

Not to have to choose this kind of president (i.e. a republican term-monarch) is one of the reasons why so many modern and advanced nations such as Japan, Britain, Sweden, Norway, Danemark, Netherland, Belgium, Luxemburg stick to the hereditary monarchy. Nowaday such hereditary monarchy is of course a perfectly illogical istitution, in view of the inferior quality of so many kings and queens of history. But those countries detest elected presidents.

In parliamentary Italy the perfect preconditions are given, theoretically, so that sortition should prevail as the way to choose a First Citizen:

a) our republic is demonstrably the worst political mechanism in the Western world. Changing it is imperative -most oligarchic politicians admit, or pretend to admit, this;

b) Italy is presently governed by a very brilliant, young (39) “turboPremier”, named Matteo Renzi. He has already proved to possess the will and the capability to radically renovate, even revolutionize the institutions. He undertook to abolish the Senate as a true chamber of Parliament.

We should reconsider the political role of great personalities against, say, the role of the collective will or of the Zeitgeist. Prophet Mohammed was able to invert history alone -his Islam transformed the disconnected, primitive, predatory tribes of Arabia into an imperial nation and into a great civilization. In our time a strongwilled Italian statesman could make the difference for sortition, should he decide to renege representative democracy. The combination on said preconditions might convince the Italian oligarchs to let a domineering Premier to introduce sortition, if only to select a First Citizen. Otherwise, in the absence of somebody resembling Mohammed, many decades will be needed for sortition to win.

Perfect parity among citizens to be sorted is impossible, given the chance that the lot chooses a simpleton or a criminal, or an otherly unqualified person. Therefore sortition should inevitably involve a restricted number of first-class citizens. For instance, if all of them were university principals, high judges or top administrators, nobody could oppose that the president choosen by lot were an ignorant.

However, we are dreaming. The chances are minimal that prime minister Renzi will decide to break the rules concerning the choice of the head of state. Other priorities will prevail. Sortition can only follow the utter discredit of entrenched habits, institutions, political climate and culture. Robber oligarchs must decide to accept the cancellation of representative democracy. Up to that moment their caste will go on bargaining the choice of heads of state who either are professional politicians or are coopted in the caste. Going to sortition can only be a Copernican revolution.

A.M.Calderazzi and Associates of www. Internauta online

LA SPAGNA APPROVO’ NEGLI ANNI VENTI L’ANTIPOLITICA DI MIGUEL PRIMO DE RIVERA

In una fase italiana segnata da due opposte posizioni, la denuncia di una deriva verso l’autoritarismo e il tedio della democrazia partitico-parlamentare, consideriamo utile far conoscere i giudizi di un importante storico britannico, Raymond Carr cattedratico a Oxford, su quello che fu negli Anni Venti l’esperimento in Spagna di un regime autoritario, non fascista e amico del popolo, agli inizi favorito dalla monarchia e dalle destre, sei anni dopo fatto cadere da queste ultime e da un sovrano, Alfonso XIII, che tentava di salvare la corona.

Fu la ‘Dictadura’ del generale Miguel Primo de Rivera, che il 12 settembre 1923 prese il potere con un colpo di stato militare attuato da Barcellona, dove comandava le truppe della Catalogna. Il Putsch fu fulmineo, incruento e accolto con netto sollievo da un paese che si sentiva sull’orlo del baratro. Il sistema politico della Spagna era allo stremo: una guerra disastrosa in Marocco, un conflitto sociale straordinariamente grave, frequenti conati insurrezionali soprattutto del movimento anarchico, il più agguerrito del mondo data la miseria delle masse, specialmente quelle contadine. Nel quinquennio che precedette il 1923 si erano contati poco meno di 1300 attentati. L’anno prima, 429 scioperi politici o quasi politici. Un conflitto sindacale nel maggio-giugno aveva fatto 22 morti.

Il colpo di stato venne realizzato con tale efficienza che non ci furono resistenze e non si sparse sangue. Le istituzioni parlamentari crollarono: la Costituzione del 1876 cestinata, gli oligarchi e i notabili della classe politica sostituiti da amministratori militari (successivamente sorsero tecnocrati e intendenti civili, alcuni dei quali molto provetti). Il Paese espresse un consenso per alcuni anni larghissimo. Il regime si chiuse nel gennaio 1930 con le spontanee dimissioni del Dictador. Morì pochi mesi dopo a Parigi.

