TERRORISMO: L’UTOPIA DEI PROFETI MEGLIO CHE IL REALISMO DEGLI STATISTI-NULLITA’

Forse non sarebbe questo il momento per fare il Misogallo. Per chi non ha fatto il classico bensì lo scientifico o l’informatico: si intitolò Misogallo lo scritto con cui Vittorio Alfieri esplicitò il suo sdegno per quel che facevano i giacobini francesi nei pochi anni che la Rivoluzione borghese degenerò in quotidianità della ghigliottina. E sì che nelle famiglie piemontesi del suo ceto la Francia era quasi patria. I nobili, se non usavano il dialetto, erano francoparlanti. E lui, il nostro sommo tragico, andò a Firenze non solo per ‘lavare in Arno’ il suo scrivere, anche per prendere assidue lezioni di lingua italiana.

Il qui sottoscritto non è disgustato come l’Alfieri. Però certi recenti casi d’oltralpe gli sembrano rotondamente ridicoli. L’aggressione del terrorismo è cosa troppo seria per legittimare le trasferte patriottiche dei politicanti a Versailles, con obbligate allusioni alle grandi vittorie del Re Sole. Lì la nomenclatura, facce compunte e labbra modellate dai melismi della Marsigliese, ha recitato un copione eroico (con venature comiche): siamo in guerra, nessun compromesso, saremo spietati, orgoglio nazionale, valori laici, République, Liberté, diritti ai concerti rock e alle nozze gay, altri emozionanti gridi di battaglia. La Francia magari si rialzerà, come scrivono gli editorialisti cesarei. Ma è in grado di vincere solo un modico di vittorie di consolazione.

Gli arcicomandi di Hollande hanno fatto salpare la portaerei De Gaulle, e il gesto piace ancora agli épiciers che, a stare al Generale che dà il nome alla superba ammiraglia, fanno il grosso della nazione vittoriosa a Valmy e a Jemappes. Una portaerei fa effetto, avvicina un po’ chi ce l’ha alla Home Fleet e alla U.S.Navy. Però nell’ultima guerra mondiale il compianto guerrafondaio F.D.Roosevelt ne aveva un centinaio di portaerei (di varia stazza). Vinse, e dopo di lui i successori hanno perso tutte le guerre che hanno intrapreso. Non bastano le portaerei.

Per parlar chiaro: il fiammeggiare a Versailles dello spirito militare -quello della Francia ufficiale come quello degli épiciers- ricorda i nostri Otto milioni di baionette e le nostre Otto corazzate. E il presidente Hollande non dimentichi che molti statisti compaesani sono caduti nei trabocchetti della Storia. Per sprovvedutezza.

1870: Emile Ollivier, capo dell’ultimo governo del Second Empire, e l’Alto Comando assicurano Napoleone III che sbaraglierà la Prussia di Bismarck. 1914: il presidente Poincaré, giunto a Pietroburgo sulla maestosa corazzata “France”, accompagnato dall’innocuo primo ministro Viviani, convince lo Zar a dare il via alla Grande Guerra (distruggerà lo Zar, la sua larga famiglia e molti milioni di uomini; darà la Russia ai bolscevichi). 1918: Georges Clemenceau è certo d’avere meritato l’Eliseo in quanto il Tigre de la Victoire; e invece no. 1919: il trattato di Versailles, troppo punitivo per la Germania, crea le premesse per il trionfo di Hitler. 1939. Edouard Daladier entra in guerra per onorare un impegno con Varsavia (che non onorò). L’impegno era stato assunto per comprare la sudditanza di una Polonia fatta artificialmente grande a Versailles. 1940: Paul Reynaud, capofila dei pochi che vogliono la guerra ad oltranza da una colonia africana, deve umiliarsi a guidare in chiesa una delegazione di ministri, tutti atei o ultra-laici, che fingono di implorare Santa Genoveffa perché salvi Parigi dalla Wehrmacht così come la salvò da Attila. 1957: il premier socialista Guy Mollet crede di schiacciare con le armi la rivolta d’Algeria e partecipa alla ‘vittoriosa’ spedizione di Suez.

Insomma Hollande è montato a cavallo, ma è difficile che torni vincitore. Con gli altri condottieri della Francia ha dato al tremendo problema del terrorismo la risposta più banale di tutte; quasi certamente la più inutile, avendo a che fare con un avversario che sembra non scarseggiare mai di kamikaze volontari. Le armi e le coalizioni potrebbero persino sconfiggere momentaneamente l’Isis territoriale. E dopo? L’estremismo esasperato è diffuso nei continenti. Si possono bombardare e conquistare tutti i continenti?

Se la soluzione militare non esiste, meno che mai esiste quella diplomatica. Non resta che l’utopia, ancora una volta più realista del realismo dei generali e degli statisti. L’utopia che sorga un pugno di uomini veramente grandi, grandi come il Nazareno e come Maometto, i quali sciolgano le rispettive Chiese ed eserciti di clero, e fondino l’Ecumene dei credenti. L’utopia, inoltre, che il mondo dei ricchi accetti di impoverirsi, di cambiare stili di vita e di consumi, per condividere ciò che hanno con le masse che oggi sperano nell’Isis.

Questo avvento della Più Grande Pace profetizzò Isaia (19, 18-24): “Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani, ma poi li risanerà. In quel giorno l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria e gli Egiziani renderanno culto insieme con l’Assiria. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra”. Cose troppo immense per i semplici inconcludenti Bergoglio e per una turba di imam, muftì e capirabbini.

Eppure invocare che avvengano promette assai più che confidare negli Hollande e nei Cameron, nei loro marescialli, diplomatici e altri co-protagonisti del Nulla.

Jone

La Terra, Il Sangue, le Parole: intervista con il Generale Pietro Pistolese sulla situazione in Israele e Palestina

Internauta intervista il Generale di corpo d’Armata dei Carabinieri Pietro Pistolese, autorevole voce per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, ultimamente di nuovo oggetto di preoccupazione da parte della comunita’ internazionale. Il generale Pistolese ha guidato diverse missioni di pace in Isaele e Palestina: a Hebron e’ stato due volte vicecomandante della Temporary International Presence in Hebron (TIPH) e ha concluso la sua carriera come comandante della Missione di pace per conto dell’Unione Europea (EUBAM) al valico di Rafah (Gaza) fra il 2005 e il 2008.

Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, Commendatore della Repubblica Italiana, é membro dell’Istituto di Diritto Internazionale Umanitario di San Remo e del Consiglio Direttivo della Società di Letture e Conversazioni Scientifiche di Genova. Ha pubblicato numerosi articoli sulla situazione internazionale e il libro Il Forte di S. Giuliano edito da ECIG nel 1995. Recentemente ha pubblicato, a quattro mani con il Professor Petermann, La Terra, il Sangue e le Parole, edito da Termanini, sulla sua personale esperienza in Israele. Un libro documentato, vivo e concreto che riesce a rimanere neutrale sul conflitto israelo-palestinese, forse il più complesso della storia moderna, dando al lettore una chiara, a tratti scioccante testimonianza della difficolta’ sul campo che incontrano Israeliani e Palestinesi nella loro vita quotidiana e dei numerosi, imprevedibili ostacoli al processo di pace nell’ultimo ventennio.

Il libro bene rende la complessità del problema israelo-palestinese dove psicologia, storia, demografia e religione si intrecciano in un contesto in cui lo Stato sembra solo uno degli attori, spesso incapace di controllare i propri cittadini. Questa terza intifada ne e’ un’ ulteriore conferma. Ecco la nostra intervista al Generale Pistolese.

1. Generale, un articolo pubblicato dal Jerusalem Post il 31 marzo 2007, quando Lei era a capo della missione EUBAM, la definiva un ottimista: ancora credeva che la pace fosse possibile. Il vostro libro invece da una conclusione piuttosto pessimista. La pace in Israele e Palestina viene paragonata ad un “Sisifo felice”. Cosa e’ cambiato dal 2007 ad oggi? Cosa pensa di questa terza intifada?

Mai nella storia uno stato di guerra è rimasto tale per sempre. Inevitabilmente si arriverà ad una soluzione. Rimango perciò sempre ottimista, come nel 2007. Ho usato nella conclusione del libro il mito di Sisifo, condannato per l’eternità a spingere fino alla cima di un monte un masso che raggiunta la vetta rotola inesorabilmente a valle, come similitudine con il processo di pace. Con questo mi sono voluto riferire ad un passato in cui tutte le volte che era sembrato poter agguantare la pace, inevitabilmente si era verificato un evento che, azzerati i progressi raggiunti, faceva tornare indietro il negoziato.

Esiste però un presente e un futuro. L’operazione militare del luglio 2014, Margine di Protezione, (pag. 260) ha inflitto ad entrambi i contendenti pesanti perdite senza risolvere nulla. Israeliani e palestinesi ora sanno che ripetere azioni consimili non migliorerà la situazione anzi, la devastazione siriana e la presenza di un nuovo elemento, l’ISIS, nello scacchiere mediorientale, alle frontiere settentrionali d’Israele, dovrà comportare maggiore cautela. La via del negoziato che potrebbe essere promossa dal Quartetto (ONU, UE, USA e Russia), ancora una volta, si presenta come l’unica praticabile.

2. Generale, Lei hai guidato delle missioni in Israele e Gaza per conto dell’Unione Europea ed ha una conoscenza concreta dell’organizzazione e efficacia degli interventi occidentali nella regione.

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua in un’intervista su La Stampa ha definito recentemente le politiche degli Stati Uniti nella zona «criminali», inutili anzi dannose per favorire davvero la pace e ha detto che l’Europa é “una delusione”. Cosa ne pensa lei? Quanto sarebbe auspicabile ed efficace oggi l’intervento dell’occidente per guidare delle eventuali trattative di pace? Quanto invece potrebbero essere le potenze regionali, penso per esempio, oltre a Israele, a Egitto e Giordania a guidare il processo di pace?

Non credo che il processo di pace possa essere guidato da alcuno tranne che dagli stessi israeliani e dai palestinesi. Il Quartetto, e nel suo ambito gli europei, possono favorire il dialogo, finanziarne le iniziative (la ricostruzione dell’aeroporto e il famoso porto a Gaza) ma soltanto le due parti possono decidere quando e come riavviare il processo. Nel frattempo la situazione di stallo e i clamori del conflitto nella confinante Siria e in Iraq favoriscono autonome spinte estremiste e terroristiche. Netanyahu dovrebbe comprenderlo e, di conseguenza, assumere iniziative politicamente valide. L’attuale situazione di stallo non favorisce Israele e i palestinesi non si rassegneranno mai a non avere un loro stato indipendente. La storia ce lo insegna: noi stessi, italiani, quando abbiamo deciso di essere uno stato unitario abbiamo combattuto quattro guerre d’indipendenza contro uno dei più forti imperi del mondo, l’Austria – Ungheria, ma alla fine abbiamo vinto.

Il vero problema è la mancanza di una vera leadership nell’ambito delle due parti e la totale sfiducia tra di loro.

Per quanto riguarda un possibile maggiore ruolo delle potenze regionali, Egitto e Giordania, che verrebbero così a costituire il cosiddetto “Quartetto allargato”, ritengo che possa essere un’opzione meritevole di essere esplorata malgrado le difficoltà presenti.

3. Netanyahu sembra rifiutare la soluzione dei due stati e Israele sta diventando, per molti osservatori, sempre più simile ad uno stato di apartheid. In Cisgiordania ci sono tre zone di cui una, la zona C, completamente sotto il controllo di Israele, eppure i palestinesi ivi residenti non hanno diritto di cittadinanza. Netanyahu ha recentemente rifiutato gli osservatori internazionali in Israele e ha accusato il gran Muftì di Gerusalemme di essere stato la vera mente dell’Olocausto. Sarà possibile una pace duratura con Netanyahu al potere?

