LE SORPRESE DELLA POLONIA

Quello attuale brilla come uno dei rari momenti di grazia della moderna storia polacca. L’ultimo potrebbe risalire addirittura ad oltre tre secoli fa, quando il re Jan Sobieski salvò, si dice, l’Europa cristiana dall’invasione turca sbaragliando l’esercito del sultano sotto le mura di Vienna assediata. Poco dopo iniziò la spartizione del paese tra i grandi imperi circostanti, largamente agevolata da discordie e fragilità intestine. La riconquista dell’indipendenza alla fine della prima guerra mondiale fu un evento solo brevemente fausto. Il sogno di ripristinare l’antica potenza riannettendo vaste terre ucraine e bielorusse si infranse contro la resistenza, a sua volta aggressiva, della neonata Russia bolscevica. Poteva essere una lezione salutare, ma quando il vecchio Pilsudski, amato “padre della patria”, lasciò il posto a generali e colonnelli più avventatamente baldanzosi di lui, le responsabilità anche polacche contribuirono a provocare la multiforme catastrofe nazionale nel secondo conflitto mondiale.

L’imposizione di un regime comunista ligio all’Unione Sovietica fu in Polonia ancora più forzata che negli altri paesi dell’Est europeo. La controprova venne dalle ben quattro crisi che lo scossero nel giro di una trentina d’anni. Che non solo confermarono, però, l’insofferenza di fondo per l’egemonia sovietica ma evidenziarono altresì una reiterata reazione popolare alla cronica inefficienza della gestione economica, ancor meno capace che negli altri “paesi fratelli” di assicurare sviluppo e benessere. Non per nulla protagonista crescente di un simile rigetto fu la classe operaia, in nome della quale i vari Bierut, Gomulka, Gierek ecc. governavano il paese. Un’insolvenza, questa, che segnava in verità una certa continuità con il periodo precomunista e la differenza, ad esempio, dalla vicina Cecoslovacchia, già marcata nel periodo tra le due guerre mondiali. Le rivolte del 1956, 1970 e 1975 sembravano destinate a ricalcare le orme di quelle del XIX secolo contro il giogo zarista, tanto emblematicamente eroiche (ricordando anche Chopin, del quale si celebra quest’anno il bicentenario) quanto vane. Ma l’ultima, esplosa nel 1979-80, aprì la strada al crollo del “socialismo reale” in tutto l’Est europeo, sia pure con il favore della svolta gorbacioviana al Cremlino.

Neppure l’epopea di Solidarnosc e l’avvento della democrazia bastarono tuttavia a propiziare la ricomparsa di qualcosa che ricordasse i fasti del Medioevo e del Rinascimento. La stella di Lech Walesa si oscurò irreparabilmente ancor prima che il voto popolare, nel 1995, detronizzasse l’eroe di Danzica elevando alla presidenza della Repubblica il post-comunista Kwasniewski, già ministro nel vecchio regime e capace poi di guadagnarsi anche un secondo mandato malgrado l’ostilità di un’estrema destra sempre più agguerrita. Ciò avveniva nel quadro di un’instabilità e conflittualità politica che sfociarono in una nuova svolta nel 2005 con l’ascesa al potere dei gemelli Kaczynski, alla testa di uno schieramento nazional-populista le cui impennate mettevano a dura prova i rapporti con l’Unione europea, nella quale la Polonia era entrata nel 2002 (tre anni dopo l’adesione alla NATO), e quelli già spinosi con la Germania e soprattutto con la Russia.

La transizione all’economia di mercato, già di per sé penosa, diventava così ancor più ardua e caotica. Dopo l’inevitabile crollo iniziale la crescita produttiva prendeva slancio e, sia pure con qualche pausa, si manteneva sostenuta, grazie anche ai copiosi investimenti stranieri e, naturalmente, ai multiformi vantaggi derivanti dall’appartenenza alla UE. Stentava invece a ridursi, ciò nonostante, la disoccupazione, alleviata unicamente da un’altrettanto massiccia emigrazione (circa 2 milioni in totale) soprattutto nell’Europa occidentale. Solo nella piccola Irlanda, ad esempio, trovavano di che vivere 150 mila polacchi. Ugualmente deficitarie erano le finanze pubbliche, sofferenti per la cattiva amministrazione e la diffusa corruzione. In due classifiche elaborate dalla Banca mondiale negli ultimi anni la Polonia figura al 74° posto, dietro persino Romania e Bulgaria, per la qualità della sua burocrazia, e addirittura al 151° su 183 paesi per quanto riguarda il sistema fiscale. Per far tornare i conti si continua a confidare, tra l’altro, sulla privatizzazione dell’apparato produttivo e del patrimonio statale, tuttora lontana dal completamento.

Ora però le cose stanno cambiando o per lo meno promettono di cambiare, e non solo in campo economico. Dall’autunno del 2007 la Polonia “possiede qualcosa di raro nella UE e assolutamente unico nell’Est ex comunista: un governo assennato (sensible) di centro-destra con una maggioranza in parlamento” (Economist, 30 gennaio 2010). E’ il governo capeggiato Donald Tusk, che grazie alla vittoria elettorale della Piattaforma civica (destra liberale) ha soppiantato la coalizione guidata dai gemelli Kaczynski. Prevedere la durata di questa nuova svolta non è facile, con un elettorato finora così volubile come quello polacco. Il quale mostra per ora di gradire la linea più conciliante adottata verso UE e Russia, tendenzialmente contraccambiata da Mosca e agevolata dall’avvento di Obama a Washington, dopo il totale allineamento dei precedenti governi di Varsavia con le politiche di Bush Jr e il corrispondente disaccordo con Berlino e Parigi. E di apprezzare, inoltre, il clima più disteso profilatosi anche all’interno con il freno alle crociate contro il laicismo sui temi etici e all’accanimento contro i residui umani e simbolici di un comunismo ormai sepolto. Kwasniewski, per dire, dopo aver condotto il paese nell’alleanza atlantica confessa oggi che non gli dispiacerebbe fare il segretario generale della NATO.

E’ in campo economico, tuttavia, che si registrano gli sviluppi più rimarchevoli. Contrariamente alle aspettative, l’Europa ex comunista nel suo complesso ha sofferto in misura tollerabile per i riverberi della crisi planetaria. Ma quello che nessuno avrebbe potuto prevedere è che proprio la Polonia sarebbe stato l’unico paese dell’Unione europea ad uscirne indenne e anzi con un nuovo, benché modesto, passo avanti. Mentre tutti gli altri, infatti, hanno subito nel 2009 cali produttivi più o meno pesanti (-4% la media UE), nel suo caso spicca un aumento dell’1,7%, sufficiente ad innalzare il Pil pro capite dal 50% al 56% della media europea e a consentire di fronteggiare con adeguati finanziamenti esteri un deficit di bilancio sempre elevato (7%) ma certo non esorbitante nell’attuale panorama continentale. Un exploit, insomma, che ha sorpreso per primi gli stessi polacchi; “Incredibile: siamo i migliori in Europa”, intitolava già nella scorsa estate il quotidiano Dziennik.

Qualche osservatore attribuisce questo nuovo miracolo europeo anche, se non soprattutto, alla fortuna, dimenticando forse che per un po’ di buona sorte la Polonia avrebbe accumulato storicamente un certo credito. Avranno certo pesato fattori secondari o effimeri quale, ad esempio, il profitto che le filiali polacche della Opel e della Fiat hanno tratto dagli incentivi alla rottamazione in Germania. Idem dicasi per il fatto che banche e assicurazioni, largamente in mano straniera, si erano astenute dal fare incetta di titoli tossici. Per contro, la minore dipendenza dai mercati esterni e le dimensioni relativamente ampie di quello interno costituiscono un oggettivo vantaggio di base. Il Pil nazionale deriva solo per un quarto dalle esportazioni e per circa il 60% dai consumi interni, in continua espansione negli ultimi anni grazie all’aumento, pur controllato benchè costante, delle retribuzioni, che insieme alla riduzione delle imposte ha cominciato a richiamare in patria un numero crescente di emigrati. D’altro canto, se la disoccupazione non è più a due cifre, metà dei senza lavoro lo sono a lungo termine, e il livello di occupazione (55%) rimane il più basso in Europa. Un quarto dell’apparato produttivo, inoltre, lavora in nero. Sono solo alcuni dei problemi che i dirigenti di Varsavia dovranno affrontare nei prossimo futuro, insieme a vari altri quali la riforma delle pensioni e della sanità, il miglioramento delle infrastrutture, l’eventuale rilancio delle privatizzazioni, ecc., per far sì che il miracolo non rimanga episodico e illusorio.

Una sfida non da poco, insomma, che richiederà, ancora e innanzitutto, stabilità politica. E qui va registrata un’altra sorpresa. Si temeva che in un paese alquanto emotivo come la Polonia la tragedia di Smolensk, l’incidente aereo in terra russa nel quale hanno perso la vita nello scorso aprile il presidente della Repubblica Lech Kaczynski e un centinaio di altri politici e dignitari, potesse provocare gravi contraccolpi sia sulla scena interna sia nei rapporti esterni, anche per effetto di facili strumentalizzazioni. Così però non è stato. Mosca e Varsavia si sono comportate, nella circostanza, in modo tale da aggiungere semmai del calore al reciproco avvicinamento diplomatico. Per rimpiazzare il defunto, che aveva ostacolato con i suoi veti l’operato del governo Tusk e il cui mandato era del resto prossimo alla scadenza, è sceso poi in lizza il fratello Jaroslaw, ex premier e numero uno del partito denominato Legge e giustizia. Le sue chances di successo venivano considerate esigue, e in effetti il Kaczynski superstite è stato battuto dal candidato di Piattaforma civica, Bronislaw Komorowski, la cui investitura ha così posto fine in luglio ad una scomoda coabitazione al vertice del potere.

L’ex premier ha tuttavia raccolto parecchi più voti popolari del previsto, grazie non solo alla commozione suscitata nel paese dal suo personale lutto ma anche alla moderazione che ha caratterizzato la sua campagna elettorale a dispetto di una collaudata durezza di stile e di sostanza. Non invece, si direbbe, ad un incipiente, ennesimo cambiamento di vento nel paese. Lo si può dedurre, e vi è qui una terza sorpresa da annotare, dal fatto che sempre in luglio ha potuto svolgersi a Varsavia, inaspettatamente indisturbata, la prima parata del gay pride nell’Europa ex comunista, già vietata in anni precedenti in un clima dominato dalla convergenza tra governo di allora e Chiesa cattolica. Che la tradizionale influenza dell’episcopato fosse in calo e il laicismo invece in ascesa lo aveva già indicato nello scorso dicembre un sondaggio d’opinione secondo cui oltre il 60% dei polacchi accetterebbero un premier omosessuale.

Tutto ciò non significa peraltro che una riscossa dello schieramento nazional-populista sia da escludere. All’ultima prova elettorale Kaczynski si è presentato con un programma imperniato sul mantenimento di uno Stato forte e la difesa dei ceti deboli a spese di quelli privilegiati; è stato calcolato che la sua attuazione costerebbe 15 miliardi di euro, il doppio rispetto al programma di Komorowski. Pura demagogia, facile per chi sta all’opposizione? In attesa del verdetto delle elezioni parlamentari del prossimo anno, va rilevato che anche il candidato post-comunista ha ottenuto nelle presidenziali un risultato migliore del previsto. Un’ulteriore spinta, questa, a maggioranza e governo attuali per cercare il modo di tradurre almeno in parte i recenti successi economici in tangibili benefici sociali, oltre a muoversi con equilibrio e destrezza sul terreno sempre delicato e potenzialmente esplosivo delle libertà e dei diritti civili.