La traduzione spagnola della IX edizione del classico di Raymond Carr (Spain 1808-1975) -di cui riportiamo per brevi estratti la parte riguardante Primo de Rivera- addita le contraddizioni, le ingenuità, gli errori, gli insuccessi, le circostanze generali (tra le quali gli inizi della Grande Depressione mondiale) che condannarono la gestione del Dictador. Al tempo stesso l’opera di Carr registra le opere compiute in oltre sei anni. Le più importanti delle quali furono l’apertura della modernizzazione (qui il Vecchio Ordine e l’Ottocento finirono nel 1923) e la creazione del primo Welfare. Se oggi la Spagna ha un’economia efficiente lo deve in primis alle iniziative del Dictador. E se è socialmente avanzata, l’avvio fu dato dal fermo impulso del generale alle prime conquiste moderne dei lavoratori. Primo de Rivera era marchese e Grande di Spagna ma parteggiava per il popolo.

Furono gli agrari aristocratici, i finanzieri , gli altri capitalisti, non le sinistre, che sconfissero Primo de Rivera: perchè li aveva combattuti. Non per niente il Dittatore si era fatto consigliare e affiancare dal capo dei sindacati, Francisco Largo Caballero, un avversario delle destre talmente combattivo che qualche anno dopo sarebbe stato chiamato ‘il Lenin spagnolo’. Nel 1937, in piena Guerra Civile, Largo Caballero divenne capo del governo repubblicano che lottava contro Franco.

L’unica forza politica e sociale riconosciuta e appoggiata dal Dittatore fu il Partito socialista saldato alla UGT, la centrale dei sindacati. Tutto ciò risulta dalle analisi del maggiore storico accademico britannico della Spagna.

A.M.C.

 

RAYMOND CARR, STORICO DI OXFORD, SULLA “DICTADURA FILOSOCIALISTA”

El pensamiento politico de Primo de Rivera era primitivo, personal y ingenuo. La medula (sostanza) de su personalidad politica estaba hecha (fatta) de un odio obsesivo a la politica y a los politicos. Una ‘casta politica’, a través de la farsa de las elecciones, habìa aislado

(isolato) al gobierno del pueblo; el, en cambio, podìa entrar en un contacto mas directo y personal con el pueblo, devolviendo (restituendo) al gobierno su espiritu democratico.

Su preocupacion paternalista por la nacion bordeaba (rasentava) la excentricidad. El primer superàvit del presupuesto (avanzo di bilancio) se dedicò a redimir las sàbanas (tovaglie) empegnadas por los pobres de Madrid. Esta diversidad de intereses, que incluìa el entusiasmo por los derechos de la mujer, le proporcionò (guadagnò) al principio el carigno (affezione) del publico. El odio hacia (verso) los politicos se racionalizò convirtiéndose en una teoria politica antiparlamentaria que decìa ser (essere) mas autenticamente democratica que el liberalismo parlamentario.

La dictadura de Primo de Rivera no era fascista. Su teoria de la soberanìa como amalgama de las entidades sociales autonomas se emparentaba mas con la escolàstica aristotelica que con el totalitarismo. Joaquin Costa, el regenerador radical, fue el Bautista que precediò al dictador, profetizando la venida de un “cirujano de hierro” (chirurgo di ferro). En Ortega y Gasset el general tenìa un intelectual que habia argumentado en favor de una minoria selecta y que rechazaba (rifiutava) “el falso supuesto de una igualdad real entre los hombres”. Ortega era un liberal desencantado y en Espagna sus famosos ataques a la vieja politica se convirtieron (divennero) en textos sagrados, siempre en boca de los partidarios (seguaci) de Primo de Rivera.

El decia preocuparse por el bienestar material de los obreros y por las pretensiones (rivendicazioni) laborales. Proporcionò (elargì) casas baratas (economiche), un servicio medico y, sobre todo, una maquinaria (meccanismo) de arbitraje (arbitrato) laboral que los dirigentes socialistas aceptaron y dominaron. La relacion del régimen con los sindicatos se formalizò en el Codigo del trabajo de Aunòs (1926). Su principal caracteristica la constituìan los comités paritarios, con represesentacion igual de patronos y obreros, comités a los que se asignò la solucion de las disputas salariales. Este aparato no fue una importacion fascista, pues (dato che) en Espagna tenìa una larga historia.

