E’ ANDATO A INSEGNARE A HARVARD IL SUPERUOMO NIETZSCHIANO

Non sentivo l’urgenza di leggere un articolo di Fortune firmato Michael Porter: forse perché annunciato in copertina, messianicamente, “How to Fix America”. Ma un pezzo di presentazione così descriveva l’autore: “He has influenced more executives, and more nations, than any other business professor on earth. Now he and an all-star team aim to rescue the U.S. economy”; nonché come “the most famous and influential business professor who has ever lived”. Questo non bastando, anche come “the all-time greatest strategy guru. Businesspeople aren’t  the only ones who speak Porter’s language. Leaders of nations, regions and cities use his ‘diamond model’ to frame their plans for becoming more competitive. Environmental policymakers apply the Porter hypothesis. Health care reformers study his work on transforming that broken industry. Now Porter aims to change the conversation on another vast topic: American competitiveness”.

Legittimamente Fortune additava anche i profili prodigiosi dell’ascesa di Michael Porter: “Eight years after graduating from high school he was teaching at the world No.1 business school. He holds a University Professorship at Harvard, the highest honor the school can bestow, held by about 1% of the faculty; it means he isn’t tethered to any particular school within Harvard, but can roam across the entire university, wherever his interests lead him”. Manco a dirlo in un paese anglosassone, “sports were the center of his existence as a kid, and at Monmouth Regional High School in New Jersey he was an all-state football and baseball player. At Princeton, where he majored in aeronautical engineering, he made the NCAA All-America golf team and graduated first in his class”. Infine, “at 65 Porter looks 55 and has more energy than the average 35-year old”.

A questo punto, coronata la grandezza accademica del Nostro coll’eccellenza del palmares nel football, baseball e golf, a tutto disdoro di Pico della Mirandola, non era istintivo chiedermi se Fortune annunciava il Prof. Porter e non piuttosto il Superuomo di Nietzsche, oppure Prometeo, oppure direttamente Jupiter padre e re degli Dei? O magari piuttosto l’Eroe (curiosamente denominato Il Lavoratore, oppure l’Operaio) concepito dalla geniale teogonia di Ernst Junger? Non era obbligatorio che leggessi l’epocale articolo di Michael Porter?

L’ho letto e, per cominciare, ho appreso da così alta autorità che gli americani “have a tremendous goodwill and influence. People listen, and we have to take advantage of that”. Un importante, parrebbe, capitale d’avviamento. Ora, tutti sappiamo che gli USA non vanno presi sottogamba, però da qualche tempo, magari dai mishaps  della guerra d’Indocina, o se si preferisce dalle prodezze industriali dell’Asia, Giappone prima, Corea, Cina Indonesia Malaysia Vietnam dopo, ci eravamo disabituati dal delirare per gli Stati Uniti. Il franco rilancio nazionalista del prof. Porter non può non sorprendere per originalità e coraggio. Ulteriore ragione perché anche voi vi tuffiate nel pensiero di Porter.

Una delle cui strutture portanti è il concetto, nelle parole del Nostro, che “every firm draws on the business environment in the community where it operates. When a firm improves the community, it  often boosts its own profitability, while also advancing the prospects of other U.S.-based businesses”. Altra idea-forza: ” The U.S. is competitive to the extent that firms operating here can compete successfully in the global economy while supporting high and rising living standards for the average American”. La mission che il nietzschiano di Harvard assegna alle aziende statunitensi promana dallo stesso, costruttivo patriottismo: “Some companies are getting far more pro-active. They’re partnering with educational institutions and providing curricular guidance, so school produce workers these companies would love to hire. Now sophisticated companies are finding innovative ways to upgrade their U.S. supplier networks (…) Innovation accounts for a large fraction of growth in national productivity, and the knowledge gained by one firm frequently spills over the others”.

Il famoso scritto, degno di Mosé, va avanti di questo passo. Però gli ultimi tre paragrafi presentano qualche interesse in più:

“We’re at a turning point for American business and for America. Our competitiveness is declining while trust in business erodes. Those developments are not independent. With companies moving operations abroad as the business environment weakens, and reporting strong profits even as opportunities for Americans diminish, a dangerous dynamics emerges that shows itself in America’s dysfunctional political discourse. Trust in business declines, U.S. policies turn against business, companies leave America, and trust erodes further. Business has contributed to the problem. In failing to revitalize their U.S.-based operations and communities, companies are undermining their own opportunities for productivity and growth. It’s time for business to lead in restoring U.S. competitiveness rather than wait for Washington. As business steps up to this broader role, it will turn the tide of cynicism that threatens the very core of America’s prosperity.”

Veniamo a noi. Ingaggiare il Nietzschiano di Harvard difficilmente fornirebbe al vincitore del 25 febbraio idee operative per rilanciare la nostra competitiveness. C’è il pericolo che Fortune, proiettando Porter come un arcidemiurgo, abbia fatto come Hollywood e i grandi media USA, per i quali i Marines e i Navy Seals sono i soldati più vittoriosi al mondo (benché a volte intralciati da vietcong e talebani). Il soverchio magnificare ha i suoi rischi.

Anthony Cobeinsy

C’E’ CHI AMA NEGLI STATES IL MAXIDEBITO USA

Nelle ultime settimane, settimane del fiscal cliff, è andata avanti una curiosa discussione tra esperti americani sul loro macroindebitamento. Paul Krugman, premio Nobel, ha fatto il provocatore coll’affermazione sul New York Times: “We’re not facing any kind of a fiscal crisis”. Nessuna necessità di accordo bipartisan per scongiurare l’insolvenza di Uncle Sam, niente obbligo per la Casa Bianca di ingegnerizzare un procedimento per la riduzione del debito. Manco a dirlo,  pochi hanno aderito alla filosofia di Krugman. Non per esempio lo staff dell’ex-presidente Clinton, nel quale così si sono espressi: “The debt will become a much bigger problem when normal economic growth returns and causes interest rates to rise; passing a credible 10-year plan now will keep the government’s borrowing costs much lower than they will be without one. It’s important not to impose austerity now before a growth trend is clearly established, because as the austerity policies in the Eurozone and the U.S. show, that will slow the economy, cut jobs, and increase deficits; and any credible deficit-reduction plan requires three things -spending reductions, revenue increases and economic growth”.

Nel 2011 il governo federale incassò $2450 miliardi e spese 3540 miliardi. Fu il quarto esercizio fiscale che chiudeva con un disavanzo di questa portata: l’ultimo disavanzo è stato di $1,100 miliardi, pari salvo errore a circa $17,000 di nuovo indebitamento per ciascun americano, uomo donna o bambino. Una giornalista specializzata, Becky Quick, ha calcolato che i $258 miliardi che Washington spende ogni anno per interessi superano l’assieme dei bilanci di sette dipartimenti: Commercio, Istruzione, Interni, Energia, Stato, Homeland Security, Giustizia. A stare al Congressional Budget Office, tra 10 anni il servizio del debito arriverà a costare $1000 miliardi. Secondo una previsione che appare attendibile, la dotazione (trust fund) della Social Security si estinguerà nel 2033 e tutte le sue erogazioni dovranno essere tagliate di un quarto. Anche di qui la proposta della commissione Simpson-Bowles, nominata da Obama, di allungare l’età lavorativa di un anno nel 2050 e di un altro anno nel 2075. Il co-autore della proposta, Bowles, era stato chief of staff di Clinton. Una cinquantina di amministratori delegati delle massime corporations americane appoggiano i provvedimenti Simpson-Bowles, che invece Paul Krugman respinge (“a really bad plan”) in quanto “we are not facing any kind of fiscal crisis”.

Ciascuno può farsi un’idea propria del ragionamento Krugman leggendolo sul New York Times. In ogni caso è certo che la linea del premio Nobel, spensierata come può apparire, ha i suoi sostenitori. Ha proposto Allan Sloan, un esperto in passato repubblicano (nel settembre 2011 ha ripudiato il GOP con una cover story di ‘Fortune’ intitolata ‘American Idiots’), di prendere in prestito  altri 200 miliardi. A scanso di nostri errori, trascriviamo qui in inglese la proposta, dall’autore presentata come un ‘regalo d’addio al segretario al Tesoro Tim Geithner, se lascerà la carica’: “Now here’s what I propose -make a private deal with the central bank of a country that has huge holdings of Treasure securities (for instance, China) and doesn’t dare risk having a default on the interest or principal due on its holdings. Let’s borrow $200 billion by doing this, giving our lender a 10-year security that the Treasure can redeem early if if it chooses to. While Congress is playing its destructive game of chicken, you (Geithner) can keep the government functioning and be the hero who helped us avoid an economic calamity. The Treasure will have to pay an above-market interest rate on this borrowing. But you can score points -very deserved ones- by blaming House obstructionists for the added taxpayer expense”.

Sbagliamo, o questo è un aggiungere miliardi al debito? Oppure non è, ma il risultato è uguale? Ci sembra una logica bislacca, però è condivisa. Che chi governerà a Roma dopo il prossimo febbraio non si invaghisca di Paul Krugman & Allan Sloan. Quanto al secondo,  aggiungiamo per completezza d’informazione  qualche altro suo concetto. Proclamava nel suo ‘manifesto’ (American Idiots): “What’s ailing us? It’s the takeover of the economic debate by fanatics who are up to no good. Fix that, and maybe you fix the economy. Yes, the Tea Party types bear primary responsibility for today’s crisis – but they couldn’t have done it without the cowardice and incompetence of the Obama administration. The root of our current problem is that there are no grownups in positions of serious power in Washington. I spent July whatching with increasing horror as market-illiterate knownothings, abetted by the craven leaders of the Republican Party and the unspeakable ineptness of Obama and his minions, brought our country to within an inch of defaulting on its debt. If I sound angry, it’s because I am. Think of me as an angry moderate who’s finally fed up with the lunacy and incompetence of our alleged national leaders. The one saving grace we have is that the rest of the world seems to be run by midgets too”.

Anthony Cobeinsy 

LA NEMESI DI ZAPATERO: MANUEL AZAGNA

Il mondo, cui non sfuggì il significato iconoclastico/dissacratorio della traettoria nei cieli spagnoli di J.L.Rodriguez Zapatero, dovrebbe riflettere sulla concatenazione di quel governante con un suo lontano predecessore e maestro, dal quale derivò la carica scardinatrice e una ferma vocazione giacobina. Il suo maestro non fu il compagno di partito Felipe Gonzales, primo capo di governo della Spagna passata alla partitocrazia ( Felipe portò i socialisti al potere nel 1982, e il suo lungo consolato è indicato come felipismo). Gonzales fu la variante spagnola di Bettino Craxi, con l’abilità e il cinismo di quest’ultimo; ma non fu abbattuto dalle sentenze penali.

Il maestro e il riferimento di Zapatero fu Manuel Azagna, ministro della Guerra al sorgere della Seconda Repubblica di Spagna (la Prima, proclamata nel 1873, era già morta nel 1875 per la restaurazione dei Borboni); poi capo del governo in quanto vincitore delle elezioni del 1936; infine, due mesi dopo, presidente della Repubblica. Restò a capo dello Stato fino alla disfatta nella Guerra Civile. Se Zapatero si provò a forzare la Spagna ad accelerare il passo della modernità artificiale, cioè ad omogeneizzarsi con le tendenze e le derive contemporanee, Azagna tentò la stessa cosa a partire dal 1931: con una coerenza laicista e liberal-radicale e un settarismo che inizialmente gli portarono una fortuna eccezionale; alla fine lo distrussero.

L’ascesa di Manuel Azagna si può dire fenomenale: una carriera senza eguali per un uomo che non era né un capopopolo né un avventuriero; era un intellettuale di pochi lettori. Prima di trovarsi nel 1931 uno dei fondatori della Repubblica, Azagna era stato un letterato e pubblicista politico, di ferma collocazione giacobina. Nel suo primo biennio la Repubblica fu governata da una coalizione di sinistra borghese, la quale innalzò Azagna a ministro della Guerra. Era un dicastero nevralgico: si trattava di ridimensionare duramente delle forze armate ormai elefantiache rispetto alle modeste esigenze di un ex-impero, e il ministro lo fece con caratteristica intransigenza. Lo strano era che egli, nemico di un vecchio ordine in cui i militari rappresentavano, con la Chiesa, una grande forza conservatrice, non era propriamente antimilitarista. Anzi assegnava all’esercito un singolare ruolo di appoggio alla riedificazione nazionale, dopo la grave sconfitta del 1898 e i rovesci coloniali nel Marocco.

