SECEDERE DALLA NATO. QUALI ALTRI BILANCI NANIZZARE

Nessun paese europeo imboccherà la strada dello svecchiamento politico avanzato, né l’Europa si unirà per tornare grande – moralmente più alta delle tre superpotenze – se non si porrà fine alla dipendenza dagli Stati Uniti, camuffata da alleanza. La coalizione atlantica non è più necessaria: è l’infausto portato di una Guerra Fredda illanguidita trent’anni fa alla caduta del Muro, poi liquidata dalla morte del comunismo e dell’impero sovietico. L’Europa dovrà dichiararsi equidistante rispetto alle superpotenze, stipulare trattati di neutralità e di stretta amicizia con Mosca, Pechino e Washington.

Non sarà tanto per tornare sovrani, liberi di un nostro destino che potrà non essere più quello del liberismo e della democrazia parlamentare, che dovremo emanciparci dagli USA. Sarà per ridurre al minimo assoluto le spese militari, riduzione che l’atlantismo vieta, anzi tenta grottescamente di addossare al Vecchio Continente i sovracosti del bellicismo USA, confermato fallimentare a partire dalla guerra di Corea.
Di fatto gli ipotetici nemici dell’Europa unita saranno poco temibili: per parare le loro minacce basteranno gli arsenali attuali, senza un singolo cacciabombardiere o sommergibile d’attacco in più. Le società europee saranno costrette a nanizzare i bilanci militari: sempre più la concorrenza dei paesi neo-industriali imporrà di rinunciare alla difesa, alla diplomazia, al prestigio nazionale e istituzionale, all’esportazione di messaggi e di modelli, ad altre attività e velleità del tempo passato.
La priorità schiacciante andrà al Welfare di base, a garantire un minimo di pane e di sanità a tutti, all’occorrenza comprimendo le libertà e i diritti. Perché le attività economiche non si spengano, sopraffatte dai vantaggi competitivi altrui, le mani pubbliche dovranno sopperire, sostenere, soccorrere. Le mani pubbliche saranno chiamate ad assegnare a grandi masse piccoli redditi alimentari, anche in assenza di salari e di stipendi. Venendo meno i mercati, indebolendosi le attività produttive e di ricerca delle imprese, solo il denaro del contribuente assicurerà, a livelli modesti, la sopravvivenza, la salute e pochi altri bisogni fondamentali. Nelle società molto avanzate la crescità sarà sempre più lenta, fino ad annullarsi di fronte alla decrescita.

Le risorse per fare tutto ciò che un tempo faceva il mercato non verranno ai governi da incrementi del prelievo fiscale, prelievo non aggravabile in condizioni normali, bensì dai tagli alla spesa pubblica non tassativa: la difesa, la diplomazia tradizionale (quasi sempre inutile nell’era della comunicazione istantanea), il prestigio. L’obbligatorio fasto delle grandi istituzioni diverrà un ricordo del passato. Le residenze monumentali – il caso limite sarà il Quirinale – andranno vendute sul mercato, perché producano introiti invece che costi. Non sarà alcun dramma se statisti e ministri viaggeranno in classe turistica. Il dramma verrà dall’esplodere della disoccupazione per la chiusura p.es. delle industrie delle armi e delle forniture militari; tutti gli esuberi dovranno ricevere (modesti) sussidi di sopravvivenza, e i costi si faranno mostruosi.

Affrancarsi da Washington, dunque, perchè i governi europei possano ridurre anche di nove decimi i bilanci militari e gli altri stanziamenti non essenziali. Nella prospettiva di non pochi anni, la modernizzazione degli apparati bellici va cancellata fino all’ipotetico emergere di situazioni pericolose. Gli armamenti attuali sono adeguati ad ogni minaccia prevedibile: il presente potenziale militare dell’assieme dei paesi europei raggiunge già la capacità di ‘overkill’.
Esso potenziale andrà automaticamente rafforzandosi a costo zero, man mano che nascerà l’apparato comune europeo di difesa, liberato dagli oneri atlantici e capace di realizzare economie di scala.

Ciò premesso, nulla sarà meno accettabile che svenare gli europei per mantenere in ambiti non militari i palazzi, i cerimoniali e i personali onde perpetuare le pratiche ereditate dal passato. Non ha più giustificazione p.es. la rete di ambasciate e di altri organismi di rappresentanza all’interno dell’Unione Europea. Va sostituita da semplici meccanismi di collegamento tra burocrazie. Risulterà oscena l’attuale competizione tra sedi diplomatiche per occasioni mondane insulse come le ricorrenze di feste nazionali, le visite di stato, gli offensivi genetliaci di regine e di presidenti, le feste e i balli in onore di sportivi e di creatori di moda. Dovranno scendere fortemente anche i costi diplomatici all’esterno dell’Unione europea, nonché quelli richiesti da una vasta congerie di organismi multilaterali, più spesso che no quasi inutili.

In un quadro di inarrestabile espansione delle funzioni pubbliche irrinunciabili, gli Stati che non sapranno trovare nuove risorse miliardarie non avranno scelta. Dovranno tagliare spietatamente la spesa, cominciando da quella inutile e dannosa: le armi, gli eserciti, la diplomazia, il prestigio, i costi della politica e delle istituzioni, più i programmi senza numero di cui non si potranno provare i benefici contabili a breve. Dovranno diventare passibili di impeachment quei capi di Stato e di governo, più i massimi responsabili dell’Esecutivo, che ometteranno gli atti necessari alla cancellazione delle spese non indispensabili. Dovranno espiare in modi diversi dalla deposizione coloro che, sfuggiti all’impeachment durante le loro cariche, saranno riconosciuti colpevoli dei comportamenti dichiarati illegali. Per esempio, in Italia dovranno rispondere di omissione di atti dovuti, nonché di grave danno erariale, gli ex-presidenti della repubblica che non si sono opposti a risiedere nel Quirinale e che non hanno agito per abbassare il fasto e i costi delle loro corti. Dovranno rispondere civilmente dei danni erariali anche gli eredi degli ex-primi cittadini. Ai livelli più alti, non combattere gli sprechi dovrà divenire reato, da perseguire penalmente.

Antonio Massimo Calderazzi

SARA’ INTERMINABILE IL CREPUSCOLO DEGLI DEI GERMANICI?

Nell’aprile del 1990 mi fu chiesto, in un luogo dell’Ontario confinante coll’Upstate dello stato del New York (Ontario dove la gente è poco sensibile ai problemi degli altri continenti) come vivevamo in Europa l’evento della riunificazione tedesca, dell’annessione a Bonn dell’Est comunista: “Non potrebbe succedere di tutto?  Un Reich tornato egemone non tenterebbe almeno di riprendersi la Slesia, Danzica, il Sudetenland?”.  Risposi in termini vaghi.  Non mi aspettavo questa premonizione di destino in uno dei contesti meno nevrotici del pianeta. Poche settimane dopo provai a dare una risposta più riflettuta in una nota per “Prudentialetter”, trimestrale di una grande compagnia d’assicurazione; titolo “Grande Germania: quale Germania?”.

Al momento che accadde la riunificazione, ultimo tornante della storia tedesca, poté far sorgere attese magari ossessive in chi meditasse sui drammi del secolo aperto dalla funesta conferenza di Versailles.
Già allora il veterano di fanteria Adolf Hitler prese a caricarsi d’odio e di satanica creatività.  Nel Primo conflitto mondiale la Germania non fu più sanguinaria delle altre potenze (compresa l’Italia di Cadorna). Nei due secoli che precedettero la Grande Guerra la stirpe tedesca, divisa in una moltitudine di stati, aveva goduto di una reputazione che risaliva a Tacito, secondo il quale niente sorpassava l’eticità dei Germani. ‘Probo come un prussiano’ si usava dire nel secolo XVIII: ma anche ‘probo come un sassone, come un renano, come un turingio’. Le ferocie dell’esercito del Kaiser in Belgio e in altri paesi occupati furono soprattutto un’invenzione della propaganda alleata. Le crudeltà del tempo di Hitler non saranno mai più cancellate, e certo coinvolsero troppi tedeschi.  Ma nel 1945 l’umanità fece bene a non marchiare per sempre la razza di Arminio e di Lutero. L’umanità sapeva di tante altre crudeltà dei millenni, tra le ultime quelle di Stalin, del terrorismo, delle pulizie etniche, degli scannamenti tribali, delle foibe, dei crimini partigiani. Persino del Vincitore Buono, Dwight Eisenhower, sappiamo che in ultimo trattò senza pietà i prigionieri tedeschi.

Oggi che la Germania ha pienamente espiato, siamo certi che l’appartenenza all’Unione europea protegggerrà i Laender tedeschi da tentazioni demoniache. Ma il pericolo è che questa Germania dei trionfi materiali e dei sopravventi gestionali venda la primogenitura che le spetta. Essa è la nazione che dovrà condurre l’Europa a divenire pari agli imperi statunitense, cinese e russo, e rispetto ad essi assai più nobile.
Tra i popoli d’Europa quello germanico si affermò primo, abbattendo l’impero di Roma, poi assumendone l’eredità. La sua leadership finì presto, con la fine del Medio Evo: altre nazioni, più immeritevoli, si divisero il mondo moderno. Eppure dalla sfera germanica sono venuti a favore del mondo alcuni dei massimi impulsi, dalla Riforma al grande pensiero filosofico, ai messaggi vertiginosi della musica.  La componente germanica ha più volte guidato il moto della civiltà umana, persino attraverso i ‘cattivi’ come Nietzsche o come Ernst Junger, quest’ultimo uno dei più odiati tra i pensatori moderni in quanto eroe e cantore della guerra, oltre che dell’anelito verso una forma superiore dello spirito. Se tutto ciò sembrò annunciare il nazionalsocialismo, si ricordi che Junger rifiutò le profferte di Hitler con tanta durezza che, a quanto si dice, Goebbels e Himmler chiesero contro di lui l’ergastolo.  Il Führer non permise, e fu il solo privilegio assegnato dal nazismo a questo aristocratico profeta di una Morte dionisiaca.

Divenuta più ricca e più ragionevole, oggi la Germania  sembra non emettere luce nuova, quasi sia un pianeta invecchiato. Appare aver dimenticato la veemenza ideale del passato.  Crea più eccellenze materiali che idee.  Ciò poteva ancora andare per le istanze non smisurate della Repubblica di Bonn.  Ma oggi il  paese di Wagner e di Hölderlin è sfidato a una missione  -fare dell’Europa il Sacro Romano Impero del terzo millennio- che non ha confronti coi compiti di altre nazioni, per possenti che siano o siano state. E’ possibile uno sprigionarsi di genio germanico che ringiovanisca e migliori il Vecchio Continente, dunque il mondo.
La resurrezione dell’energia tedesca, nel dopoguerra, fu miracolosa.
Lo scatto con cui la Bundesrepublik si prese la Germania orientale fu felino: si predicava gradualità, invece Bonn volle tutto e subito, senza esitare di fronte al costo. La parità tra i due marchi attestò non solo riflessi fulminei, anche ‘classe’, ossia accettazione degli obblighi della grandezza.
Il Sacro romano imperatore (tedesco) non era il capo di uno Stato materialmente onnipossente, era un principe che aveva più dignità e più doveri degli altri prìncipi.  La DDR andava recuperata a qualunque prezzo: qui nacquero i più grandi del passato, compreso Lutero.