En su calidad de miembros del comité, los delegados de la UGT (centrale sindacale) se convirtieron en burocratas pagados por el Estado. Los dirigentes de la UGT consideraban que la cooperacion con la dictadura les darìa la posibilidad de aumentar el poder de la unica organizacion obrera efectiva. Parece que en 1924 Largo Caballero (il capo della UGT) examinò la posibilidad de unificar la UGT y el partido socialista en un partido laborista reformista dentro del régimen. Los dirigentes de la UGT no podian compartir (condividere) el horror de los politicos ante el repudio del sistema parlamentario caro a los politicos burgueses.

 

La autentica democracia se reconoce hoy (oggi) por la distribucion de la imposicion publica, no por una constitucion politica formal. El gobierno, pese a todo (però), no se atreviò (azzardò) a unir a las masas contra las clases posesoras; cediò ante una enconada (accanita) campagna de prensa dirigida por la aristocracia bancaria.

Las obras publicas de Primo de Rivera, sus carreteras (strade) y embalses (dighe) se consideran a veces como un caso de keynesianismo prematuro. La economia cayò en manos de comités que regulaban todo. La intervencion y el control eran criticados por los grupos que los padecìan (subivano). A pesar de los defectos de su politica, los tecnocratas del dictador llevaron a cabo (portarono avanti) un notabilisimo intento de modernizacion, que suele estimarse en menos de lo que vale; el incremento en la construccion de carreteras y en la electrificacion rural fue algo espectacular; el hierro (ferro) y el acero se desarrollaron; el comercio exterior aumentò en un 300%; los ferrocarriles (ferrovie) fueron modernizados. Las Confederaciones Hidrograficas agrupaban los intereses diversos en el intento de racionalizar la explotacion de los grandes sistemas fluviales del Duero y del Ebro. Entre 1906 el Estado gastò (spese) 162 milliones de pesetas para el riego (trasformazione irrigua) de 16.000 hectàreas; entre 1926 y 1931 se gastaron 160 milliones en planes de irrigacion de 175.000 hectàreas.

La dictadura tenìa un aire de expansion y de prosperidad que mirado retrospectivamente ha cobrado (assunto) todo el aspecto de una edad de oro. La modernizacion y la prosperidad no fueron del todo ‘falsas’, como afirmaba la oposicion, ni fueron tampoco simple reflejo de la expansion internacional. Ese régimen puede ser criticado por no haber sabido (saputo) como llevar a la practica (attuare) la reforma agraria, aunque (benché) los proyectos agrarios de Primo de Rivera eran mas ambiciosos que todas las realizaciones previas.

Mientras perdurò la expansion, la dictadura se beneficiò politicamente. Sin embargo (tuttavia) no fue el colapso de la prosperidad lo que en 1929 produjo la caida del régimen: el fracaso fundamental fue politico. El règimen no podìa hacerse (farsi) aceptable para las fuerzas que pesaban en la sociedad espagnola. Primo de Rivera infravalorò (sottovalutò) hasta (fino) el fin las fuerzas que estaban en contra. Puso su fe (aveva fede) en la masa. “El mayor, tal vez el unico sosten de mi gobierno lo constituyen mujeres y trabajadores.” Pero en 1929 ‘los intereses’ (gruppi d’interesse), el Ejercito y la Corona miraban hacìa (verso) otra parte.

Fue esta desaparicion (sparizione) del apoyo a su derecha lo que condenò el régimen. Las clases conservadoras optaron por considerarse amenazadas por un Estado corporativo gobernado en el interes de los trabajadores. La Iglesia desconfiaba (diffidava) del regalismo benigno de Primo de Rivera; los banqueros, de su interferencia en la autonomia de los grandes bancos; los industriales no favorecidos, de su intervencionismo. La corte e la aristocracia detestaban al dictador.

