JIM MCNERNEY OF BOEING: THE FACE OF CORPORATE IRRATIONAL GREED AND INHUMANITY

Not even Sophocles could have dreamed up the degree of hubris shown by Boeing CEO Jim McNerney in his company’s negotiations with the Machinists Union for a new contract. McNerney, who last year pulled in 22 million dollars!, told the union that if they wanted to keep their jobs, they must give up their pension and accept higher healthcare costs!

This is the epitome of how Corporate America works: The lowly worker (who, be it noted, really makes the company) is threatened with losing his job unless he agrees to such draconian terms as those stated above, or ones similar. A Boeing toolmaker called the offer “extortion,” and indeed one is hard-pressed to call it anything else. Of course, conservatives never stand with the worker, but when his job is taken from him and he is unemployed, he is then accused of being lazy and shiftless. Naturally, there’s not a single word from Ted Cruz or Paul Rand—both presidential Tea Party aspirants—on the injustice of this situation. For Republicans it’s just “business as usual”—everything for the top 1% and nothing for the lowly 85%.

There has got to be a grass-roots movement to change the laws dealing with corporations in order to make them more humane. As things now stand, they are omnipotent; they do whatever they want, get from Congress whatever they want, get from states whatever they want (the state of Washington is going to give them billions in new tax breaks)–while the media extols them and prestigious business schools train their CEOs. (McNerney went to HarvardBusinessSchool).

Do you think McNerney could even survive on a machinist’s salary, let alone one without a pension, and having to shoulder higher healthcare costs to boot—and raise a family, too?—not on your 22 million dollars!

Len Sive Jr.

UN PAPA DISTANTE DALL’EUROPA, MA QUALE?

Che fa papa Francesco? Fa e (per il momento) soprattutto dice molte cose, che riscuotono finora molti consensi e non pochi entusiasmi, di vario colore, un po’ dovunque. Fra i prevalenti applausi cominciano però ad affiorare anche dubbi, perplessità e non celate preoccupazioni. E’ il caso di Angelo Panebianco, columnist di punta del “Corriere della sera”, che giorni fa ha sentito la necessità di avvertire che qualcosa di preoccupante, appunto, sta avvenendo nella Città del Vaticano. Non per quanto riguarda il mondo cattolico e i suoi problemi interni, un terreno sul quale l’eminente politologo non si addentra perché, precisa, chi a quel mondo non appartiene può solo osservare “con rispetto” i tentativi del nuovo pontefice di riformare la Chiesa di Roma.

Non così, invece, per ciò che concerne il rapporto del pontefice con l’Europa, che interessa tutti gli europei al di là dei credi religiosi e di ogni miscredenza. Perché sarà anche vero che la Chiesa cattolica, come del resto altre, sta perdendo colpi soprattutto nel vecchio continente. Però il fatto che il papa non abbia divisioni da schierare sui campi di battaglia, come gli rinfacciava Stalin, non toglie che la sua voce non predichi nel deserto benchè insufficiente, da sola, a cambiare il mondo. La pensa così, evidentemente, l’attuale numero uno del Cremlino, Putin, che a quanto risulta ci teneva molto all’abboccamento che ha avrà in Vaticano tra qualche giorno..

L’evento, di per sé non memorabile, mette in allarme Panebianco. Il quale ignora, come tutti, che cosa i due potranno dirsi nei previsti tre quarti d’ora di tempo, ma sa bene, come tutti o quasi, a che cosa il colloquio fa seguito. L’hanno infatti preceduto sia la proposta russa riguardo alle armi chimiche di Bashar Assad che, accolta dagli Stati Uniti, ha consentito di scongiurare il ventilato intervento militare americano nel conflitto in Siria, sia il vibrante appello rivolto a Barack Obama, allo stesso scopo, dal successore di Pietro.Una spettacolare convergenza di posizioni, insomma, tra l’esponente più in vista della cristianità e il capo di un regime che ha preso il posto di quello sovietico non senza ostentare elementi di continuità con esso.

Che si sia trattato di una convergenza significativa e rilevante sotto vari aspetti non si può negare. Che preluda a chissà quali ulteriori sviluppi appare invece alquanto improbabile, tenendo conto se non altro del carattere autoritario e repressivo del regime di Putin, benchè chiamato adesso ad assumere particolari responsabilità in sede ONU per la tutela dei diritti umani, insieme ad altri di per lo meno dubbia idoneità. Per lo stesso motivo dovrebbe rivelarsi problematico anche l’avvicinamento tra la Santa Sede e il patriarcato ortodosso di Mosca, oggi più strettamente legato che mai allo Stato russo.

La convergenza comunque c’è stata e l’autorevole collaboratore del primo (o secondo) giornale italiano ne è rimasto seriamente impressionato pur cercando di contenere l’allarmismo. Il giudizio suona comunque severo. Non solo il pontefice si è “trovato in piena sintonia” con l’uomo del Cremlino contro gli Stati Uniti e la Francia. Non solo ha spinto la sua “polemica” fino ad ipotizzare che la guerra civile in Siria sia alimentata dai venditori di armi, soprattutto occidentali, assetati di profitti. Avrebbe così messo a nudo “un’inattesa distanza” dall’Europa, come recita il titolo dell’articolo, peraltro un po’ contrastante con un testo che descrive un personaggio formatosi in una terra con “una tradizione lontanissima da quella dell’Europa liberale”, un figlio di quel mondo extraeuropeo in cui la Chiesa si espande mentre nel vecchio continente deperisce, per cui non si dovrebbe parlare di sorpresa più o meno amara.

Ora si potrebbe innanzitutto obiettare che i mercanti d’armi assetati di sangue sono naturalmente anche europei, chissà quanto liberali o liberisti, e tra di loro spiccano oggi come ieri anche quelli russi, sicuramente amici di Putin con il quale Bergoglio fraternizzerebbe. Ma, ben al di là di questo dettaglio, di quale mai Europa parla, o sogna, nella fattispecie Panebianco? Una diecina d’anni fa, se non ricordo male, egli non mancò di figurare tra i corifei della “nuova Europa” esaltata da George W. Bush perché contrapposta a quella “vecchia” di ben noti illiberali come Jacques Chirac e Gerhard Schroeder, ostili (già in compagnia di Putin) alla seconda invasione dell’Irak sostenuta invece da statisti giovani e illuminati come Tony Blair, Josè Maria Aznar e Silvio Berlusconi.

Anche allora tra i complici di Putin si poteva annoverare Giovanni Paolo II, il papa polacco di sicura fede anticomunista (benchè lanciatosi dopo il trionfo sull’ “impero del male” in una forte denuncia dei mali del capitalismo) che non esitò a tuonare contro una nuova guerra ben presto rivelatasi priva di qualsiasi ragionevole giustificazione, benchè ne fossero state addotte tre, una dopo l’altra, cercandone una plausibile. Alla guerra comunque si andò, la vittoria della “coalizione dei volonterosi” fu rapida e facile ma i seguiti sono, oggi più che mai, sotto gli occhi di tutti.

Saddam, tiranno non peggiore di tanti altri (e sotto alcuni aspetti migliore) venne tolto di mezzo ma il suo paese fu devastato e dilaniato, il numero delle vittime civili enorme e di gran lunga superiore a quello dei combattenti caduti da entrambe le parti, un potere statale reso precario da inarrestabili conflitti etnico-religiosi e dal terrorismo cronico, la causa degli estremisti di Al Qaeda rafforzata in tutto il Medio Oriente e nel mondo arabo. Premuto dalla propria opinione pubblica, il governo di Washington si è visto costretto a ritirare sia pure gradualmente le truppe di occupazione rinunciando all’obiettivo, chissà quanto sincero, di instaurare la democrazia e la pace sulle rive del Tigri e dell’Eufrate.

Un esito largamente analogo (e non dissimile da quello della precedente operazione sovietica) sta avendo l’invasione dell’Afghanistan, pur legittimata in qualche misura dall’attacco alle Torri gemelle patrocinato o coperto dal regime talebano di Kabul. Un esito, se si vuole, persino più vicino ad una vera e propria resa al nemico, dal momento che il ritiro del corpo di spedizione della NATO avviene previe trattative o quanto meno sondaggi con gli stessi talebani o una parte di essi, e peraltro accompagnato da schiarite nei rapporti con l’Iran, forse recuperabile per un costruttivo dialogo con l’Occidente.

Malgrado simili esperienze, l’Europa giovane o vecchia si è lasciata tentare dal riprovarci con la Libia, stavolta addirittura nel ruolo di promotrice grazie (se così si può dire) all’iniziativa franco-britannica e solo o quasi con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, ormai in fase di revisione delle proprie abitudini. Il risultato non è cambiato. Un altro dittatore, forse ancor meno pericoloso, ormai, per il mondo che per il proprio popolo, è stato eliminato, ma l’intervento militare “umanitario” in piena guerra civile ha contribuito a gettare il paese nel caos e in un’anarchia dalla quale, dopo due anni, non accenna ad uscire, con conseguenti incognite anche circa gli approvvigionamenti petroliferi per la cui sicurezza, secondo alcune versioni, era stata avviata l’operazione.

Con la crisi siriana, finalmente, l’accumularsi delle lezioni sembra avere dato i suoi frutti. Le tentazioni si sono ripresentate ma sono state in un modo o nell’altro respinte. Col favore, certo, dei dubbi e delle titubanze americane sfociati nella pronta adesione di Obama alle proposte russe per scongiurare l’intervento, tenendo conto dell’assodata contrarietà popolare e di quella quasi certa del Congresso. Dopo la bocciatura inflitta dalla Camera dei comuni alle recidive velleità bellicose di David Cameron, a coltivarle è rimasta la sola Francia del socialista Hollande, eletto a furor di popolo come radicale alternativa allo screditato Sarkozy ma inopinatamente rivelatosi anch’egli un aspirante guerriero,  riuscendo a rendersi ancor più impopolare del predecessore gollista.

La Germania ha tenuto fermo il suo no ad impegni militari dopo la partecipazione alla missione afgana mentre la Spagna, già ritiratasi per prima dall’Irak, aveva e ha ben altro cui pensare. Quanto all’Italia, che aveva collaborato in secondo piano all’intervento in Libia tra le lacrime di coccodrillo di Berlusconi per la pugnalata nella schiena all’amico Gheddafi, il governo delle Larghe Intese ha avuto almeno il merito di escludere sin dall’inizio anche solo un eventuale bis in Siria. La “giovane” Europa ex comunista, infine, che si era per lo più meritata gli elogi di Bush assecondandolo contro l’Irak, questa volta è rimasta molto più sulle sue.

Vecchia o giovane, insomma, il grosso dell’Europa sta ravvedendosi, con qualche eccezione forse effimera. E’ da questa Europa che Angelo Panebianco accusa papa Francesco di prendere le distanze? Evidentemente no. Dev’essere un’altra Europa che lui rimpiange e di cui sogna il ritorno, un’Europa la cui fedeltà ai valori occidentali, che dichiara di avere a cuore, si debba misurare sull’adesione o meno, che so, alla linea del Tea Party americano, indicata recentemente da un altro guru del nostro giornalismo, Giuliano Ferrara, come modello da seguire per trarre l’Italia fuori dalle secche. Che almeno questo ci venga risparmiato.

Franco Soglian

EDWARD SNOWDEN: FRIEND OR FOE; PATRIOT OR PARIAH?

There are many important issues in history—or even everyday life—that do not resolve themselves into (so to speak) “easy round numbers,” but involve “messy arithmetical calculations.” So it is with Snowden: Any way you take him, the calculations to be done are messy indeed.

Let’s look at him, first, from a positive standpoint. What has he done that we ought to be thankful for? Clearly it’s revealing the inner workings of the NSA’s massive, indeed historically unprecedented, ability to monitor our calls, our emails, and our Internet activity—and to millions of Americans, and over many years, the NSA has been doing exactly that. And not just to us Americans, either, but to nations around the globe, whether friend, neutral, or foe. Snowden has also, as if to try to balance things out a bit, revealed that many European nations are themselves actively engaged in spying and data collection even as they remonstrated with the Obama administration over our nation’s spying proclivities and habits.

