THE NEW DARK AGE

A young German, Diren D., an 18-year-old exchange student from Hamburg, Germany, was fired upon with a shotgun and killed while entering an open garage in Missoula, Montana: yet another death that can be traced back directly to the NRA and its Republican and conservative Democratic backers.

This death seals America’s reputation overseas as an irrational, gun-toting, free-wheeling country unrestrained by education, the rule of law, ethics, morality, or religion. It is becoming, and in large part already is, the land—not of opportunity as it once was (corporations in America who run all things have dealt a death blow to that once-heralded idea) but a land of right-wing fanatics, without culture, commonsense, education,  or any genuine spiritual formation.

Take a Nazi; subtract his Germanness; add a lethal dose of Christian Fundamentalism; invest him with extreme anti-rational individualism; subtract all traces of the humanizing effects of Western Culture and of a Liberal Arts education, and you have the new right-wing, Tea Party Republican fanaticism that is the equal of al-Qaeda in its antipathy towards our modern, Christian, constitutional, tolerant, and humane way of life.

This anti-government movement is not a simple return to the frontier-life of the Old West, as the notorious cattle baron Clive Bundy and his ad hoc group of assault-weapon-wielding thugs would have us believe, but rather a return to the Dark Ages, when chaos ruled, and reason, like Oedidpus, was by emotion self-blinded, and everywhere life was without the humanizing effects of culture that alone make us rise above our mere animal nature.

The mind cannot sustain itself by its naked self alone. Subtract 4000 years of culture embedded in a liberal arts education; reduce Christianity to either  strict literalism or convenient liberalism; and this is what prevails—man’s merely instinctual, irrational nature.  God’s once-proud creation has been tragically humbled by excess, greed, sensualism, unreason, and the paucity of true culture, logic, and authentic  spirituality.

Let no one underestimate the power of culture and of a genuine liberal arts education in humanizing our rough animal nature. Spirituality alone is insufficient. For we must always make choices, and choices depend upon reason, logic, culture, education, and commonsense.

We are now becoming more and more bereft of these all-important humanizing qualities. And as a consequence we are now entering our own Dark Ages, with its chaos, lack of respect for human life, fearful insecurity, obsessive greed, sensualism run amock, self-satisfied blind ignorance, and a titanic narcissism.

The Age of the Enlightenment, whatever ameliorative effects it once ushered in, has long been over. Darkness and Chaos increasingly exert their baleful influence on our once-praised and emulated American way of life.

Len Sive Jr

IL COLLE CONTRO LE PULSIONI ANTIMILITARISTE E ALTRE MOLLUSCHERIE

“Napolitano difende le spese militari”, oppure “ mette il veto ai tagli”. Più o meno così i media hanno interpretato le parole davanti all’Altare della Patria, il 25 aprile, del Comandante supremo. Ancora una volta l’antico ufficiale d’ordinanza di Togliatti si è confermato pontifex maximus del culto delle (vana)glorie marziali. Edonisti e molli come siamo, noi Stivalioti d’oggi abbiamo indole pacifica, magari anche panciafichista, ventre mio riempiti di felicità masticabile. Ma il Supremo non si lascia sfuggire occasione per ricordarci che ci sono brandi da impugnare, missili e siluri da scagliare, droni ‘Obama’ da teleguidare contro il nemico.

Lui sa chi è, dove sta, il nemico (noi no ma non contiamo: democrazia, libertà e ‘diritti’ non si fidano di noi). Occorre essere semper parati in caso i mongoli di Ulan Bator o alcune repubbliche andine si facciano venire brutte intenzioni. Lo stesso dettato costituzionale (ripudio della guerra) è stato scritto per svista o per scherzo. La Carta, ci insegna il Pensiero di Benigni, è la Più Bella ma quandoque bonus dormitat Homerus (cosìceliava Orazio Flacco). Se il Mare è Nostrum, come rinunciare ai sommergibili d’attacco e ai cacciabombardieri con capacità nucleari? Non siamo legati per trattato, e fino alla fine dei tempi, all’Alleanza atlantica?

E’ noto che il 25 aprile la Resistenza ha liberato l’Italia da sola, senza apporti dell’Ottava armata britannica, della Quinta yankee, dell’Urss che sfondava da Est, delle arciflotte alleate. Alcune decine di migliaia di bombardieri che obliterarono il Reich non hanno fatto che assecondare a latere le conquiste partigiane. Di fronte a così grande retaggio di vittorie, da Custoza a Caporetto alla resa senza condizioni di Cassibile (prov. di Siracusa), di fronte a tante panoplie di armi gloriose, i pacifisti imbelli, i molluschi incuranti della Libertà, gli ottusi fautori degli asili-nido e dei dormitori per homeless negano -quei degenerati- che la Repubblica di Benigni necessiti di F35 e di fregate per poter battere i pugni sui tavoli della diplomazia. Non si sono alzate proposte di intervenire in Ucraina onde dare una lezione a Putin? Guai se il Piemonte non avesse stritolato gli zaristi in Crimea. Con non più di duemila morti il Regno sardo poté sedere tra i vincitori e da quel momento cominciò a tempestare di pugni e di spade di Brenno le conferenze internazionali. Chi potrebbe negare che una buona prova a Odessa delle brigate corazzate di Napolitano, appoggiate dagli Eurofighter e dall’unico F35 operativo, moltiplicherebbe N volte il nostro prestigio e l’orgoglio della Farnesina?

Ecco dunque il Marte del Quirinale intimare: “Le FF.AA. vanno certamente razionalizzate, ma sul capitolo delle spese non bisogna indulgere a decisioni sommarie. Esse possono riflettere incomprensioni di fondo e alimentare vecchie e nuove pulsioni antimilitariste”.

Qui vi voleva, voi sozzi antimilitaristi e incomprensori di fondo, il Maresciallo supremo. Vi abbandonate alle pulsioni degeneri -elargire buoni mensa a un milione di senza reddito, prevenire le frane appenniniche, decine di altre carognate- quando le nostre feluche, proverbialmente trionfatrici in tutti i negoziati, specie quelli che culminano in cocktail e sambe, hanno bisogno di argomentazioni di potenza! Il papa poté non avere né divisioni né flotte; le nostre ministre della Difesa e degli Esteri ne hanno bisogno perché la Repubblica di Cassibile sia rispettata anzi temuta.

Che il Clausewitz del Colle ci voglia pronti alla battaglia non deve stupire. Poche settimane fa spiegava ai negatori delle glorie resistenziali che il passaggio alla lotta armata scatenatrice di rappresaglie e stragi fu “obbligato” (non vi spetta sapere obbligato da chi e perché). L’obbligo di procombere sussiste, forever, come assolverlo senza aviogetti di ultima generazione? Persino l’infermiccio Giacomo Leopardi smaniò per morire in battaglia: “Qua l’armi io solo/ Combatterò, procomberò sol io”.

Non crediate che l’assiduo lettore di Leopardi tra gli arazzi del Colle esiga sempre l’ultimo grido in fatto di apparati della guerra elettronica. Sa che nella foresta umida in cui scorre il fiume Limpopo, come pure nelle gole del Caucaso, si combatte alla baionetta. Proprio per questo Egli tiene sempre pronti i corazzieri, che mettano in fuga l’avversario col solo bimetro d’altezza, più le lame delle loro sciabole. E per oggi rinunciamo a vantare il prestigio sartoriale dei nostri generali di tendenza.

Ve lo ricordate l’Elmo di Scipio? Serratevi al mento l’Elmetto di Napolitano, vi porterà alla vittoria. Quanto ai costi in €, non potete negare che armarci contro i nemici immaginari costi meno che fermare gli smottamenti appenninici. Credevate che il Signore della Guerra non cercasse di risparmiare? Abita la reggia più costosa al mondo, però da un paio d’anni taglia su spillatrici, coccoine e garden parties. Perché ha a cuore il contribuente.

Porfirio

PCI: L’ERRORE D’ESSERE NATO E QUELLI DI UN NOVANTENNIO INTERO

A un amico che fu partigiano, ferito gravemente a diciassette anni, funzionario comunista per decenni, avevo chiesto quali errori hanno condannato a morte il Partito. La risposta mi ha spiazzato: “Essere nato”. A tanto non ero preparato. Allora provo a rispondermi da solo.

Errore primo, avere preso sul serio Antonio Gramsci. Sull’occupazione torinese delle fabbriche (1921) pensò e scrisse troppe fanfaluche. Sulla premessa di una sognata ‘egemonia della classe operaia’ fondò un partito inteso ad emulare le vittorie dei bolscevichi. Invece avvicinò la Marcia su Roma. La “Unità” si vanta fondata daGramsci: ma è una delle ragioni per non leggerla.

Errore secondo, aver fatto credere che nella clandestinità combatteva duramente il Regime, che invece prosperò in crescendo fino al 10 giugno 1940.

Errore terzo. Nella Guerra civile spagnola, avere fornito Togliatti come primo agente di Mosca e Luigi Longo come capo delle Brigate internazionali. I due si impegnarono in una causa non solo senza speranza, anche senza verità; e si identificarono con una parte delle efferatezze rosse (non inferiori a quelle franchiste), nonché coi simultanei sterminii e purghe di Stalin.

Errore quarto. Avere dominato in Italia una lotta partigiana armata che, determinando automaticamente le rappresaglie tedesche, martoriò gli italiani non gli occupanti. La regola, perfettamente nota, era dieci contro uno (qualche volta di più). La crudeltà assoluta contro gli italiani fu via Rasella. I romani si vendicarono non sollevandosi affatto, al contrario (la grande strategia tardo-leninista era che via Rasella avrebbe fatto insorgere l’Urbe!).

La Liberazione fu fatta passare per una vittoria guerrigliera. In realtà il Reich era morente, senza carburante, munizioni e viveri, città e fabbriche rase al suolo.

Errore quinto. Divenuto cogestore della Repubblica, il Partito millantò di possedere superiorità morali inesistenti, laddove si lasciava aggiogare e finanziare dallo stalinismo. Mezzo secolo abbondante di infatuazione sinistrista del culturame e del demi-monde dei giornalisti e della gente dello spettacolo provocò il sorgere vittorioso del berlusconismo. Ancora oggi, dopo tutto ciò che sappiamo su Forza Italia e sul Cavaliere, sono molti coloro talmente antagonizzati dai vanti e dalle pretese del comunismo da accettare dall’anticomunismo letteralmente tutto. Si arriva a sognare una successione di Marina (!) quale parafulmine antimarxista.

E’ superfluo precisare che il comunismo italiano, come quello di ogni altro paese, ha pagato anche per colpe non proprie, bensì di Mosca e del campo socialista in Europa e in Asia. Risultati, pessimi: da noi, una nazione che ai suoi vizi millenari ha aggiunto la repellente devozione di troppi a un triviale orgiasta di Arcore. Finalità suprema, tenere in scacco i comunisti. Oltre l’ex Cortina di ferro, ha potuto trionfare un anticomunismo parossistico che nega in blocco il socialismo. Nega quanto meno il grande portato della Rivoluzione d’Ottobre: la distruzione dello zarismo e del vecchio ordine feudale.

Concludendo. Un movimento comunista che avrebbe potuto soggiogare la storia si è fatto sconfiggere e ha ucciso se stesso insozzando o cancellando i propri contenuti ideali, e invece evidenziando crudamente le proprie ferocie. Non fratellanza coi poveri, né amore per la giustizia ma, come in via Rasella, l’inumanità di sacrificare gli innocenti e i valori nel nome di una causa settaria come poche: un satellite di Mosca in più.

A.M.Calderazzi

EXTREMA RATIO DELLA RIVOLUZIONE DI RENZI: UN 25 APRILE PORTOGHESE CONTRO IL VECCHIO

Il 25 Aprile giusto -cioè non ideologico/settario, non vestito di paramenti gappisti, non comico in quanto fatto di Bella Ciao intonate da cleptocrati e portaborse- lo festeggiò il Portogallo: lo meriteremmo anche noi. Il 25 aprile 1974 gli ufficiali giustizialisti presero il potere a Lisbona e nel paese intero. Senza bagni di sangue, però grazie alla salutare minaccia di usare le armi. Non avessero rotto la legalità, governerebbero ancora i pronipoti di Carmona, Salazar e Caetano. Il governo del paese, per un po’ anche delle grosse colonie africane, passò alla giunta di generali portata sugli scudi dal ‘Movimento dei capitani’, cioè dai quadri giovani delle forze armate che avevano voluto la Rivoluzione dei garofani.

Una volta tanto le sinistre di tutto il mondo ebbero ragione a inneggiare: i militari non erano -e non sono- obbligatori arnesi della reazione legittimista. In Portogallo furono l’esatto contrario. Sostenuti anche dai comunisti di Cunhal, imposero con le spicce nazionalizzazioni e contenute misure socializzanti.

Ma quella del 1974 non fu una novità. Molte delle rivolte che per un secolo movimentarono il regno lusitano, a partire dalla restaurazione dei Braganza detronizzati da Napoleone, poi dalla loro trasformazione in monarchi costituzionali, furono opera degli ufficiali ‘liberali’ (così si chiamavano allora nella penisola iberica i progressisti, generalmente laici e perfino massoni). La Repubblica non sarebbe nata a Lisbona (1910) senza l’iniziativa militare. Nel 1926 gli ufficiali parteciparono all’avvento della Dittatura, intesa come bonificatrice, degenerata sei anni dopo nel regime autoritario-clericale di Salazar (il quale peraltro, autorevole accademico, aveva salvato l’economia). In Spagna l’intero Ottocento e il primo trentennio del Novecento videro il ruolo decisivo degli ufficiali progressisti -l’ultimo e il più efficiente dei quali fu il generale-dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera. Anche nella Guerra civile agirono gli ufficiali di sinistra, soprattutto nel campo repubblicano ma qualcuno in quello opposto.

Non occorre aggiungere altro a quanto sappiamo sul giustizialismo/progressismo della maggior parte dei militari in politica nel Terzo Mondo, da Ataturk a Peron a Sukarno a Nasser agli altri. Oggi buona parte del pianeta sarebbe molto più arretrato se i militari (in quanto detentori delle armi ma anche, più spesso che no, in quanto portatori di istanze di modernità e giustizia sociale) non avessero soppiantato le caste feudali/tribali e i collaborazionisti dei dominatori coloniali.

Tutto ciò, per dire cosa? Questo: Portogallo Spagna Turchia Terzo Mondo insegnano che, oltre ai militari reazionari, o semplicemente servizievoli verso il potere come sono stati i nostri, esistono e hanno agito i militari di segno opposto, quasi sempre in ruoli positivi raffrontati al vecchio dei notabili tradizionali. E per dire che un ruolo decisivo potranno svolgere nell’Italia posseduta dalla casta cleptocratica, ove le grandi riforme di Renzi falliranno e se l’eventuale ripresa non creerà abbastanza occupazione. A quel punto risulterà conclamata l’impossibilità di riformare dall’interno e legalmente un assetto pessimo come il nostro. La legalità repubblicana difende un esistente sinistro. Lungi dall’essere un capolavoro di diritto e di socialità, la Carta dei Padrigni costituenti è una gabbia di ferro a protezione di privilegi, ingiustizie e ruberie (il furto è la struttura portante del regime che attende il maglio demolitore). La Costituzione del 1948 va sventrata.

Matteo Renzi, oltre ad azzerare i bilanci militari orientati alla guerra, cioè all’atlantismo imposto dagli Stati Uniti, dovrebbe riconsiderare fuori dell’ideologia tradizionale il ruolo civico di quel settore del mondo militare che chiamiamo giustizialista. Perché non dovremmo avere un nostro 25 Aprile dei capitani e di qualche generale monostella non-conformista? Potrebbe annientare il sabotaggio delle riforme.