(estratti da Raymond Carr)

DIFENDONO UN SENATO DA AZZERARE GLI AGONIZZANTI DEL SINISTRISMO FATUO

Uno spagnolo di grosso calibro, che ai suoi pari preferiva i popolani, chiamava i notabili liberal-conservatori che aveva sbaragliato “los politicastros”. Come non denominare “los profesorastros” la manciata di attempati accademici di sinistra, più una malcapitata sacerdotessa, che hanno levato l’allarme sullo smottamento della democrazia se finirà il bicameralismo perfetto? Di veramente perfetto c’è piuttosto la comicità delle cose che dicono e fanno los profesorastros.

Augusto Barbera, senatore PC per 18 anni, ministro per 4 giorni con Ciampi, soprattutto ordinario costituzionalista a Bologna, non ha usato mezzi termini per ridicolizzare le sentinelle della democrazia (Rodotà, Zagrebelski eccetera): “Non vedo proprio cosa ci sia di autoritario nella riforma Renzi. Quattro costituzionalisti non rappresentano i circa duecento costituzionalisti italiani. Sono sbalordito a sentire che il monocameralismo depotenzierebbe il parlamento. Parte della sinistra vuole rafforzare non il parlamento ma i suoi poteri di veto: ai quali poteri le due Camere si prestano in modo eccellente. (…) Facciamo una Camera sola. A costo di dare ragione a Berlusconi, bisogna riconoscere che tra i premier europei l’italiano è quello che ha meno potere”.

Il professore Arturo Parisi, anch’egli ex-ministro, ha liquidato così il conato dei talebani della Più Bella: “Gente che dopo la rottura del 1993 ha lavorato per la continuità, anzi per la restaurazione”. Per il cattedratico Gian Enrico Rusconi “le tante belle parole dei professori non hanno prodotto nulla. Non è così che si convince una generazione che si sente presa in giro dalla politica”.

Il rigetto più articolato del Non Possumus dei profesorastros lo si deve all’accademico Luca Ricolfi, coll’articolo “I feticci abbattuti dal Premier” (La Stampa). Per Ricolfi non sono solo feticci, anche “dogmi pregiudizi miti totem e tabù” che imprigionano i vati della cultura progressista, i “venerati maestri” come li chiamava Edmondo Berselli. “Se oggi l’Italia è profondamente diseguale, con una frattura micidiale tra garantiti e non garantiti, è perché per decenni ci siamo tenuti questa sinistra miope e conservatrice. Nel loro desiderio d’essere ascoltati dal Principe, i professori tipo vate si stupiscono che la politica non abbia bisogno di loro. Ma a volte è stato un bene che la politica non abbia ascoltato i narcisisti e gli ingenui”.

Massimo Gramellini, senz’essere un accademico, non ha negato il suo cachinno alla “conventicola di intellettuali che da decenni dice no a qualsiasi tentativo di cambiare questo sistema sclerotico (e che oggi si stringe come una vecchia cintura di castità intorno al povero Tsipras”). Coll’occasione segnaliamo che Gramellini si è ascritto a una faceta congregazione dei “boldrinologi”. La loro taumaturga è un caso limite di engagement da vaudeville.

Fin qui abbiamo lasciato fare ad altri, tanto più illustri, il lavoro perditempo e innecessario di criticare con le buone maniere i bonzi della Sinistra degli Avelli. Per conto nostro crediamo non ci sia scherno che basti a dire agli isterici e ai fissati il fatto loro. Sono gli ultimi zelatori/zeloti di una causa che hanno fatto morire senza gloria col settarismo praticato dai giorni della “vittoria” del 1945. Il comunismo degli intellettuali è una delle imprese fallite con più disonore in assoluto; laddove il quasi-comunismo caritatevole dettato dall’anelito religioso è ben vivo, anzi si rafforza: dal cattolicesimo di base al solidarismo dei Fratelli musulmani. Quanto alla carità dei laici, essa non esiste.

Esiste l’esilarante deplorazione della Boldrini che il lussuoso Grand Hotel di prossima apertura a Torino, 5 stelle, si chiamerà Gramsci (in quell’edificio il Fondatore ebbe l’alloggio, la redazione di Ordine Nuovo e la plancia-comando della Occupazione delle fabbriche (1921), prova generale a Torino della rivoluzione dei soviet operai fantasticata da Gramsci e seguita, of course, dalla Marcia su Roma). La bluebell di Montecitorio ha stigmatizzato la profanazione, facendo capire che in futuro scenderà col suo compagno solo in dormitori low cost, o in agriturismi per immigrati cingalesi.

