LETTERA DA SAN PIETROBURGO

L’Europa non capisce la Russia. Mercato contro patriottismo

Trovarsi in Russia in un momento come questo, pur da studente squattrinato, è, per certi aspetti, un privilegio. Non tanto perché è molto conveniente fare la spesa e andare a teatro, grazie al tasso di cambio dell’Euro che, in questi giorni, si aggira intorno a quota 67 rubli; molto più interessante è osservare l’effetto economico e soprattutto politico delle sanzioni di UE e USA.

Le sanzioni sono uno strumento squisitamente occidentale, diciamo Americano, per rimettere i riga gli “stati canaglia». Sono un’arma spesso inefficace, ma che si sta affilando sempre di più. Se decenni di sanzioni non sono riusciti a rovesciare i regimi di Cuba e Nord Corea, è possibile che Putin, se non trova mercati e fonti di sviluppo e di credito alterativi all’Occidente, possa perdere molta della popolarità che ha ottenuto con il suo quindicennio d’incredibile crescita economica. Tanto più che le sanzioni colpiscono la Russia in un momento difficile: il prezzo del petrolio è sceso intorno ai 60 dollari al barile, i prezzi salgono a vista d’occhio e l’ economia russa è ufficialmente in recessione.

Ma al cittadino russo importa poco dei numeri. Ciò che più ferisce i Russi, popolo molto suscettibile, è che l’Europa si sia messa a fare da pappagallo all’America e abbia, a propria volta, imposto sanzioni. Più volte, giovani e meno giovani, da studenti a baristi, mi hanno espresso il loro sincero dispiacere per questa situazione, che loro prendono sul personale, e si sono molto rasserenati quando garantivo loro che io, al posto dell’UE, non avrei imposto questo tipo di sanzioni. I Russi amano gli europei e vogliono i prodotti europei. E’ divertente aggirarsi per i supermercati e contare la quantità di riferimenti all’Europa. Ne ho appuntati alcuni. Sul latte in polvere ed il caffe spesso si trova scritto« qualità europea». Il caffè istantaneo, tipo Nescafé, ma russo, richiama «le mattine a Parigi». La passata di pomodoro è «buonissima», e la marca locale di pasta annuncia che è proprio cosi che mangia « la vera Italia».

Sembrerebbe, dunque, semplice: vietare ai russi i prodotti europei e peggiorare gli indicatori macroeconomici è sufficiente per causare una rivolta anti Putin e, quindi, un riallineamento alla visione del mondo di Washington. Forse sarà cosi e non sarebbe, forse, un male per la Russia trovare un nuovo leader, ma l’Europa e l’ America non capiscono fino in fondo che la Russia, prima di essere un Mercato, è una Patria.

C’è un fattore storico. La Russia per quanto si avvicini all’Europa, resta sempre Russia. Si pensi alla campagna militare di Napoleone. La classe dirigente russa e gli alti ranghi dell’esercito erano talmente esposti all’influenza della Francia che non solo parlavano francese meglio del russo, ma addirittura, durante la guerra, gli ufficiali russi erano vestiti come gli ufficiali francesi. Questo creava non pochi problemi, e succedeva che ufficiali russi finissero crivellati dai colpi dei propri soldati. I generali e ufficiali russi allora non trovarono altra soluzione che smettere di radersi. Con la barba tornò a poco a poco la lingua russa e l’idea del popolo russo come popolo eletto, benedetto da Dio. E, quando Napoleone entrò a Mosca, i generali russi ordinarono di appiccare il fuoco alla città per non farla cadere nelle mani di un francese, per quanto straordinario.

Il popolo russo, se vuole, può soffrire pene indicibili, e non c’è argomento più convincente per lui che farlo in nome della terra russa. Nessuna sanzione eguaglierà mai la carestia indotta dall’assedio di Leningrado, protrattosi per 900 giorni ad opera dei tedeschi, assedio ancora fresco nelle menti e nell’identità di Pietroburgo, definita “citta eroe” dal governo Russo.

Oggi, peraltro, non c’è bisogno di autodistruggersi, né di soffrire la fame, per salvaguardare la propria identità. Il mondo non è solo l’America e l’Europa. Se le altre nazioni BRICS, dotatesi da luglio di una propria banca di investimento, la New Development Bank, riusciranno a fornire il credito necessario, forse le cose possono cambiare. In un mondo multipolare, le fonti di sviluppo e di credito devono essere tante e non solo l’occidente. Un occidente che fatica sempre più a capire la Russia, e quindi a dialogare sullo stesso piano. Turchia, Cina e India, al contrario, hanno firmato o negoziato negli ultimi mesi contratti da favola col governo russo, ottenendo chi sconti sul gas, chi promesse di ulteriore cooperazione in termini di energia, sicurezza e sviluppo.

La Russia, come diceva Churchill, è un indovinello racchiuso in un enigma avvolto in un mistero. Ma oggi, a differenza di allora, non c’è solo l’occidente a cercare di risolverlo. Se i cinesi, gli indiani o i turchi arrivassero alla soluzione prima di noi?

Raimondo Lanza di Trabia

DALLA CRISI FRANCESE DI OTTANT’ANNI FA ALLA NOSTRA ATTESA DI LIBERARCI DEI LADRI

Nel 1934 la Francia apparve per un po’ in una crisi tale da farla tentare dal fascismo. In realtà il paese la dette vinta a chi difendeva le istituzioni, perché le gestiva: due anni dopo le sinistre si unirono nel Front Populaire e sul breve termine, per pochi mesi, vinsero.

Le condizioni dell’economia erano meno serie delle nostre d’oggi. Tuttavia si delineava la minaccia di un’altra guerra, per l’indomabile volontà di rivincita della Germania umiliata a Versailles. In più l’Europa era attraversata da pulsioni autoritarie che oggi appaiono inverosimili, e anche questo differenzia il nostro contesto attuale da quello francese di allora.

Il tessuto sociale della République reca ancora i segni della Grande Guerra. Poco meno di un milione e mezzo di francesi hanno perso la vita; un altro milione è fatto dei mutilati, dei gassati, degli storpi. Metà degli altri reduci hanno riportato traumi e patimenti. La popolazione invecchia: a partire dal 1935 le morti supereranno le nascite. Eppure l’economia regge, in contrasto coi drammi della Depressione altrove. Alla fine del 1929 il governo Tardieu addita ancora ai francesi un tempo di prosperità.

Invece agli inizi dei Trenta si aprono varie sofferenze. Passata la successione di bilanci statali in  attivo, il 1933 segna un disavanzo. Tardieu crede d’avere imboccato la via giusta -opere pubbliche, pensioni agli ex-combattenti, altre misure per incoraggiare i consumi- ma le entrate si prosciugano. I disoccupati vanno a manifestare a Parigi. Si contano due milioni senza lavoro, e non esistono sussidi né casse integrazione. Le riparazioni di guerra tedesche non affluiscono come sperato, mentre gli USA chiedono la restituzione dei prestiti bellici. La destra guidata da André Tardieu perde le elezioni (1932) e imposta un’opposizione sempre più aggressiva, in qualche coordinazione coll’Action française, con le Croci di Fuoco (movimento dei decorati al valore), con altre leghe e gruppi antiparlamentari e antisemiti. Non mancano i simpatizzanti col fascismo.

Arrivò il 6 febbraio 1934, giorno in cui secondo i libri di storia la democrazia repubblicana fu sul punto di cadere di fronte all’assalto delle destre antisistema. In realtà fu solo una marcia su Parigi più importante delle altre. Gli scontri con le forze dell’ordine e tra opposti manifestanti fecero 15 morti e 1435 feriti. Le ripercussioni  immediate furono appariscenti ma abbastanza innocue: una crisi ministeriale in più (quale il parlamentarismo francese conosceva da sempre); il gabinetto Daladier sostituito da una grande coalizione  sinistra-destra capeggiata da Gaston Doumergue, ex capo dello Stato; più il tradizionale corollario di destituzioni e di avvicendamenti.

La politica francese non colse l’occasione per la presa di coscienza grave che i tempi richiedevano. La democrazia elettorale restò malata di malaffare. Il grido di battaglia urlato dai manifestanti del 6 febbraio, “A bas les voleurs!”, abbasso i ladri, anticipò come meglio non si sarebbe potuto il sentimento antipolitico degli italiani d’oggi. La congiuntura economica ebbe una normalizzazione, ma il Paese non trovò la risposta giusta alla sfida mortale presentata dall’avvento di Hitler, campione  della vendetta contro Versailles, in primis contro Parigi.

Nell’imminenza della Grande Guerra era sorto in Francia un politico importante, Joseph Caillaux, presidente del Consiglio nel 1911, capo dei radicali di sinistra e il ministro che istituì l’imposta sul reddito, a proporre una linea di riconciliazione di fondo con la Germania, al costo di alcune concessioni coloniali. Esploso il conflitto, aveva avuto la coerenza e il coraggio di esplorare una via per fermare la strage, ma il terribile Clemenceau lo fece arrestare, processare e (nel 1920) condannare per intese col nemico. Un’amnistia lo riabilitò cinque anni dopo.

Nella crisi francese degli anni Trenta nessun francese si alzò a cercare di scongiurare un altro conflitto col Reich. Le sinistre ubriacate di vigilanza antifascista si coalizzarono nel Front Populaire, imitando il Frente popular spagnolo. Vincendo le elezioni generali del 1936, credettero d’avere aperto l’era dell’asserzione progressista: dunque niente riconciliazione con Berlino, e invece tanta militanza. Contro una media di una cinquantina di scioperi al mese, nel giugno 1936 gli scioperi furono dodicimila. Gli iscritti alla centrale sindacale CGT passarono da 1 a 5 milioni.

