Chi vuol togliere a Saturnia Tellus, il più panico dei poeti

Capitatomi di sedere a fianco d’una docente d’italiano in uno dei non pochi atenei dello Stivale, le chiesi che corsi stava tenendo. Rispose elencando alcuni dei cognomi festeggiati soprattutto d’estate dalle pagine culturali dei giornali. L’estate, stagione di spiagge, assegna vari premi letterari e dunque promuove meglio all’immortalità i vari Pontiggia Baricco Ferrante Carofiglio Saviano Piperno Maraini et al. E io, esercitando il diritto di sorvolare sui titani proclamati dai bagnanti: “Ma una volta non dovresti tenere un corso, metti, su Gabriele d’Annunzio?” Credevo che anche lui fosse un letterato italiano.

Per poco la docente non mi incenerì con lo zolfo infiammato del disprezzo, alquanto mitigato dalla compassione. Sillabò parole all’arsenico, non so se rivolte più a me o più al Vate e Comandante fiumano. Non potetti replicare, il concertista era riapparso sul palcoscenico. Avevo inteso provocare con d’Annunzio perché conoscevo il fideismo d’appartenenza democratica della docente. Ma non mi aspettavo reagisse come avessi stuprato un bambino o defecato in piazza.

Volli allora risalire a uno dei Rasputin cui la Nostra doveva tanto settarismo. Scelsi l’autorevole Luigi Russo, rettore o direttore alla Normale di Pisa per un paio d’anni, rimasto Magnifico assai meno di Miguel de Unamuno, che Salamanca volle rettore a vita. Per due euro comprai del Russo un libro ancora intonso, pubblicato da Laterza nel 1957: “Carducci senza retorica”. D’Annunzio non poteva mancare.

Infatti: “La fatturazione dello spirito italiano attraverso il D’Annunzio è stata così forte che nessuno vi ha resistito. Lo stesso Carducci si lasciò investire per l’ufficio di poeta della romanità dalle parole ruffianesche del suo sedicente scolaro d’Annunzio:

Ed anche tu, tu vate solare, assunto sarai nel concilio

Dei numi indìgeti, o Enotrio.”

Aggrava il biasimo Luigi Russo: ”D’Annunzio in verità non voleva che candidarsi successore del Carducci come vate della patria. Il Carducci ebbe il più grave colpo alla sua fama dalla menzognera glorificazione del d’Annunzio”.

Profferita la severa condanna di una delle ambizioni del Gabriele della Pescara –ma che c’era di male? Forse che qualcuno tra i nemici di d’Annunzio non avrebbe ambito alla gloria di vate democratico, fosse stato più dotato? – la pag. 87 precipita in un inatteso ridicolo: rivendica che anche Giosue Carducci, non solo Gabriele d’Annunzio, conobbe (sia pure in piccolo) gli amori di dame aristocratiche: “Ebbe una relazione con la Carolina Piva, moglie di un colonnello garibaldino, tra il novembre 1871 e il marzo 1881”. Ma le dame aristocratiche non erano la nequizia, anche poetica, e l’arrivismo del provinciale puttaniere d’Annunzio? Perché invocarne una, o anche due, contro la lunga teoria di prede del Comandante?

“Ahimé -lamenta il Russo- l’aura di diffidenza e di ironia, seminata dal d’A. e dai suoi discepoli doveva influire molto sfavorevolmente sui giudizi letterari intorno alla poesia carducciana” (…) Il d’A. continuò a drogare l’atmosfera letteraria italiana fino al 1915, e la nostra generazione di dolorosi combattenti carsici dovette subire l’onta di costellare sanguinosi sacrifici con frasi dannunziane bruttissime, anche se scolpite in ornato stile. Si potrebbe documentare che fino a pochi anni fa di moduli dannunziani era intessuta particolarmente la prosa degli illetterati”.

Un tempo, notiamo noi, si lodava quella arte che era capace di attrarre persino gli illetterati. Ad ogni modo il professore si indigna davvero sull’ambizione attribuita a Gabriele –ma gli serviva davvero?- di succedere a Carducci: “La figura del vate era stata impiantata dal Vico e dall’Alfieri; dopo la morte del Carducci tentarono di ereditarne l’ufficio d’Annunzio e Pascoli. Dopo i balbettamenti del Pascoli e il cattivo gusto di pervertito del d’Annunzio, la figura del poeta-vate scompare dall’immaginazione e dai sentimenti degli italiani; e credo con soddisfazione generale degli italiani, anche i più ritardatari”.

“Il più rovinoso di cotesti poeti vati è stato naturalmente Gabriele d’Annunzio; coi suoi vaticinii illibidinì l’Italia e l’accompagnò verso il disastro, ma forse la guarì energicamente, come per un’operazione chirurgica. E’ proprio vero che un mito, sia pure nobilissimo come quello del poeta-vate, si liquidò nelle menti e negli animi con la stessa torpidezza di vanità e di sensazioni che vi immisero alcuni cantori. Il d’A. ha se non altro il merito di averlo esasperato fino alla più ridicola corruttela”.

Se, come riconosce il nostro professore, il mito del poeta-vate risale alla mitologia vichiana, cara anche al Foscolo, esso professore avrebbe dovuto distinguere tra i vaticinii funesti e quelli vivificanti del vate che invecchiò tra i cimeli guerreschi del Vittoriale, uno dei quali era un’incongrua prua di corvetta adagiata tra i lauri e i cipressi del Garda. I vaticinii che funsero come proposte di ipernazionalismo e di foga bellicista furono oggettivamente malefici. Gli altri, quelli che fecero irraggiungibile il poeta de “Il verso è tutto”, furono inni, anzi laudi, a quei numi che in un passato di favola predilessero su altre contrade la Penisola saturnia, al punto di farla molte volte sublime. Questo specifico d’Annunzio poetò come un Virgilio candidamente posseduto dalla fede nella divinità dei destini italici.

Allora al cattedratico di Pisa spettava di discernere tra la funzione letteraria-professionale e quella profetica e d’utopia di alcuni conduttori di anime. Io che qui scrivo detesto lo sciovinista che nel maggio 1915, guadagnato dal denaro francese, capeggiò con successo il nostro sinistro interventismo. Che plagiò a suicidarsi sul Carso schiere di sottotenenti che lo avevano letto. Tuttavia so, io che qui scrivo, che G. d’A. fu pressoché solo, tra i poeti guerrafondai, a cantare l’eroismo nella lingua insuperata di ‘Alcyone’. Solo a stregare senza rimedio menti ardue come quel Claude Debussy che mise nelle mani di d’Annunzio ‘Le martyr de Saint Sébastien’.

Si prenda una qualsiasi storia della letteratura che sia stata compilata fuori delle risse tra chierici versificanti di casa nostra. Difficilmente quella storia negherà l’immensa maestria, l’eccezionale musicalità e la potenza suggestiva del poeta della ‘Pioggia nel pineto’ e di ‘Maia’. Dell’artista che seppe trasformare in un dio apicale un mezzo capro ruminante come il Pan degli Elleni. Si legge p. es. nella “Lincoln Library of Essential Information”, scrupoloso manuale per studenti di college, che d’Annunzio “ when picturing the former glories of Italy, rose to the level of a great classic writer.”

La verità è che la poièsi, il momento creatore dell’Abruzzese (cui offrirono invano la cattedra a Bologna che era stata di Carducci: egli declinò) era perfettamente inaccessibile ai poeti “seri” e democratici che piacevano a Luigi Russo: incluso il Nobel Montale, scabro capofila di letterati e di giornalisti talmente anti-eroici da risultare più volte noiosi agli Dei come ai mortali. Io sono certo:

il poeta di “Laus Vitae” che a suo tempo incontrerò nei Campi Elisi, avrà fatto felice l’intero popolo di quel paradiso!

Invece Luigi Russo si accanì contro l’innocua candidatura a successore di Enotrio poeta nazionale. Russo: “Quando G. d’A. si impossessò della parola vate, la parola vate era già tutta corrotta e consunta, distante dal suo remoto significato. Il poeta d’Abruzzo continuò a drogare l’atmosfera letteraria italiana fino al 1915”. Già, ma il Pontifex capo della Normale pisana riconosce che erano “memorabili” le pagine delle “Vergini delle Rocce” che “deprecavano un re democratico, fedele impiegato della Costituzione”. E non era da deprecare tale sovrano adepto al parlamentarismo demo- cleptocratico? Vivesse ancora, Luigi Russo, non è detto che amerebbe la repubblica di Mattarella e Boldrini.

Concludendo. Non sono meno di 20 le pagine di un libro su Carducci in cui Luigi Russo deride, tenta di demolire o semplicemente insulta G. d’A. Il Comandante fiumano meritò largamente le rampogne per vari suoi cedimenti alla maniera. Ancora di più meritò le denunce, perfino le condanne spietate, per aver contribuito a far precipitare il Paese nella Grande Guerra. Essa fu il più grave delitto politico dell’intera storia aperta dal Homo Erectus quando prese a usare la clava contro un altro ex-primate come lui. E se la Grande Guerra – addebitabile anche ad opinion makers come d’Annunzio- fu un crimine tanto orribile in quanto esigette un Secondo Conflitto mondiale che forse spense 50 milioni di vite. Il d’Annunzio bellicista non ha diritto a perdono. Ma altre sue colpe, quella di fare il vate per dirne una, furono veniali. Vaticinare fu tutt’uno che cantare la Saturnia Tellus come e meglio di Virgilio.

Detto questo, i grossi bonzi alla Luigi Russo tradiscono la loro missione, sono pessimi maestri, negando la grandezza del poeta di Pescara solo perché non piaceva alla loro fazione. E hanno inebetito allievi inconsapevoli come la docente di cui al nostro incipit: al punto di avviticchiarsi ai vincitori dei premi democratici d’estate.

Antonio Massimo Calderazzi

La gloria falsa di Churchill e quella vera di Caillaux pioniere dell’asse franco-tedesco

Farabutti e carnefici, macellai di popoli, furono senza eccezioni i governanti che centoquattro anni fa vollero la Grande Guerra; guerra che riprese nel 1939 dopo una tregua ventennale. Parliamo innanzitutto di Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese nel 1914, nonché dei tanti suoi modesti imitatori e seguaci: per esempio gli italiani Antonio Salandra, presidente del Consiglio (nelle Memorie  lamenterà che la guerra non gli aveva fruttato un titolo nobiliare); per esempio Sidney Sonnino, negoziatore del patto di Londra; più ancora Vittorio Emanuele III, accanito custode delle tradizioni militaresche dei Savoia (i quali, bisogna ammetterlo, erano stati bravi a farsi, da Medii feudatari alpini, sovrani di rango). Di Gabriele d’Annunzio tacciamo. Invocò la mattanza, contribuì a renderla inevitabile ma fece questo in quanto poeta epico-lirico, sfortunatamente preso in parola da tanti aspiranti cadaveri del Carso.

Ma addirittura pazzi furono coloro che, invasati di autodistruzione, vollero l’immane carneficina sapendo o intuendo che essa, oltre a cancellare i loro troni, avrebbe spento se stessi nonché le loro famiglie. Tra le teste coronate il perfetto suicida fu perciò lo zar Nicola II. Le cronache dicono che nel firmare l’ordine di mobilitazione generale contro Austria-Ungheria e Germania scandì parole che attestavano presentimenti luttuosi. Ma firmò, plagiato in particolare da un ministro degli Esteri, Sergjei Dmitrovic Sazonov, che lo dominava.

Lo aveva convinto che l’impero russo non poteva rinunziare a quell’ineguagliabile occasione di raggiungere le estreme mete occidentali: l’egemonia nei Balcani e nell’Est Europa, la leadership panslava, la tradizionale aspirazione al mare caldo. Sazonov – spalleggiato da uno Stato Maggiore umiliato sì di recente dal Giappone ma singolarmente fiducioso di vincere un confronto bellico con gli Imperi Centrali – era un mestatore nel torbido, scellerato in cilindro come i suoi pari del tempo, rotto a qualsiasi canagliata sulle vite di milioni di sudditi, pur di conseguire le spregevoli glorie del mestiere diplomatico. La Russia era talmente immensa da non avere necessità di conseguimenti geopolitici. Nicola firmò, con la mobilitazione, la propria condanna a morte. In piena coerenza i trionfatori bolscevichi passarono per le armi l’intera famiglia dello Zar. L’eccidio fu, con la cancellazione dell’impero, l’esito obbligato della più folle delle imprese belliche dei Romanov. La guerra di Sazonov portò una rivoluzione incapace di misericordia.

Nel 1914 solo la Spagna tra le grandi nazioni europee ebbe la saggezza di rifiutarsi al conflitto mondiale. Presiedeva il governo il conservatore Eduardo Dato, ed egli riuscì a far fallire i conati di alcuni circoli radicaleggianti -includenti il futuro padre della fallita repubblica Manuel Azagna- : invocavano che la Spagna si unisse alla crociata  dell’Intesa in quanto più progressista di quella di Berlino e Vienna. Non era tanto più progressista, e in ogni caso la nazione spagnola non aveva alcun motivo per combattere. La sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti aveva cancellato nel 1898 le ultime ragioni perché la Spagna cercasse di conservare qualcosa dell’antico ruolo planetario.

A Madrid prevalse il senso comune: la neutralità consentì al regno borbonico di fare eccellenti affari vendendo a tutti i belligeranti, e in più di avviare la sua prima industrializzazione. Se oggi la Spagna è nel gruppo di testa delle società moderne, lo deve a non essersi dissanguata nella Grande Guerra.

Assai più sventurato fu l’altro regno iberico, il Portogallo, che partecipò al conflitto dalla parte degli Alleati, degli inglesi in particolare. Fu succube per la sola ragione che le sue vicende politiche non gli consentivano una politica estera autonoma. Nel 1917 il governo che aveva voluto la guerra fu rovesciato, ma il contingente portoghese non fu ritirato dal fronte. Invece nel secondo conflitto mondiale Lisbona riuscì a sottrarsi al destino di fornire carne da cannone.

Pagarono carissimo per i mercanteggiamenti di morte dei loro governanti i paesi minori che non sfuggirono alla sventura di guerreggiare. Ma almeno la Romania conseguì quella volta cospicui vantaggi territoriali (al prezzo di oltre trecentomila morti). I lutti del secondo conflitto mondiale furono nell’assieme ancora più gravi. Comprendendo i vari olocausti si arriva a parlare di cinquanta milioni di morti.

L’aspetto più drammatico fu che la terribile esperienza 1914-18 (ma si continuò a morire per qualche anno, magari di malattie) insegnò quasi niente ai popoli come ai governi. Non erano passati sedici anni da quando gli europei avevano fermato il massacro quando si ebbe la prova che niente era cambiato nel pensiero sulla guerra e sulla pace.

La Germania umiliata da Versailles si era data un dittatore per la vendetta, e nel 1935 il dittatore aveva sfidato il trattato di pace ordinando alle sue truppe di attestarsi in Renania, territorio germanico. Questo scatenò nei circoli nazionalistici francesi, e non solo francesi, un autentico parossismo antigermanico: in pratica si esigeva che i vincitori del 1918 riprendessero subito le armi per stroncare sul nascere il revanscismo tedesco. I vertici francesi e britannici dovevano imporre ai loro popoli un immediato ‘casus belli’. Come se un’intenzione di vendetta, da parte germanica, fosse la stessa cosa di una vendetta effettiva, talmente grave da giustificare una ripresa della strage. Col senno di poi, forse sarebbe stato meglio tentare di soffocare al primo vagito l’espansionismo hitleriano. Ma tanta prontezza nel riaprire una lotta armata straordinariamente atroce, era ragionevole?  Non era piuttosto assurdo dare per scontata la riduzione a zero dell’orgoglio tedesco?

In Francia, i politici che sbraitarono di più nel pretendere risposta fulminea alla rimilitarizzazione della Renania furono Paul Reynaud e Georges Mandel. Oggi quasi nessuno li conosce. Ma Mandel divenne presto ministro ed esponente dei più accaniti tra i fautori dello scontro (finirà assassinato). Quanto a Reynaud, nel 1940 ascese a capo del governo allorquando l’esercito francese, allora considerato il più potente al mondo, fu sbaragliato in poco più di una settimana dalla Wehrmacht e dalla Luftwaffe. Reynaud avrebbe dovuto riflettere prima di assumere le posizioni estreme. Per qualche giorno egli tentò di fare il Churchill francese: annunciò che avrebbe trasferito il governo in Africa per continuare la guerra dall’impero coloniale. Nessuno lo prese sul serio, dovette dimettersi; il maresciallo Petain ottenne i pieni poteri, chiese l’armistizio al vincitore e cancellò la Terza Repubblica. Gli irriducibili parigini mancarono di realismo.