Nel passato la spocchia dei sinistristi intellettuali ha dato potere e ricchezza a loro; nulla alla loro causa, che infatti rantola. In quasi un secolo di cultura ‘aggiornata’ la spocchia non ha prodotto alcun costrutto. In compenso ha contribuito in grande a far detestare dalle masse, persino odiare, i valori e gli obiettivi della sinistra. Oggi il berlusconismo sopravvive solo perché esistono zattere di naufraghi comunisti; perché sono stati troppi i vanti bugiardi della cultura marxista (spesso rappresentata da gente dello spettacolo e da orecchianti); perchè non si spengono i ricordi dei misfatti bolscevichi, staliniani, partigiani, et cet.

Pervenuto, per gli errori dei suoi avversari, a successi insperati e implausibili, il comunismo è morto dopo pochi decenni di potere e di vanagloria, laddove le grandi idee-forza durano millenni. Gli ultimi comunisti invasati si sono ridotti al calvinismo da ridere dei diritti e alla socialità burlesque della Boldrini.

Per queste amare riflessioni di chi, assieme a innumerevoli milioni di illusi, aveva sperato nel comunismo degli ideali, lo spunto era il Senato. Ma non merita che ne ragioniamo. Il doppione Senato va semplicemente cancellato in tutto, in simultanea al dimezzamento della Camera superstite e alla nanizzazione di stipendi, pensioni, vitalizi e fringe benefits. Ai dipendenti di ogni grado della Camera Superflua, così come a quelli del CNEL (che non è una camera ma un ripostiglio istituzionale, per il quale dobbiamo gratitudine eterna ai Costituenti del 1948) non andrebbe assicurata alcuna ricollocazione, solo un soccorso alimentare, 700 mensili.

Quando Dio vorrà nemmeno una monocamera sarà elettiva; ‘elettiva’ è una parola sporca, da non pronunciare a tavola: vuol dire prodotta dalla frode dei politici professionisti. Un giorno sarà il sorteggio, non il meccanismo della spoliazione elettorale, a reclutare i legislatori, i patres conscripti ( si chiamarono così i senatori dopo che la riforma di Servio Tullio ammise in Senato i maggiorenti plebei). Nei secoli della gloria, di Roma come della repubblica di Venezia, i parlamenti manco a dirlo erano monocamerali.

Porfirio 

THE GREAT HOAX

“You can fool all of the people some of the time and some of the people all of the time, but you cannot fool all the people all of the time.”  Abraham Lincoln

A young professional athlete just got his first contract: 144 million dollars for 6 years! I did some calculating. That’s 24 million dollars a year, or 65,000 dollars a day, every day, for 2,109 days. A high school teacher, on the other hand, if well-paid, might make 65,000 per year. In a little over one month this athlete will have earned more than the teacher would have earned in 35 years of teaching. His salary would support 2215 teachers! Our society has gone mad.

This is the great hoax and it is we ourselves who perpetuate it. Nothing could be more absurd to any rational human being than the paying out of such exorbitant sums…to an athlete of all people, whose value to a society at any time in history, realistically speaking,  is only a little more than that of a fevered gambler.

It is one of the ironies of history that those who contribute the least to society earn the most. And those who contribute the most—nurses, teachers, care-givers, foster parents, writers, artists, poets—these all too often have to scrape up odds and ends of a living even though they are our society’s engine, and the source of all that is good.

Ask yourselves this: Your loved one is in the hospital gravely ill. Do you call up a rich athlete for help? The question answers itself. You rely on nurses and other care-givers; into their hands you entrust your loved ones. This single test tells us whose value is greater. Yet who makes more money? Who is more esteemed? And for what? What do athletes contribute to the advancement and welfare of society? Absolutely NOTHING.  They play games—sometimes painful games, but games all the same. And that’s it. That’s their total contribution. Nothing shows more clearly than this just how wrong-headed are the values of our society.