Spying is a universal activity; but it’s the depth and breadth of our capabilities that at first shocked, then angered, and then, upon sober reflection, frightened those whom Snowden revealed that we’ve spied on, with the rest of the world left to wonder if, and when, we will spy on them as well.

We have not only the world’s most advanced weaponry, ships, and planes, but clearly the most advanced—and audaciously run—intelligence gathering force on the planet. For many nations it’s clearly a case of “data envy”: if they had had our capability, they would have done exactly what we have been doing. But notwithstanding this, Snowden is largely right in showing the world that we have overstepped our bounds by a long country mile; and presumably legislation, already written up, corralling the intelligence community, will be passed soon. History shows that honoring a citizen’s rights is among the rarest of historical phenomena. Once those rights are curtailed, it’s difficult indeed to get them restored. So, on this side of the equation then, thumbs up for Snowden. We all owe him a deep debt of gratitude. Now for those messy arithmetical calculations I mentioned.

What has Snowden done that one can’t accept or approve of? First, Snowden lied on his application in order to get a job with the NSA so he himself could spy and eavesdrop and monitor and engage in data collection—against the NSA, CIA, et. al.: precisely the things he complains that the NSA has done, he did. Only he went one step further: He also stole top-secret documents which have nothing to do with NSA’s spying, many of which are of the highest strategic importance. On what grounds could Snowden possibly justify that? Moreover, for shelter he first went to one of our adversaries—and one of the world’s worst countries for human rights violations, then ended up in another country that also massively fails to honor human rights—this from someone supposedly concerned about the NSA’s violation of the rights of others. For Snowden, the ends evidently sanction any means (a pernicious doctrine if ever there was one);

and he talks out of both sides of his mouth, being pro-human rights yet cozying up to countries whose human rights records are wretched at best.

Second, he could have taken a few key documents and then gone to the Senate intelligence oversight committee, as a whistle-blower. That way, the monitoring of terrorists, at home and abroad, would not have been compromised, as it has been by his revelations. And if nothing had been done by the committee, he could then have gone public.

I get the impression that his ego played no small part in all this—that he thought of himself as being half James Bond and half Jason Bourne, with a dash of Daniel Ellsberg or Noam Chomsky thrown in. But this is no movie, and the stakes are high indeed—and very dangerous. Moreover, Ellsberg didn’t steal top-secret documents and then abscond to China or Russia like Snowden did. Ellsberg didn’t betray his country; releasing the Pentagon Papers on Vietnam cannot possibly be compared to stealing top secret documents that could seriously compromise our security.

So, for me the negatives win out. He betrayed his country unnecessarily, is hypocritical, and possesses an ego of dangerous dimensions. Moreover, if we allow this treachery to go unpunished, it would set a precedent that would cripple our armed forces in the future. No, patriots stand up and are counted; pariah  slink stealthily away.

Len Sive Jr.

AN EDUCATION BASED ON TESTING; DISLIKE OF READING; AND ADDICTIVE TECHNOLOGY: A POTENT RECIPE FOR SOCIETAL DISASTER

In Korea where I live and work as a teacher, education is entirely test-oriented. One is tested only too frequently throughout one’s education. The reason is to pass that all-important test to go to one of Korea’s top high schools: and this in order to have a very good chance of going to one of Korea’s three top universities, and then land a well-paying job upon graduation. Obtaining that well-paying job is the payoff; Korean education, and Korean society, cannot be understood apart from this fact. If you wish to gain admission to a top Korean university (and so get a good job afterwards), then your entire childhood must be bent towards this single goal—necessarily so, since the competition here is as stiff, or stiffer than getting into Harvard or Yale or Princeton—Korea’s equivalent universities being Seoul National University, Yonsei University, and Korea University.

From pre-kindergarten or kindergarten, mothers are anxiously shopping around, looking for the right private academy, or “hogwan,” in which to enroll their child, as the one way to accomplish this dream. Always in the forefront of a Korean mother’s thinking is this single, all-important goal of education: obtaining a well-paying job. Studying the liberal arts, pursuing “knowledge for its own sake,” studying philosophy, for example, motivate few in Korea. Education must be practical—and most students pursue their undergraduate studies in areas like law, medicine, pharmacy, business, engineering, education, and the like. In the five years spent here, I have met only two students who love to learn for its own sake, but both will pursue practical educational paths; one will study to be a scientist, the other a diplomat.

To an extent we Americans cannot understand, a Korean child’s life is measured less by birthdays or participation in sports or some other extra-curricular activity, as in the U.S., than in moving from this test to that test, of being immersed in this or that private school or academy, often until 8, 9, or 10 at night, every night.

I’ve seen hundreds of students attending one or more academies, after school or in the evening and even on the weekends. Indeed, it is common for many, more well-to-do Koreans, to attend several different academies; and not a few attend as many as six different after-school academies, studying not only academic subjects like Korean, English, Chinese, social studies, science, and math, but also non-academic ones such as Tae Kwon Do, art, and music (piano, violin, etc.).

What is unimaginable in American society is the degree of self-sacrifice Korean parents, especially poor parents, make so that their child can attend at least one academy. Because most public schools are perceived by Korean society to be inadequate to prepare students for the years of critical testing which will determine their entire future, private, after-school academies are seen to be the best way to educate their children—i.e., to pass the all-important exams required to go to a top-tier high school, then be accepted by a prestigious university, and go on to land a well-paying job: the fruit of one’s dedicated labors and the decade-long sacrifices made by the student’s parents and family

 Due to the extreme emphasis on test-taking, many Koreans develop such a proficiency in taking tests that they are almost “pros” at it—and their scores often show it. We Americans would not fare well in competition with a veteran 12-year-old test-taker, much less a “pro” of 18 years of age! This is one reason why Koreans do well on international tests and we Americans do not. To watch a 12 year-old attack an exam with equal amounts of calm, self-confidence, and nonchalance is impressive indeed. Tellingly, there are few sweaty palms, palpitations of the heart, or shallow breathing—the by-product of weekly tests, at school or at academies, for years and years.

But a serious consequence of such stressful living since kindergarten, viz., the pressure to be a top student, is that after college most people stop reading. I know dozens of people and not one cares to learn new things, English excepted (though this, too, is a practical subject). They are simply burned-out. The joy that should have accompanied their learning, didn’t—only stress did. If they do anything, they might dabble at art or take up music, though few even do this. But EVERYONE here watches TV, which offers some of the most clownish, inane, or absurd programs on record—a tribute to a society that can’t think.

What you have pervading Korean society and culture, then, is an empty head and distracted heart; consequently, thinking is something only a few here can manage. And for a young, developing country, that is dangerous indeed.

Now add to this the well-nigh universal addiction in Korea to cell-phones and their games (added to TV watching) and one has a slow retardation of society settling in. People increasingly prefer a cell-phone game, or texting, to live, present conversation. I’ve even seen, on many occasions, mothers ignoring their babies when engaged in playing cell-phone games; lovers with cell-phone games in hand sitting silently across from each other; friends oblivious to one another for long periods of time while engrossed in playing games; even people 40 years old and older obsessed with cell-phone games; and of course students who use cell phones in class ubiquitously and compulsively. Society can’t fare well, cannot grow and deepen, under such harsh conditions of mental neglect and absolute self-absorption—yet that describes present-day Korean society, and I suspect many another as well.

Thinking begins—or should begin—when one is young, and slowly develops in strength over the course of many years, indeed, continuing even unto death. New insights, new ideas about life and how we should live together fruitfully, or just sheer joy and wonder at life’s beauty and complexity—books of glorious prose and poetry deep and poignant: these are the offspring of genuine thought, and make life better not only for the reader but, through the reader, the whole of society. This desiccation of the minds of our young, however, has serious ramifications for society as a whole. Yet we have not even begun to address this grave problem—not here in Korea, and hardly anywhere in the West.  We blithely assume technology—or education by test-taking—or education directed simply at getting a job, will inevitably yield harvest after harvest of benefits to society. This couldn’t be more wrong. One glance at our western culture today tells us that we are lost: we know neither the proper goals to seek nor the means to reach them. Like the ostrich, we keep our head buried…in game-playing—cell, lap-top, or otherwise. Or to use another image: Rome (western culture) is burning while Nero (us) fiddles (plays games, refuse to grow intellectually, spiritually). It is a crisis of the first order, but Academia sleeps unconscious of the danger.

Civilization needs culture to sustain itself; it needs thinkers, innovators (in non-tech areas); it needs men and women who can discern worthy ends and devise means appropriate to that end. It needs men and women of deep sensitivity and profound minds. It needs artists and poets, writers and thinkers. But today—in Korea—but also around the globe, technology is ruling where thought and creativity once held sway.

And that is a recipe for societal disaster—and the continuing demise of western culture.

Len Sive Jr.

The Demise of Western Culture

Oswald Spengler in his book Decline of the West famously—or infamously—asserts that all civilizations go through cycles and eventually die, and that the West is now in such a downward cycle, with its final decline and death certain.

I have not yet read Spengler myself (a desideratum), though as someone once said, after the publication of Spengler’s book and in the context of the horrific mutual bloodletting of European nations in World War I, “we are all Spenglerians now”, meaning that life after WWI changed how everyone saw western civilization, excepting a few Christians like A Toynbee and G K Chesterton.

My own belief is that the rise of the corporation has been one of the leading factors in the decline of western civilization. It has little or no legal accountability (legally it’s a non-existent “person,” so individuals are rarely held to account); is concerned only with profits and not with ethics or environment; and demands a total self-effacement and submersion of self in the frenzy for profits that dehumanizes all who enter the rule and power of the corporation. It is not only a law unto itself, it is a pseudo-religion: its “high priest” is the omnipotent and all-wise, and always to be obeyed, CEO. Its set of beliefs is that the god “Profit,” if duly attended to, worshipped aright, and always submitted to, will bring “salvation”—whether  it be through higher stock values, or the glory of a new iPhone, or the spiritual (and demonically) hypnotic effect of a new cell phone- or computer game, or any other product our all-wise profit-god entices us to buy (worship).

Most damning of all is its power: a power Faust would have relished. It can—and does—make or unmake a whole community by its power to stay and provide jobs or to leave and destroy jobs—and the environing community. Thus it has that divine power of life or death in its hands: and it cares not about either the individual affected, or the larger community.

In former times the community was the “end,” and all “means” had to conform to this “end,” to ensure its health and viability. But with the god Profit being the final “end,” and all means commanded to further this single end, it’s the community which, by lot, either thrives or dies, depending on the whim of the god Profit and its high-priest the CEO. Historically not even kings held such power in their hands.

Until this “god” is un-masked and its demonic nature revealed so that its power may be circumscribed, and its negative effects on the community (and state and nation) blocked and, by law, redirected so as to include the public good, the corporation will continue its demonic ways…and eventually signal the death of western civilization.

Len Sive Jr.

FORTUNE: CHINA’S C919 JETLINER WILL CHALLENGE AIRBUS AND BOEING

Comac (Commercial Aircraft Corp. of China in Shanghai) is an aviation experiment on a scale the world has never seen. The five-year-old company aims to produce jetliners in less than a decade.   China’s government pumped $3 billion into the new venture, promising much more, in a bid to overcome the country’s dependence on Boeing and Airbus, which  control 70% of the world market. Comac announced that its first jet would hit the skies in just six years, in 2014.

In some ways China has little choice but to get into aerospace. Airbus expects Chinese airline-passenger traffic to pass that of the U.S. by 2032.  Boeing says the country will buy an additional 5,580 planes, valued at $780 billion (nearly the number of commercial planes that exist in the U.S. today) over the same time. A country flush with $3.7 trillion in foreign exchange reserves would rather spend   billions on the risky proposition of creating an airplane industry than continue spending billions in plane orders to the U.S. and France.