Se non si attuerà la soluzione di due stati per i due popoli dovrà adottarsi quella di uno stato solo per israeliani e palestinesi. In tal caso, come ha così bene evidenziato l’esperto demografico e statistico israeliano, Sergio Della Pergola (pag. 173), l’incremento demografico palestinese, più dinamico di quello israeliano, finirà per mettere questi ultimi in minoranza. Nell’ambito di un unico stato i palestinesi non potranno restare troppo a lungo privi di diritti civili e chiusi nell’apartheid dei loro territori. Alla fine prevarrà il principio dell’uguaglianza. E’ una storia già vista di recente in Sud Africa. Forse allora chi verrà al posto di Netanyahu dovrà chiedere di gran fretta l’intervento degli osservatori internazionali e la manipolazione di antiche quanto inutili rievocazioni storiche, come quello del Gran Muftì palestinese che avrebbe suggerito a Hitler di sterminare gli ebrei, non sarà certo d’aiuto. Quanto all’Europa non possiamo farci illusioni: un’Europa cosiffatta non sarà mai in grado di esprimere una politica estera e neanche di difesa accettabili. Forse tra qualche generazione gli europei riusciranno a fare quello che è stato realizzato per la moneta unica alla quale, comunque, non tutti i ventotto hanno aderito.

4. La Russia sta tornando protagonista nella scena globale ed ha scelto il Medio Oriente come porta privilegiata. La Russia é l’unica potenza che può vantare un saldo amicizia con Israele, Iran, Egitto, Giordania Siria e Iraq allo stesso tempo mentre si sta riavvicinando all’Arabia Saudita. Gli Stati Uniti invece, dopo anni di attivismo, si dimostrano sempre più incerti nelle scelte da fare nella regione. Potrebbe, secondo Lei, la Russia cominciare a giocare un ruolo chiave nel processo di pace israelo-palestinese e sostituire magari l’Occidente?

La Russia è una potenza di gran lunga ridimensionata rispetto alla dissolta URSS. Vuole tuttavia mantenere la base navale di Tartus ed aerea di Hmeymim (Latakia) per cui continua a sostenere l’alleato siriano Bashar al Assad. Si è dunque inserita nel gioco mediorientale contro l’ISIS preoccupata anche delle influenze che quest’ultimo potrebbe suscitare sugli oltre 16 milioni di musulmani russi in particolare nel Caucaso e nell’Asia centrale.

A mio parere, dunque, non si tratta di un rientro sulla scena politica internazionale globale ma soltanto di una riaffermazione dei suoi interessi regionali. In tale prospettiva la Russia é in buoni rapporti con Israele, ma anche con i suoi nemici, Siria e Iran. E questo è fondamentale per Mosca se vorrà essere tra coloro che decideranno il futuro assetto della regione, per questo ha bisogno di allacciare forti e buone relazioni con Israele. Quest’ultima, d’altro canto ha accolto oltre un milione e mezzo di ebrei russi. In Israele ci sono reti televisive e giornali in lingua russa, spesso si notano insegne di negozi scritte in russo e la presenza di questi nuovi cittadini che continuano a esprimersi in russo è più che evidente. E’ questa una fase politica molto intrigante, i russi la chiamano pluridirezionale: avere molte controparti con cui parlare e proporsi come mediatore nei conflitti. Dopo le primavere arabe, però, anche i russi si sono dovuti schierare prevedendo un irrobustimento dell’islam radicale e dunque un aumento dell’instabilità. E’ per questo che la Russia ha scelto un campo: si è schierata con gli sciiti contro i sunniti.

Quanto agli Stati Uniti, la cui supremazia non appare in discussione, dopo molte incertezze sembrano ormai convinti ad avviare anche operazioni terrestri con forze limitate per combattere l’ISIS ed abbattere Assad al quale il sostegno russo sembra cominci a vacillare.

In tale contesto non va dimenticato l’Iran che in virtù dell’accordo recentemente sottoscritto con il “5+1” (USA, Francia, Regno Unito, Germania, Cina e Russia) sul nucleare ha rinforzato le sue ambizioni di potenza regionale, leader dei paesi musulmani di confessione sciita.

5. Nel libro emergono aspetti molto affascinanti legati alle percezioni psicologiche delle due parti che si mescolano a fattori religiosi e storici. E possibile una dialogo “laico” fra Israele e Palestina e un dibattito soltanto su concreti interessi strategici?

In Israele la componente religiosa è attualmente molto forte e dunque condizionante per la politica dell’intero stato. Non a caso nell’attuale governo, uscito dalle elezioni dello scorso marzo e dopo 42 giorni di trattative condotte da Benjamin Netanyahu, figurano i partiti religiosi schierati più a destra come i religiosi dello “Shas” e della “’Unione per il Giudaismo nella Torà”. Ma Netanyahu ha potuto raggiungere alla Knesset la tanto sospirata quanto risicata maggioranza di 61 seggi su 120 solo grazie all’intesa con Naftali Bennett, leader della destra nazionalista dei coloni del partito “Bayt Hayehudi” ( Focolare Ebraico ).

E’ evidente che un Primo Ministro che ha condotto una campagna elettorale all’insegna della minaccia alla sicurezza dello stato ebraico rappresentata dal programma nucleare iraniano e dall’avanzata dello jihadismo di Isis e delle altre sigle del terrorismo islamico e che si poggia su una maggioranza siffatta, non potrà mai allacciare un dialogo puramente “laico”.

Questa ipotesi potrebbe verificarsi soltanto se un futuro leader israeliano fosse capace di raggiungere una forte maggioranza con il “Fronte Sionista” ( partito laburista di Isaac Herzog ), che ora ha raggiunto solo 24 seggi, i centristi di Yar Lapid (11 deputati, sensibilmente diminuiti rispetto ai 19 di due anni fa), il “Kuluna”, movimento centrista, fondato lo scorso novembre da Moshe Khalon, con 10 seggi, il partito “Meretz” ( 4 seggi) e, forse, con l’appoggio esterno della lista dei “Partiti Arabi Uniti” (raggruppa gli arabi-israeliani) che ha raggiunto ben 14 seggi e potrebbe essere l’ago della bilancia. Naturalmente gli israeliani dovrebbero conferire a ciascuna formazione politica, in una futura ipotetica elezione, un numero maggiore di voti.

Da parte palestinese il perdurare del dualismo Fatah – Hamas malgrado la conclamata riconciliazione e l’atteggiamento fortemente ostile del regime di Haniye nella Striscia di Gaza non consentono alcun passo avanti nel processo di pace da tempo interrotto.

I commenti da parte palestinese sul nuovo governo Netanyahu sono stati molto negativi. Il segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Abed Rabbo ha detto con durezza: “Israele ha scelto la via dell’occupazione e della colonizzazione e non del negoziato e della collaborazione”. Gli Hamas molto spicciamente si sono così espressi per bocca di Izzat al-Rishq: “Terroristi Netanyahu e chi lo ha votato”.

Pare infine che il capo negoziatore dell’Autorità Nazionale Palestinese, Saeeb Erekat, avrebbe intenzione di tentare di ottenere dall’ONU il riconoscimento unilaterale dello stato palestinese. Non solo ma avrebbe accennato alla possibilità di procedere alla denunzia di Israele al tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra.

Raimondo Lanza di Trabia

Per la lettura: La Terra, Il Sangue, le Parole di Pistolese, P. e Petermann, S. ed. Termanini 2015 p.302

Un saggio inedito di Tolstoj invita all’insubordinazione politica. Anche oggi.

Guerra e Rivoluzione, un saggio di Lev Tolstoj del 1906 ancora praticamente inedito, è stato recentemente pubblicato, a cura di Roberto Coaloa, da Feltrinelli. Sarebbe più giusto definirlo un pamphlet per la forza e rilevanza sociale dei temi trattati. Le estreme riflessioni politiche di un Tolstoj ormai vicino alla morte, hanno lasciato all’umanità una visione di pace, di fratellanza e insieme di insubordinazione verso il potere politico che resta, più di un secolo dopo, inattuata e magnifica.

Di che Guerra e di che Rivoluzione si parla? La guerra è la sanguinosa ed inutile guerra russo-giapponese del 1905 e la rivoluzione è la prima delle tre rivoluzioni russe che si aprì con la cosiddetta krovavoe voskressen’ie, la domenica di sangue: il 22 gennaio 1905 un’intera piazza che manifestava pacificamente si lasciò mitragliare e sciabolare senza alzare un dito.

Tolstoj, profondamente scosso dagli eventi, affida alla penna le sue ardenti verità. Si tratta di un Tolstoj estremista, pacifista non violento, vegetariano, lo stesso che ingaggiava profondi dialoghi epistolari con Gandhi-al Mahatma proprio l’ultima lettera mai scritta da Tolstoj- e che si opponeva alla violenza persino sugli animali, figlia, come la violenza sugli uomini, della stessa perversione: “finche ci saranno mattatoi, ci saranno campi di battaglia”.

Nell’ottobre del 1905 scrive sul suo diario: “la rivoluzione è al suo culmine. Si uccide da entrambe le parti. La contraddizione, come sempre sta nel fatto che con la violenza l’uomo vuole frenare, arrestare la violenza”. Questa è la summa dell’etica tolstoiana, che tanto influenzò lo stesso Gandhi. Lo scrittore austriaco Stefan Zweig riassume l’etica di Tolstoj dicendo che egli riformula la parola evangelica “non resistere al male” e le dà questa interpretazione creativa “non resistere al male con la violenza”. Solo così il messaggio cristiano potrà davvero venir realizzato, spezzando, come dice René Girard, il meccanismo mimetico che obbligherebbe l’uomo a rispondere a violenza con altra violenza.

Il mondo non è come dovrebbe essere, questo è il punto di partenza di Tolstoj in questo inedito saggio. Uomini che non si conoscono e che non hanno motivo di farlo si massacrano, spinti a farlo da istituzioni fittizie quando, nella realtà, non esiste alcun buon motivo per compiere alcuna guerra. Come Rousseau, Tolstoj sembra chiedersi come sia possibile che l’uomo, nato libero, ovunque sia in catene, oppresso da forme di potere di volta in volta più diverse, più sottili, ipocrite, invisibili. Non importa che abito si metta il potere, assoluto, democratico, teocratico o laico: nulla di buono per i popoli potrà mai uscirne. Le forme sociali cambiano ma i rapporti fra gli uomini restano invariati “come un corpo che nella sua caduta cambia la sua posizione, mentre la linea che segue il baricentro, il centro di gravità resta invariabile”. E ancora insiste Tolstoj: “lanciate un gatto da un’altezza: può rigirarsi su se stesso, avere la testa in alto o in basso, il suo centro di gravità non uscirà dalla linea di caduta. E la stessa cosa dei cambiamenti delle forme esteriori della violenza governativa”.

Evidente lungo tutto il saggio è la profonda avversione che Tolstoj nutre verso i governi e l’autorità politica in qualsiasi forma essa si manifesti. Secondo il grande romanziere russo, l’umanità è talmente avvezza all’errore, a pensare che i governi come gli stati siano necessari che non s’accorge che da tempo, forse da sempre, essi sono un superfluo male:“…lavorando essi stessi alla loro servitù, poiché credono alla necessità dello stato, gli uomini fanno come gli uccelli che, davanti alla porta aperta delle loro gabbie, restano dentro le loro prigioni, un po’ per abitudine e un po’ per conoscenza della libertà”.

Le sue riflessioni sull’irredimibile ingiustizia di ogni autorità e della necessaria perversione di chi possiede ed esercita il potere restano questioni fondamentali. Le tante, articolate autorità che governano oggi il mondo, sono esse legittimate? Sono addirittura necessarie? E come fare per portare a termine quello che Locke chiamò l’appello al cielo, come liberarsi dal tiranno ingiusto, corrotto, incapace e tornare allo stato di natura? Non con la violenza ci dice Tolstoj, né, tantomeno, con vani tentativi di riforma: ogni uomo che dovesse toccare la mela d’oro del potere si corromperebbe. Solo l’unione pacifica ed egualitaria dell’umanità, che Tolstoj vede come il vero destino del mondo, potrà restituire l’uomo al proprio cammino cristiano.