Ci pensi il Premier, visto che sulla distanza potrà risultare sconfitto dalla coalizione di tutti i conservatori sinistra/destra. Scandagli il mondo dei militari. Individui i nuclei meno solidali coll’esistente. Si faccia amici un pugno di ufficiali di fegato, all’occorrenza disposti a cancellare la Casta invece che ubbidirle. Il Vecchio Ordine non merita di farcela una volta di più.

A.M.C.

MAGGIO 2014

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

In INTERNAUTA, le linee politiche convivono. Leggi il manifesto.

INTERNAUTA esce ogni mese.

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Benvenuta Monica Amari!

Siamo lieti di annunciare che Monica Amari, saggista e animatrice di iniziative culturali, ha accettato di svolgere un ruolo qualificato nella compagine di Internauta. Presidente dell’Associazione Armes Progetti (cultural planning), Monica alterna alla docenza universitaria un’attività pubblicistica finalizzata. Ha pubblicato (Franco Angeli) “Manifesto per la sostenibilità culturale”. Incisivo e fortunato il suo scritto “Giardini regali. Fascino e immagini del Verde dai Medici agli Asburgo”. Ha lanciato il Festival paganiniano.

Discendente di Michele Amari (il maggiore storico degli Arabi in Italia; ministro dell’Istruzione), figlia di un Prefetto di Milano, Monica è vedova di Marcello Staglieno, uno dei fondatori del ‘Giornale’ di Montanelli e già vice-presidente del Senato.

SORTITION WILL HAVE TO WAIT FOR A GREAT LEADER WHO WILL RENEGE THE BALLOT DEMOCRACY

Choosing the Head of State in a parliamentary republic is a contradictory endeavour. Said kind of republic stays in a smallish number of countries. Yes, it flourishes in such an important system as Germany, with the ancillary context of Austria, then in some fifteen nations of Europe. Most Latin-American systems are modelled after the United States, the foremost among presidential republics; there the head of state leads the government too. So in non-parliamentary systems the popular vote elects a very relevant officer, who fully heads the Executive branch of government.

In a parliamentary republic the President (First Citizen) is the adjourned version of a constitutional (non-absolute) monarch, the one who reigns but doesn’t govern. He is a hybrid statesman who is not supposed to lead the majority party or coalition, so he can counterbalance the head of government (in case of need even topple him). Usually he is a high ranking but not dominant politician, who is prestigious enough as to be elected, however not in control of the political scene. The present First Citizen of Italy (Giorgio Napolitano) is exceptionally influential because of special circumstances. At 88, he will probably leave in a few months -this being the reason why here we deal with his office.

Not to have to choose this kind of president (i.e. a republican term-monarch) is one of the reasons why so many modern and advanced nations such as Japan, Britain, Sweden, Norway, Danemark, Netherland, Belgium, Luxemburg stick to the hereditary monarchy. Nowaday such hereditary monarchy is of course a perfectly illogical istitution, in view of the inferior quality of so many kings and queens of history. But those countries detest elected presidents.

In parliamentary Italy the perfect preconditions are given, theoretically, so that sortition should prevail as the way to choose a First Citizen:

a) our republic is demonstrably the worst political mechanism in the Western world. Changing it is imperative -most oligarchic politicians admit, or pretend to admit, this;

b) Italy is presently governed by a very brilliant, young (39) “turboPremier”, named Matteo Renzi. He has already proved to possess the will and the capability to radically renovate, even revolutionize the institutions. He undertook to abolish the Senate as a true chamber of Parliament.

We should reconsider the political role of great personalities against, say, the role of the collective will or of the Zeitgeist. Prophet Mohammed was able to invert history alone -his Islam transformed the disconnected, primitive, predatory tribes of Arabia into an imperial nation and into a great civilization. In our time a strongwilled Italian statesman could make the difference for sortition, should he decide to renege representative democracy. The combination on said preconditions might convince the Italian oligarchs to let a domineering Premier to introduce sortition, if only to select a First Citizen. Otherwise, in the absence of somebody resembling Mohammed, many decades will be needed for sortition to win.

Perfect parity among citizens to be sorted is impossible, given the chance that the lot chooses a simpleton or a criminal, or an otherly unqualified person. Therefore sortition should inevitably involve a restricted number of first-class citizens. For instance, if all of them were university principals, high judges or top administrators, nobody could oppose that the president choosen by lot were an ignorant.

However, we are dreaming. The chances are minimal that prime minister Renzi will decide to break the rules concerning the choice of the head of state. Other priorities will prevail. Sortition can only follow the utter discredit of entrenched habits, institutions, political climate and culture. Robber oligarchs must decide to accept the cancellation of representative democracy. Up to that moment their caste will go on bargaining the choice of heads of state who either are professional politicians or are coopted in the caste. Going to sortition can only be a Copernican revolution.

A.M.Calderazzi and Associates of www. Internauta online

LA SPAGNA APPROVO’ NEGLI ANNI VENTI L’ANTIPOLITICA DI MIGUEL PRIMO DE RIVERA

In una fase italiana segnata da due opposte posizioni, la denuncia di una deriva verso l’autoritarismo e il tedio della democrazia partitico-parlamentare, consideriamo utile far conoscere i giudizi di un importante storico britannico, Raymond Carr cattedratico a Oxford, su quello che fu negli Anni Venti l’esperimento in Spagna di un regime autoritario, non fascista e amico del popolo, agli inizi favorito dalla monarchia e dalle destre, sei anni dopo fatto cadere da queste ultime e da un sovrano, Alfonso XIII, che tentava di salvare la corona.

Fu la ‘Dictadura’ del generale Miguel Primo de Rivera, che il 12 settembre 1923 prese il potere con un colpo di stato militare attuato da Barcellona, dove comandava le truppe della Catalogna. Il Putsch fu fulmineo, incruento e accolto con netto sollievo da un paese che si sentiva sull’orlo del baratro. Il sistema politico della Spagna era allo stremo: una guerra disastrosa in Marocco, un conflitto sociale straordinariamente grave, frequenti conati insurrezionali soprattutto del movimento anarchico, il più agguerrito del mondo data la miseria delle masse, specialmente quelle contadine. Nel quinquennio che precedette il 1923 si erano contati poco meno di 1300 attentati. L’anno prima, 429 scioperi politici o quasi politici. Un conflitto sindacale nel maggio-giugno aveva fatto 22 morti.

Il colpo di stato venne realizzato con tale efficienza che non ci furono resistenze e non si sparse sangue. Le istituzioni parlamentari crollarono: la Costituzione del 1876 cestinata, gli oligarchi e i notabili della classe politica sostituiti da amministratori militari (successivamente sorsero tecnocrati e intendenti civili, alcuni dei quali molto provetti). Il Paese espresse un consenso per alcuni anni larghissimo. Il regime si chiuse nel gennaio 1930 con le spontanee dimissioni del Dictador. Morì pochi mesi dopo a Parigi.

La traduzione spagnola della IX edizione del classico di Raymond Carr (Spain 1808-1975) -di cui riportiamo per brevi estratti la parte riguardante Primo de Rivera- addita le contraddizioni, le ingenuità, gli errori, gli insuccessi, le circostanze generali (tra le quali gli inizi della Grande Depressione mondiale) che condannarono la gestione del Dictador. Al tempo stesso l’opera di Carr registra le opere compiute in oltre sei anni. Le più importanti delle quali furono l’apertura della modernizzazione (qui il Vecchio Ordine e l’Ottocento finirono nel 1923) e la creazione del primo Welfare. Se oggi la Spagna ha un’economia efficiente lo deve in primis alle iniziative del Dictador. E se è socialmente avanzata, l’avvio fu dato dal fermo impulso del generale alle prime conquiste moderne dei lavoratori. Primo de Rivera era marchese e Grande di Spagna ma parteggiava per il popolo.

Furono gli agrari aristocratici, i finanzieri , gli altri capitalisti, non le sinistre, che sconfissero Primo de Rivera: perchè li aveva combattuti. Non per niente il Dittatore si era fatto consigliare e affiancare dal capo dei sindacati, Francisco Largo Caballero, un avversario delle destre talmente combattivo che qualche anno dopo sarebbe stato chiamato ‘il Lenin spagnolo’. Nel 1937, in piena Guerra Civile, Largo Caballero divenne capo del governo repubblicano che lottava contro Franco.

L’unica forza politica e sociale riconosciuta e appoggiata dal Dittatore fu il Partito socialista saldato alla UGT, la centrale dei sindacati. Tutto ciò risulta dalle analisi del maggiore storico accademico britannico della Spagna.

A.M.C.

 

RAYMOND CARR, STORICO DI OXFORD, SULLA “DICTADURA FILOSOCIALISTA”

El pensamiento politico de Primo de Rivera era primitivo, personal y ingenuo. La medula (sostanza) de su personalidad politica estaba hecha (fatta) de un odio obsesivo a la politica y a los politicos. Una ‘casta politica’, a través de la farsa de las elecciones, habìa aislado

(isolato) al gobierno del pueblo; el, en cambio, podìa entrar en un contacto mas directo y personal con el pueblo, devolviendo (restituendo) al gobierno su espiritu democratico.

Su preocupacion paternalista por la nacion bordeaba (rasentava) la excentricidad. El primer superàvit del presupuesto (avanzo di bilancio) se dedicò a redimir las sàbanas (tovaglie) empegnadas por los pobres de Madrid. Esta diversidad de intereses, que incluìa el entusiasmo por los derechos de la mujer, le proporcionò (guadagnò) al principio el carigno (affezione) del publico. El odio hacia (verso) los politicos se racionalizò convirtiéndose en una teoria politica antiparlamentaria que decìa ser (essere) mas autenticamente democratica que el liberalismo parlamentario.

La dictadura de Primo de Rivera no era fascista. Su teoria de la soberanìa como amalgama de las entidades sociales autonomas se emparentaba mas con la escolàstica aristotelica que con el totalitarismo. Joaquin Costa, el regenerador radical, fue el Bautista que precediò al dictador, profetizando la venida de un “cirujano de hierro” (chirurgo di ferro). En Ortega y Gasset el general tenìa un intelectual que habia argumentado en favor de una minoria selecta y que rechazaba (rifiutava) “el falso supuesto de una igualdad real entre los hombres”. Ortega era un liberal desencantado y en Espagna sus famosos ataques a la vieja politica se convirtieron (divennero) en textos sagrados, siempre en boca de los partidarios (seguaci) de Primo de Rivera.

El decia preocuparse por el bienestar material de los obreros y por las pretensiones (rivendicazioni) laborales. Proporcionò (elargì) casas baratas (economiche), un servicio medico y, sobre todo, una maquinaria (meccanismo) de arbitraje (arbitrato) laboral que los dirigentes socialistas aceptaron y dominaron. La relacion del régimen con los sindicatos se formalizò en el Codigo del trabajo de Aunòs (1926). Su principal caracteristica la constituìan los comités paritarios, con represesentacion igual de patronos y obreros, comités a los que se asignò la solucion de las disputas salariales. Este aparato no fue una importacion fascista, pues (dato che) en Espagna tenìa una larga historia.

En su calidad de miembros del comité, los delegados de la UGT (centrale sindacale) se convirtieron en burocratas pagados por el Estado. Los dirigentes de la UGT consideraban que la cooperacion con la dictadura les darìa la posibilidad de aumentar el poder de la unica organizacion obrera efectiva. Parece que en 1924 Largo Caballero (il capo della UGT) examinò la posibilidad de unificar la UGT y el partido socialista en un partido laborista reformista dentro del régimen. Los dirigentes de la UGT no podian compartir (condividere) el horror de los politicos ante el repudio del sistema parlamentario caro a los politicos burgueses.

 

La autentica democracia se reconoce hoy (oggi) por la distribucion de la imposicion publica, no por una constitucion politica formal. El gobierno, pese a todo (però), no se atreviò (azzardò) a unir a las masas contra las clases posesoras; cediò ante una enconada (accanita) campagna de prensa dirigida por la aristocracia bancaria.

Las obras publicas de Primo de Rivera, sus carreteras (strade) y embalses (dighe) se consideran a veces como un caso de keynesianismo prematuro. La economia cayò en manos de comités que regulaban todo. La intervencion y el control eran criticados por los grupos que los padecìan (subivano). A pesar de los defectos de su politica, los tecnocratas del dictador llevaron a cabo (portarono avanti) un notabilisimo intento de modernizacion, que suele estimarse en menos de lo que vale; el incremento en la construccion de carreteras y en la electrificacion rural fue algo espectacular; el hierro (ferro) y el acero se desarrollaron; el comercio exterior aumentò en un 300%; los ferrocarriles (ferrovie) fueron modernizados. Las Confederaciones Hidrograficas agrupaban los intereses diversos en el intento de racionalizar la explotacion de los grandes sistemas fluviales del Duero y del Ebro. Entre 1906 el Estado gastò (spese) 162 milliones de pesetas para el riego (trasformazione irrigua) de 16.000 hectàreas; entre 1926 y 1931 se gastaron 160 milliones en planes de irrigacion de 175.000 hectàreas.

La dictadura tenìa un aire de expansion y de prosperidad que mirado retrospectivamente ha cobrado (assunto) todo el aspecto de una edad de oro. La modernizacion y la prosperidad no fueron del todo ‘falsas’, como afirmaba la oposicion, ni fueron tampoco simple reflejo de la expansion internacional. Ese régimen puede ser criticado por no haber sabido (saputo) como llevar a la practica (attuare) la reforma agraria, aunque (benché) los proyectos agrarios de Primo de Rivera eran mas ambiciosos que todas las realizaciones previas.

Mientras perdurò la expansion, la dictadura se beneficiò politicamente. Sin embargo (tuttavia) no fue el colapso de la prosperidad lo que en 1929 produjo la caida del régimen: el fracaso fundamental fue politico. El règimen no podìa hacerse (farsi) aceptable para las fuerzas que pesaban en la sociedad espagnola. Primo de Rivera infravalorò (sottovalutò) hasta (fino) el fin las fuerzas que estaban en contra. Puso su fe (aveva fede) en la masa. “El mayor, tal vez el unico sosten de mi gobierno lo constituyen mujeres y trabajadores.” Pero en 1929 ‘los intereses’ (gruppi d’interesse), el Ejercito y la Corona miraban hacìa (verso) otra parte.

Fue esta desaparicion (sparizione) del apoyo a su derecha lo que condenò el régimen. Las clases conservadoras optaron por considerarse amenazadas por un Estado corporativo gobernado en el interes de los trabajadores. La Iglesia desconfiaba (diffidava) del regalismo benigno de Primo de Rivera; los banqueros, de su interferencia en la autonomia de los grandes bancos; los industriales no favorecidos, de su intervencionismo. La corte e la aristocracia detestaban al dictador.

(estratti da Raymond Carr)

DIFENDONO UN SENATO DA AZZERARE GLI AGONIZZANTI DEL SINISTRISMO FATUO

Uno spagnolo di grosso calibro, che ai suoi pari preferiva i popolani, chiamava i notabili liberal-conservatori che aveva sbaragliato “los politicastros”. Come non denominare “los profesorastros” la manciata di attempati accademici di sinistra, più una malcapitata sacerdotessa, che hanno levato l’allarme sullo smottamento della democrazia se finirà il bicameralismo perfetto? Di veramente perfetto c’è piuttosto la comicità delle cose che dicono e fanno los profesorastros.

Augusto Barbera, senatore PC per 18 anni, ministro per 4 giorni con Ciampi, soprattutto ordinario costituzionalista a Bologna, non ha usato mezzi termini per ridicolizzare le sentinelle della democrazia (Rodotà, Zagrebelski eccetera): “Non vedo proprio cosa ci sia di autoritario nella riforma Renzi. Quattro costituzionalisti non rappresentano i circa duecento costituzionalisti italiani. Sono sbalordito a sentire che il monocameralismo depotenzierebbe il parlamento. Parte della sinistra vuole rafforzare non il parlamento ma i suoi poteri di veto: ai quali poteri le due Camere si prestano in modo eccellente. (…) Facciamo una Camera sola. A costo di dare ragione a Berlusconi, bisogna riconoscere che tra i premier europei l’italiano è quello che ha meno potere”.