Mille volte meglio se quel poco di valido che resta dell’esperienza comunista dei Laender orientali -Brandeburgo, Mecklenburgo con Schwerin, Sassonia, Turingia- aiuterà i tedeschi tutti a resistere all’omologazione capitalista e iperconsumista del numinoso paese  di Goethe e di Schiller.
Sarà un antivirus assoluto contro la degenerazione che sta uccidendo la troppo breve grandezza degli Stati Uniti. L’Ovest della Germania rischiò di americanizzarsi nel profondo, ma il Geist tedesco è sereno e immortale: vivificherà l’Europa rifatta Sacro Romano Impero.

Antonio Massimo Calderazzi

AGGRAVO’ LE STRAGI DEGLI ARMENI IL TERRORISMO DELLA MINORANZA GUERRIGLIERA

Si usa datare il genocidio turco all’ultimo decennio del secolo XIX, e si fanno ascendere le vittime a cifre gigantesche, anche oltre un milione di morti. Eppure pochi anni prima il popolo armeno non accennava a desiderare l’indipendenza, nemmeno durante il regno sanguinario del sultano Abdul Hamid.  A contrastare la colpevolizzazione esclusiva dei dominatori turchi valgano un paio di capitoli dell’opera “The diplomacy of imperialism” di William L. Langer, storico di Harvard, pubblicata nel 1935 dall’editore Alfred A. Knopf.  Ne volle la traduzione italiana, nel 1942, l’illustre Federico Chabod, nella collana che dirigeva per il milanese ISPI (Istituto italiano per gli studi di politica internazionale), dove chi scrive fu in passato vice responsabile delle ricerche.

Avverte Langer nella sua Prefazione: ” Poche questioni di  storia recente vengono male interpretate quanto quella dei cosiddetti (sic) massacri degli armeni. Servendomi del materiale armeno, ritengo di essere riuscito a dare, per la prima volta al mondo, un resoconto obiettivo del movimento  rivoluzionario armeno”.  La ricostruzione di Langer muove “dai famosi massacri avvenuti a Sassun nell’autunno del 1894 (…) Può darsi che la popolazione armena nei domini del Sultano raggiungesse all’epoca circa un milione di persone, persino un milione e mezzo.  In nessun vilayet (provincia) della Turchia gli armeni costituivano la maggioranza, nemmeno nelle sei provincie chiamate comunemente Armenia (…) I curdi, musulmani che disprezzavano i cristiani, si sentivano in diritto di sfruttare gli armeni cui erano mescolati. Di norma gli armeni non tentavano nemmeno di reagire. I viaggiatori che visitavano le loro zone erano impressionati dalla loro remissività, addirittura servilità. Tuttavia la pace era precaria, troppo spesso punteggiata da saccheggi e massacri. Così era stato nei secoli. Il governo turco era impotente: per pacificare il paese sarebbe occorso un grande esercito. Date le circostanze la Sublime Porta si accordava come meglio poteva coi potenti capi curdi.  Dal punto di vista dello sviluppo politico nazionale, le grosse colonie armene di Costantinopoli e di altre città occidentali contavano assai più delle travagliate comunità contadine che vivevano nelle montagne dell’Anatolia orientale; una buona metà degli armeni di Turchia viveva fuori dei vilayet.

Ma tra gli armeni, come tra vari popoli dei Balcani, si era verificata nell’Ottocento una rinascita culturale, ” Il movimento era solo un aspetto dell’influenza europea in Turchia.  Come altri popoli in arretrato, gli armeni furono presi da una vera mania dell’istruzione. Nel 1866 vi erano nella sola capitale del’impero 46 scuole armene. I giovani che potevano andavano a completare gli studi all’estero, a Parigi specialmente, e tornavano imbevuti di socialismo e di indipendenza. Tuttavia non vi era ancora l’idea di staccarsi dall’impero. Si poteva dire che i turchi riponessero una fiducia quasi illimitata negli armeni. Il fermento nazionalista non si era propagato alle provincie. Nel 1857 l’abate del monastero Varak a Van, Khrimian Hairig, iniziò a pubblicare un primo giornale armeno. Ma i suoi sforzi non furono affatto apprezzati dagli armeni della capitale. Sembra che alcuni assoldarono un curdo per tentare di assassinare l’indesiderato agitatore; che invece divenne il capo di tutta la comunità religiosa armena”.

Ancora il luminare di Harvard: “L’assieme delle riforme invocate al Sultano, e poco o niente realizzate, non soddisfaceva i nazionalisti. Del resto la loro compagine non era unita. Il suo capo, Nazarbek, fu espulso, accusato di spendere troppo per la promozione del socialismo, nonchè di esaltare  imprese irredentistiche di scarsa importanza.  Fu cancellato quanto di socialismo era nel programma nazionalista armeno. Cominciò ad agire una Federazione sostanzialmente terroristica (Dashnagtzoution), un cui manifesto proclamò: ‘Non deporremo le armi. Abbiamo una guerra santa da combattere. Siamo rivoluzionari e questa è la nostra ultima parola’.  Verso la metà di giugno del 1896 a Van i nazionalisti armeni uccisero molti curdi, col solito risultato di un massacro  nella popolazione innocente.  Risposta dei guerriglieri:  “Coloro che muoiono sono martiri della Patria”. L’incaricato d’affari britannico descrisse  come criminali i partigiani armeni. Le rappresaglie non tardarono. Solo nella capitale 5 o 6 mila armeni persero la vita”. Per Langer, ” Continuando la condotta  idiota e criminale dei rivoluzionari era improbabile che i torbidi cessassero; non vi era piano di riforme che soddisfacesse gli indipendentisti.  Si erano concentrati in gran numero in Persia, non lontano dalla frontiera turca, e compivano ogni sforzo per fomentare un rivolta antiturca, ciò per provocare un nuovo spargimento di sangue armeno. Un console britannico che visitò il campo persiano riferì di circa 1500 miliziani armeni che vivevano lì a spalle dei locali. Affermò che quanto meno i capi delle bande erano sconsiderati e irresponsabili.  I rivoluzionari, così facili a sacrificare gli altri, semplicemente approfittavano  dell’attenzione alla questione armena delle nazioni cristiane. Peraltro queste ultime si astenevano dall’intervenire:  ogni volta che lo avevano fatto, i massacri o le rappresaglie turche si aggravavano.  A poco a poco gli stessi ribelli dovettero rendersi conto che l’Europa ne aveva abbastanza di loro. Della questione armena si parlò sempre meno. Alla fine del 1897 la burrasca appariva quietata”.  Invece l’indipendentismo violento continuò finché l’avvento al potere in Turchia dei Giovani Turchi portò alla rappresaglia estrema. La popolazione civile pagò con un numero altissimo di morti per i crimini della minoranza partigiana. La diaspora armena si ingrossò: chi potè si mise in salvo in Europa o negli Stati Uniti”.

Ricapitolando, con parole nostre: i massacri si aggravarono nel 1905, opera soprattutto dei curdi al servizio dei turchi. Proseguirono nel 1909 in Cilicia
ad Adana e nel nord della Siria. Fu stimato un milione di morti solo tra l’estate 1915 e il gennaio 1922. Risalta allora la verità del giudizio del luminare di Harvard, riferito all’inizio di queste righe: i turchi furono implacabili e feroci con gli armeni, ma è certo che turbe di uomini, donne, vecchi e bambini scontarono con la vita la militanza ‘patriottica’ dei partigiani. Più o meno come a Marzabotto, e come a Oradour.

Antonio Massimo Calderazzi

SCHLESINGER Jr: RIMPIANTO PER I DUE GRACCHI D’AMERICA

Non ci è dato sapere se una certa perla di saggezza attribuita al presidente Kennedy fu farina del suo sacco, o non piuttosto del sacco di una sua eminenza grigia, magari lo stesso Schlesinger.
Ecco la perla: “Prima che la mia presidenza finisca, dovremo fare altre prove per assodare se una nazione governata come la nostra potrà durare.
Il risultato non è affatto sicuro”.
Avesse pensato sempre così, l’uomo della Nuova Frontiera sarebbe considerato un vero statista, laddove molti dubitano.

Sappiamo per certo che Arthur M.Schlesinger Jr., figlio dell’omonimo illustre storico di Harvard e lui stesso, il figlio, accademico di primo piano a Harvard, due volte vincitore del premio Pulitzer, fu alto consigliere del presidente Kennedy, virtualmente un suo ministro.
Purtroppo non riuscì a dissuadere il Principe dal far partire l’impresa americana nel Vietnam. Per Schlesinger fu l’impresa più sbagliata e turpe in assoluto: ma prevalse l’ostinazione bellicista del neoeletto condottiero della Nuova Frontiera. Il presidente uscente Eisenhower, che di guerra si intendeva più del sottotenente di corvetta Kennedy, aveva tentato invano di sconsigliare l’avventura indocinese.

Nei giorni in cui il presidente Trump appare aver fermato, almeno provvisoriamente, quei capi del Pentagono che volevano dare una tremenda lezione militare all’Iran, e in ciò fare sembra ripudiare i propositi di totale egemonia sul pianeta, risulta profetica la visione anti-imperialista avanzata da Schlesinger nel libro “The crisis of confidence: ideas, power and violence in America” (1967).
Scrisse: “Sembra che ormai gli eventi sfuggano al nostro controllo. Non possiamo più difenderci dal corso ineluttabile della storia. Nell’ultimo quarantennio abbiamo dovuto affrontare la peggiore Depressione, la peggiore guerra mondiale e la più rovinosa guerra limitata. Eppure fino a poco tempo fa siamo sempre stati convinti di poter fronteggiare con la nostra leadership e con le nostre risorse -morali e psicologiche oltre che economiche- qualsiasi sfida. Ne siamo altrettanto sicuri oggi?
Il fatto che mezzo milione di americani, più un milione di alleati, più una tecnologia bellica smisurata, non siano riusciti a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri in pigiama nero, ha scosso la nostra fiducia nella potenza dell’America; e le immense devastazioni che abbiamo compiuto hanno scosso la fiducia che avevamo nella nostra rettitudine (…)
E’ arrivato il momento di ripensare le istituzioni e i valori del nostro paese”.

” La guerra nel Vietnam ha indotto il nostro governo a seguire una linea di insensata, spaventosa distruzione. E’ stato proprio il fallimento nel Vietnam a revocare in dubbio tutta la nostra politica estera (…) Il peso totale delle bombe sganciate sui due Vietnam è stato di 2.948.057 tonnellate.
Il peso totale delle bombe sganciate nella Seconda guerra mondiale, in Europa come nel Pacifico, è stato 2.057.244 tonnellate.
Il 31 marzo 1967 un discorso del presidente Johnson annunciò il fallimento della nostra escalation. Se avesse tenuto quel discorso un anno prima, molti americani e molti vietnamiti sarebbero ancora in vita.
Come ebbe a dire Kennedy nel 1961, ‘dobbiamo accettare il fatto che gli USA non sono né onnipotenti né onniscienti, che siamo solo il 6% della popolazione mondiale, che non possiamo riparare ogni torto e sanare ogni calamità’.
Invece il successore di Kennedy ripristinò il dullesismo e si gettò a capofitto nella politica dell’overkill”.

Solo riducendo la nostra presenza militare nel pianeta, affermò Schlesinger, e solo cominciando a dare prova di ragionevolezza, potremo restaurare la nostra influenza nel mondo. La politica di impegno totale su scala planetaria è incompatibile con ogni prospettiva di ricostruzione sociale in patria. In futuro il mondo terrà conto dell’America non tanto per la nostra forza militare, quanto per la capacità di sanare le nostre fratture sociali, prima di tutto fratture tra tra ricchi e poveri, tra bianchi e non bianchi, poi tra vecchi e giovani e tra esperti e non scolarizzati. Il nostro paese è in uno stato di incipiente disgregazione. La struttura della società è sottoposta a gravi tensioni. I privilegiati sono divenuti gli antesignani del rinnovamento, mentre i bianchi sottoprivilegiati difendono accanitamente lo status quo (e, diciamo noi, votano per Trump). Il nostro paese è in uno stato di iniziale disgregazione.

