COME EVOLVERA’ LA MONARCOREPUBBLICA FONDATA DA RE GIORGIO&RENZI

La ‘cronaca dell’imminente’ che qui segue riprende la narrazione, sempre di Porfirio, “Il regime boccheggiava ma lo salvano re Giorgio&Renzi”. Vi si riferiva dell’idea concepita da Quei Due per scongiurare la morte del regime: lo Stivale non ne può più della repubblica partitica e ladra, facciamola evolvere in monarco-repubblica a impianto semidinastico. Non più la brusca cesura del 2 giugno 1946, non più il baratro tra la livida repubblica dei mitra partigiani e un passato non indegno che fece l’Unità. Bensì una Regia Repubblica capace di mondarsi degli errori e così ricacciare l’ondata antipolitica, tanto intrisa di populismo e di invidia sociale.

A questo Grande Disegno che dà vita alla Quinta Italia (pendant  cisalpino della gollista Cinquème  republique, però ingentilito dal recupero dei Troni) l’irresistibile Matteo apporta l’eccezionale talento di rottamare tutto senza actually  cambiare niente. L’anziano monarca partenopeo conferisce la sua biografia di multa passus. Iperprofessionista della politica politicienne, le ha passate tutte, dallo stalinismo al fermo impegno nord-atlantico circonfuso di gloria afghana e coronato di droni, dalla milizia proletaria a quella liberista baciata dalla caduta del Muro).

Per riassumere: la Repubblica dei ladri ha esasperato il popolo, allora abbelliamola con un controllato recupero del retaggio monarchico, quando la classe di governo era ricca di suo e rubava meno. La propedeutica di questo recupero è stata appunto il senso dell’ultimo biennio di Giorgio. E Renzi è confluito.

La transizione alla Monarcorepubblica comincia con chi succede a re Giorgio (e ha  accettato le regole d’ingaggio). Essa transizione troverà pieno compimento allorché il dominus di palazzo Chigi subentrerà al successore -uomo, donna o in between che sia- di re Giorgio. In omaggio al dettato costituzionale che al Quirinale esige un almeno cinquantenne, l’ascesa al trono di Matteo non potrà avvenire all’esatto termine del Settennato che seguirà al Novennato mergellino; bensì tre anni dopo. Quest’ultima difficoltà sarà agevolmente aggirata: a) implorando l’Uscente di restare per i tre anni che mancheranno al Fiorentino, oppure b) accorciando il mandato di chi seguirà al successore che conosceremo a giorni, accorciandolo attraverso dimissioni spontanee o incoraggiate; in alternativa, ricorrendo ad uno dei mezzi innumerevoli volte impiegati nel Rinascimento nostra gloria (veleno o pugnale).

Insediandosi sul Colle, re Matteo sarà il quarto della dinastia dei Giorgidi (terzo se non contiamo il fondatore, il consorte di Clio). E tuttavia: nella nuova legittimità istituzionale e storica sarà ingiusto e contraddittorio, date le note finalità, escludere le case regnanti ante- 1860. Pertanto lo schema Renzo&re Giorgio prevede di affiancare a ciascun  futuro capo dello Stato un vice capo-coronato espresso dalle dinastie pre-unitarie. Un Savoia innanzitutto: non lo screditato ramo Carignano di Vittorio Emanuele IV, bensì uno collaterale, un Aosta, un Savoia-Genova, un Savoia-Abruzzi dell’Esploratore polare.

Più delicato catapultare al vice-Quirinale uno dei Visconti, Sforza o Gonzaga che pullulano nel Nord assieme ai rampolli della nobiltà dogale di Venezia e di Genova. Un posto è assolutamente da garantire a un Asburgo-Lorena, a un Asburgo-Este e soprattutto a un Borbone (regnarono in Toscana, a Modena-Reggio e, tutt’altro che least, a Napoli).

Volendo affiancare ad ogni futuro presidente un portatore di legittimismo, con mandati di sette anni ciascuno le possibilità di rotazione sarebbero esigue. Il rimedio sarà di nanizzare il mandato del vicepresidente dinastico.

Soluzione migliore sarà di riservare alle dinastie cessate i governi locali. Fioriscono i progetti che rimaneggerebbero Regioni e Province: cosa di più naturale che far rivivere gli Stati principeschi anteriori alle usurpazioni dei plebisciti 1860? Restituendo Mantova a un Gonzaga, Bologna a un Bentivoglio, la Romagna al cardinale legato, le Due Sicilie a un Borbone, il distacco tra popolo e Istituzioni si ridurrebbe a poca cosa.

Un caso a sé sarebbe la Sicilia. I Borboni di Napoli non si identificarono abbastanza con la Trinacria. Forse andrebbe fatto un sorteggio tra le grandi case isolane. Potrebbe così avere una chance il nostro Raimondo Lanza di Trabia, da poco corrispondente di ‘Internauta’ da San Pietroburgo. Volendo una donna, ci sarebbe la nostra Monica Amari: non solo è nipote di Michele, senatore, ministro e  massimo storico degli Arabi di Sicilia, ma alla lontana è saracena di rango essa stessa.

Porfirio

IL REGIME BOCCHEGGIAVA MA LO SALVA LA PENSATA DI RE GIORGIO&RENZI

Per un tot di settimane e mesi, magari anni, il marasma preagonico del sistema risulterà fermato, persino mai cominciato. Trovato a giorni il Novello Sire, i giornaloni alla testa di tutti i media intoneranno Te Deum esultanti. Sembravamo perduti, invece abbiamo imboccato la strada della salvezza. Ce l’ha aperta un’idea di Quei Due: la repubblica ha tediato, semi-restauriamo il Regno.  Saldiamo il ciclo repubblicano a quello sabaudo della nostra storia; amalgamiamo la Più Bella delle costituzioni allo Statuto Albertino. Si fa una continuità ragguardevole, 167 anni. Il Risorgimento idolatrato dai nostri nonni più la belluina audacia della Resistenza, più le conquiste dei cassintegrati. 167 anni unificati sotto il bianco Stellone d’Italia.

Sorto monarchico (J’attends mon astre  fu antica divisa sabauda), lo Stellone -ricordiamolo- è nello stemma della Repubblica. Quest’ultimo non dovremo nemmeno cambiarlo, salvo ritocchi, se ufficialmente torneremo a Carlo Alberto (‘Anch’egli è morto, Dio, per l’Italia’  poetòCarducci). Di Statuti albertini ne avemmo addirittura due: il primo,  che Carlo Alberto  aveva octroyé da reggente di Sardegna, fu cancellato con sdegno da re Carlo Felice. Internauta ne celebrerà il bicentenario nel 2021.

Nessuna torsione eversiva in questa ricostruzione della nostra vicenda nazionale. Semplicemente Re Giorgio&Renzi profittano della lungimiranza dei padri e nonni Costituenti. Quelli avevano previsto che dopo settant’anni  lo Stivale non ne avrebbe potuto più dei partiti usurpatori e ladri della Casta; pertanto i loro giuristi scrissero una Costituzione manomorta, immodificabile, immarcescibile, ma pensata in modo da non farci correre il rischio di qualche correzione e novità. La Carta manomorta ha questo di provvidenziale: il popolo non sopporta più i politici che elegge (peggio per lui che li elegge, sapendoli farabutti e Proci), ma il congegno consente che essi governino senza consenso, contro il popolo.

Tale congegno, quasi il top della stabilità/governabilità, è stato testato con risultati lusinghieri nel biennio finale di Napolitano: al Paese, alla Plebe inferocita, si sono dati in pasto tre governi-kamikaze (Silvio-Monti-Letta) per poi insediarne un quarto senza confronti più gradevole, elettrizzante per chi volesse novità e rassicurante per chi le rifiutasse. Un’operazione degna del ‘connubio’ Cavour-Rattazzi (1853), premessa e anticamera  dell’Unità.

Renzi è lo statista occidentale che ha fatto più strada quasi senza  muoversi di un passo. Riforme una più clamorosa dell’altra, però impercettibili. Bizzeffe di innovazioni virtuali senza toccare una virgola della Costituzione; piuttosto valorizzando le prerogative monarchiche del Quirinale. Che c’è di strano o di male? Nel 1789 alcuni Fondatori cercarono sul serio di proclamare George Washington re degli Stati Uniti.

Tra un certo numero di giorni il connubio Renzi-re Giorgio verrà hopefully  allungato di sette anni. Colui/colei che salirà al trono sarà proclamato Risorsa della Patria, e per un po’ il Paese si calmerà. I media descriveranno la Risorsa come il compendio di quasi tutte le virtù, tempra, sapienza, calore umano, congenialità agli intonachisti come alle élites. Molti italiani patriottici alla Aldo Cazzullo riscopriranno lo Stellone ingiustamente dimenticato, così come nella limitrofa Francia è tornata di moda Marianna, giovane dea repubblicana, patrona tra l’altro dei vignettisti blasfemi e dei transgender del globo.

Il presupposto di sviluppi così costruttivi: la Casta si è ricompattata, superando le sue divisioni. La mano ferma e la moral suasion  le ha messe re Giorgio, il resto l’ha conferito Renzi. Minacciando di smantellare non tutto ma molto, poi non smantellando niente, Renzi ha rafforzato gli ormeggi e riparato le falle del traghetto “La Casta”. Ora galleggia bene, non minaccia più di affondare. Resterà quanto basta in cantiere, poi riprenderà il mare, più superbo di prima. L’unità dei politici di professione fa la forza.

Il colpo di genio è stato  far risultare che una componente monarchica fa bene alla repubblica. I partiti maneggiano e rubano, i politici peggio, ma nella Reggia sul Colle c’è  con la sua corte un dinasta che vigila e corregge. Perché correre l’avventura di istituzioni nuove, perchè rinunciare alle dolci certezze e magagne delle urne? Perché fare a meno delle prassi, delle tradizioni, convenzioni e concertazioni, degli andazzi persino? Le scarpe sformate sono le più comode.

Niente salti nel buio. Renzi ha dimostrato possibile di galvanizzare gli animi senza cambiare nulla: non un super o mini burocrate licenziato, non un vitalizio negato, non un

gioiello venduto, non un reato da carcere duro in meno. Questo l’apporto di Matteo; re Giorgio ha dato fideiussione di correttezza istituzionale. In compenso molti tratti stilistici sono cambiati: fresche Veneri capeggiano dicasteri e diplomazie  con guance tirabaci e glutei da paradiso delle urì, dunque nessuno sostenga che non accade nulla. Le riforme di Renzi, sempre integrali anzi micidiali, sempre rassicuranti, cambiano tutto senza cambiare nulla. Se arriverà il Quantitative Easing, cioè la Ripresa, il gioco sarà fatto.

La repubblica ‘alla monarchica’ di Adolphe Thiers dette alla Francia, sorella latina, un settantennio di Belle Epoque e prosperità. Se il nostro settantennio repubblicano si salderà

al Regno dei Savoia e al sesquimillennio di governo pontificio, sfuggiremo alle incognite delle novità grosse, terrorizzanti: in primis quella scelleratezza della democrazia diretta, senza urne, senza politici ladri e a vita!

Porfirio

IMPAZZANO GLI INNI ALL’ILLUMINISMO, SI SORVOLA SULLE GHIGLIOTTINE

Riflettendo sui fatti di Parigi il teologo Vito Mancuso ha colto l’occasione per prendere alcune distanze dal retaggio illuminista. I precetti di tale retaggio -diciamo noi-non possono essere nostri, visto che fomentarono quell’esplosione di ferocia che fu il Grande Terrore. In quei mesi, secondo Mancuso, morirono sul patibolo 200 persone al giorno.  In confronto i ‘vendicatori di Maometto’ risultano misericordiosi…

Per verificare i conteggi del prof. Mancuso andrebbe assodato che si intende per Grande Terrore. “Per vari mesi, recita un manuale di storia, è tutto uno sfilare di carrette di condannati. Il Terrore provocò in Francia 16.600 vittime; gli arrestati furono mezzo milione. 2625 ghigliottinati nella sola Parigi. A Nantes i noyades  (annegamenti) del convenzionale Carrier fecero da duemila a tremila morti; altrettanti le ‘colonne infernali’ di Turreau in Vandea; altrettanti una commissione di censimento ad Anger”.

Dopo l’estate di vittorie militari nel 1794 ci si attendeva che il Terrore avesse fine. Invece le lotte all’interno del regime rivoluzionario  fecero andare al massimo le ghigliottine. Nella mitologia repubblicana la Francia era diventata la patria della tolleranza e della fraternità. Invece la menoma discordanza di linea rispetto ai momentanei detentori di potere determinava la morte: trionfava il perfetto contrario della libertà e della democrazia richiamantesi all’Illuminismo.