Tre anni dopo,  2 settembre 1939, Parigi al seguito della Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania. Nel maggio successivo l’esercito francese, ancora il maggiore d’Europa, fu sbaragliato. La Troisième République morì in giugno,  dopo un settantennio di potenza e di prosperità. Aveva sbagliato tutti i calcoli a medio termine. Risorse nel 1947 come Quarta Repubblica, con tutti i difetti della Terza: nel 1953 l’elezione all’Eliseo di René Coty richiese tredici scrutini. Le crisi ministeriali si succedettero patologicamente fino al ritorno nel 1958, con pieni poteri, del ‘più illustre dei francesi’. In un settantennio la Terza Repubblica aveva avuto un centinaio di primi ministri. La nuova Costituzione dettata da Charles de Gaulle liquidò il peggio del sistema parlamentare-partitico.

Al di là delle somiglianze tra la République des voleurs, uccisa dai suoi errori, e la nostra cleptocrazia d’oggi -sempre più conclamata come malata terminale- non stiamo suggerendo che lo Stivale avrà la parabola della Troisième, la quale fece la fine peggiore in assoluto. Invece sì prevediamo che forse Francia e Italia arriveranno prima di altri paesi a ripudiare la democrazia elettorale. E’ certo al di là di ogni dubbio che essa non può non essere corrotta, e alla lunga fallimentare. Forse Francia e Italia troveranno le vie per passare dalle imposture e dalle rapine della delega elettorale a qualche formula di democrazia semidiretta e selettiva, probabilmente basata sul sorteggio tra cittadini più qualificati della media, nonché sugli avanzamenti della tecnologia.

Ciascuna a suo modo, Francia e Italia sono state scaturigini di grandi innovazioni. La prima creò il gotico e l’Illuminismo, poi uccise l’Ancien Régime e, 169 anni dopo, umiliò il parlamento e i partiti. Il nostro Stivale sta uccidendo nel disprezzo il regime-gozzoviglia dei Proci, ma nei secoli anzi millenni fu assai più creativo. Noi inventammo di tutto, dal latino e dall’impero romano al papato a lungo gestito dai nemici di Cristo, dal Rinascimento alla mafia, dai Comuni possenti all’opera lirica. Lo stesso fascismo  fu imitato o ammirato abbastanza a lungo qua e là.

Al momento giusto sapremo tornare estrosi. Forse prima di francesi, spagnoli, portoghesi, greci, o chissà chi.

A.M.C.

MERITANO I CANUTS E I WEBER DELL’OTTOCENTO. I NOSTRI CASSINTEGRATI, NO

Siamo abituati a pensare i due mesi di stragi della Comune parigina, nel 1871, come la prima rivoluzione ‘bolscevica’ della storia: nell’ultima settimana le vittime furono 17 mila, 30 mila secondo altre stime. Le corti marziali condannarono duramente 35 mila persone, di cui almeno tremila alla deportazione nei bagni penali come la Cayenna. In tutto centomila morti, compreso l’arcivescovo di Parigi.

E invece la Comune non aprì l’era delle insurrezioni proletarie moderne. Quarant’anni prima furono i canuts, gli operai che a Lione tessevano la seta azionando a mano i telai del tempo, che alzarono nel sangue la bandiera della lotta di classe. Nel 1815 prendevano cento soldi al giorno. Nel 1830, diciotto. La concorrenza aveva colpito duro i produttori, ma per le famiglie dei tessitori era la fame vera. “Ora sono le fluttuazioni commerciali a regolare i destini del mondo” constatò uno scrittore dell’epoca. “I barbari che ci minacciano non sono nel Caucaso né nelle steppe tartare, ma nei nostri sobborghi manufatturieri. Privata di commercio, la nostra società è votata alla morte”.

I canuts si impadronirono brevemente della città, ma la rivolta fu schiacciata ferocemente.  E in seguito si costruirono attorno alla città tre grossi forti, anzi tre Bastiglie, per future repressioni.

Ebbene, anche se nell’Anti-Duering  Friedrich Engels scrisse che Lione aveva fatto la prima insurrezione operaia della storia (congiuntamente alla lotta dei cartisti britannici), persino gli storici sovietici si curarono poco dell’epopea lionese. Una Storia della Francia pubblicata in URSS nel 1973 dedicò alla Comune parigina 63 pagine, solo 2 al tentativo rivoluzionario di Lione.

Non dimenticò i tessitori della sua terra Gerhart Hauptmann, il grande scrittore e drammaturgo slesiano (1862-1946) cui nel 1912 andò il premio Nobel per la letteratura:  soprattutto per la tragedia  Die Weber ( I Tessitori) sulla rivolta dei lavoratori tessili  slesiani nel 1844, tredici anni dopo quella dei canuts. Anche questa insurrezione fu spenta nel sangue. Nel nome della verità naturalista, la prima stesura del dramma fu nel dialetto slesiano; il testo tedesco venne in seguito. Non per niente Hauptmann divenne con questo lavoro il bardo moderno della Germania. Esaltato anche dal regime nazista, quantunque il Nostro non fosse nazista. Signal,  rivista della propaganda hitleriana, non esaltava solo le grandi vittorie della Wehrmacht. Presentava con venerazione la casa slesiana dove il drammaturgo viveva prima dell’apocalisse del 1945.

Non sappiamo istituire confronti quantitativi tra la miseria e le tubercolosi dei Weber e quelle dei canuts, che in quindici anni avevano perso l’82% del salario. All’epoca il Welfare State non albeggiava. A Lione non era cominciata la socialità, modesta ma non irrilevante, di Napoleone III, sovrano che non chiudeva gli occhi sulla brutalità della industrializzazione. In Germania non era sorto l’astro di Otto von Bismarck, il quale si sarebbe fatto convincere da Ferdinand Lassalle a istituire la sicurezza sociale. L’aspro Junker prussiano non si inteneriva per gli umili. Però era il politico superiore a tutti, e faceva la cosa giusta.

Sono passati 170 anni dal dramma dei tessitori slesiani. Oggi nessun Weber che abbia voluto manca di una o più case di villeggiatura. Se non è alle prime armi ha la grossa berlina da viaggio, i figli laureati/diplomati, è partecipe o cogestore della sua fabbrica; la società lo protegge contro tutte le sventure che non siano senza rimedio. A Lione va un po’ meno bene, ma anche i canuts d’oggi sono privilegiati.

Da noi è quasi impossibile solidarizzare con le maestranze iper-organizzate che sono il ferro di lancia della mega-lobby dei lavoratori. E’ anche colpa loro se lo Stivale non ha la cogestione. Oppure se, stremata da un cassa integrazione che può arrivare al decennio, l’Italia non sussidia affatto le famiglie senza reddito. Esse sono i canuts e i weber atterriti del nostro tempo. Solo con loro vogliamo solidarizzare. Coi cassintegrati di lungo corso, no.

Nelle situazioni insanabili si vendano le case microborghesi con cantinetta, garage e mutuo. Facciano a meno degli sport costosi, di fumare e di rimpiangere le vacche grasse. Se le loro fabbriche sono al capolinea, insidiate o soppiantate da metà del globo, non facciano ridere coi cartelli ‘L’acciaio (o l’alluminio, o il volo balneare  per la Sardegna) non si tocca’. Concentrino lo sforzo sull’ottenere per le famiglie 700 euro al mese -veri, per tutto il tempo che servono e a carico dei soli alti redditi. Vadano a vivere in co-housing, condividano l’auto (una sola, non una per ogni membro adulto della famiglia)  con altri del condominio. Entrino nello stile di vita dell’avvenire: si può campare con parecchio meno che negli anni Novanta.

E si informino  su come andava ai canuts e ai weber di un tempo.

A.M.C.

UN PENSATORE SULLA SENNA CI VAGHEGGIO’ “SPIRITO DEL MONDO”

Georges Sorel, una delle menti forti della Francia di inizio Novecento, il teorico del sindacalismo rivoluzionario (Réflexions sur la violence, del 1908) e l’intenso seguace del pensiero anarchico di Proudhon, amò l’Italia come pochissimi stranieri, e in Italia, la sua migliore tribuna, trovò ammiratori e discepoli. Mario Missiroli valorizzò molto la lunga collaborazione del francese  al ‘Resto del Carlino’ e curò due raccolte dei suoi scritti.

Il Sorel che avversò il riformismo democratico e il parlamentarismo corruttore, che esaltò l’astensionismo elettorale (“renderebbe accessibile al popolo l’idea della lotta di classe”), non esitò a condividere, in difformità dalla linea del suo governo, le rivendicazioni  micro-imperialiste che ci attendevamo appagate dalla vittoria del 1918. Alla conferenza di Versaglia andarono deluse: dagli acquisti sperati in Dalmazia,  Anatolia e Africa a un ruolo nella tolda-comando della grande diplomazia.  Sorel condivise la convinzione che le potenze borghesi contrastassero l’Italia perché era la Grande Proletaria.

Le quattro righe finali del suo ultimo scritto, vero testamento politico-sociale, steso nel 1920 prima d’essere fiaccato nel fisico (morì nel 1922), dicevano: “Molte ragioni  mi hanno condotto a concludere: quello che un hegeliano chiamerebbe il Weltgeist (lo spirito o genio del mondo-NdR) spetta oggi all’Italia. Grazie all’Italia la luce dei tempi nuovi non si spegnerà”. Comprensibilmente la rivista “Nuova Antologia”, nel pubblicare nel 1928 queste ultime meditazioni del Nostro, precisò che lo scrittore francese “assegnò all’Italia del dopoguerra il primato intellettuale e politico in Europa (…) La Francia non lo possiede più”.

E’ passato quasi intero un secolo e si fa perforante l’interrogativo se Sorel ci assegnerebbe ancora la gloria d’essere il Weltgeist;  o non piuttosto l’abominio di rappresentare il Weltschmerz (Schmerz= il dolore, l’afflizione). E’ vero, tutte le stirpi e tutte le ere hanno sofferto di mali gravi. Ma resisterebbe oggi l’amore per noi del profeta della rigenerazione spirituale in politica se nel silenzioso pensatoio di Boulogne-sur-Seine arrivassero le notizie della nostra Terza repubblica, nata malata da una madre, la Seconda, deceduta nel travaglio di partorire? L’uomo che tutta la vita disdegnò la rivoluzione se non era concepita per far trionfare gli afflati etici, che penserebbe oggi di noi?

