AGGRAVO’ LE STRAGI DEGLI ARMENI IL TERRORISMO DELLA MINORANZA GUERRIGLIERA

Si usa datare il genocidio turco all’ultimo decennio del secolo XIX, e si fanno ascendere le vittime a cifre gigantesche, anche oltre un milione di morti. Eppure pochi anni prima il popolo armeno non accennava a desiderare l’indipendenza, nemmeno durante il regno sanguinario del sultano Abdul Hamid.  A contrastare la colpevolizzazione esclusiva dei dominatori turchi valgano un paio di capitoli dell’opera “The diplomacy of imperialism” di William L. Langer, storico di Harvard, pubblicata nel 1935 dall’editore Alfred A. Knopf.  Ne volle la traduzione italiana, nel 1942, l’illustre Federico Chabod, nella collana che dirigeva per il milanese ISPI (Istituto italiano per gli studi di politica internazionale), dove chi scrive fu in passato vice responsabile delle ricerche.

Avverte Langer nella sua Prefazione: ” Poche questioni di  storia recente vengono male interpretate quanto quella dei cosiddetti (sic) massacri degli armeni. Servendomi del materiale armeno, ritengo di essere riuscito a dare, per la prima volta al mondo, un resoconto obiettivo del movimento  rivoluzionario armeno”.  La ricostruzione di Langer muove “dai famosi massacri avvenuti a Sassun nell’autunno del 1894 (…) Può darsi che la popolazione armena nei domini del Sultano raggiungesse all’epoca circa un milione di persone, persino un milione e mezzo.  In nessun vilayet (provincia) della Turchia gli armeni costituivano la maggioranza, nemmeno nelle sei provincie chiamate comunemente Armenia (…) I curdi, musulmani che disprezzavano i cristiani, si sentivano in diritto di sfruttare gli armeni cui erano mescolati. Di norma gli armeni non tentavano nemmeno di reagire. I viaggiatori che visitavano le loro zone erano impressionati dalla loro remissività, addirittura servilità. Tuttavia la pace era precaria, troppo spesso punteggiata da saccheggi e massacri. Così era stato nei secoli. Il governo turco era impotente: per pacificare il paese sarebbe occorso un grande esercito. Date le circostanze la Sublime Porta si accordava come meglio poteva coi potenti capi curdi.  Dal punto di vista dello sviluppo politico nazionale, le grosse colonie armene di Costantinopoli e di altre città occidentali contavano assai più delle travagliate comunità contadine che vivevano nelle montagne dell’Anatolia orientale; una buona metà degli armeni di Turchia viveva fuori dei vilayet.

Ma tra gli armeni, come tra vari popoli dei Balcani, si era verificata nell’Ottocento una rinascita culturale, ” Il movimento era solo un aspetto dell’influenza europea in Turchia.  Come altri popoli in arretrato, gli armeni furono presi da una vera mania dell’istruzione. Nel 1866 vi erano nella sola capitale del’impero 46 scuole armene. I giovani che potevano andavano a completare gli studi all’estero, a Parigi specialmente, e tornavano imbevuti di socialismo e di indipendenza. Tuttavia non vi era ancora l’idea di staccarsi dall’impero. Si poteva dire che i turchi riponessero una fiducia quasi illimitata negli armeni. Il fermento nazionalista non si era propagato alle provincie. Nel 1857 l’abate del monastero Varak a Van, Khrimian Hairig, iniziò a pubblicare un primo giornale armeno. Ma i suoi sforzi non furono affatto apprezzati dagli armeni della capitale. Sembra che alcuni assoldarono un curdo per tentare di assassinare l’indesiderato agitatore; che invece divenne il capo di tutta la comunità religiosa armena”.

Ancora il luminare di Harvard: “L’assieme delle riforme invocate al Sultano, e poco o niente realizzate, non soddisfaceva i nazionalisti. Del resto la loro compagine non era unita. Il suo capo, Nazarbek, fu espulso, accusato di spendere troppo per la promozione del socialismo, nonchè di esaltare  imprese irredentistiche di scarsa importanza.  Fu cancellato quanto di socialismo era nel programma nazionalista armeno. Cominciò ad agire una Federazione sostanzialmente terroristica (Dashnagtzoution), un cui manifesto proclamò: ‘Non deporremo le armi. Abbiamo una guerra santa da combattere. Siamo rivoluzionari e questa è la nostra ultima parola’.  Verso la metà di giugno del 1896 a Van i nazionalisti armeni uccisero molti curdi, col solito risultato di un massacro  nella popolazione innocente.  Risposta dei guerriglieri:  “Coloro che muoiono sono martiri della Patria”. L’incaricato d’affari britannico descrisse  come criminali i partigiani armeni. Le rappresaglie non tardarono. Solo nella capitale 5 o 6 mila armeni persero la vita”. Per Langer, ” Continuando la condotta  idiota e criminale dei rivoluzionari era improbabile che i torbidi cessassero; non vi era piano di riforme che soddisfacesse gli indipendentisti.  Si erano concentrati in gran numero in Persia, non lontano dalla frontiera turca, e compivano ogni sforzo per fomentare un rivolta antiturca, ciò per provocare un nuovo spargimento di sangue armeno. Un console britannico che visitò il campo persiano riferì di circa 1500 miliziani armeni che vivevano lì a spalle dei locali. Affermò che quanto meno i capi delle bande erano sconsiderati e irresponsabili.  I rivoluzionari, così facili a sacrificare gli altri, semplicemente approfittavano  dell’attenzione alla questione armena delle nazioni cristiane. Peraltro queste ultime si astenevano dall’intervenire:  ogni volta che lo avevano fatto, i massacri o le rappresaglie turche si aggravavano.  A poco a poco gli stessi ribelli dovettero rendersi conto che l’Europa ne aveva abbastanza di loro. Della questione armena si parlò sempre meno. Alla fine del 1897 la burrasca appariva quietata”.  Invece l’indipendentismo violento continuò finché l’avvento al potere in Turchia dei Giovani Turchi portò alla rappresaglia estrema. La popolazione civile pagò con un numero altissimo di morti per i crimini della minoranza partigiana. La diaspora armena si ingrossò: chi potè si mise in salvo in Europa o negli Stati Uniti”.

Ricapitolando, con parole nostre: i massacri si aggravarono nel 1905, opera soprattutto dei curdi al servizio dei turchi. Proseguirono nel 1909 in Cilicia
ad Adana e nel nord della Siria. Fu stimato un milione di morti solo tra l’estate 1915 e il gennaio 1922. Risalta allora la verità del giudizio del luminare di Harvard, riferito all’inizio di queste righe: i turchi furono implacabili e feroci con gli armeni, ma è certo che turbe di uomini, donne, vecchi e bambini scontarono con la vita la militanza ‘patriottica’ dei partigiani. Più o meno come a Marzabotto, e come a Oradour.

Antonio Massimo Calderazzi

IL TIGRE CLEMENCEAU AGGIUNSE UN ANNO ALLA GRANDE GUERRA

Mai “giustizia poetica” fu fatta in terra come il 18 febbraio 1921 a Versailles, quando il Parlamento francese elesse a capo dello Stato Paul Deschanel, un modesto presidente della Camera, invece che Georges Clemenceau: l’ancòra dittatore della politica transalpina, il ‘president de la Victoire’, il maggiore governante della Grande Guerra, il trionfatore del trattato di pace e delle più recenti elezioni generali. Al poco più che carneade Deschanel andarono 734 voti, a un Nessuno supplementare di nome Jonnart 66 voti, allo Jupiter della politica parigina 56 voti. Quel 18 febbraio la Terza Repubblica, destinata ad essere uccisa nel maggio 1940 dalla Wehrmacht, trovò la forza morale di ripudiare il Clemenceau che era stato ‘l’altra belva francese della Grande Guerra’ oltre a Raymond Poincaré. La Francia fu capace di vendicarsi dell’immane violenza sofferta a causa di un sistema costituzionale autoritario. I francesi credevano che la loro Rivoluzione repubblicana li avesse liberati per sempre della monarchia assoluta, padrona in tutto della pace e della guerra; e invece la decisione più tragica della loro storia millenaria, quella del primo conflitto mondiale, l’avevano presa nel campo francese qualche decina di oligarchi guerrafondai, altrettanto temerari quanto i cattivi consiglieri del Re Sole: al culmine dei suoi tanti trionfi militari il più importante sovrano del pianeta fu costretto a implorare le Potenze per ottenere le paci di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714). Il lungo regno di Luigi XIV collezionò glorie ma avvicinò la Francia alla bancarotta. Pessimi furono anche i cortigiani e i marescialli che nel 1870 forzarono un Napoleone III malato alla rovinosa guerra con la Prussia.

La guerra del 1914 fu le mille volte più cruenta delle imprese di Luigi XIV. Dalla parte francese fu voluta dalla fazione revanscista allora capeggiata dal capo dello Stato Raymond Poincaré. Verso la fine del 1917 avrebbe potuto essere chiusa da un compromesso. Fece qualche passo Carlo I, successore dell’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, ma si oppose vittoriosamente il Tigre, Georges Clemenceau, messo a capo del governo nel novembre 1917 dal supremo bellicista Poincaré.

Clemenceau non era stato in prima fila nella congiura bellicista del 1914; non era dunque tra gli autori diretti della conflagrazione. Invece, scoppiato il conflitto, il Tigre si rivelò l’assertore più intransigente della vittoria militare a qualunque costo. Tutti gli storici concordano che nell’autunno 1917 il presidente della Repubblica Poincaré non aveva che due opzioni politiche per l’Esecutivo: o Clemenceau, l’uomo abbastanza implacabile da concepire solo il trionfo sul campo; oppure Joseph Caillaux il quale, autore di un accordo importante con Berlino nel 1911 quando capeggiava il governo, avrebbe alla testa di altri pacifisti, tra cui Aristide Briand, favorito ogni occasione di un accordo di pace. Coerente col proprio revanscismo, Poincaré proclamò l’impossibilità di dare il governo a Caillaux. Insediato al potere, Clemenceau esigette dalla magistratura che Caillaux fosse arrestato e incriminato per intese col nemico: in sostanza per alto tradimento, pena massima la morte. L’ex-presidente del Consiglio restò in carcere ben oltre un anno. Fu condannato, meno pesantemente, dall’Alta Corte di Giustizia nel 1920; fu amnistiato nel 1925. Finchè restò in carica, il Tigre infierì su altri fautori della pace: rassegnò le dimissioni il giorno che una misteriosa giustizia della storia volle il carneade Deschanel all’Eliseo.

A fine 1917 si consumarono le responsabilità di Clemenceau come allungatore per un anno della Grande Guerra; restano infatti senza numero le manifestazioni del suo efferato impegno per vincere la guerra. In passato non fu cieco assertore delle imprese militari. Non amò le conquiste coloniali che Parigi moltiplicò a fine secolo XIX. Fu un sofisticato umanista; brillante e assai nota la sua opera “Le Grand Pan”, gonfia di Ellade. Idolatrava il retaggio greco, così come detestava quello romano (tra parentesi detestava l’Italia del suo tempo).
Nato in una famiglia agiata e accesamente ‘republicaine’ della Vandea, prima di darsi alla politica era stato medico, poi giornalista, con proprie testate, quasi tutta la vita. Altrettanto fermo il suo ateismo. Nell’età giusta fece molta mondanità ed ebbe varie storie femminili. Fu soprannominato con successo “Tigre” da un suo capo di gabinetto Emile Buré (per come aveva “sbranato” e messo alla porta nel 1906, da ministro dell’Interno, un malcapitato prefetto); in precedenza era stato conosciuto come ‘Dandy’, tanto puntiglioso era il suo impegno sartoriale.

Jean-Baptiste Duroselle, dell’Institut, è l’autore della più autorevole e monumentale biografia del Tigre (1077 pagine). Mette così, apoditticamente, la questione del crudele prolungamento della carneficina nel tardo 1917: “La pace non era possibile perché la Germania non avrebbe restituito l’Alsazia-Lorena”. Posto che ciò fosse vero -ma anche il Reich era estenuato, nonostante le vittorie ad Est- il punto era che l’Alsazia-Lorena non meritava un anno supplementare di strage. Anzi non avrebbe meritato alcuna Revanche. La Francia aveva perso l’Alsazia-Lorena -un acquisto recente (1648, trattato di Utrecht), una terra dove la maggior parte dei cognomi sono ancora oggi tedeschi- in quanto nel 1870 aveva mosso una guerra temeraria e insulsa alla Prussia e ai suoi alleati.

La verità è che se il regno di Sardegna prima, quello d’Italia poi, infine l’impero di Mussolini persero guerre, la Francia del 1914 e del 1939 non aveva imparato niente da Waterloo, anzi dalle sconfitte di Spagna, dalla battaglia di Lipsia, dalla disfatta della Grande Armée in Russia. L’intelligenza e la logica cartesiana, vanti della civiltà francese, non seppero salvare il paese dal grottesco infortunio del 1870: il puntiglio sul futuro della corona di Spagna. Quando, nel 1868, la politica spagnola aveva deciso la deposizione della regina Isabella II, il candidato a succederle con le maggiori chances era risultato il tedesco Leopoldo di Hohenzollern, di un ramo laterale della dinastia di Prussia. Parigi aveva apposto un veto immediato, per non confinare a Sud come a Nord con monarchie germaniche. Il padre del principe aveva prontamente ritirato la candidatura del figlio, ma l’ambasciatore di Parigi aveva tentato di ottenere di più: una garanzia personale del re di Prussia rafforzante la rinuncia dell’aspirante Hohenzollern. Un’infernale astuzia del cancelliere Bismarck conseguì l’effetto di attirare Parigi nell’imboscata di dichiarare guerra alla Prussia, colpevole di avere attentato al prestigio dell’ambasciatore di Parigi, conte Benedetti.

Nel giudizio dell’imperatore Napoleone III, venuto al fronte quale comandante supremo, l’esercito francese non era pronto e non era all’altezza dell’avversario. Due battaglie campali bastarono per annientare, in due settimane, l’armata dell’imperatore. Fatto prigioniero a Sedan, quest’ultimo fu immediatamente deposto a Parigi, mentre la Troisième Republique fu proclamata nel 1875. Un grave soprassalto di questi eventi fu la Commune rivoluzionaria parigina, le cui vittime si contarono a molte migliaia, passate per le armi o massacrate dai cannoni francesi.

Nel novembre 1918 il bellicismo francese capeggiato dal Tigre e da Poincaré conseguì l’agognata vittoria militare: la Germania e l’Austria-Ungheria soccombettero all’estenuazione di tutte le risorse materiali e umane. Tuttavia il conflitto mondiale riprese un ventennio dopo. Nel maggio 1940 la Francia fu costretta alla resa, per rialzarsi alla vittoria degli anglo-americani quale modesta potenza ausiliaria. Dagli onnipotenti vincitori i francesi furono ammessi a presidiare una delle zone d’occupazione dell’ex-Terzo Reich. Dopo d’allora tentarono solo di scongiurare la perdita delle colonie. Nei giorni stessi della liberazione della metropoli, i caccia-bombardieri di Parigi attaccarono in Tunisia la folla che manifestava per l’indipendenza. Gli anni che seguirono furono segnati dal fallimento di tutte le inprese di repressione coloniale: Madagascar, Marocco, Algeria, Indocina e luoghi minori. L’impresa d’Indocina risultando impossibile -Dien Bien Phu!- essa fu appaltata agli Stati Uniti, e tutti conoscono l’epilogo, quando si dovettero autoaffondare gli elicotteri che dovevano mettere in salvo gli ultimi occupatori Usa e i loro principali collaborazionisti vietnamiti.

Una volta distrutto a Waterloo il mito di Napoleone, la Francia guerriera ha compiuto soprattutto imprese coloniali, o suicide (due guerre mondiali) o velleitarie, degne di Mussolini. La Grande Guerra costò ai francesi un milione e mezzo di morti, terribili costi economici, nonché un secondo conflitto mondiale che le inflisse l’occupazione germanica, le devastazioni dal cielo e dal mare, il Maquis e le rappresaglie: nell’assieme, la più grave sconfitta della storia.

Ebbene Georges Clemenceau è entrato nella storia per lo sforzo forsennato di dimostrare che la Francia ‘doveva vincere’ perché il diritto era dalla sua parte, e perché la stirpe francese -lui la chiamava orgogliosamente “race”- era eroica e guerriera. Chissà se queste ragioni consolavano vedove, orfani e ogni altro francese schiacciato dalla ragion di Stato.

Scrive J.B,Duroselle, il maggiore biografo del Nostro: “Parce qu’en 1917-18 Clemenceau serà ‘ l’homme qui fait la guerre”, on pourrait penser qu’il aurait mené, de 1906 à 1909, une politique violemment anti-allemande et preparé une Revanche afin d’opérer la reconquete de l’Alsace-Lorraine par la force. Ce serait une immense erreur. La politique étrangere du premier gouvernement Clemenceu fut modérée. Il etait anti-allemand, mais désirait la paix”.

Arrivò il 1914 e divampò nel Tigre l’entusiasmo “face à l’heroisme des soldats dans la bataille.” Si scatenò la sua tempra di uomo d’azione. Divenne naturalmente ” “l’homme de la victoire que les autres pays, l’Allemagne en tete, ont envieé a la France”. Si può dire che nei primi tre anni della guerra scrisse un editoriale al giorno per esigere “un gouvernement d’acier, indéfectible, armature inflexible d’une des plus noble races de l’histoire”. Quando l’Italia entra in guerra a fianco della parte che promette di più, l’editoriale del grande bellicista approva: “L’Italie, hesitante, a reconnu que son histoire ne lui permettait pas d’etre absente d’un combat qui etait de l’umanitè tout entiére”. Attribuzione, al mondo intero, che non poteva essere più menzognera. L’intervento italiano fu altrettanto criminale quanto quello francese l’anno prima.

Il 15 agosto 1915 l’editorialista al potere esigeva ancora una volta, egli settantaquattrenne, che les enfants de la France si sacrifichino per la gloria: “La France crie qu’elle a besoin pour vivre que ses enfants donnent leur vie”. In compenso il Tigre amava liricizzare il resoconto delle sue assidue visite al fronte, quando semplici poilus gli offrivano fiori (per gratitudine d’essere stati prescelti a forse morire): “La rude main présent un petit bouquet de fleur crayeuses, augustes de misère et flamboyantes de volonté”.

