PARIGI: LA FIERA DELLE VELLEITA’

La manifestazione monstre -un paio di milioni di parigini, capeggiati da una cinquantina di statisti- è stato un evento storico? Sì, ove si faccia finta di non aver sentito e letto un alto numero di insulsaggini. Che la Francia, colpita  al cuore, s’é desta. Che siamo in guerra e combatteremo. Che la redazione di una testata satirica era un tempio della libertà e che questo tempio è stato profanato. Che i cinquanta statisti rappresentavano un’umanità che vuole lottare per l’ideale: come se obiettivo prioritario dei liberticidi di al Qaeda e di Boko Aram fosse dare una lezione a Diderot e a Condorcet,  non di regolare i conti con il colonialismo e con le crociate. Non è facile immaginare che i tagliagole del Califfato si curino davvero di istituire processi a tesi filosofiche affiorate quasi tre secoli fa.

Doveva accadere ed è accaduto: patrioti senza numero e senza paura hanno giurato in place de la Concorde a Marianne, graziosa deità laico-repubblicana in berretto frigio, che non arretreranno,  non tradiranno le conquiste della presa della Bastiglia. Però la Bastiglia non c’entra. In un certo senso non c’entra  la Francia.

Coll’attacco alle Twin Towers, il terrorismo dichiarò guerra all’egemonia planetaria degli USA, non alla Francia. Sono passati anni e la contrapposizione di valori e di civiltà è solo apparente. Lo sgozzamento di ostaggi e di prigionieri non è più ripugnante della noncuranza americana di fronte alla morte dei civili (collateral damages). C’è un’alleanza di plebi africane ed asiatiche che tentano di scalzare l’egemonia occidentale. Che esse lo facciano nel nome di Allah è quasi irrilevante. Quello che conta è la vastità geografica della sollevazione di genti prima sottomesse, oggi prigioniere della povertà, soprattutto quando vivono nelle banlieus francesi. G.W.Bush credette di poter rispondere all’ammutinamento coi metodi tradizionali dell’imperialismo: muovendo una guerra nell’Irak, poi in Afghanistan, entrambe perdute in un disonore  che prolunga quello delle spedizioni coloniali d’Indocina, prima francesi, poi americane. Preso atto delle sconfitte, oggi gli USA si arroccano nella Fortress America, e finora sono riusciti a scongiurare l’umiliazione di altre Twin Towers. Quanto al “socialista” che governa la Francia, egli è caduto nella trappola di credere di poter ereditare impunemente una parte dell’eredità americana: conduce spedizioni in Africa, capeggia operazioni convenzionali nel Vicino Oriente. Lo scontro di civiltà coll’Islam c’è ma è marginale.

Quando i milioni di manifestanti di place de la Concorde fanno mostra di volere affrontare i nemici della libertà, dei valori francesi, di Diderot, fanno del velleitarismo. La Francia potrà riuscire a proteggersi meglio contro gli assalti del terrorismo  ma sarà impotente ad agire fuori casa. Dunque i propositi bellicosi di quanti maledicono chi respinge le avventure militari, in realtà coprono la loro impotenza. Non saranno in grado  di compiere spedizioni importanti.

La Francia e l’Europa (a parte l’appendice britannica degli Stati Uniti) hanno in realtà una sola grande opzione: staccarsi dall’America,  destinare ad aiuti economici ( con occhiuti controlli, perchè non finanzino i tagliagole) le risorse finora assorbite dalle spese militari, e rispettare il diritto delle società islamiche ad evolversi in autonomia dal pensiero unico occidentale. Non è scritto che la modernità arrogante debba trionfare dovunque sull’orbe terracqueo. Dove Washington ha tentato di imporla, ha fallito. Fallirebbero la Francia e l’Europa.

I propositi manifestati a Parigi sono velleitari. E più che mai velleitari sono i piani di riscossa dell’Illuminismo: si lasci perdere Voltaire. I  gridi di battaglia levati  sotto il monumento a Marianna -fermeremo, debelleremo, i nostri valori sono più forti delle loro minacce-sono esibizioni da Luna Park. Per dirla con più delicatezza, fanno pensare a Vanity Fair. Nel Pilgrim Progress, geniale allegoria seicentesca di John Bunyan (“What Shakespeare is to English dramatists, what Milton is to English epic poets, that Bunyan is to writers of English allegory” c’è una città che si chiama Vanity. Vi si tiene una fiera che non chiude mai e dove “vanity and ostentation obtain” (si veda la sfilata degli statisti quasi tutti bugiardi). Alla fiera di Vanity si compra e si vende di tutto, tutto l’anno: le cose serie e utili come i capricci della moda (infatti oggi un’importante testata di moda si chiama Vanity Fair). A Vanity si vendono anche piani strategici per il sicuro successo della riscossa illuminista. Per il Trionfo di Marianna. Per i grandi destini dei valori républicains.

Valori necessariamente superiori : sperando che pochi ricordino. L’8 maggio 1945, mentre le piazze e le balere di Francia festeggiavano perdutamente la vittoria “francese” su Hitler, i cacciabombardieri e i cannoni francesi fecero oltre 15.000 vittime, soprattutto morti, tra gli algerini di Costantina e dintorni, che cominciavano a chiedere l’indipendenza. Anche allora, da una parte sola, si inneggiò a Marianna.

A.M.C.

UN PRIMO CITTADINO A TURNO E NO QUIRINALE AL POSTO DEI MONARCHI DA STRAPAZZO

C’è un altro ruolo da rottamare, quello del presidente della repubblica. Lo derivammo, così spropositatamente lungo – sette anni, laddove consoli da 12 mesi fecero grande Roma e ad Atene c’erano arconti da un giorno- dalla Costituzione francese del 1875. Era stata votata da una maggioranza parlamentare monarchica, e monarchico dichiarato fu il secondo presidente della Troisième République, Mac-Mahon. L’ultimo monarca di Francia era stato Napoleone III, nipote del Grande. Eletto presidente della Seconda repubblica nel l848, si era trasformato in imperatore quattro anni dopo. Non aveva regnato male: capiva i proletari e, pur amando di più la borghesia che industrializzava il paese, li aveva qua e là sostenuti. Ebbe la sventura di farsi coartare a muovere guerra alla Prussia (in pratica alla Germania prossima ad unificarsi e a diventare possente). Fu sconfitto rovinosamente.

La repubblica che era seguita alla disfatta e alla Comune parigina si rialzò in fretta: ricca di capitali, divenne il secondo più vasto impero coloniale al mondo. Seguirono due guerre mondiali (la seconda apportatrice di una sconfitta definitiva) e venne una Quarta Repubblica con i difetti più gravi della Terza, in primis il parlamentarismo estremo. Alla fine la Francia fu salvata, per mano di un generale, da una Quinta repubblica mondata delle lebbre della Quarta e della Terza.

I Costituenti italiani del 1947, più sconsiderati di quelli domati da de Gaulle. vollero un capo dello stato apparentemente forte -in realtà comandavano i partiti prevaricatori- e per un mandato troppo lungo, laddove nel 2002 la carica del presidente francese sarà opportunamente accorciata a 5 anni. Eletto dal popolo e largamente responsabilizzato, il presidente francese è uno statista migliore del nostro, eletto dalla Casta nella più completa irrilevanza dei cittadini. Fino alla crisi del 2007-08 il nostro presidente è stato un vaso di coccio tra  ferrei vasi partitici. Fu il fallimento del governo Berlusconi a trasformare Napolitano in un decisore forte e persino arbitrario: re Giorgio.

Oggi la Casta si trova di fronte alla scelta di un capo di stato che,  secondo come evolverà la crisi dell’economia e del regime, potrà risultare o no qualcuno; oltre a tutto dipenderà dal fattore forse nuovo, forse no, rappresentato da Matteo Renzi. Il successore di Napolitano sarà probabilmente scelto perchè non intralci il Rottamatore in una fase iniziale. Dopo, potrà accadere di tutto: dalla crisi di regime acuta e duramente rinnovatrice alla ricaduta nei giochi esiziali del partitismo cleptocratico. In un caso come nell’altro il ruolo del capo dello Stato resterà scadente, bisognoso di un ripensamento integrale. L’eventuale continuità col settantennio della Casta sarà micidiale.

In un ordinamento razionale la mezzadria tra due personalità costituzionalmente forti al vertice dello Stato non avrà senso. Piuttosto dovrà rafforzarsi nettamente il capo del governo, trasformato in Cancelliere espresso dal popolo. In tal caso dovranno ridursi sia le prerogative del capo dello Stato, sia quelle del potere legislativo (il parlamentarismo è un fatto degenerativo).