Il rifiuto di obbedire al governo e di riconoscere i raggruppamenti artificiali in stati deve portare l’uomo “alla vita naturale piena di gioia e tutta morale delle comunità agricole sottomettendosi ai loro regolamenti, comprensibili a tutti e risultanti dal mutuale consenso e non dalla costrizione”. Non è un caso che la comunità agricola, su cui Tolstoj insiste con forte commozione, in russo si dica mir, che vuol dire anche mondo e, ancor più importante, vuol dire pace. Allora, tornati allo stato di natura, nessuna autorità e nessuna violenza sarà più necessaria poiché l’autorità deriva dal peccato originario (stavolta terrestre), e cioè l’appropriazione della terra con le differenze economiche –e quindi i conflitti- che ne sono derivati: “Colui che da solo possiede delle decine di migliaia di ettari in foreste ha bisogno di protezione quando vicino a lui milioni di uomini non hanno la legna per scaldarsi”.

Lo stato e l’autorità sono insomma ontologicamente ingiusti, perché nati e strutturati per assoggettare tanti a vantaggio di pochi. Sembra di sentire Marx, ma Tolstoj va oltre le classi e parla all’umanità intera.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, valori cosi miseramente calpestati dalla storia, sono ancora gli ideali giusti e lo resteranno fino a che non verranno realizzati, ma, insiste Tolstoj, realizzarli con la violenza renderà vano, un’altra volta, il tentativo.

I potenti di oggi sono immuni da quest’errore? La presunzione dell’occidente di aver raggiunto la migliore forma di gestione del potere, dei soldi, della terra, degli uomini ci pone di fronte alla solita domanda scomoda: davvero si può esportare un modello, anche il migliore modello politico ed economico, senza compiere violenza sul prossimo? Chi dà il diritto ad una fittizia struttura statale di violare una reale libertà e una vita, di imporle tasse ingiuste, spesso di rubare, di condannare a morte? Quale meccanismo perverso autorizza, giustifica e addirittura loda un sistema di questo tipo? La salvaguarda della vita e dei diritti fondamentali secondo la classica letteratura politica da Hobbes in poi. Per Tolstoj invece queste sono menzogne colossali e la necessità dello stato è una superstizione fasulla. “Come vivremmo-si chiede- senza essere assoggettati a nessun governo?”

“Come viviamo oggi ma senza le bassezze che commettiamo a cagione di questa orribile superstizione. Noi vivremmo lo stesso ma senza togliere alla nostra famiglia il prodotto del nostro lavoro; non più sotto forma di tasse di diritti di dogana che servono solo alle cattive azioni; noi non parteciperemmo più agli arresti della giustizia, alla guerra, né a qualsiasi altra violenza che commette della gente completamente sconosciuta a noi”.

Il libro di Tolstoj, che copre, oltre all’analisi politica riportata, temi morali religiosi e storici, colpisce per la grandezza del pensiero, anche se a tratti risulta impossibile, estremo, utopico.

Ma l’utopia è necessaria per qualsiasi progetto umano e politico, come ricorda lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano con queste belle parole:

“Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”

Tolstoj ci aspetta, secoli davanti nel nostro cammino comune e questo libro ne è una fortissima, vivida testimonianza.

Raimondo Lanza di Trabia

Per la lettura: Guerra e Rivoluzione di Lev Tolstoj, (2015 Feltrinelli, p.177)

LA BISMARCKATA DI ANGELA MERKEL

Diciamo bismarckata secondo un uso della politica spagnola. Per esempio chiamarono ‘sanjurjada’ il tentativo di pronunciamiento, nel 1932 ( secondo anno della seconda repubblica di Spagna, quella prima rosea poi rossa) fatto dal generale José Sanjurjo. La sanjurjada abortì, il generale fu condannato a morte (condanna non eseguita). Nel 1936, essendo il più alto in grado dei generali africanisti, fu designato a capeggiare la ribellione militare del 18 luglio (Franco non compariva ancora). Ma Sanjurjo morì nella caduta del piccolo aereo che aveva preso per raggiungere le operazioni golpiste. Si disse che il velivolo era appesantito dal baule contenente l’alta uniforme che il Nostro, peraltro corpulento, avrebbe indossato alla sfilata della vittoria.

Dunque la bismarckata della Cancelliera. Avrà sbagliato ad annunciare ‘accogliamo tutti’, cosa impossibile.Ma non avrà creduto di compiere un atto straordinario, degno dell’alto orgoglio di Otto von Bismarck? In particolare, degno dell’irraggiungibile astuzia di quando, nel 1870, provocò la Francia col ‘dispaccio di Ems’ a dichiarare e a perdere la guerra alla Prussia?

Dicono gli storici -però non tutti- che il maestoso predecessore di Angela Merkel dovette il suo maggiore trionfo al fatto di avere manipolato un telegramma da Ems del suo sovrano, Guglielmo I re di Prussia. Il dispaccio respingeva la pretesa di Parigi che re Guglielmo si impegnasse a vietare per sempre al nipote Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaringen di accettare la corona di Spagna ( che per poco più di un anno andò ad Amedeo di Savoia, dopo il quale venne la Prima Repubblica di Spagna).

Quasi certamente è vero che senza la prontezza di riflessi e la furbizia ulissiaca di ritoccare il dispaccio, il Secondo Impero francese non avrebbe mosso il conflitto, per essere sbaragliato e abbattuto in poche settimane. Forse il riluttante Napoleone III era in cattive condizioni di salute quando fu plagiato a ordinare una guerra che peraltro il suo primo ministro e soprattutto lo Stato Maggiore assicuravano già vinta. Non era l’Armée de Terre ‘la più potente al mondo’? Bastarono due battaglie, Reichshoffen e Sedan, e l’imperatore fu sconfitto, fatto prigioniero, deposto. Il Cancelliere poté proclamare il Secondo Reich della nazione germanica.

Teoricamente la svolta della Kanzlerin di aprire la Bundesrepublik a grandi masse potrebbe un giorno risultare un atto politico più fatidico che unificare la Germania nel 1871. Con un fiat ella è sembrata cancellare un secolo di abominio contro il suo paese: cominciando dalle menzogne della propaganda franco-britannica sulle atrocità dell’occupazione germanica del Belgio nel ’14. Per non parlare della più tremenda delle accuse: ‘i tedeschi non potevano non sapere dei forni crematori’. Per qualche giorno le sinistre e i germanofobi del pianeta hanno inneggiato ai tedeschi, forse anche a Tacito che venti secoli fa li aveva detti essenzialmente etici. Questo a Bismarck non era riuscito, pur avendo lanciato il Welfare germanico e dominato la scena europea per un trentennio.

Come tutti sanno, Bismarck cadde (1890) per aver provato ad imporsi a Guglielmo II, divenuto imperatore alla morte del padre Federico III (aveva regnato tre mesi). Qualche storico arriva a congetturare che il Cancelliere avesse concepito di poter trasformare se stesso, il figlio Herbert (suo braccio destro nel governo) e i Bismarck discendenti in una dinastia di quasi-sovrani: come i maestri di palazzo Carolingi che finirono col togliere la corona di Francia ai Merovingi. O come gli shogun nipponici che furono i sovrani di fatto del Giappone per secoli. A tanto la Merkel, nei panni di Bismarck, non sarebbe arrivata.

Il Cancelliere di ferro e principe di Schoenhausen visse i suoi ultimi otto anni da pensionato. Per buonuscita aveva ricevuto il ducato di Lauenburg, che nel lontano passato era stato un piccolo Stato sovrano. Quando nel 1892 andò a Vienna per il matrimonio del figlio Herbert di cui voleva fare un maestro di palazzo carolingio, Berlino proibì che si facessero onori al grande Otto. Il quale si vendicò facendo scrivere sulla propria tomba, sotto il nome, ‘fedele servitore di Guglielmo I’; non del Kaiser regnante. Quando uscirà di scena, forse Angela nutrirà meno rancore, ammantata come sarà nella gloria di aver tentato di “accogliere tutti”.

Molto tragica invece la fine dell’ultima principessa Bismarck a entrare nella storia: nel 1944 si tolse la vita nella sua tenuta est-tedesca, all’arrivo dell’Armata Rossa.

A.M.C.

CHE PENSARE DELL’ATOMICA PAKISTANA?

Da una fonte di qualche attendibilità abbiamo appreso che il Pakistan possiede un arsenale nucleare di oltre duecento ordigni; alcuni esperti prevedono che le bombe atomiche di Islamabad supereranno di molto le trecento in un avvenire vicino. Se le cose sono veramente a questo punto, il pensiero va, intanto, alla leadership tecnologica di quel paese. Poi va alla feroce opposizione americana e israeliana al nucleare iraniano: che meriti ha il Pakistan, a parte l’antica affiliazione alle linee della Casa Bianca e del Pentagono, per vedersi riconosciuto un posto di tanto rilievo nel club nucleare?

Risulta che ‘Pakistan’ vuol dire ‘Terra dei giusti’, e che incorpora le iniziali delle tre grandi componenti del paese, Punjab, Afghania, Kashmir; il nome lo inventarono negli anni Trenta certi giovani nazionalisti indo-islamici che studiavano in Gran Bretagna. Però la storia della nazione non è rassicurante. Nacque nel 1947 dal drammatico bagno di sangue tra maggioranza hindu e minoranza islamica dell’impero britannico d’India. Un conflitto armato con New Dehli per il Kashmir durò un paio d’anni (1947-49) senza esito. Quello con la Cina per il Ladakh si situa nel 1963. Nel 1971-72 la secessione del Pakistan orientale (Bangla Desh) dalla parte occidentale del paese, distante 2000 chilometri, fu preceduta da una guerra civile.

Le compassate, uggiose istituzioni parlamentari ereditate dal Raj britannico, convenienti solo agli agrari e in genere alle classi alte, furono liquidate per qualche anno dai militari del generale Ayub. Sorto come Dominion, sovrana la Regina d’Inghilterra, il Pakistan divenne repubblica nove anni dopo. Nel 1972 il governo di Z.A. Bhutto tentò una politica di riforme a favore del popolo ma fu presto rovesciato dai militari. Non mancarono gli assassinii politici.

Le vicende del Paese dei Giusti sono state a lungo condizionate dagli sviluppi dell’Afghanistan. Sospettati da Washington di appoggiare la guerriglia antiamericana, i territori pakistani confinanti con le aree controllate dai talebani hanno subito frequenti bombardamenti USA, gravi violazioni della sovranità nazionale volte a colpire gli alleati dei guerriglieri. Finora Islamabad è riuscita a scongiurare l’esplosione antiamericana che sembrava dover seguire alle perdite umane e materiali provocate dai droni, impiegati su vasta scala dalla nuova strategia dell’amministrazione Obama.

Il crescere forse esponenziale della capacità nucleare di Islamabad avviene in un contesto né stabile né rassicurante. Getta una luce ancora più cruda sull’impotenza, ossia inutilità, di tutti gli organismi internazionali finora architettati per portare legalità e sicurezza agli scacchieri difficili. L’appartenenza stessa all’Onu dei paesi bisognosi di svilupparsi drena i loro scarni bilanci.

Peraltro i foschi conseguimenti del nucleare pakistano attestano la sofisticazione della scienza e della tecnologia del paese, stato l’Islam dell’India, parte integrante di una civiltà superiore. Anzi tra i secoli XVI e XIX i musulmani avevano dominato il subcontinente con una dinastia Moghul che fece fiorire rigogliosamente le scienze oltre che le arti. Non deve sorprendere che questo paese ancora economicamente arretrato possegga invece le risorse umane e il know-how adeguati alle ardue esigenze del settore nucleare: disonore all’Establishment che non volge a fini di pace l’intelligenza della stirpe.