Il rimedio additato dal Nostro: superare la Vecchia Politica.
Se i grandi partiti non cominceranno a fare ciò che non hanno mai fatto -coinvolgere veramente l’uomo della strada- dovremo aspettarci un balzo in avanti della Nuova Destra e della Nuova Sinistra: in apparenza nemiche acerrime, in realtà unite nella volontà di abolire le istituzioni che hanno il ruolo di conciliare le tensioni della nostra società.

Quasi tutte le valutazioni e le enunciazioni dell’intellettuale Schlesinger sono state confermate dal mezzo secolo che è passato dal suo libro, scritto “in memoria di Robert Francis Kennedy”. Ciò che non è stato convalidato è la sua speranza che una conversione al realismo e all’etica della classe dirigente sapesse rigenerare l’America. Che in particolare sapessero rigenerarla gli imperativi/slogan della Nuova Frontiera e poi, caduto John Kennedy a Dallas, gli slanci idealizzanti del fratello Robert, fatto martire dalla propria incapacità di convincere l’uomo della strada.
L’uomo della strada non poteva condividere le posizioni ìperprogressiste del fratello del Presidente: anch’egli destinato ad essere assassinato, come i due patrizi romani tribuni della plebe, Sempronio e Gaio Gracco.
(Accertato che la guerra civile lo condannava a morire, Gaio si fece uccidere dal suo schiavo).

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO SORGERA’ IL PAPA DEMOLITORE PER AMORE CHE BERGOGLIO NON E’

Gioacchino da Fiora fu il solo profeta della storia italiana, e le sue profezie non furono facili da decifrare. Rinascesse oggi, come potrebbe tacere sul destino, così scuro, della fede e della società cristiane? Azzardo ciò che dirà quando rinascerà, dopo otto secoli.

Dirà che, proprio a causa delle novità scompigliatrici dei tempi moderni, il potenziale d’azione del massimo capo religioso è aumentato, invece di scemare a causa della scristianizzazione. Oggi nè la politica, nè il pensiero laico sono capaci di generare novità grosse. Il Papa sì, alla pari con un ipotetico grande leader di altre fedi. Sia il Papa, sia tale leader saprebbero coinvolgere e condurre le società intere. J.M. Bergoglio era apparso il papa rigeneratore. Ora sappiamo che non lo è. Al meglio, è incatenato a una tradizione infausta, come Prometeo a una roccia del Caucaso.

Per essere creduto, un papa rigeneratore non dovrà assomigliare ad alcun altro pontefice, anzi non dovrà temere di apparire un apostata. Smetterà di canonizzare frotte di nuovi santi e tacerà rispettosamente sui troppi che già esistono, e vegetano nell’irrilevanza. Accantonerà largamente il passato magistero della Chiesa, tanto spesso immeritevole d’essere né Mater né Magistra. Cancellerà i precetti menzogneri, per primo quello contro il controllo delle nascite (la Provvidenza provvede sempre meno; la sovrapopolazione infierisce sempre più). Cancellerà i dettami perfettamente illogici, e risibili, quali il divieto del sacerdozio alle donne. Negherà ogni rispetto a tradizioni assassine, tipo il patriottismo che per millenni ha costretto a morire e a uccidere per il feticcio della Nazione o per quello ancora più mostruoso dell’obbedienza al re, anzi ai governanti.

Soprattutto il Papa demolitore e ricostruttore, amputatore delle cancrene e delle ossificazioni, agirà sulle realtà quotidiane, se perpetuano il male invece di combatterlo. Per dare un esempio capace di traumatizzare, per dare vera testimonianza al suo ideale. Egli abbandonerà Roma e, con una Curia ristretta all’indispensabile, metterà la sua sede in un monastero. Al miglior offerente venderà il Vaticano e i tesori artistici della Chiesa a favore dei miseri del pianeta. Additerà al disprezzo generale quei capi di stato -cominciando dal nostro, dimorante nella reggia voluta dai papi atei del Rinascimento, dai sovrani sabaudi e dai vituperevoli trionfatori della guerra civile – che non faranno la stessa scelta. Il Papa giustiziere abolirà i cardinali e quei vescovi che si faranno chiamare eccellenza: se vorranno rifarsi agli Apostoli e a Cristo, non dovranno assomigliare agli alti prelati del passato. Il Papa profetico indebolirà fortemente il culto di Maria e di quei Santi che non siano stati eroi autentici della carità.

Queste e molte altre rotture ammonteranno finalmente ad una rivoluzione rigeneratrice, unica nell’Occidente dopo quella sciagurata del 1917. Il mondo ne sarà impressionato al punto da riconoscere al Papa della profezia il ruolo di solo innovatore del pianeta. Le nuove realtà da lui generate risulteranno così ardite da rompere l’immobilismo seguito al trionfo del capitalismo, del consumismo, dell’edonismo; i quali tutti hanno dato al denaro la vittoria sui sentimenti e sugli ideali. In quanto conosciuto da tutti gli uomini, un Papa assolutamente diverso sarà accettato come guida e maestro da grandi masse: oltre che di cattolici, di uomini di altre confessioni cristiane e di quei non-credenti che aspirano alla liberazione dal materialismo triviale. La volontà e la forza di innovare drasticamente sono talmente rare che non saranno molti coloro che rifiuteranno un mondo migliore. Nessun capo di imperi sarà pari a Lui se farà le cose grandi, se si sarà rivelato come riformatore più coraggioso di Martin Lutero.

Inevitabilmente, questo papa mai comparso prima agirà innanzitutto sugli italiani per distoglierli dal paganesimo consumista. Con la credibilità di chi avrà abbandonato i palazzi del Vaticano e messo la Chiesa su un cammino opposto a una tradizione morente, egli proporrà agli italiani d’essere l’avanguardia di un mondo conquistato a ideali più alti. Farà vedere agli italiani che loro spetta il primato di avere nei millenni inventato tante novità, anche cattive: dall’impero romano al Rinascimento, all’opera lirica, persino al fascismo, per qualche lustro imitato in mezza Europa e altrove. Il papa della tempesta creatrice proporrà agli italiani d’essere come i beduini e i cammellieri di Maometto, i quali improvvisamente costruirono l’Islam e un impero che andava da al-Andalus all’Asia più remota. Il papa della profezia di Gioacchino da Fiora convincerà gli italiani a tornare primi, come furono a lungo. A sbarazzarsi dell’impostura demoplutocratica, dominata da valori ripugnanti. A guarire dalla lebbra del consumismo. A detestare l’adorazione del troppo benessere e ad arrossire delle sue porcine delizie. A rifiutarsi a tutte le promesse ingannevoli, quali la perennità della crescita.

Persino il lavoro dovrà smettere d’essere un imperativo categorico. Un paese sovrapopolato non conseguirà più il pieno impiego: oltre all’immigrazione delle masse fameliche ci sono le avanzate tecnologiche a fare impossibile il lavoro per tutti: si lavorerà quando possibile. Ma la sopravvivenza delle famiglie più umili e il soccorso al mondo dei miseri dovranno assicurarli la redistribuzione dei redditi e l’arretramento del benessere. Le realtà inferiori quali il lusso, la moda e gli sport corruttori andranno mortificate. Per queste ed altre novità ardue, molti odieranno il Papa che insegnerà e agirà da un monastero di campagna. Ma l’odio vorrà dire che Egli non sarà stato inutile come quasi tutti i suoi predecessori.

A.M. Calderazzi

LUNGA VITA AL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

Un problema di economia ne richiama altri, concettualmente prossimi o lontani. Una misura di politica economica non può essere pensata – e ancor meno applicata – senza tenere conto dei molteplici effetti che avrà sulla realtà sulla quale vuole incidere.

Nel mondo dei fenomeni economici nessun evento è isolato; lo stesso identico fenomeno ha valenze,peso, conseguenze diverse da Paese a Paese e richiede quindi una speciale attenzione e decisioni ad hoc. In modo un po’ semplicistico, ma realistico, non è sbagliato assimilare il sistema economico al corpo umano. Per guarirlo se è malato, e per prevenire l’insorgere delle malattie se è sano, non possiamo contare su rimedi validi per ogni situazione.

La medicina per il singolo e la politica economica per la collettività, non sono scienze ma arti, che si servono di varie scienze per poter bene operare, adattando a ciascun caso il rimedio appropriato. Queste considerazioni valgono anche per la questione del debito pubblico, e può essere utile fornirne alcuni esempi.

I titoli del debito pubblico di un Paese povero – dove quindi la capacità di risparmio è modesta o quasi inesistente – per poter essere venduti a risparmiatori situati al di fuori dei suoi confini, vengono emessi in una valuta straniera e a tassi piuttosto elevati per compensare il rischio derivante dalla possibilità che il Paese non riesca ad onorare gli impegni assunti all’atto dell’emissione dei titoli. Ne discende che, per pagare gli interessi pattuiti e rimborsare il debito alla scadenza, ciascuno di questi Paesi dovrà procurarsi la valuta straniera necessaria a far fronte ai propri impegni, e potrà farlo soltanto in due modi: con le esportazioni e/o con la vendita a stranieri di beni dei quali il Paese sia proprietario all’interno o all’esterno dei propri confini; di conseguenza il debito pubblico dei Paesi poveri è a tutti gli effetti debito estero.

Un caso opposto è quello del Giappone, detentore del debito pubblico più alto del mondo in termini pro-capite: 92 mila dollari (2016), pari a circa 83 mila euro; eppure il fatto di detenere questo record non è una ragione di allarme. I titoli del debito pubblico giapponese infatti sono emessi nella valuta locale (yen), hanno tassi di rendimento piuttosto bassi, sono interamente o quasi sottoscritti da cittadini giapponesi i quali hanno una capacità di risparmio elevata e sono motivati a questo comportamento perché consapevoli di operare a beneficio della collettività della quale fanno parte.

L’enorme debito pubblico degli Stati Uniti d’America ammonta a 62 mila dollari pro-capite e i titoli che lo rappresentano non potrebbero essere assorbiti dai residenti a causa della inadeguata capacità di risparmio delle famiglie americane. I Treasury Bond, in $ USA, vengono quindi venduti soprattutto ad acquirenti esteri. Si può osservare che gli Stati Uniti sarebbero l’unico Paese al mondo ad avere un’alternativa valida al debito pubblico: stampare moneta. Il manuale di economia però afferma categoricamente che ciò provocherebbe inflazione, ma questa presa di posizione meccanica e apodittica è fuorviante; la risposta “giusta”anche in questo caso – come sempre in economia – è DIPENDE.

I titoli del debito pubblico di ciascuno dei Paese dell’Unione europea che abbia adottato l’euro come moneta nazionale sono di solito emessi nella valuta comune. La Germania ha un debito pubblico pro-capite di 25 mila euro, la Francia di 34 mila e l’Italia di 37 mila: come si vede i divari in proposito non sono poi così abissali. L’emissione di titoli del debito pubblico di ogni Paese euro deve sottostare a regole note come “parametri di Maastricht” le quali fissano soglie che non devono essere superate. Non è questo il luogo per muovere qui una critica alla natura di questi parametri – istituiti nel 1992 e divenuti operativi l’anno dopo – se non per dire in termini generali che sono soprattutto fondati su equivoci, errori e rapporti di forza ineguali tra i firmatari del documento che li ha istituiti.