China does have more than a passing knowledge of airplanes: it’s been a key supplier of aircraft parts for years. Comac constructs a tail section of Boeing’s 737 and cargo-door frames for the A320. Since 2009 the Chinese have put together more than 130 A320s as part of a joint venture. But aerospace is a tricky business. Success rarely goes as planned. Aerospace in China mostly sputtered until the late 1970s, when the Chinese produced a large jetliner called the Y-10, modeled after Boeing’s 707. It was shut down after just one plane flew.

Shanghai’s past failures matter little now  because building a modern airplane has   become an exercise in outsourcing. Suppliers provide almost all the key components while Comac handles design and assembly.

In recent years China has learned it can’t build motorways fast enough to connect millions of people in large eastern cities with the west. Between 2011 and  2015 China will have constructed more than 80 new airports and expanded another 100, according to China Daily.  In far-flung cities like Shennongjia, in central Hubei province, workers have blown the  tops off mountains to build new runways. 46 airlines operate on the mainland. Of Comac’s 400 orders for the C919 planes, almost all come from Chinese companies.

The sale price of a C919 will come around $75 million, about $10 million less than the next generations of the Boeing 737 and the Airbus A320. Analists speculate that the price might be low enough to lure low-cost Western airline if the C919 ends up being similar in efficiency to the competition. The industry was thoroughly skeptical when Ryanair CEO Michael O’Leary announced in 2011 that Ryanair (one of Europe’s  most profitable airlines) would cooperate with  Comac, and may become the first Western airline to place an order.

Will passengers fly on a Chinese jet?  “99% of my passengers don’t know what kind of aircraft they are getting on” O’Leary says . Even today fliers may not know  they are flying on a Brazilian jet between New York  and Washington. Embraer, based in Sao José dos Campos, has become. a trusted brand, after prideful aviation executives in the 1980s scoffed at the idea of anyone ever flying Brazilian.  Some skeptics are doubtful that C919 will ever fly. Many others think Comac will gain momentum over the next decade. “It took Airbus 20 years to come up with the A320, which made Airbus. It won’t take the Chinese that long” , says Eddy Pieniazek, chief adviser at aviation advisory Ascend. Insiders say that a realistic date for C919’s first flight may be 2015 or 2016.

Fortune’s Scott Cendrowski

SPAGNA DALL’ORGOGLIO DEL CID CAMPEADOR ALL’INFANTA INDAGATA E ALLE TANGENTI

Quando, il 23 gennaio 1981, il tenente colonnello Tejero Molina tentò il colpo di coda franchista contro la Transicion (alla testa di 200 guardie civili occupò per poche ore la Camera bassa delle Cortes), re Juan Carlos apparve in televisione e intimò alle Forze armate e al Paese di bloccare il conato dei nostalgici dell’autoritarismo. Da quel momento il Borbone divenne il beniamino di quanti usavano essere malevoli verso le teste coronate (l’attuale era stata imposta agli spagnoli dal Caudillo).

Trentadue anni dopo,  l’idillio tra il progressismo e la Casa Reale appare illanguidito. L’atletico sovrano che nel 1981 si era fatto ‘Defensor’ della democrazia -oggi il corrispondente del ‘Corriere’  lo definisce “re di sangue e di pubbliche relazioni”- è in imbarazzo per una serie di scandali. Nel 2012 Juan Carlos suscita disapprovazione per una battuta di caccia all’elefante nel Botswana, perdipiù pagata da un ricco saudita. Non fa nulla per nascondere i suoi amori con la bellissima principessa tedesca Corinna zu Sayn-Wittgenstein. Accetta in dono da 25 ricchi imprenditori lo yacht ‘Fortuna’, 41,5 metri, motori Rolls Royce, velocità 130 km/h, valore 18 milioni. Da un armatore catalano ha ricevuto un 16 metri a vela. I politici delle Baleari,  conservatori come  socialisti, hanno deliberato l’ampliamento della tenuta a disposizione dei Reali: 20 milioni per quattro ville bordo acqua a Minorca. A carico dei contribuenti 500 agenti addetti alla protezione dell’Augusta Famiglia, più una  motovedetta e un aereo di scorta al ‘Fortuna’.

Alcuni mesi fa il re ha rinunciato allo yacht per il costo eccessivo della sua gestione (un pieno di carburante 25.000 euro). I ricchi che lo avevano donato reclamano il diritto di riprenderselo, laddove di norma i doni del genere passano allo Stato.

Sono sulla bocca di tutti gli spagnoli le disavventure giudiziarie dell’Infanta Cristina, figlia del Re. E’ moglie di Ignaki Urdangarin, un finanziere o affarista già incriminato per  corruzione. E’ essa stessa  indagata per evasione fiscale. Forse la Procura finirà per archiviare il fascicolo: insufficienza degli elementi d’accusa. Ma la vicenda va oltre la persona della principessa reale. E’ una parabola che racconta (anche qui) il declino dell’etica pubblica. Una nazione che affrontò una Guerra civile crudele nel nome della coerenza e dell’onore si è data ordinamenti ‘democratici’, con una classe di governo  quasi altrettanto immorale quanto quella dell’Italia, dalla quale l’odierno sistema spagnolo ha imparato a tralignare.

Apri a caso un quotidiano progressista (El Pais) e uno conservatore (Mundo): raccontano tangenti e malversazioni indistinguibili dal nostro malaffare politico. Valgano i titoli della stessa settimana d’ottobre: ‘El caso (appalti, tangenti) de dos hermanos de la ministra Banez, responsables de la  empresa Constructiones Jual de Robles’. ‘El caso Amy Martin (conflitto d’interessi   nel  Psoe)’. ‘Caso Bàrcenas (finanziamenti illegali al PP’).  Indagine dell’Agenzia Tributaria e della ‘Unidad de delinquencia economica  de la Policia’ su dieci anni di mosse fiscali, commesse e altri affari della società Aizoon dei duchi di Palma (l’Infanta Cristina e il marito). ‘El juez instructor evalùa si imputar de nuevo a la hija del Rey’.  ‘La Guardia Civil detalla la supuesta trama vinculada a Lanzas, de blanqueo (lavaggio di capitali); comisiones a los politicos’. ‘Detencion de dos dirigentes sindicales por malversacion’.  Reati urbanistici: corruzione di 13 ex-consiglieri comunali di Marbella. ‘Financiacion y desorden’. ‘Extranas atenuantes del caso Malava (corruzione)’. ‘Liderazgos heredados (cariche pubbliche che passano per eredità)’. ‘Transferir lo social a las autonomìas duplica el gasto  (la spesa)’. Fin qui “El Pais”.

“El Mundo”: ‘Infanta Cristina cobra (percepisce) dos sueldos en su trabajo en Ginebra’. ‘El ex asesor de urbanismo de Marbella podrìa pedir (chiedere) permiso para salìr (uscire) de la carcel (la pena, 11 anni più 200 milioni di sanzione pecuniaria) para ejercer de padrino (di nozze)’. ‘Condenar a los sindicatos salvando a los politicos?’. ‘El fraude y la corruption’. ‘Mas de 3.000 personas detenidas o imputadas por defraudar al Fisco’. ‘Mas de 17.000 milliones la perdida por trampas (infrazioni) con el IVA’. ‘Hubo (ci furono) pagos a los politicos’.  ‘Caso Fabra, ex presidente de la  Diputation de Castellon’. ‘Aclarar qué sucediò en el PP (finanziamenti illegali’). ‘El Fiscal General insiste en salvar a la Infanta’. ”Todos complices? (nel PP)’. ‘Politicos bajo (sotto) sospecha: nueva revelaciones’. ‘Las comidas (pranzi) de la UGT (centrale sindacale) pagadas por Gandia (fatture false, assessori socialisti’. ‘Condenar a la juez Coro Cillan por prevaricacion’. ”Tiembla (trema) el aparato de extorsion’. ‘La anchura (‘vastità) de la corrupcion sindical en Andalucia’. ‘El PP pide (chiede) explicaciones a la presidenta de Andalucia’. ‘Los sindicatos cobraban (incassavano) por partida doble’. ‘Anticorruption (organismo inquirente) pide dos millones de fianza (cauzione) para el ex diputado Ramon Diaz’. In una parola: ‘Espagna en la hora del desencanto’.

Prima della modernità, del benessere e delle urne elettorali la Spagna aveva l’orgoglio dell’onore. Le cronache d’oggi sono spietate.

Anthony Cobeinsy

SENATOR PAUL RAND: VIRTUE STOPS AT THE FRONT DOOR, THANK YOU!

The character of a man is shown by how he handles crises, especially those of his own making and which involve questions of ethics. Senator Paul Rand, Tea Party stalwart and aspiring presidential candidate, has been found guilty of cheating—plagiarizing other people’s work for his own speeches. This Tea Party bully who likes to pick on people weaker than he—the poor, the uninsured, the elderly, the sick, the unemployed, the under-paid—was caught red-handed with his hands in other people’s writings. And what does Mr. Virtue have to say for himself? “I was weak and cheated”?—not on your life. Mr. Clean sullied himself all the more by lying, adding injury to injury, and then showed more of his stellar character by insulting those who caught him, adding insult to double-injury. And he wants to be president?

He reminds me of “Tricky Dick” Richard M Nixon, who could lie through his teeth with wonderful artistry, hence his sobriquet “Tricky Dick.”  Perhaps a new, more accurate christening is in order (and long over-due) for our junior senator: Paul (Forked-Tongue) Rand. It has two obvious benefits: truth-in- advertising, and a red light that warns us of his dislike of truth-telling. Now whenever he attacks the veracity of democrats and liberals in general and of President Obama in particular, we can refer it all to his penchant for not speaking truthfully—for speaking with “forked tongue.”

More largely considered, his habits of inveracity indict his comrades–in–arms as well. For they engage in “wild and dissolute” speech as a matter of course. How many times have they assaulted the President’s Christian faith (deeply-held at that) with scurrilous remarks about his being a secret Muslim, or calling him a socialist, or insinuating that he’s out to enslave Americans, taking away their liberties, et.al. lying remarks? The real question here is: Can Senator Paul Rand or any other Tea Party person speak the truth at all? Sadly—and dangerously—it would appear not. For them, ideology trumps honesty; ideology well-funded by the Koch brothers, whose love of truth is as strong as Paul Rand’s. The Koch brothers single aim is to get richer—how is of no concern. If (well-funded) lies do it through the agency of The Tea Party, then thanks be to Mephistopheles with his Mephitic gifts.

As Aristotle well said, “Birds of a feather flock together.” –Amen to that!

Len Sive Jr.

SCENARI MESSIANICI LA SANTA UTOPIA DELLA RIGENERAZIONE CULTURALE

Entrati nel Terzo Millennio e tramortiti dal falso trionfo del Mercato, più che mai abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale. Ma, fatti accorti della colossale truffa del tardo-maoismo, la sola rivoluzione che possiamo concepire è rigenerarci in spirito. La rivoluzione all’antica, quella delle bandiere rosse e delle stragi, è il nulla. Invece il ‘Regeneracionismo’, movimento intellettuale di fine Ottocento, fu la pagina più alta della Spagna moderna.

La rigenerazione è una prospettiva d’utopia, proprio perché grandiosamente profetica. Per noi italiani, come per ogni altra società di industrializzazione matura, rigenerarci è ammutinarci contro i nostri idoli e contro noi stessi. E’ irrompere fuori della cultura del benessere, della proprietà individuale, del capitalismo, del lavoro al di sopra di tutto, delle conquiste sindacali, della ripresa della crescita e dei consumi, dell’edonismo.

Una prospettiva utopica dunque: ma chiamarla messianica è meglio. Il Paese d’Utopia non nacque mai. Invece un Messia deviatore della storia potrebbe sorgere. Sorse Cristo; sorse Maometto che costruì l’Islam, muovendo da un grumo di tribù cammelliere e analfabete.

Restringiamoci all’Italia. In apparenza basterà il poco e il vano, basterà una rianimazione del Pil, perché passi la Grande Paura e quasi tutto torni come prima. Le masse, i grandi numeri, si contenteranno.