Ha scritto José Marìa Marco, con quattro opere dedicate uno dei suoi maggiori biografi, che il Nostro, avversario del retaggio militare spagnolo però ammiratore di quello francese risalente a Valmy e a Jemappes, le fulgide vittorie del 1792, era persino guerrafondaio. Per amore della Francia repubblicana e laica cercò accanitamente con altri progressisti di far entrare la Spagna nella Grande Guerra. Prevalse la superiore saggezza, amica del Paese e degli uomini individui, dei governanti conservatori del tempo: Eduardo Dato, che un anarchico assassinerà nel 1921, e Antonio Maura che, anch’egli capo del governo, aveva tentato la via delle riforme dall’alto. Vinta la Guerra Civile, Francisco Franco avrà il merito di resistere alle pressioni del Fuehrer, appena trionfatore sulla Francia, perché Madrid entri nel conflitto a fianco dell’Asse. Più tardi il Caudillo riuscirà a convertirsi in alleato dell’America. Fece morire molti spagnoli, anche di garrota, ma a tanti altri  salvò la vita.

 

Per gli interventisti come Azagna i massacri della Grande Guerra avrebbero aperto un’era rigeneratrice. In ogni caso, nota il biografo  J.M.Marco, “quienes, como Azagna, se complacìan en pintar con las tintas mas negras el presente de Espagna, parecen pensar che sus compagtriotas estàn dispuestos a morir por la causa de la modernidad (…) De paso, Azagna desvela hasta (fino a) què altìsimo punto llega (arriva) su aprecio del espìritu militar. En defensa de la naciòn los ciudadanos han da estar dispuestos a dar sino su vida si es necessario. Ese es el sacrificio que Azagna, que no habìa hecho (fatto) el servicio militar, solicitaba de sus compatriotas (…) En la jerarquia de la vida social establecida por Azagna el militar ocupa tan alto lugar (posto); solo lo supera el politico, que acepta sacrificar todo a la colectividad” (nostra sottolineatura). Letta con gli occhi di oggi, quest’ultima frase dà la misura del farneticare dell’intellettuale Azagna. Il conato interventista del 1914 nel nome di un’immaginaria virtù delle stragi nelle trincee, virtù grazie alla quale la Spagna si sarebbe rigenerata, basta da solo a condannare l’Azagna non ancora uomo di governo.

Alla fine del 1933 la coalizione radical-progressista perse le elezioni. Invece nel febbraio 1936 il Frente Popular, alleanza di tutte le sinistre incoraggiata dall’avvento in Francia del Front Populaire, trionfò nelle urne. Manuel Azagna, che nei grandi comizi elettorali si era rivelato oratore efficace, viene portato dalla vittoria al vertice del governo. Dopo poco più di due mesi convince il parlamento a destituire il presidente della Repubblica, Alcalà Zamora, e si fa eleggere al suo posto. Negli annali della politica europea una carriera così brillante resta eccezionale, soprattutto per un uomo che non aveva un partito importante dietro di sé, era simpatico a pochi e presentava un volto fisico non attraente.

Nei cinque mesi che governò la Spagna intera Azagna volle quasi esclusivamente svecchiare, laicizzare e consolidare il potere della sua fazione. I terribili problemi della povertà di massa sembrarono non coinvolgerlo. Fece poco per il proletariato urbano, pressocché nulla per i braccianti senza terra, sottoalimentati per miseria. Conseguenze, scontri sociali quotidiani e crescenti, con un’esasperazione della controviolenza reazionaria. La fazione militare certamente si risolse a scatenare la Guerra civile: però due anni prima Francisco Franco aveva schiacciato nel sangue la rivolta dei minatori delle Asturie nell’interesse della Repubblica, che egli serviva. Se Azagna si fosse impegnato sul fronte della giustizia sociale invece che su quello della laicità e del rimodellamento delle istituzioni, il ribellismo classista degli anarchici e dei socialisti rivoluzionari non sarebbe esploso; non sarebbe esplosa nemmeno la reazione dei generali.

Dal primo all’ultimo giorno della Guerra fratricida il presidente Azagna fu come immobile. Governarono altri, specialmente i primi ministri Largo Caballero e Negrin. Il capo dello Stato faceva rare apparizioni e allocuzioni, scriveva (anche narrativa), mandava emissari nelle cancellerie e nei salotti internazionali a perorare la causa repubblicana, coltivava le rose nei giardini ex-reali, ritoccava le uniformi della Guardia presidenziale. Sapeva che la guerra volgeva al peggio, ma non tentò seriamente di imporsi su Negrin e sui comunisti, secondo i quali “resistir es vencer”. Arrivò la disfatta finale -primavera 1939- e il Capo dello Stato riparò in Francia a piedi, assieme a una moltitudine di profughi e di militari fuggiaschi. Morì esule l’anno dopo, fu sepolto nel cimitero di Montauban. Aveva puntato tutto sul laicismo e sull’ammodernamento delle strutture, trascurando i poveri che chiedevano pane.

E’ impressionante l’analogia  con la vicenda e le grandi scelte di J.L.Rodriguez Zapatero. Pervenne giovane al vertice di una Spagna assai prospera a confronto con quella di Azagna. Investì il suo capitale politico e la sua energia nella ripresa dell’anticlericalismo e nel contrasto alle tradizioni. Ai grandi problemi del Paese e dell’economia antepose i diritti delle minoranze e dei diversi. I bisogni essenziali del popolo restarono trascurati, finché arrivò la dura crisi. Zapatero è finito sconfitto e profugo come Manuel Azagna.

A M Calderazzi

RAMIRO DE MAEZTU, MINIERA DEL CORAGGIO CHE CI MANCA

Gli europei che lamentano, quasi tutti quelli pensanti, la morte delle ideologie anzi delle idee, e il deserto dei grandi programmi, non dovrebbero ostinarsi a cercare i pensieri nuovi nelle contrade della modernità che produssero i pensieri vecchi: Francia Germania Gran Bretagna America Russia Italia. Dovrebbero cercarli là dove non c’è la tradizione di esplorare. In Spagna anzitutto, che visse più autenticamente l’urto delle dottrine e delle passioni, fino al punto della guerra fratricida. Oggi la Spagna appare ancora ammutolita dai drammi degli anni Venti e Trenta. Ma ha molto da insegnarci, perché ha provato nella carne e nell’anima tutti gli slanci e le lacerazioni di due secoli, a partire dalla lotta di liberazione contro Napoleone e dalla Costituzione di Cadice, quella che nel 1812 inventò il liberalismo progressista.

La Spagna ha tentato strade che non erano di tutto l’Occidente. In particolare le sciagure nazionali di fine Ottocento ispirarono un manipolo di pensatori ripiegati sì sui destini della loro patria, ma in realtà volti ad additare vie che non si aprivano solo agli spagnoli. La ricerca avviata dopo il Desastre del 1898 da Joaquìn Costa, Angel Ganivet, Ramiro de Maeztu, Miguel de Unamuno, José Ortega y Gasset contengono un’intelligenza che l’Occidente ignora o conosce poco. Persino Manuel Azagna (v.in questo Internauta “La nemesi di Zapatero”), nel suo tempo uno degli statisti più promettenti ma anche dei più falliti, praticò approcci di qualche merito universale.

Si usa ripetere che Cervantes, a ragione piena o parziale, è il testimone nazionale di Spagna, visto che nel passato ogni spagnolo credette di identificarsi almeno un po’ nel suo eroe, il cavaliere della Mancia e dell’Illusione. La testimonianza di Ramiro de Maeztu, spezzata il 29 ottobre 1936 dai miliziani che ammazzarono lui ed altri prigionieri politici del carcere di Las Ventas, ha il particolare valore di venire da un uomo che imboccò molte strade ed elaborò, da combattente non da accademico, idee dentro e fuori degli schemi pensati in Occidente. Qualcuna delle sue intuizioni e contraddizioni potrebbero aiutarci nell’afasia che viviamo.

Nella prima giovinezza il Nostro visse le angosce del patriottismo sfortunato, che lo spinsero a farsi volontario nella rovinosa guerra del 1898 contro gli USA aggressori. Poi vennero gli ardori e le suggestioni del Regeneracionismo, che muovevano dal messaggio di riscatto di Joaquìn Costa e suo stesso. A Londra dove, figlio di una inglese, era riparato dopo avere a Madrid mandato all’ospedale un denigratore dello scrittore e suo amico Valle-Inclàn, fu presto riconosciuto come guida del gruppo intellettuale di ‘New Age’, che offriva una formula di libero socialismo, semi-utopica alternativa al movimento Fabiano. Le formule di Maeztu si contrapponevano alle linee del Labour, destinate a degenerare nel burocratismo e nella soggezione al mercato. Il Nostro si dichiarava “escritor socialista”. Venne poi il tempo, piuttosto breve, della deificazione dell’America e del primato degli ‘anglosajones’ moltiplicatori di ricchezza.

In realtà Maeztu cercava in territori per lui nuovi una sintesi tra retaggi conservatori e riorganizzazione sociale secondo modernità e giustizia. Ed ecco, prima e dopo il colpo di stato di Miguel Primo de Rivera (1923) che sbaragliò il notabilato conservatore e fece avanzare la condizione proletaria, il suo Guild Socialism: superamento del sinistrismo classista e del conflittismo sindacale, nella prospettiva di una società libera e solidale, di un’economia regolata insieme dal mercato e dalla comunità. Maeztu predisse con sicurezza il finale fallimento del comunismo. “Muy pronto -ha riferito uno storico- dictaminò el securo fracaso. La economia planificada y estatalizada no es capaz de producir riqueza. Es o pobreza o pillage (saccheggio), cuando no las dos cosas a la vez”. Fu messo a morte come uomo di destra ma l’impegno della vita intera era stato di cercare una verità più vera e più giusta di quella scritta sugli striscioni del frontismo. Sapeva i rischi di muoversi fuori degli schemi: “Yo soy un leproso” confidò a un ammiratore; “se espera (si aspetta) que nos fusilen”.

Essere un ‘libre-socialista’ appariva una sintesi improbabile, implicando anche il diritto ad alleanze ‘disdicevoli’; ma era la correzione sia del liberismo (‘manchesteriano’ si diceva allora), sia dell’ideologismo marxista-stalinista, oppure radical-laicista. Era proporre produzione e pure redistribuzione della ricchezza, in modi non dettati da questa o quella dottrina. Era favore all’imprenditorialità ma anche più previdenza sociale e più interventi dello Stato. Così, quando Miguel Primo de Rivera si fece dittatore filosocialista, detestato dagli intellettuali sofistici ma approvato senza riserve, per cinque o sei anni su sette, dalla maggioranza degli spagnoli, Maeztu colse subito il significato di quel particolare potere militare: paternalistico e teoricamente scorretto, ma nei fatti amico dei lavoratori: “Esa era la mision che el propio Dictador se habìa asignado”.  Mugugnavano solo i ricchi e gli aspiranti ricchi che frequentavano i salotti letterari e i negozi dei librai.

Il generale Primo nominò Maeztu ambasciatore in Argentina; ma il Nostro non si consegnò alle convenzioni e alle insulse alterigie della diplomazia. Bramoso di rotture e di rivelazioni, dovette ingannarsi sui rovesci del capitalismo nella Depressione apertasi nel 1929. Due anni dopo venne la  Repubblica di Spagna e Maeztu ne previde con largo anticipo la rovina: “Al cabo de pocos annos -scrisse otto mesi prima della ribellione militare- se producirà en el paìs un levantamiento armado de caràcter tradicionalista, o una crìtica profunda y extensa de la ideologìa liberal, en caso de no ser posible el levantamiento en armas”.

L’ex-ambasciatore a Buenos Aires viene incarcerato, brevemente, una prima volta nel 1932, subito dopo il  ‘levantamiento armado’ del generale Sanjurjo (agosto 1932). Da quel momento non smette più di contrapporsi all’alleanza liberalradicali-socialisti-stalinisti capeggiata da Manuel Azagna, suo ex-compagno di lotte intellettuali. Anche quando le destre sembrano preferire ancora i confronti elettorali e i compromessi parlamentari alla lotta frontale in difesa della religione e della monarchia -quest’ultima, come sappiamo, destinata a rioccupare il futuro della Spagna- Maeztu moltiplica le posizioni combattive e mortalmente pericolose. Nei primi mesi del terribile 1936 grida sempre più alta la sua fede; tuttavia al tempo stesso non rinuncia a sperare che la feroce dialettica degli odii generi qualche esito positivo: “Con todo, me parecen mejores estos tiempos, no porque no sean, como son, horrorosos, sino porque contienen la promesa de un mondo mejor (…) Las nuevas generaciones tienen gran suerte al (hanno la fortuna di)  tener que eligir entre la fe y el escepticismo, en vez de perderse, como la nuestra, en verdades a medias (a metà) e ideales truncos (mozzi)”. Ancora poche settimane e il pensatore di Alava entrerà nel carcere della morte.