Basti dire, a titolo di esempio, che uno di questi parametri gravati da errore esprime in termini percentuali la correlazione che dovrebbe esserci tra l’ammontare del debito pubblico di un Paese e il valore monetario del suo Prodotti Interno Lordo (PIL); questo valore non dovrebbe superare la soglia stabilita per questo parametro.

L’errore sta nell’aver messo in correlazione due entità eterogenee, l’una FONDO (debito pubblico totale) e l’altra FLUSSO (PIL di un certo anno) che non possono in alcun modo essere reciprocamente correlate perché appartenenti a due sfere concettualmente e metodologicamente differenti.

Il DEBITO PUBBLICO del Paese nel suo insieme (il cui ammontare è calcolabile in un qualsiasi preciso momento) può essere posto in relazione soltanto con l’entità ad esso omogenea e cioè la RICCHEZZA della popolazione del Paese (che pure può essere calcolata in un momento preciso), ma non con il REDDITO nazionale (o PIL) che non può essere calcolato in un preciso momento dato che il calcolo, per la natura FLUSSO di questa entità, richiede di essere fatto su un arco temporale, che di solito è l’anno. A scanso di equivoci è bene precisare che la RICCHEZZA (sinonimo di patrimonio o di capitale) privata delle famiglie italiane, è composta da beni immobili (edifici e terreni), beni mobiliari (azioni e obbligazioni italiane ed estere),opere d’arte, gioielli, denaro contante, beni capitali o strumentali (per produrre beni o servizi destinati alla vendita), beni durevoli di consumo(mezzi di trasporto per uso privato, elettrodomestici, attrezzature per uso personale o familiare).

L’entità FLUSSO rappresentata dal PIL – che non può essere posta in correlazione con l’entità FONDO costituita dall’ammontare totale del debito – deve essere invece correlata ad un altro concetto FLUSSO: il servizio del debito (debt service). Questo è costituito dalla somma degli interessi pagati in un certo anno su tutti i titoli esistenti in quell’anno, più l’importo del rimborso dei titoli che scadono in quell’anno. L’ammontare del servizio del debito moltiplicato cento e diviso per il PIL, rappresenta il tasso del servizio del debito (debt service ratio),una entità dotata di un suo preciso significato e che soddisfa i criteri metodologici della razionalità economica.

Dopo questa noiosa ma doverosa digressione passiamo a due punti cruciali: le RAGIONI del debito pubblico e la vera NATURA del debito pubblico.

RAGIONI DEL DEBITO PUBBLICO

I Governi, per poter conseguire gli obiettivi che si propongono, dovrebbero contare sulle entrate fiscali. Tuttavia, se il costo delle politiche da attuare è superiore a quello consentito dalle entrate ordinarie, il Governo può decidere di aumentare la pressione fiscale con nuove imposte e/o con aliquote più pesanti delle imposte e tasse in vigore.

Un’alternativa più equa,soddisfacente e consona allo Stato sociale moderno, è il ricorso all’indebitamento.I prestiti necessari all’azione di governo potranno essere ottenuti da istituzioni creditizie esistenti all’interno del Paese, o provenire dall’estero (altri Governi o privati), oppure essere concessi da istituzioni sopranazionali o internazionali. Tuttavia, ove la capacità di risparmio dei cittadini lo consenta, la via più naturale è quella di rivolgersi a loro quali finanziatori del debito pubblico del proprio Paese. Naturalmente la mano pubblica si impegnerà a remunerarli con interessi adeguati (tali da convincerli all’acquisto dei Buoni del Tesoro Poliennali o BTP) garantendo loro nel contempo la restituzione alla data pattuita delle somme prestate.

Questa soluzione è di gran lunga più soddisfacente di quella dell’incremento della pressione fiscale,anche perché mentre l’aumento di imposte e tasse – essendo un atto d’imperio della mano pubblica – costituisce un ordine delle autorità che se trasgredito verrà punito, il ricorso al credito concesso dai residenti allo Stato si fonda invece sulla libera volontà dei cittadini che acquisteranno i BTP o altri titoli del debito pubblico nazionale.

Il ricorso al credito concesso dal singolo cittadino-risparmiatore al Tesoro del proprio Paese, al fine di finanziarne volontariamente il debito pubblico, ha come conseguenza immediata quella di trasformare il risparmio liquido delle famiglie in titoli pubblici che vengono così ad essere parte della ricchezza dei cittadini sottoscrittori. 

NATURA DEL DEBITO PUBBLICO NEL CASO ITALIANO

I BTP e gli altri titoli del debito pubblico acquistati dai cittadini italiani divengono in questo modo parte della loro RICCHEZZA dalla quale deriverà un REDDITO rappresentato dagli interessi maturati ogni anno e regolarmente incassati dai proprietari dei titoli.

Il debito pubblico del Paese assume così il significato e i connotati di una “partita di giro”. Siamo infatti in presenza di una quantità economica che da un lato rappresenta il debito di un’entità astratta dalla durata di vita illimitata – e comunque non prevedibile, come è quella di uno Stato sovrano – mentre dall’altro costituisce una parte della ricchezza della quale gode la famiglia che ne è proprietaria, e che potrà trasmetterne la proprietà agli eredi.

Se questa è – come di fatto è – la inconfutabile realtà, sostenere che sul bambino che nasce oggi grava un debito pubblico creato dai suoi maggiori (genitori, nonni, bisnonni, ecosì via) che egli un giorno sarà costretto a ripagare rimborsandolo (ma a chi?), è un’affermazione priva di senso. Chi ha investito i suoi risparmi nel debito pubblico italiano lo ha fatto soprattutto perché questo investimento genera un reddito. La certezza che il debito del Tesoro verrà onorato con il rimborso alla scadenza ne è ovviamente un presupposto essenziale. Questo presupposto ha sempre trovato riscontro nella realtà italiana da quando (1861) esiste lo Stato unitario, lo stesso non si può dire per la Germania. Per la maggior parte dei detentori di titoli pubblici italiani al rimborso ottenuto seguirà l’acquisto di nuovi titoli emessi nel frattempo dalla mano pubblica.

Due terzi del debito pubblico nazionale sono oggi nelle mani di istituzioni e famiglie italiane, che ne possedevano la quasi totalità prima della liberalizzazione del movimento dei capitali iniziata a metà degli anni Ottanta. In compenso (a riprova della nostra eccezionale sebbene declinante capacità di risparmio) è bene sottolineare che una quota del debito pubblico di altri Paesi (quali Stati Uniti, Germania, Francia, Svezia, ecc.) è stata acquistata da italiani e fa parte del patrimonio delle famiglie italiane.

Il debito pubblico italiano non può quindi in alcun modo essere visto come un disastro nazionale al quale rimediare a costo di qualsiasi sacrificio. Sicuramente si dovrà operare per eliminarne i numerosi sprechi e per ridurne l’entità, al fine di indirizzare il risparmio nazionale verso impieghi destinati a imprese (per sostenere e ampliare la loro capacità produttiva) e alle famiglie bisognose di credito per acquistare ciò che ne possa migliorare le condizioni di vita.

OSSERVAZIONI IMPORTANTI

Gli interessi derivanti dai titoli posseduti da residenti sono gravati da un’imposta chiamata “cedolare secca” che ammonta al 12,5%. Quindi, il debito pubblico italiano sottoscritto dai residenti permette all’erario un risparmio del 12,5% sulla spesa per interessi. Sia d’esempio il caso del BTP trentennale con scadenza nel 2023 e interesse al 9%. La sua gestione non costa all’erario il 9% annuo, bensì il 7,875% che corrisponde all’interesse netto percepito dal residente in Italia che lo possiede.

L’importo degli interessi pagati ai sottoscrittori italiani non accresce soltanto il loro reddito (di una porzione esente da qualsiasi ulteriore imposta), ma costituisce per il sistema economico nel suo complesso una possibilità di spesa e di risparmio aggiuntivi (rispetto ad altri investimenti di tipo mobiliare) che favorisce il buon andamento dell’economia nazionale.

Al contrario, l’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano da parte di non residenti ha due controindicazioni rilevanti:

1) costringe l’erario a pagare per intero l’interesse stabilito, senza detrarne il 12,5%;

2) rende i corsi dei titoli più soggetti alla mera speculazione, che si esercita attraverso una continua compravendita dei titoli – con interventi massicci delle principali società finanziarie che operano a livello mondiale – allo scopo di alterarne i corsi per ragioni di interesse privato che non possono avvantaggiare il nostro sistema economico.

Per esempio, la massiccia e improvvisa vendita dei titoli pubblici italiani da parte delle istituzioni economiche e finanziarie della R. F. Tedesca – in un momento di accesa speculazione diretta contro il nostro Paese anche per motivi politici, come accadde nell’autunno del 2011 – fece scendere rapidamente i corsi dei nostri titoli. Questa repentina variazione negativa provocò nei piccoli e medi possessori di questi titoli dei timori che si tradussero in vendite che, sommate alle precedenti, causarono un ulteriore abbassamento dei corsi. Chi aveva dato l’avvio a questa manovra poté così fare lauti guadagni ricomprando poi a prezzi più convenienti i titoli che, passata la febbre ribassista, tornarono alle quotazioni precedenti.

Per le suddette ragioni mantenere in mani italiane i titoli del debito pubblico del nostro Paese significa non soltanto contribuire alla stabilità e alla prosperità dell’economia nazionale, ma anche permettere alle famiglie italiane di avere un reddito dai loro risparmi, cosa ormai impossibile con i depositi in conto corrente a causa del cartello bancario, illegale perché viola le norme sulla concorrenza, ma di fatto operante. I clienti vengono indirizzati verso impieghi più profittevoli (per le banche) e così fanno i promotori finanziari sconsigliando i titoli pubblici italiani “che non rendono nulla e sono insicuri”. La falsità di questa affermazione è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare ai fatti concreti. Il rendimento dei titoli pubblici italiani è significativo (come si mostrerà più avanti), la sicurezza è provata dal fatto che negli ultimi 157 anni non è mai venuta meno, a differenza di quanto è avvenuto in Germania, dato che negli ultimi 147 anni è stata smentita dai fatti almeno una volta.  

UNA POSTILLA DALL’ATTUALITA’

Al fine di investire i propri risparmi in modo oculato e redditizio (favorendo nel contempo il nostro sistema economico)sarebbe bene guardare ai CIR (Conti individuali di risparmio) https://financecue.it/i-cir-conti-individuali-di-risparmio/12668/ di probabile imminente creazione ed entrata in vigore.

In attesa che i CIR siano disponibili, osserviamo come possibili destinatari di investimenti redditizi i seguenti BTP, con durate comprese tra i 20 e i 50 anni, e verifichiamo quale è nel dicembre 2018 il rendimento che effettivamente finisce nelle tasche deipossessori di questi titoli senza che vi siano ulteriori conseguenze fiscali:

BTP 1ST2040 5% (-cedolare secca=4,375%) al corso di 118 rende il 3,708%

BTP 1AG2039 5% (-cedolare secca=4,375%) al corso di 119 rende il 3,677%

BTP 1ST2044 4,75% (-cedolare secca=4,156%) al corso di 116 rende il 3,583%

BTP 1FB2037 4% (-cedolare secca=3,5%) al corso di 107 rende il 3,271%

BTP 1MZ2048 3,45% (-cedolare secca=3,01875%) al corso di 96 rende il 3,145%

BTP 1ST2046 3,25% (-cedolare secca=2,84375%) al corso di 94 rende il 3,025%

BTP 1MZ2067 2,8% (-cedolare secca=2,45%) al corso di 83 rende il 2,952%

Guardando con attenzione questi dati ci si dovrebbe chiedere perché mai siano da preferire le alternative di investimento che vengono proposte da banche e promotori finanziari di ogni tipo, dato che alla prova dei fatti queste alternative(azioni, obbligazioni societarie e titoli esteri) si sono rivelate meno redditizie e tutt’altro che esenti da rischi. In proposito varrebbe la pena dileggere con attenzione quanto qui esposto: https://scenarieconomici.it/si-cambi-subito-il-meccanismo-dasta-dei-titoli-pubblici-di-f-dragoni-e-a-m-rinaldi/

Esaminiamo ora con occhio critico alcuni contenuti del supplemento “Plus24” de Il Sole 24 Ore di sabato 8 dicembre 2018. Nell’articolo “Valutare le capacità non (solo) i costi” l’autore Christian Martino scrive: Secondo i calcoli di Aipb Prometeia dal 2010 i clienti privati hanno ottenuto performance medie annue pari all’1,9% contro l’1% delle famiglie servite dal sistema bancario nel suo insieme.