Tutti sanno che la Terreur  mise a morte  la maggior parte dei distruttori dell’Ancien Régime. Il triumviro Robespierre, pontefice della religione dell’Essere supremo e temporaneo conduttore del gioco politico, fu con Saint Just tra i ghigliottinati di due giorni dopo la svolta dell’8 Termidoro. Seguirono l’11 Termidoro altri settantuno decapitati,  dodici il giorno successivo.  Tra il settembre 1793 e la caduta di Robespierre

(27 luglio 1794) furono ghigliottinati, in genere coi loro seguaci, grandi capi come Hébert, Desmoulins, Couthon (che era un paralitico), Vergniaud, Danton (sua moglie pochi giorni dopo); nonché, assieme a molti qui omessi, il Carrier degli annegamenti  a Nantes.

Si usa dire, con qualche sbavatura maccheronica, che le conquiste della Più gloriosa delle rivoluzioni furono anche conquiste dell’Illuminismo. Però quelle conquiste generarono l’estremizzazione mostruosa dello scontro politico. Non per niente in altri tempi si chiamarono “Terroristi” i protagonisti della fase del Terrore. Il terrorismo dei nostri giorni è ovviamente cosa affatto diversa dal condurre una fase rivoluzionaria secondo scelte anche le più aspre. Ma le ferocie compiute prima del sopravvento di Bonaparte non furono mai moralmente superiori ai metodi dell’estremismo islamico.

Per i cantori della Democrazia, sia quella liberal-capitalista sia quella progressista, l’ultimo decennio del Secolo dei Lumi fu un tempo aurorale, un Avvento, la matrice di un’umanità migliore. Invece fu una stagione spietata, di cui nessuno meni vanto.

Tutta l’intelligenza di un’età aperta da Cartesio non seppe inventare congegni dialettici migliori degli arnesi del boia: la carretta per il patibolo, l’infallibile lama, la cesta in cui rotolavano le teste. Pochi morituri ebbero la sprezzatura elegante di Danton: “Mostra al popolo la mia testa -disse al boia salendo gli scalini- ne vale la pena”.

Nei giorni del trionfalismo républicain  –i milioni di patrioti che cantavano la Marsigliese, la vacua solidarietà dei governanti invitati, l’Occidente quasi tutto Charlie (a chiacchiere), l’apoteosi della Libertà intera, Parigi capitale del mondo, finalmente qualcosa per cui lottare- il maremoto delle fandonie è stato devastante. Solo il Maggio ’68 produsse  un’orgia di non-sense  pari all’attuale.

Repubblica, capofila del consumismo demoplutocratico, non ha esitato a scrivere a tutta pagina l’esilarante titolo “La rivolta di Parigi: Libertà”: quasi la capitale diciamo così ‘del mondo’ si fosse ribellata a re Carlo X, anzi a Napoleone guerrafondaio e distruttore di propri eserciti.

“La Francia si è risvegliata” ha scoperto un esclamativo giornalista del Corriere. “Ha ritrovato unità, passione civile, orgoglio. Ha messo nell’angolo i profeti di sventura, i teorici del declino, i predicatori dell’oscurantismo (…) I francesi, su questo terreno, sono davvero unici e impareggiabili”. Nella foga, detto giornalista si è persino permesso lo svarione di menzionare quel “No pasaran  di un’attualissima linea Maginot”; ignaro che il No Pasaran fu uno slogan madrileno della guerra civile spagnola e non c’entrava con la possente linea Maginot. Quest’ultima si rivelò perfettamente inutile, e restò simbolo di disfatta (la Wehrmacht passò!).

Presto -tempo i prossimi mesi- si confermerà che le ubriacature di retorica patriottica e politicastra portano male. Le menzogne nazionaliste apparvero funzionare nel 1914, ma costarono un milione e mezzo di morti francesi e dilazionarono di poco la fine della grandezza continentale della Francia. L’epopea antifascista del terribile Front Populaire durò pochi mesi. I gridi di battaglia del Maggio 68 sono finiti in chissà quale sciocchezzaio  o meglio dump-ground  della storia.

A.M.C.

CANI E GATTI: ARCISPEDALE S. ANNA, Ferrara 1974

L’entrata all’Arcispedale S. Anna era stata una svolta epocale in quanto seguita da uno stipendio, ed anche piuttosto buono per i tempi di allora. La famiglia forniva a casa un servizio alberghiero ineccepibile, camicie stiratissime, pantaloni con piega al laser e cena sempre calda, ogni ora e gratis.

Il Reparto di Medicina Nucleare veniva ancora chiamato Terapia Fisica, in quanto ospitava un gruppo di tecnici esperti di massaggio con le mani e con il calore. Ma la parte trainante era la Medicina Nucleare in quanto era la sede ove i radiofarmaci venivano preparati e iniettati nei pazienti. Sistemi di rilevamento erano costituiti da un vecchio quanto affidabile scanner meccanico Mallincrodkt affiancato da una moderna gamma camera a schermo largo. La chicca finale era costituita dal NUKAB 2530, uno dei primi calcolatori giunto in Italia ed applicato allo studio digitalizzato dei segnali provenienti dalla gamma camera. C’era poi la Radioterapia, ma questa era di pertinenza del Dr. Susa. E proprio il nome del Primario della Radioterapia fu uno dei primi insegnamenti che l’Ospedale diede all’orgoglioso neolaureato con il Prof. Baserga della Clinica Medica e con il massimo dei voti: non fidarsi delle impressioni e soprattutto controllare i dettagli più irrilevanti. Fu sorgente di notevole imbarazzo sociale scoprire che il Dr. Susa non si chiamava affatto Susa, ma era un appellativo che il personale concorde gli aveva attribuito per la sua flemma e i movimenti plantigradici. Il termine susamlon a Ferrara indica persona con le caratteristiche citate. L’astuto personale capì benissimo che non era possibile chiamare un Primario ospedaliero con un termine del genere, per cui si scivolò rapidamente in un innocuo Susa.

La Medicina Nucleare in vivo era affiancata da quella in vitro, gestita in modo diretto quanto qualificato da Angela che stravedeva per il Dr. Bagni. Assieme a questo ultimo, il giovane neoassunto lanciò una serie di dosaggi radioimmunologici (RIA) che consentivano di valutare quantità infinitesimali di ormoni maschili e femminili. Questo significò che la clientela del Reparto si arricchì di signorine con disturbi mestruali, di signore meno giovani alla disperata ricerca di figli, o di maschi desiderosi di essere rassicurati sulla loro virilità.

La Caposala Giorgia era persona di grandi esperienze, a fine guerra un ordigno bellico le aveva scarnificato una gamba, ma era sostenuta da spirito e da forza interna tipici delle donne emiliane. Era anche donna di grande coraggio e inattesa forza fisica. Tutti i giorni, il personale della Terapia Fisica di ritorno dalla mensa passava lento pede di fronte a Giorgia snocciolando una sequela di proposte intime difficili da sostenere e fisicamente impegnative. Di fronte a questo kamasutra di maschi di varie età, Giorgia rispondeva con l’approccio emiliano tipico, dando risposte spiritose e mai astiose o maleducate.

Un giorno Giorgia aveva la luna di traverso, percepibile anche dal modo con cui batteva ritmicamente sul pavimento con la gamba ramata. Nessuno nel Reparto osava interagire con lei in quei giorni.

Gli ignari maschi di ritorno dalla mensa non si sottrassero al rituale e presentarono tutte le possibilità previste dal copione. Stavolta Giorgia perse il suo tradizionale aplomb. Il personale della Terapia Fisica già vestiva le tutine chirurgiche che sarebbero divenute di moda con ER e George Clooney. Stavolta Giorgia scattò come un serpente e al centro del corridoio del Reparto slacciò il nodo del laccetto che sosteneva i pantaloni del primo malcapitato maschio. Non contenta di questo, Giorgia tirò giù le braghette dello stupitissimo bersaglio e si trovò di fronte ad un ciuffettino di pelo rosso da cui spuntava un modestissimo ammenicolo maschile. Giorgia aveva una rispettabile esperienza specifica nel campo. Cominciò a soppesare l’articolo, a mostrarlo circolarmente a tutti gli astanti che si erano intanto affacciati da studi e aree di lavoro, scandendo con voce chiara ed alta che erano proprio illusi se pretendevano di fare con lei le cose appena prospettate con un set strumentale così risicato. La pratica dei salaci commenti al ritorno dalla mensa cessò come per incanto.

L’esperienza di Giorgia veniva anche sfruttata a scopo medico. I maschi che si presentavano al Servizio di Medicina Nucleare per test ormonali esponevano al medico di turno anamnesi di lunghezza sterminata, con dettagli laterali del tutto marginali: solo dopo un’ora giungevano a confessare sintomi non indicanti feroce virilità. Il medico giovane impiegava almeno un tempo del genere per avere un tale indirizzo diagnostico. Con un semplice sguardo Giorgia faceva invece diagnosi a distanza, per di più sempre confermata dai risultati dei dosaggi ormonali.

Il personale medico della Medicina Nucleare era costituito dal Dr. Gianluigi Crema, Aiuto poi diventato Primario FF (Facente Funzione). Uomo di qualità superiori per cultura ed umanità, era decisamente fuori posto nella politica ospedaliera dell’Arcispedale per non parlare di quella universitaria. Altro componente della equipe Medicina Nucleare era un giovane assistente, che aveva avuto l’idea di investire un periodo negli USA durante il corso universitario: in quella occasione aveva avuto modo di lavorare per qualche mese in una Medicina Nucleare. Tutto era nato nel 1971, quando si era deciso che l’Italia andava stretta ad un gruppo di giovani studenti di medicina, ma anche appassionati di rugby e moto. Questi si erano impuntati a conoscere il mondo medico al di fuori dell’Arcispedale Sant’Anna.

La maggior parte di loro veniva dallo Scientifico e aveva ottima conoscenza del tedesco, utile d’estate sull’Adriatico ma non tanto in medicina. Quelli del Classico non si ponevano il problema, in quanto lingue straniere diverse dal latino e greco non erano nemmeno contemplate. Per comune accordo si convenì che le lacune dell’inglese fossero molto gravi, per cui iniziò subito un sistematico approccio allo studio della lingua di Shakespeare. Il metodo originale adottato fu la traduzione dei testi di Bob Dylan, patrono della cultura musicale dei tempi. Quello che gli ingenui seguaci della lingua non potevano ipotizzare è che la conferma di una logica interna alla traduzione non poteva venire dai versi di Dylan o di altri, che molto spesso scrivevano sotto l’ispirazione di polverine magiche. Si tentò anche con film audacemente in lingua originale o con la traduzione della colonna sonora di Easy Rider. Il risultato fu una conoscenza del tutto occasionale, con dettagli esasperati quanto inutili e soprattutto mancante di ogni ragionevole base e logica culturale.

L’anno successivo il gruppo degli studenti si era ridotto e il futuro esperto di Medicina Nucleare inviato a Chicago, Ill. L’orgoglio del destinato crollò quando scoprì di essere stato destinato ad un piccolo Ospedale situato al centro del ghetto nero di Chicago. L’inglese parlato in zona e dai pazienti ivi afferenti aveva un tenuissimo legame con quello insegnato in Inghilterra. In quanto sopravvissuto all’esperienza USA, il giovane studente di Medicina era tuttavia convinto di essere divenuto padrone della lingua inglese, senza alcun dubbio residuo.

Una delle prime attività dopo la presa di servizio all’Arcispedale nel 1974 fu quello di incrementare l’accesso alle riviste, ai libri leader nel campo anglosassone e stabilire relazioni con gli Stati Uniti. C’era insomma un tentativo non nascosto di tirarsela un po’ con l’esperienza americana, per altro molto funzionale alla pesca di signorine.

Il Dr. Crema aveva invece un inglese molto buono, che aveva acquisito per una sfortunata coincidenza di vita, vale a dire prigionia in India sotto gli Inglesi dopo la cattura in Nord Africa. I campi inglesi avevano la caratteristica di essere terribili per condizioni di vita e per la disperazione diffusa che regnava in agglomerati di migliaia di maschi ventenni e con Ufficiali anziani e svogliati.

