La gloria falsa di Churchill e quella vera di Caillaux pioniere dell’asse franco-tedesco

Farabutti e carnefici, macellai di popoli, furono senza eccezioni i governanti che centoquattro anni fa vollero la Grande Guerra; guerra che riprese nel 1939 dopo una tregua ventennale. Parliamo innanzitutto di Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese nel 1914, nonché dei tanti suoi modesti imitatori e seguaci: per esempio gli italiani Antonio Salandra, presidente del Consiglio (nelle Memorie  lamenterà che la guerra non gli aveva fruttato un titolo nobiliare); per esempio Sidney Sonnino, negoziatore del patto di Londra; più ancora Vittorio Emanuele III, accanito custode delle tradizioni militaresche dei Savoia (i quali, bisogna ammetterlo, erano stati bravi a farsi, da Medii feudatari alpini, sovrani di rango). Di Gabriele d’Annunzio tacciamo. Invocò la mattanza, contribuì a renderla inevitabile ma fece questo in quanto poeta epico-lirico, sfortunatamente preso in parola da tanti aspiranti cadaveri del Carso.

Ma addirittura pazzi furono coloro che, invasati di autodistruzione, vollero l’immane carneficina sapendo o intuendo che essa, oltre a cancellare i loro troni, avrebbe spento se stessi nonché le loro famiglie. Tra le teste coronate il perfetto suicida fu perciò lo zar Nicola II. Le cronache dicono che nel firmare l’ordine di mobilitazione generale contro Austria-Ungheria e Germania scandì parole che attestavano presentimenti luttuosi. Ma firmò, plagiato in particolare da un ministro degli Esteri, Sergjei Dmitrovic Sazonov, che lo dominava.

Lo aveva convinto che l’impero russo non poteva rinunziare a quell’ineguagliabile occasione di raggiungere le estreme mete occidentali: l’egemonia nei Balcani e nell’Est Europa, la leadership panslava, la tradizionale aspirazione al mare caldo. Sazonov – spalleggiato da uno Stato Maggiore umiliato sì di recente dal Giappone ma singolarmente fiducioso di vincere un confronto bellico con gli Imperi Centrali – era un mestatore nel torbido, scellerato in cilindro come i suoi pari del tempo, rotto a qualsiasi canagliata sulle vite di milioni di sudditi, pur di conseguire le spregevoli glorie del mestiere diplomatico. La Russia era talmente immensa da non avere necessità di conseguimenti geopolitici. Nicola firmò, con la mobilitazione, la propria condanna a morte. In piena coerenza i trionfatori bolscevichi passarono per le armi l’intera famiglia dello Zar. L’eccidio fu, con la cancellazione dell’impero, l’esito obbligato della più folle delle imprese belliche dei Romanov. La guerra di Sazonov portò una rivoluzione incapace di misericordia.

Nel 1914 solo la Spagna tra le grandi nazioni europee ebbe la saggezza di rifiutarsi al conflitto mondiale. Presiedeva il governo il conservatore Eduardo Dato, ed egli riuscì a far fallire i conati di alcuni circoli radicaleggianti -includenti il futuro padre della fallita repubblica Manuel Azagna- : invocavano che la Spagna si unisse alla crociata  dell’Intesa in quanto più progressista di quella di Berlino e Vienna. Non era tanto più progressista, e in ogni caso la nazione spagnola non aveva alcun motivo per combattere. La sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti aveva cancellato nel 1898 le ultime ragioni perché la Spagna cercasse di conservare qualcosa dell’antico ruolo planetario.

A Madrid prevalse il senso comune: la neutralità consentì al regno borbonico di fare eccellenti affari vendendo a tutti i belligeranti, e in più di avviare la sua prima industrializzazione. Se oggi la Spagna è nel gruppo di testa delle società moderne, lo deve a non essersi dissanguata nella Grande Guerra.

Assai più sventurato fu l’altro regno iberico, il Portogallo, che partecipò al conflitto dalla parte degli Alleati, degli inglesi in particolare. Fu succube per la sola ragione che le sue vicende politiche non gli consentivano una politica estera autonoma. Nel 1917 il governo che aveva voluto la guerra fu rovesciato, ma il contingente portoghese non fu ritirato dal fronte. Invece nel secondo conflitto mondiale Lisbona riuscì a sottrarsi al destino di fornire carne da cannone.

Pagarono carissimo per i mercanteggiamenti di morte dei loro governanti i paesi minori che non sfuggirono alla sventura di guerreggiare. Ma almeno la Romania conseguì quella volta cospicui vantaggi territoriali (al prezzo di oltre trecentomila morti). I lutti del secondo conflitto mondiale furono nell’assieme ancora più gravi. Comprendendo i vari olocausti si arriva a parlare di cinquanta milioni di morti.

L’aspetto più drammatico fu che la terribile esperienza 1914-18 (ma si continuò a morire per qualche anno, magari di malattie) insegnò quasi niente ai popoli come ai governi. Non erano passati sedici anni da quando gli europei avevano fermato il massacro quando si ebbe la prova che niente era cambiato nel pensiero sulla guerra e sulla pace.

La Germania umiliata da Versailles si era data un dittatore per la vendetta, e nel 1935 il dittatore aveva sfidato il trattato di pace ordinando alle sue truppe di attestarsi in Renania, territorio germanico. Questo scatenò nei circoli nazionalistici francesi, e non solo francesi, un autentico parossismo antigermanico: in pratica si esigeva che i vincitori del 1918 riprendessero subito le armi per stroncare sul nascere il revanscismo tedesco. I vertici francesi e britannici dovevano imporre ai loro popoli un immediato ‘casus belli’. Come se un’intenzione di vendetta, da parte germanica, fosse la stessa cosa di una vendetta effettiva, talmente grave da giustificare una ripresa della strage. Col senno di poi, forse sarebbe stato meglio tentare di soffocare al primo vagito l’espansionismo hitleriano. Ma tanta prontezza nel riaprire una lotta armata straordinariamente atroce, era ragionevole?  Non era piuttosto assurdo dare per scontata la riduzione a zero dell’orgoglio tedesco?

In Francia, i politici che sbraitarono di più nel pretendere risposta fulminea alla rimilitarizzazione della Renania furono Paul Reynaud e Georges Mandel. Oggi quasi nessuno li conosce. Ma Mandel divenne presto ministro ed esponente dei più accaniti tra i fautori dello scontro (finirà assassinato). Quanto a Reynaud, nel 1940 ascese a capo del governo allorquando l’esercito francese, allora considerato il più potente al mondo, fu sbaragliato in poco più di una settimana dalla Wehrmacht e dalla Luftwaffe. Reynaud avrebbe dovuto riflettere prima di assumere le posizioni estreme. Per qualche giorno egli tentò di fare il Churchill francese: annunciò che avrebbe trasferito il governo in Africa per continuare la guerra dall’impero coloniale. Nessuno lo prese sul serio, dovette dimettersi; il maresciallo Petain ottenne i pieni poteri, chiese l’armistizio al vincitore e cancellò la Terza Repubblica. Gli irriducibili parigini mancarono di realismo.

 

Winston Churchill è stato consegnato alla storia come il più glorioso dei lottatori. In effetti nessuno è stato più combattivo di lui, che non aveva mai rinunciato a sperare che il presidente F.D. Roosevelt costringesse il popolo degli Stati Uniti -in maggioranza isolazionista- a entrare nel conflitto per salvare la Gran Bretagna (e per passare l’impero mondiale agli USA). Churchill credette di dover perseguire la vittoria finale senza curarsi dei costi. Costi che furono terribili.

I fatti sono quelli che sono. Churchill fu l’inglese che più di ogni altro volle e condusse il secondo conflitto mondiale. Però nel 1939 il Regno Unito era la maggiore potenza imperiale al mondo. Nel 1945, a guerra vinta, la leadership era sparita -anche dagli oceani-, l’economia era dissanguata, la struttura industriale in pericolo;  la Germania, il Giappone, persino l’Italia si sarebbero rialzati prima e meglio che la superba ex superpotenza. In più si apriva il rapido smantellamento dell’Impero. La fine della grandezza non avrebbe potuto essere più brutale. Si può sostenere che la patria britannica sarebbe stata sommamente fortunata se non fosse stata guidata dal belluino Winston Churchill, assetato di grandi spedizioni aeronavali. Nel 1915 volle quella disastrosa dei Dardanelli, da lui ideata contro il parere degli ammiragli suoi dipendenti. Tentò anche di organizzare una spedizione contro i sovietici, ma questa non gliela permisero, tanto sangue erano costati i gloriosi Dardanelli. Era tale la sua voluttà guerriera che provò a partecipare in persona allo sbarco in Normandia, in divisa di tenente colonnello. Volle comunque, non sappiamo dove, sparare personalmente alcuni colpi di cannone.

Questo vuol dire che non l’epico duello col Reich, bensì una transazione semi-amichevole avrebbe salvato la grandezza britannica. Si è accertato che Hitler non voleva lo scontro frontale con la Gran Bretagna. Nei giorni della trionfale conquista della Francia il Führer spiegò così ai suoi generali la propria decisione di non annientare l’armata britannica a Dunkerque: “Ammiro l’Impero britannico. La sua esistenza è utile al mondo tanto quanto la sua opera di civiltà. Io domanderò alla Gran Bretagna di riconoscere la preminenza della Germania in Europa.  La restituzione delle nostre colonie sarebbe desiderabile, non essenziale…Sono pronto ad offrire all’Inghilterra, se si trovasse in difficoltà, il sostegno del mio esercito. Desidero una pace con la Gran Bretagna su basi compatibili col suo onore”.

Dunque il Führer non mirava ad umiliare il Regno Unito. Voleva mano libera nell’Europa orientale e, senza insistere troppo, voleva una grossa colonia. Da come sono andate le cose, è oggettivo che a Londra sarebbe convenuto addomesticare o placare la belva germanica e quella nipponica, piuttosto che affrontare una guerra disastrosa, piuttosto che accettare la perdita del primato mondiale e del più grande degli imperi.

Anche la Francia del 1939 possedeva un grande impero: e anche alla Francia sarebbe ampiamente convenuto cedere parte di un dominio intercontinentale inutilmente vasto, che Parigi non aveva saputo valorizzare, piuttosto che subire dal Terzo Reich la più grave disfatta militare della storia. Oltre a tutto Parigi si fece imporre la seconda guerra mondiale da un fatto artificioso all’estremo quale un dubbio trattato diplomatico con Varsavia. Versailles aveva innalzato una Polonia gigantesca perchè molestasse da est la Germania. Negli Anni Venti Parigi aveva scopertamente gestito, con un generale francese, il sorgere di un apparato militare satellite polacco, sempre in odio alla Germania. Però la garanzia militare che Francia e Gran Bretagna vollero dare a questa Polonia intesa come ausiliare e sicaria antigermanica era irrealistica. Infatti la Polonia fu annientata in pochi giorni, in totale assenza di soccorsi occidentali; il suo mandante parigino avrebbe avuto un destino terribile pochi mesi dopo. Quasi nessun francese e nessun inglese fu disposto a “morire per Danzica”.

Meglio avrebbe fatto Parigi, già nel momento che Berlino si sottometteva (novembre 1918) a moderare il proprio trionfo, a non infierire sull’avversario sconfitto. Meglio avrebbe fatto Parigi a imboccare la strada dell’intesa duratura con la Germania. La Francia aveva avuto nel 1911 un primo ministro, Joseph Caillaux, che incarnava quella strada. Quell’anno Caillaux aveva scongiurato un conflitto con Berlino a proposito del Marocco (crisi di Agadir); la formula trovata era consistita in uno scambio territoriale nel Congo francese inteso a normalizzare possibilmente per sempre il rapporto col “nemico ereditario”. Ma quello stesso anno un capriccio del catastrofico parlamentarismo Terza Repubblica scalzò dal potere Caillaux e insediò il suo perfetto contrario: Raymond Poincaré, massimo esponente del revanscismo francese, presto elevato a capo dello Stato e a sommo tra i guerrafondai del 1914.

La linea Caillaux -l’intesa di fondo con la Germania guglielmina- fu stroncata duramente. Venne la Grande Guerra. Verso la fine del 1917, col grosso della strage già consumato, con varie divisioni francesi e con alcune unità germaniche prossime all’ammutinamento, e con le Potenze Centrali disposte a cercare con qualche anticipo le vie della pace, l’ex-presidente del Consiglio Caillaux fece qualche passo in Germania in vista di un negoziato che avvicinasse la fine del massacro. Lo scoprì il capo del governo Georges Clemenceau, il “Tigre”, divenuto il terribile demiurgo della guerra ad oltranza. Caillaux fu arrestato coll’accusa d’alto tradimento.

Tenuto in carcere, benché ex-presidente del Consiglio e figlio di un ministro particolarmente autorevole, Caillaux rischiò seriamente la condanna capitale: tale era l’accanimento di Clemenceau contro i “disfattisti” cioè tutti coloro che invocavano o suggerivano la fine dell’eccidio. Nel 1920 l’Alta Corte condannò l’ex primo ministro per  ‘corrispondenza col nemico’  ma non per alto tradimento. Cinque anni dopo il Nostro fu amnistiato. Ma aveva rasentato la fucilazione, o magari la ghigliottina. Fu dunque il martire di una causa -l’amicizia con la Germania- che trionferà quando     Charles De Gaulle e Konrad Adenauer decideranno di capovolgere la storia.

 

In conclusione. Winston Churchill figura ancora ammantato di gloria guerriera. Ma è una gloria non solo sinistra, anche oggettivamente falsa: la guerra di Churchill distrusse la grandezza britannica. Non andò molto meglio dell’impresa dei Dardanelli.  Una gloria ben più vera, voluta dal futuro, spetta a Joseph Caillaux, che anticipò nel concreto l’asse franco-tedesco e, come tale, fu premessa di Europa.

Antonio Massimo Calderazzi

GLI ERRORI TOTALI SU EBREI E URSS NON I CRIMINI PERDETTERO ADOLF HITLER

Non sembra  richiedere dimostrazione l’asserire che non furono i crimini atroci ad abbattere il Führer, furono alcuni errori di fondo. Il primo e, sulla distanza, il più catastrofico, fu di odiare gli ebrei. Dal punto di vista di Hitler l’ebraismo non avrebbe dovuto essere il male assoluto da spegnere, bensì l’avversario da aggiogare al carro del trionfo germanico, poi da utilizzare. Il Faraone, i sovrani assiri e babilonesi, Ciro il fondatore dell’impero persiano, Alessandro Magno, la Roma degli imperatori Tito e Adriano, l’Islam, tutti -salvo Ciro-. oppressero e massacrarono gli israeliti; ma non valutarono di doverli far scomparire. Li assoggettarono e sfruttarono.

I regni antichi della Bibbia, comprese le ‘gloriose’ sovranità di Davide e di Salomone, nonché quella di Erode, furono vassalli di dominatori stranieri. Troppo piccola e debole la nazione degli ebrei. Nei due millenni che seguirono alla dispersione finale per mano di Tito e di Adriano, tutte le aggregazioni di ebrei nel mondo accettarono la sottomissione ai sovrani che le sovrastavano, da quelli orientali a quelli di Spagna, Francia e di ogni altro regno cristiano.

Gli ebrei non furono solo oppressi: anche valorizzati come una delle stirpi più dotate,  creative e ricattabili. Al Andalus, cioè la Spagna maomettana, accordò grande favore a tutti quegli ebrei -erano tanti- che avevano più intelligenza e denaro di altre etnie. Nella Russia meridionale l’intero regno dei Cazari si convertì nel VII secolo alla religione dei giudei. Tutta la storia dell’Occidente è stata segnata dall’oppressione e al tempo stesso dalla valorizzazione e sfruttamento della stirpe ebraica. Quest’ultima, troppo esigua per l’indipendenza, accettava il servaggio e prosperava: nonostante le vessazioni, i pogrom, persino i parziali stermini.

Se Hitler avesse fatto come tutti indistintamente i dominatori della storia, il Terzo Reich sarebbe stato rafforzato e fatto più efficiente dal vassallo ebraico: un vassallo volenteroso, assuefatto a servire. L’ elemento ebraico ai vertici della finanza della Gran Bretagna e degli Stati Uniti (qui molto influente anche in politica) avrebbe persino ostacolato, se il Führer non fosse stato accecato dall’antisemitismo, la crociata antigermanica degli angloamericani. Soprattutto nella Washington di Franklin Delano Roosevelt, tutti i Baruch e i Morgenthau e tutti i tanti intellettuali d’ingegno passati negli USA non avrebbero fomentato il bellicismo antitedesco di Woodrow Wilson e del suo discepolo demoplutocratico, l’impresario del bugiardo New Deal.

Gli ebrei di qualità avrebbero fatto come tutti i loro predecessori della storia: sarebbero stati una delle strutture portanti del Terzo Reich, e avrebbero risparmiato a Hitler l’infamia dei Lager di sterminio.

Il secondo errore assurdo di Hitler è stato, naturalmente, far guerra all’Urss. L’assalto a Cecoslovacchia, Polonia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Francia aveva senso, prometteva d’essere vittorioso. La Francia, unico osso duro, era stata già umiliata dai germanici nel 1870 e agli inizi della Grande Guerra. Gli altri paesi europei erano prede facili del lupo hitleriano. Invece il fango, il gelo e la vastità della Russia avevano abbattuto Napoleone. Qui Hitler sbagliò tutte le valutazioni. Tanto più in quanto sembra accertato che Stalin, mentre disprezzava i suoi futuri, implausibili alleati Churchill e Roosevelt (“Non sono che dei democratici”), ammirava con poche riserve Adolf Hitler. Dicono i libri di storia che il dittatore sovietico riluttasse a credere all’assalto germanico ancora negli ultimi giorni della pace con Berlino. Se l’ammirazione di Stalin era vera, l’Urss avrebbe dovuto essere l’alleata, non la vittima del Reich. Il patto Molotov-Ribbentrop era tutt’altro che insensato per entrambi i dittatori che lo stipularono.

La Russia rovinò il Führer come aveva rovinato Napoleone e il Primo Impero. Se il III Reich non fosse stato tramortito in Russia, è dubbio che Gran Bretagna e Stati Uniti sarebbero riusciti a battere la Germania e i suoi scadenti alleati. La guerra d’Indocina e le imprese belliche americane che ad essa sono seguite hanno distrutto la presunzione di superiorità militare degli USA, e hanno seppellito per sempre il prestigio guerresco del Regno Unito. Senza le vittorie dell’Armata Rossa e quelle del generale Inverno, non è probabile che la Seconda Guerra mondiale sarebbe finita in Europa con la disfatta e il suicidio di Hitler. Logica avrebbe voluto che i due dittatori si saldassero in vera alleanza. Nemmeno è certo che Londra avrebbe voluto la guerra ad oltranza a un Reich amico dell’Urss, ipoteticamente rafforzato dalla cooperazione del giudaismo germanico e dalla non ostilità del giudaismo del mondo.

I quadrimotori angloamericani seppero certo radere al suolo le città e le industrie del Reich. Ma se il Reich non si fosse automutilato in Russia, è dubbio che i quadrimotori l’avrebbero avuta vinta sulla Luftwaffe e sulla contraerea di Hitler.
E’ dubbio persino che la volontà di combattere di Londra sarebbe stata dell’acciaio vantato a guerra vinta. Un compromesso tra la voracità tedesca di conquista e il pragmatismo britannico sarebbe stato nell’ordine delle cose: tanto più in quanto Hitler, già nei giorni trionfali del giugno 1940, aveva dato segni di non mirare all’umiliazione della Gran Bretagna. Infine i vertici britannici non potevano ignorare che nemmeno la rovina dello sfidante germanico avrebbe scongiurato la fine della grandezza e dell’impero britannico.  Dunque una composizione con Berlino non era assurda.

Conclusione. Adolf Hitler firmò la propria condanna quando, fallito il Putsch del 1923, scrisse dalla prigione bavarese il “Mein Kampf”, mettendo l’odio agli ebrei e al comunismo al centro della sua opera. Fu allora che sbagliò le decisioni programmatiche fondamentali. Vendicare l’umiliazione di Versailles, sì. Insignorirsi del continente europeo, sì. Strappare alcune colonie alla Gran Bretagna, magari con un negoziato, sì. Invece lo sterminio degli ebrei, i quali lo avrebbero aiutato a vincere, fu illogico. Altrettanto lo fu la guerra totale all’Urss.

Antonio Massimo Calderazzi

Spagna: l’antica sventura dei micronazionalismi

“Verso  il 1500 il miserabile, debole, arretrato popolo castigliano – una razza che decadeva – si impadronì della Catalogna, allora prospera, forte e avanzata”. Così accusava a fine Ottocento il medico Pompeu Gener, uno dei padri del catalanismo d’attacco. Peraltro attorno al 1887 un ampio settore d’opinione a Barcellona (le campagne non spasimavano per la secessione) si attestò su posizioni non separatiste.

Ma è in terra basca che nel 1839 circa prese forma l’estremismo separatista. Agustin Chahu raggiunse presto i toni più irrazionali: “I baschi sono il popolo di Dio, il popolo eletto”. Divenne ossessiva la preoccupazione di definire in termini biologici il ‘fatto differenziale’ della propria stirpe, e di qui lo svilupparsi di un nazionalismo violento, che a suo tempo diverrà terrorismo. Tra i baschi sorge il personaggio Sabino Arana, il più visionario e messianico tra i precursori del Vasquismo di lotta, morto  trentottenne nel 1903. La sua predicazione irredentista dette vita a quello che sarebbe diventato negli ultimi anni di Franco il più grave dei morbi spagnoli.