Come si vede si tratta di rendimenti (lordi) notevolmente più modesti di quelli (netti) realizzati investendo nei titoli pubblici italiani sopra citati, operazione semplicissima da eseguire, e che non richiede l’aiuto di terzi, oneroso o gratuito che sia.

In questa situazione confusa ad arte, che favorisce soprattutto gli azzeccagarbugli dalla parlantina suadente, la lingua sciolta, la scrittura convincente, sembra che faccia capolino la ragionevolezza, e che stiano per diventare (o tornare) di moda iBTP nostrani.

Questa tendenza traspare nelle parole (comunque discutibili) di Francesco Paglianisi in: ZONA BUND “La tendenza? E’ restare liquidi” dove si dice che …i player finanziari attendono una brusca frenata della crescita e non escludono più una recessione per il 2019-2020. … Il risultato è un veloce allontanamento dal mercato azionario, un riposizionamento sugli asset obbligazionari e un aumento della liquidità. Non si riesce a stimare quanto durerà questa fase, masi percepisce che ora è importante dare la precedenza a conservare il patrimonio piuttosto che cercare la performance. Il successo del Bund, che è ritornato vicino ai minimi dell’anno, è frutto di questa esigenza. Nessuno ritiene che sia un ottimo affare una remunerazione del Bund a quota 0,25% per dieci anni, soprattutto a pochi giorni dalla fine del Qe, ma i money manager devono scegliere fra il male minore. Chi cavalca la volatilità sta invece lavorando su asset come i bond italiani, dove si rileva un cambio di scenario.I bond italiani hanno metabolizzato uno scenario di predefault, che sul breve non è più attuale. Se cambia lo scenario devono cambiare anche i prezzi. Se lo spread BTp-Bund scenderà sotto i 280 punti base potremmo assistere a un recupero prolungato dei Btp e Cct.

Che cosa si può ricavare dalla lettura di queste righe? Osservare in primo luogo che l’ipotesi di un possibile “fallimento” delle finanze di un Paese come l’Italia era ed è semplicemente inconcepibile. Rilevare poi una gravissima omissione, continuando a tacere su un punto cruciale: acquistando i Bund – come hanno fatto e continuano a fare molti italiani sviati dalle argomentazioni degli “esperti” – si finanzia gratuitamente il Tesoro del governo tedesco, dato che nessuna remunerazione o compenso viene riconosciuto ai sottoscrittori. Ne risulta che a causa di infondate dicerie acquistiamo i Bund tedeschi che rendono lo 0,1% lordo mentre veniamo scoraggiati dall’investire nei BTP italiani sebbene rendano il 3% netto.

In questo modo il Tesoro italiano si indebita con un onere pari a oltre trenta volte quello tedesco; il risparmiatore italiano che compra i Bund non incassa nulla; il Tesoro tedesco si finanzia senza alcun onere usando i nostri risparmi, e rimproverandoci pure di essere degli spendaccioni.

Gianni Fodella

già docente di Politica economica internazionale nella Università degli Studi di Milano 

gianni.fodella@gmail.com

SUPERIORITA’ DEI CINESI E INSENSATEZZA DEI GOVERNI (SENZA ALCUN RIFERIMENTO ALL’ATTUALITA’)

Per parlare della superiorità tecnologica e produttiva dei cinesi occorre ricordare che i governi d’Europa, insieme con quelli delle colonie di popolamento bianco, hanno dominato il mondo per meno di due secoli, e cioè da quando è venuta meno, nell’Ottocento, la superiorità economica e tecnologica dei cinesi che nel 1830 producevano tre volte i manufatti prodotti dagli inglesi, mentre gli indiani nell’India soggetta al Raj britannico (British Rule), ne producevano il doppio degli inglesi.

La “superiorità” delle Grandi Potenze (e la Cina non era tra queste) risiedeva soltanto negli strumenti di morte più efficienti, decisivi per sottomettere un Paese che sopravanzava ogni altro avendo anticipato di secoli alcune delle invenzioni tecnologiche più importanti per la vita dell’uomo.

Come per qualsiasi altro Paese la Cina, se esiste come entità politica che si concretizza nel suo Governo, non esiste veramente nella realtà ma è il frutto dei pensieri umani che l’hanno così battezzata. I cinesi però esistono, e nel loro insieme formano la popolazione cinese. Questo formidabile gruppo di individui (il più formidabile di tutti quelli che vivono sul pianeta Terra) ha delle caratteristiche sue proprie che è difficile riscontrare presso altri gruppi sociali che dalla civiltà sinica non siano stati influenzati. Che differenza c’è tra i cinesi del Sichuan o dello Yunnan e quelli di Taiwan, Hong Kong, Macao, Singapore, Malaysia, Indonesia? I cinesi che risiedono all’estero – overseas Chinese (huáqiáo 華僑) – restando uniti nella loro comunità non cessano di essere e sentirsi cinesi anche se vivono in Italia.

I cinesi sono sorprendenti per come ricreano in ogni luogo il gruppo sociale al quale appartengono. Si potrebbe dire a ragion veduta che Cina è là dove vi sia un gruppo di cinesi che, per quanto piccolo, è destinato ad allargarsi per fecondità endemica o per l’apporto di nuovi venuti, parenti, amici e compaesani. I cinesi sono contadini, artigiani o mercanti? Soprattutto contadini, ma anche artigiani e mercanti (si veda Mariella Giura Longo, CONTADINI, MERCATI E RIFORME La piccola produzione di merci in Cina (1842-1996), Franco Angeli, Milano 1998). Non sono soldati, non amano le armi e le usano soltanto in casi estremi, soprattutto per difendere i loro cari e ciò che hanno. Nella loro tradizione il miglior generale è colui che non ha mai sostenuto una battaglia, e che è in grado di vincere una guerra senza colpo ferire e senza distruggere gli averi del nemico. Presso quale altro gruppo sociale nel mondo esiste un simile ideale, sovente divenuto realtà?

I cinesi, con i greci, hanno dato vita alle migliori forme di governo del Pianeta. Il Figlio del Cielo è in fondo un sacerdote che ha dei precisi doveri, e anche dei diritti che tuttavia esercita con il consenso dei suoi Ministri. Il dispotismo – che è ben illustrato nel film di Bernardo Bertolucci 1941 L’ultimo imperatore (1987) – è un derivato delle forme di governo d’Europa, molto più dispotiche e arroganti di quelle che hanno quasi sempre caratterizzato la Cina. Il governo delle provincie cinesi è affidato a funzionari scelti in base a esami pubblici, istituzione di invenzione cinese che permette ai meritevoli e capaci, per quanto di umili origini, di salire nella scala gerarchica fino al livello massimo di ascoltato consigliere dell’Imperatore nutrendone il potere e l’azione diretta di governo.

Il loro modo di allargare il territorio nel quale vivono non è attraverso la guerra, ma la pace, che favorisce i rapporti umani e fa emergere i più solerti e industriosi. Così è accaduto nelle provincie cinesi di mezzogiorno e ponente, nei Paesi del Sudest asiatico dove in alcuni casi da minoranza si sono trasformati in maggioranza come a Singapore e in Malaysia, e a differenza di quanto è accaduto nelle città di San Francisco, New York, Londra, Milano, Prato, dove sono rimasti (almeno per ora) minoranza.

I cinesi non sono razzisti, sono cinesi. Chi comunica in cinese – e cioè legge e capisce, scrive e parla questa lingua – è cinese. Edoarda Masi 1927-2011 scriveva nel suo libro PER LA CINA Confuciani e proletari (Mondadori, 1978), che andrebbe utilmente letto oggi: da venticinque anni subisco l’invito continuo e pressante a sinizzarmi, che è offerto apparentemente come il solo modo per conoscere; lo accetto e nello stesso tempo lo rifiuto. Mi ostino a ricercare la possibilità di un rapporto senza pretendere di misurare una diversa civiltà col metro europeo, ma senza perdere la mia identità europea.

Della superiorità tecnologica dei cinesi abbiamo ormai analisi storiche inconfutabili di ogni tipo, e basterebbe fare riferimento all’opera ciclopica coordinata dallo scienziato inglese Joseph Needham 1900-1995 Science and Civilisation in China, Cambridge University Press 1954 (e disponibile in parte anche in italiano: Scienza e civiltà in Cina, Volume primo, Lineamenti introduttivi, Giulio Einaudi editore, 1981, pp. 296~301 dell’edizione italiana) dove, nel capitolo dedicato al flusso delle tecniche provenienti dalla Cina, si fa un interessante e lungo elenco che mostra la profusione di applicazioni che raggiunsero l’Europa e altre regioni in epoche varianti tra il I e il XVIII secolo [in parentesi è indicato il ritardo approssimativo, misurato in secoli, nella trasmissione all’Occidente delle tecniche prodotte dalla Cina]:

a) pompa a catena a palette quadrate [15 secoli] …

c) macchine soffianti per la lavorazione dei metalli azionate da forza idraulica [11 secoli] …

e) mantici a pistoni [circa 14 secoli]

f) telaio per tessitura a disegni [4 secoli]

g) macchinari per la lavorazione della seta … [3~13 secoli]

h) carriola [9-10 secoli]

i) carro a vela [11 secoli] …

o) trivellazione profonda [11 secoli]

p) ghisa [10~12 secoli] …

t) chiuse per canali [7~17 secoli] …

y) carta [10 secoli]

z) porcellana [11~13 secoli].

A proposito della porcellana sarebbe bene ricordare che questo importantissimo manufatto (che richiedeva forni di cottura capaci di temperature che i forni europei non erano in grado di raggiungere) venne prodotto in Europa per la prima volta soltanto nel 1707 a titolo sperimentale, e a partire dal 1711 a fini produttivi, dopo secoli di nostri vani tentativi tesi a imitarla. Una tendenza, questa dell’imitazione, che vorremmo attribuire agli altri, per esempio ai giapponesi piuttosto che agli europei, ritenuti superiori a tutti (per ragioni basate sul RAZZISMO) plagiando in questa infondata opinione persino i colonizzati che si erano rassegnati ad essere “inferiori”.

Dati gli scritti (soprattutto inglesi) in lode del white man’s burdern costretto (!) a gravarsi del “fardello dell’uomo bianco” e quindi della missione civilizzatrice propria di chi sovrasta gli altri e la sente come un dovere (noblesse oblige), la superiorità non soltanto economica della Cina e dei cinesi sembra difficile da provare, ma è invece testimoniata da numerosi anche se brevi scritti di mercanti mediterranei in merito all’esperienza di commercio con quelle terre. D’altra parte dagli abitanti dell’Europa settentrionale, ricca soprattutto di ristrettezze, il resoconto di Marco Polo non venne creduto al momento della sua pubblicazione, e così per molti secoli a venire. Non potevano neppure immaginare che le descrizioni delle prospere città cinesi contenute ne Il Milione corrispondessero al vero. Vennero quindi ritenute frutto della fantasia e dell’immaginazione dell’autore o del suo amanuense.

