ROOSEVELT KENNEDY JOHNSON OBAMA LA SENESCENZA DELL’AMERICA

Noi non sappiamo se i droni i missili i bombardieri ricacceranno l’avanzata nell’Irak del ‘Califfato’ jihadista. Né se l’esercito di Baghdad continuerà a evaporarsi così come accadde ai primi di giugno: dicono abbia abbandonato all’avversario corazzati e materiale bellico statunitense per un miliardo e mezzo di dollari.

Quello che sappiamo per certo è che a 407 anni dal sorgere a Jamestown della prima colonia britannica nel nord del Nuovo Continente, l’America è entrata nel suo V secolo e in un’amara età senile. Era stata la fidanzata del mondo; prima ancora, quando il mondo non la conosceva, quando il Tesoro aveva debiti non fondi, quando la burocrazia federale contava poche decine di persone e l’esercito permanente meno di 700 uomini, l’America era stata un’adolescente maliosa. Nel 1778, due anni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza, Robert-Jacques Turgot, lo statista riformatore francese, vergò le celebri righe: “America, speranza del mondo, ne diventerai il modello”. Nel rilevare che Thomas Jefferson aveva espresso ‘il meglio dell’America’, gli storici Morison e Commager definirono così questo meglio: “l’idealismo, la semplicità, lo spirito giovanile, l’ottimismo”. A quel tempo l’America non fu un abbaglio collettivo, una suggestione  generatrice di miti. Fu davvero idealismo e giovinezza.

Oggi che essa non ha più nessuna delle sue anime adolescenziali, è certo semplicistico concludere che nessuna società avrebbe potuto incarnare a lungo la purezza quasi- utopistica della Repubblica bambina. Come che sia,  a quattro secoli compiuti l’America  è una detestabile ereditiera, ricchissima ma sfigurata  dalla vecchiaia e dall’obesità, incattivita dalle frustrazioni e da più d’una sconfitta disonorevole. Ancora tolda comando del capitalismo globale,  è però  perseguitata da una Nemesi (la dea della vendetta e della morte) inesorabile: il militarismo bellicista. E’ la Nemesi di se stessa. Nessun grande impero della storia è stato altrettanto condizionato, coartato, dal fattore  militare, dal potenziale di muovere spedizioni e di conquistare regni. Dwight Eisenhower, il più vittorioso dei generali del 1945, cominciò prima dei sociologi a denunciare l’ingrossarsi negli States del Military-Industrial Complex.

Dal patologico gigantismo del proprio apparato bellico l’America è condannata a destinare risorse sempre più mostruose alla preparazione di guerre eventuali, tutte concepite teoricamente per vincere. A differenza che in un passato che al più tardi si chiuse nel 1945, le imprese belliche di Washington sono tutte, più o meno, fallite. L’elenco è impietoso: Corea, Vietnam-Laos-Cambogia, imprese minori quali Baia dei Porci, Libano, Somalia, poi in grande e in feroce Irak e Afghanistan.  Abbiamo omesso il trauma grave della ‘Loss of China’. Tenere la Cina contro la conquista nipponica era stato il motivo più immediato della decisione di F.D.Roosevelt di fare guerra al Giappone; sconfitto il quale Washington affidò al generale Marshall, non meno vittorioso di Eisenhower e di MacArthur, la mission impossible di strappare la Cina al comunismo di Mao. Nel 1968 James C.Thomson, uno degli esperti del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca per l’Estremo Oriente, indicò nella ‘Loss of China’ il primo dei moventi di Kennedy nella decisione di muovere guerra in Indocina. L’incanaglimento e la disfatta uccideranno l’orgoglio dell’anima americana.

Nel decennio 1840-50 dell’Ottocento -un’era geologica prima- l’America era entrata in una fase di espansione prodigiosa. Da una formula proposta nel 1845 da un giornale di New York fu chiamata del Manifest Destiny: essere un disegno provvidenziale che gli USA si allargassero fino al Pacifico e ai Caribi. Essere nell’ordine delle cose che i pionieri venuti dall’Est prevalessero sulle popolazioni indigene: anche in quanto essi portavano valori, ideali, istituzioni moderne. Conseguenza immediata del Manifest Destiny fu l’annessione di Texas, Oregon, California, New Mexico, Utah. Tutto ciò, pur comportando spoliazione dei nativi, apparve al mondo logico, dunque da accettare. L’America divenne un mito radioso: tra l’altro non entrava in conflitto con l’Europa, che ancora controllava il mondo. ‘America si configurava come forza creatrice, fattore generale di progresso. Diventando grande, l’America ingrandiva il mondo.

Tutto ciò durò fino alla Prima Guerra Mondiale, quando l’Europa dilaniata smise di compiacersi dei trionfi dell’America, al contrario dovette invocarne l’aiuto materiale prima, la guida diplomatica poi a Versailles. Col passaggio della Casa Bianca  a Woodrow Wilson l’America si snaturò. Intervenendo nel 1917 Wilson pose le basi del primato globale; se Franklin Delano Roosevelt, il plutocratico Messia del bellicismo,  fondò l’impero  americano, Wilson fu il Giovanni precursore.

F D Roosevelt, massimo guerrafondaio della storia nazionale, fu anche il più bugiardo dei suoi statisti. Con accanimento inflessibile portò in guerra una nazione che restava isolazionista non solo per egoismo, ma in quanto manteneva fede nel valore della propria diversità rispetto ai conflitti e alle miserie della storia europea. FDR mise in atto una lunga serie di stratagemmi per aggirare gli ostacoli che la Costituzione, il Congresso e l’opinione pubblica opponevano all’intervento. A  metà del 1940, sei mesi prima di Pearl Harbor, gli USA si proclamavano già alleati della Gran Bretagna e già coinvolti nella guerra nell’Atlantico. L’attacco a Pearl Harbor fornì l’occasione perfetta per portare l’America nel conflitto:  però sulla menzogna che il Giappone avesse assalito a tradimento. In realtà Roosevelt aveva provocato la reazione nipponica col  rifiuto assoluto dei compromessi ripetutamente proposti da Tokyo. Nel 1949 la vittoria del comunismo cinese e il trionfo dei nazionalismi asiatici cancellarono le posizioni di predominio occidentali in Asia per mantenere le quali Washington aveva voluto la guerra del dicembre 1941.

Se Wilson aveva creato le premesse per l’impero americano, Roosevelt fu il massimo autore della degenerazione in superpotenza planetaria, dunque della trasformazione dell’America nel paese più militarista della storia. Seguirono Kennedy e Johnson, laddove Nixon accettò la disfatta inevitabile. All’aprirsi del Terzo Millennio d.C. la dottrina di G W Bush della guerra preventiva portò alle conseguenze ultime il bellicismo di Roosevelt e Kennedy.

In anni recenti, già avviato il ritiro dall’Irak e dall’Afghanistan, sembra che Washington spendesse 25 miliardi di dollari l’anno per puntellare un paio di governi fantoccio. Qualcuno si sente di negare che se avesse donato ai poveri del mondo una frazione delle smisurate ricchezze bruciate in armi,  spedizioni belliche e sinistre diplomazie dell’illusione egemonica, l’America sarebbe amata  invece che odiata da metà del mondo? Che sarebbe regina dei popoli, come brevemente apparve sul punto d’essere settant’anni fa?  Apparve specialmente in quanto lo scettro del comando cadde dalle mani di Roosevelt, per essere raccolto da quelle più sagge di Harry Truman.

E’ disdicevole raccontare la storia coi ‘se’. Tuttavia, come non chiederci cosa sarebbe stato il secondo dopoguerra se FDR non fosse improvvisamente morto? Non si possono processare le intenzioni, però come escludere che il Grande Guerrafondaio a) avrebbe potuto tentare di abbattere in Cina,  coll’immensa armata che Marshall non ebbe, il potere comunista;  b) che una volta constatato che Stalin non era l’alleato democratico che fingeva di immaginare, bensì il nemico assoluto da sbaragliare nella Guerra Fredda, egli Roosevelt sarebbe stato tentato di allargare contro l’Urss la crociata della Carta Atlantica?

Il Barack Obama che dai satelliti Nato esige più spese militari -”perché la libertà non è gratis”-, pratica la stessa menzogna dei suoi maestri Wilson Roosevelt Kennedy Johnson: gli altri  presidenti “progressisti” che hanno incarognito e umiliato di sconfitte l’America senile.

Anthony Cobeinsy

DUE SFORTUNATE REPUBBLICHE DI SPAGNA UNA TERZA SAREBBE LOGICA, PERO’ OPPOSTA ALLA NOSTRA

Nei giorni che le piazze spagnole, dopo l’abdicazione di Juan Carlos, si movimentano di manifestazioni repubblicane -per quello che valgono le manifestazioni- vale la pena di ricordare che la repubblica più famosa, quella radical-progressista poi sinistrista nata nel 1931, cominciò a morire ottant’anni fa precisi, giugno 1934: sciopero generale politico dei braccianti e contadini poveri, poi ribellione della Catalogna anarcosindacalista, infine nell’ottobre, sempre 1934, la rivoluzione degli operai e dei minatori delle Asturie, spenta dall’artiglieria. Alcune migliaia di morti, migliaia di corti marziali, una repressione feroce come aspre erano state  le vendette dei proletari e temerari i propositi di edificazione libertaria rivoluzionaria.

Insorgendo, i braccianti, i minatori, i manovali urbani  proclamarono una dura verità: la Repubblica sinistrista non aveva dato nulla al popolo, a parte le parole d’ordine anticlericali e barricadiere, la tolleranza degli incendi di chiese e monasteri e delle violenze classiste; a parte un po’  di scuole più che in passato.  Tra il 1923 e il 1930 il dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera, benché generale e Grande di Spagna, aveva beneficato assai più i proletari. Fu per questo che i lavoratori  dettero chiari segni di avversare la Repubblica degli intellettuali laicisti e massoni, molto più protesi ad asserire se stessi e i loro valori che le rivendicazioni delle plebi.