Duroselle sottolinea continuamente “le formidable combat que Clemenceau menait contre le pacifisme, qu’il assimilait à la trahison”. Intanto, appena insediato, si mise alla caccia degli imboscati (“ogni giorno arrivavano al ministero della Guerra, che aveva riservato per sé, le lettere di raccomandazione dei parlamentari. Il suo sforzo fu aspro, gli imboscati erano tutti ‘figli di arcivescovi’ e del voto dei parlamentari aveva bisogno). Sempre nell’ambito della lotta al pacifismo, il Tigre proibì ai socialisti francesi di partecipare a un congresso in Svizzera che poteva illudersi di promuovere la pace. Si destituirono senza complimenti i generali che non nascosero il proprio pessimismo nei momenti durissimi come la grande offensiva germanica della primavera 1918, offensiva resa possibile dalla resa della Russia. Il Tigre deplorò la riluttanza del gen. Petain a muovere attacchi sanguinosi ed inutili. Arrivò a pensare di sostituirlo.

Categoricamente ostile a qualsiasi accorciamento del conflitto, il capo del governo rifiutò di autorizzare i contatti che potevano portare il proprio fratello Paul, importante ingegnere, fino al nuovo imperatore austro-ungarico, Carlo d’Asburgo. Delle due figlie di un introdotto giornalista liberale Moritz Szeps. una Sophie, era cognata di Clemenceau. L’altra, Berta Zuckerkandl, aveva su consiglio dell’amico scrittore Hugo von Hofmannsthal, avviato nella primavera 1917 degli approcci, collegati ai tentativi di pace dei due principi Sisto e Saverio di Borbone Parma, cognati dell’imperatore Carlo. Berta incontrò a Vienna il ministro degli esteri imperiale Czernin. Il governo tedesco fu informato di questi passi, così come lo fu Paul Painlevé, predecessore del Tigre a capo del governo. Al Tigre si attribuì l’intenzione di far arrestare la moglie di suo fratello. L’affetto fraterno finì per sempre.

Manco a dirlo, Clemenceau avversò duramente i tentativi pubblici di pace dei Grandi della terra: del presidente Wilson nel dicembre 1916 e nel gennaio successivo; di papa Benedetto XV nell’agosto 1917; di varie personalità anche francesi. Ancora più contrario ai tentativi segreti, che coinvolsero Aristide Briand, undici volte presidente del Consiglio, 15 volte ministro degli Esteri. Fautore come Caillaux di una storica riconciliazione con la Germania, Briand firmerà con Berlino il trattato di Locarno (1925). Premio Nobel della Pace l’anno dopo.

Il 2 aprile 1918 il ministro degli Esteri rivelò in pubblico che sia Vienna, sia Berlino inclinavano a un accordo di pace. Clemenceau, come Poincaré, pose un veto assoluto. Il Tigre accusò l’imperatore austriaco di mentire. Tutta la vita l’imperatrice Zita, consorte di Carlo I, odiò il Tigre, anche per il suo ruolo nella fine dell’Austria.
De Gaulle e Adenauer dimostreranno che nel futuro di Francia e Germania non c’è che l’imperativo della pace definitiva, alla testa del Continente. Almeno i francesi negarono al president de la victoire la gloria e la pensione dorata dell’Eliseo.

Antonio Massimo Calderazzi

Riflessioni di Nicola Matteucci sul movimento neo-conservatore negli USA. L’adesione di J.F.Kennedy

Una sessantina d'anni fa, in pieno levarsi negli States dell'aurora kennediana, il compianto professore Nicola Matteucci, luminare degli studi storici a Bologna e cofondatore de Il Mulino, scriveva un'imponente introduzione -150 pagine- all'edizione italiana (Il Mulino) di "The American Revolution: a Constitutional Interpretation", molto autorevole e poco letto saggio di Charles H. McIlwain, uscito nel 1923. 

Lo studioso americano si diceva "scettico sulla possibilità che la dottrina della sovranità parlamentare sopravvivesse al trionfo della democrazia". McIlwain negava che la suddetta settecentesca dottrina fosse adeguata alle ex-colonie britanniche, ormai sul punto di diventare grande nazione: infatti c'era stata la Rivoluzione americana. La quale risultò dal fallimento del sistema costituzionale dell'Impero nel far fronte a situazioni nuove. "Nel XVIII secolo dalle due sponde dell'Atlantico si guardava invano al Parlamento londinese. I leaders inglesi, compreso William Pitt, furono incapaci, per scarsa capacità intellettuale, secondo lo studioso americano, di intuire la vera concezione dell'impero britannico". L'Introduzione di Nicola Matteucci rileva che "un'attenta meditazione sui problemi della moderna democrazia porterà McIlwain a respingere sia il mistico concetto della sovranità dello Stato, proprio della scuola tedesca, sia quello francese della sovranità del popolo, sovranità possibile solo in una democrazia diretta".

"Negli anni 50 del Novecento la guerra fredda e l'intervento in Corea, il contrasto tra democrazia e comunismo, le dure responsabilità degli USA nella difesa dei valori occidentali hanno imposto agli storici americani una domanda fondamentale sulla natura della civiltà e della tradizione politica del proprio paese. E ciò che maggiormente stupisce un intellettuale europeo, così propenso a farsi mediatore di conflitti più grandi di lui, è il fatto che il dissenso non metta mai in dubbio la lealtà verso il proprio paese, la profonda accettazione della sua storia".

La cultura USA che Matteucci descrive "più europea rispetto alle passate generazioni, ma più ricca dell'attuale cultura europea, capace cioè di fornire un modo nuovo con cui guardare l'America, essa porta altresì gli studiosi americani ad essere aperti critici dell'intellighenzia europea, con la sua vocazione per non superate frustrazioni al mandarinismo e al bovarismo.

Matteucci cita D.J. Boorstin, duro critico degli intellettuali italiani e francesi per la loro sufficienza e atteggiamento di superiorità. In "The Genius of American Politics "(1953) Boorstin scrive: "Per la declinante cultura europea -una cultura che muore di povertà, di monopolio, di aristocrazia e di ideologia- è naturalmente di una certa consolazione pensare che i suoi mali siano semplicemente gli eccessi delle sue virtù. "Il concetto europeo di cultura è essenzialmente aristocratico; e i suoi maggiori successi, specialmente in paesi come Italia e Francia, sono raggiunti nelle arti aristocratiche.

La letteratura dell'Europa è intesa per i pochi, i suoi giornali sono sovvenzionati dai partiti; i suoi libri, quando hanno successo, hanno una circolazione che è un quinto di quella in America, fatta la proporzione delle popolazioni. La cultura europea, o almeno la maggior parte di essa, è l'eredità di un passato pre-liberale".

Invece P. Viereck, in 'Professori dalla mentalità sanguinaria: la funzione antisociale di certi intellettuali', critica la funzione deleteria esercitata dalla cultura francese con la creazione di un nuovo tipo di intellettuale: lo snob 'aristocratico' sia in arte sia in politica: è un 'progressista' compagno di strada.
"Per meglio comprendere la novità del clima americano degli anni '50 rispetto all'America populista e progressista è opportuno, secondo Matteucci, riferirsi al movimento del 'New Conservatism'.

Esso teme di vedere travolti dall'edonismo della società opulenta i valori etici e religiosi della comunità nazionale; e sente che gli intellettuali finiscono per disertare se si integrano nella società capitalistica. L'intellettuale neo-conservatore non si sente integrato, non è riappacificato col mondo esistente".

"Il liberalismo di oggi scopre la profonda omogeneità tra conservazione e radicalismo, fra reazione e progressismo, quali aspetti necessari della stessa mentalità liberale. Questa consapevolezza porta a sottolineare l'assenza in America di una genuina tradizione rivoluzionaria. Neoconservatori e neoliberali sembrano quasi destinati a incontrarsi: nel 1962 Peter Viereck, che per primo aveva lanciato il neo-conservatorismo, riconosceva l'indissolubilità dei due termini, la loro stretta complementarietà. L'accento del neoconservatorismo cade sul promovimento di una maggiore libertà per gli individui: esso diffida del mondo industriale, ma sente che il pur necessario intervento del governo nell'economia può rappresentare un pericolo. Non c'è dissonanza con il liberalismo europeo, un liberalismo che si è affrancato da quella stupida e stantia religione del laicismo. "Nulla è più illuminante dell'itinerario di Peter Viereck, una delle personalità più affascinanti del neoconservatorismo.

Lo troviamo tra i più fermi oppositori della demagogia del senatore McCarthy, ma senza alcun complesso d'inferiorità nei confronti di comunisti e di compagni di strada; era stato acceso sostenitore di Adlai Stevenson, sconfitto candidato alla Casa Bianca. Aveva sostenuto che i democratici erano diventati l'autentico partito conservatore di questo paese, teso a preservare tutto ciò che è valido.

Sarà J.F. Kennedy a incarnare questo ideale. Non per nulla Kennedy, che si definiva un idealista senza illusioni, si richiamerà all'eredità di John Adams, quell'Adams rivalutato e esaltato dai neo-conservatori.
Lo stesso concetto di Nuova Frontiera non rappresenta un ripudio del passato: nella tradizione americana ci sono le soluzioni dei problemi nuovi".

Matteucci disapprova che si insista nell'usare la categoria "per noi squalificante", di conservatorismo invece di liberalismo. Il fatto è che in America liberal vuol dire radicale; inoltre liberal era stato deformato dalle formule del populismo e del progressismo. Ma, spiega, la guerra contro Hitler era stata voluta dagli intellettuali dell'Est, dagli uomini del New Deal, dagli industriali di Wall Street, da una nuova classe politica sulla quale non pesavano i sacri miti isolazionistici dell'Ovest, bensì l'ideale di una solidarietà anglosassone ed europea.

"Nel dopoguerra, dalle vecchie roccaforti populiste e progressiste era venuta la reazione al liberalismo, a Harvard, ieri portavoce di Wall Street, oggi del comunismo. Il radicalismo conservatore ha dietro di sé i larghi strati e non certo le classi alte. La massa, il popolo, poteva essere radicalmente conservatore, sordo ai valori aristocratici della tradizione."
"Nel ventennio 1940-60 il liberalismo perse senso di fronte al comunismo. Un'illusione spinse i migliori intellettuali a firmare un manifesto filocomunista: "Communism is 20th century Americanism". Si credettero i comunisti dei liberali mal guidati e troppo frettolosi, avviati sulla stessa strada di noi tutti: 'l'antifascismo progressista'.

In questi anni la pubblicistica italiana e francese non ci ha fatto conoscere il vero volto dell'America. Il concetto di conservazione costringe il liberale progressista a liberarsi di un'antica sedimentazione culturale". Quali che siano gli indirizzi storiografici e politici, conclude Matteucci, resta il problema di spiegare come fecero tredici rissose colonie a diventare una sola grande nazione. Senza volere in alcun modo sminuire il valore propagandistico degli slogan popolari, si può ben ammettere che i coloni d'America avrebbero perso la loro causa se la decisione fosse dipesa da un'imparziale considerazione dei principi giuridici in essa implicati".
"Insomma, nella storia della Rivoluzione non c'è spazio per le grandi controversie forensi su astratti diritti. La riscoperta del pensiero della Rivoluzione muoveva da un concreto problema politico che si era affacciato dopo la pace di Versaglia, quello di riorganizzare il mondo attraverso la Società delle Nazioni. L'ingenuo concepire la politica in meri termini morali non aveva retto alla prova di Versaglia. Il ritornare di moda delle interpretazioni progressiste degli anni '30 si dava però in un'atmosfera politico-culturale profondamente mutata: da un lato i comunisti si impadronivano degli schemi interpretativi dei progressisti americani, nell'atmosfera di un comune fronte popolare; dall'altro il New Deal porterà al superamento degli ideali individualistici degli anni a cavallo del secolo, a non odiare più il capitalismo.
La democrazia americana si riconciliava con le grandi corporations, visto che garantiscono al mercato una maggiore efficienza".

A.M. Calderazzi

The Gown is not the Body

Knowing another language means having a second soul
– Charlemagne (742-814 C.E.) –
“The limits of my language are the limits of my world. But within my language world my being is this world”.
– Ludwig Wittgenstein (1889-1951) –

As we all know, language has a double function: it is a communicative tool and it helps to define our world. But the relativistic linguistic school of last century hypothesized that language goes beyond these functions and theorized that thought is influenced by the language in which it is expressed. Or, in other words, that each language builds a mental universe in its own right.

One hundred years later, a group of linguists headed by Lara Boroditsky , has revived this hypothesis and reached the conclusion that to be able to speak a second language is more or less equivalent as having another self. If this were true, when speaking another language this cognitive process would not be a simple translation of our thoughts from our mother tongue but the result of an independent thought expressed by our own “second soul”.

Languages may or may not disguise thoughts, but can we infer from the outline of the gown the shape of the body? Since we are aware that two languages cannot be the same, does this imply that the person also thinks differently, according to the language she/he speaks? Or that a person who can speak two or more languages also can think in two or more different ways?

If this were true, it would be as if, depending on the gown you are wearing, tight or loose, the shape of your body would change. Perhaps, from the perspective of a faraway onlooker, but probably not to a careful observer or, in other words, once the garment has been taken off.

Neuro-linguists have tried to pursue this research hypothesis in three cognitive/linguistic areas: gender, colours and orientation.

Gender
The best we can say about the origin of words is that they came into existence by convention, arbitrarily, and agreed upon by its repeated use. Grammar, whether innate or acquired, is an imperfect set of rules that reflects the way thought is expressed. Is it possible that this set of rules affects the way our thoughts are thought? Let’s take the example of a 3-gender-language, German for instance, with its three genders: neuter, feminine and masculine. According to a group of neuro-linguists, when an English-born-speaker speaks German, she/he would associate a certain category of adjectives depending on the gender of the noun. For instance, since the word bridge (Die Brücke in German) is feminine, this speaker would associate to it feminine images (such as slim, fragile, bond, or grace). (It would be of further interest to explore what is feminine in German in its own right!). On another example, in Spanish, since ‘El Puente’ is of a masculine gender, it would bring to mind masculine images such as strong, robust, and solid even to German minds when they utter the word bridge in Spanish, shadowing the original feminine image of their mother tongue.

Colours
This is a more complex case. For one moment we have to exclude the influence of angle and intensity of light (depending on the latitude), eyesight and light perception and purely consider it from a linguistic point of view. In Korean, for instance, exist several standard expressions for white, some of them without exact equivalent in any other language. A bit like the several expressions Inuit people use to define snow according to their location, quality and age of the snow. Or again, in Japanese, the ‘go’ colour of traffic lights is called 青い (aoi, blue), as colours where divided between cold (blue/green) and warm (yellow/red) since ancient times.

We tend to forget that we are not very accurate either when in western languages we call ‘white wine’ the liquid of fermented grape, which is fundamentally of straw-yellow shade. Still, our use of words, however imperfect it may be, does not alter our perception of colours. Or are we unable to distinguish differences in hues just because of lack of words or our inappropriate use of adjectives?

Orientation
The third cognitive category used in determining whether and by how much the language we speak influences our thought is orientation. The Guugu Yimithirr speak a language called Gangurru (from which Kangaroo), an Australian aboriginal community who does not define a position referring to themselves (as we do in western languages) but to a coordinate reference system (like North, South, East and West). In a symmetrical-specular experiment, when coordinates are your orientation tool kit, the East one time is on your right and one time is on your left, whereas when you describe a location having yourself as the point of reference, one time a given location is on our left and the next time also. Would these two different orientation systems really lead us to two different Weltanschauungen?

In its most extreme form, this hypothesis (a.k.a. Sapir-Whorf) is that the language you speak influences your thought, not only through the definition of things but also through syntax and phrase structure. Ad absurdum, this scholarly hypothesis could be the result of the language these linguists speak (sic). In other words, if this hypothesis were true, when we speak in German about gender, in Japanese about colours and in Gangurru about orientation, how to explain the fact that we remain fundamentally immune from the language biases predicted by linguists when speaking about gender, colours and orientation? (admittedly, most of us do not speak Gangurru).

The hard facts of science have shown that in the above three areas in which the influence of languages were tested, none yielded any conclusive result, even considering a fourth area, numbers. The best-known case is the Pirahã, a language spoken by a Brazilian tribe that contains only words for one and two. These people would be unable to reliably tell the difference between four and five objects placed in a row in the same configuration. However, in the words of Daniel Everett, one of the leading researchers on this language:

“A total lack of exact quantity language did not prevent the Pirahã from accurately performing a task which relied on the exact numerical equivalence of large sets. This evidence argues against the strong Sapir- Whorfian claim that language for number creates the concept of exact quantity”.

Another notable researcher on the nature of humans, Edward O. Wilson, has, in his works, convincingly proved that people speaking languages void of words for certain colours or numbers were nonetheless able to recognize and to match colour or exact quantities of objects.

Paul Ekmann, in his studies on facial expressions, was able to demonstrate the universality of human expressions, regardless of the language spoken, by showing 17 pictures with different facial expressions to people as diverse as Samoans, Caucasians and Africans, who invariably correctly identified which expression referred to which emotion, even when their native language lacked the appropriate words or strictly defining terms.

As the poet Samuel Johnson once observed, languages seems to be a mere convention or a dress of thoughts. And all of this academic quibble would have remained confined in some obscure university department if it had not been seriously picked up by some economists.

Economics, like linguistics, cannot be considered an exact science in the sense of being predictive, but rather defined as a descriptive discipline. Unlike mathematicians, chemists, and physicians, linguists (like economists) deal with a field which we all live within and use it daily, giving us a false sense of familiarity. So much so that we feel entitled to say something about it and little matters if our arguments are not sustained by evidence.

Like linguistics, economics lacks the possibility to verify theories against counterfactual evidence or, in Popperian terms, it is not falsifiable. They both share the common trait of non-replicability of the experiment (or only under very narrow circumstances, with little general validity) and bear the sin of the researcher influencing the one-time experiment, although techniques such as RNM give the illusion of producing objective and certain data.