Non così a Venezia, e nel Mediterraneo in genere, dove le persone che conoscevano il mondo erano numerose, anche se non scrivevano libri perché impegnate nel loro lavoro di mercanti o di missionari che li assorbiva completamente. Marco Polo aveva potuto dar vita a quest’opera perché si trovava in prigione e non aveva di meglio da fare che dettarla a Rustichello da Pisa, come lui in carcere.

Nell’Europa settentrionale invece soltanto nell’Ottocento si credette finalmente al viaggiatore veneziano, sebbene in Cina la pressione demografica crescente avesse fatto ormai abbassare enormemente il tenore di vita dei cinesi, la maggior parte dei quali era afflitta dalla miseria più nera. Ma le vestigia della passata prosperità restavano, ed erano sotto gli occhi di tutti.

All’opera di Marco Polo credette pienamente due secoli dopo un altro mediterraneo, fino a farne il principale stimolo al suo viaggio verso Ponente per raggiungere le Indie. Nel volume Scopritori e viaggiatori del Cinquecento, a cura di I. Luzzana Caraci, Ricciardi, Milano – Napoli 1996, T. II pp. 922-932 (segnalatomi dal professor Claudio Zanier dell’Università degli Studi di Pisa) si dice: Scrive Filippo Sassetti 1540-1588 a Bernardo Davanzati sul finire del 1585, alludendo al fatto che se non si dispone d’argento è inutile pensare di commerciare con la Cina: “Alla Cina reali e non altro...”. E aggiunge, descrivendo gli arrivi a Cochin da Oriente: “…la nave o le navi della Cina compariscono più tardi; portano tutte le cose che si possano imaginare, fuori delle spezierie;… di là viene la seta, i drappi, tutta la sorte di metalli, argento vivo, rame, ottone, e oro in tanta quantità quanta si vuole, perché basta portarvi capitale [intende: argento, soprattutto i reali, reales de a ocho coniati nell’impero spagnolo, accettati in tutto il mondo come strumenti di pagamento] per comprarlo che se ne caricherebbe una nave… ed è mercanzia tale che… si guadagna sessanta per cento. Viene di là allume di rocca senza fine, galanga [radice medicinale], cinabro, canfora, le porcellane, che sono grandissima mercanzia, legnami dorati per gran somma, sete ricamate finissimamente, pitture e tutto insomma quello che si sa dimandare di là viene, perché, se…manca […] qualche cosa che altri desideri, sapendola…[far]… loro intendere, la fanno [venire]; e in ogni genere di mercanzie che di là venga… si raddoppia, quando non si fa di uno in tre. E veramente che se non fusse questo negozio [= commercio con la Cina] in questa parte…tutto sarebbe in terra...”

Lo storico economico Carlo M. Cipolla 1922-2000, nel suo scritto Conquistadores, pirati, mercatanti. La saga dell’argento spagnuolo (Bologna, 1996), osserva (pp. 58-63) “che l’argento [reali] serviva agli europei per acquistare merci sui mercati extraeuropei dove non c’era alcun interesse per i prodotti dell’Europa. … Tutte queste monete, ed i reales in modo particolare, aprirono alle nazioni europee l’opportunità di espandere notevolmente il loro commercio con l’Oriente. … Possenti forze li calamitavano… Ma la marcia verso Oriente dei reales de a ocho non si fermò in Persia. Nel primo decennio del secolo XVII la marcia …[dei reali] era giunta ad invadere anche l’India e la Cina…il fatto [è] che gli europei, … non avevano nulla però da offrire in cambio, perché né l’India né la Cina avevano interesse ai prodotti dell’Europa. I tentativi per migliorare la situazione non si contano. … Se gli europei volevano commerciare con l’India e con la Cina non avevano altra scelta che offrire a questi due paesi dell’argento…. [Inoltre] l’Europa…venne a conoscere prodotti orientali che prima non conosceva. Esempio classico il tè, … che nel 1720 arrivò a soppiantare decisamente la seta come principale merce di importazione della Compagnia [inglese delle Indie Orientali]. Di conseguenza il saldo positivo della bilancia commerciale cinese continuò a crescere.” Cipolla ricorda (pp. 66-67) che “il mercante portoghese Gomes Solis poteva scrivere nel suo Arbitrio sobre la plata (Discorso sull’argento) pubblicato a Londra nel 1621 che “l’argento vaga traverso tutto il mondo nelle sue peregrinazioni, per poi finire in Cina, dove rimane come al suo centro naturale”.

Gli inglesi, così conclude Cipolla (pp. 75-76), trovarono nel commercio dell’oppio che facevano coltivare in India il rimedio al “grave deficit della bilancia commerciale inglese con la Cina. …a partire dal 1776 la quantità di oppio esportata dagli inglesi in Cina crebbe… soprattutto negli anni 1830-1840…in misura eccezionale… Un funzionario cinese in un suo memoriale scriveva in quegli anni che “Il Celeste Impero permette la vendita di tè e di rabarbaro che servono a tenere in vita i popoli di quelle nazioni…, e tuttavia questi stranieri non dimostrano alcuna gratitudine, ma contrabbandano, invece, l’oppio che avvelena il Paese; quando il cuore riflette su questa condotta ne è disturbato e quando la ragione la considera, la trova irrazionale.” Il governo cinese…tentò di correre ai ripari ma…si arrivò… nel 1839 alla famosa guerra dell’oppio in cui la Cina fu sconfitta ed umiliata...”. Il testo della lettera scritta nel 1839 dal magistrato 林則徐 Lín Zéxú 1785-1850 e indirizzata alla regina Vittoria (non sappiamo se fu mai portata alla sua conoscenza) è un documento che mostra come fosse difficile il dialogo tra la civiltà che soccombe – piena di stupore per la violazione delle elementari regole della convivenza fra i popoli – e la barbarie che trionfa senza ragione se non quella della forza bruta, contravvenendo alle leggi della Natura che (in Cina) vede l’uomo come un essere buono, che quando sbaglia può sempre essere educato ad emendarsi.

Concludiamo citando un noto proverbio che la dice lunga sul modo dei cinesi di intendere le cose divine e le cose terrene. Lassù vi è il Cielo, quaggiù sono Suzhou e Hangzhou , shàng yǒu tiān táng, xià yǒu Sū Háng. Con Sū  (ora si intende la città di Sūzhōu 苏州 e con Háng  la città di Hángzhōu 州. Il regno Celeste di lassù sarà bello (dicono i cinesi), ma qui abbiamo città impareggiabili per splendore come Sūzhōu 苏州  e Hángzhōu . La citazione è di Eileen Power 1899-1940 nell’avvincente capitolo su Marco  Polo in Medieval People (Vita nel medioevo, Einaudi, Torino 1966).

Brano (con lievi modifiche) tratto da:

Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, dicembre 2017 (IV edizione) pp.58-62

Si unisca Europa come Sacro Romano Impero

Il Continente non si unirà mai in una supernazione pari agli USA, e di essi assai più illustre, se resterà fatto di paesi uguali tra loro. Uno di essi dovrà guidarlo, anzi pacificamente soggiogarlo, come facevano Roma e l’impero della nazione germanica.

Non meriterà di soggiogare l’inadeguata Francia, che dedicò oltre due secoli dalla fine di Napoleone a sognare rivincite impossibili e, in quanto implicanti massacri, autenticamente delittuose. Non meriterà la Gran Bretagna, odiatrice d’Europa: nel suo futuro c’è la condanna a saldarsi ad un’antica colonia divenuta colossale padrona. Non meriterà di soggiogare l’ex-impero sovietico, abbattuto dall’interno per aver tentato di imporre un fideismo detestato e inefficiente alla parte meno consapevole del vecchio continente. Non risulterà degna di imperare alcuna delle potenze parziali: Spagna Austria Svezia Polonia Italia.

Resta la Germania, difficile com’è da considerare congeniale, ma con la sua storia sofferta e alta degna d’essere prima. La Germania darà al continente una civiltà più valida se il suo primato sarà spirituale, come spirituale è il suo retaggio più vero. Né economico né tecnologico. L’Europa non avrà bisogno di più economia. Di più tecnologia. Di più gestione. Di più politica.

Avrà certamente bisogno di più pensiero e di più valori. La Germania cui siamo avvezzi oggi non promette di largheggiare in pensiero. Ma la Germania ancora da scoprire, nascosta, sì. Suona bislacco, ma quest’altra Germania esisteva mille anni fa, ed ebbe vita breve. Il suo momento più alto fu il travagliato regno degli svevi Hohenstaufen; poi il blocco.

Con Federico I° Barbarossa apparvero venire a fruizione le promesse degli imperatori Ottoni, una dinastia che si impegnò a sconfiggere le spinte centrifughe del feudalesimo. Barbarossa aveva dalla sua grandi armi: le idee-forza dell’impero, delle crociate, della cavalleria: però tutte destinate a soccombere. In seguito la terra tedesca espresse un imperatore, Federico II, anche più grande del nonno Barbarossa.  Il secondo Federico sarà da molti considerato il maggiore degli Hohenstaufen, anzi il massimo tra i Cesari germanici. Ma non era abbastanza tedesco. Innamorato del Mediterraneo, del Levante, della Sicilia, della Puglia, ci appare distaccato dalla sua terra, ed anche annunciatore di alienazioni a venire, di razionalismi, di secolarizzazioni; quasi un anticipo di Rinascimento.

Ma l’impero fu Medioevo, non Rinascimento. Nell’Età media l’impero diventa un orpello; si fa appannaggio degli Asburgo. Dunque il geniale costruttore di Castel del Monte, il re di Gerusalemme che non si fa crociato, il regnante che si circonda di sapienti arabi e di armati saraceni, non è tedesco se non in parte. Vedremo che il Continente ha bisogno dell’energia spirituale di ottocento anni fa: energia tedesca, come tedesco era l’impero.

Incarnò il Medioevo Federico I, il più germanico dei sovrani, possente per armi ideologiche ancor più che per quelle materiali, ancor più che per i territori, le marche, i castelli, le giurisdizioni. Il Geist dell’impero era la cultura cavalleresca e cristiana e non – come per il secondo Federico – i riferimenti classici e cosmopoliti.

 

Che attendere dal Reich dell’età spaziale

Si usa numerare come ‘secondo’ l’impero di Bismarck: ma esso non fu impero. Fu il parziale compimento dell’unità nazionale: un exploit risorgimentale. Berlino divenne una capitale pantedesca, però non si mise a capo di un continente plurale, fatto anche di paesi non tedeschi. In qualche misura erano parte del sacro romano impero anche l’Olanda, la Borgogna, la Boemia, la Polonia. Più di un dinasta straniero aspirò alla corona di Carlo Magno.

Anche il Reich di Hitler fu un non-impero. Il Führer soggiogò militarmente molti paesi, ma fu accettato pienamente solo dall’Ostmark austriaco. L’impero di Hitler fu una sfera d’occupazione, non la riduzione in unità delle nazioni subordinate. La Germania unirà il continente se le componenti di quest’ultimo risulteranno parti di un tutto ‘sacro e romano’. Se rinunceranno a sentirsi nazioni.