L’insurrezione delle Asturie e di una parte della Catalogna, più alcuni focolai a Madrid e altrove,  fecero  sorgere delle effimere dittature proletarie e anarchiche, poi le soverchianti unità repubblicane,  comandate da un generale Franco allora leale allo Stato, stroncarono la rivolta. L’ottobre 1934 allargò un groviglio di conflitti secolari, cominciati nel 1808, in coincidenza con la ribellione antifrancese. Nel 1834 si era aperta una successione di guerre carliste, più sanguinose di quel che oggi si creda, finché nel 1898 la disfatta nel conflitto con gli Stati Uniti, con la perdita di Cuba, di Puerto Rico e delle Filippine fece cadere la Spagna in una cupa depressione morale. L’esercito che tornò dalle colonie perse trovò un paese costernato e immiserito, e lo aggravò delle proprie frustrazioni e pulsioni.

Seguirono anni sempre più agitati. Nel 1909 l’odio di classe scatenò a Barcellona una sanguinosa “Semana Tragica” in cui la Chiesa soffrì l’anticipazione degli assalti del 1936 . Nel 1917 uno sciopero generale rivoluzionario dovette essere schiacciato dall’esercito. “La dittatura militare instaurata nel 1923 da Primo de Rivera -scrive Hugh Thomas nella sua Storia della guerra civile spagnola- fu il solo regime che dall’inizio del secolo desse al paese un periodo di relativa calma. L’opposizione liberale riuscì ad espellere il dittatore (1930) e il re (1931) ma non dette alla Spagna un assetto democratico capace di soddisfare le aspirazioni della classe operaia”.

L’insurrezione del 1934 fu dunque l’annuncio e il primo atto della Guerra civile di due anni dopo. Dopo il 1934 -notava l’ambasciatore L.Incisa di Camerana, uno degli italiani che meglio conoscono la Spagna- “le sinistre giungeranno a un diapason di verbosità rivoluzionaria che neppure la vittoria elettorale del ’36 riuscirà a contenere. Miguel de Unamuno affermò che la Repubblica del 1931 era diventata ‘una pozzanghera infetta’. José Ortega y Gasset, uno dei triumviri che avevano lanciato il programma repubblicano, si ritirerà disgustato”.

Non tutti i giovani spagnoli che in questi giorni invocano la fine della monarchia -senza dubbio un’istituzione del passato- sanno o ricordano che la repubblica del 1931 fu la seconda esperienza non monarchica del paese. La prima sorse nel 1873, dopo i decenni delle guerre carliste, le disavventure del regno di Isabella II e la fuga in Francia di quest’ultima. Dopo l’insuccesso di altri tentativi di trovare all’estero un sovrano per la Spagna, nel 1870 fu messo sul trono madrileno il duca Amedeo d’Aosta, secondogenito di Vittorio Emanuele II. Abdicò meno di tre anni dopo. La Prima Repubblica che gli seguì si spense in pochi mesi, “incastrata tra la Vandea carlista e l’insurrezione cantonalista delle province meridionali e orientali”. La Seconda Repubblica, quella della leggenda antifranchista, anarchica e comunista, ebbe la sorte della Prima: “Pochi mesi sono passati dalla sua proclamazione e nelle caserme già si congiura, già bruciano nelle città le chiese e i conventi;  nelle campagne gli anarchici già attaccano i municipi e i posti della Guardia Civil” (Incisa di Camerana).

Tutto ciò, per dire cosa? Che se la monarchia riesumata dal Caudillo ebbe un senso per sovrintendere alla liquidazione del franchismo, un quarantennio dopo il suo ruolo appare finito. Ma anche che una riesumazione della repubblica, dopo due precedenti sfortunati e dopo la massiccia importazione dall’Italia del costume corruttivo, non avverrebbe sotto auspici benevoli.

A.M.C.

OBAMA: IL D-DAY PER BUON CUORE NON PER LA SUPREMAZIA SUL PIANETA

Il Barack Obama della retorica ‘Omaha Beach’, passi. Fa di peggio, ci ordina di comprare armi. Tuttavia la menzogna per patriottismo egoista è meno grave se perpetrata una volta ogni settant’anni, negli intervalli tra colazioni con 19 capi di Stato- compreso il nostro- e  fotografie con reduci ultranovantenni. “Quando il mondo d’oggi vi rende cinici – ha arringato il Presidente idealista, elogiato da molti come “guerriero riluttante” -fermatevi a pensare a questi uomini, molti dei quali hanno dato la vita per ridare la libertà a popoli che nemmeno conoscevano”.

Secondo Massimo Gaggi, inviato con elmetto a stelle e strisce al D-Day, “il Presidente rivendica il primato etico dell’America”.  Bravo Massimo Gaggi, che mente senza averne obbligo: laddove Obama l’obbligo ce l’ha eccome, in quanto American Patriot in Chief. La menzogna volenterosa di Gaggi consiste, è chiaro, nell’accreditare di “primato etico” il paese più militarista della storia (benché oggi guidato da un capo meno guerrafondaio del suo predecessore). Dai giorni del Vietnam gli USA hanno esercitato spesso il diritto di trattare col napalm e i droni gli innocenti in aggiunta ai nemici.

Quando, gennaio 1961, il presidente Dwight Eisenhower consegnò la Casa Bianca a J.F.Kennedy, gli consigliò caldamente, egli supremo tra i marescialli vittoriosi della WW2, di non fare la guerra d’Indocina. Il giovane successore New Frontier, irresistibile non solo con le attrici di Hollywood, anche con giornalisti, intellettuali e mezze calzette di mezzo mondo, inebetiti dagli slogan della sua campagna elettorale, non dette ascolto al saggio consigliere: anche perché aveva appena autorizzato, non ancora seduto nella Oval Room, lo sbarco alla Baia dei Porci dei cubani anticastristi arruolati dalla CIA. Lo sbarco fallì, ma si avviò la gloriosa impresa del Vietnam, prima disfatta catastrofica della Superpotenza. Nel mezzo secolo che è seguito Washington non ha mancato un’occasione per impiegare le armi nel nome dell’egemonia. Sapeva Massimo Gaggi che inneggiando al “primato etico” si guadagnava la carica di assolutore loyolesco (=gesuitico) alla corte di Barack e Michelle?

La mitopoiesi di Gaggi attinge alle vette del comico funerario, se preferite del grottesco esilarante, quando ci addita ammirato una cretinata di Barack che sembra scandita a un comizio dall’On.Cetto Laqualunque: “L’America è venuta a liberare l’Europa senza chiedere nulla, solo la terra dove seppellire i suoi morti”. Ah, gli infortuni dell’oratoria celebrativa alla Checco Zallone! Qualunque persona malpensante/sardonica avrebbe il diritto di interpretare quel “solo la terra per seppellire” alla lettera :   come prova che nel 1944 gli USA sbarcarono in Normandia perché si trovavano low on burying ground- scarsi in cimiteri!  Invece è sicuro: il maggiore sbarco della storia non aveva altro obiettivo che la tumulazione. Niente a che fare con la supremazia sul mondo. E’ irrilevante che, se non ci fosse stato lo sbarco, non sarebbe sorta la necessità di tumulare.

Continua l’esegesi di Gaggi su quello che Obama ha descritto “nella storia non si è mai visto niente di simile”. Non che siano mancate le grandi imprese di conquista, ma in Normandia “the greatest generation” era totalmente disinteressata, mossa solo dall’ ideale: “ondate immense di giovani uomini scendono dai mezzi da sbarco per salvare gente sconosciuta”.

Gaggi: ”Il ricordo di quello spirito di sacrificio torna nel parallelo tracciato dal Presidente “con i ragazzi che dopo l’11 settembre 2001 si sono esposti generosamente per difendere

il loro paese (era sul punto di soccombere alle battleships e alle armate corazzate talebane -N.d.R.) anche in conflitti dall’Iraq all’Afghanistan (…) Le generazioni che hanno conosciuto solo pace e benessere faticano a comprendere: per continuare a vivere in pace e da uomini liberi bisogna rimboccarsi la maniche. Libertà e democrazia non arrivano gratis”.

Il reportage dal bagnasciuga di Omaha Beach finisce assieme allo spazio assegnato dal “Corriere della Sera” al sobrio lirismo normanno di Gaggi. Trasferiamoci alle ormai quotidiane rampogne del presidente USA all’indirizzo dei maramaldi e vermi che un po’ dovunque nel mondo tentano di contrastare l’aumento delle spese militari. Nello Stivale sud dell’Alleanza atlantica gli inqualificabili se la prendono in particolare con gli F35 e coi sommergibili d’attacco. E’ la mascalzonata contro cui borbotta in continuazione anche G. Partenopeo, comandante supremo delle armate che, a norma del ferreo dettato costituzionale contro la guerra, attendono a pié fermo l’aggressore. Solo settant’anni fa Partenopeo parteggiava per i proletari e per la pace, non per i generali a molte stelle.

“Il taglio sugli F35 è un errore”: lo ha insegnato di recente un maitre-à-penser della scuola del Pentagono, Derek Chollet, segretario aggiunto. Ha detto il pensatore, in visita a Roma: “In tempi di austerity i governi devono tagliare. Ma nel caso degli F35 sarebbe un errore perché è un investimento per il futuro, fondamentale per accrescere le forze militari. L’Italia ha già investito molto. Resta un alleato chiave nella Nato e deve mantenere gli stanziamenti per la difesa. Le relazioni tra Italia e USA non sono mai state così forti. Nella penisola ci sono più di 30.000 americani, tra militari e civili. L’impegno italiano in Afghanistan è una dimostrazione di leadership internazionale”. Quest’ultima affermazione a noi suona una cauta ma chiara promessa non ufficiale di una fetta di colonia in Afghanistan, a vittoria conseguita. Dio sa se l’Italia ha bisogno di terra al sole!

Non sappiamo se un giorno gli Dei permetteranno il processo di impeachment agli odierni reggitori della Repubblica fondata sui mitra partigiani. Se sì, auspichiamo che Obama e Chollet, ormai pensionati, accettino di deporre a discarico del presidente Partenopeo; persino di Matteo Renzi, che lo scorso 2 giugno non trovò un pretesto, egli che ha tanta fretta di fare le cose importanti, per mancare alla parata militare del genetliaco della repubblica. Si può capire: basta demagogia, ha intimato il Comandante supremo, sui soffitti delle scuole che minacciano di cadere sui bambini. La democrazia di Scajola e Galan ha titolo a una grossa panoplia di armi di deterrenza.