Tutta la vita aveva guardato a verità fuori delle dottrine rispettate. Gli spiriti inquieti di oggi dovrebbero cercare ispirazione in questo prode combattente. I peggio disposti, i più condizionati dal pensiero unico che trionfò nel secondo dopoguerra, dovrebbero quanto meno rispettare de Maeztu in quanto esploratore ardimentoso, ulissiaco, intollerante degli steccati del pensiero maggioritario. Allo stesso modo che sono arrivati, o dovrebbero arrivare, a rispettare la passione e la dignità di un Ezra Pound  ‘americano  maledetto’. La destra e la sinistra tradizionali non hanno quasi più niente da dirci. Le rispettive coerenze hanno solo collezionato fallimenti. E’ tempo di volgerci a chi si fece vituperare da destra e da sinistra; da quest’ultima si fece addirittura uccidere: non nascondendosi, non mimetizzandosi. Fu ammazzato quale reazionario, ma reazionario non fu mai.

Conosciamo la falsità di tutte le posizioni nette e inconcusse del passato. “El antìdoto -la verità che Maeztu opponeva ai faziosi e ai puri- era “anticatolico y antilibrepensador, antirrepublicano e antimonarchico, anticonservador y antiliberal, antitradicionalista y antidemòcrata”. Gli ideologi tutti d’un pezzo del passato ci apparvero autorevoli, ma i loro insegnamenti sono finiti in nulla. E i coerenti odierni sono clamorosamente senza idee.

A.M.Calderazzi

PROFETIZZO’ ANCHE PER NOI IL MAZZINI DI SPAGNA JOAQUIN COSTA

Tutti i regimi che hanno retto la Spagna nell’ultimo novantennio -Primo de Rivera (1923-30), la Repubblica (1931-39), Franco (1936-75), i socialisti e i conservatori del postfranchismo- si sono richiamati a Joaquìn Costa.  Egli è come se fosse il padre della Spagna tra Ottocento e Novecento. I manuali di storia precisano che in senso stretto  fu il primo pensatore del Regeneracionismo, il risveglio della coscienza nazionale dopo la prostrazione seguita al 1898, quando le corazzate degli Stati Uniti affondarono al largo di Cuba l’intera flotta spagnola, dalle bandiere gloriose ma dagli scafi di legno; e misero fine all’Impero di Madrid. L’abissale umiliazione apparve uccidere la fierezza nazionale: ma un uomo si contrappose per primo alla disperazione e mobilitò i sentimenti delle élites. Per questo si è affermato che gli scorsi novant’anni hanno guardato a Joaquìn Costa, a prescindere dai credi politici. A differenza di Charles De Gaulle, che volle riscattare la Francia dagli smacchi del 1870 e del 1940, il Nostro non ebbe dalla sua né il potere, né il carisma, né le circostanze che fecero di de Gaulle un grande protagonista.

Nato nel 1846 a Monzon, cittadina dell’Alto Aragonese ai piedi dei Pirenei, figlio di un modesto coltivatore, Costa pervenne alla reputazione di caposcuola attraverso sacrifici giovanili eccezionalmente aspri. D’inverno studiava e lavorava in letto, mancando di riscaldamento. Ridusse a pezzi l’unico paio di scarpe che possedeva. Arrivato a insegnare all’università madrilena, rinunciò subito per protesta contro certe linee del governo di Antonio Cànovas del Castillo, una specie di Giolitti spagnolo. Quando il Nostro morì, nel 1911, tutta la Spagna ufficiale e intellettuale si unì nel lutto; ma egli non aveva mai avuto una vera cattedra, né un ruolo pubblico pari alla sua fama. Ciononostante resta un maestro e un simbolo: per capirci, fu un apostolo alla Giuseppe Mazzini, autore di un prodigioso sforzo di scrittore, di promotore e di acceso patriota. “Soy aragonés; espagnol por dos veces” (volte).

Il suo nazionalismo era identificazione assoluta col retaggio  popolare. Dalla vocazione storicistica e dalla tradizione derivava i contenuti più attuali: così per la drammatica questione dei contadini senza terra. Non perdonava ai governanti liberali di avere spogliato i municipi e le comunità tradizionali delle terre che possedevano da secoli. Al di là dei camuffamenti laici e modernizzatori, i liberali arricchirono la nuova borghesia e gli agrari che allargarono i loro latifondi; i contadini poveri non furono in grado di comprare. Tutta la vita Costa lottò, egli non militante di sinistra, per la restituzione delle terre e per la rinascita delle tradizioni collettivistiche. Tentando di far rivivere l’antico, di fatto professava alcune tesi socialiste. La sua era una posizione così radicalmente anticapitalista, legata ai vecchi usi collettivi e alle tradizioni municipali, da fargli rifiutare il concetto stesso dei confini di proprietà.

Il riformatore che amava riproporre in termini nuovi le conquiste del passato, derivava da queste ultime valori quali le ‘libertà aragonesi’, il diritto di non obbedire agli ordini illegali del re (il sovrano non essendo che il più alto dei servitori della nazione) dunque il diritto all’insurrezione, il rifiuto dell’assolutismo e della teocrazia, implicante la separazione tra Chiesa e Stato. Invocava il reclutamento di una nuova classe politica: non tra i tradizionali ‘clientes’ dei maggiorenti e dei partiti ma nella ‘massa neutra’ della media borghesia, delle professioni e dell’imprenditoria (il proletariato era fatto di analfabeti). In più esortava all’azione tutti gli onesti che si vergognavano della miseria dei lavoratori iberici. La Spagna, predicava, doveva europeizzarsi per sfuggire a un destino di africanizzazione.

Col tempo Costa andò abbandonando il romanticismo antiquario, e inasprì la critica del liberalismo conservatore. Prese a negare ogni legittimità al Parlamento. Respinse in toto la versione rappresentativa della democrazia, perciò sfiduciando i ceti dirigenti del suo tempo: una ‘necrocracìa’, un’oligarchia di morti contro la quale era giusto rivoltarsi, essere anarchici. Ma assai più concreta fu la sua famosa invocazione, riferita da tutti i manuali di storia, di un ‘cirujano de hierro’,  un chirurgo ‘ferreo’ cioè deciso, capace di amputare le cancrene nazionali. A questo personaggio mitico andava la missione di azzerare la casta dei politicanti, allora i notabili liberali. Questo avrebbe fatto nel 1923 il generale marchese Miguel Primo de Rivera,  amico del popolo e dei socialisti.

Alcuni, non troppi, hanno creduto di vedere nel ‘chirurgo di ferro’ la prefigurazione dell’autoritarismo fascista che, muovendo anche da impulsi socialisteggianti, undici anni dopo la morte di Joaquìn Costa avrebbe conquiststo l’Italia e fatto scuola in non pochi paesi. E invece nel grande disegno di Costa prevalevano i caratteri egualitari e ridistributori della ricchezza. Però nulla poteva accadere senza il ‘cirujano de hierro’ che abbattesse le istituzioni create per i propri fini da una borghesia neoilluminista che non aveva interesse a saldarsi ai proletari. Per Costa il sistema realizzato, con la Restaurazione borbonica, dal vigoroso conservatore Cànovas del Castillo era rimasto sterile: aveva fatto gli spagnoli fisiologicamente incapaci di avvicinarsi all’Europa: “C’è un’energia vitale -constatava- che manca a un popolo che accetta di farsi spogliare da una classe di potere indegna”.

Un secolo dopo la morte del profeta aragonese queste diagnosi desolate non si attagliano agli spagnoli sottomessi a Zapatero e a Rajoy? Più ancora, non descrivono quella specie di ‘malattia del sonno’ (tripanosomiasi) che, oltre a infierire nell’Africa tropicale, rende noi italiani incapaci di liberarci degli usurpatori che ci opprimono dal 1945? Joaquìn Costa profetizzò anche per noi.

A.M.Calderazzi

CALCHI NOVATI: CHE MALE CI HA FATTO IL MALI?

Il Mali è uno Stato dell’Africa occidentale. Ben pochi italiani saprebbero localizzare con esattezza il Mali sulla carta geografica. Eppure il ministro Andrea Riccardi ha ripetuto più volte in queste settimane che l’Italia confina con il Mali. Una forzatura? Una metafora?  Riccardi – già presidente della Comunità di Sant’Egidio, benemerita per le molte iniziative di mediazione e di pace condotte in Africa e in altre parti del mondo – è ministro dell’Integrazione e della Cooperazione internazionale. Sarebbe spontaneo aspettarsi nelle parole di Riccardi un motivo di solidarietà. Nel Mali è in atto una crisi che minaccia la stabilità e la stessa integrità dello Stato. In realtà, Riccardi aveva in mente la “sicurezza”: non del Mali, ma dell’Italia, dell’Europa, della Nato. Pensava all’alternativa militare. La crisi interna al Mali, uno dei tanti problemi che derivano dalla formazione di Stati segnati dalle peripezie della storia e per finire dalla spartizione dell’Africa fra una mezza dozzina di nazioni europee nella seconda metà dell’Ottocento, è stata trasformata d’imperio in una crisi globale. La comunità internazionale, come si dice, dovrebbe mettersi in gioco per difendere gli assetti di cui l’Occidente usufruisce per il suo benessere e in ultima analisi per i privilegi del blocco sociale che detiene il potere qui da noi e nel centro del sistema. Se ci sarà un “intervento” avallato da qualche istanza regionale o internazionale e forse dalla stessa Onu, malgrado qualche giustificazione apparentemente di buon senso, si tratterà di un’altra guerra Nord-Sud.

L’argomento corrente è che l’attività ribellistica nel Mali, come del resto con maggiore o minore intensità in tutta la regione sahelo-sudanese, riproduce la fenomenologia del terrorismo e della guerra al terrorismo indetta più di dieci anni fa da Bush junior e proseguita con metodi un po’ ritoccati da Barack Obama. I suoi riverberi possono estendersi all’Europa. Il Mali come un nuovo Afghanistan o forse, con più verosimiglianza, una nuova Somalia: tanto deserto, l’islam in crescita e poco controllo del territorio da parte delle autorità più o meno legittime. Da qui nasce l’allarme anche per l’Italia. Poco importa se l’Italia rischierà di trovarsi di fronte a una realtà che è fuori dal perimetro abituale dei nostri interessi in Africa e con cui non abbiamo nessuna vera dimestichezza. A Bamako, capitale del Mali, un nostro “vicino” stando alle parole di Andrea Riccardi, l’Italia non ha neppure un’ambasciata. Così come non ha un’ambasciata nel Burkina Faso, altro paese dell’Africa occidentale ed ex-possedimento della Francia come il Mali, il cui presidente sempre Andrea Riccardi invitò come co-protagonista del Forum per la cooperazione internazionale organizzato a Milano dal governo italiano ai primi d’ottobre. Il presidente del Burkina Faso si chiama Blaise Compaoré: posa a uomo d’ordine e a interlocutore fidato dell’Occidente ma si porta dietro la fama di aver tradito il suo compagno e “fratello” Thomas Sankara, con cui aveva compiuto un colpo di Stato diventato una “rivoluzione” per realizzare una società pura ed egualitaria. Con i suoi ideali radicaleggianti e minimalisti Sankara si inimicò la Francia e la vicina Costa d’Avorio, presieduta allora da Félix Houphouët-Boigny, massimo garante dell’“Afrique du papa”, e finì assassinato in un complotto che in molti imputano a Compaoré, suo vice e successore.

Nominalmente l’evento di ottobre si proponeva di rilanciare la cooperazione allo sviluppo dell’Italia. Ciò nonostante, Monti, intervenuto alla tribuna del Piccolo Teatro dove si svolgeva il Forum, dichiarò – in parte leggendo il testo preparatogli dai consiglieri di Palazzo Chigi o della Farnesina e in parte per farsi capire meglio sciogliendo in “bocconiano” il “politichese” dei burocrati – che l’Italia contava molto sulle relazioni con l’Africa per i ritorni che possono beneficiare la nostra economia (il famoso “sistema paese”) ma che l’Italia allo stato attuale non ha fondi da mettere a bilancio per la cooperazione.

Il Sudan, come dalla locuzione araba che nella versione completa (sudan al-bilad) significa “terra dei neri” è nota la regione che si estende immediatamente a sud del Sahara, è stato la sede dei primi imperi africani di cui il mondo esterno sia venuto a conoscenza tramite gli scrittori e geografi arabi. Nel Sudan, dove prevale la savana con vegetazione bassa e terre relativamente fertili, sono possibili ampi insediamenti umani, si pratica l’agricoltura e si fanno sentire i lasciti del mondo arabo, cui si devono la religione del Profeta e una concezione dello Stato. Uno degli Stati sudanici fiorito fra il XII e il XIV secolo si chiamava appunto Mali. Il suo sovrano era così ricco che le spese e generose elargizioni sue e del seguito nel corso del pellegrinaggio rituale alla Mecca provocarono un’inflazione al Cairo. Il commercio trans-sahariano, retto principalmente sullo scambio fra il sale degli arabi e l’oro degli africani (“commercio muto” perché le due parti aggiungevano sale o oro finché si trovava un accordo a gesti), promosse lo sviluppo di città come Timbuctu, Gao e Djenné, tutte comprese nei confini del Mali moderno, che sono entrate nella leggenda della memorialistica di viaggio. Le moschee di sabbia che risalgono a una decina di secoli fa – e che non hanno ovviamente la resistenza degli edifici in pietra o marmo del potere e del culto nell’area mediterranea – sono state continuamente rimaneggiate con devozione e sapienza permettendo loro di sopravvivere al tempo. Da quando le rotte dei traffici con l’Africa si sono spostate dal Mediterraneo all’Atlantico, le regioni interne a contatto con il deserto hanno conosciuto un inarrestabile declino a vantaggio delle zone costiere. Le città da favola sono state via via invase dalla sabbia. Nelle cronache di oggi hanno perso ogni grandezza e sono presentate come borghi polverosi. Minacciate dall’iconoclastia dei ribelli, che contestano l’ortodossia della loro architettura, potrebbero di qui a poco essere prese di mira dai carri armati dello scassato esercito del Mali o dai missili e aerei senza pilota americani che potrebbero partire da una base lontana, persino dall’Italia.

