E’ IL MOMENTO DI UN NUOVO COLONIALISMO?

Tra gli atroci privilegi che la tecnologia moderna ci consente, c’è anche quello di poter osservare un bambino siriano di 9 anni che muore tra le braccia dei medici. La sua unica colpa, come quella di migliaia di innocenti che ogni giorno perdono la vita, è stata trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato. Sulla linea di tiro di un proiettile sparato dalle forze armate del governo Assad. Nella disperazione, il padre grida il suo dolore e lancia i suoi anatemi. Contro chi? Sicuramente contro il dittatore alawita che governa il suo Paese, ma subito dopo anche all’indirizzo di Russia e Cina, colpevoli di aver impedito all’Occidente di prendere misure incisive (anche se a onor del vero difficilmente risolutive) contro il regime di Assad. Sta nascendo un nuovo sentimento nel secondo mondo che non vede l’Europa e l’America come tiranni, ma come possibili salvatori e alleati?

Le primavere arabe emettono sinistri scricchiolii ormai da qualche tempo. In Egitto le persecuzioni religiose sono più spietata che mai, in Tunisia dei fanatici hanno attaccato la sede di una Tv solo perché aveva avuto l’ardire di trasmettere il film anti-regime iraniano “Persepolis”. Probabilmente ci eravamo abituati troppo bene, durante la fase iniziale delle rivolte, a non veder bruciare bandiere israeliane o americane dai manifestanti, a veder sfilare le donne accanto agli uomini.

L’Occidente si trova di fronte a un dilemma, da cui probabilmente dipenderà la Storia del prossimo secolo. Intervenire, come già è stato fatto in Libia, come si dovrebbe fare in Siria, e come forse si dovrà fare in Iran, o non intervenire? Ma, domanda ancor più difficile, interferire in modo risolutivo durante il periodo di transizione, come chiedono i copti (e non solo) d’Egitto e le minoranze laiche tunisine, o non interferire?

Siamo lontani dai tempi del “fardello dell’uomo bianco”, e non si deve in alcun modo tornare a una situazione ottocentesca di colonialismo. Che però l’Occidente decida di giocare la partita, non sarebbe certo uno scandalo. Non solo per interessi economici (e pure sarebbe cieca imbecillità negarne la rilevanza) ma anche per una questione di valori.

Ma quali valori? La democrazia non può essere un valore assoluto, ma un mezzo. Se, in certi contesti, non è un mezzo adeguato per conseguire i valori assoluti (rispetto dei diritti umani, parità della donna, tutela delle minoranze, laicità dello Stato etc), non la si può difendere a dispetto dell’evidenza. Europa e Stati Uniti dovrebbero saperlo, e dovrebbero anche agire di conseguenza.

Forse è il tempo di un “nuovo colonialismo” (a cui forse andrebbe trovato un nome meno evocativo di sfruttamento e persecuzione). Quando un popolo (di solito, una consistente minoranza dello stesso) insorge invocando i valori assoluti di cui sopra e riesce a mettere in crisi il sistema preesistente, allora, com’è accaduto in Libia, l’Occidente dovrebbe intervenire. Quando i valori invocati dalla consistente minoranza che ha avuto il coraggio di causare il cambiamento (e ne ha pagato il prezzo di sangue), rischiano di essere compromessi dall’inerzia che la maggioranza imprime al moto politico (ritorno del conservatorismo, della tradizione, della religione etc), l’Occidente dovrebbe intervenire.

Ci sono dei problemi, dei limiti, delle precauzione. Ci sono mille “se” e un milione di “ma”. Ci sono controindicazioni, realpolitik, compromessi da tenere in considerazione. Ma un Occidente che intervenga a difendere certi valori, quando sono gli stessi popolo oppressi ad invocarli, potrebbe continuare ad essere protagonista nel mondo di domani. Specie se Russia e Cina continueranno a negare quegli stessi valori e quindi a non sentire alcun bisogno di operare attivamente per tutelarli.

J.R.K.

LA DITTATURA MORBIDA DI PRIMO DE RIVERA

Un esperimento quasi socialista nella Spagna pre-Franco

Sostengo, naturalmente rappresentando me stesso  e non alcun altro di ‘Internauta’,  che solo un Distruttore e Giustiziere saprebbe bonificare la nostra Repubblica, e che lo farebbe nell’unico modo possibile: abbattendo il regime di ladri che la usurpa a partire dalla vittoria angloamericana del 1945. Mai il regime riformerà se stesso. Se a questa convinzione sono arrivato è in quanto nella storia contemporanea varie situazioni di crisi estrema furono risolte da distruttori e giustizieri.

I casi più emblematici furono la Turchia, l’Egitto,  la Spagna. In quest’ultima la spada che taglia il nodo di Gordio la usò nel settembre 1923 il generale Miguel Primo de Rivera. La nazione era giunta all’orlo del baratro. Nei cinque anni che precedettero il 1923 gli attentati terroristici erano stati quasi 1300, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1922, 429 conflitti operai, prevalentemente politici. Nel maggio-giugno 1923 lo sciopero generale dei trasporti aveva fatto  22 morti. Si aggiungeva una disastrosa guerra coloniale nel Marocco.

Il 13 settembre del ’23 Primo de Rivera capitano generale in Catalogna, con un colpo militare tecnicamente perfetto, senza spargimento di sangue, prese il potere e proclamò una ‘Dictadura’ che durò fino al 1930, quando  si ritirò spontaneamente. Aveva messo fine al conflitto coloniale, aveva instaurato la pace sociale dando ai lavoratori, nel meccanismo paritario di conciliazione da lui introdotto, lo stesso potere contrattuale degli imprenditori. Aveva avviato il Welfare State. Ma  era stato indebolito dalla crisi della finanza pubblica. I costi delle grandi opere statali e delle provvidenze sociali, aggiunti ai primi effetti della Depressione mondiale del 1929, avevano fortemente indebitato l’Erario.

Per la precisione va detto che se il dittatore lasciò volontariamente il governo -solo gli intellettuali e gli studenti si erano mobilitati contro di lui- la decisione di sacrificare Primo de Rivera fu presa, come ha scritto lo storico progressista Manuel Tunon de Lara, “dal Re, dall’aristocrazia e dall’alta borghesia”. Il dittatore non era stato amico loro, bensì dei proletari. Infatti aveva apertamente favorito il Partito socialista, capeggiato da F.Largo Caballero, un massimalista da lui scelto come consigliere ufficiale per il lavoro. Nel 1937, ormai conosciuto come ‘il Lenin spagnolo’, Largo diverrà capo del governo della Repubblica in guerra con Francisco Franco.

Sostengo dunque che Primo de Rivera fu, con Kemal Ataturk, prototipo dell’uomo forte che nelle  circostanze più gravi benefica un paese invece di opprimerlo. In altre sedi ho cercato di dimostrare il mio assunto (in forza del quale per lo Stivale sarebbe una fortuna se sorgesse Uno esattamente come Primo). Qui mi limito a riferire ciò che altri dissero del Dittatore. Scriveva nel 1929 il compilatore di Encyclopaedia Britannica, edizione XIV:

“Militare e statista spagnolo, conosciuto come marchese di Estella, nato nel 1870. Promosso capitano a 23 anni per un atto di straordinario valore in combattimento. Nel 1915 governatore di Cadice. Per un discorso pubblico che proponeva di scambiare Ceuta contro Gibilterra, e in più attaccava frontalmente la politica marocchina della Spagna, fu destituito da  governatore di Cadice. Le sue eccezionali doti di soldato, i suoi exploits brillanti, il suo temperamento aperto e privo di affettazione, la sua congenialità coi sentimenti dell’esercito e della nazione gli valsero la fiducia del Re, oltre che degli alti comandi e dell’opinione pubblica. Nonostante il temerario discorso di cui sopra, fu presto promosso generale e comandante della prima divisione di fanteria a Madrid”.

“Nel 1921, eletto senatore per Cadice, invocò con un forte discorso la fine del gravoso impegno bellico in Marocco. Perdette nuovamente il  posto, ma il suo coraggio e patriottismo gli valsero di lì a poco l’incarico più difficile e pericoloso di tutti: capitano generale della Catalogna, dove regnava un terrore che il governo di Madrid non riusciva a fermare. Il nuovo capitano generale conseguì subito un successo commisurato al suo temperamento cavalleresco e ricco di carisma, energico e al tempo stesso generoso”.

Da questo punto segue il testo della Britannica, non tradotto:

“His integrity was proverbial. He soon recognized the chaos in Catalonia as one of the indirect consequences of the breakdown of the parliamentary régime. This was also responsible for the mismanagement of theMoroccocampaign, as well as the ferment in the army brought about by  the niggardliness, the favouritism and criminal recklessness of the central Government. Although the evil had long been diagnosed, nobody had had the courage to uproot it, until the dauntless Marquis de Estella issued the Manifesto datedSeptember 12, 1923, suspending the constitution and proclaiming in its place a directorate consisting of military and naval officers. This military coup d’état was carried out without bloodshed”.

“The methods of the directorate were prompt and radical. This innovation was welcomed with marked enthusiasm. Mindful of the undertaking he had given at the outset, Primo dissolved the directorate on December 3, 1925 and substituted a government composed of civil as well military ministers, mostly young men, as a preparatory step towards a new regime”.

 

Giudizio di Salvador de Madariaga

Al sorgere del regime di Primo de Rivera, Salvador de Madariaga, uno dei maggiori intellettuali spagnoli, era cattedratico di Studi Spagnoli a Oxford, Fellow dell’Exeter College. Nella stessa edizione 1929 della Encyclopaedia Britannica Madariaga sottilinea che l’imperativo del generale è  “to liberate the country from the professional politicians, the men who are responsible for the period of misfortune and corruption which began in 1898 and threatens to bring Spain to tragic and dishonourable end (…) A few drastic measures enabled the new government to gain control over the provincial and political machinery (…) In April 1924 an internal loan was floated- it  was covered nearly eight times over (…) The General tackled the problem of Morocco with characteristic courage. He deserved credit for having succeeded, first in imposing his views on the Spanish army in the field at the risk, non only of his popularity, but even sometimes of his life”.

Madariaga rileva che “i giovani ministri” nominati dal Generale “undertook their several activities unfettered by any parliamentary or constitutional shackles. Good work was at once seen in the ministry of Labour held by a young but experienced Catalan, Mr Aunòs, who tackled the organization of Labour on a co-operative basis with effective vigour. The Department of public works was ably conducted by an expert, the marquis of Guadalhorce. A welcome sign of economic revival came spontaneously from the nation. The Confederacion del Ebro, a free association of all the public bodies interested in the river, was founded in order to adjust the several requirements of irrigation, power, water supply and navigation as between all the regions on the river and its tributaries. It proved a signal success, and other bodies of a similar nature have been created on other rivers. Ambitious schemes for the electrification of the railways and the repair and development of the roads, including motor roads, have been set on foot (…) A successful funding of a short-term debt led to a voluntary exchange of nearly all the outstanding Treasury  bonds for long-term scrip. (…) The best successes of the government have been reaped in the financial field where, owing to a period of peace, the admirable vitality of the country responded with added wealth: The budget was finally balanced”.

“Now and then an outspoken speech (from the opposition) was heavily -though never cruelly-repressed. The Dictator, despite his evident good will and his successes in more than one field of government, has been the prisoner of his political inexperience”.

 Quella che Madariaga chiama ‘political inexperience’ fu la gloria di Primo. Senza dubbio i grandi notabili e i cacicchi Ancien Régime che avevano governato per mezzo secolo dopo le guerre carliste, portando la Spagna vicina alla fine, erano più esperti del Generale nei giochi ed infamie del parlamentarismo. Non più esperti, tuttavia, dei Proci che banchettano nello Stivale. Fortunati:  nessuno dei nostri generali ha la tempra di quel marchese andaluso che amava il popolo e disprezzava los politicastros. Che preferiva andare a piedi da casa all’ufficio. Che ripudiò immediatamente la sua promessa sposa (ufficiale) perché aveva tentato di monetizzare un po’ la posizione di First Lady. E che andò a morire in un albergo di terz’ordine a Parigi, invece che in uno dei castelli della sua classe (la quale  aveva detestato il suo quasi-socialismo).

A.M.Calderazzi

LAND OF MOBILITY (DOWNWARD)

“Il top 1% delle famiglie americane prende per sé quasi un quarto del reddito di tutte le famiglie, ripartizione che non si vedeva dal 1929. Un’economia così non può prosperare (…) I lavoratori dei livelli inferiori sono schiacciati dalla concorrenza straniera,  al tempo stesso che i guadagni dell’alto management salgono alle stelle.. La globalizzazione ha accelerato lo svuotamento di interi settori manufatturieri: abbigliamento, automotive, tessile. Per parlare chiaro: su molti fronti industriali non siamo in grado di competere”.

Fin qui Jeffrey D. Sachs, famoso cattedratico della Columbia Univ.  Joseph E. Stiglitz, premio Nobel, insiste piuttosto sul punto che l’economia americana ha una massiccia sovracapacità produttiva: “Milioni di persone lavorano part time perché la domanda è bassa. Rischiamo seriamente che una disoccupazione ben superiore al 4-5 per cento di un tempo divenga la ‘nuova norma’”.  Al momento i disoccupati ufficiali sono il 9%.

Altri osservatori valutano che il problema della povertà negli USA non è stato tanto aggravato dalla caduta dell’occupazione (la recessione ha cancellato 6-7 milioni di jobs), quanto da una malattia molto più strutturale: la mobilità verso il basso. In settembre il Census Bureau ha reso noto che la percentuale dei poveri ufficiali è la più alta mai registrata nei 52 anni delle rilevazioni al riguardo. Il 15% abbondante degli americani vivono al di sotto della linea di povertà, a due anni dell’avvio della cosiddetta ripresa. C’è una scuola di pensiero secondo la quale sono 20 anni di ‘hyperglobalization’, con la perdita di decine di milioni di posti di lavoro, piuttosto che la disoccupazione presente, che hanno reso pesante la povertà. In termini reali i lavoratori blue collar guadagnano meno di 40 anni fa.

“Il Sogno Americano si è infranto nella misura in cui faceva sperare in una ‘upward mobility’ permanente” conclude Rana Foroohar, columnist di “Time”. “The American Dream is becoming a Myth. Già prima della crisi l’America aveva meno mobilità sociale di vari paesi europei. Diventa sempre più difficile elevarsi rispetto al livello socioeconomico cui si nasce (…) La demografia dei prossimi decenni sarà probabilmente contraddistinta dalla Boomerang Generation”. Conclusione della Foroohar: i ricchi dovrebbero pagare più tasse per favorire una ‘less divisive society’.

Veniamo a noi, il mondo fuori della Confederazione stellata. Dove sono oggi i tanti che dal trionfo bellico del 1945, e più ancora dalle conquiste filosofiche della scuola di Chicago, assolutizzavano gli Stati Uniti come Land of opportunity? Dove sono i tanti, i troppi, che all’avvento di Obama nitrirono come ebbri stalloni il loro entusiasmo: un semi-africano alla Casa Bianca come la prova definitiva della grandezza, freschezza, inventività e generosità americane? Oggi è  constatazione condivisa che nella politica sociale Obama agisce di concerto coi plutocrati come agirono, chi più chi meno, tutti i presidenti. E che in Afghanistan/Pakistan, pur non facendo il ‘top gun’ come Bush, ricorre a mezzi crudi cui GWB non aveva fatto ricorso.