Il professore Arturo Parisi, anch’egli ex-ministro, ha liquidato così il conato dei talebani della Più Bella: “Gente che dopo la rottura del 1993 ha lavorato per la continuità, anzi per la restaurazione”. Per il cattedratico Gian Enrico Rusconi “le tante belle parole dei professori non hanno prodotto nulla. Non è così che si convince una generazione che si sente presa in giro dalla politica”.

Il rigetto più articolato del Non Possumus dei profesorastros lo si deve all’accademico Luca Ricolfi, coll’articolo “I feticci abbattuti dal Premier” (La Stampa). Per Ricolfi non sono solo feticci, anche “dogmi pregiudizi miti totem e tabù” che imprigionano i vati della cultura progressista, i “venerati maestri” come li chiamava Edmondo Berselli. “Se oggi l’Italia è profondamente diseguale, con una frattura micidiale tra garantiti e non garantiti, è perché per decenni ci siamo tenuti questa sinistra miope e conservatrice. Nel loro desiderio d’essere ascoltati dal Principe, i professori tipo vate si stupiscono che la politica non abbia bisogno di loro. Ma a volte è stato un bene che la politica non abbia ascoltato i narcisisti e gli ingenui”.

Massimo Gramellini, senz’essere un accademico, non ha negato il suo cachinno alla “conventicola di intellettuali che da decenni dice no a qualsiasi tentativo di cambiare questo sistema sclerotico (e che oggi si stringe come una vecchia cintura di castità intorno al povero Tsipras”). Coll’occasione segnaliamo che Gramellini si è ascritto a una faceta congregazione dei “boldrinologi”. La loro taumaturga è un caso limite di engagement da vaudeville.

Fin qui abbiamo lasciato fare ad altri, tanto più illustri, il lavoro perditempo e innecessario di criticare con le buone maniere i bonzi della Sinistra degli Avelli. Per conto nostro crediamo non ci sia scherno che basti a dire agli isterici e ai fissati il fatto loro. Sono gli ultimi zelatori/zeloti di una causa che hanno fatto morire senza gloria col settarismo praticato dai giorni della “vittoria” del 1945. Il comunismo degli intellettuali è una delle imprese fallite con più disonore in assoluto; laddove il quasi-comunismo caritatevole dettato dall’anelito religioso è ben vivo, anzi si rafforza: dal cattolicesimo di base al solidarismo dei Fratelli musulmani. Quanto alla carità dei laici, essa non esiste.

Esiste l’esilarante deplorazione della Boldrini che il lussuoso Grand Hotel di prossima apertura a Torino, 5 stelle, si chiamerà Gramsci (in quell’edificio il Fondatore ebbe l’alloggio, la redazione di Ordine Nuovo e la plancia-comando della Occupazione delle fabbriche (1921), prova generale a Torino della rivoluzione dei soviet operai fantasticata da Gramsci e seguita, of course, dalla Marcia su Roma). La bluebell di Montecitorio ha stigmatizzato la profanazione, facendo capire che in futuro scenderà col suo compagno solo in dormitori low cost, o in agriturismi per immigrati cingalesi.

Nel passato la spocchia dei sinistristi intellettuali ha dato potere e ricchezza a loro; nulla alla loro causa, che infatti rantola. In quasi un secolo di cultura ‘aggiornata’ la spocchia non ha prodotto alcun costrutto. In compenso ha contribuito in grande a far detestare dalle masse, persino odiare, i valori e gli obiettivi della sinistra. Oggi il berlusconismo sopravvive solo perché esistono zattere di naufraghi comunisti; perché sono stati troppi i vanti bugiardi della cultura marxista (spesso rappresentata da gente dello spettacolo e da orecchianti); perchè non si spengono i ricordi dei misfatti bolscevichi, staliniani, partigiani, et cet.

Pervenuto, per gli errori dei suoi avversari, a successi insperati e implausibili, il comunismo è morto dopo pochi decenni di potere e di vanagloria, laddove le grandi idee-forza durano millenni. Gli ultimi comunisti invasati si sono ridotti al calvinismo da ridere dei diritti e alla socialità burlesque della Boldrini.

Per queste amare riflessioni di chi, assieme a innumerevoli milioni di illusi, aveva sperato nel comunismo degli ideali, lo spunto era il Senato. Ma non merita che ne ragioniamo. Il doppione Senato va semplicemente cancellato in tutto, in simultanea al dimezzamento della Camera superstite e alla nanizzazione di stipendi, pensioni, vitalizi e fringe benefits. Ai dipendenti di ogni grado della Camera Superflua, così come a quelli del CNEL (che non è una camera ma un ripostiglio istituzionale, per il quale dobbiamo gratitudine eterna ai Costituenti del 1948) non andrebbe assicurata alcuna ricollocazione, solo un soccorso alimentare, 700 mensili.

Quando Dio vorrà nemmeno una monocamera sarà elettiva; ‘elettiva’ è una parola sporca, da non pronunciare a tavola: vuol dire prodotta dalla frode dei politici professionisti. Un giorno sarà il sorteggio, non il meccanismo della spoliazione elettorale, a reclutare i legislatori, i patres conscripti ( si chiamarono così i senatori dopo che la riforma di Servio Tullio ammise in Senato i maggiorenti plebei). Nei secoli della gloria, di Roma come della repubblica di Venezia, i parlamenti manco a dirlo erano monocamerali.

Porfirio 

THE GREAT HOAX

“You can fool all of the people some of the time and some of the people all of the time, but you cannot fool all the people all of the time.”  Abraham Lincoln

A young professional athlete just got his first contract: 144 million dollars for 6 years! I did some calculating. That’s 24 million dollars a year, or 65,000 dollars a day, every day, for 2,109 days. A high school teacher, on the other hand, if well-paid, might make 65,000 per year. In a little over one month this athlete will have earned more than the teacher would have earned in 35 years of teaching. His salary would support 2215 teachers! Our society has gone mad.

This is the great hoax and it is we ourselves who perpetuate it. Nothing could be more absurd to any rational human being than the paying out of such exorbitant sums…to an athlete of all people, whose value to a society at any time in history, realistically speaking,  is only a little more than that of a fevered gambler.

It is one of the ironies of history that those who contribute the least to society earn the most. And those who contribute the most—nurses, teachers, care-givers, foster parents, writers, artists, poets—these all too often have to scrape up odds and ends of a living even though they are our society’s engine, and the source of all that is good.

Ask yourselves this: Your loved one is in the hospital gravely ill. Do you call up a rich athlete for help? The question answers itself. You rely on nurses and other care-givers; into their hands you entrust your loved ones. This single test tells us whose value is greater. Yet who makes more money? Who is more esteemed? And for what? What do athletes contribute to the advancement and welfare of society? Absolutely NOTHING.  They play games—sometimes painful games, but games all the same. And that’s it. That’s their total contribution. Nothing shows more clearly than this just how wrong-headed are the values of our society.

It’s all a big hoax. We have been brainwashed by those who benefit from sports—the owners first and foremost, then the athletes, the advertisers, the media, etc.—into thinking that sports are important, that athletes are special.

More repugnantly, education at the high school and collegiate levels is all too often twisted and defiled just to accommodate an athlete. Recently on the Internet there was a piece about the University of North Carolina, a top university, which had created non-existent classes just for its athletes to take and to receive an “A” from. An entire university twisted and bent into lying and deception solely on behalf of its athletes! Our society’s most important institution abused for the sake of sports. Plagiarism is a capital offence at universities—but lying and cheating on behalf of athletes is OK! Nothing shows more clearly, more emphatically, how off the mark our modern society is. Sports—to coin a phrase—are  just sports, nothing more.

The big hoax is that we’ve been brainwashed into thinking otherwise.

Len Sive Jr

ARGUMENTS TO WIN MINDS AND HEARTS TO SEMIDIRECT DEMOCRACY BY SORTITION

The hard truth is: in those advanced societies whose parliamentary/electoral mechanisms are long established , the immediate prospects of sortition are either next to nihil ,or very slight. The consensus still goes to passing sovereignty to elected, professional representatives. The technology to cancel such delegation to politicians is now available. It’s public psychology that lags.

Instead semi-direct democracy, either selective or not, is the intuitive alternative to both electoralism and autoritarian rule in countries that, in a definition of Oliver Dowlen, are “modern cases of extreme democratic breakdown”. If democratic breakdown is meant in a symbolic rather than strict way, then nations such as Italy, Spain, Portugal, Greece, Argentina, many additional Latin American republics are places where sortition has some mid-term opportunities.

In these cases, the proponents of change should assign first priority to showing the failures of electoral democracy rather than to defending the superiority of any particular version of direct democracy. Sectarian infighting among advocates of sortition is worse than wrong, is self-defeating. So it’s perhaps pertinent that we list a number of common argumentations on the senility of the electoral process and philosophy.

 

Traditional democracies cannot be participatory. Active participation requires the trust that participating is likely to produce results. Over time democracy has been degraded to rule by career politicians. They do what they want and hold the people in irrelevance. The government has become so arrogant and overwhelming that we lack real liberty. People have literally nothing to say about public affairs.

It is now possible to contact and involve huge numbers of citizens who do not have access to the communication resources traditionally possessed by the established mass parties. The high likelihood of interactive links in all homes in the Western societies enhances the prospects of some kind of direct democracy. Sortition promises to be a very efficient mechanism for the selection of deliberators and of operational officers.

It’s not logical nor admissible that, 14 years into the Third Millennium, the political process stays unchanged as it was in the18th century. When Thomas Jefferson was president of the United States the trip from Monticello, his estate in Virginia, to the White House took three days on horseback. In 1831 the federal employees were in the U.S. 11,491; today they are several millions. And Internet is able to turn any giant nation into the cyber-equivalent of the Greek city-state. Rather than propping up tyrants, Internet can totally empower the citizens.

Direct democracy should be each citizen personally controlling the government from his home through a secure interactive network. Instead partisan politics, special interests and money behind them and behind candidates excavate beneath popular sovereignty. It empties it. In fact, direct (also semi-direct) democracy should be eliminating professional politicians, partisan politics, corruption and the role of money.

The enemies of change are used to warn that direct democracy is a highway to despotism. But history and political science suggest that common man, given the right circumstances, can be rational and discerning enough.

A geological change has happened in Western politics- the dramatic obsolence of the traditional institutions: political parties, establishment media, parliaments, lesser assemblies. Technology makes it possible to bypass them. Traditional mechanisms were deliberately designed three centuries ago so that popular passions were filtered before they could become legislation. Additional filters were added. Most filters are now superannuated. The parties are moribund, Parliaments are ponds of stagnant water.

 

The Fishkin theory

In 1992 James S.Fishkin, professor, Univ. of Texas, offered a scheme whereby randomly chosen citizens would be given the opportunity to deliberate. Fishkin proposed “a full-scale national random sample of 600 people gathered to a single site where they could question the presidential candidates”. In his opinion, that random sample would be a scientifically representative microcosm of citizens deliberating on issues. The precondition would of course be that a small group can be an accurate barometer of the public sentiment. Such a completely new form of semi-direct democracy supported by information technology would have randomly chosen average citizens doing the hard work of democracy that most of us don’t have the time, or will, or knowledge to do. It’s the way the jury system works. The 600 people could be described as a macro-jury, but the macrojury could be much larger, could be f.i. 600 thousand.

Twenty years ago, more or less, the American business magazine “Forbes” recapitulated: “Technology has rendered totally out of date the idea that authorities can control morality and culture. Politicians may still give speeches about everything noble, bur everyone knows that the talk is just reactionary gabble. The old political carnival, the old game of big promises on election day, soon forgotten in the enjoyment of power, is over”.

Futurologists Alvin and Heidi Toffler argued that “spectacular advances in communication technology open, for the first time, a mind-boggling array of possibilities for direct citizen participation in political decision-making. We the people must begin to shift from depending on representatives to representing ourselves”.

In conclusion, with most homes in advanced countries having a modem, the decline of the polling place is at hand. And when we can vote from home, it’s hard to believe that choosing candidates won’t be expanded to choosing politics.

A.M.Calderazzi and Associates of www.Internauta online 

IN EREDITA’ DALLA NOBILE COSTITUENTE 24 CARATI DI CLEPTOCRAZIA

Con la notizia che l’80% del Consiglio della Regione Campania è sotto processo per peculato, truffa e/o altro -per il restante 20% le prove sono forse insufficienti- si è raggiunta la certezza che otto politici della Repubblica su dieci sono ladri, truffatori e altro. Come mai certezza? Perché per i Legislativi delle altre regioni le cronache ci hanno fornito, o stanno per fornirci, elementi d’accusa inoppugnabili. Va da sé, su scala nazionale si ruba in altri modi: più in grande, con più classe.

Passi per la porcina cleptocrazia esercitata dall’Assemblea del Lazio, il cui retaggio dovrebbe risalire alle glorie dei Quiriti e alla Lupa che allattò i Gemelli fatali. Ma raccapricciante è il caso del Piemonte, che fece l’Italia. Le furfanterie a Torino del Consiglio succeduto al sabaudo Parlamento Subalpino hanno fatto inorridire le redazioni di nera persino prima e più di quelle campane e siciliane. Date tempo al tempo e la mappatura nazionale del reato istituzionale sarà completa.

Insomma, per il Paese delle molte eccellenze -affascinante ed estroso; ricchezze d’arte esorbitanti; arte del vivere collimante con la leadership enogastronomica; moda in gestione diretta degli Dei; modellato dalla Più Bella delle costituzioni; alloggia il più sommo dei politicanti in una reggia quale gli imperatori del pianeta, da George Washington a Obama, non possono permettersi; per il Paese di tante eccellenze, dicevamo, due sole sentine parlamentari (una delle quali da chiudere per ristrutturazione), più il CNEL, erano poche. Di qui le 21 cloachine regionali. Lì gli eletti del popolo, appaltatori della sovranità socialità e purezza nate dalla Resistenza, rubano tutto il rubabile. Il primato del malaffare progressista, quanto meno tra i paesi dell’OCSE, è al di là di ogni dubbio.

Se incontrate qualche Tersite che dica male delle Istituzioni e della Più Bella (il personaggio eponimo sparlava dei capi degli Achei sotto le mura di Troia; Odisseo lo malmenò brutalmente; Achille lo uccise con un pugno, sempre per la sua maldicenza); se dunque incontrate qualche Tersite il quale lamenti un’esiguità del legato ideale della Costituente, zittitelo. La Costituente ci ha lasciato un ceto politico quale l’Occidente intero se lo sogna così vasto, vorace e ricco di parenti.

La domanda sorge spontanea: può sopravvivere una Repubblica gestita, cioè saccheggiata, da una fauna politica che è l’orca (=il predatore più carnivoro dei mari circumpolari) della politica professionale mondiale? Risposta: non in eterno, finchè non arriva il Giustiziere, impersonante il Tedio della democrazia, la Repubblica può sopravvivere. La Chiesa non è viva nonostante 15-17 secoli di nepotismo -lo praticò per ultimo Pio XII- e di assalto ai beni destinati ai poveri dai morenti ricchi? E l’Impero d’Oriente, generato dal marcire di quello d’Occidente, non durò fino al 1453?

Si tranquillizzino dunque Rodotà, Zagrebelski, Bindi, l’Allucinato a 5 stelle, altre prèfiche della Carta. Per un tot di tempo i protagonisti della democrazia continueranno a rubare, più o meno con destrezza, più o meno in spirito e pratica di fedeltà alla Costituzione.