It’s all a big hoax. We have been brainwashed by those who benefit from sports—the owners first and foremost, then the athletes, the advertisers, the media, etc.—into thinking that sports are important, that athletes are special.

More repugnantly, education at the high school and collegiate levels is all too often twisted and defiled just to accommodate an athlete. Recently on the Internet there was a piece about the University of North Carolina, a top university, which had created non-existent classes just for its athletes to take and to receive an “A” from. An entire university twisted and bent into lying and deception solely on behalf of its athletes! Our society’s most important institution abused for the sake of sports. Plagiarism is a capital offence at universities—but lying and cheating on behalf of athletes is OK! Nothing shows more clearly, more emphatically, how off the mark our modern society is. Sports—to coin a phrase—are  just sports, nothing more.

The big hoax is that we’ve been brainwashed into thinking otherwise.

Len Sive Jr

ARGUMENTS TO WIN MINDS AND HEARTS TO SEMIDIRECT DEMOCRACY BY SORTITION

The hard truth is: in those advanced societies whose parliamentary/electoral mechanisms are long established , the immediate prospects of sortition are either next to nihil ,or very slight. The consensus still goes to passing sovereignty to elected, professional representatives. The technology to cancel such delegation to politicians is now available. It’s public psychology that lags.

Instead semi-direct democracy, either selective or not, is the intuitive alternative to both electoralism and autoritarian rule in countries that, in a definition of Oliver Dowlen, are “modern cases of extreme democratic breakdown”. If democratic breakdown is meant in a symbolic rather than strict way, then nations such as Italy, Spain, Portugal, Greece, Argentina, many additional Latin American republics are places where sortition has some mid-term opportunities.

In these cases, the proponents of change should assign first priority to showing the failures of electoral democracy rather than to defending the superiority of any particular version of direct democracy. Sectarian infighting among advocates of sortition is worse than wrong, is self-defeating. So it’s perhaps pertinent that we list a number of common argumentations on the senility of the electoral process and philosophy.

 

Traditional democracies cannot be participatory. Active participation requires the trust that participating is likely to produce results. Over time democracy has been degraded to rule by career politicians. They do what they want and hold the people in irrelevance. The government has become so arrogant and overwhelming that we lack real liberty. People have literally nothing to say about public affairs.

It is now possible to contact and involve huge numbers of citizens who do not have access to the communication resources traditionally possessed by the established mass parties. The high likelihood of interactive links in all homes in the Western societies enhances the prospects of some kind of direct democracy. Sortition promises to be a very efficient mechanism for the selection of deliberators and of operational officers.

It’s not logical nor admissible that, 14 years into the Third Millennium, the political process stays unchanged as it was in the18th century. When Thomas Jefferson was president of the United States the trip from Monticello, his estate in Virginia, to the White House took three days on horseback. In 1831 the federal employees were in the U.S. 11,491; today they are several millions. And Internet is able to turn any giant nation into the cyber-equivalent of the Greek city-state. Rather than propping up tyrants, Internet can totally empower the citizens.

Direct democracy should be each citizen personally controlling the government from his home through a secure interactive network. Instead partisan politics, special interests and money behind them and behind candidates excavate beneath popular sovereignty. It empties it. In fact, direct (also semi-direct) democracy should be eliminating professional politicians, partisan politics, corruption and the role of money.

The enemies of change are used to warn that direct democracy is a highway to despotism. But history and political science suggest that common man, given the right circumstances, can be rational and discerning enough.

A geological change has happened in Western politics- the dramatic obsolence of the traditional institutions: political parties, establishment media, parliaments, lesser assemblies. Technology makes it possible to bypass them. Traditional mechanisms were deliberately designed three centuries ago so that popular passions were filtered before they could become legislation. Additional filters were added. Most filters are now superannuated. The parties are moribund, Parliaments are ponds of stagnant water.

 

The Fishkin theory

In 1992 James S.Fishkin, professor, Univ. of Texas, offered a scheme whereby randomly chosen citizens would be given the opportunity to deliberate. Fishkin proposed “a full-scale national random sample of 600 people gathered to a single site where they could question the presidential candidates”. In his opinion, that random sample would be a scientifically representative microcosm of citizens deliberating on issues. The precondition would of course be that a small group can be an accurate barometer of the public sentiment. Such a completely new form of semi-direct democracy supported by information technology would have randomly chosen average citizens doing the hard work of democracy that most of us don’t have the time, or will, or knowledge to do. It’s the way the jury system works. The 600 people could be described as a macro-jury, but the macrojury could be much larger, could be f.i. 600 thousand.