Il vero argomento contro chi non la beve sul magistero di Wall Street e sul calore umano della Statua della Libertà, è che l’intero mondo capitalista vive la crisi. Giusto: se la bandiera a stelle e strisce non sventolasse, i mali sarebbero gli stessi. Per questo è il liberal-mercatismo il mutuo ipotecario di cui dovremmo liberarci. Il marxismo e ogni altro sinistrismo non sono stati all’altezza (mai lo saranno). Allora, in attesa che la salvezza venga da un futuro imperscrutabile, non ci resta che riaprire e rendere percorribili alcuni dei sentieri su cui andarono gli uomini del passato (non erano pigmei rispetto a noi: a volte erano più alti). Sentieri tra i quali sono quelli -additati dal Vangelo come dal Corano come da altri Libri di fede- della carità e della solidarietà comunitaria.

Per esempio dovremmo recuperare il socialismo dei monasteri e quello delle confraternite, delle gilde e dei kibbuz (v. in questo Internauta “Guild Socialism contro le disfatte dell’equità” ed altri pezzi collegati). I discorsi sul rilancio delle insurrezioni, lepidi come gli appelli alla libertà d’impresa e le novene per la crescita, vanno bene come afrodisiaci da spender poco. E volete mettere il mini-costrutto delle lotte tipo Fiom a paragone  del bene fatto dal volontariato?

Anthony Cobeinsy

UNE GUERRE, POURQUOI?

Toutes les guerres qui occupent nos livres d’histoire n’ont pas empêché qu’on réagisse à un conflit armé entre peuples et Etats comme à un événement exceptionnel. Si “Guerre et paix” est le titre d’un roman célèbre, c’est “guerre et monde” qui exprimerait la véritable contraposition, la véritable antithèse. Car on peut bien penser un monde sans guerre, – et la guerre comme un refus du monde, un refus de la vie. Pourtant, si la guerre enrichit les cimetières, elle n’est pas on ne dit pas qu’elle est “un cimetière” ; on dit même souvent qu’elle “enrichit la vie”. Et c’est plutôt la paix qu’on compare à un cimetière, quand on parle de “la paix des cimetières”. Mais, bien sûr, ce n’est pas à cela qu’on pense quand on parle de la paix comme d’une manière de vivre. Une vie, en tant que vie, contient en soi la conflictualité. Mais la conflictualité n’est pas nécessairement la guerre.

C’est là le point qu’on en vient trop souvent à perdre de vue.

La conflictualité entre humains alterne avec la collaboration. C’est bien grâce à cette alternance que l’humanité a pu bâtir depuis ses origines ce progrès qui nous étonne de jour en jour. Mais collaboration et conflictualité ont chacune leur forme propre de dégénération. On pourrait appeler “omertà” la dégénération de la collaboration, et on pourrait appeler “guerre” la dégénération de la conflictualité.

Toute collaboration devient redoutable et même dangereuse quand elle s’exerce sans aucune considération du “bien commun” de la collectivité, de ses problèmes, de ses difficultés. On peut alors la désigner du mot italien “omertà” (accord tacite et solidaire). Sous cette forme, elle peut aller jusqu’à devenir destructive de l’ensemble de la collectivité “ou : de l’“ensemble” du vivre ensemble”. On peut en dire autant de la conflictualité quand elle devient “aveugle”, quand il n’y a plus de sélection portant sur les moyens, car c’est la victoire, rien d’autre que la victoire, qu’on poursuit.

Que la guerre soit une dégénération de la vie conflictuelle, on peut l’affirmer facilement du seul fait qu’on se pose à chaque fois la question de sa cause : “encore une guerre, pourquoi?” – c’est la question qui accompagne chaque début de guerre et que se posent les populations et les combattants eux-mêmes.

Il y a toujours quelqu’un qui tire le premier coup. C’est donc à lui qu’on demande “pourquoi?”. Ses réponses sont de deux types:
– J’ai été déterminé,
– Je me sentais obligé.

Quand on parle de contrainte déterminante, on se réfère à une cause, externe et déterminante nécessitante ; quand on parle de justification, on se réfère à une norme à laquelle on aurait bien pu se soustraire, mais à laquelle on a décidé d’obéir. Dans le premier cas, la contrainte, on remonte à une cause, dans le deuxième cas, la justification, on remonte à une décision.

Mais dans les deux cas, l’origine est un acte unilatéral. Et un acte unilatéral n’est jamais sans alternatives possibles. Il s’ensuit que la différence même entre cause et obligation présente une possibilité d’alternative, car elle est subjective et se réfère à la personne qui agit et non à l’action en soi. C’est le sujet qui doit expliciter s’il se sent déterminé ou obligé. Les autres, ceux qui observent sans être responsables, doivent seulement comprendre : écouter ce qu’il en dit, mais aussi faire parler ce qu’ils observent de lui, – mais écouter et observer, il arrive que ce ne soit pas suffisant. Toute détermination peut être vue comme une décision : la décision de se soumettre à une loi de la nature. Mais alors, la “loi de nature” devient une norme, dont on peut chercher l’origine historique. Et on comprend que, si on oublie cette origine historique, on ne peut subir la norme que comme une nécessité : ainsi la défense de la terre des anciens ou sa reconquête si elle a été perdue ; l’honneur de la nation qui en fait tradition. La conséquence est que les individus qui se refusent à obéir se trouvent aussitôt hors de la communié, ils en sont exclus, ils deviennent des isolés, des suspects, ils perdent tout droit à la solidarité personnelle. Un individu n’est rien s’il n’est pas dans une collectivité reconnue, quelles que soient ses décisions collectives : “right or wrong, my country”.

Une guerre est toujours cruelle et destructrice de richesse. Une guerre n’est pas une guerre s’il n’y a pas des morts, des blessés, des destructions. Les guerres sont toujours sales. Pour que la guerre soit acceptée, il faut donc mettre en œuvre un processus de nettoyage. Et les procédés de nettoyage sont en nombre infini, comme infinie est l’intelligence des hommes, surtout quand elle s’exerce dans l’art de mentir.

La plus grossière, la plus simple, des justifications est de dire qu’“on fait la guerre pour avoir la paix”. Bien sûr, “une autre paix”, car on pourrait, sinon, se dire “si tu veux la paix, préserve la paix que tu as”. Bien sûr “une autre paix”, c’est-à-dire “une paix plus juste”, elle-même le plus souvent résultat d’une “guerre juste”.

Mais pourquoi “plus juste”? Parce qu’elle correspond mieux, d’après certaines croyances et certaines valeurs, à ce que mérite son “peuple” et qu’on est en droit de réclamer pour lui ; ce peut être un port, une montagne, un territoire qui sont habités par des gens “comme nous”. Une guerre est appelée “juste” parce qu’on la commence pour se venger d’un tort.

Autres techniques de justification plus subtiles : celui qui a tiré le premier coup se présente comme l’agressé, il a simplement prévenu l’autre, qui aurait tiré le premier. “Mais il n’a pas tiré” – “Oui, mais il avait menacé de le faire”. Ici, la fantaisie est vraiment à son aise dans l’art de voir une menace dans toute parole, dans toute action de l’autre, même dans sa simple présence. Qu’on se souvienne de la fable du loup et de l’agneau : “tu bois de mon eau”.

Un troisième genre de techniques consiste à se fabriquer un idéal, un but final et suprême. Alors “le but justifie les moyens”. Dans les idéologies nationalistes, cet idéal regarde exclusivement son propre peuple, par exemple “les Serbes”. Alors, je suis serbe (italien, français…), – les problèmes des autres ne me regardent et ne m’intéressent pas. Mais on finit par en arriver à comprendre qu’une guerre unilatérale conduit nécessairement à une paix unilatérale, et donc provisoire, qui, dès son commencement, est déjà destinée à mourir. Alors surgit l’exigence d’une paix internationale, qui concerne plusieurs peuples mais est imposée par un seul. C’est la “pax romana” de l’Antiquité, c’est la “pax americana” de notre temps ; mais il y a eu aussi, en Occident, une paix espagnole, une paix anglaise, etc. Un cas original est la “paix de l’Eglise” au Moyen-âge, à laquelle les “princes chrétiens” étaient obligés de consentir sous la menace d’être exclus de la communauté chrétienne et catholique (universelle). Dans tous les cas, il y a quelqu’un qui se fait policier des autres, et le problème se pose alors de savoir s’il agit vraiment au service de la collectivité, ou de lui-même. Ses interventions perdent la qualité de guerres nationales, du moins en apparence.

Une autre justification, souvent cachée, mais pas trop tout de même, est l’unité de la nation, la cohésion interne, l’élimination des subversifs, la résolution de la lutte de classes. Il faut lui montrer un ennemi, et la nation sera compacte. Ici, l’identité de “nous” se constitue à partir de l’existence d’un autre. Si l’autre n’est pas là, il faut se le poser le poser “pour se l’opposer” : je suis occidental, je dois m’opposer à ceux qui viennent de l’Est ; je suis serbe, je ne peux pas (je ne dois pas…) être croate…; je serai toujours plus serbe en étouffant en moi ce qu’il y a de croate. L’exaspération des différences crée l’identité. Une autre justification encore, souvent cachée, est l’unité de son peuple. On se bat contre un autre peuple pour ne pas se battre entre soi. L’armée nationale pourrait être tentée de s’imposer à l’intérieur si elle n’était pas envoyée contre un ennemi extérieur ; l’armée devient une grande école, qui éduque à la discipline sociale, aux vertus du patriotisme. On observe facilement que les pays autoritaires et militaristes sont souvent les moins totalitaires, les plus libéraux à l’intérieur. Mais là, on touche à la différence entre guerre externe et guerre civile. Une opinion courante est que seules les guerres externes ont le droit d’être appelées “guerres” ; les guerres entre citoyens qui avaient un Etat en commun sont difficiles “faciles ?” à confondre avec une “révolution”. “Et, de fait,” Toute révolution aboutit à une guerre civile, ou à des guerres externes, s’il arrive un “Hercule qui sait étrangler le monstre” (Napoléon par Chateaubriand). Mais, parvenu là, le discours tend à devenir trop large…

Paolo Facchi

UNA PIETRA SULL’AGENTE ORANGE?

Il Vietnam tra Stati Uniti e Cina

Agosto è mese di molteplici anniversari, per lo più riguardanti misfatti e catastrofi del “socialismo realizzato”, ovvero del defunto mondo comunista. Siamo arrivati al cinquantenario del Muro di Berlino, innalzato per troncare le fughe in massa dalla Repubblica democratica tedesca e perciò oggetto di facili irrisioni da parte dei vignettisti, tipo “stiamo edificando il socialismo, mattone dopo mattone”. Sono appena trascorsi, poi, 43 anni dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia, colpevole di tentata transizione ad un “socialismo dal volto umano”. E 23 anni più tardi quello dal volto non umanizzato scontava i suoi peccati con il crollo dell’URSS in seguito ad un altro tentativo riformista avviato da Michail Gorbaciov.

Va d’altronde annotato che il conseguente trionfo paneuropeo della controparte democratica e più o meno capitalista stenta a produrre frutti incondizionatamente apprezzabili nelle vaste terre già dominate direttamente o indirettamente dal Cremlino. Persino nell’ex RDT, ricongiuntasi all’altra Germania per condividere libertà e prosperità, non pochi tuttora rimpiangono (sarebbe la cosiddetta Ostalgie) il regime che si proteggeva sparando su quanti cercavano di scavalcare il Muro. E che, per la verità, si consolidò via via anche con opere più creative, trasformando la Germania-est in una sorta di vetrina del “campo socialista”.

Le suddette ricorrenze di piena estate non devono comunque indurre ad dimenticarne o ignorarne altre riguardanti invece le magagne dei trionfatori del 1989-1991. Un trionfo che, come si sa, avvenne soprattutto se non esclusivamente in Europa. Quanto all’Asia, oggi si parla spesso del Vietnam, che si riunificò ben prima della Germania e ben diversamente da essa, ossia con l’annessione della sua parte meridionale a quella settentrionale sotto regime comunista, al termine di una lunga guerra, diciamo pure di popolo, con gli Stati Uniti, uscitine perdenti nonostante la dovizia di mezzi di ogni genere impiegati per vincerla.

Tuttora ufficialmente comunista come la Cina, il Vietnam vanta una crescita economica poco meno strabiliante di quella del grande vicino e difesa efficacemente, sinora, dai contraccolpi della crisi planetaria degli ultimi anni. Il paese è ancora relativamente povero, ma la sua popolazione, un po’ più numerosa e molto più giovane di quella tedesca, sembra dotata anche in tempo di pace di energie e risorse non inferiori a quelle esibite in tempo di guerra, che consentirono tra l’altro di respingere con successo anche un violento attacco cinese dopo le vittorie militari sulla Francia e sugli Stati Uniti. Il regime non disdegna periodiche repressioni del dissenso e tende a scansare riforme troppo audaci, ma ha largamente aperto al mercato e all’iniziativa privata, al turismo e agli investimenti stranieri e, in politica estera, fa della pace e dell’amicizia con tutti, o quasi, una propria bandiera.

Anche nel cuore della vecchia Indocina francese si registra però un infausto cinquantenario. L’11 agosto 1961, infatti, l’aviazione americana cominciò ad inondare le campagne del Vietnam meridionale con l’agente Orange, un composto tossico destinato a sfoltire le foreste in cui si muovevano a loro agio i guerriglieri vietcong, tenendo in scacco anche i marines meglio addestrati, e a distruggere i raccolti che alimentavano combattenti e popolazione civile. L’Orange contiene diossina, di una varietà una cui dose di soli 80 grammi, dispersa nell’acqua potabile, basterebbe a rendere disabitata New York. Secondo dati del Pentagono, su di un’area di 2,6 milioni di ettari, pari ad un decimo del territorio sud-vietnamita, sono stati riversati a più riprese, tra il 1961 e il 1971, 170 chili di diossina; addirittura 400, invece, secondo un gruppo di ricercatori privati sempre americani.

Vittime potenziali dell’operazione (inutile, come si è visto, ai fini militari perseguiti) sono stati 4,8 milioni di abitanti di 20 mila villaggi. Di fatto, sarebbero state colpite direttamente o indirettamente, secondo la Croce rossa vietnamita, almeno un milione di persone, tra decessi, patologie di elevata gravità e malformazioni alla nascita (handicap fisici e mentali, carenza o eccesso di organi, lesioni irreversibili al sistema nervoso, ecc.). Il tutto protratto nel tempo e tuttora in corso, in quanto la diossina in questione, sostanza a lentissima degradazione, una volta inquinato l’ambiente fino ad integrarsi nella catena alimentare e a penetrare nel latte materno, continua a produrre i suoi effetti per decenni. Ammontano a circa 150 mila, oggi, i bambini e adolescenti vietnamiti gravemente menomati che sopravvivono grazie ad una costosa assistenza; e la cifra non sembra destinata a calare.

Non è il caso di parlare di genocidio? Se la parola può suonare grossa, negli ultimi tempi è stata spesa, sempre più spesso, anche per misfatti di dimensioni assai minori e di molto minore durata. Che si tratti quanto meno di crimine contro l’umanità, categoria cui gli esperti assegnano una gravità inferiore, pare difficile negare. Come tale, tuttavia, l’operazione Orange non è stata ancora classificata nelle sedi competenti a tutti i possibili effetti. Il governo americano non la smentisce e anzi fornisce dati già di per sé eloquenti benché forse riduttivi. La linea ufficiale di Washington, inalterata anche quando vittime di sostanze che dovrebbero essere bandite sono stati, secondo ogni apparenza, militari americani (nello stesso Vietnam come più di recente in Irak, Afghanistan ed ex-Jugoslavia), è però che il rapporto di causa ed effetto tra il contatto con diossina o uranio impoverito o altro ancora e certi decessi o danni fisici e mentali non sia sufficientemente provato.