 

Winston Churchill è stato consegnato alla storia come il più glorioso dei lottatori. In effetti nessuno è stato più combattivo di lui, che non aveva mai rinunciato a sperare che il presidente F.D. Roosevelt costringesse il popolo degli Stati Uniti -in maggioranza isolazionista- a entrare nel conflitto per salvare la Gran Bretagna (e per passare l’impero mondiale agli USA). Churchill credette di dover perseguire la vittoria finale senza curarsi dei costi. Costi che furono terribili.

I fatti sono quelli che sono. Churchill fu l’inglese che più di ogni altro volle e condusse il secondo conflitto mondiale. Però nel 1939 il Regno Unito era la maggiore potenza imperiale al mondo. Nel 1945, a guerra vinta, la leadership era sparita -anche dagli oceani-, l’economia era dissanguata, la struttura industriale in pericolo;  la Germania, il Giappone, persino l’Italia si sarebbero rialzati prima e meglio che la superba ex superpotenza. In più si apriva il rapido smantellamento dell’Impero. La fine della grandezza non avrebbe potuto essere più brutale. Si può sostenere che la patria britannica sarebbe stata sommamente fortunata se non fosse stata guidata dal belluino Winston Churchill, assetato di grandi spedizioni aeronavali. Nel 1915 volle quella disastrosa dei Dardanelli, da lui ideata contro il parere degli ammiragli suoi dipendenti. Tentò anche di organizzare una spedizione contro i sovietici, ma questa non gliela permisero, tanto sangue erano costati i gloriosi Dardanelli. Era tale la sua voluttà guerriera che provò a partecipare in persona allo sbarco in Normandia, in divisa di tenente colonnello. Volle comunque, non sappiamo dove, sparare personalmente alcuni colpi di cannone.

Questo vuol dire che non l’epico duello col Reich, bensì una transazione semi-amichevole avrebbe salvato la grandezza britannica. Si è accertato che Hitler non voleva lo scontro frontale con la Gran Bretagna. Nei giorni della trionfale conquista della Francia il Führer spiegò così ai suoi generali la propria decisione di non annientare l’armata britannica a Dunkerque: “Ammiro l’Impero britannico. La sua esistenza è utile al mondo tanto quanto la sua opera di civiltà. Io domanderò alla Gran Bretagna di riconoscere la preminenza della Germania in Europa.  La restituzione delle nostre colonie sarebbe desiderabile, non essenziale…Sono pronto ad offrire all’Inghilterra, se si trovasse in difficoltà, il sostegno del mio esercito. Desidero una pace con la Gran Bretagna su basi compatibili col suo onore”.

Dunque il Führer non mirava ad umiliare il Regno Unito. Voleva mano libera nell’Europa orientale e, senza insistere troppo, voleva una grossa colonia. Da come sono andate le cose, è oggettivo che a Londra sarebbe convenuto addomesticare o placare la belva germanica e quella nipponica, piuttosto che affrontare una guerra disastrosa, piuttosto che accettare la perdita del primato mondiale e del più grande degli imperi.

Anche la Francia del 1939 possedeva un grande impero: e anche alla Francia sarebbe ampiamente convenuto cedere parte di un dominio intercontinentale inutilmente vasto, che Parigi non aveva saputo valorizzare, piuttosto che subire dal Terzo Reich la più grave disfatta militare della storia. Oltre a tutto Parigi si fece imporre la seconda guerra mondiale da un fatto artificioso all’estremo quale un dubbio trattato diplomatico con Varsavia. Versailles aveva innalzato una Polonia gigantesca perchè molestasse da est la Germania. Negli Anni Venti Parigi aveva scopertamente gestito, con un generale francese, il sorgere di un apparato militare satellite polacco, sempre in odio alla Germania. Però la garanzia militare che Francia e Gran Bretagna vollero dare a questa Polonia intesa come ausiliare e sicaria antigermanica era irrealistica. Infatti la Polonia fu annientata in pochi giorni, in totale assenza di soccorsi occidentali; il suo mandante parigino avrebbe avuto un destino terribile pochi mesi dopo. Quasi nessun francese e nessun inglese fu disposto a “morire per Danzica”.

Meglio avrebbe fatto Parigi, già nel momento che Berlino si sottometteva (novembre 1918) a moderare il proprio trionfo, a non infierire sull’avversario sconfitto. Meglio avrebbe fatto Parigi a imboccare la strada dell’intesa duratura con la Germania. La Francia aveva avuto nel 1911 un primo ministro, Joseph Caillaux, che incarnava quella strada. Quell’anno Caillaux aveva scongiurato un conflitto con Berlino a proposito del Marocco (crisi di Agadir); la formula trovata era consistita in uno scambio territoriale nel Congo francese inteso a normalizzare possibilmente per sempre il rapporto col “nemico ereditario”. Ma quello stesso anno un capriccio del catastrofico parlamentarismo Terza Repubblica scalzò dal potere Caillaux e insediò il suo perfetto contrario: Raymond Poincaré, massimo esponente del revanscismo francese, presto elevato a capo dello Stato e a sommo tra i guerrafondai del 1914.

La linea Caillaux -l’intesa di fondo con la Germania guglielmina- fu stroncata duramente. Venne la Grande Guerra. Verso la fine del 1917, col grosso della strage già consumato, con varie divisioni francesi e con alcune unità germaniche prossime all’ammutinamento, e con le Potenze Centrali disposte a cercare con qualche anticipo le vie della pace, l’ex-presidente del Consiglio Caillaux fece qualche passo in Germania in vista di un negoziato che avvicinasse la fine del massacro. Lo scoprì il capo del governo Georges Clemenceau, il “Tigre”, divenuto il terribile demiurgo della guerra ad oltranza. Caillaux fu arrestato coll’accusa d’alto tradimento.

Tenuto in carcere, benché ex-presidente del Consiglio e figlio di un ministro particolarmente autorevole, Caillaux rischiò seriamente la condanna capitale: tale era l’accanimento di Clemenceau contro i “disfattisti” cioè tutti coloro che invocavano o suggerivano la fine dell’eccidio. Nel 1920 l’Alta Corte condannò l’ex primo ministro per  ‘corrispondenza col nemico’  ma non per alto tradimento. Cinque anni dopo il Nostro fu amnistiato. Ma aveva rasentato la fucilazione, o magari la ghigliottina. Fu dunque il martire di una causa -l’amicizia con la Germania- che trionferà quando     Charles De Gaulle e Konrad Adenauer decideranno di capovolgere la storia.

 

In conclusione. Winston Churchill figura ancora ammantato di gloria guerriera. Ma è una gloria non solo sinistra, anche oggettivamente falsa: la guerra di Churchill distrusse la grandezza britannica. Non andò molto meglio dell’impresa dei Dardanelli.  Una gloria ben più vera, voluta dal futuro, spetta a Joseph Caillaux, che anticipò nel concreto l’asse franco-tedesco e, come tale, fu premessa di Europa.

Antonio Massimo Calderazzi

Etiopia: 76 anni di indipendenza, sciagure e grandi occasioni mancate

Parlavo ieri con una persona di qualità che conosce sul campo anche l’Etiopia: poche ore dopo il nostro fortuito incontro avrebbe preso l’aereo per la parte grossa del nostro ex-impero, Africa Orientale Italiana. Il mio interlocutore, settantenne, geologo e nipote di uno dei maggiori geologi italiani, è alto consulente di un’impresa etiopico-indiana che opera nella valorizzazione mineraria di marmi e altre pietre nobili.

Appena menzionata l’Abissinia, il geologo non ha descritto giacimenti e cave. Ne ha evocato, nell’ordine: la povertà, la vastità (più di quattro volte l’Italia), e il clima, che in certe regioni può essere eccellente: altitudine della capitale: 2640 metri. Da quel livello fino ai 4600 metri del massiccio di Ras Dascian il clima etiopico è classificato ‘alpino’. Mentre il discorso del geologo prendeva altre direzioni, io restavo al suo spunto iniziale: uno dei redditi più bassi al mondo, laddove il paese è talmente vario e vasto che le potenzialità sarebbero importanti. Rimane misero per varie ragioni, cominciando dall’arretratezza culturale.

Mi venivano pensieri ribaldi, politicamente scorretti anzi blasfemi. Se una Provvidenza fosse esistita, reggitrice benefica e diretta del Creato, avrebbe fatto nascere un Mosè etiopico, capace di trascinare il suo popolo. Il colonialismo fu pessima cosa. L’oppressione altezzosa dei bianchi su almeno una parte dei conquistati fu infame. Particolarmente sbagliato, anche perché fuori tempo massimo, fu il nostro colonialismo contro la nazione più avanzata, più fiera e meno nera del Continente Nero. Persino copta, cioè cristiana delle origini.

Tuttavia, se un Mosè degli Etiopi fosse nato, nel 1936, a conquista italiana avvenuta (81 anni fa in maggio) avrebbe persuaso la nazione a prendere per un verso opposto il nostro dominio. Avrebbe immunizzato gli etiopici contro il miraggio indipendentista. La decolonizzazione ha gratificato tutti gli africani con lo sventolio di propri rettangoli di stoffa colorata, ma è stata anche una sciagura grave, come molti altri prodotti dei patriottismi: i quali sono nobili esclusivamente nei manuali di educazione civica e nei discorsi di afflato umanitario. L’indipendenza ha perpetuato la povertà, ha moltiplicato le stragi con le guerre intestine (tribali e settarie), ha bloccato il riscatto dalla miseria.

L’Italia, grazie alla fase sabauda e fascista, poi a quella antifascista, è uno degli Stati politicamente meno fortunati e meno inclini al buongoverno. Una mala repubblica tra le più scadenti. Però per un miracolo è anche una società ricca, edonista e buonista. Se il 10 giugno 1940 il Fondatore dell’Impero non avesse deciso di consegnare quest’ultimo all’avversario britannico, in quello scacchiere allora invincibile, forse oggi l’Etiopia godrebbe in grande dei sottoprodotti della ricchezza italiana. Avrebbe il suo prodigio economico, sarebbe un gigantesco e semiprospero ‘territorio oltremare’ del secondo paese manifatturiero d’Europa, della prima potenza calcistica, modaiola, gastronomica e ludica del mondo. Tra le ripide ambe e gli altipiani dei Negus Neghesti si diramerebbero le superstrade, gli acrocòri sarebbero punteggiati dalle seconde case dei lombardi e dei pugliesi, il turismo tripudierebbe, si scierebbe a quattromila metri, rigoglierebbero le lavorazioni locali dei prodotti agro-zootecnici: e fermiamoci qui.

Tutto ciò, e molto altro, se dal balcone di palazzo Venezia il Duce non avesse annunciato la guerra – guerra a perdere sicuramente nella ‘Africa Orientale Italiana’- e comunque se ad Addis Abeba l’ipotetica Provvidenza benefica avesse fatto nascere il Mosè nazionale, capace di distogliere il popolo dall’ubbia del nazionalismo.

Questi scenari fantasiosi sono vietati dal realismo dell’obbligo. Ma chi si sentirebbe di confutare il felice Bengodi degli Amhara, Tigrini, Galla, Dancali e Sidami, se l’Abissinia fosse restata a noi furbastri, goderecci, dominatori coloniali ben più piacioni e buonisti dei belgi di re Leopoldo, il proprietario catastale del Belgio, e degli inglesi del generale Gordon, trucidato per odio dai tagliagole del Mahdi il Profeta del Sudan?

Il politically correct e il troppo savio possono inebetire.

A.M.Calderazzi

CONTRO OGNI PREVISIONE

L’illusione di poter prevedere ciò che più ci interessa permea da sempre la psiche umana e ha dato vita a credenze di ogni tipo e livello: dagli oracoli agli indovini, dagli stregoni agli astrologi, dai sommi sacerdoti e profeti agli esponenti di spicco di ogni religione. A questi sono succeduti gli “scienziati sociali” come i sociologi e soprattutto gli economisti che – tra l’incredulità generale e la ferma convinzione degli addetti ai lavori – si sono cimentati in quest’arte senza speranza. Gli economisti in particolare sono stati spesso (e giustamente) dileggiati dai demografi che ritengono di avere basi fattuali più solide per formulare previsioni o avanzare ipotesi su struttura e dinamiche di una popolazione.

Dobbiamo tuttavia constatare che anche gli studi demografici non sfuggono al destino degli studi fatti in qualsiasi altra disciplina concernente l’uomo e i suoi comportamenti: non portano a risultati esatti, né le deduzioni che in materia possono essere fatte si rivelano a posteriori fondate. Per amore di verità può essere utile mostrare l’imperfezione delle deduzioni e l’erroneità delle estrapolazioni delle tendenze demografiche in atto, che finiscono per essere interpretate come tentativi di previsione, che i fatti inevitabilmente smentiranno.

Consideriamo dunque i dati apparsi in due importanti documenti ufficiali che nessuno consulta più perché “datati”, quindi per definizione (errata!) obsoleti. Nella Table 17: Historical and Projected Population Growth, and Hypothetical Stationary Population (pp.158-159) del World Development Report 1979 della Banca Mondiale e nella Table 19. Population growth and projections (pp.254-255) del World Development Report 1984 sempre della Banca Mondiale (The World Bank, abbreviato WB, ufficialmente chiamata IBRD International Bank for Reconstruction and Development) vengono indicati l’ipotetica dimensione stabile della popolazione in milioni (Hypothetical Size of Stationary Population) e l’anno nel quale il tasso di riproduzione sarà eguale a 1 (Assumed year of reaching net reproduction rate of 1). Vediamo ora se le ipotesi avanzate in questi due autorevoli studi, pubblicati rispettivamente 37 e 32 anni or sono, reggono il confronto con la realtà per la quale disponiamo dei dati 2016.

Concentriamo la nostra attenzione su 35 Paesi – sul totale dei 233 Paesi del mondo – che al 1° luglio 2016 avevano una popolazione di almeno 40 milioni di abitanti (un aggregato fortemente rappresentativo della situazione demografica mondiale) e dividiamoli in 4 gruppi caratterizzati da una certa omogeneità derivante da ragioni culturali o del loro retaggio storico.

Consideriamo per ciascun Paese:

1) la popolazione N in milioni di abitanti nel 1960 e nel 2016;

2) di quante volte è aumentata la popolazione in questo arco temporale;

3) a quanti milioni dovrebbe stabilizzarsi l’ammontare della popolazione N (e in quale anno) secondo gli studi della World Bank (WB) del 1979 e del 1984.