La domenica di Pasqua del 1882 Arana ricevette “direttamente da Dio” la rivelazione della causa nazionale basca. “Elevando il mio cuore a Dio, della Biscaglia eterno Signore, mi dispongo anche a dare la vita perché la nostra Patria risorga”. Arana predicava che la Spagna che aveva combattuto il Carlismo era una società empia, senza Dio, che voleva spegnere la fede in Cristo in Biscaglia. “La Passione e la Resurrezione di Gesù sono allegoria del peregrinare del popolo basco. I nemici della nazione basca sono le turbe che esigettero la crocefissione sul Golgota”. Si arrivò a definire Sabino Arana  “il Verbo basco fatto carne” e anche “El hermano de Jesucristo”.

Arana dette forma alla sua dottrina a poco più di 23 anni: “La Biscaglia è una nazione e una razza: Viva Euskeria indipendente! Muera Espagna!”. Tra i suoi primi seguaci furono i carlisti e i neo-cattolici integristi. Per coerenza anti-ispanica, il Fondatore condannò le repressioni coloniali di Madrid e acclamò il trionfo militare degli USA sulla Spagna. Questo non attirò ad Arana le simpatie del basco Miguel de Unamuno, rettore a Salamanca e aperto spregiatore di operazioni antiquarie come il disseppellimento della lingua basca, la lingua più strana d’Europa, nonché strenuo e alto assertore della grandezza spagnola.

L’identificazione basca del profeta Arana era così esclusivista che non si riferiva a tutte le province basche: Bilbao, Santander, Guipuzcoa. I matrimoni dovevano avvenire solo tra sposi baschi veri. L’autentico patriota basco doveva parlare il ‘vascuence’, ma perché quella lingua restasse pura, doveva essere parlata solo dai baschi: “Se fosse parlata da altri spagnoli sarebbe una jattura”. Il Maestro arrivò a insegnare: “Se uno spagnolo in punto di annegare in mare chiede soccorso, va risposto ‘Non capisco lo straniero’. Il Nostro sognò di epurare il vascuence da quel 75% dell’idioma che derivava dal latino. Dovette dunque inventare molte parole.

Il nazionalista di Arana doveva odiare la Spagna prescindendo dalle istituzioni che la reggevano. “La Spagna è la nazione più abietta d’Europa, è vile e spregevole. Bisogna desiderarne la distruzione. Guai se la nostra dominatrice si rafforzasse”. Tanto anti-spagnolismo era così viscerale da trascurare quale fosse l’assetto di governo del paese ‘oppressore’. “Giubileremmo se la nazione spagnola fosse devastata da un cataclisma”.

Non trascureremo l’irredentismo catalano; in questi giorni di fine 2017 si ritenta il referendum per l’indipendenza; e di nuovo Madrid minaccia “Sapremo cosa fare”. Ora segnaliamo che un po’ dopo l’apparizione del basco Arana sorse la sommessa rivendicazione di un patriottismo della Valencia, in qualche modo avvicinabile a quelli catalano, aragonese e balearico. Qui le affinità storiche sono tali che essere precisi non è facile. Le prime manifestazioni micropatriottiche furono quasi esclusivamente letterarie, vicine ai soli ambienti borghesi e urbani. Anche qui le espressioni di nazionalismo periferico, avvicinabili a quello catalano, sono fortemente minoritarie.

Anche nella Spagna medioevale, come in altri paesi, si consolidarono regni o altre entità aventi fisionomie e strutture differenziate. Si aggiunse, nei secoli XVI e XVII,  che la monarchia degli Asburgo mantenne, per un generale indirizzo conservatore, la diversità dei retaggi ereditati dal Medioevo. Così ancora nell’anno 1700 vigevano istituti, prassi e peculiarità in parte arcaici, non sopravvissuti fuori della penisola iberica. Quando giunse l’avvento del liberalismo spagnolo, all’inizio dell’Ottocento, esso conobbe innovazioni e fratture analoghe a quelle di altre nazioni contemporanee  – la Francia per prima –  nelle quali le tradizioni unitarie erano più radicate. In Spagna le novità ottocentesche “si fecero perdonare” accettando la sopravvivenza di forme superate e offrendo concessioni al passato che col tempo contribuirono al sorgere di micropatriottismi e di nazionalismi periferici,

Si succedettero epoche ed esperienze diversificanti: il gracile regno visigoto, abbattuto con singolare facilità dagli islamici all’inizio del sec. VIII; Al Andalus, cioè gli otto secoli della Spagna musulmana  (frequentemente infestata da divisioni e conflitti tra clan ed etnie: nell’anno 740 dovette accorrere un grosso esercito dalla Siria per domare una rivolta probabilmente berbera, comunque nordafricana). Il destino egemonico della Castiglia si articolò in molteplici direzioni ed esigette decine di diramazioni territoriali e politiche. Anche l ‘impero carolingio ebbe un ruolo nella costruzione dell’entità spagnola, dovendosi però misurare anch’esso con le velleità indipendentistiche di principi minori. Così la carolingia Marca Hispanica non fu omogenea come vorrebbe la mitologia catalana.

Verso l’anno Mille si parla di vari ‘Reinos de Espagna’ (uno dei quali era il Portogallo), non monolitici ma spesso cangianti in estensione e potestà secondo i diversi dinamismi tra Navarra, Asturie, Castiglia, Leon, Galicia, Guipuzcoa, Aragona. Rodrigo Diaz de Bivar – il Cid Campeador –  pur combattendo per conto del re di Castiglia e Leon, si insignorì in proprio del regno di Valencia. Si prende a parlare di Corona di Castiglia quando Alfonso X regna su metà della Spagna.

Ad Oriente l’Aragona. Barcellona e i feudi pirenaici contrappesano come possono il crescere in potenza della Castiglia. La Catalogna non è ancora un’entità imponente, mentre cominciano a intrecciarsi i cammini di Barcellona e dell’Aragona. Il conte di Barcellona, Alfonso II (1162-96) è anche re di Aragona. Jaime I il Conquistatore dà incremento all’espansione catalano-aragonese.

Attraverso le vicende dettate dalla polverizzazione feudale, nel secolo XII prende corpo il concetto di una Spagna unita. Alfonso VII si intitola già, più o meno legittimamente, “Emperador del Reino”. Si configura una ‘nacion espagnola’, pur divisa in regni. Le fonti carolingie considerano Spagna tutte le terre a sud dei Pirenei: compresa dunque la Catalogna. Ancora in pieno secolo XV ciascuno dei regni della penisola è un aggregato ‘invertebrado’ di terre, di genti, di signorie quasi sovrane, di domini degli Ordini militari, dei possessi dei grandi arcivescovi, in primis tra questi ultimi quelli di Santiago e di Toledo. Straordinaria è la varietà dei localismi giuridici, che finiscono coll’essere mitizzati come ‘fatti nazionali’.

Il primo amalgama importante tra regni avvenne faticosamente a partire dal 1250 tra la contea di Castiglia e quella d’Aragona. Ma la nobiltà difese ferocemente i fatti differenziali che materiavano i loro privilegi. Si ebbero così sviluppi diversi. Per dirne uno: nel 1370 Juan I di Castiglia fece ‘hidalgos’ tutti gli abitanti di una certa giurisdizione ex-feudale. Al contrario alcuni istituti e prassi si andavano omogeneizzando non solo nei maggiori feudi spagnoli (Castiglia, Aragona con Catalogna, Leon) ma anche in Portogallo e nei cosiddetti ‘Ultrapuertos’ (Navarra francese). Prende ad essere meno infrequente la menzione della ‘consuetudo Hispaniae’, cioè di un fondo giuridico comune come fatto unitario capace di contrastare i particolarismi locali.

Verso il 1465 sembra generalizzarsi il fatto che nelle città agisca un ‘corregidor’, difensore dei sudditi modesti contro le sopraffazioni della nobiltà. In genere fu l’area basca che restò al margine della modernizzazione giuridica, dunque degli sforzi di omogeneizzazione. V a  notato che nel regno d’Aragona il potere pubblico si rafforza meno che in Castiglia.

La imponente fase dei Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, dà naturalmente un certo impulso ai processi di unificazione.  Si profila anche il ‘castellanocentrismo’, ossia il primato della Castiglia (che allora non aveva la capitale a Madrid ma a Valladolid, Burgos o altrove). Pochi tra gli studiosi moderni condividono la pensosa visione di Ortega y Gasset: “La Castiglia ha fatto la Spagna, la Castiglia l’ha disfatta”. I processi furono più complessi, le responsabilità più sfumate. I vari ‘regni’ non avevano gli stessi retaggi. L’Aragona, retta da una dinastia barcellonese fino al 1430, era multiculturale e plurilingue sin dal Medioevo; i suoi sovrani regnavano anche su Valencia e Maiorca, nonché in Sicilia e in Sardegna. La stessa grande Castiglia non seppe realizzare un’autentica unità spagnola.

Le cose cambiarono alquanto quando il paese passò agli Asburgo, che gli dettero proiezione universale e rafforzarono la Monarchia.  Al costo naturalmente di non poche incompatibilità tra le istanze locali e la vocazione mondiale della Spagna divenuta potenza planetaria: al costo al suo interno di tensioni gravi e di vere e proprie insurrezioni sociali come quella dei ‘Comuneros’ (la ribellione delle campagne di Valencia e Majorca. Ad alcuni le rivolte apparvero fatti ‘nazionali’: così le ‘Alteraciones de Aragon’ (1591).

Fallì il tentativo unificatore attorno alla Castiglia del conte-duca d’Olivares (1624). Le resistenze dei gruppi dirigenti delle varie corone si irrigidirono. Le Cortes catalane, dopo quelle di Valencia e di Aragona si proclamarono “Un poble franc y llibert, no obligado al servir al Rey” e si negarono alle forti esigenze finanziarie della linea di governo del favorito Olivares. A quel livello non era mai accaduto. Entrò in crisi il sistema, oltretutto impegnato nel lungo conflitto con la Francia.

La Catalogna, o meglio le sue Cortes, cominciò a fare sul serio, in odio al conte-duca. Anche l’Aragona non rispose alle speranze di Olivares, laddove la Castiglia votò stanziamenti importanti. Va detto che la Spagna non fu affatto sola in Europa a vivere una crisi straordinariamente grave: nessun paese sfuggì all’uragano di quel secolo. Ad ogni modo si cominciò a parlare di ‘rebelliòn’ e persino di ‘revoluciòn nacional’  della Catalogna contro l’assolutismo centralizzatore.

Maggio 1638: la Deputazione catalana avvia negoziati diretti con Luigi XIII di Francia e quegli, con Richelieu, si impegna ad aiutare la Catalogna a farsi indipendente. Il 16 gennaio 1641 la Catalogna si costituisce in repubblica, pur sotto la sovranità di Luigi XIII, proclamato ‘conte di Barcellona’. I francesi occupano la Catalogna. Però i catalani – come oggi – non sono uniti dietro la Generalidad: dissentono molti aristocratici, i notabili di numerosi municipi, il clero che si conferma fedele a Filippo IV. Vari personaggi si esiliarono in Aragona e a Valencia. Luoghi importanti come Tortosa, Martorell, Tarragona, Reus, Lérida e Cardona si sollevarono contro i francesi. ‘El desencanto catalano’ nei confronti di Parigi fu immediato. Nel 1646 gli occupatori misero a morte vari oppositori. Insomma guerra civile tra catalani. All’inizio le leadership urbane barcellonesi parteciparono alla sollevazione antispagnola: alla fine si sottomisero.

La Guerra d’Indipendenza contro Napoleone non dà occasione di esprimersi ai nazionalismi periferici. La stessa Catalogna aderisce prontamente nel 1808 alla Giunta Centrale Suprema, proposta non dalla Castiglia ma da Valencia, una delle regioni che poi figureranno in testa al movimento per più larghe autonomie. Contro la Francia si manifesta un sentimento nazionale e patriottico che prevale su ogni pulsione indipendentista. Nel 1810 Napoleone tenta invano di staccare dalla Nazione Aragona, Catalogna, le province basche, la Navarra.

Le Cortes risorgimentali e liberali di Cadice riproposero con ulteriore forza l’ideale nazionale e l’unificazione giuridica; ci furono riserve nella giunta di Biscaglia. L’effimero re Giuseppe Bonaparte avanzò un progetto che organizzava la Spagna, alla francese, in 38 dipartimenti, da chiamare coi nomi dei fiumi locali. Conosciamo l’esito. Invece la contrapposizione tra la rivoluzione liberale di Cadice e i particolarismi ancien régime non poté non alimentare – ed essere alimentata – dalle guerre carliste della fase 1814-41. Alla fine una legge nazionale del 1839 accoglie le ambizioni autonomistiche basco-navarresi, “non a detrimento dell’unità costituzionale”. Sorge il violento nazionalismo di Sabino Arana (da noi ricordato all’inizio) e si induriscono i contrasti tra aree a vocazione industriale, tipo la Catalogna, e la Castiglia, regione leader ma economicamente debole.

La restaurazione monarchica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella, non cancella il nazionalismo basco e non scongiura il crescere della questione catalana. Si riprende a denunciare che la “arretrata Castiglia” possa prevalere sulla Catalogna: Si riafferma che la Spagna è fatta di due popoli, uno dei quali è catalano.

Arrivati alla modernità, sappiamo che l’insurrezione militare del 1936 sorse anche in odio ai tentativi indipendentistici catalani; e sappiamo che gli ultimi anni del regime di Franco soffrirono un sanguinoso terrorismo basco che culminò nell’assassinio del presidente del governo, ammiraglio Carrrero Blanco, il più fidato luogotenente del Caudillo. Infine il grosso referendum catalano dell’estate 2017 ha fatto temere vicino lo sfasciarsi della nazione.

Morto Franco, la nuova classe dirigente spagnola si è spinta oltre i traguardi più avanzati del riformismo di tipo federalistico. Oggi tutte le regioni godono di un’autonomia decisamente larga: ma alcuni pericoli per l’unità spagnola restano. Fuori del paese le ambizioni verso l’indipendenza appaiono sostanzialmente risibili, ottocentesche anzi donchisciottesche nelle migliori delle ipotesi. Il contesto generale, europeo e internazionale, è tale che in sostanza non si giustificano più autonomie. Il quasi-federalismo risulta eccessivo, bisognevole di contenimento. Né la Spagna né l’Italia sono abbastanza vaste, popolose ed economicamente forti da richiedere ulteriori dilatazioni dei poteri decentrati. Si auspicano arretramenti delle autonomie: non foss’altro che perché queste ultime né in Spagna né in Italia hanno fatto avanzare la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Al contrario, anche in Spagna le regioni (qui chiamate Comunidades autonomas) hanno aperto vasti pascoli nuovi alla corruzione e alla dispersione improduttiva della ricchezza.

Eppure le velleità micronazionalistiche non si sono spente: invece si sono ridotte a realtà relativamente modeste realtà come Francia e Gran Bretagna che furono grandi potenze. La Spagna è davvero abitata da segmenti umani insidiati da patologiche velleità di contrapposizione?

L’ipotesi non appare ammissibile. Non resta che concludere, per ora, che una parte degli spagnoli sono abbastanza ingenui da credere ai mestatori dei micronazionalismi più o meno donchisciotteschi, comunque ai professionisti dell’agitazione. Oppure concludere che parte degli spagnoli sono abbastanza scervellati da fare come i loro compatrioti del 1936: presero a sgozzarsi, persino all’interno delle famiglie, per due fedi che avrebbero meritato distacco. Anzi, salutare cinismo. Oggi Don Chisciotte si dissocerebbe.

Antonio  Massimo Calderazzi

 

Senza la pazzia della guerra, secolare longevità del Regime e dell’Impero

Il 13 giugno 1940 capovolse la Storia. In quel terzo giorno dal nostro ingresso nel Secondo conflitto mondiale un Putsch a palazzo Venezia risultò nella cattura del Duce e nel suo momentaneo internamento in un istituto psichiatrico segreto. Il colpo fu compiuto da ufficiali dei corpi d’élite -paracadutisti, assaltatori dei ‘maiali’, piloti da caccia – capeggiati da Luigi Durand de la Penne e da Junio Valerio Borghese. In un breve ma violento scontro con pugnali e altre armi bianche caddero la maggior parte dei Moschettieri del Duce. Il vuoto di potere fu provvisoriamente riempito, sotto la nominale presidenza di Donna Rachele Mussolini, da un energico maresciallo Pietro Badoglio, allora non investito da accuse per la rotta di Caporetto.

La maggiore decisione fu la revoca immediata dello stato di guerra con Francia e Gran Bretagna, seguito da un trattato d’amicizia perpetua. Il Reich minacciò di invadere la Valle Padana, ma subito prevalse il sollievo per la rinuncia italiana a combattere. L’Alto Comando germanico convinse il Führer che l’Italia era più utile come fornitrice di vettovaglie d’eccellenza: anche se le partite sarebbero andate anche agli Alleati.

La terapia psichiatrica al Duce, diretta dal magiaro Pal Attila Haitx-Equord, massimo frenologo d’Ungheria, fece miracoli: venti giorni dopo Benito Mussolini lasciò la clinica segreta completamente guarito dalle pulsioni belliciste e invece deciso a imitare l’accorta e proficua ‘non belligeranza’ del Caudillo spagnolo, Francisco Franco.

Ripreso il suo posto a palazzo Venezia il Duce espresse il suo vivo elogio (“Avete guarito me e fatto felice l’Italia”) ai congiurati del maresciallo Badoglio (dietro il quale era stato in realtà il Re e Imperatore, Vittorio Emanuele III). Solo allora la Nazione apprese l’accaduto, perciò l’ammirazione e il caldo affetto per il Duce, intensissimi dal tempo della conquista dell’Etiopia, superarono ogni livello immaginabile. Gli osservatori e gli statisti furono pressoché unanimi nel prevedere che, avendo scelto la pace, il Regime avrebbe raggiunto e agevolmente superato il secolo. L’ingresso nel secondo conflitto mondiale era -ed è- la sola colpa grave addossata dagli italiani al Fascismo.

Questo spiega che il Regime abbia già oltrepassato i novantacinque anni e che giorni fa abbia annunciato l’istituzione del ministero Millenario. Missione, celebrare nel 2022 il primo secolo dalla Marcia su Roma.

La peculiare diarchia italiana -coesistenza Dittatura del Littorio/Monarchia- vige più che mai, peraltro avendo acquistato caratteristiche innovative. Lo smisurato merito acquistato da Sua Maestà il Re Imperatore nel rovesciare il 13 giugno 1940 la storia dello Stivale si è tradotto nell’attribuzione alla Dinastia di Umberto Biancamano della facoltà di revocare lo Statuto Albertino, octroyé nel 1848 da Carlo Alberto. Inoltre tutti i maschi di Casa Savoia hanno acquisito il diritto di sposare una Mussolini di Predappio, quello di sedere nel Gran Consiglio del Fascismo; quello di capeggiare, se desiderato, i ranghi previdenziali e ricreativi del PNF. Dal canto loro i massimi gerarchi del regime sono autorizzati a istituire ordini cavallereschi parificati a quello di Malta. Altri aggiornamenti sono intervenuti nella diarchia Corona-Fasci. Saranno prossimamente passati in rassegna da Internauta.

L’uscita fulminea dell’Italia dal secondo conflitto mondiale produsse effetti portentosi. Le nostre città non furono distrutte. Mantenemmo l’Impero, Dodecanneso compreso, e lo allargammo al Kenya (lo comprammo a comode rate dal Regno Unito, ormai rassegnato a perderlo nonostante la prode resistenza della Raf contro la Luftwaffe). La nostra flotta e la nostra Aeronautica risultarono talmente superflue che ne mettemmo all’asta i tre quarti (in larga misura prenotati dalla Catalogna che intendeva fermamente dominare il Mare Nostrum), mantenendo il restante per le parate nei genetliaci dei principi del sangue e del podestà di Predappio. Il petrolio, il gas e l’uranio scoperti nelle colonie fecero dell’Italia un colosso degli idrocarburi e d’ altro. I nostri giovani trovarono eccellenti jobs permanenti nelle colonie di proprietà nazionale. Infine dopo il 13 giugno 1940 facemmo affari lucrosissimi con gli scervellati belligeranti, tutti condannati a destini infausti per non avere imitato l’Italia.

Soprattutto stupefacente il destino politico della Nazione littoria. Cessato, per la metempsicosi pacifista del Duce, il pericolo di coinvolgimenti in altri conflitti, il fascismo si confermò il credo imperituro di tutti gli italiani. Una sparuta minoranza di antifascisti -alcune dozzine di individui- si organizzò in una compagnia di comici che batté le piazze internazionali, con premi Oscar e straordinari successi di pubblico e di critica. Parte degli incassi delle tournées furono devolute ad opere irrigue nell’Acrocoro etiopico.

Gli italiani, che già avevano dato l’oro alla Patria e avevano praticato la fede fascista nel primo diciottennio del regime, decretarono l’apoteosi a Mussolini, cioè lo divinizzarono. Per la fase aperta dalla miracolosa guarigione pacifista del collega di Jupiter, i filosofi della storia hanno adattato la formula, cara a Friedrich Nietzsche, della “trasfigurazione del Nous creatore”.

Quasi tutti gli intellettuali, che fuori dell’Impero littorio sono prevalentemente di sinistra, nello Stivale & Colonie fanno propria la felice sintesi tra totalitarismo e liberalismo demoplutocratico: il tutto a valle del ripudio definitivo della guerra, anticaglia novecentesca. Gli arbori bellicisti del primo quarantennio del secolo XX si sono placati. Dal 13 giugno 1940 i Fasci non si chiamano più “di combattimento”, bensì “di intrattenimento”.

Porfirio

Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

Mezza America seppe dire no alla Costituzione termidoriana e plutocratica

Sono considerevoli le differenze tra la nostra Corte Costituzionale e il Tribunale per la Difesa dello Stato istituito da Mussolini. Ma la funzione è la stessa: perpetuare il Regime. Noi sudditi della Repubblica dei partiti dovremmo deciderci a rifiutare la Costituzione e la sua Corte.