L’unità dell’impero futuro dovrà essere unità morale prima che operativa. Il sessantennio dell’Unione di Bruxelles ha ossificato la sopravvivenza degli Stati membri senza dare vita a una patria di tutti. La Germania dovrà anche apportare alla causa europea un ‘imperatore’ eccezionale che si faccia Mosè o Maometto, cioè il condottiero di un popolo irresistibile.

L’Europa ‘delle nazioni’ continuerà a credere d’avere diritto a non riconoscere l’egemonia della componente germanica. Quest’ultima dovrà guadagnarsi l’egemonia come se la guadagnò Atene, per la sua oggettiva superiorità.  Il Mosè tedesco sarà portatore di idealità più alte delle altre. Non i primati dell’economia, non quelli della scienza e della tecnica, bensì la superiorità dei valori darà diritto a dominare il Continente. Nessuna idea-forza dell’Europa attuale vanta l’altezza del Geist germanico: occorre dunque che la statura di quest’ultimo non sia abbassata dai compromessi e dalle ruvidezze del realismo di Otto von Bismarck e di Angela Merkel.

Passata la parentesi semi-millenaria del Sacro romano impero, la stirpe tedesca perse tutte le occasioni che fecero grandi le altre  nazioni occidentali. Perché nel prossimo secolo potrebbe andare diversamente? Risposta, perché la stirpe tedesca è intellettualmente atletica. E perché è molto popolosa. Esistono più possibilità che altrove in Europa che sorga un capo come furono Maometto e  Lutero, un maestro capace di azioni straordinarie come moltiplicare il potenziale e la creatività del suo popolo. Cos’erano le tribù arabe prima di Maometto?

Se il fatto religioso fu tanto decisivo nell’Islam, è ancora più plausibile che il futuro Reich tedesco sia “sacro” e “romano”, come un millennio fa. Ma nell’attuale era della secolarizzazione, è probabile che il ruolo svolto dalle fedi trascendenti venga sostituito da altre idee-forza, morali, culturali, artistiche. Di queste idee la civiltà e l’antropologia germaniche sono insolitamente ricche: sono le più importanti dell’Occidente.

Nessuna contrada dell’ecumene occidentale può vantarsi culturalmente superiore rispetto alla germanità. Per esempio, il futuro Reich tedesco potrebbe forse aspirare a una sorta di delega continentale nelle cose della guerra. Tuttavia il grado di militarizzazione della società germanica non raggiungerà mai quella della società americana; nemmeno quello della Francia del Front Populaire nelle varie fasi della Revanche: la quale fu protezione ossessiva dalla vendetta germanica rivolta contro le sopraffazioni del trattato di Versailles. E’ dal cataclisma del 1945 che la patria tedesca ripudia il bellicismo.

Sarà grazie alla Germania se l’Europa tornerà prima sul pianeta. Prima non militarmente: gli USA sono qui a dimostrare la miseria d’essere primi per flotte, per deterrenti nucleari, per albagie diplomatiche, per virulenze produttive. L’Europa sarà prima perché fu l’ombelico del mondo, il grembo e l’intelligenza della civiltà primigenia d’Occidente.

Noi vediamo nel nostro ‘Regno di mezzo’ la nazione che un giorno guiderà le altre perché Europa torni ombelico del mondo. Se non Germania, chi? Nessun popolo meriterà di più. Non quello britannico, che oggi si sente un’appendice. Non quello francese, che nei duecento anni seguiti al tramonto del sogno napoleonico non seppe mai liberarsi di vanaglorie e smanie belliciste. Non la Spagna e l’Austria, ridotte a periferie. Non alcuna delle nazioni che ebbero fasi importanti, come Paesi Bassi e Polonia/Lituania, ma che oggi hanno quasi niente da insegnare.

Quanto al nostro Stivale, nel Settantennio seguito alla Seconda guerra mondiale esso è stato dimentico di avere nella sua storia – più lunga e più ingente delle storie altrui – generato spesso novità gigantesche, nel bene come nel male. La Saturnia Tellus avrebbe titoli per aspirare a una ‘mission exemplaire‘. Ma ha contro di sé una legge non scritta che non ammette le risorgenze veramente grandi.

Ammiriamo la Germania non per il turgore del Pil, ma per la forza del retaggio, per quanto ha dato alla civiltà, pur nell’orrore dei crimini del dodicennio hitleriano. E’ la Germania che salverà l’Europa dalle aberrazioni di tutte le Abu Dhabi ultracapitaliste e consumiste del pianeta. Essa dovrà essere il Mosè collettivo dell’andare verso quella terra promessa che è l’Europa unita e grande.

 

Mai monolitismo

Ma la storia tedesca non deve spaventare le piccole patrie d’Europa. La storia tedesca è il contrario della troppa compattezza, di ogni eccesso di monolitismo, di centralismo soverchiante. Già dalla metà del sec. XI la Germania perdette la parziale coesione che si era affermata nella fase precedente. Divamparono le lotte sezionali, dinastiche e genericamente politiche in Sassonia, Baviera e Svevia. Vari signori e numerose città economicamente forti sfidarono gli imperatori. Non dimentichiamo che tra tutte le grandi stirpi occidentali quella germanica ha il passato meno felice dal punto di vista dell’unità nazionale.

Prima del 1871 non esistette uno Stato della Germania intera, e questa completezza si affermò solo col sorgere, a valle della disfatta del 1918, di una repubblica federale, Weimar. Prima del 1871 esistette un ambito imperiale che nominalmente sovrastava su una vasta pluralità di formazioni statali, ma che solo di rado poteva concretamente collocarsi alla testa del Reich. Il Sacro romano impero era una struttura maestosa, ma non una vera nazione e non un autentico vertice. Solo il crollo del 1918 cancellò le “potenze parziali di Germania” capeggiate da Baviera, Sassonia e Württenberg. Nel 1918 ciascuna di esse aveva una propria struttura di governo e un esercito, magari di un pugno di uomini.

Risulterà sviante credere che nell’anno 9 d.C. le legioni conquistatrici di Augusto imperatore furono fermate “dalla Germania”, impersonata da quell’Arminio che annientò l’esercito di P. Quintilio Varo. Arminio/Herrmann è giustamente onorato come il primo eroe tedesco. Ma non era che il principe dei Cherusci, l’etnia che seppe vincere nella Teutoburgerwald.  Arminio non fondò nemmeno uno Stato parziale, anzi tre anni dopo la vittoria fu ucciso dalla sua stessa gente. Passerà mezzo millennio prima che sorgesse un regno ‘teutonico’.

Si può anzi dire che i tedeschi non poterono né vollero aprirsi un futuro ampio fuori del loro Raum immediato in Europa. Non fu certo una stirpe di dominatori su terre lontane. A visitare chiese e monumenti tedeschi, specialmente in provincia, colpiscono le testimonianze che essi offrono quanto alle conquiste degli scomparsi illustri. Molta araldica, spesso al di là degli status e dei vanti autentici. Le imprese militari, non sempre all’altezza delle tradizioni guerriere. Per il resto, memorie di una società dei secoli dal quindicesimo al diciottesimo, con poche ambizioni, dunque con pochi titoli alla gloria.

In Francia la rivoluzione trasformò un popolo di sudditi in una nazione di conquistatori, momentaneamente irresistibili. All’inizio della tempesta napoleonica i tedeschi restarono passivi. Le minoranze più reattive, dapprima si galvanizzarono per le sfide poste dal fatto storico e per le stesse vittorie repubblicane e napoleoniche. Poi si imposero le realtà dure: non l’uomo universale bensì quello francese, specificamente il soldato del grande Corso, stava coprendosi di gloria. Nacque un complesso d’inferiorità dei tedeschi.

Giunse nel 1805 la battaglia “al sole di Austerlitz” dei tre imperatori, quando il genio di Napoleone ebbe la meglio sui feldmarescialli austriaci e russi. Un anno dopo i francesi conquistarono Berlino, ad umiliazione della Prussia che sotto Federico il Grande aveva trionfato sulla Polonia e sui suoi alleati. Per tutti i tedeschi una sconfitta dura: troppo debole il pur agguerrito esercito prussiano per resistere alle divisioni francesi.

Napoleone istituì in Germania una confederazione satellite che ridusse fortemente il numero dei potentati sovrani. La sconfitta di Berlino non fu la premessa del risorgimento germanico. Tuttavia ingigantì le aspirazioni di rivalsa dei tedeschi soggiogati, secondo gli incitamenti di Fichte e di von Kleist.

Segnando la fine della leggenda napoleonica, la battaglia di Lipsia incoraggiò i patrioti tedeschi a volere la liberazione dall’occupante. A Waterloo fu l’armata prussiana di Blücher a dare il colpo di grazia alla vanagloria francese.

 

Un paradosso della storia tedesca: Federico II, siciliano e pugliese

Il secondo Federico, il più famoso sovrano del Medioevo e certo il più geniale tra gli imperatori germanici, trascurò il suo regno tedesco, contribuendo molto ad indebolirne la coesione.  Questo Federico nacque e morì in Italia, visse soprattutto a Palermo. Fu proclamato re di Germania che aveva due anni. Divenne re di Sicilia due anni dopo. Fece la prima visita in terra tedesca nel 1202 (era nato a Jesi nel 1194), accolto bene in Svevia ma non altrettanto in altri ducati e margraviati. Fino al 1218 – morte dell’imperatore Ottone IV, deposto dai principi tedeschi – agivano ancora i partigiani di altri aspiranti alla corona imperiale.

Abbastanza presto il nipote di Federico Barbarossa afferma il suo potere in Italia, non così in Germania. Nel 1231 concede ai principi tedeschi il Privilegio di Worms, che li rende pressoché indipendenti. Della sovranità imperiale rimane un residuo. Il regno germanico è scosso da conflitti gravi: l’anno stesso del Privilegio di Worms il primogenito di Federico, Enrico, alza la bandiera della ribellione. Si sottomette qualche tempo dopo, la rialza nel 1234. Il padre è costretto ad amnistiare quei signori che non si riconoscono suoi vassalli.

 

Stupor mundi

Federico II fu, secondo la definizione dell’abate di San Gallo, lo ‘stupor mundi’, tanto la sua visione e le sue opere si differenziarono dai retaggi tradizionali del Medioevo. Il maggiore di tutti i sovrani di Germania, il secondo Federico risulta abbastanza estraneo alla vita del suo regno. Invece di fondere in unità i principati e le città libere che lo compongono, egli consegna il paese ai suoi sovrani parziali: in pratica opera come il presidente di una confederazione chiamata impero. Il potere imperiale non era fatto per unificare una terra tedesca che non aveva mai conosciuto un’autentica coesione.

La gloria di Federico II resta, ma è universale e non tedesca. Egli si sentiva siciliano e pugliese piuttosto che il sovrano di una nazione germanica unita. Conosceva forse sei lingue, era proteso verso le culture che venivano dal Mediterraneo e dall’Oriente. Gli storici sono quasi unanimi nell’additare nel secondo Federico l’assertore o l’anticipatore di una civiltà a venire, promessa di Rinascimento. Ma quando egli morì la terra tedesca si trovò più divisa che mai.

 

Storia remota

Solo a fatica si può affermare che i successori Ottoni di Carlo Magno dettero vita a una patria germanica. Venivano incoronati re ad Aquisgrana. Quando diventavano imperatori, essi sovrastavano gli altri principi tedeschi in rango e prestigio; assai meno per potenza. I popoli di Sassonia o di Franconia, che espressero vari imperatori, non si sentivano specialmente solidali agli altri dello spazio germanico.