In sintesi:

PAESI N 1960 N 2016 N stabile (anno) WB 1979  WB 1984
ESTASIA
CINA 658 1382 (2,10 volte) 1538 (2005) 1461 (2000)
COREA del Sud 25 51 (2,04 volte) 64 (2005) 70 (2000)
GIAPPONE 94 126 (1,34 volte) 133 (2005) 128 (2010)
INDONESIA 96 261 (2,72 volte) 370 (2010) 357 (2020)
THAILANDIA 26 68 (2,62 volte) 105 (2005) 111 (2010)
VIETNAM 35 94 (2,69 volte) 149 (2015) 171 (2015)
EUROPA
FRANCIA 46 65 (1,41 volte) 61 (2005) 62 (2010)
GERMANIA 73 81 (1,11 volte) 79 (2005) 72 (2010)
ITALIA 50 60 (1,20 volte) 63 (2005) 57 (2010)
REGNO UNITO 52 65 (1,25 volte) 60 (2005) 59 (2010)
RUSSIA 120 143 (1,19 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
SPAGNA 31 46 (1,48 volte) 50 (2005) 51 (2000)
TURCHIA 28 80 (2,86 volte) 98 (2010) 111 (2010)
UCRAINA 43 45 (1,05 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
EX-COLONIE EUROPEE DI POPOLAMENTO
ARGENTINA 21 44 (2,10 volte) 41 (2005) 54 (2010)
BRASILE 73 210 (2,88 volte) 341 (2015) 304 (2010)
COLOMBIA 16 49 (3,06 volte) 55 (2005) 62 (2010)
MESSICO 37 129 (3,49 volte) 204 (2015) 199 (2010)
SUDAFRICA 17 55 (3,24 volte) 107 (2030) 123 (2020)
USA 186 324 (1,74 volte) 271 (2005) 292 (2010)
EX-COLONIE EUROPEE DI SFRUTTAMENTO
ALGERIA 11 40 (3,64 volte) 94 (2040) 119 (2025)
BANGLADESH 51 163 (3,20 volte) 334 (2035) 454 (2035)
CONGO R. D. 15 80 (5,33 volte) 122 (2045) 172 (2030)
EGITTO 28 93 (3,32 volte) 90 (2010) 114 (2015)
ETIOPIA 23 102 (4,43 volte) 136 (2045) 231 (2045)
FILIPPINE 28 102 (3,64 volte) 128 (2015) 127 (2010)
INDIA 442 1327 (3 volte) 1643 (2020) 1707 (2010)
IRAN 22 80 (3,64 volte) 101 (2015) 159 (2020)
KENYA 8 47 (5,88 volte) 94 (2045) 153 (2030)
MYANMAR 22 54 (2,45 volte) 92 (2020) 115 (2025)
NIGERIA 42 187 (4,45 volte) 435 (2040) 618 (2035)
PAKISTAN 50 193 (3,86 volte) 335 (2035) 377 (2035)
SUDAN 11 41 (3,73 volte) 89 (2045) 112 (2035)
TANZANIA 10 55 (5,50 volte) 94 (2045) 117 (2030)
UGANDA 7 40 (5,71 volte) 58 (2035) 89 (2035)

Il divario tra la realtà del 2016 e l’immaginazione degli studiosi che allora hanno prodotto questi dati è stupefacente. Naturalmente nulla possiamo dire nel caso della decina di Paesi per i quali si indica l’ipotetica stabilizzazione della popolazione in anni compresi tra il 2025 e il 2045 (il 2020 è troppo vicino al 2016 perché non lo si consideri), sebbene si possano già intravedere gli immancabili errori.

Sorprende non poco che i dati esposti nel 1984 non siano più corretti di quelli del 1979; in molti casi è vero proprio il contrario. Soltanto in pochissimi casi le “previsioni” coincidono (quasi) con i fatti, ma spesso con i dati 1979, mentre le discrepanze tra realtà e fantasia sono quasi sempre abissali.

Probabilmente la ragione per la quale tendiamo a prendere per buoni questi (inutili?) esercizi è dovuta a due ragioni: 1) l’autorevolezza della fonte, 2) il fatto che gli studi pubblicati vengono presto dimenticati perché sostituiti da altri più aggiornati, ma che si rivelano poi quasi sempre errati purché ci si prenda la briga di fare il noioso lavoro appena esposto. Dobbiamo quindi concludere che fino a prova contraria i fatti indicano che la fonte, per quanto autorevole, non merita il credito di cui gode.

               Il sempre ignoto futuro riguarda un altro elemento di carattere demografico del quale è prudente dubitare: l’andamento della speranza di vita alla nascita. Si tratta di un dato ipotetico ricavato da un dato certo (la durata media della vita di coloro che sono morti in un certo anno). Precisiamo che questa media è semplicemente la somma della durata della vita di ciascuno divisa per il numero dei defunti in un certo anno. Così se il Paese considerato avesse in un certo anno sofferto la perdita di un milione di cittadini defunti all’età di 101 anni e un altro milione fossero morti prematuramente all’età di un anno, la vita media in quel Paese sarebbe di 51 anni (101 milioni di anni più 1 milione di anni uguale a 102 milioni di anni diviso 2 milioni di abitanti). Da ciò si deduce che una vita media di modesta entità può essere dovuta soprattutto ad una mortalità infantile molto elevata, fenomeno frequente nei Paesi dalla diffusa povertà come molti di quelli africani, dove si riscontra la presenza di persone anche molto longeve che tuttavia non contribuiscono in modo significativo ad elevare il dato numerico della vita media proprio perché la mortalità infantile è ancora molto diffusa.

Ovunque nel mondo (specie nei Paesi dove la maggioranza della popolazione non soffre di privazioni) la mortalità infantile si è enormemente ridotta e anche questo fenomeno ha contribuito ad innalzare la durata media della vita. Si afferma quindi che i nati in quello stesso anno potranno avere una vita media di analoga durata, sempre che le condizioni di vita prevalenti non mutino; ed è proprio questo il punto cruciale da esaminare.

Nel mezzo secolo compreso tra il 1960 e il 2009 la durata della vita media è risultata ovunque in crescita, con punte elevatissime rappresentate da Vietnam (da 43 a 75), Indonesia (da 41 a 71), Bangladesh (da 37 a 67), Corea del Sud (da 54 a 80), e con poche eccezioni negative come nel caso della Federazione Russa (da 68 a 67) e del Sudafrica (da 53 a 52). Apro una parentesi per osservare che questi sono due dei 5 Paesi etichettati come BRICS, e cioè dall’economia più promettente del mondo, secondo un personaggio degno della stampa anglo-americana che ha divulgato la buona novella, accolta subito ovunque come una rivelazione geniale lungamente attesa. Per noi è invece soltanto un’altra prova del valore e del livello dell’informazione economica.

Torniamo al tema demografico, a proposito del quale sono opportune alcune riflessioni: 1) le coorti composte dai nati nella prima metà del secolo XX i cui individui sono ancora in vita, sono frutto di una severa selezione naturale dovuta all’assenza di farmaci per la cura di malattie dall’esito infausto e alle condizioni igienico-sanitarie non ideali allora ovunque prevalenti; 2) il crescente uso di sostanze non biodegradabili prodotte dall’uomo si è notevolmente espanso nel corso degli ultimi decenni; 3) le specie vegetali e animali delle quali si nutre l’uomo sono state cresciute e allevate facendo un largo uso di sostanze chimiche (da Justus von Liebig 1803-1873 in poi) derivanti dalla petrolchimica e facendo quindi uso di sostanza organica fossile non assimilabile senza conseguenze dagli organismi viventi. L’intera catena alimentare risulta quindi alterata nei suoi aspetti essenziali, con ormai poche eccezioni. Persino i frutti della pesca in mare e in acque dolci ha queste caratteristiche dovute agli inquinanti versati nelle acque di ogni tipo, comprese quelle provenienti dalla falda acquifera e dalle risorgive, forse domani persino dalle sorgenti.

La crescente diffusione di tumori e leucemie (unite ad alcolismo e tabagismo che non accennano a diminuire) indicano che le cellule del corpo umano sono sempre più influenzate da stili di vita malsani, legati anche all’uso dell’automobile. Non soltanto si diffondono così le neoplasie ma il dilagante fenomeno delle allergie indica che le naturali barriere immunitarie di cui gode la specie umana rivelano una crescente fragilità che si manifesta in modo preoccupante con patologie prima inesistenti o soltanto latenti, come mostra il caso dell’AIDS Acquired Immune Deficiency Syndrome, malattia del sistema immunitario diffusasi a partire dal XX secolo, probabilmente causata dalla mutazione genetica di un virus legato ai primati (SIV) trasformatosi poi in un virus trasmissibile in ambito umano (HIV).

Tenendo conto di questi aspetti della realtà nulla si può affermare circa le prossime tendenze della durata media della vita, e sarebbe imprudente pensare che una tendenza alla crescente longevità sia destinata a durare nel tempo. L’ottimismo in materia sarebbe comunque fuori luogo. Ciò che serve davvero sarebbe una presa di coscienza della necessità di adoperarsi in ogni modo mettendo in atto una serie di azioni concrete dirette a migliorare le condizioni di vita contrastando i fenomeni illustrati dei quali siamo vittime. Le conseguenze sulla durata e la qualità della vita potrebbero essere positive.

Tuttavia è sempre bene non dimenticare che yesterday is history, tomorrow is mystery …

Gianni Fodella

 

Spagna: la corruzione sorella cattiva della liberta’

Spagna: la corruzione
sorella cattiva della libertà

I reggitori del Regno dopo la morte di Franco -i Juan Carlos, i Carlos Arias Navarro, gli Adolfo Suarez, i Manuel Fraga Iribarne, persino i Santiago Carrillo- sbagliarono a consegnare il paese alla democrazia (=oligarchia) dei partiti: lo ha dimostrato il quarantennio che è seguito. Soprattutto lo hanno provato i tredici anni di governo di Felipe Gonzales (1982-96). Ma il malaffare resta.

Era scritto nelle cose che il Craxi andaluso, capo di un partito destinato a raccogliere 10 milioni di voti, avrebbe importato nella politica spagnola i mali della repubblica italiana, la peggiore dell’Occidente. Ma forse nessuno si aspettava in Spagna un trionfo così repentino del malcostume. Forse nessuno prevedeva che i capi del socialismo spagnolo, eredi di un retaggio onorato -un secolo di lotte a favore del popolo, avviate da un Pablo Iglesias che morì in miseria- avrebbero potuto risultare altrettanto ladri quanto i loro maestri italiani.

Felipe Gonzales e i suoi si sono macchiati di una colpa supplementare. Hanno impostato
una gestione cleptocratica del potere che ha inevitabilmente assimilato i loro avversari e successori, i ‘popolari’ (liberal-conservatori) di José Maria Aznar prima, di Manuel Rajoy poi. La parentesi al governo del socialista intellettuale José Luis Rodriguez Zapatero non ha cancellato gli illeciti impostisi coll’avvento del felipismo. Chi oggi scorra la stampa spagnola la troverà quotidianamente punteggiata dai fatti e riverberi delle tangenti e dei favoritismi: forse non sfacciati come nelle prime due legislature ‘democratiche’, però gravi. Alla fine del tredicennio felipista il Psoe si trovò insozzato dagli scandali economici, molti suoi esponenti indagati o processati nella capitale come in Andalusia, in Navarra, nel Paese Vasco, nelle Baleari, in Catalogna, altrove. Nel 1996 solo nella Comunidad Autonoma Valenciana il Psoe non risultava perseguito. Si prese a dire che la corruzione era l’Aids della classe politica spagnola. Di qui la futura affermazione dei sentimenti antipolitici e populistici.

Va detto che Felipe Gonzales, il potente successore alla Moncloa del presidente del governo Leopoldo Calvo Sotelo (figlio del leader monarchico assassinato giorni prima della Guerra Civile), dette indicazioni sui propri stili di gestione e di spesa al momento stesso di insediarsi. Fece sapere che intendeva utilizzare uno staff di duemila e più persone, per non essere da meno di governanti socialisti come Willi Brandt, Bettino Craxi, Francois Mitterrand. Alla fine del suo lungo consolato, Gonzales lasciò ad Aznar una Moncloa di 2300 persone, quasi tutte di sua nomina.
Gli edifici della presidenza erano dodici, per quasi 204 mila metri quadrati costruiti. Non mancava un bunker ipertecnologico che apparve alquanto più imponente delle installazioni di sicurezza della Casa Bianca. Qualcuno ha valutato, magari esagerando, che il grande rifugio fu una realizzazione altrettanto impegnativa quanto il tempio del Valle de los Caidos di Francisco Franco.
A proteggere la Moncloa furono assegnati, oltre ai reparti polizieschi, i paracadutisti della brigata di Alcalà de Henares. Il presidente e i suoi familiari ebbero al loro servizio una dozzina di autisti, con altrettanti veicoli, alcuni dei quali blindati, altri fuoristrada. Nel suo assieme il vertice dello Stato prese a disporre di circa duemila veicoli e di una ventina tra aerei ed elicotteri. Oltre millecinquecento giornalisti fidati, artisti, registi e pubblicitari lavoravano per ministeri ed entità pubbliche. Nei duemila edifici pubblici della capitale non meno di settemila persone godevano di remunerazioni direttoriali o di cospicui contratti di consulenza. Inutile aggiungere che prevalevano le persone di affiliazione socialista.
Gli sprechi e le pletore sono mali antichi di tutte le monarchie. Quella di Franco poté non eccedere, anche perché i suoi primi vent’anni furono famelici; tuttavia essa allargò molto gli interventi della mano pubblica, dunque lo statalismo. Inaspettatamente gli sprechi furono esasperati nell’abbondanza degli anni Ottanta, oltre a tutto ad opera di una classe di governo che si ispirava a un’ideologia di sinistra.

Il saccheggio

Due autori, José Diaz Herrera e Isabel Duran, pubblicarono nel 1996 un libro, “El saqueo de Espana, Ediciones Temas de Hoy, Madrid, che tra il febbraio e l’aprile di quell’anno ebbe undici ristampe. In 605 pagine gli autori dettagliarono con migliaia di nomi la rapina e gli sperperi della gestione Gonzales. Successivamente, tra il novembre 1996 e il gennaio 1997, fecero uscire “Pacto de Silencio, seconda parte de “El Saqueo de Espana”).487 pagine, otto ristampe in otto mesi.

Il secondo libro era sottolineato “La herencia socialista que Aznar oculta”. Herencia significa eredità. Si esponevano ancora i mali della gestione felipista, con in più numerose accuse al primo ministro conservatore Aznar per il fatto di tacere sui comportamenti del predecessore, e ciò per calcolo o per omertà corporativa tra politici. Tra le due opere, 1092 pagine fitte di fatti, nomi, circostanze e soprattutto addebiti.
Un ventennio dopo la pubblicazione, i due libri sono ancora in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura, dello Stato madrileno. In vent’anni la magistratura spagnola e le centinaia di persone accusate o menzionate hanno avuto tutto il tempo per perseguire come calunniatori i due autori Diaz Herrera e Duran, o per esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non congetturare che una parte piccola o grande dei personaggi del felipismo meritassero la gogna?

Nel prologo del primo libro gli autori assimilavano la rapina della fase socialista al ‘Sacco di Roma’ (6 maggio 1527), compiuto dalle truppe spagnole di Carlo V: “Uno de los mas negros episodios de nuestra historia, que llenò de verguenza a la Corte de Carlo V y obligò a la nobleza espanola a pedir (chiedere) perdòn al papa Clemente VII. Casi cinco siglos después, bajo (sotto) el mandato de Felipe Gonzales, el pais se ha visto asaltado par la corrupcion, el amiguismo, los favoritismos y el trafico de influencias. Bajo los gobiernos socialistas Espana ha caido (è caduta) en mano de toda clase de especuladores y delinquentes de cuello blanco (colletti bianchi). Felipe Gonzales lo reconocìa en un miting: “Perderemos las elecciones por la corrupcion”.
Ancora i due autori: “Los socialistas, en su (loro) primera relacion con el poder asumen todos los defectos y ni (nemmeno) una sola de las virtudes de los anteriores gobernantes. El dia en que el Psoe gana las elecciones generales de 1982 un grupo de personas decide dominar los negocios publicos, aduenarse (impadronirsi) de la banca y poner a su servicios las grandes empresas y el conjunto del sistema financiero del pais (…) Todos los escandalos que venian salpicando (punteggiando) la vida politica nacional dan un salto qualitativo que coloca a Espana en los niveles (livelli) mas altos de la corrupcion, muy cerca (vicino) de Mexico, Japan e Italia. Cada dia con un nuevo escandalo que se solapa (accavalla) con el anterior, los hechos (fatti) masgraves estaban aun por descbrirse. El retroceso del felipismo en las elecciones del 3 marzo 1996 apre una nueva etapa. Pero la pirrica victoria del Partido Popular no permite demasiadas (troppe) esperanzas de regeneracion. Secondo gli autori, il salto qualitativo del malaffare si manifesta nel 1995, con la fuga e la cattura di Luis Roldan,direttore generale della Guardia Civil, nonché coll’arresto di Mariano Rubio, governatore del Banco de Espana.
Diaz Herrera e Duran sostengono che verso la fine degli anni Ottanta il partito di Gonzales “impose ai principali banchieri e imprenditori del paese una taglia: con ciò convertendo il meccanismo della democrazia in una cleptocrazia organizzata. Ai capi dell’economia (l’edilizia in particolare) non fu lasciata scelta: o pagare tangenti agli ‘esattori’ socialisti, o subire vendette. Risultato, il Psoe, forte di un netto vantaggio competitivo rispetto agli altri partiti, ottenne per una terza volta la maggioranza assoluta. Però fu l’ultima volta”.