Siamo un milieu  (a Marsiglia: malavita) che ancora sembra permettere a un vecchio e vizioso ex-visir, più volte condannato dai tribunali, di  farneticare un proprio futuro come capo dello Stato,  quanto meno come kingmaker. Siamo un contesto che ancora venera un antico stalinista fattosi atlantista, e a lui e successori riserva una reggia sfarzosa, allorquando tutti i bilanci di spesa vengono tagliati, compresi i capitoli sacri come le refezioni ai bambini poveri, la bonifica dall’amianto assassino, la difesa dell’ambiente dai rischi estremi.

La nazione che Georges Sorel idealizzava quando nostri uomini come Pareto, Prezzolini e Papini gridavano il loro furore contro la borghesia trasformista e rinunciataria, ha oggi 41 o più politici di medio livello in carcere per furto; parecchi altri prominenti dovrebbero essere detenuti invece di continuare a imperversare. Taciamo sui delitti finanziari dei colletti bianchi, però constatiamo che quasi tutti i governatori di regione eletti nel 2010 sono stati costretti o indotti a dimettersi. Non pochi personaggi che ci derubavano hanno patteggiato pene non insignificanti, dopo essersi dichiarati superbamente estranei ai fatti delittuosi.

Non uno dei tentativi risanatori di un dinamico premier finora ritenuto irresistibile ha avuto successo pieno. Non sono sparite nè le province, né il ramo più superfluo di un parlamento deteriore. Non vengono assaliti i privilegi spregevoli, i superstipendi, i vitalizi canaglieschi. Sono ancora al palo, cioè passibili di fallimento, le riforme che dovrebbero scongiurare il declino e il disonore.

Georges Sorel non poteva sapere che la Grande Proletaria sarebbe diventata riccastra, metastatizzata dalla corruzione e dall’ingiustizia, sempre meno capace di mondarsi. Dall’Aldilà dei giusti dove si trova, egli vede sgomento le nequizie dell’ex-Weltgeist. Forse non ci ritiene più né il lievito né il sale del mondo. Forse vagheggia oggi un’etnia diversa, in un’altra terra. Forse in un altro pianeta.

A.M.C.

FALLIRANNO LE CROCIATE CONTRO L’ISLAM, VINCERA’ IL RIPUDIO DEL BELLICISMO USA

Si levano di nuovo gli annunci di mobilitazione contro l’Infedele. Mille anni fa i capostipiti dei banditori crociati furono Pietro di Amiens e papa Urbano II; la loro Prima crociata andò discretamente, e le atrocità non furono eccessive. Seguirono altre sei crociate ufficiali, più alcuni conati minori. Andò tutto abbastanza male.

Da qualche settimana ogni paese occidentale, o simpatizzante, o satellite di Washington, viene esortato a prendere le armi: anche se è certo che esse massacreranno più bambini che tagliagole. I bandi di mobilitazione riguardano prevalentemente il fronte della lotta all’Isis. Però, se obbedissero alla logica, i banditori crociati dovrebbero additare vari altri scacchieri. Non agiscono terroristi un po’ dovunque, dai Boko Haram ai talebani, ai sacrileghi che tentano di prendere le terre del petrolio, agli altri che sobillano i quartieri etnici in Gran Bretagna, in Francia e non solo? Bei tempi quando il nemico era solo in Terrasanta. Oggi è dappertutto; stanarlo imporrà costi schiaccianti: non poche spedizioni  saranno sciolte prima ancora di partire.

A casa nostra l’appello alle armi più recente, 17 novembre 2014, è di Angelo Panebianco. Il suo corrusco editoriale ruota attorno all’intimazione: la minaccia del Califfato ‘isseremo la bandiera nera a Roma’ non è una sbruffonata, non va presa sottogamba. Che fare? Per Panebianco, serve la risposta bellica, con tutto l’arsenale che occorre. Panebianco lo sa, ma non lo dice: il nemico è dovunque sul pianeta, la crociata fallirà.

La soluzione è un’altra. Gli amici degli Stati Uniti, nonché quegli americani che sono dotati di raziocinio invece che devastati dalla ferocia patriottica, costringano la Casa Bianca a ripudiare il bellicismo. Le spedizioni militari, dalla Corea e dall’Indocina ad oggi, i superbombardieri e il napalm, hanno fatto degli USA la nazione più odiata della storia. Forse furono odiati ancora di più Vandali e Unni, però nelle terre dove sterminarono e devastarono. Invece gli USA  sono detestati sul pianeta intero, con intensità variabili.

Il giorno che alla Casa Bianca andrà un presidente dalla mente e dal cuore all’opposto di Roosevelt e di Kennedy, di Johnson e di Obama, egli riconoscerà le colpe e gli errori degli USA e il mondo deporrà gradualmente il sentimento antiamericano. Specialmente se i bilanci ridicolmente mostruosi del Pentagono e della Cia saranno tagliati, onde dare pane alle immense plebi che oggi si aspettano redenzione dal fondamentalismo, e da esso  ricevono provvidenze materiali e la forza di ritrovare l’orgoglio. Prima delle imprese yankee nel Golfo, nell’Irak, nell’Afghanistan  l’antiamericanismo nell’Islam era poca cosa rispetto a oggi. Il ravvedimento e la svolta antimilitarista sono le sole armi dell’Occidente.

L’Ottava crociata bandita da Panebianco e da altri, se partirà, finirà come la Settima.  Mossa da Aigues Mortes nel 1270, la Settima si fermò a Tunisi, perché il condottiero supremo, Luigi IX re di Francia, morì di peste; l’impresa finì. Quel sovrano fatto santo da un papa efferato (Bonifacio VIII) aveva capeggiato la crociata precedente, la Sesta. Sconfitto ad al-Mansura, il re era caduto prigioniero. Liberato dietro riscatto, restò altri quattro anni in Terrasanta a tentare di riorganizzare i resti dell’esercito crociato. Risultato, a suo tempo gli Ottomani espugneranno Costantinopoli e assedieranno Vienna.

Oggi, un sessantennio dalla mezza sconfitta in Corea, dopo l’immensa tragedia del Vietnam e dell’anima americana, dopo gli insuccessi disonorevoli che seguirono, non è verosimile che l’eventuale crociata di Obama e Panebianco abbia un esito migliore. Un tempo gli Stati Uniti si credevano invitti, dunque invincibili. Invece dopo la vittoria del 1945, conseguita non da soli e contro nemici sfiniti dall’inferiorità materiale, gli americani non hanno collezionato che umiliazioni. Anche perché la loro efficienza guerriera è infima: quante bombe sganciarono sul Vietnam, per finire sconfitti nella vergogna?

Avrebbero trionfato -come il capitalismo trionfò sul comunismo- se avessero investito una parte dei loro forsennati bilanci militari nella lotta alla povertà dei popoli che invocano Allah.

E’ ciò cheWashington dovrà fare in un avvenire non troppo lontano: ma costerà molto di più. E il disonore non si cancellerà; il passato non si cancella. L’America era la fidanzata del mondo. Con le sue crociate, tutte scadenti, è diventata un paese accanitamente militarista, il più odiato di tutti.

A.M.C.

WAL-MART: THUGGISH CORPORATE CAPITALISM AT ITS WORST

“All hope abandon, ye who go through me”—Wal-Mart’s Employee Credo

     “A truth forgotten is a truth lost.”—the author

 

I went to a Wal-Mart in Santa Fe, New Mexico, last Saturday. I had grave misgivings about doing so, knowing a little of its sordid dealings with the cities in which it locates and of how inhumanely it treats its employees.  Nevertheless I decided to shop there, curious to see what life was like at a Wal-Mart here in liberal Santa Fe.

The staff at this huge store was clearly harried and stressed out, rushing this way and that, barely stopping even to answer my queries—but their duty done, away they flew. No staff were smiling. They seemed in fact like an undermanned army about to be over-run by the enemy—anxious and fearful.

My shopping finished, I gathered up my purchases and went outside where I was to await a shuttle at a pre-arranged area to take me back to St. John’s College, where I’m a first-term graduate student.

It was a sizzling Saturday afternoon. Outside where I waited there was precious little shade with which to shelter oneself from the stifling heat. Three male employees, on break, stood nearby, smoking cigarettes and talking. I decided to ask them about Wal-Mart, partly to make the time go by faster, and partly out of curiosity.

They were all very nice, courteous and respectful. I asked the first man how he liked working at Wal-Mart. He could barely contain his disgust. “I don’t like it at all,” he fumed. “Why?” I asked. “Because although we work full-time, we’re classified as part-timers, so we don’t get any benefits.” I asked the other two what they thought of Wal-Mart; both gave similar answers.

I asked what the annual turnover rate was at this Wal-Mart. “About 70%,” answered one of the men, with the others nodding their heads in agreement. I was shocked. That sounded way too high, even for Wal-Mart. Not sure whether I should believe them or not, I decided to get the opinions of some other employees.

As it happened, at that precise moment two girls had just sat down on a nearby bench to take their break.  I was curious to see if they felt the same way the men did about working at Wal-Mat.

So I walked over and introduced myself. Then after some small talk, I asked them how they liked working at Wal-Mart. The young woman sitting to my left looked up at me and, smiling, said, “It’s a great place to work.”  I asked each one several more questions. All the responses were uniformly positive. This was very perplexing. Who was telling me the truth? Both couldn’t  be right.

It was then I noticed that the girls’ eyes were riveted on something behind me. I turned around to see what it was—and there stood two huge security men, aka “assistant managers”! They were mere inches from me. The name tag of one of them read “BIG MIKE.”  He was almost twice my size and several inches taller. The other big “assistant manager” stood next to him. Here was a classic example, right in front of Wal-Mart, of gross physical intimidation—but for what reason?  What had I done to deserve the unmitigated wrath of Wal-Mart?