Sarà la linea difensiva al processo di impeachment. La deposizione del Past President e di Chollet piacerà poco alle maestre, ai genitori e ai bambini, ma molto, moltissimo, a Massimo Gaggi.

Anthony Cobeinsy

THE RESURGENCE OF UNTRAMMELED POWER OF RUSSIA AND CHINA

When the Berlin Wall fell, its crashing din was heard around the world: and for millions of people it was music to their ears. This was not just any event—here was final proof that the evil and, what was equally important politically and economically, the utter impracticality of Communism could not be sustained because it ran directly counter to human nature. Its rhetoric, of course, like all propaganda, was positive and hopeful, but its reality proved altogether different. In practice, Communism created even more injustice, more absurdities, more practical problems, more suffering and death in history by far than any other economic or political system. Communism, and its historical partner in unequalled savagery, Nazism, will for all time remain lasting monuments of unexampled hubris, unreason, atheism, and unalloyed evil. If some men and women can be saints, these two movements show starkly that under their influence many more can become devils.

While history does indeed appear to show that the rich inherently seek ever more power and wealth at the expense of the middle- and lower-classes (without of course ever acknowledging such), the utopian image of Communism set up unique expectations of an everlasting earthly Paradise: where mankind would now be free of avarice, of cruelty to his fellow man, and of the naked lust for power. Communism’s power was that it proclaimed a new humanity. But in reality, of course, it could accomplish no such thing. For human nature doesn’t change. The old class structure was replaced by a new (Communist) class structure. The freedoms, and limitations, of the old system were swallowed up in an all-embracing savage totalitarianism.  Big Brother had arrived. The Utopia so blindly hoped for, and believed in, was revealed to be just another earthly hell from which millions sought to escape—so many in fact that Communism had to build walls to lock its people in, which is why its sudden, dramatic crashing downfall was the cause of such hysterical jubilation world-wide.

Now we see, in both China and Russia, a new era of libido dominandi—of the lust for power. Of course, they can’t and won’t publicly declare this—since when does evil ever speak the truth?  Still, evil, in its unconscious bow to goodness and reason, must pretend at least to operate under the highest motives; but its actions show unequivocally that power and domination are China’s and Russia’s twin goals.

Russia’s motives revolve around pure power. Putin (and Russia’s military) doesn’t want Russia to be thought of as a second-rate military power—and, being the little man that he is, personally wants to be accorded respect, as well as to be feared, by the world, but especially by the US. It wants a share in world dominion; and it chafes under the greater economic and military power (and he would add hubris) of the US. Putin is a small man with a large ego. He cares little about his own people or their future, otherwise he would develop, or allow to be developed, Russia’s economy in all of its diversity instead of making it depend entirely upon the exportation of oil and gas as it now does. In this Putin shows himself to be anything but a statesman, or to have any other real goals than power for power’s sake. He hears the siren call of libido dominandi. And in this he adds his name to an endless list of tyrants in history.

China has a similar desire to dominate. But unlike Russia, which is trying to relive the good old days of Soviet domination, China seeks world power in large part to make itself an irresistible economic powerhouse. It has now, and will have much more in the future, great economic problems at home it must deal with: lack of vital minerals, oil, gas, etc.; millions of homes, buildings, and schools that are unsoundly built and therefore vulnerable to earthquakes or other natural disasters; lakes and rivers dried or drying up; forests denuded; corruption top to bottom; pollution of unimaginable intensity and duration, etc.  China, for political as well as military reasons, doesn’t want to be dependent on the outside world. So it seeks regional domination in order to remain the economic engine of Asia, and will enforce that superiority militarily more and more over time. Its words do not match its actions: its rhetoric is peace and conciliation, but its actions spell confrontation and conflict. Once China gets used to exercising the full panoply of power throughout Asia, it will add world dominion to its desiderata.

The world fondly hopes, and fondly believes, that war, especially world war, is an outworn relic of a bygone era; that the human race, having endured so much suffering and death in the last century, has finally come to its senses and will neither engage in nor permit another such global tragedy.  But the storm clouds of war are slowly gathering once again. Communism, past (Russia) and present (China), is not yet finished cursing the world.  Incalculable suffering, in Europe near the former Soviet Union and in Asia, is only a misstep away. Tyrants—Xi Jinping of China and Putin of Russia—are strutting the world’s stage once again. The lessons of history have already been forgotten. And so, pronounced Santayana, we shall be forced to repeat them.

Len Sive Jr.

VOYEURISM AND THE FAILED AMERICAN EDUCATION SYSTEM

A few days ago at San Diego’s Woodland Middle School, in health class, 8th grade students were asked to stand under signs that indicated how far they would go sexually when they started dating. The signs read variously “Hugging,” “Kissing,” “Above the Waist”, “Below the Waist,” and “All the Way.”

So, here you are in 8th grade, at a notoriously awkward age, not yet dating, and you are to tell the entire class (and via rumor, the entire school!) how you might behave sexually in the future! This artful little game was something the “innovative” principal, Brian Randall, found in a community clinic, which was his defense in using it. (Randall’s logic: It comes from a community clinic; all things from a community clinic are educationally valuable; since this comes from a community clinic, it must be educationally valuable.) This exercise was billed as a way for parent-child communications to be opened up. How exactly that might happen was left unexplained.

And more to the point, how does this school arrogate to itself the right to ask questions proper only within the family (and most decidedly not in front of other students and staff!) or between a licensed therapist and his or her client?

I should like the school to put up signs for principals like Brian Randall to stand under (“I found this one at a community clinic, so it must be good”). Here are the signs: “I have not yet committed adultery, but I’m thinking about it,” “I have committed adultery, but regret it,” “I have committed adultery and enjoyed it,” and “Fidelity in marriage should be optional.”  This little game of mine, by the way, is “to open up communications between husband and wife.”

Just imagine this game: all the teachers are there, their spouses, the janitors even, perhaps a reporter or two (our rumor mill). And you must stand under one of the signs before the curious gaze of everyone present. Now it’s only a guess, mind you, but I think there might be one or two who would balk at playing this game, with privacy being the reason given.

Such “New Age” educational material is one reason why our school system is so poor; why we test almost last in comparison with other nations, developing and developed; why the media now broadcasts on a 5th grade level (news broadcasters, unfortunately, seem hardly better educated than that themselves!); and why we now see the dumbest productions on TV and in the movies.

Woodland’s descent into voyeuristic games in health class must surely be an indicator of the school’s overall intellectual quality. Do they teach Latin or Greek there, or French or German?  I would be very surprised if they did.  Can the students read good books (“Classics”) with both edification and enjoyment? Can they write well? Do they know how to diagram a sentence? How well prepared are they for entering high school? If Brian Randall’s use of logic is itself any indication, the intellectual strength of the school is on the short side of rigor and excellence.

The hard work of learning Latin in middle school or high school is today mostly just a memory, and yet those few students today who do take Latin easily outscore their non-Latin peers on standardized tests. The time taken to learn Latin rather than time spent on embarrassing voyeuristic “games” would aid a student incalculably more.

But one thing you can bet on from Principal Brian Randall, the path that should be taken to improve his school will not be taken. Why not? Because in response to parental criticism, he simply turned defiant and refused to take their criticism seriously.  In his mind there is no other truth than his own.  But as Socrates taught us two and a half millennia ago, real education is the search for Truth (not a defense of one’s opinions), but this presupposes humility and openness, neither of which Randall appears to possess. Since a school’s educational philosophy is largely determined by its principal’s, one may assume from Brian Randall’s defiant close-mindedness  that there is no great love of Truth at Woodland Middle School, and this would inevitably color what, and how,  a school teaches.

Our American education system is broken. One way to judge this is to look at the effects of science on our views of the universe. And what do we find? Science for half the country has had little discernible effect. 46% of American adults believe that the universe is 10,000 years old or younger. This view is called Creationism, which also advocates that God created the universe, as well as the first humans ( Adam and Eve), in just 7 days! It’s as if no progress in science has been made in the last 3000 years! Intellectually, there are many in the United States who are still in the Dark Ages! One often reads a lament about how we are not training scientists today. With Creationism believed so widely, one can see why the sciences have taken a back seat to unreasoning belief. The Bible is not and was never meant to be a scientific handbook. It is a book about God’s sovereignty (Genesis, Exodus)—a “Who the final authority is and our relationship to Him” and not a detailing “How the universe was created,” which is and ever will be a complete mystery, all the present and future scientific advances notwithstanding.

This simple fact, however, is too scary for the average Creationist to believe. Their faith is not strong enough to hold the sacred cup of mystery, their narrow minds too desiccated for the rich luxuriance of metaphor and symbol. Mankind is homo symbolicus; the Creationist on the other hand is homo timidus. But where there is no courage, there can be no true or lasting knowledge. The search for Truth is not for the faint of heart. To be numbered among God’s true followers is an essay in courage—and an adventure not of the spirit only but also of the mind. Only those who courageously  seek Truth truly live, truly embody the spirit of God. The fearful shall never enter the Kingdom of Heaven.

Woodland Middle School shows graphically how our education system is a failed enterprise. The reasons are many, however, and transcend easy criticism of Brian Randall. But he is surely part of the problem. He sets the school’s tone. In approving of a 14-year-old declaring publically what he or she would do sexually in the future is both pathologically voyeuristic, potentially psychologically harmful, inexpressibly inappropriate, as well as a bellwether of the continuing decline of the American education system.

Len Sive Jr.

THE NEW CIVIL WAR

There are several new books out on Lincoln which purport to reveal the true man behind the mask. To adapt a line from Shakespeare: “They have come, however, not to praise Lincoln, but to bury him.” These right-wing authors have ascribed the worst possible motives to everything Lincoln said and did. It is a revision of our history that in the wildest imaginings of my youth I would never have thought possible. It is also one of the surest signs of our nation’s current, and dangerous, state of being, our new “civil war.”