Twenty years ago, more or less, the American business magazine “Forbes” recapitulated: “Technology has rendered totally out of date the idea that authorities can control morality and culture. Politicians may still give speeches about everything noble, bur everyone knows that the talk is just reactionary gabble. The old political carnival, the old game of big promises on election day, soon forgotten in the enjoyment of power, is over”.

Futurologists Alvin and Heidi Toffler argued that “spectacular advances in communication technology open, for the first time, a mind-boggling array of possibilities for direct citizen participation in political decision-making. We the people must begin to shift from depending on representatives to representing ourselves”.

In conclusion, with most homes in advanced countries having a modem, the decline of the polling place is at hand. And when we can vote from home, it’s hard to believe that choosing candidates won’t be expanded to choosing politics.

A.M.Calderazzi and Associates of www.Internauta online 

IN EREDITA’ DALLA NOBILE COSTITUENTE 24 CARATI DI CLEPTOCRAZIA

Con la notizia che l’80% del Consiglio della Regione Campania è sotto processo per peculato, truffa e/o altro -per il restante 20% le prove sono forse insufficienti- si è raggiunta la certezza che otto politici della Repubblica su dieci sono ladri, truffatori e altro. Come mai certezza? Perché per i Legislativi delle altre regioni le cronache ci hanno fornito, o stanno per fornirci, elementi d’accusa inoppugnabili. Va da sé, su scala nazionale si ruba in altri modi: più in grande, con più classe.

Passi per la porcina cleptocrazia esercitata dall’Assemblea del Lazio, il cui retaggio dovrebbe risalire alle glorie dei Quiriti e alla Lupa che allattò i Gemelli fatali. Ma raccapricciante è il caso del Piemonte, che fece l’Italia. Le furfanterie a Torino del Consiglio succeduto al sabaudo Parlamento Subalpino hanno fatto inorridire le redazioni di nera persino prima e più di quelle campane e siciliane. Date tempo al tempo e la mappatura nazionale del reato istituzionale sarà completa.

Insomma, per il Paese delle molte eccellenze -affascinante ed estroso; ricchezze d’arte esorbitanti; arte del vivere collimante con la leadership enogastronomica; moda in gestione diretta degli Dei; modellato dalla Più Bella delle costituzioni; alloggia il più sommo dei politicanti in una reggia quale gli imperatori del pianeta, da George Washington a Obama, non possono permettersi; per il Paese di tante eccellenze, dicevamo, due sole sentine parlamentari (una delle quali da chiudere per ristrutturazione), più il CNEL, erano poche. Di qui le 21 cloachine regionali. Lì gli eletti del popolo, appaltatori della sovranità socialità e purezza nate dalla Resistenza, rubano tutto il rubabile. Il primato del malaffare progressista, quanto meno tra i paesi dell’OCSE, è al di là di ogni dubbio.

Se incontrate qualche Tersite che dica male delle Istituzioni e della Più Bella (il personaggio eponimo sparlava dei capi degli Achei sotto le mura di Troia; Odisseo lo malmenò brutalmente; Achille lo uccise con un pugno, sempre per la sua maldicenza); se dunque incontrate qualche Tersite il quale lamenti un’esiguità del legato ideale della Costituente, zittitelo. La Costituente ci ha lasciato un ceto politico quale l’Occidente intero se lo sogna così vasto, vorace e ricco di parenti.

La domanda sorge spontanea: può sopravvivere una Repubblica gestita, cioè saccheggiata, da una fauna politica che è l’orca (=il predatore più carnivoro dei mari circumpolari) della politica professionale mondiale? Risposta: non in eterno, finchè non arriva il Giustiziere, impersonante il Tedio della democrazia, la Repubblica può sopravvivere. La Chiesa non è viva nonostante 15-17 secoli di nepotismo -lo praticò per ultimo Pio XII- e di assalto ai beni destinati ai poveri dai morenti ricchi? E l’Impero d’Oriente, generato dal marcire di quello d’Occidente, non durò fino al 1453?