Sarebbe giusto che il presidente della repubblica perdesse quasi tutti i poteri che ricordano quelli del monarca. Gli resterebbero le funzioni cerimoniali e protocollari, quelle che non meritano di impegnare il Cancelliere espresso dal popolo.  Nella regia forte di tale cancelliere, a lui spetteranno quasi tutte le funzioni assegnate al capo dello Stato da una carta statutaria oggettivamente pessima: ha fatto sorgere un ordinamento stimato solo dai farabutti che lo sfruttano. La fiducia nelle Istituzioni volute nel 1947 si è ridotta a percentuali da farsa.

Per la funzione nominale che è opportuno resti al Primo Cittadino non va cercato un protagonista, una personalità con un passato e un’ambizione importanti. Dovrebbe bastare la rotazione annuale tra personaggi degni di onorabilità, scelti per sorteggio in un ruolo di soggetti dotati di determinati requisiti oggettivi, p.es. magistrati o studiosi di alto livello, benemeriti del volontariato e simili. Il Primo  Cittadino non dovrebbe essere rieleggibile né essere prescelto per altri ruoli politici.

Dovrebbero essere imperativi l’abbandono della reggia del Quirinale e la scelta di una sede decorosa ma senza alcuno sfarzo, con un bilancio e un personale non superiori al decimo degli attuali. Tutti i presidenti repubblicani finora eletti andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede in un edificio che è la negazione assoluta della sobrietà e della moralità repubblicane. I loro beni e quelli lasciati agli eredi dovrebbero essere confiscati per indennizzare i contribuenti degli oneri loro imposti dal Quirinale e sue dipendenze. Uguale procedimento dovrebbe avocare gli eccessi di reddito dei professionisti politici -e loro eredi- di carriera pubblica insolitamente lunga. Per esempio il sessantaduennio di parlamento, poi di Quirinale, originariamente imposto per Giorgio Napolitano dal Partito comunista andrebbe sanzionato come un sopruso e un sovraprofitto di regime.

A.M.C.

STELLA: GLI ITALIANI SI RIPRENDANO IL QUIRINALE NE FACCIANO UN MUSEO IMBATTIBILE

“Il Louvre raccoglie nove milioni di visitatori all’anno, la Città Proibita dodici milioni. L’Italia apra al pubblico la reggia dei papi e dei Savoia”. Con La Casta  Gian Antonio Stella era diventato, con Sergio Rizzo, il più benemerito tra i giornalisti, vero e proprio condottiero della rivolta antipolitica. Invece pochi anni fa era precipitato nel ridicolo annunciando una sua soluzione all’insolubile problema di integrare gli immigrati nelle  città. La soluzione gli appariva geniale: “sparpagliarli, sparpagliarli nei quartieri buoni invece di ghettizzarli nelle periferie”. Questioni razziali e culturali a parte, l’invenzione di Stella semplicemente dimenticava che le case dei quartieri buoni costano ‘N’ volte più che quelle delle suburre; e che la mano pubblica manca delle risorse, dei mezzi legali e della volontà per sistemare d’imperio i miseri nelle nice areas.

Oggi, grazie al Quirinale, il Nostro si riappropria del ruolo di opinion leader sul serio. Se farà una campagna efficace come quella contro la casta dei politici, sarà un generale vittorioso. Poche carognate di regime superano lo sfarzo e lo spreco di un settantennio di reggia per un’istituzione repubblicana nata dalla Resistenza comunista o quasi.

Il 30 dicembre il Corriere della Sera  ha dato un considerevole risalto al ragionamento di Stella: il Quirinale appartiene agli italiani, ebbene gli italiani lo mettano a frutto “sbaragliando la concorrenza mondiale”. Che la reggia costruita oscenamente costosa,   -con denaro rubato ai poveri- da papi farabutti, sia la casa di tutti noi “lo ha detto più volte Giorgio Napolitano”. Così esordisce in prima pagina il Nostro. “Una frase molto bella” commenta, lasciando peraltro risultare che è una frase falsa, non creduta da alcuno, anche in quanto profferita dal Primo Dignitario della Casta.

All’obiezione che “in questi tempi di sbandamento c’è il rischio di intaccare una delle figure che ancora godono di prestigio” Stella oppone, efficacemente: “Mai un papa ha goduto di tanto prestigio e tanto affetto popolare quanto Francesco, che ha scelto di abbandonare gli appartamenti papali per vivere nei pochi metri quadri di una delle camere con salottino del convitto Santa Marta”.

Continua: “Proprio perché è molto più grande, più ricco e più costoso nella manutenzione a confronto coll’Eliseo o con Buckingham Palace, il Quirinale pesa sulle pubbliche casse più di ogni altro. Ed è all’ottantesimo posto nella classifica mondiale dei musei. La Hofburg di Vienna, per secoli cuore del potere degli Asburgo, ospita oggi solo un ufficio di rappresentanza della presidenza, più una straordinaria rete di istituzioni culturali fino al celebre Kunsthistorisches, che fa da solo 1,3 milioni di ingressi l’anno. Il Louvre attira ogni dodici mesi 9 milioni di turisti. La Città Proibita, dodici milioni”.

Di qui la proposta: si chieda al prossimo capo dello Stato di lasciare il Quirinale. “Gli italiani e gli stranieri accorrerebbero entusiasti alla scoperta di quel palazzo di 1200 stanze: come grande museo sarebbe in grado di sbaragliare ogni concorrenza mondiale. Certo, molti burocrati che si erano abituati a vivere in quella bambagia, storcerebbero il naso: ma come! la tradizione! il decoro! Ma gli italiani, ci scommettiamo, vedrebbero la svolta con simpatia. E la leggerebbero come un gesto di solidarietà, di riconciliazione, di amicizia”.

Sono quattro anni che quasi ad ogni  suo numero  ‘Internauta‘ invoca: il Quirinale venga chiuso e venduto al migliore offerente. Solo a Roma dormono in strada diecimila homeless, e alcuni ne muoiono. Trentamila famiglie stanno per essere gettate sul lastrico per la fine del blocco degli  sfratti. Tutti i nostri capi dello Stato (tranne Enrico de Nicola, che si sistemò a palazzo Giustiniani) andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede nel Quirinale. Andrebbero processati anche gli eredi dei presidenti morti, perché indennizzino coi loro beni i contribuenti per il sopruso di un settantennio di sprechi del Quirinale. Ma noi di ‘Internauta’  riconosciamo: è più giusta la proposta di Stella, fare della reggia malfamata il primo museo del mondo. Noi ci eravamo fatti inebriare da prospettive che Stella ha signorilmente taciuto.

Quella di licenziare in tronco l’intera Corte: corazzieri palafrenieri cocchieri consiglieri giardinieri ciambellani lacché cacciatori (paghiamo anche questi a San Rossore!). Quella di tagliare di nove decimi la dotazione finanziaria e il personale della Presidenza. Quella di cancellare tutti i suoi vitalizi. Per le esigenze della futura, sobria sede del Primo Cittadino basta un piccolo drappello di funzionari e segretarie, basta una palazzina. Bastano poco più di venti milioni l’anno, dei 228 attuali. Manco a dirlo, si chiudano le dipendenze a Napoli e altrove. Si apra al solo pubblico pagante la tenuta di San Rossore. Si vendano ai turisti  ricchi le corazze, gli elmi e i cavalli della Guardia del Presidente. Non si usava contrapporre allo sfarzo e agli sprechi delle monarchie la virtuosa semplicità delle repubbliche?

Porfirio

RINUNCIARE ALLA RIVOLUZIONE FORSE PERDERA’ PAPA FRANCESCO

Una doppia pagina di Repubblica sui ‘nemici di Francesco”, in particolare un articolo di Marco Ansaldo, sembrano annunciare come possibili: 1) uno scisma al vertice della Chiesa, oppure negli Stati Uniti; forse persino un antipapa; 2) una morte improvvisa e sospetta del pontefice. Cose molto gravi, sempre che Repubblica non stia eccedendo in

sensazionalismo. Il giornale capofila del laicismo ha riferito di accuse a Francesco d’essere ‘strano’; di turbamento dei fedeli di fronte a certe sue riforme; della barca di Pietro in cui parte dei vogatori remano contro; di un drappello di cardinali che sono ‘teocon’,  si oppongono a novità come il dialogo con gli atei e coi diversi; di altre obiezioni alla linea “destabilizzatrice” di Bergoglio.

Si menziona persino una posizione ‘sedevacantista’; se le parole hanno un senso, i sedevacantisti considerano questo papa illegittimo nei fatti, dunque la Sede è vacante. Insomma Francesco sarebbe circondato di lupi che cercano di azzannarlo. Forse il fatto più sintomatico di questo disagio è una tesi di Vittorio Messori: Bergoglio è ‘imprevedibile’ e con ciò stesso disorienta il cattolico medio. Antonio Socci giornalista d’attacco ha sostenuto che il papa “è l’idolo dei media, di gruppi di sinistra e, chissà perché, ‘dei membri del parlamento europeo’.