Disparate groups like the Tea Party, the NRA, the Republican Party, corporations, the largely right-wing  media, fringe groups like those supporting Clive Bundy, the KKK (a virulent white supremacist group), and other anti-government  groups and individuals, have declared war on our historical way of life. It is a new civil war, funded by, among others, the far right-wing billionaire Koch brothers.  And like the first Civil War, it’s a fight for the future, and soul, of America.

Below is part of a letter I wrote last year in response to these calumnies. It unmasks the preposterous image of Lincoln put forth by the right, by revealing  through a single incident–Lincoln’s ministrations to  a dying Confederate soldier–how uniquely humane a president he really was, and how utterly fortunate we were as a country to have had him as our president.  It is literally inconceivable to imagine any Republican today—let alone a Rand Paul, John Boehner, Clive Bundy, or the Koch brothers—heart-feltly ministering to their sworn, deadly enemies, “With malice towards none, and with charity for all….”

“Lincoln had served in Congress with many later Confederate leaders; they had been on friendly terms before the war, and Lincoln never abandoned their friendship even during the war. Given his nature and sensibilities, Lincoln would have had a very different form of “Reconstruction” than that which was instituted after his death. You are quite right to quote from the Second Inaugural as pointing out the path of reconciliation he would surely have taken. To say “With malice towards none” with the deepest sincerity (as he did) can only be done if it has already been embraced in one’s soul.
“What makes Lincoln our greatest American (and not just our greatest president) is that he was also a deeply loving and profoundly reflective Christian, who wrestled openly and honestly with those aspects of his faith which he could not understand, but who sincerely and reverently lived out that which he could understand. His was a costly and prophetic faith, to be relied upon to inform one’s daily thoughts and actions in all the myriad trials, sufferings, temptations, and uncertainties which everyday Life presents. But it was especially during wartime, with the horrific suffering and innumerable deaths of so many soldiers, both Confederate and Union alike, along with the death of Lincoln’s much beloved youngest son, Tad,  that deepened Lincoln’s faith the most, as he took upon his shoulders  the inexpressible grief and anguish of both the North and the South.

“To say that Lincoln was crucified by the war is only to speak the truth.  His was no tepid, bland “Sunday morning faith” that superficially satisfies so many Christians.  His faith burned hotter, and purer, tempered as it was in the intense fires of a fratricidal civil war, of brother against brother. I cannot think of another world leader, alive or dead,  who endured what he endured—nor one his equal in intellect, faith, charity, and humility, which makes his demonization by the political right so profoundly disturbing.  Moreover, Lincoln, unlike his many current denouncers, was absolutely incorruptible. His Tea Party and Republican accusers, on the other hand, have a long and sordid history of accepting cash for votes, from the NRA, JP Morgan, GE, Exxon/Mobil, et. al. These corrupt politicians, like Faust, have struck a bargain with the devil, while Lincoln alone stuck to the high, costly road of sacrifice, faith, integrity, and charity.

“The following anecdote, which not surprisingly was left out of these books on Lincoln, unveils the authentic Lincoln, the deeply humane, caring, and giving human being that he really was. I read about this incident a decade ago in a library in graduate school and here retell it from memory–faithful to the facts, but told in my own words.

“Lincoln had spent a long day at an army hospital visiting and comforting the many Union wounded and dying. As day gradually turned into evening, an exhausted and emotionally depleted Lincoln departed the hospital, climbed wearily into the presidential carriage, and  began the slow return to the White House, where  a late evening’s work  still awaited him. A hospital orderly suddenly ran up to the presidential carriage and shouted out, “There’s a Confederate soldier who wants to speak with the president.”  Lincoln, although clearly exhausted, stepped down from the carriage and with weary steps re-entered the hospital.

“The Confederate soldier was a young man, who, upon seeing Lincoln in the flesh for the first time, remarked naïvely, ‘You don’t look at all like the ape pictures I saw in the South.’  The two of them talked for some time. Then the young man asked if Lincoln would deliver a letter and heirloom to his family. Lincoln promised him that he would. Lincoln then said that he had pressing business still awaiting him, and was there anything else he could do for him. The dying soldier pathetically replied, ‘I was hoping you’d see me through (death).’ So this impossibly busy wartime president shunted aside all official business, and forgetful even of his own exhausted state, stayed with this enemy soldier until the very end, ministering to him and comforting him, weeping as he clasped the dying soldier’s hands in his own. True to his word, Lincoln made sure that the family received the young man’s personal effects.

Need I remark that this is exactly how Lincoln would have treated the South after the war  –with dignity, charity, mercy, and reason. What might our country have developed into with a Reconstruction based not on hatred and retribution but on mercy and charity for all?”

This incident clearly and unambiguously reveals what kind of president he really was: a deep-souled, caring, forgiving Christian whose tenderness, charity, mercy, intellect, moral stature, and self-sacrificing nature on behalf of the nation he was elected to serve—and harboring no ill-will towards the forces bitterly arrayed against him in an epic Civil War—are, so far as I am aware, unmatched in the annals of history, ancient or modern.

The destructive fires of our new “civil war”, which these revisionist histories of Lincoln are meant to stoke, continue today unchecked: ideological gridlock in Congress; hateful, petty Republicans calling for Obama’s impeachment every other week; lies and half-truths  on important political issues that are a staple of Republican incendiary rhetoric; adversarial politics of the meanest and vilest kind; the inability of the Obama administration to get its many, and important, appointments passed; votes openly bought in Congress in exchange for campaign contributions; a Congress meanly subservient to the wealthiest 1% while caring not a whit for the middle or lower classes. Two well-respected and very-influential political scientists, in fact, one from Princeton University and the other from Northwestern, in an empirically-based 20-year-long study of how Congress actually works, have openly declared thatour democracy is dead. “We are now,” they pronounced, “an oligarchy, a nation governed solely by the few on behalf of the interests of the wealthiest 1%.” And they have the irrefutable evidence of over 20 years’ research data to back up their claim.

“Our democracy is dead.” In these disturbing times, what we need are the intellect, courage, faith, charity and moral stature of another Lincoln to guide us through these turbulent and treacherous waters. The future of our cherished way of life now hangs precariously in the balance.

Can we still reclaim the dreams of our forefathers and bring good, honest, intelligent, and caring government to every American citizen? Can we both as individuals and as a nation seek truth, goodness, and beauty with unflinching zeal and steadfast devotion, working daily for peace and concord among all citizens while disavowing diatribe, division, and discord? Can we once again prove to a skeptical world that our once-cherished and highly-regarded democratic way of life is not yet dead and buried. That our democracy can justly represent all economic classes; that it can honor and aid both our poorest and most vulnerable citizens as well as our richest and most successful; and that a government of the people, by the people, and for the people can, like the immortal Phoenix, rise once again triumphantly from its own ashes!

Len Sive Jr.

RE FILIPPO AVRA’ UN FUTURO SE FARA’ IL TRAGHETTATORE COME SUO PADRE

Juan Carlos liquidò il regime franchista. L’ex Principe delle Asturie avrà un senso se liquiderà  il regime dei partiti ladri

Fu logico che la Spagna accettasse la monarchia, resuscitata dal Caudillo come argine contro il ritorno del sinistrismo. Fu logico che il 27 febbraio 1981 il sovrano difendesse la Transicion al parlamentarismo, ordinando alle Forze armate di spegnere il tentativo di golpe del tenente colonnello Tejero. Pochissimo tempo dopo gli spagnoli appresero di avere imboccato col felipismo -la gestione governativa dei socialisti “craxiani” di Felipe Gonzales- la via dell’Italia: marcia accelerata verso la prosperità consumista a credito, contemporaneo trionfo della corruzione. Anche questo gli spagnoli accettarono, comprati dallo sviluppo. Dopo quattro secoli che erano stati famelici per la maggior parte della nazione, lo sviluppo era una beatitudine senza prezzo. Valeva bene il regresso alla monarchia morta nel 1931, quando Alfonso XIII, nonno di Juan Carlos, pacificamente/signorilmente partì per l’esilio. Le città spagnole (non le campagne) festeggiarono. La Repubblica nacque nell’euforia.

Vari decenni dopo, il ritorno per ordine del Caudillo ai riti, ai fasti e alle insulsaggini della Reggia non costò troppo ai settori sociali che avevano idolatrato la repubblica, visto che i restaurati Borboni avevano indossato i panni di una monarchia aperta al progresso. La quale, oltre a tutto, maneggiava scettro e corona in modi amabili: per dirne una, il Re premiò col titolo di marchese il grande musicista cieco Joaquin Rodrigo (Concierto de Aranjuez).  Se avesse sconfitto Franco nella Guerra civile, anche la Repubblica avrebbe premiato l’impareggiabile Rodrigo, però come Compositore proletario.

Tutti sanno che la ‘Bonita Republica’ deluse subito le speranze più accese. Gli incendi di chiese e di conventi, le altre violenze anarchiche cominciarono immediatamente. Poi nell’ottobre 1934 ci fu il serio conato rivoluzionario delle Asturie, represso  nel sangue. Avendo portato alla Spagna solo le riforme laiciste di Manuel Azagna, non la terra ai contadini né il riscatto agli altri proletari, le Istituzioni repubblicane risultarono presto condannate.

Queste cose le ricordano in proprio solo i vegliardi. Oggi quasi tutti gli spagnoli sarebbero razionalmente portati a sbarazzarsi del vecchiume monarchico. Ma ci sono i media del mondo intero a far loro conoscere i misfatti che i mestieranti della politica compiono in quasi tutte le repubbliche, dalla mezza Cipro agli Stati Uniti d’America. Così gli spagnoli, come i sudditi di altre corone, si tengono i sovrani.

Come sono personalmente questi ultimi, non conta molto. E’ dubbio che gli olandesi si curino più del minimo delle qualità umane di re Guglielmo Alessandro. Idem per la gente di altri otto o nove  reami d’Europa, tutti ad alto reddito, tutti immersi nella modernità. Una testa coronata, anche se semivuota, sempre meglio di un volpone della politica. Gli spagnoli potranno o no  spasimare per penetrare la mente e il cuore del marito della regina Letizia Ortiz. Il quale marito ha preso il nome del primo Borbone di Spagna, Filippo V, il francese nipote del Re Sole, il quale salì sul trono madrileno nel 1700 e scatenò la  lunga Guerra di successione spagnola.