Tuttavia anche lo scenario opposto è verosimile. Se le chiusure di imprese e i licenziamenti aumenteranno -qualcuno ha previsto tra pochi anni l’uscita dell’Italia dai 20 paesi più industrializzati- l’esplosione sociale non è obbligatoria. Il colpo di stato sì. Esso è una via maestra del dinamismo. Il processo democratico-parlamentare, dopo un paio di secoli di conati, non è più in grado di produrre alcun cambiamento e nemmeno di sopravvivere.

Uno Stivale terrorizzato dal declino applaudirà quasi unanime all’azione di un Demagogo di razza, capace di trascinare, non solo di praticare le astuzie animali che producono voti. Ma altrettanto e più efficace, sul piano immediato, sarà il golpe militare alla Miguel Primo de Rivera. L’avvento (1923) della sua Dittatura fu salutato festosamente da quasi tutte le fazioni di una Spagna costernata dai fallimenti del costituzionalismo liberale e dall’accelerazione del crollo nazionale. Con gli strumenti autoritari della disciplina militare Primo de Rivera poté attuare nel primo quinquennio di potere opere molto importanti: avviò la modernizzazione, irrobustì le attività economiche e le opere pubbliche, azzerò il monopolio dei politici liberali cioè dei ceti abbienti, avviò un rudimentale Welfare State, primo della storia iberica; costruì case e ambulatori per i poveri. In breve si fece amico il popolo, esasperò le  classi alte cui apparteneva da generale marchese e che alla fine lo deposero.

Primo de Rivera non era un grand’uomo, nemmeno un grande militare. Semplicemente ebbe il talento di organizzare la congiura giusta contro le istituzioni legali, di vincere in poche ore senza usare le armi. Ebbe anche la tempra di rischiare: per i capi dei ‘pronunciamientos’ che fallivano usava spesso  la fucilazione. In più di altri il generale marchese aveva mente aperta verso il futuro e disprezzava l’egoismo degli altri Grandi di Spagna che affamavano i braccianti dei loro latifondi.

I governanti repubblicani che gli succedettero, sinistristi, produssero solo lacerazioni, dunque la Guerra Civile.  Dopo la quale il potere  fu intero di  un generale tutt’altro che generoso come Primo ( però a modo suo Francisco Franco aprì le porte al progresso  economico e  alla modernità). In qualche misura i governanti d’oggi, qualunque il loro partito, profittano nel gestire la Spagna dei correttivi di sistema introdotti novant’anni fa da un dittatore militare, erede del dispotismo illuminato di Carlo III e di altri Borboni.

L’ipotetico gestore militare di una parentesi del nostro avvenire potrà tradire la sua missione governando nell’interesse del capitalismo e del classismo tradizionale, come fece Pinochet (in un Cile, peraltro, oggi più prospero e più ricco di futuro). Oppure al contrario facendo come Ataturk, che seppe rompere quasi tutti gli stanchi equilibri della Turchia ottomana. O facendo come Nasser, che gettò le basi di un “socialismo arabo”, poi degenerato in oligarchia conservatrice. Oppure infine imitando altri condottieri del passato che, da Giulio Cesare in poi, deviarono la storia disponendo della forza armata contro l’inerte immobilismo delle istituzioni, contro la manomorta della legalità.

Ecco uno scenario messianico per lo Stivale. Un militare emulo di Ataturk, di Nasser, degli ufficiali giustizialisti della ‘rivoluzione dei garofani’ in Portogallo, si impadronisce del potere -con facilità estrema e senza sparare, date le circostanze di crisi grave e di odio per i politici nelle quali  agisce- e demolisce tutto ciò che va abbattuto. Destituisce gli eletti, i cooptati e ogni altro gerarca, cancella la Costituzione partitocratica, chiude e vende il Quirinale, taglia di un quarto i dipendenti, oblitera le istituzioni e i meccanismi di regime, avvia l’unico congegno politico alternativo al morente parlamentarismo: la democrazia diretta selettiva. Un assetto in cui la deliberazione e il governo appartengano per turni brevi a pochi cittadini sovrani, selezionati dal sorteggio e non dalle urne. E’ stato calcolato che oggi oltre un milione di italiani vivono solo della politica e la gestiscono da soli a loro profitto. Tanto vale far avvicendare nel potere, per scaglioni, un milione di supercittadini individuati e controllati dal computer.

Scacciati i mercanti dal Tempio, il Giustiziere si allea con una personalità spirituale di statura eccezionalmente alta per assalire insieme il capitalismo/sviluppismo/consumismo/edonismo. Una specie di Bergoglio (il quale però non rinunci come ora al suo vasto potenziale; il quale compia atti concreti invece che solo esclamare e solo gesticolare), una specie di Bergoglio  riesce a indebolire alquanto le millenarie strutture del materialismo. La parte più coltivata della società si convince che una genuina svolta semisocialista e avversa all’economicismo, o se si preferisce un rafforzamento spinto del comunitarismo solidale, non è una vittoria delle sinistre insincere e inconcludenti, ma è il progresso

Così l’alleanza tra il Distruttore della partitocrazia ladra e una Guida morale sovverte i mortiferi assetti attuali. I redditi più alti vengono decapitati per dare pane ai senza lavoro. La proprietà risulta indebolita. I diritti acquisiti vengono nanizzati. Le masse si persuadono che nell’Occidente lo sviluppo ininterrotto è finito; che occorre accettare la decrescita e viverla in termini positivi; che quasi tutto il non essenziale va respinto; che si può vivere di poco come i più facevano fino a un paio di generazioni fa.

Compiuta la bonifica, attuato il compito di braccio secolare della Guida delle coscienze, il Giustiziere lascia il potere, spontaneamente come i dictatores della repubblica romana antica, oppure congedato dai conduttori della Democrazia Diretta  (il Duce fu congedato da un pugno di alti gerarchi, più un re). Guarito dalle infezioni più gravi lo Stivale prende a reggersi senza classe politica, scommettendo sul senso di responsabilità e sull’intelligenza dei migliori, nonché sulla consultazione permanente del popolo attraverso la telematica.

Tutto ciò è utopia, certo. Ma senza un’attesa messianica il futuro è desolato. Meglio il sisma della Rigenerazione, aspra come una rivoluzione del passato.

l’Ussita

Edward Snowden: Avalanches and Frankenstein

Perhaps it’s appropriate that Edward’s last name has “snow” in it, since he has caused a world-wide avalanche of reactions to his carefully released documents revealing how almost omnipotent the NSA has become in snooping, monitoring, and data gathering from seemingly every corner of the globe, whether friendly or hostile to the US.

Perhaps never before in history has electronic snooping been so ubiquitous  as to present at least the pre-figurement of Big Brother, if not Big Brother himself. The reassurances, for example, of the NSA’s director, Gen. Keith Alexander, that they didn’t break into Google and Yahoo data centers, that doing so would be illegal; given the enormity of offences already catalogued through Snowden’s disclosures, is less than reassuring, to say the least. When the NSA taps the cell phone of the Chancellor of Germany, who is America’s close ally and friend–for ten years no less– all bets are off as to what they wouldn’t do, or what they haven’t already done, or what they will do tomorrow.

Here we have a pregnant example of Lord Acton’s famous maxim, oh so wise: “Power corrupts and absolute power corrupts absolutely.” It is simply human nature that when you can do something, eventually you do it. The NSA can snoop anywhere they desire—and they have, as we now know. Before Snowden no one knew. We lived in innocence. The world seemed a friendlier place, a relatively private place—before the avalanche of documents, released and yet-to-be released, destroyed our idyllic personal world of peace and privacy—and complacency.

Part of the problem is money. The NSA’s and CIA’s intelligence budget is 52 billion dollars. What can’t you do with a budget of that size? We have indeed created a monster, and now it has turned on its creator.

In today’s highly electronic-computerized world privacy is losing out to technology. The Frankenstein metaphor is now no mere metaphor. What’s to be done?

First, there must be non-intelligence personnel charged with oversight. Next, penalties must be super-stiff for violating a person’s privacy (phone, email, eavesdropping, surveillance, et. al. types of intrusion). Third, monies slated for intelligence-gathering should be cut and used for public projects like trains, subways, buses; solar and wind power; etc.  And fourth, a court order should be mandatory for all eavesdropping. And this is just a sampling of what must be done.

The power of spying has reached a critical stage. The public’s ability to focus is time-limited, so we must strike while the iron is still hot if we want to keep our privacy, and the privacy of others, in tact. It’s a race we’re in, a race against all-devouring technology. Will Frankenstein win out—or will we?

Len Sive Jr.

TIME: BITTER DEBATE ON THE MORALITY OF THE U.S. DRONE CAMPAIGN

Drones have certainly transformed the U.S. military: of late the American government has gotten very good at extending its physical presence for the purpose of killing people. Ten years ago the Pentagon had about 50 drones; currently it has some 7,500. The U.S. military reported carrying out 447 drone attacks in Afghanistan in the first 11 months of 2012. Since Obama took office, the U.S. has executed more than 300 covert drone attacks in Pakistan, a country with which America is not at war. Already  (Febr.11, 2013) this year there are credible reports of five covert attacks in Pakistan and as many as eight in Yemen, including one on January 21, the day of Obama’s second Inauguration.

The military logic couldn’t be clearer. They are a persistent presence over the battlefield, gathering their own intelligence and then providing  an instantaneous response. With drones the U.S. can exert force not only

instantly but undeterred by the risk of incurring American casualties or massive logistical bills, and without the terrestrial baggage of geography; the only relevant geography is that of the global communications grid.

Strictly by the numbers, America’s drone campaign has been an overwhelming success. According to the New America Foundation, a nonprofit public-policy institute based in Washington, U.S. drone attacks have claimed the lives of more that 50 high-value al-Qaeda and Taliban leaders. But the seductive theoretical simplicity of drone warfare -omniscient surveillance, surgical precision, zero risk- has led the nation into a labyrinth of confusion and moral compromise. In 2012 Obama described the drone campaign as “a targeted, focused effort at people who are on a list of active terrorists trying to harm Americans” that hasn’t caused  “a huge number of civilian casualties”.

Whether this is accurate may depend on what the word huge  means to you. Drone strikes in Afghanistan are conducted by the military and are mostly overt, but elsewhere they are carried out either solely or jointly by CIA and are generally covert, meaning the U.S. doesn’t admit that the’re happening.

The Bureau of Investigative Journalism, a U.K. non profit, estimates that since 2004 CIA drone attacks have killed 2,629 to 3,461 people in Pakistan alone, of whom 475 to 891 were civilians. The New America Foundation puts those numbers somewhat lower, from 1,953 to 3,279, of whom 261 to 305 were civilians. (The CIA declined to comment).

The morality of the U.S. drone campaign, and its legality under domestic or international law, is the subject of bitter debate. A U.N. special rapporteur has written, “if other states were to claim the broad-based authority that the United States does, to kill people anywhere, anytime, the result would be chaos”. The U.N. announced a special investigation into civilian deaths resulting from U.S. drone attacks.

The practical effectiveness of drone strikes is undermined by their tendency to outrage and radicalize populations against the U.S. As controversial as  it is, there was heartwarming bipartisan agreement in last fall’s presidential election that American drone policy wasn’t doing to be seriously discussed by either candidate.

Last fall the law schools at Stanford and NYU issued a report, “Life Under Drones”, which was based on 130 interviews with Pakistanis. It makes for unsettling reading. The moral ambiguity of covert drone strikes will clarify itself very quickly if another country claims the right under international law to strike its enemies in the U.S. Right now the U.S. is the only nation that operates drones on a large scale, but that will change: flying drones is hard, but it’s not that hard. There are 76 other countries either developing drones or shopping for them; both Hizballah and Hamas have flown drones already.

There may come a day when the U.S. bitterly regrets the precedents it has set.