Forse questi segni di crisi sono sopravvalutati, forse no. In ogni caso non possono stupire. La storia della Chiesa conosce in abbondanza scismi, eresie, sollevazioni. Conosce, eccome, gli assassinii di papi nei secoli più tormentati: Nulla si può escludere a priori;  ma forse è presto per annunciare scismi e avvelenamenti.

Ci sono, non possono non esserci, ambienti minoritari che da Bergoglio si aspettavano altro. Non tanto l’infittimento di enunciazioni idealistiche richiamantesi all’avanguardia degli “Spirituali”, o Fraticelli, che molti secoli fa, appena morto il Santo di Assisi,  tentò invano di opporsi ai propositi di temperare la coerenza francescana, di accogliere i compromessi mondani e il temporalismo. Furono sostenuti da questo o quel principe, da questo o quell’ambiente della Chiesa ufficiale, ma risultarono sconfitti. Anche l’Ordine francescano divenne ricco e socio del potere.

Le minoranze, forse esigue, che “si aspettavano altro” constatano in Bergoglio una rinuncia ad esercitare il ruolo rivoluzionario che nelle prime settimane era apparso connaturale alla sua personalità e ad alcuni suoi atteggiamenti, così lontani da quelli convenzionali. Inarcia di liberazione dagli idoli del nostro tempo: dal materialismo capitalista al consumismo, alla dissacrazione di tutti gli slanci. Essendo l’uomo più conosciuto e più rispettato del pianeta, Francesco poteva/doveva andare oltre la leadership religiosa. Poteva/doveva mettersi alla guida di un’umanità in cerca di rigenerazione, un’umanità fatta anche di agnostici e di miscredenti: proprio in quanto banditore di una riscossa non necessariamente condotta dalle fedi tradizionali. L’Uomo più conosciuto del pianeta avrebbe fruito di un potenziale di leadership senza confronti anche in termini laici e terreni; avrebbe goduto di un ‘avviamento’ formidabile.

Sempre che conquistasse i popoli grazie ad alcune iniziative cla un tempo della modernità segnato  dallo smarrimento, dalla debolezza non solo dei credi religiosi, anche dei valori e costumi civili, degli ancoraggi etici, questo papa così difforme dallo stampo tradizionale, questo papa che disdegnava i segni della grandezza mondana, avrebbe potuto/dovuto proporsi, non solo ai credenti, come l’Innovatore totale, come il maestro e il Mosè della grande Mmorose, ad alcune    innovazioni traumatizzanti, che lo facessero conduttore delle genti e riformatore di civiltà, in termini terreni oltre che religiosi. Avrebbero dovuto essere novità dirompenti, tutt’altre cose delle solite allocuzioni, dei soliti appelli e Angelus, inutili da venti secoli.

Un gesto di impatto straordinario, un sisma duro, avrebbe potuto essere l’abbandonare Roma, ossia un retaggio di misfatti. Come asserzione di guida totale sarebbe stato ben più eloquente e alta che questo o quel provvedimento sugli organici e le procedure della Curia. Avrebbe anche fatto bene a liberare la Cristianità, non solo la sua Chiesa, di una parte dei beni materiali e commerciabili, cominciando dalle opere d’arte. Avrebbe  dovuto far risultare con atti concreti, non con definizioni e formule oratorie, la volontà di aprire un’altra era. Un trauma grave nella cristianità avrebbe annunciato l’avvento di tempi scandalosamente nuovi.

Nulla di evangelicamente scandaloso è avvenuto, e diffilmente avverrà sotto Bergoglio. Non impressionano gli atti finora compiuti e i propositi annunciati.  Non può emozionare la nomina di porporati di provenienze diverse da quelle consuete. E nemmeno possono avvincere le innovazioni retoriche quali lo psicologismo di elencare tra i morbi ecclesiastici lo “Alzheimer spirituale”. Oppure l’esortazione, sempre del papa, a non far uscire dalle chiese i bambini che piangono. Pianti e schiamazzi dei bambini trovano solidali, persino compiaciuti, solo genitori e congiunti perfettamente ignari dello spasimo di cercare di parlare con Dio, e di farlo in chiesa. Tale spasimo è una tragedia esistenziale: nulla da mettere sul bonario. Il papa cui spetterebbe d’essere Mosè ha doveri assai più gravi che voltare le chiese a kindergarten e i preti a babysitter.

I nemici di Francesco gioiscono di certe ingenuità. Vedono più facile azzannarlo: tanto più in quanto, non facendo la rivoluzione, egli non ha i popoli dalla sua.

l’Ussita

I GALOPPI DEL PIL NON CANCELLANO IL DISONORE DEL BELLICISMO USA

Maurizio Molinari, corrispondente da New York de ‘La Stampa’, scrisse un libro dal titolo esopico L’aquila e la farfalla, con un sottotitolo/messaggio Perché il XXI secolo sarà ancora americano. A prendere sul serio il libro, non è una buona notizia -per chi non idolatri il Pil e i record tecnologici- che i prossimi 85 anni saranno ancora signoreggiati dal maggiore degli Stati-canaglia. Fossimo superstiziosi faremmo convinti scongiuri. Ma la superstizione è deplorevole. E poi prendere sul serio questo lavoro non è imperativo.

Per cominciare, come raccolta di corrispondenze di giornata L’aquila e la farfalla  è infarcito di storie da non considerare sub specie aeternitatis. Anche se, secondo l’Autore, la vicenda di un certo Frederic Larson, 64 anni, fotografo e padre di due figli, “è l’esempio di un’America rivoluzionaria, dove la ricchezza si condivide”. Che ha fatto Frederic Larson, ha convinto l’One Per Cent ad associarsi nella dovizia il Ninetynine%? No: per arrotondare dà in affitto la sua casa a 100 dollari per notte. In più, per quattro giorni al mese trasforma in taxi la sua Prius. ”In tal modo mette a frutto beni che possiede: è la sharing economy”. Credevamo che anche i pescatori delle isole Eolie usassero affittare ai villeggianti nella  stagione balneare; invece ciò che fa Larson “è l’espressione del maggiore laboratorio di idee del mondo (…) e di un indomito spirito creatore: l’America si sta ricostruendo (…) E’ una galassia di giganti e di imprese tecnologiche”.

Additato il pinnacolo Larson, il libro  elenca un certo numero di aspetti della grandezza americana: gli USA sfidano gli ultimi dittatori; Internet, invenzione statunitense, oltre ad essere una “formidabile fonte di ricchezza, rivitalizza i partiti e le istituzioni parlamentari”. A quest’ultimo proposito, i più pensavano il contrario; che cioè Internet fosse una sia pur fievole promessa di democrazia diretta, esatto contrario dei partiti e dei parlamenti. Ma Molinari spiega: Internet e Big Data hanno permesso a Obama di vincere la rielezione (pubblicato nel 2012, il libro non poteva coprire la successiva disfatta di Obama. E non è dimostrato il dovere di riconoscenza che il pianeta deve a Obama).

Ma soprattutto gli USA di Molinari hanno scoperto “una nuova versione dell’American Dream, una nuova frontiera dei diritti civili: i gay, patrimonio dell’umanità”. Non scaraventate l’Aquila e la farfalla  nel cassonetto della carta, perché esso vi dice come avverrà il mantenimento della supremazia americana su un altro secolo: “con una formula diversa da quelle finora conosciute. Non più gli eserciti tradizionali, bensì il dominio delle comunicazioni digitali, le guerre segrete, le armi invisibili (droni e molto altro). Le stesse armi nucleari saranno surclassate dalla capacità di lanciare “attacchi convenzionali superpotenti, quasi in tempo reale, anche da piattaforme nel cosmo”.

Pure da piattaforme nel cosmo. L’Autore non trattiene l’entusiasmo per tanta dilatazione  della civiltà. Anche se tutte le guerre yankee hanno attestato che i trionfi di Washington furono conseguiti su avversari deboli in partenza (gli indiani del West, il Messico nel 1845, la Spagna coi vascelli di legno nel 1898), oppure estenuati dalla mancanza di rifornimenti. Dopo il 1945 le imprese belliche degli USA sono fallite nel disonore più abietto; è necessario ricordare le statistiche delle bombe sganciate sul Vietnam per conseguire la  disfatta finale?

Gli Stati Uniti detengono  tutte le tecnologie dell’annientamento, ma da un settantennio raccolgono soprattutto insuccessi; umiliati persino dalla Somalia. In compenso essi sono al di là di ogni dubbio la nazione più malata di bellicismo della storia; nonché la più inefficiente nel rapporto tra mezzi e risultati.