Economists keep on making failures on predicting the next boom or bust, the next level of inflation or what will be the consequences of any given economic decision. Over time, we should have become humbler, less arrogant and have accepted the fact that economy does not, and probably will never, attain the status of science, at least in the same sense as hard sciences do. Axel Leonjufhwud, one of the few economists that exerted some healthy self-criticism, in one of his papers, “Life among the Econ” published in 1973, warned us from the ‘Modl’  (in original) and their uselessness ‘however well crafted’. He points out that when economists  want to prove what they are looking for, they bend reality to their purpose and interpret findings to their benefit.

Peter Medawar  in his “The limits of Science” explained that the most important weakness in forecasting is the reason why economics is and will remain a mere discipline. Unfortunately, most economists not only have not noticed it yet, but still maintain the hubris of explaining to others how the world runs and of making predictions about its future. Framed around equations, based on models, these papers written by the cast of the Econ are predominant and overwhelming in quantity, hardly in quality.

On those rare occasion when a scholar puts models to a fact-based-testing, and, as it often happens, the findings contradict the model’s predictions, the holy caste of the Econ frame and segregate the evidence into a new model hastily named ‘paradox’  (in the economic literature we have counted not less than 34 paradoxes contradicting theoretical models).

In every hard science the theoretical models proven to be either false or irrelevant are thrown in the dustbin and forgotten, but not in economics. It is as if Popper’s lesson had never been learnt and Newton’s laws were still used to study Quantum Physics. The mathematical-deductive-mechanistic line of thought adopted in economics has too often failed to provide tools to understand the economic reality and continues to mould the mindset of legions of students into abstract sophistry, mainly disconnected with reality (see “Econocracy” by Joe Earle, Cahal Moran and Zach Ward-Perkins).

The belief in econometric models is relentlessly pushing the economic world towards the abyss of risky speculative adventures. The destruction of wealth, environment, savings, and lives in the millions caused by the custodians of the accepted and unquestioned ‘economic truth’, is still firmly anchored on the three sacred pillars of: Individualism, Optimization and Equilibrium. None of them has ever taken shape in reality, in the predicted form.

The praiseworthy attempt to free economy from its own narrow and self-imposed bounds has led some notable scholars to look for other interpretative models. Behavioural researches have given us some important insights in the irrationality of human behaviour, such as Dan Ariel or Daniel Kahneman. Others as Georgescu-Rogen and René Passet have taken inspiration from Biology.
Following the seductive but unverifiable idea that the language you speak determines what you think, linguistic economists like Keith Chen have tried to explain our propensity to save by the use of a language model.

Following a distinction made Swedish linguist, Professor Östen Dahl in the year 2000, linguists make a distinction between futureless and futured language. The hypothesis is that if you speak a futureless language you tend to be a profligate person. If you speak  a futured language you would be a thrifty person. A futureless language is a language like Chinese, void of the future tense (at least in a western language sense); a futured language instead is a language which forms the future tense by auxiliaries and suffixes, like Slavic ones; or by inflections, as in neo-Latin languages. According to this interpretation, this would be a sufficient reason to explain the different propensities to save.

How would then a speaker of a futureless language convey the idea of ‘I will go’ or ‘I am going to go’? Let’s not be fooled. The body of the thoughts is still there, only the gown is different: ‘in one hour’, ‘tomorrow’, ‘in the future’, etc. are all expression used by futureless languages to indicate the future. Only the set of rules of these languages works differently from western grammar rules. (Besides, Chinese does have auxiliaries to indicate something imminent or very likely: 要yao, want; 会 hui, will; or, in the written language, particles to mark the future tense即ji, 将jiang).

We have already shown how the effect of a language on our thoughts is difficult to demonstrate, even without considering the impossibility in determining the line of division between futureless and futured among the currently 7000 spoken. But even accepting for the sake of the discussion that a distinction between futureless and futured languages could be made, how would this hypothesis withstand reality?

Here below two charts taken from one of the studies on the hypothesized language-saving connection:


Above, the saving rates for 35 countries, from Luxembourg with more than 40% to Greece with just 10% of the GDP.

https://www.ldc.upenn.edu/sites/www.ldc.upenn.edu/files/chen.pdf

If we look at the data over a span of 25 years (1985-2010), UK and Italy have a gap of more than 8% points. Despite this difference in saving rates, not only both languages are futured (in the sense expressed previously) but they are also linguistically very near. According to the Cambridge Encyclopaedia of language (p. 375, 1980 ed.), they have an inter-lingual distance based on pronunciation, spelling, orthography, grammar and vocabulary which is the closest (in religious terms is similar to the proximity between the Anglican and the Roman Church), followed by Spanish, German, French and Russian. Why do people speaking a language falling in the same linguistic category (in this case futured) would display different saving patterns? Or, just to take an even more striking example, why would three linguistically identical countries like Ireland, Australia and UK have more than 10% points difference in their saving rates?

One among many contradictory points which this theory does not explain is that in the previous 30 years, and not considered in the above graphs, from 1955 to 1985, Italians (speaking a futured language) had attained saving level comparable to Japanese, speakers of a futureless language. Why do people speaking languages falling in two different linguistic categories (futureless and futured) would then display similar saving patterns?

In his General Theory (1936), John Maynard Keynes had already explained the psychological motives, the social mores and the economic conditions conducive to the prevailing saving rates.
Will our new generation of economists call Keynes’s model ‘the saving paradox’?

Chi vuol togliere a Saturnia Tellus, il più panico dei poeti

Capitatomi di sedere a fianco d’una docente d’italiano in uno dei non pochi atenei dello Stivale, le chiesi che corsi stava tenendo. Rispose elencando alcuni dei cognomi festeggiati soprattutto d’estate dalle pagine culturali dei giornali. L’estate, stagione di spiagge, assegna vari premi letterari e dunque promuove meglio all’immortalità i vari Pontiggia Baricco Ferrante Carofiglio Saviano Piperno Maraini et al. E io, esercitando il diritto di sorvolare sui titani proclamati dai bagnanti: “Ma una volta non dovresti tenere un corso, metti, su Gabriele d’Annunzio?” Credevo che anche lui fosse un letterato italiano.

Per poco la docente non mi incenerì con lo zolfo infiammato del disprezzo, alquanto mitigato dalla compassione. Sillabò parole all’arsenico, non so se rivolte più a me o più al Vate e Comandante fiumano. Non potetti replicare, il concertista era riapparso sul palcoscenico. Avevo inteso provocare con d’Annunzio perché conoscevo il fideismo d’appartenenza democratica della docente. Ma non mi aspettavo reagisse come avessi stuprato un bambino o defecato in piazza.

Volli allora risalire a uno dei Rasputin cui la Nostra doveva tanto settarismo. Scelsi l’autorevole Luigi Russo, rettore o direttore alla Normale di Pisa per un paio d’anni, rimasto Magnifico assai meno di Miguel de Unamuno, che Salamanca volle rettore a vita. Per due euro comprai del Russo un libro ancora intonso, pubblicato da Laterza nel 1957: “Carducci senza retorica”. D’Annunzio non poteva mancare.

Infatti: “La fatturazione dello spirito italiano attraverso il D’Annunzio è stata così forte che nessuno vi ha resistito. Lo stesso Carducci si lasciò investire per l’ufficio di poeta della romanità dalle parole ruffianesche del suo sedicente scolaro d’Annunzio:

Ed anche tu, tu vate solare, assunto sarai nel concilio

Dei numi indìgeti, o Enotrio.”

Aggrava il biasimo Luigi Russo: ”D’Annunzio in verità non voleva che candidarsi successore del Carducci come vate della patria. Il Carducci ebbe il più grave colpo alla sua fama dalla menzognera glorificazione del d’Annunzio”.

Profferita la severa condanna di una delle ambizioni del Gabriele della Pescara –ma che c’era di male? Forse che qualcuno tra i nemici di d’Annunzio non avrebbe ambito alla gloria di vate democratico, fosse stato più dotato? – la pag. 87 precipita in un inatteso ridicolo: rivendica che anche Giosue Carducci, non solo Gabriele d’Annunzio, conobbe (sia pure in piccolo) gli amori di dame aristocratiche: “Ebbe una relazione con la Carolina Piva, moglie di un colonnello garibaldino, tra il novembre 1871 e il marzo 1881”. Ma le dame aristocratiche non erano la nequizia, anche poetica, e l’arrivismo del provinciale puttaniere d’Annunzio? Perché invocarne una, o anche due, contro la lunga teoria di prede del Comandante?

“Ahimé -lamenta il Russo- l’aura di diffidenza e di ironia, seminata dal d’A. e dai suoi discepoli doveva influire molto sfavorevolmente sui giudizi letterari intorno alla poesia carducciana” (…) Il d’A. continuò a drogare l’atmosfera letteraria italiana fino al 1915, e la nostra generazione di dolorosi combattenti carsici dovette subire l’onta di costellare sanguinosi sacrifici con frasi dannunziane bruttissime, anche se scolpite in ornato stile. Si potrebbe documentare che fino a pochi anni fa di moduli dannunziani era intessuta particolarmente la prosa degli illetterati”.

Un tempo, notiamo noi, si lodava quella arte che era capace di attrarre persino gli illetterati. Ad ogni modo il professore si indigna davvero sull’ambizione attribuita a Gabriele –ma gli serviva davvero?- di succedere a Carducci: “La figura del vate era stata impiantata dal Vico e dall’Alfieri; dopo la morte del Carducci tentarono di ereditarne l’ufficio d’Annunzio e Pascoli. Dopo i balbettamenti del Pascoli e il cattivo gusto di pervertito del d’Annunzio, la figura del poeta-vate scompare dall’immaginazione e dai sentimenti degli italiani; e credo con soddisfazione generale degli italiani, anche i più ritardatari”.

“Il più rovinoso di cotesti poeti vati è stato naturalmente Gabriele d’Annunzio; coi suoi vaticinii illibidinì l’Italia e l’accompagnò verso il disastro, ma forse la guarì energicamente, come per un’operazione chirurgica. E’ proprio vero che un mito, sia pure nobilissimo come quello del poeta-vate, si liquidò nelle menti e negli animi con la stessa torpidezza di vanità e di sensazioni che vi immisero alcuni cantori. Il d’A. ha se non altro il merito di averlo esasperato fino alla più ridicola corruttela”.

Se, come riconosce il nostro professore, il mito del poeta-vate risale alla mitologia vichiana, cara anche al Foscolo, esso professore avrebbe dovuto distinguere tra i vaticinii funesti e quelli vivificanti del vate che invecchiò tra i cimeli guerreschi del Vittoriale, uno dei quali era un’incongrua prua di corvetta adagiata tra i lauri e i cipressi del Garda. I vaticinii che funsero come proposte di ipernazionalismo e di foga bellicista furono oggettivamente malefici. Gli altri, quelli che fecero irraggiungibile il poeta de “Il verso è tutto”, furono inni, anzi laudi, a quei numi che in un passato di favola predilessero su altre contrade la Penisola saturnia, al punto di farla molte volte sublime. Questo specifico d’Annunzio poetò come un Virgilio candidamente posseduto dalla fede nella divinità dei destini italici.

Allora al cattedratico di Pisa spettava di discernere tra la funzione letteraria-professionale e quella profetica e d’utopia di alcuni conduttori di anime. Io che qui scrivo detesto lo sciovinista che nel maggio 1915, guadagnato dal denaro francese, capeggiò con successo il nostro sinistro interventismo. Che plagiò a suicidarsi sul Carso schiere di sottotenenti che lo avevano letto. Tuttavia so, io che qui scrivo, che G. d’A. fu pressoché solo, tra i poeti guerrafondai, a cantare l’eroismo nella lingua insuperata di ‘Alcyone’. Solo a stregare senza rimedio menti ardue come quel Claude Debussy che mise nelle mani di d’Annunzio ‘Le martyr de Saint Sébastien’.

Si prenda una qualsiasi storia della letteratura che sia stata compilata fuori delle risse tra chierici versificanti di casa nostra. Difficilmente quella storia negherà l’immensa maestria, l’eccezionale musicalità e la potenza suggestiva del poeta della ‘Pioggia nel pineto’ e di ‘Maia’. Dell’artista che seppe trasformare in un dio apicale un mezzo capro ruminante come il Pan degli Elleni. Si legge p. es. nella “Lincoln Library of Essential Information”, scrupoloso manuale per studenti di college, che d’Annunzio “ when picturing the former glories of Italy, rose to the level of a great classic writer.”

La verità è che la poièsi, il momento creatore dell’Abruzzese (cui offrirono invano la cattedra a Bologna che era stata di Carducci: egli declinò) era perfettamente inaccessibile ai poeti “seri” e democratici che piacevano a Luigi Russo: incluso il Nobel Montale, scabro capofila di letterati e di giornalisti talmente anti-eroici da risultare più volte noiosi agli Dei come ai mortali. Io sono certo:

il poeta di “Laus Vitae” che a suo tempo incontrerò nei Campi Elisi, avrà fatto felice l’intero popolo di quel paradiso!

Invece Luigi Russo si accanì contro l’innocua candidatura a successore di Enotrio poeta nazionale. Russo: “Quando G. d’A. si impossessò della parola vate, la parola vate era già tutta corrotta e consunta, distante dal suo remoto significato. Il poeta d’Abruzzo continuò a drogare l’atmosfera letteraria italiana fino al 1915”. Già, ma il Pontifex capo della Normale pisana riconosce che erano “memorabili” le pagine delle “Vergini delle Rocce” che “deprecavano un re democratico, fedele impiegato della Costituzione”. E non era da deprecare tale sovrano adepto al parlamentarismo demo- cleptocratico? Vivesse ancora, Luigi Russo, non è detto che amerebbe la repubblica di Mattarella e Boldrini.

Concludendo. Non sono meno di 20 le pagine di un libro su Carducci in cui Luigi Russo deride, tenta di demolire o semplicemente insulta G. d’A. Il Comandante fiumano meritò largamente le rampogne per vari suoi cedimenti alla maniera. Ancora di più meritò le denunce, perfino le condanne spietate, per aver contribuito a far precipitare il Paese nella Grande Guerra. Essa fu il più grave delitto politico dell’intera storia aperta dal Homo Erectus quando prese a usare la clava contro un altro ex-primate come lui. E se la Grande Guerra – addebitabile anche ad opinion makers come d’Annunzio- fu un crimine tanto orribile in quanto esigette un Secondo Conflitto mondiale che forse spense 50 milioni di vite. Il d’Annunzio bellicista non ha diritto a perdono. Ma altre sue colpe, quella di fare il vate per dirne una, furono veniali. Vaticinare fu tutt’uno che cantare la Saturnia Tellus come e meglio di Virgilio.

Detto questo, i grossi bonzi alla Luigi Russo tradiscono la loro missione, sono pessimi maestri, negando la grandezza del poeta di Pescara solo perché non piaceva alla loro fazione. E hanno inebetito allievi inconsapevoli come la docente di cui al nostro incipit: al punto di avviticchiarsi ai vincitori dei premi democratici d’estate.

Antonio Massimo Calderazzi

La gloria falsa di Churchill e quella vera di Caillaux pioniere dell’asse franco-tedesco

Farabutti e carnefici, macellai di popoli, furono senza eccezioni i governanti che centoquattro anni fa vollero la Grande Guerra; guerra che riprese nel 1939 dopo una tregua ventennale. Parliamo innanzitutto di Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese nel 1914, nonché dei tanti suoi modesti imitatori e seguaci: per esempio gli italiani Antonio Salandra, presidente del Consiglio (nelle Memorie  lamenterà che la guerra non gli aveva fruttato un titolo nobiliare); per esempio Sidney Sonnino, negoziatore del patto di Londra; più ancora Vittorio Emanuele III, accanito custode delle tradizioni militaresche dei Savoia (i quali, bisogna ammetterlo, erano stati bravi a farsi, da Medii feudatari alpini, sovrani di rango). Di Gabriele d’Annunzio tacciamo. Invocò la mattanza, contribuì a renderla inevitabile ma fece questo in quanto poeta epico-lirico, sfortunatamente preso in parola da tanti aspiranti cadaveri del Carso.

Ma addirittura pazzi furono coloro che, invasati di autodistruzione, vollero l’immane carneficina sapendo o intuendo che essa, oltre a cancellare i loro troni, avrebbe spento se stessi nonché le loro famiglie. Tra le teste coronate il perfetto suicida fu perciò lo zar Nicola II. Le cronache dicono che nel firmare l’ordine di mobilitazione generale contro Austria-Ungheria e Germania scandì parole che attestavano presentimenti luttuosi. Ma firmò, plagiato in particolare da un ministro degli Esteri, Sergjei Dmitrovic Sazonov, che lo dominava.

Lo aveva convinto che l’impero russo non poteva rinunziare a quell’ineguagliabile occasione di raggiungere le estreme mete occidentali: l’egemonia nei Balcani e nell’Est Europa, la leadership panslava, la tradizionale aspirazione al mare caldo. Sazonov – spalleggiato da uno Stato Maggiore umiliato sì di recente dal Giappone ma singolarmente fiducioso di vincere un confronto bellico con gli Imperi Centrali – era un mestatore nel torbido, scellerato in cilindro come i suoi pari del tempo, rotto a qualsiasi canagliata sulle vite di milioni di sudditi, pur di conseguire le spregevoli glorie del mestiere diplomatico. La Russia era talmente immensa da non avere necessità di conseguimenti geopolitici. Nicola firmò, con la mobilitazione, la propria condanna a morte. In piena coerenza i trionfatori bolscevichi passarono per le armi l’intera famiglia dello Zar. L’eccidio fu, con la cancellazione dell’impero, l’esito obbligato della più folle delle imprese belliche dei Romanov. La guerra di Sazonov portò una rivoluzione incapace di misericordia.

Nel 1914 solo la Spagna tra le grandi nazioni europee ebbe la saggezza di rifiutarsi al conflitto mondiale. Presiedeva il governo il conservatore Eduardo Dato, ed egli riuscì a far fallire i conati di alcuni circoli radicaleggianti -includenti il futuro padre della fallita repubblica Manuel Azagna- : invocavano che la Spagna si unisse alla crociata  dell’Intesa in quanto più progressista di quella di Berlino e Vienna. Non era tanto più progressista, e in ogni caso la nazione spagnola non aveva alcun motivo per combattere. La sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti aveva cancellato nel 1898 le ultime ragioni perché la Spagna cercasse di conservare qualcosa dell’antico ruolo planetario.