Lev Grossman for TIME

LE FOSSE ARDEATINE DI OBAMA

La coscienza dell’uomo della Casa Bianca è più macchiata di quella di Priebke. Il capitano delle SS fece morire 350 ostaggi (maschi e adulti) : se non avesse obbedito all’ordine personale di Hitler sarebbe stato fucilato. Di ciò non è lecito dubitare, tanto feroce essendo il Fuehrer e tanto inesorabile la disciplina militare germanica (si legga in ‘Internauta’ -“Via Rasella ha ucciso l’ideale comunista”- la testimonianza di Paolo Caccia Dominioni sulla fucilazione a El Alamein di un paracadutista tedesco per avere bevuto acqua dalla propria borraccia).

Il presidente degli Stati Uniti ha già fatto morire alcune migliaia di persone, comprese donne e bambini, che vivevano in paesi un tempo non ostili come il Pakistan e lo Yemen e non partecipavano alla guerriglia antiamericana dei Talebani e di Al Qaeda. Diciamo ‘un tempo non ostili’ in quanto, come attesta TIME nell’inchiesta sui drones che qui riportiamo per estratti, gli attacchi dei drones di Obama “outrage and radicalize populations against the U.S.”.

Da TIME apprendiamo che dieci anni fa il Pentagono aveva una cinquantina di droni; agli inizi di quest’anno, circa 7500. Dunque Obama è il loro padre. Apprendiamo anche che, secondo le fonti che TIME giudica autorevoli, le persone uccise dai drones nel solo Pakistan, e di cui si hanno notizia, oscillano da un minimo di 1953 a un massimo di 3461; di cui civili, cioè innocenti, da un minimo di 261 a un massimo di 891. Si parla di cittadini di un paese la cui estraneità e sovranità sono  continuamente violate nel nome della sicurezza degli Stati Uniti.

Tutti sanno che il Pakistan è stato dalla nascita un satellite di Washington. Se negli ultimi anni viene sospettato è in quanto la sua popolazione è esasperata per la crudeltà delle incursioni statumitensi. Sono a parte le azioni omicide nell’Afghanistan: secondo TIME 447 nei primi mesi del 2012.

Dunque è oggettivo: l’impresa di Obama nello scacchiere allargato dell’Afghanistan e altrove -Giorgio Napolitano la definì ‘una guerra giusta’- ha ucciso più o meno altrettanti civili quanto le peggiori vendette del Reich dopo le azioni partigiane.

Si aggiunga il  Datagate, sopruso gangsteristico che viola a tutti i livelli la privacy del mondo intero, e gli USA risulteranno la Potenza Canaglia del nostro tempo.

Non sfioriamo nemmeno il premio Nobel per la pace assegnato preventivamente, cioè settariamente, all’Uomo dei Drones: malazione dovuta allo strabismo ideologico del progressismo scandinavo. I dispensatori del Premio saranno disprezzati prima di tutto a casa loro. 

A.M.C.

HEAR NO EVIL, SEE NO EVIL, SPEAK NO EVIL

I wrote this several years ago. It still stands. But the figure about whom I wrote, instead of being criticized, is still lionized.  Today, October 27, 2013, Jack Welch is on his own show on CNBC’s “One-On-One With Jack Welch”, when, given his notorious record at GE, he should, at the very least, be shunned. Oh. I forgot to mention: GE owns NBC.

Corporations are today the dominant institution in life, both at home and abroad. Their reach and influence and power are unexcelled, and perhaps unexampled in history. They enjoy the kind of omnipresence and omnipotence that made the Christian Church the dominant institution of the Middle Ages-only more so. In the Middle Ages there were two realms: the earthly and the spiritual. The Church was exalted above the earthly realm, which by and large went its way content with this hierarchical ordering of life that put a premium on spiritual things, and made the princes of this realm subject to the princes of the next. But for the corporation there is one, and only one, realm and rule: the Kingdom of Profit here and now.

The major differences between these two world-dominant institutions, the Church and the Corporation, are these: The Church exists for the sake of the individual, while the individual, first and last, exists for the sake of the Corporation. The former strives to enhance life: the latter cares only for profit, even at the expense of life. The former is mindful of the earthly battle between good and evil: the latter is mindful only of the battle for increasing profits. The one enhances and deepens life, to create a caring, loving community based on self-giving love: the other pursues profit, even to the point of destroying life and community. One strives to make men fit to meet their Maker: the other destroys men’s souls when engaged in the single-minded pursuit of profit at any cost. One is liberating: the other enslaving. One seeks Truth, Goodness, and Beauty: the other only Gain. One develops and fosters a person’s independence: the other demands radical dependency. One is adjured to care for all of creation no matter the cost: the other cares only for the bottom line. One strives to incarnate radical goodness and love: the other, legally, is bidden to be, and is in fact, radically selfish and amoral.

Let us now praise famous men.

Jack Welch retired from General Electric in 2001, having been its CEO since 1981. Under his leadership, GE developed from a $13 billion dollar corporation into one worth hundreds of billions of dollars, becoming in the process the second largest corporation in the world. And along the way Welch became famous. As one biography says, “…Jack Welch’s management skills became almost legendary. His no nonsense leadership style gave him a reputation of being hard, even ruthless but also fair when making business decisions.” He urged his managers to follow the “GE ethic of constant change and striving to do better.” The biography goes on to state that under Welch’s tenure each business under the GE (conglomerate) umbrella “was one of the best in its field.” Since retiring (amidst much praise and adulation from his peers and the media), Welch has penned a best-selling memoir “Jack, Straight From The Gut,” and now advises other Fortune 500 companies as well.

But this is only part of his biography: the other, seamier side is carefully hidden from view by both GE, Jack Welch, and the media.

In 2002, United For A Fair Economy, a corporate watch-dog, gave GE its “special lifetime achievement award” “for scoring the highest average rank across 10 bad (corporate) habits”, outdistancing second-place Enron (!) by an astounding 45%. Canadian law professor and expert on the corporation, Joel Bakan, writes that in only 11 years, from 1990-2001, GE had been charged with 47 “major legal breeches.” What kinds of things has GE done?

Between 1990-1994 GE was charged with 15 cases of fraud in Department of Defence contracts. In 1995 GE paid a $7.1 million dollar fine in a fraud suit for having sold thousands of jet engines to the military without complying with the military’s testing requirements. In 1997 GE pled guilty to defrauding the military out of $10 million dollars for a battlefield computer system. In 1985 GE pled guilty to fraud and falsifying 108 claims on a missile contract. GE-designed nuclear reactors around the world have now been shown to have serious design flaws that imperil surrounding populations; this is also true of its boiling water reactors both here and abroad, with its threat of radioactive fuel rod contamination. GE has also been a “serial polluter” of PCBs and other chemicals at its many plant sites, contaminating both soil , ground-water, and rivers. GE was found to have built defective wiring and cables into 754 NYC subway cars. GE has had to pay a $100 million dollar fine for “unfair debt collection practices.” GE was found guilty of fraud and money-laundering in an unauthorized sale of jets to Israel. The list goes on and on. Clearly “striving to do better” and “being the best in one’s field” mean one thing to Welch and GE and quite another to the rest of us.

This is what makes corporations so dangerous and so evil. There is no ultimate accountability. They are in essence a law unto themselves, backed (and white-washed) by a media which it largely controls (eg, GE owns NBC) or influences through its power of advertising, and politicians to whom they have contributed money and so now have “great influence” with, and a largely pro-business judicial system. So the buck literally stops Nowhere. Since the corporation legally has been defined as a “person,” only it–this non-existent “person”–by and large suffers the force of the law…and that almost always ends in fines. Which to a wealthy corporation like GE means exactly nothing.

Jack Welch has spent not a single day in prison–likely not even a single day in court. But if you or I had repeatedly defrauded the federal government, engaged in serial, damaging pollution, not to mention money-laundering (inter alia), we surely would have suffered fully for it–and not only just seen the inside of a courtroom but also spent many years in federal prison!

With there being no real deterrence to crime, a corporation just adds up the “externalities”, as it calls them. If I break the law (it says), how much will I profit by it as against how much will it cost (if I get caught). A corporation’s modus operandi, or manner of operation, is done strictly on a “cost-benefit” analysis, leaving aside all concern for ethics, the environment, the worker, safety, etc.
What one ought to do is quite simply never considered, only what will bring in the greatest profit.

So today we have this frightening specter of the most powerful institution in the world being a law unto itself, with the spiritual realm, and its imperatives for goodness and truth, not so much as even influencing, let alone determining, its policies, practices, or goals.

And unfortunately, society always pays in the end, exactly as we are now doing in the Gulf of Mexico–but the CEO nearly always retains his honor, his respect, and his good name–no matter what.

Let us now praise famous men.

Len Sive Jr.

TO SPEAK WITH “FORKED TONGUE”: OR, THE DISHONESTY OF TED CRUZ, PRESIDENTAL ASPIRANT

“To speak with forked tongue” appropriately, on one account of its origins, goes back to 1699, to the French army in America, which invited the Iroquois Indians to attend a peace conference, only to have the French end up treacherously butchering all the attending Iroquois. Thenceforth, for Indians, to speak with “forked tongue” meant to lie—specifically, the idea that the white man lies and so cannot be trusted.

This unspeakable act of treachery by the French, in dealing with the Indian, has been all too common throughout our history. In the early years of our Republic, we would announce our peaceful intentions towards the Indians, and sign a peace treaty with them; but when the treaty became too inconvenient to honor—when gold or silver was found on Indian land, or land was needed for homesteading, or cattle-raising, or for the coming railroads, et. al.—then the white man would summarily break his “solemn oath” by breaking the treaty…until, that is, he needed a new treaty, and then his oath was “as good as gold.”

Enter our latest expert in the high devilish art of “speaking with forked tongue,” the right-wing extremist from Texas, Ted Cruz (though as far as speaking with “forked tongue” goes, any Tea Party politician more than qualifies, so little is Truth honored among these “very honorable” men and women).

A day watching Cruz is a lesson in this fine art of forked-tongue speaking: or what historically is called “sophistry”—defined as when someone attempts to persuade with half-truths or complete falsehoods. Cruz is against Obamacare because, he says emphatically, “it’s costing people’s jobs and is taking away their healthcare.” But this is pure sophistry! Cruz cites not a single shred of evidence to back up his argument—because he can’t. And he knows it, too. There is no evidence whatsoever that jobs have been or will be lost due to Obamacare. And far from taking away people’s health care, millions of Americans with pre-existing conditions will now be covered—and that is both humane and good. And millions more will be insured for the first time. Again, that is both humane and good.

I suspect that Cruz is against Obamacare in part because big, for-profit insurers will now lose out, as they should—both on account of their amoral behavior (see Michael Moore’s Sicko documentary, which will make you ill to see how our insurance companies let people suffer and die so that they could make more profit)—and because, on principle, health care should be government-financed and thus not subject to the whims and machinations of profit-taking.  It is not just absurd, it is criminal that for-profit private insurers should themselves have the power of life and death over our citizens rather than their physician. Health care before Obamacare truly was Kafkaesque.

If Ted Cruz, presidential aspirant, speaks with “forked tongue” now, when only a member of the House, imagine what would transpire if he were to become president. Without a shadow of a doubt, we’d witness (“Tricky Dick”) Richard Nixon redivivus—and yet another addition to the Dark Ages of conservative Republican governance.

Len Sive

HISPANIA FELIX ANCHE SENZA CRESCITA (MA POLITICI LADRI COME I NOSTRI)

In una visita di questi giorni in Spagna abbiamo appreso due fatti che aiutano a capire quanto accade nel Regno che ci dominava nel Seicento.

1) In dodici mesi le vendite della grande distribuzione sono scese solo del 4,9% (lo certifica l’Anged, organismo che rappresenta 2953 supermarket e giganti come El Corte Ingles e Ikea); l’occupazione del settore è scesa solo del 3,85. Era lecito aspettarsi ben altre cifre.