Neppure da Obama, verosimilmente, ci si potrà aspettare almeno la presentazione di scuse ancorché tardive. Può invece sorprendere, piuttosto, che un gesto del genere non sia stato preteso da parte vietnamita, né al tempo dei negoziati di pace con Nixon e Kissinger né in questi ultimi anni, che hanno visto uno straordinario sviluppo dei rapporti tra i due paesi in tutti i campi; si è parlato persino di idillio e luna di miele. Sta di fatto che dopo la normalizzazione diplomatica proclamata da Bill Clinton nel 1995 Hanoi ha calorosamente accolto anche il suo successore Bush alla fine del 2006 e adesso i due ex nemici hanno effettuato manovre militari congiunte. Gli Stati Uniti sono al primo posto nelle esportazioni vietnamite (con oltre un quinto del totale) e negli investimenti diretti, e un recente accordo prevede che collaborino alla costruzione di 13 centrali nucleari.

Nel 2009 il Vietnam è stato visitato da 400 mila americani, compresi moltissimi veterani non privi di nostalgia, in un clima di amicizia turbato a tratti da qualche screzio in materia di diritti umani. Non però, a quanto sembra, dai tentativi sinora vani di un associazione di famiglie vietnamite di ottenere indennizzi per i guasti provocati dall’”erba americana” chiamando in causa una trentina di aziende USA produttrici dei relativi veleni con in testa due colossi come Monsanto e Dow Chemical. Queste hanno declinato ogni responsabilità sostenendo che per loro l’Orange era soltanto un defogliante, e due successive sentenze di tribunali americani hanno respinto la citazione in giudizio.

Il governo di Hanoi, per quanto si sappia, si è tenuto al di fuori della questione non meno di quello di Washington, dando l’impressione di voler mettere una pietra sul passato in nome di preminenti interessi economico-finanziari e, probabilmente ancor più, strategici. Il Vietnam, infatti, risente sempre più la crescente potenza di una Cina già minacciosa e aggressiva quando la comunanza politico-ideologica era molto più marcata e rilevante di adesso, tanto più che non mancano contese territoriali tra i due paesi. Con Pechino Hanoi si sforza di mantenere rapporti amichevoli, ma ad ogni buon conto si cautela coltivando alacremente anche quelli con l’altra grande vicina, l’India, oltre agli Stati Uniti.

Tutto normale, se vogliamo, e ben comprensibile. E’ altrettanto chiaro, però, che in un’era come l’attuale, ormai costellata da pesanti interventi armati in ogni parte del globo ufficialmente giustificati da finalità umanitarie, diventa inconcepibile passare sotto silenzio, e così in qualche modo legittimare, operazioni qualificabili come crimini contro l’umanità, da chiunque commessi, quanto meno allo scopo di scongiurarne il ripetersi in futuro.

Può darsi che un ulteriore indebolimento della cosiddetta superpotenza americana favorisca qualche soluzione del caso specifico di Orange. Oppure, che l’indebolimento complessivo dell’Occidente, principale se non esclusivo paladino di vere o presunte cause umanitarie, risolva il problema in generale nel senso di spazzare via solo ogni ipocrisia. Ci si deve invece augurare qualcosa di più e di meglio: che la comunità internazionale cresca davvero in quanto tale e riesca ad organizzarsi per perseguire in modo sistematico finalità indiscutibilmente nobili in linea di principio senza discriminazioni e senza guardare in faccia a nessuno. Sarà un’utopia, ma l’unica alternativa è quella minimalista della legge della giungla.

F.S.

IL PENTAGONO CANNIBALIZZA LA SPESA USA. CHE MALE C’E?

Niall Ferguson, un opinionista appassionato fautore della supremazia americana, ha inteso cartografare l’orrore del ‘New Isolationalism’: ha elencato gli aspiranti repubblicani alla Casa Bianca che vorrebbero tirare i remi in barca, che cioè condividono il sentimento sempre più diffuso, Bring the Troops Home. Per Ferguson, scandalizzato, “the consensus on this point verges on the supernatural”.

Ecco il catalogo dei traditori. Primo il front-runner del GOP Mitt Romney, cui Ferguson non perdona quello che chiama il lapsus freudiano di avere una volta auspicato di consegnare l’Afghanistan ‘ai talebani’, invece che agli afghani. Viene poi l’aspirante Ron Paul, reo secondo Ferguson di volere anche il ritiro dall’Irak, di avere rifiutato un intervento americano in Libia, di chiedere la fine dei bombardamenti su Yemen e Pakistan. Pure la candidata Michele Bachmann, regina del Tea Party, secondo Ferguson bestemmia: ‘In Libia non siamo stati né attaccati, né minacciati’.  Anche Newt Gingrich, già Speaker della Camera dei Rappresentanti, attenta alla gloria dell’America: “Ai nostri generali ordinerei il ritiro al più presto possibile”.

Solo gli aspiranti Tim Pawlenty e Rick Santorum hanno dato segni di ricordare ‘che siamo in Afghanistan perché lì Al Qaeda organizzò il colpo dell’11 Settembre. Ma nemmeno essi si oppongono con decisione al punto di vista dei più: L’America deve ritirare le truppe perché, nelle parole di Ron Paul, <risparmierebbe centinaia di miliardi di dollari>. Persino lo speranzoso ultimo arrivato, Jon Huntsman, si è associato alla posizione di Ron Paul.

“Welcome to the brave new world of isolationism, the theory -deplora Ferguson- that strategic calculation takes second place to nasty fiscal arithmetic”. Non ci sono limiti all’arrendevolezza di fronte alla Nasty Arithmetic: “L’ex segretario di Stato James Baker prevede che in meno di dieci anni gli interessi sul debito federale potrebbero superare le spese militari”: un sacrilegio. “Si è persino calcolato in sede ufficiale che, riducendo nel 2015 le truppe di pronto impiego a soli 45 mila uomini e donne, si risparmierebbero oltre 400 miliardi di dollari in cinque anni”. Altro orrore.

Ad ogni modo “è falso che le guerre di Bush siano la causa principale del dissesto finanziario in atto. Nel 2010 il bilancio della Difesa fu pari al 4,7% del Pil”. Ma, esclama trionfante Ferguson, “la Social Security più Medicare più Medicaid volle il 10,3%”. Che infamia: l’intera spesa sociale di una nazione di 300 e più milioni esige il doppio abbondante del Pentagono! Sentenzia, duro, Ferguson: “Non è la spesa militare che sta portando l’America  alla bancarotta. Sono le pensioni e gli altri costi del boom demografico”.

Per il Nostro, il responsabile-in-chief è Obama: entro l’estate prossima, 30 mila guerrieri in meno nell’Afghanistan. “The surge is over. This is not a declaration of victory. It is a declaration of bankrupcy”. Peggio ancora: “un alto esponente dell’Amministrazione ha ammesso che spendere tanto in Irak e Afghanistan <cannibalizza troppo la spesa pubblica>”. Mai quelli come Ferguson avrebbero immaginato una fine così dolorosa del regno degli USA sull’orbe terracqueo.

Tutti sanno che l’economia americana non regge più allo sforzo del bilancio bellico più gigantesco della storia. Quelli come Ferguson hanno scoperto di chi è la colpa: ‘the baby boomers who retire’.

Anthony Cobeinsey

IL PIU’ MOMENTANEO DEGLI IMPERI

Intervistato il giorno stesso che gli Stati Uniti hanno perso l’insegna ammiraglia dell’economia planetaria, lo storico Paul Kennedy, ‘studioso della fine delle potenze mondiali’, e così una specie di Gibbon del nostro tempo, ha espresso un certo ottimismo: “L’America si ridimensionerà. Si ritirerà dall’Irak e dall’Afghanistan, non manderà più eserciti smisurati in Medio Oriente e in Asia. Manterrà i suoi impegni con la Nato e il Giappone, ma non aprirà nuovi fronti come la Libia (…) La crisi attuale conferma il declino degli USA. I loro capi dovranno gestirlo con intelligenza, in modo da renderlo il più graduale e tollerabile possibile (…) La durata degli imperi,  anche di quelli ‘benevoli’ come si dice dell’America, si riduce sempre più. L’Olanda e l’Inghilterra tramontarono dopo avere eclissato la Spagna, ma seppero evitare sia un collasso improvviso, sia un declino graduale ma catastrofico. La decadenza delle grandi potenze può durare secoli, se gestita bene:  l’impero degli Asburgo cominciò a declinare 300 anni prima della sua scomparsa”.

Nell’assieme il ragionamento è giusto. Però lo storico di Yale avrebbe fatto meglio a lasciar perdere l’esperienza degli Asburgo. L’Austria degli Asburgo era amata da molti, ammirata o rispettata da quasi tutti, nemici compresi. Saggezza diplomatica e amministrativa, moderazione, equilibrio e il senso che noblesse oblige erano caratteri precipui della sua azione internazionale: Non sono pochi coloro che nei paesi già soggetti rimpiangono (o affettano di rimpiangere, che è lo stesso) i tempi in cui Austria felix regnava. Vienna non aveva bisogno di muovere guerre incessanti, non di sterminare i civili nel nome di un delittuoso diritto di provocare collateral damages. L’America del passato lontano fu, a ragione o a torto, la fidanzata del mondo. Quella di oggi è la nemica del mondo, una nazione canagliesca.

Cominciò Franklin Delano Roosevelt a mentire in grande quando affermò che a Pearl Harbor il Giappone aveva attaccato a tradimento, laddove per tutto il 1941 egli FDR aveva fatto l’impossibile per provocare l’attacco nipponico, e così trascinare in guerra l’America isolazionista. Uno dei suoi successori, John F. Kennedy, riprese in Indocina il bellicismo rooseveltiano, giustificato (nel 1961 come nel 1941) come impresa di liberazione. Gli ultimi presidenti, dai due Bush (in modo diseguale) a Obama hanno portato avanti la logica di un espansionismo wilsoniano-rooseveltiano così esasperato da suscitare, in aggiunta all’odio e alla disistima del mondo, il parossismo dell’indebitamento USA.

Se la contrapposizione a GW Bush, se cioè il meglio di una presa di coscienza americana, è rappresentata dal Barack Obama signore dei ‘drones’, grottescamente insignito del Nobel per la pace da stralunati o rimbambiti soloni scandinavi, allora è certo che gli Stati Uniti, se mai un po’ si ravvederanno, lo faranno perché schiacciati dal debito, non per una scelta di saggezza. Di tale scelta non saranno capaci. Con tutte le vanterie circa le loro grandi università,  grandi think tanks,  grandi centrali di intelligenza e di intelligence, gli USA è come fossero caduti in una sorta  di demenza pseudo- o tardo-imperiale.

Per essere impero occorre essere all’altezza. Gli Stati Uniti non hanno compiuto opere grandi fuori dei loro confini. Hanno vinto guerre quando la loro capacità di ‘overkill’ era smisurata. Nell’Afghanistan non è smisurata (anche per scarsità di fondi), dunque non vincono. Lo storico Paul Kennedy si dichiara d’accordo con Charles Kupchan, l’autore de La fine dell’era americana, il quale sostiene che il declino dell’Occidente è anche culturale. Di suo, Kennedy aggiunge: “Non molti anni fa si pensava che il mondo intero avrebbe accettato i valori occidentali. Non è stato così. Ci sono popoli che sembrano preferire regimi autoritari, o che interpretano la democrazia in modo diverso dal nostro”.

E, diciamo noi, fanno bene a non curarsi del nostro modo. Se la democrazia è ciò che abbiamo (=cleptocrazia, partitocrazia, sopraffazione del denaro, impostura permanente, pensiero unico impostato attorno al consumismo), ottima cosa è fare diversamente da noi. E ancora più sfrontata risulta la tesi -che in pochi dissennati è onesta convinzione- che le guerre degli USA e dei loro ausiliari ed ascari vengano intraprese per esportare democrazia e libertà.

Il bellicismo statunitense cominciò nel 1846, fingendo che nel West il Messico malmenasse gli allevatori e i pionieri americani, Ne risultarono l’annessione di California e New Mexico e il vasto allargamento del Texas. Cinquantadue anni dopo, guerra alla Spagna colpevole di non dare l’indipendenza ai creoli cubani (filoamericani). Risultato, acquisto di Cuba, Puerto Rico e  Filippine, in simultanea coll’impossessamento delle Hawaii e di Samoa. Solita motivazione: la monarchia indigena non si comportava bene. Dopo frequenti spedizioni dei Marines nei conflitti intestini del Messico e dell’intero bacino dei Caribi, nel 1917 il virtuoso presidente Woodrow Wilson riuscì a realizzare l’intervento nella Grande Guerra, atto fondante dell’impero mondiale USA. Finito il conflitto l’isolazionismo che il padre della patria George Washington aveva predicato si mise di traverso: il paese non condivise il progetto di ordine mondiale congegnato da Wilson. Ci vollero la miseria della Depressione, il semifallimento del New Deal e il mendacio del Grande Guerrafondaio (FDRoosevelt) per rendere possibile la partecipazione al secondo conflitto mondiale e il trionfo imperiale del 1945.

Molto meno fortunati furono quei presidenti che più ambirono ad emulare con la strapotenza delle armi il Volpone della Carta Atlantica e di Pearl Harbor: da JFKennedy a GWBush a Barack Obama. A quest’ultimo, il più maldestro dei Diadochi di Franklin Delano, è toccato di regnare ultimo della serie della grandezza: una specie di Romolo Augustolo deposto da Odoacre. Gli imperi di un tempo duravano millenni. Un magro settantennio dopo le fandonie della Carta Atlantica, l’Impero americano porta i libri al tribunale della storia.

A.M.Calderazzi

RIPENSARE A 62 ANNI DELLA CINA PER CAPIRLA

C’è chi è sicuro: la crescita prodigiosa della Cina non potrà continuare; si aggraveranno difficoltà sia gestionali, sia sociali; i mercati internazionali assorbiranno meno prodotti cinesi, anche perché andranno costando di più. I divari tra classi e sezioni del paese si allargheranno; cresceranno indebitamento e inflazione.

E c’è chi -sembrerebbe anche il Fondo monetario internazionale- prevede che tra poco più di quattro anni, nel 2016, la Cina supererà gli Stati Uniti e si troverà prima assoluta al mondo: la Cina che nell’Ottocento forniva i coolies che costruirono le ferrovie americane. Si attribuisce alla Banca mondiale la stima che lo sviluppo del 2011, pur rallentato rispetto ad anni precedenti, supererà il 9%, rendendo possibile il sorpasso dei sorpassi. Il contrasto fra le prospettive è troppo netto perchè le proiezioni degli economisti si prendano alla lettera. Forse è più saggio valutare i fatti del presente anche alla luce del passato vicino, diciamo dalla nascita della Cina comunista (ottobre 1949). Il passato millenario è importantissimo per spiegare i saperi anche tecnici del presente; ma possiamo darlo per noto.