A Madrid prevalse il senso comune: la neutralità consentì al regno borbonico di fare eccellenti affari vendendo a tutti i belligeranti, e in più di avviare la sua prima industrializzazione. Se oggi la Spagna è nel gruppo di testa delle società moderne, lo deve a non essersi dissanguata nella Grande Guerra.

Assai più sventurato fu l’altro regno iberico, il Portogallo, che partecipò al conflitto dalla parte degli Alleati, degli inglesi in particolare. Fu succube per la sola ragione che le sue vicende politiche non gli consentivano una politica estera autonoma. Nel 1917 il governo che aveva voluto la guerra fu rovesciato, ma il contingente portoghese non fu ritirato dal fronte. Invece nel secondo conflitto mondiale Lisbona riuscì a sottrarsi al destino di fornire carne da cannone.

Pagarono carissimo per i mercanteggiamenti di morte dei loro governanti i paesi minori che non sfuggirono alla sventura di guerreggiare. Ma almeno la Romania conseguì quella volta cospicui vantaggi territoriali (al prezzo di oltre trecentomila morti). I lutti del secondo conflitto mondiale furono nell’assieme ancora più gravi. Comprendendo i vari olocausti si arriva a parlare di cinquanta milioni di morti.

L’aspetto più drammatico fu che la terribile esperienza 1914-18 (ma si continuò a morire per qualche anno, magari di malattie) insegnò quasi niente ai popoli come ai governi. Non erano passati sedici anni da quando gli europei avevano fermato il massacro quando si ebbe la prova che niente era cambiato nel pensiero sulla guerra e sulla pace.

La Germania umiliata da Versailles si era data un dittatore per la vendetta, e nel 1935 il dittatore aveva sfidato il trattato di pace ordinando alle sue truppe di attestarsi in Renania, territorio germanico. Questo scatenò nei circoli nazionalistici francesi, e non solo francesi, un autentico parossismo antigermanico: in pratica si esigeva che i vincitori del 1918 riprendessero subito le armi per stroncare sul nascere il revanscismo tedesco. I vertici francesi e britannici dovevano imporre ai loro popoli un immediato ‘casus belli’. Come se un’intenzione di vendetta, da parte germanica, fosse la stessa cosa di una vendetta effettiva, talmente grave da giustificare una ripresa della strage. Col senno di poi, forse sarebbe stato meglio tentare di soffocare al primo vagito l’espansionismo hitleriano. Ma tanta prontezza nel riaprire una lotta armata straordinariamente atroce, era ragionevole?  Non era piuttosto assurdo dare per scontata la riduzione a zero dell’orgoglio tedesco?

In Francia, i politici che sbraitarono di più nel pretendere risposta fulminea alla rimilitarizzazione della Renania furono Paul Reynaud e Georges Mandel. Oggi quasi nessuno li conosce. Ma Mandel divenne presto ministro ed esponente dei più accaniti tra i fautori dello scontro (finirà assassinato). Quanto a Reynaud, nel 1940 ascese a capo del governo allorquando l’esercito francese, allora considerato il più potente al mondo, fu sbaragliato in poco più di una settimana dalla Wehrmacht e dalla Luftwaffe. Reynaud avrebbe dovuto riflettere prima di assumere le posizioni estreme. Per qualche giorno egli tentò di fare il Churchill francese: annunciò che avrebbe trasferito il governo in Africa per continuare la guerra dall’impero coloniale. Nessuno lo prese sul serio, dovette dimettersi; il maresciallo Petain ottenne i pieni poteri, chiese l’armistizio al vincitore e cancellò la Terza Repubblica. Gli irriducibili parigini mancarono di realismo.

 

Winston Churchill è stato consegnato alla storia come il più glorioso dei lottatori. In effetti nessuno è stato più combattivo di lui, che non aveva mai rinunciato a sperare che il presidente F.D. Roosevelt costringesse il popolo degli Stati Uniti -in maggioranza isolazionista- a entrare nel conflitto per salvare la Gran Bretagna (e per passare l’impero mondiale agli USA). Churchill credette di dover perseguire la vittoria finale senza curarsi dei costi. Costi che furono terribili.

I fatti sono quelli che sono. Churchill fu l’inglese che più di ogni altro volle e condusse il secondo conflitto mondiale. Però nel 1939 il Regno Unito era la maggiore potenza imperiale al mondo. Nel 1945, a guerra vinta, la leadership era sparita -anche dagli oceani-, l’economia era dissanguata, la struttura industriale in pericolo;  la Germania, il Giappone, persino l’Italia si sarebbero rialzati prima e meglio che la superba ex superpotenza. In più si apriva il rapido smantellamento dell’Impero. La fine della grandezza non avrebbe potuto essere più brutale. Si può sostenere che la patria britannica sarebbe stata sommamente fortunata se non fosse stata guidata dal belluino Winston Churchill, assetato di grandi spedizioni aeronavali. Nel 1915 volle quella disastrosa dei Dardanelli, da lui ideata contro il parere degli ammiragli suoi dipendenti. Tentò anche di organizzare una spedizione contro i sovietici, ma questa non gliela permisero, tanto sangue erano costati i gloriosi Dardanelli. Era tale la sua voluttà guerriera che provò a partecipare in persona allo sbarco in Normandia, in divisa di tenente colonnello. Volle comunque, non sappiamo dove, sparare personalmente alcuni colpi di cannone.

Questo vuol dire che non l’epico duello col Reich, bensì una transazione semi-amichevole avrebbe salvato la grandezza britannica. Si è accertato che Hitler non voleva lo scontro frontale con la Gran Bretagna. Nei giorni della trionfale conquista della Francia il Führer spiegò così ai suoi generali la propria decisione di non annientare l’armata britannica a Dunkerque: “Ammiro l’Impero britannico. La sua esistenza è utile al mondo tanto quanto la sua opera di civiltà. Io domanderò alla Gran Bretagna di riconoscere la preminenza della Germania in Europa.  La restituzione delle nostre colonie sarebbe desiderabile, non essenziale…Sono pronto ad offrire all’Inghilterra, se si trovasse in difficoltà, il sostegno del mio esercito. Desidero una pace con la Gran Bretagna su basi compatibili col suo onore”.

Dunque il Führer non mirava ad umiliare il Regno Unito. Voleva mano libera nell’Europa orientale e, senza insistere troppo, voleva una grossa colonia. Da come sono andate le cose, è oggettivo che a Londra sarebbe convenuto addomesticare o placare la belva germanica e quella nipponica, piuttosto che affrontare una guerra disastrosa, piuttosto che accettare la perdita del primato mondiale e del più grande degli imperi.

Anche la Francia del 1939 possedeva un grande impero: e anche alla Francia sarebbe ampiamente convenuto cedere parte di un dominio intercontinentale inutilmente vasto, che Parigi non aveva saputo valorizzare, piuttosto che subire dal Terzo Reich la più grave disfatta militare della storia. Oltre a tutto Parigi si fece imporre la seconda guerra mondiale da un fatto artificioso all’estremo quale un dubbio trattato diplomatico con Varsavia. Versailles aveva innalzato una Polonia gigantesca perchè molestasse da est la Germania. Negli Anni Venti Parigi aveva scopertamente gestito, con un generale francese, il sorgere di un apparato militare satellite polacco, sempre in odio alla Germania. Però la garanzia militare che Francia e Gran Bretagna vollero dare a questa Polonia intesa come ausiliare e sicaria antigermanica era irrealistica. Infatti la Polonia fu annientata in pochi giorni, in totale assenza di soccorsi occidentali; il suo mandante parigino avrebbe avuto un destino terribile pochi mesi dopo. Quasi nessun francese e nessun inglese fu disposto a “morire per Danzica”.

Meglio avrebbe fatto Parigi, già nel momento che Berlino si sottometteva (novembre 1918) a moderare il proprio trionfo, a non infierire sull’avversario sconfitto. Meglio avrebbe fatto Parigi a imboccare la strada dell’intesa duratura con la Germania. La Francia aveva avuto nel 1911 un primo ministro, Joseph Caillaux, che incarnava quella strada. Quell’anno Caillaux aveva scongiurato un conflitto con Berlino a proposito del Marocco (crisi di Agadir); la formula trovata era consistita in uno scambio territoriale nel Congo francese inteso a normalizzare possibilmente per sempre il rapporto col “nemico ereditario”. Ma quello stesso anno un capriccio del catastrofico parlamentarismo Terza Repubblica scalzò dal potere Caillaux e insediò il suo perfetto contrario: Raymond Poincaré, massimo esponente del revanscismo francese, presto elevato a capo dello Stato e a sommo tra i guerrafondai del 1914.

La linea Caillaux -l’intesa di fondo con la Germania guglielmina- fu stroncata duramente. Venne la Grande Guerra. Verso la fine del 1917, col grosso della strage già consumato, con varie divisioni francesi e con alcune unità germaniche prossime all’ammutinamento, e con le Potenze Centrali disposte a cercare con qualche anticipo le vie della pace, l’ex-presidente del Consiglio Caillaux fece qualche passo in Germania in vista di un negoziato che avvicinasse la fine del massacro. Lo scoprì il capo del governo Georges Clemenceau, il “Tigre”, divenuto il terribile demiurgo della guerra ad oltranza. Caillaux fu arrestato coll’accusa d’alto tradimento.

Tenuto in carcere, benché ex-presidente del Consiglio e figlio di un ministro particolarmente autorevole, Caillaux rischiò seriamente la condanna capitale: tale era l’accanimento di Clemenceau contro i “disfattisti” cioè tutti coloro che invocavano o suggerivano la fine dell’eccidio. Nel 1920 l’Alta Corte condannò l’ex primo ministro per  ‘corrispondenza col nemico’  ma non per alto tradimento. Cinque anni dopo il Nostro fu amnistiato. Ma aveva rasentato la fucilazione, o magari la ghigliottina. Fu dunque il martire di una causa -l’amicizia con la Germania- che trionferà quando     Charles De Gaulle e Konrad Adenauer decideranno di capovolgere la storia.

 

In conclusione. Winston Churchill figura ancora ammantato di gloria guerriera. Ma è una gloria non solo sinistra, anche oggettivamente falsa: la guerra di Churchill distrusse la grandezza britannica. Non andò molto meglio dell’impresa dei Dardanelli.  Una gloria ben più vera, voluta dal futuro, spetta a Joseph Caillaux, che anticipò nel concreto l’asse franco-tedesco e, come tale, fu premessa di Europa.

Antonio Massimo Calderazzi

Etiopia: 76 anni di indipendenza, sciagure e grandi occasioni mancate

Parlavo ieri con una persona di qualità che conosce sul campo anche l’Etiopia: poche ore dopo il nostro fortuito incontro avrebbe preso l’aereo per la parte grossa del nostro ex-impero, Africa Orientale Italiana. Il mio interlocutore, settantenne, geologo e nipote di uno dei maggiori geologi italiani, è alto consulente di un’impresa etiopico-indiana che opera nella valorizzazione mineraria di marmi e altre pietre nobili.

Appena menzionata l’Abissinia, il geologo non ha descritto giacimenti e cave. Ne ha evocato, nell’ordine: la povertà, la vastità (più di quattro volte l’Italia), e il clima, che in certe regioni può essere eccellente: altitudine della capitale: 2640 metri. Da quel livello fino ai 4600 metri del massiccio di Ras Dascian il clima etiopico è classificato ‘alpino’. Mentre il discorso del geologo prendeva altre direzioni, io restavo al suo spunto iniziale: uno dei redditi più bassi al mondo, laddove il paese è talmente vario e vasto che le potenzialità sarebbero importanti. Rimane misero per varie ragioni, cominciando dall’arretratezza culturale.

Mi venivano pensieri ribaldi, politicamente scorretti anzi blasfemi. Se una Provvidenza fosse esistita, reggitrice benefica e diretta del Creato, avrebbe fatto nascere un Mosè etiopico, capace di trascinare il suo popolo. Il colonialismo fu pessima cosa. L’oppressione altezzosa dei bianchi su almeno una parte dei conquistati fu infame. Particolarmente sbagliato, anche perché fuori tempo massimo, fu il nostro colonialismo contro la nazione più avanzata, più fiera e meno nera del Continente Nero. Persino copta, cioè cristiana delle origini.

Tuttavia, se un Mosè degli Etiopi fosse nato, nel 1936, a conquista italiana avvenuta (81 anni fa in maggio) avrebbe persuaso la nazione a prendere per un verso opposto il nostro dominio. Avrebbe immunizzato gli etiopici contro il miraggio indipendentista. La decolonizzazione ha gratificato tutti gli africani con lo sventolio di propri rettangoli di stoffa colorata, ma è stata anche una sciagura grave, come molti altri prodotti dei patriottismi: i quali sono nobili esclusivamente nei manuali di educazione civica e nei discorsi di afflato umanitario. L’indipendenza ha perpetuato la povertà, ha moltiplicato le stragi con le guerre intestine (tribali e settarie), ha bloccato il riscatto dalla miseria.

L’Italia, grazie alla fase sabauda e fascista, poi a quella antifascista, è uno degli Stati politicamente meno fortunati e meno inclini al buongoverno. Una mala repubblica tra le più scadenti. Però per un miracolo è anche una società ricca, edonista e buonista. Se il 10 giugno 1940 il Fondatore dell’Impero non avesse deciso di consegnare quest’ultimo all’avversario britannico, in quello scacchiere allora invincibile, forse oggi l’Etiopia godrebbe in grande dei sottoprodotti della ricchezza italiana. Avrebbe il suo prodigio economico, sarebbe un gigantesco e semiprospero ‘territorio oltremare’ del secondo paese manifatturiero d’Europa, della prima potenza calcistica, modaiola, gastronomica e ludica del mondo. Tra le ripide ambe e gli altipiani dei Negus Neghesti si diramerebbero le superstrade, gli acrocòri sarebbero punteggiati dalle seconde case dei lombardi e dei pugliesi, il turismo tripudierebbe, si scierebbe a quattromila metri, rigoglierebbero le lavorazioni locali dei prodotti agro-zootecnici: e fermiamoci qui.

Tutto ciò, e molto altro, se dal balcone di palazzo Venezia il Duce non avesse annunciato la guerra – guerra a perdere sicuramente nella ‘Africa Orientale Italiana’- e comunque se ad Addis Abeba l’ipotetica Provvidenza benefica avesse fatto nascere il Mosè nazionale, capace di distogliere il popolo dall’ubbia del nazionalismo.

Questi scenari fantasiosi sono vietati dal realismo dell’obbligo. Ma chi si sentirebbe di confutare il felice Bengodi degli Amhara, Tigrini, Galla, Dancali e Sidami, se l’Abissinia fosse restata a noi furbastri, goderecci, dominatori coloniali ben più piacioni e buonisti dei belgi di re Leopoldo, il proprietario catastale del Belgio, e degli inglesi del generale Gordon, trucidato per odio dai tagliagole del Mahdi il Profeta del Sudan?

Il politically correct e il troppo savio possono inebetire.

A.M.Calderazzi

CONTRO OGNI PREVISIONE

L’illusione di poter prevedere ciò che più ci interessa permea da sempre la psiche umana e ha dato vita a credenze di ogni tipo e livello: dagli oracoli agli indovini, dagli stregoni agli astrologi, dai sommi sacerdoti e profeti agli esponenti di spicco di ogni religione. A questi sono succeduti gli “scienziati sociali” come i sociologi e soprattutto gli economisti che – tra l’incredulità generale e la ferma convinzione degli addetti ai lavori – si sono cimentati in quest’arte senza speranza. Gli economisti in particolare sono stati spesso (e giustamente) dileggiati dai demografi che ritengono di avere basi fattuali più solide per formulare previsioni o avanzare ipotesi su struttura e dinamiche di una popolazione.

Dobbiamo tuttavia constatare che anche gli studi demografici non sfuggono al destino degli studi fatti in qualsiasi altra disciplina concernente l’uomo e i suoi comportamenti: non portano a risultati esatti, né le deduzioni che in materia possono essere fatte si rivelano a posteriori fondate. Per amore di verità può essere utile mostrare l’imperfezione delle deduzioni e l’erroneità delle estrapolazioni delle tendenze demografiche in atto, che finiscono per essere interpretate come tentativi di previsione, che i fatti inevitabilmente smentiranno.

Consideriamo dunque i dati apparsi in due importanti documenti ufficiali che nessuno consulta più perché “datati”, quindi per definizione (errata!) obsoleti. Nella Table 17: Historical and Projected Population Growth, and Hypothetical Stationary Population (pp.158-159) del World Development Report 1979 della Banca Mondiale e nella Table 19. Population growth and projections (pp.254-255) del World Development Report 1984 sempre della Banca Mondiale (The World Bank, abbreviato WB, ufficialmente chiamata IBRD International Bank for Reconstruction and Development) vengono indicati l’ipotetica dimensione stabile della popolazione in milioni (Hypothetical Size of Stationary Population) e l’anno nel quale il tasso di riproduzione sarà eguale a 1 (Assumed year of reaching net reproduction rate of 1). Vediamo ora se le ipotesi avanzate in questi due autorevoli studi, pubblicati rispettivamente 37 e 32 anni or sono, reggono il confronto con la realtà per la quale disponiamo dei dati 2016.

Concentriamo la nostra attenzione su 35 Paesi – sul totale dei 233 Paesi del mondo – che al 1° luglio 2016 avevano una popolazione di almeno 40 milioni di abitanti (un aggregato fortemente rappresentativo della situazione demografica mondiale) e dividiamoli in 4 gruppi caratterizzati da una certa omogeneità derivante da ragioni culturali o del loro retaggio storico.

Consideriamo per ciascun Paese:

1) la popolazione N in milioni di abitanti nel 1960 e nel 2016;

2) di quante volte è aumentata la popolazione in questo arco temporale;

3) a quanti milioni dovrebbe stabilizzarsi l’ammontare della popolazione N (e in quale anno) secondo gli studi della World Bank (WB) del 1979 e del 1984.