Un ventennio dopo i due libri sono sempre in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura (dello Stato madrileno). In vent’anni ha avuto il tempo :per perseguire come calunniatori gli autori Diaz e Duran. Soprattutto i calunniati hanno potuto querelare ed esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non inferire che una parte piccola o grande dei personaggi felipisti meritassero la gogna?
Nel prologo del primo libro si assimilava la rapina felipista al Sacco di Roma (6 maggio 1527 da parte degli spagnoli di Carlo V: “Uno de los mas negros episodios de nuestra historia, que llenò de verguenza (coprì di verlgogna) a la Corte de Carlos V Y obligò a la nobleza (nobiltà) espanola a pedir (chiedere) perdon al papa Clemente VII. Casi cinco siglos después,bajo (sotto) el mandato de Felipe Gonzales, el pais se ha visto asaltado par la corrupcion, el amiguismo, los favoritismos y el trafico de influencias. Espana ha caido en manos de toda clase de especuladores y delinquentes de cuello blanco (colletti bianchi). Felipe Gonzales lo reconocia en un miting (meeting): “Perderemos las elecciones del 3 de marzo por la corruption”.
Ancora gli autori: “Los socialistas nel poder asumen todos los defectos y ni una sola de las virtudes de los anteriores gobernantes. El dia que el Psoe gana las elecciones generales de 1982 un grupo de personas decide dominar las arcas del Estado, colocar bajo (sotto) su control los negocios publicos, aduenarse (impadronirsi) de la banca y poner a su servicio las grandes empresas y el conjunto del sistema financiero del pais”.
Un ventennio dopo i due libri sono sempre in catalogo presso la biblioteca milanese dell’Istituto spagnolo di cultura (dello Stato madrileno). In vent’anni ha avuto il tempo per perseguire come calunniatori gli autori Diaz e Duran. Soprattutto i calunniati hanno potuto querelare ed esigere il ritiro dei volumi dalle biblioteche ufficiali. Come non inferire che una parte piccola o grande dei personaggi felipisti meritassero la gogna?
“El retroceso del felipismo en las elecciones del 3 marzo 1996 apre una nueva etapa. Pero la pirrica victoria del Partido popular no permite demasiadas (troppe) esperanzas de regeneracion del paese”.
Secondo gli autori, il salto qualitativo del malaffare si manifesta nel 1995, con la fuga e la cattura di Luis Roldan, direttore generale della Guardia Civil, e coll’arresto di Mariano Rubio, governatore del Banco de Espana. Quell’anno vengono svelati i tentativi di ricattare il Re: si fanno i nomi dell’affarista Javier de la Rosa, del banchiere Mario Conde, di Alfonso Guerra, vice segretario del Psoe.

Diaz Herrera e Duran sostengono che verso la fine degli anni Ottanta il partito socialista “impose alle banche e imprese principali una taglia, con ciò convertendo il meccanismo della democrazia in una cleptocrazia organizzata. “ Risultato, il Psoe, forte di un vantaggio competitivo rispetto agli altri partiti, ottenne per la terza volta la maggioranza assoluta alle elezioni. Però fu l’ultima volta. Le tangenti, le estorsioni, la sistematica rapina della ricchezza pubblica tolsero l’onore al partito dei lavoratori. E inchieste della magistratura portarono a processo 32 affaristi e esponenti del Psoe, su 39 indagati. Dopo un decennio di controllo assoluto del potere il partito di Gonzales andò alla sbarra. Imputati morali Felipe Gonzales e Alfonso Guerra. Ai capi dell’imprenditoria -l’edilizia e i lavori pubblici in particolare- e della finanza non era stata lasciata scelta: o pagare tangenti o subire le vendette del regime felipista.

Il cosiddetto “caso Filesa”, considerato in Spagna la madre di tutti gli scandali, venne alla luce nel maggio 1991. Risultò che Filesa, rete di una cinquantina di imprese (alcune delle quali ‘fantasma’) facenti capo al vertice Psoe, commetteva in Spagna gli stessi illeciti che in Francia avevano finanziato la campagna per l’Eliseo di Mitterrand e che in Italia arricchivano il partito di Bettino Craxi. Invece in Germania la SPD di Willi Brandt si sosteneva attraverso imprese in attivo.

Nel dicembre 1992 la polizia giudiziaria spagnola confiscò nella sede spagnola della Siemens, sulla madrilena calle Orense, i documenti delle somme pagate dal gigante tedesco al Psoe per farsi aggiudicare opere di elettrificazione della linea ad alta velocità Madrid-Siviglia. Il punto culminante delle inchieste sulla corruzione venne nel dicembre 1992, quando la magistratura ordinò il sequestro di carte della sede centrale del Banco di Spagna. Mai dalla transizione alla democrazia c’era stato un provvedimento così drastico. Presto fu provato che soprattutto il Psoe, ma anche altre formazioni, piegavano ai propri fini le istituzioni dello Stato e trasformavano i concorsi e le gare d’appalto in strumenti di ladrocinio organizzato.
Questo divenne in particolare il tallone d’Achille del Psoe: fu travolto alle elezioni generali del 1996. Il partito risultava colpito da ventitre procedimenti per corruzione. La forza politica più brillante della transizione dal franchismo era stata snaturata dalla corruzione ed ora pagava duramente. “I socialisti sono in caduta libera” ha scritto nell’ottobre 2016 “El Pais”, principale tra i giornali loro sostenitori. “Negli anni Ottanta il PSOE sfiorava il 50% dei consensi: adesso si ferma al 22%. I socialisti vanno male anche nel resto d’Europa, ma in Spagna peggio.”

Buon amico e alleato di Gonzales era Bettino Craxi, che per sfuggire agli ordini di cattura dei giudici di Mani Pulite si rifugiò nella propria villa di Hammamet, in Tunisia). In quella villa Felipe Gonzales e famiglia furono ospitati nel 1984. E’ noto che le sentenze dei tribunali troncarono le carriere di altri esponenti di vertice del partito socialista italiano, modello dell’omologo spagnolo: in primis Gianni De Michelis, Claudio Martelli , Paolo Pillitteri.

I meccanismi del ladrocinio partitico
In Spagna come in Italia, in Messico ein ogni altro paese a forte corruzione della vita pubblica è la norma che amici, parenti e favoriti dei capi del regime utilizzino innumerevoli possibilità di arricchirsi. Si danno settori e livelli privilegiati per l’arricchimento personale come per il finanziamento della carriera e delle elezioni: le opere pubbliche, le commesse dello Stato, delle Regioni e degli enti locali, i programmi internazionali d’assistenza, gli interventi d’emergenza; più ancora le licenze edilizie, le urbanizzazioni, le deroghe ai piani regolatori, la sanità, le forniture.
In realtà è l’intera esistenza, è l’assieme della spesa pubblica dei paesi demo-plutocratici che si offre al taglieggiamento delle tangenti e delle altre forme di corruzione. L’etica dei paesi più corrotti è sfacciatamente violata dall’endogamia tra politici, intellettuali di partito, imprenditori, manager, professionisti. In Spagna i fatti del quarantennio seguito alla morte di Francisco Franco non lasciano dubbi: col crescere della prosperità capitalistica il paese si è unito alla pattuglia di testa della corruzione. Essa diventa tanto più corrotta quanto più si ingigantiscono le risorse gestite dalla mano pubblica.
Si può naturalmente sostenere che fatti -meno gravi- di favoritismi e di tangenti esistevano anche nel regime franchista. Tuttavia per il carattere autoritario e poliziesco di quel regime noi conosciamo poco i fatti; dobbiamo attendere che li trovi la ricerca storica. Al contrario le realtà della democrazia/oligarchia e della collusione con gli interessi plutocratici sono sufficientemente conosciute per poterle affermare malate.
Morto Franco non bisognava consegnare la Spagna alle urne, cioè ai partiti. Oggi non si dà prospettiva di salvezza che prescinda dallo smantellamento puro e semplice delle istituzioni cleptocratiche.
amc

A CHE SERVE LA POLITICA ECONOMICA INTERNAZIONALE?

Dopo i ripetuti tentativi di dirlo nelle pagine precedenti, si potrebbe concludere almeno provvisoriamente (tenendo conto che nulla dura di più del provvisorio) che la politica economica internazionale riguarda gli Stati, e anche se di questa impostazione non si può fare a meno, il vero e sostanziale risultato al quale deve tendere ogni azione di politica economica non può che essere il bene degli individui, delle famiglie e delle imprese.
Le collettività umane si sono raggruppate nel passato in vari modi: intorno a un capo il cui potere era conferito direttamente dalla comunità, oppure era ereditario, oppure era esercitato da una autorità religiosa che assommava in sé le credenze ed esprimeva l’autorità nel nome della divinità, e che in qualche modo governava i cuori e le menti degli uomini. Questi capi non sono sempre stati degni della carica ricoperta e spesso hanno agito per favorire sé stessi e i loro accoliti e sodali, parenti e amici della loro ristretta cerchia. Ma tanto più piccola era la dimensione della popolazione del loro dominio, tanto maggiore era in qualche modo possibile la conoscenza di ciò che davvero accadeva entro i suoi confini; quindi la comunità poteva esercitare un certo controllo su chi era deputato a governarla e trarne le debite conseguenze per agire, cercando di cambiare le cose se necessario.
Anche i governi di questi piccoli Stati hanno talvolta arrecato danni al loro popolo e spesso anche ad altri popoli, essendo gli umani caratterizzati dall’essere una specie zoologica predatrice gregaria, come lupi e iene. Abbiamo in più abitudini alimentari onnivore e la capacità (in ciò siamo unici tra le specie viventi) di commettere crimini efferati. Tuttavia la dimensione di questi danni era proporzionata alla scala del luogo degli accadimenti, al numero degli individui coinvolti e alla tecnologia in uso. Grazie al progresso tecnologico, il passaggio dalle armi bianche a quelle da fuoco sempre più micidiali, contribuiva poi a ingigantire le conseguenze negative dei conflitti.
Col trascorrere degli anni le comunità soggette a un capo si sono estese per territorio e popolazione con conseguenze sempre più gravi per il genere umano e sempre più a beneficio dei capi cui erano soggette, qualunque fosse la forma di governo assunta. Si veda in proposito il brano seguente tratto dall’opera Della tirannide di Vittorio Alfieri 1749-1803:
Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.
Oggi sappiamo che esistono forme di tirannide – come quella esercitata dal potere economico e finanziario incontrollato di cui siamo divenuti vittime e dalle burocrazie sovranazionali che tutto decidono per noi come quelle del Fondo Monetario Internazionale o della Commissione Europea dell’UE o della BCE Banca Centrale Europea – che non esistevano ai tempi dell’Alfieri, ma che sono comunque riconducibili alla sua classificazione in categorie. Possono cambiare i mezzi attraverso i quali esercitare il potere a proprio beneficio, ma ciò che anima questa volontà è insito nella natura umana nella sua accezione peggiore.
Contrariamente a quanto normalmente si pensi e si dica, la natura umana è soggetta agli istinti più che alla ragione, e soltanto in parte modestissima questi sono controllati negli effetti più distruttivi per la comunità da norme e regole sociali che, quando pienamente condivise e osservate, paiono aver mutato in senso positivo ciò che sembrava immutabile. Ma anche piccoli sconvolgimenti dell’ordine sociale possono far dimenticare all’umanità quanto di buono era stato conquistato con le istituzioni più appropriate.
I conflitti tra piccole comunità arrecavano lutti e rovine ai popoli coinvolti, i danni erano tuttavia limitati dal numero degli individui e dalle condizioni delle tecnologie belliche portatrici di morte e distruzione allora disponibili. Questa situazione è andata costantemente peggiorando con il progredire delle tecnologie civili (navi a vapore e ferrovie, veicoli a motore e strade, progressi nella chimica, nella fisica, nella metallurgia) e soprattutto militari (armi da fuoco ed esplosivi fino alle armi chimiche e batteriologiche, alla bomba atomica e all’idrogeno) e ha raggiunto il suo acme con le cosiddette guerre mondiali, scatenate per volontà di dominio, cupidigia e dissidi tra i despoti e le famiglie che comandavano gli imperi e le repubbliche. Questi dissidi potevano sembrare di natura religiosa o ideologica e, nel nome di queste, i popoli impotenti e indifesi venivano condotti al macello da chi, al sicuro, li comandava e ne indirizzava per ambizione personale la forza bruta e la violenza suscitata dai germi di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo inoculati nei più per la sete di dominio dei pochi.
La scienza e la tecnica – universalmente considerate doni scaturenti dall’intelligenza umana, venerate come di origine divina – facevano ampliare le conoscenze e davano origine a tecnologie prima inesistenti, ma quasi sempre a discapito dei veri interessi e della serenità del genere umano, dato che sfortunatamente poche di queste tecnologie rendevano gli uomini meno privi di ciò che serve davvero a condurre una vita per quanto possibile confortevole e sana. Così, grazie a scoperte e invenzioni, la capacità distruttiva dell’uomo si è ampliata a dismisura arrecando ferite sempre più irreparabili alla Natura dalla quale soltanto nasce la vita in tutte le sue forme e i beni di cui si serve l’uomo per vivere.
Dobbiamo riconoscere che la comunità degli scienziati, e soprattutto quella dei governanti, sembra aver dedicato ben poche attenzioni alla vita dei più se acqua potabile e cibo adeguato non sono disponibili oggi in misura sufficiente per centinaia di milioni di persone. Non dovrebbero essere queste le priorità alle quali indirizzare pensieri e sforzi da parte di chi ha una più alta responsabilità sociale?
Per contro una piccola parte di governanti – coadiuvati per gli aspetti tecnici da sapienti privi di saggezza e moralità (troppi sono gli esempi ai quali attingere: da chi ha studiato come costruire le camere a gas a chi ha progettato la bomba atomica o si è arricchito con la dinamite) – è ora più che mai in grado di arrecare offesa e morte agli umani appartenenti a culture diverse e perciò caratterizzati da lingue, abitudini e stili di vita differenti, e talvolta reciprocamente inintelligibili, decretandone nei fatti l’inferiorità e la scomparsa.
Anziché generare interesse come sarebbe in linea con la naturale curiosità dell’uomo, queste differenze – in chi è preda di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo – suscitano sentimenti di repulsione, sono sfruttati per dividere e suscitare ostilità, causare conflitti funzionali agli interessi di pochi. La guerra – ma anche soltanto il timore della guerra – porta l’economia di un Paese a crescere, ma a favore di chi fabbrica le armi o ricostruisce ciò che è andato distrutto, usando come carburante esseri umani immolati, sacrificati nel nome della patria e dell’ideologia totalizzante che li ha travolti per interessi a loro estranei e contrari a una vita pacifica alla quale tutti aspirano.
Che fare per migliorare la situazione e lenire i guasti dell’agire umano perverso (quello di pochi potenti) in modo da rendere le condizioni di vita più tollerabili per tutti? Per rispondere abbiamo bisogno di pensare di più, di informarci di meno, di riflettere per davvero sui problemi che ci assillano come membri della società umana.

Tratto dal libro pubblicato il 16 dicembre 2016: Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, seconda edizione riveduta e corretta 2016

L’ULTIMA VOLTA CHE L’AMERICA HA CREDUTO NELLE PRESIDENZIALI

Mai nella storia dell’impostura democratica (=della favola secondo cui il popolo è sovrano nelle urne) è stato possibile conoscere l’esito long term di un voto, con la certezza di quest’ultima settimana di campagna per la Casa Bianca. E’ al di là di ogni dubbio: l’8 Novembre 2016 ha fatto trionfare il peggiore dei contendenti e la peggiore delle politiche. Tra la candidata di duecentocinquant’anni di consorteria di potere (nonché di cento anni di senescenza accelerata del sistema) da una parte, e il candidato dell’American Rifle Association dall’altra, il meno peggio non era possibile: non esisteva. Lo dicevano esistente e benemerito solo i megafoni del pensiero unico continuista, capeggiati dall’imbonitore Barack Obama.