Fu sintomatico che, quando il ‘re d’Italia’ Gianni Agnelli risultò affetto da una cardiopatia, egli si affidò a un chirurgo del cuore erede del ricco retaggio medico del Subcontinente indiano.

JJJ

IL POLIZIOTTO SUDISTA, ALTRO CHE UNCLE SAM, INCARNA L’AMERICA

L’agente M.T. Slager, che a North Charleston (South Carolina) ha ucciso il nero William Scott -lo voleva arrestare perché non gli funzionava il fanalino dello stop- impersona ben meglio di Zio Sam gli Stati Uniti, che in Indocina fanno morire 3 milioni di vietnamiti contro 58 mila americani; che per vincere la guerra sganciano bombe per 3 milioni di tonn, contro i 2 milioni dell’intero Secondo conflitto mondiale; e che la guerra, invece di vincerla, la perdono nella sconfitta più umiliante della storia. Spiegazione: non abbiamo potuto usare l’arma nucleare, come sarebbe stato nostro diritto.

Diciamo questo anche perché l’agente Slager ha sparato con la sua Glock calibro 45 “Not once. Not twice. Eight times” scrive TIME. E’ certo: qualunque suo collega di Scotland Yard o dell’Arma dei Carabinieri, se proprio avesse voluto ferire un contravventore del codice stradale che fuggiva disarmato, avrebbe mirato alle gambe per rallentarlo, non otto volte per ucciderlo. Quando il negro Scott è caduto, già morente, l’agente Slager lo ha ammanettato, non provato a soccorrere.

Grave com’è il profilo razzista dell’assassinio, non è quello decisivo. La compulsione omicida, nel paese che fece il Vietnam, sarebbe la stessa anche se i negri fossero bianchi. E’ invece schiacciante la presa di coscienza di una serie di realtà:

A) dalla fine di WW2 la vocazione universalistico-egemonica, suscitata dal duo guerrafondaio Woodrow Wilson-F.D.Roosevelt, condanna gli USA a guerre che ora immancabilmente perdono e a imprese fallimentari, con tutta la loro supremazia tecnologica.

B) l’ingentezza delle dimensioni e delle risorse ingigantisce le esigenze, dunque i costi materiali e morali del bellicismo ossessivo. L’invulnerabilità goduta fino al 1945 ha indotto gli americani a credersi invincibili, essendo invece vincibilissimi. Lo hanno dimostrato tutte le guerre dello scorso settantennio.

C) In termini quantitativi e qualitativi, gli USA sono il paese più militarista, cioè più condizionato dai precetti e dagli apparati bellici, della storia.

D) Il declino morale, nonché diplomatico e geopolitico, dell’America che fu la fidanzata del mondo è già cominciato da X anni, ma diverrà precipitoso se il consenso patriottico non si indebolirà sensibilmente, in rapporto ai fatti di cui sopra. Le troppa fede nella bandiera a stelle e strisce sarà più nociva della nostra quasi totale, e santa, irriverenza per il Tricolore.

Questi i contorni simbolici, storico-politici, del crimine di North Charleston. Ci sono

ovviamente quelli razzistici. Negli ultimi cinque anni tredici agenti del Law and Order hanno ucciso senza necessità dei neri: per vendita di sigarette di contrabbando, per furto da supermarket, per non essersi fermato (Levar Jones) non indossando la cintura di sicurezza, per resistere all’arresto, per guidare in modo disordinato, per vagare nudo. In nessuno dei tredici casi un poliziotto europeo avrebbe sparato per uccidere. E, sempre secondo TIME, sono state 209 in cinque anni le occasioni in cui la polizia del South Carolina ha sparato senza uccidere. E’ anìmalesca e deviata quella polizia? No, è come la vuole l’America animalesca e deviata.

Quanto al razzismo, ben poco faranno i pubblici poteri. I neri sono largamente detestati, malgrado due mandati presidenziali di un nero (il quale agisce come fosse bianco). Forse i due mandati hanno esasperato il razzismo. L’America pagherà a lungo per due secoli di importazione di schiavi; e i discendenti degli schiavi non sono la crema dei gentiluomini.

L’integrazione vera dei neri è un’ubbia: non solo in America. Discendessi da uno schiavo tornerei in Africa, congratulandomi di tornarvi, metti, con due lauree e un fondo d’investimento.

A.M.C.

WHY WE SHOULD NOT TRY TO “CONTAIN” CHINA

a comment to an article by Andrew Browne published in the Wall Street Journal on 12th June 2015 

We should sincerely thank Mr. Browne for his article published by WSJ on June 12th, 2015. As our memories of the Cold War hysteria have been fading away, the author reminds us of our leader’s myopia and, since the collapse of the Soviet Bloc, the almost necessity to be able to find a new “enemy” we (or rather they) were so desperately looking for.

Which better candidate than China to replace former USSR, by depicting it as a powerful country poised to conquer the world? China can, at pleasure, be labeled as “red”, “communist”, “dictatorial”, “imperialist” or a “Frankenstein” just when our military spending urgently needs again a raison d’être and a new well-defined scapegoat after our own mess in the Middle East.

America’s engagement with China looks rather as a “clumsy containment” at best, a failed attempt to rein in what we perceive as a potential threat. It has perhaps been forgotten that not later than in 1997, the US Gov’t was begging China to devalue CNY to help the ailing SE Asian economies when the IMF and World Bank medicines were not delivering the promised effects. A plead reversed only a few years later when the US dollar-denominated exports started dwindling.

At that time Mr. Lawrence Summer managed to stop Japan from creating a 100 billion Asian Monetary Fund. This time, sorry for him and Mr. Henry Paulson, the AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) is the creation of a less malleable, independently minded country. How has this been possible? Is the “American Lake” shrinking? Someone else wants to build her own sphere of influence? Is there again someone interfering with our hegemonic plans of world domination? We need to be ready to go great lengths ‘to do what needs to be done’ to re-establish our core values (and interests)! We thought to be the only one to displace local population as the British did for the US on Diego Garcia (1968-1973), or trod on someone else’s territory and sea, and build whatever we deem appropriate (as we have planned to do in Henoko Bay, Okinawa). We established 700 military bases (but there are probably a few we have lost count of) and we will not tolerate any country to build not one of her own, even few hundred nautical miles from her coast.

Mr. Browne recalls a phrase uttered by Nixon in 1967 that America has “to persuade China that it must change” and five years later during his famous trip in 1972 that “by opening China, we will turn the communist giant into a diplomatic partner [to isolate the Soviets] one that would adopt America’s values and maybe even its system of democracy” (and eventually buy American goods, as XVIII century Manchester’s spinning and milling entrepreneurs were thinking –‘if only every Chinese would make their robe an inch longer …’).

In the article we read about today’s disappointment in the U.S., heightened by the fact that engagement with China has promised so much and progressed so far [little] and that the ideological gap hasn’t narrowed at all. A hubris and haughtiness only second to Mr. Thomas Friedman.

Myopia does not affect only politicians, but also their scribblers. China has always followed her own ways. Before it was communism with Chinese characteristics, today is Capitalisme à la Chinoise. When Nixon ever wrote that “Taking the long view, we simply cannot afford to leave China forever outside the family of nations, there to nurture its fantasies, cherish its hates and threaten its neighbors” it tells a lot about how poorly he was informed and about his inability to discern what was really happening in those days, caught as China was in the midst of her Cultural Revolution.

Since China has opened her door, unlike the USA, who has been bullying Middle Eastern nations with pre-emptive wars, she pre-empted an economic clash with her SE Asian neighbours, inviting them to join a period of unheard prosperity for a fifth of humanity. The recent creation of AIIB is only the last step in the creation of a Western-free-sphere of co-prosperity.

But what would happen if we would let this going on? If China continues in her benign expansion it could reverse the course of history laid down for us by the Almighty (and by us). Something unexpected could reverse our Divine plans.
Just imagine for a moment, for whatever reason, the indigenous population of Hawaii declares independence from the USA. China could promptly support it, send her fleet, sell hundreds of warplanes and other weapon systems to a country which is fighting for her independence and freedom (sounds familiar with Taiwan?). How could we possibly tolerate it, since we and only we are the predestined country, the chosen one, the one which reveres at every cash transaction the only and unmistakable God of ours with our prayer printed on our beloved bucks (“IN GOD WE TRUST”)?

We must prevent doomsday, when China will strike an alliance with Mexico and place her warships (including an aircraft carrier), a dozen thousand soldiers, and a bunch of atomic bombs on the island of Guadalupe, Baja California (the distance between Okinawa and Wenzhou is of 390 nautical miles, while Guadalupe from Los Angeles is about 300 miles away).

Mr. Browne writes about the fact that “the optimistic prospects of transforming an ancient civilization through engagement, followed by deep disillusion, has been the pattern ever since early Jesuit missionaries sought to convert the Chinese to Christianity. Those envoys adopted the gowns of the Mandarin class, grew long beards and even couched their gospel message in Confucian terms to make it more palatable. The 17th-century German priest Adam Schall got as far as becoming the chief astronomer of the Qing dynasty but fell from favour and the Jesuits were later expelled”.

Well then, shall we conclude that if the Chinese do not want to learn from us by hook, perhaps by crook?

We ought to know better and instead ask ourselves on what ground should China (or any other country for that matter) adopt America’s values or system. Do we ever ask ourselves which values or system are we talking about? Is America really democratic, where few clans (the Kennedy’s, the Bush’s, the Clinton’s) dominate the political scene? A country where the entry fee to a political race is a six-digit figure, powerful lobbies write the laws for senators and congressmen, and 0.1% of the population (about 300,000 people) have as much as 90% of US national wealth (out of a total population of 318 million, 2014 census). Isn’t America a country based on a moral plane founded on racism, wealth discrimination, hypocrisy, arrogance and bullish attitude towards the weak? Isn’t America the country of predatory behaviour, of the “quick buck”, where you can bet on someone else’s death, pay her or his insurance and cash in when she or he dies (see “What money can’t buy” by Michael Sandel)?

In their conquest of the West, white Americans have not thought twice about exterminating the natives and enslaving millions to work for them. Why should China become more like us? Isn’t she the longest and uninterrupted great living civilization? Han Chinese during their long history have assimilated other people in their own civilization-state system. The government, run by bureaucrats selected through a meritocratic process, permeates society, is not a part of it. It certainly smacks of paternalism, with its pros and cons, but it is administered like a family, not like a corporation (“What is good for GM is good for America”). Can we really teach her something on the corrupted American Way of Life?

Yes, indeed: once in a while, please, do not copy us!

Thomas Ruehling

 

GLI AMARI PRESAGI DI A.M.SCHLESINGER JR SUI DESTINI DELL’AMERICA

“Prima che il mio mandato alla Casa Bianca finisca, dovremo fare nuove prove per dimostrare se una nazione organizzata e governata come la nostra potrà durare. Il risultato non è affatto certo”.

John Fitzgerald Kennedy disse queste parole piene di fato nel 1961; e Arthur M. Schlesinger Jr le mise a epigrafe della propria intensa opera “The crisis of confidence -Ideas, power and violence in America” (1967). Questo Schlesinger, figlio di un altro Arthur M. che insegnava storia a Harvard, fu uno dei grandi nomi dell’Amministrazione Kennedy, astro del ‘circolo degli Scipioni’ che attorniava il presidente. Successore nella cattedra del padre a Harvard, consigliere speciale del presidente Kennedy, influenzò la temperie culturale della Nuova Frontiera più o meno come Paolo Diacono monaco longobardo segnò un po’ il regno di Carlo Magno. Qui vogliamo evocare alcuni pensieri di Schlesinger Jr, tratti dall’ edizione italiana (Rizzoli), per mostrare come un intellettuale di vertice presentiva mezzo secolo fa il degenerare delle prospettive anche spirituali dell’America, l’antica ‘fidanzata del mondo’.