Dovremmo fare come l’intero schieramento riformista statunitense, che all’inizio del secolo scorso avviò una lotta “ad oltranza” – la definì così Charles Beard, uno dei maggiori storici americani di tutti i tempi (i suoi libri, soprattutto “An Economic Interpretation of the Constitution of the United States”, vendettero nel mondo undici milioni di copie e, in una definizione del nostro storico Nicola Matteucci, divennero presto “la Bibbia di tutti i progressisti che combattevano contro la Corte suprema: sabotando la legislazione sociale essa usurpava il potere legislativo”).

La battaglia contro lo strapotere del Judicial Review si aprì sotto il presidente Theodore Roosevelt; fu portata avanti nel 1924 dal senatore Robert La Follette, candidato alla Casa Bianca per il Partito Progressista; raggiunse la massima tensione nel 1937, quando il New Deal si difendeva contro la coalizione di tutti i conservatori. Per illustrare le ragioni degli avversari della Corte, Matteucci citava J. Allen Smith che nel 1907,  nel suo “Spirit of the American Government” così definiva le posizioni del progressismo americano: “Il governo direttamente responsabile nei confronti del popolo non fu l’obiettivo che i padri della Costituzione americana avevano in mente, bensì il suo contrario”. L’attacco di Robert La Follette andava nella direzione di Allen Smith: “Col potere di dichiarare incostituzionali le leggi, i giudici supremi sono divenuti il nostro effettivo organo legiferante”. Ancora Matteucci: “In questa atmosfera così intensamente politicizzata, la parola d’ordine dei liberali e dei radicali era la lotta ad oltranza contro le sentenze dovute o alla Costituzione o alla usurpazione di poteri operata dalla Corte Suprema… La tesi che dominava il famoso saggio del Beard era: nell’anno della Convenzione di Filadelfia trionfò la proprietà, cioè la controrivoluzione: il popolo venne messo da parte. Questo testo costituzionale servì solo gli interessi conservatori… Sconsacrare la Costituzione, strapparla dal mitico Olimpo in cui un’interessata agiografia l’aveva posto fu un atto di coraggio. L’opinione pubblica lesse in “An Economic Interpretation” di Beard un attacco frontale alla Corte e alla Costituzione plutocratica. L’opera colpì l’obiettivo come un siluro: si scoprì che la deriva verso la plutocrazia era conseguenza obbligata delle premesse della Costituzione stessa”.

Potremmo andare avanti parecchio a illustrare fino a che punto si spinse la contrapposizione tra i cani da guardia della Costituzione e lo Spirito dell’esperienza americana. Ma è più urgente far risultare che quanto fecero i seguaci di Jefferson, i Benjamin Franklin, i Roger Williams, i Charles Beard – denunciare il ruolo termidoriano della Costituzione e della sua Corte – dovrebbe farlo, se sorgesse, un manipolo di riformatori del sistema italiano, corrotto o marcescente senza speranza. I termini del nostro problema assomigliano a quelli di coloro che, sotto i due Roosevelt, cercavano di liberarsi dei ceppi del conservatorismo. Basterà mettere al posto della connotazione antiplutocratica dei seguaci di Jefferson l’imperativo antipartitocratico/anticleptocratico che si impone nello Stivale. Nel 1913 si prese a lottare nel nome della coerenza americana.

Se non faremo lo stesso, sarà perché non abbiamo avuto la Rivoluzione americana, lavacro lustrale della civiltà anglosassone. Quel lavacro fece reattivo, cioè vitale, gli uomini delle ex tredici colonie, rendendoli capaci di contestare i bonzi della Corte suprema. Noi che invece della rivoluzione abbiamo avuto la collusione tra i Proci della casta politica, noi che soffriamo di una lebbra assai più turpe di quella dell’America di un secolo fa, non insorgiamo mai contro gli usurpatori della partitocrazia ladra “nata dalla Resistenza”.

A.M. Calderazzi

La Frontiera e il West, sole vittorie degli USA    

L’America che in un tempo lontano fu la Fidanzata del mondo, oggi ripugna per molti suoi lineamenti: cominciando dal bellicismo, al tempo stesso permanente e frustrato. Ambirebbe a impiegare una forza che nella storia non fu mai data altrettanto smisurata. Non può perché precipiterebbe nell’abiezione, si confermerebbe il più canagliesco degli imperi. Ha il pugno proibito, come un pugile professionale.

Peraltro, da qualche anno, si dubita addirittura sia ancora un impero, con tanti fallimenti più o meno gravi. Trionfarono nel 1945; da allora non hanno più vinto un confronto militare. Nel Vietnam, in Cambogia, nel Laos non avrebbero potuto farsi sconfiggere più ignominiosamente. In più pareggiarono spesso la ferocia delle SS e dei boia di Stalin.

Tuttavia chiudere così il bilancio di un’esperienza nazionale che fu grande è una perdita netta per l’umanità. Dallo sbarco dei Pilgrim Fathers l’America visse tre secoli di avanzamenti e conquiste. Poi l’intervento nella Grande Guerra –imposto dal catastrofico Woodrow Wilson a un popolo che voleva restare coerente con se stesso e col retaggio di G. Washington e di Jefferson – dilaniò la giovinezza dell’America. Un ventennio dopo il guerrafondaio F.D.Roosevelt completò la costruzione dell’impero planetario, al tempo stesso ponendo le premesse per l’ignominia e i fallimenti in Cina, in Corea, in Indocina. Non si dimentichi che lo scontro frontale coll’espansionismo nipponico fu giustificato da FDR coll’intento di estendere l’impero alla Cina. Però l’impresa portata a termine a Hiroshima risultò inutile: la Cina passò a Mao. Hanno aggravato la disfatta le spedizioni coloniali in Somalia, Irak, Afghanistan, altrove.

Uno come me che sbarcò la prima volta a New York da uno degli ultimi transatlantici, deve cercare nella memoria lontana per trovare i bei momenti dell’America: il viaggio del Mayflower, la ribellione a Giorgio III, la conquista della Frontiera e del West. Quest’ultima certo implicò lo sterminio dei nativi. Ma non esistono nazioni che siano diventate grandi senza spargere il sangue dei vinti e quello proprio. In più le stirpi più bellicose degli Indiani furono corresponsabili con gli invasori del genocidio che subirono.

La colonizzazione bianca non era incompatibile con la sopravvivenza dei nativi. Quando potettero, le tribù indiane esercitarono ferocie estreme, che attirarono rappresaglie spietate. Le ferocie non erano obbligate; era fatale che popolazioni tanto esigue e arretrate fossero costrette a consegnare il continente agli invasori. In quel passato lontano il Nord America aveva posto anche per i conquistatori bianchi. Le stragi compiute dai pionieri, dai cowboys e dai reggimenti di cavalleria furono all’incirca come quelle delle SS, della Wehrmacht, dei russi nel Caucaso, dei turchi in Armenia: le quali sarebbero state meno atroci se non avessero agito i partigiani, i guerriglieri, gli estremisti del patriottismo. Se questi ultimi non avessero ucciso non ci sarebbero state le rappresaglie odiose, le Oradour, le Fosse Ardeatine, le Sant’Anna di Stazzema. Meglio avrebbero fatto i Sioux, gli Apache, i Comanchi ad essere pacifici.

Nonostante tutto, la conquista del West resta una pagina grandiosa.  Alla ricerca delle fasi ‘buone’ della vicenda americana, scavo nella mia memoria di farmer dodicennale di una contea ontariese confinante coll’Upstate New York – anche per la suggestione degli insegnamenti di Thomas Jefferson faceva il libero ‘yeoman – e trovo un mese da me passato a Austin, capitale del Texas, quando un rodeo era un evento ben più sentito che un’Olimpiade o che un’assemblea generale dell’ONU. Il rodeo celebrava la bravura e il coraggio del cowboy, e il cowboy era un eroe americano assai più autentico che un equipaggio di astronauti.

Nel Nord America, Canada compreso, è archeologia accademica anche lo scavo nel basement di una capanna di minatore dell’Ottocento. All’università di Austin la punta di diamante delle investigazioni storiche più originali e più convinte, è la riflessione sul grande allevamento bovino, sui ranch, sulle cavalcature degli Apache, sui pozzi per abbeverare il bestiame e gli uomini, sul filo spinato, sulle ferrovie, su tematiche affini. Gli storici “western” ancora oggi rievocano il tentativo fatto da Jefferson Davis segretario alla Guerra (il futuro presidente della Confederazione sudista), di introdurre il cammello nel Sud per i trasporti dell’Esercito.

Nel 1931 un cattedratico dell’università del Texas, Walter Prescott Webb, pubblicò un libro di 472 pagine per descrivere nel concreto più dettagliato e quotidiano “la svolta che prese la civiltà americana quando nella sua avanzata verso Ovest essa, civiltà, uscì dalla foresta e popolò le pianure”. Aveva ragione: gli Stati Uniti nacquero dai boschi come Afrodite dal mare di Cipro. Presero ad adulterarsi, a perdere innocenza, quando divennero una nazione di città, inevitabilmente corrotte. Si rigenerarono quando sboccarono nel West.

Per il nostro storico indagare su quella svolta volle dire ripensare la scure, il fucile, il cavallo, la barca, gli altri mezzi coi quali il pioniere e il cowboy conquistarono la Frontiera. Anzi, era essenziale accertare che fu il six-shooter (il revolver Colt) a trionfare nei pascoli del West.

Uno dei molti duri condizionamenti cui i pionieri dovettero adattarsi per sopravvivere furono i venti caldi: almeno una volta i treni della Southern Pacific furono fermati perché il “chinook” aveva distorto le rotaie.

Un detto comune da quelle parti recita che un jackrabbit mangia quanto un cavallo. Questo roditore faceva tanti danni alle colture che ad una delle battute contro esso parteciparono 700 persone, che uccisero o catturarono 20.000 bestie. Tra il 1888 e il 1897 le battute uccisero mezzo milione di grandi lepri. Impressionante il numero dei bisonti. Una mandria particolarmente grossa poteva contare mezzo milione di capi. Nel 1880 gli USA vantavano 40 milioni di bovini. All’Ovest un grande ranch copriva l’area di un migliaio di fattorie contadine.

Nel 1874 fu venduto il primo rotolo di filo spinato. Il filo spinato chiuse l’era della libertà assoluta: pascolare ovunque, non riconoscere diritti altrui, non rispettare leggi, non permettere l’insediamento di contadini stanziali. Condizioni dure ma seducenti, che non potevano durare. I cowboys e i ranchmen erano una genia rozza e affascinante, il cui vigore e spirito d’avventura stregava gli abitanti dell’Est.

In dieci anni una mandria di 100 vacche poteva raggiungere 1428 capi, senza contare i maschi destinati a rifornire di carne le città dell’Est. Si vendettero mandrie e diritti di pascolo a speculatori di buona parte del mondo. Un trafficante si fece ricco collocando diritti di pascolo nel New Mexico sulle sponde del Pecos River. Arrivò a sostenere che sul fiume facevano servizio regolare cinque vapori, e non era vero.

Nel 1885 venne una crisi drammatica: esaurimento dei pascoli, ondate di freddo terribile. Un solo grande ranch del Texas perdette 15 mila capi su 25 mila. Segui un decennio di sciagure, poi i tempi tornarono euforici. Il cowboy divenne una figura leggendaria: coraggio, forza, somma maestria nel cavalcare.

Sono pochi gli storici accademici del West che non abbiano dovuto indagare sugli aspetti più materiali e tecnici dell’espansione verso Occidente: da come cavalcare e come stendere recinzioni, a come costruire mulini a vento per attingere acqua, a come gestire gli ‘stampedes’ (le fughe improvvise di grandi mandrie).

Il West fu l’affermazione dell’Americano primigenio: inglese, scozzese, irlandese. I tedeschi dell’Illinois e dell’Iowa non raggiunsero le Grandi Pianure occidentali, cioè non fecero i cowboys e i ranchmen. Soprattutto nel Sud-Ovest arido si impose il primo ceppo americano – i Jones, i James, gli Smith, i McDonald. I neri non si spinsero oltre il 98° meridiano, gli esteuropei non vollero andare dove non pioveva, i cinesi restarono sulla costa del Pacifico. Gli immigrati di fine Ottocento-primo Novecento si addensarono negli slum sull’Atlantico, dunque non conobbero il West. Messa così non furono veri americani gli italiani, gli esteuropei, i neri, altri.

Theodore Roosevelt fu l’ultimo leader nazionale che, oltre a impersonare la Frontiera vera nell’immaginazione letteraria e politica – pur essendo nato in una famiglia patrizia del New York – si sforzò di difendere la vocazione Western dell’America come l’autentico e il più nobile destino nazionale. Gli succedette Woodrow Wilson, il quale rappresentò un’America catturata dall’Europa, dal suo urbanesimo, dalle sue guerre e trame diplomatiche: tutto ciò che George Washington e Thomas Jefferson avevano respinto nel nome dell’autenticità e dell’innocenza americane. L’intervento nella Grande Guerra, imposto da Wilson e dai circoli guerrafondai, snaturò la logica della Prima America, tutta vocata all’emisfero occidentale.

Wilson, antagonista simbolico di Theodore Wilson e insulso rettore di un college per ragazze ricche, fu anche il liquidatore morale dell’avventura Western, nonché dei suoi valori più alti. Con Franklin Delano Roosevelt, un protetto di Wilson, si aprì l’equivoca era imperiale dell’America, diametralmente opposta ai modelli dei Padri Pellegrini, della Frontiera e del West.

I successori di Wilson, incluso John Fitzgerald Kennedy finto campione di democrazia, in realtà condottiero della plutocrazia, del militarismo, della degenerazione dello Spirito americano, non hanno più conseguito vittorie. Hanno invece aperto l’età del disonore, non solo avviando la turpe guerra d’Indocina ma anche perdendola nella vergogna. Con Kennedy si aprì il declino americano, che mezzo secolo dopo non accenna a chiudersi.

Niente di ciò che l’America consegue oggi è paragonabile alle gesta dei pionieri e dei conquistatori del West. Quella che fu la più giovane, la più vigorosa e “morale” delle nazioni è oggi il più gigantesco degli Stati-canaglia.  Più nessuna gloria e invece odii o malanimi dal pianeta intero.

A.M. Calderazzi

LA BOLDRINI HA DIFETTI, NON QUELLO D’ESSER FIGLIA DI ARRIGO BOLDRINI

Fece bene Laura Boldrini, tempo fa, a respingere d’impeto la bufala secondo cui era figlia dell’omonimo Arrigo. Meritò la solidarietà di tutti. ‘Figlia di un mito della Resistenza’, nome di battaglia Bulow, era troppo anche per una deputata di Vendola. Tutti hanno diritto a non essere associati al capo di quel gappismo che tra l’aprile e il giugno 1945, dopo la ritirata dei tedeschi e la resa degli ultimi fascisti, passò per le armi nella sola località di Cavenigo (Padova) 136 persone: non tutti militi o brigatisti neri, anche civili e parenti.  Cavenigo è una delle pagine più infami della ferocia partigiana, e si inserì in un panorama di atrocità che non sfigura nel confronto con le stragi SS. Nell’intero padovano le esecuzioni successive alla “vittoria” dei killer di Stalin furono molte centinaia.

Il principale capo guerrigliero locale era Arrigo Boldrini: logico che nel contesto di allora venisse assolto dai tribunali. Si usava così. Non lo sappiamo che la nostra Repubblica – un settantennio dopo  riconosciuta in genere come la peggiore d’Occidente – nacque dai mitra gappisti? Allora, nella gloriosa Fase Costituente, agli autori o coordinatori dei fatti antifascisti più crudeli spettavano larghe immunità. In più ricompense, decorazioni, cariche e prove monetarie della riconoscenza di noi contribuenti. Così i responsabili di Dongo e di via Rasella (cioè delle Fosse Ardeatine) sedettero a lungo in parlamento. Così Boldrini\Bulow fu deputato, poi senatore – senza interruzioni – per undici legislature (1945-94, mezzo secolo). Il PCI esercitava i suoi diritti.

E l’interminabile opera legislativa di Nilde Iotti, consorte di Togliatti (eletta 13 volte, complessivi 51 anni), come negare che ad essa dovemmo il Miracolo economico e l’ingresso tra i Grandi del pianeta? L’ex partigiana Nilde fu acclamata tre volte presidente della Camera, un record (per me uno scandalo). Per non far mancare la sua figura all’Assemblea e alla Nazione, si dimise pochi giorni prima di morire alla clinica Luana. Di fatto agonizzava già sull’arcipoltrona presidenziale. Quando Nilde firmò le dimissioni, Giorgio Napolitano si inebriò d’ammirazione: la proclamò “splendida figura”. Anche se il popolo del PCI si era turbato quando Togliatti, per unirsi a lei, lasciò moglie legittima e un figlio. Ma Giorgio, futuro atlantista, futuro estimatore della guerra di Afghanistan pensava sub specie aeternitatis, pensava a come sarebbe stato peggiore il nostro futuro senza le tre presidenze successive e senza il tacito ripudio dello stalinismo.

Ad Arrigo Boldrini riuscì di diventare poco meno che uno statista e un ricostruttore della Patria: per esempio fu vicepresidente della Camera e incarnazione a vita della gloria guerrigliera. Tra pochi giorni nella superba Aula della Regina a Montecitorio celebreranno il centenario della sua nascita le tre somme cariche dello Stato più, per l’antica milizia comune nel nome di Stalin, Giorgio Napolitano. Il centenario, come per Garibaldi, Torquato Tasso e Tazio Nuvolari!

Non solo: decorarono Boldrini con la medaglia d’oro (!) al valor militare. Solo lui avrebbe potuto fare il conto preciso delle raffiche, proprie e altrui, che aveva sulla coscienza. Inutile dire una volta di più che l’idea e il movimento del comunismo sono stati uccisi soprattutto dalla ferocia ‘bolscevica’ del retaggio rosso.

Nell’agiografia di Arrigo Boldrini c’è anche uno spunto di comicità irresistibile. Si enfatizza infatti che il nome di battaglia Bulow se lo dette, o gli fu assegnato, per avere teorizzato la “pianurizzazione”. Che vuol dire? Vuol dire che mise a punto la strategia politico-partigiana della “pianurizzazione”: la guerriglia  poteva|doveva scendere dalle montagne alle campagne e alle città di pianura. Dunque il Nostro divenne Bulow – occorrerebbe un’Umlaut’ o metafonesi, ma la mia tastiera ne manca, oppure sono ciuccio io – e non so se Boldrini usava umlaut – con riferimento ai meriti di stratega del conte Friedrich von Bulow, dalla parte prussiana vincitore sotto Bluecher di Napoleone Bonaparte. Ha scritto il riverente storico Guido Crainz: “La pianurizzazione fu una scelta vincente. Ebbe il merito storico di dare fiducia al mondo contadino”. Ne conseguì che i contadini-assassini di Boldrini abbatterono il Terzo Reich e forzarono il Fuehrer a inghiottìre  il cianuro.

Chissà se invece Boldrini, col suo doppio diploma, di scuola media e di perito agrario, non abbia preso a modello un altro dei von Bulow: il principe Bernhard, cancelliere del Secondo Reich, marito di una principessa italiana e genero di Laura Minghetti; il barone Dietrich, teorico dell’arte tattica; il barone Hans, musicista e marito di Cosima Liszt, successivamente risposata a Richard Wagner; il diplomatico Heinrich, ministro degli Esteri di Prussia; il feldmaresciallo Karl, comandante d’armata nella Grande Guerra; oppure il conte Ludwig, fatto presidente della Slesia nel 1825. Ci avreste mai pensato: un trionfo stalinista in pianura ispirato da una dinastia di grandi prussiani, magari Junker oppure no?

Forse anche per questo Laura, pacifista/progressista intensa, si dissociò dall’Omonimo: non solo medaglia d’oro per meriti di mitra ma anche emulo del pensiero strategico prussiano.

A.M.Calderazzi

 

IL TIBET DEL FUTURO

La Cina si è fatta “quasi-massima” economia del mondo. Sentiamo dire che sta appropriandosi di ampie realtà dell’Africa, un continente mai stato suo. Possiamo dubitare che saprà lanciare in grande una propria ‘nazione’, il Tibet, sulla quale è riconosciuta sovrana nominale da almeno tre secoli?

Non è abbastanza noto che nel 1903-4 quel grande regno teocratico subì una delle ultime sopraffazioni coloniali della Gran Bretagna. Man mano che Warren Hastings si insignoriva dell’India, Londra provava a inglobare la regione tibetana. I primi esploratori britannici comparvero in Tibet verso il 1774. Nel 1903 il governatore generale Lord Curzon ruppe gli indugi e trovò il pretesto – le iniziative e infiltrazioni russe – per mandare in Tibet una spedizione armata, ricordata col nome del comandante, colonnello Francis Younghusband. Dopo pochi mesi di marcia e qualche scontro, i britannici entrarono nella capitale Lhasa: ma non raggiunsero che in parte gli obiettivi del Regno Unito. Già nel 1906 Londra dovette riconoscere con un trattato l’alta sovranità di Pechino.

Quattro anni dopo le truppe cinesi raggiunsero Lhasa e deposero il Dalai Lama, fuggito in India. Anche questa fu una conquista effimera. Nel 1911 l’Impero Manchù cadde e nacque la Repubblica di Sun Yat-Sen. Il Tibet sembrò tornare indipendente, ma questa volta i monaci che governavano il paese dei monasteri non cercarono come in passato di contrastare le influenze britanniche.  Un trattato stipulato nel 1890 con gli inglesi era stato addirittura respinto, diciamo così, dal popolo. Peraltro una parte dei gruppi dirigenti si mostrarono sensibili agli influssi e alle proposte degli agenti zaristi, tradizionali competitori dei britannici nello scacchiere. Solo la rivoluzione bolscevica farà cessare i tentativi russi.