E’ giusto esaltare, per esempio, il fatto che in sessant’anni 600 milioni di cinesi sono stati strappati alla miseria; non potranno più esserci le carestie che un tempo apparivano ineluttabili. Il mercato interno della Cina è già diventato considerevole, altrimenti non sarebbero spuntate come funghi le metropoli dei grattacieli, nonché i luoghi e i modi delle società avanzate, consumi di lusso e treni superveloci compresi. Il convoglio a livitazione magnetica della linea tra Shanghai e Hangzhou sfiora i 450kmh. Già oggi la Cina vanta alcune decine di primati assoluti, dal ferro e dal carbone ai pannelli fotovoltaici, ai parchi industriali (sono centinaia) più moderni. Se si sommano  i volumi delle borse di Shanghai e di Shenzhen, il paese ha già il secondo mercato azionario del pianeta. Nel 2010 sono affluiti dall’estero investimenti diretti per oltre $130 miliardi. E’ ovvio che, con una popolazione sterminata, il reddito pro capite resti relativamente basso.

I volumi assoluti sono impressionanti. E’ il capitali pubblico o quello privato che produce tanta ric chezza? Fino a che punto la Cina è diventata capitalista? Qualche portavoce del governo ha sostenuto che sono in mano private il 90% delle imprese cinesi: affermazione difficile da controllare. A metà degli anni Settanta le aziende private contavano per lo 0,3% ell’occupazione; oggi devono essere passate almeno al 20%. A livello ufficiale si parla ancora di “economia socialista di mercato”. Alcuni anni fa si diceva “quasi di mercato”. Nelle sezioni meno sviluppate, il Tibet per prima, l’impresa statale resta sempre dominante. I crescenti legami con partner internazionali prevalentamente capitalistici sono fatti per rafforzare i contorni privatistici del sistema cinese.

La cosa facile è descrivere tale sistema come un mix di imprese statali, cooperative e private, sia cinesi sia straniere. Il difficile è accertare le proporzioni. Le grandi Comuni agricole, fino a 25 mila soci, sono divenute  cooperative di villaggio, nelle quali il ruolo dei singoli contadini si è sensibilmente rafforzato.

L’agricoltura, nelle pianure sempre più produttiva, ha alimentato in misura determinante lo straordinario sviluppo industriale e dunque la crescita spettacolare dell’economia. Date le sue dimensioni territoriali (9,5 kmq) è logico che la Cina detenga numerosi primati settoriali: p.es. ha una suinicoltura da mezzo miliardo di capi. Pur non essendo un paese di boschi, la Cina è seconda solo agli Stati Uniti per le produzioni forestali, nell’ultimo quindicennio cresciute quasi del 50%.

Lasciando l’agricoltura, è da sottolineare che la Cina estrae quasi un terzo di tutta l’antracite, il migliore dei carboni, del pianeta. Il settore del carbone produceva 700 milioni di tonnellate nel 1983; nel 2003, 1.177 milioni. Anche per la generazione elettrica la Cina è seconda solo agli Stati Uniti, mentre contende a questi ultimi il primo posto assoluto per varie produzioni chimiche. Vistosi gli incrementi dei comparti manufatturiero e minerario. Si veda l’acido solforico: 9 milioni di tonn. nel 1982, 30 milioni nel 2001. Tutto ciò acquista uno speciale rilievo alla luce delle stime, fatte già negli anni Novanta, iperboliche eppure significative, secondo cui la Cina potrà produrre ‘tutto’ ciò che servirà al mondo. Il collettivismo non è fallito là dove il retaggio culturale ha consentito articolazione, sofisticazione ed anche capacità di emendare gli errori più gravi. Il retaggio culturale della Cina non potrebbe essere più alto.

Il boom delle infrastrutture è dovuto anche qui all’iniziativa pubblica. Il terminal dell’aeroporto di Pechino è terzo al mondo. All’arrivo degli europei, nella seconda metà dell’Ottocento, Pechino si era ridotto a piccolo centro. Con dati così clamorosi sarebbe facile la tentazione di considerare superuomini i gestori dell’economia cinese. Però sarebbe tentazione pericolosa. La grande edificazione nazionale ed economica cominciò 62 anni fa, con la proclamazione della repubblica rossa. Ma strada facendo ci furono il fallimento del Grande Balzo in Avanti, gli sconvolgimenti della Rivoluzione Culturale (“meglio rossi che esperti”), le violente lotte di potere che fra l’altro videro la caduta del presidente della repubblica Liu Shao-chi, e del massimo comandante militare Lin Piao (era stato, dopo Mao, il capo dei maoisti). Sembra certo che alla fine Lin progettò un  colpo di stato contro Mao (e morì in circostanze non accertate), mentre a un certo punto fu Mao a tentare di rafforzare la mobilitazione dei giovani, non abbastanza secondata da operai e contadini, con un vero assalto militare alle istituzioni.

Quasi tutto cambia con la morte di Mao (1976). L’avvento di Deng (1978) segna la grande svolta a destra, nella quale la parola d’ordine è ‘Arricchitevi’. E’ l’opposto diametrale del sinistrismo, del rifiuto assoluto della proprietà individuale, della tecnocrazia, rifiuto che Mao aveva rilanciato nella sua fase ultima. Acquista così valore la quadripartizione della storia cinese contemporanea proposta da alcuni storici: economia semicoloniale/semifeudale tra 1911 e 1949; comunismo maoista fino all’ascesa di Deng Siao-ping; accelerazione modernizzatrice e apertura al mercato fino a metà  degli anni Novanta; infine esplosione produttiva.

Uno dei corollari che hanno affiancato le ultime due fasi sembra la tacita  tolleranza della corruzione: essa contribuisce a proteggerci alquanto dalla tentazione, pur logica, di accettare molti degli insegnamenti che vengono dal Regno di Mezzo.

La realtà cinese d’oggi è l’opposto di quella proiettata dalla Rivoluzione Culturale. L’ultimo maoismo non avrebbe potuto essere ripudiato di più. Al di là delle esegesi ideologiche, è difficile negare al pensiero di Mao nei suoi ultimi dieci anni un carattere di delirio e di rifiuto della realtà.Eppure fuori della Cina quel delirio affascinò gli intellettuali e quanti li orecchiavano. Non fu semplice culto della personalità, fu autentica divinizzazione di Mao. Oggi, al contrario, c’è chi sostiene che Mao fece morire a vario titolo molti milioni di persone. Tra esse fu probabilmente Lin Piao, il maresciallo che durante la Rivoluzione Culturale esaltò la grandezza del ‘Pensiero di Mao’.  Se tanta grandezza non fosse stata smentita dal fiasco del Grande Balzo in Avanti, poi della Rivoluzione culturale, forse oggi molti proporrebbero la ricetta per fare ripartire la crescita dell’Occidente: fare come i cinesi col loro perpetual boom. Il cinese Sinopec Group è cresciuto l’ultimo anno del 45%: ora è quinta tra le 500 corporations di Fortune. Ma per numero di dipendenti è più importante la China National Petroleum: quasi 1,7 milioni di persone.

A.M.Calderazzi

già dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

L’ITALIA SI DIFENDE, EHM, A KABUL

Le escandescenze dell’articolo “Logica demagogica e provinciale” (La Stampa 8 luglio 2011, autore V.E. Parsi) echeggiano l’involontaria, intensa comicità dell’editoriale di un opinion leader del tempo, nei giorni del 1870 in cui la Corte e i marescialli di  Napoleone III decidevano se dichiarare guerra alla Prussia dopo l’affronto del ‘telegramma di Ems’: “Se non attaccheremo Guglielmo I nessuna dama d’Europa accetterà più il braccio di un gentiluomo francese”.   E il quotidiano “La Presse” scrisse: “Se la Prussia rifiuterà di battersi la costringeremo con la clava a ripassare il Reno, a rinunziare alla riva sinistra”. (Si sa come finì. Le dame d’Europa furono appagate perchè il Secondo Impero dichiarò la guerra. Pochi giorni dopo le battaglie di Froeschwiller/Woerth e di Sédan cancellarono sia l’Impero sia l’imperatore, tolsero l’Alsazia e mezza Lorena alla Francia, poi nel 1914 condannarono Parigi a suscitare la Grande Guerra per recuperare le province perdute, infine nel 1939 costrinsero ad affrontare il Reich di Hitler che si vendicava di Versailles annichilando la Terza Repubblica). Prima di scrivere, V.E.Parsi avrebbe fatto bene a pensare alla propria reputazione di studioso.

“Un Suk indegno- esordisce la sua catilinaria- che svende l’onore del Paese e il sacrificio delle sue Forze Armate. Il modo peggiore di rendere omaggio al caporale Tuccillo (terzultimo nostro caduto in Afghanistan– N.d.R.), di far sentire ai suoi commilitoni la vicinanza della Patria che loro difendono e altri umiliano”. Qui, oltre che altrove, è l’assonanza con la tremenda ingiunzione de ‘l’Echo’ ai gentiluomini francesi: l’asserzione secondo cui i commilitoni del caporale Tuccillo “difendono la Patria”. Per scongiurare risate, non era il caso di precisare da chi ci difendono, e quanto grave è la minaccia?

Altro acre rimpianto: “Per quasi venti anni sulle missioni militari internazionali si era dispiegato il tanto auspicato spirito bipartisan, questo convergere sul senso di decenza quando è in gioco la stessa idea di Patria. Tutto questo è stato gettato alle ortiche, per il diktat di chi fatica ad alzarsi in piedi quando passa la bandiera. Le missioni militari internazionali non costituiscono più un inviolabile ‘sancta sanctorum’ in cui tutelare l’interesse nazionale”.

Ad ogni modo, è chiaro: il Suk indegno di cui all’incipit è la decisione di rimpatriare 2000 degli uomini mandati all’estero a fare guerra per la pace. Invece non è chiaro il ‘sacrificio delle Forze Armate’. Esse operano fuori casa -retribuite come mai nella loro storia- soprattutto perché la loro lobby, segmento in divisa del nostro ‘military-industrial complex’, ha fatto di tutto per essere destinata al sacrificio: altrimenti la ragion d’essere delle FF.AA., a quasi 70 anni dalla resa senza condizioni a Cassibile e più anni ancora dalla distruzione della nostra flotta a Taranto, sarebbe quasi sparita. La repubblica che in teoria aveva ripudiato la guerra avrebbe solo bisogno, per il caso di attacchi dall’Eritrea o dall’Albania, della Guardia costiera, di carabinieri e di un po’ di alpini con compiti strettamente difensivi. Non dovremmo mantenere che un terzo, al massimo, dei 100.000 soldati che furono concessi alla Germania dal trattato di Versailles.

E’ andata diversamente. Se spendiamo disgustosamente per la Difesa è perché la Guerra Fredda obbligò noi sconfitti a fornire ‘sepoys’ (erano gli ascari dei britannici in India) alla Santa Alleanza contro l’Urss. La Guerra fredda è finita da un ventennio, è sopravvissuto l’istinto di conservazione della classe militare e dell’industria degli armamenti, quel comparto non molto onorevole del nostro manufatturiero che per ora è al riparo dalla concorrenza globale. Sono sopravvissuti gli obblighi dell’atlantismo. Il sullodato autore chiama questi obblighi “la parola data a Paesi amici ed alleati”, parola che a parer suo non può essere ritirata.

Orbene la nostra parola non ci ha mai impegnato granché. Dall’Unità in poi abbiamo sempre tradito gli alleati (il nostro vessillo dovrebbe chiamarsi il Multicolore, col motto ‘Franza o Spagna purché se magna’). 1) Rifiutammo -ma facemmo benissimo- di entrare nella ridicola guerra di Napoleone III, il quale pure ci aveva dato Milano e la Lombardia. 2) Rinnegammo la Triplice di cui eravamo parte e anzi la attaccammo, perché Parigi e Londra promettevano di più per il molto sangue che avremmo versato. 3) Stipulammo il Patto d’Acciaio col nemico degli alleati del 1915. 4) Ci offrimmo cobelligeranti e mulattieri dei vincitori del 1943, contro gli alleati del Patto d’Acciaio.

Eccoci oggi ascari della Nato. Di solito i mercenari vengono pagati da chi li assolda. Noi no, siamo gratuiti, laddove tagliamo il sostegno ai bambini storpi e ciechi per poter arricchire le indennità ai nostri idealisti in divisa.

Ecco come V.E.Parsi giustifica che Roma alleggerisca il costo delle spedizioni statunitensi: “E’ uno dei pochi risultati concreti di quasi 20 anni di politica estera. Il mondo si era fatto troppo vasto per un paese come l’Italia, che aveva sempre faticato a trovare un posto tra i Grandi. I governi di destra e di sinistra avevano individuato nelle missioni militari internazionali uno strumento per tutelare il  rango internazionale dell’Italia, nonostante molti altri indicatori ne suggerissero un declassamento (…) Proprio la quantità e la qualità della partecipazione militare italiana alle missioni internazionali ha fatto emergere un’immagine dell’Italia capace di sfidare gli stereotipi vecchi e nuovi di un paese cialtrone, arraffone e inaffidabile”.

Avete capito, governanti di Messico, Colombia e Guinea-Bissau? I vostri narco-paesi non hanno una reputazione molto alta, ma parecchio cambierà se riuscirete, magari rivolgendovi a istruttori idealisti delle nostre FF.AA., a realizzare una partecipazione alle missioni militari. Allestite contingenti messicani, colombiani e guineani (almeno di cucinieri, parrucchieri e massaggiatori per guerrieri e guerriere di Panetta e Rasmussen) e il vostro rango si ingigantirà. Forse la comunità internazionale no, ma vari Marii Appelius della Nato vi assegneranno un posto in piedi tra i Grandi.

Domanda. Dov’è la differenza tra il ragionamento di Parsi (forniamo contingenti, saremo importanti) e quello di A.Salandra  e S.Sonnino, quando col Patto di Londra si impegnarono a fornire 600 mila morti e il doppio di feriti e mutilati? Dov’è la differenza con la decisione del Duce di entrare nella guerra del Fuehrer? Altra domanda: dove finirà il rango della Bundesrepublik se continuerà a non partecipare alla Seconda Spedizione di Suez in Libia? Non si rende conto, la incosciente Berlino, che la gloria dei feldmarescialli germanici, da Scharnhorst e Blucher a Manstein,  Rommel e Witzleben, rischia d’essere oscurata dalle recenti intuizioni strategiche del Consiglio supremo di difesa, presieduto in persona dal Comandante in capo? A quest’ultimo proposito mi sia consentito di suggerire una sommessa innovazione: in quanto Comandante in capo,  il capo dello Stato vesta una divisa di generalissimo, quando regge il suddetto Consiglio supremo.

Tra parentesi, oh Italiani: non siete orgogliosi degli splendidi portamenti e delle divise sartoriali dei generali che ornano sale e plance-comando del Quirinale, vari dei quali strategoi hanno spalline a 4 stelle da marescialli, come Pietro Badoglio, il più illustre boccista del Regno, e Rodolfo Graziani, il Leone di Neghelli?

Più ancora, non siete fieri che operiamo tantissimi cacciabombardieri di pace, a 32.000 euro per ora di volo? E una maestosa portaerei tascabile, corrusca come la ‘Graf von Spee’, indispensabile per decisive incursioni su Tripoli e per portare acqua minerale e buondì ai terremotati di Haiti (avremmo forse fatto la stessa figura di grande potenza se avessimo mandato un semplice mercantile?). Purtroppo lo ‘indegno Suk’ che ritira 2.000 difensori della Patria lontana ha anche costretto la ‘Garibaldi’, col pretesto (indegno of course)  che navigando costa 120 mila euro al dì, a starsene alla fonda a Taranto; laddove essa potrebbe, sempre per difendere la Patria, fendere il Mar dei Coralli, acque naturalmente nevralgiche per il nostro rango, oltre che per difenderci.