La vigilia dell’8 novembre ha trasformato in certezza, greve come pesante platino, il sentimento che la giovinezza e la creatività dell’America sono finite. Finite a partire da un secolo fa, quando l’adolescente Repubblica delle foreste e delle praterie fu fatta mutare geneticamente in peso massimo diplomatico-militare. Il manipolatore fu Woodrow Wilson (si veda l’e-book “Casi di Tre Imperi”, Internauta-online, 2016, alla sezione ‘La Giovinezza dell’America spenta un secolo fa). Wilson signoreggiò la catastrofica pace di Versaglia, fu il demiurgo di fallimenti gravi (Società delle Nazioni/ONU), dette alla luce feti morti (Jugoslavia, Cecoslovacchia), fece partire la reazione atomica cui si deve -oltre alla successione di sciagure belliche voluta da Franklin Delano Roosevelt, Kennedy, Johnson, Nixon, G W Bush, Obama- la degenerazione dell’America nel monstruum del più aggressivo capital-consumismo.

Volendo permettersi la scelta tra due gaglioffi estremi, gli USA avrebbero potuto risparmiarsi una ripugnante campagna elettorale da almeno due miliardi di dollari. Avrebbero potuto mettere in un cappello i nomi di un tot di malfattori di grosso calibro e farne estrarre uno da un bambino bendato.
Veniamo allora allo storico insegnamento del 2016. Stomacando il mondo, facendo giganteggiare la spregevolezza di un congegno di selezione dominato da forze deteriori, di fatto l’America ha annunciato il momento di passare dalle elezioni al sorteggio: dalla democrazia oligarchica (oligarchia dei peggiori) alla randomcrazia. Se è dimostrato che i miliardi e le canagliate dei ‘Due del 2016ì non erano necessarie al fine di identificare il Poco di Buono-in Chief, in avvenire basterà estrarlo a sorte, negli USA come dovunque. Estrarlo a sorte tra i segmenti sociali desiderati: sommi bricconi come quest’anno, sommi gestori, sommi avvocati, sommi operatori del male, farabutti. Però ai malvagi si potranno preferire gli oggettivamente buoni: creatori di valori, scienziati meritatamente Nobel, filantropi in grande, perfino eroi della carità.
Nessuno espresso dal sorteggio, negli USA o altrove, potrà fare peggio dei parlamentari e degli altri politicastri premiati dalle urne. E se innocui risulteranno i prescelti dal sorteggio per la Casa Bianca, necessariamente più innocui saranno i sorteggiati a condurre un municipio o un’azienda sanitaria. Beninteso, innocui solo se sorteggiati per turni brevissimi; se facilmente revocabili; se permanentemente sottoposti a organismi di controllo e a ‘giunte di sospetto’ : gli uni e le altre estratti a sorte tra persone in qualsiasi modo qualificate (piuttosto che titolari di un’inutile scheda elettorale). Il suffragio universale che abbiamo è pessimo, inutile alle plebi che voleva aiutare: i divari sociali si vanno allargando implacabilmente.
Del resto le molte centinaia di milioni di computer fanno già potenzialmente il Nuovo Suffragio Universale, il nuovo Popolo, la nuova Polis. Forse la parte più anziana e più incolta dei ceti inferiori dovrà lasciar fare a figli e a nipoti alfabetizzati al mouse e alla telematica: ma niente di male. Ora che anche le operaie delle filande lavorano ‘computer assisted’, esse come ogni altro ceto svantaggiato potranno tutelarsi da sé in termini di democrazia semi-diretta, con ben più vantaggio che spogliandosi di sovranità a vantaggio di politicanti e di sindacalisti (tanto più in quanto questi ultimi si troveranno progressivamente sdentati: la globalizzazione finirà col liquidare gli scioperi, sola arma del labour organizzato).

Se l’8 novembre l’orrido giano bifronte Clinton/Trump ha aperto l’era della liberazione dall’ oligarchia, così come 500 anni fa Lutero liberò il mondo germanico dalle infamie romane, dovremo esultare come Ulrico di Hutten, cavaliere e poeta della Riforma: “E’ di nuovo bello vivere!”.
AMC

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE?
di Gianni Fodella

A giudicare da quanto è accaduto nella composizione del debito pubblico italiano nella prima metà dell’ottobre 2016, sarebbe lecito chiedersi ancora una volta nell’interesse di chi operi il Tesoro del Paese chiamato Italia.
Nel mercato secondario dei 72 Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) oggi in essere se ne trova uno di durata cinquantennale, il BTP 1 marzo 2067 al 2,80% emesso a 99,194 all’inizio di ottobre e che nel mercato secondario era quotato 96,9 il 14 ottobre, 95 tondo il 17 ottobre e 90,9 il 28 ottobre 2016.
L’importo dell’emissione annunciata in settembre è stato di 5 miliardi di euro, e non è bastato a soddisfare le prenotazioni che ammontavano a ben 18,5 miliardi. Per collocare questo BTP il Tesoro ha affidato l’operazione a un gruppo di istituzioni finanziarie soprattutto internazionali tra le quali figurano in posizione preminente Goldman Sachs e JpMorgan.
Il primo quesito che dobbiamo porci riguarda quindi la ratio, la ragionevolezza, l’opportunità di questo modo di agire, che può indicare come il Tesoro non sia in grado di collocare questo BTP tramite le istituzioni italiane, e come non pensi ai cittadini italiani quali naturali sottoscrittori del debito pubblico del proprio Paese. Invece dovrebbe, se non altro per risparmiare sul servizio del debito, dato che incamerando l’erario il 12,50% di imposta cedolare secca, l’esborso per interessi diventa del 2,45% e non del 2,80%, come accadrebbe nel caso l’acquirente cadesse sotto una differente giurisdizione tributaria. A questo notevole beneficio per il Paese se ne aggiungerebbe un altro non trascurabile: gli interessi pagati agli italiani si tradurrebbero in una accresciuta domanda aggregata per beni e servizi e in risparmio che potrebbe essere destinato all’acquisto di nuovi BTP.
Tenendo conto dei fatti si può poi osservare che in generale le istituzioni straniere comprano questi titoli per usarli in modo speculativo (anche se non sono le sole), provocando una alta “volatilità” di questi titoli che a sua volta genera – circa il sistema economico italiano e la gestione del suo debito pubblico – un’impressione di intrinseca instabilità in realtà provocata dall’esterno, alla quale contribuiscono pesantemente i giudizi delle Rating Agencies. Queste agenzie di valutazione emettono quasi sempre dei verdetti superficiali, spesso infondati e talvolta espressi per motivi dettati dagli interessi delle grandi società finanziarie loro azioniste. A ciò si aggiunga l’atteggiamento poco benevolo nei confronti degli italiani da parte della stampa internazionale, soprattutto anglosassone, generalmente considerata “autorevole e neutrale” ma che in realtà si adegua alle direttive della proprietà o dei loro fiancheggiatori per ragioni di puro interesse di parte.
Alla diffusa opinione negativa sull’Italia (infondata quando si consideri l’insieme della sua popolazione, distinta quindi dai Governi che solitamente la meritano), fa da contraltare l’aura luminosa che circonda la Germania, un Paese che gode di una grande reputazione di serietà e determinazione nel rispettare le regole, nel tener fede alla parola data e agli obblighi sottoscritti. Questa benevola e positiva opinione sulla Germania non tiene tuttavia minimamente conto della realtà e di alcuni accadimenti concreti del passato e del presente che stanno sotto gli occhi di tutti coloro che volessero aprirli, anche per ricordare ciò che non si può dimenticare.
Ora che è la prima potenza economica d’Europa, la Germania ci sta nuovamente trascinando nel baratro, anche grazie all’operato della Commissione Europea sempre più incline a proporre ai governi dei Paesi membri dell’UE linee di condotta assurdamente rigide ma tese a realizzare le politiche economiche e sociali volute dai potentati economici e accettate da governi disattenti o complici.
Tradotte in “riforme” queste linee di condotta hanno finito per impoverirci. Inaridendo la nostra enorme capacità di risparmio (tradizionalmente seconda soltanto al Giappone), causando con le politiche dettate dalla Germania la disoccupazione della nostra forza lavoro e facendo così diminuire la domanda aggregata che danneggia anche sé stessa, dato che finirà per avere un effetto negativo sulla nostra domanda di prodotti tedeschi. I titoli del debito pubblico tedesco (Bund) comprati in abbondanza dagli italiani ignari e creduloni permettono alla Germania di finanziare la mano pubblica a costo zero e di pavoneggiarsi per l’aiuto dato alla Grecia in verità con i frutti del nostro risparmio.
Ma entriamo ora nei dettagli. Se passiamo in rassegna i titoli emessi dal Tesoro di vari Paesi che ci sono vicini per condizioni economiche, non possiamo fare a meno di notare delle discrepanze che si risolvono sempre in un vero e proprio danno per i nostri concittadini e per il Tesoro italiano.
Esaminiamo alcuni buoni del Tesoro trentennali a tasso fisso dai rendimenti compresi tra il 2% e il 3,75% e che verranno rimborsati tra il 2042 e il 2047 (in parentesi indichiamo la quotazione di borsa al 21 ottobre 2016 e la valutazione della rating agency Standard & Poor’s sull’affidabilità del Paese debitore) emessi in questi ultimi anni dai governi di:
Irlanda 2045 al 2% (115 A+)
Germania 2044 al 2,50% (150 AAA)
Germania 2046 al 2,50% (152 AAA)
Italia 2047 al 2,70% (105 BBB-)
Paesi Bassi 2047 al 2,75% (157 AAA)
Austria 2012-2044 al 3,15% (156 AA+)
Germania 2012-2042 al 3,25% (165 AAA)
Francia 2045 al 3,25% (151 AA)
Italia 2046 al 3,25% (117 BBB-)
Regno Unito 2044 al 3,25% (132 AA)
Belgio 2013-2045 al 3,75% (165 AA).
Salta subito all’occhio che, pur essendo durata e tassi analoghi, i valori più bassi per quelli che rendono tra il 2 e il 3% sono quelli italiani: il BTP 2047 al 2,70% costa 105; quelli della Germania 2044 e 2046 entrambi al 2,50% sono quotati rispettivamente 150 e 152; quello dei Paesi Bassi al 2,75% costa 157 e persino quello al 2% dell’Irlanda 2045 quota 115. Analogamente per i titoli che rendono il 3,25%: il corso più basso è quello del BTP italiano (117) seguito da Regno Unito (132), Francia (151) e Germania (165). Davvero sorprendente è il fatto che a parità di rendimento vi sia una differenza di prezzo così enorme. Evidentemente conta molto – o forse soltanto – il giudizio di una società privata (S&P) della quale sono azionisti le maggiori società finanziarie americane e che guida il mercato secondo i desideri di chi detta i comportamenti e ha un considerevole potere che può esercitare senza esporsi a sgradevoli sorprese.
Negli ambienti finanziari si afferma che la durata, essendo direttamente correlata al rischio, abbia una forte influenza sulle quotazioni nel mercato secondario dei titoli del debito pubblico. Sarà vero? A giudicare dal caso tedesco indicato sopra accade il contrario: il titolo tedesco al 2044 costa 150 e quello al 2046 costa 152. Se poi consideriamo il caso di quei titoli del debito pubblico con scadenza a cinquanta e più anni vediamo che vi sono in circolazione da qualche tempo (nell’area euro e non), titoli della durata di mezzo secolo (e anche di più) che hanno avuto un’ottima accoglienza e che godono di quotazioni estremamente interessanti. Ecco alcuni esempi di titoli pubblici con scadenze comprese tra il 2055 e il 2068, indicando in ordine alfabetico i sei Paesi emittenti considerati:
AUSTRIA emesso nel 2012 al 3,80% scadenza 2062, venduto all’asta a 204, 09 e quotato 190,1 l’11 ottobre 2016;
BELGIO 2016-2066 al 2,15% venduto all’asta a 130,90 l’1 agosto 2016 e quotato 120,65 l’11 ottobre 2016;
FRANCIA 2055 al 4% emesso a 95,632 e quotato 192;
FRANCIA 2060 al 4% emesso a 96,34 e quotato 187,86 il 6-X-2016;
ITALIA 2067 al 2,80% emesso a 99,194 e quotato 90,90 il 28-X-2016;
REGNO UNITO (UK TREASURY) denominati in sterline
2013-2068 al 3,50% emesso a 96,426 quotato 164,78;
al 4% scadenza 22-1-2060 emesso a 96,258 quotato 174,36;
2005-2055 al 4,25% quotato 175,23;
SPAGNA al 4% scadenza 31-X-2064 emesso a 99,602 quotato 133,38.
Anche per questi titoli, che vanno oltre la speranza di vita della maggioranza di coloro che sono ora adulti, il Buono del Tesoro Poliennale 2067 al 2,80% ha la quotazione di quasi 9 punti sotto la pari, ma è uno dei più interessanti sotto il profilo dell’investimento, come si vede nell’elenco e nei rendimenti dei 72 BTP in essere che si trova in http://www.rendimentibtp.it/quotazione-btp. Eppure questo BTP è preceduto nella quotazione dal Belgio il cui titolo al 2066 – sebbene renda soltanto il 2,15% – era quotato 14 punti sopra la pari il 28 ottobre. Si può infine osservare che tra i titoli cinquantennali al 4% la quotazione più bassa è quella della Spagna, penalizzata dal giudizio di S&P con BBB+, comunque più benevolo di quello riservato all’Italia: BBB-.
Per chi governa la finanza mondiale a proprio beneficio col manipolare i giudizi per poi agire di conseguenza e facendo credere ciò che più conviene, è evidente che i tanto decantati “fondamentali” (fundamentals) che dovrebbero essere alla base dei giudizi sul sistema macro economico di un Paese, sono irrilevanti frottole ad uso degli incompetenti (che siamo noi cittadini it’s the economy, stupid) e dei collusi con il vero potere finanziario, quello in grado di mettere i suoi uomini chiave nelle maggiori istituzioni politiche ed economiche internazionali, e in quelle di qualsiasi Paese.
V’è dunque da chiedersi in nome di cosa il Tesoro italiano compri a caro prezzo da Standard & Poor’s giudizi di affidabilità sul nostro Paese che si rivelano sempre ingiustamente lesivi. Conferendo questo incarico il governo italiano appoggia di fatto chi contribuisce indirettamente alla speculazione finanziaria su scala mondiale che ha sovente per oggetto i nostri BTP. A ciò si aggiunga, per le imprese finanziarie coinvolte, il beneficio di godere di una buona remunerazione per l’onere di “piazzare” i nostri titoli pubblici. Emblematico è il caso già citato concernente il BTP 2067 al 2,80% che non è stato venduto all’asta, ma gestito su mandato del Tesoro italiano da una cordata di istituzioni capeggiata da Goldman Sachs e JpMorgan.
Standard & Poor’s è nata nel 1941 e quasi nessuno al di fuori degli Stati Uniti si era mai accorto della sua esistenza prima che la finanza mondiale cominciasse ad avvantaggiarsi della libera circolazione dei capitali, e che gli istituti di credito cessassero di dividersi in banche di credito ordinario (commercial banks) e banche d’affari (investment banks) come era accaduto in seguito agli eventi finanziari sfociati nella Grande crisi (Great Crash) del 1929 e che negli Stati Uniti diedero origine al Glass-Steagall Act (1933) e in Italia alla Legge bancaria (1936). Grazie alle modifiche apportate alla normativa durante la presidenza Clinton (1993-2001) – su pressione delle lobby finanziarie – le istituzioni creditizie tornarono ad essere banche miste, quindi con le stesse caratteristiche che avevano portato alle sofferenze e privazioni di milioni di individui rimasti senza lavoro a causa del disastro generato da Wall Street e tradottosi poi nella Grande depressione. Sui costi umani di questo immane disastro varrebbe la pena rileggere The Grapes of Wreath (in italiano Furore) del 1939, scritto da John Steinbeck. Dalla Great Depression gli Stati Uniti uscirono soltanto grazie ai “benefici effetti” della seconda guerra mondiale.
Così, invece di dedicarsi come prima della guerra alla loro funzione tradizionale di raccolta del risparmio e della sua erogazione mediante il credito a famiglie e imprese per le loro esigenze, le banche ricominciarono a spingere i depositanti loro clienti verso il mercato finanziario convincendoli a comprare azioni e obbligazioni di ogni tipo, incluse le proprie.
Questa situazione “nuova” dal sapore antico, poteva apparire più conveniente in termini di profitti aziendali ma le banche, trasformate in rivendite al dettaglio di carta finanziaria e inaridito in buona parte il flusso dei depositi, non furono più in grado di svolgere bene le funzioni per le quali erano nate. Così il danno per l’economia reale divenne sempre più grande. Si veda in proposito il magistrale saggio Il colpo di Stato di banchieri e governi (Einaudi, Torino 2013) di Luciano Gallino.
Esaminiamo ora alcuni fatti concreti relativi alla solidità economica del sistema che poggia sulle imprese italiane e sulla loro competitività. Circa la fragilità del sistema economico italiano si può osservare che l’Italia come Paese industriale manifatturiero si colloca in Europa, in base ai dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI o IMF), subito dopo il sistema economico tedesco e ben prima di quelli di Francia, Regno Unito e Russia.
Negli anni tra il 2012 e il 2015 la bilancia commerciale dell’Italia è sempre stata attiva, così come quelle di Cina, Corea, Germania, Paesi Bassi, Russia, Svizzera, Taiwan; a differenza di quanto è accaduto per Canada, Giappone, India, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Turchia le bilance commerciali dei quali hanno sempre segnato un disavanzo.
I primi dieci Paesi esportatori del mondo sono stati nel 2015 (qui ordinati secondo l’ammontare delle esportazioni): Cina, Stati Uniti, Germania, Giappone, Corea, Francia, Paesi Bassi, Hong Kong, Italia, Regno Unito; insieme essi hanno rappresentato il 52,43% delle esportazioni mondiali.
Circa la competitività a livello mondiale delle imprese manifatturiere italiane potrebbero bastare alcuni dati che i governi italiani succedutisi nel tempo non sembrano avere pienamente compreso, e che non sono comunque mai stati in grado di far conoscere. Forse perché i politici leggono soltanto i giornali (scritti dalle agenzie di stampa e da giornalisti quasi mai competenti in materia, oppure collusi con chi intende denigrare il sistema produttivo italiano) che consapevolmente o meno fanno il gioco della stampa anglosassone, ritenuta “seria” ma a sua volta guidata dalle imprese multinazionali e dalla finanza internazionale che hanno in mano i governi di Stati Uniti e Inghilterra (che sono sempre stati soltanto dei comitati d’affari), nonché dei loro satelliti, e tra questi – forse il più obbediente e soggetto – il governo italiano.
Come ci ricorda Marco Fortis (Marco Fortis e Alberto Quadrio Curzio L’Europa tra ripresa e squilibri il Mulino, Bologna 2014) la manifattura italiana è la seconda d’Europa e la quinta del mondo per valore aggiunto, preceduta soltanto da Cina, Germania, Giappone e Stati Uniti, anche se, con l’impetuosa ascesa della Corea, siamo di recente retrocessi al sesto posto come Paese manifatturiero. Quello che più ha sofferto – a causa della crisi innescata nell’autunno 2006 dai mutui subprime negli Stati Uniti e proseguita con effetti devastanti sull’economia reale a partire dall’autunno del 2008 (si veda in proposito I padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni di Luca Ciarrocca, Chiarelettere, Milano 2013) – è il mercato interno italiano dove la domanda di manufatti è precipitata a causa delle prospettive sempre più incerte per le imprese italiane costrette a licenziare. La crescente disoccupazione ha fatto ristagnare e poi diminuire la domanda aggregata all’interno del Paese con gravi conseguenze per le imprese di ogni tipo e, riflettendosi anche sul gettito fiscale che è andato diminuendo, ha impedito di ridurre il debito pubblico come sarebbe stato possibile fare senza incidere sulla spesa sociale.
Anche se al debito pubblico italiano contribuiscono pesantemente gli errori di politica economica dei governi nazionali e locali che lo sprecano in vari modi per incompetenza o lo sperperano per ragioni clientelari – oltre che a causa della corruzione/concussione dei funzionari preposti alla spesa e ai loro interlocutori che ne beneficiano – non vi è dubbio che al concetto di debito pubblico dovrebbe accompagnarsi un atteggiamento fortemente positivo, e ciò per ragioni di grande importanza non soltanto economica.
Infatti, le esigenze di spesa della mano pubblica per migliorare le condizioni economico-sociali dei cittadini, possono essere coperte soltanto in due modi: aumentando la pressione fiscale oppure ricorrendo all’indebitamento. Contribuendo volontariamente alle esigenze di spesa, l’acquirente dei titoli pubblici contribuisce ad evitare che la pressione fiscale per famiglie ed imprese aumenti, arrecando così un beneficio diretto alla collettività. Inoltre, i titoli acquistati divengono parte del patrimonio di individui e istituzioni. Se i titoli sono tutti sottoscritti dai soggetti residenti nel Paese vi è una perfetta identità quantitativa tra il debito pubblico nazionale e la ricchezza privata dei cittadini. Tenendo presente questi fatti concreti diviene insensato e privo di ogni significato logico il lamento che secondo molti (per ignoranza o dolo) dovrebbe levarsi dai “giovani” che saranno costretti a ripagare il debito pubblico che non hanno contribuito a creare.
Perché allora un sistema economico come quello italiano che ha dei solidissimi fondamenti non riscuote la fiducia che meriterebbe? Non siamo veramente in grado di dirlo, ma nelle poche righe che precedono ci abbiamo provato.