La disperazione era combattuta in modi diversi, con tentativi di fuga assai rischiosi o con sfide sportive come quella di piantare il tricolore sulle vicine cime himalayane, ritornando poi al campo. Queste sfide avevano preso avvio in Africa, quando un gruppo di italiani prigionieri in Etiopia aveva eluso la sorveglianza e con mezzi primitivi erano riusciti a scalare il monte Kenya. Fu considerato uno sberleffo intollerabile da parte dei club dei supponenti Ufficiali inglesi vedere il tricolore con lo scudo sabaudo garrire sulla montagna.

Il Dr. Crema adottò una strategia differente. Riuscì ad avere un dizionario The Universal English Dictionary di Henry Cecil Wyld che accanto ad ogni voce metteva significati, sinonimi e antinomi. Del libro ne studiava a memoria alcune pagine al giorno e le ripeteva per sè e per gli altri. A fine prigionia aveva una cultura sterminata di termini inglesi.

Dopo la prigionia, il Dr. Crema investì un anno della propria vita a perfezionarsi in Radiologia proprio all’Università di Chicago, raggiunta in nave.

La coincidenza delle esperienze nel Midwest americano fu occasione di rapido feeling, oltre alle stime professionali.  Il Dr. Crema portò come regalo al neo-assunto una copia del mitico dizionario e tutte le mattine il malcapitato veniva interrogato sul significato di alcuni termini, su sinonimi e antinomi. I risultati erano deludenti per le attese del Maestro, mentre la giovanile baldanza dell’allievo non veniva scalfita da questi segnali preoccupanti sulla sua cultura inglese.

In quegli anni la rivista “La Ricerca in Clinica e in Laboratorio” era uno strumento della Hoechst per fidelizzare clinici e laboratoristi. La rivista era scritta in italiano e come benefit per i lettori includeva anche alcune sintesi di importanti lavori scritti in inglese. Come ulteriore bonus per i membri della redazione scientifica (e Bagni lo era) c’erano le traduzioni di questi pezzi, che erano pagate discretamente bene. Bagni affidò al giovane assistente la lettura e conversione sintetica in italiano di un lavoro importante per la comunità degli endocrinologi, che avevano visto cambiare il loro modo in base ai dosaggi RIA. La parte sperimentale era stata condotta in mice, che rappresentò un elemento di sorpresa per il giovane medico, che da buon campagnolo si chiedeva come fossero possibili approcci sperimentali così dinamici in animali notoriamente considerati di moderata trattabilità.L’equivoco fu generato da ignoranza sul plurale mice, nemmeno considerato legato a mouse, ma ritenuto semplicemente indicare gatti. Un numero della rivista “La Ricerca in Clinica e Laboratorio” del 1975 contiene ancora traccia di questo imbarazzante strafalcione.

La stessa rivista andò avanti per qualche anno e fu chiusa per tagli di bilancio, non prima che un ulteriore voragine culturale lasciasse tracce scritte di se’. Un differente Materials & Methods indicava che gli esperimenti erano stati condotti su mongrel dogs. Questo termine accese immediatamente una lampada nel ricordo. Infatti, My Back Pages del solito Dylan recita:

In a soldier’s stance, I aimed my hand

At the mongrel dogs who teach

Fearing not that l’d become my enemy

In the instant that I preach

My pathway led by confusion boats

Mutiny from stern to bow

Ah, but I was so much older then

 

Un testo sicuramente poetico ma di oscura comprensione formale. Sulla base di questo bagaglio culturale, la traduzione stavolta osò indicare che i test erano stati fatti su cani di razza mongrel. Purtroppo solo a cose fatte, il Dr. Crema segnalò che mongrel indicava bastardo, una antitesi di razza e un passo falso grave per un futuro genetista. Stavolta Il volume della Rivista fu lestamente fatto sparire dalla biblioteca, dopo l’esperienza precedente.

Accanto a queste attività culturali ancorché di basso livello, ve ne erano altre di tipo edonistico, vale a dire indirizzate ad apprezzare i lati positivi e piacevoli della vita. La Radiologia era posta a accanto alla Medicina Nucleare e gestiva un traffico di pazienti di tutto rispetto. Il Reparto allora aveva in carico numerosi esami di routine basati su diagnostica per immagini convenzionali ed altri che erano di tipo funzionale. Per questi ultimi era necessario anche impadronirsi di specializzati modi di fare e soprattutto di parlare: ad esempio, lo studio del polmone era basato sul tipico esame RX prima e dopo un banale colpo di tosse. Quando il medico richiedeva “tossisca, signora”, la paziente rimaneva immobile. Interveniva allora lo scafato Tecnico con un chiaro “tosca, sgnora”, ottenendosi una pronta reazione diaframmatica. Si era indubbiamente sviluppata una semantica particolare nelle interazioni con i pazienti che in quegli anni ancora usavano il dialetto come prima lingua. Da questa semantica erano un genere esclusi i dottorini giovani parlanti esclusivamente italiano oppure quelli che venivano da fuori Ferrara o addirittura Emilia. Quando un paziente riferiva di avere avuto uno scampanezzamento (rumore di campane) per tutta la notte tale da non aver potuto dormire, il giovane medico era già pronto ad ordinare complicati esami specifici.  Lo scafato Tecnico invece capiva benissimo che la paziente non aveva nulla, ma voleva solo farsi notare. Un altro modo di dire non compreso nella semeiotica del Campanacci era quello legato alla descrizione di sintomi cardiaci. Alla domanda del supponente dottorino che chiedeva come andava l’attività cardiaca, molto spesso le pazienti entravano in complesse e articolate descrizioni che potevano giungere a includere la vena aortica dal zarvel (cervello). Altri pazienti erano più focalizzati sull’area cardiaca, di cui venivano enumerate diligentemente storiche deficienze funzionali tali che la paziente non riusciva a tollerare nemmeno una caramella di menta. A questo punto l’inesperto dottorino era già pronto con l’elettrocardiogramma, Ambu o altri strumenti; l’esperto Tecnico invece alzava un sopracciglio e suggeriva alla signora l’uso di caramelle all’anice, nutritive e cardiotoniche.

Altro esame funzionale era quello della colecisti, per la cui contrazione si richiedeva l’ingestione di minime quantità di uovo. Quando la persona si presentava diligentemente allo sportello per la prenotazione, il Tecnico di turno si peritava di informare la esaminanda che era necessario portarsi l’uovo da casa. Le uova dovevano essere freschissime (che sinò l’esame non veniva) e dovevano essere almeno una dozzina. Le 11 uova/paziente residue dal test venivano usate nel turno di notte per ampie frittate di sicuro impegno epatico-gastro-enterico.

L’uovo aveva anche altre destinazioni più nobili. Accanto alla Radiologia Ospedaliera c’era quella Universitaria, istituzionalmente destinata agli esami più importanti e che uscivano dalla normale routine. Medici e personale erano più fini della controparte ospedaliera, parlavano quasi sempre in italiano, anche perché la struttura universitaria era guidata da un Professore di Torino.

Ferrara era nel cursus honorum del circuito della Radiologia accademica, e ai candidati in pectore per le posizioni più prestigiose veniva richiesto un periodo di transizione in sedi periferiche. Il Professore di Torino era alto, di bell’aspetto, biondo, avvolto in tessuti sartoriali di Biella e apparentemente non disdegnava le grazie femminili. Tutte le signorine del Reparto erano senza parole di fronte al luminare che veniva da lontano, che riceveva lettere addirittura da fuori Italia e che sempre aveva la meglio in tutte le discussioni cliniche del Sant’Anna. Parte di questo veniva dal fatto che la persona era di suo molto colto, aveva grande esperienza internazionale e soprattutto passava molto tempo nell’osservazione delle lastre relative ai casi clinici più difficili. La Caposala di Radiologia Universitaria era una bella signora e sapeva di avere una missione primaria che era quella di dimostrare una netta superiorità nei confronti della collega ospedaliera. Per questo, la lettura delle lastre del giorno veniva fatta gomito a gomito tra Professore e Caposala: dato che si imparava molto in quei frangenti e per evitare disturbi e noiosi contrattempi, la lettura veniva fatta a porte chiuse. Verso le 11.30 la Caposala portava l’uovo sbattuto per il Professore, con molto zucchero e una punta di marsala. Nessuno riuscì mai a togliere al Professore l’epiteto di zabaion durante la sua permanenza nella Bassa.

Fabio Malavasi

CINE e SPETTACOLO: anni ’60 a Ferrara

Alla fine degli anni ’60 a Ferrara i cinema erano numerosi. Vi erano gli storici Apollo ed Apollino in Via Porta Reno, mentre il Nuovo troneggiava sul Listone, dotato di una vistosa cupola, che alla fine degli spettacolo si apriva per fare uscire i cumulo nembi di fumo di sigaretta che allora aleggiava sugli spettatori. C’erano poi l’antico Ristori in Via Cortevecchia seguito dall’innovativo Rivoli. In zona più defilata infine vi era il cinema Corso in Porta Po.

Questi erano i cinema “bene”, dove si andava a vedere film di certa caratura artistica oppure di avventuroso avanzato: il Nuovo fu il primo a presentare “007”. Ferrara era equipaggiata anche con cinema di categoria meno elevata, quali il Diana in Via San Romano, il Manzoni in Via Mortara e il Mignon in Porta San Pietro. I cinema di serie B condividevano la caratteristica del doppio spettacolo, che incominciava rigorosamente alle ore 14:00 e lì potevi tirare fino a cena. Tempi lunghi necessitavano anche di sostegno alimentare, per cui davanti all’entrata vi erano tricicli con venditori che fornivano mistocca (castagnaccio) e caldarroste mentre nella stagione estiva andavano brostolini (semi di zucca salati), ceci, carrube ed altri prodotti di modesta qualità erano i top seller. I doppi spettacoli erano anche sedi di incontro di maschi di non eccelsa virilità, di cui si diceva anche che ponessero insidie ai bambini giovani ed inesperti.

Un ruolo a parte l’aveva il Teatro Verdi, da sempre specializzato in avanspettacolo. Per chi non ha la sfortuna di avere una certa età il termine non indica nulla, invece per gli attivi negli anni ’60 avanspettacolo significava una azione corale con attori maschi (pochi) narranti storielle di indubbio cattivo gusto, accompagnate dallo spettacolo con esibizione di ballerine. Le ballerine di quegli anni erano robuste ragazze, di fianco opimo e di profondissimi decolté su materiale non sempre in solido sostegno. Infine veniva la stella, la Wanda Osiris dei poveri, che era in genere giunonicamente alta, sicuramente con qualche misura in più di petto e dotata anche di un significativo numero di chili. La stella interveniva pochissimo durante lo spettacolo e dispensava la sua apparizione alla scena finale, dove scendeva da una scalinata e cominciava a togliersi pezzo su pezzo del già succinto abbigliamento di partenza.

La popolazione che andava al Teatro Verdi aveva una precisa stratificazione sociale, che si rifletteva anche nella collocazione spaziale interna. La platea era costituita in genere da coppie famigliari che consideravano lo spettacolo sicuramente divertente per la cultura del tempo. Il loro segno di apprezzamento era costituito da un sorriso o al massimo riso marcato, sempre comunque nei limiti di un sano divertimento. I palchi invece ospitavano persone che li avevano ereditati per tradizione sociale, quando faceva status symbol andare al Verdi. All’interno dei palchi c’era una ulteriore suddivisione sociale con le famiglie più preminenti (cioè più ricche) poste quasi sul palcoscenico.

Il lumpen proletariat ferrarese condivideva con gli studenti universitari l’intero Loggione, in quanto era l’accesso a più buon prezzo in assoluto.

Avanspettacolo sì, ma sempre di teatro si parlava e quindi era necessario andarci vestiti bene. Negli anni ’60 si era nella coda di quel lungo modo di considerare le vestimenta di due tipi, delle feste e di tutti i giorni. Il grande miglioramento economico che aveva coinciso con il centenario dell’Unità d’Italia aveva portato a cambi epocali anche nei modi di vestire, in genere l’ultima delle preoccupazioni in una economia basata in precedenza su ristrettezze e risparmio. Però le abitudini sono lunghe a morire in provincia, e quindi i primi soldi in più furono impiegati a variare l’abbigliamento di tutti i giorni. Il vestito delle feste invece era rimasto una divisa quasi immutata e tarata da un uso multifunzionale. Il vestito delle feste aveva la variante povera (di gran lunga la più diffusa), in genere basata sull’abito del matrimonio, oculatamente scelto per tenere tutte le stagioni. Accanto a questa vi era la versione più fine, adottata invece dalla selezionata popolazione di persone che si dividevano tra il Bar Boni e l’Europa.