Qualcuno mostra di non dubitare, frattanto, che la Polonia delle sorprese sia in grado di mantenere quanto adesso promette. Secondo il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble, ad esempio, la Polonia diventerà un grande paese, non solo in termini demografici, più presto di quanto non si creda. Formulato oggi da un tedesco competente non meno che autorevole (molti vedono in Schäuble il vero uomo forte dietro Angela Merkel), il pronostico non sembra necessariamente tradire sensi di colpa per il passato o per le non rare manifestazioni, nel suo paese, di scarsa considerazione per le capacità in generale dei vicini orientali e persino di timore per le conseguenze della loro inclusione nella comune casa europea.

F.S.

Quali probabilità ha un paese mediterraneo come l’Egitto di riscattarsi dalla povertà?

Percorrendo le strade del cosiddetto progresso tecnico (meccanizzazione, irrigazione dei campi attraverso canalizzazioni moderne, fertilizzazione chimica) l’Egitto si è trovato ad avere più disoccupazione e ad essere soltanto in grado di offrire gli stessi prodotti derivanti da altre agricolture mediterranee. Con quali risultati per il Paese? Non molto incoraggianti se si pensa che l’Egitto, un paese uso a giocare un ruolo come produttore ed esportatore a livello mondiale, è andato perdendo terreno sul piano della competitività. Le merci egiziane rappresentavano infatti a metà del Novecento lo 0,84% delle esportazioni mondiali mentre mezzo secolo dopo contavano soltanto per lo 0,07% delle esportazioni mondiali, ben 12 volte in meno. A che cosa è dovuto questo tracollo? A una molteplicità di fattori, in parte comuni a tutti i paesi del mondo (come l’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, che ha fatto praticamente cessare la tradizionale correlazione positiva tra nuovi investimenti e nuova occupazione; questo processo si è andato accentuando e accade ora spesso che a nuovi investimenti si accompagni non un aumento bensì una caduta nell’occupazione della forza lavoro) e in parte caratteristici dell’Egitto e di altri paesi del Mediterraneo, Italia inclusa, che si trovano in questi anni presi tra due fuochi:

1) da un lato i Paesi dell’Est-Asia, che promettono di divenire, o di tornare a essere, l’officina del mondo grazie a determinate loro caratteristiche (credute note, ma in sostanza completamente ignorate) unite agli interessi, per definizione di breve periodo, sia delle maggiori imprese di distribuzione del mondo, sia di quelle imprese manifatturiere americane ed europee le quali (credendo di poter mantenere il potere di mercato che erano andate conquistandosi nel corso degli ultimi due secoli) hanno pensato di poter usare a loro beneficio esclusivo quelle caratteristiche delle imprese est-asiatiche (giapponesi, cinesi, taiwanesi, coreane, vietnamite, thailandesi) che credevano fondate su una maggiore laboriosità e desiderio di successo. A tutto ciò si è unito il mito della “sovranità del consumatore” che ha portato, in un clima di indifferenza quasi generale, alla scomparsa di intere industrie da diversi paesi ricchi (elettronica di consumo e automobilistica ne sono buoni esempi), mentre nei settori industriali abbandonati e in altri nuovi si affacciavano imprese di Paesi fino a ieri poverissimi (Cina) o poveri (Corea), tra i soli che a buon diritto potremmo chiamare PVS = Paesi in via di sviluppo;

2) dall’altro lato i Paesi tutt’ora ricchi, compresi tra l’Europa e gli ex-possedimenti europei di colonizzazione bianca, hanno continuato a sostenere le proprie economie facendo leva sui servizi, sfruttando al meglio le più favorevoli condizioni di produzione ovunque si presentassero nel mondo, usando in modo spregiudicato il loro potere economico nei mercati finanziari (e valutari) e quello militare ovunque fosse possibile.

Come l’Italia del passato, così anche l’Egitto (sotto la spinta della crescita demografica) ha dovuto ricorrere all’emigrazione (NOTA) poiché se è vero che la piaga dell’analfabetismo è stata in parte sanata e la scolarizzazione di ogni ordine e grado è andata aumentando, la crescente disoccupazione della forza lavoro ha impedito agli egiziani di usare i benefici derivanti da un’istruzione più diffusa, anche perché in Egitto come ovunque è frequente la non corrispondenza tra tipi di lauree disponibili e tipologia dei laureati richiesti dal mercato del lavoro. Occorre anche aggiungere che la diffusione di macchine automatiche sempre più sofisticate ha RIDOTTO, e non accresciuto, la domanda di personale specializzato.

A proposito di crescita demografica è bene ricordare che l’Egitto nel 1961 (così come la Turchia) aveva una popolazione di 27 milioni (pari alla metà circa di quella di paesi come Francia o Italia) che è aumentata di oltre due volte e mezza nei quattro decenni successivi fino a 70 milioni, mentre i grandi Paesi europei menzionati sfiorano i 60 milioni.

In termini generali si può affermare che l’emigrazione abbia un effetto negativo sullo sviluppo dei Paesi dai quali ha origine, quando si traduce in una migrazione permanente di quella forza lavoro più o meno qualificata, ma comunque nel fiore degli anni, la quale, dopo essere stata cresciuta e formata nel paese povero di origine, va a beneficiare il Paese di destinazione (normalmente ricco) con questo essenziale fattore produttivo al cui svezzamento e formazione il paese ricco non ha minimamente contribuito. La povertà del Paese di origine avrebbe potuto essere alleviata soltanto se le modalità dell’emigrazione avessero implicato che il lavoratore migrante portasse con sé l’intera famiglia allargata, mettendo così a carico del Paese ricco di destinazione l’istruzione dei minori e l’assistenza medico-sanitaria e previdenziale degli anziani.

Le rimesse degli emigranti, che sembrano essere un beneficio che torna al Paese di origine nella forma di reddito prodotto all’estero, non ha sempre connotati positivi poiché si traduce in genere in consumi e non in risparmi che possano trasformarsi in investimenti. Se poi consideriamo che i consumi originati dalle rimesse si indirizzano spesso verso beni durevoli di origine estera, il loro volume finisce per creare ulteriori vincoli alla bilancia commerciale non completamente compensati dalla posta positiva della bilancia delle partite correnti costituita dalle rimesse.

A questo proposito il caso dell’Egitto è emblematico quando guardiamo alle vicende della motorizzazione privata. Negli anni ’40 e ’50 le strade del Cairo erano percorse soprattutto da tram, autobus e filobus e ben poche erano le automobili che non fossero taxi. Gli egiziani appartenenti a ogni ceto sociale facevano uso dei mezzi di trasporto pubblici ai quali si aggiunse presto la rete ferroviaria metropolitana. Il quadro cambiò negli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70 quando fecero la loro comparsa due modelli di automobile di fabbricazione egiziana – pochi ma sempre più richiesti – e soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’70 quando vennero abolite molte restrizioni alle importazioni che, unite ai redditi conseguiti dagli egiziani che andavano a lavorare nei paesi arabi produttori di petrolio, fecero entrare nel Paese una gamma molto vasta di modelli di auto di importazione divenuta rapidamente uno status symbol da esibire.

La scarsa vivibilità del Cairo di oggi (e di qualsiasi area urbana egiziana) in termini di inquinamento acustico e dell’aria, dove i trasporti davvero pubblici sono quasi scomparsi e sono comunque trascurati anche perché divenuti appannaggio dei più poveri, trova le sue origini almeno in parte nel reddito generato all’estero dagli egiziani temporaneamente emigrati. Occorre forse precisare che questo tipo di comportamento riguarda i lavoratori con qualifiche medie e qualifiche modeste, poiché quelli con qualifiche elevate tendono a rimandare in patria una proporzione più piccola del loro reddito, anche per lo stile di vita imposto dal Paese di emigrazione alla famiglia egiziana che vi si deve adeguare.

Il paragone tra Egitto e Turchia (i due paesi oggi più popolosi del Mediterraneo) può essere illuminante per molte ragioni, soprattutto sotto il profilo demografico; nel 1961 avevano una popolazione di 27 milioni, pari alla metà circa di quella dei paesi allora più popolosi come Francia e Italia) che è aumentata di oltre due volte e mezza nei quattro decenni successivi fino a 70 milioni, mentre i Paesi europei menzionati sfiorano i 60 milioni.

La diffusione dell’istruzione superiore che ha caratterizzato l’Egitto dopo il colpo di stato del 1952, ha creato una situazione nella quale l’offerta di diplomati e laureati è aumentata mentre la domanda, anch’essa cresciuta, sia pure in modo non proporzionale, continua ad assorbire soprattutto i figli delle cosiddette classi colte, trascurando di dare lavoro a buona parte di coloro che provengono da quei ceti meno privilegiati che chi aveva contribuito alla deposizione della monarchia sembrava voler favorire. Ci sono troppi laureati per i posti di lavoro che richiedono questa qualifica.

Questo fenomeno riguarda soprattutto gli uomini, ma il caso delle donne è particolarmente illuminante. Se guardiamo a quelle con istruzione superiore, colpisce la gamma limitata di possibilità che la società egiziana offre loro, anche se il numero delle donne laureate è enormemente cresciuto passando dalle poche decine (di unità) del periodo tra le due guerre mondiali al mezzo milione di oggi.

Si tratta soprattutto di posti da: 1) impiegata (segretaria); 2) commessa (addetta alle vendite); 3) insegnante; 4) casalinga. Di fatto l’opzione 4 rivela il crollo delle ambizioni e dei sogni perseguiti con gli studi superiori, mentre l’opzione 3 è limitata dalla fortissima concorrenza derivante dall’elevato numero di uomini, oltre che donne, pronti a svolgere questo ruolo.

In conclusione, gli unici veri lavori retribuiti a disposizione delle egiziane laureate sono quelli di impiegata o commessa, e non si tratta di un fatto trascurabile. Per dare un’idea della dimensione del problema in termini numerici basterà pensare che più del 43% degli studenti universitari egiziani (oltre un milione) è donna.

Che dire poi dei divari salariali? Tra il salario di un professore universitario e una domestica impiegata nella sua famiglia il divario era di 500 volte alla metà degli anni ’40, alla metà degli anni ’60 era di 20 volte e di 15 volte nel 1979. Poi i professori non hanno più potuto permettersi una domestica….

Gianni Fodella

(NOTA)
Se guardiamo a uno studio demografico del 1936 (W. Cleland, The Population Problem in Egypt: A Study of Population Trends and Conditions in Modern Egypt, Lancaster, Penn.: Science Press Printing Company) vi si affermava (p.36) “Egyptians don’t migrate” e ciò risultava abbastanza vero fino alla metà del XX secolo.

WILL GIANT SUDAN SPLIT?

I have been listening to an African Catholic bishop narrating the modern occurrences of his country, Sudan. The very tall, forceful prelate, 60 or so, was describing the last two civil wars of Sudan with remarkable restraint, but since 1975 three and half million people lost their life. He did not really inveigh against Islamic fundamentalists, although they are there the harsh adversaries of Christians. He never mentioned Omar el Bashir, the Sudanese president whom the international Penal Court indicted for extremely grave crimes (Bashir is not universally condemned -a number of observers defend him).

So much moderation was the reason why I listened to the bishop with additional respect. Besides, if it’s written in Destiny that the Black Continent is going to have a better future, Sudan will be in the forefront of the future. Since many years its agricultural potential is estimated huge. It is already an important producer of cotton, peanuts, sugar cane, sesame. The semisocialist regime of progressive officers nationalized and developed the very fertile, Nile irrigated plains of the Northern region.