Conosciamo gli avvenimenti che nell’ottobre 1950 realizzarono l’effettiva imposizione del dominio cinese. Un tentativo di rivolta venne spento nel 1959. Un altro Dalai Lama venne deposto e costretto all’esilio. Molte voci si levarono nel mondo contro quello che apparve il sopruso della Cina. Si sostenne che la cancellazione dell’assetto tibetano era una violenza contro una grande tradizione culturale.

Tuttavia l’alta ‘suzeraineté’, o egemonia, di Pechino è un portato della storia. Più ancora, la presa di possesso di Pechino ha chiuso la lunga fase feudale della storia tibetana e ha avviato la modernizzazione. Alcune delle tradizioni più qualificanti si sono spente, anche se le leadership monastiche hanno visto riconosciuto un proprio ruolo nelle istanze d’autonomia del paese. Comunque, ora il Tibet può affacciarsi sul futuro. I programmi di sviluppo già avviati sono imponenti. Le risorse umane di una stirpe vigorosa saranno valorizzate come nei contesti tradizionali sarebbe stato impossibile.

Con le sue caratteristiche geografiche il Tibet sembra negato ad avere un proprio miracolo produttivo (industriale). Però una parte del suo ingente territorio – il quadruplo dell’Italia – possiede un potenziale non esiguo.  Le più alte montagne del pianeta sono parte del potenziale. Le considerevoli risorse minerarie che si attribuiscono al paese non sono ben conosciute. Invece è verosimile che un retaggio culturale così inconfondibile si presterà, tra l’altro, a una valorizzazione turistica davvero sorprendente. L’Asia più vicina fornirà larghe masse di visitatori stregati dalle leggende, dal folklore, dal fascino delle cime altissime. E forse ancora più conquistabili saranno i visitatori/pellegrini dalle società occidentali fatte prospere, epperò schiavizzate, dalle tecnologie, dal capitalismo, dalla modernità.

Quando Pechino dominerà anche i voli e i soggiorni low cost, quando moltiplicherà i poli alberghieri ispirati ai monasteri vasti come palazzi reali; quando renderà raggiungibili in auto i villaggi tibetani che guardano cime oltre gli ottomila, chi vorrà rinunciare all’esperienza del Tibet, un paese come nessun altro?  Quale reame vanta un sovrano fondatore che si chiamava cNam-ri-sron-bran, padre di un conquistatore di nome Sron-brcan-sgam-po; nonché un costume sociale che ancora consente la poliandria (la donna che sposa un primogenito è moglie legittima dei fratelli minori del consorte)?

 

Beninteso, si andrà in Tibet per ben altro.

Georges Clemenceau o l’inutilità di vincere Grandi Guerre

 

Il Tigre Clemenceau merita d’essere primo della lista di quei sommi bellicisti che le nuove generazioni non conoscono e dunque hanno perdonato col fatto stesso di ignorarli. Vedremo che fu direttamente responsabile di centinaia di migliaia di morti che si potevano scongiurare, visto che verso la fine del 1917  gli Imperi centrali si dichiararono disposti a negoziare una fine della strage. ‘Il Tigre’ non fu la sola caratterizzazione di cui si compiacque. Fu anche chiamato Clemenceau-la-Guerre e Clemenceau-la-Victoire. Forse gli piacque meno l’essere definito “vieilliard sanguinaire”: era un implacabile ottantenne nel 1917, quando tornò al potere (era stato presidente del Consiglio nel 1906-09).

A dire l’uomo basterebbe ‘Il Tigre’. Le tigri sono i più feroci tra i grandi carnivori. Il Nostro fece in modo di personificare la Grande Guerra, anche se fu Poincaré, non lui, a volere il più sanguinoso conflitto della storia. Clemenceau dominò, con Woodrow Wilson e con David Lloyd George, la conferenza di Versailles, sciaguratamente chiamata ‘di pace’: in realtà fu l’antefatto del Secondo conflitto mondiale. Mai Adolf Hitler si sarebbe alzato come fondatore del Terzo Reich, conquistatore di un continente, se Versailles non avesse addossato alla sola Germania la responsabilità e l’espiazione della Grande Guerra. uella di Versailles andava chiamata Versailles andava chiamata “conferenza  di Tregua ventennale, 1919-39”.

La Francia non premio’ Clemenceau per i suoi ferrigni conseguimenti. Nel 1920 era il più logico dei candidati alla presidenza della repubblica. Gli preferirono l’incolore Paul Duchanel: una specie di Mattarella, sventurato al punto da doversi dimettere dopo otto mesi per avere perso la ragione (morì nel 1922, caduto da un treno in corsa). Va ripetuto che Clemenceau  non fu l’artefice della guerra alla Germania. Il colpevole fu Raymond Poincaré, capo dello Stato nel 1914, il lorenese invasato della Revanche contro la Prussia di Bismarck, la quale in un paio di settimane del 1870 aveva inflitto al Secondo Impero di Napoleone III la più grave sconfitta della storia, tra l’altro strappandogli l’Alsazia e parte della Lorena.

Nel 1917, dopo un triennio di carneficina – solo a Verdun erano caduti un milione tra francesi e tedeschi –  si profilava una concreta prospettiva di pace, con non pochi segni di una disponibilità di Vienna e Berlino.  Poincaré, dovendo scegliere un nuovo presidente del Consiglio tra Joseph Caillaux, fautore della fine della mattanza, e Clemenceau, l’uomo della vittoria a qualunque costo, decise per quest’ultimo. Da quel momento il Tigre fu il più intransigente tra i governanti del conflitto nel proibire ogni iniziativa di negoziato.

Clemenceau ottenne la sua “vittoria” quando (novembre 1918) Hindenburg e Ludendorff, i due massimi capi militari germanici, costrinsero il loro governo a dichiararsi sconfitto. Da quando era tornato al vertice il Tigre non aveva mancato un’occasione per affermare che la Victoire valeva più che le molte vite che si potevano salvare: forse un milione sui vari fronti del mondo. Quasi ogni giorno, di fatto, faceva questa asserzione, e quasi ogni giorno sosteneva che ‘les enfants de la Patrie’ dovevano sacrificarsi. Tra l’altro fu il governante che, ottantenne, visitò più trincee per galvanizzare i combattenti ad amare il sacrificio patriottico della vita.

Ebbe la fortuna di morire diciotto anni prima del 1940, quando la disfatta totale e non onorevole della sua Grande Vittoriosa avrebbe insegnato, a lui come a Poincaré, la fallacia del loro bellicismo estremo. Oggi la Germania, non la Francia, è domina d’Europa.

In vita una feroce soddisfazione la ebbe prima di ‘trionfare’ coll’Armistizio e con Versailles: riuscì a far arrestare e processare Joseph Caillaux, che nel 1917, se fosse tornato a guidare il governo, avrebbe messo fine alla guerra con un accomodamento, senza pretendere la dubbia Victoire. Caillaux languì in carcere un anno e mezzo, sotto il peso di un’accusa che poteva portarlo alla fucilazione. La Corte lo condannò a cinque anni per un reato meno grave del ‘tradimento’ di cui lo accusava il Tigre. Nel 1925 Caillaux beneficò di un’amnistia. Il suo persecutore era morto tre anni prima, quando ancora era possibile che il maggiore assertore della riconciliazione franco-germanica fosse condannato a morte. Per il Tigre cercare le vie di una pace era ‘disfattismo’: tra i politici di rango che minacciò di portare davanti all’Alta Corte non mancò Aristide Briand, undici volte presidente del Consiglio e futuro premio Nobel per la pace.

A Clemenceau fu risparmiato lo “scempio” compiuto da de Gaulle e Adenauer, quando decisero che Francia e Germania sarebbero state amiche per sempre. Oggi non c’è scolaro dodicenne che non sappia quanto antistorica e futilmente belluina fosse la vocazione antigermanica del Tigre. Peraltro c’è stato, una guerra mondiale dopo, un bellicista più accanito di Clemenceau: Winston Churchill. Iperbellicista fu anche Franklin Delano Roosevelt: ma almeno fondò l’egemonia planetaria degli USA. Invece le vittorie di Churchill fecero sparire l’impero britannico.

Antonio Massimo Calderazzi

E’ ancora magica la provincia boemo-morava

Dovendo scegliere se salvare dal Diluvio Universale,  Praga la regina o i villaggi castelli stagni e cittadine della Boemia-Moravia  profonda, andrebbero salvati questi ultimi.  Praga ha perduto un pò il fascino di un tempo, quando alcuni la vagheggiavano miglior capitale europea rispetto a Bruxelles. E poi oggi ha i grattacieli dei conglomerati. La Boemia-Moravia minore è, forse per poco, l’ultimo paradiso. Ha le contrade più euritmiche dell’ex campo socialista. Qui ci si dimentica dei tradimenti anti-europei del suddetto ex-campo socialista.

A una trentina di km dal confine coll’Austria comincia la Selva Boema, quelle basse montagne boscose che qui chiamano Sumava. La sua minuscola metropoli Ceske Budejovice, alla confluenza della Moldava e della Malse, ha meno abitanti di Barletta, ma alla fine del Medioevo era una capitale commerciale. I monumenti, le piazze ariose e gli spunti sono bizzeffe. A un tiro di schioppo sorge lo sconcertante castello di Hluboka nad Vltavou. Nel 1840 i proprietari principi Schwarzenberg, stufi di possedere decine di fortezze e di manieri sorti nel medioevo, vollero qui una casa moderna, stranamente ispirata al castello di Windsor. Otto anni dopo uno dei principi, Felix, era cancelliere dell’impero asburgico, domava coll’artiglieria la rivolta a Vienna e insegnava il mestiere di regnare a Francesco Giuseppe, imperatore giovanottino. Un Karl dello stesso casato aveva addirittura sconfitto Napoleone (battaglia di Lipsia, 1813). Va a capire perché questa colossale copia di Windsor su un’altura che domina la Moldava, copia voluta da gran signori che un secolo e mezzo dopo, finito il comunismo, per poco non si facevano re della Cekia.

Nel 1992 il capo della casata, ancora un Karl, era alla corte del presidente Havel come capo della cancelleria. Un quotidiano di New York lo presentò come ‘pretendente al trono cecoslovacco’, ovviamente dimenticando che una monarchia dei cechi e degli slovacchi -così come l’infausto regno dei serbi croati e sloveni- non è mai esistita. Entrambe le nazioni furono inventate dall’insulso arbitrio dei pacificatori di Versailles, i peggiori della storia, visto ciò che seguì alla Grande Guerra: Hitler, un’altra guerra ancora più mondiale, l’Olocausto e il resto.  Il principe ‘cancelliere’ di Havel sbagliò ad assicurare che gli slovacchi non avrebbero fatto secessione. Però la sua famiglia se la cava bene, per essere scampata al comunismo. Io entrai non visto in un superbo palazzo moravo: erano gli uffici che amministravano le sole proprietà forestali Schwarzenberg.

Non lontana da queste armonie è la piccola Trebon, con una piazza di sole case rinascimentali e un vasto castello, naturalmente Schwarzenberg per secoli ma in origine dei Rozmberk, allora massimi feudatari della Boemia. Ma va fatto pellegrinaggio a Tabor, uno dei pochi luoghi tragici della regione sud-boema. Fu fondata nel 1419 dal capo degli Ussiti, Jan Zizka, come città ideale e come possente roccaforte della sua fede. La città era organizzata in forma comunitaria, senza proprietà privata. Quindici anni dopo gli Ussiti furono annientati nella battaglia di Lipany e l’utopia di Tabor fu schiacciata. Qui tutto ricorda questa pagina di comunismo cristiano, militante anticipazione della Riforma protestante.

Zizka non dovette praticare mai la mansuetudine evangelica. E’ dovunque raffigurato come un duro soldato, orbo di un occhio, tratti fieramente marziali, membra vaste e armi micidiali. Il regime socialista dette molto risalto allo specifico comunitario (e nazionale antitedesco) del movimento ussita. Jan Hus, prete eroico e giovane rettore dell’università di Praga, infiammò il popolo contro la corruzione del clero e contro lo strapotere tedesco. Volle difendere le sue tesi di fronte al concilio di Costanza, ma il salvacondotto imperiale non lo salvò. Fatto arrestare da un cardinale francese appena arrivato a Costanza, fu bruciato vivo (1415).  Le guerre hussite condotte dal grande Zizka durarono fino al 1434, ma i fermenti non si spensero: tra il 1458 e il 1471 il trono di Boemia fu occupato da un nobile ussita, Giorgio di Podebrady. La rivolta attiva degli ussiti finì solo nel 1620, nella crudelissima guerra dei Trent’anni, per una vittoria campale dell’imperatore asburgico.

Trionfarono e si arricchirono le grandi famiglie cattoliche dell’impero: Schwarzenberg, Lobkowitz, Starhemberg, Windischgraetz, Liechtenstein. Insieme avevano decine di migliaia di servi; tra essi era la famiglia di Christoph Willibald Gluck, che col suo Orfeo e la sua Euridice ringiovanì la musica del mondo.

Ribadiamo una volta di più che Praga, con tutti i suoi tesori, non vale più che il resto della Boemia (e Moravia). La capitale è ormai meta di gite operaie, certo merita d’essere amata dai gentiluomini. Ma la Boemia meridionale sia prediletta da questi ultimi; sempre che preferiscano gli itinerari minori, accettando al limite qualche esiguo tratto cilindrato invece che asfaltato. Solo così si attraversano i villaggi, qui molto spesso incontaminati e qualche volta belli di armonie assolute. In Germania e in Austria i villaggi sono risorti a migliaia dalle macerie della guerra. Ma sono troppo moderni, opulenti, imitatori delle città, piagati dalle urbanizzazioni dei pendolari. Dicono troppo chiaro l’apporto di prosperità venuto dagli stipendi delle metropoli e dai margini del terziario.

 

Nella Boemia-Moravia profonda le case le stalle i fienili le cappelle le peschiere sono ancora autentici in larga misura, incredibilmente aggraziati. Anche perché la guerra risparmiò parecchio questo reame di contrade deliziose, il lineamento più raffinato del continente.  La regola sia: tra la grande arteria e la strada dei villaggi, scegliere la seconda. La prima, quella che fa andare veloci, taglia fuori da troppi stati di grazia.

 

Un po’ fuori della Boemia meridionale c’è Telc, affascinante cittadina morava, la cui piazza interamente circondata da portici e il cui castello sono forse i più eleganti della nazione. Nel 1541 il feudatario Rozmberk (Rosenberg) capeggiò una delegazione di 50 gran signori cechi che a Genova ricevevano l’imperatore Massimiliano II (un mezzo protestante come non pochi boemi semi-ussiti) di ritorno dalla Spagna. In Italia i Cinquanta si stordirono di Rinascimento e, rincasati, misero al lavoro nei loro castelli gli architetti italiani o italianizzanti. Più che altrove, qui il Rinascimento nacque principesco. Quanto al capodelegazione Rosemberg, allora primo tra i feudatari boemi, egli fu ospite di Andrea Doria per undici lunghissimi anni, dunque non avrebbe potuto assorbire più Rinascimento.

 

A giudicare dalle folle di turisti, Cesky Krumlov sarebbe da evitare in agosto. Ma è città d’arte come poche e la sua dura fortezza (ai primi del Seicento l’imperatore Rodolfo II vi rinchiuse il figlio naturale don Giulio d’Austria, personaggio dalla fama inquietante) fu ingentilita dai geniali interventi di Baldassarre Maio de Vomio, il maggiore degli architetti italiani operanti qui (però qui era nato). La parte residenziale della fortezza ha trecento stanze. I giardini, il maneggio d’inverno e il palazzetto di piacere detto Bellaria sono degni di una reggia. Manco a dirlo, finì agli Schwarzenberg.

 

In questo paese il problema per il viaggiatore è di scegliere tra le bellezze del paesaggio e i manufatti dell’uomo: non solo i castelli e le case, anche i vecchi ponti, le stradine che servivano le miniere d’oro e d’argento, le dighe antiche in legno, le molte altre tracce del lavoro. Dalle parti di Trebon i 270 o più stagni, che un tempo erano paludi, danno migliaia di quintali di carpe in pochi giorni. Sono collegati tra loro da canali medievali, spesso ancora muniti di sbarramenti in tronchi di quercia.

 

La Boemia e Moravia è forse la macrocontrada più fine del Continente più colto del pianeta. Questo finché riuscirà a contenere le aggressioni della ricchezza: capisaldi dello shopping, grattacieli, autostrade, arredi urbani in plastica, vucumprà, drogati e altri parossismi. Il comunismo, cancellando la proprietà privata e mortificando lo sviluppo economico, aveva miracolosamente protetto centri storici che ancora oggi sembrano bozzetti di scenografi. Il trionfale ritorno della proprietà non promette niente di buono. Però la Germania, qui antica dominatrice, insegna che col tempo la ricchezza si addomestica e in parte espelle il rozzo e il banale.

La Ruhr non è verdissima? La Baviera straricca non è anche raffinata?

Antonio Massimo Calderazzi

CANI E GATTI: ARCISPEDALE S. ANNA, Ferrara 1974

L’entrata all’Arcispedale S. Anna era stata una svolta epocale in quanto seguita da uno stipendio, ed anche piuttosto buono per i tempi di allora. La famiglia forniva a casa un servizio alberghiero ineccepibile, camicie stiratissime, pantaloni con piega al laser e cena sempre calda, ogni ora e gratis.

Il Reparto di Medicina Nucleare veniva ancora chiamato Terapia Fisica, in quanto ospitava un gruppo di tecnici esperti di massaggio con le mani e con il calore. Ma la parte trainante era la Medicina Nucleare in quanto era la sede ove i radiofarmaci venivano preparati e iniettati nei pazienti. Sistemi di rilevamento erano costituiti da un vecchio quanto affidabile scanner meccanico Mallincrodkt affiancato da una moderna gamma camera a schermo largo. La chicca finale era costituita dal NUKAB 2530, uno dei primi calcolatori giunto in Italia ed applicato allo studio digitalizzato dei segnali provenienti dalla gamma camera. C’era poi la Radioterapia, ma questa era di pertinenza del Dr. Susa. E proprio il nome del Primario della Radioterapia fu uno dei primi insegnamenti che l’Ospedale diede all’orgoglioso neolaureato con il Prof. Baserga della Clinica Medica e con il massimo dei voti: non fidarsi delle impressioni e soprattutto controllare i dettagli più irrilevanti. Fu sorgente di notevole imbarazzo sociale scoprire che il Dr. Susa non si chiamava affatto Susa, ma era un appellativo che il personale concorde gli aveva attribuito per la sua flemma e i movimenti plantigradici. Il termine susamlon a Ferrara indica persona con le caratteristiche citate. L’astuto personale capì benissimo che non era possibile chiamare un Primario ospedaliero con un termine del genere, per cui si scivolò rapidamente in un innocuo Susa.

La Medicina Nucleare in vivo era affiancata da quella in vitro, gestita in modo diretto quanto qualificato da Angela che stravedeva per il Dr. Bagni. Assieme a questo ultimo, il giovane neoassunto lanciò una serie di dosaggi radioimmunologici (RIA) che consentivano di valutare quantità infinitesimali di ormoni maschili e femminili. Questo significò che la clientela del Reparto si arricchì di signorine con disturbi mestruali, di signore meno giovani alla disperata ricerca di figli, o di maschi desiderosi di essere rassicurati sulla loro virilità.

La Caposala Giorgia era persona di grandi esperienze, a fine guerra un ordigno bellico le aveva scarnificato una gamba, ma era sostenuta da spirito e da forza interna tipici delle donne emiliane. Era anche donna di grande coraggio e inattesa forza fisica. Tutti i giorni, il personale della Terapia Fisica di ritorno dalla mensa passava lento pede di fronte a Giorgia snocciolando una sequela di proposte intime difficili da sostenere e fisicamente impegnative. Di fronte a questo kamasutra di maschi di varie età, Giorgia rispondeva con l’approccio emiliano tipico, dando risposte spiritose e mai astiose o maleducate.

Un giorno Giorgia aveva la luna di traverso, percepibile anche dal modo con cui batteva ritmicamente sul pavimento con la gamba ramata. Nessuno nel Reparto osava interagire con lei in quei giorni.

Gli ignari maschi di ritorno dalla mensa non si sottrassero al rituale e presentarono tutte le possibilità previste dal copione. Stavolta Giorgia perse il suo tradizionale aplomb. Il personale della Terapia Fisica già vestiva le tutine chirurgiche che sarebbero divenute di moda con ER e George Clooney. Stavolta Giorgia scattò come un serpente e al centro del corridoio del Reparto slacciò il nodo del laccetto che sosteneva i pantaloni del primo malcapitato maschio. Non contenta di questo, Giorgia tirò giù le braghette dello stupitissimo bersaglio e si trovò di fronte ad un ciuffettino di pelo rosso da cui spuntava un modestissimo ammenicolo maschile. Giorgia aveva una rispettabile esperienza specifica nel campo. Cominciò a soppesare l’articolo, a mostrarlo circolarmente a tutti gli astanti che si erano intanto affacciati da studi e aree di lavoro, scandendo con voce chiara ed alta che erano proprio illusi se pretendevano di fare con lei le cose appena prospettate con un set strumentale così risicato. La pratica dei salaci commenti al ritorno dalla mensa cessò come per incanto.