Gianni Fodella

L’EROISMO DI SAVONAROLA NEL NOSTRO FUTURO

L’eroismo di Savonarola
nel nostro futuro

Il supplizio di fra’ Girolamo Savonarola e di due suoi compagni si compì il 23 maggio 1498. Ma il posto di Savonarola non è più nel Quattrocento, è nel nostro avvenire. Egli è il più grande tra gli italiani che tentarono di purificare la Chiesa romana senza passare all’insurrezione teologica. Quegli italiani furono tutti sconfitti, però mezzo millennio dopo fra’ Girolamo è più attuale, più testimone/profeta, che nella breve stagione in cui fu guida anche civile dei fiorentini.
Lutero scrisse che Savonarola era stato suo precursore, e infatti il Nostro figurò alla base del monumento eretto nel 1868 a Worms al maestro della Riforma. Questa collocazione nel protestantesimo, che ha fatto contrastare gli studiosi, è nello stesso tempo errata e giusta. Errata, perché alla lotta disperata del priore di San Marco a Firenze mancò l’animus dell’eretico; e infatti si cominciò a parlare di una sua canonizzazione almeno nel 1592, quando divenne papa Clemente VIII che lo voleva santo (per molti egli è già santo, più di centinaia di altri). Giusta in quanto fra’ Girolamo effettivamente dimostrò assoluto l’imperativo di rifiutare la turpe corruzione della Chiesa. Rifiutarla a qualsiasi costo: Savonarola disse no al secondo papa Borgia che per comprarlo gli offriva il cardinalato, no ai consigli di prudenza dei molti che volevano salvargli la vita.

Con la sua visione apocalittica di una Chiesa da flagellare perché si rinnovasse, fu dunque uno dei massimi spiriti della storia cristiana. Ma fu anche protagonista politico, nel suo opporre lo “Stato popolare”, amico dei poveri non degli oligarchi, alla dominazione dei Medici. Fu infine, forse soprattutto, pensatore ‘laico’, cioè ideologo piuttosto che teologo. Combatté con coerenza impavida lo spirito dei tempi: assieme ai fiori del Rinascimento esso portava dissacrazione, permissività e una vocazione scettica coerentemente destinata a farsi cinismo. Il cattivo maestro Niccolò Machiavelli divenne segretario nella cancelleria fiorentina cinque giorni dopo la morte di Savonarola. Ma è al Bruciato sul rogo che dobbiamo se il pensiero del Rinascimento non si identifica intero con la teorizzazione della ferocia di Cesare Borgia, figlio di un papa più spregevole degli altri dei secoli neri della Chiesa.
A mezzo millennio dal rogo in piazza della Signoria avemmo convegni, mostre, qualche volgarizzazione televisiva. Perfino lo humour canagliesco di qualche vignettista aiutò a farci familiari coll’invitto domenicano. Tutto ciò non ci disse che i tempi a venire sono bui come quelli dei Borgia e dei Machiavelli. L’edonismo e il cinismo sono gli stessi, ma il consumismo è una corruzione che un tempo non operava. Allora essa si concentrava nella corte romana, prima in scelleratezza. Oggi pervade ‘tutto’, masse comprese. Le ideologie e le etiche che dominarono gli ultimi due secoli si sono spente in quanto pensiero.
Se la nostra modernità, la cultura occidentale, non è capace di galvanizzare le coscienze come le trascina il fondamentalismo islamico, o come potrà mobilitarle qualche altra fede politico-religiosa del mondo non industrializzato; e se le nostre economie saranno sconfitte dalla globalizzazione dei mercati, le crisi diverranno decisive e gli attuali sistemi di valori non reggeranno.
Se a prove così drammatiche non arriveremo, ugualmente dovremo trovare risposte a bisogni spirituali per i quali le formule tradizionali -marxismo, liberalismo, cristianesimo accomodante o modernizzante- non valgono più. A quel punto la lezione di Girolamo Savonarola, persino nelle espressioni e nelle opere del suo estremismo, acquisterà una cogenza improvvisa, finora non immaginabile.
amc

COME CI REGGEREMO A DEMOCRAZIA FINITA

Come ci reggeremo a “democrazia” finita per vecchiaia

Per una volta, un’intervista con un concetto dirompente. “L’Occidente è a una svolta storica: è in gioco la sopravvivenza della democrazia” (Corriere della Sera 28 settembre 2016). Questo ha confidato ad Aldo Cazzullo Carlo De Benedetti; come Numero Uno dei media di regime l’Ingegnere è stato il manipolatore in capo delle coscienze, il regista della modernizzazione trasgressiva del ceto medio, il voltairizzatore dello Stivale, il conduttore del consumismo elitario.
Il debenedetti-pensiero è sicuramente più centrato di quando il Nostro esultò per la nascita del Partito democratico, prenotando la tessera n° 1: “La globalizzazione, di cui tutti noi- e mi ci metto anch’io- eravamo acriticamente entusiasti, ha creato una deflazione che ha ridotto i salari di tutti i lavoratori del mondo e ha accresciuto le differenze sociali sino a renderle insopportabili. Si verifica la previsione di Larry Summers che fu segretario al Tesoro di Clinton: un secolo di stagnazione”.
L’intervistatore avendo obiettato “Ingegnere, è sicuro che lo scenario sia così negativo?”, la risposta è stata netta: ”Siamo alla vigilia di una grave crisi economica. Aggraverà il pericolo della fine delle democrazie (…) La progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia, senza che si sia risolto il problema della stagnazione, problema peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerità in un periodo di piena deflazione (…) Una situazione, in alcune parti dell’Est Europa, da anticamera del fascismo. Nel resto del mondo la democrazia arretra”.
Al quesito di Cazzullo “la crisi della democrazia può segnare un ritorno al fascismo”, l’Ingegnere ha puntualizzato: “Semmai un nuovo populismo, aggravato dalla grande depressione in arrivo. La democrazia è ridotta al voto, ma il voto è uno strumento, non è la democrazia”. Ancora: “Non sono crollate solo le ideologie; anche di idee ne sono rimaste poche. Ma vivere nella continuità è la morte. Se continueremo così, distruggeremo le nostre società”. Il ‘Corriere della Sera’ ha intitolato senza mitigare: “Una nuova grave crisi economica metterà in pericolo le democrazie”.
Sarebbe stato avvincente se l’Ingegnere avesse portato più avanti la previsione. Se ci avesse detto quale dei nemici liquiderà la democrazia rappresentativa, cioè il parlamentarismo-partitismo cleptocratico.
Se davvero l’infiacchimento economico generale e la prospettiva di cento anni di stagnazione annunciano la fine delle democrazie “così come le abbiamo conosciute”, non è il caso di sorvolare su tanto pessimismo. Creando un impero, De Benedetti ha dimostrato di saperla lunga. Oggi vede più chiaro degli altri: di fronte ai pericoli grossi la democrazia all’occidentale è inetta, impotente. Dunque non ha futuro. Naturalmente il Nostro sa -e non lo nasconde (“il voto non è democrazia”)- che ciò che abbiamo non è democrazia, è oligarchia dei politici e dei plutocrati. Bene quindi, diciamo noi, se esso soccombe, spento da questa o quella svolta autoritaria. I tempi essendo cambiati, non potrà essere una svolta fascista.
Piuttosto qualcosa come la signoria di Erdogan sulla Turchia. Al contrario, potrà essere la politicizzazione attiva di manipoli di giovani ufficiali giustizialisti quali quelli che, con la Rivoluzione dei garofani, conquistarono il Portogallo. Decenni prima i militari, detentori delle armi invece che delle urne e delle imposture ideologiche, dettero la vittoria nel mondo a vari riformismi di tipo nasseriano.
Non si può escludere il Putsch militare padroneggiato da un generale più o meno reazionario. Ma esistono anche i militari non reazionari. Non fu reazionario Kemal Ataturk, padre di un paese moderno. Non lo fu in Polonia Pilsudski, che era stato agitatore socialista. Non lo fu Charles de Gaulle. Non lo fu certamente Miguel Primo de Rivera, che nel 1923, quando lo Stato dei notabili liberali agonizzava, si fece dittatore legale. Modernizzò e fece più prospera la Spagna. Lasciò il potere (1930) volontariamente, non abbattuto dai vecchi politici, meno che mai dagli oppositori intellettuali e studenteschi. Quanto insulso, sulla distanza, fosse il ribellismo di questi ultimi lo abbiamo visto alla morte di Franco, quando l’opposizione tradizionale -Santiago Carrillo alla testa dei comunisti, più tanti repubblicani e laici ‘rigorosi’- si affrettò ad accettare il ritorno della monarchia borbonica e ipercapitalista.
A trovarlo, un golpista come Primo de Rivera! Generale, marchese e Grande di Spagna era anche amico del popolo, solidale coi poveri. Governò soprattutto col sostegno dei socialisti, allora un movimento di onesti che il Dictador privilegiò coerentemente. Primo de Rivera finì scalzato dalle destre: i banchieri, i duchi latifondisti, la camarilla della corte di Alfonso XIII. Sette anni prima il sovrano si era compiaciuto del colpo di Stato, ignorando l’inclinazione quasi socialista del Dittatore. Perdette il trono per la controffensiva dei conservatori, camuffati da ardenti repubblicani.
Sorgesse dunque, nella nostra Repubblica delle Tangenti o altrove, un demolitore con le inclinazioni di Miguel Primo de Rivera o di Ataturk! E’ improbabile: soprattutto i generali italiani della bella stagione non sono che alti burocrati vocati alle pensioni d’oro, alle consulenze e presidenze sovrapagate.

Un giorno forse Carlo De Benedetti ci dirà quale svolta autoritaria consideri verosimile, a scanso di insurrezioni aspre dei senza lavoro. E’ vero, per lui come per altri sommi ‘argentiers’ andrà bene chiunque saprà prendere il potere, purché non sia feroce come i bolscevichi di Lenin, come quelli di Pol Pot, come gli scannatori dell’Isis. Tuttavia: non sarebbe meglio se in Occidente i padroni dell’economia mettessero al lavoro gli intellettuali che stipendiano, con la consegna di escogitare presto progetti alternativi sia alla morente ‘democrazia quale la conosciamo’, sia ai cingolati, infiorati o no di garofani?

Nell’intento di spazzare via i politici usurpatori e le Costituzioni da loro scritte, si profilano già varie formule di democrazia semi-diretta e selettiva, congeniali all’età dell’elettronica, basate non sul voto ma sul sorteggio all’interno di segmenti qualificati (ormai il suffragio universale non produce che frodi), sul coinvolgimento continuo degli alfabetizzati al computer, su consultazioni referendarie all’elvetica, cioè frequenti e sdrammatizzate.
Nella fase transitoria le istituzioni e le élites tradizionali dovranno essere cancellate: troppo contrarie a qualsiasi novità. Un ruolo temporaneo di armati è indispensabile: è certo che le istituzioni oligarchiche e i gestori del sistema rappresentativo non agiranno per distruggere se stessi cancellando la delega e gli altri meccanismi di spoliazione.
Dopo un paio di secoli di prove, il partitismo/parlamentarismo si è dimostrato ovunque non solo corrotto, anche inefficiente. Ha ragione De Benedetti a considerarlo condannato.