Sudan gravitated on Egypt along the millennia, and even gave a few pharaos to the Nile kingdom. Approximately two centuries ago the Egyptian sovereign, kedivé Mehmet Ali, perfected the conquest of the country and in 1823 built a capital, Khartum, at the confluence of the two Niles, Blue and White. When Egypy fell to the British, Sudan shared the fate.

But Sudan was the headstream of the Muslim revivalism and of several jiads (holy wars) in the 19th century. More exactly, it was in the second half of the 18th century that Othman dan Fodio succeeded in establishing a sort of caliphate in West Sudan. The Fodio caliphate even appeared robust enough to stop the British colonial expansion in the immense subsaharian space. In 1848 sheik Muhammad Ahmed proclaimed himself the Mahdi, the Saviour, and in 1885 his jihad defeated British general Gordon Pasha (who was slain when Khartum was conquered by the army of the Mahdi). General Kitchener vindicated Gordon in 1898. From that moment Sudan belonged to the Egyptian-British condominium. In 1956 Sudan obtained independence from Gamal Abdel Nasser.

The new nation, immediately controlled by the military class, was and is predominantly Arab and Moslem in the North; black, animist and partially Christian in the South where our bishop sits. The South has been rebellious since 1956. In 1991, when Khartum proclaimed the law of Islam, the situation of the Sudanese Catholics became extremely difficult. Missionaries were expelled and the ranks of the local Church forcibly reduced. But the Church was resilient: today there are nine Catholic dioceses and the faithfuls became more numerous. So when our Bishop announces rather emphatically that the important referendum of January 11, 2011 will probably give independence to the South, ending its multisecular subservience to the North, he speaks from knowledge and authority.

The natural objection is of course that a new sovereign state is likely to be the bane of common people. New officialdom, new burocracies, new superfluous diplomacy, new defense establishment, i.e. perpetuation of poverty and injustice. Then nobody can be sure that the bloody strife will cease simply because the independentist Blacks and Christians might win a referendum.

But who can say. Positive quirks of History are always possible. Among other things, China is increasingly involving herself in the rise of Africa as a source of raw materials, as a market, as a partner in civilization. Maybe the South Sudanese will learn from China rather than from the former colonial masters. Most African republics imitated the Western ways, and the results were far from good.

Then oil was discovered in the South. This can work both ways, giving impetus to a new State or to its enemies: will the nilotic giant gently renounce to oil?

A.M.C.
(da DailyBabel)

VSIATKI

CORRUZIONE IN RUSSIA: SISTEMICA

La corruzione è il problema più grave della Russia, annunciava cinque anni fa l’Economist, e non è detto che ci ripensi dopo la recente estate di fuoco. Era la Russia gratificata da una crescita economica impetuosa ancorché alimentata quasi esclusivamente dai proventi dell’esportazione di petrolio e oscurata dal crescente divario tra ricchi (con i malfamati “oligarchi” in testa) e poveri. Cominciava ad emergere un inedito ceto medio più o meno borghese, con annesse prospettive di sviluppo della cosiddetta società civile e di sperata evoluzione democratica di un regime semi-autoritario e discretamente repressivo, e peraltro capace di assicurare stabilità politica e maggiore considerazione internazionale rispetto all’ultimo decennio del secolo scorso.

Per contro, la principale erede dell’URSS doveva fare i conti non solo con la persistente aggressività del terrorismo e della criminalità, organizzata e non, ma anche, appunto, con la corruzione. Con un antico morbo, cioè, diffuso e saldamente radicato in ogni angolo dell’immenso paese, e appena più accentuato in Cecenia e dintorni, già devastati dallo scontro con il separatismo locale e l’estremismo islamico. Un flagello che non risparmiava alcuna componente della società e dell’apparato statale: politica e burocrazia, mondo degli affari e magistratura, forze armate e forze dell’ordine. Una piaga, per di più, in via di estensione. Alla fine degli anni ’90 la Russia si aggirava intorno ad un già indecoroso ottantesimo posto nella classifica mondiale della corruzione. Nel 2005 è precipitata al 126°, condiviso con Niger, Sierra Leone e Albania, e nel 2008 al 147°, in compagnia di Bangladesh, Kenya e Siria. Il voto era 2,1 su 10, contro il quasi 8 della Germania, il 7 abbondante degli Stati Uniti, il 3,5 della Cina.

A differenza di quanto accadeva nell’URSS, dove singoli corrotti venivano di tanto in tanto persino giustiziati ma parlare di corruzione come malanno nazionale poteva condurre in carcere o in manicomio, nella Russia post-comunista il tema non è affatto tabù. Denunce di varia provenienza e sollecitazioni di contromisure non sono mai mancate, né sui media, benché via via addomesticati in larga parte, né in parlamento. Appositi progetti di legge, risalenti al lontano 1994, sono rimasti tuttavia arenati per lunghi anni, sicuramente per cattiva volontà dei rappresentanti del popolo ma anche per il disinteresse o lo scarso impegno al riguardo dei massimi dirigenti, dato che la grande maggioranza della Duma è ligia al potere supremo pur con qualche libertà di critica. Del caso più eclatante di messa sotto accusa per corruzione è stato vittima politica un capo del governo, Michail Kasjanov, destituito nel 2004 probabilmente per avere coltivato ambizioni presidenziali, trovandosi tra l’altro alla testa proprio di un sia pur inerte comitato per la lotta contro la corruzione.

Qualcosa sembra però essere cambiato a partire dal 2008, l’anno in cui la crisi economica mondiale ha cominciato a ripercuotersi, ben presto duramente, anche sulla grande Russia “emergente”. Una coincidenza, verosimilmente, non casuale. La corruzione ha i suoi costi, nella fattispecie oltremodo elevati e ovviamente tanto più onerosi nella nuova situazione. Il volume complessivo dei movimenti di denaro a scopo corruttivo è stato stimato in 250-300 miliardi di dollari all’anno, pari a circa un quinto del Pil e al doppio del bilancio federale. Il grosso di questa cifra viene sborsato dalle imprese, con un versamento medio che tra il 2000 e il 2008 sarebbe cresciuto da 10 mila a 130 mila dollari. Oltre due terzi degli uomini d’affari, secondo il ministero dell’Interno, erano coinvolti nel giro, e alla corruzione veniva destinata più della metà degli introiti della criminalità.

Gli imprenditori, compresi i grandi manager anche statali o parastatali, accampano come scusa la necessità di ottenere entro tempi ragionevoli, o di ottenere tout court, le diecine di permessi e autorizzazioni lesinate da una burocrazia tanto avida quanto pletorica; il numero dei pubblici dipendenti è raddoppiato in una quindicina di anni, a dispetto dell’incessante declino demografico. Minori scuse, al di là delle retribuzioni generalmente parche, possono trovare quanti estorcono ai (o accettano dai) comuni cittadini, per tutta una serie di prestazioni od omissioni, versamenti il cui ammontare complessivo contribuisce, pare, per il 15-20% al totale del denaro sporco circolante. Si tratta, in questo caso, della “corruzione bassa”, ossia delle bustarelle intascate, in base a vere e proprie tariffe, da poliziotti, insegnanti, medici e altro personale sanitario, ecc. Bassa, ma non per questo meno nociva e temibile, come avverte da tempo uno dei personaggi pubblici più impegnati a combatterla (Vedi nota).

I danni che un simile stato di cose infligge al paese, per quanto non esattamente misurabili, sono sicuramente ingenti. Quelli subiti dall’economia nazionale ammontano, secondo certi calcoli, a 20 miliardi di dollari all’anno. Mentre le imprese, tuttavia, possono sempre scaricare i costi delle tangenti su consumatori, utenti, ecc., questi ultimi sono impotenti difronte a prezzi che proprio per quella causa vengono autorevolmente giudicati almeno tre volte superiori al giusto. Con ogni probabilità, inoltre, la corruzione concorre a spiegare come mai in Russia, in piena crisi finanziaria con conseguente recessione, i prezzi al consumo abbiano continuato a salire mentre nel resto del mondo (benchè non in Italia, ma qui una parziale analogia non è certo casuale) incombeva lo spettro della deflazione.

Questo dunque lo sfondo su cui, nell’ultimo biennio, si è finalmente dispiegata una campagna ufficiale contro il malaffare che ha avuto per principali protagonisti i due massimi esponenti politici del paese. Come su altri fronti, anche qui il nuovo presidente della federazione russa, Dmitrij Medvedev, ha sfoderato un impegno più vistoso del suo predecessore, Vladimir Putin, retrocesso (forse solo temporaneamente) a capo del governo ma generalmente ritenuto tuttora l’uomo forte del regime. Se Putin ha quanto meno superato la propensione a minimizzare il fenomeno o a considerarlo con un certo fatalismo, Medvedev ha fatto della lotta contro la corruzione, ancor prima di entrare in carica, un proprio cavallo di battaglia, propugnando un programma nazionale diretto a risolvere un “problema sistemico” e assumendone personalmente le funzioni di promotore, supervisore e controllore. Con quali esiti? Poco soddisfacenti, per il momento, anche se nessuno poteva illudersi di estirpare su due piedi un male plurisecolare muovendo guerra al quale, da Ivan il terribile in poi, i vari reggitori del paese hanno subito solo sconfitte, come avvertono storici e uomini di cultura russi.

Critiche anche aspre, comunque, non sono mancate a quanto finora è stato messo in campo per raggiungere l’obiettivo. L’apposita legge faticosamente approvata dalla Duma ha finalmente recepito, ma solo in parte, norme e misure previste dalle convenzioni internazionali che la Russia ha da tempo sottoscritto. Al centro dell’attenzione e delle attese sta l’obbligo per tutti i pubblici funzionari di dichiarare pubblicamente redditi e proprietà familiari per rispondere poi di eventuali discordanze con il tenore di vita. All’adempimento hanno cercato di sottrarsi, senza successo, i dipendenti del ministero dell’Interno, compresi i membri della polizia già saldamente in testa nelle graduatorie di impopolarità. Resta ancora da piegare, invece,la resistenza del personale dei servizi di sicurezza, delle dogane e del ministero degli Esteri, che accampano un diritto professionale alla segretezza. I critici, d’altronde, sostengono che l’obbligo della trasparenza rimarrà facilmente eludibile se continuerà a riguardare soltanto beni e introiti del funzionario, del coniuge e dei figli minorenni senza estendersi, come molti reclamano a gran voce, anche agli altri congiunti. E che, inoltre, occorra comminare la confisca di quanto acquisito illegalmente, punire i trasgressori con il licenziamento anziché con semplici multe e vietare qualsiasi regalia ai servitori dello Stato anziché fissare solo un tetto di 3 mila rubli.

Sul piano amministrativo un decreto presidenziale ha prescritto la creazione di commissioni anticorruzione in tutti gli organismi statali, formati da rappresentanti dei loro quadri e presiedute dai loro vice direttori. Dalla competenza anche sanzionatoria di tali commissioni sono però esclusi i funzionari superiori nominati dal presidente della federazione e dal governo. Sembrano perciò ignorate le invocazioni, provenienti anche da detentori del potere periferico (adesso non più eletti dal popolo ma nominati dal Cremlino, in omaggio al principio della “verticalità”), di un buon esempio che deve venire dall’alto se si vogliono ottenere risultati. In linea generale, l’idea lascia scettico, fra gli altri, il vice presidente della commissione della Duma per la sicurezza, Gennadij Gudkov: “Non credo all’efficacia di un controllo da parte di funzionari su altri funzionari. Se mandiamo un caprone a sorvegliare l’orto, non mancherà di conciare da par suo qualche aiuola. Si scateneranno guerre tra le varie sezioni perché tutti cercheranno di inviare propri uomini in queste commissioni”

Gudkov preferirebbe un controllo parlamentare. Ma anche la credibilità dei rappresentanti del popolo in materia è oggetto di forti dubbi. Qualche aspettativa di più si appunta sulla magistratura, meno impopolare di altre categorie malgrado la sua prevalente deferenza verso il potere politico e la sua non granitica incorruttibilità. In effetti i tribunali hanno cominciato a condannare con maggiore frequenza e severità corrotti e corruttori, talvolta anche di rango. Nella rete della giustizia hanno continuato tuttavia a cadere soprattutto i pesci piccoli, e senza che ciò bastasse ad impedire un aggravamento del male nel suo complesso. Secondo dati del ministero dell’Interno, ricavati da quanto emerso in sede giudiziaria, nella prima metà di quest’anno la mazzetta media è aumentata da 23 mila a 44 mila rubli; ancora molto poco, peraltro, visto che l’ammissione in alcune facoltà universitarie può costare fino a 100 mila dollari. Georgij Satarov, direttore di un istituto di ricerca indipendente, osserva in proposito che se la giustizia fosse stata meno tenera con i pesci più grossi quella media sarebbe aumentata di varie centinaia di volte.