Porfirio

CONGIURANO PER UCCIDERE RENZI. MA PUGNALARE CESARE SERVI’?

Per una volta è giusto prendere le mosse dal Pensiero di Alessandro Sallusti. La cosa non è bella, visto che il direttore del ‘Giornale’ è ex officio, cioè necessariamente, uno di quei liberti, o schiavi, o eunuchi di palazzo che, sotto cattivi imperatori o sotto sultani inebetiti dalle fatiche di harem, pervennero a potenza e più ancora a ricchezza irraggiungibili da personaggi di calibro e di anima più alti. Ma una volta che il liberto di Arcore dimostra più talento di altri persuasori professionali, giù il cappello.

Sallusti ci ha ricordato che alle Idi di marzo di duemilasettanta anni fa i 60 senatori di Giunio Bruto e Gaio Cassio decisero di pugnalare Giulio Cesare: dittatore democratico, nel senso di amato dal popolo, stava demolendo la componente oligarchica ossia senatoriale della sovranità romana (la quale si definiva SPQR, Senatus Populusque Romanus/i). Ammazzare Cesare non servì. Un paio d’anni di guerra civile e il nipote Caio Giulio Cesare Ottaviano trionfò, primo imperatore dinastico. La Repubblica degli Ottimati morì davvero.

Ora il presidente della Camera si fa per dire Alta, prestanome dei Sessanta nuovi anticesariani anzi dell’intera Casta presieduta dal Colle, prova a trafiggere Renzi, troppo simpatico al popolo. Ma anche la repubblica di 2070 anni dopo quelle fatali Idi, la Repubblica dei Pessimati, sta morendo. L’hanno condannata i suoi appaltatori ladri, la rimpiangono Rodotà, Zagrebelski e altre salme.

Riuscissero i congiurati ad abbattere l’uomo del Nuovo Rubicone, la guerra civile potrebbe anche non scoppiare, tale è la nostra vocazione panciafichista. Ma chi può dubitare che il trionfo dei Pessimati sarebbe effimero, e dopo si ergerebbe il vero Distruttore della cleptocrazia, l’Ottaviano Augusto capace di trattare i renzicidi con l’efferatezza di quel direttore vichingo dello zoo di Copenhagen che sopprime miti giraffe e leoni anche cuccioli?

Molti pensano che Renzi sia l’ultima speranza del malsistema sorto tra il 1945 e il ’48. Se il puledro toscano si farà scozzonare (=aggiogare al carro o all’aratro) tanto prima del previsto, sulla questione della Camera Inutile, contestualmente si spegnerà l’ultima speranza del regime. Se invece il premier salverà la faccia avendo lottato più a lungo, il risultato sarà uguale: il Malsistema è come ammalato di SLA, non può non morire.

Bruto e Cassio fecero male i conti. Sconfitti in battaglia a Filippi due anni dopo avere pugnalato Cesare, si uccisero entrambi e l’impero che avevano tentato di esorcizzare durò quasi cinque secoli in Occidente, più o meno il triplo in Oriente. Giovanni Boccaccio fece venire di moda la loro esaltazione come tirannicidi e campioni della libertà. Ma Boccaccio, si sa, aveva l’immaginazione ludico-salace. In realtà Bruto parricida (Tu quoque fili!) tentò con Cassio di procrastinare la fine del Vecchio Ordine. Lo stesso tentano, non disinteressatamente, i congiurati di Grasso salma-in-chief e le prèfiche della Più Bella delle Carte da parati.

Che alla combutta di questi ultimi si sia unito il furibondo Grillo, che sbraita a difesa della Costituzione dei Pessimati, sembra buffo. Invece è logico. Vuole far crollare il Regime (alla lunga ha ragione; nell’immediato si schiera con le salme) e l’eventuale renzicidio avvicinerà l’ora del crollo.

A.M.Calderazzi

OBAMA GUERRAFONDAIO ALLA POINCARE’?

Cento anni fa di questi giorni Raymond Poincaré, presidente della Francia e inconsueto egemone della sua politica estera/militare, faceva il molto che poteva perché scoppiasse una Grande Guerra da 10 milioni di morti. Era odiosamente bravo: un solo anno da uno dei tanti presidenti del consiglio e nel 1913 entrava all’Eliseo come il più illustre dei francesi. Nel dopoguerra fu a capo di cinque governi, e tra l’altro salvò il franco. Aiutato persino dal fatto d’essere cugino del massimo matematico di Francia, Poincaré realizzò l’ambizione della sua vita: la Revanche sulla Germania che nel 1870 aveva umiliato il più potente esercito d’Europa e strappato l’Alsazia e mezza Lorena. Nessuno fu più efficace del Grande Revanscista nell’istigare Sergej Sazonov, padrone della volontà dello Zar, al mostruoso conflitto che avrebbe distrutto l’impero dei Romanov, generato la Rivoluzione e ucciso l’imperatore con tutta la sua famiglia. Ma Poincaré non seppe prevedere che un ventennio dopo Versailles il Terzo Reich avrebbe annientato per sempre la grandezza della Francia.

Se il Nostro fu individualmente il più guerrafondaio tra gli statisti del 1914, è ovvio che i responsabili della più criminale mattanza della storia composero un grosso plotone cui meno di un anno dopo si sarebbero uniti i nostri geniali Salandra, Sonnino, il Re Soldato e l’Insuperabile -sul serio- tra i nostri poeti.

Ciò premesso, che gioco sta facendo l’uomo che dalla Casa Bianca ha cercato di camuffare il fallimento nell’Afghanistan scagliando droni assassini sui pakistani? Magari, ricordando d’avere ricevuto, Dio sa perché, un premio Nobel per la pace, Obama non fa sul serio con le sue minacce (la Russia che ha schernito come “potenza regionale” saprebbe usare i propri missili micidialmente). Tuttavia è oggettivo: l’Uomo dei droni si comporta da nemico dei disoccupati e di tutti i poveri quando rampogna quei governi europei che meditano -un quarto di secolo dopo la caduta del Muro- di ridurre le spese militari. L’Obama che proclama “l’Europa è unita agli USA” impone una leadership che i diplomatici con la feluca hanno scritto nei loro trattati chiffons de papier, ma che i popoli sempre più detestano. Gli italiani gli spagnoli i francesi i greci non hanno più né motivo né vero obbligo di restare coatti nella Nato.

I trattati si possono, in certe circostanze si devono, stracciare. Così pure le commesse militari: per punirci d’averlo ipoteticamente fatto il Pentagono dovrebbe mettere in campo gruppi di armate, flotte navali e aeree, logistiche talmente smisurate da non potersele permettere. Come guerrieri gli americani hanno dimostrato d’essere tra i meno efficienti. In un pezzo recente (“Molti nemici ci minacciano ma Giorgio è War President come G W Bush”) abbiamo ricordato che per espugnare l’isola nipponica di Kiushu gli Stati Uniti impiegarono una settantina tra portaerei e navi da battaglia, più il decuplo di altre unità, più il centuplo di aerei. L’avere sganciato sull’Indocina più bombe che nell’ultimo conflitto mondiale non salvò gli USA dalla sconfitta più ignominiosa.

Nessuno crede che Obama cerchi veramente di chiamare alle armi l’Europa contro Putin, tanto folle sarebbe. Però le pressioni che Foggy Bottom (il Dipartimento di Stato) esercita su

quasi tutti i governi del pianeta perché si dissanguino comprando materiale bellico soprattutto made in USA sono intollerabili. L’Italia con altri satelliti dovrebbe rifiutarsi, uscire dall’Alleanza Atlantica. L’Obama che contro i tagli sui bilanci militari proclama “la libertà non ha prezzo” dice una menzogna pari a quelle di Goebbels e del primo ministro gen. Hideki Tojo, che gli americani impiccarono. Tra l’altro, quando Washington era onnipotente, le armi le dava gratis ai satelliti. Oggi esige che, in tempi di recessione e di spending review, gli acquisti dei satelliti sostengano il Pil del paese più militarista della storia.

Dall’ex-stalinista arroccato nel Quirinale, come in passato dai Prodi e dai D’Alema, il padrone americano ottiene ancora obbedienza e ordinativi: questo un giorno contribuirà alla débacle degli ex-stalinisti, e pure di Matteo Renzi se non dirà no a Obama. E’ incerto che all’Uomo dei droni vada altrettanto bene con governi amici meno condizionati del nostro dall’inclinazione a servire indistintamente tutti.

A.M.Calderazzi

THE EXXON/MOBIL FRACKING HYPOCRISY

“This type of dysfunctional regulation [of fracking] is holding back the American economic recovery, growth, and global competitiveness.”  Rex Tillerson, CEO, Exxon/Mobil, 2012

“I don’t care about what’s good for America. I care only about what’s good for Exxon/Mobil.”  Rex Tillerson, CEO, Exxon/Mobil

“Do as I say and not as I do.” (The hypocrite’s word of wisdom.)

“Poetic justice: An outcome in which vice is punished and virtue rewarded usually in a manner peculiarly or ironically appropriate.” Merriam-Webster’s Dictionary

Rex Tillerson has recently joined an anti-fracking law-suit which seeks to stop fracking near his Texas home on the grounds it lowers property values. Many see (long overdue) poetic justice in his joining a lawsuit to stop fracking near his house.

What is so interesting here is that he has been denying this affect on property values up to now in order to go fracking in anyone’s backyard whenever he desires to. His anger at regulating fracking when it involves your house or mine is reflected in the above quotation of Tillerson’s of 2012. As is so typical of corporations (ie, of their CEOs), they never tell the truth—certainly not the whole truth. He knew fracking was bad for property values, but that was never publically acknowledged  in order for Exxon to go fracking wherever it pleased.  Truth and Corporations never were on good terms. But now that fracking is scheduled to start near his house—well, that’s a horse of a different color. The hypocrisy here is incredible. But what is even more so is the rueful fact that no one is calling him on it. In vain do we search for an intrepid reporter to lock horns with him on this.

And no one is connecting the dots here, either. This is how corporations operate; it’s their modus operandi, their method of operation. In vain will you search the operations of your typical big corporation and see transparency, honesty, ethical behavior, and concern for the public and its welfare. Tillerson’s comment that he doesn’t care about America is crucial here to understand the mindset of a (especially large) corporation. It’s not just rhetoric for Tillerson. He’s deadly serious about that. And Americans praise corporate CEOs like Tillerson? Corporations are like a kingdom within a kingdom—with this qualification: they are often stronger than the country they reside in. FDR found out that many Fortune 500 companies were helping the Nazis DURING the war, but was powerless to stop them. THAT’S why large corporations are so dangerous: they are a law unto themselves. Tillerson’s credo: “I don’t care about America, only about Exxon.” Let Americans remember that the next time we hear the media—or Republicans—praising corporations and how important they are to our country.

 Len Sive Jr.

APRILE 2014

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

In INTERNAUTA, le linee politiche convivono. Leggi il manifesto.

INTERNAUTA esce ogni mese.

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QUANDO LO STIVALE SI SALVERA’ COME BENE CONDOMINIALE U.E. ARTE MODA CALCIO BALNEAZIONE

“No puede lograrse nada bueno aquì; el Pais se va a desgarrar en los anos venideros (anni venturi)”. Può sembrare il giudizio che dell’Italia darà J.L.Rodriguez Zapatero, l’ex premier spagnolo, dopo che -fallita la crociata di Matteo Renzi e arrivato il default- egli avrà governato qualche settimana la Penisola su nomina dell’Europa (anche Barroso è un ex-primo ministro iberico). E invece no. “No puede lograrse” lo disse il duca d’Angouleme figlio del re di Francia Carlo X, dopo aver invaso nel 1823 la Spagna alla testa dell’armata dei Centomila Figli di San Luigi, che restaurò l’assolutismo di re Fernando VII.

Perché il sottoscritto Porfirio presagisce che la Repubblica nata dalla Resistenza e svaligiata dalla Casta dei Ladri finirà protettorato o dominion dell’Unione Europea? Risposta, perché è un ottimista. Prevede che alla sconfitta di Renzi, dagli opinion makers dei media additato come l’ultima chance o spiaggia, non seguirà una débacle alla greca o, peggio, la fine drammatica di Weimar. La storia si sforza di non ripetersi. Perciò Francoforte pagherà il nostro debito fino all’ultimo Tallero (nuova denominazione della valuta unica, adottata dopo le ripetute affermazioni elettorali dei populisti/euroscettici).

Porfirio dunque prevede che da noi prevarrà il Bene invece che un generale golpista; e che il Bel Paese, accertato junk e inidoneo all’indipendenza, sarà dichiarato territorio federale (=condominiale) dell’Europa. Così la capitale degli Stati Uniti non sorge in Virginia o in altro Stato confinante, ma è District of Columbia, proprietà comune di tutti gli Stati dell’Unione. E così Puerto Rico è un “commonwealth”, non una colonia, degli USA.

L’annessione (a statuto speciale) all’Unione metterà in fuga il Peggio e sarà salutata dal tripudio irresistibile di decine di milioni di cittadini, etnici compresi. Così come nel 1860 fecero i regnicoli delle Due Sicilie, i sudditi del Granduca e del Papa, eccetera. Vasto e orgiastico giubilo provocherà la destinazione al macero della Più Bella delle Costituzioni, vantaggiosamente sostituita da una direttiva della Commissione di Bruxelles, redatta dal vicepresidente emerito Olli Rehn, assistito da un manipolo di giuristi estoni del tutto indifferenti al retaggio del diritto romano e alle sentenze della disciolta Consulta.

Dicevamo della sfrenata esultanza per la macerazione di milioni di copie della Più Bella. Finora ogni focolare domestico custodiva come dolce e sacro heirloom (cimelio di famiglia) un esemplare della detta Più Bella. Dal punto di vista dell’Ambiente l’estinzione della Repubblica dei partiti e dei furti con destrezza sarà un’insperata sopravvenienza attiva: milioni di alberi saranno salvati dal recupero della carta fisica. In più gli impetuosi avanzamenti tecnologici consentiranno di neutralizzare le sciocchezze e le false promesse (p.es. “il diritto al lavoro” o “la Repubblica ripudia la guerra”) che con inchiostri esiziali inquinano il supporto cartaceo della Più Bella.

Felicità generale, dunque. Le autorità miste, iberico-estoni ma anche veneto-lucane, del Protettorato proclameranno un intero mese di festeggiamenti. Purtroppo un’isolata, dolorosa Masada turberà per pochi secondi l’esultanza collettiva: un pugno di fan di Roberto Benigni, più una masnada di ammiratori acritici di Napolitano e, contati sulle dita di una mano, i nostalgici della Parata militare ai Fori Imperiali, si asserraglieranno in più di un agriturismo di Capalbio (Grosseto) e lì si immoleranno a ricordo della perduta Indipendenza (resuscitata dalla Resistenza e assassinata dalla Cleptocrazia). Alle vedove, compagne ambosessi e aventi causa degli Immolati di Capalbio il Protettorato assegnerà generosi vitalizi. Gli oneri saranno coperti dagli espropri a carico dei parlamentari e consiglieri di tutte le legislature repubblicane.

Non è chi non veda i benefici della totale perdita di sovranità, rispetto al presente e ad ogni soluzione autoritaria della mortale crisi della creatura di De Gasperi Togliatti e altri nonni e zii della Patria.