E’ il prezzo d’essere governati da un suk indegno e provinciale invece che dagli statisti planetari e interstellari che piacerebbero a ogni Mario Appelius del nostro tempo.

Basta cachinni. Riferiamo invece il ravvedimento operoso de La Stampa. Tre giorni dopo il ‘j’accuse’ di V.E. Parsi, e in concomitanza con una storia di prima pagina ‘Polizia sull’orlo della bancarotta: commissariati sotto sfratto e mancano auto e benzina’, pubblica la seguente rettifica di M. Dassù: “Esistono motivi razionali per una riflessione sulle missioni internazionali. Nessuna politica estera seria può continuare a fondarsi sull’uso improprio delle missioni come unico strumento per difendere il rango dell’Italia. Un meccanismo del genere non è utile (…) Il costo non è trascurabile, anche perché penalizza altri aspetti della politica estera: è da tempo che Roma non paga la sua quota di un ‘Fondo globale contro le malattie’ proposto proprio dall’Italia al G8 di Genova. Esistono anche per l’America vincoli economici più rilevanti di prima (…)”.

“Riducendo i suoi impegni militari globali l’Italia perderà anche rango? Non è detto. Oggi il rango non dipende da quegli impegni: essi offrono benefici più bassi che in passato. Invece aumenta il peso della credibilità economica di un paese: perfino per l’America il debito pubblico è diventato una questione di interesse nazionale. Tanto più lo è per l’Italia: non esiste un fattore altrettanto importante per il rango di un paese”.

Oggi il presidente Sarkosy, senza nemmeno attendere la morte di cinque suoi dragoni o zuavi, ha annunciato il ritiro dall’Afghanistan di un quarto del contingente francese. Un Suk indegno. Uno statista provinciale. 

A.M.C.

ABBIAMO TRADITO TUTTI, MA LA NATO NO

Oggi primo giorno d’estate, emozioni forti però salutari. Il noto Ugo Magri ha constatato, non so se alla leggera o con raccapriccio:  “Non si era mai visto -cito a memoria- un ministro che critica il capo dello Stato, il quale è anche comandante in capo delle Forze Armate”. Il bieco, of course, è Roberto Maroni. Non si è fatto ammutolire dal secco diktat dal Colle, il giorno prima: “Dalla Libia non ci ritiriamo, gli impegni si mantengono”.

Dicono si debbano rispettare tutte le opinioni perfino questa, largamente condivisa nel campo ex-Pci, che si mantengano gli impegni pessimi, originariamente antisovietici (che credete, ventenni, che l’ex-Pci parteggiasse per l’Urss?). Peraltro, come non condividere la sorpresa di Ugo Magri, che si critichi il Comandante in capo? Non siamo mica negli Stati Uniti, dove lo si critica eccome. Dove finiremo se detto comandante dovrà subire contraddittori? Non ne saranno ferite l’unità del comando, l’audacia del pensiero strategico, la fulmineità dell’azione –sbarchi, offensive, magari qualche ritirata- se semplici ministri, borghesi che non hanno mai mosso corpi d’armata, stormi e task forces navali, diranno la loro? Come si chinerà sulle mappe della battaglia, il primo guerriero della repubblica, se avvertirà alle spalle un ministro che sbircia i piani e, peggio, ne calcola i costi per l’Erario?

E’ chiaro, l’infido leghista vuole arrivare a palazzo Chigi, dunque è alla caccia di consensi elettorali. Medita di appiedare i nostri piloti, di negare il kerosene e i missili dei voli umanitari, in modo da sussidiare le piccole imprese padane. Questo è elettoralismo: legittimo in via normale, non quando contrasta i piani del Consiglio supremo di difesa adunato nel palazzo dei papi e dei re sabaudi, ora plancia comando del Mare Nostrum. La missione va rifinanziata punto e basta. Le piccole imprese portino i libri in tribunale.

Messa così, Ugo Magri si stupirà anche, forse dolorosamente, che Giuliano Ferrara, pur sempre un ex-ministro, abbia definito STOLTA l’impresa di Tripoli. Stolta, intrapresa con intenzioni misteriose, a quanto pare inconcludente, benché molto umanitaria. Magri però consideri che Ferrara ha dalla sua le titubanze sulla Libia di Obama, altro comandante in capo, quello sì contraddetto villanamente dal Congresso e da grosse masse di disfattisti.

Lo scorso 17 giugno il Corriere della Sera ha parlato in tono grave di ‘improvviso pessimismo’ dell’America “dove nessuno aveva mai vissuto una crisi economica così profonda e prolungata”. E’ cambiato il clima in materia di interventismo americano, ha constatato Massimo Gaggi. “Obama deve affrontare la fatica della guerra e del costosissimo ruolo di gendarme del mondo che Washington si è assunta dal 1945 (…) Le guerre contro il terrorismo durano da 10 anni, il doppio del Secondo conflitto mondiale. Un costo enorme, anche in termini di assorbimento delle sempre più scarse risorse pubbliche. Con le casse federali e delle città vuote (si  fanno) tagli alle scuole, ai sussidi per i poveri, alle infrastrutture essenziali. L’onere per la sicurezza appare agli americani ormai insostenibile (…) Hanno fatto sensazione le parole di Robert Gates “Il futuro della Nato è cupo, l’Alleanza rischia di diventare irrilevante”. Massimo Gaggi: “i conti pubblici di Washington non sono poi messi molto meglio di quelli di Atene (…)Quattro dei sette candidati alla Casa Bianca hanno proposto un drastico ridimensionamento dell’impegno militare americano”.

Noi di Internauta siamo troppo consapevoli della nostra pochezza  per richiamare quanto uno di noi sostenne al primo numero in settembre: dovere l’Italia semplicemente uscire dalla Nato, cestinando i relativi trattati e riducendo le forze armate ai minimi termini (=ausiliari dei Carabinieri, della Forestale etc.). Ma non siamo abbastanza avventati da insistere, dopo il Pacta Sunt Servanda quirinalizio. Anche perchè l’inflessibile senso dell’onore atlantico dei napoletani è condiviso da non pochi opinionisti di guerra alla Franco Venturini (il quale non legge Massimo Gaggi). E non sono iperatlantici due ex-Pci, uno che si trova a comandare le FF.AA., l’altro che dalla barca alla fonda a Gallipoli deplorò assieme a Prodi i vicentini che non volevano l’arcimegabase USA?

Costernato dalla desolazione delle casse statunitensi, mi attendo che il Consiglio supremo di difesa precetti manu militari Tremonti perchè, nel definire la prossima manovra correttiva, non solo rifinanzi la missione umanitaria dei Tornado (è il minimo) ma, soprattutto, prenda in carico una parte non irrisoria né simbolica delle spese del Pentagono, purtroppo un po’ superiori alla somma di tutti i bilanci bellici della Terra. Non da soli bensì insieme all’Estonia, al Kossovo, ad altri Volenterosi assumiamoci il costo planetario della sicurezza e della libertà. Altro che stabilizzare i precari.

L’Italia unita tradì tutti i potenti cui si era legata -il nipote di Napoleone, le Potenze Centrali, il Terzo Reich. Questa volta vuole riabilitarsi agli occhi di Robert Gates e del mite Rasmussen. Maroni e Tremonti non facciano storie.

Anthony Cobeinsy

INTERVISTA VIDEO AD ALBERTO TOSCANO

Riportiamo qui il video dell’intervista rilasciata da Alberto Toscano a La Clè Des Langues e condotta da Damien Prèvost. In occasione dell’uscita del suo libro Vive l’Italie!  Toscano risponde a domande relative al 150° anniversario dell’Unità d’Italia, offre la sua opinione sul processo di unificazione italiana, sui rapporti con la Francia,  e ragiona sulle problematiche odierne.

intervista a Alberto Toscano

NATO: DIETRO LA FACCIATA, NIENTE

Più autorevole del normale la testimonianza sullo scoramento dell’atlantismo offerta (la Stampa, 15 lu.2011) da Kurt Volker, già ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato, oggi capo del BGR Group e direttore del Center for Transatlantic Relations alla School of Advanced International Studies della Johns Hopkins Univ. Ragiona Volker: nell’Afghanistan si finirà con lo scendere a patti coi pashtun radicali e islamisti e con altri gruppi non amici; col rassegnarsi che nell’Ovest del paese resti forte l’influenza dell’Iran e che il governo centrale possa, al meglio, reggersi a malapena dopo che le forze americane e alleate saranno ritirate al di sotto della massa critica. In ogni caso, “la Nato ha avuto un impatto scarso e non durevole, e sta iniziando una ritirata senza avere vinto. Risultati pessimi per la Nato, su tutti i fronti (…) Gli europei potranno concludere che innanzitutto è stato un errore seguire gli Stati Uniti; che la Libia dimostra ulteriormente che le missioni sono una cattiva idea; che l’Europa dovrebbe starsene vicino a casa. L’unico punto  su cui americani ed europei si troverebbero d’accordo è che, qualunque cosa ci riservi il futuro, la Nato non è la risposta”.

Senza alcuna convinzione, Volker accenna a rivolgere il tradizionale rimprovero agli europei, di non spendere abbastanza in armi e in operazioni militari: E’ significativo che dal suo osservatorio ‘privilegiato’ egli attesti che è in atto “la demolizione dei bilanci della difesa europei”. Nessuno di noi, per paura di illuderci, arriva a parlare di una demolizione in atto. Se la denuncia Volker, sia pure senza fiducia che l’Europa ascolti, noi abbiamo seri motivi per sperare.

Nemmeno un americano ragionevole e competente sfuggirà alla nostalgia della perduta onnipotenza degli USA; ed ecco l’inane esortazione “Dobbiamo essere leader e far sì che altri si uniscano a noi”. Sarebbe stato più convincente, l’elevato esponente dell’atlantismo, se avesse precisato ‘altri chi’. Forse le nazioni ultime arrivate, come il Sud Sudan? oppure il Messico, benché dilaniato dagli eccidi tra narcos? oppure il Tibet, assiduamente incoraggiato a farsi indipendente, o almeno scontento? E se avesse indicato come ‘far sì’ che tali altri rimpiazzino gli alleati che vanno demolendo i bilanci bellici. Certo non con le minacce militari: dalle campagne di Kennedy-Johnson in poi, chi ha veramente paura di una macchina militare che è resa inoffensiva dalla sua stessa enormità, oltre che dalla  tenue marzialità dei propri combattenti? Persino le esigenze di benessere fisico -palestre, sia pure da campo;  pomate  per la pelle di guerrieri e guerriere; voli intercontinentali, di aerei più ingenti degli Zeppelin, per ogni ferita seria; e così via- contribuiscono ad aggravare le esigenze logistiche, cioè a rassicurare i potenziali nemici dell’America.

Ultimo, questa volta impeccabile, imperativo di Kurt Volker: “la Nato ha bisogno di un ruolo”. Finita la Guerra fredda, nessuno sa quale potrebbe essere tale ruolo. Non lo sa nemmeno il Nostro: altrimenti lo indicherebbe, Resta il valore della sua  attestazione: “L’alleanza si sta svuotando”.

Anthony Cobeinsy

‘TIME’ CONTRO 5 MITI AMERICANI

A leggerla in fretta, la cover story pubblicata il 20 giugno 2011 dal settimanale della Time Warner, autore Rana Foroohar, potrebbe essere presa per un manifesto antiliberista e ‘unamerican’. Non lo è se non in parte; in ogni caso contiene ammissioni di peso. Titolo: ‘The Five Miths About the U:S:Economy’.

Premesse: la congiuntura resta cattiva, con disoccupazione al 9,1%; di settimana in settimana l’americano della strada si sente più povero; c’è un’intera generazione che non troverà il lavoro ben pagato di un tempo; è incredibile che l’opposizione repubblicana proponga ancora, come stimoli alla ripresa, l’abbassamento delle tasse (che avvantaggia i soli ricchi e le corporations) e i tagli sul Welfare; fuori degli USA c’è almeno mezzo miliardo di persone ‘who can do our jobs’.

Seguono l’elenco e la confutazione dei Five Miths. Primo: sei mesi basteranno, come un tempo bastavano, per far tornare i buoni livelli d’occupazione. Occorreranno sessanta e più mesi. Secondo: agiranno gli stimoli tradizionali. Invece non affronteranno i problemi di fondo del sistema-paese. Terzo: il settore privato ha le soluzioni. In realtà il settore privato investirà nei paesi emergenti, non negli Stati Uniti. Quarto: rimedierà la mobilità dei lavoratori. Negli anni Ottanta si trasferiva il 20% di essi, oggi il 10% (anche perché lavorano di più le donne, ed esse hanno difficoltà a seguire i mariti con un lavoro). Quinto: lo spirito d’iniziativa è sempre la grande risorsa dell’America. In realtà  dagli anni Ottanta  la creazione di nuove aziende si indebolisce.

Conclusione: occorrono novità grosse. Nell’immediato, sostiene l’autore, il governo deve aiutare i tanti che stanno perdendo la casa per l’impossibilità di pagare i mutui. Poi gli americani dovranno ricredersi: ai giovani non basta più andare all’università per trovare un buon lavoro: “not everyone can or should shell out money for a four-year liberal-arts degree”. Sono richiesti più saldatori e impiegati d’ordine che laureati.  E’ necessario mettere fine a un sistema di detrazioni e favori ai ricchi, per il quale i 400 redditi statunitensi più alti non pagano più del 18% in tasse.

Per ultimo gli americani devono smettere di considerare ‘patriottico’ il rifiuto di una politica industriale. Non si tratta di passare a un’economia di comando come quella della Cina, ma di concertare pubblico e privato come fa la Germania. Imitiamo la Germania. Qui, con la cogestione, i capitalisti e i sindacati sono diventati partner. “In una società polarizzata come la nostra questa partnership appare impossibile. Ma alle crisi serie come l’attuale devono seguire i cambiamenti seri. Da come affronteremo i mali strutturali dipende non l’andamento dei prossimi mesi ma il futuro dei  decenni”.

J.J.J.

BELLICISMO U.S.A. FA BUON SANGUE

Con tutta la serietà d’approccio imposta dall’argomento guerra, come non trovare comico lo sdegno degli americani bellicosi di fronte ai tentativi di mitigare il parossismo della loro spesa militare, la più mastodontica e bassa di rendimento della storia? Ha cominciato il segretario uscente della Difesa, Robert Gates, con una confessione elegiaca,  struggente di nostalgia: “Tutta la mia vita adulta l’ho vissuta quando gli Stati Uniti erano la superpotenza che non badava a spese per restare superpotenza. Non aveva bisogno di contare i soldi, l’economia era così forte. Una delle ragioni per cui mi ritiro da capo del Pentagono è che non ammetto di appartenere a una nazione, a un governo che è costretto a ridurre l’impegno verso il resto del mondo”.

Il mondo non tenti di rassicurare Robert Gates bisbigliandogli che non metterà alla gogna gli USA, né li trascinerà in tribunale, se ridurranno alquanto il bilancio del Pentagono. Gates è inconsolabile: “Nel Congresso non c’è consenso sul nostro ruolo planetario.  L’America sta mollando la presa”.

Alcune settimane fa il grado massimo delle forze armate, Mullen, ammiraglio salvo errore. aveva ammonito che l’America, con tutta la sua onnipotenza militare, rischia la rovina se la Cina esigesse da essa la restituzione sull’unghia dei prestiti. Che visione da pezzenti, ha replicato con un articolo Lawrence F. Kaplan, falco tra i falchi per i quali non bisogna parlare di soldi: “Tutto si può discutere circa il da farsi in Afghanistan; non se ci sono i fondi. Il problema non è la minaccia alla prosperità, ma la minaccia alla sicurezza. Non è la guerra che sta facendo affondare il bilancio di Washington. E’ veramente strana la domanda ‘quanto arriveremo a spendere?’,  domanda che dopo il Vietnam sembrava bandita dal nostro lessico strategico-militare”.