La geopolitica di origine coloniale che in questa regione dell’Africa vide la Francia come capofila ha portato alla costituzione, dal Senegal al Nilo, di Stati compositi a cavallo fra l’universo arabo-islamico e l’Africa nera. L’amministrazione francese ha favorito le élites nere, più malleabili e più facili da convertire al cristianesimo rispetto alle popolazioni arabizzanti di fede musulmana del nord. È così che i governi al momento dell’indipendenza avevano il loro fulcro nel sud, anche nell’estremo sud, come in Mali (ex-Sudan francese), di Stati che si prolungano poi in enormi distese desertiche o semidesertiche dentro il Sahara. L’Inghilterra nel Sudan vero e proprio ha perseguito un obiettivo opposto, appoggiandosi al nucleo arabo-islamico del nord per non scontentare troppo l’Egitto, ma ha egualmente preparato una scissione virtuale formando a sud un’élite anglofona e in parte cristianizzata da monaci siriani nei primi secoli dopo Cristo e più tardi, a partire dal XIX secolo, da missionari europei (fra cui si distinse per zelo religioso e attenzione alla cultura locale il nostro Comboni).

Il Sahara è il regno dei tuareg e più in generale delle popolazioni berbere che si dedicano al commercio lecito e illecito lungo le antiche linee carovaniere. Gli Stati costituiti, con la città e l’agricoltura come propri segni distintivi, non amano i modi di vita dei nomadi. Le frontiere sono una garanzia per gli uni e un impedimento per gli altri. Pressoché ovunque si sono succedute forme di irrequietezza, resistenza ai processi di sedentarizzazione e vere e proprie guerre (non necessariamente a fini secessionistici). In Mali governo e tuareg anni fa hanno stipulato un accordo di pace in piena regola, che non ha impedito tuttavia la ripresa della belligeranza perché le terre dei nomadi sono rimaste lontane dagli occhi e dal cuore del potere centrale.

È su questo sfondo che va visto lo scontro che preoccupa la diplomazia internazionale. I termini del conflitto rimontano indietro nel tempo. Ma è ormai evidente la contaminazione frutto da una parte dei movimenti jihadisti che riecheggiano al-Qaida e dall’altra della strategia americana per contenere l’islamismo politico. Il Sahel è una zona di confine fra due mondi nel senso ambivalente di ogni confine. La tradizione africana concepisce il confine come una terra di transito e comunicazione piuttosto che come una barriera. Ma la war on terror non ammette zone grigie. Lo Stato, per alcuni versi guardato con diffidenza da chi vorrebbe soprattutto mercato e flusso di capitali e prodotti, ridiventa prezioso per le funzioni di polizia che dovrebbe svolgere. Mai gli Stati saheliani hanno avuto confini così rigidi come oggi, sotto la tutela delle reti di vigilanza e comunicazione approntate dalle politiche di contrasto di al-Qaida e più in generale delle bande criminali o a sfondo politico-ideologico che praticano il contrabbando e si autofinanziano con le estorsioni e i sequestri di turisti o cooperanti occidentali (il cosiddetto walking money). La “militarizzazione” dello spazio è un ostacolo che i clan berberi vedono come una minaccia esistenziale anche a prescindere dalle logiche che appartengono alla mobilitazione islamica. Il presidio esasperato autoproduce in tutto o in parte i fenomeni che vorrebbe scongiurare e li perpetua. Non è un caso che nessun governo africano abbia voluto prestare il proprio territorio agli Stati Uniti come base ufficiale del loro Comando unificato per l’Africa (Africom), temendo evidentemente di diventare un bersaglio. Ma Gibuti a est e il Mali a ovest forniscono agli americani più di una facility e le conseguenze si vedono. Il Mali è diventato la madre o il padre di tutte le turbolenze e di tutte le interferenze. Le sue istituzioni, fragili malgrado un percorso di democratizzazione coronato da successo, sono esplose.

Il 10 dicembre scorso l’esercito di Bamako ha battuto un colpo. In prima linea c’è  l’ambizioso capitano Amadou Haya Sanogo. Il 22 marzo aveva deposto il presidente Amadou Tamani Touré, il padre della rivoluzione democratica che si era indebolito dopo aver cercato di brigare un terzo mandato riformando la Costituzione. Inseguito alle pressioni ricevute dagli stessi protettori del Mali, il capitano aveva accettato di cedere il potere ai civili. La transizione non ha funzionato alla perfezione. Il capo del governo uscito dall’accordo con i militari, Cheikh Modibo Diarra, un astrofisico della Nasa ed ex-presidente di Microsoft Africa, si è dimostrato troppo ingombrante per le pretese di Sanogo, che chiaramente al comando vuole solo uomini di sua stretta fiducia. Il colpo del 10 dicembre non sarebbe peraltro da intendere come un Putsch ma come un semplice avvicendamento al vertice: fuori l’indigesto Diarra e dentro Diango Cissoko. L’Unione europea avrebbe preso per buona la versione di Sanogo.

Lo scopo dell’irruzione dei militari sulla scena già in marzo era di rendere più efficace – ma anche di “nazionalizzare” – la lotta contro la rivolta separatista dei tuareg nel nord del Mali, che hanno finito per essere inglobati, volenti o nolenti, nel big game del terrorismo e dell’antiterrorismo. La guerra si è intensificata ed è stato proclamato uno Stato indipendente, detto Azawad, pari a quasi tre quarti del paese, in cui si mischiano tendenze separatiste e spinte fondamentaliste. I militari lamentavano appunto l’incapacità del governo di venire a capo dell’insorgenza. All’atto pratico, il capitano Sanogo ha incontrato tuttavia le stesse difficoltà e per di più si sta dimostrando tutt’altro che contento di lasciare la leadership alle forze “neo-coloniali”.

Considerando l’impotenza del Mali, in effetti, si è messa in moto una sia pure confusa iniziativa che combina attori regionali e grandi potenze. L’organizzazione regionale per l’Africa occidentale (Ecowas o Cedeao nei due acronimi inglese e francese) ha approvato un intervento militare con truppe che dovrebbero essere fornite anzitutto da Nigeria, Niger e Togo. L’Ecowas è di per sé un’organizzazione economica ma ha già messo alla prova la sua vocazione militare in Liberia e Sierra Leone. È la Nigeriaa dettare i temi e i tempi. La fragilità del sistema regionale è un’incognita per tutti. Dal nord premono in varia misura gli Stati che si affacciano sul Sahel: la Libiaesportando i quadri dismessi della Legione costituita a suo tempo da Gheddafi, la Mauritaniacon la sua cronica instabilità e i confini porosi, l’Algeria con una politica spregiudicata che non si sa dove sia di freno e dove di fomentazione delle ribellioni a fini di controllo per preservare la pace all’interno. L’Algeria è il solo Stato a possedere una strumentazione militare efficace ma è troppo gelosa della sua indipendenza per essere bene accetta agli Stati Uniti come partner a distanza e contraccambia Washington con la medesima moneta. La stessa Unione africana potrebbe chiedere garanzie sulla “costituzionalità” del sistema politico vigente a Bamako prima di assecondare un intervento.

La Francia e gli Stati Uniti, per una volta in sintonia e non in competizione come spesso accade in Africa, sono pronti a fornire assistenza tecnica, armi e addestramento. L’obiettivo sarebbe di ripristinare la sovranità del Mali sull’Azawad. Ci si chiede però quale sovranità e quale Stato viste le condizioni in cui versa il Mali. L’Italia è disponibile per qualche forma di sostegno. I comandi e le corporazioni militari hanno trovato un portavoce interessato nel ministro della Difesa del governo Monti, un ammiraglio che aveva un posto di rilievo alla Nato. C’è chi sta pensando a come reimpiegare in altri teatri di guerra le truppe italiane e le esperienze che saranno ritirate dall’Afghanistan?

La vicenda del Mali ha una portata che trascende la fattispecie singola. È tutta l’Africa compresa fra il Mediterraneo e la fascia sahelo-sudanese a essere progressivamente coinvolta, e quasi assorbita, nelle vicende del mondo arabo-islamico. Da una parte la minaccia del terrorismo, dall’altra gli apparati della war on terror. Non avrebbe molto senso distinguere fra un prima o un dopo, Ci sono ovviamente più di una correlazione e molte reciprocità. È come se l’Africa fosse tornata a quando, nell’Ottocento, il jihadismo politico contendeva all’Europa l’esclusiva dei processi di centralizzazione dello Stato e in prospettiva della modernizzazione. L’azione diplomatica e strategica si dispiega attorno alle crisi che via via scoppiano ma alla base c’è un riassetto che riguarda con gradi diversi la struttura, l’infrastruttura e la sovrastruttura. Anche l’idea di riorientare la cooperazione dell’Italia dal Corno al Sahel appare velleitaria proprio per la complessità dei problemi e delle poste in palio.

Risucchiata nell’Arabistan (non manca nemmeno il petrolio), l’Africa deve fare i conti con il Neo-Impero del Duemila. Gli Stati africani dopo l’indipendenza hanno fatto ampiamente uso delle risorse “esterne” per la loro politica a livello internazionale, a cominciare dai contenitori d’impronta coloniale come il Commonwealth e la Comunitàfrancofona, dimostratisi di gran lunga preferibili per molto tempo agli accordi bilaterali o multilaterali proposti dagli Stati Uniti. Hanno subito i condizionamenti della guerra fredda e in parte l’hanno sfruttata per i loro progetti nazionali. Oggi sono dentro un calderone globale che distorce ogni logica di nation-building o di good govenance dando la precedenza a cause che li scavalcano o li strumentalizzano: la sicurezza di Israele, la bomba di Teheran, le ricchezze del Golfo e naturalmente il revivalismo islamico.

Al di là del merito degli episodi, l’Africa ha mal sopportato il modo in cui la Nato e la Francia in particolare hanno condotto nel 2011 le operazioni in Libia e Costa d’Avorio. Proprio mentre l’Unione africana sembrava aver trovato un’intesa sulla necessità di assicurare soluzioni africane alle crisi africane le crisi in Africa hanno cessato di essere africane e assumono pericolosamente contorni globali. Il governo italiano rischia di lasciarsi trascinare nella ricerca di una pseudo-stabilizzazione con poca o nessuna attenzione per i casi specifici. Romano Prodi è stato nominato rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per il Sahel: la sua designazione, sicuramente caldeggiata da Riccardi e dal già citato Compaoré, probabilmente accolto con deferenza in Italia anche per questo, ha scontentato altri candidati, fra cui esponenti dell’Algeria e del Ghana e l’ex-presidente dell’Union africana, Jean Ping. Ma Prodi è stato nel complesso accettato con favore in Africa e avrebbe confermato la sua fama di “uomo di pace” procrastinando ogni decisione sull’eventuale operazione militare.

Ci si può chiedere con quale credibilità la Nigeria, tormentata all’interno da una crisi non tanto diversa a parte le proporzioni da quella che imperversa nel Mali, esporti la guerra in un paese vicino invece di risolvere o cercare di risolvere i problemi interni. La Nigeriain effetti compete con il Sud Africa per l’egemonia in Africa. Mentre il Sud Africa è attaccato nel complesso a principi di autonomia come potenza “emergente” del Sud prendendo le distanze dalle strategie occidentaliste, la Nigeriaha tutto l’interesse ad accreditarsi come un buon alleato degli Stati Uniti e della Nato. Anche la gigantesca rendita petrolifera in Nigeria è impegnata in grande quantità per munirsi di armi e expertise militare. Tutte le occasioni per esibite l’hard power sono buone. Per questola Cina in Nigeria è poco presente e se mai è attivala Russia, che offre aiuti militari.

Nelle due crisi maggiori del 2011, Libia e Costa d’Avorio, la Nigeria aveva battuto il Sud Africa per due a zero ma le imprese delittuose di Boko Haram e le domeniche di sangue nelle chiese nigeriane hanno convinto i più a rompere gli indugi affidandosi al Sud Africa quando si è trattato di scegliere il nuovo presidente dell’Unione africana. L’elezione della candidata del Sud Africa, addirittura una ex-moglie del presidente Jacob Zuma, è un segnale importante. Il mancato rinnovo del mandato al presidente uscente, il gabonese Ping, può suonare come una sconfitta dei paesi francofoni ma è stata prima di tutto una sconfessione della Nigeria che l’ha appoggiato strenuamente per bloccare la vittoria di Nkosazana Dlamini-Zuma alla testa della Commissione di Addis Abeba.