Porfirio

MOLTI NEMICI CI MINACCIANO MA NAPOLITANO E’ “WAR PRESIDENT” COME G. W. BUSH

Chi altro poteva schiacciare i tentativi di tagliare sugli odiati F35, sulle nuove fregate, sui supplementari sommergibili d’attacco, sugli altri programmi bellici, se non il presidente della repubblica, della casta e del military-industrial complex (quest’ultimo deplorato a suo tempo per gli USA da Ike Eisenhower, che era un generalissimo vittorioso)? Tra i capi di Stato del momento il Nostro risulta quello che più prende sul serio il ruolo di Comandante Supremo. In quanto tale, ha inflitto una bella umiliazione a Renzi, che con Cottarelli aveva complottato per dimezzare l’acquisto di apparati bellici, persino per vendere la portaerei ‘Garibaldi’. Un complotto temerario, cioè sciocco, perché tutto era chiaro prima ancora che il 19 marzo si pronunciasse il corrusco Consiglio Supremo di Difesa.

Tutto era chiaro dal giugno 2013, quando il Parlamento aveva deliberato di sospendere le ordinazioni belliche fino alla conclusione di una propria inchiesta ai sensi della legge 244, che assegnava al potere legislativo un maggiore controllo sugli acquisti di sistemi d’arma. Passarono pochi giorni e il Signore della Guerra stroncò: la legge 244 è piena di criticità. Non può permettere alle Camere facoltà di interferire nelle valutazioni dell’Esecutivo, segnatamente nelle prerogative del Capo dello Stato e dei vertici militari.

Il 19 marzo ilConsiglio Supremo ha dato per respinti sia il conato del Parlamento, sia quello del presidente del Consiglio. Ha ribadito seccamente che le minacce militari alla patria sono reali, rese più acute dalle turbolenze dello scacchiere mediterraneo. Ha additato la strada da percorrere: niente colpi di testa alla Rottamatore, nessun ascolto all’opinione pubblica, bensì un Libro Bianco sulle strategie di guerra, da redigere con calma. Risponderà alle domande fatali: vogliamo un’aeronautica? Vogliamo contare nelle decisioni tra Potenze? Nell’ultima Festa delle Forze Armate il War President aveva tagliato corto (con due audaci innovazioni lessicali): “Non bisogna indulgere a semplicismi e propagandismi sulle dotazioni indispensabili alle nostre forze armate”. Il non detto: se Renzi si è esposto troppo con gli impegni di spesa, si tolga dalla testa di lesinare sugli armamenti.

E’ da compiangere la povera Bundesrepublik, per dirne una, che non ha Marte a capo dello stato. Da noi invece il Primo Cittadino, rieletto a furor di politicanti che temevano per il seggio, detta la legge marziale dalla tolda di comando: si vis pacem para bellum. Il Consiglio Supremo sa ben meglio di noi le minacce che incombono. Non dice da dove incombono, ma gli italiani gente sveglia si sforzino di immaginarle. Intanto il fosco Putin, uomo del KGB. Poi una coalizione Tripoli Tirana Asmara Mogadiscio Addis Abeba Dodecanneso potrebbe volerci punire per le nostre sopraffazioni colonialiste, dal micropossedimento della compagnia di navigazione Rubattino sul Mar Rosso all’incoronazione di Vittorio Emanuele III a re d’Albania, passando per il trionfo di Giolitti sul Sultano ottomano e per la sottomissione dell’Etiopia.

Ma il pianeta è vasto, pullula di potenziali aggressori. I Talebani, che abbiamo domato dalle parti di Kabul, sono più pericolosi di quel che appaiono. I vietnamiti umiliarono ripetutamente gli USA, che pure per strappare ai giapponesi l’isola di Kiushu spiegarono quasi 70 tra sole portaerei e corazzate; se, per deridere i nostri padroni yankee, ci attaccassero improvvisamente, che faremmo noi con la sola portaerei Cavour, una volta venduta la Garibaldi come voleva quel pazzo di Renzi? Ancora. Chi può escludere che gli italoamericani oriundi del Regno delle Due Sicilie ci facciano aggredire dai Navy Seals per rappresaglia della spedizione dei Mille? La squadra asburgica dell’ammiraglio von Tegetthoff, che nel 1866 ce le dette di santa ragione a Lissa, non potrebbe infierire sugli stabilimenti balneari del Salento, ove non ci dotassimo di sommergibili idonei alla navigazione polare?

A farla breve, il War President ha ragione: mettiamoci in grado di colpire first strike Addis Abeba. Se poi Al Qaeda, o qualsiasi altro nemico della democrazia e dell’emancipazione della donna, ce l’avrà con noi, il Quirinale Supremo dovrà disporre della giusta panoplia di armi di ritorsione.

Il Rottamatore stava per soccombere alla follia suicida di risparmiare sui droni vettori di atomiche tattiche. L’ha trattenuto in tempo la mano ferma di Partenopeo. Avremo stormi di F35 per proteggerci. Onde risparmiare sul combustibile, convertiamoli a metano o a GPL (alla propulsione nucleare, solo se quel farabutto di Putin ci chiude i gasdotti dalla Crimea e non ci fa sciare a Sochi).

I feldmarescialli del Consiglio Supremo si sarebbero piegati al Rottamatore, non fosse stato per il Guerriero campano, ammogliato con donna Clio. Egli è un caso più unico che raro di autoredenzione. Era un portaborse di Togliatti, uno stalinista che aveva giustificato le ferocie partigiane e l’invasione dell’Ungheria, che aveva insolentito la Nato: ebbene si è convertito all’atlantismo con le sue sole risorse mentali. Oggi guarda fisso verso il Pentagono come l’ago della bussola è attratto dal Nord. Avesse trent’anni di meno, l’ex regista delle campagne comuniste per la pace farebbe il segretario generale della Nato.

Dice l’amico intimo Emanuele Macaluso che Partenopeo lascerà la presidenza entro l’anno (con la fierezza, siamo certi, di avere salvato le FF.AA. che salvano noi). Diciamolo alto e forte: perderlo sarebbe un peccato. E se imitasse Ratzinger a Santa Marta: se restasse a vita nei giardini del Quirinale, in una grande tenda da campagna/combattimento, come capo emerito del Consiglio Supremo di Difesa?

Porfirio

REFLECTIONS ON A WORLD GONE MAD (Issue no. 1)

1. Now that Obama has hit Russia with sanctions, we can see how “free enterprise” works in Russia’s  so-called democracy: If you are fortunate to be a friend of Putin’s, then you will find yourself owning, or the CEO, of one of Russia’s financial/banking sectors or of one of its  industrial, mining, or gas/oil  sectors. Putin’s multi-billionaire friends are everywhere to be found, his enemies, impoverished, cowed and/or jailed by Putin,  are nowhere to be found—at least not owning or heading any important parts of Russia’s economy, or wielding any significant political opposition to Putin himself. In Russia, Putin is all in all. He reigns over a comradeship of thieves, stealing the wealth of Russia and concentrating it in his own hands as well as those of his closest friends and allies.

This authoritarian government, run by and for Putin and his friends as if they themselves held land-title to all of Russia, was run the same way under Communism. Then, communist leaders and their friends, and other important officials, all became exceedingly rich, while the average (proletarian) Russian suffered the indignities of a cruel, unpredictable dictatorship heaped upon bone-chilling poverty and inadequate health care. These Communist leaders of the Proletariat were regal in all but name—just as now under (Czar) Putin.  Forget free enterprise, forget democracy, forget human rights. Putin, like Stalin, has in his political vocabulary only three (five-letter) words, whether in affairs at home or abroad: might, power, and force. That’s his escutcheon, which is also a summation of his personality. He’s an insecure, egocentric psychopath, hence he brooks no opposition, no contrary views. Ice-water runs in his veins. He’s a little man with a big swagger, rough talking and rough acting. He believes in, exalts, and worships violence. Reason, debate, inquiry are for him dead letters. Faith as the true guide to practical living he utterly rejects. Such is the present leader of Russia, a great country but ever in tears of sorrow and anguish, from Peter the Great up to the present day. For in Russia, there exists no clock: the past is the present, and the present is the past, and both are prologue to the future.

2. In Virginia Beach, Virginia, a six-grader saved a fellow student from serious injury when she saw him cutting his wrist with a razor and rushed over to him, grabbing the razor and throwing it away. For her swift, meritorious conduct—for the love of her fellow human being—what reward did she get?—suspension from school, and possible termination!

But the one person who clearly needs to be terminated is not our young heroine but the principalherself, for such an egregious decision of the first order. Since when do we punish noble acts? Where are our values? our commonsense? our fellow-feeling?  our kindness? Are we become so vicious, so right-wing a nation, so dumb of heart and mind that this little girl’s courageous, noble, and Christian act brings only official reprisals, and condemnation heaped upon her head? O America, America, for thee I do weep.

Len Sive Jr.

IL GRAN RIFIUTO DI BERGOGLIO COME E PIU’ DI QUELLO DI CELESTINO V

Si è spenta la speranza che il mondo avesse trovato in Francesco un maestro/una guida per i credenti e i non credenti. Il mondo ha trovato un altro riferimento, un modello in più, non un condottiero morale, non un Mosè superiore a tutti. A un anno dall’elezione papa Francesco dice cose e offre segni che hanno qualche rilievo per i cattolici, non così per il resto degli uomini. L’illusione era che una svolta rivoluzionaria della Chiesa galvanizzasse i popoli. Dio sa se la nostra epoca, orfana di ideali, emancipata sì dai dettami delle ideologie però rassegnata alla deriva, non avrebbe bisogno di un insegnamento trascinatore, di una forte mano spirituale. La nostra epoca è intrivialita nell’abitudine.

Francesco, all’inizio sbalordendo con atteggiamenti scandalosi come il Vangelo, era apparso non a tutti ma a molti un potenziale riformatore della civiltà. Non in quanto capo dei credenti cattolici, bensì come il protagonista riconosciuto dal mondo intero e comunque dall’Occidente, un capo sostenuto da un retroterra storico ineguagliabile ma ispirato a principi innovativi.

Forse Oswald Spengler non avrebbe annunciato il Tramonto dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes) se fosse vissuto nei giorni in cui papa Francesco sembrava voler deviare la storia, avviare la bonifica integrale di un mondo fattosi palude.

Questo papa avrebbe conquistato l’Occidente, l’Abendland di Spengler, se l’avesse folgorato, turbato in profondità. Questo fece con gli Arabi Maometto, plasmatore di una cultura e di un impero. J.M.Bergoglio ha deciso di non plasmare, di non sovvertire. Ha aggiornato gli accenti di quanto la Chiesa dice da millenni, con efficacia decrescente. Il messaggio resta quello tradizionale: in qualche misura fondamentale, però conosciuto da sempre. I contenuti sono quelli antichi. Non possono essere nuovi, non possono né sorprendere, né emozionare. Le grandi questioni del nostro tempo ricevono le risposte coniate da papi e teologi del passato, qua e là aggiornate nello stile e nei riferimenti di contesto.

L’intervista al pontefice del direttore del ‘Corriere della Sera’ (5 marzo) ha il senso, oltre che di un primo bilancio, di un documento programmatico. Se presa alla lettera, è l’annuncio che non ci saranno svolte. Che il pontefice non si propone di creare realtà nuove, pur impegnandosi, più di quel che si usasse, ad accogliere talune novità provenienti dall’esterno della Chiesa. Di qui le diversità stilistiche. P.es. invece di pronunciare anatemi Francesco vuole dedicare attenzione ai divorziati e alle unioni civili. Non ama si parli di valori non negoziabili. Agli orfani e alle prèfiche del marxismo offre rispetto. Proclama che la Chiesa è dei poveri, però non compie atti che realizzino tale simbolica appartenenza. La Chiesa di Francesco è anche degli agiati, anzi rimane essa stessa agiata. Come tutti i suoi predecessori, questo pontefice stempera l’evangelico “guai ai ricchi che hanno avuto in terra la loro ricompensa”. Compirà viaggi nei paesi della povertà smisurata, sapendo che essi viaggi cambieranno quasi nulla: alla pari dei vari aggiornamenti stilistici.

Coloro che accreditano a Bergoglio il proposito di allontanare la Chiesa dall’Occidente ecumene del capitalismo, sorvolano sulla somiglianza con le consuete esortazioni ecclesiastiche alla condivisione e alla carità. La Chiesa resta importante detentrice di beni, i cui frutti non vanno interamente alle opere di misericordia. Nei secoli passati è stata imponente la quota di ricchezza destinata agli edifici sontuosi e ai patrimoni dei parenti di cardinali e di papi.

All’intervistatore Ferruccio De Bortoli, il pontefice ha fatto un’affermazione inequivocabile: “Nel marzo scorso non avevo alcun progetto di cambiamento della Chiesa. Nel mio modo di agire aspetto che il Signore mi dia l’ispirazione”. Ecco un’interpretazione autentica che dissolve buona parte dei miti sorti -anche in chi scrive- sulle inclinazioni rivoluzionarie del pastore venuto ‘dalla fine del mondo’. Rivoluzionarie erano le azioni che da Bergoglio si attendevano: non sono venute, probabilmente non verranno. Ignazio di Loyola vince.

Innovativo, persino drammatico, sarebbe stato per esempio capovolgere l’insegnamento canonico sul controllo delle nascite. Il cattolicesimo è corresponsabile della tragedia dell’esplosione demografica. Invece Francesco ha definito “geniale e profetico il coraggio della Humanae Vitae (di Paolo VI) “di opporsi al neomalthusianesimo presente e futuro”. Secondo Francesco “la questione non è di cambiare la dottrina, ma di far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni”.

No. L’esplosione demografica è talmente grave da non permettere giochi di casistica o escogitazioni pastorali. Dalla Chiesa, presto o tardi, dovrà venire il ripudio assoluto del principio – formulato dai teologi non da Cristo e crudelmente smentito dalla realtà- secondo cui ogni nuova vita è un dono di Dio. Da ciò che sappiamo di Francesco, il ripudio non c’è, è difficile che ci sia. Un giorno verrà, da un successore trent’anni più giovane.

Per finire. Quale avrebbe potuto essere un singolo atto esemplare del papa (un atto, non un assieme di gesti e di enunciazioni) che folgorasse l’Occidente, che aprisse l’Esodo dalla cattività egiziana -un Egitto di capitalismo consumista- verso le terre e i cieli della Promessa? Risposta: l’abbandono fisico di Roma. Il trasferimento della Chiesa istituzione in un luogo di totale innocenza rispetto ai troppi secoli vituperevoli del vertice cattolico. Un atto così avrebbe fatto credibili gli orizzonti di Bergoglio. Lo avrebbe trasformato in un Mosè di popoli. Anche i non credenti, tutti quanti soffrono per l’inumana bruttezza del materialismo vittorioso, avrebbero derivato da un fatto di rottura grave la gioia di credere nell’utopia della rigenerazione des Abendlandes.

A.M.C. cattolico praticante

LA SUZZARA FERRARA: 125 ANNI DOPO

Forse perchè uscito sotto Natale, forse perché avvincente nelle sue immagini in bianco e nero, il libro “La Suzzara-Ferrara 125 anni dopo” può apparire un libro-strenna. Se questo fosse, si perderebbe nella folla dei volumi da coffee-table. L’incisività dei testi e dei materiali grafici hanno mosso l’associazione Amici della Ferrovia Suzzara-Ferrara a farsene editrice per conto della fondazione Ricerca Molinette Onlus (l’empito benefico è un corollario, però importante).

Può apparire un libro-strenna, dicevamo. E invece è, senza volerlo, una cosa grossa, il manifesto programmatico di un’evasione dal pensiero unico, dall’andare senza meta. E’  la sobillazione a sceglierci modelli e sentimenti migliori. In ultima analisi, preparatevi a darvi nuovi Dei, venuti da un passato che ci è caro. Se arrossite di come pensate e vivete, apritevi a un’esperienza forte su questo libro.