Si partiva dalla giacca, rigorosamente blu e oggetto di attenzioni maniacali da parte del sarto Guiorci. Vicino alla Scuola Aldo Costa, in Via Mentessi, Guiorci aveva la sua bottega, che aveva messo in piedi con una vita di sacrifici lavorando come ragazzo della mitica sartoria Tubi. Per lui che veniva dalla campagna, il lavoro in sartoria era una passeggiata e ne approfittò per carpire tutti i segreti dell’atelier, per conoscere le persone in città che facevano tendenza ed anche per capire i tessuti, la loro provenienza e dove trovarli. Si mise in proprio e il suo studio sartoriale ebbe un rapido successo, testimoniato da un crescente numero di persone importanti che si servivano da lui. Non è dato sapere se le liste di clienti di una sartoria rientrino nell’ambito del segreto professionale, ma Guiorci ne faceva ampio uso e citazione a scopo amplificatorio della sua clientela.

La giacca blu si distingueva per dettagli che facevano la differenza, oppure testimoniavano l’età del portatore. Partendo dal davanti, chi aveva una carta di identità con date sfavorevoli tendeva a mantenere un rigoroso tre bottoni. La jeunesse dorée invece aveva discusso in serate interminabili ai bar storici o alla Cadorina se il doppio bottone non conferisse un look più giovane e soprattutto non consentisse una miglior spazio visivo alla cravatta. La parte posteriore della giacca era stata anch’essa oggetto di seminari con speaker invitati da fuori per sapere come era il trend che andava in quel momento a Bologna o a Milano. Si poteva passare da una giacca chiusa posteriormente oppure con l’antico spacco centrale. Fece tendenza l’arrivo delle prime giacche a due spacchi, dapprima oggetto di forti ironie in quanto consentiva una specie di finestra sul sedere, ma poi accettata rapidamente anche per comodità d’uso.

Seguiva poi il pantalone, di vigogna fatta venire dai più lontani opifici inglesi. Anche questo apparentemente semplice capo di abbigliamento era stato oggetto di prove, sperimentazioni ed anche prove sul campo. La vigogna è tessuto estremamente morbido, caldo, piacevole al tatto, ma riluttante a mantenere la piega.

I punti oggetto di attenzioni riguardavano la cintura, l’apertura, la piega e infine i risvolti.

Le cinture di quei tempi erano note per la bellezza, per le pelli adottate e per la lavorazione, mentre la fibbia era generalmente di similoro: il tutto comunque di dimensioni limitate in altezze. Questo si vedeva dal tipo di passanti adottati, mai eccedenti di 2.5 cm. Variazioni cominciarono ad essere introdotte con cinture più alte (un indotto dell’uso dei primi jeans) che fece innalzare l’altezza dei passanti con piccolo squilibrio generale, soprattutto per persone più basse.

L’apertura del pantalone aveva subito sviluppi. Ancora una volta interveniva il fattore età, ove i più anziani (che si compiacevano di definirsi più classici) intendevano mantenere la bottoniera, un primitivo sistema di chiusura basato su bottoni e che spesso dava origine ad imbarazzanti disallineamenti o fuoriuscite non volute dei “pizzi” della camicia. Ancorché classica, la bottoniera era comunque di sicuro impedimento nelle situazioni che richiedevano chiusure rapide, agilità di movimenti e soprattutto di abbandono di posti o letti dove la presenza non era certificata.

Forse per questa ragione, i clienti più giovani di Guiorci puntavano alla nuova svolta rappresentata dalla chiusura lampo. La chiusura aveva il pregio di una dinamica superiore ed in più era molto apprezzata dai clienti più ricchi in adipe, in quanto “sfilava”. L’unico inconveniente era rappresentato da interazioni non volute con i componenti della sala giochi, soprattutto nei citati casi emergenziali.

Il problema del bordo inferiore del pantalone riguardava la scelta tra la variante con e senza risvolti. Anche qui l’età faceva la differenza, con una popolazione giovanile decisamente orientata ad abolire i risvolti, per ragioni che saranno chiarite più avanti.

Sotto la giacca stavano camicie ed eventualmente pullover a V, mentre il gilet aveva una assoluta proibizione di impiego. La camicia era oggetto di altrettante discussioni pur nella sua apparente semplicità. L’aumentato benessere di quegli anni aveva portato una esponenziale disponibilità di camicie pre-confezionate, belle, comode e con tutte le opzioni possibili. Nello stesso periodo si era notato un aumento (anche se non così importante) del un numero di sarte autonominatesi camiciaie, in quanto la clientela maschile era più ricca e apparentemente meno complicata da accontentare delle donne di famiglia.

La camicia bianca rimaneva d’obbligo per matrimoni, cresime e funerali, ma la smaccata emulazione dei modelli americani aveva introdotto l’azzurro nelle camicie. A meno che uno non volesse andare in variabili misture contenenti rayon, i tessuti venivano comprati da Felloni. Tuttavia i più esigenti si servivano a Bologna, dove c’erano già tessuti inglesi di impalpabile sofficità e bellezza ed anche i primi oxford.

Questi tessuti di qualità necessitavano di fattura superiore. Le camiciaie locali dovevano incominciare a vedersela con la gestione del colletto, l’abolizione delle stecche e l’assenza dei polsi rivoltati, in cui infilare i polsini.

Il problema della cravatta era molto più semplice. Dody Vento aveva già aperto Tombstone, la prima boutique per maschi, ove le cravatte Holliday & Brown inglesi avevano sfondato alla grande, i prezzi esorbitanti nemmeno considerati. Cravatte del genere e con sete pesanti necessitavano di adeguato nodo che doveva esitare in una piega interna. Totalmente bandito il nodo scapino.

Come discusso, la scelta del risvolto finale del pantalone era dettata dalla necessità di dare enfasi al complesso calza e scarpa.  Anche le calze risentirono del cambio indotto dal miglioramento delle condizioni di vita. Lo standard di una calza corta rimase dominante, nelle varianti che sfruttavano colore scuro invernale e chiaro estivo oppure più vezzosi operati, missonati antesignani. Come materiali valeva il principio del cotone per l’estate e della lana per l’inverno, come dettato anche minori comfort di temperature ambientali.

Complici le prime esperienze di viaggi in Italia e all’estero, cominciarono a giungere anche a Ferrara le calze lunghe, che avevano il non trascurabile pregio di celare peli, varici o altre sgradevolezze delle gambe che da sempre facevano capolino nella zona franca fra il pantalone e la calza corta dei maschi. Le calze venivano prese da Pesaro in Via Bersaglieri del Po, a prezzi significativi. La tecnologia di allora era però carente nel ramo dell’elastico, per cui anche i più raffinati ed innovativi indossatori del modello lungo si trovavano con imbarazzanti ricadute per un tessuto che non stava a posto (“elastico sbambolato”). Intervenne allora una esclusiva boutique di Bologna, Schostal, che lanciò la giarrettiera maschile. Si trattava di uno strumento di sostegno basato su un anello elastico circolare, su cui veniva ancorato il bordo superiore della calza in modo stabile. Come di consueto, una innovazione del genere fu seguita da vistosi lazzi e pesanti allusioni alla virilità del portatore, di cui anzi si invitava l’iscrizione onoraria allo storico Club Ciclistico “Pedale Ferrarese”.

Chi fu così determinato a resistere fino all’arrivo di più efficienti sistemi elastici invece ne trasse giovamento ed entrò nel ristretto club di coloro che facevano tendenza. Anzi, da allora si cercò di ostentare, con studiato accavallamento di gamba, la presenza della calza lunga e al tempo stesso dell’elitario sistema di sospensione.

Magli Calzature aveva già aperto il suo negozio in Corso Giovecca, ma si capiva subito che erano scarpe sì belle, ma industriali. Si andava allora dal calzolaio Preti (probabilmente ex-chirurgo dell’Arcispedale), il quale aveva come suoi cavalli di battaglia la scarpa liscia nera con lacci, seguito da un più giovanile mocassino, di colore nero, marrone o “pelle”. Nonostante i prezzi stellari, per accedere al calzolaio era necessaria una raccomandazione del Vescovo per superare la lista d’attesa. Lo stesso negozio portò in città i primi zoccoli Dr. Scholl, “un mai più senza” in Ospedale da parte dei giovani medici rampanti. Una rivoluzione nella centenaria produzione di Preti fu dettata dalla improvvisa moda della moto, nulla di nuovo per una Regione dove il “motore” era di casa. Di diverso stavolta c’era che si trattava di moto più che altro da bar e da pesca di signorine più che da passione da centauro. Lo stivale da moto era troppo impegnativo (veniva comunque fatto venire dalla Lewis di Londra), ma l’astuzia commerciale di Preti gli suggerì il lancio delle polacchine, vezzosi stivaletti con incrocio di cinturini, di sicura attrazione femminile. I primi leasing in città furono fatti per pagare i polacchini.

Giungeva infine il complemento per l’inverno, quando ormai gli spinati cappotti tipo ritirata di Russia, oppure gli ultimi rifacimenti di coperte militari erano quasi scomparsi. Ormai la popolazione portava cappotti più agili, sciancrati e con notevole miglioramento dei tessuti e delle fodere. Tutti comunque mantenevano lo spacco centrale e la possibilità di ancorare i due lembi posteriori all’automatico posto sotto la tasca, per consentire l’uso della bici e al tempo stesso per evitare intrusioni nei raggi della ruota posteriore.

L’altra metà del mondo allora felice invece usava il Loden. Per Loden intendesi cappotto tirolese, di origine contadina e fatto di un tessuto detto a prova d’acqua. Il cappotto era dominantemente verde, seguito da varianti blu e marrone. Altre caratteristiche peculiari del vestimento erano un grande piegone posteriore, mentre le convenzionali tasche erano affiancate da due fessure che consentivano il passaggio ai pantaloni, utilizzate originariamente a fini scaramantici. Il Loden era anche strumento di lavoro sfruttato per scopi distanti dall’abbigliamento e dalla protezione degli agenti atmosferici. Infatti non era infrequente in cinema anche riscaldati vedere uomini e donne con il cappotto indossato, che consentiva operazioni interne celate alla vista.

Il Loden doveva essere preso non in Italia, ma in Austria. Si assistettero allora a cortei di auto diretti ad Innsbruck, ove veniva fatta incetta dei verdi più pallidi e diafani, indispensabili strumenti di plastiche ostensioni nella “vasca” di Ferrara.

Queste sintetiche premesse sono necessarie per intendere bene l’aria che circolava all’interno del Teatro Verdi nei momenti dell’avanspettacolo. Come detto, le persone andavano a teatro vestite bene e cercando di “fare bella figura”. Questo provocava anche delle attendibili stratificazioni visive, con le persone in platea diverse da quelle che stavano nei palchi, a loro volta decisamente distinguibili da quelle visibili nel Loggione.

Interessante sociologicamente era la popolazione dei palchi, che andava dalle famiglie della nobiltà nera o bianca ad altre invece che si erano arricchite con la guerra o nel dopoguerra e che necessitavano di mostrare il nuovo status symbol. Il primo palco sulla destra entrando nel teatro era della famiglia S., antica nobiltà terriera. La giovane Contessa I. era brillante, divertente, democratica e amava circondarsi di persone con queste caratteristiche. Essere invitati nel palco era anche un segno di riconoscimento sociale o di miglioramento dalle precedenti condizioni non floride. Chi andava lì desiderava “essere visto”, e quindi si appalesava con gli ammennicoli di abbigliamento appena descritti. Si assisteva però a significativi cali di stile quando molti degli invitati si presentavano con binocoli da marina, che nulla avrebbero aggiunto ad un bersaglio distante appena 3-4 metri.

Il normale andamento degli spettacoli era quello di una paciosa manifestazione divertente e divertita, anche se il numero di poliziotti e pompieri poteva suggerire rischi di sommosse popolari o di incendi. Nulla di tutto ciò: il servizio al Verdi era uno dei più ambiti e si sa di agenti disposti a rinunciare allo straordinario pur di vedere da vicino le stelle dell’avanspettacolo e magari sbirciarle in momenti di intimità. Non furono mai segnalate minacce o incendi all’interno del teatro, grazie allo spiegamento in forze di PS e VVFF.

L’avanspettacolo iniziava con l’attor giovane che introduceva storie pruriginose, con un crescendo di allusioni che rendevano in genere divertita la platea. I palchi avevano un approccio più conservatore e rimpiangevano un passato, di cui in genere avevano assai poca nozione. Il Loggione invece era costituito da persone che provenivano in genere dal contado e che erano anche facili al riscaldo. Questo veniva anche accentuato dal fatto che in Via Carlo Mayer c’erano un paio di bar e osterie che servivano libagioni euforizzanti.