“Siamo molto meno ottimisti riguardo a noi e al nostro futuro. Sembra che ormai gli eventi sfuggano al nostro controllo, che non possiamo più difenderci dal corso ineluttabile della storia. Cè motivo di credere che il pessimismo sia radicato come non mai. Le nostre città sono travagliate e in rivolta, c’è una crescente sfiducia e amarezza da parte delle minoranze, c’è un disfacimento dei legami di urbanità sociale, c’è una violenza contagiosa, c’è un moltiplicarsi del fanatismo di destra e di sinistra, c’è la generale tendenza, specie tra gli intellettuali, i giovani e i neri, a ripudiare l’assetto del paese. In cinque anni abbiamo avuto l’assassinio di tre uomini (John e Robert Kennedy, M.Luther King) che con la forza trascinante dei loro ideali avrebbero potuto tenere unita la nazione.

“All’estero l’America suscita sempre maggiore scetticismo e antipatia, i suoi intenti sono fraintesi e calunniati, i suoi sforzi inutili. Il fatto che mezzo milione di soldati americani, coadiuvati da un milione di soldati alleati, impiegando i mezzi della più moderna tecnologia militare, non sono riusciti a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri in pigiama nero ha scosso la nostra fiducia nella potenza dell’America. E le devastazioni che abbiamo compiuto nel perseguire fini da noi ritenuti nobili ha scosso la nostra fiducia nella rettitudine americana. E’ giunto il momento di riesaminare le istituzioni e i valori del nostro paese. I Padri Fondatori concepivano gli Stati Uniti non come un risultato compiuto, ma come un esperimento. Sarà il popolo a rispondere all’interrogativo che si poneva John F.Kennedy quando si chiedeva se una nazione come la nostra potrà durare.

“Alla maggioranza dell’umanità dobbiamo sembrare un popolo orribile, visto che non abbiamo fatto nulla per impedire che l’omicidio divenisse un’importante tecnica di politica interna. Visto che abbiamo assalito un piccolo paese all’altro capo del mondo con una guerra assolutamente sproporzionata ai fini della sicurezza e dell’interesse nazionali. Ma soprattutto visto che le atrocità che commettiamo non hanno scalfito la nostra prosopopea ufficiale, la nostra sicumera di infallibilità morale. Lo zelo con cui ci siamo lanciati in una guerra irrazionale fa pensare che profonde spinte di odio e di violenza improntino tutta la nostra politica estera.

“Non c’è niente di più scoraggiante del vedere che alcuni intellettuali rifiutano gli strumenti della ragione, anzi cominciano essi stessi ad aggredirla. Stanno intensificando l’assalto alla civiltà, affrettano la disgregazione in atto nella società americana. Cosa ha spinto gli intellettuali a rivoltarsi contro la ragione? Buona parte della colpa è da attribuirsi alla guerra nel Vietnam, una guerra che ha indotto il nostro governo a seguire una linea di spaventosa e insensata distruzione. Ma la causa va oltre il Vietnam. Fa presentire una più vasta assurdità, persino una vera malvagità della nostra società ufficiale. Ad alcuni appare addirittura come il risultato fatale di un’irrimediabile corruzione del sistema americano.

“Non posso condividere la convinzione che ci fosse qualcosa di ineluttabile nella guerra nel Vietnam, che la natura della società americana avrebbe costretto qualunque governante a seguire la stessa linea folle. Si capisce però come le contraddizioni della nostra società possano pesare tanto sulle persone sensibili. Hanno prodotto un’ondata di disperazione sulla democrazia. Da quando abbiamo cominciato a bombardare il Nord Vietnam (febbraio 1965) il nostro governo è stato insensibile alle critiche più ponderate. Ha cominciato a farsi strada l’opinione che il sistema stesso della democrazia sia impotente nel nuovo assetto segnato dall’industrialismo economico, militare e intellettuale.

Cresce la convinzione che le politiche di partito siano solo una facciata e una finzione, si rafforza il cinismo nei riguardi delle istituzioni democratiche. Alla fine il senso d’impotenza della democrazia ha dato vita a un credo che si oppone in modo sistematico e violento alla democrazia stessa.

“Con il discorso al paese sul Vietnam, il 31 marzo 1968, il presidente Johnson ha fatto qualcosa di più che fermare l’escalation militare, intensificare i tentativi di negoziato e rinunciare alla rielezione. Ha annunciato il fallimento di una politica, forse anche la fine di un’epoca. La follia del Vietnam, se adeguatamente compresa, forse può salvarci da follie future. Con l’universalismo che ci ha portati nel Vietnam si è andato formando un gruppo di potere insolito per la società americana: una classe di militari interessati a termini di legge a istituzionalizzare e ampliare indefinitamente le politiche di interventi nel mondo intero. Con questa classe guerriera sono nate nuove forme di imperialismo. E’ qui certamente che va cercato uno dei moventi principali della nostra tendenza imperiale: l’incessante pressione dei militari di professione. Il blocco guerriero domanda costantemente più denaro, armamenti sempre più avanzati, sempre più impegni e interventi bellici. “La storia e le nostre conquiste -disse il presidente Johnson il 12 febbraio 1965- hanno imposto a noi la principale responsabilità di proteggere la libertà su tutta la terra”.

“Questo messianismo ci ha fatto perdere il senso dei rapporti tra mezzi e fini. Non penso che il nostro impegno originario nel Vietnam fosse di per sé immorale. Immorale è stato l’impiego di mezzi distruttivi assolutamente sproporzionati a fini razionali.

Il peso totale delle bombe sganciate sui due Vietnam era nell’ottobre 1968 di 2.948.O57 tonnellate. Il peso totale delle bombe sganciate durante la seconda guerra mondiale, sia nel teatro europeo sia in quello del Pacifico è stato di 2.057.244 tonnellate.

“Liberandoci dalle pastoie militariste della nostra politica estera, possiamo cominciare ad opporci. Solo riducendo la nostra presenza militare nel mondo potremo restaurare la nostra influenza. L’esperienza del Vietnam ha mostrato anche che non possiamo condurre due crociate simultanee: gestire una guerra anche piccola contro un paese sottosviluppato e contemporaneamente far fronte ai problemi interni degli USA. La politica di impegno totale nel mondo è incompatibile con la ricostruzione sociale in patria. In futuro il mondo terrà conto dell’America non per la sua forza militare, quanto per la capacità di sanare le divisioni interne e di realizzare le possibilità della società elettronica.

“Quanto alla Vecchia Politica, essa è un mito tenuto in vita dai politici professionisti che sono personalmente interessati a preservarla, e dai giornalisti che passano la maggior parte del loro tempo a intervistare i politici professionisti”.

Profirio

TRA I GRANDI STATISTI MODERNI IL PIU’ BUGIARDO FU ROOSEVELT

I suoi seguaci lo identificarono col New Deal, che però fu opera assai meno rilevante del vantato. In realtà fu l’uomo del WW2; e dette a credere che prima di Pearl Harbor il suo governo, pur parteggiando per la Gran Bretagna, assolvesse largamente agli obblighi della neutralità imposti dalla maggioranza degli americani. Fu una menzogna; così come nel 1940 si fece rieleggere promettendo agli americani che avrebbe difeso la pace. Preparava attivamente l’intervento.

Nel giugno 1940, quasi un anno e mezzo prima dell’attacco nipponico alle Hawaii, il primo ministro Churchill arrivava allo scontro finale col generale (poi maresciallo) Archibald Wavell , comandante britannico nel Mediterraneo. Lo giudicava poco aggressivo nei confronti dell’Asse (Wavell non aveva ancora sloggiato gli italiani dalla Cirenaica; sarà premiato col titolo di Earl of Cyrenaica). Il Premier temeva che in tal modo Wavell confermasse l’impressione di non pochi, che la Gran Bretagna attendesse la salvezza dall’intervento degli Stati Uniti; intervento voluto da Roosevelt, non dagli americani. Roosevelt non andava indebolito: le elezioni presidenziali incombevano a novembre. Ripetiamo. Siamo 15 mesi prima di Pearl Harbor, che secondo la bugia presidenziale, determinò gli americani alla guerra.

In realtà gli incontri segreti a Washington tra gli Stati Maggiori britannico e americano -denominati in codice ABC-1 (per fissare la strategia alleata dopo l’intervento degli USA) cominciarono a fine gennaio 1941. E la Carta Atlantica sugli obiettivi della guerra fu firmata su una corazzata britannica “in navigazione nell’Atlantico” nell’agosto 1941, quando gli Stati Uniti non erano in guerra. In realtà Roosevelt prima ancora dell’accordo di Monaco aveva lanciato il piano per costruire quindicimila aerei da guerra all’anno.

In una lunga lettera dell’8 dicembre 1940 Churchill chiese apertamente a Roosevelt “un atto decisivo di non-belligeranza costruttiva” che rafforzasse la resistenza britannica contro l’Asse. In particolare, la Marina statunitense doveva proteggere contro gli U-boot i convogli britannici nell’Atlantico ( la Gran Bretagna aveva già perduto 2 milioni di tonnellate). Washington doveva fornire naviglio mercantile per 3 milioni di tonn., più 2.000 aerei al mese. Infine, i crediti in dollari del Regno Unito essendo già esauriti, gli USA dovevano entrare nel conflitto.

Una settimana dopo, per preparare gli americani alla presentazione della legge Affitti e Prestiti, il presidente mentitore si rivolse loro con la parabola dell’uomo cui la casa andava a fuoco e del vicino che gli prestava la canna dell’acqua. Churchill ringraziò enfaticamente: la Legge, cioè la canna dell’acqua, era “il più nobile atto della storia delle nazioni”.

Piuttosto il governo di Londra fu scosso dalla durezza delle condizioni finanziarie. Gli americani esigettero la revisione contabile di tutti gli attivi britannici nel mondo. E non ci sarebbero stati aiuti prima che la Gran Bretagna avesse dato fondo a tutte le sue riserve in oro e in valuta. Una nave da guerra statunitense fu mandata a Città del Capo a prendere in consegna le ultime scorte d’oro di Sua Maestà. Churchill giustificò: il Presidente voleva tutelarsi contro i circoli antibritannici di casa sua. E’ stato osservato (Max Hastings, “Finest Years”, pp.171-174) che “i britannici sottostimavano il numero di americani che li detestavano. Li consideravano imperialisti, altezzosi ed esperti nell’arte di far combattere agli altri le proprie guerre”. L’ultima vittima era stata la Francia, che si era fatta annientare dal Reich perché plagiata da Londra. Nel 1939 Parigi non aveva nessuna rivendicazione seria nei confronti della Germania, dunque nessun motivo grave per combattere un solo ventennio dopo la mattanza della Grande Guerra, se non un trattato con la Polonia, preso sul serio da nessuno, infatti non rispettato né da Parigi né da Londra.

Ad ogni modo erano stati gli acquisti britannici di armi nel 1940 ($4,5 miliardi in contanti) a lanciare il boom bellico che sollevò gli USA dalla Grande Depressione. Questo consentì a Roosevelt di difendere il montare degli aiuti a Londra: ”Dobbiamo essere il grande arsenale della democrazia”. Nella primavera 1941 Washington dichiarò l’Atlantico occidentale “zona di sicurezza panamericana”, stabilì basi in Groenlandia, ordinò il subentro in Islanda delle truppe americane a quelle inglesi, autorizzò la riparazione del naviglio britannico nei porti americani e, soprattutto, di lì a poco fece scortare dalla U.S.Navy i convogli britannici nell’Atlantico.