“You can’t speak to employees,” growled Big Mike, his face cold and unanimated.  The two young women got up quickly and hurried back to the store. I glanced over at the men: they were gone too. Fear spreads quickly. Now it was just the three of us: two burly Cyclops—and myself.

This entire incident was so foreign to me. I had just spent six years teaching English in South Korea and had never once experienced anything even remotely close to this. Now I’m back home in the “Land of the Free” and….

“You have to leave the premises now,” said Big Mike firmly, his fierce eyes announcing that he was ready for battle if necessary. Defiant and angry, I looked up at him and said: “No, I’m not leaving; I’m waiting here for my shuttle. It’s coming to pick me up.”  Then I turned around and faced the parking lot, hoping the shuttle wouldn’t be too late, and wondering, too, whether a physical confrontation was imminent.

I paced nervously up and down the sidewalk in front of our pre-arranged pick-up area, now and then stopping to search in both directions for the van.  And always but a few feet away, watching my every move, as if the fate of the entire world depended upon it,  stood Big Mike and his fellow assistant manager.

Twenty minutes went by; then the other “assistant manager” left and went back inside.  But not Big Mike, who had taken up a position leaning against a wall, while still watching with hawk eyes my every breath and move.  Finally the van came. A door opened; I climbed up and took the last empty seat, by the window.  As we pulled away from the curb, I turned around to get one last look at Big Mike. There he stood. He hadn’t moved one inch, but was watching the van closely to make sure it left Wal-Mart’s premises. I must’ve been a serious threat to Wal-Mart to have garnered such complete attention!

One of the most disturbing aspects about all this is that in my research afterwards, I discovered that employees in point of fact do not have free speech—not in the work-place, and, incredibly, not even when an employee returns home! Case after case showed how businesses can, and do, completely control the speech of their employees.

So where is our vaunted Freedom of Speech, I want to know?  Is this what our Founding Founders envisaged when they wrote the First Amendment? What kind of country have we become when one can carry a military-style assault weapon into any establishment, including church and college, yet one is forbidden to speak to another even while on break?  or to voice different views while away from the work-place,  without getting fired? Thomas Jefferson is reputed to have said, “The price of Liberty is eternal vigilance.” Clearly as a nation we have not been vigilant enough!

Having newly returned from South Korea, where a customer is never threatened, verbally or otherwise, and with whose staff one may speak freely, whether on-break or off-, I had wondered what shopping would be like at an iconic American discount store like Wal-Mart, in a liberal city like Santa Fe. I found out.

It is so much easier to criticize the human rights record of other nations, as we do so often, than to ensure that one’s human rights record at home is beyond reproach. This of course is a truism,… but a truism today all but ignored and forgotten.

Len Sive Jr.

OBAMA EROE TRUFFALDINO DELLA PACE, PERO’ MENO SANTO DI WOODROW WILSON

Scrive Piero Melograni, nella pagina finale della sua Storia politica della Grande Guerra, Bari, Laterza, 1972, che la crisi italiana del primo dopoguerra (e dunque il fascismo-NdR) “in realtà cominciò a precipitare dal momento in cui fu distrutto il prestigio del presidente Wilson”. La strana datazione può sorprendere, ma così la spiega lo storico:

“Fra il ’18 e il ’19 era sembrato che nessun altro popolo europeo, come l’italiano, avesse posto tanta fiducia nell’ideologia wilsoniana e, più in generale, nel mito dell’America. Nel gennaio 1919 il presidente era stato accolto, a Roma e a Milano, da una folla strabocchevole e delirante di proletari e di borghesi. Wilson otteneva grandissimo consenso anche sulle pagine dell’Avanti, mentre Critica Sociale  esprimeva incondizionata ammirazione verso “il cavaliere senza macchia e senza paura della dignità umana”. Poi, d’improvviso, tutto l’entusiasmo era crollato, sia perché Wilson aveva contrastato le aspirazioni italiane ad annettere Fiume e la Dalmazia, sia e soprattutto perché era miseramente fallito il suo disegno di dare ai popoli del mondo la pace e la giustizia”.

Ma è proprio sicuro da noi l’entusiasmo? Esso si può capire nei polacchi, nei baltici, nei cecoslovacchi -la cui nazione era stata architettata da Wilson, in combutta col Quai d’Orsay; infatti morì a vent’anni-, infine negli jugoslavi (stessa invenzione, esiti molto più tragici). Può divertire che, secondo l’allora importante giornalista inglese Wickham H.Steed, il comandante in capo delle forze britanniche in Italia, Lord Cavan, era così ignorante o noncurante della realtà che parlava degli “Jugoslovacchi”, e anche dei “Cecoslavi”. L’entusiasmo degli est-europei era dovuto all’imponenza dei doni territoriali e diplomatici fatti da Wilson (e dal Quai d’Orsay) appunto a Varsavia Praga Belgrado eccetera, doni in odio alla Germania e al brandello sopravvissuto dell’impero austro-ungarico. E’ nota la perennità della pace fondata dal solenne e sanctimonious  ex-rettore di Princeton.

Si fa fatica ad ammettere che gli italiani si fossero infatuati di Wilson. Oggi gli Stati Uniti sono universalmente percepiti come l’esatto contrario dell’idealismo che un secolo prima si credeva di riassumere nel nome e nel glabro volto di Thomas Woodrow Wilson. Sono settant’anni che Washington esercita un’egemonia sfrontata, conseguita per ricchezza e potenza, non per storica attitudine all’impero. Forse gli USA non sono propriamente imperialisti, non essendo all’altezza. Sono, per la precisione, il paese più militarista della storia. A Wilson,  stando agli storici, i nostri ingenui nonni e bisnonni attribuirono tutt’altri sentimenti e progetti di quelli che risultano all’inizio del Terzo Millennio. Ovviamente sbagliarono. Un abbaglio gigantesco.

Fu il presidente Wilson a porre le premesse dell’impero americano,  forzando l’America a entrare nella Grande Guerra. Però non fu un guerrafondaio autentico. Lo fu invece, in grande come più non si poteva, il suo discepolo Franklin Delano Roosevelt. Dopo che il New Deal ebbe esaurito le sue possibilità rigeneratrici (negli USA il pieno impiego tornò solo con la mobilitazione per il massimo dei conflitti) F D Roosevelt governò, anzi visse, solo per capeggiare la controffensiva dell’Occidente demo-plutocratico contro l’Asse e il Tripartito. In particolare ben prima di Pearl Harbor mobilitò contro Germania e Giappone la Marina,  poi lo smisurato potenziale economico del Nuovo Mondo. A partire dal 1930  FDR avversò e angariò il Giappone sapendo di provocarlo ad attaccare. Quando proclamò che il giorno dell’attacco a Pearl  Harbor era stato “the day of infamy” mentì spudoratamente.

I successori di Roosevelt alla Casa Bianca hanno condotto guerre e campagne più o meno

crudeli e devastatrici, più o meno fallite, più o meno camuffate, tutte intese a dilatare l’impero americano. L’Ucraina è il conato imperialista più recente. Lì la maggioranza nazionalista può certamente inclinare a saldarsi all’Occidente, ma le sue regioni orientali no. E’ oggettivamente predatorio da parte di Washington  cercare di impossessarsi con la propaganda, col denaro, con la diplomazia, con le armi, di una parte della millenaria sfera di Mosca, anzi del cuore stesso della Russia.

Ridono di sé i nostri padri e nonni, quando da lassù vedono le opere buone del wilsoniano Obama, premio Nobel per la pace, signore dei droni e remoto emulo del Professore dei Quattordici Punti, cui riuscì di farsi credere Cor Cordium.

Anthony Cobeinsy

THE EVISCERATION OF THE AMERICAN UNIVERSITY

Admiral William McRaven, head of the US Special Operations Command, has been chosen as chancellor of the University of Texas system upon his retirement in the fall from the military. And he is not the first military officer, or national security official, to be chosen to head an American university or college, either. Is he the right man for the job? Here’s a sample of the kind of wisdom he will bring to the job: “If you want to change the world, start by making your bed.” Now, the premise here is that by making your bed “to perfection” (his personal goal for those serving under him), you transfer that energy and diligence of effort to everything else. In McRaven’s words, “Making the bed will also reinforce the fact that little things matter. If you can’t do the little things right, you will never do the big things right.” Let us scrutinize more closely this proffered path of wisdom.

First, we must reflect upon the source. McRaven is an admiral in charge of a secretive military command, which includes the Navy Seals. The Seals have a training regimen wherein every tiny detail does indeed matter. When a military mission is established, the training for it rests upon countless small details executed to perfection. A failure in the small things here will almost certainly mean grave difficulties somewhere down the line. So for McRaven’s troops, his wisdom isn’t “decorative,” but may well prove to be the difference between a mission’s  success or failure, and a Navy Seal’s life or death.  The difficulty here, of course, is that he will now become the chancellor of a prestigious university system. Are the two—the military and the university—similar enough so that his vision, wisdom, and expertise in the one area can be transferred successfully to the other? Or are the two fields sufficiently different in nature that success in one does not automatically imply success in the other?

Let us examine the nature of education. Education is, or ought to be, chiefly about inquiry and self-growth: the gaining of knowledge and insight, and especially, in a good liberal arts program, the gaining of a general, but deep knowledge, of reality itself.

But making one’s bed—where does this fit in? In my opinion, it doesn’t! And that is what is so worrisome to me about having an admiral become head of a university. Making one’s bed, like the mandatory daily polishing of one’s military-issue shoes, is merely an act of obedience; it signifies nothing more. Inquiry, on the other hand, drives, or ought to drive education; but that is the opposite of what McRaven has spent a life-time doing, viz., ordering people to carry out his commands. Men under him don’t question his orders; they blindly execute them. That’s what makes the military the efficient force that it is. An admiral commands: a soldier obeys, period.