Qui naturalmente il discorso non può non sconfinare sul terreno politico. Non pochi in Russia insistono a confidare in ritrovati tecnici più o meno sofisticati per venire a capo del problema, guardando magari a modelli stranieri come ad esempio quelli collaudati in Corea del sud, a Hongkong o a Singapore. Si continua ad additare anche l’esperienza italiana, sorvolando apparentemente sul carattere effimero, nella migliore delle ipotesi, dei successi di Mani pulite. L’opinione pubblica meno timida obietta che il problema potrà essere avviato a soluzione solo nel quadro di un sistema più sostanzialmente democratico, fondato sui controlli dal basso oltre che su uno stato di diritto meno carente di quello attuale. Anche se qui, invece, l’esperienza italiana, e non solo italiana, dimostra che la democrazia sarà indispensabile ma non è certo sufficiente.

Nel caso russo, ostacoli specifici da superare sono sicuramente la persistenza di un settore economico e finanziario statale non solo massiccio ma in via di ulteriore espansione e le peculiarità di questa stessa ristatalizzazione, che qualcuno d’altronde non esita a bollare in quanto destinata in ultima analisi a favorire interessi privati. La diffusa commistione tra politica e affari era già evidenziata al più alto livello, per un verso, dalla presenza di numerosi ex dirigenti e collaboratori dell’FSB, il servizio segreto erede del KGB sovietico dal quale proviene Putin, al vertice di grandi imprese e organi statali. Per un altro, dal fatto che mentre gli oligarchi ribelli a Putin sono stati costretti all’esilio oppure spogliati e incarcerati come il ben noto Chodorkovskij, i tanti altri rimasti devoti all’ex presidente hanno continuato a prosperare malgrado la crisi e la profonda ostilità che li circonda nel paese. La destituzione in settembre del sindaco di Mosca, Luzhkov, per eccesso di affarismo e arricchimento illecito, sembra un segnale solo parzialmente positivo, tenuto conto che il peso anche politico del personaggio dava certamente ombra ai diarchi. A quanto risulta, la cerchia dei privilegiati tende ora ad ampliarsi, semmai, con politici e burocrati protesi ad investire a loro volta in attività industriali, commerciali o bancarie capitali difficilmente accumulabili senza tolleranze e connivenze orizzontali e verticali.

Così stando le cose, può persino stupire che Medvedev, parlando a fine luglio in veste ufficiale, si sia mostrato persino più insoddisfatto di chi da tempo reclama misure più drastiche. Il capo dello stato ha sottoscritto tale richiesta, infatti, dopo avere riscontrato una “totale assenza di successi significativi” nella campagna in corso e l’insufficienza dei pur aumentati casi di smascheramento e punizione dei colpevoli, che “rappresentano solo la punta dell’iceberg”, per concludere che la repressione deve essere intensificata a tutti i livelli. La combattiva Elena Panfilova, pur definendo risibili le dichiarazioni fiscali di molti notabili, vede invece compiuto un importante passo avanti perché le dichiarazioni di quest’anno potranno essere utilmente confrontate con quelle dei precedenti e del prossimo nonché con le spese dei dichiaranti e dei loro familiari.

Un pronunciamento credibile, quello di Medvedev? Forse sì, a livello intenzionale. Ma per potersene attendere effetti concreti bisognerebbe almeno che avesse visto giusto il sopracitato Saratov, il quale ipotizza che l’establishment russo sia ormai seriamente orientato ad instaurare un vero Stato di diritto: se non altro, per consolidare indirettamente, con la legalizzazione, i frutti privati finora ricavati dalla transizione al capitalismo. Una sorta di condono, insomma, a costo di smentire un antico adagio latino.

Franco Soglian

(Nota)

Elena Panfilova, direttrice del Centro ricerche e iniziative “Transparency International – Russia” e membro del Consiglio presidenziale per il sostegno allo sviluppo degli istituti della società civile e dei diritti dell’uomo, ritiene che il grosso della popolazione russa sarebbe più sensibile all’esigenza di combattere la corruzione se si rendesse adeguatamente conto delle sue conseguenze. Ecco come ne descrive alcune.

Il vostro datore di lavoro si accinge a ripartire i premi tra i collettivi, ma ha dovuto cedere ai controllori di turno una parte della torta, che risulta perciò più bassa di 5 centimetri di quanto previsto. Pagate un tributo alla corruzione, a vantaggio di numerosi “autorizzatori” e “guardiani della legge”, ogniqualvolta fate un acquisto, che si tratti di latte nostrano o di jeans importati. Noi acquistiamo tutto a prezzi superiori di tre volte, come minimo, a quelli giusti. Un’enorme quantità di mazzette e tangenti è compresa nel prezzo per metro quadrato di un’abitazione… Ma il peggio avviene quando vengono vendute la vostra salute e la vostra vita. Una maestra d’asilo affetta da epatite può comprare un certificato medico [di idoneità]. Un guidatore alcoolizzato ma con patente [comprata] può uccidere i vostri figli o renderli orfani al primo incrocio. Comprando un lasciapassare alcuni terroristi arricchiscono un vigile urbano e poi trucidano alcune diecine di persone. Della sicurezza nazionale si occuperà un funzionario che deposita milioni su conti bancari stranieri, compra ville all’estero e vi trasferisce la famiglia? Cosa farà se si troverà nel mirino di servizi speciali stranieri o di uomini di Al Qaeda? (da “Argumenty i fakty”, n. 25, 2010)

MICRO-CREDIT IN BOMBAY

In our “western” universities our development-economists-to-be are taught everything about micro-finance. They study Mohammed Yunus’s life step by step. They are supposed to read “the Banker of the Poor” as if it was a holy script, they all should be familiar with those revolutionary (from the economical point of view) ideas that are the funding ground of the Grameen bank. Our students get an idea of how micro-credit should work, how a self-help group should be led, what a micro-finance institution is supposed to be.

Enthusiastic students will line up to get selected for an internship/volunteering program in one of the countless organizations inspired by the Grameen Bank, mostly working in the Bengale area. They will fill their backpacks with few clothes, mosquito spray, medicine, and huge expectations.

By going there, they will end up discovering that their ideas were both romantic and too rational. Romantic, as no group of poor women living in the most remote villages in the world will actually gain their economical independence this way. The women taking loans from a MFI (micro-finance institution) will not start their own business, but more simply they will put money into their husband’s businesses, or use that money to cultivate their family land. No romantic idea of a poor women emancipating herself all the way up to entrepreneurship.

At the same time, our ideas of micro-finance is based on a rationalist model, that fails to recognize one simple question: is the theoretical way actually better? Indeed, from a theoretical point of view, micro-finanace doesn’t work: as we just said, only a small fraction of all women receiving loans actually starts a business, thus the ultimate scope of micro-finance seems not to be achieved. The loan is not used for the purpose it was granted. No rise of the poorest of the poor straight to the highest level of the national production. The economy of the poor stays unnoticed.

This negative perception of micro-credit, though, comes form a GDP biased logic. To state that micro-credit betrayed its primary scope is a confession of blindness. As the primary objective of micro-finance is to better living conditions of the poor, by giving them the means for escaping from their poverty. Micro-finance should allow them not to die from hunger if, for example, their crops were devastated by the rain. It should teach them how to save, first, in order not to borrow again. It should contribute to increase their life expectancy, or allow their children to get an education (thus really permanently escaping from poverty). Of course, micro-credit alone cannot do all this. Of course, micro-credit needs a network of government of non-government organization building hospitals, schools, and roads.

Thus, a micro-finance institution should not only be concerned with granting loans to the poor. Its mission should be to educate the poor. On how to use their money, how to plan a family, how to marry their children, how to run their small activities, and cultivate their lands. Micro-credit cannot be separated from its social mission.

The loan disbursement and collection has to be seen as the last stage of a really long process. Such a process starts with few NGO’s workers visiting a village, in order to have a preliminary meeting with all the “respectable people” of that village. First stage of micro-credit it’s really a lot about talking. As it is not possible to create any self-help group without permission of the local landlords. Second step is to talk to village people, the women and their husband, and explain the benefits of being part of a self-help group. Women have to be interested, though husband have to be convinced too. In fact, without the husband’s permission, a woman cannot participate to the group-meeting. So micro-finance is much more fragile, and complicated than what we think from our efficient and organized countries. Specifically, micro-finance in the South-East Asian area is built on personal relationship. Indeed, almost everything in Asia requires personal relationship. Nobody would do anything if they don’t know the person they are dealing with. On the contrary, nothing is really impossible if the two of them are able to build a trust relationship.

Thus, the most fragile part of micro-finance is the establishment of this trust relationship.

An organization with no link to the local reality, which is not interested into the human consequences of what it is doing, will just behave as a new landlord, coming to tax the villagers. To make micro-finance mission accessible to the majority of people living in those areas, it cannot be just a matter of business establishment.

That’s why our academic ideas are at the same time romantic and too rational. And that’s why micro-finance is really working, despite a new generation of women entrepreneurs coming from the Darkness is not yet formed.

Micro-finance is not solving the problem, though contributing to solve it. It can better lives in areas where the government is nothing more than a mere phantom, people still struggle to get water to their houses, roads are often too bad for any car to arrive there, houses are still built by mud and rifles, and electricity is an optional. In those places, women burn themselves to death for fear of being unfertile, the majority of people cannot read and write, and it is not that uncommon for a child to die of malnutrition.

Even by granting a minimum level of social security, by providing basic services such as health-care and education, things can start to get better. By meeting every week, women get the opportunity to compare their experiences with those of the other members. They can get advise from the Community Officers (he intermediaries between the women and the organization), about every subject matter, form hygiene to dietary needs, together with loans and savings. They will start to build a network of mutual support within the village, beyond religion and cast differences. Those women will be allowed by their husbands to meet outside of the house. They are offered a place where to deposit their own money, instead of financing their husband’s liquor. Those are small, yet basic changes.

On the other side of the coin, micro-finance is faced with a future challenge. Repayment are constants and punctual, default rate is low. Micro-lending is working, and service charged can be paid out of this loan. For this reason, more and more for-profit MFI have been created in the last few years.

This leads to two major problems: the loss of micro-finance primary social mission. Indeed, those institutions act as normal commercial banks, though on smaller scale. Second, competition in the field is dramatically increased, making difficult to find enough “market share” (such a sad definition if we think we are referring to the rural village mothers). More and more often, not-for-profit NGOs already operating in the field for a decade now are forced to struggle in order not to let any newcomer spoil what they created through years of work.

From a certain point of view, it may be a good sign, as it means that micro-finance is now going to increase substantially those countries’ GDP, creating job opportunities and economic growth.

God of Wealth finally blessed the area. Goddess of Competition will take care of the rest. Holy Market Laws will grant an happy ending to everyone.