2) Per la crisi gli spagnoli non abbandonano il paese. Dal 2009 ad oggi il numero di cittadini spagnoli nati in Spagna ma residenti all’estero è aumentato di non più di 40 mila persone su 47 milioni. Fu negli anni Sessanta e fino al 1974 che due milioni emigrarono verso altri paesi europei. Nemmeno la fase 1993-97, quando la disoccupazione colpì il 24% della popolazione attiva, vide un aumento importante degli espatri e delle migrazioni interne.

Valuta in proposito Carmen Gonzales Enriquez, ricercatrice e cattedratica universitaria: “La espagnola es, en conjunto, una poblacion sedentaria, apegada (attaccata) a su ciudad, en la que los lazos familiares y las amistades condicionan sustancialmente la voluntad de movilidad de los individuos. Este es un rasgo (profilo) que compartimos con los paises de Europa del Sur. A finales del 2009 solo un 12% de los espagnoles consideraba la possibilidad de trabajar en otro pais, frente al 51% de los daneses y al 26% de los britanicos”. Non si fa abbastanza, conclude la studiosa, per capire come  mai, con una disoccupazione generale al 26% (quella giovanile è doppia), coloro che emigrano sono pochi.

Il fatto n.1 dimostra che la crisi è/è stata seria sì, ma non drammatica per una società come la spagnola, avvezza da sempre alle ristrettezze. La letteratura picaresca attesta da mezzo millennio l’antica dimestichezza con la povertà della nazione che nel Seicento possedeva l’impero in cui non tramontava il sole (ma che sotto Carlo V re e imperatore conobbe episodi di cannibalismo per fame). Anche il dato odierno della disoccupazione giovanile va letto nella prospettiva storica. Quando, mille anni fa, la Reconquista prese ad avanzare vigorosa, e tutte le energie venivano mobilitate per ricacciare gli invasori dall’Africa, i castigliani e gli altri spagnoli non potevano che vivere del poco. Dunque la fase attuale segna arretramenti modesti.

Questo contribuisce a spiegare il fatto n°2: pochi lasciano la Spagna. Ciò smentisce le previsioni di Roberto Garcia Delgado su ‘El Pais’, riportate il mese scorso da ‘Internauta’, secondo cui la Spagna potrebbe emulare l’Irlanda della Potato Famine come terra d’emigrazione in massa. Se non partono, è evidente che gli spagnoli hanno fiducia nelle risorse del loro organismo economico.

Il paese, vasto e non povero di minerali, prese a modernizzarsi nell’Ottocento avanzato; si avvantaggiò di non entrare nella Grande Guerra (proponevano l’intervento Manuel Azagna e i radical- progressisti che sarebbero stati annientati dalla Guerra Civile 1936-39). Il progresso economico fu propulso tra il 1923 e ’30 dalla modernizzazione e dalla pace sociale imposte dalla Dittatura di Miguel Primo de Rivera. Passato il dramma della Guerra Civile, la creazione di ricchezza riprese lentamente già durante il secondo conflitto mondiale, e molto di più negli anni Cinquanta, coll’avvio del grande turismo e con gli aiuti americani. Infine la nazione partecipò con successo all’arricchimento di tutti i paesi occidentali. Quella che era una società prostrata si unì alle avanzate del mondo industrializzato. Oggi tallona l’Italia.

Forse conta ancora di più un altro fattore. Gli spagnoli ci sono maestri nel difendere e valorizzare il retaggio e i costumi. Vissuti frugalmente tutta la loro storia, sembrano appagarsi di quel poco che nessuna traversia economica può cancellare. Senza dubbio il disagio degli ultimi, dei ceti più svantaggiati, si accentua nelle fasi di crisi. Si calcola che le famiglia senza alcun reddito siano 600 mila.  Eppure anche los pobres pobrisimos appaiono gratificarsi della continuità dei valori e usi nazionali.

Ero a Siviglia il 12 ottobre, la Fiesta Nacional degli spagnoli, e sembrava che non un andaluso, anche se invalido, storpio o non vedente, rinunciasse ad accorrere nelle avenidas, piazze e giardini della metropoli; a concedersi le caldarroste, i gelati, le mangiate e le sobrie bevute della tradizione. Tavolate e allegria in migliaia di bodegas e sulle pubbliche panchine. Festa de noartri, mi pare dicano a Roma.

Non molti sembravano sapere con precisione perché festeggiavano quel giorno: lo spiegavano i più saputi, mandando twitter, erudendo commensali e passeggiatori. Il 12 ottobre Cristoforo Colombo sbarcò nell’isola di Guanahamì e prese possesso nominale di gran parte delle Americhe, un trionfo non concesso ad altri popoli. Per secoli la data fu commemorata come ‘giorno della Hispanidad’, finché nel 1913 un ministro di Alfonso XIII cambiò il nome in Fiesta de la Raza. Oggi i concetti di Hispanidad e di Raza sono scorretti, ma la gente non rinuncia a compiacersi. Grossi raduni di parenti, di vicini e condomini, persino di estranei, che vociano, ridono, masticano, levano i bicchieri. Sono cose che qui costano poco: mezzo litro di ottima birra patriottica, seduti ai tavolini, 2 euro; un quarto che da noi. Questo aiuta a non privarsi delle gioie modeste, quelle che non sono consumismo. La felicità non è figlia del superfluo. E’ quest’ultimo che soffre della caduta del Pil.

Dunque i discendenti dei Re Cattolici ci insegnano che la decrescita non sarebbe un dramma. E’ una lezione salutare, visto che per noi i tempi dello sviluppo permanente sono finiti (è giusto siano cominciati per gli altri, per i troppo poveri).

Invece ci sono aspetti nei quali la Spagna non ha nulla da insegnarci: anzi ha imparato da noi. Una volta perduta l’innocenza della povertà, il miracolo economico, la democrazia delle tangenti, il ‘socialismo’ felipista (Gonzales si chiamava Felipe) cioè craxiano, hanno aperto l’era della corruzione pervasiva. Rimpannucciandosi, gli spagnoli si sono messi a fare gli italiani. Apri due quotidiani, uno della sinistra ‘progressista’, p.es. ‘El Pais’, l’altro della destra aggiornata (p.es. ‘El Mundo’): dedicano ogni giorno metà all’incirca delle pagine ai furti della cleptocrazia. I successori del Cid Campeador alla guida della Raza sono più spesso che no indagati dalle procure.

Conclusione, la Spagna sembra cavarsela meglio del temuto. Ma anch’essa come lo Stivale attende il Giustiziere.

A.M.C.

THE DEVIL IN WASHINGTON

Ted Cruz not only seems not to have learned his lesson during The Shutdown, viz., that Americans are tiredtiredtired of gridlock and partisan politics merely; incredibly, he seem to have been emboldened by it all, ready and willing to trumpet out louder blasts of rancor and meanness while pursuing an anti-American agenda of more and more for the top 1% super-rich and less and less for the bottom 85% suffering poor.

Of course, he never—The Right never—tells the truth; The Right is trying its hardest to protect the average American, so it says—by opposing Obamacare(!)—failing to mention how millions of Americans, without Obamacare, are unable to afford ANY health insurance at all: or failing to mention what Michael Moore revealed in his film on healthcare, Sicko (2007), viz., that big health insurers consciously opposed insuring people in order to increase their profits, profits that doomed these uninsured (including children) to die because their families could not otherwise afford the procedures without health insurance! This injustice Obamacare would eliminate.  But nothing is too sordid, or too amoral, for presidential hopeful Ted Cruz to champion. The Tea Party is emphatically “politics as usual”: more for the “haves,” less for the “have nots.”

What speaks volumes about the state of education today is that Cruz was graduated from Harvard Law School—a top student according to a well-known Harvard Law School professor, Alan Dershowitz. But Cruz did come under harsh criticism from Dershowitz for his conduct during the shutdown, saying that Cruz’s antics were “unconstitutional” and would have appalled a Hamilton or a Madison. That a wolf-in-sheep’s-clothing anarchist can graduate from our top law school, then be elected to political office, become the spiritual leader of one of our two political parties, and an aspirant to the presidential office to boot, I find absolutely horrifying—and very depressing. It speaks volumes about the diseased nature of politics and education in our nation today.

An argument Cruz used repeatedly during the Shutdown—as justification for it—was his opposition to a medical devices tax: how unfair it was, and how it would stifle a company’s R&D by lowering its profit margin. But an independent medical research group tackled Cruz’s points and—no surprise here—found his arguments to be without a shred of truth.

The naked truth is this: Companies which sell these medical devices don’t put much money into R&D even when they do make good profits (!); that these companies force doctors and hospitals to sign an agreement not to disclose their prices so hospitals and doctors can’t shop around for the best prices; that hospitals and doctors pay 50% more in the US for these devices than in other countries where there are open prices, controls and checks; that these companies, furthermore,  lobby Congress, giving money to its members in return for their support. Cruz and others thus work not for the American people but for these medical devices companies.  And Cruz thinks he operates on “principles?” And just what “principles” might those be that enrich his own pockets at the expense of the average, poor American’s?

Len Sive Jr.

GOD-TALK: THE DIVINE TEA PARTY

God:  How are things down below? At your insistence, I gave you nine years of great power. Are you making life better for everyone?

Ted Cruz: Yes, Lord, and we’re having a ball, too. You wouldn’t believe those Democrats,  mealy-mouthed, weak-willed nothings…No wonder our country’s in trouble. Who cares about the little guy? Does the little guy help our great country? Does he start new businesses, develop real estate, invest in new products? No, he’s  just a sponge. Let him mop floors, that’s all he’s good for. It’s the richest 1% that matter, not the bottom 85%…And Obama, that non-US citizen…. Just between us, Lord, I hate that guy.

God: Now, Ted, you surely have read where I state very clearly that you are to love your neighbor.

Cruz: Well, to be honest, Lord, I haven’t actually read it personally. No offence, but  I just have more important things to read, books by von Hayek or von Mises, for example. “ Loving your neighbor”—No offence, Lord, but I just don’t see the point.  I mean, realistically Obama’s not my neighbor. And if he or his kind ever did move into my neighborhood, I and all my friends, we’d move right out—before the value of our real estate dropped. In fact, Lord, we in the Tea Party think that  the world would be a better, saner place if everyone just called a spade a spade. If you hate a guy, be a man and tell him exactly how you feel. That, Lord, is honest and manly. And if he takes umbrage and wants a fight, by all means, just take out your AK-47 and let him know who’ boss.

God: And what about my Ten Commandments? I spent a billion years working on them, trying to get them just right.

Cruz: I think, Lord, the different time zones up here must have  confused you; You mean  you spent 5,000 years, don’t you?—Listen, Lord, you’re a nice enough fellow, but things have to change. Your old way just doesn’t work anymore. So the Tea Party has voted to shut down heaven and hell unless you defund these silly Ten Commandments—and especially that ridiculous law, to love your neighbor as yourself. You must have had a little too much ambrosia to come up with that one, sir. Look, Lord, on a practical level, I really love myself; I just don’t see how I could love another that much. It just wouldn’t work. And those other commandments—“Thou shalt not steal”—are you kidding? How do you think politics works? Enforce that one and everything grinds to a halt. Effective politics is when you steal from the poor and give to the rich. It’s a good policy, too; been around a long time; well ratified by law and custom. Corporations, banks, insurance companies, investment firms…they all love it. Of course you never ever say that. No; you sound noble: “We need to lower the deficit, lighten the tax burden on the rich, the corporations, etc.”

God: But Ted, haven’t you read where I said, “What you do unto the least of these you do unto me.”

Ryan: Let me field that one, Ted. I may have heard it read in church once, I’m not sure. Never meant much to me, though. Listen, Lord: Has anyone told you that sometimes your language sounds too antiquated? I know; you’ve been around 5,000 years. Still…Listen, for a small retainer fee, I can help you spruce up your language. Anyway–Lord, as a pretty powerful personage yourself, you must know that power is where it’s at. It’s the same thing on earth. When, for example, you’re dealing with Democrats, immigrants, Obama, you’ve got to show them who’s boss. That’s why we voted to shut-down the government. We’ll talk only if they get down on their knees and beg…You just can’t treat these Democrats as equals. That’s one of the things we have got to change. Like our heroes who ran those big slave plantations, you’ve got to let them know who’s boss—keep them in their place.