Perché la rievocazione d’una ferrovia secondaria, di “come eravamo” in una contrada minore, dovrebbe essere un manifesto programmatico? Risposta, perché viviamo un tempo di nichilismo disperato, laddove questo libro ci propone un’avventura nei grandi sentimenti, l’esatto contrario del nichilismo. Questo libro in nulla teorico, per questo così suggestivo, è persino l’invito a rivivere la svolta del Romanticismo, contro i canoni e le convenzioni del realismo, chiamato anche ‘modernità’. “La Suzzara-Ferrara” ci fa fare un tratto di strada a fianco di uomini e donne comuni che, senza saperlo, sono portatori di un bell’ideale romantico. Il Romanticismo, quello tedesco soprattutto, deviò la corrente, oppose i grandi sentimenti popolari ai precetti e alle convenzioni del razionalismo illuminista dei benestanti.

Sui binari che andavano da Suzzara a Ferrara vivevamo tutti noi come eravamo. Eravamo popolo autentico, fondamento di un’umanità sofferente ma forte nei valori. Gli autori di questo libro riaffermano l’invincibilità della schiettezza contro il cinismo delle abitudini rassegnate. Ci parlano di locomotive di bassa potenza, di stazioni caselli e passaggi a livello

gestiti da persone di menti e cuori leali. Gioivano della conquista del pane, lottavano contro le malattie gli stenti le guerre le altre afflizioni del nostro passato. Fabio Malavasi, Roberto Santini, Guido Sostaro, Flavio Tiengo, Claudio Demaria e gli altri che hanno messo insieme questo libro ci fanno amare le esistenze vissute attorno alla Ferrovia. Alcuni degli autori e dei volontari hanno dato fatica fisica, oltre che soldi. per ricostruire materialmente macchine e materiali  rotabili di un tempo. Hanno congiurato perché questa o quella locomotiva costruita nel 1903 viaggiasse di nuovo sui binari.

Cosa sono queste abnegazioni, questi sommessi eroismi, se non pratica di valori che vivono da millenni? Non sono oscuri missionari in terra di selvaggi che adorano gli idoli della modernità: successo, Pil, edonismo, saperci fare?

Fabio Malavasi, uno di questi missionari, ha avuto affermazioni importanti come cattedratico di genetica medica all’università di Torino. Però è nato nel casello 15 della Suzzara-Ferrara. Sua madre era la casellante, suo padre era responsabile della manutenzione di un tratto della linea. Fabio vive fino in fondo la pietas verso i genitori e verso la ferrovia. Il casello 15 ha potuto comprarlo ed ora ci vive momenti sereni.

Tutto ciò è vocazione spirituale, ovviamente. Ma la forza del libro è di dare gli ideali per scontati. Di raccontare storie, opere, giorni. Come si facevano andare, rifornire, riparare locomotive e carrozze da non più di 30 kmh. Come le si facevano superare le pendenze. Come durante e dopo l’ultima guerra le si ricostruivano con materiali di risulta, comprese le parti di bombardieri abbattuti. Ancora più immediatamente, il libro ci offre volti e cose emozionanti e solenni: la maestra elementare raggiante alla finestra della povera scuola;  una prima comunione; i trattori Landini “a testa calda”; il pollivendolo e il gelataio; le microstorie di un popolo mille volte più meritevole di amore che i tristi tesserati Fiom, che i cassintegrati long term, prosperi abbastanza da praticare costosi cicloturismi.  Gli equipaggiamenti high tech di questi ultimi ci antagonizzano; le foto e i racconti della Suzzara-Ferrara ci fanno amare il popolo, le altre cose grandi del passato e il loro invincibile compagno di fede d’oggi, il volontariato. Il mondo cambierà quando l’idealismo -anche quello delle piccole cose- andrà al potere.

A.M.Calderazzi

Perché nasce questo libro

Un libro che voglia ricordare i 125 anni di vita della Ferrovia Suzzara-Ferrara (FSF) rischia forte: di solito, simili libri vengono percepiti come uno strumento per ripercorrere parte della nostra storia e per glorificare un mezzo di trasporto importante quale è il treno. Ma questo non è il caso.

Il libro potrebbe nascere in risposta ad una precisa richiesta che viene dalla base, come se tutte le genti dei Paesi attraversati dalla Ferrovia non aspettassero altro che ricordare questa opera. Risposta prevedibile: anzi è piuttosto evidente una significativa disaffezione da parte della locale popolazione per questo mezzo di trasporto.

Tutto sembra suggerire che non esista alcuna ragione valida per investire lavoro, carta e inchiostro per completare questo libro. Coloro che hanno deciso di farlo nonostante tutto potrebbero essere guidati da quella piccola (ma umanamente comprensibile) vanità di vedere i propri nomi stampati. Il lettore si può tranquillizzare, in quanto per età i curatori non hanno più motivo o necessità di dimostrare granché.

Premesse stimolanti per una ulteriore indagine volta a scoprire le ragioni vere che stanno dietro a questa forma di accanimento pubblicatorio. Come detto, l’età media del gruppo che ha portato avanti l’iniziativa è un po’ alta. Allora scatta il sospetto che questi individui siano guidati dal principio noto come “retrospezione rosea”, un meccanismo adattativo che sembra essere innato nella psicologia umana e che opera con un meccanismo simile a quello delle endorfine in biologia, in qualche maniera facendo sempre apparire il passato migliore del presente o del futuro.

La realtà non è così. I tempi andati sono stati durissimi ed anche impietosi con tutti quelli che non avevano doti naturali per competere e sopravvivere all’ambiente. Si tende a rimuovere che le zone attraversate dalla Ferrovia sono uscite da situazioni di paludi e malaria, ridotta alimentazione e diffusa povertà. Per queste sostanziose ragioni, ogni forma di “pessimismo nostalgico” è da escludere con sicurezza.

La risposta è in realtà piuttosto banale: a parte Flavio Tiengo che ha magistralmente ricostruito molte immagini e assemblato il libro, il gruppo curatore dell’iniziativa è formato da persone nate nella FSF o in qualche modo legato alla Ferrovia; esse intendono semplicemente pareggiare un conto con la storia. Nulla a che vedere con la Storia vera, ma semplice strumento per analizzare e dare spazio a tutte quelle microstorie che hanno preceduto le nostre generazioni e le cui attività hanno fondato gli attuali livelli di comfort e vivacità della zona. Purtroppo i protagonisti delle microstorie non raggiungono i livelli per attrarre l’attenzione degli storici veri, degli economisti o degli esperti del lavoro, che seguono solo eventi importanti, ruoli eroici, aspetti politici o altro. La ambizione dei curatori di questo libro è quella di generare uno spazio su carta stampata a queste microstorie, sperando così di attrarre forme di attenzioni più alte.

125 anni sono un risultato puramente numerico e convenzionale, ma rappresentano una occasione per ricordare queste persone che con il loro silenzioso lavoro e contributo hanno cambiato la terra attraversata dalle FSF. Questa pubblicazione nasce poi con limiti dichiarati e non intende certo aggiornare il contributo di Alessandro Muratori, che nel 1988 ha scritto un libro che è il referente nella storia della Ferrovia. Vuole invece rappresentare alcuni momenti particolari della vita della Ferrovia, sia a terra che a bordo del treno, attraverso aspetti aneddotici che sono nella memoria delle nostre famiglie oppure di cui siamo stati testimoni diretti o che ci sono stati tramandati da amici e simpatizzanti.

Per gli ultimi momenti della FSF, l’idea di conservare le locomotive, i carri, le littorine e la grande eredità di Officine e strumenti è stata considerata un costoso passatempo. Proteggere il capitale umano è stato poi visto come velleitaria quanto inutile utopia.

La fine ufficiale della Ferrovia Suzzara-Ferrara ha sorprendentemente coinciso con un riemergere di persone e idee che sembravano disperdersi nelle nebbie padane. Queste persone hanno gettato le basi di un timido piano di raccolta di testimonianze della Ferrovia. Affermare che fin dall’inizio il gruppo aveva fatto una scelta culturale rispetto ad una semplice raccolta di cose e documenti è forse pretendere troppo: tuttavia, un gruppo di persone che lavoravano dentro e fuori la neonata Ferrovia Emilia Romagna (FER) decise di mettere insieme le proprie energie per fondare l’Associazione “Amici della Ferrovia Suzzara-Ferrara”. L’Associazione non voleva certo crogiolarsi nel rivangare episodi di un passato gratificante. La scelta fu invece quella di indirizzare l’Associazione verso lo sviluppo degli obiettivi di questa, usando il sociale e la medicina come tramite con la gente.

Questo disegno era nato dalla esperienza di tutti gli importanti gruppi di feramatori italiani, dai quali era emerso che la semplice raccolta di cose e documenti, anche se necessario inizio, non era sufficiente.

Anche il semplice restauro necessitava di un background storico ed economico e lo stesso valeva per l’inquadramento dei documenti. Allo scopo fu sfruttata l’esperienza del Museo Ferroviario Piemontese, un gruppo trentennale che era già passato attraverso questa dialettica interna. La prima tappa fu la raccolta di tutto ciò che ancora esisteva del materiale della ex-Ferrovia Suzzara–Ferrara, cercando di superare la dissennata politica di demolizione e di abbandono. Fu dapprima trovata la storica “Mincio 14”, una locomotiva a vapore della Maffei (Monaco, 1887, anche lei di 125 anni di vita), seguita dal Ganz M.52, automotore costruito in economia dalle Officine Sociali di Sermide. Un illuminato gruppo interno alla FER aveva provveduto a suo tempo a recuperare e a proteggere due automotrici FIAT ALn 556 dell’ultima dotazione. Il Gruppo Amici Treno Torino (GATT) donò la FSF ALn 56.136 al costo di Euro 1,00 + IVA. La Mincio e la littorina sono stati protetti all’interno delle Officine di Ponte Mosca a Torino.

In simultanea iniziava il loro inserimento nel processo culturale in una con il Politecnico e la Facoltà di Storia dell’Università di Torino. Questo ha portato ad una prima tesi universitaria sul design esterno ed interno delle automotrici FIAT degli anni ‘30. Quest’anno sarà la volta dello studio di vetture passeggeri a cassa in legno da parte di studenti del Politecnico.

La seconda scelta strategica adottata prevedeva una collaborazione con Associazioni non lucrative che operavano in un ambito sociale e di assistenza. Qui nacque il primo treno a vapore fatto in collaborazione con l’UNICEF, seguito anche da treni fotografici. L’esperienza dei Volontari del Museo Ferroviario Piemontese ha consentito un salto di qualità, mettendo insieme i gruppi che operavano nella ricerca contro i tumori con altri, invece, che “curano” altrettanto amorevolmente i vecchi treni. E’ nato così la seconda edizione di “Un Treno a Vapore contro i Tumori”, che ha visto correre insieme a Mantova e poi a Ferrara il treno del SAFRE di Reggio Emilia con il treno giunto da Torino. La T3 di Torino ha percorso oltre mille chilometri, mentre la collega ACTF 7 ne ha accumulati trecento.

La parte culturale si è manifestata anche nella preparazione di mostre storiche (a San Benedetto Po, Felonica e Pegognaga, nel Mantovano e a Ferrara): qui si è assistito ad una buona partecipazione di persone, e ciascuna ha apportato un pezzo figurato (e molto spesso reale) di storia del nostro passato. Questa mostra è stata seguita da un’altra dedicata a Corti, Bonifiche e Ferrovia, gli elementi fondanti dell’attuale situazione di benessere e cultura sociale della zona. Ciascuna di queste iniziative ha dato origine a pubblicazioni di diverso spessore e differenti contenuti.

Come si vede, al pari del libro si è trattato di una sfida che è stata portata avanti su base volontaristica. Quello che ci insegnano eventi come questo è che il volontariato è una macchina vincente per definizione, nulla lo ferma se l’idea di partenza è buona e se si vedono i risultati, soprattutto in prospettiva di recupero e sviluppo delle basi delle nostre radici e della nostra cultura.

Fabio Malavasi: Casello 15

Roberto Santini: Casello 18

Guido Sostaro: Casello 20

Fig 002

            (credit: Fabio Malavasi e Flavio Tiengo)

La Colonia

La distinzione tra i figli di chi lavorava la terra e quelli invece di una famiglia della Ferrovia era il fatto che i secondi erano oggetto di una superiore attenzione al sociale e alla salute. Questo era resa possibile dalla Cassa di Mutuo Soccorso (da tutti, la Cassa Soccorso), una delle conquiste delle lotte dei Ferrovieri dei primi anni del secolo ventesimo, che si erano dotati di uno strumento che assicurava una assistenza medica facilitata.

Uno dei residui di igiene ambientale ereditato dal Ventennio era l’elioterapia, meglio nota come la cura del sole. Diverse generazioni di bambini avevano tratto reale giovamento dalla esposizione della pelle al sole, in fortissima contrapposizione ad inveterate convinzioni materne che obbligavano i bambini a coprire la testa con grandi cappelli di paglia (si favoleggiava di gravi encefaliti letargiche causate anche da pochi minuti di esposizione al sole) e gli esili toraci con maglie di fitta lana. Per contrappasso, c’era invece una rigida libertà espositiva della gamba, notoriamente priva di organi importanti e quindi indifferente ai rigori stagionali.

Gerardo Menani era persona di qualità superiori e a Sermide aveva creato nel 1950 la Sala della Comunità, fucina del Ricreatorio Parrocchiale. Entrato a lavorare a Ferrara nella Direzione della Ferrovia, aveva assicurato la continuità nel fornire ai bambini degli agenti FSF l’opportunità di fruire delle colonie estive al mare. Il mare era un grande salto qualitativo rispetto alle colonie elioterapiche sul Po, di moderato e casalingo impatto e famigliarità. Il numero dei bambini terricoli che avevano visto il mare erano in numero assai limitato negli anni ’50.

La colonia iniziava i primi di Luglio e durava un mese. Gli aspetti critici dell’evento riguardavano abbigliamento e trasporti, nemmeno considerato invece il fatto che i bambini soffrissero a stare fuori di casa e soprattutto lontano dai genitori.

Abbigliamento: alle famiglie del partente veniva richiesto di fornire una maglietta a righe trasversali bianco e azzurro (modello marino), canottiera standard, pantaloncino corto leggero e uno più pesante. Veniva anche richiesto un pullover modello simil cardigan, preferibilmente blu. Le scarpe erano quelle normali di casa con lacci, con l’aggiunta di un paio di sandalini, del convenzionale modello francescano a due bande.

Mare significava immersione in acqua e quindi si imponeva il costume da bagno. Non esistendo allora negozi in grado di fornire tali capi sportivi, un efficiente passaparola aveva guidato le famiglie della Ferrovia al disegno di un modellino di pantaloncino sgambato, di colore rigorosamente verde. La tradizionale oculatezza della zona orientò anche la scelta del materiale, lana spessa derivata da coperte militari (italiane o anglosassoni) modellata alla sera con i ferri. Ogni famiglia creò un proprio modellino di costume, variabile per altezza e per modalità di sospensione in vita. Le famiglie di reddito più modesto facevano ricorso ad un rodato approccio basato sull’elastico (anch’esso rigorosamente di recupero), passato in un’abile ripiegatura del bordo superiore del costume. Le famiglie più alte nella gerarchia della Ferrovia si differenziavano anche in questo, adottando una cinturina che agiva all’uopo infilata in passanti dello stesso materiale. La vezzosità di design e di insieme cromatico imponevano che la cintura fosse di colore bianco o chiaro. Posizioni intermedie erano l’aggiunta di semplici bottoni (generalmente due), posti anteriormente, di colore bianco e con funzione solo decorativa. Le bambine coprivano pudicamente il petto con prolungamento di apposite pettorine che si annodano sul collo.

I capi di abbigliamento della comunità avevano la inderogabile necessità di essere identificati come propri e venivano quindi marcati con l’apposizione di un numero rosso su un piccolo quadrato di tessuto bianco. Il numero era assegnato inizialmente da Menani, ma tendeva a rimanere lo stesso negli anni a venire per dettati di economia pre-bocconiana.