L’esperienza di Giorgia veniva anche sfruttata a scopo medico. I maschi che si presentavano al Servizio di Medicina Nucleare per test ormonali esponevano al medico di turno anamnesi di lunghezza sterminata, con dettagli laterali del tutto marginali: solo dopo un’ora giungevano a confessare sintomi non indicanti feroce virilità. Il medico giovane impiegava almeno un tempo del genere per avere un tale indirizzo diagnostico. Con un semplice sguardo Giorgia faceva invece diagnosi a distanza, per di più sempre confermata dai risultati dei dosaggi ormonali.

Il personale medico della Medicina Nucleare era costituito dal Dr. Gianluigi Crema, Aiuto poi diventato Primario FF (Facente Funzione). Uomo di qualità superiori per cultura ed umanità, era decisamente fuori posto nella politica ospedaliera dell’Arcispedale per non parlare di quella universitaria. Altro componente della equipe Medicina Nucleare era un giovane assistente, che aveva avuto l’idea di investire un periodo negli USA durante il corso universitario: in quella occasione aveva avuto modo di lavorare per qualche mese in una Medicina Nucleare. Tutto era nato nel 1971, quando si era deciso che l’Italia andava stretta ad un gruppo di giovani studenti di medicina, ma anche appassionati di rugby e moto. Questi si erano impuntati a conoscere il mondo medico al di fuori dell’Arcispedale Sant’Anna.

La maggior parte di loro veniva dallo Scientifico e aveva ottima conoscenza del tedesco, utile d’estate sull’Adriatico ma non tanto in medicina. Quelli del Classico non si ponevano il problema, in quanto lingue straniere diverse dal latino e greco non erano nemmeno contemplate. Per comune accordo si convenì che le lacune dell’inglese fossero molto gravi, per cui iniziò subito un sistematico approccio allo studio della lingua di Shakespeare. Il metodo originale adottato fu la traduzione dei testi di Bob Dylan, patrono della cultura musicale dei tempi. Quello che gli ingenui seguaci della lingua non potevano ipotizzare è che la conferma di una logica interna alla traduzione non poteva venire dai versi di Dylan o di altri, che molto spesso scrivevano sotto l’ispirazione di polverine magiche. Si tentò anche con film audacemente in lingua originale o con la traduzione della colonna sonora di Easy Rider. Il risultato fu una conoscenza del tutto occasionale, con dettagli esasperati quanto inutili e soprattutto mancante di ogni ragionevole base e logica culturale.

L’anno successivo il gruppo degli studenti si era ridotto e il futuro esperto di Medicina Nucleare inviato a Chicago, Ill. L’orgoglio del destinato crollò quando scoprì di essere stato destinato ad un piccolo Ospedale situato al centro del ghetto nero di Chicago. L’inglese parlato in zona e dai pazienti ivi afferenti aveva un tenuissimo legame con quello insegnato in Inghilterra. In quanto sopravvissuto all’esperienza USA, il giovane studente di Medicina era tuttavia convinto di essere divenuto padrone della lingua inglese, senza alcun dubbio residuo.

Una delle prime attività dopo la presa di servizio all’Arcispedale nel 1974 fu quello di incrementare l’accesso alle riviste, ai libri leader nel campo anglosassone e stabilire relazioni con gli Stati Uniti. C’era insomma un tentativo non nascosto di tirarsela un po’ con l’esperienza americana, per altro molto funzionale alla pesca di signorine.

Il Dr. Crema aveva invece un inglese molto buono, che aveva acquisito per una sfortunata coincidenza di vita, vale a dire prigionia in India sotto gli Inglesi dopo la cattura in Nord Africa. I campi inglesi avevano la caratteristica di essere terribili per condizioni di vita e per la disperazione diffusa che regnava in agglomerati di migliaia di maschi ventenni e con Ufficiali anziani e svogliati.

La disperazione era combattuta in modi diversi, con tentativi di fuga assai rischiosi o con sfide sportive come quella di piantare il tricolore sulle vicine cime himalayane, ritornando poi al campo. Queste sfide avevano preso avvio in Africa, quando un gruppo di italiani prigionieri in Etiopia aveva eluso la sorveglianza e con mezzi primitivi erano riusciti a scalare il monte Kenya. Fu considerato uno sberleffo intollerabile da parte dei club dei supponenti Ufficiali inglesi vedere il tricolore con lo scudo sabaudo garrire sulla montagna.

Il Dr. Crema adottò una strategia differente. Riuscì ad avere un dizionario The Universal English Dictionary di Henry Cecil Wyld che accanto ad ogni voce metteva significati, sinonimi e antinomi. Del libro ne studiava a memoria alcune pagine al giorno e le ripeteva per sè e per gli altri. A fine prigionia aveva una cultura sterminata di termini inglesi.

Dopo la prigionia, il Dr. Crema investì un anno della propria vita a perfezionarsi in Radiologia proprio all’Università di Chicago, raggiunta in nave.

La coincidenza delle esperienze nel Midwest americano fu occasione di rapido feeling, oltre alle stime professionali.  Il Dr. Crema portò come regalo al neo-assunto una copia del mitico dizionario e tutte le mattine il malcapitato veniva interrogato sul significato di alcuni termini, su sinonimi e antinomi. I risultati erano deludenti per le attese del Maestro, mentre la giovanile baldanza dell’allievo non veniva scalfita da questi segnali preoccupanti sulla sua cultura inglese.

In quegli anni la rivista “La Ricerca in Clinica e in Laboratorio” era uno strumento della Hoechst per fidelizzare clinici e laboratoristi. La rivista era scritta in italiano e come benefit per i lettori includeva anche alcune sintesi di importanti lavori scritti in inglese. Come ulteriore bonus per i membri della redazione scientifica (e Bagni lo era) c’erano le traduzioni di questi pezzi, che erano pagate discretamente bene. Bagni affidò al giovane assistente la lettura e conversione sintetica in italiano di un lavoro importante per la comunità degli endocrinologi, che avevano visto cambiare il loro modo in base ai dosaggi RIA. La parte sperimentale era stata condotta in mice, che rappresentò un elemento di sorpresa per il giovane medico, che da buon campagnolo si chiedeva come fossero possibili approcci sperimentali così dinamici in animali notoriamente considerati di moderata trattabilità.L’equivoco fu generato da ignoranza sul plurale mice, nemmeno considerato legato a mouse, ma ritenuto semplicemente indicare gatti. Un numero della rivista “La Ricerca in Clinica e Laboratorio” del 1975 contiene ancora traccia di questo imbarazzante strafalcione.

La stessa rivista andò avanti per qualche anno e fu chiusa per tagli di bilancio, non prima che un ulteriore voragine culturale lasciasse tracce scritte di se’. Un differente Materials & Methods indicava che gli esperimenti erano stati condotti su mongrel dogs. Questo termine accese immediatamente una lampada nel ricordo. Infatti, My Back Pages del solito Dylan recita:

In a soldier’s stance, I aimed my hand

At the mongrel dogs who teach

Fearing not that l’d become my enemy

In the instant that I preach

My pathway led by confusion boats

Mutiny from stern to bow

Ah, but I was so much older then

 

Un testo sicuramente poetico ma di oscura comprensione formale. Sulla base di questo bagaglio culturale, la traduzione stavolta osò indicare che i test erano stati fatti su cani di razza mongrel. Purtroppo solo a cose fatte, il Dr. Crema segnalò che mongrel indicava bastardo, una antitesi di razza e un passo falso grave per un futuro genetista. Stavolta Il volume della Rivista fu lestamente fatto sparire dalla biblioteca, dopo l’esperienza precedente.

Accanto a queste attività culturali ancorché di basso livello, ve ne erano altre di tipo edonistico, vale a dire indirizzate ad apprezzare i lati positivi e piacevoli della vita. La Radiologia era posta a accanto alla Medicina Nucleare e gestiva un traffico di pazienti di tutto rispetto. Il Reparto allora aveva in carico numerosi esami di routine basati su diagnostica per immagini convenzionali ed altri che erano di tipo funzionale. Per questi ultimi era necessario anche impadronirsi di specializzati modi di fare e soprattutto di parlare: ad esempio, lo studio del polmone era basato sul tipico esame RX prima e dopo un banale colpo di tosse. Quando il medico richiedeva “tossisca, signora”, la paziente rimaneva immobile. Interveniva allora lo scafato Tecnico con un chiaro “tosca, sgnora”, ottenendosi una pronta reazione diaframmatica. Si era indubbiamente sviluppata una semantica particolare nelle interazioni con i pazienti che in quegli anni ancora usavano il dialetto come prima lingua. Da questa semantica erano un genere esclusi i dottorini giovani parlanti esclusivamente italiano oppure quelli che venivano da fuori Ferrara o addirittura Emilia. Quando un paziente riferiva di avere avuto uno scampanezzamento (rumore di campane) per tutta la notte tale da non aver potuto dormire, il giovane medico era già pronto ad ordinare complicati esami specifici.  Lo scafato Tecnico invece capiva benissimo che la paziente non aveva nulla, ma voleva solo farsi notare. Un altro modo di dire non compreso nella semeiotica del Campanacci era quello legato alla descrizione di sintomi cardiaci. Alla domanda del supponente dottorino che chiedeva come andava l’attività cardiaca, molto spesso le pazienti entravano in complesse e articolate descrizioni che potevano giungere a includere la vena aortica dal zarvel (cervello). Altri pazienti erano più focalizzati sull’area cardiaca, di cui venivano enumerate diligentemente storiche deficienze funzionali tali che la paziente non riusciva a tollerare nemmeno una caramella di menta. A questo punto l’inesperto dottorino era già pronto con l’elettrocardiogramma, Ambu o altri strumenti; l’esperto Tecnico invece alzava un sopracciglio e suggeriva alla signora l’uso di caramelle all’anice, nutritive e cardiotoniche.

Altro esame funzionale era quello della colecisti, per la cui contrazione si richiedeva l’ingestione di minime quantità di uovo. Quando la persona si presentava diligentemente allo sportello per la prenotazione, il Tecnico di turno si peritava di informare la esaminanda che era necessario portarsi l’uovo da casa. Le uova dovevano essere freschissime (che sinò l’esame non veniva) e dovevano essere almeno una dozzina. Le 11 uova/paziente residue dal test venivano usate nel turno di notte per ampie frittate di sicuro impegno epatico-gastro-enterico.

L’uovo aveva anche altre destinazioni più nobili. Accanto alla Radiologia Ospedaliera c’era quella Universitaria, istituzionalmente destinata agli esami più importanti e che uscivano dalla normale routine. Medici e personale erano più fini della controparte ospedaliera, parlavano quasi sempre in italiano, anche perché la struttura universitaria era guidata da un Professore di Torino.

Ferrara era nel cursus honorum del circuito della Radiologia accademica, e ai candidati in pectore per le posizioni più prestigiose veniva richiesto un periodo di transizione in sedi periferiche. Il Professore di Torino era alto, di bell’aspetto, biondo, avvolto in tessuti sartoriali di Biella e apparentemente non disdegnava le grazie femminili. Tutte le signorine del Reparto erano senza parole di fronte al luminare che veniva da lontano, che riceveva lettere addirittura da fuori Italia e che sempre aveva la meglio in tutte le discussioni cliniche del Sant’Anna. Parte di questo veniva dal fatto che la persona era di suo molto colto, aveva grande esperienza internazionale e soprattutto passava molto tempo nell’osservazione delle lastre relative ai casi clinici più difficili. La Caposala di Radiologia Universitaria era una bella signora e sapeva di avere una missione primaria che era quella di dimostrare una netta superiorità nei confronti della collega ospedaliera. Per questo, la lettura delle lastre del giorno veniva fatta gomito a gomito tra Professore e Caposala: dato che si imparava molto in quei frangenti e per evitare disturbi e noiosi contrattempi, la lettura veniva fatta a porte chiuse. Verso le 11.30 la Caposala portava l’uovo sbattuto per il Professore, con molto zucchero e una punta di marsala. Nessuno riuscì mai a togliere al Professore l’epiteto di zabaion durante la sua permanenza nella Bassa.

Fabio Malavasi

CINE e SPETTACOLO: anni ’60 a Ferrara

Alla fine degli anni ’60 a Ferrara i cinema erano numerosi. Vi erano gli storici Apollo ed Apollino in Via Porta Reno, mentre il Nuovo troneggiava sul Listone, dotato di una vistosa cupola, che alla fine degli spettacolo si apriva per fare uscire i cumulo nembi di fumo di sigaretta che allora aleggiava sugli spettatori. C’erano poi l’antico Ristori in Via Cortevecchia seguito dall’innovativo Rivoli. In zona più defilata infine vi era il cinema Corso in Porta Po.

Questi erano i cinema “bene”, dove si andava a vedere film di certa caratura artistica oppure di avventuroso avanzato: il Nuovo fu il primo a presentare “007”. Ferrara era equipaggiata anche con cinema di categoria meno elevata, quali il Diana in Via San Romano, il Manzoni in Via Mortara e il Mignon in Porta San Pietro. I cinema di serie B condividevano la caratteristica del doppio spettacolo, che incominciava rigorosamente alle ore 14:00 e lì potevi tirare fino a cena. Tempi lunghi necessitavano anche di sostegno alimentare, per cui davanti all’entrata vi erano tricicli con venditori che fornivano mistocca (castagnaccio) e caldarroste mentre nella stagione estiva andavano brostolini (semi di zucca salati), ceci, carrube ed altri prodotti di modesta qualità erano i top seller. I doppi spettacoli erano anche sedi di incontro di maschi di non eccelsa virilità, di cui si diceva anche che ponessero insidie ai bambini giovani ed inesperti.

Un ruolo a parte l’aveva il Teatro Verdi, da sempre specializzato in avanspettacolo. Per chi non ha la sfortuna di avere una certa età il termine non indica nulla, invece per gli attivi negli anni ’60 avanspettacolo significava una azione corale con attori maschi (pochi) narranti storielle di indubbio cattivo gusto, accompagnate dallo spettacolo con esibizione di ballerine. Le ballerine di quegli anni erano robuste ragazze, di fianco opimo e di profondissimi decolté su materiale non sempre in solido sostegno. Infine veniva la stella, la Wanda Osiris dei poveri, che era in genere giunonicamente alta, sicuramente con qualche misura in più di petto e dotata anche di un significativo numero di chili. La stella interveniva pochissimo durante lo spettacolo e dispensava la sua apparizione alla scena finale, dove scendeva da una scalinata e cominciava a togliersi pezzo su pezzo del già succinto abbigliamento di partenza.

La popolazione che andava al Teatro Verdi aveva una precisa stratificazione sociale, che si rifletteva anche nella collocazione spaziale interna. La platea era costituita in genere da coppie famigliari che consideravano lo spettacolo sicuramente divertente per la cultura del tempo. Il loro segno di apprezzamento era costituito da un sorriso o al massimo riso marcato, sempre comunque nei limiti di un sano divertimento. I palchi invece ospitavano persone che li avevano ereditati per tradizione sociale, quando faceva status symbol andare al Verdi. All’interno dei palchi c’era una ulteriore suddivisione sociale con le famiglie più preminenti (cioè più ricche) poste quasi sul palcoscenico.

Il lumpen proletariat ferrarese condivideva con gli studenti universitari l’intero Loggione, in quanto era l’accesso a più buon prezzo in assoluto.

Avanspettacolo sì, ma sempre di teatro si parlava e quindi era necessario andarci vestiti bene. Negli anni ’60 si era nella coda di quel lungo modo di considerare le vestimenta di due tipi, delle feste e di tutti i giorni. Il grande miglioramento economico che aveva coinciso con il centenario dell’Unità d’Italia aveva portato a cambi epocali anche nei modi di vestire, in genere l’ultima delle preoccupazioni in una economia basata in precedenza su ristrettezze e risparmio. Però le abitudini sono lunghe a morire in provincia, e quindi i primi soldi in più furono impiegati a variare l’abbigliamento di tutti i giorni. Il vestito delle feste invece era rimasto una divisa quasi immutata e tarata da un uso multifunzionale. Il vestito delle feste aveva la variante povera (di gran lunga la più diffusa), in genere basata sull’abito del matrimonio, oculatamente scelto per tenere tutte le stagioni. Accanto a questa vi era la versione più fine, adottata invece dalla selezionata popolazione di persone che si dividevano tra il Bar Boni e l’Europa.

Si partiva dalla giacca, rigorosamente blu e oggetto di attenzioni maniacali da parte del sarto Guiorci. Vicino alla Scuola Aldo Costa, in Via Mentessi, Guiorci aveva la sua bottega, che aveva messo in piedi con una vita di sacrifici lavorando come ragazzo della mitica sartoria Tubi. Per lui che veniva dalla campagna, il lavoro in sartoria era una passeggiata e ne approfittò per carpire tutti i segreti dell’atelier, per conoscere le persone in città che facevano tendenza ed anche per capire i tessuti, la loro provenienza e dove trovarli. Si mise in proprio e il suo studio sartoriale ebbe un rapido successo, testimoniato da un crescente numero di persone importanti che si servivano da lui. Non è dato sapere se le liste di clienti di una sartoria rientrino nell’ambito del segreto professionale, ma Guiorci ne faceva ampio uso e citazione a scopo amplificatorio della sua clientela.

La giacca blu si distingueva per dettagli che facevano la differenza, oppure testimoniavano l’età del portatore. Partendo dal davanti, chi aveva una carta di identità con date sfavorevoli tendeva a mantenere un rigoroso tre bottoni. La jeunesse dorée invece aveva discusso in serate interminabili ai bar storici o alla Cadorina se il doppio bottone non conferisse un look più giovane e soprattutto non consentisse una miglior spazio visivo alla cravatta. La parte posteriore della giacca era stata anch’essa oggetto di seminari con speaker invitati da fuori per sapere come era il trend che andava in quel momento a Bologna o a Milano. Si poteva passare da una giacca chiusa posteriormente oppure con l’antico spacco centrale. Fece tendenza l’arrivo delle prime giacche a due spacchi, dapprima oggetto di forti ironie in quanto consentiva una specie di finestra sul sedere, ma poi accettata rapidamente anche per comodità d’uso.

Seguiva poi il pantalone, di vigogna fatta venire dai più lontani opifici inglesi. Anche questo apparentemente semplice capo di abbigliamento era stato oggetto di prove, sperimentazioni ed anche prove sul campo. La vigogna è tessuto estremamente morbido, caldo, piacevole al tatto, ma riluttante a mantenere la piega.

I punti oggetto di attenzioni riguardavano la cintura, l’apertura, la piega e infine i risvolti.

Le cinture di quei tempi erano note per la bellezza, per le pelli adottate e per la lavorazione, mentre la fibbia era generalmente di similoro: il tutto comunque di dimensioni limitate in altezze. Questo si vedeva dal tipo di passanti adottati, mai eccedenti di 2.5 cm. Variazioni cominciarono ad essere introdotte con cinture più alte (un indotto dell’uso dei primi jeans) che fece innalzare l’altezza dei passanti con piccolo squilibrio generale, soprattutto per persone più basse.

L’apertura del pantalone aveva subito sviluppi. Ancora una volta interveniva il fattore età, ove i più anziani (che si compiacevano di definirsi più classici) intendevano mantenere la bottoniera, un primitivo sistema di chiusura basato su bottoni e che spesso dava origine ad imbarazzanti disallineamenti o fuoriuscite non volute dei “pizzi” della camicia. Ancorché classica, la bottoniera era comunque di sicuro impedimento nelle situazioni che richiedevano chiusure rapide, agilità di movimenti e soprattutto di abbandono di posti o letti dove la presenza non era certificata.

Forse per questa ragione, i clienti più giovani di Guiorci puntavano alla nuova svolta rappresentata dalla chiusura lampo. La chiusura aveva il pregio di una dinamica superiore ed in più era molto apprezzata dai clienti più ricchi in adipe, in quanto “sfilava”. L’unico inconveniente era rappresentato da interazioni non volute con i componenti della sala giochi, soprattutto nei citati casi emergenziali.

Il problema del bordo inferiore del pantalone riguardava la scelta tra la variante con e senza risvolti. Anche qui l’età faceva la differenza, con una popolazione giovanile decisamente orientata ad abolire i risvolti, per ragioni che saranno chiarite più avanti.

Sotto la giacca stavano camicie ed eventualmente pullover a V, mentre il gilet aveva una assoluta proibizione di impiego. La camicia era oggetto di altrettante discussioni pur nella sua apparente semplicità. L’aumentato benessere di quegli anni aveva portato una esponenziale disponibilità di camicie pre-confezionate, belle, comode e con tutte le opzioni possibili. Nello stesso periodo si era notato un aumento (anche se non così importante) del un numero di sarte autonominatesi camiciaie, in quanto la clientela maschile era più ricca e apparentemente meno complicata da accontentare delle donne di famiglia.

La camicia bianca rimaneva d’obbligo per matrimoni, cresime e funerali, ma la smaccata emulazione dei modelli americani aveva introdotto l’azzurro nelle camicie. A meno che uno non volesse andare in variabili misture contenenti rayon, i tessuti venivano comprati da Felloni. Tuttavia i più esigenti si servivano a Bologna, dove c’erano già tessuti inglesi di impalpabile sofficità e bellezza ed anche i primi oxford.

Questi tessuti di qualità necessitavano di fattura superiore. Le camiciaie locali dovevano incominciare a vedersela con la gestione del colletto, l’abolizione delle stecche e l’assenza dei polsi rivoltati, in cui infilare i polsini.

Il problema della cravatta era molto più semplice. Dody Vento aveva già aperto Tombstone, la prima boutique per maschi, ove le cravatte Holliday & Brown inglesi avevano sfondato alla grande, i prezzi esorbitanti nemmeno considerati. Cravatte del genere e con sete pesanti necessitavano di adeguato nodo che doveva esitare in una piega interna. Totalmente bandito il nodo scapino.