Vi fu una sola eccezione in questa ordinata sequenza. Le ballerine avevano fatto il loro dovere e la passerella aveva visto uno schieramento di signorine in grande forma e in abiti succinti sotto i cumuli delle paillettes. L’applauso arrivò caldo dalla platea, più signorilmente contenuto dai palchi e decisamente entusiastico dal Loggione.

Infine scese la stella o regina, più alta e più ricca in tutto rispetto alle altre ballerine e avvolta in mantelli dorati. Dopo un piccolo accenno di danza sul palcoscenico, la regina cominciava a lasciare cadere con leganza il mantello e a fare apparire la prima pelle scoperta. Seguivano altri studiati movimenti nel percorso dal palco alla passerella, con lancio di ulteriori preziosi vestiti nella platea. Pochi passi, ma sufficienti alla regina a rimanere con un limitato numero di centimetri quadrati di pelle strategicamente coperti da appositi tessuti adesivi. La regina accennava poche mosse sulla passerella, fornendo ampia visione di sé sia agli specializzati osservatori con binocoli (questi venivano addirittura rovesciati per rendere visibili i selezionati dettagli carnali) che alla platea, che si accontentava invece di uno spettacolo più tranquillo. Gli ospiti del Loggione invece partecipavano alla grande allo spettacolo e alla immagine della regina nella sua voluttuosa apparizione, un quadro ben diverso da quello che avrebbero trovato tornando a casa. In genere la partecipazione era significata da qualche fischio di approvazione riguardo alla regina o da sommessi propositi di che cosa avrebbero fatto con lei.

Solo una sera avvenne una rottura di questo magico equilibrio. Uno spettatore arrivato in motorino dal Bivio di Medelana trovò le grazie esposte della regina particolarmente interessanti, ma – secondo lui – necessitanti di una più approfondita ispezione e valutazione. Era arrivato presto per riuscire a trovare un posto centrale in Loggione. Dal centro ove era, si alzò in piedi e lanciò un vigoroso richiamo alla regina chiedendo una variante:”Dibensù, bela, cavat via cal Loden”.

Seguì grande confusione per la novità, la Forza Pubblica impegnata in sguardi lubrichi si risvegliò e si lanciò sul maleducato spettatore che aveva osato richiedere lo spostamento di un numero micrometrico di centimetri quadrati di tessuto. La confusione coinvolse anche il corpo di ballo, che cercò di proteggere la regina, la meno preoccupata di tutto e già pronta a togliere il Loden come da richiesta.

Questo spiacque a tutti gli altri spettatori, che avrebbero apprezzato una variante pepata alla convenzionale rivista. Dopo quella sera, il corpo di ballo non fu più invitato a Ferrara, in quanto ritenuto dotato di atteggiamenti troppo provocatori.

Fabio Malavasi

TORTURE: IMPOLITIC, UNETHICAL, UNCHRISTIAN, AND UNAMERICAN

11“I want to shatter the CIA into a thousand pieces and scatter it to the winds.”

–President John F. Kennedy

 

The recent release of many CIA documents by the Senate Intelligence Oversight Committee detail: 1) the CIA’s secret and systematic use of torture after 9/11; 2) the CIA’s repeated denials that it was using torture; and 3) the CIA’s testimony before Congress, the Senate Intelligence Oversight Committee, and the American people that these “enhanced interrogation techniques” were highly successful in obtaining vitally important information about terrorist activity, and thus justifies its (continued) use. But there is only one problem: What the CIA said is not true! As we can now read in the newly-released documents by the Senate Intelligence Oversight Committee, torture was in fact used for many years after 9/11, though its use was a well-guarded secret; and that little valuable information was gained by means of these “enhanced  interrogation techniques.”

As if this weren’t enough—to cast further doubt on the CIA and how it operates, John Brennan, its current director, knowingly violated  the Constitution’s  separation of powers clause by having the CIA (the executive branch)  spy on the Senate Intelligence Oversight Committee  (the legislative branch) by hacking into its computers. When the committee revealed to the American people that the CIA was spying on Congress, Brennan publically and forcefully denied it. “Nothing,” he emphatically told Congress, “could be further from the truth.” “We wouldn’t do that.”  Yet it turns out that the CIA did in fact do it—and not only so, but that it was Brennan himself who ordered the hacking of the Committee’s computers in the first place!  So Brennan, it now appears, has been lying all along. He lied to Congress, he lied to the Senate Intelligence Oversight Committee, and above all he lied to the American public. To highlight his contempt for Congress, he has refused to co-operate with the Committee by turning over the names of those agents involved in the planning and execution of the break-in. Unfortunately for our country, deceit, lies, and non-compliance by the CIA are simply business as usual. One can now perhaps better appreciate Kennedy’s anger and frustration towards an agency that believes and acts as if it is above the law.

President Truman himself, who created the CIA in 1947, slowly began to worry about its focus on clandestine operations. But it was not until the assassination of JFK that he finally took steps to share his concerns openly with the American people. One month after Kennedy’s murder, Truman aired his concerns.  “For some time,” he wrote, “I have been disturbed by the way the CIA has been diverted from its original assignment [intelligence gathering and assessment]. It has become an operational and at times a policy-making arm of the Government (emphasis mine). This has led to trouble and may have compounded our difficulties in several explosive areas.” Offering the only effective remedy he could think of, Truman urged that the CIA’s “operational duties” be “terminated.” Allen Dulles, the Director of the CIA, was livid with rage. In a stormy private meeting, Dulles tried to persuade Truman to retract his statement. But Truman stood his ground. Dulles, acting with complete disregard for truth and legality, then forged a retraction by Truman and slipped it into an official file!  Luckily, Truman found out about it and wrote a second letter reiterating his concerns about the CIA. But that Dulles would forge a letter by a president of the United States, with absolute disregard for the truth—and suffer no consequences (not even losing his job)—is breath-taking in its audacity, shamefulness, and illegality. One wonders now what documents regarding the CIA are in fact genuine. How much of what they say or do can we really believe? This is but further proof that the CIA is indeed a “rogue agency,” above the law, accountable to no one.

Robert F. Kennedy, the Attorney General under his brother, President John F. Kennedy, saw first-hand that the CIA had become a rogue agency. Robert Kennedy, Jr. quoted his father Robert F Kennedy on the out-of-control CIA in an article for The Rolling Stone dated November 20, 2013, almost exactly fifty years to the day of the assassination of his uncle, President John F. Kennedy. In this article, Robert  says that

[t]he Joint Chiefs, already in open revolt against JFK for failing to unleash the dogs of war in Cuba and Laos, were unanimous in urging a massive influx of ground troops and were incensed with talk of withdrawal. The mood in Langley [the CIA headquarters in Washington, D.C.] was even uglier. Journalist Richard Starnes, filing from Vietnam, gave a stark assessment in The Washington Daily News of the CIA’s unrestrained thirst for power in Vietnam. Starnes quoted high-level U.S. officials horrified by the CIA’s role in escalating the conflict. They described an insubordinate, out-of-control agency, which one top official called a ‘malignancy.’ He doubted that ‘even the White House could control it any longer.’ Another warned, ‘If the United States ever experiences a [coup], it will come from the CIA and not from the Pentagon.’ Added another, ‘[Members of the CIA] represent tremendous power and total unaccountability to anyone.

The documents released by the Senate Intelligence Oversight Committee describe in detail these “enhanced interrogation techniques.” And they are absolutely shocking—rectal hydration, beatings, endless nights without sleep, standing for unbelievably long periods of time, being forced to live in a small coffin-like box, water-boarding (i.e., virtual drowning, endlessly repeated), hypothermia (resulting in at least one death), extreme isolation, sexual assault, threats of harm to their spouse and children, etc.  Sometimes the CIA even knew that the “terrorist” being tortured was in fact innocent (!),  yet they continued with the “interrogation” anyway!  Only an amoral person would do that. Is that the kind  of  person we entrust our security to? Do we really want amoral individuals in important and  sensitive areas of government?

Worse yet, this shameful episode in CIA history—or should I say US history?—is only  part of a larger unbroken sixty-eight-year-long chronicle of illegal and immoral activity, including: brain-washing, deception and lying, sexual entrapment, blackmail, forgery, drug-running and drug distribution, propaganda, suborning the press, planting of evidence, perjury, threats, extortion, breaking and entering, intimidation, theft, partnership with the Mafia and former Nazi SS officers, coup d’états, murder, inter alia.  Yet the most troubling aspect of all is that the CIA answers to no one, as we can see clearly  in the behavior of its  current  director,  John Brennan, and his agents.

The CIA does whatever it wants because it believes that its ends justify the means. Yet it is axiomatic: one cannot effect good ends by evil means, for the evil inevitably taints the ends themselves. No, the means must be commensurate with the ends; and the ends do not, and cannot,  justify any and all means. Terrorism, we all know, is Western civilization’s greatest threat. To combat this threat we must bring these terrorists to justice—but not by any means, and certainly not by means of torture. We must not descend into their Inferno and use their policies, their programs of hatred, or their instruments of terror. For in doing so we only become like them, and in the process sacrifice our humanity,  our legal  standing,  and our moral high ground.

Moreover, terrorism is not just “irrational violence.” Properly understood, terrorism is about competing ideas of virtue: theirs versus ours. As we know from Socrates/Plato, the path to virtue is exceptionally arduous—by turns treacherous, difficult, exasperating, painful, lonely, humbling, frustrating and not seldom dangerous, if, like Socrates, one goes against the grain of society;  which is why so many pilgrims on the road to Virtue drop out along the way.

In our Western culture the supreme virtue is Divine Love, which nourishes and sustains all the other virtues (justice, beauty, goodness, etc.); while hatred, by contrast, disrupts, degrades, and destroys everything good and beautiful in its path. The essence of being human, as God created us (in His image, let us not forget), is to love and care for one another just as He loves and cares for each of us. Community, then, is strengthened and deepened by Divine Love, but loosened and dissolved through hatred.  Terrorism, which is nothing but ideology wrapped in hatred, rejects God’s saving Love and substitutes in its stead the “negative virtues” of cruelty, evil, injustice, etc.; but this only returns mankind to an earlier, uncivilized epoch,  where barbarity, futility, and death reign undiminished and unchallenged. Like some giant black hole, religious extremism swallows up everything good, beautiful, and divine in its path. That is why we Westerners must not use torture. Torture degrades its practitioner; it separates him from the love of God; it poisons his spirituality; and it weakens his reason. Why? Because man was not made for evil. He was created by Divine Love for acts of Goodness. The strength of our cause and the cause of our strength lie in our culture’s supreme belief in the infinite worth and sanctity of every human life.  But if for any reason we undermine this noblest and most sacred principle of all—which makes Life the wonderful gift it is meant to be—which undergirds, supports, sustains, and nourishes the whole of our Western culture—then our beliefs, and our actions, become indistinguishable from the terrorists whom we oppose.

Because of its on-going malevolent history, the CIA is profoundly incompatible with who we are as a nation and with what we represent, both to ourselves and to the world. That is why it must be dismantled, and a new agency, dedicated solely to intelligence-gathering and assessment, must be erected in its place: an agency that is indisputably moral, incorruptible, and prudent, yet practical and effective; which cannot, and will not, interfere with domestic or foreign policy; and which obeys and reveres our sacred constitutional way of life.

Every generation in our nation’s history receives the inestimable gift of the constitutional rule of law, both in life and in government (a blessing which terrorists will never know or bring to their government); but it is up to each of us to safeguard it and to pass it on intact to our children and our children’s children. It is the supreme gift that any nation can bequeath to its citizens: thus it demands our unwavering obedience, our  deepest  affection,  and our  enduring  vigilance.

Len Sive Jr.

PARIGI: LA FIERA DELLE VELLEITA’

La manifestazione monstre -un paio di milioni di parigini, capeggiati da una cinquantina di statisti- è stato un evento storico? Sì, ove si faccia finta di non aver sentito e letto un alto numero di insulsaggini. Che la Francia, colpita  al cuore, s’é desta. Che siamo in guerra e combatteremo. Che la redazione di una testata satirica era un tempio della libertà e che questo tempio è stato profanato. Che i cinquanta statisti rappresentavano un’umanità che vuole lottare per l’ideale: come se obiettivo prioritario dei liberticidi di al Qaeda e di Boko Aram fosse dare una lezione a Diderot e a Condorcet,  non di regolare i conti con il colonialismo e con le crociate. Non è facile immaginare che i tagliagole del Califfato si curino davvero di istituire processi a tesi filosofiche affiorate quasi tre secoli fa.