La parabola di re Juan Carlos si è svolta parallela a quella della politica nazionale a partire dalla morte di Franco. Ci fu il vano tentativo del premier Carlos Arias Navarro di prolungare il franchismo senza Franco. Il successore del Caudillo lo liquidò e fece in modo che i maggiorenti scegliessero il suo amico Adolfo Suarez, brillante ex-segretario del partito di regime, quale gestore della Transizione all’elettoralismo e ai partiti. La Transizione fu un successo pieno: i feroci contrasti della Guerra civile non rinacquero; i franchisti, cominciando dai militari, rinunciarono a resistere; gli antifranchisti rinunciarono a vendicarsi. Nel 1978 fu approvata una Costituzione all’italiana. Suarez, fatto duca, lasciò il governo nel 1981, tre settimane prima del tentativo di golpe del colonnello Tejero. Leopoldo Calvo Sotelo -nipote dell’importante ministro della Dictadura

il cui assassinio per mano di ufficiali di sinistra fece detonare la Guerra civile- governò per pochi mesi dopo Suarez; la Reggia gli assegnò un più modesto marchesato; dopo, modernizzante com’è, non risulta abbia nobilitato altri primi ministri.

Il potere del socialista Felipe Gonzales (1982-96) coincise col  dilagare della corruzione. Da allora le tangenti e il malaffare all’italiana sono il fatto quotidiano di una nazione che nel passato si era fatta dilaniare dalle fedi, politiche e non. I trentanove anni di regno di Juan Carlos sono stati, non per sua colpa ma nella logica del sistema parlamentare-partitico da lui installato, la negazione dei nobili valori di cui la democrazia si diceva portatrice. In teoria gli spagnoli potranno presentare il conto a Felipe VI. In teoria aspireranno a liberarsi di una cleptocrazia partitica che si è dimostrata peggiore della vecchia oligarchia dei notabili liberali e dei grandi agrari, quella che nel 1923-30 fu soppiantata dalla dittatura militare del generale Primo de Rivera, Grande di Spagna ma filosocialista.

Il nuovo Re introdurrà elementi di novità solo se vorrà aprire una fase dinamica. diciamo pure “renziana”, quasi opposta a quella del quarantennio postfranchista. I due grandi partiti di sistema -il centrodestra di Rajoy e il Psoe di Rubalcaba- risultano indeboliti dal successo di nuovi soggetti politici nelle europee del 25 maggio.  Tali soggetti saranno interessanti solo se porteranno avanti l’unica idea nuova dei nostri tempi: la sperimentazione di questa o quella formula di democrazia diretta, assistita o no dalla telematica. Alternative all’oligarchia diverse  dalla chiamata al potere, attraverso il sorteggio, di cittadini qualificati (onde non ripiegare sul governo autoritario) non si conoscono. Si conosce solo il tirare avanti con congegni obsoleti.

Se Filippo VI non promuoverà le innovazioni con l’energia dimostrata dal padre un trentennio fa, presto o tardi la Spagna vorrà liberarsi della monarchia.

A.M.C.

LA GERMANIA E’ L’OPPOSTO DEL MALE ASSOLUTO

Nel momento in cui parecchi intendono l’imperativo dell’Europa, cento anni dopo l’esplosione della Grande Guerra, principalmente come l’imperativo di resistere all’egemonia tedesca, il recente scritto Sinfonia Germanica di Paolo Facchi provoca a riflettere, e a litigare. Già docente di filosofia all’università di Trieste, uno dei protagonisti della navigazione controcorrente del mensile milanese “Il Confronto” (1965-70) e laico come pochi tra i collaboratori di Internauta, Facchi esordisce impeccabile: “Una ventata di stupidità è arrivata (agosto 1914) sulle classi dirigenti europee, sufficiente a far partire la macchina della guerra. Purtroppo la macchina era pronta a partire, e qui dobbiamo cercare fra gli intellettuali. Questa stupidità si trovò alleata con una certa furbizia delle classi privilegiate, che calcolavano di fare la guerra per evitare la rivoluzione; perfino di certi gruppi della sinistra più radicale (Lenin, Mussolini) che pensavano di fare la guerra per arrivare alla rivoluzione“..

“Proprio con l’imperatore Guglielmo II, con i suoi consiglieri e ministri, assistiamo a uno di quei casi nei quali si manifesta nella storia la stupidità. Egli si riteneva certo che l’impero britannico non sarebbe intervenuto in difesa del Belgio, perché il re d’Inghilterra era suo cugino. A qualcuno che gli rimproverava quanto fossero trascurate le tombe di Fichte e di Hegel, rispondeva: ”Non c’è posto nel mio impero per uomini come Fichte e Hegel”. Non sapeva quanto sia pericoloso per un popolo dimenticarsi dei suoi maestri!”

“Il presidente francese Raymond Poincaré non avrebbe detto queste stupidaggini. Ma si comportò da irresponsabile quando spinse a fondo sull’alleanza della Francia repubblicana con la Russia autoritaria e imperiale. A guerra avanzata c’era stata da parte dei germanici qualche offerta di pace. Il Poincaré rispose sdegnoso: ”Non dovranno offrirci la  pace, dovranno chiedercela”. Siamo costretti a pensare che l’irresponsabilità sia un aspetto del cretinismo. Questa terribile prima guerra mondiale, nella quale tutti si trovarono coinvolti senza sapere perché”.

Venendo all’oggi. Sulla premessa che “la Germania è il paese d’Europa dove si lavora di più”, Paolo Facchi valuta che “questo modo di lavorare, che è anche un modo di vivere e di esistere, è bene in armonia con uno dei più diffusi luoghi comuni sulla mente germanica: essere il tedesco un popolo che non conosce il senso del limite”. Per la verità, a settant’anni dal 1945 -espiazione prima, virtuosa operosità e orrore per la guerra poi- si potrebbe pensare che il senso del limite lo abbiano davvero acquisito, i germanici. Che lo pratichino, p.es., ben più degli americani, oggi velleitariamente impegnati a cercare di annettersi l’Ucraina,  dimentichi di avere scritto in Indocina e altrove le pagine più vergognose; infine d’essere il popolo più militarista della storia.

L’empatia col pensiero di Paolo Facchi si fa in salita da quando il suo De l’Allemande,  ben meno benevolo di quello di Madame de Stael, prende a variare sul tema che “C’è sempre un altro momento che caratterizza l’agire germanico: ci si vanta quando gli altri si vergognano. Nella storia della Germania prussiana si creò il costume di vantarsi di violenze crudeli come puro segno della presenza prussiana…La gente deve capire che siamo arrivati noi”.

Che uno studioso  dalla mente affine a quella di Montaigne, Paolo Facchi, riesumi le atrocità dei Lager per deplorare che “grazie alla laboriosità dei suoi cittadini, e anche alla loro incapacità di inserire nel vivere quotidiano quel tanto di otium che lo rende sopportabile, la Germania ha riserve di denaro maggiori” ci sembra un caso di overkill:   una bomba blockbuster per distruggere la garitta di una sentinella. E ci sembra bieco  additare il Male nella sola direzione della  Germania, allorquando nei settant’anni trascorsi dall’ultimo crimine del Terzo Reich la vicenda del pianeta è stata fittissima di crimini. Si sente Facchi di sostenere che i misfatti di George W. Bush in Irak o quelli di Obama in Afghanistan e in Pakistan attestano l’etica e la tolleranza che mancarono ai succubi di Bismarck e di Hitler? Si sente di dire che le torture francesi in Algeria vanno ‘collocate nel contesto’, e così pure i genocidi tra etnie africane? Si sente di contrapporre all’avarizia “Alle wollen unser Geld” del Finanzminister bavarese Markus Soeder (Facchi l’ha fustigata con un ritaglio da Spiegel ) la filantropia e lo spirito di carità del premier Cameron, oppure l’afflato francescano della finanza milanese, nonché delle Duecento Famiglie che possiedono il capitalismo francese? Più ancora: negherebbe che il retaggio prussiano non è fatto delle sole durezze di Scharnhorst e di Bismarck, bensì anche del senso delle regole che dava a quel mugnaio la fiducia che “ci sono giudici a Berlino”? Ha dimenticato, Paolo Facchi, di avere egli stesso evocato la “inquieta ma pacifica Germania del Wilhelm Meister?”.

A parere del sottoscritto Porfirio, questa Sinfonia germanica  è, per dirla come Gioacchino Rossini, il péché de vieillesse  di uno tra gli spiriti più equanimi che sia dato incontrare.

Porfirio

CORPORATE GREED AND INJUSTICE IN HEALTHCARE

John and Donna McShane, citizens of Alberta, Canada, spend part of each year on vacation in Arizona in their mobile home. In 2012, while vacationing in Arizona, Donna developed a bad cough; she was advised to go to the Western Arizona Regional Medical Center, in Bullhead City, for an examination. Since she had health insurance from AMA, which is owned by Manulife Financial, both of Canada, there was no hesitation in recommending that she enter this regional hospital for tests.

During her five days’ stay at the Western Arizona Regional Medical Center, she underwent different tests, none of which proved conclusive; and even spent 2 days in isolation on the fear that she might have tuberculosis. (She didn’t.)  After a five day uneventful stay in the hospital, she was released, with only a prescription for steroids for her troubles. Her total bill: $105,000!

That’s not the worst of it. Her insurance company, AMA, obviously not wanting to pay the hospital bill, said that, on closer examination, they had “found an error” on the McShane’s insurance application form regarding prescription medication, and as a consequence nullified their policy, making the McShanes, who live on $30,000/year, liable for the entire amount! This is an all-too-common subterfuge employed by insurance companies to keep from honoring a policy where large outlays are to be paid. And, unfortunately, they usually get away with it.