Come discusso, la scelta del risvolto finale del pantalone era dettata dalla necessità di dare enfasi al complesso calza e scarpa.  Anche le calze risentirono del cambio indotto dal miglioramento delle condizioni di vita. Lo standard di una calza corta rimase dominante, nelle varianti che sfruttavano colore scuro invernale e chiaro estivo oppure più vezzosi operati, missonati antesignani. Come materiali valeva il principio del cotone per l’estate e della lana per l’inverno, come dettato anche minori comfort di temperature ambientali.

Complici le prime esperienze di viaggi in Italia e all’estero, cominciarono a giungere anche a Ferrara le calze lunghe, che avevano il non trascurabile pregio di celare peli, varici o altre sgradevolezze delle gambe che da sempre facevano capolino nella zona franca fra il pantalone e la calza corta dei maschi. Le calze venivano prese da Pesaro in Via Bersaglieri del Po, a prezzi significativi. La tecnologia di allora era però carente nel ramo dell’elastico, per cui anche i più raffinati ed innovativi indossatori del modello lungo si trovavano con imbarazzanti ricadute per un tessuto che non stava a posto (“elastico sbambolato”). Intervenne allora una esclusiva boutique di Bologna, Schostal, che lanciò la giarrettiera maschile. Si trattava di uno strumento di sostegno basato su un anello elastico circolare, su cui veniva ancorato il bordo superiore della calza in modo stabile. Come di consueto, una innovazione del genere fu seguita da vistosi lazzi e pesanti allusioni alla virilità del portatore, di cui anzi si invitava l’iscrizione onoraria allo storico Club Ciclistico “Pedale Ferrarese”.

Chi fu così determinato a resistere fino all’arrivo di più efficienti sistemi elastici invece ne trasse giovamento ed entrò nel ristretto club di coloro che facevano tendenza. Anzi, da allora si cercò di ostentare, con studiato accavallamento di gamba, la presenza della calza lunga e al tempo stesso dell’elitario sistema di sospensione.

Magli Calzature aveva già aperto il suo negozio in Corso Giovecca, ma si capiva subito che erano scarpe sì belle, ma industriali. Si andava allora dal calzolaio Preti (probabilmente ex-chirurgo dell’Arcispedale), il quale aveva come suoi cavalli di battaglia la scarpa liscia nera con lacci, seguito da un più giovanile mocassino, di colore nero, marrone o “pelle”. Nonostante i prezzi stellari, per accedere al calzolaio era necessaria una raccomandazione del Vescovo per superare la lista d’attesa. Lo stesso negozio portò in città i primi zoccoli Dr. Scholl, “un mai più senza” in Ospedale da parte dei giovani medici rampanti. Una rivoluzione nella centenaria produzione di Preti fu dettata dalla improvvisa moda della moto, nulla di nuovo per una Regione dove il “motore” era di casa. Di diverso stavolta c’era che si trattava di moto più che altro da bar e da pesca di signorine più che da passione da centauro. Lo stivale da moto era troppo impegnativo (veniva comunque fatto venire dalla Lewis di Londra), ma l’astuzia commerciale di Preti gli suggerì il lancio delle polacchine, vezzosi stivaletti con incrocio di cinturini, di sicura attrazione femminile. I primi leasing in città furono fatti per pagare i polacchini.

Giungeva infine il complemento per l’inverno, quando ormai gli spinati cappotti tipo ritirata di Russia, oppure gli ultimi rifacimenti di coperte militari erano quasi scomparsi. Ormai la popolazione portava cappotti più agili, sciancrati e con notevole miglioramento dei tessuti e delle fodere. Tutti comunque mantenevano lo spacco centrale e la possibilità di ancorare i due lembi posteriori all’automatico posto sotto la tasca, per consentire l’uso della bici e al tempo stesso per evitare intrusioni nei raggi della ruota posteriore.

L’altra metà del mondo allora felice invece usava il Loden. Per Loden intendesi cappotto tirolese, di origine contadina e fatto di un tessuto detto a prova d’acqua. Il cappotto era dominantemente verde, seguito da varianti blu e marrone. Altre caratteristiche peculiari del vestimento erano un grande piegone posteriore, mentre le convenzionali tasche erano affiancate da due fessure che consentivano il passaggio ai pantaloni, utilizzate originariamente a fini scaramantici. Il Loden era anche strumento di lavoro sfruttato per scopi distanti dall’abbigliamento e dalla protezione degli agenti atmosferici. Infatti non era infrequente in cinema anche riscaldati vedere uomini e donne con il cappotto indossato, che consentiva operazioni interne celate alla vista.

Il Loden doveva essere preso non in Italia, ma in Austria. Si assistettero allora a cortei di auto diretti ad Innsbruck, ove veniva fatta incetta dei verdi più pallidi e diafani, indispensabili strumenti di plastiche ostensioni nella “vasca” di Ferrara.

Queste sintetiche premesse sono necessarie per intendere bene l’aria che circolava all’interno del Teatro Verdi nei momenti dell’avanspettacolo. Come detto, le persone andavano a teatro vestite bene e cercando di “fare bella figura”. Questo provocava anche delle attendibili stratificazioni visive, con le persone in platea diverse da quelle che stavano nei palchi, a loro volta decisamente distinguibili da quelle visibili nel Loggione.

Interessante sociologicamente era la popolazione dei palchi, che andava dalle famiglie della nobiltà nera o bianca ad altre invece che si erano arricchite con la guerra o nel dopoguerra e che necessitavano di mostrare il nuovo status symbol. Il primo palco sulla destra entrando nel teatro era della famiglia S., antica nobiltà terriera. La giovane Contessa I. era brillante, divertente, democratica e amava circondarsi di persone con queste caratteristiche. Essere invitati nel palco era anche un segno di riconoscimento sociale o di miglioramento dalle precedenti condizioni non floride. Chi andava lì desiderava “essere visto”, e quindi si appalesava con gli ammennicoli di abbigliamento appena descritti. Si assisteva però a significativi cali di stile quando molti degli invitati si presentavano con binocoli da marina, che nulla avrebbero aggiunto ad un bersaglio distante appena 3-4 metri.

Il normale andamento degli spettacoli era quello di una paciosa manifestazione divertente e divertita, anche se il numero di poliziotti e pompieri poteva suggerire rischi di sommosse popolari o di incendi. Nulla di tutto ciò: il servizio al Verdi era uno dei più ambiti e si sa di agenti disposti a rinunciare allo straordinario pur di vedere da vicino le stelle dell’avanspettacolo e magari sbirciarle in momenti di intimità. Non furono mai segnalate minacce o incendi all’interno del teatro, grazie allo spiegamento in forze di PS e VVFF.

L’avanspettacolo iniziava con l’attor giovane che introduceva storie pruriginose, con un crescendo di allusioni che rendevano in genere divertita la platea. I palchi avevano un approccio più conservatore e rimpiangevano un passato, di cui in genere avevano assai poca nozione. Il Loggione invece era costituito da persone che provenivano in genere dal contado e che erano anche facili al riscaldo. Questo veniva anche accentuato dal fatto che in Via Carlo Mayer c’erano un paio di bar e osterie che servivano libagioni euforizzanti.

Vi fu una sola eccezione in questa ordinata sequenza. Le ballerine avevano fatto il loro dovere e la passerella aveva visto uno schieramento di signorine in grande forma e in abiti succinti sotto i cumuli delle paillettes. L’applauso arrivò caldo dalla platea, più signorilmente contenuto dai palchi e decisamente entusiastico dal Loggione.

Infine scese la stella o regina, più alta e più ricca in tutto rispetto alle altre ballerine e avvolta in mantelli dorati. Dopo un piccolo accenno di danza sul palcoscenico, la regina cominciava a lasciare cadere con leganza il mantello e a fare apparire la prima pelle scoperta. Seguivano altri studiati movimenti nel percorso dal palco alla passerella, con lancio di ulteriori preziosi vestiti nella platea. Pochi passi, ma sufficienti alla regina a rimanere con un limitato numero di centimetri quadrati di pelle strategicamente coperti da appositi tessuti adesivi. La regina accennava poche mosse sulla passerella, fornendo ampia visione di sé sia agli specializzati osservatori con binocoli (questi venivano addirittura rovesciati per rendere visibili i selezionati dettagli carnali) che alla platea, che si accontentava invece di uno spettacolo più tranquillo. Gli ospiti del Loggione invece partecipavano alla grande allo spettacolo e alla immagine della regina nella sua voluttuosa apparizione, un quadro ben diverso da quello che avrebbero trovato tornando a casa. In genere la partecipazione era significata da qualche fischio di approvazione riguardo alla regina o da sommessi propositi di che cosa avrebbero fatto con lei.

Solo una sera avvenne una rottura di questo magico equilibrio. Uno spettatore arrivato in motorino dal Bivio di Medelana trovò le grazie esposte della regina particolarmente interessanti, ma – secondo lui – necessitanti di una più approfondita ispezione e valutazione. Era arrivato presto per riuscire a trovare un posto centrale in Loggione. Dal centro ove era, si alzò in piedi e lanciò un vigoroso richiamo alla regina chiedendo una variante:”Dibensù, bela, cavat via cal Loden”.

Seguì grande confusione per la novità, la Forza Pubblica impegnata in sguardi lubrichi si risvegliò e si lanciò sul maleducato spettatore che aveva osato richiedere lo spostamento di un numero micrometrico di centimetri quadrati di tessuto. La confusione coinvolse anche il corpo di ballo, che cercò di proteggere la regina, la meno preoccupata di tutto e già pronta a togliere il Loden come da richiesta.

Questo spiacque a tutti gli altri spettatori, che avrebbero apprezzato una variante pepata alla convenzionale rivista. Dopo quella sera, il corpo di ballo non fu più invitato a Ferrara, in quanto ritenuto dotato di atteggiamenti troppo provocatori.

Fabio Malavasi

Creare: esplosione pacificatrice

FRANCESCO ARECCO E LE MINE

Giovedì 13 novembre alle sei di sera, allo Spazio San Fedele in via Hoepli 3a, si terrà una mostra di cui ci fa piacere diffondere il comunicato. A giovedì!

Spazio Aperto San Fedele

L’ingresso di un teatro. Lo spazio pre-rappresentazioni e prima del silenzio.  Lo spazio del reale, fatto di voci e persone. Di attese e aspettative, prima. Di commenti, opinioni e riflessioni, dopo.

É qui, nello spazio reale, che Francesco Arecco posiziona i suoi ordigni. Fra la gente. Nel foyer dell’Auditorium del Centro Culturale San Fedele l’attesa di un’esplosione.  Non c’è possibilità di scampo, tutt’attorno a noi congegni esplosivi pronti a tuonare.

Oggetti-strumenti come li definisce Arecco: sono i meccanismi che guidano le nostre esistenze. Il nostro vissuto, gli incastri relazionali e sentimentali, il meccanismo dell’amore, mirabili artifici e abilità del nostro quotidiano. Al centro dello spazio, culmine dell’attesa, si trova l’ordigno più potente, che sta per esplodere: Mina. Congegni armonici come meccanismi esplosivi conducono variazioni sul tema. Non una mina anti-uomo ma pro-uomo. Strumenti potenti della nostra cultura: letteratura, arte, prosa, poesia, sono loro i veri ordigni.

Arecco chiede ai suoi spettatori un atto di fiducia, che condivide con il Centro San Fedele e di cui in egual modo si fa portavoce: una presa di coscienza. Un messaggio resiliente, pacifico e pacifista, rivolto alla riflessione sulla necessità di una reazione all’immobilismo, sociale e spirituale. Spostamenti d’aria, movimenti, cambiamenti, esplosioni silenziose contro l’annientare, il radere al suolo, il dimenticare. Per il rinnovo e la memoria, il preservare e il dialogo. Sono ordigni d’amore.GS

fino al 20 dicembre 2014

BOREDOM : THE DEATH OF CULTURE AND THE RISE OF ELECTRONIC NIHILISM

Many people find it difficult to use their minds to entertain themselves…In this modern age, with all the gadgets we have, people seem to fill up every moment with some external activity.”

–Timothy Wilson, Professor of Psychology, University of Virginia

 

Professor Timothy Wilson devised, for our technological age, an important experiment to see what are the psychological and mental effects of gadgets on today’s population. He put volunteers, one at a time, in an empty room and asked them to sit down and think for 15 minutes, with no distractions from gadgets or music or TV. His volunteers—over 800 in all—came from all age groups. They were recruited from disparate locations, such as churches and farmers’ markets, and not only the university, in order to get as wide a population sample as possible. The results? Most people could not sit alone and think for 15 minutes. The anguish of soul-crushing boredom for these volunteers was simply too great. Indeed, some even preferred to administer mild electrical shocks  to themselves  rather than endure the hell of uninterrupted meditative silence!

Since all true culture originates in solitude, when the soul is alone by itself, this is indeed a disturbing experiment. But its results we all know to be true: For today one cannot go anywhere without seeing a majority of people using their cell phone, or tablet, or some other electronic device, while completely indifferent to, and oblivious  of, their own immediate surroundings. Gone, too, are the days when one would see not a few people on a bus or subway immersed in reading a book.

Culture is the end-product of a long, often painful inner process of thinking deeply and feeling deeply about some idea or other—of rendering in art or in books or in music a new connection not seen before, or something felt more deeply or more expansively than in the past. All true culture—as against “pop” culture, which is superficial and profit-based—depends on reflection, inner substance, quietude, and silence. But when a society’s modern “culture” produces only shallow, unmelodic music, an array of mindless sporting events, simple-minded movies, biased and superficial news, along with childish TV shows, as our modern “culture” has, then are we witnessing first-hand the slow (now centuries-long) dying of western culture.  Especially when one can’t abide being alone with one’s own thoughts for a paltry 15 minutes, then is our culture nearing complete irrelevance and spiritual bankruptcy.

Ours is a lost age; an age without wisdom, depth, or meaning; shorn of Beauty, and devoid of Goodness and Truth. The greatness of western culture which has nourished and guided us for over three thousand years, and given us Socrates, Plato, and Aristotle; Sophocles, Euripides, and Aeschylus; Pythagoras, Euclid, and Apollonius; Caesar, Virgil, Horace, and Cicero;  St. Augustine, St. Thomas Aquinas, and St. Anselm; Petrarch and Dante; Chaucer and Milton;  Shakespeare and Wordsworth; Goethe and Tolstoi;  and a hundred others—they sustain us no more because  we prefer the shallow to the wise: the clever or shocking to the true: the solipsistic, individualistic,  and narcissistic  to communal Good: wealth and power over compassion for  others: love of self over love of neighbor.

Len Sive Jr.

                       PEDESTRIAN FARE

By Len Sive Jr

 

I pulled the curtain back to glimpse the modern world!

but grieved to see pyres of dreams,

fires of visionary gleams,

that once consumed a nobler world:

the sceptered stars of ages past,

now frozen ashes in a dark outcast.

 

On earth’s darkling plain remains

a solitary country lane:

a remnant country lane lonely

’mid copse and grove bounded

everywhere city bound,

and everywhere the same.

 

The glory of the reign has passed,

what is now will never last—

but who is left to care,

now that we are bounded

here and bounded everywhere

—and who is left to care?

 

Who cares now to bear his name on faded lanes

now all the same,

on crowded thoroughfares bounded everywhere,

the same pedestrian fare,

everywhere the same

—and who is left to care?

UN SAPERE SFIGURATO: TRE LIBRI E UN’IDEA

The fundamental problem is that designers are obliged to use current  information to predict  a future state that will not come about  unless their  predictions are correct (John Chris Jones)

Molti, probabilmente, tra   coloro i quali leggeranno questo articolo, sanno che nel febbraio  del 2011  un terremoto ha devastato una delle città più importanti  della Nuova Zelanda.  Ma non tutti  possono immaginare che il racconto fotografico  dei mesi successivi,  Christchurch, the transitional City (Freerange press2012),pubblicato grazie alla determinazione e visione di due giovani architetti italiani, Eugenio Boidi e Irene Boles, può  essere considerato, oltre ad  una testimonianza preziosa, anche  un  epifenomeno dell’ultimo libro di Nadia Urbinati, docente di Teoria Politica alla Columbia University

Nadia Urbinati in Democrazia Sfigurata: Il popolo fra opinione e verità (Egea  2014)  ci invita  ricordare – per non finire in derive populiste o plebiscitarie – come  la democrazia rappresentativa è un sistema diarchico   in cui la «volontà»,  ossia il diritto di voto e tutte le procedure e le istituzioni che   regolano la formazione di decisioni vincolanti e sovrane, e l’«opinione», ossia la sfera extra istituzionale delle opinioni politiche, si influenzano e collaborano senza mai fondersi.

Pur  ammettendo che, oggi, la democrazia, godendo di una “solitudine planetaria”, non ha legittimi concorrenti non essendo stata inventata altra forma di governo più rispettosa della libertà civile e politica, l’autrice segnala come la stessa democrazia non  è certo invulnerabile. Non lo è  per due  motivi: la privatizzazione  e la concentrazione di potere nella sfera di formazione dell’opinione e la crescita di forme demagogiche  e polarizzate di consenso che dividono l’arena politica in gruppi faziosi e tra di loro ostili. Come  ci hanno abituato i dibattiti politici che più che a un  “forum pubblico di idee”, quali dovrebbero essere, assomigliano alle temute, conflittuali e sfibranti riunioni di condominio.  E – da non dimenticare – libertà non significa solo godere del diritto di voto ma anche della possibilità, per tutti, di partecipare  alla formazione  dell’opinione mediante  la formulazione e la condivisione di idee.

Già ma non è così facile  per le idee formarsi ed essere formulate in un  paese, come  l’Italia,  in cui le spese della cultura continuano a diminuire, come  ricorda un altro libro,  appena pubblicato da Laterza, di Giovanni Solimine, Senza sapere  dove viene ricordato  -una volta di più con gli ultimi dati  Ocse alla mano – che le spese per la cultura – sia per la formazione individuale nelle scuole di vario ordine  e  grado e sia per la formazione collettiva – continuano a diminuire a differenza dei paesi del Nord Europa dove a un aumento del grado di competenze, corrisponde un aumento di ricchezza e di maggiore stabilità  sociale e politica. Ecco allora che  è facile  trovare un nesso tra i rischi che corre la democrazia nel nostro Paese e l’abbassamento delle spese per la cultura, considerando che la formazione dell’opinione non può passare solo attraverso i mass- media televisivi, ma anche, e soprattutto, attraverso un lavoro capillare di formazione, informazione e discussione

Le fotografie di Eugenio Boidi e di Irene Boles documentano i molti  progetti  che  hanno coinvolto la città di Christchurch,  nei mesi successivi al terremoto,  raccontando  di momenti collettivi e di approfondimento  riflessivo, capaci di diventare “un’opinione”,  di cui i politici ne devono e ne dovranno tenere conto. Come per 500 days: Churchill Park, un  progetto che ha individuato una sorta di luogo della memoria e della speranza, lì dove   gli abitanti  di ChCh  per sconfiggere, nei giorni successivi alla tragedia, i momenti  di totale smarrimento hanno scritto su decine di mattoni le loro speranze  e le loro paure. O  come il progetto di Lyttelton Petanque club  che  ha trasformato un’area privata, una volta sgombrati i detriti, in un’opportunità di  aggregazione sociale e di “opinione espressa”. Tanto da decidere  che quell’area non sarà più edificabile ma diventerà una piazza per la comunità, secondo la lezione  dell’urbanista americano Lewis Mumford secondo cui A city, properly speaking, does not exist by the accretion of houses, but by the association of human beings

La difesa della nostra democrazia, intesa come la capacità di potere esprimere le nostre opinioni  si fonda, dunque,  sulle capacità e competenze  culturali  del singolo le quali non devono essere diminuite ma devono essere aumentate. Basterebbe che ci governa si convincesse che è arrivato il tempo di riconoscere e promuovere il concetto, anche davanti l’Unione Europea, di  “sostenibilità culturale”, intesa come la necessità per una società di creare quelle condizioni affinché si possano generare sempre e comunque momenti riflessivi.  Non sembra così difficile   da realizzare: basta non avere paura di scendere nella piazza delle idee. E’ il minimo se vogliamo continuare a far vivere la democrazia.

Monica Amari

HENRY NEVILLE: THE REAL SHAKESPEARE!

I am just an interested reader, but several things about the Neville authorship argument strike me as compelling. First, from what I understand, Shakespeare had small Latin and no Greek at school yet obviously is highly learned in both languages. He also knew no Italian, yet translated from Italian for one of his plays. Having spent years working on the classical languages myself, I know how hard it is to master them. Is it conceivable that William Shakespeare could find the time, money, and tutor to manage this multi-years’ task (even excluding Italian) along with all his other acting duties and responsibilities, etc?

Secondly, is it probable that our greatest writer would have come from illiterate parents, married an illiterate woman, and raised two illiterate daughters? And died without a book to his name and with no copies of his work? I just don’t buy it. I don’t know a single literate person who doesn’t own at least one book. Books are to writers what paintings (or copies thereof) are to artists, or musical scores to composers: they are absolutely necessary for one’s artistic growth. Or solace: Queen Victoria kept In Memoriam by Alfred Lord Tennysonby her bedside; that’s the power and importance of books. And yet our “Shakespeare” had none? That’s simply impossible! To live in a world surrounded by illiteracy on all sides and devoid of culture and ideas may be a life fit for a mere actor in those days, but hardly for our greatest and most profound writer.

Thirdly, as a struggling poet, fiction writer, and dramatist myself, I find the argument about Neville’s switching genres, and writing his most profound works due to incarceration and impending death for treason, to be wholly convincing. Writers don’t write in a personal-social-political vacuum–least of all a Henry Neville, a Lancaster, Parliamentarian, former Ambassador, and friend of Essex, the leader of the rebellion against Queen Elizabeth I, who had become quite tyrannical in her old age.