Gian Paolo Calchi Novati

I PASSATI ERRORI DELLA CHIESA SECONDO IL CATTOLICO GIL ROBLES

Un paio d’anni dopo il sorgere della Repubblica spagnola (1931), le elezioni generali abbatterono la coalizione progressista che la governava. Si aprì il ‘bienio negro’ dei partiti variamente conservatori al potere, potere che finì nella primavera 1936 con la vittoria del Fronte popular. Il 18 luglio di quell’anno esplose la Guerra civile. José Marìa Gil Robles, figlio di un giurista e deputato carlista (cattolico tradizionalista) ed egli stesso cattedratico di diritto all’università di Salamanca, pervenne ad essere il maggiore esponente della militanza politica dei cattolici e dei conservatori, nonché il numero Due del governo di centro destra. Divenne così popolare ed esercitò il suo ruolo con tanta energia che gli avversari lo combatterono come ‘l’aspirante Duce’. L’evento che decise i generali a ribellarsi contro la Repubblica fu, il 13 luglio 1936, l’assassinio del leader monarchico José Calvo Sotelo, che era stato il principale dei ministri della Dittatura di Manuel Primo de Rivera. Ma Gil Robles e non Calvo Sotelo sarebbe stato la vittima più logica, tanto importante era l’azione che aveva svolto contro il regime di sinistra e in difesa della religione. Messa così, è giusto leggere le riflessioni sulla Chiesa che il capo dei cattolici e della destra parlamentare mise nell’incipit delle sue Memorie (‘No fue possible la paz’).

“Debo a Dios el inestimable beneficio da haberme hecho (fatto) nacer en una familia profundamente cristiana en el que la sana tradiciòn espagnola revestìa caracteres de verdadero culto. Era mi padre demòcrata en lo mas profundo del alma. Consistì para el la democracia en la legìtima participaciòn del pueblo en los negocios pùblicos y, sobre todo, en el deber de las clases directoras de encaminar sus desvelos (sforzi) al mejoramiento y elevaciòn de los humiildes (umili) , en un cristiano anhelo de compenetraciòn y convivencia. Por eso, admirador y defensor (istancabile) de todas las òrdenes religiosas, dedicò un afecto especialìsimo a los Salesianos, que en aquella época extendìan por Espagna su obra redentora de los pobres. Legado (arrivato) io a esa edad en la que se precisa (impone) la disciplina de un colegio, mi padre llevòme (mi portò) al colegio de los hijos de Dom Bosco, y al poner el pie en el patio de recreo, en el que jugaban tantos nignos desvalidos (poveri), me cogiò (prese) de la mano y pronunciç estas palabras: “Hijo mìo, no olvides (dimenticare) que vienes a esta casa a quitar (togliere) el puesto a un pobre y que tienes la obligaciòn de restituir el dìa de magnana el puesto de que hoy le privas”. Aquel primer contacto con un mundo que no era el mìo marcò en mi ser (essere) una huella (traccia) que difìcilmente se borrarà (cancellerà). La lecciòn de verdadera democracia cristiana que recib^ de mi padre en el umbral (soglia) de un colegio salesiano ha venido siempre a mi mente, en los instantes màs (più) crìticos de mi vida”.

“(…) Tras (dopo) el  perìodo de paz mate4rial que significò la dictadura del general Primo de Rivera. llega (arriva) a los lìmites de su màxima tensiòn ese problema decisivo de las relaciones entre capital y trabajo. La situaciòn del campo (delle campagne) reclamaba soluciones ràpidas y tajantes (incisive)(…)

En la Iglesia espagnola habìa comenzado a brotar (germogliare), con innegable retraso (ritardo), un cierto sentido social, que ni llegò (arrivò) a dar sus frutos. Por otra parte, no habìa conseguido liberarse la Iglesia del sello (sigillo)  que le imprimieran varios siglo de lucha por la unmidad de  la creencia (fede), lo que contribuìa a mantener abierta una profunda sima (spaccatura) entre la jerarquìa y el pueblo. Alejada (allontanata) cada vez màs de las realidades vivas del paìs, la Iglesia se presentava al advenimiento de la Repùblioca, injustamente, como una aliada de las clases burguesas. El esfuerzo denodado (coraggioso) de mucho sacerdotes y religiosos,  que dedicaron su vida entera a los humildes, naufragò en la ola (ondata) de incomprensiones y rencores en cuyo lomo (nella quale) cabalgaban ( irrompevano) las masas que se disponìan al asalto del poder”.

QUANTE SARANNO LE NOSTRE JEREZ DE LA FRONTERA?

Qualche mese fa ‘Time’ mandò una giornalista in Andalusia, a Jerez de la Frontera, perché riferisse sulla malattia spagnola partendo dalla città più indebitata del Paese. Il debito del Comune dello sherry e del flamenco raggiungeva un miliardo di euro, non troppo meno di quello di Madrid, che ha 3,3 milioni di abitanti. La spiegazione più immediata: a bloated payroll, troppo personale. Per 210 mila abitanti Jerez ha 1900 dipendenti diretti, 600 indiretti. Un caso da manuale di dilatazione della spesa per assumere gente, cioè per raccogliere voti. Uno dei cosiddetti ‘costi della democrazia’ meno perseguibili col Codice penale, come invece lo è la corruzione. In Spagna essa è andata crescendo coll’avvento della libertà, specialmente a partire dal governo socialista di Felipe Gonzales (egli cadde per gli scandali). Il malaffare ha poi contagiato gli uomini di Aznar prima, ora di Rajoy). Il partito di Rajoy si è insediato a Jerez nel giugno 2011, dunque il grosso del debito lo hanno provocato i socialisti, sulla scia della finanza ‘craxiana’  dell’andaluso Gonzales.

La sofferenza sociale trovata a Jerez dalla giornalista Lisa Abend è quella che non potrà non riprodursi qua e là da noi: stipendi e salari non corrisposti per vari mesi; fornitori non pagati; servizi cittadini sospesi, tagli brutali, disoccupazione oltre il 36%, scuole ripetutamente chiuse, strade al buio, scioperi, quarantenni tornati a vivere coi genitori in pensione. Non  sappiamo che aiuti Jerez ha ricevuto o riceverà da Madrid, da Bruxelles, da chissà chi. E’ verosimile che il disagio sociale si attenuerà presto o tardi. Ma la vicenda è paradigmatica anche per noi: ecco dove può portare l’euforia di quando le vacche erano grasse. Non solo i troppi dipendenti. Anche le opere pubbliche spropositate e non essenziali.

Una per tutte, un colossale centro culturale chiamato Ciudad Flamenca, o Flamenco. Il ballo gitano è una gloria, sarà stato dichiarato patrimonio dell’umanità. Ma tutto ha un limite. L’area edificabile destinata al tempio del flamenco è grande quanto un quartiere intero, dunque il tempio era stato concepito esorbitante: considerando anche che la città possiede già un Museo del flamenco, nonché una facoltà universitaria  di flamencologia. Provvidenzialmente l’arcitempio non è stato costruito. Ma sono le intenzioni megalomani  che contano, così contrastanti col retaggio eroicamente povero di una città agricola del sud-ovest andaluso. Perché è venuto in mente all’Alcalde e agli assessori di emulare i ridicoli eccessi architettonici di Dubai e di troppi altri ex villaggi arricchiti? Certi progetti, come il ponte sullo Stretto, costano cari anche se non si realizzano: studi, progetti, consulenze, pubblicità, personale e, soprattutto, penali. Risultati umani, mille casi come l’infermiera Marisa Sanchez che va gratis a curare i malati all’ospedale, non si sente di lasciarli marcire; e come il probo trattorista Manuel Medina, che vende mazzi di aglio in strada, e mangia se i passanti li comprano, in spirito di carità.

Nella tradizione pìcara di una città andalusa, la demozione sociale non è una novità e nemmeno un dramma abbastanza atroce. La disdetta passerà. Tuttavia prepariamoci, avremo anche noi le nostre Jerez de la Frontera. Beati i Comuni che non hanno assunto troppo, che non hanno progettato gigantesche pagode per turisti da venire, che non hanno preso alla lettera le promesse dello sviluppo forever. Che ogni coppia con bireddito microimpiegatizio fosse arrivata a fare crociere nei fiordi norvegesi e settimane nelle stazioni sciistiche ordinando bottiglie di etichetta invece che fiaschi era, è, una forzatura.

A furia di extra prelievi fiscali dovrebbe diventare una forzatura anche i privilegiati dell’One per cent. Un giorno gli eccessi di reddito dovranno sparire, con le cattive se necessario. Però la collettività ha l’obbligo di garantire il pane agli affamati, non l’edonismo ai nullatenenti. L’edonismo, ballo gitano compreso, non deve passarlo il Welfare State. E la gente che fa teatro, p.es., la smetta di chiedere: Jerez è nei guai per avere dato troppo ai signorini delle arti. Quante Jerez avremo?

Demetrio

L’Iran si avvicina al voto: possibile un altro scoppio della rabbia di piazza?

Tra circa sei mesi la Repubblica islamica dell’Iran andrà al voto. Il Paese, pedina fondamentale nello scacchiere mediorientale per peso politico ed economico, arriva all’appuntamento con addosso gli occhi di tutto il mondo. Le scorse elezioni, nel 2009, avevano generato le imponenti proteste della società civile che denunciava i brogli a favore del presidente uscente Ahmadinejad. “L’Onda Verde”, così chiamata per via del colore scelto dai manifestanti, era sembrata per alcuni giorni in grado di sommergere il regime. Mai, dalla rivoluzione del 1979, la teocrazia è parsa tanto in bilico come nel suo trentesimo anniversario. Solo una repressione brutale delle manifestazioni e una campagna di arresti e torture senza precedenti sono riuscite a soffocare la rivolta. Quello su cui si interrogano gli osservatori internazionali è se la brace sia ancora accesa.

Al malcontento della popolazione istruita che vive nelle città, nerbo delle precedenti proteste, si è aggiunto negli ultimi anni quello dei più poveri. Una grave crisi economica, dovuta anche alle sanzioni imposte dall’Onu, ha ridotto il potere d’acquisto degli stipendi. Il prezzo dei beni primari è cresciuto a dismisura: in un anno è raddoppiato quello del latte e quello del pane è sestuplicato. La valuta iraniana, il rial, ad ottobre si è svalutata del 40% sul dollaro ed è in costante calo. L’inflazione viaggia su valori vicini al 25%. Le esportazioni di greggio, perno centrale dell’economia del Paese, sono in forte calo e a fine anno potrebbero risultare dimezzate rispetto al 2011. Alle proteste di chi denuncia la mancanza di libertà si sono sommate quelle di chi protesta per la mancanza di benessere economico. Due mesi fa sono scesi in piazza contro il governo i commercianti dei Bazar. Questa è una lobby potente in Iran e già fu fondamentale per la caduta dello Scià. Perdere il loro appoggio sarebbe pericoloso per il regime, che infatti sta correndo ai ripari prendendo le distanze dall’attuale presidente.

Ahmadinejad non si candiderà nel 2013. Se anche non ci fosse la costituzione ad impedirglielo, fissando il limite di due mandati, non ne avrebbe comunque la forza politica. L’Ayatollah Khamenei, suprema guida spirituale e politica dello Stato, dopo aver appoggiato il presidente nella repressione dell’Onda Verde, l’ha progressivamente abbandonato al suo destino. Gli attriti tra i due sono dipesi prima dal tentativo del presidente di guadagnare potere e autonomia, rimpiazzando alcune figure vicine a Khamenei con propri fedelissimi, e poi dalla reazione dell’Ayatollah. Nel 2011 il conflitto è esploso pubblicamente con una raffica di arresti di persone considerate vicine ad Ahmadinejad e con le illazioni su una visione “eretica” dell’Islam sostenuta dal presidente. Screditato agli occhi anche dell’elettorato religioso e conservatore, Ahmadinejad ha ottenuto un risultato deludente alle elezioni per il Majlis (il parlamento) dello scorso marzo. I numeri parlamentari ora non gli permettono di fare oltre la parte del leone, anzi. Molti all’interno del regime sono pronti a sacrificarlo come capro espiatorio per placare il malcontento popolare, scaricando sulle scelte economiche del presidente la colpa della crisi.