Maurizio Molinari non ha difficoltà a dichiararsi ostile al pacifismo. Né ad ammettere che le spedizioni nel Golfo e in Afghanistan sono state mosse per difendere interessi americani, non questo o quell’ideale. Meno che mai ha difficoltà a riconoscere che l’immane superpotenza non ha i mezzi per mantenere o aggiornare le proprie infrastrutture civili, dai ponti troppo vecchi agli acquedotti: per riparare 240 mila punti di perdita d’acqua occorrerebbe un trilione (mille miliardi) di dollari.

In compenso l’Autore elogia la Casa Bianca per avere quintuplicato personale e risorse del Cyber Command. L’arsenale bellico, il più mostruoso da che l’uomo esiste, non fa che ingigantirsi. Il potenziale di overkill è smisurato: ma guai grossi se si riaprisse il contenzioso col Vietnam. Non è certissimo che il Pentagono vincerebbe davvero, se muovesse guerra alla Polizia Urbana di una metropoli kazaka. Però Obama ha concepito un’audace novità strategico-concettuale: non più le arcaiche imprese convenzionali del Pentagono, ma quelle innovative (e coperte) della CIA: dai superdroni e dalle navi stealth alle torture, alla capacità di non esitare di fronte all’assassinio dei civili.

A questo punto i galoppi della ripresa economica e i prodigi delle supertecnologie sono pressocché irrilevanti al fine di “mantenere americano” il XXI secolo. L’America che era la fidanzata del mondo, ora è odiata come mai lo è stato un grande impero. Quanti kamikaze hanno dato la vita per danneggiare anche lievemente gli USA? La potenza militare e quella diplomatica (p.es. fare i padroni di uno statista già comunista come Napolitano, persino dell’innovatore Matteo Renzi) sono ben poca cosa di fronte all’assieme dei valori e delle azioni  che concorrono a impregnare e dominare i secoli, cioè la civiltà. Si può impregnare e dominare se si è portatori di valori superiori. Gli USA sono il contrario.

Le ultime righe de L’aquila e la farfalla  sono lì a ribadire con forza i massimi titoli americani alla grandezza secondo il corrispondente de La Stampa: “i diritti dei gay” e “l’Italia ( e l’Europa, e l’Asia) non hanno ancora avuto leader nazionali che siano espressione delle minoranze”,

Qui Molinari ha ragione: lo Stivale, per esempio, non assurgerà mai alla gloria se non manderà al Quirinale un eritreo, o una leader lesbica dell’Arcigay. Se non esulterà per l’outing di questo o quel protagonista dello svecchiamento dei costumi. Se insisterà a riparare le strade invece che sviluppare superdroni di ultima generazione.

A.M.C.

IN VIKTOR ORBAN CAPO TRIBALE UNNO GLI UNGHERESI RITROVANO UN FIERO PASSATO

Parecchi si meravigliano che l’Ungheria si lasci governare, anche galvanizzare, da un primo ministro Orban che schernisce il politically correct e rifiuta il pensiero unico democratico-buonista.  I parecchi dimenticano, intanto, che quel paese, con un passato importante, ha vari conti da regolare col presente. Sconfitto nella Grande Guerra, fu depredato e umiliato dai vincitori  tanto quanto l’Austria, la Germania,  l’impero ottomano. Il trattato del Trianon  gli tolse tre quarti del territorio, due terzi della popolazione. Così i magiari di oggi apprezzano di disporre di una guida forte che  promette qualche riscossa.

Gli ungheresi cominciarono a vendicarsi abbattendo dopo due mesi la repubblica bolscevica proclamata  da Bela Kun e accettando invece la reggenza autoritaria dell’ammiraglio Horty, che alla fine si fece succedere come reggente da un figlio, Tramortita una seconda volta dall’occupazione sovietica, nel 1956 Budapest si illuse di potersi rivoltare.

Il Viktor Orban che oggi capeggia i magiari sembra incarnare col suo temperamento e il suo credo alcuni tratti fondanti della stirpe. Sono tratti un po’ leggendari: da più di sedici secoli, dalle selvagge scorrerie degli Unni di Attila, si pensa all’Ungheria primitiva come terra di ferocie. Gli Unni mangiavano la  carne cruda; a cavallo erano invincibili; le loro efferatezze erano reali, però ingigantite dalla fama terribile. Quando nell’anno di Cristo 453 santa Orsola e le undici monache di un monastero renano furono uccise dai predoni unni nacque la tradizione delle undici mila martiri.

Verso la fine del X secolo, Geza e santo Stefano, due successori di Arpad, il condottiero che aveva conquistato l’Ungheria, mitigarono la barbarie magiara sia convertendosi al cristianesimo, sia trasformando l’orda barbara in una forte nazione guerriera. Del re Bela III si usa dire che era già “egemone dei Balcani”: si era fatto sovrano di terre che ora sono Stati. Suo figlio Andrea II tentò persino di diventare imperatore latino a Costantinopoli.  Nel 1308, col giovane re angioino Carlo I si aprì il secolo e mezzo di potenza  e prosperità della non più primitiva monarchia ungherese. I suoi sovrani conseguirono nella Cristianità orientale un primato simile a quello dei re di Francia e di Inghilterra in Occidente.

La forza economica della nazione magiara fu accresciuta dal fatto che le sue miniere d’oro erano le più ricche dell’Europa medievale. Quando salì al trono (1342) Luigi il Grande, anch’egli di sangue angioino, il suo regno era potente al punto di realizzare un sistema egemone in Italia, nei Balcani, in Polonia. Già da tempo signoreggiavano nel nord della Bulgaria, in Croazia, Dalmazia, Bosnia e in due principati valacchi.

Col Quattrocento l’Ungheria fu investita dall’avanzata turca e prima di soccombere funzionò da baluardo dell’Europa. Mattia Corvino, re a diciotto anni, si rivelò grande principe del Rinascimento e uno dei conduttori del gioco diplomatico continentale. Era destino che l’Ungheria cadesse agli Asburgo (1699), ma si aprì presto una lunga serie di contrasti e di insurrezioni. Si placarono solo nel 1867 quando l’impero asburgico si trasformò coll’Ausgleich  in Austria-Ungheria.

Oggi Viktor Orban regge l’Ungheria con mano forte: come padre-padrone, dicono i suoi nemici. Non gli risparmiano molti altri insulti: populista, nazionalista, reazionario, illiberale, eversore dell’assetto democratico, antisemita e antirom. Invece è semplicemente fatto della tempra dei capi tribali che si impadronirono della Pannonia. Nonché della fibra degli imprenditori e uomini d’affari che dopo l’Ausgleich fecero di Budapest una Chicago danubiana, molto più pulsante e ambiziosa della Vienna che declinava  e che nel 1848 aveva dovuto schiacciare varie rivoluzioni coi cannoni.

La figura di Orban si erge orgogliosa come i palazzoni di fine Ottocento della capitale: oggi ancora segnati dal fuoco dei tank sovietici ma fieri. Alcuni degli anatemi contro il capo del governo hanno un fondamento. Però è un fatto che l’Ungheria ha un  patrimonio storico e mentale ben al di là di quanto possa vantare una repubblica di dieci milioni.  E che Orban incarna gli impulsi di dominio dei magiari di Arpad, di Geza, di Giovanni e Mattia Huniadi. Un giorno Orban cadrà, ma avrà ‘cavalcato, devastato e conquistato’ come i suoi antenati ugrofinnici e turco-iranici. Per questo, più si dice illiberale e più fa seguaci.

A.M.C.

DECRESCERE NON SARA’ TORNARE MISERI, CI SALVERA’ DAL PORCILE DI CIRCE

“Un po’ d’ossigeno contro chi esalta la decrescita felice”. Apre così Pierluigi Battista del ‘Corriere’ uno sfogo liberatorio contro quanti abiurano la fede nello sviluppo. Battista si dichiara rinfrancato dalla pubblicazione di un libro Contro la decrescita  “che andrebbe consigliato a chi non riesce a capacitarsi che un passato di penuria e miseria, dolore e rassegnazione, possa essere indicato come un’Età dell’Oro. Un manuale utile per rintuzzare le solite, lugubri geremiadi contro il consumismo”. Da qui Battista procede a rievocare com’era grama, a volte drammatica, la condizione della maggioranza sociologica del pianeta  prima dell’industrializzazione, del rigoglio tecnologico-scientifico, delle vaccinazioni, degli altri miracoli della medicina. Prima della perfetta felicità in cui viviamo, oggi che il progresso non la dà vinta ad alcuna malattia e il mercato sana tutte le afflizioni.

Gli anatemi del Nostro contro la Carboneria  antisviluppista sono ovviamente giusti: purché possa sostenere che l’anticonsumismo e l’elogio della sobrietà vogliono il ritorno all’infelicità dei miseri, alle ristrettezze estreme, allo strazio della mortalità infantile, il ritorno alle  tragedie senza numero di quando la scienza medica conosceva quasi solo salassi e  clisteri,  e l’arte del vivere non aveva raggiunto l’inimitabile sofisticazione d’oggi.