Nothing comes of nothing. Your personal situation added to constant re-readings of your favorite books, being drawn to new books and ideas that mirror your changed opinions or life-situation, with new understandings of your life and purpose arising therefrom, and thus mandating a change of topics to write about–this is just plain ole commonsense. This is how we grow and change–and how a writer’s life–or any artist’s life–changes also. An exquisitely sensitive man as Neville must have been must be expected to be changed by his new, tragic circumstances, all the more so given his depth and rare genius. (And these few obvious points regarding Neville’s authorship don’t even begin to touch upon the bookfulls of evidence in favor of H Neville as presented by Brenda James et al.)

Fourthly, Shakespeare’s works are endowed with high culture and an aristocratic and highly intellectual ambiance which would have been impossible for William Shakespeare to fake, let alone to acquire. Like it or not, we are to a very large extent determined by our socio-economic situation, then as now. The stamp of our upbringing only grows more visible over time. In days of old when the caste barrier was most impregnable, only those “to the manor borne” could’ve written about Princes and Kings and Queens so facilely and convincingly.

Fifthly, “Shakespeare” knew the world of commerce as well as the gentile world. Neville’s background fits the bill here too.

One last, intriguing idea: Neville’s Oxford Don (master), Henry Saville, was put in charge of translating parts of the Bible. Could it be that this is why the King James Version (KJV) is so lovely, that one of its writers was “Shake-speare” himself, Henry Neville. Nothing comes of nothing.

Len Sive Jr.

MAZZOCCHI DOGLIO: Ispirazione biblica in alcuni drammi di André Gide

Le storie del teatro  riservano uno spazio alquanto limitato alla drammaturgia di Gide che, fin dagli esordi, apparve ai suoi contemporanei troppo individualista,  estranea alle esigenze sceniche del teatro  e non collegabile alle scuole o alle correnti più in voga in quel periodo storico  anche se, come scrivono alcuni critici delle opere narrative,  i testi drammatici sono indispensabili alla perfetta conoscenza dell’opera di uno dei “maîtres à penser” del Ventesimo secolo:

Les oeuvres dramatiques sont indispensables à l’entière  compréhension d’un de ces maîtres du demi-siècle”[1].

Gide, come molti intellettuali della sua generazione, deplorava la mediocrità del teatro a lui contemporaneo[2] e auspicava un rinnovamento generale dello spettacolo in Europa  cosa che in effetti accadrà nel corso di alcuni decenni soprattutto per opera di grandi  registi quali Copeau e Vilar  o di  autori come Pirandello e Čechov.

In coincidenza della pubblicazione in Francia dell’epistolario Gide/Copeau avvenuta nel 1987 a quarant’anni dalla scomparsa dell’autore, i critici si interrogavano sul contributo di Gide alla pratica reale  del teatro perché ovviamente l’opera drammatica vive solo virtualmente nel libro e non vive completamente che sulla scena al momento della rappresentazione. A questo proposito Gide era molto critico perché aveva in mente un sogno più che una realtà scenica, inoltre aveva subito troppe delusioni riguardo alle messinscena delle sue pièces, se ancora negli ultimi anni di vita affermava di non amare il teatro perché c’era troppo da concedere al pubblico mentre il fittizio aveva il sopravvento sull’autentico, l’adulazione sull’elogio sincero. Così l’attore era costretto a preferire Sardou a Racine e gli applausi del gran numero degli incolti a quelli del piccolo numero degli intenditori[3].

André  Gide in un’intervista del 1946 raccontò a Richard Heyd “qu’il avait mis de lui-même dans ses pièces”[4] provando una certa amarezza per non essere riuscito a conquistare il grande pubblico né  a vedere i suoi drammi rappresentati nei teatri  importanti, dovendosi  accontentare di messinscene sperimentali create da compagnie d’avanguardia o da  gruppi amatoriali.

Invece un regista importante come Jean Vilar si rammaricava che Gide si fosse allontanato dal teatro a causa dell’incomprensione  dei critici e per la disattenzione di un pubblico superficiale perché,  se dovutamente  apprezzato, lo scrittore avrebbe certamente contribuito alla rinascita del teatro europeo con opere durature e forti.

On ne sait quelle malchance l’a détourné trop fréquemment de notre métier; il me semble que, mieux  écouté par nos aînés, moins rejeté par les critiques du temps, l’auteur d’Œdipe et du Saül eût inscrit à notre répertoire d’autres œuvres, incisives et fermes[5].

Paul Surer gli riconosce, inoltre, il merito d’aver individuato per primo “le parti qu’un dramaturge pouvait tirer des légendes bibliques ou des fictions antiques pour exprimer son éthique personnelle ou des préoccupations toutes modernes”[6] mettendo in scena i fantasmi della  psiche e le ossessioni della contemporaneità.

Le  istanze personali di Gide , le incomprensioni e i mali del  tempo come i pericoli dell’individualismo, le possibili modalità di superamento dell’io o di introspezione, la ricerca della felicità, la dialettica del desiderio, la cecità o la  chiaroveggenza sono tutte proposte di riflessione che l’autore offre allo spettatore perché, come scrive Daniel Moutote, pensando a Saül “ le drame gidien consiste en une mise en scène du moi”[7] o come scrive Robert Kemp “ quand il écrit pour la scène, cette scène était en lui-même”[8]. Infatti i personaggi principali dei suoi drammi  incarnano le sue idee, riflettono i suoi pensieri e cercano di dare una risposta ai suoi interrogativi.

I critici meno benevoli, pur apprezzando  il valore stilistico e poetico dei drammi di Gide, insisteranno nel negare qualità drammatiche alle sue pièces  in quanto troppo concernenti le idee dell’autore. Infatti è auspicabile che l’ottica teatrale  prenda le distanze e che allontani o, almeno tenti, l’autore dai suoi personaggi.

A questa critica Gide replicava che i suoi personaggi evidenziavano, in effetti, i problemi su cui si era fermato a riflettere  riguardanti il suo modo di essere, la sua  personalità, la sua intimità, ma rappresentando la drammatizzazione dei suoi contrasti interiori  creavano una situazione drammatica perché esteriorizzavano l’ evoluzione e l’esito di un conflitto.

Il primo personaggio biblico ad essere proposto da Gide per la scena è quello di Saul tratto dal testo dell’antico testamento e descritto negli ultimi giorni di vita del re, ma come si è già accennato,  gravato di tormenti, inquietudini, malesseri più affini all’autore che al personaggio dell’antichità. Parlerò di questo dramma in un secondo tempo per aver modo di illustrarlo più diffusamente.

Gide  nel 1902 si occuperà   per la seconda  volta di un tema biblico scrivendo Bethsabé, un poema drammatico più che un dramma vero e proprio, che raccoglie tre monologhi di David destinati dall’autore ad essere interpretati dall’attore Έdouard de Max alla presenza di un personaggio muto, Joab .

La pièce verrà  letta invece al Vieux Colombier da Jacques Copeau il 7 marzo 1914 durante una Matinée poetica consacrata all’opera lirica di Gide, ma lo spettacolo non verrà mai messo in scena.

In seguito,  nel 1939, il poema drammatico sarà nuovamente letto dallo stesso Gide a Pontigny dove Claude Mauriac,  presente tra il pubblico,  viene sedotto dal vigore e dall’espressività  di questa lettura :

La voix superbe et puissante martèle ce texte d’une si poétique gravitée… il mime le récite  et dans sa voix se  glissent le désire, la tendresse, la solitude et la détresse de David, son héros[9].

In  Bethsabé la progressione da una scena all’altra fa  di questo monologo drammatico un trittico simbolico in cui viene evidenziato il processo di degradazione che corrompe il desiderio  di Davide: nella prima scena assistiamo alla nascita del desiderio nell’anima dell’eroe , che appare sotto forma di colomba, simbolo di una forza  irreprimibile che volando di terrazza in terrazza conduce Davide alla fonte dove si bagna Betzabea. La seconda scena si concentra sulla violenza angosciosa di questo desiderio e sull’amara delusione che segue al suo appagamento. La terza scena mostra quanto l’ebbrezza del desiderio abbia lasciato spazio nel protagonista al rimorso e alla consapevolezza di essere  disprezzabile per  non essere riuscito a reprimere una passione  indegna di un uomo e di un  re.

Con una progressiva presa di coscienza Davide si rende conto che una condotta tanto ingiusta nei confronti di Uria, lo sposo di  Betzabea , lo ha reso abietto  e abbandonato  da Dio, inoltre non può gioire della seduzione perché l’ombra della sua colpa e poi la morte di Uria mettono fine a ogni speranza di redenzione.

Gide modifica il racconto biblico che vede Davide  colpevole per aver ordinato la soppressione di Uria descrivendolo invece come amico riconoscente  del valoroso  guerriero ittita e profondamente  desolato per la sua morte accidentale. Morte che vissuta come punizione della colpa, lo costringe a rimandare Betzabea senza sposarla.

Davide soffre profondamente  per l’assenza di Dio proprio nel momento in cui vorrebbe avere il suo aiuto:

Ce n’est plus moi que l’Ĕternel écoute;

Il ne parle plus par ma bouche,

Il ne s’adresse plus à moi…

Mais depuis quelque temps je supporte mal son silence.

Je veux le forcer à parler.[10]

Quando Gide scrive queste pagine pur avendo preso le distanze dalla morale puritana della sua infanzia, non cessa d’interrogarsi   sulla religione e cerca un modo per avvicinare Dio e il divino  al di fuori della “legge” o indipendentemente da questa, perché – scrive – ogni uomo deve trovare una sua personale maniera per avvicinare il soprannaturale e amarlo[11].

Sempre nel 1902 appare un altro progetto, che non avrà seguito, riguardante il personaggio biblico di Giuseppe quando, rinchiuso nella prigione del faraone, incontra il panettiere e il coppiere del re che poi saranno i fautori del suo eccezionale destino:

Je songe- scrive Gide nel Journal del 4 febbraio 1902- à un admirable drame sur Joseph, et en particulier à la scène de la prison: Joseph entre le panetier et l’echanson.[12]

Ma è antecedentemente con Saül ,  scritto nel 1898, che Gide presenta il  primo dramma ad ampio respiro in cinque atti e in prosa, il cui protagonista è un personaggio complesso che rivendica con orgoglio la complessità della sua anima: “Ma valeur est dans ma complication”[13].

Dedicata all’attore Edouard de Max  che Gide ammirava e a cui  sperava di affidare il ruolo del protagonista, cosa che, con suo grande disappunto, non avverrà mai,la pièce rappresenta l’individuo che accoglie in sé senza discernimento, né limite, ogni desiderio e bramosia  fino alla completa decomposizione   della personalità.

I personaggi non sono molti e sono gli stessi che compaiono nel testo biblico,infatti oltre a Saul troviamo Davide, Jonata , il gran sacerdote, la strega di Endor,  alcuni servitori , i soldati e infine, personaggio  assente dal racconto  testamentario, la regina, moglie di Saul.  Nella pièce  è la regina  che detiene veramente il potere in Israele e che trama nell’ombra con la complicità del gran sacerdote, per guidare le azioni di un Saul estenuato ed incerto e spingerlo a combattere i nemici. Altri personaggi presenti in scena creati dalla fantasia di Gide, sono i demoni , frutto delle allucinazioni di Saul e personificazioni dei suoi peccati,  che non lo abbandonano mai impedendogli ogni riposo.

Saul è presentato come un vecchio subdolo e senza volontà salvo quella di ordinare il male come l’uccisione di tutti i negromanti o quando, di sua mano, uccide la moglie e poi la strega di Endor. Gide ha fatto di Saul un despota, ma   debole con solo l’apparenza del potere, un uomo diffidente, chiuso in sé stesso e più preoccupato della propria sorte che di quella del popolo che governa. Sentendo  che il potere gli sfugge vuole affermare la sua potenza  con un impossibile superamento di sé: vuole essere il solo a conoscere l’avvenire, il solo a cercarlo e possibilmente il solo a poterlo condizionare. Ordina quindi alle sue guardie di uccidere tutti gli indovini del regno  perché crede di potersi assicurare  il controllo del  destino allontanando da sé la minaccia di essere spodestato. “quand je serai seul à savoir l’avenir, je crois que je pourrai le changer”[14].

Il dramma inizia presentando i demoni che concertano la rovina  del re che in quel momento aspetta ansioso  la notizia dell’avvenuta strage dei negromanti . Si assiste alla lotta tra la volontà già vacillante di  Saul e una debolezza psicologica  che lo rende incapace di agire, oppresso da quella che Gide chiama “fatalité intérieure”[15]  che  annienta  ogni velleità di mutamento e affretta il decadimento in cui viene trascinato.

Saul è anche tormentato da un’altra angoscia: quella del silenzio di Dio perché vorrebbe credere, vorrebbe pregare, ma Dio tace,  si è  allontanato da lui. La preghiera non porta a Saul né conforto né consolazione e questo abbandono crea in lui un conflitto: da un lato è incatenato al passato, a quell’unzione che ha ricevuto da Dio che però vorrebbe cancellare insieme all’ esperienze passate, mentre vorrebbe avere solo un avvenire da controllare e da indirizzare secondo i propri desideri. Cerca infatti di affrancarsi da Dio e dalla religione ma è già dipendente e vittima dei demoni che lo conducono nel loro vortice infernale.

Infatti Saul è dominato dalle sue fantasie,  si concede a ogni vizio, come confessa appena entrato in scena:” Mes sens sont ouverts au de hors et rien de doux ne passe inaperçu de moi”[16] . E’ molto attratto sessualmente  da Davide fino a quando intuisce che sarà il suo successore ed allora inizia, suo malgrado, a perseguitarlo. Vorrebbe vivere, crede di vivere secondo la propria legge, ma il volere di Dio ha già tracciato il suo destino ed è preso al laccio dalle sue contraddizioni e dalla sua follia.

Complessità  che offre all’eroe una grandezza tragica perché Gide cerca di renderlo “admirable” anche nella follia. Questo intreccio di forze complesse assicura alla pièce “son côté grave et terrible”[17]  infatti Gide avrà sempre la consapevolezza di aver creato con Saul, non soltanto una figura inedita, ma anche un personaggio sublime che considererà sempre particolarmente difficile da recitare e personaggio a rischio in quanto figura centrale di un testo teatrale oppresso dalla “complexité inestricable des émotions plus encore que leur multiplicité”[18].

Meno elaborate sono le  personalità degli altri personaggi: Davide è descritto come un ragazzino di rara bellezza  che tutti  desiderano e  chiamano  affettuosamente Daoud, spaventato dall’ombrosità di Saul ha però il coraggio di opporglisi quando questi vuole conoscere la sua vita privata, dicendogli: “Votre droit ne va plus loin que votre pouvoir” [19]. E’ assolutamente indifferente alla sua unzione reale  e cerca in ogni modo di sfuggire alla vita di corte di cui apprezza solo Gionata, personaggio diverso da quello biblico, completamente riscritto da Gide come  un debole virgulto reale incapace sia nel governo del paese sia in guerra. Giovinetto dolce e remissivo,  di animo poco virile, Gionata ama appassionatamente David che lo ricambia dello stesso sentimento. Sono questi reiterati motivi di stampo omosessuale che al momento della prima messinscena hanno  irritato parte della critica e  del pubblico  presente in sala.

Il personaggio del gran sacerdote è descritto come legato al potere da interessi e ambizioni personali che si  presta  di  buon grado   alle  trame e agli intrighi della regina. Anche il personaggio della regina è poco originale , ma è inventato completamente da Gide che  l’ha descritto come  una moglie delusa, recriminante ed acida  che sorveglia e guida le deboli azioni del marito che alla fine, come si è detto, annoiato, la uccide.

Nelle opere teatrali che Gide ha scritto campeggia sempre una figura eroica di grande intensità caratterizzata da un forte conflitto interiore, tratta dal mito o dalla storia, che mette in ombra tutti gli altri personaggi  tentando di  superare  se  stessa e i limiti posti dalla natura umana.

Le opere drammatiche, come del resto le opere narrative o poetiche, evidenziano le ragioni segrete che spingono Gide  a scrivere opere tanto complesse, cioè  il  bisogno di vincere le  inquietudini  della sua anima esibendole in forma dialettica per cercare una sorta di azione terapeutica, di “purgation morale”[20], come scrive Jean Claude nel bel saggio sul teatro dell’ autore:

En écrivant  Saül, Gide s’est protégé d’une éthique  de la dispersion qui avait été un temps la sienne, dont il avait perçu les dangers et les pièges. [21]

Per questa ragione Gide scriverà a Mauriac a proposito del Saül :” Je n’ai jamais écrit rien de plus moral que cette pièce; je veux dire de plus monitoire”[22] . Infatti nelle sue opere l’autore è presente non soltanto come organizzatore dell’universo drammatico, ma aspira a proporsi come coscienza critica della società del suo tempo. Come spiega nel Journal:

Ce n’est pas l’émotion qui m’importe et que je cherche à obtenir: c’est à votre intelligence que je m’adresse. Je me propose, non de vous faire frémir ou pleurer, mais de vous faire réfléchir. [23]

Dalla corrispondenza  di Gide a vari amici si rileva quanto questo scrittore  tenesse a far rappresentare Saül prima sperando di aver accesso ai teatri più importanti di Parigi, ripiegando infine  in un ambito più sperimentale come quello dell’amico e ammiratore  Jacque Copeau che allora era alle sue prime esperienze al Vieux-Colombier.

Saül sarà infatti messo in scena dopo lunghe concertazioni tra l’autore e il regista, il 16 giugno 1922 al Vieux- Colombier da Jacques Copeau, che allora non era ancora considerato  il geniale innovatore  teatrale che i posteri ammireranno.  Jacques Copeau  interpretava   Saul,  ma la sua recitazione non convinceva completamente Gide  che  infatti scriveva nei Cahiers:

Copeau change totalement le ton de la pièce; il fait de Saül un gâteux , un    vieillard libidineux: tout le côté moral du drame est escamoté.[24]

Visto il prestigio che poi avrebbe ottenuto Jacque Copeau come regista e come interprete sembrerebbero i capricci di un autore troppo esigente e alieno dalle dinamiche del teatro, se anche Jouvet, che sosteneva il ruolo del gran sacerdote nello stesso spettacolo, non avesse confessato a Martin du Gard che:

Copeau est déclamatoire – mais le rôle est invraisemblablement difficile: j’admire la force et le courage qu’il déploie pour entreprendre un tel travail[25].

In quell’  occasione la  critica, salvo pochi  giornalisti ostili, ha insistito nel valorizzare le qualità letterarie del Saül sottolineando anche l’importanza dell’interpretazione data da Jacques Copeau nel ruolo del protagonista, ma considerava  lo spettacolo soprattutto come “un impeccabile exercice littéraire”[26], infatti malgrado la loro amicizia, l’ autore  e il regista-protagonista non si erano intesi e Gide non faceva mistero che avrebbe voluto per Saül una  diversa recitazione e un altro interprete vale a dire quel de Max a cui la pièce è dedicata.

La sensibilità di Gide è profondamente colpita da  quel successo parziale rimuginando soprattutto gli elementi negativi come l’autore racconta in un’intervista del 1929 ad André Lang:

Quand Copeau a monté Saül, j’avais des idées de théâtre: Je voulais écrire plusieurs pieces. Mais l’insuccès fut si net, si complet, si effarant, que je n’insistai pas. Si Saül avait réussi, qui sait! Je ne me serais peut-etre plus occupé que de théâtre[27].

Al momento di pubblicare la pièce in un’edizione limitata fuori commercio per il “Mercure de France” Gide scrive a Henri Ghéon di essersi messo modestamente “à l’abri de la Bible” anche se poi aggiunge “à le rélire Saül me paraît bon, très tragique et assez savoureux  par endroits- mais enfantin”[28].

Lo scrittore, in seguito dirà a più riprese che Saül era una delle cose migliori che avesse scritto  restando sempre persuaso delle qualità spettacolari della sua prima tragedia se ancora nel 1949 confiderà a Jean Amrouche. “ Je crois que Saül est une chose à  dècouvrir….Je continue à croire que bien interprétée, elle est scénique[29].

Come è evidente anche da questi brevi cenni, Gide ha utilizzato il genere drammatico con estrema libertà non volendo essere condizionato né dal mito, né dal palcoscenico, né dai modelli letterari preesistenti, rifiutando ogni forma di realismo, sempre alla ricerca di quella scintilla di grandezza che si nasconde nell’animo di ogni uomo e che lui ha cercato di liberare e far risplendere in ogni forma letteraria, in particolare nelle sue opere teatrali.

 

Mariangela Mazzocchi Doglio

Professore ordinario di Storia del teatro francese

Università degli Studi di Milano

BIBLIOGRAFIA

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A.GIDE, Considérations sur la mythologie grecque,Incidences, Paris ,Gallimard , 1948.

A.GIDE, Correspondance 1909-1951, Gide à Rouveyre, 5 novembre 1924, Paris , Mercure  de France, 1967.

A.GIDE , Interview accordée à André Lang, “les Annales”, n. 2345, 1 novembre 1929,in “Bulletin des Amis d’André Gide”, n.33, janvier 1977.

A.GIDE, Journal , 4 février 1902, Paris, N.R.F.,1954.

A.GIDE, Les Cahiers d’ André Gide, Les cahiers d’ André  Walter, notes de C. Martin,  t. I, Paris, N.R.F. 1954.

A.GIDE, Si le  Grain ne meurt. Journal 1939-1949, Paris, N.R.F.,1954.

A. GIDE, Théâtre, Paris, Gallimard, 1942.

R. HEYD, André Gide dramaturge, “Revue de Belles-Lettres”,n.6, (1952).

R.KEMP , Lectures dramatiques,Paris, ed.Marcel Daubin, 1947.