In sintesi:

PAESI N 1960 N 2016 N stabile (anno) WB 1979  WB 1984
ESTASIA
CINA 658 1382 (2,10 volte) 1538 (2005) 1461 (2000)
COREA del Sud 25 51 (2,04 volte) 64 (2005) 70 (2000)
GIAPPONE 94 126 (1,34 volte) 133 (2005) 128 (2010)
INDONESIA 96 261 (2,72 volte) 370 (2010) 357 (2020)
THAILANDIA 26 68 (2,62 volte) 105 (2005) 111 (2010)
VIETNAM 35 94 (2,69 volte) 149 (2015) 171 (2015)
EUROPA
FRANCIA 46 65 (1,41 volte) 61 (2005) 62 (2010)
GERMANIA 73 81 (1,11 volte) 79 (2005) 72 (2010)
ITALIA 50 60 (1,20 volte) 63 (2005) 57 (2010)
REGNO UNITO 52 65 (1,25 volte) 60 (2005) 59 (2010)
RUSSIA 120 143 (1,19 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
SPAGNA 31 46 (1,48 volte) 50 (2005) 51 (2000)
TURCHIA 28 80 (2,86 volte) 98 (2010) 111 (2010)
UCRAINA 43 45 (1,05 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
EX-COLONIE EUROPEE DI POPOLAMENTO
ARGENTINA 21 44 (2,10 volte) 41 (2005) 54 (2010)
BRASILE 73 210 (2,88 volte) 341 (2015) 304 (2010)
COLOMBIA 16 49 (3,06 volte) 55 (2005) 62 (2010)
MESSICO 37 129 (3,49 volte) 204 (2015) 199 (2010)
SUDAFRICA 17 55 (3,24 volte) 107 (2030) 123 (2020)
USA 186 324 (1,74 volte) 271 (2005) 292 (2010)
EX-COLONIE EUROPEE DI SFRUTTAMENTO
ALGERIA 11 40 (3,64 volte) 94 (2040) 119 (2025)
BANGLADESH 51 163 (3,20 volte) 334 (2035) 454 (2035)
CONGO R. D. 15 80 (5,33 volte) 122 (2045) 172 (2030)
EGITTO 28 93 (3,32 volte) 90 (2010) 114 (2015)
ETIOPIA 23 102 (4,43 volte) 136 (2045) 231 (2045)
FILIPPINE 28 102 (3,64 volte) 128 (2015) 127 (2010)
INDIA 442 1327 (3 volte) 1643 (2020) 1707 (2010)
IRAN 22 80 (3,64 volte) 101 (2015) 159 (2020)
KENYA 8 47 (5,88 volte) 94 (2045) 153 (2030)
MYANMAR 22 54 (2,45 volte) 92 (2020) 115 (2025)
NIGERIA 42 187 (4,45 volte) 435 (2040) 618 (2035)
PAKISTAN 50 193 (3,86 volte) 335 (2035) 377 (2035)
SUDAN 11 41 (3,73 volte) 89 (2045) 112 (2035)
TANZANIA 10 55 (5,50 volte) 94 (2045) 117 (2030)
UGANDA 7 40 (5,71 volte) 58 (2035) 89 (2035)

Il divario tra la realtà del 2016 e l’immaginazione degli studiosi che allora hanno prodotto questi dati è stupefacente. Naturalmente nulla possiamo dire nel caso della decina di Paesi per i quali si indica l’ipotetica stabilizzazione della popolazione in anni compresi tra il 2025 e il 2045 (il 2020 è troppo vicino al 2016 perché non lo si consideri), sebbene si possano già intravedere gli immancabili errori.

Sorprende non poco che i dati esposti nel 1984 non siano più corretti di quelli del 1979; in molti casi è vero proprio il contrario. Soltanto in pochissimi casi le “previsioni” coincidono (quasi) con i fatti, ma spesso con i dati 1979, mentre le discrepanze tra realtà e fantasia sono quasi sempre abissali.

Probabilmente la ragione per la quale tendiamo a prendere per buoni questi (inutili?) esercizi è dovuta a due ragioni: 1) l’autorevolezza della fonte, 2) il fatto che gli studi pubblicati vengono presto dimenticati perché sostituiti da altri più aggiornati, ma che si rivelano poi quasi sempre errati purché ci si prenda la briga di fare il noioso lavoro appena esposto. Dobbiamo quindi concludere che fino a prova contraria i fatti indicano che la fonte, per quanto autorevole, non merita il credito di cui gode.

               Il sempre ignoto futuro riguarda un altro elemento di carattere demografico del quale è prudente dubitare: l’andamento della speranza di vita alla nascita. Si tratta di un dato ipotetico ricavato da un dato certo (la durata media della vita di coloro che sono morti in un certo anno). Precisiamo che questa media è semplicemente la somma della durata della vita di ciascuno divisa per il numero dei defunti in un certo anno. Così se il Paese considerato avesse in un certo anno sofferto la perdita di un milione di cittadini defunti all’età di 101 anni e un altro milione fossero morti prematuramente all’età di un anno, la vita media in quel Paese sarebbe di 51 anni (101 milioni di anni più 1 milione di anni uguale a 102 milioni di anni diviso 2 milioni di abitanti). Da ciò si deduce che una vita media di modesta entità può essere dovuta soprattutto ad una mortalità infantile molto elevata, fenomeno frequente nei Paesi dalla diffusa povertà come molti di quelli africani, dove si riscontra la presenza di persone anche molto longeve che tuttavia non contribuiscono in modo significativo ad elevare il dato numerico della vita media proprio perché la mortalità infantile è ancora molto diffusa.

Ovunque nel mondo (specie nei Paesi dove la maggioranza della popolazione non soffre di privazioni) la mortalità infantile si è enormemente ridotta e anche questo fenomeno ha contribuito ad innalzare la durata media della vita. Si afferma quindi che i nati in quello stesso anno potranno avere una vita media di analoga durata, sempre che le condizioni di vita prevalenti non mutino; ed è proprio questo il punto cruciale da esaminare.

Nel mezzo secolo compreso tra il 1960 e il 2009 la durata della vita media è risultata ovunque in crescita, con punte elevatissime rappresentate da Vietnam (da 43 a 75), Indonesia (da 41 a 71), Bangladesh (da 37 a 67), Corea del Sud (da 54 a 80), e con poche eccezioni negative come nel caso della Federazione Russa (da 68 a 67) e del Sudafrica (da 53 a 52). Apro una parentesi per osservare che questi sono due dei 5 Paesi etichettati come BRICS, e cioè dall’economia più promettente del mondo, secondo un personaggio degno della stampa anglo-americana che ha divulgato la buona novella, accolta subito ovunque come una rivelazione geniale lungamente attesa. Per noi è invece soltanto un’altra prova del valore e del livello dell’informazione economica.

Torniamo al tema demografico, a proposito del quale sono opportune alcune riflessioni: 1) le coorti composte dai nati nella prima metà del secolo XX i cui individui sono ancora in vita, sono frutto di una severa selezione naturale dovuta all’assenza di farmaci per la cura di malattie dall’esito infausto e alle condizioni igienico-sanitarie non ideali allora ovunque prevalenti; 2) il crescente uso di sostanze non biodegradabili prodotte dall’uomo si è notevolmente espanso nel corso degli ultimi decenni; 3) le specie vegetali e animali delle quali si nutre l’uomo sono state cresciute e allevate facendo un largo uso di sostanze chimiche (da Justus von Liebig 1803-1873 in poi) derivanti dalla petrolchimica e facendo quindi uso di sostanza organica fossile non assimilabile senza conseguenze dagli organismi viventi. L’intera catena alimentare risulta quindi alterata nei suoi aspetti essenziali, con ormai poche eccezioni. Persino i frutti della pesca in mare e in acque dolci ha queste caratteristiche dovute agli inquinanti versati nelle acque di ogni tipo, comprese quelle provenienti dalla falda acquifera e dalle risorgive, forse domani persino dalle sorgenti.

La crescente diffusione di tumori e leucemie (unite ad alcolismo e tabagismo che non accennano a diminuire) indicano che le cellule del corpo umano sono sempre più influenzate da stili di vita malsani, legati anche all’uso dell’automobile. Non soltanto si diffondono così le neoplasie ma il dilagante fenomeno delle allergie indica che le naturali barriere immunitarie di cui gode la specie umana rivelano una crescente fragilità che si manifesta in modo preoccupante con patologie prima inesistenti o soltanto latenti, come mostra il caso dell’AIDS Acquired Immune Deficiency Syndrome, malattia del sistema immunitario diffusasi a partire dal XX secolo, probabilmente causata dalla mutazione genetica di un virus legato ai primati (SIV) trasformatosi poi in un virus trasmissibile in ambito umano (HIV).

Tenendo conto di questi aspetti della realtà nulla si può affermare circa le prossime tendenze della durata media della vita, e sarebbe imprudente pensare che una tendenza alla crescente longevità sia destinata a durare nel tempo. L’ottimismo in materia sarebbe comunque fuori luogo. Ciò che serve davvero sarebbe una presa di coscienza della necessità di adoperarsi in ogni modo mettendo in atto una serie di azioni concrete dirette a migliorare le condizioni di vita contrastando i fenomeni illustrati dei quali siamo vittime. Le conseguenze sulla durata e la qualità della vita potrebbero essere positive.

Tuttavia è sempre bene non dimenticare che yesterday is history, tomorrow is mystery …

Gianni Fodella

 

Spagna: la corruzione sorella cattiva della liberta’

Spagna: la corruzione
sorella cattiva della libertà

I reggitori del Regno dopo la morte di Franco -i Juan Carlos, i Carlos Arias Navarro, gli Adolfo Suarez, i Manuel Fraga Iribarne, persino i Santiago Carrillo- sbagliarono a consegnare il paese alla democrazia (=oligarchia) dei partiti: lo ha dimostrato il quarantennio che è seguito. Soprattutto lo hanno provato i tredici anni di governo di Felipe Gonzales (1982-96). Ma il malaffare resta.

Era scritto nelle cose che il Craxi andaluso, capo di un partito destinato a raccogliere 10 milioni di voti, avrebbe importato nella politica spagnola i mali della repubblica italiana, la peggiore dell’Occidente. Ma forse nessuno si aspettava in Spagna un trionfo così repentino del malcostume. Forse nessuno prevedeva che i capi del socialismo spagnolo, eredi di un retaggio onorato -un secolo di lotte a favore del popolo, avviate da un Pablo Iglesias che morì in miseria- avrebbero potuto risultare altrettanto ladri quanto i loro maestri italiani.

Felipe Gonzales e i suoi si sono macchiati di una colpa supplementare. Hanno impostato
una gestione cleptocratica del potere che ha inevitabilmente assimilato i loro avversari e successori, i ‘popolari’ (liberal-conservatori) di José Maria Aznar prima, di Manuel Rajoy poi. La parentesi al governo del socialista intellettuale José Luis Rodriguez Zapatero non ha cancellato gli illeciti impostisi coll’avvento del felipismo. Chi oggi scorra la stampa spagnola la troverà quotidianamente punteggiata dai fatti e riverberi delle tangenti e dei favoritismi: forse non sfacciati come nelle prime due legislature ‘democratiche’, però gravi. Alla fine del tredicennio felipista il Psoe si trovò insozzato dagli scandali economici, molti suoi esponenti indagati o processati nella capitale come in Andalusia, in Navarra, nel Paese Vasco, nelle Baleari, in Catalogna, altrove. Nel 1996 solo nella Comunidad Autonoma Valenciana il Psoe non risultava perseguito. Si prese a dire che la corruzione era l’Aids della classe politica spagnola. Di qui la futura affermazione dei sentimenti antipolitici e populistici.

Va detto che Felipe Gonzales, il potente successore alla Moncloa del presidente del governo Leopoldo Calvo Sotelo (figlio del leader monarchico assassinato giorni prima della Guerra Civile), dette indicazioni sui propri stili di gestione e di spesa al momento stesso di insediarsi. Fece sapere che intendeva utilizzare uno staff di duemila e più persone, per non essere da meno di governanti socialisti come Willi Brandt, Bettino Craxi, Francois Mitterrand. Alla fine del suo lungo consolato, Gonzales lasciò ad Aznar una Moncloa di 2300 persone, quasi tutte di sua nomina.
Gli edifici della presidenza erano dodici, per quasi 204 mila metri quadrati costruiti. Non mancava un bunker ipertecnologico che apparve alquanto più imponente delle installazioni di sicurezza della Casa Bianca. Qualcuno ha valutato, magari esagerando, che il grande rifugio fu una realizzazione altrettanto impegnativa quanto il tempio del Valle de los Caidos di Francisco Franco.
A proteggere la Moncloa furono assegnati, oltre ai reparti polizieschi, i paracadutisti della brigata di Alcalà de Henares. Il presidente e i suoi familiari ebbero al loro servizio una dozzina di autisti, con altrettanti veicoli, alcuni dei quali blindati, altri fuoristrada. Nel suo assieme il vertice dello Stato prese a disporre di circa duemila veicoli e di una ventina tra aerei ed elicotteri. Oltre millecinquecento giornalisti fidati, artisti, registi e pubblicitari lavoravano per ministeri ed entità pubbliche. Nei duemila edifici pubblici della capitale non meno di settemila persone godevano di remunerazioni direttoriali o di cospicui contratti di consulenza. Inutile aggiungere che prevalevano le persone di affiliazione socialista.
Gli sprechi e le pletore sono mali antichi di tutte le monarchie. Quella di Franco poté non eccedere, anche perché i suoi primi vent’anni furono famelici; tuttavia essa allargò molto gli interventi della mano pubblica, dunque lo statalismo. Inaspettatamente gli sprechi furono esasperati nell’abbondanza degli anni Ottanta, oltre a tutto ad opera di una classe di governo che si ispirava a un’ideologia di sinistra.

Il saccheggio

Due autori, José Diaz Herrera e Isabel Duran, pubblicarono nel 1996 un libro, “El saqueo de Espana, Ediciones Temas de Hoy, Madrid, che tra il febbraio e l’aprile di quell’anno ebbe undici ristampe. In 605 pagine gli autori dettagliarono con migliaia di nomi la rapina e gli sperperi della gestione Gonzales. Successivamente, tra il novembre 1996 e il gennaio 1997, fecero uscire “Pacto de Silencio, seconda parte de “El Saqueo de Espana”).487 pagine, otto ristampe in otto mesi.

Il secondo libro era sottolineato “La herencia socialista que Aznar oculta”. Herencia significa eredità. Si esponevano ancora i mali della gestione felipista, con in più numerose accuse al primo ministro conservatore Aznar per il fatto di tacere sui comportamenti del predecessore, e ciò per calcolo o per omertà corporativa tra politici. Tra le due opere, 1092 pagine fitte di fatti, nomi, circostanze e soprattutto addebiti.
Un ventennio dopo la pubblicazione, i due libri sono ancora in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura, dello Stato madrileno. In vent’anni la magistratura spagnola e le centinaia di persone accusate o menzionate hanno avuto tutto il tempo per perseguire come calunniatori i due autori Diaz Herrera e Duran, o per esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non congetturare che una parte piccola o grande dei personaggi del felipismo meritassero la gogna?

Nel prologo del primo libro gli autori assimilavano la rapina della fase socialista al ‘Sacco di Roma’ (6 maggio 1527), compiuto dalle truppe spagnole di Carlo V: “Uno de los mas negros episodios de nuestra historia, que llenò de verguenza a la Corte de Carlo V y obligò a la nobleza espanola a pedir (chiedere) perdòn al papa Clemente VII. Casi cinco siglos después, bajo (sotto) el mandato de Felipe Gonzales, el pais se ha visto asaltado par la corrupcion, el amiguismo, los favoritismos y el trafico de influencias. Bajo los gobiernos socialistas Espana ha caido (è caduta) en mano de toda clase de especuladores y delinquentes de cuello blanco (colletti bianchi). Felipe Gonzales lo reconocìa en un miting: “Perderemos las elecciones por la corrupcion”.
Ancora i due autori: “Los socialistas, en su (loro) primera relacion con el poder asumen todos los defectos y ni (nemmeno) una sola de las virtudes de los anteriores gobernantes. El dia en que el Psoe gana las elecciones generales de 1982 un grupo de personas decide dominar los negocios publicos, aduenarse (impadronirsi) de la banca y poner a su servicios las grandes empresas y el conjunto del sistema financiero del pais (…) Todos los escandalos que venian salpicando (punteggiando) la vida politica nacional dan un salto qualitativo que coloca a Espana en los niveles (livelli) mas altos de la corrupcion, muy cerca (vicino) de Mexico, Japan e Italia. Cada dia con un nuevo escandalo que se solapa (accavalla) con el anterior, los hechos (fatti) masgraves estaban aun por descbrirse. El retroceso del felipismo en las elecciones del 3 marzo 1996 apre una nueva etapa. Pero la pirrica victoria del Partido Popular no permite demasiadas (troppe) esperanzas de regeneracion. Secondo gli autori, il salto qualitativo del malaffare si manifesta nel 1995, con la fuga e la cattura di Luis Roldan,direttore generale della Guardia Civil, nonché coll’arresto di Mariano Rubio, governatore del Banco de Espana.
Diaz Herrera e Duran sostengono che verso la fine degli anni Ottanta il partito di Gonzales “impose ai principali banchieri e imprenditori del paese una taglia: con ciò convertendo il meccanismo della democrazia in una cleptocrazia organizzata. Ai capi dell’economia (l’edilizia in particolare) non fu lasciata scelta: o pagare tangenti agli ‘esattori’ socialisti, o subire vendette. Risultato, il Psoe, forte di un netto vantaggio competitivo rispetto agli altri partiti, ottenne per una terza volta la maggioranza assoluta. Però fu l’ultima volta”.