A fine autunno 1941 la Casa Bianca era pronta alla guerra anche col Giappone: ma erano le forze americane che non erano pronte. Quindi il finto negoziato con Tokyo, con condizioni statunitensi inaccettabili, doveva continuare. Ma il 7 dicembre venne Pearl Harbor. Roosevelt lo proclamò il giorno dell’infamia nipponica. Non disse che nell’Atlantico la guerra non dichiarata degli USA contro il Reich durava già da mesi.

Morendo improvvisamente di emorragia cerebrale a Warm Springs (12 aprile 1945) FDR mancò all’apoteosi della vittoria. Gli fu risparmiato di dover spiegare perché nel 1940 considerava vitale “per l’America” la vittoria della Gran Bretagna e invece, a guerra finita, lasciava l’impero britannico in fin di vita e in una quasi-miseria che sarebbe durata vari anni. In realtà per il geniale volere di FDR l’impero era passato agli Stati Uniti, dopo le premesse poste nel 1917-18 dalla guerra di Woodrow Wilson e dalla conferenza di Versailles da lui dominata.

La differenza rispetto all’impero britannico è che quest’ultimo era fatto di colonie, di Dominions e di pompe monarchiche; quello americano di Stati “sovrani”, magari miserabili, interamente soggetti a Washington. Gli USA promossero a pseudo-nazioni quasi tutti i possedimenti altrui; e in genere li inchiodarono alla miseria. Però Washington, specie sotto Obama, è assai meno razzista che l’impero di Albione, per mantenere il quale Churchill aveva voluto WW2 (perdendo interamente detto impero). P.es. l’Italia non è trattata molto meglio del Botswana nero.

A.M.C.

QUANDO L’AMERICA ERA LA FIDANZATA DEL MONDO

Fino a Franklin Delano Roosevelt, il guerrafondaio che mediante l’intransigenza del negoziato con Tokyo ottenne a Pearl Harbor di arruolare il paese a difesa dell’ordine plutocratico, l’America era la fidanzata del mondo. Non si poteva non amarla, e questo in ogni caso ingiungeva Hollywood.

Oggi che l’America assomma da sola tutti i guasti delle società ricche, anziane ed egoiste, è struggente leggere certe premonizioni degli anni Ottanta di due secoli fa. “Comincia a morire la fase migliore dell’America” scrisse nel 1889 Theodore Roosevelt nel libro ‘Ranch Life’. A differenza del giovane parente che trionferà con le menzogne e le Fortezze Volanti, il primo Roosevelt era un uomo di principii. Per due anni, futuro presidente degli Stati Uniti, aveva fatto l’allevatore nel Dakota. Il suo libro additò nel cow boy il campione spavaldo e ammirevole della stirpe dominatrice del Nuovo Mondo. Chi non ne sentiva il fascino, anzi il carisma?

Nell’inverno 1886-87, mentre gli intellettuali di Londra, Parigi, Vienna (e perché no. Boston) si limavano le unghie letterarie, le tormente del West decimavano le mandrie bovine e mettevano in risalto la tempra dell’America. Era la sola giovane e vergine tra le nazioni: la Gran Bretagna troppo materialista e padrona, la Francia “corrotta fino al disgusto” secondo Henry Adams, uno Scipione del Massachusetts (pronipote del primo successore di George Washington, nipote di John Quincy Adams, presidente dopo Monroe). Contrapporre l’adolescenza americana al cinismo e alla stanchezza del Vecchio Mondo era il protoconcetto dell’identità nazionale, la ragion d’essere della Repubblica delle praterie e delle foreste.

Il presentimento dello spegnersi della virtù sorse prima del volgere del secolo della Frontiera, il diciannovesimo. Le macerie e gli strazi della Guerra di Secessione, l’eroismo della Frontiera, furono seguiti da un’età di ricchezze facili, di speculazioni gigantesche, dei fatti di corruttela della società che diventava urbana sotto il pastrano glorioso del presidente Ulysses S. Grant, il generale che aveva condotto alla vittoria l’esercito nordista. Cominciò W.D.Howells, caposcuola del realismo letterario, a lamentare la carie che coll’allargarsi della ricchezza svuotava i valori dell’America. Ciononostante scriveva da Venezia (1862): “La mia preghiera più fervida è che l’America assomigli sempre meno all’Europa, sempre più all’anima dell’Oregon”.

L’Oregon era “la foresta primigenia su cui aleggiava lo spirito dell’America”. I cacciatori e i boscaioli che si erano spinti il più lontano possibile dalle città sull’Atlantico erano gli eroi

eponimi di una stirpe pioniera che nessun Tocqueville, la mente occupata dalle illusioni della democrazia addomesticata e borghese, aveva saputo raccontare. Washington Irving, primo cantore della selva americana, incrinò le certezze intellettuali del pensiero europeo: solo la foresta americana era libera e nobile, non minacciata dai soprusi del denaro. I settlers della regione delle sorgenti dell’Ohio tentarono di chiamare Westsylvania il loro Stato che nasceva. Ci si può chiedere perché nessuno abbia pensato di dare alla nazione il nome ‘United Forests of America’.

A due secoli interi da quel tempo favoloso, lo spiritualismo che contro le apparenze acquisitive era l’essenza del messaggio americano si è completamente essiccato, anzi spento. Il Nuovo Mondo non suscita più pensieri adolescenti. Ha ripudiato l’iunnocenza: sarebbe grottesco se qualcuno sul Potomac la vagheggiasse ancora. Ciò che restava dello Spirito Americano è finito come una medusa lasciata sulla sabbia, anzi come una balena spiaggiata. Le genti che amarono la patria di Washington Irving sanno di dover guardare verso altri astri.

L’America straricca e devastata da militarismo e consumismo è talmente senile da non essere più nemmeno idonea al ruolo di Santa Alleanza voluto da George W. Bush. Non riesce più a mandare spedizioni militari che competano coll’efficienza dell’esercito dei Figli di San Luigi: lo mandò il re di Francia a reprimere i patrioti spagnoli che nel 1812 da Cadice avevano additato l’orizzonte delle libertà costituzionali. Troppo senile l’America di Obama per saper capeggiare i reazionari del pianeta. Dovranno cercarsi un altro Metternich.

E più gli States generano ricchezza e dilatano a dimensioni di firmamento gli arsenali bellici, più si fanno tutt’uno con la vecchiaia del creato. Più di ogni altra grande civiltà, l’America avrà bisogno di un big bang che ne sconvolga l’anima: come accadde all’Arabia beduina quando Maometto prese a predicare.

L’Islam, l’arcinemico odierno dell’ordine americano, aiuterà di fatto a rigenerare menti e cuori dell’America?

A.M.Calderazzi

OBAMA E WILSON DUE STRANI PREMI NOBEL

Tutti sanno che l’invenzione del Regno degli Slavi del Sud -primo nome della Jugoslavia, nazione mai esistita prima e condannata ad esplodere- fu, nel 1918-20, uno degli infortuni gravi del presidente Woodrow Wilson, male imboccato dal Quai d’Orsay. Wilson fece a lungo l’astratto accademico (nel 1902 divenne rettore di Princeton) prima di diventare governatore del New Jersey e poi (1912-20) presidente degli Stati Uniti. Volle l’intervento statunitense nella Grande Guerra: e questo gli andò benissimo. Impostò la trasformazione degli USA nella prima potenza del pianeta.

Molti, tra cui l’arguto e sapiente professore Vittorio Mathieu, sostennero che quando intraprese a riformare l’Europa e il mondo Wilson fosse già sull’orlo della pazzia. Ma non era diventato pazzo: aveva sofferto un duro colpo apoplettico nel settembre 1920, quando tentava di piazzare agli americani un trattato di Versailles e una Lega delle Nazioni perfettamente contrari alla tradizione della Dottrina Monroe (=l’emisfero occidentale ai suoi popoli e gli americani a casa loro). Soprattutto gli stati del West erano accanitamente isolazionisti; le tensioni cui il presidente si sottopose nello sforzo di guadagnarli all’internazionalismo gli furono fatali. Wilson portò a termine il suo secondo mandato, ma da invalido. Di fatto governarono la seconda moglie, sposata di recente, e il colonnello Edward House, il più fidato dei confidenti presidenziali.

Parliamo di Wilson perché grazie alla sua guerra ammantata di idealismo sorse l’impero americano, e sorse sotto le apparenze di una gigantesca missione di pace. Apparenze irresistibili: quando la Germania guglielmina decise di arrendersi, nella tarda estate 1918, invocò i Quattordici Punti di Wilson. Il premio Nobel per la pace assegnato al presidente nel l919 fu indubbiamente meno bizzarro di quello elargito (pochi ricordano perché) a un Barack Obama da poco insediato alla Casa Bianca. Predicando incessantemente la fratellanza delle nazioni, in realtà mandando a combattere in Europa 29 divisioni, oltre due milioni di uomini, il celebrato rettore di Princeton avviò l’opera che ventotto anni dopo dette il trionfo al bellicismo di F.D.Roosevelt. Questo sarà ripreso da altri due presidenti democratici, Kennedy e Johnson, infine dai guerrafondai repubblicani di nome Bush.

Gli altri scacchi di Wilson furono il fiasco della Lega delle Nazioni -in seguito corroborato da quello, più grave, delle Nazioni Unite- e, oltre alla frantumazione della Jugoslavia, il naufragio della Cecoslovacchia e l’eccessivo ingrossamento della Polonia 1919. Infine, e soprattutto, fallì Weimar, che non fu una creazione di Wilson ma si raccordò all’assetto wilsoniano dell’Europa.

Si può sostenere che gli insuccessi del Nobel oggi a capo del sistema occidentale sono stati meno eclatanti di quelli di Wilson; e che il politico professionale portato sugli scudi dai neri di Chicago si è dimostrato molto più realista del professore consacrato dalle glorie di Princeton. Tuttavia resta il profondo iato tra i propositi idealistici dei due presidenti progressisti e le loro pratiche di governo.

Il presidente semi-nero dei nostri giorni ha ancora più di un anno per cercare di aggiungere qualche vittoria al suo palmarès. I limiti di Woodrow Wilson furono messi a nudo proprio da quella cessazione della Grande Guerra per la quale si era adoperato. Nel primo dopoguerra gli Stati Uniti si impadronirono del primato mondiale in contemporanea con la dimostrazione della loro immaturità o inanità a esercitare l’egemonia. Le contingenze storiche di un mondo che si fa multipolare stanno negando a Washington le opportunità che le si offrirono invano nel 1919. Le sfide dell’impero sono più ardue per Obama che per Wilson.

Tuttavia gli sbagli di Barack sono stati meno fatali. Egli sta cavandosela, nonostante non abbia saputo far fruttare i talenti a lui affidati. Woodrow Wilson stroncato dall’apoplessia

(e per questo crudamente deriso da d’Annunzio, che a Fiume sfidò l’infatuazione jugoslava del presidente) non poté compiere la sua opera: però il suo paese accelerò la corsa e sotto il guerrafondaio F.D.Roosevelt, discepolo e continuatore dell’uomo di Princeton, la portò al traguardo diciamo così in bellezza.

A.M.Calderazzi

24 MAGGIO 1915: IL CRIMINE SI RIPETERA’ SE NON RIPUDIEREMO LE PATRIE

Cento anni fa, di questi giorni, un paio di governanti sostenuti da un monarca di retaggio militarista, sobillati dal maggiore dei nostri poeti, adulati dai patrioti e pennivendoli del Palazzo, si macchiarono del delitto assoluto: l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra. Guerra altrui: della Serbia, dell’Austria-Ungheria, del Secondo Reich, del bellicista Sazonov che seppe plagiare lo Zar, di Poincaré il presidente francese (il più guerrafondaio di tutti), della Gran Bretagna straricca di corazzate e di colonie. Guerra di tutti, fuorché dei fanti mandati a uccidere e a morire sul Carso. Propagandisti e pennivendoli del Palazzo levarono cori assordanti: coroniamo il Risorgimento! liberiamo Trento irredenta e Trieste pazza per il Tricolore! la pace è neghittosa e molle! soprattutto: dimostriamoci stirpe guerriera, cingiamo l’elmo di Scipio!