No more need for any social NGOs.

Of course, my conclusion is purposely exaggerated. Though, my question is still valid: is this way actually better?

I can’t help seeing dangers where GDP measures predict Success.

Marianna Galantucci
(Post-Grad student in Development Economics,
and past volunteer for IIMC Micro-Finance Project, Kolkata.)

SE OBAMA SI RASSEGNERÁ A UN PASHTUNISTAN SOVRANO E TALEBANO

Un numero di luglio di Newsweek è, con una storia di copertina più un articolo , un De Profundis clamavi ad te, Domine (salmo CXXIX, sesto dei sette Salmi penitenziali; si canta negli uffici funebri). Un De profundis in morte delle convinzioni belliciste non tanto di Obama, quanto degli zelatori antifondamentalisti e iperlaici di casa nostra, sia conservatori sia progressisti.

Sono dieci anni che i pundit ‘democratici’, dagli editoriali della grande stampa ai pensosi oracoli di Prodi e D’Alema, ripetono “l’Afghanistan non è l’Irak, non è l’unilateralismo di Bush&Cheney americani prepotenti. E’ una battaglia di civiltà. E’ un banco di prova per l’Occidente. O sgomina o no il terrorismo. O spegne o no il focolaio di oppressione sulle donne e sui diritti. Eccetera>.

Sono dieci anni, e giusto nell’imminenza degli attesi successi del surge di Petreus l’Irakeno, Newsweek spiega ai suoi milioni di lettori “Why the U.S. should draw down in Afghanistan. We’re not winning. It’s not worth it”. Dove andranno a nascondersi i tanti predicatori della santa crociata contro i nemici del progresso, cioè della laicità? Dove andranno a parare non solo i furibondi dell’Unità, anche i posati analisti de La Stampa e del Corriere? Di quanti ‘speciali’ di Time avranno bisogno per virare dal bellicismo “siamo lì per affermare i valori dell’Occidente, dobbiamo vincere” all’auspicio che si ritiri il nostro corpo di missionari e giustizieri? A che punto ometteranno di dichiarare ‘eroi’ i nostri caporalmaggiori che lì si pagano la villetta a schiera, ma qualche volta gli va storta e costringono lo Statista del Colle a presiedere esequie e accarezzare gli orfani?

La sentenza di Newsweek l’ha firmata Richard N.Haass, presidente del Council on Foreign Relations e, nel 2001, “the U.S. Government coordinator for the future of Afghanistan”. . Ora, ha scritto Haass, forse la maggiore autorità statunitense nella materia, Obama ha scelto di fare dell’impresa afghana la sua guerra. Ma <non la stiamo vincendo e non vale la pena di vincerla. A dicembre il Presidente dovrà rivedere ancora una volta la sua politica (…) Continuarla invariata costa agli Stati Uniti 100 miliardi di dollari l’anno, per non parlare delle vite umane”.

Haass propone alternative articolate, come tali difficili da riassumere. Implicano da parte statunitense varie formule di parziale accettazione della sconfitta: non esclusa -secondo una proposta di Robert Blackwill, già ambasciatore di Washington in India, la spartizione del paese, con la nascita nel Sud di un Pashtunistan ufficialmente talebano. Altro che trionfo dei valori dell’Occidente.

Non abbiamo la competenza per analizzare le proposte di Haass e di altri. Invece segnaliamo l’articolo di supporto che Newsweek ha aggiunto alla requisitoria del presidente del Council on Foreign Relations: “Afghan about-face:an emerging GOP schism”. Si dice che i repubblicani, finora falchi, minacciano di rivoltarsi contro questa guerra. Michael Steele, chairman del partito, ha dichiarato che la guerra “of Obama’s choosing” sarà persa dagli Stati Uniti “così come hanno perso varie altre potenze”.” L’America è stanca”, ha constatato un parlamentare dello Utah. “Quasi dieci anni e nessuna fine in vista”.

Noi ci fermiamo. Aspetteremo di vedere come la metteranno, dalle loro poltrone redazionali e televisive, i Pietri gli Eremiti (quasi tutti i politici e i giornalisti) che predicarono la Crociata contro l’Islam oscurantista. Se Obama ascolterà gli Haass e i Blackwill, se farà sorgere il Pashtunistan talebano, loderanno i nostri atlantisti lo sforzo del Nobel domiciliato alla Casa Bianca per meritarsi il bizzarro premio che lo incoronò uomo di pace, oppure ne condanneranno la defezione dalla Crociata in pro dei diritti e delle afghane? Oppure ancora esigeranno che i ‘drones’ continuino a sterminare i villaggi, bambine e donne comprese?

A.M.C.

NON DAR DISPIACERI AL DOTT. VENTURINI

Accanirsi a difendere l’impresa nell’Afghanistan (=contro gli afghani) lo fanno in parecchi; ma solo l’argomentazione di Franco Venturini de “Il Corriere” è esilarante. L’ultima volta che un militare con le stellette è saltato su un ordigno esplosivo, il Nostro ha spiegato perché dobbiamo restare: “ Ancora una volta suona per noi l’ora del cordoglio, ma l’Italia non deve anticipare per conto proprio la exit strategy”. Perché non deve? “Se vuole tutelare i suoi interessi”.

Ulteriore spiegazione: “Il consenso popolare non è stato concesso a chi combatte i talebani. La guerra sembra avviata verso un’afghanizzazione della sicurezza sul terreno che fa certo comodo ai governi occidentali ma che, anche senza evocare il Vietnam, suona come una previsione di sconfitta con annesso meccanismo salva-faccia. Allora, cosa ci facciamo laggiù? Ecco: La guerra, proprio perché va male, è diventata un test per disegnare le gerarchie internazionali. Un ritiro unilaterale ci declasserebbe nel mondo, e avrebbe anche conseguenze sulla nostra economia”.

Da chi saremmo declassati, se non dai bellicisti che ragionano come Venturini, ossia come ragionavano Salandra e Sonnino nel 1915, Benito Mussolini nel 1940: tutti bisognosi di un tot di morti da contabilizzare nei negoziati della vittoria? Venturini ci vuole ai piani alti della ‘gerarchia internazionale’; in pratica, ci vuole azionisti (purtroppo di minoranza) dell’egemonia sul pianeta. Forse traballa il ‘rapporto speciale’ Londra-Washington, l’Urbe si tenga pronta.

Non altrettanto chiaro è quali conseguenze teme il Nostro sull’economia nazionale, a parte le commesse militari che Dick Cheney riuscirebbe a far togliere alle nostre industrie belliche. Senza dubbio la fine dell’impresa afghana deprimerebbe il Pil. Ma che altra disdetta? Scemerebbe il pret-à-porter? Rimini perderebbe pedalò? La vendetta di Petreus estrometterebbe Sergio Marchionne dalla Chrysler? Dr.Venturini non ci tenga in ansia!

Poi, il 2 agosto, i Paesi Bassi confermano il ritiro delle loro forze. E Venturini: .

Chissà quanto saliremmo nella gerarchia se, richiamando venti classi di leva, mandassimo a Petreus alcuni milioni di baionette! Ma Venturini non chiede tanto. Basta restare lì quanti siamo che al vertice di Yalta saremo invitati.

Riassumendo.

1) L’Olanda fa come fa perché non è una potenza come la Repubblica bipartisan di Parisi e La Russa. Ma, avesse l’orgoglio e l’ambizione di carriera della detta Repubblica, che le prometterebbe Venturini? Il recupero dell’impero indonesiano? Il ritorno a quando l’ammiraglio Marteen Harpetszoon Tromp sconfiggeva la Royal Navy? Il primato seicentesco nelle nature morte?

2) Se con noi la Nato “si facesse sentire”, quale sarebbe la nostra espiazione? L’Isaf, scornata in Afghanistan, piomberebbe tremenda sulle nostre città d’arte, così belle e fragili? Faremmo la fine dei corpi d’armata di Tblisi, o saremmo solo asserviti come l’Inguscezia? Il rating di Moody’s scenderebbe a tripla Z?

3) Infine. Cedessero Berlusconi e Frattini alla tentazione di fare come la nanopotenza batava, è chiaro che per Venturini l’ultima trincea del rango gerarchico sarebbe difesa dai finiani, dall’Udc, più ancora da D’Alema, Rosy Bindi e Vendola. Gli ultimi tre hanno saputo coniugare gli ideali di sinistra e il rimpianto di quando Roma ‘debellava superbos’. Basta piagnistei pacifisti, sosteniamo i bilanci dell’Alenia.

A.M.C.

PERCHÉ USCIRE DALLA NATO

Il capo dello Stato tedesco, Horst Koehler, ha dovuto dimettersi all’istante, il 31 maggio, per avere enunciato un concetto bellicista che la Germania non condivide più, dopo gli orrori di due guerre mondiali. Ecco un politico di rango che tiene al suo onore. Ecco una grande nazione che ha fatto i conti con una storia crudele, che rifiuta alcune fosche categorie del passato, che non sopporta chi le ripropone. In visita una settimana prima al contingente germanico in Afghanistan, l’allora Bundespraesident aveva detto ai militari mandati lì contro il sentimento del popolo: “Un paese delle nostre dimensioni, con il nostro orientamento verso il commercio internazionale e quindi dipendente dal commercio internazionale, deve sapere che in caso di emergenza schierare i soldati è anche necessario per proteggere i propri interessi”.

Questa riscoperta della guerra ‘giusta’, giusta non in quanto imposta dagli imperativi ‘spirituali’ del patriottismo di un tempo, bensì in quanto protegga da non è stata perdonata. Se volesse essere coerente fino in fondo, e reattiva, invece che politicamente timida com’è stata per secoli, la Germania dovrebbe uscire da una coalizione atlantica che la obbliga ad uccidere. Una coalizione che nell’interesse dei vincitori del 1945 violenta la volontà di pace che accomuna quasi tutti i tedeschi. Se così non fosse, Koehler non sarebbe stato costretto a dimettersi.

Quando, poco fa, si è dimesso il primo ministro del Giappone, Hatoyama, egli ha addotto due ragioni per il suo gesto: 1^, le accuse di corruzione venute dalla stampa, 2^, non ha tolto agli Stati Uniti la base di Okinawa, secondo una promessa elettorale. Anche questo caso attesta la diffusione e la forza dell’antiamericanismo. Quando l’infatuazione americana dei Berlusconi Prodi D’Alema Frattini Parisi -infatuazione da paesi baltici o da Georgia-che-ha-cambiato-padrone- passerà, l’Italia come la Germania dovrebbe semplicemente e subito uscire dalla Nato, senza curarsi dei pezzi di carta su cui i mandarini della diplomazia scrissero i trattati. Furono contratti leonini, dunque annullabili, che asservirono i contraenti minori agli obiettivi, cioè alle trame, di Washington. Un asservimento immorale, perché Washington usa da oltre due secoli una forza soverchiante per i fini del suo impero.

Cominciò nel 1846-48 il presidente J.K.Polk (democratico come i più tra i suoi successori guerrafondai) quando aggredì il Messico per aggiungere quattro grandi Stati alla Confederazione, tra cui California e Texas. La repressione del nazionalismo filippino, dopo la conquista seguita alla vittoria sulla Spagna (1898) fu sanguinosa (per gli insurgents, manco a dirlo). Il passaggio al bellicismo planetario fu opera di Woodrow Wilson: il presidente dei 14 nobili punti costrinse l’America ad entrare nella Grande Guerra cui era completamente estranea. Il vero fondatore dell’impero fu però Franklin Delano Roosevelt, il plutocrate trentunenne che Wilson volle nella sua Amministrazione perché moltiplicasse la potenza della US Navy. Per tutto il 1941 FDR portò all’esasperazione il Giappone perché attaccasse Pearl Harbor, in modo da scatenare lo sdegno degli americani.