Un ventennio dopo i due libri sono sempre in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura (dello Stato madrileno). In vent’anni ha avuto il tempo :per perseguire come calunniatori gli autori Diaz e Duran. Soprattutto i calunniati hanno potuto querelare ed esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non inferire che una parte piccola o grande dei personaggi felipisti meritassero la gogna?
Nel prologo del primo libro si assimilava la rapina felipista al Sacco di Roma (6 maggio 1527 da parte degli spagnoli di Carlo V: “Uno de los mas negros episodios de nuestra historia, que llenò de verguenza (coprì di verlgogna) a la Corte de Carlos V Y obligò a la nobleza (nobiltà) espanola a pedir (chiedere) perdon al papa Clemente VII. Casi cinco siglos después,bajo (sotto) el mandato de Felipe Gonzales, el pais se ha visto asaltado par la corrupcion, el amiguismo, los favoritismos y el trafico de influencias. Espana ha caido en manos de toda clase de especuladores y delinquentes de cuello blanco (colletti bianchi). Felipe Gonzales lo reconocia en un miting (meeting): “Perderemos las elecciones del 3 de marzo por la corruption”.
Ancora gli autori: “Los socialistas nel poder asumen todos los defectos y ni una sola de las virtudes de los anteriores gobernantes. El dia que el Psoe gana las elecciones generales de 1982 un grupo de personas decide dominar las arcas del Estado, colocar bajo (sotto) su control los negocios publicos, aduenarse (impadronirsi) de la banca y poner a su servicio las grandes empresas y el conjunto del sistema financiero del pais”.
Un ventennio dopo i due libri sono sempre in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura (dello Stato madrileno). In vent’anni ha avuto il tempo per perseguire come calunniatori gli autori Diaz e Duran. Soprattutto i calunniati hanno potuto querelare ed esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non inferire che una parte piccola o grande dei personaggi felipisti meritassero la gogna?
“El retroceso del felipismo en las elecciones del 3 marzo 1996 apre una nueva etapa. Pero la pirrica victoria del Partido popular no permite demasiadas (troppe) esperanzas de regeneracion del paese”.
Secondo gli autori, il salto qualitativo del malaffare si manifesta nel 1995, con la fuga e la cattura di Luis Roldan, direttore generale della Guardia Civil, e coll’arresto di Mariano Rubio, governatore del Banco de Espana. Quell’anno vengono svelati i tentativi di ricattare il Re: si fanno i nomi dell’affarista Javier de la Rosa, del banchiere Mario Conde, di Alfonso Guerra, vice segretario del Psoe.

Diaz Herrera e Duran sostengono che verso la fine degli anni Ottanta il partito socialista “impose alle banche e imprese principali una taglia, con ciò convertendo il meccanismo della democrazia in una cleptocrazia organizzata. “ Risultato, il Psoe, forte di un vantaggio competitivo rispetto agli altri partiti, ottenne per la terza volta la maggioranza assoluta alle elezioni. Però fu l’ultima volta. Le tangenti, le estorsioni, la sistematica rapina della ricchezza pubblica tolsero l’onore al partito dei lavoratori. E inchieste della magistratura portarono a processo 32 affaristi e esponenti del Psoe, su 39 indagati. Dopo un decennio di controllo assoluto del potere il partito di Gonzales andò alla sbarra. Imputati morali Felipe Gonzales e Alfonso Guerra. Ai capi dell’imprenditoria -l’edilizia e i lavori pubblici in particolare- e della finanza non era stata lasciata scelta: o pagare tangenti o subire le vendette del regime felipista.

Il cosiddetto “caso Filesa”, considerato in Spagna la madre di tutti gli scandali, venne alla luce nel maggio 1991. Risultò che Filesa, rete di una cinquantina di imprese (alcune delle quali ‘fantasma’) facenti capo al vertice Psoe, commetteva in Spagna gli stessi illeciti che in Francia avevano finanziato la campagna per l’Eliseo di Mitterrand e che in Italia arricchivano il partito di Bettino Craxi. Invece in Germania la SPD di Willi Brandt si sosteneva attraverso imprese in attivo.

Nel dicembre 1992 la polizia giudiziaria spagnola confiscò nella sede spagnola della Siemens, sulla madrilena calle Orense, i documenti delle somme pagate dal gigante tedesco al Psoe per farsi aggiudicare opere di elettrificazione della linea ad alta velocità Madrid-Siviglia. Il punto culminante delle inchieste sulla corruzione venne nel dicembre 1992, quando la magistratura ordinò il sequestro di carte della sede centrale del Banco di Spagna. Mai dalla transizione alla democrazia c’era stato un provvedimento così drastico. Presto fu provato che soprattutto il Psoe, ma anche altre formazioni, piegavano ai propri fini le istituzioni dello Stato e trasformavano i concorsi e le gare d’appalto in strumenti di ladrocinio organizzato.
Questo divenne in particolare il tallone d’Achille del Psoe: fu travolto alle elezioni generali del 1996. Il partito risultava colpito da ventitre procedimenti per corruzione. La forza politica più brillante della transizione dal franchismo era stata snaturata dalla corruzione ed ora pagava duramente. “I socialisti sono in caduta libera” ha scritto nell’ottobre 2016 “El Pais”, principale tra i giornali loro sostenitori. “Negli anni Ottanta il PSOE sfiorava il 50% dei consensi: adesso si ferma al 22%. I socialisti vanno male anche nel resto d’Europa, ma in Spagna peggio.”

Buon amico e alleato di Gonzales era Bettino Craxi, che per sfuggire agli ordini di cattura dei giudici di Mani Pulite si rifugiò nella propria villa di Hammamet, in Tunisia). In quella villa Felipe Gonzales e famiglia furono ospitati nel 1984. E’ noto che le sentenze dei tribunali troncarono le carriere di altri esponenti di vertice del partito socialista italiano, modello dell’omologo spagnolo: in primis Gianni De Michelis, Claudio Martelli , Paolo Pillitteri.

I meccanismi del ladrocinio partitico
In Spagna come in Italia, in Messico ein ogni altro paese a forte corruzione della vita pubblica è la norma che amici, parenti e favoriti dei capi del regime utilizzino innumerevoli possibilità di arricchirsi. Si danno settori e livelli privilegiati per l’arricchimento personale come per il finanziamento della carriera e delle elezioni: le opere pubbliche, le commesse dello Stato, delle Regioni e degli enti locali, i programmi internazionali d’assistenza, gli interventi d’emergenza; più ancora le licenze edilizie, le urbanizzazioni, le deroghe ai piani regolatori, la sanità, le forniture.
In realtà è l’intera esistenza, è l’assieme della spesa pubblica dei paesi demo-plutocratici che si offre al taglieggiamento delle tangenti e delle altre forme di corruzione. L’etica dei paesi più corrotti è sfacciatamente violata dall’endogamia tra politici, intellettuali di partito, imprenditori, manager, professionisti. In Spagna i fatti del quarantennio seguito alla morte di Francisco Franco non lasciano dubbi: col crescere della prosperità capitalistica il paese si è unito alla pattuglia di testa della corruzione. Essa diventa tanto più corrotta quanto più si ingigantiscono le risorse gestite dalla mano pubblica.
Si può naturalmente sostenere che fatti -meno gravi- di favoritismi e di tangenti esistevano anche nel regime franchista. Tuttavia per il carattere autoritario e poliziesco di quel regime noi conosciamo poco i fatti; dobbiamo attendere che li trovi la ricerca storica. Al contrario le realtà della democrazia/oligarchia e della collusione con gli interessi plutocratici sono sufficientemente conosciute per poterle affermare malate.
Morto Franco non bisognava consegnare la Spagna alle urne, cioè ai partiti. Oggi non si dà prospettiva di salvezza che prescinda dallo smantellamento puro e semplice delle istituzioni cleptocratiche.
amc

A CHE SERVE LA POLITICA ECONOMICA INTERNAZIONALE?

Dopo i ripetuti tentativi di dirlo nelle pagine precedenti, si potrebbe concludere almeno provvisoriamente (tenendo conto che nulla dura di più del provvisorio) che la politica economica internazionale riguarda gli Stati, e anche se di questa impostazione non si può fare a meno, il vero e sostanziale risultato al quale deve tendere ogni azione di politica economica non può che essere il bene degli individui, delle famiglie e delle imprese.
Le collettività umane si sono raggruppate nel passato in vari modi: intorno a un capo il cui potere era conferito direttamente dalla comunità, oppure era ereditario, oppure era esercitato da una autorità religiosa che assommava in sé le credenze ed esprimeva l’autorità nel nome della divinità, e che in qualche modo governava i cuori e le menti degli uomini. Questi capi non sono sempre stati degni della carica ricoperta e spesso hanno agito per favorire sé stessi e i loro accoliti e sodali, parenti e amici della loro ristretta cerchia. Ma tanto più piccola era la dimensione della popolazione del loro dominio, tanto maggiore era in qualche modo possibile la conoscenza di ciò che davvero accadeva entro i suoi confini; quindi la comunità poteva esercitare un certo controllo su chi era deputato a governarla e trarne le debite conseguenze per agire, cercando di cambiare le cose se necessario.
Anche i governi di questi piccoli Stati hanno talvolta arrecato danni al loro popolo e spesso anche ad altri popoli, essendo gli umani caratterizzati dall’essere una specie zoologica predatrice gregaria, come lupi e iene. Abbiamo in più abitudini alimentari onnivore e la capacità (in ciò siamo unici tra le specie viventi) di commettere crimini efferati. Tuttavia la dimensione di questi danni era proporzionata alla scala del luogo degli accadimenti, al numero degli individui coinvolti e alla tecnologia in uso. Grazie al progresso tecnologico, il passaggio dalle armi bianche a quelle da fuoco sempre più micidiali, contribuiva poi a ingigantire le conseguenze negative dei conflitti.
Col trascorrere degli anni le comunità soggette a un capo si sono estese per territorio e popolazione con conseguenze sempre più gravi per il genere umano e sempre più a beneficio dei capi cui erano soggette, qualunque fosse la forma di governo assunta. Si veda in proposito il brano seguente tratto dall’opera Della tirannide di Vittorio Alfieri 1749-1803:
Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.
Oggi sappiamo che esistono forme di tirannide – come quella esercitata dal potere economico e finanziario incontrollato di cui siamo divenuti vittime e dalle burocrazie sovranazionali che tutto decidono per noi come quelle del Fondo Monetario Internazionale o della Commissione Europea dell’UE o della BCE Banca Centrale Europea – che non esistevano ai tempi dell’Alfieri, ma che sono comunque riconducibili alla sua classificazione in categorie. Possono cambiare i mezzi attraverso i quali esercitare il potere a proprio beneficio, ma ciò che anima questa volontà è insito nella natura umana nella sua accezione peggiore.
Contrariamente a quanto normalmente si pensi e si dica, la natura umana è soggetta agli istinti più che alla ragione, e soltanto in parte modestissima questi sono controllati negli effetti più distruttivi per la comunità da norme e regole sociali che, quando pienamente condivise e osservate, paiono aver mutato in senso positivo ciò che sembrava immutabile. Ma anche piccoli sconvolgimenti dell’ordine sociale possono far dimenticare all’umanità quanto di buono era stato conquistato con le istituzioni più appropriate.
I conflitti tra piccole comunità arrecavano lutti e rovine ai popoli coinvolti, i danni erano tuttavia limitati dal numero degli individui e dalle condizioni delle tecnologie belliche portatrici di morte e distruzione allora disponibili. Questa situazione è andata costantemente peggiorando con il progredire delle tecnologie civili (navi a vapore e ferrovie, veicoli a motore e strade, progressi nella chimica, nella fisica, nella metallurgia) e soprattutto militari (armi da fuoco ed esplosivi fino alle armi chimiche e batteriologiche, alla bomba atomica e all’idrogeno) e ha raggiunto il suo acme con le cosiddette guerre mondiali, scatenate per volontà di dominio, cupidigia e dissidi tra i despoti e le famiglie che comandavano gli imperi e le repubbliche. Questi dissidi potevano sembrare di natura religiosa o ideologica e, nel nome di queste, i popoli impotenti e indifesi venivano condotti al macello da chi, al sicuro, li comandava e ne indirizzava per ambizione personale la forza bruta e la violenza suscitata dai germi di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo inoculati nei più per la sete di dominio dei pochi.
La scienza e la tecnica – universalmente considerate doni scaturenti dall’intelligenza umana, venerate come di origine divina – facevano ampliare le conoscenze e davano origine a tecnologie prima inesistenti, ma quasi sempre a discapito dei veri interessi e della serenità del genere umano, dato che sfortunatamente poche di queste tecnologie rendevano gli uomini meno privi di ciò che serve davvero a condurre una vita per quanto possibile confortevole e sana. Così, grazie a scoperte e invenzioni, la capacità distruttiva dell’uomo si è ampliata a dismisura arrecando ferite sempre più irreparabili alla Natura dalla quale soltanto nasce la vita in tutte le sue forme e i beni di cui si serve l’uomo per vivere.
Dobbiamo riconoscere che la comunità degli scienziati, e soprattutto quella dei governanti, sembra aver dedicato ben poche attenzioni alla vita dei più se acqua potabile e cibo adeguato non sono disponibili oggi in misura sufficiente per centinaia di milioni di persone. Non dovrebbero essere queste le priorità alle quali indirizzare pensieri e sforzi da parte di chi ha una più alta responsabilità sociale?
Per contro una piccola parte di governanti – coadiuvati per gli aspetti tecnici da sapienti privi di saggezza e moralità (troppi sono gli esempi ai quali attingere: da chi ha studiato come costruire le camere a gas a chi ha progettato la bomba atomica o si è arricchito con la dinamite) – è ora più che mai in grado di arrecare offesa e morte agli umani appartenenti a culture diverse e perciò caratterizzati da lingue, abitudini e stili di vita differenti, e talvolta reciprocamente inintelligibili, decretandone nei fatti l’inferiorità e la scomparsa.
Anziché generare interesse come sarebbe in linea con la naturale curiosità dell’uomo, queste differenze – in chi è preda di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo – suscitano sentimenti di repulsione, sono sfruttati per dividere e suscitare ostilità, causare conflitti funzionali agli interessi di pochi. La guerra – ma anche soltanto il timore della guerra – porta l’economia di un Paese a crescere, ma a favore di chi fabbrica le armi o ricostruisce ciò che è andato distrutto, usando come carburante esseri umani immolati, sacrificati nel nome della patria e dell’ideologia totalizzante che li ha travolti per interessi a loro estranei e contrari a una vita pacifica alla quale tutti aspirano.
Che fare per migliorare la situazione e lenire i guasti dell’agire umano perverso (quello di pochi potenti) in modo da rendere le condizioni di vita più tollerabili per tutti? Per rispondere abbiamo bisogno di pensare di più, di informarci di meno, di riflettere per davvero sui problemi che ci assillano come membri della società umana.

Tratto dal libro pubblicato il 16 dicembre 2016: Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, seconda edizione riveduta e corretta 2016

L’ULTIMA VOLTA CHE L’AMERICA HA CREDUTO NELLE PRESIDENZIALI

Mai nella storia dell’impostura democratica (=della favola secondo cui il popolo è sovrano nelle urne) è stato possibile conoscere l’esito long term di un voto, con la certezza di quest’ultima settimana di campagna per la Casa Bianca. E’ al di là di ogni dubbio: l’8 Novembre 2016 ha fatto trionfare il peggiore dei contendenti e la peggiore delle politiche. Tra la candidata di duecentocinquant’anni di consorteria di potere (nonché di cento anni di senescenza accelerata del sistema) da una parte, e il candidato dell’American Rifle Association dall’altra, il meno peggio non era possibile: non esisteva. Lo dicevano esistente e benemerito solo i megafoni del pensiero unico continuista, capeggiati dall’imbonitore Barack Obama.

La vigilia dell’8 novembre ha trasformato in certezza, greve come pesante platino, il sentimento che la giovinezza e la creatività dell’America sono finite. Finite a partire da un secolo fa, quando l’adolescente Repubblica delle foreste e delle praterie fu fatta mutare geneticamente in peso massimo diplomatico-militare. Il manipolatore fu Woodrow Wilson (si veda l’e-book “Casi di Tre Imperi”, Internauta-online, 2016, alla sezione ‘La Giovinezza dell’America spenta un secolo fa). Wilson signoreggiò la catastrofica pace di Versaglia, fu il demiurgo di fallimenti gravi (Società delle Nazioni/ONU), dette alla luce feti morti (Jugoslavia, Cecoslovacchia), fece partire la reazione atomica cui si deve -oltre alla successione di sciagure belliche voluta da Franklin Delano Roosevelt, Kennedy, Johnson, Nixon, G W Bush, Obama- la degenerazione dell’America nel monstruum del più aggressivo capital-consumismo.

Volendo permettersi la scelta tra due gaglioffi estremi, gli USA avrebbero potuto risparmiarsi una ripugnante campagna elettorale da almeno due miliardi di dollari. Avrebbero potuto mettere in un cappello i nomi di un tot di malfattori di grosso calibro e farne estrarre uno da un bambino bendato.
Veniamo allora allo storico insegnamento del 2016. Stomacando il mondo, facendo giganteggiare la spregevolezza di un congegno di selezione dominato da forze deteriori, di fatto l’America ha annunciato il momento di passare dalle elezioni al sorteggio: dalla democrazia oligarchica (oligarchia dei peggiori) alla randomcrazia. Se è dimostrato che i miliardi e le canagliate dei ‘Due del 2016ì non erano necessarie al fine di identificare il Poco di Buono-in Chief, in avvenire basterà estrarlo a sorte, negli USA come dovunque. Estrarlo a sorte tra i segmenti sociali desiderati: sommi bricconi come quest’anno, sommi gestori, sommi avvocati, sommi operatori del male, farabutti. Però ai malvagi si potranno preferire gli oggettivamente buoni: creatori di valori, scienziati meritatamente Nobel, filantropi in grande, perfino eroi della carità.
Nessuno espresso dal sorteggio, negli USA o altrove, potrà fare peggio dei parlamentari e degli altri politicastri premiati dalle urne. E se innocui risulteranno i prescelti dal sorteggio per la Casa Bianca, necessariamente più innocui saranno i sorteggiati a condurre un municipio o un’azienda sanitaria. Beninteso, innocui solo se sorteggiati per turni brevissimi; se facilmente revocabili; se permanentemente sottoposti a organismi di controllo e a ‘giunte di sospetto’ : gli uni e le altre estratti a sorte tra persone in qualsiasi modo qualificate (piuttosto che titolari di un’inutile scheda elettorale). Il suffragio universale che abbiamo è pessimo, inutile alle plebi che voleva aiutare: i divari sociali si vanno allargando implacabilmente.
Del resto le molte centinaia di milioni di computer fanno già potenzialmente il Nuovo Suffragio Universale, il nuovo Popolo, la nuova Polis. Forse la parte più anziana e più incolta dei ceti inferiori dovrà lasciar fare a figli e a nipoti alfabetizzati al mouse e alla telematica: ma niente di male. Ora che anche le operaie delle filande lavorano ‘computer assisted’, esse come ogni altro ceto svantaggiato potranno tutelarsi da sé in termini di democrazia semi-diretta, con ben più vantaggio che spogliandosi di sovranità a vantaggio di politicanti e di sindacalisti (tanto più in quanto questi ultimi si troveranno progressivamente sdentati: la globalizzazione finirà col liquidare gli scioperi, sola arma del labour organizzato).