Va data ragione a Battista: sempre che l’Età dell’Oro sia il consumismo; che la diffusione del benessere non abbia comportato alcun costo e alcuno scompenso; che la redditolatria non abbia allargato i divari sociali,  devastato l’ambiente, comprato le anime. Basterà dare queste dimostrazioni e il buon diritto di Pierluigi Battista trionferà. Emergerà che il perseguimento di sempre più reddito non è  né ossessivo, né corruttore. Che i consumi sono tutti sacrosanti. Che i benestanti di un tempo sbagliavano a contentarsi di ciò che avevano, che i benestanti d’ oggi fanno bene a esistere per arrivare allo yacht.

Basterà convincerci che gli imprenditori suicidatisi nel Nord-Est si sono immolati per l’Ideale; che gli intonachisti non devono fare a meno del Suv per trasportare secchi e fustini; che l’operaio d’oggi sarebbe un reietto se ciascun familiare adulto non possedesse un’auto propria e non facesse crociere in navi alte dieci piani. Basterà convincerci che, in virtù delle rising expectations, i rappresentanti del popolo e i servitori della collettività  non esigono più tangenti di un tempo. Che è fisiologico lo straripamento in sovraricchezza dell’One per Cent. Che i mali e le storture dell’ipereconomicismo sono immaginari. Che insomma gli Dei ci vogliono così: invasati di cupidigia.

Eppure Battista finge di non sapere che chi propone la decrescita non addita l’idillio dell’Eden, né suggerisce di regredire a quando pellagra e Tbc infierivano sui poveri. Apertosi il terzo millennio, e a valle di una crisi grossa, decrescita vuol dire semplicemente rinuncia alla crescita. Basta crescita: ci siamo sviluppati fin troppo. Gli imperativi e le aspirazioni sono cambiate. Retrocedere a come eravamo vent’anni fa non sarebbe straziante. I privilegi di quando i paesi industrializzati erano allo zenit della prosperità erano insostenibili: i nodi sarebbero venuti al pettine anche senza la caduta di Lehman Brothers. In più si è dispiegata la capacità competitiva dei più vitali tra i paesi poveri. Oggi che la Cina produce beni essenziali per il mondo intero, in astratto non ha più senso che la merce X venga fabbricata, metti, in Italia. Quando i costi di produzione cinesi si impenneranno, altre società ex-arretrate toglieranno mercati ai prodotti occidentali.

Decrescita vorrà dire adeguamento alla realtà, valorizzazione di quelle positività che riusciremo a difendere.

Si indeboliranno le spinte che avevano portato a livelli di reddito innaturali, ma la decrescita non ci immisererà. Perdere un decimo o un quinto di redditi gonfiati non sarà miseria, se politiche redistributive aiuteranno i più deboli. Si abbasseranno gli stili di vita. Si attenueranno l’adorazione della carriera, la sacertà stessa del lavoro. Si indebolirà l’identificazione tra felicità e possesso individuale. La decrescita riabiliterà la vita semplice, riabiliterà persino alcune ristrettezze: ci affrancheranno da alcuni dei costi del consumismo e dell’edonismo.

Questi due idoli non hanno portato in tribunale un’Infanta di Spagna, figlia e sorella di Re, sotto l’accusa di avere frodato il contribuente, quasi essa fosse un normale impostore della democrazia rappresentativa, questa sì Paradiso in terra?

Porfirio

GENNAIO 2015

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LETTERA DA SAN PIETROBURGO

L’Europa non capisce la Russia. Mercato contro patriottismo

Trovarsi in Russia in un momento come questo, pur da studente squattrinato, è, per certi aspetti, un privilegio. Non tanto perché è molto conveniente fare la spesa e andare a teatro, grazie al tasso di cambio dell’Euro che, in questi giorni, si aggira intorno a quota 67 rubli; molto più interessante è osservare l’effetto economico e soprattutto politico delle sanzioni di UE e USA.

Le sanzioni sono uno strumento squisitamente occidentale, diciamo Americano, per rimettere i riga gli “stati canaglia». Sono un’arma spesso inefficace, ma che si sta affilando sempre di più. Se decenni di sanzioni non sono riusciti a rovesciare i regimi di Cuba e Nord Corea, è possibile che Putin, se non trova mercati e fonti di sviluppo e di credito alterativi all’Occidente, possa perdere molta della popolarità che ha ottenuto con il suo quindicennio d’incredibile crescita economica. Tanto più che le sanzioni colpiscono la Russia in un momento difficile: il prezzo del petrolio è sceso intorno ai 60 dollari al barile, i prezzi salgono a vista d’occhio e l’ economia russa è ufficialmente in recessione.

Ma al cittadino russo importa poco dei numeri. Ciò che più ferisce i Russi, popolo molto suscettibile, è che l’Europa si sia messa a fare da pappagallo all’America e abbia, a propria volta, imposto sanzioni. Più volte, giovani e meno giovani, da studenti a baristi, mi hanno espresso il loro sincero dispiacere per questa situazione, che loro prendono sul personale, e si sono molto rasserenati quando garantivo loro che io, al posto dell’UE, non avrei imposto questo tipo di sanzioni. I Russi amano gli europei e vogliono i prodotti europei. E’ divertente aggirarsi per i supermercati e contare la quantità di riferimenti all’Europa. Ne ho appuntati alcuni. Sul latte in polvere ed il caffe spesso si trova scritto« qualità europea». Il caffè istantaneo, tipo Nescafé, ma russo, richiama «le mattine a Parigi». La passata di pomodoro è «buonissima», e la marca locale di pasta annuncia che è proprio cosi che mangia « la vera Italia».

Sembrerebbe, dunque, semplice: vietare ai russi i prodotti europei e peggiorare gli indicatori macroeconomici è sufficiente per causare una rivolta anti Putin e, quindi, un riallineamento alla visione del mondo di Washington. Forse sarà cosi e non sarebbe, forse, un male per la Russia trovare un nuovo leader, ma l’Europa e l’ America non capiscono fino in fondo che la Russia, prima di essere un Mercato, è una Patria.

C’è un fattore storico. La Russia per quanto si avvicini all’Europa, resta sempre Russia. Si pensi alla campagna militare di Napoleone. La classe dirigente russa e gli alti ranghi dell’esercito erano talmente esposti all’influenza della Francia che non solo parlavano francese meglio del russo, ma addirittura, durante la guerra, gli ufficiali russi erano vestiti come gli ufficiali francesi. Questo creava non pochi problemi, e succedeva che ufficiali russi finissero crivellati dai colpi dei propri soldati. I generali e ufficiali russi allora non trovarono altra soluzione che smettere di radersi. Con la barba tornò a poco a poco la lingua russa e l’idea del popolo russo come popolo eletto, benedetto da Dio. E, quando Napoleone entrò a Mosca, i generali russi ordinarono di appiccare il fuoco alla città per non farla cadere nelle mani di un francese, per quanto straordinario.

Il popolo russo, se vuole, può soffrire pene indicibili, e non c’è argomento più convincente per lui che farlo in nome della terra russa. Nessuna sanzione eguaglierà mai la carestia indotta dall’assedio di Leningrado, protrattosi per 900 giorni ad opera dei tedeschi, assedio ancora fresco nelle menti e nell’identità di Pietroburgo, definita “citta eroe” dal governo Russo.

Oggi, peraltro, non c’è bisogno di autodistruggersi, né di soffrire la fame, per salvaguardare la propria identità. Il mondo non è solo l’America e l’Europa. Se le altre nazioni BRICS, dotatesi da luglio di una propria banca di investimento, la New Development Bank, riusciranno a fornire il credito necessario, forse le cose possono cambiare. In un mondo multipolare, le fonti di sviluppo e di credito devono essere tante e non solo l’occidente. Un occidente che fatica sempre più a capire la Russia, e quindi a dialogare sullo stesso piano. Turchia, Cina e India, al contrario, hanno firmato o negoziato negli ultimi mesi contratti da favola col governo russo, ottenendo chi sconti sul gas, chi promesse di ulteriore cooperazione in termini di energia, sicurezza e sviluppo.

La Russia, come diceva Churchill, è un indovinello racchiuso in un enigma avvolto in un mistero. Ma oggi, a differenza di allora, non c’è solo l’occidente a cercare di risolverlo. Se i cinesi, gli indiani o i turchi arrivassero alla soluzione prima di noi?

Raimondo Lanza di Trabia

SVUOTA IL MARE COL SECCHIO CHI CREDE RISANABILE LA DEMO-PLUTO-CLEPTOCRAZIA

Chi si scandalizza per Mafia capitale -modica cosa rispetto alla lebbra nazionale della corruzione- porta vasi a Samo e civette ad Atene. Uno che invece non si scandalizza è Antonio Padellaro, direttore del ‘Fatto Quotidiano’. Sa  che la gestione di Roma, o meglio della repubblica intera, è “una cloaca maxima”; sa che “l’emorragia sta dissanguando una delle democrazie più partecipate, la quale oggi langue nell’astensione di massa”; anche lui, come tutti, avverte che  “l’incazzatura collettiva può superare il livello di guardia” e rompere gli argini; annuncia che “possono arrivare i latrati di un giustiziere in camicia nera”. Per riassumere, ha intitolato ‘Suicidio della democrazia’ un editoriale ad hoc.