Dopo le parentesi un po’ meno aggressive delle presidenze Truman e Eisenhower, J.F.Kennedy rilanciò il bellicismo in Indocina: risultati miserevoli, ma le vite americane perdute furono un ventesimo di quelle del nemico. Tutte le Amministrazioni (Obama compreso) che vennero dopo il Martire dell’idealismo Nuova Frontiera hanno portato avanti il programma imperiale. Cose che sarebbero persino perdonabili, se la macchina da guerra statunitense non avesse fatto, più o meno, i milioni di morti che attribuiamo a Hitler e a Stalin. I satelliti odierni dell’America asseriscono di difendere in Irak e Afghanistan i ‘valori dell’Occidente’; strani valori che includono la quotidiana carneficina (in Pakistan!) operata dai ‘drones’. Dov’é la differenza tra la morale della Casa Bianca e quella della Cancelleria del Fuehrer?

Oltre a tutto la soggezione al Pentagono è, oltre che immorale, superflua. Né l’Europa né i suoi paesi principali sono minacciati dai pericoli del 1949. In ogni caso Svezia e Svizzera sono occidentalissime e non hanno bisogno della Nato. Forse sopportano oneri di difesa proporzionalmente maggiori dei nostri. Ma almeno non sono coinvolte nelle guerre vituperevoli di Washington. E forse spenderebbero meno in aviogetti se valutassero con più ottimismo i pericoli che vengono dall’Iran, dalla Corea del Nord e dallo Yemen (se mai cadrà ai talebani).

Se l’asservimento a Washington è immorale ed è inutile per Italia, per Germania, per Gran Bretagna persino (dove il disgusto per le crociate yankee cresce), in realtà voltare le spalle alla Nato sarebbe imperativo per l’intera Unione Europea. Oggi è paralizzata dall’innaturale americanismo degli ex-satelliti dell’Urss. E’ però chiaro che quando si darà una propria politica estera, l’Europa disdetterà la Nato.

Post scriptum su 24 miliardi in cacciabombardieri

Il 13 giugno di quest’anno il quotidiano l’Unità, erede di mille lontane battaglie contro il militarismo, fondato da Gramsci ma fatto furibondo da una giornalista monotematica del gruppo De Benedetti, pubblicava un’intervista al più impettito tra i ministri repubblicani della Difesa. Un prodiano d’acciaio che faceva figuroni quando passava in rassegna ammiragli e generali a 4 stelle, con le loro signore. Il prof. Parisi, così si chiama il collega universitario dello statista e ulivicoltore bolognese, ha argomentato alla Clausewitz e alla Remington Rand (o altro grande fornitore del Pentagono) che i programmi d’armamento non si interrompono.

A quanti sono disgustati per l’acquisto di cacciabombardieri ed elicotteri d’attacco per 24 miliardi (acquisto che appare coevo ed equipollente alla dura manovra di Tremonti) l’Impettito ha risposto che mettono a repentaglio la posizione internazionale dell’Italia.

Perché dovrebbe ragionare diversamente, il propugnatore della nostra resurrezione guerresca, quando Prodi, il suo benefattore, mise a tacere le proteste per la megabase USA a Vicenza con un abietto “La base si fa”. O quando Massimo d’Alema confidava ai giornalisti la commozione e la gioia giacché Condoleezza Rice l’aveva chiamato per nome, lui di Gallipoli, dandogli l’equivalente del tu? La salsedine del velismo, si sa, ossida il senso del ridicolo.
Il lealismo atlantico dei condottieri del nostro progressismo è stato -è- un motivo grosso per l’indifferenza tra destra e sinistra. Berlusconi, almeno, proclama apertamente la sua scelta di campo. Prodi faceva la stessa scelta, ma la avvolgeva di farfugli. Insieme a D’Alema dovette giudicare severamente Rodriguez Zapatero, il quale nella prima ora alla Moncloa ordinò il ritiro della Spagna dall’Irak. Vuoi mettere, all’opposto, il roccioso atlantismo del prof.Romano Prodi, quello più cicisbeo del deputato di Gallipoli, quello marziale di Parisi, l’Aiace dell’Ulivo?

Si dirà, i cacciabombardieri fanno lavorare l’Alenia. Ma l’Alenia si impicchi. Faccia letti d’ospedale per l’Africa. Io li ricordo i tricicli a motore, un passeggero avanti e l’altro dietro come negli aerei stretti, che la grande Messerschmitt dei Me109 si mise a costruire nelle macerie della fabbrica, subito dopo il 1945.

A.M.C.

SLOVACCHIA DA SCOPRIRE

Molti continuano a confonderla con la Slovenia e forse diventeranno meno numerosi soltanto in Italia dopo lo smacco inflitto dai suoi calciatori (evidentemente incorruttibili, checchè subodorasse Umberto Bossi) agli stanchi guerrieri di Marcello Lippi in terra sudafricana. In realtà, benché piccola e giovane, come Stato, la Slovacchia non merita l’anonimato. Le sue prodezze non si limitano al campo sportivo e se ne contano, anzi, di ben più importanti e significative di quelle calcistiche, per quanto le une come le altre siano sempre soggette a conferma nel tempo. Le più recenti richiamano comunque su di essa una particolare attenzione.

Indipendente solo dal 1992, il paese aveva subito per molti secoli una meno che dolce dominazione ungherese, anche nell’ambito dell’Impero absburgico fino al suo disfacimento al termine della prima guerra mondiale. All’interno di un nuovo Stato comune con la Boemia-Moravia gli slovacchi soffrirono invece la preponderanza e la multiforme egemonia ceca, tanto che almeno una parte della popolazione non esitò a collaborare alla sua distruzione da parte di Hitler, nel 1939, sostenendo un governo separatista e filonazista. La partecipazione di truppe slovacche all’invasione dell’Unione Sovietica fu ben presto controbilanciata da una massiccia insurrezione antifascista, che preluse alla rinascita della Cecoslovacchia sotto un regime comunista inizialmente accolto, peraltro, con minor favore rispetto ai cechi.

L’ostentata repressione di un nazionalismo slovacco nel periodo staliniano non fu probabilmente priva di aspetti pretestuosi. Sta però di fatto che le rivendicazioni autonomistiche del paese contribuirono parecchio all’esplosione della “primavera di Praga” nel 1968 e alla sfida lanciata al Cremlino, in nome della democrazia, sotto la guida dello slovacco Alexander Dubcek, popolarissimo anche in terra ceca. Stroncato il “nuovo corso” dall’Armata rossa, l’unico suo frutto sopravvissuto alla conseguente “normalizzazione” (imposta tramite un altro slovacco, Gustav Husak) fu la trasformazione della Cecoslovacchia in Stato federale, per quanto poco ciò potesse comportare concretamente in un sistema di tipo sovietico.

Il ribaltone del 1989 fece comunque prevalere a Bratislava, come in tanti altri capoluoghi dell’ex “campo socialista”, la spinta incontenibile all’emancipazione totale. Accettato senza troppe difficoltà dai cugini cechi, il distacco da Praga appariva alquanto azzardato per la componente più piccola e più povera della federazione. Oltre a tutto, proprio sul suo territorio era concentrata quell’industria pesante tradizionalmente privilegiata dal “socialismo reale” e largamente destinata alla rottamazione in un’economia di mercato (anche se le acciaerie di Kosice vennero parzialmente salvate nel 2001 dall’US Steel con la benedizione di Bill Clinton). L’aspra conflittualità politica che contraddistinse il primo decennio di indipendenza contribuì a rafforzare i dubbi e a rendere ancora più fosche le previsioni. Le quali, tuttavia, hanno finito col venire smentite, dopo l’ascesa di forze e uomini più decisamente riformisti e meno controversi di una figura a lungo dominante come quella del populista autoritario Vladimir Meciar, un ex pugile.

Mentre la Boemia-Moravia vivacchiava sui vecchi allori, la Slovacchia ha infatti inscenato un boom senza uguali nell’Est europeo, che l’ha portata ad eguagliare o quasi il Pil pro capite della Repubblica ceca, salendo al terzo posto dopo quest’ultima e la Slovenia tra tutti i paesi ex comunisti (con la Russia, per dire, a circa metà del suo livello), e a superare la stessa Cechia persino nella corsa all’Euro dopo la contemporanea ammissione nell’Unione europea. Anche qui, si tratta di un traguardo raggiunto, finora, insieme con la sola Slovenia in tutta l’Europa orientale, all’inizio del 2009, grazie ad un’inflazione bassa e a conti pubblici in ordine. Principali strumenti di un simile exploit sono stati un laissez faire senza riserve, una politica fiscale imperniata sulla flat tax, l’imposta a livello unico, e la porta spalancata agli investimenti stranieri, che infatti sono piovuti in abbondanza specialmente nel settore automobilistico (Volkswagen, Peugeot-Citroen, Hyundai).

Un simile indirizzo è rimasto sostanzialmente immutato anche dopo l’avvento al potere, nel 2006, di Robert Fico, giovane socialdemocratico dipinto piuttosto come un populista dai suoi predecessori di centro-destra. “Meglio populista che ladro”, egli ama replicare, sostenendo ad ogni buon conto che la singolare alleanza di governo con il Partito nazionale, sciovinista e xenofobo, e quello residuale dell’irriducibile Meciar, non ha compromesso la continuità politica; come in effetti è avvenuto, appunto, in campo economico. Non così, invece, su un altro terreno scottante, quello dei rapporti con la grossa minoranza ungherese e con la stessa Ungheria sua protettrice. Qui la pressione dell’estrema destra si è fatta sentire (come pure riguardo alle altre due minoranze, i ruteni o ucraini e, soprattutto, gli zingari) dando il suo apporto ad un deterioramento non interamente addebitabile alla crescita di impulsi analoghi sulla scena politica magiara e delle denunciate interferenze di Budapest in una questione interna slovacca.

Nel frattempo, la crisi planetaria non ha mancato di sollevare le prime ombre sul miracolo economico della “tigre dei Tatra”, pur risparmiata sinora da tracolli paragonabili a quelli occorsi nelle repubbliche baltiche o in un suo corrispettivo, se si vuole, euro-occidentale quale l’Irlanda. Benché non catastrofico, il brusco calo del Pil (-4,7% nel 2009) dopo anni di galoppo ha innalzato la disoccupazione al 13%, tanto più pesante in quanto i senza lavoro a lungo termine sono intorno al 70%. In ogni caso, prima o poi gli operai, verosimilmente non appagati dalla medaglia d’oro in fatto di riformismo assegnata alla Slovacchia dalla Banca mondiale nel 2003, reclameranno salari superiori all’attuale media mensile di 500 euro. E, una volta passata come tutti confidano, o almeno sperano, la bufera globale, queste ed altre consimili rivendicazioni non potranno essere facilmente ignorate, innanzitutto, da un partito che si dice socialdemocratico come lo Smer-SD di Fico e che vanta il varo e l’attuazione (in realtà discutibile) del primo programma nazionale di Stato sociale.

Le prime risposte, per il momento, toccheranno tuttavia ad altri. Le elezioni parlamentari del 12 giugno hanno confermato la popolarità del premier uscente, il cui partito ha visto addirittura aumentare i consensi (specie tra i meno abbienti e in provincia) rafforzando così la sua maggioranza relativa. Ciò non è però bastato ad evitargli la perdita del potere a beneficio dei vecchi antagonisti di centro-destra. Si è formato infatti un nuovo governo di coalizione capeggiato dalla cristiano-democratica Iveta Radicova, per quanto esponente di un partito forte di soli 28 seggi contro i 62 dello Smer-SD su un totale di 150. La svolta, alquanto inaspettata, si deve ad un evento altrettanto imprevisto e di tutto rilievo non solo nel quadro nazionale: la sconfitta dei due partiti sinora alleati con Fico. Quello di Meciar non ha superato lo sbarramento del 5% e gli ultranazionalisti del truculento Jan Slota sono rimasti a stento in parlamento. Per contro, tra i quattro della coalizione entrante figura una nuova rappresentanza degli ungheresi, premiata da un brillante successo.