Doveva accadere ed è accaduto: patrioti senza numero e senza paura hanno giurato in place de la Concorde a Marianne, graziosa deità laico-repubblicana in berretto frigio, che non arretreranno,  non tradiranno le conquiste della presa della Bastiglia. Però la Bastiglia non c’entra. In un certo senso non c’entra  la Francia.

Coll’attacco alle Twin Towers, il terrorismo dichiarò guerra all’egemonia planetaria degli USA, non alla Francia. Sono passati anni e la contrapposizione di valori e di civiltà è solo apparente. Lo sgozzamento di ostaggi e di prigionieri non è più ripugnante della noncuranza americana di fronte alla morte dei civili (collateral damages). C’è un’alleanza di plebi africane ed asiatiche che tentano di scalzare l’egemonia occidentale. Che esse lo facciano nel nome di Allah è quasi irrilevante. Quello che conta è la vastità geografica della sollevazione di genti prima sottomesse, oggi prigioniere della povertà, soprattutto quando vivono nelle banlieus francesi. G.W.Bush credette di poter rispondere all’ammutinamento coi metodi tradizionali dell’imperialismo: muovendo una guerra nell’Irak, poi in Afghanistan, entrambe perdute in un disonore  che prolunga quello delle spedizioni coloniali d’Indocina, prima francesi, poi americane. Preso atto delle sconfitte, oggi gli USA si arroccano nella Fortress America, e finora sono riusciti a scongiurare l’umiliazione di altre Twin Towers. Quanto al “socialista” che governa la Francia, egli è caduto nella trappola di credere di poter ereditare impunemente una parte dell’eredità americana: conduce spedizioni in Africa, capeggia operazioni convenzionali nel Vicino Oriente. Lo scontro di civiltà coll’Islam c’è ma è marginale.

Quando i milioni di manifestanti di place de la Concorde fanno mostra di volere affrontare i nemici della libertà, dei valori francesi, di Diderot, fanno del velleitarismo. La Francia potrà riuscire a proteggersi meglio contro gli assalti del terrorismo  ma sarà impotente ad agire fuori casa. Dunque i propositi bellicosi di quanti maledicono chi respinge le avventure militari, in realtà coprono la loro impotenza. Non saranno in grado  di compiere spedizioni importanti.

La Francia e l’Europa (a parte l’appendice britannica degli Stati Uniti) hanno in realtà una sola grande opzione: staccarsi dall’America,  destinare ad aiuti economici ( con occhiuti controlli, perchè non finanzino i tagliagole) le risorse finora assorbite dalle spese militari, e rispettare il diritto delle società islamiche ad evolversi in autonomia dal pensiero unico occidentale. Non è scritto che la modernità arrogante debba trionfare dovunque sull’orbe terracqueo. Dove Washington ha tentato di imporla, ha fallito. Fallirebbero la Francia e l’Europa.

I propositi manifestati a Parigi sono velleitari. E più che mai velleitari sono i piani di riscossa dell’Illuminismo: si lasci perdere Voltaire. I  gridi di battaglia levati  sotto il monumento a Marianna -fermeremo, debelleremo, i nostri valori sono più forti delle loro minacce-sono esibizioni da Luna Park. Per dirla con più delicatezza, fanno pensare a Vanity Fair. Nel Pilgrim Progress, geniale allegoria seicentesca di John Bunyan (“What Shakespeare is to English dramatists, what Milton is to English epic poets, that Bunyan is to writers of English allegory” c’è una città che si chiama Vanity. Vi si tiene una fiera che non chiude mai e dove “vanity and ostentation obtain” (si veda la sfilata degli statisti quasi tutti bugiardi). Alla fiera di Vanity si compra e si vende di tutto, tutto l’anno: le cose serie e utili come i capricci della moda (infatti oggi un’importante testata di moda si chiama Vanity Fair). A Vanity si vendono anche piani strategici per il sicuro successo della riscossa illuminista. Per il Trionfo di Marianna. Per i grandi destini dei valori républicains.

Valori necessariamente superiori : sperando che pochi ricordino. L’8 maggio 1945, mentre le piazze e le balere di Francia festeggiavano perdutamente la vittoria “francese” su Hitler, i cacciabombardieri e i cannoni francesi fecero oltre 15.000 vittime, soprattutto morti, tra gli algerini di Costantina e dintorni, che cominciavano a chiedere l’indipendenza. Anche allora, da una parte sola, si inneggiò a Marianna.

A.M.C.

UN PRIMO CITTADINO A TURNO E NO QUIRINALE AL POSTO DEI MONARCHI DA STRAPAZZO

C’è un altro ruolo da rottamare, quello del presidente della repubblica. Lo derivammo, così spropositatamente lungo – sette anni, laddove consoli da 12 mesi fecero grande Roma e ad Atene c’erano arconti da un giorno- dalla Costituzione francese del 1875. Era stata votata da una maggioranza parlamentare monarchica, e monarchico dichiarato fu il secondo presidente della Troisième République, Mac-Mahon. L’ultimo monarca di Francia era stato Napoleone III, nipote del Grande. Eletto presidente della Seconda repubblica nel l848, si era trasformato in imperatore quattro anni dopo. Non aveva regnato male: capiva i proletari e, pur amando di più la borghesia che industrializzava il paese, li aveva qua e là sostenuti. Ebbe la sventura di farsi coartare a muovere guerra alla Prussia (in pratica alla Germania prossima ad unificarsi e a diventare possente). Fu sconfitto rovinosamente.

La repubblica che era seguita alla disfatta e alla Comune parigina si rialzò in fretta: ricca di capitali, divenne il secondo più vasto impero coloniale al mondo. Seguirono due guerre mondiali (la seconda apportatrice di una sconfitta definitiva) e venne una Quarta Repubblica con i difetti più gravi della Terza, in primis il parlamentarismo estremo. Alla fine la Francia fu salvata, per mano di un generale, da una Quinta repubblica mondata delle lebbre della Quarta e della Terza.

I Costituenti italiani del 1947, più sconsiderati di quelli domati da de Gaulle. vollero un capo dello stato apparentemente forte -in realtà comandavano i partiti prevaricatori- e per un mandato troppo lungo, laddove nel 2002 la carica del presidente francese sarà opportunamente accorciata a 5 anni. Eletto dal popolo e largamente responsabilizzato, il presidente francese è uno statista migliore del nostro, eletto dalla Casta nella più completa irrilevanza dei cittadini. Fino alla crisi del 2007-08 il nostro presidente è stato un vaso di coccio tra  ferrei vasi partitici. Fu il fallimento del governo Berlusconi a trasformare Napolitano in un decisore forte e persino arbitrario: re Giorgio.

Oggi la Casta si trova di fronte alla scelta di un capo di stato che,  secondo come evolverà la crisi dell’economia e del regime, potrà risultare o no qualcuno; oltre a tutto dipenderà dal fattore forse nuovo, forse no, rappresentato da Matteo Renzi. Il successore di Napolitano sarà probabilmente scelto perchè non intralci il Rottamatore in una fase iniziale. Dopo, potrà accadere di tutto: dalla crisi di regime acuta e duramente rinnovatrice alla ricaduta nei giochi esiziali del partitismo cleptocratico. In un caso come nell’altro il ruolo del capo dello Stato resterà scadente, bisognoso di un ripensamento integrale. L’eventuale continuità col settantennio della Casta sarà micidiale.

In un ordinamento razionale la mezzadria tra due personalità costituzionalmente forti al vertice dello Stato non avrà senso. Piuttosto dovrà rafforzarsi nettamente il capo del governo, trasformato in Cancelliere espresso dal popolo. In tal caso dovranno ridursi sia le prerogative del capo dello Stato, sia quelle del potere legislativo (il parlamentarismo è un fatto degenerativo).

Sarebbe giusto che il presidente della repubblica perdesse quasi tutti i poteri che ricordano quelli del monarca. Gli resterebbero le funzioni cerimoniali e protocollari, quelle che non meritano di impegnare il Cancelliere espresso dal popolo.  Nella regia forte di tale cancelliere, a lui spetteranno quasi tutte le funzioni assegnate al capo dello Stato da una carta statutaria oggettivamente pessima: ha fatto sorgere un ordinamento stimato solo dai farabutti che lo sfruttano. La fiducia nelle Istituzioni volute nel 1947 si è ridotta a percentuali da farsa.

Per la funzione nominale che è opportuno resti al Primo Cittadino non va cercato un protagonista, una personalità con un passato e un’ambizione importanti. Dovrebbe bastare la rotazione annuale tra personaggi degni di onorabilità, scelti per sorteggio in un ruolo di soggetti dotati di determinati requisiti oggettivi, p.es. magistrati o studiosi di alto livello, benemeriti del volontariato e simili. Il Primo  Cittadino non dovrebbe essere rieleggibile né essere prescelto per altri ruoli politici.

Dovrebbero essere imperativi l’abbandono della reggia del Quirinale e la scelta di una sede decorosa ma senza alcuno sfarzo, con un bilancio e un personale non superiori al decimo degli attuali. Tutti i presidenti repubblicani finora eletti andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede in un edificio che è la negazione assoluta della sobrietà e della moralità repubblicane. I loro beni e quelli lasciati agli eredi dovrebbero essere confiscati per indennizzare i contribuenti degli oneri loro imposti dal Quirinale e sue dipendenze. Uguale procedimento dovrebbe avocare gli eccessi di reddito dei professionisti politici -e loro eredi- di carriera pubblica insolitamente lunga. Per esempio il sessantaduennio di parlamento, poi di Quirinale, originariamente imposto per Giorgio Napolitano dal Partito comunista andrebbe sanzionato come un sopruso e un sovraprofitto di regime.

A.M.C.

STELLA: GLI ITALIANI SI RIPRENDANO IL QUIRINALE NE FACCIANO UN MUSEO IMBATTIBILE

“Il Louvre raccoglie nove milioni di visitatori all’anno, la Città Proibita dodici milioni. L’Italia apra al pubblico la reggia dei papi e dei Savoia”. Con La Casta  Gian Antonio Stella era diventato, con Sergio Rizzo, il più benemerito tra i giornalisti, vero e proprio condottiero della rivolta antipolitica. Invece pochi anni fa era precipitato nel ridicolo annunciando una sua soluzione all’insolubile problema di integrare gli immigrati nelle  città. La soluzione gli appariva geniale: “sparpagliarli, sparpagliarli nei quartieri buoni invece di ghettizzarli nelle periferie”. Questioni razziali e culturali a parte, l’invenzione di Stella semplicemente dimenticava che le case dei quartieri buoni costano ‘N’ volte più che quelle delle suburre; e che la mano pubblica manca delle risorse, dei mezzi legali e della volontà per sistemare d’imperio i miseri nelle nice areas.

Oggi, grazie al Quirinale, il Nostro si riappropria del ruolo di opinion leader sul serio. Se farà una campagna efficace come quella contro la casta dei politici, sarà un generale vittorioso. Poche carognate di regime superano lo sfarzo e lo spreco di un settantennio di reggia per un’istituzione repubblicana nata dalla Resistenza comunista o quasi.

Il 30 dicembre il Corriere della Sera  ha dato un considerevole risalto al ragionamento di Stella: il Quirinale appartiene agli italiani, ebbene gli italiani lo mettano a frutto “sbaragliando la concorrenza mondiale”. Che la reggia costruita oscenamente costosa,   -con denaro rubato ai poveri- da papi farabutti, sia la casa di tutti noi “lo ha detto più volte Giorgio Napolitano”. Così esordisce in prima pagina il Nostro. “Una frase molto bella” commenta, lasciando peraltro risultare che è una frase falsa, non creduta da alcuno, anche in quanto profferita dal Primo Dignitario della Casta.

All’obiezione che “in questi tempi di sbandamento c’è il rischio di intaccare una delle figure che ancora godono di prestigio” Stella oppone, efficacemente: “Mai un papa ha goduto di tanto prestigio e tanto affetto popolare quanto Francesco, che ha scelto di abbandonare gli appartamenti papali per vivere nei pochi metri quadri di una delle camere con salottino del convitto Santa Marta”.