What are the notable points here? First, a simple mistake on an application, found only after a large outlay was to be paid to the hospital, is used as a pretence for cancelling their policy–although no such problem had been detected so long as the McShanes were paying into AMA! But as soon as AMA was faced with honoring their contract, suddenly the McShanes’ application came under the closest scrutiny and—surprise—was decreed wanting.

Secondly, it is nothing short of obscene that after only five days in a hospital—however, not in the ER or ICU, and not involving multiple surgeries, limb replacements, organ transplants, or other expensive, labor intensive procedures—the hospital could charge her $105,000.  Given what Donna McShane underwent while in the hospital—or perhaps one should say what she didn’t undergo—such a huge bill is simply incomprehensible.

Years ago I worked in a hospital in the Northwest and became good friends with one of the ER doctors. He was in charge of organizing lectures, at the hospital, for the physicians. For that year’s lectureship, he invited a well-known physician/professor from an Ivy-League medical school who was an expert on hospital pricing. What he said was unbelievable. Costs—the expert  used as one example open- heart surgeries—astoundingly, were arbitrarily set—literally “picked out of the air;” in this case a “cost” of $5,000 per valve. Not because it really cost that much—it didn’t. None of the costs he mentioned were grounded in reality. They were simply—incredibly—arbitrarily decided upon.

Let’s examine this $20,000 per day expense more closely. A bed at a nice motel might cost $70/night.  That’s a far cry from a hospital’s $20,000 per night, even granted the obvious differences between the two! (Indeed, is there even a super-luxury hotel that charges this much?) Clearly someone—or many people—are making lots of money with these super-inflated costs. As for me, there’s no possible argument that can make me believe that resting your head on a hospital pillow, plus a few tests, could cost $20,000 per diem!  By way of contrast, I see my doctors in Korea for about $4 per visit. I had an endoscopy in the hospital for around $100 dollars. I see both my orthopedist and his in-house physical therapist(s) for about $12 combined. These prices put into stark relief the absolute unreality of the hospital’s $20,000 per diem price tag.

When health care is left up to doctors, for-profit hospitals and clinics, and insurance companies, cases like the McShanes are rife; for their sole concern is how much profit can be made, while the health of the patient is always of secondary importance.

This is why health care is one of many aspects of our modern life that the federal government must take complete charge of–contra the Republican party’s no-government-at-all platform—in order to serve the greater interests of the nation and its denizens. Infrastructure, including the development of mass transportation systems and the repair of bridges, gas and electricity for homes and businesses, the funding of new forms of energy, well-maintained streets and highways, conservation, worker health and safety, the establishment of a livable minimum wage, affordable medications, etc—these are some of the areas in which, for the sake of our nation’s health, safety, and welfare, the federal government MUST take control. Corporations, with their eye exclusively fastened on profit, are unfit to control these vital sectors of our common life. The CEO of Exxon/Mobil put it memorably when he stated, “I don’t care about America, I only care about Exxon/Mobil.” In a nutshell, that’s what makes corporations so dangerous.

Aristotle, in his Nicomachean Ethics, Book 1, Chapter 13, states: “The true statesman…wants to make his fellow-citizens good ….” That is, or ought to be, the true aim of every politician. Today, however, the only thing politicians care about is how to make their corporate clients richer, how to extend the corporation’s (and its lobbyist’s ) power into every crack and crevice of our modern life—but clearly not how to make America’s citizens “good.” Yet until and unless we elect to public office men and women who do fully subscribe to Aristotle’s view, such manifest injustice as has struck the McShanes must continue to wreck and ruin the lives of countless others—all the while making the 1% even richer, more powerful, more callous—and more evil!

Goodness or Profit: Democracy or oligarchy: that’s our modern era’s strict either/or. We are in a fight-to-the-death. Either we win and reclaim democracy for America or we lose and become mere slaves of the oligarchic Corporate State. The choice is ours to make.

Len Sive Jr.

THE NEW DARK AGE

A young German, Diren D., an 18-year-old exchange student from Hamburg, Germany, was fired upon with a shotgun and killed while entering an open garage in Missoula, Montana: yet another death that can be traced back directly to the NRA and its Republican and conservative Democratic backers.

This death seals America’s reputation overseas as an irrational, gun-toting, free-wheeling country unrestrained by education, the rule of law, ethics, morality, or religion. It is becoming, and in large part already is, the land—not of opportunity as it once was (corporations in America who run all things have dealt a death blow to that once-heralded idea) but a land of right-wing fanatics, without culture, commonsense, education,  or any genuine spiritual formation.

Take a Nazi; subtract his Germanness; add a lethal dose of Christian Fundamentalism; invest him with extreme anti-rational individualism; subtract all traces of the humanizing effects of Western Culture and of a Liberal Arts education, and you have the new right-wing, Tea Party Republican fanaticism that is the equal of al-Qaeda in its antipathy towards our modern, Christian, constitutional, tolerant, and humane way of life.

This anti-government movement is not a simple return to the frontier-life of the Old West, as the notorious cattle baron Clive Bundy and his ad hoc group of assault-weapon-wielding thugs would have us believe, but rather a return to the Dark Ages, when chaos ruled, and reason, like Oedidpus, was by emotion self-blinded, and everywhere life was without the humanizing effects of culture that alone make us rise above our mere animal nature.

The mind cannot sustain itself by its naked self alone. Subtract 4000 years of culture embedded in a liberal arts education; reduce Christianity to either  strict literalism or convenient liberalism; and this is what prevails—man’s merely instinctual, irrational nature.  God’s once-proud creation has been tragically humbled by excess, greed, sensualism, unreason, and the paucity of true culture, logic, and authentic  spirituality.

Let no one underestimate the power of culture and of a genuine liberal arts education in humanizing our rough animal nature. Spirituality alone is insufficient. For we must always make choices, and choices depend upon reason, logic, culture, education, and commonsense.

We are now becoming more and more bereft of these all-important humanizing qualities. And as a consequence we are now entering our own Dark Ages, with its chaos, lack of respect for human life, fearful insecurity, obsessive greed, sensualism run amock, self-satisfied blind ignorance, and a titanic narcissism.

The Age of the Enlightenment, whatever ameliorative effects it once ushered in, has long been over. Darkness and Chaos increasingly exert their baleful influence on our once-praised and emulated American way of life.

Len Sive Jr

EXTREMA RATIO DELLA RIVOLUZIONE DI RENZI: UN 25 APRILE PORTOGHESE CONTRO IL VECCHIO

Il 25 Aprile giusto -cioè non ideologico/settario, non vestito di paramenti gappisti, non comico in quanto fatto di Bella Ciao intonate da cleptocrati e portaborse- lo festeggiò il Portogallo: lo meriteremmo anche noi. Il 25 aprile 1974 gli ufficiali giustizialisti presero il potere a Lisbona e nel paese intero. Senza bagni di sangue, però grazie alla salutare minaccia di usare le armi. Non avessero rotto la legalità, governerebbero ancora i pronipoti di Carmona, Salazar e Caetano. Il governo del paese, per un po’ anche delle grosse colonie africane, passò alla giunta di generali portata sugli scudi dal ‘Movimento dei capitani’, cioè dai quadri giovani delle forze armate che avevano voluto la Rivoluzione dei garofani.

Una volta tanto le sinistre di tutto il mondo ebbero ragione a inneggiare: i militari non erano -e non sono- obbligatori arnesi della reazione legittimista. In Portogallo furono l’esatto contrario. Sostenuti anche dai comunisti di Cunhal, imposero con le spicce nazionalizzazioni e contenute misure socializzanti.

Ma quella del 1974 non fu una novità. Molte delle rivolte che per un secolo movimentarono il regno lusitano, a partire dalla restaurazione dei Braganza detronizzati da Napoleone, poi dalla loro trasformazione in monarchi costituzionali, furono opera degli ufficiali ‘liberali’ (così si chiamavano allora nella penisola iberica i progressisti, generalmente laici e perfino massoni). La Repubblica non sarebbe nata a Lisbona (1910) senza l’iniziativa militare. Nel 1926 gli ufficiali parteciparono all’avvento della Dittatura, intesa come bonificatrice, degenerata sei anni dopo nel regime autoritario-clericale di Salazar (il quale peraltro, autorevole accademico, aveva salvato l’economia). In Spagna l’intero Ottocento e il primo trentennio del Novecento videro il ruolo decisivo degli ufficiali progressisti -l’ultimo e il più efficiente dei quali fu il generale-dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera. Anche nella Guerra civile agirono gli ufficiali di sinistra, soprattutto nel campo repubblicano ma qualcuno in quello opposto.

Non occorre aggiungere altro a quanto sappiamo sul giustizialismo/progressismo della maggior parte dei militari in politica nel Terzo Mondo, da Ataturk a Peron a Sukarno a Nasser agli altri. Oggi buona parte del pianeta sarebbe molto più arretrato se i militari (in quanto detentori delle armi ma anche, più spesso che no, in quanto portatori di istanze di modernità e giustizia sociale) non avessero soppiantato le caste feudali/tribali e i collaborazionisti dei dominatori coloniali.

Tutto ciò, per dire cosa? Questo: Portogallo Spagna Turchia Terzo Mondo insegnano che, oltre ai militari reazionari, o semplicemente servizievoli verso il potere come sono stati i nostri, esistono e hanno agito i militari di segno opposto, quasi sempre in ruoli positivi raffrontati al vecchio dei notabili tradizionali. E per dire che un ruolo decisivo potranno svolgere nell’Italia posseduta dalla casta cleptocratica, ove le grandi riforme di Renzi falliranno e se l’eventuale ripresa non creerà abbastanza occupazione. A quel punto risulterà conclamata l’impossibilità di riformare dall’interno e legalmente un assetto pessimo come il nostro. La legalità repubblicana difende un esistente sinistro. Lungi dall’essere un capolavoro di diritto e di socialità, la Carta dei Padrigni costituenti è una gabbia di ferro a protezione di privilegi, ingiustizie e ruberie (il furto è la struttura portante del regime che attende il maglio demolitore). La Costituzione del 1948 va sventrata.