Questa ‘democrazia’ sarà conclamata un’impostura, in ogni caso una costosa finzione, quando la globalizzazione spegnerà, col liberismo, l’ipertrofia dei diritti e di una parte delle libertà. La fase delle ‘rising expectations’ è finita. L’avvenire esigerà discipline di guerra, imporrà assetti collettivistici. Se in Occidente quasi tutti i manufatti e molti altri prodotti verranno dai paesi di ultima industrializzazione o di esplosione dell’export primario, sarà giocoforza assicurare il minimo vitale a masse imponenti di senza lavoro: ciò inevitabilmente con quei metodi coattivi che gli ordinamenti d’oggi non consentono.

E occorrerà abbassare duramente (di un quarto?) il tenore di vita medio, se vorremo trovare le risorse per un super-piano Marshall, solo idoneo a fermare l’invasione dei migranti. Mai i politici affronteranno la vendetta delle urne con atti che colpiscano il tenore di vita. Le urne sono le nemiche del Buongoverno.

Dovrà imporsi un’economia d’imperio. Avvizziranno le libertà economiche, i codici giuridici, i diritti di proprietà, i grandi patrimonii, le conquiste sindacali, i divari eccessivi. Chi immagina che tutto ciò sia possibile senza stracciare ‘manu militari’ le carte costituzionali, i codici civili, le assemblee elettive, i meccanismi, le abitudini, fissazioni e nostalgie del passato?
Ai non molti sapienti e buoni maestri del suo impero, Carlo De Benedetti farebbe bene a chiedere, in tempi stretti, un progetto di scorta per un avvenire senza “democrazia”. Noi di Internauta facciamo da molti anni -per esempio con lo scritto “Il Pericle elettronico” e con vari testi “randomcratici” sul sorteggio- lo sforzo finora evitato dai pensatori dell’Ingegnere.
amc

NON HA SENSO RIMPIANGERE GLI ANNI CINQUANTA

E’ educativo rileggere due anni dopo il pezzo “I lavoratori usa e getta nel tempo del declino” di Luciano Gallino, celebrato sociologo di osservanza progressista; pezzo interamente volto a denunciare “i dirigenti confindustriali i quali riescono a dire che l’Italia è un paese in cui è difficilissimo fare impresa”. Per Gallino “più che una dichiarazione di insipienza è, da parte dei manager, un’offesa alla memoria dei loro predecessori, quelli che in meno di vent’anni fecero di un paese semidistrutto dalla guerra, che ancora nel ’51 aveva più del 40% di occupati in agricoltura, un grande paese industriale. Quegli imprenditori inventarono la Vespa e la Lambretta, fabbricarono milioni di auto utilitarie e di elettrodomestici, mentre i dirigenti pubblici quintuplicavano la produzione di acciaio, costruivano flotte di magnifiche navi e si imponevano nel mondo tra le grandi sorelle del petrolio. Tutti insieme crearono milioni di posti di lavoro stabile e decentemente retribuito. Si chiamavano, nel settore privato, Piaggio e Bassetti, Necchi e Olivetti, Pirelli e Valletta. Avevano di fronte dirigenti pubblici ed economisti come Sinigaglia, Mattei, Saraceno, Glisenti. Una generazione di grandi imprenditori e dirigenti che non sembra aver lasciato nessun discendente”.

Gallino ammette che c’è la crisi. “Tuttavia la produzione di auto e di elettrodomestici, di navi e di abbigliamento di fascia alta, non è cessata nel mondo, è cessata in Italia. Non sembra essere arrivato nulla di realmente nuovo. Le medie e le grandi aziende spendono una miseria in ricerca e sviluppo. Gli impianti sono tra i più vecchi d’Europa. Le fabbriche qua e là ci sono ancora, ma fabbricano in prevalenza disoccupati e male occupati (…) Ma piuttosto che piangere sulle supposte difficoltà di fare impresa in Italia, bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori di vaglia sono diventati così pochi, i capitali si dirigono preferibilmente verso impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici”.

Questo tipo di analisi falso-ingenua autorizza a pensare che tra le concause del nostro declino figuri quella che potremmo chiamare l’insipienza dei sociologi di parte quali Gallino. Noi abbiamo poca simpatia per gli uomini d’impresa. Oggi l’imperativo non è di tentare di ripristinare l’impossibile, cioè le condizioni degli anni Cinquanta, bensì quello di svezzarci dalla crescita e dal benessere consumistico. E’ di convertirci alla vita semplice, senza il superfluo, col pane assicurato a tutti (a spese dei ricchi) invece che coi divari disgustosi che conosciamo.

In ogni caso, che studioso è un sociologo il quale lamenta non siano più i tempi della Vespa e della Lambretta, delle prime utilitarie e dei primi elettrodomestici, della quintuplicazione dell’acciaio, e così via? Se non sono più quei tempi è perché

è cambiato il mondo. Oggi la Cina, le Tigri asiatiche e un certo numero d’altri paesi che erano abitati quasi solo da contadini, boscaioli, manovali e pescatori, sono già in grado di produrre quasi tutti i manufatti importanti che il pianeta richiede, con una qualità crescente e prezzi spesso decrescenti. In più i nuovi produttori lontani operano in genere liberi da sindacati, partiti e parlamenti che avrebbero strozzato la rivoluzione industriale dell’Asia e che da noi hanno portato alla situazione attuale. Nelle parole di Gallino, essa è in Italia “quattro milioni di disoccupati, quattro milioni di precari che stanno invecchiando, migliaia di piccole imprese che chiudono ogni mese, milioni di vite ferite, compromesse, assediate da un futuro di disperazione”. E’ l’altra faccia del capitalismo di cui Gallino ha nostalgia, con tutta l’osservanza progressista.

Senza un ripensamento rivoluzionario, niente potrà fermare sulla distanza il declino dell’economia industriale d’Occidente, coll’eccezione temporanea di comparti futili o dannosi come la moda, il lusso, gli sport, l’entertainment, gli armamenti. Concause di questo declino sono gli eccessi della tassazione, della conflittualità, dello stesso benessere diffuso che esige retribuzioni e aspettative crescenti. Col tempo le aspettative scemeranno, ma non coll’immediatezza che i nuovi tempi esigerebbero. Dunque il nostro indebolimento competitivo non potrà che accentuarsi. Le ripresine che spunteranno qua e là incrementeranno l’automazione più che l’occupazione. Si accentueranno i mali per cui Gallino si straccia le vesti e rimpiange il miracolo economico che non verrà.

Il paragrafo conclusivo dello scritto del sociologo è anche il più indeterminato, quindi il meno utile: “Bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori e i dirigenti pubblici di vaglia sono diventati così pochi, i capitali preferiscono gli impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici. Se non si cercherà di fare qualcosa lungo questa strada, la pratica dei lavoratori utilizzati come usa e getta continuerà a diffondersi”. Il professor Gallino non ha chiarito: “fare qualcosa” che vuol dire e a chi spetta. Un tempo a fare qualcosa era la mano pubblica, e lo faceva a debito. Oggi, se anche volessimo -e non vogliamo- dilatare ulteriormente il nostro debito, avremmo l’obbligo assoluto di astenerci. Le industrie inventate dallo Stato portano male perché sono false.

Meglio la decrescita, col rancio garantito a tutti a spese del lusso, della moda e degli sport: sono fissazioni nazionali, ingannevoli perché in qualsiasi momento gli asiatici si butteranno sui business frivoli nei quali ci crediamo imbattibili. Si dimostreranno più in gamba di noi, per di più liberi dagli impacci della sociologia.

A.M.C.

QUANDO AMENDOLA TENTAVA DI RIABILITARE STALIN

Quarant’anni dopo la pubblicazione di A conquistare la rossa primavera (libro sottotitolato romanzo autobiografico) di Davide Lajolo (“Ulisse” come comandante partigiano), rileggo la Prefazione di Giorgio Amendola. L’ultimo paragrafo fa impressione. Dice: “Ugualmente schietto e sincero risuona (nella Resistenza -n.d.r.) il grido di Viva Stalin. I combattenti cadono al grido di Viva l’Italia e di Viva Stalin. La ristampa del libro di Ulisse ci permette di recuperare un linguaggio che era politico, non economicistico, era un linguaggio nazionale e internazionalista, che esprimeva la forza dei grandi ideali nazionali ed internazionalistici, di indipendenza e di pace, che guidarono i partigiani italiani. La critica a Stalin non deve fare dimenticare quello che egli allora rappresentava: l’URSS, l’Esercito sovietico, la vittoria di Stalingrado, la grande guerra patriottica del popolo russo e la coalizione antifascista mondiale”.

Quando il Partito comunista meritava, ad ogni modo otteneva, l’amicizia di molti che comunisti non erano, io ebbi alcuni contatti sia con Lajolo, sia con Amendola. Non condividevo il concetto, i fini e i metodi della Resistenza di cui i due erano stati protagonisti. Amendola aveva ordinato a Roma l’attentato di via Rasella, antefatto delle Fosse Ardeatine. Pensavo, e tuttora penso, che per via delle inesorabili rappresaglie germaniche i partigiani uccisero in tutta Europa più concittadini che tedeschi. Via Rasella resta per me un episodio terroristico, non la ‘azione di guerra’ che ai suoi autori fruttò lodi, medaglie, seggi parlamentari e altre ricompense di regime.

Tuttavia sia Lajolo che Amendola mi erano apparsi meritevoli della mia deferenza e simpatia. Ignoro ciò che pensassero di Stalin quando li incontrai, oltre un decennio dopo che il famoso Rapporto di Krusciov al XX Congresso del PCUS aveva rivelato i crimini di Stalin e lanciato la destalinizzazione. Mi chiedo che scriverebbe oggi il capo dei miglioristi del Pci sul feroce successore di Lenin. Si è arrivati a stimare a venti e più milioni le vittime dirette o indirette degli ordini di Stalin. Le vittime possono essere state meno, ma p.es. è oggettivo che non morirono di morte naturale virtualmente tutti gli artefici della Rivoluzione d’Ottobre, Lenin a parte, più gli innumerevoli generali e gerarchi sacrificati nei grandi processi degli anni Trenta. Adolf Hitler spense meno vite di Stalin. Si oppone naturalmente che le circostanze erano diverse.

Lo erano, ma è difficile immaginare oggi un Lajolo o un Amendola che non ripudino il parossismo di delitti dell’uomo, Stalin, che contribuì in modo decisivo a uccidere l’idea comunista e a mobilitare durevolmente contro il comunismo i popoli che lo hanno sperimentato.

Giorgio Amendola suggellò la sua Prefazione sostenendo che “nel corso della Resistenza il popolo conquista la Patria e ne diviene la forza dirigente”. Ciò è naturalmente falso: il Pci e gli altri partiti dell’oligarchia cleptocratica divennero la forza dirigente. Lajolo non propone l’impostura del popolo vittorioso. Piuttosto un certo numero di volte addita le qualità e virtù dei comunisti, a quel tempo considerati schiera d’élite, falange di valorosi lottatori. In effetti i partigiani furono spesso eroi oltre che assassini. Lajolo menziona per esempio un suo zio operaio comunista di Alessandria, dove un bombardamento gli ha tolto la casa e l’unico figlio. Sostiene che lo zio operaio “lotta per attendere l’alba di un nuovo mondo”. Di un partigiano che ha avuto il braccio troncato riferisce le parole “Perdere un braccio è triste, ma sono un comunista e non ho paura”.

Ines ‘meravigliosa staffetta e telefonista partigiana che ha già sofferto la tortura dei fascisti e la prigionia’, chiama: “Il nemico ci piomba addosso da ogni lato, li ho a pochi passi. Non ho paura. Viva Stalin!” e chiude il telefono. Era assurdo che si chiamassero ‘combattenti per la libertà’ quei comunisti che inneggiavano a Stalin, arcinemico della libertà.

Ma torniamo ai (sobri) evviva di Lajolo. Entrati vittoriosi i partigiani a Torino, Ulisse nota: “Ci siamo incontrati con la classe operaia, con l’esercito possente della Fiat: Mirafiori, Lingotto, Spa, Fonderie. Ora mi accorgo che questo popolo condurrà avanti l’Italia”.

Un operaio di Mirafiori, padre di un caduto partigiano, risponde a Ulisse che cerca di consolarlo: “Non dirmi parola. Io capisco. Sono un partigiano della libertà da anni. Sono stato anche in carcere con Gramsci. Voi (della Resistenza) avete fatto avverare la profezia di Gramsci. Mentre eravamo trasferiti a un altro carcere vedemmo sfilare migliaia di giovani fascisti. Dissi a Gramsci che l’Italia di domani sarà fascista perché costoro hanno saputo avvelenarla nel sangue. E Gramsci, con voce calma: “Non sarà così. Dipenderà dal lavoro che sapremo fare. Quei giovani saranno con noi e ci aiuteranno a trasformare l’Italia”. Ne diceva e scriveva di balle, inutili quando non nocive, Antonio Gramsci!

Trascrivendo i non molti passaggi fideistici di Lajolo, il Viva Stalin della partigiana Ines è l’unico in cui mi sono imbattuto. Credo più a Ulisse che ad Amendola. Rivendicando la grandezza di Stalin il secondo esprimeva una fede avvelenata. Stalin fu, per numeri di assassinii, più spietato di Adolf Hitler. Oggi sappiamo che inneggiare a Stalin equivarrebbe a glorificare la ferocia in quanto categoria universale. I comunisti furono il nerbo e anche gli eroi di una causa sbagliata; pochi decenni l’hanno cancellata. Lajolo, più virtuoso dell’uomo che aveva voluto via Rasella, mentì a volte per amore.

Tacque, o non capì, che il sogno del comunismo fu spento già da Lenin, e assai più da Stalin. Lo ripropose menzogneramente la generazione di Gramsci e Togliatti; lo liquidò quella di Berlinguer e D’Alema; lo rinnegò in modo abietto Giorgio Napolitano, transfugo dal campo dei proletari a quello del New York Stock Exchange e dei droni di Obama.

A.M.C.

E’ PIACIUTO A MACHIAVELLI RE BORGIO IL NUOVO PRINCIPE

Questo quasi-monarca che sembra sul punto di abdicare ha avuto il merito grande di deporre Berlusconi, pessimo fra i governanti; poi l’altro merito di non avere sabotato l’ascesa di Matteo Renzi monoculus in orbe caecorum (=il meno peggio tra i Proci della politica). Per il resto, meno male che abdicherà.

Per otto anni ha impersonato buona parte dei mali che materiano la Repubblica. Ha combinato la carica di capo dello Stato col ruolo di presidente della Casta. Ha incarnato l’amoralità di fondo che da molti secoli innerva l’etica italiana. Amoralità cui Niccolò Machiavelli dette il nome, oltre che una sinistra teorizzazione.  Ha scritto uno storico tedesco: “Nei secoli a valle del magistero machiavellico, spentasi per intero la coscienza morale, la scelleratezza si configurò come il modo italiano di vedere le cose”.

A Machiavelli -il  Goebbels o il Loyola del “fare italiano”-  che amò i delitti del Principe per antonomasia Cesare Borgia, non può non essere piaciuta la mutazione di Giorgio Napolitano, da dirigente stalinista a sommo atlantista/militarista e a fautore 24 carati dell’assetto conservatore a gestione consociata capitale-malapolitica-burocrazia-sindacato. Ancor più Machiavelli deve avere prediletto questo ‘Principe’ di nascita napoletana, nella misura in cui assurse militando in campo proletario, poi amò senza riserve né vergogna lo sfarzo e gli stili del Quirinale, voluti dall’infame papato rinascimentale.

Invece questo re Giorgio avrebbe disgustato Machiavelli e Cesare Borgia se avesse fatto come Bergoglio: se avesse scelto la semplicità; se avesse imposto -come ne avrebbe avuto il potere- la chiusura del Quirinale e sue dipendenze, onde riparare argini e scuole, onde continuare a dare refezione scolastica ai bambini dei senza reddito, onde compiere altre buone azioni. Una sede più piccola e sobria, come a Roma abbondano, sarebbe bastata a non scendere sotto il livello delle presidenze germanica e francese. Non sarebbe piaciuto a Machiavelli e al primo Principe, questo re Giorgio, se in coerenza coll’antica milizia comunista avesse contrastato il nostro Afghanistan, gli F35, i sistemi d’arma e il rifiuto ad ogni sacrificio degli alti appannaggi e vitalizi. Se avesse combattuto altre infamie invece di rafforzarle.