Fin qui niente di speciale. Sono anni che si levano questi allarmi. Che così non andrà avanti molto a lungo lo sentono tutti. E molti convengono che un colpo di stato non solo non incontrerebbe alcuna resistenza seria -a parte qualche girotondo e un po’ di cagnara- ma sarebbe accolto nel sollievo più aperto. Andò così nel 1923: nessuno storico nega che nei primi due-tre anni la Spagna gioì del golpe e del governo di Miguel Primo de Rivera.

Un cane che morde l’uomo non fa notizia, la fa l’uomo che morde il cane. A questa logica cristallina obbedisce su ‘Repubblica’ Ezio Mauro. Tutti sanno che la nostra politica è tra le più fecali del pianeta, e che fa Mauro? Preconizza che la nostra  politica ritrovi se stessa. Bravo Mauro che fa scoop mordendo lui personalmente il cane! Chi ci aveva pensato che per combattere il crimine gli USA avrebbero fatto meglio a incaricare Dillinger e Al Capone di guidare la self-redenzione dei criminali? Chi ci aveva pensato che per nettàre le stalle di Augia re degli Elei -vi teneva tremila buoi ma non le puliva da trent’anni- non serviva una delle Fatiche d’Ercole? Ercole le nettò deviando due fiumi e facendoli passare attraverso dette stalle. Ma il Goebbels della democrazia dello Stivale avrebbe fatto meglio: avrebbe convinto Augia ad autoguarirsi della spilorceria di risparmiare sulle pulizie.  Analogamente, Mauro ha trovato la soluzione che ci salverà: i politici più furfanti dell’Occidente plutodemocratico si diano all’autoterapia. Suggeriamo la tecnica dell’autoctisi (nell’attualismo di Giovanni Gentile è l’autocoscienza con cui lo Spirito produce se stesso).

Ora parliamo di un opinionista serio. Michele Salvati, primo dei progettisti del Pd, scriveva sul ‘Corriere’, saggiamente: ”Né Renzi né chiunque altro potrebbe guarire d’incanto il malato italiano: troppo profondi i guasti ereditati dal passato. Il normale processo democratico, il normale funzionamento delle Istituzioni non generano risposte efficaci al ristagno economico e all’insoddisfazione dei cittadini (…) Non sono in grado di aggredire i fattori profondi che trascinano il Paese verso il declino (…) La democrazia rappresentativa impedirebbe anche a un nuovo Alessandro di recidere il nodo gordiano con la spada”. Salvati aggiunge che “i tre anni e più che ci separano dalla scadenza naturale della legislatura sono i peggiori per Renzi (…) con un Paese che presto si stancherà di annunci e promesse di miglioramento. Sarebbe meglio per lui e per il Paese se potesse arrivare a nuove elezioni prima che il consenso che ha raccolto si esaurisca”.  Se potesse iniziare “un quinquennio di riforme senza l’assillo di altre elezioni”.

Ci permettiamo di correggere: non un quinquennio; un cinquantennio senza elezioni. L’ha scritto Salvati: la democrazia rappresentativa è negata per le realizzazioni. Peggio, precisiamo noi: la democrazia rappresentativa comporta i partiti e i politici di professione, cioè i  perpetratori del male che sta uccidendo la repubblica. In testa ai perpetratori sono il Colle, il parlamento, la Consulta, le Istituzioni, la Costituzione, gli altri agenti patogeni.

Se la dottrina Salvati ha una logica, la salvezza verrà dalla fine della democrazia rappresentativa, una fine che spazzi via i professionisti delle urne, i cleptocrati. Non si tratterà di ripulire la classe politica che abbiamo o di reclutarne una nuova, ma di cancellarla. Non di lavare con una candeggina lustrale i lutulenti del più malfamato dei mestieri in assoluto -nessuno escluso- ma di recintarli in campi di lavoro, perché scontino le malefatte cominciate nel 1945. I gerarchi del Ventennio espiarono. Perché no quelli del Settantennio? Perché, in particolare, non avviare quei procedimenti sui profitti di regime che frutterebbero ricavi importanti?

Se non sarà amputata, questa repubblica lebbrosa morirà. L’amputazione la libererà delle elezioni e degli eletti. Ma non ci consegnerà ai ‘latranti fascisti’ che spaventano il surriferito Padellaro. Lo strumento randomcratico del sorteggio -tra quanti posseggano più conoscenze, o più esperienza, o più meriti umani e civili della media: si pensi al volontariato- permetterà di strappare la deliberazione e la gestione ai cleptocrati. La funzione del controllo e la difesa della legalità potranno essere affidate, grazie soprattutto alla rete e agli arcangeli  tecnologici, alla cittadinanza intera (consultazioni e referendum frequenti, soprattutto da casa).

Mai più saranno consegnate alle istituzioni e agli organismi di tipo parlamentare, anche se i loro membri si avvicenderanno per turni brevi e per selezioni random. La legalità che la Carta ci impone è la nostra lebbra. Va demolita.

A.M.C.

DALLA CRISI FRANCESE DI OTTANT’ANNI FA ALLA NOSTRA ATTESA DI LIBERARCI DEI LADRI

Nel 1934 la Francia apparve per un po’ in una crisi tale da farla tentare dal fascismo. In realtà il paese la dette vinta a chi difendeva le istituzioni, perché le gestiva: due anni dopo le sinistre si unirono nel Front Populaire e sul breve termine, per pochi mesi, vinsero.

Le condizioni dell’economia erano meno serie delle nostre d’oggi. Tuttavia si delineava la minaccia di un’altra guerra, per l’indomabile volontà di rivincita della Germania umiliata a Versailles. In più l’Europa era attraversata da pulsioni autoritarie che oggi appaiono inverosimili, e anche questo differenzia il nostro contesto attuale da quello francese di allora.

Il tessuto sociale della République reca ancora i segni della Grande Guerra. Poco meno di un milione e mezzo di francesi hanno perso la vita; un altro milione è fatto dei mutilati, dei gassati, degli storpi. Metà degli altri reduci hanno riportato traumi e patimenti. La popolazione invecchia: a partire dal 1935 le morti supereranno le nascite. Eppure l’economia regge, in contrasto coi drammi della Depressione altrove. Alla fine del 1929 il governo Tardieu addita ancora ai francesi un tempo di prosperità.

Invece agli inizi dei Trenta si aprono varie sofferenze. Passata la successione di bilanci statali in  attivo, il 1933 segna un disavanzo. Tardieu crede d’avere imboccato la via giusta -opere pubbliche, pensioni agli ex-combattenti, altre misure per incoraggiare i consumi- ma le entrate si prosciugano. I disoccupati vanno a manifestare a Parigi. Si contano due milioni senza lavoro, e non esistono sussidi né casse integrazione. Le riparazioni di guerra tedesche non affluiscono come sperato, mentre gli USA chiedono la restituzione dei prestiti bellici. La destra guidata da André Tardieu perde le elezioni (1932) e imposta un’opposizione sempre più aggressiva, in qualche coordinazione coll’Action française, con le Croci di Fuoco (movimento dei decorati al valore), con altre leghe e gruppi antiparlamentari e antisemiti. Non mancano i simpatizzanti col fascismo.

Arrivò il 6 febbraio 1934, giorno in cui secondo i libri di storia la democrazia repubblicana fu sul punto di cadere di fronte all’assalto delle destre antisistema. In realtà fu solo una marcia su Parigi più importante delle altre. Gli scontri con le forze dell’ordine e tra opposti manifestanti fecero 15 morti e 1435 feriti. Le ripercussioni  immediate furono appariscenti ma abbastanza innocue: una crisi ministeriale in più (quale il parlamentarismo francese conosceva da sempre); il gabinetto Daladier sostituito da una grande coalizione  sinistra-destra capeggiata da Gaston Doumergue, ex capo dello Stato; più il tradizionale corollario di destituzioni e di avvicendamenti.

La politica francese non colse l’occasione per la presa di coscienza grave che i tempi richiedevano. La democrazia elettorale restò malata di malaffare. Il grido di battaglia urlato dai manifestanti del 6 febbraio, “A bas les voleurs!”, abbasso i ladri, anticipò come meglio non si sarebbe potuto il sentimento antipolitico degli italiani d’oggi. La congiuntura economica ebbe una normalizzazione, ma il Paese non trovò la risposta giusta alla sfida mortale presentata dall’avvento di Hitler, campione  della vendetta contro Versailles, in primis contro Parigi.