Kaplan trova assurdo che si pensi di risolvere la crisi debitoria nazionale tagliando dal bilancio del Pentagono i 107 miliardi previsti per l’Afghanistan l’anno prossimo. Assurdo perchè l’Afghanistan, al limite, potrebbe provocare la bancarotta strategica, non quella finanziaria.  Che sono 1O7 miliardi di dollari  rispetto a una spesa federale totale di 3.7 trilioni? “.

Già, che sono? Kaplan non ha peli sulla lingua: “Mentre si spendono 100 o 107 miliardi  per  gli uomini  e le donne che combattono nell’Afghanistan, si destina il ventuplo a favore dei citizen-spectators , gli americani che stanno a guardare”. Che  schifo, trecento e più milioni di panepersi che competono con i soldati e le soldatesse: e per cosa competono? Kaplan fa l’elenco delle destinazioni indebite: “Medicare, Social Security, Medicaid and other varieties of  domestic spending”.  S’era mai vista un’aberrazione simile, anteporre il domestic spending? Per Kaplan, gli americani non meritano la parentela con Marte, dio della guerra.

Peccato che la maggior parte del pianeta pensi l’opposto di L.F.Kaplan in materia di destinazione della ricchezza. Ha scritto il quotidiano talebano ‘Corriere della Sera’: “Nell’America degli ultimi si vive meno a lungo di ieri. Prima della classe in armamenti, progressi scientifici e libertà individuali;  ultima, tra le democrazie occidentali, nel campo della salute. In una vasta area degli Stati Uniti l’aspettativa di vita è diminuita: soprattutto tra le donne, che fumano di più e tendono all’obesità. 46 milioni di americani non hanno assicurazione medica”.

Niente storie, taglia corto Kaplan: “Si vuole fare la guerra risparmiando, ma questo va a detrimento dell’efficacia strategica. Tutti vogliono il dividendo della pace. Ma non siamo in pace. Chi vuole tagliare il costo della guerra rischia di disfare tutto ciò che le operazioni belliche hanno conseguito”.

E voi cretini pensavate che gli Achilli e gli Aiaci yankee avessero conseguito quasi niente, per quello che hanno distrutto e ucciso, magari a titolo di collateral damage ! Che la macchina bellica statunitense si sia confermata una delle meno efficienti della storia, per quello che esige! Che mai il Pentagono saprebbe conquistare l’Etiopia, anzi l’Albania, come bene o male riuscì a Quello lì da Predappio!

Porfirio

MAL FRANZESE: IL PATRIOTTISMO BELLICISTA

Dicono sia stata Parigi a trascinare Londra, più una Washington perplessa, e persino il marziale Consiglio supremo di difesa al Quirinale, nella semicrociata contro la Libia. E da mesi ci chiediamo il perché di questa avventura strampalata, priva persino delle motivazioni imperialistiche accertate per le imprese nell’Irak e nell’Afghanistan. Che è venuto in mente ai generali dell’Eliseo, troppo buro-manager per aver vinto vere battaglie ma ambiziosi di glorie mediterranee quanto il loro Principe?

Le analisi sugli idrocarburi di Gheddafi e sugli scenari della geopolitica seriosa le lascio ad altri. Io sono convinto che i francesi non sono pienamente guariti dalla malattia ereditaria che li portò più volte vicino alla tomba: la variante guerrafondaia del patriottismo. Charles de Gaulle, grande clinico più che generale, riuscì quasi  a guarire i suoi compatrioti col placebo della Grandeur (=falso farmaco che copriva una terapia affatto diversa: liquidazione dell’Empire, Algeria compresa; conciliazione definitiva col ‘nemico ereditario’ al di là del Reno; ruolo comprimario nel solo ambito brussellese). Il professor de Gaulle sconfisse la malattia, senza poterne eliminare le ultime, quasi innocue, cellule maligne. Rimaste quiescenti, di tanto in tanto si attivano, ma è naturale non preoccupino troppo.

La malattia essendo una mutazione del patriottismo, non cominciò con le glorie militari di Luigi XIV. A quell’epoca non si era patriottici, contava la casa regnante non la patria; e poi le troppe vittorie spossarono il primo sovrano d’Europa al punto di dover implorare per anni, restituendo quasi tutto il conquistato, la pace di Utrecht.

No, la malattia del patriottismo di guerra cominciò con la smagliante vittoria della Repubblica a Valmy, seguita da Jemappes, le quali poi generarono i trionfi dell’irresistibile Corso. Valmy è il sinistro batterio che ogni tanto si risveglia;  oggi ‘arma’ gli implausibili missili di Sarkosy. Quanta storia sarebbe diversa (=migliore) se a Valmy avesse vinto il duca di Brunswick invece che i francesi Kellermann e Dumouriez. L’anno orribile per la Francia fu il 1870: quel che contava della nazione e in più la borghesia bottegaia credettero ciecamente ai marescialli e ai ciambellani i quali millantarono che l’armata francese era tornata invincibile. Un dubbioso Napoleone III fu costretto alla guerra contro Bismarck, conseguendo la disfatta quasi immediata a Sedan e la fine del proprio impero.

La perdita di Alsazia e Lorena fu la ganascia che imprigionò la Francia nel patriottismo revanscista. Esso si impose nel 1914-18 con una strage da un milione e mezzo di morti solo francesi -di fatto un plurimo genocidio- più la concatenazione a un secondo conflitto mondiale.  Gli storici militari considerano la sconfitta francese del maggio 1940 la più grave in assoluto. Il tribunale di Norimberga avrebbe dovuto sentenziare anche sui responsabili del 1914, i quali non erano solo a Vienna e a Berlino: anche, forse soprattutto a Parigi, in subordine a Pietroburgo e a Londra, seguite dalle capitali satelliti Roma, Belgrado, Bucarest, Lisbona, altre.

Alla Libération del 1944 seguì il diciottennio delle illusioni riesumate: che i carri armati (americani) di Leclerc avessero preso Parigi; che le armi potessero tenere il Levante -Churchill intimò a de Gaulle, allora debolissimo, “se insisti te la vedrai con la potenza dell’VIII Armata”-, più ancora che potessero conservare il Nord Africa (l’Algeria!) e l’Indocina; che il duo Mollet-Eden vincesse a Suez (1956). Oggi il duo Sarko-Cameron tenta Suez Due, ma è certo che l’eventuale ‘vittoria’ su Tripoli avrà molti padri, anche più virili dei piloti Nato.

Le belluine missioni che stanno uccidendo i libici perché i superstiti si ritrovino democratici e progressisti risalgono, al di là della falsa vittoria del ’56 sull’Egitto, all’ebbrezza di Valmy, ai voli delle aquile napoleoniche, all’aritmetica sbagliata dei fatui marescialli del 1870, al delirio sciovinista del 1914, al rassegnato patriottismo di massa del 1939.

Chissà se il successore di Sarko il Tripolino ucciderà le cellule bellicistiche che sfuggirono al chirurgo de Gaulle, di cui i francesi fecero male a sbarazzarsi nel 1969.

Anthony Cobeinsy

ISLANDA: DEMOCRAZIA DIRETTA E INTERNET PER LA COSTITUENTE

La nuova Atene forse sta già sorgendo tra i ghiacci ed i vulcani dell’Islanda. Un articolo comparso su Il Corriere della Sera, di Maria Serena Natale, ha fatto conoscere all’Italia un esperimento molto avanzato di integrazione tra democrazia, tecnologia ed estrazione a sorte. È la stessa giornalista ad utilizzare espressioni come “agorà virtuale” e a citare la democrazia diretta dell’antica Atene. Per noi di Internauta la lettura del resoconto è la conferma di una tendenza che speriamo andrà sempre più affermandosi.

L’isola scandinava ha pagato un prezzo altissimo alla crisi economica del 2008, e da allora è iniziato il progetto di riscrittura della Costituzione. Sono stati eletti 25 costituenti per redigere il testo. Il loro punto di partenza è stato un documento di oltre 700 pagine scritto da una commissione, che ha riordinato le osservazioni di 950 cittadini islandesi estratti a sorte e riuniti nel National Forum. Il metodo dell’estrazione a sorte comincia dunque a riaffacciarsi nel mondo occidentale, oltretutto per contribuire alla stesura di un testo costituzionale.

Ma non si esaurisce qui la spinta innovativa che l’Islanda ha deciso di dare al momento più alto della costruzione giuridica di uno Stato. I 25 costituenti stanno utilizzando i social network, come il canale YouTube o Facebook o Twitter per diffondere le dirette delle proprie riunioni e le bozze dei propri lavori, e, soprattutto, per raccogliere le osservazioni e le proposte dei cittadini.

Terminata questa fase ci sarà, tra giugno e luglio, un referendum ed una decisione parlamentare che ratifichino il nuovo testo costituzionale.

Dunque oltre ad un intelligente (e speriamo esemplare) utilizzo del metodo randomcratico, democrazia diretta e tecnologia sono state protagoniste in questo processo. Il primo ministro islandese, la socialdemocratica Johanna Siguroardottir, ha dichiarato che non era pensabile una revisione costituzionale “senza la diretta partecipazione del popolo”, e il popolo è stato chiamato ad esprimersi come mai aveva fatto in passato.

Tommaso Canetta

LE COLPE DI MLADIC E DEGLI ALTRI

IL MOSTRO ALLA SBARRA

Ratko Mladic è nelle mani della giustizia internazionale. Giustizia giusta? In partenza sicuramente sì, almeno per chi non dubita che giusti siano stati i processi e le condanne dei capi nazisti a Norimberga. Tanto più che l’ex generale serbo-bosniaco viene giudicato, appunto, da una corte internazionale credibilmente neutrale come quella dell’Aja (dove l’accusa contro Slobodan Milosevic venne sostenuta dall’elvetica Carla Del Ponte) anziché da un tribunale quasi di guerra creato su due piedi dai vincitori in un paese vinto e debellato, ossia senza più Stato, come la Germania del 1945.

La prassi ormai avviata di sottoporre a giudizio in linea di principio imparziale i responsabili di crimini imperdonabili non può che essere salutata con pieno favore, a condizione che si diffonda fino a diventare sistematica a livello planetario e senza guardare in faccia a nessuno. Naturalmente non si tratta di un obiettivo facile da raggiungere in tempi brevi, ma il suo coerente perseguimento, se non verrà meno e anzi si rafforzerà, meriterà di essere incoraggiato.

Nel caso dei crimini commessi nell’ex Jugoslavia la prova sembra destinata al superamento. Dopo il fin troppo lungo processo al defunto presidente serbo, infatti, una dura condanna è stata inflitta all’ex generale croato Gotovina, tra le proteste di molti suoi compatrioti che lo considerano un eroe nazionale e un martire, come era già avvenuto in Serbia e in Bosnia con lo stesso Milosevic e come avviene adesso con Mladic.

Se poi il processo e la probabile condanna del “mostro di Srebrenica” (sempre che sopravviva, essendo dato in pessima salute) saranno equi fino in fondo resta ovviamente da vedere. Già si contesta ad esempio la pertinenza dell’imputazione di genocidio, in testa ad altri capi di accusa, che nella fattispecie suona in effetti discutibile all’inevitabile confronto con antecedenti classici quali l’Olocausto ebraico o l’ecatombe degli armeni per mano turca. Non si annovera invece tra i genocidi quello di Katyn, dove Stalin fece trucidare 20 mila militari polacchi mentre le vittime musulmane e in gran parte civili di Srebrenica sono state, donne e bambini compresi, circa 8 mila.

Simili conteggi e sottigliezze possono disgustare, ma è presumibile che ad essi si affidi anche Mladic rifiutandosi, come ha fatto davanti ai giudici dell’Aja, di dichiararsi innocente oppure colpevole e riservandosi di studiare il dossier a suo carico. Essendo difficile negare il massacro, la sua entità e la responsabilità personale, la colpevolezza potrebbe essere ammessa ma senza raggiungere la soglia del genocidio. Da notare che contro l’applicabilità di questa qualifica al caso di Srebrenica, come ad altri analoghi, si è pronunciato il giurista canadese che presiede l’Associazione internazionale degli studiosi del genocidio; a suo avviso sarebbe preferibile quella di crimine contro l’umanità.

Per il resto, l’ex comandante dell’armata serbo-bosniaca proclama di avere agito, a Srebrenica come nel lungo assedio di Sarajevo, unicamente in difesa del suo popolo e dunque, si direbbe, escludendo pentimenti e rimorsi. Scarsamente rilevante agli effetti giudiziari, ciò basta ad assicurargli solidarietà e persino ammirazione non solo da parte di numerosi connazionali. Tra gli stranieri figura anche l’onorevole Borghezio, che senza esitare lo scagiona da ogni addebito in quanto patriota eroico e come tale irreprensibile. L’esponente leghista è notoriamente piuttosto marginale anche all’interno del suo partito, ma la sua sortita certamente ne riflette sia pure in forma estrema gli umori anti-islamici e gli ostentati atteggiamenti filo-serbi dello stesso Bossi durante i conflitti jugoslavi con relativi interventi della NATO Italia compresa.

Si tratta oggi di tendenze o pulsioni residuali analoghe a quelle ancora più sbiadite dell’estrema sinistra, dove pure prevaleva la tenerezza nei confronti della Serbia di Milosevic, tinta almeno un po’ di rosso rispetto alle altre repubbliche ex jugoslave e più vicina di loro alla Russia di Elzin, post-comunista ma pur sempre contrappeso in qualche misura allo schieramento atlantico. Parteggiare ad oltranza, e magari a prescindere, può anche andar bene per i tifosi del calcio ma in politica, crediamo, è sbagliato per principio. E lo è ancor di più, ovviamente, in casi specifici e magari personali come quello di Mladic. Per la stessa ragione, tuttavia, neanche la Serbia e i serbi meritano di vedersi assegnare sistematicamente la parte del torto, indipendentemente dal fatto che il paese segue oggi un corso filo-occidentale e filo-europeo, sia pure non saldissimo.

Nella fase iniziale, in particolare, della disintegrazione jugoslava la Serbia ebbe sicuramente meno torti delle repubbliche secessioniste. Contrastò infatti solo simbolicamente, in ultima analisi, la secessione della Slovenia etnicamente quasi omogenea. Si oppose invece con le armi a quella della Croazia e della Bosnia-Erzegovina, restìe a concedere a Belgrado adeguate garanzie per i diritti delle rispettive e cospicue minoranze serbe in sostituzione della tutela, forse fin troppa, goduta nell’ambito della Repubblica federativa fondata da Tito. Minoranze che, durante la seconda guerra mondiale, avevano subito una sanguinosa persecuzione soprattutto da parte del regime ustascia di Zagabria, satellite del Terzo Reich, ma anche dei musulmani bosniaci, in maggioranza filo-nazisti.

Non mancò al riguardo una corresponsabilità dell’Occidente e in particolare della Comunità europea, che dopo avere cercato invano di salvare la federazione con la mediazione dei propri rappresentanti favorendo di fatto Belgrado, invertì la rotta affrettandosi a riconoscere l’indipendenza croata e bosniaca (ma non quella della Macedonia, a causa delle obbiezioni greche). Alla sola condizione, nel secondo caso, di un referendum popolare dall’esito scontato ma solo per la maggioranza musulmana e croata. Ne conseguirono gli inevitabili conflitti, la condotta serba dei quali fu senza dubbio contrassegnata da non pochi eccessi, ricambiati peraltro dagli avversari.