Il regime è preoccupato di garantire la propria sopravvivenza. Questa viene messa a rischio, oltre che dalla crisi economica e dalle divisioni interne, dal contesto internazionale. Dopo le “primavere arabe” la teocrazia si sente meno al sicuro. L’appoggio anche economico ad Hezbollah, il movimento fondamentalista sciita del Libano, e al dittatore siriano Bashar al Assad creano più malcontento che altro tra gli iraniani, specie in un momento di crisi economica. Anche l’invio di soldi ed armamenti ad Hamas non è ben visto. La causa palestinese sta molto più a cuore ai dirigenti del regime islamico, impegnato in uno scontro con Israele, che non ad una popolazione che non è nemmeno araba.

Un eventuale attacco israeliano, più volte ipotizzato negli ultimi mesi, avrebbe probabilmente ridato forza al regime e armi alla sua propaganda. Ma pare non sia più imminente. La via diplomatica per risolvere la questione del nucleare sembra essersi riaperta, stando alle dichiarazioni del segretario generale dell’Aiea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite) Yukiya Amano. Molto dipenderà dall’atteggiamento di Teheran che, vista l’attuale debolezza, potrebbe essere più dialogante e accettare l’invio di ispettori Onu.

Anche la prospettiva di un attacco americano sembra più remota dopo la vittoria di Obama. Nei confronti dell’Iran il presidente sta utilizzando soprattutto i mezzi della diplomazia multilaterale. Negli ultimi due anni si è avuto un costante inasprimento delle sanzioni economiche contro la repubblica islamica, soprattutto da parte di Stati Uniti e Unione europea. Russia e Cina, che pure fanno parte del gruppo “5+1” (gli Stati membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu, più la Germania) che ha deciso le sanzioni, sono più restii ad applicarle specie per quanto riguarda i limiti alle esportazioni di greggio dal Paese del Golfo.

Un aspetto nuovo e interessante dello scontro con l’Iran è poi il recente impiego di armi cibernetiche. Gli analisti di cyberwarfare sono abbastanza concordi nel ritenere che i due virus, Stuxnet e Flame, scoperti in Iran siano stati lanciati da Stati Uniti e Israele, forse in collaborazione tra loro. Flame è un classico virus spia, che ha per anni sottratto milioni di file e informazioni al regime di Teheran. Più affascinante Stuxnet, che si configura come una vera “arma”. Il virus, prima di essere scoperto e neutralizzato nel 2010, è riuscito a distruggere circa un terzo delle centrifughe della centrale atomica di Natanz, ritardando di mesi, forse anni, il programma nucleare iraniano. Teheran sta investendo molte risorse per la creazione di una propria forza nell’ambito cibernetico, ma lo scontro col l’Occidente per ora è impari.

L’Iran che va al voto è un Paese fiaccato dalla crisi e dall’isolamento internazionale. Un contesto in cui è possibile, anche se ora è difficile prevederlo, che scoppi un’altra rivolta. Per sventare questa eventualità il regime potrebbe scegliere la strada del dialogo, cercando di ottenere un allentamento delle sanzioni. Oppure, e questo è il timore di molti iraniani, potrebbe cercare lo scontro per unire la popolazione contro il nemico esterno. Anche a costo di rischiare un conflitto.

Tommaso Canetta

LA CITY OF LONDON INCARNA IL PECCATO MORTALE DELLA FINANZA

Alcuni mesi fa, quando esplose lo scandalo Libor, il settimanale newyorkese ‘Time’ non resistette alla tentazione di additare nella capitale britannica la scaturigine di tutto quanto si deplora come l’opposto dell’operosità capitalistica virtuosa. Londra e non New York, forse perché sulle rive del Tamigi aleggiava un retaggio antico, fatto venerabile da una communis opinio anglofila. Gli autori dell’inchiesta, Peter Gumbel e Catherine Mayer, muovevano dalle attività spericolate di alcuni brillanti protagonisti stranieri, cominciando da Bob Diamond, un trader di Concord, Mass. che pervenuto alla testa della Barklays, banca fondata da Quaccheri nel 1690, aveva portato l’istituto al  sesto posto assoluto in Europa, assets 2,3 trilioni di dollari. Per sè  Diamond aveva guadagnato almeno $150 milioni. La bravata più recente  era stata comprare ciò che restava della Lehman Brothers pochi giorni dopo la bancarotta. Lo scorso 26 giugno la Barklays era stata multata per $450 milioni in connessione allo scandalo Libor, chiamato da un columnist ‘the crime of the century’.

Si additavano altri trader d’assalto stranieri: il francese Bruno Iksil, asso dei derivati, probabilmente responsabile di operazioni costate, secondo le versioni, da 2 a 5 miliardi alla J P Morgan Chase; l’americano Joe Cassano, capo della divisione prodotti finanziari del gruppo AIG, massimo assicuratore al mondo (nel 2008 AIG era stato sul punto di crollare); un pakistano che aveva fondato a Londra una banca privata operante in 70 paesi prima di fare bancarotta con un vuoto di $20 miliardi. Nick Leeson,  basato a Singapore, aveva contribuito alla chiusura della banca d’investimenti Barings. Erano stati scossi da scandali grandi banche come Deutsche Morgan Grenfell, Credit Suisse First Boston, Merrill Lynch, National Westminster. L’oriundo africano Kweku Adoboll è finito sotto processo per operazioni che avevano fatto perdere $2,3 miliardi alla svizzera UBS.

Ma il servizio di ‘Time’ sottolinea che, al di là delle malefatte di una schiera di stranieri e di locali affluiti nella City, “London itself, especially its compact financial district known as the City, is implicated (…) A swelling sentiment would like to see a bigger entity in the dock: London. It is no longer enough to explain the City’s supremacy as a global incubator for scandals by citing its  supremacy as a center for international finance, the world’s most potent competitor to New York City, a place where transactions covering literally trillions of dollars, pounds and euros are executed every day. The scandals lay bare serious failings in the British system -failings of regulation and of culture. In a globalized financial system, such failings have global repercussions, yet responsibility for fixing the system rests locally, with the flawed system itself. Politicians, police, regulators, corporations and the media, which should hold the rest to account, have been enmeshed in a series of confidence-sapping scandals. As the world discovered in 2008, when you’re too big to fail, that’s a problem”.

Nel 2011 un rapporto del Fondo Monetario Internazionale rilevò che “the size and interconnectedness of the U.K. financial sector make it a powerful originator, transmitter and potential dampener of global shocks”. Il punto, dice l’articolo-denuncia di ‘Time’, è che il successo di Londra quale mercato finanziario era poggiato su “an increasingly quaint notion of British gentlemanly business practice”; sulla convinzione that “the market itself is clean, even if some players are not. In the mid-1980s, Britain’s Conservative government instituted an oversight regime in the City that relied heavily on self-regulation. Labour, after winning power in 1997, continued the light-touch tradition (…) Self-regulation still prevails in Libor, a state of affairs that now looks like a serious omission”. Conclusione dell’inchiesta: “It is critical for London’s future as the key global financial center to rebuild confidence, and quickly. If Britain doesn’t root out the conditions that allowed the conflicts of interest and illegal practices in the Libor affair to flourish in the first place, it may find not just its economy in peril. Its position in the world, already crumbling, is at stake”.

La posizione della Gran Bretagna, non solo di Londra, nel mondo è dunque a repentaglio. Che posizione le è rimasta? Prima del secondo conflitto mondiale, voluto alfierianamente dal belluino guerrafondaio Winston Churchill -innamorato del tuono dei cannoni come Mussolini lo era delle sfilate ai Fori Imperiali- Albione era non solo la maggiore di tutte le potenze, ma anche la Gran Madre del liberalismo e del costume pubblico occidentale. Distrutta la grandezza britannica dalla titanica vittoria di Churchill -in realtà vittoria dell’iperbellicista F.D.Roosevelt, fondatore dell’impero americano- il Regno Unito si trovò coperto di debiti e senza l’impero: al di là delle apparenze, il paese dalle prospettive peggiori. Aveva aperto la civiltà industriale, perderà quasi tutte le industrie. A valle del tardochurchillismo della Thatcher il Regno di Elisabetta, sovrana i cui orizzonti spirituali non si allargano oltre gli ippodromi, è un aggregato di alberghi e camere ammobiliate per ex-sudditi coloniali, un ‘financial center’ che attira cambiamonete e mariuoli da tutti i continenti e un bieco sabotatore dell’Europa (‘Internauta’ ha ripubblicato in proposito una lettera di Renzo Cianfanelli, storico corrispondente da Londra del ‘Corriere’).

Chi scrive non sa se The City of London perderà o no in tutto ‘la gentlemanly business reputation’ (un articolo recente su ‘Internauta’ di Gianni Fodella constata che la reputazione è già persa).  Io lamento la rovina di una grande nazione, che ha dato una lingua al mondo, ridotta a satellite secondario degli USA, anch’essi sul viale del tramonto. Ha puntato sul fare soldi coi soldi, ma forse cambiamonete e mariuoli si rivolgeranno altrove. Albione è ostinata, però col tempo si renderà conto della sventura d’aver dato i natali al leone Winston Churchill.

Anthony Cobeinsy

SVIZZERA: PRIMA A PRATICARE LA DEMOCRAZIA DIRETTA

‘The Economist’, grande settimanale londinese ma con forte radicamento americano, ha combattuto per anni una solitaria battaglia anticontinuista, antiparlamentare, sostenendo che la democrazia rappresentativa è divenuta irrilevante. Delegando la sovranità attraverso le elezioni ai professionisti della politica, il cittadino si spoglia di tutto. Deposta la scheda nell’urna deve attendere anni, fino alle prossime elezioni, per illudersi di svolgere qualche ruolo. Con il rapporto “A Survey of Democracy”  The Economist additava alla fine del 1996, come transizione immediata dal parlamentarismo alla democrazia diretta, il congegno referendario vigente in Svizzera. Com’è noto, il sistema costituzionale elvetico si definisce espressamente, anche al livello delle enunciazioni giuridiche, “democrazia quasi diretta”. Scriveva il Survey: “Il paese cui guardare è la Svizzera, che ha inventato e pratica una forma moderna di democrazia diretta. Lì le decisioni del parlamento non sono affatto l’ultima parola. Meglio far scegliere al popolo che ai parlamentari”.

Qui riportiamo nuovamente, con alcune variazioni, le formulazioni autentiche del sistema svizzero, tratte dal trattato di educazione civica “Profilo della Svizzera”  compilato da Hans Tschaeni, finanziato dalla Fondazione Pro Helvetia e offerto ai giornali italiani dalla diplomazia di Berna, quale testo quasi ufficiale.

L’iniziativa è il diritto popolare di proporre nuove leggi alle autorità, le quali sono obbligate a decidere in merito E’ una domanda firmata da almeno 50.000 cittadini aventi diritto di voto. Il referendum è il diritto del popolo di accettare o rigettare le leggi adottate dall’Assemblea federale. Sono i cittadini a decidere se una legge deve entrare in vigore. Dunque il diritto di referendum è il più determinante tra i diritti politici di cui goda il cittadino svizzero. La nostra democrazia è definita anche referendaria. Anche i trattati  internazionali conclusi per una durata indeterminata o per più di 15 anni sono soggetti a referendum.

Il referendum è un’istituzione tipicamente svizzera. Soltanto attraverso di esso il popolo può esercitare un influsso concreto, durevole e soprattutto preventivo sul Legislatore. In questo modo il popolo assurge esso stesso a legislatore. La ghigliottina del referendum si è dimostrata micidiale: il 60% dei progetti di legge approvati dal governo e dal parlamento sono stati respinti dai cittadini. I parlamentari e le autorità temono il referendum. Sotto molti aspetti possiamo dire che è il timore del referendum che determina la nostra legislazione. Ci si rifugia nel compromesso per non correre il rischio di vedere respinto un disegno di legge.

Nel 1961 i cittadini del Canton Soletta furono chiamati alle urne una volta al mese. La nostra democrazia diretta esige il massimo impegno del cittadino. Può persino accadere che il cittadino sia obbligato ad accettare d’essere eletto. Nonostante tutte le possibili obiezioni, si può affermare che la fiducia nel popolo sovrano non è mai diminuita. Quel che conta è che sia il popolo a dire l’ultima parola. I partiti hanno indubbiamente perso parecchio del loro ascendente.

In Svizzera il supremo potere esecutivo (governo) è rappresentato dal Consiglio federale, composto di sette membri che agiscono collegialmente. La presidenza è tenuta dal presidente della Confederazione (eletto dalle Camere riunite per la durata di un anno), il quale non ha però più potere dei suoi colleghi di governo. Il presidente non può essere rieletto per l’anno successivo. I membri del governo (consiglieri federali) sono eletti dalle Camere riunite per quattro anni. Non possono ricoprire un’altra carica nè esercitare una professione. L’incontestabile forza di  cui gode il Governo è fondata sulla sua collegialità. Il potere non è concentrato in una sola persona, ma è suddiviso fra i membri del Consiglio federale, che condividono le responsabilità.