Matteo Renzi, oltre ad azzerare i bilanci militari orientati alla guerra, cioè all’atlantismo imposto dagli Stati Uniti, dovrebbe riconsiderare fuori dell’ideologia tradizionale il ruolo civico di quel settore del mondo militare che chiamiamo giustizialista. Perché non dovremmo avere un nostro 25 Aprile dei capitani e di qualche generale monostella non-conformista? Potrebbe annientare il sabotaggio delle riforme.

Ci pensi il Premier, visto che sulla distanza potrà risultare sconfitto dalla coalizione di tutti i conservatori sinistra/destra. Scandagli il mondo dei militari. Individui i nuclei meno solidali coll’esistente. Si faccia amici un pugno di ufficiali di fegato, all’occorrenza disposti a cancellare la Casta invece che ubbidirle. Il Vecchio Ordine non merita di farcela una volta di più.

A.M.C.

LA SPAGNA APPROVO’ NEGLI ANNI VENTI L’ANTIPOLITICA DI MIGUEL PRIMO DE RIVERA

In una fase italiana segnata da due opposte posizioni, la denuncia di una deriva verso l’autoritarismo e il tedio della democrazia partitico-parlamentare, consideriamo utile far conoscere i giudizi di un importante storico britannico, Raymond Carr cattedratico a Oxford, su quello che fu negli Anni Venti l’esperimento in Spagna di un regime autoritario, non fascista e amico del popolo, agli inizi favorito dalla monarchia e dalle destre, sei anni dopo fatto cadere da queste ultime e da un sovrano, Alfonso XIII, che tentava di salvare la corona.

Fu la ‘Dictadura’ del generale Miguel Primo de Rivera, che il 12 settembre 1923 prese il potere con un colpo di stato militare attuato da Barcellona, dove comandava le truppe della Catalogna. Il Putsch fu fulmineo, incruento e accolto con netto sollievo da un paese che si sentiva sull’orlo del baratro. Il sistema politico della Spagna era allo stremo: una guerra disastrosa in Marocco, un conflitto sociale straordinariamente grave, frequenti conati insurrezionali soprattutto del movimento anarchico, il più agguerrito del mondo data la miseria delle masse, specialmente quelle contadine. Nel quinquennio che precedette il 1923 si erano contati poco meno di 1300 attentati. L’anno prima, 429 scioperi politici o quasi politici. Un conflitto sindacale nel maggio-giugno aveva fatto 22 morti.

Il colpo di stato venne realizzato con tale efficienza che non ci furono resistenze e non si sparse sangue. Le istituzioni parlamentari crollarono: la Costituzione del 1876 cestinata, gli oligarchi e i notabili della classe politica sostituiti da amministratori militari (successivamente sorsero tecnocrati e intendenti civili, alcuni dei quali molto provetti). Il Paese espresse un consenso per alcuni anni larghissimo. Il regime si chiuse nel gennaio 1930 con le spontanee dimissioni del Dictador. Morì pochi mesi dopo a Parigi.

La traduzione spagnola della IX edizione del classico di Raymond Carr (Spain 1808-1975) -di cui riportiamo per brevi estratti la parte riguardante Primo de Rivera- addita le contraddizioni, le ingenuità, gli errori, gli insuccessi, le circostanze generali (tra le quali gli inizi della Grande Depressione mondiale) che condannarono la gestione del Dictador. Al tempo stesso l’opera di Carr registra le opere compiute in oltre sei anni. Le più importanti delle quali furono l’apertura della modernizzazione (qui il Vecchio Ordine e l’Ottocento finirono nel 1923) e la creazione del primo Welfare. Se oggi la Spagna ha un’economia efficiente lo deve in primis alle iniziative del Dictador. E se è socialmente avanzata, l’avvio fu dato dal fermo impulso del generale alle prime conquiste moderne dei lavoratori. Primo de Rivera era marchese e Grande di Spagna ma parteggiava per il popolo.

Furono gli agrari aristocratici, i finanzieri , gli altri capitalisti, non le sinistre, che sconfissero Primo de Rivera: perchè li aveva combattuti. Non per niente il Dittatore si era fatto consigliare e affiancare dal capo dei sindacati, Francisco Largo Caballero, un avversario delle destre talmente combattivo che qualche anno dopo sarebbe stato chiamato ‘il Lenin spagnolo’. Nel 1937, in piena Guerra Civile, Largo Caballero divenne capo del governo repubblicano che lottava contro Franco.

L’unica forza politica e sociale riconosciuta e appoggiata dal Dittatore fu il Partito socialista saldato alla UGT, la centrale dei sindacati. Tutto ciò risulta dalle analisi del maggiore storico accademico britannico della Spagna.

A.M.C.

 

RAYMOND CARR, STORICO DI OXFORD, SULLA “DICTADURA FILOSOCIALISTA”

El pensamiento politico de Primo de Rivera era primitivo, personal y ingenuo. La medula (sostanza) de su personalidad politica estaba hecha (fatta) de un odio obsesivo a la politica y a los politicos. Una ‘casta politica’, a través de la farsa de las elecciones, habìa aislado

(isolato) al gobierno del pueblo; el, en cambio, podìa entrar en un contacto mas directo y personal con el pueblo, devolviendo (restituendo) al gobierno su espiritu democratico.

Su preocupacion paternalista por la nacion bordeaba (rasentava) la excentricidad. El primer superàvit del presupuesto (avanzo di bilancio) se dedicò a redimir las sàbanas (tovaglie) empegnadas por los pobres de Madrid. Esta diversidad de intereses, que incluìa el entusiasmo por los derechos de la mujer, le proporcionò (guadagnò) al principio el carigno (affezione) del publico. El odio hacia (verso) los politicos se racionalizò convirtiéndose en una teoria politica antiparlamentaria que decìa ser (essere) mas autenticamente democratica que el liberalismo parlamentario.

La dictadura de Primo de Rivera no era fascista. Su teoria de la soberanìa como amalgama de las entidades sociales autonomas se emparentaba mas con la escolàstica aristotelica que con el totalitarismo. Joaquin Costa, el regenerador radical, fue el Bautista que precediò al dictador, profetizando la venida de un “cirujano de hierro” (chirurgo di ferro). En Ortega y Gasset el general tenìa un intelectual que habia argumentado en favor de una minoria selecta y que rechazaba (rifiutava) “el falso supuesto de una igualdad real entre los hombres”. Ortega era un liberal desencantado y en Espagna sus famosos ataques a la vieja politica se convirtieron (divennero) en textos sagrados, siempre en boca de los partidarios (seguaci) de Primo de Rivera.

El decia preocuparse por el bienestar material de los obreros y por las pretensiones (rivendicazioni) laborales. Proporcionò (elargì) casas baratas (economiche), un servicio medico y, sobre todo, una maquinaria (meccanismo) de arbitraje (arbitrato) laboral que los dirigentes socialistas aceptaron y dominaron. La relacion del régimen con los sindicatos se formalizò en el Codigo del trabajo de Aunòs (1926). Su principal caracteristica la constituìan los comités paritarios, con represesentacion igual de patronos y obreros, comités a los que se asignò la solucion de las disputas salariales. Este aparato no fue una importacion fascista, pues (dato che) en Espagna tenìa una larga historia.

En su calidad de miembros del comité, los delegados de la UGT (centrale sindacale) se convirtieron en burocratas pagados por el Estado. Los dirigentes de la UGT consideraban que la cooperacion con la dictadura les darìa la posibilidad de aumentar el poder de la unica organizacion obrera efectiva. Parece que en 1924 Largo Caballero (il capo della UGT) examinò la posibilidad de unificar la UGT y el partido socialista en un partido laborista reformista dentro del régimen. Los dirigentes de la UGT no podian compartir (condividere) el horror de los politicos ante el repudio del sistema parlamentario caro a los politicos burgueses.

 

La autentica democracia se reconoce hoy (oggi) por la distribucion de la imposicion publica, no por una constitucion politica formal. El gobierno, pese a todo (però), no se atreviò (azzardò) a unir a las masas contra las clases posesoras; cediò ante una enconada (accanita) campagna de prensa dirigida por la aristocracia bancaria.

Las obras publicas de Primo de Rivera, sus carreteras (strade) y embalses (dighe) se consideran a veces como un caso de keynesianismo prematuro. La economia cayò en manos de comités que regulaban todo. La intervencion y el control eran criticados por los grupos que los padecìan (subivano). A pesar de los defectos de su politica, los tecnocratas del dictador llevaron a cabo (portarono avanti) un notabilisimo intento de modernizacion, que suele estimarse en menos de lo que vale; el incremento en la construccion de carreteras y en la electrificacion rural fue algo espectacular; el hierro (ferro) y el acero se desarrollaron; el comercio exterior aumentò en un 300%; los ferrocarriles (ferrovie) fueron modernizados. Las Confederaciones Hidrograficas agrupaban los intereses diversos en el intento de racionalizar la explotacion de los grandes sistemas fluviales del Duero y del Ebro. Entre 1906 el Estado gastò (spese) 162 milliones de pesetas para el riego (trasformazione irrigua) de 16.000 hectàreas; entre 1926 y 1931 se gastaron 160 milliones en planes de irrigacion de 175.000 hectàreas.

La dictadura tenìa un aire de expansion y de prosperidad que mirado retrospectivamente ha cobrado (assunto) todo el aspecto de una edad de oro. La modernizacion y la prosperidad no fueron del todo ‘falsas’, como afirmaba la oposicion, ni fueron tampoco simple reflejo de la expansion internacional. Ese régimen puede ser criticado por no haber sabido (saputo) como llevar a la practica (attuare) la reforma agraria, aunque (benché) los proyectos agrarios de Primo de Rivera eran mas ambiciosos que todas las realizaciones previas.

Mientras perdurò la expansion, la dictadura se beneficiò politicamente. Sin embargo (tuttavia) no fue el colapso de la prosperidad lo que en 1929 produjo la caida del régimen: el fracaso fundamental fue politico. El règimen no podìa hacerse (farsi) aceptable para las fuerzas que pesaban en la sociedad espagnola. Primo de Rivera infravalorò (sottovalutò) hasta (fino) el fin las fuerzas que estaban en contra. Puso su fe (aveva fede) en la masa. “El mayor, tal vez el unico sosten de mi gobierno lo constituyen mujeres y trabajadores.” Pero en 1929 ‘los intereses’ (gruppi d’interesse), el Ejercito y la Corona miraban hacìa (verso) otra parte.