Quanto poi al Kosovo, Milosevic ebbe il torto di annullare progressivamente l’ampia autonomia che Tito e i suoi eredi avevano concesso, entro la repubblica federata serba, alla provincia abitata in maggioranza ormai schiacciante da albanesi. I quali, a loro volta, avevano tuttavia peccato di incontentatibilità puntando, una parte di loro, alla piena indipendenza o all’unione con l’Albania e rendendo comunque la vita sempre più difficile alla sempre più esigua minoranza serba.

Il tutto sfociò in una prolungata resistenza passiva albanese, una dura repressione serba e un impari scontro armato che, drammatizzato da denunciati ma mai pienamente dimostrati massacri di kosovari, provocò infine l’intervento della NATO e l’espulsione serba della provincia soprattutto per effetto di pesanti bombardamenti aerei su Belgrado e altri obiettivi serbi. Un intervento “umanitario” dalle modalità non meno discutibili, dunque, della sua giustificabilità, anche alla luce del successivo comportamento sotto vari aspetti dei kosovari ormai padroni o quasi del campo.

Tutto ciò non può modificare in alcun modo quanto detto all’inizio sul caso Mladic. Serve però a far capire, a chi vuole capire, che gli sforzi degli Stati e delle altre componenti organizzate della comunità internazionale devono mirare ad attrezzarsi e ad operare in modo da impedire, anziché permettere o persino favorire, esasperazioni di crisi e contrasti tali da culminare in genocidi o crimini contro l’umanità. In fondo, il caso del “mostro di Srebrenica” può essere accostato almeno per un verso a quello di Hitler e del nazismo, i cui obbrobri erano pur sempre maturati nello stato di inferiorità e discriminazione nel quale la Germania era stata gettata dalla vendicativa cecità dei vincitori della prima guerra mondiale.

F.S.

BATTISTI LIBÉRÉ, L’ITALIE “HUMILIÈE”

La décision de la justice brésilienne de libérer l’ancien militant d’extrême-gauche Cesare Battisti a provoqué de nombreuses réactions en Italie, où il a été condamné par contumace à la réclusion à perpétuité pour quatre meurtres et complicité de meurtres commis à la fin des années 1970. Pour leJDD.fr, Alberto Toscano, journaliste et écrivain, explique l’état d’esprit des Italiens.

La libération de Battisti a-t-elle provoqué la colère des Italiens?
Ce n’est pas une réaction de colère ou de vengeance mais de déception. Le fait qu’une décision de justice [sa condamnation à perpétuité par la justice italienne en 1993, ndlr], dans un cas si grave, ne soit pas appliquée est vécu par les Italiens comme une humiliation nationale. Il y a un sentiment d’amertume. Il n’est pas question d’harceler Cesare Battisti pour se venger de quelque chose. Mais tous ceux qui ont vécu la peur à cette époque et la tragédie du terrorisme ont le droit de ne pas être humiliés. Le problème finalement, ce n’est pas que Battisti soit libéré, mais que la magistrature italienne ait été bafouée.

En Italie, comment s’explique-t-on la décision brésilienne de libérer Cesare Battisti?
On se l’explique par des considérations politiques, quoi sont elles-mêmes le fruit de pressions internationales, notamment françaises. Le dernier jour de son mandat, le président Lula a décidé de libérer Battisti. La Cour suprême brésilienne n’a fait que confirmer la décision du président brésilien. Pourtant, elle avait dans un premier temps décidé de l’extrader. Cela voulait bien dire que le dossier juridique était bien ficelé. C’est donc un calcul politique du président Lula.

«Cela étonne les Français qui ont une attitude un peu légère vis-à-vis de l’Italie»

En Italie, la classe politique est unanime pour condamner cette libération…
Oui. Cela étonne les Français qui ont une attitude un peu légère vis-à-vis de l’Italie et qui ne prennent pas la peine d’étudier l’histoire de l’Italie avant de prendre une position politique. Une partie du monde politique français a d’ailleurs manqué de respect à l’Italie au sujet du terrorisme. Or, en Italie, l’ensemble de l’opinion publique considère que Battisti aurait dû être extradé. Mais je le répète, ce n’est pas une question de vengeance. Il s’agit tout simplement de défendre la démocratie italienne et sa dignité.

Le souvenir de ces années de plomb est-il toujours très présent en Italie?
Le souvenir est très présent dans toutes les têtes de ceux qui ont vécu cette période horrible, où les terroristes d’extrême droite et d’extrême gauche ont combattu la démocratie. Ces deux formes différentes de terrorisme voulaient la même chose : la déstabilisation de l’état de droit démocratique. Durant cette période, des centaines de personnes ont été tuées, des actes de violences ont été commis contre des magistrats, des journalistes, des professeurs d’université… A l’époque, tous ceux qui étaient loyaux au principe de l’Etat républicain risquaient leur vie. Je cite toujours cet exemple très symbolique de l’actuelle présidente du parti démocrate italien, Rosy Bindi, qui était à côté d’un professeur d’université au moment où il a été assassiné par les Brigades rouges. Ce souvenir est donc encore très vif parmi les hommes politiques actuellement au pouvoir en Italie.

La page n’est donc pas tournée…
En Italie, on voudrait bien tourner la page mais pour cela, il faut que l’on dise clairement de quel côté était le mal, de quel côté était le bien, pour qu’il n’y ait pas d’ambiguïté. Les victimes du terrorisme sont celles qui se sont battues pour notre démocratie et notre état de droit. La démocratie était du côté de l’écrasante majorité du peuple italien qui a traversé cette période difficile avec courage. Et les Italiens sont fiers d’avoir gagné par des moyens démocratiques la bataille pour la défense de leurs institutions.

Marianne Enault – leJDD.fr
Jeudi 09 Juin 2011

CASO BATTISTI: PER CHI SUONA LA CAMPANA

Per capirci meglio

L’indignazione nazionale per il no carioca all’estradizione di Cesare Battisti (da non confondersi con il suo omonimo, ormai probabilmente anonimo, cui sono ancora intitolate migliaia di vie e piazze d’Italia), restituito addirittura alla piena e incondizionata libertà, è corale e pressocchè unanime. Come non condividerla? Se il personaggio fosse minimamente simpatico, se avesse dato per lunghi anni e anzi decenni qualche segno di resipiscenza e se la sua latitanza non fosse stata pervicacemente protetta da una muta di boriosi quanto ignoranti intellettualoidi transalpini, qualche circostanza attenuante a suo discarico si potrebbe anche trovare e far valere. Ad esempio, la lontananza nel tempo delle sue malefatte, commesse quando era da poco maggiorenne; i suoi odierni coetanei vengono generalmente definiti ragazzi nelle cronache, giudiziarie e non, e tali rimangono fin quasi alla quarantina.

Simpaticissimi, poi, non sono neppure i suoi attuali ospitanti e protettori, che negano credibilità alla giustizia italiana, forti della loro recente ascesa a membri del club dei nuovi potenti della terra, ma fino a ieri facevano notizia, in campo extracalcistico, soprattutto per gli eccidi degli indios della foresta amazzonica e di chi li difendeva dalla speculazione selvaggia anche in quanto assassina. E, prima ancora, per l’altrettanto drastica soluzione del problema dei “ragazzi di strada” di Rio con il repulisti affidato a squadre di autonominati ma tollerati giustizieri.

Eppure…purtroppo c’è un eppure che a differenza di Battisti può effettivamente rendere più comprensibile se non proprio giustificare la scelta dei governanti brasiliani. Alle loro orecchie, nonostante la distanza, sarà certamente arrivato qualcosa di tutto ciò che si dice e si scrive da noi, giornalmente, circa il cattivo funzionamento della nostra giustizia, anche da parte di chi non condivide e semmai condanna la campagna berlusconiana contro la magistratura. L’ex presidente Lula e i suoi amici, d’altronde, avranno sicuramente saputo, fors’anche direttamente dal nostro premier come altri ”grandi”, che lo stesso capo del governo italiano è vittima di una persecuzione da parte della suddetta magistratura, alla cui dittatura sarebbe soggetto lo stesso paese.

Se poi, essendo Lula e i suoi collocati alquanto a sinistra, non crederanno che si tratti (né Berlusconi avrà troppo ricamato al riguardo, con loro) di una magistratura e di una dittatura comuniste, avranno in compenso avuto altresì sentore del fatto che dalle file della sinistra italiana si levano non di rado denunce più o meno vibranti di un regime dittatoriale che lo stesso Berlusconi starebbe instaurando nel paese e addirittura invocazioni di un colpo di Stato, magari militare, per sventare una simile minaccia.

Stando così le cose, è proprio il caso di stupirsi e scandalizzarsi per il diniego di estradare uno scrittore di apprezzati libri gialli oggi apparentemente inoffensivo benché condannato trent’anni fa per alcuni omicidi perpetrati in un clima di tensione politico-sociale e secondo qualcuno addirittura di guerra civile? Duole ammetterlo, ma sembrerebbe di dover rispondere negativamente.

Nemesio Morlacchi

LIBIA: CAPORETTO DELLE DIPLOMAZIE

E’ giusta l’abitudine di irridere alle risoluzioni dell’ONU, la scadente organizzazione planetaria in origine voluta, col nome Società delle Nazioni, dal cervellotico presidente Woodrow Wilson, e successivamente ingigantita da Franklin Delano Roosevelt, ben più furbo discepolo del Cervellotico. L’Onu non ne ha fatta, in proprio, una di buona. Le volte che ha agito è stato per l’impulso, gli interessi, i bombardieri e i tanks dei suoi azionisti più potenti, anzi prepotenti. Era stata architettata per mettere fuori gioco gli egoismi degli Stati e introdurre nella vicenda internazionale elementi, o almeno vaticini, di governo mondiale. L’ambizione, almeno a chiacchiere, era di sostituire le diplomazie tradizionali con una multilaterale, mossa da afflati universalistici.

Nulla di tutto ciò è accaduto a partire dal 1919, poi dal ’45. Le feluche multilaterali si sono dimostrate persino più inette di quelle delle cancellerie nazionali. Nel passato accadeva a qualche ambasciatore di fare colpi grossi, come scatenare conflitti immani che momentaneamente dilatavano il suo miserabile ego. Nel 1914 Maurice Paleologue, intimo del bellicista presidente francese Poincaré, contribuì da capo missione a Pietroburgo, col ministro russo Sazonov e col granduca Nicola a convincere lo zar a ordinare la mobilitazione generale, ossia ad aprire la Grande Guerra, dunque a rendere inevitabili la disfatta, la Rivoluzione, la fine dell’impero, lo sterminio della famiglia imperiale, zar naturalmente compreso.

Altro successo ‘magistrale’ fu, nel 1915, il comprare l’intervento in guerra dell’Italia con un futile patto di Londra invece che cash. Gli ambasciatori francese e britannico fecero la loro parte nell’indurre Roma a passare dalla parte di chi, a parole, offriva molto: più colonie, più Dalmazia, persino un po’ di Turchia. Quelli erano ambasciatori! Gli inviati dell’ONU non fanno mai colpi grossi, non foss’altro che per essere servitori di più padroni.

Quanto accade in Libia conclama sì la nullità della diplomazia multilaterale, ma anche l’inutilità degli apparati diplomatici nazionali più prestigiosi (=pretenziosi). Nelle particolari circostanze del Nord Africa 2011 far cadere, oppure domare, Gheddafi avrebbe potuto essere conseguito senza missili e cacciabombardieri ma con le mosse, le trame e gli chèques della diplomazia. Invece il Dipartimento di Stato, il Quai d’Orsay, il Foreign Office, l’impomatata Farnesina, magari i Talleyrand di Mosca e di Berlino, si sono conclamati una confraternita di negoziatori buoni a niente. Migliaia di morti, distruzione fisica di quanto aveva modernizzato la Libia. Che si tengono a fare le diplomazie, gli apparati pubblici più costosi ed improduttivi di tutti?

I tempi sono cambiati, le feluche sono superflue e persino ridicole nell’età della telematica, di Skype, di dozzine di altre tecnologie prodigiose. I veri decisori non sono nemmeno i ministri degli esteri, sono i capi di governo, ed essi si intendono o litigano direttamente. I diplomatici prenotano alberghi, consigliano cravatte e al più corteggiano mogli di grandi industriali.

E’ vero, oggi la diplomazia è fatta un po’ meno di cerimoniale, protocollo e ricevimenti, un po’ più di contratti, forniture eccetera. Allora le feluche andrebbero sostituite da piazzisti, commercialisti e veri esperti. Per gli eventi mondani ci sono le PR e i catering, per intrattenere madame non occorrono plenipotenziari e consiglieri di legazione con la brillantina. Licenziandoli i risparmi sarebbero immensi; in più la vanagloria si rattrappirebbe.

Anthony Cobeinsy

L’AMERICA HA l’ALZHEIMER?

Lo sappiamo tutti che le nazioni non si ammalano in blocco, e poi ci sono le vaccinazioni di massa. Ma avantieri c’è stata la notizia che D.Strauss-Kahn restava in carcere un paio di giorni in più perché a Manhattan un condominio, o forse un intero rione, non lo voleva come affittuario. Preoccupazione per la virtù, anzi l’integrità, di mogli compagne e figlie? Peggio, rivolta morale contro un libertino d’ Europa?

Venendo dopo migliaia di annunci, dai media di Francoforte a quelli della Patagonia, che DSK rischiava 70 anni di carcere, lo sdegno dei manhattani evoca un quadro demenziale. Se DSK avesse sterminato gli angioletti di un kindergarten, crimine più grave delle intemperanze di un satiro su una ninfa, basterebbe il III millennio d.C. per punire l’orco del Fondo Monetario? Poi: nella fase di civiltà che ha cancellato il pudore, proibito la verginità e azzerato ogni colpa sessuale, ha senso disseppellire la salma puritana? Raggiunta l’equiparazione tra i sessi, quello femminile esige ancora la speciale protezione che Hollywood assegnava nei western alle biondine che insegnavano ai bambini dei cow boys? Infine: non occorrerà una pm femminista venuta dalla Luna per dimostrare che l’esistenza della cameriera d’albergo è stata devastata per sempre? Una galanteria grossolana, uccide?

La diagnosi di Alzheimer è resa più probante dal fatto che il vulnus, anzi i vulnera, celebrali di derivazione DSK sono sopraggiunti dopo il baccanale nazionale delle celebrazioni per l’Osamicidio. Le quali si capirebbero, eccome, se i Navy Seals avessero fisicamente eliminato Al Qaeda, anzi tutto il terrorismo antiamericano. Invece hanno fatto fuori il solo Barbablu: la nazione del Manifest Destiny celebrerebbe così orgiasticamente se non fosse già assalita dalla dementia? Legioni di kamikaze si sono fatti saltare per odio all’America: i tripudianti dei giorni scorsi sanno per certo che nell’Islam il martirio politico non ha più candidati?

Se gli USA non fossero un paese libero, anzi un palladio di libertà, l’executive order di un Goebbels sul Potomac vieterebbe almeno agli americani obesi, o parecchio sovrappeso -un cento milioni, a spanne- di farsi fotografare/teleriprendere mentre brindano a soft drink sulla morte assistita di bin Laden. Così, per non far ridere i polli del mondo.