Al Nuovo Principe che si è conformato al Segretario fiorentino e al duca Valentino, la ‘più bella delle Costituzioni’ assegna ingenti poteri esclusivi: il comando delle forze armate, la presidenza del  consiglio supremo di difesa, la dichiarazione dello stato di guerra, la ratifica dei trattati, la nomina dei senatori a vita e di alcuni membri della Corte costituzionale, ed altre prerogative.  In più, il capo dello Stato “rappresenta l’unità nazionale” (altra menzogna della Carta) e lo fa per ben sette anni, persino rinnovabili.

Se gli Dei ci volessero bene ci lascerebbero stracciare questa Costituzione e la corte che le fa da mastino. In particolare: per le necessità di rappresentanza e protocollari basterebbe un Primo Cittadino scelto ogni anno per sorteggio p.es. tra i magistrati più alti, o tra i magnifici rettori con pochi parenti in cattedra nei rispettivi atenei; si potrebbe allargare l’elenco dei sorteggiabili ad altri personaggi di oggettiva qualificazione; si potrebbe prendere random  una persona rispettabile e dotata di qualche qualità.

Quasi tutti i poteri attuali dell’uomo del Colle dovrebbero passare a un capo del governo eletto dai cittadini. Non perché l’elezione diretta sia garanzia di buongoverno: dimostrano il contrario Francia, Stati Uniti e frotte di repubbliche presidenziali. Tra l’altro, uno dei requisiti per entrare nelle varie Case Bianche è poter spendere molto più dei rivali per la campagna elettorale e per comprare voti.  Tuttavia la responsabilizzazione spinta di un premier forte, o meglio Cancelliere, sarebbe una svolta semplicemente razionale. Sarebbe la cosa da fare, prima del passaggio alla democrazia diretta.

Il parlamentarismo quale lo conosciamo ha devastato vari sistemi politici: uccise due repubbliche in Francia, condannò la Germania di Weimar, l’Italia di Facta Turati e Sturzo, la Spagna e il Portogallo dei notabili liberalconservatori (facilmente liquidati dai pronunciamenti militari: a Madrid nel 1923, a Lisbona tre anni dopo). Il parlamentarismo è un assetto immancabilmente negativo. Le  Camere hanno un senso in quanto intralcino gli esecutivi, non in quanto deliberino. Sono gli stati generali delle caste dei politici di carriera. Sono i  frutti velenosi della degenerazione elettoralistica. Se le riforme di Renzi falliranno, sarà perché esiste il parlamento.

Tutti i sistemi occidentali, quali prima quali dopo, evolveranno verso qualche forma di democrazia diretta (anche là dove le istituzioni tradizionali sembreranno sopravvivere). Il parlamento -la Casta- non vorrà mai le riforme rigeneratrici, così come non le vorranno la burocrazia, il malocapitalismo, i malisindacati, gli altri poteri costituiti. I progetti straordinari esigono menti e tempre straordinarie. Esigono uomini d’eccezione: più spesso che no, un uomo solo, superiore a tutti gli altri.

Quando il meccanismo della rappresentanza sarà fermato e le elezioni abolite, quando il popolo si riapproprierà della sovranità, alcuni organismi deliberativi resteranno, ma saranno molto diversi.  Anche il capo dello Stato non assomiglierà in nulla all’attuale, anche perché agirà per mandati brevissimi. Servirà soprattutto per esonerare il Governante dai compiti perditempo (ricevere gli ambasciatori, presenziare alle celebrazioni, inaugurare, commemorare, ammonire a vuoto). Questo arconte cerimoniale non avrà l’obbligo d’essere discepolo di Machiavelli, come lo ha avuto re Giorgio.

Certo meriterà più rispetto.

Porfirio

NACQUE IN GALIZIA IL SENTIMENTO D’EUROPA

Abbiamo l’abitudine di pensare: la Nazione continentale che dovremo a tutti i costi creare nel Vecchio Continente -in odio agli USA dovremmo chiamarlo Glorioso Continente- sorse carolingia e renana, sorse sulla volontà di due grandi popoli che si rifanno al fondatore del Sacro Romano Impero di non combattersi mai più. E’ vero, naturalmente. Tuttavia aveva ragione Manuel Fraga Iribarne -che fu presidente della Galizia dopo essere stato governante di vertice a Madrid; senza dubbio il maggiore tra gli studiosi spagnoli investito di responsabilità politiche- quando affermava che il sentimento d’Europa sorse a Compostela:

“Il Camino de Santiago nasce come una stella di orientamento nell’orizzonte dell’età carolingia, allorquando si disegnava un nuovo tipo di società. Il pellegrinaggio ‘visionaliter’ di Carlo Magno a Compostela è il preannuncio di un’Europa che si alza nell’interrelazione e l’interscambio offerti dal pellegrinaggio verso Finisterre. Assistiamo a un sorprendente risorgere del fenomeno jacobeo, a partire dagli importanti studi storici della seconda metà dell’Ottocento. Nel sec.IX Alfonso II delle Asturie non avrebbe organizzato il culto della tomba di Santiago, se non fosse stato per le antichissime tradizioni sulla presenza del primo apostolo martire negli ‘occidentalia loca’. Oggi il moltiplicarsi dei pellegrini a Santiago è un fatto. Giovani soprattutto, di tutti i paesi europei, e anche dal di là dei mari, i quali tornano a percorrere i passi del Camino antico, a vivere l’esperienza del peregrinare. E’ come rileggere la conosciuta pagina del ‘Liber Sancti Iacobi’, che elenca 74 nazionalità le quali venivano ‘en caravana y falanges, cumpliendo sus votos…Unos tocan cìtaras, otros liras, otros tìmpanos, otros flautas, caramillos, trompetas, arpas, violines, ruedas britànicas o galas, otros cantando con cìtaras, otros cantando acompagnados de diversos instrumentos, pasan la noche en vela…”.

Nel nostro contesto culturale, notava ancora il più illustre dei galiziani (Fraga era nato a Villalba presso Lugo), “la decisione di partire in pellegrinaggio esprime per di più una protesta contro le offerte della nostra società. Il Camino come un’esperienza di autenticità e liberazione”.

Il retaggio giacobeo è solo uno dei contorni internazionali della Galizia. Un altro, forse più decisivo, è che a questo antico piccolo regno dell’estremo nord-ovest della penisola iberica la primogenitura europea spetterebbe anche se a Compostela non si fossero trovate le spoglie dell’apostolo Giacomo, “l’amico di Gesù”. Anche se nell’alto medioevo Compostela non fosse stata proclamata dai papi Callisto II e Alessandro III pari a Roma e a Gerusalemme come capitale dei sentimenti cristiani. Parliamo di primogenitura perché la Patria europea ormai nata, anche se vive una fanciullezza difficile, è sorta da un nucleo strettamente occidentale. Ebbene nessuna regione d’Europa, che abbia partecipato alla storia del Continente, è più occidentale del contesto Galizia-Portogallo. Il capo Finisterre, dove in antico si credeva finisse la terra conosciuta, è a soli 60 km dalla cattedrale del Santo Jacopo.

Le risorse ambientali e il retaggio storico sono così ingenti da candidare la Galizia a polo dell’identificazione culturale e del turismo di qualità. Avremo vantaggio se scopriremo questa terra. Impareremo tra l’altro che la lingua galiziana, il gallego, ebbe fino al sec.XV una sorprendente fioritura letteraria. Si poetava in gallego: era la lingua della lirica nell’intero mondo ispano-lusitano, e persino in Sicilia e nella terra occitana. La conformazione del territorio, mentre rese difficili le comunicazioni non solo rispetto alla Meseta, il grande altopiano castigliano, ma anche tra le valli e i comprensori galiziani, facilitò invece la saldatura col nord del Portogallo. Oggi tale nord è integrato alla Galizia in una ‘Comunità internazionale di lavoro’ di diritto europeo.

A partire dall’800 molti galiziani cominciarono a lasciare la loro terra per le Castiglie, l’Andalusia e il Portogallo. Dopo il 1860 si aprì l’emigrazione per l’America latina, Cuba specialmente. La Casa de Galicia all’Avana è uno degli edifici più imponenti dell’isola. Lo Statuto della regione autonoma riconosce la ‘galeguidade’ degli emigrati: le loro rimesse hanno apportato benessere alla Galizia, pur senza stimolare una vera e propria industrializzazione.

Nell’alto medioevo questa terra fu dei re delle Asturie, per poi diventare un piccolo regno indipendente, che comprendeva anche territori poi portoghesi Col sec.XII cominciò il declino: la Galizia mantenne il rango di regno ma fu assorbita dalla monarchia di Castiglia e Leon. Dopo che verso il 1122 fu completata la costruzione della grande cattedrale voluta a Compostela da re Alfonso VI, il pellegrinaggio ai resti dell’apostolo Giacomo e dei discepoli Atanasio e Teodoro divenne il più importante dell’Europa occidentale. Una bolla di Alessandro III istituì l’Anno Santo di Santiago, con la grazia del Giubileo. Ben presto il Camino de Santiago risultò un grande tramite di civiltà grazie agli scambi culturali tra i pellegrini. A fianco della cattedrale di Compostela fiorì pure una scuola dove si traducevano soprattutto le opere del retaggio ellenico, in quella fase custodito dai dotti del mondo arabo. Si ebbe allora la straordinaria fioritura culturale della Galizia. Nella lingua gallega si redassero per un periodo la maggior parte delle creazioni letterarie ispano-portoghesi. Le Cantigas de Santa Maria composte da Alfonso X il Savio re di Castiglia e Leon, forse coll’apporto di artisti della sua corte, restano tra le maggiori cose della grande letteratura. Sono solo la maggiore delle raccolte poetiche medievali ricollegabili alla lingua gallega.

Nell’argomentare che negli anni Novanta la Galizia aveva progredito in sviluppo e in assertività più che in tutta la sua storia contemporanea, Fraga Iribarne citò tra l’altro un grado di digitalizzazione già prossimo a superare quello di Germania e Francia. E concluse: “Non ci aspetta la Terra Promessa, però certamente un tempo di opportunità uniche. Goethe lo direbbe “il presente puro della storia”.

Questo fu Fraga Iribarne, un grande spirito tradito dai propri successi di mezzo secolo fa. Avrebbe dovuto restare alla goethiana altezza del presente puro della storia. Invece fondò un partito.

A.M.C.

GIORGIO NAPOLITANO, IL BILANCIO DI 7 ANNI

Come giudicare il Settennato che va finendo? Per aver deposto il colpevole del berlusconismo, la nostra riconoscenza verso Giorgio sia eterna. Parecchio meno eterna per aver conferito mandato a Mario Monti di salvare l’assetto partitocratico, invece di abbatterlo. Nella somma algebrica la riconoscenza prevale: il berlusconismo era un vulnus grave. E’ indiscutibile che la scelta della persona di Monti sia stata la migliore in assoluto, per il solo fatto che non appartiene alla Casta dei politici quasi tutti ladri. Peraltro la missione affidata a Monti avrebbe dovuto essere più impegnativa: non solo scongiurare la bancarotta, non solo recuperare per il Paese il sia pur modesto rispetto di un tempo, ma anche sanare la patologia di un sistema politico apparentemente progressivo, in realtà perpetuatore degli equilibri tradizionali. Settant’anni dopo la fine del fascismo l’Italia resta ostaggio della conservazione: conservazione dei privilegi della nascita e della ricchezza, delle usurpazioni dei sindacati, delle lobbies, dei partiti. Le male categorie, i disvalori e i vizi restano uguali. Venendo da un capo dello Stato contraddistinto dal passato comunista, il mandato a Monti avrebbe potuto essere più orientato alla giustizia sociale. D’altra parte, che attenderci da uno che assurse sotto Palmiro    Togliatti? Il comunismo è talmente fallito, talmente esecrato dai popoli, che Giorgio aveva il ‘diritto’ di ripudiarlo, di farsi borghese e satellite degli USA.

Più ancora. E’ imperdonabile che il Presidente si confermi ogni giorno come il Cardinale Protettore ed anzi il pontefice massimo della Casta. Più gli italiani disprezzano la classe politica e più Egli la proclama indispensabile, obbligatoria, una condanna senza scampo. E’ imperdonabile che, dovendo l’attuale posizione alla carriera fatta nel Pci, dunque alla spinta ricevuta dal Pci, Egli si recidivizzi nell’obbedienza agli Stati Uniti.  Si può chiamare diversamente che obbedienza la singolare abitudine -per la verità attenuata negli ultimi mesi- di definire ‘giusta’ l’impresa coloniale nell’Afghanistan, ed ‘eroi’ quei militari di mestiere, ampiamente incentivati in euro a rischiare lì, che ci lasciano la pelle. La compunzione del Presidente di fronte alle bare tricolori è stata deplorevole. Ancora più deprecabile è che un capo dello stato avvezzo a frequenti interventi ed allocuzioni non abbia mai proposto agli italiani di ripudiare il patriottismo/nazionalismo e di desiderare la riduzione delle spese militari. In quasi sette anni hanno ricevuto la firma presidenziale innumerevoli decreti o leggi che, p.es. hanno fatto eccessivo il trattamento di generali e ammiragli, oppure sancito l’acquisto di armi costosissime. Non risulta pubblicamente che Egli spinga per la dismissione di caserme, poligoni di tiro, navi da guerra, ambasciate o altri beni ‘preziosi’, senza i quali la vita si spegnerebbe. Logico: la nostra ineguagliabile Costituzione, statuto del saccheggio dei politici e dei top burocrati, lo vuole comandante in capo delle Forze Armate ed Egli, si sa, stravede per la Costituzione.

Infine. L’uomo pubblico che, prima di diventare il presidente ‘di tutti’, è stato il politico della classe operaia, o meglio del partito detto operaista, non ha sentito il dovere di smantellare il Quirinale quale tempio e rocca dello sfarzo tradizionale, monarchico-pontificio, dunque classista. Sui bilanci quirinalizi ha fatto sforbiciate talmente esigue da contrastare alquanto nuovi incrementi di spesa, non  da operare effettivi tagli. Il Quirinale andrebbe chiuso e venduto al migliore offerente cinese o saudita, attrezzando per le necessità della Presidenza una villa o palazzina, costosa un nono del Quirinale degli arazzi,  dei corazzieri e dei palafrenieri. Poche cose sono più inutili ed offensive dei colossi oltre i due metri che campeggiano in tutte le funzioni presidenziali: va da sé che sarebbero facile prede di qualsiasi sicario del quartiere Scampìa, se volesse molestare il Sommo Inquilino. Peggio: per risparmiare qualcosa quest’anno sulla detestabile parata del 2 giugno -quella dell’anno scorso ebbe un costo enorme- c’è voluta una sollevazione popolare.

L’ex-marxista-leninista che siede nella reggia di Monte Cavallo non ha sentito il dovere di sgombrare di cortigiani, quirinalisti e valletti una parte del Palazzo per destinarla, almeno, a spazi espositivi per le opere d’arte che ammuffiscono nei magazzini dello Stivale. La regina Margherita e suo marito convertirono in ospedale di guerra alcune sale della Reggia. Lo statista che ha fatto il comunista per sessantacinque anni si è guardato bene dal convertire le stesse sale in ostello per i senza casa, o per gli orfani, per gli esodati, per i diseredati. In compenso  ha proclamato che è -a parole- tutto dalla parte dei minatori del Sulcis. Ai quali va fatto ben altro discorso: quello di Luca Ricolfi su ‘La Stampa’ di oggi 11 settembre: sussidi alle famiglie sì, posti di lavoro artificiali no. Il titolo dice tutto: “Il salvataggio è impossibile”.

Peraltro. Nessun predecessore repubblicano al Quirinale ha sentito i doveri ignorati da Giorgio,  oppure ha compiuto altre opere di bene. L’ethos della Costituzione impareggiabile non incoraggia. Giorgio almeno ha cancellato il disonore nazionale del satrapo di villa Certosa. Il quale fra l’altro  ha fatto ministre e parlamentari varie callipigie (=belle di culo), allo stesso modo che Caio Germanico Caligola imperatore, nato quest’anno venti secoli fa, elevò al consolato il suo cavallo.

Porfirio