R. LALOU , Le théâtre en France depuis 1900, Que sais-je?, Paris, P.U.F.,1970.

E.MARTY, André Gide, qui êtes-vous?, Lyon, La Manufacture, 1987.

C. MAURIAC, Conversations avec André Gide. Extraits d’un Journal, Paris , Albin Michel,1951.

D.MOUTOTE, Egotisme français moderne ,II, Paris, S.E.D.ES, 1980.

P.SURER, Cinquante ans de théâtre, Paris, S.E.D.E.S., 1969.

J.VILAR, Notes  sur  Oedipe, “Revue d’histoire du théâtre”, 1951, III.


[1] LALOU 1970 :43.

[2] Ibidem.

[3] GIDE 1954:1166.

[4] HEYD 1952: 10

[5] VILAR 1951: 268.

[6] SURER 1969: 244.

[7] MOUTOTE 1980 : 102-103.

[8] KEMP 1947 : 238.

[9]MAURIAC 1951 : 217.

[10] GIDE 1954 : 232.

[11] GIDE 1954 : 550 – 552.

[12] GIDE  1954 :  126  (Journal , février 1902).

[13] GIDE  1942 :  143 –  Saül V – 3.

[14]GIDE 1942 : 16 –  Saül  I, 2.

[15] GIDE  1948 : 127.

[16] GIDE  1942 : 16 – Saül  I, 2 .

[17] GIDE  1977 : 125.

[18] GIDE  1954 : 100 – Les Cahiers d’ André Walter.

[19] GIDE  1942 : 51 –  Saül  II, 6.

[20] GIDE  1967 :  87.

[21] CLAUDE  1992 : 297.

[22] Ibidem.

[23] GIDE 1954 : 1151- Journal 1889-1939.

[24] GIDE  1977 : 124 –  Les Cahiers de la petite Dame I.

[25] Ibidem, p.364.

[26] Ibidem, p.365.

[27] GIDE  1977: 63 – Intervierw.

[28] GIDE 1967 : 517 –  Correspondance.

[29]  MARTY  1987 : 187.

NASCE LUCHA LIBRE – RIVISTA (BIPOLARE) DI CULTURA

Domenica 18 novembre a Milano è nata una nuova pubblicazione culturale, Lucha Libre. Alla presentazione, ospitata dallo Spazio Concept di via Forcella, in pochi si aspettavano una partecipazione tanto vasta. Centinaia di giovani, chiaramente appassionati di arte già dal modo di vestire, hanno pagato cinque euro per avere una copia ed assistere all’evento inaugurale. Musica di sottofondo, illustrazioni appese alle pareti e un bar irraggiungibile per la fila sono il contorno del piatto forte: l’oggetto rivista.

Stampato in bianco e nero e con una struttura palindroma (ci sono due copertine e si può iniziare a leggerlo da entrambi i lati), Lucha Libre gioca sia per forma che per contenuti col concetto di dualità. Il ruolo centrale che si dà alle illustrazioni è l’elemento di originalità più affascinante di questo esperimento, nel tentativo di far incontrare il linguaggio della parola scritta con quello delle immagini. E duale è anche il contenuto: da un lato la  fine del mondo e dall’altro il paese delle meraviglie. Due temi scelti non a caso. Il primo è agganciato direttamente al momento storico di crisi economica e il secondo è l’individuazione del possibile rimedio: la capacità di meravigliarsi e la fantasia (senza scadere nel nichilismo). L’animale guida per questo tentativo di riscatto è ovviamente Alice, presente nella rivista in compagnia di altri personaggi dell’universo di Carroll. Quanto al nome, Lucha Libre, la scelta è spiegata nell’articolo introduttivo: «La Lucha Libre è uno spettacolo di lotta messicana. Un viaggio di maschere, corpi, sudore(…). Una forma di combattimento circense, fatta di tentativi, sbagli e cadute, di cui vorremmo assimilare ogni passaggio».

Il progetto di Lucha Libre nasce circa due anni fa, per iniziativa di Andrea Lavagnini, programmatore cinematografico di 27 anni, e Tommaso Di Spigna, illustratore e fumettista di 23 anni. Come spiega lo stesso Andrea, «la nostra intenzione era quella di abbattere alcuni confini tra discipline, tra immagine e parola scritta, e trovare nuove vie per la narrazione critica». Di qui la scelta di un linguaggio divulgativo, che però non perda il suo carattere di approfondimento, e una certa varietà dei temi affrontati: dalla narrativa all’economia, dal cinema al fumetto, dalla musica alla filosofia. Lo scopo è dunque quello di avvicinare alla cultura persone che non siano addetti ai lavori, come spiega Giulia Broglia, 25 anni, una delle redattrici della rivista: «Noi pensiamo che ci sia una lacuna in Italia. Le riviste o sono specialistiche o di intrattenimento. Lucha Libre vuole essere una commistione dei due aspetti». «Non solo», prosegue Andrea Lavagnini. «Noi vogliamo anche dare spazio a chi non ne ha nell’attuale panorama culturale. Siamo circa 20 redattori e 40 illustratori, quasi tutti con meno di 30 anni. Alcuni sono artisti già noti, altri hanno le qualità per diventarlo. Il bello è che quasi tutti nella vita fanno un altro lavoro e possono portare esperienze diverse all’interno della rivista».

Il numero zero è stato autoprodotto e, nelle intenzioni dei fondatori, servirà nell’immediato futuro per portare avanti la fase di raccolta fondi per il progetto. «Per i quattro mesi a venire sarà quella la priorità – sostiene Andrea – anche perché i prossimi tre numeri ce li abbiamo già in testa. Si tratta di trovare fondi presso privati ed enti istituzionali. Il prossimo numero immagino quindi che uscirà tra otto mesi circa. L’obiettivo è registrare la testata e portarla a pubblicazione periodica, possibilmente bimestrale, e poi pagare il giusto tutti i nostri collaboratori. Non si può continuare a far passare il messaggio che in certi settori si lavori gratis». Un traguardo ambizioso ma che, se il successo di pubblico dovesse rivelarsi permanente, potrebbe essere raggiunto. La distribuzione della rivista infatti passa soprattutto attraverso gli eventi. «Noi ci teniamo – dice ancora Andrea – a mantenere un contatto diretto con le cose e con le persone. Nell’epoca di internet pensiamo che la nostra rivista possa spiccare proprio in quanto oggetto reale, da sfogliare e collezionare. Quindi ha più senso che venga venduta in contesti in cui le persone sono fisicamente presenti. Poi ovviamente attiveremo anche la possibilità di ordinare la rivista via internet e penso la venderemo anche in formato pdf ma a prezzo bassissimo. Non è tanto o solo il contenuto a dare valore alla rivista, quanto la sua materialità».

Dopo centinaia di strette di mano e miglia di scatti di Reflex, l’evento si conclude a mezzanotte con soddisfazione da parte dei promotori. «Siamo molto contenti», dice Giulia. «Abbiamo avuto un ottimo riscontro. Le persone che sono venute, tantissimi giovani, sono state favorevolmente impressionate. Adesso pensiamo di fare altre serate di questo tipo, anche se magari in locali più piccoli». Fuori dallo Spazio Concept, tanti trovano finalmente il tempo e il modo per sfogliare la rivista senza il rischio di danneggiarla. L’esperimento di Lucha Libre può dirsi riuscito sul lato delle immagini. Le pagine sono ricche di illustrazioni – alcune stupende – di stili e influenze diverse. Si passa dai fumetti a Picasso, dalla Brücke a Tim Burton, e l’interazione coi testi è spesso affascinante. Un po’ meno riuscito il tentativo di semplificazione del linguaggio e divulgazione, almeno in alcuni articoli. Ma, come nella lotta libera messicana, un colpo o una caduta sono solo uno spunto per migliorarsi la volta successiva.

Tommaso Canetta
versione estesa di articolo apparso su Il Giorno 

ROBERTO VACCA: Mentana, 3 Novembre 1867, storia patria

Giuseppe Vacca, fratello maggiore di mio padre, era nato a Genova nel 1869. Il primo marito della loro madre eraGiulio Cesareda Passano, amico di Mazzini. In casa giravano parecchi cimeli e ricordi mazziniani. Giuseppe da adolescente frequentava amici repubblicani e conobbe Giovanni Serma di Bogliasco, falegname [“segatore di legno”] garibaldino combattente nel1867 aMentana con Garibaldi.

Nel settembre 1867 il Generale, lasciò Caprera ove era tornato dopo il suo successo a Bezzecca (l’unico nella guerra del 1866). Con 10.000 garibaldini mirava a riconquistare Roma. Aveva progettato l’impresa fiducioso che sarebbe stata appoggiata da una sollevazione armata del popolo di Roma: ma questo non accadde. Menotti Garibaldi doveva condurre una piccola colonna da Terni su Monterotondo.Nicola Acerbidoveva arrivare da Orvieto e Viterbo.Giovanni Nicolettisidirigeva a Velletri da L’Aquila. Ricciotti Garibaldi guidava 100 cavalleggeri. L’attacco avrebbe dovuto svilupparsi in simultanea da tutte le direttrici citate: invece le azioni furono del tutto scoordinate. I fratelliEnrico e GiovanniCairoli erano venutia Romanel settembre per organizzare la rivoluzione, ma furono individuati ed espulsi il 9 ottobre.

Il 22 ottobreGiuseppe Monti eGaetano Tognetti fecero esplodere due barili di polvere da sparo accanto alla Caserma Serristori nei pressi di San Pietro, ove era accantonata una guarnigione francese dai tempi della Repubblica Romana.. Uccisero 23 zuavi francesi, ma furono catturati e un anno dopo decapitati al Circo Massimo..

Il 23 ottobre i fratelli Cairoli con 76 garibaldini presero delle barche a Passo Corese e scesero lungo il Tevere. Presero terra ai Parioli e furono attaccati e annientati da 300 svizzeri del Papaa VillaGlori. Enrico fu ucciso; Giovanni gravemente ferito sopravvisse.

Il 25 ottobre un gruppo di patrioti entrò in azione e si asserragliò nel Lanificio Aiani a Trastevere. Anche questi furono neutralizzati e 9 di loro morirono nello scontro. Garibaldi con un’altra colonna arrivò a Monterotondo il 26 ottobre e si spinse fino al Ponte Nomentano il 29 ottobre, ma, scoraggiato dalla mancata insurrezionea Romaeda numerose diserzioni nelle sue file decise di spostarsi verso Tivoli ove avrebbe sciolto le sue formazioni. Intanto il 29 ottobre era sbarcato a Civitavecchia il Generale de Failly con 3500 zuavi francesi armati con fucili Chassepot a retrocarica e dieci cannoni. Si unirono il 30 Ottobre coni papalinidel Generale Kanzler e a Mentana il 3 Novembre affrontarono i garibaldini male equipaggiati e armati con antiquati fucili ad avancarica. Garibaldi aveva due soli cannoni con poche munizioni. Suo genero, Stefano Canzio, gli salvò la vita durante la battaglia.

I nostri i furono battuti: 150 garibaldini caduti furono sepolti in una fossa comune e molti furono presi prigionieri (1). Garibaldi passò in territorio italiano con 5000 dei suoi.

Giovanni Serma chiamò Mentana la figlia nata nel 1870. Era una ragazza bellissimae GiuseppeVacca se ne innamorò follemente,ma sua madre si oppose al matrimonio. Giuseppe decise di studiare medicina in Svizzera. La madre, vedova, gli passava un modesto mensile e lui sposò segretamente Mentana (diciassettenne) che lo seguì in Svizzera. Vivevano in condizioni disagiate: si ammalarono tutti e due di tubercolosi e tornarono a Genova accoltia casadella madre di Giuseppe in via S. Gerolamo.. Giuseppe dipinse questo acquarello in cui i morti di Mentana risorgono e commemorano il 3 Novembre cacciando da Roma preti e zuavi.

Giuseppe Vacca morì a Genova il 7 Novembre 1888 e Mentana Serma un mese più tardi. Avevano avuto un figlio, Alberto – mio cugino – che fu allevato dalla nonna e da mio padre, ma morì di croup a poco più di 10 anni.

Mio zio Giuseppe non ha lasciato scritti. Quando morì, mio padre aveva 16 anni. Credo che i suoi orientamenti politici siano stati influenzati dal fratello maggiore. Quattro anni più tardi (a 20 anni) era tra i fondatori del Partito Socialista (Genova, 1892).

Roberto Vacca

 

VIDEO: IMMAGINI A QUADRETTI DA UN SOGNO

Per GUARDARE IL VIDEO basta cliccare su una delle immagini, o andare al link sottostante

  http://vimeo.com/52262965

Come in un sogno, le immagini appaiono distorte, vengono trasmesse e impresse secondo un procedimento irrazionale dettato dalla suggestione, come ad esempio la corsa difficoltosa, i volti imprecisi di persone mai conosciute o i luoghi solo immaginati. La musica è l’elemento fondante, guida la percezione degli eventi grafici mediante il dipanamento di un percorso compositivo basato sulla trasformazione continua del materiale sonoro. La cadenza per sintetizzatore che conclude il brano è costruita sulle armonie esposte nella prima sezione, dove nota per nota sono introdotti tutti i rapporti intervallari orizzontali e verticali che poi trovano compimento nella cadenza. La cadenza è anche preannunciata da eventi apparentemente “rumorosi” ma strutturati e fondamentali a livello subconscio: l’intera cadenza è stata condensata per sintetizzatore in 2 secondi, presentandola due volte prima dell’inizio della cadenza (precisamente al secondo 64 e al secondo 104) sovrapposta a due rumori di diversa frequenza (uno basso e uno acuto) e poi di nuovo durante l’esecuzione della cadenza stessa (al secondo 124 e al secondo 134) dove emergono solo i due segnali di rumore mentre l’elemento derivante dalla condensazione della cadenza in 2 secondi annega nelle note della cadenza stessa, in quanto troppo simile per emergere. L’idea di coerenza in questa composizione è nettamente sbilanciata verso il subconscio, in quanto gli eventi sono troppo complessi o veloci per essere assimilati e riconosciuti a livello conscio.

Disegni e musica di Raffaele Canetta

KAUNTRI MUZIK – Perchè la musica è una cosa seria

Da Linkiesta:

Vent’anni fa Stefano Benni scrisse che il testo della canzone più ascoltata sarebbe stato “Duyulaikit? Ailaikit, ailaikit!” ripetuto 456 volte. Sembra mancare poco perché la sua profezia si avveri completamente. La serata di ieri al Bloom di Mezzago è stata speciale anche per questo: per ricordare che, a dispetto di tutte le hit parade, la musica è divertimento ma non solo. E le parole dei testi non servono esclusivamente a far rima.

Sul palco il gruppo milanese “Johnnie Selfish and The Worried Men” (JSTWM) presenta il suo ultimo album “Kauntri Muzik”, registrato a Nashville in Tennessee lo scorso giugno. Ad aprire per loro John Wheeler, cantante e leader degli Hayseed Dixie, gruppo rock-bluegrass targato Usa.

Il concerto comincia con “Uprising”, un inno country-punk alle primavere arabe che invoca la caduta del dittatore siriano Assad. Il pubblico, per lo più giovane ma non solo, apprezza e la claque di Lambrate, luogo di origine della band, salta e spinge come ad un concerto dei Sex Pistols.

Le testate musicali hanno definito il genere dei JSTWM “combat country”, per le istanze di liberazione che emergono dai testi delle canzoni. La musica che esce dalle due chitarre, dal basso e dal banjo è un continuo alternarsi di influenze, dal blues al punk, dalla musica balcanica a quella latinoamericana. Un mostro con molte teste e un unico corpo, quello del country, che lega un pezzo all’altro.

Partiti dal Medio Oriente si arriva in Ucraina con “Zaporozhe, una canzone con evidenti sonorità est europee che parla delle battaglie sul Dniepr, e con la title-track “Kauntri Muzik”. Questa è la storia di un soldato accecato dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, felice di poter non vedere le sciagure che lo circondano quando torna a casa.

Il richiamo al passato, come maestro per il presente, è una costante di molti brani. La scelta dei tributi al gotha del country non è mai casuale. Si rende omaggio a Johnny Cash, facendo cantare il Bloom a squarciagola “Ring of Fire”, si riprendono alcune ballate classiche, come “Buffalo Skinners”, ma l’omaggio più importante è quello reso a Woodie Guthrie. La canzone “This Machine Kills Fascists” è in onore della scritta che il cantautore americano portava sulla sua chitarra negli anni ’40. Negli anni ’50 sarebbe finito nelle liste nere di McCarthy.

Richiami alla storia, alla Costituzione, agli ideali. La lotta alle ingiustizie, al nucleare e ai fascisti. Se fosse tutto qui si rischierebbe la noia di un comizio. Invece la musica incalzante tiene alta la voglia di saltare del pubblico, complice il contributo del bar. Riscuote grande successo il remake di “Letter to the Censors” dei Manonegra, mixato con il riff di chiattara di “The Ace of Spades” dei Motorhead. Le occasioni per riposare le gambe sono rare. “Tender Heart” e qualche altra canzone lenta danno modo alle ragazze di rifarsi dei piedi calpestati, abbracciandosi strette ai propri cavalieri.

Dopo un’ora abbondante di musica la band prova a lasciare il palco, ma le centinaia di persone presenti invocano un bis. Allora ancora fuori, ancora qualche pezzo e poi per il finale tutti i musicisti della serata sul palco. Ai quattro membri della band si aggiungono John Wheeler, Diego DeadMan Potron e Mauro Ferrarese, questi ultimi due dopo aver accompagnato per qualche pezzo i JSTWM. Si canta a cappella il classico “The Worried Men Blues” e poi tutti fuori, verso l’aria aperta, l’ossigeno e lo sbalzo termico.

A fine concerto Johnnie Selfish, al secolo Giovanni Maroli, prova a spiegare da dove nascano le scelte musicali della band. «Molte persone quando pensano al country hanno in mente la colonna sonora delle scenette divertenti di qualche film demenziale. Pensano che sia roba da cafoni americani, da redneck», dice Johnnie. «Invece il country, come anche il folk, è nato per parlare delle persone, dei suoi problemi, della vita reale. Non se ne può più di testi che non dicono nulla», prosegue. «Oggi siamo nella peggior crisi economica dal ’29. Non è per caso che ci ispiriamo alla canzone popolare americana dell’epoca immediatamente successiva. Come allora anche adesso c’è un gran bisogno di musica che non si limiti a distrarre le persone, ma che le comprenda e le racconti».

Quest’ultimo album, il terzo dopo “Jungle Rules” e “Committed”, rappresenta un evidente progresso e potrebbe essere quello del grande balzo. Radio2, Radio3 e altre stazioni stanno mostrando interesse per il progetto, come anche varie testate musicali. Il genere non è il più adatto a “sfondare”, ma la scommessa è che le persone siano stufe di ascoltare idiozie del genere “ah se ti prendo, ah ah se ti prendo”. Perché, come sostiene Johnnie Selfish, «va bene svagarsi con la musica, non va bene ridurla a solo svago».

Johnnie Selfish è Giovanni Maroli e i Worried Men sono Luca Bistrattin, Alessandro Spanò, Andrea Spanò e Lorenzo Trentin
Johnnie Selfish è Giovanni Maroli e i Worried Men sono Luca Bistrattin, Alessandro Spanò, Andrea Spanò e Lorenzo Trentin
Kauntri Muzik è il terzo album della band di Lambrate
Kauntri Muzik è il terzo album della band di Lambrate
Ieri sera al Bloom di Mezzago centinaia di persone ad ascoltare un'ora e mezza di concerto
Ieri sera al Bloom di Mezzago centinaia di persone ad ascoltare un’ora e mezza di concerto
Dal country al blues, dal rock al punk, vari generi e influenze si mescolano nel sound dei JSTWM
Dal country al blues, dal rock al punk, vari generi e influenze si mescolano nel sound dei JSTWM

 

Tommaso Canetta

SETTIMANA DELLA COMUNICAZIONE A MILANO – UN REFOLO D’ARIA

Si sta svolgendo in questi giorni a Milano la Settimana della comunicazione, un “cantiere” aperto a tutti i soggetti interessati a portare le proprie idee e e prendere spunti da quelle degli altri. Come negli anni passati il calendario degli eventi (consultabile sul sito) è fitto. Sono previste mostre, meeting, seminari e incontri, mescolando business, cultura e formazione. L’idea è quella di favorire la partecipazione e la condivisione, portando avanti un ideale di cooperazione tra individui e saperi più che non uno di competizione.

I soggetti che intendono aderire a questa iniziativa hanno l’opportunità di interagire attivamente nei percorsi creativi e di sviluppare le proprie idee. L’evento si rivolge particolarmente ai giovani talenti creativi ma non solo. Anche professionisti della comunicazione, istituzioni e imprese sono coinvolte. Questa edizione prevede quattro percorsi tematici, che, come spiegano gli organizzatori “costituiranno la struttura portante dell’evento. Nel loro insieme, queste aree tematiche sono i quattro punti cardinali che abbracciano il comparto della comunicazione in toto, esprimendo in modo esaustivo ogni processo di comunicazione”. E tali percorsi sono esperienza, responsabilità, provocazione e aspirazione/status.

Un evento non come tutti gli altri. Una sorta di brodo di coltura in cui far nascere e crescere idee con un traguardo ideale: Expo 2015. Cultura e comunicazione dal basso, condivisione e cooperazione, una ricetta diversa da quelle imperanti negli ultimi decenni in Italia, influenzata dalle idee che nascono e si sviluppano intorno al mondo di internet, dei nuovi media e dei social network. Un refolo di aria quasi californiana nella grigia, e sempre più autunnale, Milano.

Qui sotto le immagini delle due opere d’arte “Arca” e “Naviglio”, realizzate da Francesco Arecco per la settimana della comunicazione