But nothing could be further from the Academy than obedience for obedience  sake; where inquiry, or dissent,  thereby is stifled.  Academics need encouragement and freedom in order to strike out in new or different directions. Can McRaven reverse sails so late in life, encourage  freedom of thought, and tolerate dissent when up to now conformity and obedience were his twin gods?

What is troubling to me is his use of the metaphor of making one’s bed in an academic context. Ideas are not obedient soldiers. And academicians do not blindly follow others but think for themselves, choose their own goals as well as the means to achieve them. Courage, not obedience, is the chief virtue in the Academy, as can be seen clearly through the lens of history, where new ideas all too often have encountered intractable resistance and even violence. The history of astronomy painfully attests to this resistance to truth and the pressures to conform to the prevailing opinions—or the current national shame of creationism, which confuses belief with fact, and is summarily dismissive of the scientific method, which is one of the indispensable pillars of the Academy. Can one used to ordering others suddenly encourage, even promote, independent thinking and acting?

There are other issues as well—for example, the small numbers of blacks in the UT system. How does “making your bed” address the problem of racial under-representation? Or address the sinister shift in the goals of education, through the money and influence of Corporate America, which wants to train students merely to be good and productive employees for their business, rather than train their mind for life’s challenges that lay ahead.

Education is further endangered by its dependence upon, and glorification of, college athletics. Education today often seems to be less important to a university than having a championship team. And with athletics so closely tied to multi-million dollar media contracts, the importance of education is diminished amid the media-hype of sports and the deification of athletes—even to the point of institutional grade-fixing. Adding to the problem created by the media is a professional athlete’s multi-million dollar salary. When student-athletes leave school early in order to sign a big contract, the message they convey to our young—a message supported by the university—is “Sports are more important than education, and for a good athlete, more lucrative.”

With all media today owned by only a handful of individuals or corporations (this by itself constitutes a grave threat to our democracy), and being right-wing to boot, society rarely gets treated to the presentation of an issue which is (more or less) free of ideological bias. Education ought to be the one place where independent inquiry is pursued for its own sake, with the results informing society. If instead of inquiry for its own sake we have corporate money, ideology, sports, and the media influencing education, then are we on the fast track to educational irrelevance. Given these circumstances, I worry whether a chancellor who believes in the perfect execution of small (unimportant) details, can, in a non-military setting, provide the kind of leadership our universities need if they are to be the agent of both change and stability that has historically defined them. Can one used to unflinching obedience change course mid-stream and welcome debate and disagreement? Can one not just tolerate but honor the “arrogance of dissent?”

Common wisdom has it that “You can’t teach an old dog new tricks.” And that is precisely my worry.

Len Sive Jr.

MACELLAI DI POPOLI: NON SOLO QUELLI DEL 1914 MA ANCHE I MANDANTI DELLA ‘RESISTENCIA’ SPAGNOLA

E’ l’anno, a un secolo dalla Grande Guerra, che il mondo esecra come mai in passato i bellicisti che vollero il massacro. E’ sacrosanto così, naturalmente. Non è giusta, tuttavia, l’amnistia che il pensiero unico assegna alle iniziative belliche minori, quelle da alcune migliaia -invece che alcuni milioni- di morti e di drammi: magari nel nome di ideologie piuttosto che di patrie. Per esempio le Resistenze partigiane contro l’occupatore nazista, dopo il rovesciamento delle sorti belliche, uccisero più civili innocenti che militari germanici: data la certezza di rappresaglie inesorabili sulle popolazioni (non potevano mettersi in salvo come di solito i guerriglieri). Queste Resistenze cessarono col trionfo degli Alleati, non delle bande partigiane. Ma almeno queste ultime poterono vantarsi compartecipi della vittoria.

Non così la fallimentare “Resistencia armada”  che i comunisti di Spagna vollero lanciare, specialmente a partire dall’ottobre 1944, contro il regime vittorioso. La Guerra Civile era finita nel marzo 1939 con la totale disfatta della Repubblica. Il grosso dei reparti  sfuggiti all’ annientamento o alla cattura erano riparati in Francia e lì internati senza troppi  riguardi nei campi di concentramento allestiti da Parigi per  gli ex-amici repubblicani. Nel porto di Alicante, ultimo lembo di Spagna non ancora raggiunto dai vincitori, molti di quanti avevano sperato di imbarcarsi su navi britanniche si erano tolti la vita. Gli altri erano stati catturati, con prospettive di clemenza infime.

Nelle settimane precedenti gli ultimi reparti comunisti si erano scontrati in armi con tutte le altre forze repubblicane, capeggiate dal colonnello Casado. Esse volevano la resa immediata, i comunisti esigevano la guerra ad oltranza, sul principio assurdo che “resistir es vencer”. Juan Negrin, capo dell’ultimo governo della Repubblica, condivideva il principio: nel marzo 1939 mancavano cinque mesi allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Se la Repubblica, ridotta allo stremo, avesse potuto reggere cinque mesi gli avversari dell’Asse, amici di tutti i democratici, avrebbero salvato la Repubblica. La storia ha dimostrato che il ragionamento era campato per aria. La Francia stava per subire la peggiore sconfitta della sua storia. La Gran Bretagna correva pericolo d’invasione. Gli Stati Uniti ancora isolazionisti non avrebbero in alcun caso salvato un governo a controllo comunista, per di più già irrimediabilmente sconfitto. Infatti pochi anni dopo Washington prenderà Franco per alleato.

Consumatasi la tragedia della Guerra Civile e dello scontro tra antifranchisti, il Partito comunista mandò in volo nell’Urss i suoi dirigenti principali e si impegnò subito nella riorganizzazione dei militanti finiti nei campi di concentramento di Francia. Caduta quest’ultima, i nuclei comunisti si unirono al Maquis, aiutati/sobillati dal Pcf clandestino. Un dirigente comunista minore, Jesus Monzon Reparaz, che nella Repubblica era stato un pubblico ministero, riuscì a radunare nel Midi una banda guerrigliera che raggiunse una ragguardevole consistenza: sei “brigate” che, dopo lo sbarco alleato in Normandia, molestarono con qualche successo le unità tedesche in ritirata.

In questa fase l’esercito di Monzon si dà una struttura militare classica, con ‘ufficiali’, qualche ‘generale’ e paghe regolari. Ai primi dell’ottobre 1944 Monzon, che ora si considera capo dei comunisti spagnoli, lancia la sua ‘invasione’ della Navarra, naturalmente sgominata in pochi giorni. La penetrazione in un’altra valle pirenaica dura qualche giorno di più, ma l’esito è uguale e le perdite pesantissime. I guerriglieri di Monzon sarebbero stati trucidati fino all’ultimo se  il Partito comunista ufficiale non avesse mandato Santiago Carrillo a ordinare la fine dell’avventura che voleva ‘liberare’ la Spagna con bande partigiane trasformate in esercito di conquista. Jesus Monzon viene degradato e  successivamente dichiarato traditore. Il ‘monzonismo’ diventa un’altra delle deviazioni dalla linea.

Se l’invasione della Navarra fu un disastro, il Partito comunista condusse operazioni guerrigliere nelle regioni montagnose della Spagna fin verso il 1949; una minuscola banda riuscì a sopravvivere come nucleo di fuorilegge fino al 1955. Comunque i resistenti  ce la misero tutta,  pagarono fino in fondo, offrendo la vita e normalmente perdendola, per una causa senza speranza. La Spagna era stanca di guerre, preferiva Franco, detestava la guerriglia, i cui eroismi erano inevitabilmente crimini.

Secondo dati probabilmente attendibili, i bandoleros comunisti (a volte anarchici) uccisero oltre 900 persone, compirono almeno 8000 tra sabotaggi, sequestri, rapine a mano armata, altri delitti. Privi dei rifornimenti e sostegni esterni che erano andati ad altre guerriglie, le bande, per sopravvivere, non potevano che rubare, rapinare, catturare e all’occorrenza ammazzare ostaggi. Furono uccisi cacciatori e pastori per i loro fucili. Avvnnero tutte le ferocie del banditismo politico e delle rappresaglie del potere. Gli scontri a fuoco con Guardia Civil e reparti dell’esercito furono probabilmente oltre 1800. Più di 2000 partigiani furono uccisi. La maggior parte di quelli caduti prigionieri furono successivamente messi a morte da una giustizia militare che non conosceva la clemenza.

Le popolazioni delle zone di attività partigiana non insorsero affatto in appoggio alla guerriglia, ma collaborarono sul campo con la repressione. Gli spagnoli avversarono duramente la Resistencia; cioè difesero lo Stato franchista. Dunque la plancia comando comunista condannò a morte quasi certa i resistenti di Spagna. Il regime non fu mai in pericolo e negli anni Cinquanta, coll’avvio dello sviluppo, poi del miracolo economico, si potenziò definitivamente.  E’ provato al di là di ogni dubbio: Dolores Ibarruri, la Pasionaria, e gli altri capi comunisti non ebbero a cuore la vita umana più dei macellai di popoli del 1914.

A.M.Calderazzi

EVIL UNOPPOSED

Europe today is experiencing déjà vu: a frightful reliving of the accommodation to evil of the 1930’s, when France, England, and Italy permitted Hitler’s seizing of the outer rim of Czechoslovakia  which bordered  on Germany, called the Sudetenland, and   home to Czechoslovakia’s approximately three million ethnic Germans. The Sudetenland was an important industrial and banking area; it also formed Czechoslovakia’s formidable defense perimeter—a perimeter so heavily fortified that Hitler himself acknowledged that had he been forced to attack it, his troops would have suffered very heavy losses. But he didn’t have to worry: for Europe handed it to him, gratis.