Si tranquillizzino dunque Rodotà, Zagrebelski, Bindi, l’Allucinato a 5 stelle, altre prèfiche della Carta. Per un tot di tempo i protagonisti della democrazia continueranno a rubare, più o meno con destrezza, più o meno in spirito e pratica di fedeltà alla Costituzione.

Porfirio

CONGIURANO PER UCCIDERE RENZI. MA PUGNALARE CESARE SERVI’?

Per una volta è giusto prendere le mosse dal Pensiero di Alessandro Sallusti. La cosa non è bella, visto che il direttore del ‘Giornale’ è ex officio, cioè necessariamente, uno di quei liberti, o schiavi, o eunuchi di palazzo che, sotto cattivi imperatori o sotto sultani inebetiti dalle fatiche di harem, pervennero a potenza e più ancora a ricchezza irraggiungibili da personaggi di calibro e di anima più alti. Ma una volta che il liberto di Arcore dimostra più talento di altri persuasori professionali, giù il cappello.

Sallusti ci ha ricordato che alle Idi di marzo di duemilasettanta anni fa i 60 senatori di Giunio Bruto e Gaio Cassio decisero di pugnalare Giulio Cesare: dittatore democratico, nel senso di amato dal popolo, stava demolendo la componente oligarchica ossia senatoriale della sovranità romana (la quale si definiva SPQR, Senatus Populusque Romanus/i). Ammazzare Cesare non servì. Un paio d’anni di guerra civile e il nipote Caio Giulio Cesare Ottaviano trionfò, primo imperatore dinastico. La Repubblica degli Ottimati morì davvero.

Ora il presidente della Camera si fa per dire Alta, prestanome dei Sessanta nuovi anticesariani anzi dell’intera Casta presieduta dal Colle, prova a trafiggere Renzi, troppo simpatico al popolo. Ma anche la repubblica di 2070 anni dopo quelle fatali Idi, la Repubblica dei Pessimati, sta morendo. L’hanno condannata i suoi appaltatori ladri, la rimpiangono Rodotà, Zagrebelski e altre salme.

Riuscissero i congiurati ad abbattere l’uomo del Nuovo Rubicone, la guerra civile potrebbe anche non scoppiare, tale è la nostra vocazione panciafichista. Ma chi può dubitare che il trionfo dei Pessimati sarebbe effimero, e dopo si ergerebbe il vero Distruttore della cleptocrazia, l’Ottaviano Augusto capace di trattare i renzicidi con l’efferatezza di quel direttore vichingo dello zoo di Copenhagen che sopprime miti giraffe e leoni anche cuccioli?

Molti pensano che Renzi sia l’ultima speranza del malsistema sorto tra il 1945 e il ’48. Se il puledro toscano si farà scozzonare (=aggiogare al carro o all’aratro) tanto prima del previsto, sulla questione della Camera Inutile, contestualmente si spegnerà l’ultima speranza del regime. Se invece il premier salverà la faccia avendo lottato più a lungo, il risultato sarà uguale: il Malsistema è come ammalato di SLA, non può non morire.

Bruto e Cassio fecero male i conti. Sconfitti in battaglia a Filippi due anni dopo avere pugnalato Cesare, si uccisero entrambi e l’impero che avevano tentato di esorcizzare durò quasi cinque secoli in Occidente, più o meno il triplo in Oriente. Giovanni Boccaccio fece venire di moda la loro esaltazione come tirannicidi e campioni della libertà. Ma Boccaccio, si sa, aveva l’immaginazione ludico-salace. In realtà Bruto parricida (Tu quoque fili!) tentò con Cassio di procrastinare la fine del Vecchio Ordine. Lo stesso tentano, non disinteressatamente, i congiurati di Grasso salma-in-chief e le prèfiche della Più Bella delle Carte da parati.

Che alla combutta di questi ultimi si sia unito il furibondo Grillo, che sbraita a difesa della Costituzione dei Pessimati, sembra buffo. Invece è logico. Vuole far crollare il Regime (alla lunga ha ragione; nell’immediato si schiera con le salme) e l’eventuale renzicidio avvicinerà l’ora del crollo.

A.M.Calderazzi