L’anno prima molti giovani e molti intellettuali dell’Europa intera si erano inebriati della guerra, madre di eroi, vivaio di anime forti. Non il solo Gabriele d’Annunzio; innumerevoli altri spiriti invocarono il conflitto rigeneratore.

Nella Roma dell’età ferrea della Chiesa le fazioni che si contendevano il papato disseppellirono più di un pontefice defunto per processarne il cadavere, bruciarlo o farne altro scempio. Una barbarie, però non priva di moralità. Anche le spoglie di Antonio Salandra e Sidney Sonnino andrebbero riesumate e bruciate. Essi piazzarono a Londra e a Parigi i nostri morti a un prezzo (teorico) più alto di quello che il principe von Buelow, ex cancelliere germanico, era riuscito ad ottenerci da Vienna perché non entrassimo in guerra. Sarebbe giusto ci vendicassimo così anche dell’uomo del Quirinale e di Gabriele d’Annunzio (ma per quest’ultimo si può capire il perdono).

La colpa dei due ministri è invece tanto più imperdonabile in quanto dieci mesi prima il capo del governo di Madrid, Eduardo Dato, si era coperto di gloria decidendo la neutralità della Spagna. Manuel Azagna, futuro presidente della repubblica rossastra, e altri figuri del radicalismo progressista avevano tentato di compromettere il loro paese a fianco dell’Intesa: sulla menzogna che le plutodemocrazie occidentali meritassero che i fanti asturiani o andalusi morissero per loro. I conservatori di Eduardo Dato sventarono la loro trama. Col governo di Roma i truffatori anglo-francesi ebbero più fortuna. A differenza dei ministri spagnoli, sul cui impero il sole non era tramontato per secoli, i gestori del regno sabaudo erano parvenus smaniosi di ingrandimenti territoriali e di comparsate nella storia.

La guerra di Vienna e di Belgrado non avrebbe meritato di coinvolgere il mondo, Ma dietro alcune scrivanie romane si valutò che la Grande Proletaria doveva ad ogni costo farsi Potenza: guadagnando altre Alpi, conquistando sponde adriatiche di italianità inventata, più qualche scampolo di colonia in Africa, più persino un acquisto territoriale in Anatolia. Giovanni Giolitti, dominatore della politica , fece quello che poté per opporsi alla guerra, ma fu sconfitto dal Poeta soldato e mitografo, oltre che da Salandra, un Avv.Prof. nativo di Troia (Foggia), che le enciclopedie liquidano come autore di pregevoli pubblicazioni di diritto amministrativo.

Questo Carneade, prodotto di bassi giochi parlamentari, sentì di dover esaltare con una guerra gloriosa l’orgoglio dell’Italia ; cadde l’anno dopo, al primo dei rovesci militari di Cadorna (all’epoca correntemente indicato come “stratego geniale”). Quando scrisse le Memorie, Antonio Salandra non mancò di lamentare che le sue fatiche di statista non gli avessero guadagnato un titolo nobiliare. Mettetevi nei suoi panni: non vi sareste ripromessi anche voi, se aveste vinto una guerra mondiale, di disegnarvi un blasone? Fu anche per le aspirazioni nobiliari del notabile di Troia che morirono seicentomila italiani, più i corrispettivi austro-ungheresi e croati. A guerra finita le facili promesse anglo-francesi furono mantenute solo in parte. In compenso avemmo il fascismo, dunque un secondo conflitto mondiale, le città distrutte e le ferocie partigiane.

Sappiamo che gli spagnoli -con svizzeri, svedesi e norvegesi- furono pressocché soli in Europa a scampare alla Grande Guerra. Le altre nazioni, grandi o piccole, non si salvarono dall’uragano irrazionalista che uccise la pace. Alcune trovarono pretesti quasi plausibili per combattere.

Non così i grandi protagonisti, i quali furono puniti con durezza estrema. Gli imperi russo, austriaco, germanico e turco crollarono miseramente. La Gran Bretagna entrò nel conflitto come prima tra le potenze; ne uscì come seconda, destinata ad arretrare. La Francia, nel 1914 accreditata del più grosso esercito terrrestre al mondo, apparve trionfare alla Conferenza della pace; in realtà pagò con 1,5 milioni di morti (compresi africani ed asiatici), subì distruzioni gravissime e, sfinita, fu condizionata ad imporre alla Germania una pace punitiva, fatta per non durare; infatti nel maggio 1940 fu annientata dal Reich. La Francia non ritroverà più il rango di prima del 1914.

La Russia fu dilaniata dalla rivoluzione e dovè affrontare le terribili prove della WW2. Nel 1919 gli USA si trovarono primi al mondo, però inetti sia a esercitare il primato, sia a tradurre in realtà gli elementi nuovi che avrebbero potuto seguire al loro irrompere sulla scena mondiale.

Alla Grande Guerra seguì non la pace ma un malsano armistizio ventennale. Il cataclisma che verrà dopo l’armistizio porterà alle conseguenze estreme tutte le negatività scatenate nel 1914, quando il mondo egemonizzato dall’Occidente rovinò irresistibilmente. Le cause della conflagrazione sono state elencate a centinaia. Ma non si insisterà abbastanza sul prorompere degli irrazionalismi, sul tedio della pace, sulle suggestioni romantiche, sullo scontro dei patriottismi assassini. E non si insisterà abbastanza sulla rassegnazione dei popoli: accettano che i destini e le vite stesse degli uomini appartengano non agli individui ma ai governi e ad altri poteri.

Ci saranno guerre finché non sarà abbattuto l’assioma che questo o quel tipo di collettività detenga ipoteca sulla vita dei cittadini, dei seguaci, di altri ostaggi. Ci saranno guerre fino a quando gli individui non si proclameranno superiori alle patrie, alle cause, alle fedi. Nel 1914 e nel secolo che è seguito la non-sovranità degli uomini sulla propria vita ha consentito a innumerevoli Salandra, Sonnino e teste coronate di esercitare il loro miserabile potere, tra le adulazioni dei giornalisti e dei pennivendoli di palazzo. Cento anni fa, da noi, si chiamarono soprattutto Luigi Albertini, Luigi Barzini, Ugo Oietti. Oggi sono le Grandi Firme che inneggiano ai Consigli supremi di difesa, che esaltano le glorie e gli Altari della patria, che vorrebbero spedizioni contro Putin e l’Islam, che vaticinano sul campo dell’atlantismo e della modernità le smaglianti fortune che additarono i loro omologhi del 1915.

Sento il dovere di precisare che venero la memoria dei combattenti sacrificati allora: cominciando da un padre capitano dei mitraglieri, tre volte ferito sul Carso. Più ancora, ammiro senza riserve il nonno di mia moglie, i cui ideali erano opposti ai miei: per coerenza di avversario del pacifismo giolittiano si dimise da prefetto e quando la guerra arrivò partì soldato semplice volontario (egli che era stato ufficiale dei bersaglieri), senza salutare moglie e figli. Morì giorni dopo in trincea.

A.M.Calderazzi

LA SPAGNA, DAI DESTINI TRAGICI AL DISDEGNO PER I CONFLITTI E LE VENDETTE

Fanno quarant’anni dalla morte di Franco e, in pratica, dalla fine del suo regime. Da allora la Spagna ha dimostrato ad abundantiam di avere adottato la ‘via italiana’ alla pluto-democrazia, fatta di partiti prevaricatori e corrotti, di mezzadria tra capitale e sindacati, di alta spesa pubblica e dunque di molte tangenti. Invece ha respinto il magistero italiano quanto a regolamento dei conti tra vincitori e sconfitti. Da noi nel 1945 i primi usarono le armi della lotta partigiana per una breve e feroce mattanza dei vinti; in più, improntarono al loro settarismo la nuova Costituzione e addossarono allo spirito pubblico i loro valori e canoni retorici.

In Spagna, poco di tutto ciò e molta volontà di riconciliazione. Per cominciare, non si è tentato di abbattere l’istituzione monarchica, imposta da Franco a un paese che aveva scelto la repubblica. Dal canto suo la monarchia ha in vari modi assecondato la defranchizzazione pacifica preferita dal popolo ai metodi dei nostri partigiani e dei loro mandanti politici. Si fossero trovati ad agire in Spagna, morto il Caudillo, i capi della nostra Resistenza è verosimile avrebbero provato a imporre -coi mitra- i metodi e le rappresaglie del Maquis.

Gli spagnoli non permisero questo. Non lo permisero in particolare le sinistre, comunisti compresi. Infatti nell’ottobre 1944, vigilia del trionfo bellico delle potenze antifasciste, il proletariato e la borghesia progressista di Spagna non dettero alcun consenso al tentativo di un segmento comunista riparato in Francia di riaprire il conflitto civile con la penetrazione di un piccolo esercito nella valle di Aran ( Pirenei). Le truppe di montagna di Franco schiacciarono prontamente gli “invasori” guerriglieri, poi ebbero facilmente ragione delle bande partigiane che avevano provato ad agire in aree poco presidiate del territorio iberico.

I lavoratori e i ceti medi politicizzati di Spagna non si sollevarono contro il regime, nonostante l’imminenza della vittoria alleata. Non dettero alcun appoggio alla velleitaria ‘Resistencia’, che ebbe qualche altra manifestazione. Da quel momento il partito comunista clandestino e quello dell’esilio in Francia e in Messico rinunciarono a ogni conato antifranchista. Quanto ai contadini, essi appoggiarono fattivamente con le cosiddette contrapartidas i reparti governativi che snidavano i ribelli sopravvissuti qua e là come nuclei banditeschi, che per mangiare e rifornirsi non potevano che compiere crimini contro le popolazioni rurali che dicevano di rappresentare. Cessò ogni opposizione organizzata, e nel 1956 il Pce proclamò la “Reconciliaciòn nacional”.

Morto Franco si constatò che la transizione dal regime ‘alla libertà’ si era già un po’ delineata negli anni Cinquanta; si era accelerata, oltre che con le aperture all’Occidente e al mercato, coll’ingresso nel governo di Manuel Fraga Iribarne, nel 1962. Che cioè sin d’allora Francisco Franco aveva accettato la logica del futuro (se non addirittura da quando aveva detto no a Hitler nell’incontro a Hendaye, il 23 ottobre 1940).

spagnaRisalendo nel tempo, all’agonia del parlamentarismo e del potere dei notabili liberal-conservatori, il 13 settembre 1923 l’incruento colpo di Stato del generale Miguel Primo de Rivera avviò l’esperimento di una dittatura non fascista, al contrario filo-proletaria, appoggiata in pieno dal partito socialista. Durò fino al volontario ritiro del Dictador (gennaio 1930), sei anni nei quali il paese vide, oltre alla cancellazione della vecchia politica conservatrice, vasti piani di edificazione economica e di modernizzazione autoritaria, non accompagnati da fatti di repressione. Il governo del generale cadde per gli squilibri tra le risorse disponibili, alquanto scemate per la Grande Depressione, e per l’alto costo dei programmi di modernizzazione e di ridistribuzione della ricchezza a vantaggio dei ceti umili. Cadde di fronte alla netta ostilità dei banchieri e del patriziato latifondista (cui il generale, marchese e Grande di Spagna, apparteneva). La Dittatura aveva fatto nascere il primo, limitato Welfare della storia spagnola: assicurazioni sociali, pensioni, case popolari, ospedali, opere irrigue, ferrovie, canali.