Hitler’s pretext for wanting to absorb the Sudetenland was the skillfully managed propaganda campaign of public discontent among Czechoslovakia’s three million Germans. Putin has surely read his history, for he accomplished the same feat in Crimea. This manufacturing of discontent today among Russian-speaking peoples, in the Ukraine and in other nations, is Putin’s rationale for seizing the former territories of the Soviet Union. This is the same pretext for intervention that Putin used earlier when he invaded Georgia. And just as Hitler counted on a muted response from the West to his annexation of the Sudetenland—and was not disappointed—so Putin harbors similar expectations: If he invades eastern Ukraine, as now seems a real possibility with the buildup of tens of thousands of heavily armed Russian troops on the Ukrainian border, buttressed by tanks, artillery, missiles, and other heavy weaponry—Putin is counting on NATO being too timid to engage Russia’s upgraded, well-trained modern military.  In this he is undoubtedly prescient. Europeans have so far evidenced no stomach for war, least of all on European soil. To the world’s shame, it appears that Ukraine must stand or fall by her own efforts. The European powers in the 30’s sacrificed Czechoslovakia to Hitler’s ever-growing geo-political ambitions, through its policy of appeasement, hoping that his libido dominandi would soon be sated…but it wasn’t. Churchill said at the time to the appeasers, “You were given the choice between war and dishonor. You chose dishonor, and you will have war.” Is it déjà-vu in Europe?

It is always surprising to see, in every age, how many people either turn a blind eye towards evil, or rationalize it, or else sanction it by adverting to the Bible, in their bid to clothe their complicity in the garb of righteousness. France is adamant about honoring her military  contract  with Russia for the sale of two Mistral-class amphibious assault warships, which will undoubtedly be used in the future against other former Soviet Block countries as Putin proceeds step-by-step with his plan of Russian Empire-reconstruction. France is selling these powerful ships in spite of Russia’s dishonorable direct support, and now open leadership, of the Ukrainian Separatists, the downing of the Malaysian airliner with a Russian missile causing 300 deaths (which the UN says may well be a war crime),  evidence tampering at the crash site so that no direct evidence can  link Russia to the passenger jet, the looting of personal possessions from the bodies of the dead, the Separatists’ refusal to collect all of the bodies strewn helter-skelter around the crash site, and an unending stream of bald-faced lies and childish, pathetic  responses from Moscow.

The British, too, until now, have refused to allow any broad economic sanctions against Russia, fearing that they might hurt London’s commercial banking/investment business; and in Germany, arms manufacturers are anxious to finalize their quarter of a billion arms sales to Russia, which includes an important battle simulator, since not to do so would result in lower earnings for the arms sector. For the modern corporation, to its shame, it is always profit before honor: Profit ueber Alles!

We are on earth, at our longest measure, for 6 or 7 fully productive decades, then comes The Final Wait, when our life-journey’s trajectory shall, upon death, be  scrutinized in the harsh light of eternal principles. Yet there are many who nevertheless prize these few decades above all law and morality. Putin is one of them. U.S. Vice-President Joseph Biden brazenly told Putin that when he looked into his eyes, he could find no evidence of a soul. “Then we understand each other precisely,” replied Putin, agreeing completely with Biden’s psychical diagnosis.

Long association with evil, as has been true with Putin, does indeed destroy one’s soul. But so too does accommodation to evil. The West has yet to stand up fully to Putin, fearful of suffering either economic or military consequences. But by not doing so they stand with Putin, not against him.  There is now talk of real economic sanctions being levied against Russia after the downing of the aircraft. If true, they come none too soon. Like it or not, righteousness is a strict Either/Or. We either oppose Putin in unity, sure of our just cause, come-what-may, or else we join hands with him in aiding and abetting his unjust cause. But we can’t do both.

Len Sive Jr.

ALTRUISM VS SELFISHNESS: OR, CAN WESTERN CULTURE BE SAVED?

        Only the supersensory, superlogical, unmediated merging of the object and subject into
seamless oneness allows an adequate knowledge of the object or the true reality.

                                                                                                                        –Pitirm A. Sorokin

For well over a century now, several of the West’s deepest and most sensitive thinkers and writers have been experiencing what they believe to be a gradual, but real, decline in western culture. And increasingly today many others also feel this cultural malaise deep in their soul. Something–we know not what–appears to have gone drastically wrong with our life and culture.  Our world since the 1960’s has been slowly disintegrating before our very eyes. Reality has become increasingly disorienting, meaningless, uncharitable, harsh, violent, selfish, unforgiving. Participation in creative activities, such as writing or painting, or participation in a religious institution, may, for some, momentarily counter their disorientation, hopelessness, and anguish; but subconsciously they remain aware of how close we are to another world war, this time possibly a nuclear one; aware, too, of a society witnessing a breakdown of family values; a decline of morals; a lack of common decency; disregard for law and order; a growing, and dangerous, sense of boredom and despair; a lack of “love of one’s neighbor,” and a worrisome grandiose narcissism and solipsism.

Nature, through global warming (which the Right, for merely selfish pecuniary reasons at the behest of Corporate America, refuses even today to acknowledge), contributes to this sense of impending doom through its increasing climatic fury, winter and summer. The gentle, nourishing (“Mother”) Nature felt body and soul by the English 18th c. and 19th c.  Romantic poets (a Nature which I too knew and loved as a boy) seems now but a distant memory amid increasingly catastrophic rain and snow storms, earthquakes, Tsunamis, tornados and hurricanes, withering dry spells, gigantic forest fires, deadly flash floods, extreme temperatures, and other disturbing climatic phenomena. It seems as if Nature now at long last is betraying the heart that never truly loved her. Her relentless fury and unpredictability, superadded to our sense of foreboding of our cultural decline, on top of a world-wide recession brought on by the unrestrained, and unregulated, greed of our banking, real estate, and investment sectors, has only increased both our individual and collective sense of anomie and despair.

So, what can we do? How can we, in our own small way, make a contribution to a world in desperate need of a new way of being ? Pitrim A. Sorokin, a name not widely known today, though very well known in the middle  part of the last century—the founder of the Department of Sociology at Harvard University and later The Harvard Research Center in Altruistic Integration and Creativity—has studied altruism in depth. Not surprising to those who have sought to live a life of giving rather than taking, of loving rather than using or hating, Sorokin finds that altruistic personalities “exhibit a remarkable vitality, a long duration of life, an unperturbable peace of mind, and an ineffably rich happiness. In opposition to a sensate utilitarianist or hedonist, it could be said that ‘it pays to be unselfish, loving, and saintly.’”

This, then, is what our western culture desperately needs: a new orientation through “the energy of love,” as Sorokin has termed it. If our culture and race are to survive, then we must band together to seek the welfare of people everywhere: a true sense of “globalization,” founded not on economic imperialism, but rather the virtues (and divine attributes) of love, goodness, truth, and beauty. Only then—if then—can we hope to head off a further decline in western culture, strive to undo the malicious effects of global warming, and seek for all, as our national creed,  a life that begins and ends with “service to others” rather than the all-too-common, and death-dealing,  creed of  “Me–first, middle, and last.”

Len Sive Jr.

L’ABBAGLIO DI CREDERE CHE IL POPOLO AMASSE LA REPUBBLICA EROICA DI HEMINGWAY

Tra il 1936 e il 1939 il fratricidio spagnolo distorse il mestiere del corrispondente di guerra. Nel passato egli riferiva sugli eventi nella loro oggettività, ossia nei fatti. Informava,  rinunciando di solito a discriminare in funzione delle ragioni e dei valori dei contendenti. Il conflitto di Spagna trasformò i corrispondenti in fautori e in avversari. 78 anni fa gli inviati italiani, tedeschi e portoghesi -questi ultimi grazie a Salazar- condivisero la causa franchista. La maggior parte dei giornalisti del resto del mondo, in testa quelli sovietici e messicani, parteggiarono per la Repubblica progressista, antifascista, anticlericale. Dati i termini fortemente ideologici del conflitto, fu logico così: ma non è detto che i proletari di Spagna consonassero veramente coi giornalisti ‘impegnati’.

Non va passato sotto silenzio il forte dislivello intellettuale tra i due schieramenti di giornalisti. In quello di destra i soli che godevano di una reputazione importante furono gli spagnoli Ramiro de Maeztu e, un po’ meno, José Maria Peman; più qualche anglosassone di modica fama. Invece avvamparono anzi procombettero per il ‘No Pasaran’ scrittori e intellettuali di cui sappiamo tutto, a volte sappiamo più del giusto: Ernest Hemingway, Ilia Ehrenburg, André Malraux, Arthur Koestler, W.H.Auden, Antoine de Saint Exupéry, John Dos Passos, George Orwell, Langston Hughes. Coll’aggiunta di giornalisti di meno gloria ma abbastanza lanciati, quali Martha Gellhorn (sposerà, a tempo, Hemingway). Non furono molti i giornalisti ‘puri’, poi destinati a primeggiare in patria: vedasi Montanelli. Come che sia, c’è chi ha chiamato la Guerra civile “la edad de oro de los corresponsales en el extranjero”.

Joe Allen del Chicago Daily Tribune, uno dei giornalisti più provetti, riuscì ad intervistare José Antonio Primo de Rivera, l’eroe buono e quasi il Lohengrin del falangismo, nel carcere di Alicante il 3 ottobre 1936, cinque settimane prima della fucilazione; anzi José Antonio era già stato dato per ucciso. Per poter accedere al condannato,  Allen dové convincere in due tese riunioni gli anarchici che dominavano il locale Comitato d’ordine pubblico: non permettendo l’intervista avrebbero confermato che la Repubblica non controllava gli anarchici, e nemmeno Alicante. Quando il giornalista venne in contatto con José Antonio, questi gli apparve furibondo per un’accusa di cui aveva avuto sentore: quella d’avere tradito, per compiacere ai generali golpisti, la vocazione sua e della Falange a lottare per una conversione sociale della destra spagnola. “Ritirerò i miei falangisti dalla ‘Causa’. Ho sempre maledetto l’egoismo dei privilegiati e dei ricchi. Mi hanno chiamato eretico. Mi hanno chiamato bolscevico!”. Nel suo reportage Allen, aperto filo-repubblicano e antifascista, insinuò che forse José Antonio, marchese e Grande di Spagna, dilatava il suo profilo ‘sociale’ per mitigare l’ostilità dei carcerieri. Il fondatore della Falange fu fucilato a trentatre anni l’11 novembre.