Questo, per l’esultanza collettiva dei semplici. Ma che dire dei guru e dei columnists celebrati? A sfogliare gli ‘speciali’ della grande stampa sull’uccisione di Belzebù i sintomi dell’Alzheimer si infittiscono. Copertine ditirambiche. Peana ed inni al trionfo di un Presidente Obama che ha finalmente cancellato l’inferiorità rispetto a quel formidabile Commander in Chief che in tuta pressurizzata da top gunner proclamò ‘Mission accomplished’ (ma 8 anni dopo l’Irak resta l’Irak). Ingiunzioni a tutti gli antipatizzanti del pianeta: ‘Pagherete come ha pagato Osama’. Compiaciute descrizioni del marasma preagonico dell’antiamericanismo. Eccetera.

Leggiamo a caso i titoli di uno ‘speciale euforia’. ‘Obama’s Winning Focus. In triumph, the president’s restraint served us well’. ‘No human’s death is ever a blessing. But this comes close’ ‘bin Laden death was preferable to capture’. ‘Pride of a Nation’. ‘So long since something so good has happened’. ‘The burden of victory’. E così esultando.

A noi sembra impagabile il concetto seguente: ‘America turns out not to be in decline after all; it remains the superpower envied by the world’. Non tanto per il ritenere che un’operazione di teste di cuoio abbia restituito un rango planetario che richiese due guerre mondiali, quarantacinque anni di duello potenzialmente nucleare, l’afflosciarsi dell’antagonista sovietico e la morte per cause naturali dell’ideologia comunista. Quanto perchè non è vero che ‘il mondo’ invidi la superpotenza. Abbastanza spesso, piuttosto, la compiange. Come non essere benevoli con un popolo che, pur di potenziare mensilmente la macchina bellica più pletorica della storia, rinuncia alla sanità di cui ormai godono i calmucchi?

Andiamo avanti ad elencare sintomi infausti. ‘Pakistan: a terrorist State. This time the facts on the ground speak too loudly to be hushed up’. Nostra domanda: il premio Nobel afroamericano farà anche una guerra per soggiogare il Pakistan? Non è stato sempre chiaro che il Pakistan è solidale coll’Islam, non col Dipartimento di Stato?

Altro sintomo di vanagloria: ‘COMMANDER IN CHIEF- The daring Bin Laden raid is being billed as the New Obama (but) He’s been itching to pull this trigger all along At last, Obama has escaped the shadow of Jimmy Carterism. Beneath its softer talk of values, Obama’s speech was shot through with steel’. ‘When (America ) leaders change history’. Ancora: “The value of Boldness”.

Infine l’ebbrezza militarista: “The coolest guys in the World”. Sembra il titolo di un film di guerra hollywoodiano, nel quale un platoon di Rangers tiene a bada un’intera Panzerdivision. Invece no, è il titolo di un servizio che spiega come i Navy Seals “proved themselves America’s top soldiers”.

Teoricamente il futuro potrebbe dare agli Stati Uniti una cornucopia di glorie e di vanti dei quali la storia è normalmente avara. Ma l’America brinda e inneggia come se la cornucopia ci sia già e straripi di doni. Nei bassi napoletani il parentado di Totò o di Eduardo aspettava che l’ambo uscisse, prima di festeggiare.

Dicono che di Alzheimer non si guarisce. E invece le lezioni della realtà potranno fare miracoli. Inoltre farà miracoli, su un paziente così patriottico e così invaghito del suo Commander in Chief, se quest’ultimo, appena rieletto, farà un discorso più storico degli altri. Se spiegherà agli americani che sono sì mediamente bravi, ma non superuomini.

Altrove un comandante in capo non debellerebbe l’Alzheimer. Negli USA, forse sì.

Anthony Cobeinsy

ZAPATERO E AZANA: LA STORIA SI É RIPETUTA

Non so quale delle sue scelte strategiche ha rovinato di più Zapatero. So che sono state le stesse scelte di Manuel Azana: la storia si è ripetuta in modo impressionante. F.D.Roosevelt applicò lo stesso metodo di Woodrow Wilson per fondare l’impero planetario degli Stati Uniti: una guerra mondiale. L’Allievo incassò risultati migliori del Maestro; quasi certamente Zapatero sarà meno sventurato di Azana. L’errore capitale dello statista spagnolo degli anni Trenta fu l’ossessione liberal-radicale e l’anticlericalismo, con la conseguente cecità alla questione sociale: cioè alla miseria dei proletari, grave ma tollerabile nelle città, disperata nelle campagne.

Nel 1931, al nascere della Repubblica di Spagna -era la Seconda, ma la Prima (1873-75) abortì subito- Azana fu l’astro della politica nazionale, un prodigio di bravura: un paio di discorsi e passò da letterato con pochi lettori a leader del primo rango. Restò un prodigio fin quando credette di trasfigurarsi da capo del governo a presidente della repubblica (al suo posto mise un carneade). Qualche mese dopo scoppiò la Guerra civile e da quel momento Azana non contò più niente; fu un Re Travicello. Al crollo della Repubblica finì rifugiato in Francia, confuso nella massa dei fuggiaschi e degli sconfitti. Al posto di frontiera dovette presentarsi a piedi e non nella Hispano-Suiza presidenziale. Il più fallito tra gli statisti.

Azana sapeva, non per essersi impegnato sul problema ma perché tutti sapevano, che in Andalusia, in Estremadura, nella Castiglia-La Mancia le famiglie dei braccianti non mangiavano tutto l’anno, solo un numero più o meno alto di mesi. Per il resto digiunavano. La terra appartenendo quasi tutta ai latifondisti – e il solo Welfare essendo quello che era riuscito a varare negli anni Venti il dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera (odiato e poi abbattuto dai reazionari)- la condizione dei contadini poveri era disumana. Ma Azana, padre azionista cioè liberal-radicale della Repubblica, era solo proteso ad ammodernare il vecchio ordine, a far trionfare il laicismo, a gratificare una borghesia urbana rafforzata rispetto ai notabili liberali e monarchici. Non aprì mai la lotta contro l’ingiustizia sociale.

Di conseguenza, prima della congiura dei generali (luglio 1936), le contestazioni contro l’ordine repubblicano vennero soprattutto da sinistra: dalle lotte anarchiche nelle campagne e dai minatori delle Asturie. A Casas Viejas lo scontro a fuoco tra una famiglia di miserabili e la Guardia Civil fece 20 morti. Per schiacciare la rivoluzione asturiana (5-18 ottobre 1934) Madrid mandò il generale Francisco Franco con 20 mila uomini, e Franco utilizzò l’artiglieria. Decine di migliaia di rivoltosi furono processati dai tribunali militari, migliaia furono condannati. Nei primi giorni del conato asturiano 34 sacerdoti furono assassinati e 58 chiese incendiate. 1100 rivoltosi caddero o furono passati per le armi. Le truppe persero 300 uomini.

La Repubblica tentò di fare una riforma agraria, ma non seppe vincere la resistenza dei latifondisti (come non aveva saputo Primo de Rivera, membro dissidente dell’alta nobiltà agraria e amico del popolo). Nel 1932, quando fu combattuta la battaglia parlamentare su una legge che attenuasse la ferocia nei confronti dei braccianti (“la màs esperada de todas las reformas”), Manuel Azana non vi prese alcuna parte. Leggiamo in proposito il racconto di uno degli storici più accreditati del periodo, Juliàn Casanova cattedratico a Saragozza:

Dos anos y medio después de la proclamaciòn de la Repùblica, solamente habian cambiado de manos 45.000 hectàreas, en beneficio de unos 6.000 o 7.000 campesinos. Manuel Azana no partecipò en la elaboraciòn del proyecto, no intervino en los debates en las Cortes y nunca prestò a ese tema, ni a la situaciòn del campesinado sin terra, la atenciòn que dedicò a otros temas. Esa falta de interés profundo por la reforma agraria, que se extendia a casi todos los (politicos) republicanos, incluido el Ministro de Agricoltura, dificultò la aplicaciòn de la ley de septiembre 1932. Se temia la resistencia de los proprietarios y los efectos de una autentica transformaciòn social en el campo (J.Casanova, Repùblica y guerra civil, Critica/Marcial Pons, 2007, pp.32 e successive).

Al principale artefice della Repubblica il dramma dei senza terra, nonché quello alquanto meno terribile dei sottoproletari urbani, non interessava. Le priorità erano abbattere la Chiesa (quando cominciarono gli incendi di chiese e conventi Azana spiegò così l’ordine alle forze di polizia di non reprimere: “Preferisco che le chiese brucino piuttosto che si rompa la testa a un repubblicano”); espellere la religione e i religiosi dall’insegnamento; ‘triturar’ l’ambiente militare tradizionale; laicizzare le istituzioni e crearne di nuove che fossero poli di laicità; improntare il sistema a modelli liberal-radicali e repubblicani. Il tutto nel pieno rispetto dei diritti della proprietà e del denaro, giudicati ben più assoluti del diritto a mangiare dei poveri.

Per la Repubblica la miseria delle plebi era problema non prioritario, anche perché le plebi di mezzo mondo soffrivano degli strascichi della Grande Depressione. Come risultato, il quinquennio repubblicano fu una successione di violenze, conati insurrezionali, scontri a fuoco tra sottoproletari e forze dell’ordine repubblicano.

Conosciamo la fine miserevole dello statista e dell’uomo Azana. Le circostanze saranno senza confronto più benigne con José Luis Rodriguez Zapatero. A fine maggio è sempre presidente del governo. Se la Repubblica non fosse stata uccisa, anche da Azana, Zapatero ne diverrebbe forse capo di Stato, come il suo malaugurato modello. Ma è certo che Zapatero, ottant’anni dopo, ha agito quasi esattamente come Azana: laicità e anticlericalismo; diritti dei ‘diversi’ invece che delle maggioranze e del nuovo proletariato (precari, immigrati, ceti non protetti); quasi nessun avanzamento della socialità sostanziale; quasi nessun contrasto agli eccessi ipercapitalistici.

A. M. Calderazzi

L’ISLAM IDEOLOGIA DI GIUSTIZIA

La crociata contro la Libia o l’uccisione di Osama bin Laden (coi comici cori di giubilo intonati nei tinelli americani) non devono distrarre dalle terribili realtà dei popoli troppo numerosi e troppo poveri. In questo senso sono da meditare le riflessioni di P.G. Donini, accreditato studioso dell’Islam: “Il fallimento dei modelli tutti di genesi straniera, tutti elaborati da intellettuali reduci da scuole dell’Occidente, lasciava automaticamente spazio all’unica alternativa rimasta: l’Islam come ideologia di giustizia e modello d’organizzazione delle società”. In un libro Il mondo islamico pubblicato da Laterza nel 2003, Donini chiamava per nome tali modelli tutti stranieri, tutti falliti: “Illuminismo, liberalismo, marxismo, lotta di classe, gestione della risorsa petrolio, American way of life”. E precisava: “L’eclissi di partiti, movimenti e modelli laici a vantaggio di un’interpretazione islamica del mondo e della storia è all’origine del proliferare di movimenti chiamati in Occidente integralisti e fondamentalisti. Sarebbe più giusto definirli di islamizzazione o re-islamizzazione”.

Concetti come questo aiutano a capire perché nell’autorevole libro che citiamo ci sia poco spazio per gli imperativi di democrazia, libertà e diritti umani, che crediamo di assegnare alla rivoluzione araba. Il Donini spiega la rimonta dell’Islam con la centralità della questione sociale: nessuna delle nostre ideologie, non in particolare il marxismo e il capitalismo, sa dare pane e giustizia a centinaia di milioni di credenti o semicredenti. Invece, all’atto pratico e nonostante secoli di inosservanza e di tradimenti, è più credibile uno dei pilastri dell’Islam, l’elemosina: “non un atto volontario di carità ma un vero e proprio obbligo giuridico (…) il riconoscimento di un diritto che i poveri hanno sui beni di chi sta meglio di loro. (…) Il ripristino totale del dovere dell’elemosina, più spesso violato che rispettato dai ricchi e dai potenti, è tra le rivendicazioni dei movimenti di militanza islamica”.

Ancora: “Se il cristianesimo si può definire la religione dell’amore per il prossimo, l’Islam va considerato la religione della giustizia”. Se, argomenta Donini, i Fratelli Musulmani negli anni Venti del Novecento rappresentarono una svolta, e oggi grandeggiano nelle prospettive, è perché alle parole d’ordine del nazionalismo sostituirono quelle di natura islamica, espresse dai bisogni reali del popolo. Contro l’inefficace riformismo dei ceti alti e degli occidentalizzanti i Fratelli Musulmani predicarono i valori tradizionali, che la rivoluzione araba di oggi verosimilmente riscopre. Forse che le masse dellì’esplosione demografica possono curarsi di Adam Smith e di Marx? Il fondamentalismo ha allargato il fossato tra le classi medio-alte, che aspirano all’ occidentalizzazione, e le masse sulle quali l’estremismo religioso esercita una presa crescente.

Altro giudizio: l’unica alternativa ai Fratelli Musulmani è stata spazzata via, “sconfitta più dagli errori commessi a Mosca e nelle segreterie dei vari partiti comunisti dei paesi arabi che dalla vittoria degli Stati Uniti nella guerra fredda”.

Logico per Donini il collegamento con situazioni specifiche come quella dell’Algeria. Lì le tensioni cruente che l’hanno attraversata a partire dall’ottobre 1988 vennero classificate come fanatismo religioso. E invece sono state la risposta del popolo alla mancanza di lavoro, alla corruzione imperante nel partito di regime, “autolegittimatosi come protagonista della lotta di liberazione” . La rivolta del 1988 “scoppiò un’estate che interi quartieri rimasero senz’acqua, mentre i rampolli della nomenklatura sguazzavano nelle piscine dei quartieri alti. Non furono gli strateghi e i tattici del Fronte islamico di salvezza a far esplodere la protesta. Esplose spontanea”.

A questo punto, rileva il Donini, “L’esperimento tentato in Iran intendeva dimostrare che esiste una via islamico allo sviluppo (…) Khomeini si proponeva di costruire una società più egualitaria, più amica dei diseredati, capace di moderare i consumi, combattere gli sprechi e ripartire più equamente le risorse, in particolare attraverso l’elemosina canonica (…) L’Iran continua a rappresentare per la maggior parte dei musulmani un esempio esaltante”. Laddove, constatiamo noi (ma di fatto anche Donini), l’Occidente crede di poter condannare il khomeinismo come pura e semplice aberrazione.

I gruppi al potere nei paesi arabi derivavano la loro legittimità dalle antiche vittorie contro il colonialismo. Oggi hanno perduto tale legittimità, visto che ai loro popoli hanno dato troppo poco: hanno dato gli orpelli del prestigio nazionale, il vuoto vanto della sovranità e molti altri falsi conseguimenti: Oggi che la sfida è il pane, o se si preferisce un principio di benessere, falsi risultano i traguardi additati salla mentalità occidentale: libere elezioni, democrazia, diritti, svilimento dei valori antichi, progresso, trasgressione. E’ certamente centrata l’obiezione dell’esecrato ayatollah Khomeini: “E’ forse mandando in parlamento quattro donne che si consegue il progresso?”

Donini: ”Al contrario di quanto si pensa in Occidente, l’Islam è profondamente democratico, ma è anche profondamente restio ad occuparsi di politica (…) Più che affermare che al mondo islamico questa materia “sfugge” affermerei “non interessa”. All’Islam interessa una sola categoria: praticare l’Islam. Come sappiamo, l’Islam non è solo fede religiosa. La fine delle ideologie occidentali ha dato una rilevanza inedita ai fattori etnico-religiosi”.

l’Ussita