La bocciatura di Slota, in particolare, segna la prima battuta di arresto di un’avanzata delle forze di estrema destra che connota da qualche tempo il panorama politico dell’Europa sia orientale che occidentale. Se in quest’ultima il loro bersaglio principale, benché non unico, è costituito da genti allogene di più o meno recente immigrazione, nella prima la presenza di minoranze più o meno numerose in molti paesi genera da sempre problemi spesso acuti di convivenza interetnica o interculturale con conseguenti conflitti anche di straordinaria gravità; basti ricordare il caso jugoslavo. In Ungheria la recente impennata di un ringhioso sciovinismo ha avuto come sfondo una situazione economico-finanziaria oltremodo critica. L’esempio slovacco sembra indicare invece che da progressi adeguati o quanto meno promettenti in tale campo possono scaturire effetti benefici anche su altri.

Franco Soglian

CORRUZIONE: MALE EUROPEO

“Uno spettro si aggira per l’Europa”, potrebbe annunciare oggi un Carlo Marx redivivo. Non si tratta di una resurrezione del comunismo, anche se il nuovo spettro ha qualcosa a che fare con il comunismo o più precisamente con il defunto “socialismo reale”; purtroppo per chi eventualmente lo rimpianga. Si trarra invece della corruzione, che sembra dilagare nel vecchio continente coinvolgendone anche le regioni finora relativamente indenni o meno gravemente infette. Non soltanto, cioè, le lande meridionali, dove il morbo è sempre stato più di casa, dai tempi di Dante, per dire, fino a quelli di Mani pulite. Né soltanto nell’Est europeo, dove già i vecchi regimi autoritari o totalitari dominanti si erano rivelati incapaci di estirpare davvero l’antica piaga e destinati piuttosto per la loro stessa natura a favorirne la diffusione. E dove, comunque, il loro crollo, seguito da una transizione inevitabilmente travagliata ad un sistema diverso sotto ogni aspetto, non poteva non contribuire a gonfiare ed aggravare il fenomeno, oltre a conferirgli piena visibilità.

Oggi nella Russia di Putin, semi-autoritaria o, optando per l’eufemismo, a democrazia temperata, sul problema della corruzione divampa un vivace dibattuto sia a livello di opinione pubblica sia in sede istituzionale. E’ un progresso, certo, rispetto alla precedente negazione per principio dell’esistenza di un problema nazionale del genere. I massimi dirigenti moscoviti, anzi, sono dichiaratamente impegnati ad affrontarlo e risolverlo; con quanta credibilità, però, resta da vedere. Per l’altra grande ex sovietica, l’Ucraina, gli osservatori parlano di malanno “endemico” e “sbalorditivo” (staggering, così l’Economist) per le sue dimensioni. Nel resto dell’ex “campo socialista” una situazione analoga caratterizza innanzitutto l’area balcanica, concorrendo non poco ad ostacolare il pieno inserimento della Bulgaria e della Romania nell’Unione europea. Ma nuovi partiti sono comparsi e uomini politici sono saliti alla ribalta anche in paesi con migliore reputazione, come Polonia e Repubblica ceca, proprio alzando la bandiera della lotta contro la corruzione. Contro un male, dunque, che l’apparente consolidamento di regimi democratici non è bastato ad estirpare, com’era facile prevedere.

Nessuno, del resto, sembra immune dal contagio, quando di contagio si tratti e non di generazione spontanea, al di qua come al di là della vecchia cortina di ferro. Non parliamo, naturalmente, dell’Italia, leader su scala mondiale in fatto di corruzione così come di criminalità organizzata; un campo, questo, più o meno strettamente intrecciato con quello in argomento e nel quale il nostro paese vanta ben noti titoli di battistrada. Pochi dubitano, oggi, che l’epopea di Mani pulite non abbia prodotto frutti duraturi; le graduatorie internazionali continuano a collocarci nelle posizioni di coda, cioè tra i peggiori, in Europa, molto più indietro nel mondo, alle spalle di concorrenti quali Turchia e Cuba, e a quanto pare con un ulteriore arretramento negli anni più recenti. Appena un po’ meglio di noi, forse, sta la Spagna, dove a suo tempo la corruzione fu causa preminente della caduta del lungo governo socialista di Felipe Gonzales, non senza analogie con quella di Bettino Craxi in Italia. Ma i suoi temporanei eversori di destra non hanno saputo fare molto di meglio: i più clamorosi scandali esplosi dopo il ritorno dei socialisti al potere con Zapatero hanno macchiato soprattutto uomini e attività del Partito popolare già capitanato da Aznar e rimasto forte in provincia.

L’Europa centro-occidentale e settentrionale presenta ancora un volto sicuramente più virtuoso di quella meridionale. Non mancano tuttavia neppure qui sintomi di deterioramento, per quanto prevalentemente concentrati in un settore specifico nel quale comportamenti disinvolti e mancanza di scrupoli non erano certo privi di tradizioni storiche: quello dei rapporti commerciali e in particolare delle forniture militari soprattutto a paesi meno sviluppati. In Francia, Germania e Gran Bretagna i maggiori scandali degli ultimi anni hanno infatti chiamato in causa le responsabilità di grandi gruppi industriali per numerosi episodi di corruzione attiva e passiva a tale riguardo, ovviamente non senza connivenze di vario tipo da parte di ambienti governativi o comunque politici. Nelle relative denunce, accuse e richieste di adeguate contromisure, oltre a severe punizioni, vengono stigmatizzati i multiformi danni che simili pratiche recano all’insieme delle comunità nazionali o statali cui quelle società (non sempre esclusivamente private) appartengono. Un motivo in più, quindi, per non sminuire la rilevanza di questi casi.

D’altronde, contigua su un versante alla criminalità organizzata, la corruzione lo è su un altro anche a forme di trasgressione o irresponsabilità meno plateali e più inedite, ma magari ancor più gravide di rovinose conseguenze, cui la accomuna se non altro la matrice predominante dell’avidità. Rientrano perciò nel tema i recenti comportamenti di tanta parte del mondo finanziario soprattutto anglosassone che hanno provocato la crisi planetaria ancora non esaurita. E il discorso riguarda in primo luogo la Gran Bretagna e la sua relazione, finora “speciale” anche qui, con gli Stati Uniti. I quali, principali generatori del fenomeno, sono in compenso corsi ai ripari reprimendo col massimo rigore almeno le sue manifestazioni estreme, a differenza di quanto avviene in Europa. Il problema generale di come combattere il male e impostare le possibili terapie rimane tuttavia assolutamente aperto a causa della sua ovvia complessità, che qualcuno potrebbe chiamare piuttosto intrattabilità e persino congenita incurabilità. Nell’era della globalizzazione, che sicuramente complica e ingigantisce ogni problema, ma al tempo stesso ne impone e quindi dovrebbe agevolare un trattamento il più possibile uniforme e condiviso, lo sforzo diventa comunque tanto più auspicabile e necessario.

Franco Soglian

L’IMPORTANZA E LA CENTRALITÁ DEL MEDITERRANEO NEL MONDO DI OGGI

Una premessa.

Il mondo di oggi si trova conteso tra due civiltà molto diverse e quasi ignare l’una dell’altra. Con buona pace di chi ritiene di essere al corrente di come stiano veramente le cose grazie all’opera vasta e continua dei moderni mezzi di disinformazione di massa, in Occidente ignoriamo i valori quotidianamente e inconsapevolmente vissuti da chi si è formato in Estasia, l’area geoculturale che ha al proprio centro la Cina e che comprende a Nord l’arcipelago giapponese e la penisola coreana, e a Sud la penisola indocinese, Thailandia, Malaysia con Singapore e Indonesia.

Questa parte del mondo, per noi cresciuti nell’ambito della civiltà Occidentale, rimane in buona parte misteriosa e anche se ce ne interessiamo quando la percorriamo o vi soggiorniamo per brevi o lunghi periodi, poco apprendiamo e alla fine nulla o quasi sappiamo veramente. Qualche raro individuo, attraverso grandi sforzi personali, può riuscire a dotarsi degli strumenti (in primo luogo quello linguistico) che possano permettergli di penetrare quel mondo dove regna una civiltà distinta e sconosciuta. Disgraziatamente però questa conoscenza servirà a poco perché non potrà essere comunicata agli altri, a noi che apparteniamo alla civiltà Occidentale e siamo quindi privi dei mezzi culturali (anzi, di civiltà) necessari a comprenderla. Quindi, se possiamo essere informati su molti dettagli di fatti ed eventi che riguardano l’Estasia, ce ne sfuggirà la comprensione profonda perché non riusciremo a cogliere la concezione del mondo che caratterizza i suoi figli. D’altra parte chi è immerso in un certo tipo di civiltà non può estraniarsi da essa e guardarla per così dire dal di fuori. Non possiamo quindi contare neppure sull’aiuto, in termini di mediazione tra civiltà diverse, degli “altri”, dei diversi da noi, di coloro che appartengono a un altro ambito di civiltà.

Anche la testimonianza resa da Marco Polo sulla Cina con “Il Milione” nel XIII secolo, non ebbe alcuna influenza (anche se fu determinante, come testimonia la copia del Milione preservata alla Biblioteca Colombina di Siviglia e annotata a mano da Cristoforo Colombo, nello spingere il navigatore a voler raggiungere via mare, ma viaggiando in senso contrario, la fonte delle spezie, delle porcellane e della seta). Il libro di Marco Polo, ritenuto per sei secoli frutto di fantasia, cominciò ad essere creduto un vero resoconto di viaggio quando la Cina, ormai in decadenza, stava per divenire una facile preda dell’Occidente colonialista.

Il concetto di civiltà non è facile da comprendere, ma per i nostri modesti scopi questa parola verrà usata per definire quel complesso di valori la cui vissuta eziologia finisce per dare origine a una concezione del mondo peculiare e distinta da quella di altre civiltà, coeve o scomparse che siano.