Continua: “Proprio perché è molto più grande, più ricco e più costoso nella manutenzione a confronto coll’Eliseo o con Buckingham Palace, il Quirinale pesa sulle pubbliche casse più di ogni altro. Ed è all’ottantesimo posto nella classifica mondiale dei musei. La Hofburg di Vienna, per secoli cuore del potere degli Asburgo, ospita oggi solo un ufficio di rappresentanza della presidenza, più una straordinaria rete di istituzioni culturali fino al celebre Kunsthistorisches, che fa da solo 1,3 milioni di ingressi l’anno. Il Louvre attira ogni dodici mesi 9 milioni di turisti. La Città Proibita, dodici milioni”.

Di qui la proposta: si chieda al prossimo capo dello Stato di lasciare il Quirinale. “Gli italiani e gli stranieri accorrerebbero entusiasti alla scoperta di quel palazzo di 1200 stanze: come grande museo sarebbe in grado di sbaragliare ogni concorrenza mondiale. Certo, molti burocrati che si erano abituati a vivere in quella bambagia, storcerebbero il naso: ma come! la tradizione! il decoro! Ma gli italiani, ci scommettiamo, vedrebbero la svolta con simpatia. E la leggerebbero come un gesto di solidarietà, di riconciliazione, di amicizia”.

Sono quattro anni che quasi ad ogni  suo numero  ‘Internauta‘ invoca: il Quirinale venga chiuso e venduto al migliore offerente. Solo a Roma dormono in strada diecimila homeless, e alcuni ne muoiono. Trentamila famiglie stanno per essere gettate sul lastrico per la fine del blocco degli  sfratti. Tutti i nostri capi dello Stato (tranne Enrico de Nicola, che si sistemò a palazzo Giustiniani) andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede nel Quirinale. Andrebbero processati anche gli eredi dei presidenti morti, perché indennizzino coi loro beni i contribuenti per il sopruso di un settantennio di sprechi del Quirinale. Ma noi di ‘Internauta’  riconosciamo: è più giusta la proposta di Stella, fare della reggia malfamata il primo museo del mondo. Noi ci eravamo fatti inebriare da prospettive che Stella ha signorilmente taciuto.

Quella di licenziare in tronco l’intera Corte: corazzieri palafrenieri cocchieri consiglieri giardinieri ciambellani lacché cacciatori (paghiamo anche questi a San Rossore!). Quella di tagliare di nove decimi la dotazione finanziaria e il personale della Presidenza. Quella di cancellare tutti i suoi vitalizi. Per le esigenze della futura, sobria sede del Primo Cittadino basta un piccolo drappello di funzionari e segretarie, basta una palazzina. Bastano poco più di venti milioni l’anno, dei 228 attuali. Manco a dirlo, si chiudano le dipendenze a Napoli e altrove. Si apra al solo pubblico pagante la tenuta di San Rossore. Si vendano ai turisti  ricchi le corazze, gli elmi e i cavalli della Guardia del Presidente. Non si usava contrapporre allo sfarzo e agli sprechi delle monarchie la virtuosa semplicità delle repubbliche?

Porfirio

RINUNCIARE ALLA RIVOLUZIONE FORSE PERDERA’ PAPA FRANCESCO

Una doppia pagina di Repubblica sui ‘nemici di Francesco”, in particolare un articolo di Marco Ansaldo, sembrano annunciare come possibili: 1) uno scisma al vertice della Chiesa, oppure negli Stati Uniti; forse persino un antipapa; 2) una morte improvvisa e sospetta del pontefice. Cose molto gravi, sempre che Repubblica non stia eccedendo in

sensazionalismo. Il giornale capofila del laicismo ha riferito di accuse a Francesco d’essere ‘strano’; di turbamento dei fedeli di fronte a certe sue riforme; della barca di Pietro in cui parte dei vogatori remano contro; di un drappello di cardinali che sono ‘teocon’,  si oppongono a novità come il dialogo con gli atei e coi diversi; di altre obiezioni alla linea “destabilizzatrice” di Bergoglio.

Si menziona persino una posizione ‘sedevacantista’; se le parole hanno un senso, i sedevacantisti considerano questo papa illegittimo nei fatti, dunque la Sede è vacante. Insomma Francesco sarebbe circondato di lupi che cercano di azzannarlo. Forse il fatto più sintomatico di questo disagio è una tesi di Vittorio Messori: Bergoglio è ‘imprevedibile’ e con ciò stesso disorienta il cattolico medio. Antonio Socci giornalista d’attacco ha sostenuto che il papa “è l’idolo dei media, di gruppi di sinistra e, chissà perché, ‘dei membri del parlamento europeo’.

Forse questi segni di crisi sono sopravvalutati, forse no. In ogni caso non possono stupire. La storia della Chiesa conosce in abbondanza scismi, eresie, sollevazioni. Conosce, eccome, gli assassinii di papi nei secoli più tormentati: Nulla si può escludere a priori;  ma forse è presto per annunciare scismi e avvelenamenti.

Ci sono, non possono non esserci, ambienti minoritari che da Bergoglio si aspettavano altro. Non tanto l’infittimento di enunciazioni idealistiche richiamantesi all’avanguardia degli “Spirituali”, o Fraticelli, che molti secoli fa, appena morto il Santo di Assisi,  tentò invano di opporsi ai propositi di temperare la coerenza francescana, di accogliere i compromessi mondani e il temporalismo. Furono sostenuti da questo o quel principe, da questo o quell’ambiente della Chiesa ufficiale, ma risultarono sconfitti. Anche l’Ordine francescano divenne ricco e socio del potere.

Le minoranze, forse esigue, che “si aspettavano altro” constatano in Bergoglio una rinuncia ad esercitare il ruolo rivoluzionario che nelle prime settimane era apparso connaturale alla sua personalità e ad alcuni suoi atteggiamenti, così lontani da quelli convenzionali. Inarcia di liberazione dagli idoli del nostro tempo: dal materialismo capitalista al consumismo, alla dissacrazione di tutti gli slanci. Essendo l’uomo più conosciuto e più rispettato del pianeta, Francesco poteva/doveva andare oltre la leadership religiosa. Poteva/doveva mettersi alla guida di un’umanità in cerca di rigenerazione, un’umanità fatta anche di agnostici e di miscredenti: proprio in quanto banditore di una riscossa non necessariamente condotta dalle fedi tradizionali. L’Uomo più conosciuto del pianeta avrebbe fruito di un potenziale di leadership senza confronti anche in termini laici e terreni; avrebbe goduto di un ‘avviamento’ formidabile.

Sempre che conquistasse i popoli grazie ad alcune iniziative cla un tempo della modernità segnato  dallo smarrimento, dalla debolezza non solo dei credi religiosi, anche dei valori e costumi civili, degli ancoraggi etici, questo papa così difforme dallo stampo tradizionale, questo papa che disdegnava i segni della grandezza mondana, avrebbe potuto/dovuto proporsi, non solo ai credenti, come l’Innovatore totale, come il maestro e il Mosè della grande Mmorose, ad alcune    innovazioni traumatizzanti, che lo facessero conduttore delle genti e riformatore di civiltà, in termini terreni oltre che religiosi. Avrebbero dovuto essere novità dirompenti, tutt’altre cose delle solite allocuzioni, dei soliti appelli e Angelus, inutili da venti secoli.

Un gesto di impatto straordinario, un sisma duro, avrebbe potuto essere l’abbandonare Roma, ossia un retaggio di misfatti. Come asserzione di guida totale sarebbe stato ben più eloquente e alta che questo o quel provvedimento sugli organici e le procedure della Curia. Avrebbe anche fatto bene a liberare la Cristianità, non solo la sua Chiesa, di una parte dei beni materiali e commerciabili, cominciando dalle opere d’arte. Avrebbe  dovuto far risultare con atti concreti, non con definizioni e formule oratorie, la volontà di aprire un’altra era. Un trauma grave nella cristianità avrebbe annunciato l’avvento di tempi scandalosamente nuovi.

Nulla di evangelicamente scandaloso è avvenuto, e diffilmente avverrà sotto Bergoglio. Non impressionano gli atti finora compiuti e i propositi annunciati.  Non può emozionare la nomina di porporati di provenienze diverse da quelle consuete. E nemmeno possono avvincere le innovazioni retoriche quali lo psicologismo di elencare tra i morbi ecclesiastici lo “Alzheimer spirituale”. Oppure l’esortazione, sempre del papa, a non far uscire dalle chiese i bambini che piangono. Pianti e schiamazzi dei bambini trovano solidali, persino compiaciuti, solo genitori e congiunti perfettamente ignari dello spasimo di cercare di parlare con Dio, e di farlo in chiesa. Tale spasimo è una tragedia esistenziale: nulla da mettere sul bonario. Il papa cui spetterebbe d’essere Mosè ha doveri assai più gravi che voltare le chiese a kindergarten e i preti a babysitter.

I nemici di Francesco gioiscono di certe ingenuità. Vedono più facile azzannarlo: tanto più in quanto, non facendo la rivoluzione, egli non ha i popoli dalla sua.

l’Ussita

I GALOPPI DEL PIL NON CANCELLANO IL DISONORE DEL BELLICISMO USA

Maurizio Molinari, corrispondente da New York de ‘La Stampa’, scrisse un libro dal titolo esopico L’aquila e la farfalla, con un sottotitolo/messaggio Perché il XXI secolo sarà ancora americano. A prendere sul serio il libro, non è una buona notizia -per chi non idolatri il Pil e i record tecnologici- che i prossimi 85 anni saranno ancora signoreggiati dal maggiore degli Stati-canaglia. Fossimo superstiziosi faremmo convinti scongiuri. Ma la superstizione è deplorevole. E poi prendere sul serio questo lavoro non è imperativo.

Per cominciare, come raccolta di corrispondenze di giornata L’aquila e la farfalla  è infarcito di storie da non considerare sub specie aeternitatis. Anche se, secondo l’Autore, la vicenda di un certo Frederic Larson, 64 anni, fotografo e padre di due figli, “è l’esempio di un’America rivoluzionaria, dove la ricchezza si condivide”. Che ha fatto Frederic Larson, ha convinto l’One Per Cent ad associarsi nella dovizia il Ninetynine%? No: per arrotondare dà in affitto la sua casa a 100 dollari per notte. In più, per quattro giorni al mese trasforma in taxi la sua Prius. ”In tal modo mette a frutto beni che possiede: è la sharing economy”. Credevamo che anche i pescatori delle isole Eolie usassero affittare ai villeggianti nella  stagione balneare; invece ciò che fa Larson “è l’espressione del maggiore laboratorio di idee del mondo (…) e di un indomito spirito creatore: l’America si sta ricostruendo (…) E’ una galassia di giganti e di imprese tecnologiche”.

Additato il pinnacolo Larson, il libro  elenca un certo numero di aspetti della grandezza americana: gli USA sfidano gli ultimi dittatori; Internet, invenzione statunitense, oltre ad essere una “formidabile fonte di ricchezza, rivitalizza i partiti e le istituzioni parlamentari”. A quest’ultimo proposito, i più pensavano il contrario; che cioè Internet fosse una sia pur fievole promessa di democrazia diretta, esatto contrario dei partiti e dei parlamenti. Ma Molinari spiega: Internet e Big Data hanno permesso a Obama di vincere la rielezione (pubblicato nel 2012, il libro non poteva coprire la successiva disfatta di Obama. E non è dimostrato il dovere di riconoscenza che il pianeta deve a Obama).

Ma soprattutto gli USA di Molinari hanno scoperto “una nuova versione dell’American Dream, una nuova frontiera dei diritti civili: i gay, patrimonio dell’umanità”. Non scaraventate l’Aquila e la farfalla  nel cassonetto della carta, perché esso vi dice come avverrà il mantenimento della supremazia americana su un altro secolo: “con una formula diversa da quelle finora conosciute. Non più gli eserciti tradizionali, bensì il dominio delle comunicazioni digitali, le guerre segrete, le armi invisibili (droni e molto altro). Le stesse armi nucleari saranno surclassate dalla capacità di lanciare “attacchi convenzionali superpotenti, quasi in tempo reale, anche da piattaforme nel cosmo”.

Pure da piattaforme nel cosmo. L’Autore non trattiene l’entusiasmo per tanta dilatazione  della civiltà. Anche se tutte le guerre yankee hanno attestato che i trionfi di Washington furono conseguiti su avversari deboli in partenza (gli indiani del West, il Messico nel 1845, la Spagna coi vascelli di legno nel 1898), oppure estenuati dalla mancanza di rifornimenti. Dopo il 1945 le imprese belliche degli USA sono fallite nel disonore più abietto; è necessario ricordare le statistiche delle bombe sganciate sul Vietnam per conseguire la  disfatta finale?