Si poneva poi il problema del trasporto di questi capi: la risposta del lider maximo Gerardo fu quella di richiedere la costruzione di un sacchettino di tela azzurra (anch’esso marcato) con chiusura fatta da lunghi lacci, che ne assicuravano al contempo il trasporto a tracolla.

L’unico lusso concesso ai partenti era il bicchiere componibile fatto di anelli concentrici in plastica o lamierino che assicuravano una tenuta del liquido, ancorché moderata.

Trasporti: la colonia era posta a Riccione, località lanciata dal Ventennio per la sua prossimità a Predappio. Mezzo di comunicazione era il treno Ferrara-Ravenna-Rimini, che partiva alle 7:23. I bambini delle famiglie poste tra Sermide e Suzzara non ce la facevano ad essere per quell’ora a Ferrara, ma qui provvedeva una certa forma di solidarietà aziendale. I bambini con questa necessità venivano messi a dormire la sera precedente a casa del Capodeposito Ghiretti, la cui famiglia per una volta all’anno aveva almeno 10 bambini da accudire. L’agitazione per viaggio e novità era alta, ma le minacce non montessoriane delle famiglie assicuravano in genere una tranquilla gestione della prima fase. Il mattino successivo si partiva con la littorina da Sermide e si giungeva freschi a Ferrara. Il treno per Rimini era addirittura un Direttissimo con nome, l’Adria Express, di grande impegno internazionale perché portava persone da Austria e Germania fino al mare. La Ferrara-Ravenna non era ancora elettrificata, per cui era mantenuta la trazione a vapore: questa era assicurata dalle tozze 623 di Venezia o Rimini. Nei fine settimana o d’estate la situazione cambiava totalmente quando una  685 diveniva titolare.

La comitiva FSF aveva una vettura riservata e un significativo sconto sui biglietti. Già dalla partenza, iniziava l’analisi comparativa da parte dei bambini tra il materiale dello “Stato” e quello più modesto della FSF. Spesso l’Adria Express aveva un numero alto di vetture, che rendevano necessaria la doppia trazione. I pre-riscaldatori Franco Crosti delle 623 emettevano particelle incombuste di carbone in quantità, per cui c’era il divieto assoluto di sporgersi dal finestrino per evitare il pulviscolo negli occhi. I bambini ingannavano il tempo sfoggiando i mitici bicchierini e bevendo dalle bottiglie di acqua col tappo a macchinetta portate da casa. I più ricchi avevano l’Idrolitina gasata.

I Capi delle stazioni avevano a quei tempi l’ambizione che la propria fosse più curata e più bella delle altre. Questa sottile competizione sulla FSF era prevalentemente affidata alle Capesse, le mogli che nel paese assurgevano a rango socialmente superiore. Queste usavano il giardino (di solito posto accanto al cancelletto ove entravano i passeggeri) come vetrina: aree con un pino posto al centro e che ospitavano una distesa di fiori pregiati. Dominanti erano il lilium e le viole, quelle scure dette da giardino, un marker esclusivo di alcune case.

Complici le maggiori dimensioni, le stazioni delle FS erano diventate una passerella di aiuole curatissime, di fontane simil-laocoontiane, di costruzioni monumentali che includevano anche pezzi di rotabili. La Direzione delle FS gettò benzina sul fuoco, lanciando il concorso “Stazioni Fiorite”, con premi in denaro per i Capistazione che investivano nella cura del posto di lavoro.

La grandezza delle stazioni e la diversa organizzazione e presentazione erano ulteriori spunti comparativi per considerazioni per chi non aveva mai lasciato il proprio borgo.

C’era poi l’attesa spasmodica per chi vedeva il mare per primo, una semplice fetta azzurra in mezzo a stabilimenti e case, ma una rarità assoluta per i terricoli della Bassa.

Il viaggio proseguiva fino a Rimini, dove la trazione diveniva elettrica. Le 623 venivano sostituite da un E.428, che raccoglieva la stupita ammirazione dei giovani rampolli FSF di fronte a un locomotore elettrico lungo quasi come una littorina.

Fig 003

                (credit: Fabio Malavasi e Flavio Tiengo)

Menani e la FSF avevano il privilegio di una fermata straordinaria a Misano, ove il gruppo veniva fatto scendere dalle carrozze con mille precauzioni da parte delle “Signorine”. Si giungeva quindi alla sede della colonia, la Pensione Vela d’Oro sita in Viale Michelangelo. A quel tempo la zona era nella periferia di Riccione e si prestava bene ad un impegno di ospitalità per bambini fuori dalle pertinenze dei costosi bagni.

Il fronte della pensione era posto sul lato della Via Emilia, separato da un alto muretto con mattoni traforati e da robusto cancello. L’uscita operativa era sul lato che dava sulle dune di sabbia che proseguivano in direzione di Cattolica, del tutto disabitate.

Una stradina di terra portava alla spiaggia, ove l’attrezzatura era basata su tendoni a righe montati su 4 pali quadrati e su qualche spartana poltrona di tela, che ospitavano Gerardo e la sua corte.

Occupazione principe dei bambini erano i giochi con la sabbia, di qualità ben diversa da quella terrosa delle bonifiche e del Po. La prima settimana era obbligatorio l’uso della maglietta e del cappellino bianco con visiera per evitare scottature, anche se l’epidermide cominciava ad essere gradualmente esposta.

I giochi di spiaggia erano costituiti prevalentemente da scavi, con la sorpresa di trovare l’acqua a pochi centimetri di profondità. La mano a coppa del giovane di colonia raccoglieva acqua e sabbia e cominciava a costruire le prime stalagmiti di vaga fattura gotica. Questo portava il giovane colono ad acquisire una certa manualità e fiducia, il quale si avventurava poi in costruzioni sempre più ardite. Una di queste era costituita dalla trappola: con i suggerimenti ed istruzioni dei più anziani della colonia, si costruiva un buco abbastanza grande, il quale veniva astutamente ricoperto con rami trovati sulla spiaggia, qualche ramo frondoso e quindi ricoperto di sabbia. L’ultimo strato era di sabbia secca, per cui solo un occhio esperto poteva individuare una trappola tipo VietCong. A questo punto scattava l’ardita operazione di invitare una delle ragazze della colonia con richiami vari. Si assisteva allora allo spettacolo di una bambina di 6-7 anni che affondava nella buca, anche se di pochi centimetri. Le lacrime che ne seguivano erano dovute più alla vergogna di essere cadute nel tranello dei maschi più che per motivi ortopedici.

L’acquisizione di superiori competenze idraulico-ingegneristiche conduceva inevitabilmente alla costruzione della pista destinata alle biglie. La pista aveva due tipiche ed immutabili conformazioni: montagna o vigorelli. La montagna era un groviglio di strade con salite e discese costellate di trappole. Chi vi cadeva, doveva ripartire da capo. Le piste erano costituite da torciglioni con salite impennate di montagna, difficili gallerie, tranquilli tratti pianeggianti ed infine passaggi su stretti ponticelli. Sulla pista correvano le palline con i ciclisti, costituite da due emisfere di plastica di colori differenti, con l’immagine di un corridore posta sagittalmente. Le più popolari erano quelle di Coppi e Bartali, ma chi aveva la fortuna di seguire da casa “Il giro minuto per minuto” poteva vantare conoscenze che arrivavano a Nino Defilippis, Louison Bobet, Franco Balmamion, Ercole Baldini e il mitico Charly Gaul, il re della montagna. Queste biglie venivano mosse tramite cricco, il risultato di lunghi allenamenti invernali con le biglie di vetro e le buche. Le biglie di vetro erano mosse con il movimento generato dall’azione del pollice che faceva pressione istantanea sulla biglia tenuta ferma dall’indice. I più bravi venivano identificati come burleur per l’abilità di bocciare le biglie nemiche e raggiungere direttamente la “pina”, termine indicante la buca di meta. La biglia dei giocatori da spiaggia era molto più grossa di quella di vetro (o terracotta) e per di più molto più leggera. Si elaborava allora una tecnica differente basata su dito medio caricato a molla sul pollice, il quale colpiva la leggera pallina in plastica, che poteva così lanciarsi sulla pista tra le sue intrinseche difficoltà.

Dopo la prima settimana, il giovane colono maturava il concetto che le montagne fosse gioco da femmina, non sufficientemente virile per un ambiente che ancora risentiva di passati miti, duri a morire. Si costruiva allora l’epitome del gioco di spiaggia, il vigorelli. Trattavasi di pista ellittica che poteva avere una lunghezza di svariati metri e riproduceva fedelmente il tempio milanese del ciclismo su pista, sul cui parquet si sfidavano i campioni di allora. Noti erano i surplaces di Antonio Maspes, che cercava sempre la partenza in seconda fila per sfruttare la ruota e controllare il duellante.

Per costruire un vigorelli ci volevano secchielli, pale e palette e molto lavoro. I bambini piccoli erano deputati al trasporto e all’accumulo di sabbia bagnata per costruire la componente strutturale più difficile, le curve sopraelevate. I più vecchi provvedevano al disegno del tracciato, alla gettata della pista piana con relativi bordi di contenimento ed infine alla costruzione delle curve, ove si provava l’abilità del lanciatore, ma anche del progettista. Dopo un giro di collaudo, partivano le gare, appannaggio dei più vecchi, con i giovani con l’umile compito di mantenere umida la pista che tendeva a seccare sotto il sole.

Tutto ciò fino alle ore 11:00, l’ora dedicata al bagno. In tempi privi di previsioni metereologiche, vigeva l’inappellabile decisione di Gerardo, il quale valutava sole, onda, temperatura di aria e acqua e direzione del vento (quello chiamato Garbino poteva trascinare i bambini fino all’allora Jugoslavia). Altro riferimento era la bandiera esposta dai rari bagnini: solo quella bianca era compatibile con le abluzioni. Una volta passati positivamente questi criteri selettivi, c’era da superare il test più difficile costituito dalla una valutazione dello stato di salute del giovane colono. La personalized medicine di allora era molto semplificata. I bambini erano allineati in riva al mare e la lingua scannerizzata visivamente: quelli con la lingua “sporca” erano costretti a ritornare sotto l’ombrellone con un umore vicino al suicidio e per di più con obbligo di Euchessina serale. Quindi Gerardo si toglieva la canottiera e dava il colpo di fischio che consentiva ai selezionati di raggiungere le acque. Intanto le Signorine avevano costituito un muro di sbarramento in acque che in genere non eccedevano profondità di 30-40 centimetri.

L’entrata in acqua dei 30 giovani coloni era simile alla carica di Balaclava per impeto e coraggio. Le foto di quegli anni mostrano che alcuni maschi e la maggior parte delle bambine portavano salvagenti a ciambella e – i più ricchi – ad ochetta. Lo strumento era non oggetto di divertimento, ma un reale salvavita di difesa dalle caratteristiche strutturali del costume da bagno. Infatti la lana derivata dalle coperte militari aveva la capacità di assorbire importanti quantità di acqua salata, impregnandone in maniera stabile le fibre. Questo carico provocava frequenti cedimenti strutturali degli elastici impiegati per il sostegno, con imbarazzanti ostensioni di infantili intimità. Quando l’elastico invece teneva e soprattutto nel caso delle bambine con pettorina appesa al collo, la situazione poteva diventare critica. La cromatografia ascendente su fibra di lana portava ad accumuli di acqua pari al 10-20% del peso corporeo dei coloni, nell’ordine di circa 20-25 Kg. Il previdente Gerardo aveva quindi favorito gli acquisti di ciambelle e ochette a scopi di evitare perdite di bambini, anche in acque molto basse.

L’uso del moscone era rarissimo privilegio riservato a chi aveva genitori in visita e con voglia di dedicare tempo e soldi a qualcosa di grande lusso, come erano considerati i giochi dei bambini. E’ chiaro che chi tornava da una gita sul moscone diventava oggetto di fulminanti invidie che potevano durare a lungo, in quanto ci si spingeva oltre la prima banchina, zona di accumulo di sabbia e limite considerato invalicabile da ogni persona di buon senso.

Il bagno terminava quando compariva il segno che la semeiotica medica di allora indicava come prossimità al collasso. Questo era costituito dal raggrinzimento delle dita, oggetto di continue ispezioni durante l’ammollo. Partivano allora i due colpi regolamentari di fischietto e questa volta i bambini si avviavano lentamente e malvolentieri sulla spiaggia e lontano dal desiderato bagno.

Gerardo allora faceva fare una serie di ritmici movimenti noti come ginnastica, che avevano lo scopo di tenere attivo il muscolo e – in maniera non confessata – permettere la conta degli emersi.

Ignoti a quei tempi teli o asciugamani, per cui l’acqua veniva eliminata dal sole e con molta più lentezza percolava dai costumini.

Dopo la parentesi sportivo-balneatoria, il gruppo ritornava alla Vela d’Oro per pranzo ed obbligatoria gabanella.

Il pomeriggio era dedicato al gioco di massima virilità e abilità costruttiva. La trincea nasceva dalla inderogabile necessità di avere il lato Cattolica della Pensione Vela d’Oro protetto. Nessuno ha mai colto la ragione reale di questa strategia á la Maginot, né si erano viste incursioni di pirati o comacchiesi dalla fine della II Guerra mondiale. Suggestivi forse potevano essere i relitti di fortificazioni e blocchi anti-sbarco lasciati dalla Wehrmacht e di costoso smaltimento post-bellico. La trincea si poteva fare a scopo di allenamento sulla spiaggia, anche se mal tollerata per il disturbo dei grandi passeggiatori da battigia, la cui unica e reale professione era di criticare quanto veniva fatto di fuori norma. Comunque i giovani coloni scavavano la trincea. Per fare questo non erano sufficienti le palette e i secchielli convenzionali: era necessario passare al badilino da Lire 500 distribuito ogni mattina dai vu cumprà ante litteram, riminesi che caricavano su una bici un bidone per braccia del manubrio e un terzo sul portapacchi posteriore. Questi container erano pieni di ogni ben di Dio per l’edonismo da spiaggia e venivano reclamizzati con un crudele “piangetebambinichevadovia”. La popolazione della colonia era chiaramente senza soldi e solo Gerardo poteva, ad insindacabile giudizio, consentire spese voluttuarie. Inconfessati accordi pre-partenza consentivano a taluni fortunati l’accesso al sibaritico badilino in lamiera con manico passato al tornio. Naturale complemento era il secchiello grande, di plastica ma robusto e quindi in grado di portare grandi quantità di sabbia bagnata.

La strumentazione d’avanguardia e l’esperienza acquisita nella spiaggia consentivano al passaggio alle dune poste sul lato Cattolica della Pensione, del tutto non frequentata e occupata solamente da erbe, spini e piante in grado di crescere in quella savana. Questo era l’ambientazione ideale per disegnare strutture degne della linea difensive passate di lì qualche decennio prima e che impegnavano la popolazione maschile per giorni e giorni. Le femmine erano escluse a causa di potenziali rischi di cadute (in realtà, per inconfessata misoginia). La trincea vera e propria aveva come coronamento un muro esterno di sabbia pressata, cui venivano messi legni e rami spinosi a formare mini cavalli di frisia. Le retrovie erano costituite invece da scavi profondi, che agivano da ipotetici luoghi di riposo e protezione.

La occhiuta vigilanza di Gerardo e delle Signorine era sempre attiva. Come da protocollo, le Signorine esprimevano sonoramente il loro disappunto per attività tanto faticose, che sporcavano tutti i vestiti e che lasciavano i bambini spossati. Gerardo invece aveva una sua strategia sottile e i ragazzi venivano lasciati a giocare finché non giungeva il buio. Questo era il segnale non negoziabile che si tornava alla Pensione e ci si avvicinava alla cena dopo sommario lavaggio delle mani.