Nell’imminenza della Grande Guerra era sorto in Francia un politico importante, Joseph Caillaux, presidente del Consiglio nel 1911, capo dei radicali di sinistra e il ministro che istituì l’imposta sul reddito, a proporre una linea di riconciliazione di fondo con la Germania, al costo di alcune concessioni coloniali. Esploso il conflitto, aveva avuto la coerenza e il coraggio di esplorare una via per fermare la strage, ma il terribile Clemenceau lo fece arrestare, processare e (nel 1920) condannare per intese col nemico. Un’amnistia lo riabilitò cinque anni dopo.

Nella crisi francese degli anni Trenta nessun francese si alzò a cercare di scongiurare un altro conflitto col Reich. Le sinistre ubriacate di vigilanza antifascista si coalizzarono nel Front Populaire, imitando il Frente popular spagnolo. Vincendo le elezioni generali del 1936, credettero d’avere aperto l’era dell’asserzione progressista: dunque niente riconciliazione con Berlino, e invece tanta militanza. Contro una media di una cinquantina di scioperi al mese, nel giugno 1936 gli scioperi furono dodicimila. Gli iscritti alla centrale sindacale CGT passarono da 1 a 5 milioni.

Tre anni dopo,  2 settembre 1939, Parigi al seguito della Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania. Nel maggio successivo l’esercito francese, ancora il maggiore d’Europa, fu sbaragliato. La Troisième République morì in giugno,  dopo un settantennio di potenza e di prosperità. Aveva sbagliato tutti i calcoli a medio termine. Risorse nel 1947 come Quarta Repubblica, con tutti i difetti della Terza: nel 1953 l’elezione all’Eliseo di René Coty richiese tredici scrutini. Le crisi ministeriali si succedettero patologicamente fino al ritorno nel 1958, con pieni poteri, del ‘più illustre dei francesi’. In un settantennio la Terza Repubblica aveva avuto un centinaio di primi ministri. La nuova Costituzione dettata da Charles de Gaulle liquidò il peggio del sistema parlamentare-partitico.

Al di là delle somiglianze tra la République des voleurs, uccisa dai suoi errori, e la nostra cleptocrazia d’oggi -sempre più conclamata come malata terminale- non stiamo suggerendo che lo Stivale avrà la parabola della Troisième, la quale fece la fine peggiore in assoluto. Invece sì prevediamo che forse Francia e Italia arriveranno prima di altri paesi a ripudiare la democrazia elettorale. E’ certo al di là di ogni dubbio che essa non può non essere corrotta, e alla lunga fallimentare. Forse Francia e Italia troveranno le vie per passare dalle imposture e dalle rapine della delega elettorale a qualche formula di democrazia semidiretta e selettiva, probabilmente basata sul sorteggio tra cittadini più qualificati della media, nonché sugli avanzamenti della tecnologia.

Ciascuna a suo modo, Francia e Italia sono state scaturigini di grandi innovazioni. La prima creò il gotico e l’Illuminismo, poi uccise l’Ancien Régime e, 169 anni dopo, umiliò il parlamento e i partiti. Il nostro Stivale sta uccidendo nel disprezzo il regime-gozzoviglia dei Proci, ma nei secoli anzi millenni fu assai più creativo. Noi inventammo di tutto, dal latino e dall’impero romano al papato a lungo gestito dai nemici di Cristo, dal Rinascimento alla mafia, dai Comuni possenti all’opera lirica. Lo stesso fascismo  fu imitato o ammirato abbastanza a lungo qua e là.

Al momento giusto sapremo tornare estrosi. Forse prima di francesi, spagnoli, portoghesi, greci, o chissà chi.

A.M.C.

MERITANO I CANUTS E I WEBER DELL’OTTOCENTO. I NOSTRI CASSINTEGRATI, NO

Siamo abituati a pensare i due mesi di stragi della Comune parigina, nel 1871, come la prima rivoluzione ‘bolscevica’ della storia: nell’ultima settimana le vittime furono 17 mila, 30 mila secondo altre stime. Le corti marziali condannarono duramente 35 mila persone, di cui almeno tremila alla deportazione nei bagni penali come la Cayenna. In tutto centomila morti, compreso l’arcivescovo di Parigi.

E invece la Comune non aprì l’era delle insurrezioni proletarie moderne. Quarant’anni prima furono i canuts, gli operai che a Lione tessevano la seta azionando a mano i telai del tempo, che alzarono nel sangue la bandiera della lotta di classe. Nel 1815 prendevano cento soldi al giorno. Nel 1830, diciotto. La concorrenza aveva colpito duro i produttori, ma per le famiglie dei tessitori era la fame vera. “Ora sono le fluttuazioni commerciali a regolare i destini del mondo” constatò uno scrittore dell’epoca. “I barbari che ci minacciano non sono nel Caucaso né nelle steppe tartare, ma nei nostri sobborghi manufatturieri. Privata di commercio, la nostra società è votata alla morte”.

I canuts si impadronirono brevemente della città, ma la rivolta fu schiacciata ferocemente.  E in seguito si costruirono attorno alla città tre grossi forti, anzi tre Bastiglie, per future repressioni.

Ebbene, anche se nell’Anti-Duering  Friedrich Engels scrisse che Lione aveva fatto la prima insurrezione operaia della storia (congiuntamente alla lotta dei cartisti britannici), persino gli storici sovietici si curarono poco dell’epopea lionese. Una Storia della Francia pubblicata in URSS nel 1973 dedicò alla Comune parigina 63 pagine, solo 2 al tentativo rivoluzionario di Lione.

Non dimenticò i tessitori della sua terra Gerhart Hauptmann, il grande scrittore e drammaturgo slesiano (1862-1946) cui nel 1912 andò il premio Nobel per la letteratura:  soprattutto per la tragedia  Die Weber ( I Tessitori) sulla rivolta dei lavoratori tessili  slesiani nel 1844, tredici anni dopo quella dei canuts. Anche questa insurrezione fu spenta nel sangue. Nel nome della verità naturalista, la prima stesura del dramma fu nel dialetto slesiano; il testo tedesco venne in seguito. Non per niente Hauptmann divenne con questo lavoro il bardo moderno della Germania. Esaltato anche dal regime nazista, quantunque il Nostro non fosse nazista. Signal,  rivista della propaganda hitleriana, non esaltava solo le grandi vittorie della Wehrmacht. Presentava con venerazione la casa slesiana dove il drammaturgo viveva prima dell’apocalisse del 1945.

Non sappiamo istituire confronti quantitativi tra la miseria e le tubercolosi dei Weber e quelle dei canuts, che in quindici anni avevano perso l’82% del salario. All’epoca il Welfare State non albeggiava. A Lione non era cominciata la socialità, modesta ma non irrilevante, di Napoleone III, sovrano che non chiudeva gli occhi sulla brutalità della industrializzazione. In Germania non era sorto l’astro di Otto von Bismarck, il quale si sarebbe fatto convincere da Ferdinand Lassalle a istituire la sicurezza sociale. L’aspro Junker prussiano non si inteneriva per gli umili. Però era il politico superiore a tutti, e faceva la cosa giusta.

Sono passati 170 anni dal dramma dei tessitori slesiani. Oggi nessun Weber che abbia voluto manca di una o più case di villeggiatura. Se non è alle prime armi ha la grossa berlina da viaggio, i figli laureati/diplomati, è partecipe o cogestore della sua fabbrica; la società lo protegge contro tutte le sventure che non siano senza rimedio. A Lione va un po’ meno bene, ma anche i canuts d’oggi sono privilegiati.

Da noi è quasi impossibile solidarizzare con le maestranze iper-organizzate che sono il ferro di lancia della mega-lobby dei lavoratori. E’ anche colpa loro se lo Stivale non ha la cogestione. Oppure se, stremata da un cassa integrazione che può arrivare al decennio, l’Italia non sussidia affatto le famiglie senza reddito. Esse sono i canuts e i weber atterriti del nostro tempo. Solo con loro vogliamo solidarizzare. Coi cassintegrati di lungo corso, no.

Nelle situazioni insanabili si vendano le case microborghesi con cantinetta, garage e mutuo. Facciano a meno degli sport costosi, di fumare e di rimpiangere le vacche grasse. Se le loro fabbriche sono al capolinea, insidiate o soppiantate da metà del globo, non facciano ridere coi cartelli ‘L’acciaio (o l’alluminio, o il volo balneare  per la Sardegna) non si tocca’. Concentrino lo sforzo sull’ottenere per le famiglie 700 euro al mese -veri, per tutto il tempo che servono e a carico dei soli alti redditi. Vadano a vivere in co-housing, condividano l’auto (una sola, non una per ogni membro adulto della famiglia)  con altri del condominio. Entrino nello stile di vita dell’avvenire: si può campare con parecchio meno che negli anni Novanta.