La ‘Landsgemeinde’: la più antica forma di democrazia

In cinque Cantoni o semicantoni tutti i ‘cittadini attivi’ si radunano all’aperto per eleggere il Landamano, il governo e i giudici e per deliberare sugli affari più importanti della comunità. Le forme originarie della Landsgemeinde sono più antiche della stessa Confederazione. Fin dal 1291 le Landsgemeinden indirizzarono i Confederati verso la forma più semplice e diretta della democrazia.

Nei due Appenzello vige l’Amtszwang, cioè l’obbligo di accettare una data carica pubblica. Nell’Appenzello interno ogni cittadino è  soggetto a questo obbligo fino al sessantacinquesimo anno: E’ tenuto a far parte delle autorità giudiziarie o di quelle amministrative per almeno 10 anni. Le Landsgemeinden sono forme estremamente interessanti della democrazia diretta, il cui contenuto non si esaurisce nel decoro esteriore e nel cerimoniale, che pure rappresenta uno spettacolo affascinante. La democrazia diretta mira a soddisfare, nei limiti del possibile, le esigenze e le aspirazioni di ogni singolo cittadino.

Il popolo svizzero ebbe più di ogni altro il tempo e l’occasione di forgiarsi in Stato. Cominciò la sua opera di costituzione nel 1291, lavorandovi poi per oltre cinque secoli, indisturbato, guidato solamente dalle grandi correnti dello spirito, per le quali non esistono confini nazionali. Ciò rappresenta un caso unico nella storia. Solo Napoleone e le potenze conservatrici del Congresso di Vienna si intromisero seriamente negli affari della Svizzera tra il 1798 e il 1815.

La sua democrazia quasi diretta rappresenta tuttora un caso particolare nel mondo.

N.B.- Sia la democrazia diretta delle Poleis del sistema ateniese, sia la Landsgemeinde cui risale la democrazia quasi diretta dei Cantoni Elvetici furono possibili perché i cittadini erano pochi. Il “Blueprint della democrazia diretta selettiva”, pubblicato da Internauta in ottobre, prevede una Polis attiva di cinquecentomila cittadini, selezionati ogni anno dal sorteggio.

METEORA FRAGA IRIBARNE – LA SFIDA CHE NON RACCOLSE

L’uomo che negli anni Sessanta doveva diventare lo statista spagnolo intellettualmente più dotato tra tutti, nacque in Galizia nel 1922, nipote di un carpentiere e di un muratore. Come molte altre famiglie della Spagna che si affaccia sull’Atlantico, anche quella di Manuel Fraga senior poté o dové ‘hacer las Americas’: trasferirsi, in questo caso a Cuba, e dopo qualche anno rimpatriare come ‘indiana’, con risparmi di qualche entità. La mamma Maria Iribarne Debuix era nata in Francia.

Il Nostro, di nome Manuel come il padre, fu uno scolaro prodigio, con una memoria strabiliante, sin dagli anni del ‘parvulario’ (asilo d’infanzia). Poco dopo la laurea in legge fece e vinse i quattro concorsi più difficili di tutti: magistratura, diplomazia, uffici delle Cortes, abilitazione alla cattedra universitaria.

Divenne ordinario a Valencia a 26 anni.

Un giovane così non poteva non attirare l’attenzione di Francisco Franco: nel 1962 lo fece ministro. Quando tre anni dopo Fraga Iribarne portò in Consiglio dei Ministri la sua Ley de Prensa, che sopprimeva la censura e liberalizzava la stampa, alcuni ministri recalcitrarono. Tagliò corto il Caudillo: “Si los gobiernos débiles de principio de siglo pudieron gobernar con amplia libertad de prensa, es poco probable que un Estado fuerte y lleno de recursos (mezzi) como el de ahora, no pueda gobernar con una libertad de prensa regular”. L’aver aiutato Franco a ragionare così fu il capolavoro di Fraga Iribarne. Un’altra opera grossa fu il boom turistico, cioè l’apertura delle frontiere. Il lancio del settore turistico “abriò la mente de un pueblo que, segùn decìa el filosofo José Ortega y Gasset, se encontraba ‘tibetanizado’. Fraga descubriò en el turismo el petròleo de la economia espagnola“.

Un ventennio dopo Fraga fece la puntata sbagliata del liberalismo conservatore alla Cànovas del Castillo e alla Antonio Maura, quest’ultimo l’importante Premier che, prima d’essere messo fuori gioco dalla Dictadura di Primo de Rivera, aveva tentato di riformare dall’alto il decrepito liberalismo dei notabili. Fraga, dicevamo, si suicidò politicamente con la sua scelta. Tuttavia non mise mai la fede nel mercato al di sopra della consapevolezza: “Fracasado y en trance de desapariciòn el socialismo de Estado, quiero recordar en todo caso que el sistema superviviente, el capitalismo liberal, dista mucho de ser un modelo que no admita discusiòn ni perfeccionamientos; y a la vista tenemos las dificultades que tiene para hacer frente a los ciclos econòmicos; para dar a la poblaciòn, y in particular a la juventud, un nivel razonable de empleo; para ofrecer un sistema mundial aceptable de vida para muchos miles de millones de seres humanos. Aparte de que no es menos cierto que tampoco existe un modelo ùnico de capitalismo liberal. Contra lo que creìa Adam Smith, el mero interés de los agentes econòmicos no crea por sì solo, por el efecto automàtico del mercado, una ética natural de la sociedad“.

Abel Matutes Juan, che a Madrid è stato ministro degli Esteri, ebbe a osservare: “Se qualcosa si può dire con certezza di questo spagnolo, di questo basco-francese, di questo europeo che si chiama Fraga, è che il suo sguardo acuto ha visto arrivare il futuro. “Hay una vieja creencia popular segùn la cual, como anuncio de una crisis, aparece un cometa en el firmamiento. Fraga es uno de esos cometas. Nadie ha anticipado tan exactamente todos los detalles de la crisis que se cierne sobre nuestra cultura“. Nelle parole di Alberto Ruiz-Gallardon, presidente della Comunidad de Madrid, “el Profesor y el politico Fraga es una de las personalidades cuya aportaciones a nuestra realidad contemporànea se incluyen (entrano) en el ambito del pensamiento europeo del nuestro siglo“.

A chi gli proponeva di compiere o scrivere una grande opera come testimonianza del suo passaggio nella storia della Spagna, Fraga dette una risposta abile: “No, non deseo obras grandes y solemnes; quiero dejar (lasciare) mucha obras pequegnas y ùtiles para un pueblo pobre“. Abile perché, storicizzando, aggirava la difficoltà di giustificare la propria rinuncia -egli uomo di visione, e anche profeta- ad avventurarsi nella più avanzata delle esplorazioni, la totale trasformazione della democrazia. Invece di avventurarsi nel futuro, egli credette di dovere rilanciare il passato: il liberalismo conservatore.

Antonio Massimo Calderazzi

IL VIETNAM CHE UMILIO’ GLI USA NON FARA’ PRODIGI NELL’EXPORT?

Quando parliamo di battaglie globali per i mercati (=per la sopravvivenza) tendiamo a rinviare l’inclusione del Vietnam tra i vincitori. Sappiamo che è già un protagonista, però lo collochiamo nello sfondo. Per ora i numeri giustificano che si ragioni soprattutto di Cina. Però dovremmo prepararci a sorprese. 48 anni fa il Vietnam schiacciò i francesi a Dien Bien Phu. Più tardi osò l’inosabile, battere un’America resa spietata dalla vergogna, e vinse. Non fu solo questione di eroismo e di fibra umana; anche di pensare e di organizzare. L’America non ha più potuto cancellare o dimenticare il tremendo scacco subito.

E’ inevitabile ragionare: un Paese che si è coperto di tanta gloria contro la superpotenza planetaria, non possiede un potenziale superiore ad ogni confronto? Non è verosimile che farà meraviglie nella competizione economica, ben al di là della sua superficie, popolazione e Pil odierno? Che su vari piani potrà battere non solo competitori quali India, Indonesia e Brasile, ma persino misurarsi con Germania e Cina? Che relativamente presto peserà più dell’Italia?

Il territorio vietnamita supera di solo un decimo il nostro. Secondo dati riferiti al 2010 o 2011, la popolazione attiva è di 41 milioni su un totale di circa 84 milioni. La disoccupazione dovrebbe aggirarsi sul 6%. Nel lontano passato il Paese fu a lungo vassallo della Cina; la sua successiva indipendenza finì nel tardo Ottocento per la conquista francese. Nel 1954, duramente sconfitta a Dien Bien Phu, Parigi cedette agli USA le pretese sull’Indocina. Il conflitto si trascinò stancamente fino al 1965, quando Washington fece affluire un’armata possente e i bombardieri delle portaerei e di innumerevoli basi. Tre anni dopo, l’offensiva del Tet rivelò la micidiale efficienza dei Vietcong. Il loro trionfo si completò con la conquista di Saigon e la fuga precipitosa degli americani.

La nazione vittoriosa si aprì agli investimenti stranieri nel 1990. Dieci anni dopo il presidente Clinton  andò a Canossa,  cioè ad Hanoi, e da allora cominciò l’afflusso di grandi investimenti, anche americani. Nell’estate del 2010 (oppure 2011) si contavano 544 investimenti statunitensi in corso, per 164 miliardi di dollari. I turisti stranieri superarono i 5 milioni. Il Paese figurava undicesimo al mondo per investimenti stranieri, dodicesimo per sviluppo del turismo. Moody lo collocò sesto tra i paesi industrializzati, con uno dei Pil più alti in Asia. La sola edilizia, terzo tra i settori che attirano più capitali internazionali (primo probabilmente è il tessile) contava nel settembre 2010  $8 miliardi di iniziative straniere. Crescono impetuosamente, e sono in testa nell’export, il legno, l’abbigliamento e l’acciaio. L’export siderurgico si moltiplicò per 20 in dodici mesi. Invece l’azienda campione per brillantezza dei risultati appartiene al comparto calzaturiero.

Nella siderurgia, settore per così dire maturo persino in un territorio cui una guerra feroce aveva inferto distruzioni materiali e umane gravissime, l’aggiornamento tecnologico procede veloce. Un’azienda su tre ha le attrezzature più moderne; cinque anni fa era una su quattro. E’ il risultato della cooperazione di un partner industriale possente, la Cina. Nelle sole infrastrutture vietnamite sono previsti investimenti fino a $200 miliardi in 10 anni, di cui 20 miliardi per modernizzare 6 grandi porti.

Il Paese ha i suoi problemi, due dei quali sembrano essere la corruzione e l’inadeguatezza culturale di una parte dei burocrati. In una società in partenza comunista (ora ‘comunista’ come la Cina?) i burocrati sono ancora importanti. Ma una ex-colonia che riuscì a schiacciare il corpo di spedizione mandato da Parigi per riconquistare l’Indocina; che soprattutto seppe organizzarsi per trionfare in una guerra atroce con gli USA (sganciarono più bombe che nell’intero secondo conflitto mondiale), si può dubitare che risolverà le difficoltà e raggiungerà gli obiettivi?

E si può dubitare che il Made in Italy sarà incalzato da un avversario altrettanto implacabile quanto quello che, con una logistica fatta soprattutto di portatori e da biciclette, obbligò le portaerei americane a buttare a mare gli elicotteri per far appontare altri fuggiaschi della Superpotenza?

Anthony Cobeinsy

ORTEGA Y GASSET vs DE UNAMUNO

I due maggiori pensatori spagnoli del Novecento, Miguel de Unamuno e José Ortega y Gasset, abitano nei Campi Elisi, il primo dall’ultimo giorno del terribile 1936, il secondo dal 1955. In vita si combatterono accanitamente, incarnavano due idee e due fedi divergenti della Spagna. E oggi, dalla loro contrada di paradiso, continuano a litigare? Chi dei due aveva visto meglio il destino della loro patria, che era stata grandissima? Chi è giusto sia il riferimento ideale della nazione del 2012, spaventata dal default ma assai prospera rispetto a quella di un secolo fa?

Tutte le apparenze assegnano la Spagna dei nostri giorni a Ortega y Gasset, che fu il ‘partidario de la modernidad’, l’assertore della omogeneizzazione all’Europa, contro i miti e le eroiche fissazioni nazionali. Ortega era tutto Newton e Kant, tutto Illuminismo aggiornato, tutta fede in un progresso materiato di scienza, logica e tecnocrazia. La Spagna di oggi, lucente di grattacieli, di elettronica, alta velocità, finanza avanzata, ben più aeroporti dell’indispensabile e sperimentazioni temerarie alla Rodriguez Zapatero, sembra appartenere di diritto a Ortega, grande intellettuale madrileno, cattedratico di filosofia ma maestro di ‘filosofia pratica’, instancabile produttore di articoli giornalistici anzi comproprietario di un quotidiano, l’uomo che aveva intrapreso a lanciare un partito delle riforme liberali ed era stato nel pugno di progettisti e promotori della Repubblica del 1931.