A questo punto intervenivano le arti di Pina, la sorella di Gerardo addetta alla cucina, che gestiva una struttura da stella Michelin. Infatti vi erano gruppi di Italiani e Tedeschi che venivano appositamente per assaggiare lo spaghetto di Pina e il suo pesce fritto.

I bambini mangiavano con vigoroso appetito: la somma di fatica fisica più pranzetto agivano come potente facilitatore del sonno e le Signorine potevano star tranquille che dopo le 21 nessun ragazzo era più sveglio.

Quando pioveva c’era la triste passeggiata, guidato dalle onnipresenti Signorine e con Gerardo in testa. In quelle occasioni, la pancromatica colonia dei bambini della Ferrovia avevano occasione di incontrare le file ordinatissime e serrate di bambini di altre colonie, guidate da rigide suore o da algide schwester. I bambini delle colonie delle Ferrovie, della Stipel, dei dipendenti di strutture statali erano vestiti tutti rigorosamente uguali, dalla testa ai piedi. Lo stesso avveniva per gli accompagnatori. Gli occhi di quei bambini apparivano colmi di tristezza infinita e desiderosi solo di un abbraccio materno e di un ritorno a casa. Elioterapia sì, ma decisamente sofferta.

Gerardo conosceva perfettamente tutte queste cose, sapeva che a quel tempo i bambini non si muovevano affatto e per questo la mancanza di casa era spesso lancinante. I più fortunati alla Domenica provavano un tuffo al cuore quando scorgevano arrivare uno o entrambi i genitori con Vespe e Lambrette: i più organizzati arrivavano il Sabato e si fermavano a dormire. Il mese che sembrava non passare mai di colpo assumeva vivacità e corse dinamiche, con il solo rammarico del momento della partenza. Gerardo sapeva benissimo tutto ciò e cercava in tutte le maniere di mantenere vivo il contatto con casa. Le cartoline partivano con aiuti di scrivani più anziani e i servizi postali dei tempi assicuravano che queste raggiungessero destinazione in un giorno. Le famiglie rispondevano altrettanto velocemente, con attenta osservazione del numero dei francobolli da usare. La posta veniva data durante il pranzo e Gerardo dispensava le cartoline ai fortunati destinatari, tronfi di queste attenzioni. Le cartoline venivano lanciate ed era un piacere da volley raccogliere i saluti e i baci da casa.

Però Gerardo sapeva che anche questo non era sufficiente: la freddezza del mezzo postale andava sinergizzata con qualcosa di più caldo e interattivo. E qui apparve il magnetofono, antico termine indicante registratore a nastro. Per ragioni non note ai più, Gerardo riuscì a trovare un registratore Geloso che colpì immediatamente l’attenzione dei bambini quando videro i tasti verdi, bianchi e rossi mossi con maestria dal mago Gerardo. Gerardo chiedeva alcune cose, si avvicinava innocentemente ai bambini e questi rispondevano in base ad umore e domanda. Il dato che i bambini non sapevano è che la pressione simultanea del tasto verde e del tasto rosso faceva registrare quanto detto. La cosa poteva finire lì, ma era una sorpresa duplice e basata su strategie a tappe multiple. Il magnetofono e relativo nastro raggiungevano la Direzione della Ferrovia e poi Sermide: alcuni fortunati genitori potevano sentire in anteprima le voci dei bambini al mare, che sembravano a mille chilometri di distanza.

La settimana successiva uno dei figli di Menani tornava a Riccione con un carico segreto. Al pranzo della Domenica c’era la convenzionale sorpresa, ormai non più tale: arrivava il camioncino dei gelati e i bambini FSF avevano un extra ben diverso dalle mense delle grandi colonie. E qui Gerardo estraeva la sua bacchetta magica, il mitico magnetofono, stavolta caricato con le voci di alcuni genitori che mandavano antesignani messaggi vocali via nastro.

Però casa è casa e un sospirone di sollievo sorgeva tra i 30 coloni quando arrivava la notizia che era tempo di andare dal barbiere. Quegli anni erano caratterizzati da nuche pulite, taglio alto del capello, all’“Umberta”, che faceva pulito e ben tenuto. Quelle giovani nuche sarebbero state al ritorno un’attrazione fatale per le maestre dei paesi di origine, per correzioni montessoriane di errori e abitudini malsane.

I bambini si lasciavano andare a scene di eccitazione e di entusiasmo, quello era il segno sicuro che il giorno successivo ci sarebbe stata la partenza ed il ritorno a casa. L’eccitazione continuava nella notte e quella era l’unica in cui le Signorine dovevano esercitare il loro severo imperio per ottenere una qualche forma di disciplina. I bambini sarebbero tornati belli abbronzati, muscolosi e scattanti e con un piacevole sapore di salmastro, complici anche le non frequentissime abluzioni del tempo.

Il ritorno sarebbe stato speculare rispetto quanto visto all’andata e anche stavolta ci sarebbe stato il direttissimo Adria-Express del mattino, che partiva in forte composizione da Rimini al traino di una 685. Il grattacielo di Ferrara era il segnapassi del “siamo quasi a casa”. Sul quinto binario della Stazione c’era la 72 con i motori accesi e il suo tranquillizzante colore isabella, pronta a restituire alle case bambini e bagagli. In realtà i bagagli si limitavano al sacchettino azzurro con numero, ove spesso però c’era spazio per una conchiglia dipinta con Madonna oppure di una palla di neve in vetro. Ancora un’ora o due e tutti sarebbero giunti a casa. Al “15” ci sarebbero state tagliatelle in brodo ottenute fini con la coltellina derivata dalla falce, la gallina lessa con peperoni e cetrioli a fette spesse. Il pranzo contemplava l’anguria tenuta nel pozzo come complemento rinfrescante. Felicità per il corpo, ma anche per l’anima per un ritorno tanto desiderato.

Fabio Malavasi

Flavio Tiengo

 

P.S.: Si ringraziano le Famiglie: Menani, Negrini, Banzi, Bottoni, Cappi, Galli, Marchini, Santini e Arrivabeni per aver messo a disposizione le immagini della colonia

THE REPUBLICAN PARTY: THE PARTY OF WOOLY MAMMOTHS AND NEANDERTHALS

“At every crossway on the road that leads to the future, each progressive spirit is opposed by a thousand men appointed to guard the past.” (Maeterlinck)

      “Those who can make you believe absurdities can make you commit atrocities.” (Voltaire)

It is absolutely stunning that in the 21st century we have people who hold great power, many of whom also aspire to the highest office in the land, who are themselves intellectual, spiritual and moral throwbacks to the Wooly Mammoths and Neanderthals. To use another image, they are “flat-earthers;” and no amount of science is able to get them to see the earth as a “sphere rushing through space around the sun.” For them the earth is flat, the sun travels around the earth, and the earth is 5000 years old—and nothing, least of all science, can change a “flat-earther’s” mind!

Armed with an amendment sponsored by Republican Rep. Max Teeters, the Wyoming Republican Governor Matt Mead has just signed into law  a bill that prohibits state funding for the Next Generation of Science Standards (NGSS)—an attempt by states to have uniform science standards nation-wide—because it accepts as facts both human-induced global warming and evolution. Does one weep—or laugh hysterically? Or perhaps both: first laughter at such insanity, then tears over such implacable, ideological ignorance as not even a lunatic would rejoice in. It is shameful beyond all reckoning, and shows just how ignorant and benighted are Republicans who hold political office.

Opposition to human-induced climate change has come from ( inter alia) the coal, auto, and oil industries, which have given hundreds of millions of dollars to fight controls on greenhouse gas emissions by secretly funneling money (for example) through (Republican) Think Tanks and other conservative organizations so as to give, deceptively, the appearance of intellectual inquiry, rigor, and debate on this issue. But it is all an elaborate charade. Yet again we witness how the wealthy and corporations diabolically influence public opinion in order to further their single-minded goal of unlimited profit and power—and the public weal, indeed the entire globe—be damned.

The NRA wrote and lobbied for and pushed through, thanks to overwhelming support by Republicans, a bill allowing guns on college campuses in Colorado. Never mind that unanimous opposition exists among police chiefs, professors, college presidents, and others directly affected by this bill. The NRA made sure that the bill, in the House, would pass over any and all objections. That’s what deep-pockets buy—unhindered influence. And that why lobbying as a source of influence, and the NRA, which uses lobbying to push it narrow objectives while ignoring the larger issue of public safety, are together America’s Public Enemy No. One.

The Right-wing speaks of “big government” and how it is taking over control of our lives. But the truth is, it’s big corporations, and organizations like the NRA, The (Right-wing) Enterprise Institute, and other ideological, conservative groups, that increasingly threaten the safety, health, and welfare of both our individual and communal lives—whose sole purpose is to increase corporate wealth and power.

Corporations far outstrip the government in reach and power, and thus are the real threat to our constitutional way of life—indeed, the danger of big government, by comparison, pales into insignificance. When year after year, now, the weather has become more bizarre and fantastically dangerous, not just in the US, either, but around the globe; and every credible scientific community unanimously cites human-caused greenhouse gases as the culprit—the super-rich and corporations still refuse to acknowledge the evidence because it would mean added costs on their part to lower such human-caused greenhouse gases. Forget what’s good for America or for the world; money is all their god—which is exactly why they are so dangerous.

If America is to move forward—and not backward; if it is to enter the 20th century (let alone the 21st) and provide affordable, and multiple, mass transportation systems for the whole nation (as ALL other industrialized nations have); if it is to stop human-caused greenhouse gases, and instead develop safe, renewable and sustainable sources of energy (and to hell with the auto/oil/gas/coal industries self-interested opposition); if  we are to have sane gun laws that make our nation safer rather than more dangerous (and to hell with the devilish NRA); if we are to focus once again on family, church, local (well-paying) jobs, education, and a rich and varied local communal life where small is decidedly better (and to hell with globalization, and bigness, and “made in China”—if we are to do these commonsensical things, then our great nation may once again thrive; but if we do not, it will surely die—slowly, painfully, and tragically.

Len Sive Jr.

ROSS PEROT UNINTENTIONAL PROGENITOR OF E-DEMOCRACY AND SORTITION

If we can envisage the day when democracy will go from representative to deliberative, i.e. the day when sortition will substitute elections, it’s because in the 1992 U.S. presidential campaign an independent serious candidate named Ross Perot advanced the bold challenge to tradition: if  elected, I will not govern with Congress, but with you the American people. On all outstanding issues I, or the members of my Cabinet, will address the Nation through Tv and all available media, detailing terms of problems and prospective solutions: you the citizens, as the Owners of America, will let me know your choice via phone, mail, interactive Tv, any other legal mean. Abolishing Congress it’s too difficult, also cumbersome and controversial. However Senators and Representatives will not dare to disregard the will of the Nation, out of fear of not getting re-elected. Not a sophisticated scheme, but a revolutionary one. Revolutions are never sophisticated.

In 1992 America and the world were impressed. Opinion makers either sounded the grave alarm or applauded. For first time in history, Man in the street was confronted with the choice, experimenting new ways or going along as usual. The latter prevailed of course. Ross Perot, a very successful businessman, was not elected (while winning the same number of votes, more or less, of incumbent president George Bush the Elder -as we said, Perot was a serious candidate. No maverick). However at that time Vice-President Al Gore uttered historic words, better noises, about “forging a new Athenian age of Democracy”. In fact ancient Athens did become the queen of the debate. In the days of Pericles the society that was the Intelligence of the West did practice direct democracy.

The main argument against going back to Athens was that common man, if politically empowered, would not be responsible enough as to resist the influence and propaganda of pressure groups, media, other powers; that man in the street would not be as capable of wisdom as the politicians are. Thus Ross Perot was depicted as a prospective Big Brother exercising control and suasion from the White House. At that time the Big Brother contention supported the predominant theses against deliberative, partially electronic participation. To day, twentytwo years and giant leaps of the technology later, the Big Brother argument is almost dead. Nobody seriously believes any more in the omnipotence of the media masters. Today the consensus, and the evidence, are that the true enemies of direct democracy are tradition, i.e. entrenchment of old habits, and simple inertia. Man in the street doesn’t trust himself enough.

“The Economist” against the old ways

In that context the London weekly Economist started carrying articles and “specials” which frontally  opposed the distrust in common man:

“The overdue change is a shift from representative democracy to direct democracy. In the intervals between elections it is representatives who take all decisions. There are three reasons for thinking that this is going to change. One is the growing inadequacy of representative democracy. The voter will be increasingly angry when he discovers how much influence the special-intererst propagandists are now able to wield over parlamentarians. The voter is liable to conclude that direct democracy is better.
“The second reason for thinking there is going to be a change in the way democracy works, is:  there is: no longer so much difference, in wealth and education, between voters and their elected representatives. People are better equipped for direct democracy. Third reason: the disappearance of ideology weakens the chief source of opposition to the new sort of democracy- the political parties, who have most to lose.
“Direct democracy works. If democrats have spent much of the 20th Century telling fascists and communists that they ought to trust the people, can they, the democrats, now tell the people themselves that this trust operates only every few years (at elections)?
(…) The question arises: why having elected representatives at all? Will representative democracy prove to be merely intermediate technology, a bridge between the direct voting of ancient Greece and the electronic voting?”.

Back to the dawn of the public discourse on changing democracy. For the rest of the Nineties the emphasis was on the civic use of electronics, in view of the day when the entire population would join the political process. So the key words were “digital politics, cyberpolitics, politics in cyberspace, cyberpower, technology and change, e-democracy”, and, why not, “total overhaul of politics”. As candidate Perot had proposed the phone, the Tv and the computer as instruments of communication between citizens and government, “telephone democracy, call-in Presidency, teledemocracy, democracy on-line, hyperdemocracy”  became bywords too. Sortition was not a subject at that time, simply because the distant prospect appeared to be the involvement in government of entire citizenships. Consequently, first priority was not given to the quality of deliberation. Today such quality is paramount, this being the reason why the real dichotomy  appears to be elections vs/ sortition.

“The Economist” again: “What’s gone wrong with democracy?”

The first March 2014 issue of the British-American weekly included an additional essay on the malaise of the Western political society. While recommending that the Economist theses are read in their entirety, we shall simply list hereinafter the main formulations.

“Flaws in the system have become worrying visible and disillusion with politics is rife. Democracy’s advance has come to a halt and may even have gone into reverse. Many nominal democracies have slid towards autocracy. Democracy has too often become associated with debt and dysfunction.
“The Internet makes it easier to organise and agitate; in a world where people can participate in reality-Tv votes every week, the machinery and institutions of parliamentary democracy look increasingly anachronistic.
“Cynicism towards politics (is) growing. Party membership is declining: only 1% of Britons are members of political parties, compared with 20% in 1950. A survey of seven European countries in 2012 found that more than half of voters “had no trust in government” whatsoever. A YouGov opinion poll agreed that “politicians tell lies all the time”. Political systems have been captured by interest groups.
“In the mid-1970s Willy Brandt, the former German chancellor, pronounced that “Western Europe has only 20 or 30 more years of democracy left in it”. The combination of globalization and digital revolution has made some of democracy’s most cherished institutions look outdated. Established democracies need to update their own political systems.
“An online hyperdemocracy where everything is put on an endless series of public  votes would play to the hand of special-interest groups. But technocracy  and direct democracy can keep each other in check. California’s system of direct democracy allows its citizens to vote. Similarly the Finnish government is trying to harness  e-democracy. Many more such experiments are needed  -combining technocracy with direct democracy”.

In an age when mankind is planning to colonize Mars, or to mine asteroids for metals, it will probably become clear the silliness of electing representatives (in fact lifetime career politicians)  the same way the British colonists did three centuries  ago in America.

A.M.Calderazzi and Associates of  www. Internauta online.com