E si informino  su come andava ai canuts e ai weber di un tempo.

A.M.C.

NON BERGOGLIO MA UN DISCEPOLO RIPUDIERA’ ROMA PER LIBERARCI DAL NICHILISMO

Emile Ollivier primo ministro di Napoleone III, il regista dell‘Empire libéral,  giudicò che l’Italia da poco unita aveva sbagliato a mettere la capitale a Roma. Analogamente possiamo giudicare che la Chiesa di Bergoglio sbaglia a restare a Roma.

Se non questo pontefice, ancora tradizionale malgrado le apparenze, ma un suo successore abbandonasse la metropoli  sconciata  dai misfatti di gran parte dei secoli del papato, provocherebbe un sisma forte da deviare la storia. Diverrebbe un nuovo Maometto  creatore di civiltà, il  Mosè condottiero dell’ Esodo dalla cattività del denaro e del nichilismo. Intanto, ripudiando la continuità romana, toglierebbe ragion d’essere alla separazione voluta mezzo millennio fa da Lutero; forse anche la contrapposizione con le Chiese orientali.  Ma soprattutto il papa della Grande Abiura, guida e rigeneratore della Cristianità intera, risulterebbe il maestro che l’Occidente non ha. Più che mai sarebbe  la figura più importante del nostro tempo, capace di proporre svolte a un mondo povero di valori, sostanzialmente senz’anima.

Perchè un papa rivoluzionario, quale Bergoglio forse non ha provato a essere, si catapulterebbe a leader di tutti i leader? Risposta, la rinuncia a una stanca conformità romana attesterebbe in lui un coraggio che non è alla portata di alcuno dei personaggi di statura mondiale. Chi si attenderebbe qualcosa di ideale dai Grandi che conosciamo?

Dopo il tempo santo delle catacombe e dei martiri Roma è stata il luogo delle colpe gravi e dei veri e propri delitti della Chiesa di vertice: nepotismo, simonia, idolatria del potere, della ricchezza e del fasto, molti altri tradimenti del Vangelo e dei poveri (v. in “Internauta”, novembre 2014, il breve e-book “Dieci secoli turpi del papato”).

Ripudiare Roma a favore di un altro angolo della Terra -ideale, anche se inaccessibile, un monastero tra i monti- avrebbe il senso di una rinascita, di una nuova aurora. Né la  basilica di Pietro onusta di peccati, né i palazzi apostolici sono congeniali alla svolta valoriale  che il mondo attende: anche se è disilluso da un Francesco che, passate le dolci promesse delle prime settimane, si è assestato sui canoni della tradizione. Allocuzioni, appelli, Angelus, confidenze rassicuranti. Ha proclamato  un tot di Santi. Nella Curia ha deciso destituzioni e promozioni che ai columnists specializzati sono apparse audaci. Ancora nessuno degli atti rivoluzionari che alcuni mesi fa sembravano incombere.

La Città Leonina e i palazzi apostolici non sono congeniali agli annunci densi di destino che attendono il pontefice esploratore del futuro, rigeneratore dell’Occidente (atei compresi). Quando verrà, intraprenderà cammini drasticamente nuovi. Proporrà persino nuovi modi di pensare Dio. I modi vecchi, ha osservato il teologo Vito Mancuso, facilitano il passaggio all’ateismo. Dovranno essere lasciati cadere assiomi quali l’immenso amore del Padre; la sua diretta creazione di ogni vita umana (compresa quella degli storpi, dei ciechi nati, di tanti altri condannati senza pietà); la concezione che ogni singolo incremento demografico è un dono. E molto altro.

La modernità in apparenza trionfa. In realtà è desolatamente povera di modelli alti. E’ orfana della speranza. Sarà stordita dal sorgere del Condottiero dei pensieri e delle azioni quale un giorno un papa potrà rivelarsi, il capo di una superpotenza no. Rifiutare le nequizie  della Babilonia meretrix sarà un’epifania fiammeggiante, il compimento di promesse profetiche.

l’Ussita

UN PENSATORE SULLA SENNA CI VAGHEGGIO’ “SPIRITO DEL MONDO”

Georges Sorel, una delle menti forti della Francia di inizio Novecento, il teorico del sindacalismo rivoluzionario (Réflexions sur la violence, del 1908) e l’intenso seguace del pensiero anarchico di Proudhon, amò l’Italia come pochissimi stranieri, e in Italia, la sua migliore tribuna, trovò ammiratori e discepoli. Mario Missiroli valorizzò molto la lunga collaborazione del francese  al ‘Resto del Carlino’ e curò due raccolte dei suoi scritti.

Il Sorel che avversò il riformismo democratico e il parlamentarismo corruttore, che esaltò l’astensionismo elettorale (“renderebbe accessibile al popolo l’idea della lotta di classe”), non esitò a condividere, in difformità dalla linea del suo governo, le rivendicazioni  micro-imperialiste che ci attendevamo appagate dalla vittoria del 1918. Alla conferenza di Versaglia andarono deluse: dagli acquisti sperati in Dalmazia,  Anatolia e Africa a un ruolo nella tolda-comando della grande diplomazia.  Sorel condivise la convinzione che le potenze borghesi contrastassero l’Italia perché era la Grande Proletaria.

Le quattro righe finali del suo ultimo scritto, vero testamento politico-sociale, steso nel 1920 prima d’essere fiaccato nel fisico (morì nel 1922), dicevano: “Molte ragioni  mi hanno condotto a concludere: quello che un hegeliano chiamerebbe il Weltgeist (lo spirito o genio del mondo-NdR) spetta oggi all’Italia. Grazie all’Italia la luce dei tempi nuovi non si spegnerà”. Comprensibilmente la rivista “Nuova Antologia”, nel pubblicare nel 1928 queste ultime meditazioni del Nostro, precisò che lo scrittore francese “assegnò all’Italia del dopoguerra il primato intellettuale e politico in Europa (…) La Francia non lo possiede più”.

E’ passato quasi intero un secolo e si fa perforante l’interrogativo se Sorel ci assegnerebbe ancora la gloria d’essere il Weltgeist;  o non piuttosto l’abominio di rappresentare il Weltschmerz (Schmerz= il dolore, l’afflizione). E’ vero, tutte le stirpi e tutte le ere hanno sofferto di mali gravi. Ma resisterebbe oggi l’amore per noi del profeta della rigenerazione spirituale in politica se nel silenzioso pensatoio di Boulogne-sur-Seine arrivassero le notizie della nostra Terza repubblica, nata malata da una madre, la Seconda, deceduta nel travaglio di partorire? L’uomo che tutta la vita disdegnò la rivoluzione se non era concepita per far trionfare gli afflati etici, che penserebbe oggi di noi?

Siamo un milieu  (a Marsiglia: malavita) che ancora sembra permettere a un vecchio e vizioso ex-visir, più volte condannato dai tribunali, di  farneticare un proprio futuro come capo dello Stato,  quanto meno come kingmaker. Siamo un contesto che ancora venera un antico stalinista fattosi atlantista, e a lui e successori riserva una reggia sfarzosa, allorquando tutti i bilanci di spesa vengono tagliati, compresi i capitoli sacri come le refezioni ai bambini poveri, la bonifica dall’amianto assassino, la difesa dell’ambiente dai rischi estremi.

La nazione che Georges Sorel idealizzava quando nostri uomini come Pareto, Prezzolini e Papini gridavano il loro furore contro la borghesia trasformista e rinunciataria, ha oggi 41 o più politici di medio livello in carcere per furto; parecchi altri prominenti dovrebbero essere detenuti invece di continuare a imperversare. Taciamo sui delitti finanziari dei colletti bianchi, però constatiamo che quasi tutti i governatori di regione eletti nel 2010 sono stati costretti o indotti a dimettersi. Non pochi personaggi che ci derubavano hanno patteggiato pene non insignificanti, dopo essersi dichiarati superbamente estranei ai fatti delittuosi.

Non uno dei tentativi risanatori di un dinamico premier finora ritenuto irresistibile ha avuto successo pieno. Non sono sparite nè le province, né il ramo più superfluo di un parlamento deteriore. Non vengono assaliti i privilegi spregevoli, i superstipendi, i vitalizi canaglieschi. Sono ancora al palo, cioè passibili di fallimento, le riforme che dovrebbero scongiurare il declino e il disonore.

Georges Sorel non poteva sapere che la Grande Proletaria sarebbe diventata riccastra, metastatizzata dalla corruzione e dall’ingiustizia, sempre meno capace di mondarsi. Dall’Aldilà dei giusti dove si trova, egli vede sgomento le nequizie dell’ex-Weltgeist. Forse non ci ritiene più né il lievito né il sale del mondo. Forse vagheggia oggi un’etnia diversa, in un’altra terra. Forse in un altro pianeta.

A.M.C.