All’interno di ogni civiltà vi sono poi delle culture distinte condivise da gruppi umani che si rifanno a credenze, stili di vita, lingue, religioni che sono peculiari di un certo gruppo sociale e che perciò lo caratterizzano e lo differenziano dagli altri. Talvolta queste differenze sono minime, al punto che un osservatore esterno non sarebbe quasi in grado di coglierle, oppure le differenze sono semplicemente immaginate, ma ciò nondimeno ritenute reali dagli interessati coinvolti. La sfera religiosa, nell’ambito della civiltà Occidentale (ma non in quella dell’Estasia), è una fonte infinita di incomprensioni e tensioni che altri elementi, che sembrerebbero avere un ben maggior peso, come per esempio la comunanza di lingua, non riescono a neutralizzare e neppure a mitigare. Si pensi ai serbo-croati accomunati dall’identica omonima lingua, cristiani, ma divisi dal fatto che i croati sono cattolici – e vogliono quindi scrivere la loro lingua, il serbo-croato, facendo uso dei caratteri latini – mentre i serbi sono ortodossi e vogliono quindi scrivere la loro lingua, il serbo-croato, facendo uso dei caratteri cirillici, inventati (adattati sarebbe più appropriato) dai santi Cirillo e Metodio quando hanno cristianizzato gli slavi una decina di secoli fa. Sembra di leggere “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift, e invece si tratta di una realtà che ha provocato lutti nella terza guerra europea del secolo XX. Un esempio analogo potrebbe essere fatto relativamente all’India, separatasi nel 1947 su una base puramente religiosa per dividere i praticanti dell’Induismo (una religione monoteistica ritenuta a torto politeistica) dai praticanti dell’Islam. Questa separazione ha dato origine a una guerra civile che ha causato alcuni milioni di morti e che ha continuato a causarne, per tacere dei conflitti avvenuti e latenti tra i diversi tronconi del sub-continente indiano. Il Pakistan si è dotato di una lingua ufficiale, l’Urdu, scritta con i caratteri arabo-persiani, mentre l’India ha adottato come lingua ufficiale lo Hindi, scritta con i caratteri devanagari in uso per il Sanskrito, lingua antica che ha influenzato tutte le lingue europee che non a caso si chiamano lingue indo-europee (in tedesco: indo-germanische sprache). In verità Hindi e Urdu erano e sono la stessa lingua, l’Indostano dell’India settentrionale, e sono andate differenziandosi negli usi lessicali nel corso degli ultimi 60 anni. La parte più orientale della penisola indiana, staccatasi dall’India per unirsi al Pakistan come East Pakistan, si è poi definitivamente staccata dal Pakistan con il quale non condivideva altro che la religione islamica, divenendo il Bangladesh un Paese la cui lingua ufficiale, il bengalese o bengali, è parlato anche dai bengalesi che vivono in India e che sono in maggioranza induisti.

Tuttavia, sebbene la religione possa giocare un ruolo importante nel sottolineare le differenze, e rendere ciechi nei confronti dei tratti che accomunano anziché dividere, non si può in alcun modo ritenere la religione come il solo elemento determinante nel caratterizzare le culture né, a maggior ragione, le civiltà.

Per ragioni che oggi chiameremmo puramente propagandistiche lo scontro tra religioni è stato in passato, per esempio nel Medioevo, spacciato per scontro tra civiltà (anzi: tra civiltà e barbarie) mentre si svolgeva sempre nello stesso ambito di civiltà (quella Occidentale) e spesso addirittura nell’ambito della stessa cultura, come è accaduto per esempio nella Reconquista dei territori spagnoli sotto il dominio dei Mori. Territori dove la tolleranza religiosa dei dominatori permetteva la pacifica convivenza di credi religiosi diversi in un ambito culturale comune pienamente condiviso dai praticanti di tutte le fedi rappresentate in quella comunità. Ma la comunanza della lingua, della religione e degli stili di vita non sono elementi sufficienti a evitare fratture e divisioni dalle conseguenze nefaste all’interno di popoli che condividono “quasi” tutto. Inutile scomodare la storia, i Guelfi e i Ghibellini, le ideologie, basterà il tifo calcistico a farci capire la stupidità della natura umana quando vogliamo sentirci divisi e nemici.

Ma sarebbe ora di parlare di Mediterraneo, anzi dei Paesi che vi si affacciano, dato che le genti che popolano questi Paesi, salvo rare eccezioni di ogni epoca, poco hanno a che fare con il mare e molto con le terre che da esso sono bagnate …

Gianni Fodella

C’É DEL MARCIO A NEW YORK

C’è del marcio a New York. E il furore intorno alla moschea di Ground Zero è solo la punta dell’iceberg. La vicenda che ha rimesso la Grande Mela al centro del dibattito nazionale e internazionale, infatti, è solo la punta dell’iceberg di un crescente scontro culturale che avvolge l’America fin dal 2001, ovvero dai giorni dell’Operazione Enduring Freedom e dell’imporsi all’attenzione pubblica del concetto di ‘Islamofascismo’. Uno scontro culturale che si propaga senza sosta in lungo e in largo per gli Stati Uniti, proprio come un rapido contagio, infiammando l’opinione pubblica in un periodo di grande scontento generale.

Arrivati a questo punto, la questione riguardo il diritto o meno all’esistenza della moschea prevista al Park51 dovrebbe già essere stata risolta. Nella decisione non dovrebbe essere determinante l’evidenza che negli immediati dintorni di Ground Zero ci siano già altre due moschee, la Majid Manhattan e la Masjid al-Farah: la vera risposta, supportata dalla Costituzione Americana, è che la moschea Park51 – molto semplicemente – ha diritto di sorgere lì. Ma ciò non ha placato il temperamento di persone come Pamela Geller e Robert Spencer, che tramite la loro associazione ‘Stop Islamization of America’ (SIOA) hanno dichiarato guerra totale a quella che definiscono la ‘Moschea della Supremazia Islamica’. Un’associazione che, stando al loro sito, difende la ‘libertà religiosa’:

Ricordate: siamo in guerra. Stiamo combattendo per la nostra nazione, per i nostri valori e per i principi costituzionali di libertà che hanno reso grande l’America. Siamo in guerra per la libertà di parola, l’uguaglianza dei diritti delle donne, e per la libertà di coscienza – tutte cose negate dalla legge islamica.

Le incongruenze sono visibili a occhio nudo. Se la SIOA combatte per la difesa dei valori americani, non dovrebbe essere a favore della costruzione di una moschea guidata da un imam moderato? Non dovrebbe, la SIOA, essere dalla parte dei musulmani americani che sono morti nell’attacco dell’11 Settembre, e di quelli che – ancora oggi – combattono in Afghanistan e in Iraq? E, soprattutto, contro chi stanno combattendo i ‘patrioti’ americani della SIOA? Dando una rapida occhiata ai confini americani, non mi sembra di vedere orde di barbari che si riuniscono con aria sediziosa preparandosi alla presa della Casa Bianca.

Ma i sostenitori della filosofia della SIOA (che è poi quello dei Tea Parties, e dunque di Glenn Beck e Sarah Palin) non sono particolarmente preoccupati delle incongruenze. Il loro è un mantra di supremazia etno-religiosa, e la loro islamofobia si sta rapidamente trasformando in una nuova e rabbiosa forma di razzismo. La SIOA ha programmato un raduno per il prossimo 11 Settembre e uno degli ospiti invitati a parlare sarà l’estremista politico olandese Geert Wilders, che in un’intervista ha affermato che ‘l’Islam non è una religione, ma un’ideologia: l’ideologia di una cultura ritardata’. Quello che preoccupa è la constatazione che questo sentimento, una volta relegato nella marginalità di subculture sotterranee e minoritarie, stia ora lentamente uscendo allo scoperto, fino a diventare mainstream.

Movimenti contrari alla costruzione di questa e altre moschee stanno fiorendo in varie parti d’America. A Temecula, in California, gruppi di manifestanti si sono riuniti brandendo cartelloni con la scritta ‘No Allah Law Here’, in aperta ostilità con il Centro Islamico di Temecula Valley, che vorrebbe costruire una moschea di oltre 2.000 metri quadrati su alcuni terreni inutilizzati di cui è già entrato in possesso. Un Centro Islamico a Florence, Kentucky, è apertamente attaccato da un website anonimo (‘Stop the Mosque’), e inoltre vi sono state diverse segnalazioni di un anonimo oppositore – soprannominato ‘il vigilante’ – che va in giro appendendo volantini che intimano l’immediato stop dei lavori di costruzione della moschea. E poteva forse mancare un bel rogo di libri? Terry Jones, il pastore del Dove World Outreach Center di Gainesville, in Florida, sta programmando una giornata internazionale dedicata a bruciare il Corano (International Burn a Quran Day), ovviamente per il prossimo 11 Settembre. Lo scopo dichiarato è quello di inviare ‘un messaggio molto chiaro, e radicale, ai musulmani: la legge della Sharia non è la benvenuta in America’.

L’islamofobia ha trovato risonanza anche fra i politici di professione. Il New York Times riporta che il repubblicano Allen West ha definito l’Islam ‘un nemico pericoloso’, mentre un suo compagno di partito, il candidato al Congresso Ron McNeil, ha attaccato l’Islam definendolo una minaccia ‘al nostro modo di vivere’. E come se tutto ciò non fosse abbastanza, alcune frange stanno convertendo in chiare manifestazioni di violenza questi discorsi di stampo intollerante. Il 25 Agosto, a New York City, il tassista Ahmed Sharif è stato brutalmente accoltellato da uno squilibrato che poco prima gli aveva chiesto se era musulmano. E il giorno dopo, nel Queens, un uomo è piombato nella Moschea Imam ad Astoria e ha urinato sul tappeto delle preghiere.

E’ ormai evidente quello che sta succedendo: vaghe e infondate dichiarazioni di intolleranza, basate su razzismo e odio etno-religioso, stanno trovando discepoli volenterosi. Ma ancora più evidente è la mutazione di questo programma estremista: da filosofia spicciola e minoritaria, intrisa d’ignoranza, a fenomeno politico e sociale.

Un recente sondaggio del Pew Research Center for the People and the Press ha rilevato che un numero sempre crescente di americani (ora il 18%) crede che il Presidente Barack Obama sia musulmano. Questo risultato, chiaramente, è da mettere in relazione al generale malcontento della Middle Class americana, ma non può sfuggire che evidenzia anche la presenza di una volontà mistificatoria nei confronti del Presidente. “I dati del Pew hanno evidenziato che fra Repubblicani e Conservatori – ovvero i gruppi che non amano Obama – raccoglie sempre più adesioni la credenza che Obama sia musulmano”, scrive David P. Redlawsk, direttore dell’Eagleton Center per i Sondaggi di Interesse Pubblico.

Ma, chi sono questi islamofobi? Da dove viene la loro rabbia? E ancora, qual è l’elemento unificante dei loro – variegati – sentimenti ostili? E’ forse l’Islam in quanto tale? La disoccupazione? La mancanza di fiducia verso i politici di Washington? O magari la sfiducia, più in generale, nella democrazia? Dichiararsi sostenitori dei valori americani di libertà è un’affermazione senza dubbio vaga (non siamo forse una società pluralista in cui convivono molti, e diversi, concetti e principi di libertà?), ma la formulazione di un mantra aggressivo, basato su concetti ideologici e astratti, è chiaramente il fondamento di un pericoloso populismo.

Con i dati sull’occupazione praticamente immobili, e con quelli legati all’economia che promettono generazioni perdute invece che una riedizione dei bei tempi d’oro, la rabbia che sentono gli americani potrebbe essere – a volerle dare un nome più preciso – quella della perdita di opportunità. L’America, da sempre, è la terra del sogno; oggi, tuttavia, sembra offrire soprattutto pignoramenti e code di disoccupati. Arianna Huffington dell’Huffington Post ha perfino cominciato a definire il paese ‘un’America del Terzo Mondo’. Ma la ricerca di un’anima vera per questo paese confuso, e magari anche del vocabolario adeguato per esprimere la sua rabbia, andrebbe condotta prima che l’epoca di Obama si tramuti – suo malgrado – in una Repubblica di Weimar a stelle e strisce; prima che i discorsi improntati all’odio e alla diffamazione possano essere catalogati come cupo antipasto di un clima di vera e propria violenza islamofobica.

Il rischio è che i musulmani americani si ritrovino, loro malgrado, a essere i capri espiatori di una lista di problemi più ampi. Le pene degli americani di oggi, siano esse di natura politica o economica, appartengono a tutti, dai banchieri di Wall Street ai deputati del Congresso, per finire ai comuni cittadini elettori.

Alla fine dei conti, se c’è qualcosa che possiamo imparare da questo polverone e dalle grida che si sono alzate intorno a parole quali ‘valori’ e ‘libertà’, è che non c’è niente di più anti-americano che prendersela con un gruppo di individui per una crisi che appartiene all’intera collettività.

Andrew Z. Giacalone
traduzione di Leonardo Staglianò

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