God: And what about “Thou shall not bear false witness against your neighbor”? I spent ages working on that one.

Ryan: Now, Lord, how the hell did you ever come up with that one? That’s the dumbest one of all. You simply can’t get elected without lying about your opponent. It’s impossible. You have to wound them any way you can.  And the bigger the lie, the better. You know, Obama’s a Muslim, a socialist, not a citizen (Trump takes care of that one for us)—whatever you think will hurt your opponent the most. Now, Lord, about our shutting down of heaven and hell….

Len Sive

EL PAIS: UNA CATALUNA FUERA DE LA UE PERO NO USANDO EUROS

El planteamiento del presidente de la Generalitat, Artur Mas, de mantener el euro en Cataluna, pero estando fuera de la UE, conduce a un imposible financiero. Nada impedirìa a una Cataluna independiente adoptar el euro -o el dòlar- como moneda oficial. Otra cosa es si la divisa constituye un mero instrumento de compraventa en la calle o es, en realidad, algo mas: una herramienta politica y monetaria fundamental, que risponde a las necessidades del pais. Al salir de la Union Europea, Cataluna se colocarìa automaticamente en el primero supuesto, con una moneda ajena, sobre la que no tendrìa ningun control, que dificilmente permitirìa atender las necesidades  financieras de sus empresas y bancos.

Hay dos tipos de paìses que emplean ya el euro sin partenecer a la Union Europea. El primero, el de los mini-estados de Andorra, San Marino, Vaticano y Monaco, que acceden a la moneda a través de acuerdos con otro paìses miembros. El segundo caso es el de Kosovo y Montenegro, territorios que carecen de vecindad con paìses comunitarios y que adoptan la moneda europea como sìmbolo del futuro al que aspiran dentro de la Union. Probablemente ninguno de los dos precedentes -en el primero, territorios fiscalmente opacos, y en el segundo, sociedades con heridas de guerra y muy alejadas de los estandares europeos- constituya un espejo en el que desee mirarse Cataluna.

La falta de voz sobre la toma de decisiones que afectan a la situacion economica mermarìa la capacidad de Cataluna de regir su economia. Si el consejo del BCE decide que es necesario estimular la economia -y en cambio en Cataluna ocurre todo lo contrario: conviene enfriarla-, las autoridades del nuevo paìs non podrìan hacer nada por evitarlo.

Argentina y Ecuador reflejan bien los peligros de emplear una moneda sobre la que no tiene potestad. Ecuador adoptò el dolar como moneda legal en el ano 2000 y aun no la ha abandonado, pero el gobierno de Rafael Correa lo considera un error que les perjudica, por ejemplo, para firmar acuerdos comerciales. Tambien la dolarizacion de Argentina, en los anos noventa, estuvo plagada de problemas: acabò en el corralito.

(Lucia Abellan/El Pais)

UNA SPAGNA DI EMIGRANTI COME L’IRLANDA DEL NOVECENTO?

Un parallelo tra il regno di Juan Carlos e l’Irlanda del passato è stato tracciato su ‘El Pais’ dal giovane studioso Roberto Garcìa Delgado. L’analogia ipotizzata riguarda soprattutto l’emigrazione. Si calcola che gli irlandesi nel mondo siano 80 milioni; poco più di 4 milioni vivono in patria. Nel secolo scorso risultarono il popolo migrante per eccellenza.  L’abbandono dell’isola cominciò nell’Ottocento con la Irish Potato Famine; partirono oltre 2 milioni di persone. Nel Novecento due guerre mondiali, la mancanza di lavoro e l’egoismo dell’aristocrazia terriera anglosassone allargarono la fuga degli irlandesi verso i paesi sviluppati.

Secondo Garcìa Delgado, il caso spagnolo è simile. Nel quinquennio dal 2008 ad oggi sono emigrati nei vari continenti più di 400 mila spagnoli. I giovani, considerati la migliore generazione della storia nazionale, sono disoccupati al 57% e non possono sperare in un miglioramento a breve; al contrario, la debolezza del tessuto manufatturiero e la corruzione che pervade le istituzioni e la politica fanno  presagire che in un decennio espatrieranno alcuni milioni di spagnoli.

A giudizio di Garcìa Delgado, le prospettive sono migliori per gli irlandesi, per due fattori principali: l’importanza del settore tecnologico sorto nel territorio di Dublino, e il possesso della lingua inglese. Negli anni Novanta l’economia della Tigre celtica crebbe del 7% all’anno, più del doppio della media europea. E il miracolo irlandese fu potentemente aiutato dalla modestia del prelievo fiscale.

Per attrarre investimenti stranieri la Spagna dovrà darsi un regime fiscale accentuatamente diverso dall’attuale. Il paese è in ritardo di quasi un secolo rispetto alla Prima Rivoluzione Industriale in Europa: ‘una desvantaja sideral’. Per fare un solo esempio: tra il 2009 e il 2012 il bilancio madrileno per la scienza ha perso 1,4 miliardi di euro (31%). La situazione è allarmante: invertire la tendenza non sarà affatto facile.  L’Irlanda ha un potenziale enorme perché è un hub  del business tecnologico; in più metà della sua popolazione ha meno di trent’anni. La Spagna sarà capace di compiere lo stesso cammino di emigrazione e di riconversione industriale?

Jone

REPUBLICAN BRINKMANSHIP: FINANCIAL TERRORISM

The Republican Party is risking the financial health of the United States, and what recovery the country has made since the 2008 (Republican-made) economic crisis, in order to fight national health care in general and “Obamacare” in particular. So fanatical, so anti-rational, so ideological are these Republicans, that even risking the financial rating of their own country, and its further economic stability, take a back-seat to their “all government is bad government” Tea Party ideology.

Republicans are acting like financial terrorists—willing to destroy the country’s credit and economic health for the sake of their anti-government ideology (ie, government for the poor), failing to recognize that the Affordable Health Care Act is already law, having been passed by Congress and upheld by the Supreme Court. So when house representatives, with support from Republican senators fail to honor law, they undermine democracy. The kind of government envisioned by Washington, Franklin, Jefferson, Madison, Adams and others—for which they risked their possessions, their names, their honor, and their lives—that government “of the people, by the people, and for the people” as Lincoln wrote, is then effectively a dead letter.

Let’s review first the Republican mantra that national health care is “socialism”. If you should travel to other countries, you would see that it is simply not true. I have lived abroad, East and West, and every modern industrial nation—except the US—has (affordable) health care for all its citizens and not just for the wealthy. “Socialism” is a bogey man used by rich Republicans to frighten ill-educated masses with. “Affordable” is the key term here. A country whose citizens cannot be healthy because health care is beyond their financial means is a demonstrably weak country. And in any event, Republicans cannot win on this issue. Public opinion is not with them, so they must somehow try to emerge from this crisis without looking like the malevolent politicians they in truth are. If ever one had doubts about how patriotic these Republicans are, doubt no more. Patriotism is held hostage to ideology.

But on a deeper level, let us never forget: History judges nations on how it treats all of it citizens, especially its weakest and most vulnerable. The Republican Party is today the Supremacist party: everything for the richest 10% and little or nothing for the bottom 80%. This dogfight over Obamacare must be seen as but one act in this drama, albeit a particularly dangerous one, with our country’s economic and financial health  hanging in the balance. All rhetoric aside (“socialism” and the like), it boils down to this: Is America for all Americans or only for rich Republicans? As Americans decide on this fundamental issue, so goes the fate of America—and democracy.

Len Sive

ACCETTARE LA GUIDA DELLA GERMANIA PER LE VIRTU’ ANTICHE NON PER IL PIL

Sono passate le elezioni tedesche e i commentatori di fascia alta hanno evitato di unirsi agli autodidatti, che la responsabilità dei nostri guai la assegnano all’avarizia della Merkel. Hanno fatto bene, i commentatori che conoscono la storia. Tuttavia nessuno dei più noti tra loro ha portato fino in fondo, come coerenza vorrebbe, la riflessione sui portati attuali della grandezza germanica.

Hanno ragione a prenderla da lontano: dal trionfo di Arminio sulle legioni di Varo nella foresta di Teutoburgo; dall’ammirazione di Tacito per i costumi dei Germani e per il loro comunismo primitivo; da Lutero e dai Discorsi alla nazione di Johann Gottlieb Fichte alla geniale, inattaccabile razionalità della Mitbestimmung, al rifiuto di Berlino di allinearsi ai più recenti propositi tardo-coloniali di Obama & Hollande. Nessun osservatore colto omette di ricordare che il Welfare moderno lo fondò il duro junker Otto von Bismarck (il quale, aggiungiamo noi, nel 1923 trovò un seguace in Miguel Primo de Rivera, dittatore militare a Madrid: anch’egli avviò quel Welfare State che gli agiati notabili liberali del liberalismo spagnolo avevano totalmente ignorato). Nessuno che scriva sul Reich dei nostri giorni può sorvolare sul crimine assoluto della Germania, i campi di sterminio, crimine di fronte al quale siamo ancora senza parole.

Venendo alle questioni dell’oggi e del domani, occorre dire chiaro che, azzerati i residui della nostra settantennale deferenza verso il dominatore statunitense, va accettata, puramente e semplicemente, la leadership europea della Bundesrepublik. Per come è  il mondo, per come sono i Germani d’oggi, per come siamo noi, non possiamo che fare come loro. La fierezza nazionalistica, con almeno diciassette secoli di decadenza rispetto al tempo della grandezza; col peggiore sistema politico dell’Occidente; con un debito pubblico che non potremo mai estinguere, la fierezza nazionale non ci spetta. Quanti se ne ergono ad assertori fanno ridere: per l’indipendenza non abbiamo né i mezzi né la legittimità. Nei secoli del servaggio abbiamo solo esercitato la libertà di cambiare padrone o di tradire alleato: ultimi, Salandra e Badoglio.

A parte che resta valida la corrosiva definizione di “nazionale” fatta nel 1862 da Johann Nestroy commediografo viennese: “Nazionale è il fatto che nessuno capisca una parola della lingua che parli”. Dicono che i primi insegnanti e burocrati scesi dal Nord in Sicilia dopo l’Unità furono presi per inglesi.

Il tempo di altri maestri o modelli è passato per sempre. La Francia, ha scritto qualcuno, “è troppo leggera”: lo confermano  il bellicismo e il tardosciovinismo di Hollande: il quale fu salutato come campione di progressismo ed emulo delle glorie ‘socialiste’ di Mitterrand, ma per la Siria è sembrato fare all’incirca come il socialista Guy Mollet in Algeria. La Gran Bretagna fu ed è un pinnacolo di egoismo e sgradevolezza. Tokyo, Pechino e Seul possono insegnarci molte cose, Londra e New York quasi nessuna, Berlino o Monaco, d’ora in poi, quasi tutte.

Claudio Magris germanista ha opportunamente scritto delle “tante insipienze politiche del passato tedesco”. In effetti, l’ultima vittoria dei tedeschi nella storia moderna fu la Riforma. Seguì la stagnazione dei secoli XVII e XVIII: mentre gli inglesi si impadronivano del mondo, per poi dargli la lingua, i tedeschi accettavano la parcellizzazione e il localismo di centinaia di stati principeschi. Occorse l’umiliazione degli occupatori napoleonici a Berlino perché i tedeschi si riscattassero con la guerra di liberazione, con le glorie del romanticismo, con le riforme degli Stein, degli Humboldt, Scharnhorst  e Geisenau, infine coi primati in quasi tutti i saperi. L’insipienza politica c’è stata ed è durata secoli, dalla fine del Primo Reich -il Sacro romano impero della nazione germanica- al cataclisma del 1945.