Fue esta desaparicion (sparizione) del apoyo a su derecha lo que condenò el régimen. Las clases conservadoras optaron por considerarse amenazadas por un Estado corporativo gobernado en el interes de los trabajadores. La Iglesia desconfiaba (diffidava) del regalismo benigno de Primo de Rivera; los banqueros, de su interferencia en la autonomia de los grandes bancos; los industriales no favorecidos, de su intervencionismo. La corte e la aristocracia detestaban al dictador.

(estratti da Raymond Carr)

THE GREAT HOAX

“You can fool all of the people some of the time and some of the people all of the time, but you cannot fool all the people all of the time.”  Abraham Lincoln

A young professional athlete just got his first contract: 144 million dollars for 6 years! I did some calculating. That’s 24 million dollars a year, or 65,000 dollars a day, every day, for 2,109 days. A high school teacher, on the other hand, if well-paid, might make 65,000 per year. In a little over one month this athlete will have earned more than the teacher would have earned in 35 years of teaching. His salary would support 2215 teachers! Our society has gone mad.

This is the great hoax and it is we ourselves who perpetuate it. Nothing could be more absurd to any rational human being than the paying out of such exorbitant sums…to an athlete of all people, whose value to a society at any time in history, realistically speaking,  is only a little more than that of a fevered gambler.

It is one of the ironies of history that those who contribute the least to society earn the most. And those who contribute the most—nurses, teachers, care-givers, foster parents, writers, artists, poets—these all too often have to scrape up odds and ends of a living even though they are our society’s engine, and the source of all that is good.

Ask yourselves this: Your loved one is in the hospital gravely ill. Do you call up a rich athlete for help? The question answers itself. You rely on nurses and other care-givers; into their hands you entrust your loved ones. This single test tells us whose value is greater. Yet who makes more money? Who is more esteemed? And for what? What do athletes contribute to the advancement and welfare of society? Absolutely NOTHING.  They play games—sometimes painful games, but games all the same. And that’s it. That’s their total contribution. Nothing shows more clearly than this just how wrong-headed are the values of our society.

It’s all a big hoax. We have been brainwashed by those who benefit from sports—the owners first and foremost, then the athletes, the advertisers, the media, etc.—into thinking that sports are important, that athletes are special.

More repugnantly, education at the high school and collegiate levels is all too often twisted and defiled just to accommodate an athlete. Recently on the Internet there was a piece about the University of North Carolina, a top university, which had created non-existent classes just for its athletes to take and to receive an “A” from. An entire university twisted and bent into lying and deception solely on behalf of its athletes! Our society’s most important institution abused for the sake of sports. Plagiarism is a capital offence at universities—but lying and cheating on behalf of athletes is OK! Nothing shows more clearly, more emphatically, how off the mark our modern society is. Sports—to coin a phrase—are  just sports, nothing more.

The big hoax is that we’ve been brainwashed into thinking otherwise.

Len Sive Jr

OBAMA GUERRAFONDAIO ALLA POINCARE’?

Cento anni fa di questi giorni Raymond Poincaré, presidente della Francia e inconsueto egemone della sua politica estera/militare, faceva il molto che poteva perché scoppiasse una Grande Guerra da 10 milioni di morti. Era odiosamente bravo: un solo anno da uno dei tanti presidenti del consiglio e nel 1913 entrava all’Eliseo come il più illustre dei francesi. Nel dopoguerra fu a capo di cinque governi, e tra l’altro salvò il franco. Aiutato persino dal fatto d’essere cugino del massimo matematico di Francia, Poincaré realizzò l’ambizione della sua vita: la Revanche sulla Germania che nel 1870 aveva umiliato il più potente esercito d’Europa e strappato l’Alsazia e mezza Lorena. Nessuno fu più efficace del Grande Revanscista nell’istigare Sergej Sazonov, padrone della volontà dello Zar, al mostruoso conflitto che avrebbe distrutto l’impero dei Romanov, generato la Rivoluzione e ucciso l’imperatore con tutta la sua famiglia. Ma Poincaré non seppe prevedere che un ventennio dopo Versailles il Terzo Reich avrebbe annientato per sempre la grandezza della Francia.

Se il Nostro fu individualmente il più guerrafondaio tra gli statisti del 1914, è ovvio che i responsabili della più criminale mattanza della storia composero un grosso plotone cui meno di un anno dopo si sarebbero uniti i nostri geniali Salandra, Sonnino, il Re Soldato e l’Insuperabile -sul serio- tra i nostri poeti.

Ciò premesso, che gioco sta facendo l’uomo che dalla Casa Bianca ha cercato di camuffare il fallimento nell’Afghanistan scagliando droni assassini sui pakistani? Magari, ricordando d’avere ricevuto, Dio sa perché, un premio Nobel per la pace, Obama non fa sul serio con le sue minacce (la Russia che ha schernito come “potenza regionale” saprebbe usare i propri missili micidialmente). Tuttavia è oggettivo: l’Uomo dei droni si comporta da nemico dei disoccupati e di tutti i poveri quando rampogna quei governi europei che meditano -un quarto di secolo dopo la caduta del Muro- di ridurre le spese militari. L’Obama che proclama “l’Europa è unita agli USA” impone una leadership che i diplomatici con la feluca hanno scritto nei loro trattati chiffons de papier, ma che i popoli sempre più detestano. Gli italiani gli spagnoli i francesi i greci non hanno più né motivo né vero obbligo di restare coatti nella Nato.

I trattati si possono, in certe circostanze si devono, stracciare. Così pure le commesse militari: per punirci d’averlo ipoteticamente fatto il Pentagono dovrebbe mettere in campo gruppi di armate, flotte navali e aeree, logistiche talmente smisurate da non potersele permettere. Come guerrieri gli americani hanno dimostrato d’essere tra i meno efficienti. In un pezzo recente (“Molti nemici ci minacciano ma Giorgio è War President come G W Bush”) abbiamo ricordato che per espugnare l’isola nipponica di Kiushu gli Stati Uniti impiegarono una settantina tra portaerei e navi da battaglia, più il decuplo di altre unità, più il centuplo di aerei. L’avere sganciato sull’Indocina più bombe che nell’ultimo conflitto mondiale non salvò gli USA dalla sconfitta più ignominiosa.

Nessuno crede che Obama cerchi veramente di chiamare alle armi l’Europa contro Putin, tanto folle sarebbe. Però le pressioni che Foggy Bottom (il Dipartimento di Stato) esercita su

quasi tutti i governi del pianeta perché si dissanguino comprando materiale bellico soprattutto made in USA sono intollerabili. L’Italia con altri satelliti dovrebbe rifiutarsi, uscire dall’Alleanza Atlantica. L’Obama che contro i tagli sui bilanci militari proclama “la libertà non ha prezzo” dice una menzogna pari a quelle di Goebbels e del primo ministro gen. Hideki Tojo, che gli americani impiccarono. Tra l’altro, quando Washington era onnipotente, le armi le dava gratis ai satelliti. Oggi esige che, in tempi di recessione e di spending review, gli acquisti dei satelliti sostengano il Pil del paese più militarista della storia.

Dall’ex-stalinista arroccato nel Quirinale, come in passato dai Prodi e dai D’Alema, il padrone americano ottiene ancora obbedienza e ordinativi: questo un giorno contribuirà alla débacle degli ex-stalinisti, e pure di Matteo Renzi se non dirà no a Obama. E’ incerto che all’Uomo dei droni vada altrettanto bene con governi amici meno condizionati del nostro dall’inclinazione a servire indistintamente tutti.

A.M.Calderazzi

THE EXXON/MOBIL FRACKING HYPOCRISY

“This type of dysfunctional regulation [of fracking] is holding back the American economic recovery, growth, and global competitiveness.”  Rex Tillerson, CEO, Exxon/Mobil, 2012

“I don’t care about what’s good for America. I care only about what’s good for Exxon/Mobil.”  Rex Tillerson, CEO, Exxon/Mobil

“Do as I say and not as I do.” (The hypocrite’s word of wisdom.)

“Poetic justice: An outcome in which vice is punished and virtue rewarded usually in a manner peculiarly or ironically appropriate.” Merriam-Webster’s Dictionary

Rex Tillerson has recently joined an anti-fracking law-suit which seeks to stop fracking near his Texas home on the grounds it lowers property values. Many see (long overdue) poetic justice in his joining a lawsuit to stop fracking near his house.

What is so interesting here is that he has been denying this affect on property values up to now in order to go fracking in anyone’s backyard whenever he desires to. His anger at regulating fracking when it involves your house or mine is reflected in the above quotation of Tillerson’s of 2012. As is so typical of corporations (ie, of their CEOs), they never tell the truth—certainly not the whole truth. He knew fracking was bad for property values, but that was never publically acknowledged  in order for Exxon to go fracking wherever it pleased.  Truth and Corporations never were on good terms. But now that fracking is scheduled to start near his house—well, that’s a horse of a different color. The hypocrisy here is incredible. But what is even more so is the rueful fact that no one is calling him on it. In vain do we search for an intrepid reporter to lock horns with him on this.

And no one is connecting the dots here, either. This is how corporations operate; it’s their modus operandi, their method of operation. In vain will you search the operations of your typical big corporation and see transparency, honesty, ethical behavior, and concern for the public and its welfare. Tillerson’s comment that he doesn’t care about America is crucial here to understand the mindset of a (especially large) corporation. It’s not just rhetoric for Tillerson. He’s deadly serious about that. And Americans praise corporate CEOs like Tillerson? Corporations are like a kingdom within a kingdom—with this qualification: they are often stronger than the country they reside in. FDR found out that many Fortune 500 companies were helping the Nazis DURING the war, but was powerless to stop them. THAT’S why large corporations are so dangerous: they are a law unto themselves. Tillerson’s credo: “I don’t care about America, only about Exxon.” Let Americans remember that the next time we hear the media—or Republicans—praising corporations and how important they are to our country.

 Len Sive Jr.