Se l’8 novembre l’orrido giano bifronte Clinton/Trump ha aperto l’era della liberazione dall’ oligarchia, così come 500 anni fa Lutero liberò il mondo germanico dalle infamie romane, dovremo esultare come Ulrico di Hutten, cavaliere e poeta della Riforma: “E’ di nuovo bello vivere!”.
AMC

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE?
di Gianni Fodella

A giudicare da quanto è accaduto nella composizione del debito pubblico italiano nella prima metà dell’ottobre 2016, sarebbe lecito chiedersi ancora una volta nell’interesse di chi operi il Tesoro del Paese chiamato Italia.
Nel mercato secondario dei 72 Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) oggi in essere se ne trova uno di durata cinquantennale, il BTP 1 marzo 2067 al 2,80% emesso a 99,194 all’inizio di ottobre e che nel mercato secondario era quotato 96,9 il 14 ottobre, 95 tondo il 17 ottobre e 90,9 il 28 ottobre 2016.
L’importo dell’emissione annunciata in settembre è stato di 5 miliardi di euro, e non è bastato a soddisfare le prenotazioni che ammontavano a ben 18,5 miliardi. Per collocare questo BTP il Tesoro ha affidato l’operazione a un gruppo di istituzioni finanziarie soprattutto internazionali tra le quali figurano in posizione preminente Goldman Sachs e JpMorgan.
Il primo quesito che dobbiamo porci riguarda quindi la ratio, la ragionevolezza, l’opportunità di questo modo di agire, che può indicare come il Tesoro non sia in grado di collocare questo BTP tramite le istituzioni italiane, e come non pensi ai cittadini italiani quali naturali sottoscrittori del debito pubblico del proprio Paese. Invece dovrebbe, se non altro per risparmiare sul servizio del debito, dato che incamerando l’erario il 12,50% di imposta cedolare secca, l’esborso per interessi diventa del 2,45% e non del 2,80%, come accadrebbe nel caso l’acquirente cadesse sotto una differente giurisdizione tributaria. A questo notevole beneficio per il Paese se ne aggiungerebbe un altro non trascurabile: gli interessi pagati agli italiani si tradurrebbero in una accresciuta domanda aggregata per beni e servizi e in risparmio che potrebbe essere destinato all’acquisto di nuovi BTP.
Tenendo conto dei fatti si può poi osservare che in generale le istituzioni straniere comprano questi titoli per usarli in modo speculativo (anche se non sono le sole), provocando una alta “volatilità” di questi titoli che a sua volta genera – circa il sistema economico italiano e la gestione del suo debito pubblico – un’impressione di intrinseca instabilità in realtà provocata dall’esterno, alla quale contribuiscono pesantemente i giudizi delle Rating Agencies. Queste agenzie di valutazione emettono quasi sempre dei verdetti superficiali, spesso infondati e talvolta espressi per motivi dettati dagli interessi delle grandi società finanziarie loro azioniste. A ciò si aggiunga l’atteggiamento poco benevolo nei confronti degli italiani da parte della stampa internazionale, soprattutto anglosassone, generalmente considerata “autorevole e neutrale” ma che in realtà si adegua alle direttive della proprietà o dei loro fiancheggiatori per ragioni di puro interesse di parte.
Alla diffusa opinione negativa sull’Italia (infondata quando si consideri l’insieme della sua popolazione, distinta quindi dai Governi che solitamente la meritano), fa da contraltare l’aura luminosa che circonda la Germania, un Paese che gode di una grande reputazione di serietà e determinazione nel rispettare le regole, nel tener fede alla parola data e agli obblighi sottoscritti. Questa benevola e positiva opinione sulla Germania non tiene tuttavia minimamente conto della realtà e di alcuni accadimenti concreti del passato e del presente che stanno sotto gli occhi di tutti coloro che volessero aprirli, anche per ricordare ciò che non si può dimenticare.
Ora che è la prima potenza economica d’Europa, la Germania ci sta nuovamente trascinando nel baratro, anche grazie all’operato della Commissione Europea sempre più incline a proporre ai governi dei Paesi membri dell’UE linee di condotta assurdamente rigide ma tese a realizzare le politiche economiche e sociali volute dai potentati economici e accettate da governi disattenti o complici.
Tradotte in “riforme” queste linee di condotta hanno finito per impoverirci. Inaridendo la nostra enorme capacità di risparmio (tradizionalmente seconda soltanto al Giappone), causando con le politiche dettate dalla Germania la disoccupazione della nostra forza lavoro e facendo così diminuire la domanda aggregata che danneggia anche sé stessa, dato che finirà per avere un effetto negativo sulla nostra domanda di prodotti tedeschi. I titoli del debito pubblico tedesco (Bund) comprati in abbondanza dagli italiani ignari e creduloni permettono alla Germania di finanziare la mano pubblica a costo zero e di pavoneggiarsi per l’aiuto dato alla Grecia in verità con i frutti del nostro risparmio.
Ma entriamo ora nei dettagli. Se passiamo in rassegna i titoli emessi dal Tesoro di vari Paesi che ci sono vicini per condizioni economiche, non possiamo fare a meno di notare delle discrepanze che si risolvono sempre in un vero e proprio danno per i nostri concittadini e per il Tesoro italiano.
Esaminiamo alcuni buoni del Tesoro trentennali a tasso fisso dai rendimenti compresi tra il 2% e il 3,75% e che verranno rimborsati tra il 2042 e il 2047 (in parentesi indichiamo la quotazione di borsa al 21 ottobre 2016 e la valutazione della rating agency Standard & Poor’s sull’affidabilità del Paese debitore) emessi in questi ultimi anni dai governi di:
Irlanda 2045 al 2% (115 A+)
Germania 2044 al 2,50% (150 AAA)
Germania 2046 al 2,50% (152 AAA)
Italia 2047 al 2,70% (105 BBB-)
Paesi Bassi 2047 al 2,75% (157 AAA)
Austria 2012-2044 al 3,15% (156 AA+)
Germania 2012-2042 al 3,25% (165 AAA)
Francia 2045 al 3,25% (151 AA)
Italia 2046 al 3,25% (117 BBB-)
Regno Unito 2044 al 3,25% (132 AA)
Belgio 2013-2045 al 3,75% (165 AA).
Salta subito all’occhio che, pur essendo durata e tassi analoghi, i valori più bassi per quelli che rendono tra il 2 e il 3% sono quelli italiani: il BTP 2047 al 2,70% costa 105; quelli della Germania 2044 e 2046 entrambi al 2,50% sono quotati rispettivamente 150 e 152; quello dei Paesi Bassi al 2,75% costa 157 e persino quello al 2% dell’Irlanda 2045 quota 115. Analogamente per i titoli che rendono il 3,25%: il corso più basso è quello del BTP italiano (117) seguito da Regno Unito (132), Francia (151) e Germania (165). Davvero sorprendente è il fatto che a parità di rendimento vi sia una differenza di prezzo così enorme. Evidentemente conta molto – o forse soltanto – il giudizio di una società privata (S&P) della quale sono azionisti le maggiori società finanziarie americane e che guida il mercato secondo i desideri di chi detta i comportamenti e ha un considerevole potere che può esercitare senza esporsi a sgradevoli sorprese.
Negli ambienti finanziari si afferma che la durata, essendo direttamente correlata al rischio, abbia una forte influenza sulle quotazioni nel mercato secondario dei titoli del debito pubblico. Sarà vero? A giudicare dal caso tedesco indicato sopra accade il contrario: il titolo tedesco al 2044 costa 150 e quello al 2046 costa 152. Se poi consideriamo il caso di quei titoli del debito pubblico con scadenza a cinquanta e più anni vediamo che vi sono in circolazione da qualche tempo (nell’area euro e non), titoli della durata di mezzo secolo (e anche di più) che hanno avuto un’ottima accoglienza e che godono di quotazioni estremamente interessanti. Ecco alcuni esempi di titoli pubblici con scadenze comprese tra il 2055 e il 2068, indicando in ordine alfabetico i sei Paesi emittenti considerati:
AUSTRIA emesso nel 2012 al 3,80% scadenza 2062, venduto all’asta a 204, 09 e quotato 190,1 l’11 ottobre 2016;
BELGIO 2016-2066 al 2,15% venduto all’asta a 130,90 l’1 agosto 2016 e quotato 120,65 l’11 ottobre 2016;
FRANCIA 2055 al 4% emesso a 95,632 e quotato 192;
FRANCIA 2060 al 4% emesso a 96,34 e quotato 187,86 il 6-X-2016;
ITALIA 2067 al 2,80% emesso a 99,194 e quotato 90,90 il 28-X-2016;
REGNO UNITO (UK TREASURY) denominati in sterline
2013-2068 al 3,50% emesso a 96,426 quotato 164,78;
al 4% scadenza 22-1-2060 emesso a 96,258 quotato 174,36;
2005-2055 al 4,25% quotato 175,23;
SPAGNA al 4% scadenza 31-X-2064 emesso a 99,602 quotato 133,38.
Anche per questi titoli, che vanno oltre la speranza di vita della maggioranza di coloro che sono ora adulti, il Buono del Tesoro Poliennale 2067 al 2,80% ha la quotazione di quasi 9 punti sotto la pari, ma è uno dei più interessanti sotto il profilo dell’investimento, come si vede nell’elenco e nei rendimenti dei 72 BTP in essere che si trova in http://www.rendimentibtp.it/quotazione-btp. Eppure questo BTP è preceduto nella quotazione dal Belgio il cui titolo al 2066 – sebbene renda soltanto il 2,15% – era quotato 14 punti sopra la pari il 28 ottobre. Si può infine osservare che tra i titoli cinquantennali al 4% la quotazione più bassa è quella della Spagna, penalizzata dal giudizio di S&P con BBB+, comunque più benevolo di quello riservato all’Italia: BBB-.
Per chi governa la finanza mondiale a proprio beneficio col manipolare i giudizi per poi agire di conseguenza e facendo credere ciò che più conviene, è evidente che i tanto decantati “fondamentali” (fundamentals) che dovrebbero essere alla base dei giudizi sul sistema macro economico di un Paese, sono irrilevanti frottole ad uso degli incompetenti (che siamo noi cittadini it’s the economy, stupid) e dei collusi con il vero potere finanziario, quello in grado di mettere i suoi uomini chiave nelle maggiori istituzioni politiche ed economiche internazionali, e in quelle di qualsiasi Paese.
V’è dunque da chiedersi in nome di cosa il Tesoro italiano compri a caro prezzo da Standard & Poor’s giudizi di affidabilità sul nostro Paese che si rivelano sempre ingiustamente lesivi. Conferendo questo incarico il governo italiano appoggia di fatto chi contribuisce indirettamente alla speculazione finanziaria su scala mondiale che ha sovente per oggetto i nostri BTP. A ciò si aggiunga, per le imprese finanziarie coinvolte, il beneficio di godere di una buona remunerazione per l’onere di “piazzare” i nostri titoli pubblici. Emblematico è il caso già citato concernente il BTP 2067 al 2,80% che non è stato venduto all’asta, ma gestito su mandato del Tesoro italiano da una cordata di istituzioni capeggiata da Goldman Sachs e JpMorgan.
Standard & Poor’s è nata nel 1941 e quasi nessuno al di fuori degli Stati Uniti si era mai accorto della sua esistenza prima che la finanza mondiale cominciasse ad avvantaggiarsi della libera circolazione dei capitali, e che gli istituti di credito cessassero di dividersi in banche di credito ordinario (commercial banks) e banche d’affari (investment banks) come era accaduto in seguito agli eventi finanziari sfociati nella Grande crisi (Great Crash) del 1929 e che negli Stati Uniti diedero origine al Glass-Steagall Act (1933) e in Italia alla Legge bancaria (1936). Grazie alle modifiche apportate alla normativa durante la presidenza Clinton (1993-2001) – su pressione delle lobby finanziarie – le istituzioni creditizie tornarono ad essere banche miste, quindi con le stesse caratteristiche che avevano portato alle sofferenze e privazioni di milioni di individui rimasti senza lavoro a causa del disastro generato da Wall Street e tradottosi poi nella Grande depressione. Sui costi umani di questo immane disastro varrebbe la pena rileggere The Grapes of Wreath (in italiano Furore) del 1939, scritto da John Steinbeck. Dalla Great Depression gli Stati Uniti uscirono soltanto grazie ai “benefici effetti” della seconda guerra mondiale.
Così, invece di dedicarsi come prima della guerra alla loro funzione tradizionale di raccolta del risparmio e della sua erogazione mediante il credito a famiglie e imprese per le loro esigenze, le banche ricominciarono a spingere i depositanti loro clienti verso il mercato finanziario convincendoli a comprare azioni e obbligazioni di ogni tipo, incluse le proprie.
Questa situazione “nuova” dal sapore antico, poteva apparire più conveniente in termini di profitti aziendali ma le banche, trasformate in rivendite al dettaglio di carta finanziaria e inaridito in buona parte il flusso dei depositi, non furono più in grado di svolgere bene le funzioni per le quali erano nate. Così il danno per l’economia reale divenne sempre più grande. Si veda in proposito il magistrale saggio Il colpo di Stato di banchieri e governi (Einaudi, Torino 2013) di Luciano Gallino.
Esaminiamo ora alcuni fatti concreti relativi alla solidità economica del sistema che poggia sulle imprese italiane e sulla loro competitività. Circa la fragilità del sistema economico italiano si può osservare che l’Italia come Paese industriale manifatturiero si colloca in Europa, in base ai dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI o IMF), subito dopo il sistema economico tedesco e ben prima di quelli di Francia, Regno Unito e Russia.
Negli anni tra il 2012 e il 2015 la bilancia commerciale dell’Italia è sempre stata attiva, così come quelle di Cina, Corea, Germania, Paesi Bassi, Russia, Svizzera, Taiwan; a differenza di quanto è accaduto per Canada, Giappone, India, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Turchia le bilance commerciali dei quali hanno sempre segnato un disavanzo.
I primi dieci Paesi esportatori del mondo sono stati nel 2015 (qui ordinati secondo l’ammontare delle esportazioni): Cina, Stati Uniti, Germania, Giappone, Corea, Francia, Paesi Bassi, Hong Kong, Italia, Regno Unito; insieme essi hanno rappresentato il 52,43% delle esportazioni mondiali.
Circa la competitività a livello mondiale delle imprese manifatturiere italiane potrebbero bastare alcuni dati che i governi italiani succedutisi nel tempo non sembrano avere pienamente compreso, e che non sono comunque mai stati in grado di far conoscere. Forse perché i politici leggono soltanto i giornali (scritti dalle agenzie di stampa e da giornalisti quasi mai competenti in materia, oppure collusi con chi intende denigrare il sistema produttivo italiano) che consapevolmente o meno fanno il gioco della stampa anglosassone, ritenuta “seria” ma a sua volta guidata dalle imprese multinazionali e dalla finanza internazionale che hanno in mano i governi di Stati Uniti e Inghilterra (che sono sempre stati soltanto dei comitati d’affari), nonché dei loro satelliti, e tra questi – forse il più obbediente e soggetto – il governo italiano.
Come ci ricorda Marco Fortis (Marco Fortis e Alberto Quadrio Curzio L’Europa tra ripresa e squilibri il Mulino, Bologna 2014) la manifattura italiana è la seconda d’Europa e la quinta del mondo per valore aggiunto, preceduta soltanto da Cina, Germania, Giappone e Stati Uniti, anche se, con l’impetuosa ascesa della Corea, siamo di recente retrocessi al sesto posto come Paese manifatturiero. Quello che più ha sofferto – a causa della crisi innescata nell’autunno 2006 dai mutui subprime negli Stati Uniti e proseguita con effetti devastanti sull’economia reale a partire dall’autunno del 2008 (si veda in proposito I padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni di Luca Ciarrocca, Chiarelettere, Milano 2013) – è il mercato interno italiano dove la domanda di manufatti è precipitata a causa delle prospettive sempre più incerte per le imprese italiane costrette a licenziare. La crescente disoccupazione ha fatto ristagnare e poi diminuire la domanda aggregata all’interno del Paese con gravi conseguenze per le imprese di ogni tipo e, riflettendosi anche sul gettito fiscale che è andato diminuendo, ha impedito di ridurre il debito pubblico come sarebbe stato possibile fare senza incidere sulla spesa sociale.
Anche se al debito pubblico italiano contribuiscono pesantemente gli errori di politica economica dei governi nazionali e locali che lo sprecano in vari modi per incompetenza o lo sperperano per ragioni clientelari – oltre che a causa della corruzione/concussione dei funzionari preposti alla spesa e ai loro interlocutori che ne beneficiano – non vi è dubbio che al concetto di debito pubblico dovrebbe accompagnarsi un atteggiamento fortemente positivo, e ciò per ragioni di grande importanza non soltanto economica.
Infatti, le esigenze di spesa della mano pubblica per migliorare le condizioni economico-sociali dei cittadini, possono essere coperte soltanto in due modi: aumentando la pressione fiscale oppure ricorrendo all’indebitamento. Contribuendo volontariamente alle esigenze di spesa, l’acquirente dei titoli pubblici contribuisce ad evitare che la pressione fiscale per famiglie ed imprese aumenti, arrecando così un beneficio diretto alla collettività. Inoltre, i titoli acquistati divengono parte del patrimonio di individui e istituzioni. Se i titoli sono tutti sottoscritti dai soggetti residenti nel Paese vi è una perfetta identità quantitativa tra il debito pubblico nazionale e la ricchezza privata dei cittadini. Tenendo presente questi fatti concreti diviene insensato e privo di ogni significato logico il lamento che secondo molti (per ignoranza o dolo) dovrebbe levarsi dai “giovani” che saranno costretti a ripagare il debito pubblico che non hanno contribuito a creare.
Perché allora un sistema economico come quello italiano che ha dei solidissimi fondamenti non riscuote la fiducia che meriterebbe? Non siamo veramente in grado di dirlo, ma nelle poche righe che precedono ci abbiamo provato.