La Germania d’oggi, coi successi e con la saggezza con cui si regge, raccoglie i dividendi di positività non politiche del passato che sono ingenti al punto di cancellare le mostruose aberrazioni di Hitler e dei suoi carnefici (la Russia, madre di tutti noi, non ha ancora cancellato le aberrazioni di Stalin). Nonostante tutto il rigoglio del suo capitalismo e della sua modernità, la Germania del Duemila gode i frutti delle virtù passate. Della probità degli antichi clan contadini e guerrieri come di quella della burocrazia prussiana o renana. Della ribellione di Martino agostiniano contro la vendita delle indulgenze; delle conquiste spirituali di Eisenach, Koenigsberg e Heidelberg; della splendida rigenerazione ottocentesca.

Oggi la Germania è opulenta ma è stata frugale, ossia virtuosa, nei millenni. Con tutte le sue colpe -ma anche il popolo di Dio, nel Vecchio Testamento, sterminava i nemici, bambini compresi- essa resta una società etica. Dobbiamo accettarne la guida perché siamo meno etici.

l’Ussita

A PENNY FOR YOUR THOUGHTS: OR THE DEVALUATION OF WISDOM

In today’s globalized market, where things, or ideas that can eventually produce things, are the only real global currency, the ancient Greek concepts of episteme (systematic knowledge) and sophia (wisdom) hold little value. In the US, both conservatives and liberals alike increasingly view education as merely a means to an end and not as an end in itself, i.e., as the way to deepen, enhance, and “heighten” life  through the passionate and life-long pursuit of Truth, Goodness, and Beauty—regardless of their market value. In other words, education, as we have known it in the West now for over 2500 years (called “the liberal arts”), has been reduced from wisdom and the joy of discovery (including self-discovery) to mere job-training and job-seeking. Wisdom has been set aside for the single-minded pursuit of profit and (therefore) power. And in the process, humanity has forsaken its true home in the realm of the sublime, which alone makes life worth living, in order to embrace instead the intellectual vacuity of vocational education. And along with this fundamental change in the purpose and conduct of education goes any chance of forging an ordered, well-regulated, rational society and government: For a people without rationality can never govern itself wisely.

Ever since Socrates, education was meant to counter the nihilism of a person wrongly valuing riches, fame, sensuality, and power in order to rightly value the passionate and life-long search for truth, goodness, and beauty, a quest begun here in this life but continued into the next.  From Socrates and the great Greek tragedians (among many others) have come that wisdom which is cathartic in expelling vice and ignorance, and which has been handed down in unbroken succession in the West—until now—for over two and a half millennia.

But with conservatives, foundations, think-tanks,  and CEOs stressing education simply for jobs; universities stressing increasing profits; and liberals stressing education merely for the glorification or indulgence of self; the passionate and life-long search for Truth, Goodness, and Beauty, which has given western civilization its Homer and its Sophocles, its Shakespeare and its Dante, its Goethe, Newton and Tolstoy, among others too numerous to mention—these monuments to intellect, goodness and beauty are no longer forming, or informing, our youngest minds. And the result, if finalized, can only be a permanent desiccation of their intellect and soul that cannot but make life even more difficult and more troubling both for them and for society than it already is.

A Liberal Arts education is the one true oasis in the desert of specialization and job-training. It is literally what men live and die for—what makes life worth living. Without it, we become merely obedient and clever dogs—we can (for either government or employer)  run on cue, chase our tails, and bark at shadows…but most assuredly we cannot think—not  as human beings should think, and were created to think. Humans alone share this ability to think, this capability, with God (“man was created in the imago Dei,” in God’s image), and it is this, the thinking of “divine” thoughts, that separates us humans from all other creatures on earth. For only we can aspire to and sacrifice for truth, give of ourselves to others out of goodness, and create works of indescribable and lasting beauty—that can wring tears from our souls, expressive of life’s deepest and most profound meanings.

But so little does this view of education obtain today that one is tempted to say that it is dead—moribund it most certainly is, but in many places, alas, also dead… and buried. And if this is true in the US, with its long and storied history of liberal arts, that once turned our European barbarian ancestors  of earlier ages into more civilized human beings, and along the way gave to humanity (and not just to the West) democracy, the rule of law, justice tempered with mercy, constitutions, the separation of powers, universities, hospitals, the arts, philosophy, the theater, opera, mathematics, literature, science, inter alia—one must expect it to be true a fortiori in Asia where there is no millennia-long history of liberal arts to draw upon, and where technology, and the use of technology, now passes for “culture.” But lap-tops, cell phones, and TV are not, nor can they ever become, the equal of a Shakespeare, a Plato, a Bach, or a Michelangelo.

In Korea, e.g., where I now live and teach, and where the traditions and wisdom of a Confucius or a Buddha seem largely forgotten (or where remembered, so watered down as to be of virtually no help for living), education, as in so many other Asian countries, is merely for the sake of obtaining a well-paying job, period: And test-taking is the sole means to that end. Education in Korea, put in classical Greek terms, is mere, and only, techne (Gk. skill), not a broader search for truth, understanding, or general principles with which to guide one’s life by, let alone a passionate love of and devotion to truth and wisdom in order to bring joy and peace to one’s soul, and to make a contribution to one’s family, community, nation, or the world.  As we know from Socrates, education was to reach through the individual to the larger community in which he lived. It was never intended to be an idiosyncratic (private) pursuit which could not help, directly or indirectly, one’s fellow citizens on the path and pilgrimage of Life.

So strong is the idea in Asia in general, and Korea in particular, that education is simply for jobs; and so willing and eager are Koreans to pay high fees in order to achieve this positive job-result, that offering to teach education for free, as I have done, simply for the pursuit of truth, goodness, and beauty for their own sakes, is taken to be either a sign of madness or incompetence or else a subterfuge for baser motives. For no one here takes the western liberal arts view of education seriously. The life of the mind here (as our great teacher Socrates instructed us as to how it should be) in Korea is a “dangerous idea”, just as it was in Greece for Socrates himself (who was accused of “corrupting the young” and “introducing new gods” and was executed by Athens as a result—he, Socrates, the wisest and best man of his time according to Plato).

There is indeed nothing so dangerous, so revolutionary, so upsetting, both to families and to governments, than an individual’s life-long, single-minded devotion to the pursuit of truth, and the living out, as best one can, of a life of goodness, supported by deep and passionate attachment to beauty (in its various guises of poetry, piety, art, architecture, empathy, self-giving love, literature, etc). Forget the dangers of revolutionaries like Marx. Nothing in history has proven to be more dangerous to the status quo than a person who can think—truly think—for himself. As tyrants like Kim Jong-Il of North Korea know only too well, you can kill the body but you cannot kill an idea—and so it is with ideas—especially ideas of justice, goodness, and righteousness—that make every tyrant’s soul tremble the most. (This trembling, of course, being but a foretaste of divine judgment.)

The whole revolutionary idea of Western culture, of the liberal arts, may be conveniently summed up in the extraordinary words of Jesus: “The truth shall make you free.” (John 8:32) Alas, there are many among us who choose to continue to live in prisons of their own making. And when they do so, they thereby encourage tyrants, like Kim Jong-Il, to make prisons for their bodies as well. For prisons of the mind inevitably and necessarily lead to shackles for the body. Only the Truth can set man free.

Len Sive

UN INNO AI PARLAMENTI SPERANDO CHE RESTINO INUTILI

Fuorviante? Ludico? Sardonico? Il titolo d’un editoriale del ‘Corriere’: “La rivincita del Parlamento”. Chissà. Uno che abbia tralasciato di leggere l’occhiello ‘Londra, Washington’ ha potuto temere si trattasse del nostro Parlamento. Un abbaglio naturalmente, un terrore di sventure. Il Parlamento romano, alla pari dei sottoparlamenti regionali  e locali, non  fruirà di alcuna rivincita.

‘Un sinedrio di nominati’ è la formula che cerca di abbellirlo. In realtà è una sentina, il ricettacolo di ogni bruttura. Oppure è una stia di capponi e galline (con buona pace delle Cinque Stelle che vorrebbero riscattarlo). Che altro pensare di centinaia di parlamentari, frequentemente signorine vestite all’odalisca, che si considerano e comportano come volatili da cortile appartenenti a un lubrico tycoon di Arcore? Che altro pensare di volatili ancora più numerosi -grazie a un premio di maggioranza smodato- di piumaggio rossastro invece che azzurro, che non furono nemmeno capaci di mettere al Quirinale un capo-pollo meno all’antica? Polli invece bravissimi a ruspare imperterriti nel denaro pubblico quali che siano le bestemmie e gli urlacci dei contribuenti.

Torniamo alla rivincita di Westminster e di Capitol Hill. Si congratula l’editoriale vedi sopra: “In Gran Bretagna e negli Stati Uniti i governi hanno dovuto riconsegnare ai due più antichi parlamenti del mondo il più sovrano dei poteri, quello sulla pace e sulla guerra”. Sarà così, diciamo noi, se davvero i due consessi spegneranno i motori dei cacciabombardieri, se smonteranno le testate dei missili, se ritireranno la task force navale. Peccato che una storia plurisecolare faccia poco verosimile che gli Esecutivi di Londra e Washington obbediscano ai Legislativi. Le guerre che conosciamo furono sempre decise da sovrani o da ministri, e i parlamenti si conformarono.

E’ vero, i tempi stanno cambiando. Però -attesta lo studioso britannico Christopher J.H.Duggan- appena ieri, anno 2003, “i cittadini britannici erano nettamente contrari a un intervento militare nell’Iraq. Nel febbraio un milione di persone si riversarono nelle strade di Londra per chiedere ai governanti di non partecipare alla guerra. Invece Blair ottenne senza difficoltà il voto dei Comuni”.

Ciò smentisce Antonio Polito quando, sillabando riverente un celebre passo di Lincoln citato da Obama, scandisce: “Democrazia vuol dire governo del popolo, eletto dal popolo”. Un popolo, infierisce Polito, “ascoltato attraverso i suoi rappresentanti”. Noi italiani sappiamo ormai alla perfezione che gli eletti non ci rappresentano affatto. Se ci rappresentassero dovremmo buttarci nelle acque dell’Artico come fanno i lemmings.

Il Nostro ci accusa, noi italiani, di avere “degradato oltre misura il Parlamento, trasformandolo in un sinedrio di  nominati”. Battiamoci il petto di vergogna, noi degradatori oltre misura! Però l’ex-legislatore  si decida. Nei primi tre paragrafi dell’editoriale si felicita della ‘storica rivincita’ delle due antichissime assemblee. Nei tre paragrafi successivi lamenta: “Questa novità apre enormi problemi: il primo è l’indebolimento del potere esecutivo. Che ne sarebbe della forza e della credibilità degli USA, la “nazione indispensabile”? Una potenza smette d’essere tale se subordina gli impegni internazionali alle dinamiche del conflitto interno”. Cioè: la volontà dei cittadini, condomini della nazione, deve contare zero.

In più, ammonisce il bell’Antonio, “resta da vedere quanto il controllo democratico dei parlamenti sia compatibile con gli obblighi internazionali. Non è un caso se la crisi finanziaria, prima in America poi in Europa, sia stata gestita dai governi, tenendo le decisioni il più possibile lontane dai parlamenti. La stessa Unione Europea potrebbe non sopravvivere a una revanche  della democrazia nazionale”.

Insomma, la revanche  conclamata nel titolo non solo non piace affatto a noi, ma disgusta Polito: “Sarà bene non dimenticare che nella forza della democrazia risiedono anche le sue debolezze. Una democrazia indecisa e imbelle (=contraria a fare guerreN.d.R.) smette presto di essere una democrazia”. Allora (siamo sempre noi)  essa ha smesso d’essere “il popolo ascoltato attraverso i suoi rappresentanti”?

Risposta: se mai lo è stata, non lo è più. Abbiamo finalmente assodato che gli eletti non rappresentano nessuno. Apertosi il Millennio  di Internet e di chissà quante altre rivoluzioni, i popoli sono perfettamente in grado di decidere direttamente le cose grosse. Cominciando dal rifiuto della guerra e dalla cancellazione degli eletti.

I popoli, non i parlamenti né altre capponaie.

Porfirio