Pochi anni prima si era buttato in una mischia politica già drammatica per riscattare l’opera

storica di suo padre Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 si era fatto dittatore della Spagna con un colpo di stato militare concepito e attuato così bene da vincere senza usare le armi, senza sangue. Il paese approvò, tanto grave era la situazione. Il sistema dei notabili liberal-conservatori crollò di colpo. Le sole riserve, inefficaci, furono quelle degli intellettuali. Il regime ottenne immediatamente la collaborazione dell’unica grande forza di sinistra, il Partito socialista, allora non controllato da personaggi corrotti quali quelli che Felipe Gonzales porterà al potere nel 1982.

L’intervista di Allen al morituro che rivendicava la propria coerenza di fascista sociale e si confermava nemico dell’ottuso egoismo delle destre franchiste, resta uno dei momenti più alti dell’impegno morale del giornalismo, nonché uno scoop eccezionale. La storia della Spagna sarebbe stata meno tragica se il padre di José Antonio non fosse stato abbattuto nel 1930 dalla finanza e dai grandi agrari: non dall’opposizione intellettuale/studentesca.

 

Resta il fatto che nella Guerra Civile quasi tutti i giornalisti famosi fecero il tifo per la repubblica, antagonizzando in genere i direttori e gli editori, mettendocela tutta per guadagnare i lettori alla loro scelta. Per quanto grandi fossero il talento e l’antifascismo dei maggiori corrispondenti, il giornalismo occidentale -degli Stati Uniti e dei paesi che cinque mesi dopo il trionfo di Franco si sarebbero trovati in guerra col Reich- fallì alla prova.

Fu anzitutto un fallimento professionale. Se compito del giornalismo politico è capire la realtà profonda prima di descriverla, i grandi inviati lo mancarono. Presi dall’eccitazione dei dispacci dal fronte, e più ancora dalla galvanizzazione ideologica, non si accorsero che nel quinquennio prima d’essere assaltata la Repubblica non aveva prodotto quasi nulla di sostanziale: non la terra ai contadini, non la cogestione delle imprese agli operai, non le provvidenze alla gente minuta che viveva di stenti ai margini dei processi produttivi. Sul piano delle misure concrete -case, più lavoro, un inizio di sanità pubblica, la fondazione del Welfare- i proletari avevano ricevuto molto più dal Generale dittatore.

Risultato: dal giorno che la guerra civile finì, il popolo accettò Franco. E quando, negli anni Quaranta, il vertice comunista riparato all’estero credette di riaprire il conflitto con una “Resistencia armada” -nell’illusione che l’Occidente si proponesse di detronizzare Franco dopo il trionfo sull’Asse-; quando dunque fu tentata la Resistencia, gli ex repubblicani, soprattutto i proletari, non si sollevarono affatto in appoggio alla bande antifranchiste. Al contrario collaborarono sul campo con la Guardia Civil e con le altre forze di repressione che sterminavano senza pietà i partigiani/bandoleros  cioè banditi (per mangiare questi ultimi non potevano non rapinare, qualche volta uccidere, i contadini;  e i contadini si vendicavano).

Spenti del tutto gli ultimi conati comunisti (la Resistencia fu solo rossa), il regime riuscì gradualmente a cancellare le ferite della guerra. Con gli anni Cinquanta cominciarono gli investimenti e il turismo. I primi modesti passi della prosperità guadagnarono di colpo alla Pax di Franco quella classe lavoratrice che i giornalisti-letterati avevano mitizzato come  protagonista della più strenua delle epopee.

Niente di tutto questo seppero presagire le grandi firme, stordite dall’epopea. Non presagirono perché si ingannarono sul reale significato della Repubblica. Essa fece fremere i Machado i Malraux i Picasso gli Hemingway; alle classi povere dette una messe stragrande di slogan settari, dette incitamenti a lottare e a morire. Verso la fine, nel 1938, quando con la disfatta dell’Ebro tutto era già perduto, la Pasionaria garantì persino che “resistere vuol dire vincere”.  Invece volle dire moltissime vittime in più e la fine. La Repubblica dette, è vero, anche molte delle scuole elementari che la Dittatura, ferita dalla crisi finanziaria, non era riuscita a costruire. Però la Repubblica dette le scuole invece del pane; e le dette soprattutto perché gli analfabeti potessero compitare gli slogan e la glorificazione della lotta.

Nelle ultime settimane di guerra i repubblicani si combatterono ferocemente tra loro: i comunisti contro tutti gli altri. Si morì a migliaia. Per capire la Spagna i romanzieri di troppo successo quali il bardo di Per chi suona la campana avrebbero fatto bene ad avvicinarsi ai padri di famiglia, invece che agli intellettuali sulla Senna e a Hollywood.

A.M.C.

YAHOO’S SHAMELESS DISTORTION OF THE NEWS TO FAVOR THE NRA

We all know that most of the media is owned by a handful of people or corporations (e.g., General Electric owns NBC and Rupert Murdoch, FOX), and that nearly all media are run by ideological right-wing Republicans; and we all know further that the last thing right-wing Republicans offer the public is impartiality of news and commentary. (Fox News is its own best witness to this shameful fact.) But Google-owned Yahoo—solidly in the right-wing camp as any perusal of its on-line news reporting and commentary can verify—shamelessly left out 50% of the recent Santa Barbara shooting story.

A father of one of the students who was murdered spoke to the press about the pain and grief of his son’s death, and of his anger at the politicians who refused to pass gun restriction laws after the killings at Sandy Hook, CT.  Yahoo left out, conspicuously, the father’s loud and very emotional condemnation of the NRA for its role in facilitating gun violence .Because his “whole body and soul” anger at the NRA was so visceral, visibly shaking every fiber in his grief-torn body, it is all the more surprising that this was edited out of the story so that not one mention was made of the NRA! Yahoo’s reporter, Dana Feldman, is either completely incompetent as a journalist or else (more likely) was instructed by her superiors to edit the father’s speech so as not to blame the NRA.

Is there anywhere in the US where the NRA’s influence does NOT extend? The Right has complained about Big Government’s influence in our everyday life. But government’s influence is nothing compared to the NRA’s. Ironically, the Tea Party folk—NRA advocates one and all—support a movement that is profoundly un-democratic! It is their patrons—the wealthiest 1%–who now rule undemocratically. But they are too blind to see it—or they approve of it.

The anguish of Mr. Martinez, the dead boy’s father, could have turned even hearts of stone to wax—except of course those of the NRA, with its many psychopathological gun enthusiasts.          These people suffer from a combination of several severe psychological disorders. They evidence an utter lack of emotional maturity and self-confident masculinity; they possess a grossly underdeveloped intellect, and with no ability to reason logically; they have no capability to empathize with others; and, additionally, they suffer from paranoia and grandiose narcissism.

As Jesus knew only too well, it is all too easy to bring violence and hate into the world; but the kingdom of heaven is reserved for peacemakers.  It’s peopled only by  those who bring love and mercy,  goodness and truth,  to our harsh and broken world. Of that unimaginably beautiful world, God’s kingdom, where reason and love rule high and low, the NRA and its proselytes can have no part, for they fundamentally oppose His  message of a kingdom of Peace, Non-violence, and Love. Heaven is for those who have practiced God’s love in this life through endless trials: hell, for those who have rejected God’s love for lust of violence and hate.

The NRA, through its lobbying, exercises almost absolute power in Congress and across America. Chris Christie, the Republican governor of New Jersey, just vetoed a modest gun proposal that would have limited the number of shells in a gun clip. Not even that (token) gun measure gets passed due to the power of the NRA. No doubt Gov. Christie heard the “clink, clink, clink” of campaign cash contributions as he signed his name, vetoing the bill. “You scratch my back, I scratch yours.” And if this further imperils our nation’s children—well, so much the worse for our children!

Len Sive Jr.

ANCHE L’AMERICA EBBE IL SUO RENZI. ATTENTO MATTEO: ALLA FINE LO RIPUDIO’

A giudizio di non pochi storici, Theodore Roosevelt resta, con Lincoln, il più amato dei presidenti degli Stati Uniti. Citiamo solo l’opinione di Hermann Hagedorn: “It can be said of Washington that he founded the American nation, and of Lincoln that he preserved it; it can be said that Roosevelt revitalized it”. Per molti versi il primo Roosevelt fu il Matteo Renzi, il Rottamatore di una parte delle prassi e delle idee politiche, della nazione americana a un secolo e un quarto dalla sua nascita. Ingigantendosi il paese, i Robber Barons e il grande capitale in genere stavano non solo impadronendosi della realtà materiale, anche spegnendo le “virtù” che fino allora avevano contrapposto il Nuovo Continente al Vecchio.

Arrivò Roosevelt e caricò a testa bassa i professionisti della politica come malversazione e rapina. Lo spirito comunitario, cioè civico, dei Padri Pellegrini e dei pionieri andava consumandosi; egli contrappose gli interessi della nazione a quelli degli schieramenti e dei gruppi. Si affermò e governò come repubblicano. Ma, primo dei tre presidenti ‘progressisti’, non fece proprie le tradizionali posizioni di sinistra: asserì il cambiamento, l’interesse collettivo, la necessità di riforme, non il sinistrismo.

Sono alcune delle affinità con Renzi. Prime tra le altre, l’età giovane, il carisma, l’ascesa fenomenale. Eletto a 23 anni nell’Assemblea ad Albany dello Stato di New York, sei settimane dopo si rivela con una clamorosa mozione per l’impeachment di un alto magistrato che si era dimostrato amico di quella che definisce “the wealthy criminal class”

(egli appartiene al wealthy ma non criminal patriziato olandese che fondò la Nuova Amsterdam). Tre anni dopo Roosevelt è il candidato repubblicano per la presidenza dell’Assemlea; soprattutto capeggia un gruppo di giovani politici che vogliono “a new spirit”, cioè rifiutano i vecchi equilibri.