Gianni Fodella

L’EROISMO DI SAVONAROLA NEL NOSTRO FUTURO

L’eroismo di Savonarola
nel nostro futuro

Il supplizio di fra’ Girolamo Savonarola e di due suoi compagni si compì il 23 maggio 1498. Ma il posto di Savonarola non è più nel Quattrocento, è nel nostro avvenire. Egli è il più grande tra gli italiani che tentarono di purificare la Chiesa romana senza passare all’insurrezione teologica. Quegli italiani furono tutti sconfitti, però mezzo millennio dopo fra’ Girolamo è più attuale, più testimone/profeta, che nella breve stagione in cui fu guida anche civile dei fiorentini.
Lutero scrisse che Savonarola era stato suo precursore, e infatti il Nostro figurò alla base del monumento eretto nel 1868 a Worms al maestro della Riforma. Questa collocazione nel protestantesimo, che ha fatto contrastare gli studiosi, è nello stesso tempo errata e giusta. Errata, perché alla lotta disperata del priore di San Marco a Firenze mancò l’animus dell’eretico; e infatti si cominciò a parlare di una sua canonizzazione almeno nel 1592, quando divenne papa Clemente VIII che lo voleva santo (per molti egli è già santo, più di centinaia di altri). Giusta in quanto fra’ Girolamo effettivamente dimostrò assoluto l’imperativo di rifiutare la turpe corruzione della Chiesa. Rifiutarla a qualsiasi costo: Savonarola disse no al secondo papa Borgia che per comprarlo gli offriva il cardinalato, no ai consigli di prudenza dei molti che volevano salvargli la vita.

Con la sua visione apocalittica di una Chiesa da flagellare perché si rinnovasse, fu dunque uno dei massimi spiriti della storia cristiana. Ma fu anche protagonista politico, nel suo opporre lo “Stato popolare”, amico dei poveri non degli oligarchi, alla dominazione dei Medici. Fu infine, forse soprattutto, pensatore ‘laico’, cioè ideologo piuttosto che teologo. Combatté con coerenza impavida lo spirito dei tempi: assieme ai fiori del Rinascimento esso portava dissacrazione, permissività e una vocazione scettica coerentemente destinata a farsi cinismo. Il cattivo maestro Niccolò Machiavelli divenne segretario nella cancelleria fiorentina cinque giorni dopo la morte di Savonarola. Ma è al Bruciato sul rogo che dobbiamo se il pensiero del Rinascimento non si identifica intero con la teorizzazione della ferocia di Cesare Borgia, figlio di un papa più spregevole degli altri dei secoli neri della Chiesa.
A mezzo millennio dal rogo in piazza della Signoria avemmo convegni, mostre, qualche volgarizzazione televisiva. Perfino lo humour canagliesco di qualche vignettista aiutò a farci familiari coll’invitto domenicano. Tutto ciò non ci disse che i tempi a venire sono bui come quelli dei Borgia e dei Machiavelli. L’edonismo e il cinismo sono gli stessi, ma il consumismo è una corruzione che un tempo non operava. Allora essa si concentrava nella corte romana, prima in scelleratezza. Oggi pervade ‘tutto’, masse comprese. Le ideologie e le etiche che dominarono gli ultimi due secoli si sono spente in quanto pensiero.
Se la nostra modernità, la cultura occidentale, non è capace di galvanizzare le coscienze come le trascina il fondamentalismo islamico, o come potrà mobilitarle qualche altra fede politico-religiosa del mondo non industrializzato; e se le nostre economie saranno sconfitte dalla globalizzazione dei mercati, le crisi diverranno decisive e gli attuali sistemi di valori non reggeranno.
Se a prove così drammatiche non arriveremo, ugualmente dovremo trovare risposte a bisogni spirituali per i quali le formule tradizionali -marxismo, liberalismo, cristianesimo accomodante o modernizzante- non valgono più. A quel punto la lezione di Girolamo Savonarola, persino nelle espressioni e nelle opere del suo estremismo, acquisterà una cogenza improvvisa, finora non immaginabile.
amc

COME CI REGGEREMO A DEMOCRAZIA FINITA

Come ci reggeremo a “democrazia” finita per vecchiaia

Per una volta, un’intervista con un concetto dirompente. “L’Occidente è a una svolta storica: è in gioco la sopravvivenza della democrazia” (Corriere della Sera 28 settembre 2016). Questo ha confidato ad Aldo Cazzullo Carlo De Benedetti; come Numero Uno dei media di regime l’Ingegnere è stato il manipolatore in capo delle coscienze, il regista della modernizzazione trasgressiva del ceto medio, il voltairizzatore dello Stivale, il conduttore del consumismo elitario.
Il debenedetti-pensiero è sicuramente più centrato di quando il Nostro esultò per la nascita del Partito democratico, prenotando la tessera n° 1: “La globalizzazione, di cui tutti noi- e mi ci metto anch’io- eravamo acriticamente entusiasti, ha creato una deflazione che ha ridotto i salari di tutti i lavoratori del mondo e ha accresciuto le differenze sociali sino a renderle insopportabili. Si verifica la previsione di Larry Summers che fu segretario al Tesoro di Clinton: un secolo di stagnazione”.
L’intervistatore avendo obiettato “Ingegnere, è sicuro che lo scenario sia così negativo?”, la risposta è stata netta: ”Siamo alla vigilia di una grave crisi economica. Aggraverà il pericolo della fine delle democrazie (…) La progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia, senza che si sia risolto il problema della stagnazione, problema peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerità in un periodo di piena deflazione (…) Una situazione, in alcune parti dell’Est Europa, da anticamera del fascismo. Nel resto del mondo la democrazia arretra”.
Al quesito di Cazzullo “la crisi della democrazia può segnare un ritorno al fascismo”, l’Ingegnere ha puntualizzato: “Semmai un nuovo populismo, aggravato dalla grande depressione in arrivo. La democrazia è ridotta al voto, ma il voto è uno strumento, non è la democrazia”. Ancora: “Non sono crollate solo le ideologie; anche di idee ne sono rimaste poche. Ma vivere nella continuità è la morte. Se continueremo così, distruggeremo le nostre società”. Il ‘Corriere della Sera’ ha intitolato senza mitigare: “Una nuova grave crisi economica metterà in pericolo le democrazie”.
Sarebbe stato avvincente se l’Ingegnere avesse portato più avanti la previsione. Se ci avesse detto quale dei nemici liquiderà la democrazia rappresentativa, cioè il parlamentarismo-partitismo cleptocratico.
Se davvero l’infiacchimento economico generale e la prospettiva di cento anni di stagnazione annunciano la fine delle democrazie “così come le abbiamo conosciute”, non è il caso di sorvolare su tanto pessimismo. Creando un impero, De Benedetti ha dimostrato di saperla lunga. Oggi vede più chiaro degli altri: di fronte ai pericoli grossi la democrazia all’occidentale è inetta, impotente. Dunque non ha futuro. Naturalmente il Nostro sa -e non lo nasconde (“il voto non è democrazia”)- che ciò che abbiamo non è democrazia, è oligarchia dei politici e dei plutocrati. Bene quindi, diciamo noi, se esso soccombe, spento da questa o quella svolta autoritaria. I tempi essendo cambiati, non potrà essere una svolta fascista.
Piuttosto qualcosa come la signoria di Erdogan sulla Turchia. Al contrario, potrà essere la politicizzazione attiva di manipoli di giovani ufficiali giustizialisti quali quelli che, con la Rivoluzione dei garofani, conquistarono il Portogallo. Decenni prima i militari, detentori delle armi invece che delle urne e delle imposture ideologiche, dettero la vittoria nel mondo a vari riformismi di tipo nasseriano.
Non si può escludere il Putsch militare padroneggiato da un generale più o meno reazionario. Ma esistono anche i militari non reazionari. Non fu reazionario Kemal Ataturk, padre di un paese moderno. Non lo fu in Polonia Pilsudski, che era stato agitatore socialista. Non lo fu Charles de Gaulle. Non lo fu certamente Miguel Primo de Rivera, che nel 1923, quando lo Stato dei notabili liberali agonizzava, si fece dittatore legale. Modernizzò e fece più prospera la Spagna. Lasciò il potere (1930) volontariamente, non abbattuto dai vecchi politici, meno che mai dagli oppositori intellettuali e studenteschi. Quanto insulso, sulla distanza, fosse il ribellismo di questi ultimi lo abbiamo visto alla morte di Franco, quando l’opposizione tradizionale -Santiago Carrillo alla testa dei comunisti, più tanti repubblicani e laici ‘rigorosi’- si affrettò ad accettare il ritorno della monarchia borbonica e ipercapitalista.
A trovarlo, un golpista come Primo de Rivera! Generale, marchese e Grande di Spagna era anche amico del popolo, solidale coi poveri. Governò soprattutto col sostegno dei socialisti, allora un movimento di onesti che il Dictador privilegiò coerentemente. Primo de Rivera finì scalzato dalle destre: i banchieri, i duchi latifondisti, la camarilla della corte di Alfonso XIII. Sette anni prima il sovrano si era compiaciuto del colpo di Stato, ignorando l’inclinazione quasi socialista del Dittatore. Perdette il trono per la controffensiva dei conservatori, camuffati da ardenti repubblicani.
Sorgesse dunque, nella nostra Repubblica delle Tangenti o altrove, un demolitore con le inclinazioni di Miguel Primo de Rivera o di Ataturk! E’ improbabile: soprattutto i generali italiani della bella stagione non sono che alti burocrati vocati alle pensioni d’oro, alle consulenze e presidenze sovrapagate.

Un giorno forse Carlo De Benedetti ci dirà quale svolta autoritaria consideri verosimile, a scanso di insurrezioni aspre dei senza lavoro. E’ vero, per lui come per altri sommi ‘argentiers’ andrà bene chiunque saprà prendere il potere, purché non sia feroce come i bolscevichi di Lenin, come quelli di Pol Pot, come gli scannatori dell’Isis. Tuttavia: non sarebbe meglio se in Occidente i padroni dell’economia mettessero al lavoro gli intellettuali che stipendiano, con la consegna di escogitare presto progetti alternativi sia alla morente ‘democrazia quale la conosciamo’, sia ai cingolati, infiorati o no di garofani?

Nell’intento di spazzare via i politici usurpatori e le Costituzioni da loro scritte, si profilano già varie formule di democrazia semi-diretta e selettiva, congeniali all’età dell’elettronica, basate non sul voto ma sul sorteggio all’interno di segmenti qualificati (ormai il suffragio universale non produce che frodi), sul coinvolgimento continuo degli alfabetizzati al computer, su consultazioni referendarie all’elvetica, cioè frequenti e sdrammatizzate.
Nella fase transitoria le istituzioni e le élites tradizionali dovranno essere cancellate: troppo contrarie a qualsiasi novità. Un ruolo temporaneo di armati è indispensabile: è certo che le istituzioni oligarchiche e i gestori del sistema rappresentativo non agiranno per distruggere se stessi cancellando la delega e gli altri meccanismi di spoliazione.
Dopo un paio di secoli di prove, il partitismo/parlamentarismo si è dimostrato ovunque non solo corrotto, anche inefficiente. Ha ragione De Benedetti a considerarlo condannato.

Questa ‘democrazia’ sarà conclamata un’impostura, in ogni caso una costosa finzione, quando la globalizzazione spegnerà, col liberismo, l’ipertrofia dei diritti e di una parte delle libertà. La fase delle ‘rising expectations’ è finita. L’avvenire esigerà discipline di guerra, imporrà assetti collettivistici. Se in Occidente quasi tutti i manufatti e molti altri prodotti verranno dai paesi di ultima industrializzazione o di esplosione dell’export primario, sarà giocoforza assicurare il minimo vitale a masse imponenti di senza lavoro: ciò inevitabilmente con quei metodi coattivi che gli ordinamenti d’oggi non consentono.

E occorrerà abbassare duramente (di un quarto?) il tenore di vita medio, se vorremo trovare le risorse per un super-piano Marshall, solo idoneo a fermare l’invasione dei migranti. Mai i politici affronteranno la vendetta delle urne con atti che colpiscano il tenore di vita. Le urne sono le nemiche del Buongoverno.

Dovrà imporsi un’economia d’imperio. Avvizziranno le libertà economiche, i codici giuridici, i diritti di proprietà, i grandi patrimonii, le conquiste sindacali, i divari eccessivi. Chi immagina che tutto ciò sia possibile senza stracciare ‘manu militari’ le carte costituzionali, i codici civili, le assemblee elettive, i meccanismi, le abitudini, fissazioni e nostalgie del passato?
Ai non molti sapienti e buoni maestri del suo impero, Carlo De Benedetti farebbe bene a chiedere, in tempi stretti, un progetto di scorta per un avvenire senza “democrazia”. Noi di Internauta facciamo da molti anni -per esempio con lo scritto “Il Pericle elettronico” e con vari testi “randomcratici” sul sorteggio- lo sforzo finora evitato dai pensatori dell’Ingegnere.
amc

NON HA SENSO RIMPIANGERE GLI ANNI CINQUANTA

E’ educativo rileggere due anni dopo il pezzo “I lavoratori usa e getta nel tempo del declino” di Luciano Gallino, celebrato sociologo di osservanza progressista; pezzo interamente volto a denunciare “i dirigenti confindustriali i quali riescono a dire che l’Italia è un paese in cui è difficilissimo fare impresa”. Per Gallino “più che una dichiarazione di insipienza è, da parte dei manager, un’offesa alla memoria dei loro predecessori, quelli che in meno di vent’anni fecero di un paese semidistrutto dalla guerra, che ancora nel ’51 aveva più del 40% di occupati in agricoltura, un grande paese industriale. Quegli imprenditori inventarono la Vespa e la Lambretta, fabbricarono milioni di auto utilitarie e di elettrodomestici, mentre i dirigenti pubblici quintuplicavano la produzione di acciaio, costruivano flotte di magnifiche navi e si imponevano nel mondo tra le grandi sorelle del petrolio. Tutti insieme crearono milioni di posti di lavoro stabile e decentemente retribuito. Si chiamavano, nel settore privato, Piaggio e Bassetti, Necchi e Olivetti, Pirelli e Valletta. Avevano di fronte dirigenti pubblici ed economisti come Sinigaglia, Mattei, Saraceno, Glisenti. Una generazione di grandi imprenditori e dirigenti che non sembra aver lasciato nessun discendente”.

Gallino ammette che c’è la crisi. “Tuttavia la produzione di auto e di elettrodomestici, di navi e di abbigliamento di fascia alta, non è cessata nel mondo, è cessata in Italia. Non sembra essere arrivato nulla di realmente nuovo. Le medie e le grandi aziende spendono una miseria in ricerca e sviluppo. Gli impianti sono tra i più vecchi d’Europa. Le fabbriche qua e là ci sono ancora, ma fabbricano in prevalenza disoccupati e male occupati (…) Ma piuttosto che piangere sulle supposte difficoltà di fare impresa in Italia, bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori di vaglia sono diventati così pochi, i capitali si dirigono preferibilmente verso impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici”.

Questo tipo di analisi falso-ingenua autorizza a pensare che tra le concause del nostro declino figuri quella che potremmo chiamare l’insipienza dei sociologi di parte quali Gallino. Noi abbiamo poca simpatia per gli uomini d’impresa. Oggi l’imperativo non è di tentare di ripristinare l’impossibile, cioè le condizioni degli anni Cinquanta, bensì quello di svezzarci dalla crescita e dal benessere consumistico. E’ di convertirci alla vita semplice, senza il superfluo, col pane assicurato a tutti (a spese dei ricchi) invece che coi divari disgustosi che conosciamo.

In ogni caso, che studioso è un sociologo il quale lamenta non siano più i tempi della Vespa e della Lambretta, delle prime utilitarie e dei primi elettrodomestici, della quintuplicazione dell’acciaio, e così via? Se non sono più quei tempi è perché

è cambiato il mondo. Oggi la Cina, le Tigri asiatiche e un certo numero d’altri paesi che erano abitati quasi solo da contadini, boscaioli, manovali e pescatori, sono già in grado di produrre quasi tutti i manufatti importanti che il pianeta richiede, con una qualità crescente e prezzi spesso decrescenti. In più i nuovi produttori lontani operano in genere liberi da sindacati, partiti e parlamenti che avrebbero strozzato la rivoluzione industriale dell’Asia e che da noi hanno portato alla situazione attuale. Nelle parole di Gallino, essa è in Italia “quattro milioni di disoccupati, quattro milioni di precari che stanno invecchiando, migliaia di piccole imprese che chiudono ogni mese, milioni di vite ferite, compromesse, assediate da un futuro di disperazione”. E’ l’altra faccia del capitalismo di cui Gallino ha nostalgia, con tutta l’osservanza progressista.

Senza un ripensamento rivoluzionario, niente potrà fermare sulla distanza il declino dell’economia industriale d’Occidente, coll’eccezione temporanea di comparti futili o dannosi come la moda, il lusso, gli sport, l’entertainment, gli armamenti. Concause di questo declino sono gli eccessi della tassazione, della conflittualità, dello stesso benessere diffuso che esige retribuzioni e aspettative crescenti. Col tempo le aspettative scemeranno, ma non coll’immediatezza che i nuovi tempi esigerebbero. Dunque il nostro indebolimento competitivo non potrà che accentuarsi. Le ripresine che spunteranno qua e là incrementeranno l’automazione più che l’occupazione. Si accentueranno i mali per cui Gallino si straccia le vesti e rimpiange il miracolo economico che non verrà.

Il paragrafo conclusivo dello scritto del sociologo è anche il più indeterminato, quindi il meno utile: “Bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori e i dirigenti pubblici di vaglia sono diventati così pochi, i capitali preferiscono gli impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici. Se non si cercherà di fare qualcosa lungo questa strada, la pratica dei lavoratori utilizzati come usa e getta continuerà a diffondersi”. Il professor Gallino non ha chiarito: “fare qualcosa” che vuol dire e a chi spetta. Un tempo a fare qualcosa era la mano pubblica, e lo faceva a debito. Oggi, se anche volessimo -e non vogliamo- dilatare ulteriormente il nostro debito, avremmo l’obbligo assoluto di astenerci. Le industrie inventate dallo Stato portano male perché sono false.

Meglio la decrescita, col rancio garantito a tutti a spese del lusso, della moda e degli sport: sono fissazioni nazionali, ingannevoli perché in qualsiasi momento gli asiatici si butteranno sui business frivoli nei quali ci crediamo imbattibili. Si dimostreranno più in gamba di noi, per di più liberi dagli impacci della sociologia.

A.M.C.