Ma il vanto imperituro della classe dirigente spagnola fu, nel 1914 e nel 1940, l’aver saputo rifiutare la partecipazione ai due conflitti mondiali. La prima volta fu merito soprattutto di un primo ministro conservatore, Eduardo Dato, che sventò i tentativi delle élites sinistriste di intervenire a favore dell’Intesa. Nella drammatica agonia del parlamentarismo il presidente Dato sarà assassinato (1921) da un anarchico. Tutti sanno le crisi di sistema che nel 1931 portarono alla caduta della monarchia, alla Repubblica sventurata e, cinque anni dopo, alla Guerra civile.

Abbiamo richiamato alcuni momenti del Novecento per evidenziare che gli spagnoli, pur con una storia di turbolenze e di odii, sono stati capaci di più saggezza e più misericordia di altre stirpi. Della nostra, per esempio. Gli spagnoli si sono sgozzati nella Guerra civile, ma quando essa si è chiusa hanno respinto le tentazioni e le occasioni di riaprirla. Si sono salvati dai crimini dei regolamenti dei conti.

Hanno smentito, con una nettezza che non era prevedibile, il tragico pessimismo nazionale del 1898, quando la disfatta per mano americana, con la perdita dell’impero e dell’autostima, era sembrata spegnere l’anima della Spagna. In quegli anni il grande pensiero del ‘Rigenerazionismo’ fiorì su un dolore inconsolabile. Joaquin Costa invocò che si sprangasse il sepolcro del Cid Campeador e che un ‘chirurgo di ferro’ amputasse le cancrene nazionali (per molti quel chirurgo fu Primo de Rivera). Il disperato scrittore e

diplomatico Angel Ganivet, prossimo a suicidarsi, aveva negato che i suoi connazionali potessero mai aspirare a un umile benessere. Miguel de Unamuno, rettore a vita dell’università di Salamanca, aveva incatenato la Spagna ai suoi aspri miti nazionali, al punto che il filosofo razionale Ortega y Gasset lo censurava come ‘energumeno’. Quante volte Ortega ed altri grandi intellettuali del tempo avevano fatto tristi vaticinii di saldatura della loro nazione all’Africa invece che all’Europa?

Un secolo dopo la Spagna appare, è, il contrario dei vaticinii. Ha persino una ripresa produttiva meno anemica di quella italiana: con tutto il nostro dinamismo da Expo. Povero Ganivet, figlio della luminosa Granada, che aveva scritto “Uno spagnolo ricco disgusta”!

A.M.Calderazzi

THE SHAME OF AMERICA

Over Spring Break in Florida, a young college co-ed lay unconscious on the beach. She was then gang raped in broad daylight, watched by hundreds of male and female college students—who did absolutely nothing to help this defenseless young lady. Not a single college student even called the police. This is an atrocity—and every observer that day participated in it. It is a shame they must live with for the rest of their lives. And it is a shame America must live with as well..

This is a parable about what happens when sexual mores are thrown to the wind, and sex ceases to be a sacred act between a husband and wife; when faith lapses; when Judaeo-Christian morality is dispensed with. Then the unthinkable occurs. Sodom and Gomorrah rise from the ashes and pollute man, woman, and city . That this publically sanctioned rape occurred in the Bible Belt testifies to the ineffectuality, if not the demise, of Christianity.

What has happened is that we have placed a premium on Movies, Internet, Cell Phones, Sports, Reality TV, boxing, wrestling, and Mixed Martial Arts, while at the same time allowing the Judaeo-Christian faith to take a back seat. How many Christian families do you know that read Scripture together and pray together? I don’t know any. The number of skeptics (19%) now equals the number of people who pray four or more times a week. That bodes ill for our future. Our faith, which has helped make western culture the envy of the world, is now imperiled. And the US is among the most “religious” of nations, too.

There are many reasons why Christianity no longer influences: corporations are open seven days a week; the hypocrisy of right-wing “Christian” Republicans, who care more about profit than about people; the lack of study of the Bible in school; the absurdity of the fundamentalist’s anti-science campaign; the sway of the MI-Complex; a general lack of literacy; the arrogance of youth; a sensationalist, often anti-Christian bias in the media (Huffington, for example); a church generally anti-intellectual; et al.

For all these reasons and more, our culture has lost its moral compass and its spiritual ties to God. Daily we witness unthinkably horrible crimes unheard of a generation ago. Families are being rent apart by poverty amidst class oppression, intolerance, and prejudice. Police brutality and racism are commonplace. The black family today is virtually non-existent. 79% of juveniles in prison now are young black men. Civility is only a memory. The people à la Lincoln no longer rule, but the richest 1%, who care only about enriching themselves. Instead of JFK’s “What can you do for your country”, we have the Hobbesian “every man against his brother”—the natural

result of abandoning Christianity and worshipping Mammon, sensuality, power, looks, and fame.

Long ago this decline was predicted—eg, by Toynbee and Spengler and Sorokin. Toynbee and Sorokin wrote about this 50 years ago or more. They believe that only a religious awakening can halt our cultural degeneration and promote reason, goodness, and a love of truth. The time is ripe for it, but who is there today who can start a culturally effective Awakening, which at the same time emphasizes and utilizes reason and science? For the sake of our culture, he or she had better step forward soon. Our nation has entered into another Civil War—and our nation’s future hangs in the balance.

Len Sive Jr.

SEX IN THE TWENTY-FIRST CENTURY

My hypothesis has proven true.

The wrenching of sex out of its life- and biblical-context, as conservative as that may sound, is, I believe, nevertheless the correct view in the diagnosis and therapy of our culture’s obsession with sex. Our cultural separation of sex from its natural context of marriage has weakened our culture intellectually and spiritually. The violation of this God-given understanding of the nature and reality of sex has caused untold damage to countless numbers of people, has fueled a sex trade and sex-slavery, driven the divorce rate sky-high, led to an epidemic of college and high school rapes, including by teachers both male and female, left countless numbers of people dissatisfied sexually, and cheapened an inestimably valuable gift from God which ought to bring two people together in rarified physical intimacy. And—it is the means by which we establish a family, which is, or ought to be, the most valued aspect of our sensate Life.

In my research, I focused on two questions: How does the Internet contribute to our sexual malaise? and Is there a remedy for our sexual malaise?

The first question, for me, has a clear answer: the Internet promotes sexuality apart from marriage simply by offering a surfer an infinite number of sex websites, which are predicated upon separating flesh from spirit, pleasure from commitment, and the “I” from the “We” in marriage. Through video and photo, sex is treated as a thing-in-itself rather than as an act embedded in an emotional and spiritual context apart from which sex becomes superficial, obsessive, and tragic in its manifestations. But the media too—all of which maintain an Internet presence—are obsessed with sex and the body. It is impossible today to find media which refuse to cater to sexuality. As a consequence, kids are caught up in sex in a deeply harmful way. It is this omnipresent sexuality in our culture that fuels child porn, sex-slavery, inappropriate teacher-student relationships, and a general confusion today about what the function of sex is in human society.

This trend began more visibly with Kinsey in the 50’s, the women’s movement in the 60’s, the hippie/counterculture in the 60’s and 70’s, the cultural acceptance of a couple living together unmarried from the 60’s, the sexualization of the media (talk shows, reality TV, etc) from the late 70’s, the gay/lesbian revolution in the late 20th and the beginning of the 21st centuries, the ordination of clergy who are not celibate (if single) in the 90’s, and a general hyper-sexualized social media-aided culture created, and fed, by the Internet since its inception.

I wrote an article last year about how even in some elementary schools inappropriate discussions of a person’s sexuality have entered into their education. (For example, asking a student in class what kind of sex he or she has engaged in.) Indeed, sex is now so generally pervasive in society, and so ubiquitous in all the media, that one hardly questions its presence.

Sex in context is, as I see it, so clearly the issue that I am in wonder that this fact hasn’t completely permeated society. In my researches, the lack of context meant that the couple could not truly appreciate the sex act. What are some of the factors that make up context? Age, marital status, personality, and religion.

Age: Sex in the modern world is not meant for young people. Marital status: Sex is meant for people who are married, i.e., are in a committed, life-long relationship. Personality: Sex depends on people who are mature; who are sensitive, caring, and giving. Sex is meant to be one of many factors in our development as a human being. The sexual act is meant to be the cement to bind the two more closely together. It was never meant to be the essence, or the entirety, of the relationship; it only assists the relationship. All true relationships are founded on depth of personality, including depth of intellect—something our culture despises. Religion: It ought to sanctify sex rather than, so often, condemn it. God created us as (inter alia) sexual beings. But—in context, as only one factor in human life and personality.

This in-context is particularly important in the black community, where single-parent households are the overwhelming parental model. It is an issue the black community continues to ignore, with tragic results. One-third of all black men will have spent time in jail during their lifetime; 58% of juveniles sentenced to prison are black. That this isn’t taken up as a crusade by the black church is simply incomprehensible.

Ironically, blacks are willfully doing to their culture what Southern slave owners did. In the 1800’s in the South, relationships were interfered with on a massive scale, by owners raping their female slaves, having mistresses, or just breaking up the family and/or relationships for economic or punitive reasons.

There is so much domestic violence in society in part because of our emphasis on sexuality. People come together for sex rather than out of an interest in personality. Hence the relationship lacks one or more of the key factors mentioned above. But without these factors the relationship can’t be put on a mature footing. A major reason I undertook to research and write this article is because I feel that an easy attitude towards sex also makes violence more prevalent, a hypothesis I can’t, however, prove. Still. Statistics can be compelling. 1 in 10 men and 3 in 10 women were raped last year. 1 in 3 female homicides are by a current or former partner. Children who come from families where there is violence suffer abuse or neglect at high rates (30-60%). Boys who witness or themselves have suffered from violence become abusers themselves. Half of all men and women have experienced psychological aggression. Parents and relatives are hurting our young today, scaring them physically, mentally, and emotionally, because the parent(s) should never have had a child in the first place. The low graduation rates from high school, let alone college, also contribute to this malaise of emotionally scarred/immature kids having kids, whom they in turn scar. It is a serious social problem. Can we fix it?

Most people who read this article will be scornful—and dismissive— of my conclusions. Some may even say “It isn’t possible to be celibate before marriage; it’s not part of human nature.” But if one’s faith is sincere, if one wants to change one’s behavior, and if one believes that chastity before marriage is vitally important both for the couple and for society-at-large, then I believe one will be enabled to be chaste.

Unfortunately, our society no longer values marriage, fidelity, chastity, purity of heart and mind, or the intellectual or cultural life—and yet these factors are absolutely essential, in my opinion, to having a happy, fulfilled, committed marital relationship. In vain will one search for these things on TV or in the movies. All one has to do is turn to Fox or Huffington or

“celebrity” web-sites to see how cheapened sex has become (along with the news, one might add). They can’t let a single day go by without bringing in sex somehow. “Sex sells.” Yes, unfortunately it does, to the detriment of society.

God created sex to be part of a life-long, committed relationship, which is meant to be mature, giving, and forgiving. The relationship ideally should also have an intellectual component (since only humans have reason in the degree that we do); this strengthens the relationship, deepens it, and provides different venues for conversation. It is a component which our society never mentions, even though it is one of the strongest ties binding two people together. Ideas matter. Period.

The only way that I see for society to move beyond its sex obsession as well as its penchant for domestic violence is for a return to (intelligent, compassionate, wise) religion. This will not strike many people as very progressive, I’m afraid. It is, however—like it or not—the foundation of our western morality. It is also the only thing which I am aware of that can make us alter our life’s path, and bring to our souls the depth and height of God’s love by which lives are changed.

Christ promised those who believed in his name that we can become new creatures. If our society is to be redeemed—to reduce rape, sexual slavery, promiscuity, not to mention aggression (physical and psychological), domestic violence, crime, etc.,–I believe that only the fullness of religious conversion can remake us in His image. With God, all things are possible. Man sins, but God redeems, and glorifies.

Len Sive Jr.