Theodore non  ha fatto il boy scout come Renzi, ma si spinge molto più avanti nel vivere la natura: nel 1884 va ad allevare mandrie bovine nel ranch che ha fatto sorgere nelle Bad Lands del Dakota occidentale, sul Little Missouri River. Per tre anni fa l’ardua vita del cowboy, e tra l’altro si inizia a quella caccia dei selvatici grossi che lo caratterizzerà in prosieguo. Il partito che nel 1912 lancerà dopo essersi contrapposto al repubblicanesimo conservatore di William H.Taft, suo successore alla Casa Bianca, sarà contraddistinto come Bull Moose (alce maschio) Party. La vocazione del Nostro per l’outdoor e per l’ambiente  quintuplicherà negli anni della Casa Bianca i parchi naturali di proprietà federale.  Nel Dakota capeggia, con la stella di deputy sheriff, una lega di allevatori armati contro i fuorilegge che rubano bestiame. E nella guerra contro la Spagna (1898) guida alla carica un proprio reggimento di cavalleggeri volontari, i Rough Riders.

Messo a capo a 37 anni del Police Board di New York, il successo contro la corruzione è tale da diventare subito il politico più importante della Grande Mela e dello Stato. A 40 anni è governatore, poco dopo vicepresidente degli Stati Uniti. Assassinato nel 1901 il presidente McKinley, gli succede alla Casa Bianca. A 43 anni non compiuti, Th. Roosevelt è il più giovane presidente degli Stati Uniti fino a quel momento.

Il primo atto importante dalla Casa Bianca è di attaccare il Big Business: ottiene dalla Corte Suprema lo scioglimento della Northern Securities Company dei miliardari J.P.Morgan, Edward H.Harriman e J.J.Hill. Quando lo scontro finisce, alcuni anni dopo, si osserva

che “gli Stati Uniti appaiono vicini a una rivoluzione sociale”. Ormai la Casa Bianca assalta frontalmente legigantesche concentrazioni di potere economico: la U.S.Steel, la Standard Oil, la American Sugar Refining, le ferrovie, i grandi produttori di cereali e di carne. Nel 1904 Roosevelt viene confermato alla Casa Bianca col maggior numero di voti mai registrato in precedenza.

Seguono grosse iniziative all’estero, tra cui l’acquisto della Zona del Canale di Panama, l’impulso alla realizzazione del Canale stesso, la mediazione tra Russia e Giappone che mette fine al violento conflitto vinto dai nipponici. A Roosevelt va il premio Nobel per la pace. Egli non è in nulla pacifista, anzi si muove nel contesto programmaticamente imperialista dell’epoca. Tuttavia, pur guadagnato dagli impulsi di gloria  diplomatica e militare, il primo Roosevelt non mira agli acquisti territoriali. E un acceso nazionalista, persino un jingoist;  ma nei suoi anni i territori del West non sono ancora popolati, e nemmeno esplorati, interamente. Le conquiste oltremare non sono necessarie.

L’energia, la capacità di comunicare e di dominare, l’assertività, la volontà di innovare sono dunque tratti comuni a Theodore come a Matteo. Con le differenze dovute: l’imperativo di Renzi, in un paese che declina, è di svecchiare, sburocratizzare, rottamare. Quello del trentasettenne prodigio che aggredì la corruzione nella polizia newyorkese è di combattere i trust e le superfetazioni del capitalismo. Nel suo mandato presidenziale Roosevelt porta in giudizio, soprattutto per violazioni dello Sherman Act, 44 monopoli; infatti prendono a chiamarlo Trustbuster. Non è un uomo di sinistra come non lo è, o lo è poco, Matteo Renzi; però crede fino in fondo che l’America perda la sua specificità giovane e creativa se si rassegna all’egemonia del grande capitale.

Peraltro, come Renzi non si sente legato a schemi ideologici. Anch’egli, alla pari del Fiorentino, mette al centro della politica, e al di sopra delle logiche del parlamentarismo, il ruolo dell’Esecutivo. Anch’egli non sopporta gli schemi del sindacalismo. Nel grande sciopero dei minatori l’uomo della Casa Bianca costringe i padroni a rinunciare all’intransigenza -chiedevano la repressione militare- però non appoggia il riconoscimento delle Unions e l’obbligo delle imprese di assumere prioritariamente i lavoratori sindacalizzati.

La straordinaria capacità di vincere è comune ai due personaggi. Eppure, forse la sconfitta risulterà il destino di entrambi. Roosevelt, che ha respinto le sollecitazioni a farsi rieleggere nel 1908, viene battuto nel 1912 quando tenta di tornare alla Casa Bianca come capo di un partito nuovo, il Progressista o Bull Moose. Alle primarie repubblicane  ha vinto 278 delegati contro i 48 del presidente uscente, il conservatore Taft. Ma i sostenitori di quest’ultimo controllano l’apparato repubblicano, quindi la candidatura va a Taft. La Casa Bianca passa al democratico Woodrow Wilson,  regista nel 1919 della conferenza di Versailles, edificatore di repubbliche fallite -la Cecoslovacchia! la Jugoslavia!- inventore della geniale Società delle Nazioni. Il Bull Moose non ottiene che nove seggi alla Camera dei Rappresentanti, uno solo al Senato. Passate le elezioni la maggior parte degli Alci Maschi rientrano nelle file del partito democratico. Le forze, gli istinti, le abitudini della conservazione prevalgono su 17 anni di entusiasmo dell’America per il Trustbuster.

Roosevelt dedica alla scrittura, i malevoli dicono anche alle consolazioni del whisky, gli ultimi sette anni di vita: morirà a 61 anni (due anni meno longevo del cugino Franklin Delano).

Potrà essere uguale, con una disfatta, la fine politica di Matteo Renzi. Se il Roosevelt italiano andrà avanti con le vittorie a metà o a un quinto, e con gli insuccessi abbelliti -lo smantellamento timido della burocrazia e delle province (licenziamenti zero); il mantenimento di un Senato che invece è da abolire o da trasformare in Camera dei Sorteggiati; la rinuncia ad azzerare lo spreco di Stato; il vero e proprio reato di non chiudere la reggia di Napolitano, più decine di altri palazzi dello sfarzo pontificio, cardinalizio e sabaudo; se il Roosevelt fiorentino continuerà a ignorare la catastrofe dell’immigrazione di massa; se in altri cento modi farà risultare che nulla può a termini  legali la collettività contro i suoi mali; se così andrà, perché il prodigio Renzi non dovrebbe spegnersi come il prodigio Th.Roosevelt si spense centodue anni fa?

Anthony Cobeinsy

THE PUTIN GAMBIT—CHECK!

There are some people for whom the most elementary truths are just beyond their ken. Putin is one of these. He just doesn’t get it. People—nations—want to be free. It is just that simple. His KGB background, which depended ultimately on coercion, has saturated his soul so that it is impossible for him to think otherwise. Evil is blind.That’s its fatal weakness. Putin doesn’t get it because he has used force, intimidation, or coercion his entire adult life, with impunity. That’s his vision of reality as well as his personal modus operandi. But people inherently want and need freedom and self-determination. Man was born to be free. If the power of the Soviet Union should miraculously come to life again, so would its fatally coercive nature. Such affects the entire society top to toe, from foreign and domestic policy to academia to personal freedoms and human rights to economics. This many former Soviet Block countries understand only too well and so want nothing to do with Putin’s play for power. Putin blames the West for this, when in reality he has no one to blame but himself.

It is pathetic, yet comical, to watch this ex-spy at work—threatening and bullying (Putin’s a classic bully) to try to keep the West from encroaching on the territory of the former Soviet Union. What is beyond his understanding—and this then makes him a tyrant (and God’s enemy) –is that in foreign policy as in life, threats and bullying are self-defeating. Christ’s “Love your neighbor as well as your enemy” is something Putin, like all tyrants, just can’t understand—because they don’t want to. Had Putin showed the same kind of helping spirit that the EU has shown, earlier to Georgia and Moldova, he might then have got his Ukraine at no extra cost. But to ask a tyrant to become a saint is, of course, impossible. When Putin meets his Maker to receive his judgment, as we all must one day, he will hear this ringing in his ears: “What you did to the least of these, you did unto me.” Only then will tyrants like Putin begin to understand the power and the glory, but also the judgment, of Love—but then it will be too late.

All tyrants and dictators, but also the very wealthy, fail to understand that ALL power, earthly or otherwise, belongs strictly to Almighty God. In imitation of God, all power is meant to be a path to helping others, beginning with the weakest and most vulnerable. Power is never meant to increase one’s wealth or privileges. The powerful on earth stand “in loco parentis,” in place of God the Father. The shepherd uses his position, not to slaughter his sheep but to feed and care for them, and to keep wolves at bay.

God rules with love, our duty (and joy) is to emulate that rule. Such alone satisfies the soul’s hunger for ultimate meaning, and covers all despair, loneliness, and fear—as well as makes life the wonderful gift it is, and ought to be. But to seek earthly power for power’s sake, to glory in it, to use it to dominate and intimidate, to get rich by it—these all go against the grain of God’s Law of Universal Love. Compared to force and violence, threats and intimidation, Love seems out of its league. So the foolish always, in every era, think and believe. “Only the strong survive.” But that inescapable day of judgment skulks all of us, catching us, some sooner, some later, but in the end—everyone. Then shall we see that true power is Love.

“Enter by the narrow gate. For the gate is wide and the way is easy that leads to destruction, and those who enter it are many. For the gate is narrow and the way is hard that leads to life, and those who find it are few.” (Mt. 7:13-14.)

Len Sive Jr.