Gli Stati Uniti detengono  tutte le tecnologie dell’annientamento, ma da un settantennio raccolgono soprattutto insuccessi; umiliati persino dalla Somalia. In compenso essi sono al di là di ogni dubbio la nazione più malata di bellicismo della storia; nonché la più inefficiente nel rapporto tra mezzi e risultati.

Maurizio Molinari non ha difficoltà a dichiararsi ostile al pacifismo. Né ad ammettere che le spedizioni nel Golfo e in Afghanistan sono state mosse per difendere interessi americani, non questo o quell’ideale. Meno che mai ha difficoltà a riconoscere che l’immane superpotenza non ha i mezzi per mantenere o aggiornare le proprie infrastrutture civili, dai ponti troppo vecchi agli acquedotti: per riparare 240 mila punti di perdita d’acqua occorrerebbe un trilione (mille miliardi) di dollari.

In compenso l’Autore elogia la Casa Bianca per avere quintuplicato personale e risorse del Cyber Command. L’arsenale bellico, il più mostruoso da che l’uomo esiste, non fa che ingigantirsi. Il potenziale di overkill è smisurato: ma guai grossi se si riaprisse il contenzioso col Vietnam. Non è certissimo che il Pentagono vincerebbe davvero, se muovesse guerra alla Polizia Urbana di una metropoli kazaka. Però Obama ha concepito un’audace novità strategico-concettuale: non più le arcaiche imprese convenzionali del Pentagono, ma quelle innovative (e coperte) della CIA: dai superdroni e dalle navi stealth alle torture, alla capacità di non esitare di fronte all’assassinio dei civili.

A questo punto i galoppi della ripresa economica e i prodigi delle supertecnologie sono pressocché irrilevanti al fine di “mantenere americano” il XXI secolo. L’America che era la fidanzata del mondo, ora è odiata come mai lo è stato un grande impero. Quanti kamikaze hanno dato la vita per danneggiare anche lievemente gli USA? La potenza militare e quella diplomatica (p.es. fare i padroni di uno statista già comunista come Napolitano, persino dell’innovatore Matteo Renzi) sono ben poca cosa di fronte all’assieme dei valori e delle azioni  che concorrono a impregnare e dominare i secoli, cioè la civiltà. Si può impregnare e dominare se si è portatori di valori superiori. Gli USA sono il contrario.

Le ultime righe de L’aquila e la farfalla  sono lì a ribadire con forza i massimi titoli americani alla grandezza secondo il corrispondente de La Stampa: “i diritti dei gay” e “l’Italia ( e l’Europa, e l’Asia) non hanno ancora avuto leader nazionali che siano espressione delle minoranze”,

Qui Molinari ha ragione: lo Stivale, per esempio, non assurgerà mai alla gloria se non manderà al Quirinale un eritreo, o una leader lesbica dell’Arcigay. Se non esulterà per l’outing di questo o quel protagonista dello svecchiamento dei costumi. Se insisterà a riparare le strade invece che sviluppare superdroni di ultima generazione.

A.M.C.

IN VIKTOR ORBAN CAPO TRIBALE UNNO GLI UNGHERESI RITROVANO UN FIERO PASSATO

Parecchi si meravigliano che l’Ungheria si lasci governare, anche galvanizzare, da un primo ministro Orban che schernisce il politically correct e rifiuta il pensiero unico democratico-buonista.  I parecchi dimenticano, intanto, che quel paese, con un passato importante, ha vari conti da regolare col presente. Sconfitto nella Grande Guerra, fu depredato e umiliato dai vincitori  tanto quanto l’Austria, la Germania,  l’impero ottomano. Il trattato del Trianon  gli tolse tre quarti del territorio, due terzi della popolazione. Così i magiari di oggi apprezzano di disporre di una guida forte che  promette qualche riscossa.

Gli ungheresi cominciarono a vendicarsi abbattendo dopo due mesi la repubblica bolscevica proclamata  da Bela Kun e accettando invece la reggenza autoritaria dell’ammiraglio Horty, che alla fine si fece succedere come reggente da un figlio, Tramortita una seconda volta dall’occupazione sovietica, nel 1956 Budapest si illuse di potersi rivoltare.

Il Viktor Orban che oggi capeggia i magiari sembra incarnare col suo temperamento e il suo credo alcuni tratti fondanti della stirpe. Sono tratti un po’ leggendari: da più di sedici secoli, dalle selvagge scorrerie degli Unni di Attila, si pensa all’Ungheria primitiva come terra di ferocie. Gli Unni mangiavano la  carne cruda; a cavallo erano invincibili; le loro efferatezze erano reali, però ingigantite dalla fama terribile. Quando nell’anno di Cristo 453 santa Orsola e le undici monache di un monastero renano furono uccise dai predoni unni nacque la tradizione delle undici mila martiri.

Verso la fine del X secolo, Geza e santo Stefano, due successori di Arpad, il condottiero che aveva conquistato l’Ungheria, mitigarono la barbarie magiara sia convertendosi al cristianesimo, sia trasformando l’orda barbara in una forte nazione guerriera. Del re Bela III si usa dire che era già “egemone dei Balcani”: si era fatto sovrano di terre che ora sono Stati. Suo figlio Andrea II tentò persino di diventare imperatore latino a Costantinopoli.  Nel 1308, col giovane re angioino Carlo I si aprì il secolo e mezzo di potenza  e prosperità della non più primitiva monarchia ungherese. I suoi sovrani conseguirono nella Cristianità orientale un primato simile a quello dei re di Francia e di Inghilterra in Occidente.

La forza economica della nazione magiara fu accresciuta dal fatto che le sue miniere d’oro erano le più ricche dell’Europa medievale. Quando salì al trono (1342) Luigi il Grande, anch’egli di sangue angioino, il suo regno era potente al punto di realizzare un sistema egemone in Italia, nei Balcani, in Polonia. Già da tempo signoreggiavano nel nord della Bulgaria, in Croazia, Dalmazia, Bosnia e in due principati valacchi.

Col Quattrocento l’Ungheria fu investita dall’avanzata turca e prima di soccombere funzionò da baluardo dell’Europa. Mattia Corvino, re a diciotto anni, si rivelò grande principe del Rinascimento e uno dei conduttori del gioco diplomatico continentale. Era destino che l’Ungheria cadesse agli Asburgo (1699), ma si aprì presto una lunga serie di contrasti e di insurrezioni. Si placarono solo nel 1867 quando l’impero asburgico si trasformò coll’Ausgleich  in Austria-Ungheria.

Oggi Viktor Orban regge l’Ungheria con mano forte: come padre-padrone, dicono i suoi nemici. Non gli risparmiano molti altri insulti: populista, nazionalista, reazionario, illiberale, eversore dell’assetto democratico, antisemita e antirom. Invece è semplicemente fatto della tempra dei capi tribali che si impadronirono della Pannonia. Nonché della fibra degli imprenditori e uomini d’affari che dopo l’Ausgleich fecero di Budapest una Chicago danubiana, molto più pulsante e ambiziosa della Vienna che declinava  e che nel 1848 aveva dovuto schiacciare varie rivoluzioni coi cannoni.

La figura di Orban si erge orgogliosa come i palazzoni di fine Ottocento della capitale: oggi ancora segnati dal fuoco dei tank sovietici ma fieri. Alcuni degli anatemi contro il capo del governo hanno un fondamento. Però è un fatto che l’Ungheria ha un  patrimonio storico e mentale ben al di là di quanto possa vantare una repubblica di dieci milioni.  E che Orban incarna gli impulsi di dominio dei magiari di Arpad, di Geza, di Giovanni e Mattia Huniadi. Un giorno Orban cadrà, ma avrà ‘cavalcato, devastato e conquistato’ come i suoi antenati ugrofinnici e turco-iranici. Per questo, più si dice illiberale e più fa seguaci.

A.M.C.

DECRESCERE NON SARA’ TORNARE MISERI, CI SALVERA’ DAL PORCILE DI CIRCE

“Un po’ d’ossigeno contro chi esalta la decrescita felice”. Apre così Pierluigi Battista del ‘Corriere’ uno sfogo liberatorio contro quanti abiurano la fede nello sviluppo. Battista si dichiara rinfrancato dalla pubblicazione di un libro Contro la decrescita  “che andrebbe consigliato a chi non riesce a capacitarsi che un passato di penuria e miseria, dolore e rassegnazione, possa essere indicato come un’Età dell’Oro. Un manuale utile per rintuzzare le solite, lugubri geremiadi contro il consumismo”. Da qui Battista procede a rievocare com’era grama, a volte drammatica, la condizione della maggioranza sociologica del pianeta  prima dell’industrializzazione, del rigoglio tecnologico-scientifico, delle vaccinazioni, degli altri miracoli della medicina. Prima della perfetta felicità in cui viviamo, oggi che il progresso non la dà vinta ad alcuna malattia e il mercato sana tutte le afflizioni.

Gli anatemi del Nostro contro la Carboneria  antisviluppista sono ovviamente giusti: purché possa sostenere che l’anticonsumismo e l’elogio della sobrietà vogliono il ritorno all’infelicità dei miseri, alle ristrettezze estreme, allo strazio della mortalità infantile, il ritorno alle  tragedie senza numero di quando la scienza medica conosceva quasi solo salassi e  clisteri,  e l’arte del vivere non aveva raggiunto l’inimitabile sofisticazione d’oggi.

Va data ragione a Battista: sempre che l’Età dell’Oro sia il consumismo; che la diffusione del benessere non abbia comportato alcun costo e alcuno scompenso; che la redditolatria non abbia allargato i divari sociali,  devastato l’ambiente, comprato le anime. Basterà dare queste dimostrazioni e il buon diritto di Pierluigi Battista trionferà. Emergerà che il perseguimento di sempre più reddito non è  né ossessivo, né corruttore. Che i consumi sono tutti sacrosanti. Che i benestanti di un tempo sbagliavano a contentarsi di ciò che avevano, che i benestanti d’ oggi fanno bene a esistere per arrivare allo yacht.

Basterà convincerci che gli imprenditori suicidatisi nel Nord-Est si sono immolati per l’Ideale; che gli intonachisti non devono fare a meno del Suv per trasportare secchi e fustini; che l’operaio d’oggi sarebbe un reietto se ciascun familiare adulto non possedesse un’auto propria e non facesse crociere in navi alte dieci piani. Basterà convincerci che, in virtù delle rising expectations, i rappresentanti del popolo e i servitori della collettività  non esigono più tangenti di un tempo. Che è fisiologico lo straripamento in sovraricchezza dell’One per Cent. Che i mali e le storture dell’ipereconomicismo sono immaginari. Che insomma gli Dei ci vogliono così: invasati di cupidigia.

Eppure Battista finge di non sapere che chi propone la decrescita non addita l’idillio dell’Eden, né suggerisce di regredire a quando pellagra e Tbc infierivano sui poveri. Apertosi il terzo millennio, e a valle di una crisi grossa, decrescita vuol dire semplicemente rinuncia alla crescita. Basta crescita: ci siamo sviluppati fin troppo. Gli imperativi e le aspirazioni sono cambiate. Retrocedere a come eravamo vent’anni fa non sarebbe straziante. I privilegi di quando i paesi industrializzati erano allo zenit della prosperità erano insostenibili: i nodi sarebbero venuti al pettine anche senza la caduta di Lehman Brothers. In più si è dispiegata la capacità competitiva dei più vitali tra i paesi poveri. Oggi che la Cina produce beni essenziali per il mondo intero, in astratto non ha più senso che la merce X venga fabbricata, metti, in Italia. Quando i costi di produzione cinesi si impenneranno, altre società ex-arretrate toglieranno mercati ai prodotti occidentali.

Decrescita vorrà dire adeguamento alla realtà, valorizzazione di quelle positività che riusciremo a difendere.

Si indeboliranno le spinte che avevano portato a livelli di reddito innaturali, ma la decrescita non ci immisererà. Perdere un decimo o un quinto di redditi gonfiati non sarà miseria, se politiche redistributive aiuteranno i più deboli. Si abbasseranno gli stili di vita. Si attenueranno l’adorazione della carriera, la sacertà stessa del lavoro. Si indebolirà l’identificazione tra felicità e possesso individuale. La decrescita riabiliterà la vita semplice, riabiliterà persino alcune ristrettezze: ci affrancheranno da alcuni dei costi del consumismo e dell’edonismo.

Questi due idoli non hanno portato in tribunale un’Infanta di Spagna, figlia e sorella di Re, sotto l’accusa di avere frodato il contribuente, quasi essa fosse un normale impostore della democrazia rappresentativa, questa sì Paradiso in terra?

Porfirio