Miguel de Unamuno- di cui ‘Internauta’ di settembre dice che “non parla alla Spagna d’oggi, di domani chissà”- fu più volte definito da Ortega ‘energùmeno espagnol’ e il suo pensiero energumenico. Per altri fu “genial tempestuoso” e “el mayor poeta romàntico de Espagna”. Il suo ‘vivir’ era ‘apasionado’ e ‘paradòjco’, la sua prosa ‘confesional’. I titoli delle sue opere maggiori erano straordinariamente intensi: Del sentimiento tràgico de la vida, Agonìa del cristianismo, Cristo de Velàzquez.  Che potrebbe avere in comune con Unamuno la Spagna di un secolo dopo, costernata sì per le vicissitudini dell’economia ed i rimorsi dell’orgia consumista-edonista ma ormai pienamente ostaggio dell’ipercapitalismo (grazie anche a Gonzales e a Zapatero), catturata da una modernità dissacratrice del retaggio?

Unamuno fu il bardo della patria prostrata e dolorosa. Invece gli spagnoli d’oggi si sentono piuttosto europei in momentanee difficoltà, più che mai protesi a rientrare nei modi della prosperità. Non sentono che un romantico estremo possa rappresentare una nazione di portatori di credit cards. I nobili miti della grandezza storica, che Unamuno aveva maledetto per amore -dunque non ripudiato- avevano staccato la Spagna dall’Europa, cioè dall’oggi. Al punto che Manuel Azagna, il demiurgo laicista della Seconda Repubblica, uno degli statisti più falliti della storia contemporanea, aveva creduto di poter scandire lo scherno finale: “Nada puede hacerse (farsi) de ùtil y valedero sin emanciparnos de la historia. Como hay personas heredo-sifilìticas, asì Espagna es un paìs heredo-històrico”. Povero Azagna: presiedeva un paese che ricordava le parole di Carlo V: “El idioma castellano ha sido hecho (fatto) por hablar con Dios”. Non poteva essere più netto il contrasto tra il rettore di Salamanca, grecista, poeta e quasi un flagellante, e l’Ortega partigiano della contemporaneità, l’Ortega che aveva proclamato “Espagna no es nada; por su alma no han pasado ni Platòn nì Newton nì Kant” e “En Espagna no hay sombra (ombra) de ciencia”.

Messa così, l’anima della Spagna passata all’economicismo e alla razionalità appartiene a Ortega y Gasset, il quale visse sì il ‘patriottismo tragico’ della Generazione del ’98, ma aveva fede nell’educazione del popolo e nelle avanzate tecnologiche. La Spagna di oggi è tecnologica professa.

Tuttavia non tutti i giochi sono stati fatti. Forse il futuro non è del capitalismo, falso moltiplicatore della ricchezza, e del progresso dispensatore di felicità. Forse potrà esserci un ritorno agli ideali derisi dal malaugurato Azagna. Forse crescerà un comunitarismo solidale e austero, che inevitabilmente riprenda gli spunti vivi del socialismo ‘humanistico’. Se questo accadesse, chi sarebbe il riferimento storico, se non Miguel de Unamuno? Il quale in gioventù fu appassionatamente socialista e profeta senza speranza di una Spagna sorella dello spirito.

A.M.C.

LA METEORA FRAGA IRIBARNE

Come capo di uno dei partiti della Spagna fattasi democratica, Manuel Fraga Iribarne fu un fallimento. Se invece si prescinde dalla sua decisione di mettersi nel gioco del parlamentarismo postfranchista, egli fu il politico più colto e significativo di Spagna nella fase tra il 1962 (ingresso nel governo di Franco) e il primo ministero (1976) svincolato dal Caudillo, presieduto dall’abile Nessuno Adolfo Suarez. Già ministro del Movimiento, cioè sahariana in chief, Suarez seppe convertirsi nel primo presidente della Transiciòn alla democrazia. Fraga, vice premier e da molti pronosticato per il posto di Suarez, non volle servire sotto il brillante giovanotto, successore di Carlos Arias Navarro, uno dei principali luogotenenti del Caudillo.

Il partito che Fraga lanciò si chiamava Popular (così si chiama oggi sotto Rajoy) ed era il contrario che popolare: voleva federare le varie destre. Fraga non fece mistero, anche a livello scientifico, di riprendere l’operazione conservatrice di Antonio Canovas del Castillo, il quale governò a lungo la Spagna dopo avere nel 1876 restaurato la monarchia. Canovas fu il Giolitti, meno aperto, del parlamentarismo iberico; fu assassinato nel 1897 dal solito anarchico. I governanti suoi successori furono talmente inefficienti o sfortunati che nel settembre 1923 fu facile al generale marchese Miguel Primo de Rivera, capitano generale della Catalogna, abbattere il regime parlamentare in poche ore, senza spargimento di sangue. Instaurò una bonaria ‘Dictadura’ legale che durò fino al 1930, sempre appoggiata da un largo consenso popolare (notabili e intellettuali a parte). Collaborarono apertamente i socialisti, allora un partito onesto, e il Dictador ricambiò attuando una parte non piccola del loro programma. Fu sul punto di fare di loro il partito unico del regime.

Quando Primo de Rivera prese il potere, il sistema politico della Spagna era un malato terminale: peggio del nostro del 2012, con in più un terribile conflitto sociale. Governava un’oligarchia di notabili liberal-conservatori, a volte corrotti, sempre tesi agli interessi che rappresentavano, tutti indifferenti alla miseria del proletariato. Nelle campagne le famiglie dei braccianti non mangiavano tutti i giorni dell’anno. Spesso non si permettevano un pasto serale. La previdenza sociale e la sanità pubblica non esistevano. Quando arrivavano le malattie e i lutti non c’era che la mendicità. Metà della popolazione era analfabeta. Lo scontro sociale non poteva che essere estremo: nel quinquennio che precedette il golpe di Primo ci furono quasi 1300 attentati, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1922 gli scioperi politici erano stati 429. Nel maggio-giugno 1923 -il golpe venne in settembre- lo sciopero generale dei trasporti aveva fatto 22 morti. Si aggiungeva un’aspra guerra coloniale in Marocco.

Dopo la tragedia del 1898 (disfatta nella guerra con gli USA, perdita dell’impero) il pensatore Joaquin Costa, iniziatore del Rigenerazionismo, aveva invocato un ‘cirujano de hierro’, un chirurgo di ferro che amputasse le cancrene. Primo de Rivera fu il chirurgo: chiuse le Cortes, cestinò la Costituzione, affidò ad ufficiali tutti gli organismi pubblici, fece gestire la politica economica a José Calvo Sotelo, un trentaduenne intelligente e molto coraggioso (infatti morì assassinato nel 1936, e la scintilla fece esplodere la Guerra civile). Il generale si applicò quotidianamente a cambiare le cose e a farne edotti gli spagnoli. Il paese, intellettuali all’inizio compresi, accettò il golpe come salutare. La Dictadura mise subito fine alla guerra coloniale. La cooperazione col partito socialista chiuse lo scontro sociale e il terrorismo.

La maggior parte degli storici riconoscono l’efficacia dell’azione economica: la Dictadura costruì strade e case popolari, allargò l’elettrificazione e l’irrigazione, promosse tutte le attività produttive, creò i primi istituti e provvidenze del Welfare (pensioni, assistenza medica, sussidi ai disoccupati e ai poveri), aprì 4.000 scuole. Tutti gli indicatori, buona congiuntura internazionale aiutando, attestarono una prosperità senza precedenti, con un tasso di sviluppo del 5,5%. Per l’aspra opposizione degli agrari Primo non riuscì a dare terra ai contadini, a parte un piccolo programma; però i braccianti miserabili cominciarono a lavorare nelle città (e questo inferocì i latifondisti: la meccanizzazione era infante, perciò l’esodo dei braccianti li danneggiava sul serio). I proletari ebbero assicurato il pane che prima era stato così precario.

L’euforia finì verso il 1929, quando la Grande Depressione si fece sentire un po’ anche in Spagna, e soprattutto diventò schiacciante un debito pubblico molto dilatato dagli ambiziosi programmi di sviluppo e sociali. Il generale, marchese e Grande di Spagna, aveva speso troppo per le plebi che amava, che aveva beneficato materialmente e di cui condivideva il temperamento e le passioni. Amave danzare coi gitani. Quando arrivava un’entrata imprevista, assegnava modeste doti nuziali alle ragazze povere. In una terra di assassinii, andava in ufficio a piedi sapendosi amato. Come massimo consigliere sulle cose del lavoro aveva preso il capo sindacale Francisco Largo Caballero, il futuro ‘lenin spagnolo’ che nel 1937 sarà il penultimo capo di governo della Repubblica ormai rossa. I latifondisti e le destre economiche non  perdonarono al Dictador di avere di fatto redistribuito parte della loro ricchezza. Minato dal diabete e assillato dalla minaccia della bancarotta, nel 1930 Primo lasciò il potere spontaneamente; morì sei settimane dopo in un modesto hotel parigino.

Gli storici concordano: fu un regime di attacco agli assetti tradizionali (del resto la famiglia dei Primo vantava vari generali che nelle guerre carliste avevano parteggiato contro i conservatori). Il Dictador fu una specie di Gracco, alto aristocratico e tribuno della plebe. Avendo neutralizzato il parlamento e i partiti -tranne quello socialista- il Tribuno/Dictador potè dall’alto modernizzare il paese e aiutare nel concreto i proletari, la borghesia minuta e la nascente tecnocrazia. Furono i privilegiati che combatterono accanitamente e poi abbatterono il Dittatore. Rifiutando il liberismo conservatore, fermando l’anarchismo e punendo l’egoismo dei ceti privilegiati, Primo fu il migliore governante spagnolo degli ultimi due secoli.

Cadde a causa del suo disprezzo per quelli che chiamava i ‘politicastros’ liberali e per gli ‘autointellectuales’ di sinistra; più ancora per le destre ottusamente reazionarie ed egoiste. I suoi oppositori non furono mai appoggiati dal popolo: il popolo aveva ricevuto molto dalla dittatura e avrebbe ricevuto assai poco dai politici progressisti quando, a partire dal 1931, instaurarono la loro repubblica. Infine la Dictadura non oppresse né perseguitò gli avversari. Quelli che si esposero più direttamente furono colpiti da multe. Le carceri non si riempirono; non fu fascismo.

Nel momento di entrare nell’agone politico -fin’allora aveva fatto il meritocrate- Manuel Fraga Iribarne avrebbe potuto avere in Primo de Rivera un precedente, un patrimonio e un retaggio di prima grandezza: l’opzione del riformismo energico, fattivo e guidato efficacemente dall’alto, senza politici professionisti. Fraga Iribarne avrebbe dovuto riprendere l’opera innovatrice e giustiziera dove il generale l’aveva lasciata, e portarla più avanti. Avrebbe dovuto proporre modernizzazione e riforme etiche, da fare assieme alla maggioranza sociologica, consonando con le istanze e i valori di quest’ultima. Oltre a tutto l’eredità del Dictador era stata rilanciata e ‘sublimata’ dall’idealismo temerario del figlio José Antonio, fucilato nel 1936, fondatore sì della Falange filofascista ma anch’egli mosso da slanci solidali e di giustizia, anch’egli spregiatore delle imposture della democrazia. Lo stesso franchismo vittorioso della Guerra civile dovette fare propri in qualche misura, attraverso il messaggio di José Antonio, i contenuti popolari del regime primorriverista. Gli spunti di retaggio e di innovazione che si offrivano a Fraga Iribarne erano abbondanti e vividi, anche a volere rinnegare in tutto l’eredità del franchismo, dal quale pure era stato catapultato al vertice. Ricordiamo: la vera Transiciòn dall’autoritarismo fu realizzata da Adolfo Suarez, ex-ministro del Movimiento. Non avrebbe potuto affrontare il futuro un Fraga continuatore di Primo de Rivera, il governante più saggio e il più sincero amico del popolo dai primi dell’Ottocento, quando la Spagna inventò a Cadice il liberalismo progressista?

Invece Fraga Iribarne scelse di lasciarsi portare dalla deriva democratica, con un partito dei banchieri e delle duchesse, senza alcun titolo di nobiltà ideale, senza una storia positiva, senza potenziale di elaborazione e immaginazione, senza candidatura a sperimentare. Fu solo una puntata legittima dal punto di vista dei professionals della politica e degli opinionisti loro soci. Fu la pessima tra le puntate, anche vista dalla sponda della Realpolitik: un paio di competizioni elettorali perdute e Fraga, che aveva titolo a succedere a Franco, si trovò ridotto a notabile della gestione periferica e dei maneggi politici minori.

Tali erano state l’intelligenza, la cultura e la creatività passate -al servizio delle svolte modernizzanti di Franco- che noi continueremo a raccontare Fraga Iribarne: l’uomo che si giocò la grandezza per adeguarsi, abbassandosi, agli altri: agli edificatori della scadente partitocrazia spagnola, solo un po’ meno ladra della nostra, figliastra di quella che Primo de Rivera aveva sbaragliato in poche mosse, per amore del popolo.

Antonio Massimo Calderazzi