Ottone I il Grande, figlio di Enrico, fece sforzi strenui per stringere all’impero i grandi ducati di Baviera, Svevia e Lotaringia, ma le relative aristocrazie riluttarono. Meglio collaborarono i vescovi e i grandi abati: infatti furono generosamente ricompensati, cominciando dalla fiscalità. Nell’assieme i re della dinastia sassone ottennero risultati unitari non esigui; perciò furono in grado di contenere ad Est l’aggressività di slavi e ungari: lo provano i castelli fioriti sulle loro terre e le dure sconfitte inferte (in particolare nel 955) ai magiari.

Gli imperatori della casa di Sassonia, pur non esercitando abbastanza potere sui territori che si collegavano per eleggere il re di Germania, conseguirono considerevole autorità. In ogni caso avviarono l’espansione della germanità nell’Europa orientale.  Morto Corrado di Franconia (918) i duchi tedeschi elessero a suo successore l’energico sassone Enrico l’Uccellatore. Diciotto anni dopo gli successe il figlio Ottone il Grande, il quale rafforzò il ruolo dell’imperatore; tra l’altro inaugurò le calate germaniche a Roma, fatte per ricevere la corona imperiale dalle mani dei pontefici, oltre che per ribadire l’autorità dei successori sassoni di Carlo Magno sui sommi detentori del potere ecclesiastico. In quella fase la Chiesa accettava il primato degli imperatori.

Questo tuttavia per non più di centocinquant’anni. Dopo emersero evidenti i limiti del potere imperiale. Risultò che in Germania non vi era un vero governo dell’imperatore. L’autorità di quest’ultimo si fondava sui possessi suoi propri e sul buon volere dei duchi e margravi suoi vassalli. Una delle imprese militari di Ottone II, una spedizione marittima contro i pirati musulmani, fallì in uno scontro navale nel Mediterraneo. Poco dopo l’imperatore morì, a ventotto anni, e così finì il breve controllo germanico su quel mare. Ottone II aveva sposato Teofano, figlia dell’imperatore di Bisanzio, che da vedova fece l’energica reggente per conto del figlio treenne Ottone III.

Nell’anno 1000 il terzo Ottone ordinò grandi onori a Carlo Magno, il fondatore del Sacro romano impero. Poco dopo morì ventiduenne, Non aveva fatto in tempo a compiere alcuna impresa. Riapparvero le fratture dovute alla parcellizzazione feudale. Numerosi baroni presero a non riconoscere gli eletti all’impero. I feudi divennero ereditari e si frazionarono a loro volta. La struttura portante del regno di Germania si indebolì a lungo termine.

Si arriva al secondo imperatore Hohenstaufen, re di Germania nel 1152. Succeduto a Corrado III, Federico I Barbarossa è un capo e un organizzatore di forte tempra. Qualcuno ha sostenuto che nel Medio Evo solo Enrico Plantageneto è pari al primo Federico. Tuttavia le coalizioni che egli suscitò furono degne di lui. Il papato innanzitutto, per la lotta delle investiture; poi i Comuni italiani, che lo sconfissero duramente a Legnano.  Federico finì col venire a patti col papa: cento anni dopo l’umiliazione di Canossa (1077), a Venezia Federico dovette tenere la staffa ad Alessandro III.  Barbarossa è inviso a molti storici, e agli italiani in generale. Conquistò e distrusse Milano. Tuttavia fu valoroso come sovrano e come uomo. Morì all’inizio della terza Crociata, annegando in un fiume di Cilicia.

Sappiamo che il secolo XII vide, insieme alla conferma della strutturale debolezza del potere imperiale, anche l’incremento dell’attivismo germanico verso Est. Contribuì l’espansione demografica di tedeschi e fiamminghi. Il tempo di Barbarossa fu l’ultimo splendore dell’impero. La sua autorità era riconosciuta in linea di principio anche dai potentati slavi.

Fu Federico che volle le nozze del figlio Enrico VI, padre del grande Federico “siciliano e pugliese”, con Costanza d’Altavilla. Con quelle nozze il vasto regno normanno andò ad aggiungersi ai territori dell’impero.

 

Minnesänger e Meistersänger

Il secolo dodicesimo, l’età di Federico Barbarossa, vide il fiorire dei Minnesänger (o Minnesinger), i raffinati poeti e suonatori di piccola arpa che fecero grande la letteratura cortese in terra tedesca. Cantavano soprattutto l’amore platonico, ma il loro era uno slancio che esaltava anche la natura, la fede, gli altri sentimenti della cultura cavalleresca, pervenuta sotto il Barbarossa ai conseguimenti più alti. Rispetto all’arte dei trovatori provenzali, la Minne germanica aveva accenti più profondi ed etici, oltre che più colti. Il genere ebbe diffusione molto larga, anche fuori dei castelli feudali. Walther von der Vogelweide fu probabilmente il massimo dei Minnesänger.

Col tempo (oltre un secolo) l’arte dei Minnesänger evolvette nel movimento dei Maestri Cantori (Meistersänger o Meistersinger). I primi erano trovatori di classe nobile; lo dicono i loro nomi aristocratici: Enrico di Veldeke, Federico von Hausen, Enrico von Morungen, Neidhart von Revental, Enrico di Meissen.

L’evento più celebrato dell’attività culturale pubblica in Germania era la ‘sfida poetica’ nella Wartburg, il maniero dove l’elettore di Sassonia ospiterà e proteggerà Martin Lutero impegnato nella traduzione tedesca della Bibbia, scaturigine della lingua nazionale colta. La biblioteca dell’università di Heidelberg possiede il famoso codice di Manesse; tra l’altro include una tavola raffigurante una sfida alla Wartburg tra sette Minnesänger attorno al famoso Klingsor von Ungerlant.

Ricordiamo altri nomi di spicco della Minne: Kristan von Hamle, Walther von Klingen, Ulrich von Liechtenstein. Anche Wolfram von Eschenbach fu un celebre ‘trovatore’ alla tedesca.  Forse era superiore a tutti Walther von der Vogelweide, nato nella pseudoitaliana  Bolzano.

Richard Wagner dedicò a Tannhauser un’intera e famosa opera, nella quale questo Minnesinger
appare un eroe romantico che vive esperienze mistiche. La sua biografia si prestò alle leggende. Andò alla crociata del 1228.  Protetto dai signori di Baviera, ebbe feudi in Austria ma li perse e vagò per le corti d’Europa conducendo vita da artista gaudente; e da molto di più, se due secoli dopo Hermann von Sachsenheim lo esaltò in un poema. Secondo la leggenda, Tannhäuser viveva sul Venusberg, il monte fatato di Venere. Lo abbandonò per andare pellegrino a Roma, dove papa Urbano II subordinò l’assoluzione dei suoi peccati alla fioritura di un ramo secco che il poeta teneva in mano: allora Tannhäuser tornò al monte della Dea.

Ancora più  significativa in termini realistici fu l’esistenza del maestro cantore Hans Sachs,  calzolaio ma anche brillante intellettuale, cui Wagner dedicò ‘I maestri cantori di Norimberga’; Sachs nacque e morì  (1576) nella ricca Norimberga. Scrisse pagine infiammate a esaltazione della Riforma luterana. Celebri i suoi libelli antipapisti, che Lutero elogiò senza riserve ma che inizialmente i maggiorenti della sua città condannarono. Hans Sachs fu così attivo nel campo delle produzioni sceniche – sempre ambientate nel proprio tempo, e sempre a Norimberga – che fu considerato l’iniziatore del teatro tedesco. Scrisse anche un poema allegorico dall’eloquente titolo ‘Die wittembergisch Nachtigall’ (Nachtigall=usignolo).

Se i Minnesänger erano membri dell’aristocrazia, i Maestri Cantori erano essenzialmente borghesi, in particolare artigiani molto coltivati.  Dovevano obbedire a regole tecniche molto rigorose, dovevano possedere una buona cultura musicale e letteraria, avere un’alta coscienza della loro arte nonché della funzione sociale del loro impegno. I moventi personali non erano ammessi: la loro era un’arte civile; oggi forse la chiameremmo ‘impegnata’. Le regole e gli stili venivano insegnati in apposite scuole, le quali selezionavano e premiavano i migliori. Poiché prevalevano le finalità di edificazione spirituale, la Bibbia forniva i temi e gli spunti più impegnativi.

Insomma Minnesänger e Meistersänger dettero testimonianza all’eticità dell’impegno culturale tedesco. Tra l’altro il fenomeno dei Maestri Cantori aiuta a meglio apprezzare la straordinaria importanza nella spiritualità della Riforma della musica sacra e corale. Le cantate da chiesa, i mottetti, gli oratori, le Passioni sono al cuore della creazione musicale e della coscienza tedesche. E’ un apologo che, vocata all’impegno etico, l’anima germanica si sia espressa nella musica sacra (nella connotazione ‘pietistica’ di J.S.Bach) piuttosto, per esempio, che nel melodramma, così frequentemente retorico e fatuo.

 

Gli Svevi in lotta col destino

I grandiosi piani di Enrico VI, il figlio di Barbarossa, furono spenti dalla morte. L’orfano suo figlio, il futuro Federico II, non aveva due anni. Insorsero la Renania, la Vestfalia, la Toscana, persino la Sicilia. Filippo di Hohenstaufen, fratello dell’imperatore scomparso, tentò di succedere, ma si trovò contro potenti avversari tedeschi. La contesa civile durò un decennio. Cominciò, sia pure contrastata, l’eclissi della Germania.

La grande parentesi degli Ottoni, pur non realizzando l’unificazione dell’Occidente cristiano, vide l’allargamento della sfera germanica in Europa e nel Mediterraneo. Però essa si tradusse in effettiva autorità sui governi (sia feudali, sia cittadini) solo in Germania e in Italia. Al di sotto del livello dell’impero le autonomie territoriali, ed anche quelle ecclesiastiche, si rafforzarono incessantemente.

I processi di unificazione nazionale e di centralizzazione del potere furono senza confronti più efficaci in Francia e in Inghilterra che in Germania. In terra tedesca si fece sentire a lungo la rivalità, per esempio, tra il Barbarossa ed Enrico il Leone, duca di Sassonia. L’imperatore riuscì ad assestare un duro colpo al suo avversario quando, in seguito al ricorso alla giustizia di alcuni vassalli sassoni Federico dichiarò il loro duca decaduto dai suoi possessi.  Dopo un periodo di esilio, il potente duca riebbe i propri beni allodiali (=liberi da soggezioni), ma le dominazioni che teneva in feudo dall’impero furono assegnate ad altri principi. Si noti che Federico non riuscì a ingrandire il dominio diretto del re rispetto all’alta nobiltà.

L’impero sacro e romano era, per i tempi, uno stato di diritto. Si affermò il principio che nessun territorio tedesco devoluto feudalmente all’impero potesse restare nelle mani del re. La monarchia non potè imporre una propria effettiva coordinazione. Pesò l’antica rivalità tra le casate protagoniste, specialmente tra la sveva e la guelfa. Pesarono il principio della monarchia elettiva e le crescenti interferenze dei papi nella successione regia. In altre parole, non sorse una vera monarchia nazionale. Al contrario crebbe nei secoli il potere dei sovrani parziali. L’impero germanico non fu mai sopraffattore: non lo sarà, se risorgerà come Europa unificata.

Il trionfo dei prìncipi parziali non fu completo se non dopo la rovina degli Svevi, passata la metà del Duecento. Ma già all’aprirsi del regno di Federico II era risultato che l’autorità del sovrano dipendeva dalla consistenza del suo territorio, cioè dal patrimonio della casata imperiale, nonché dal continuo patteggiamento con i prìncipi sovrani. Quando Enrico, primogenito di Federico II, si ribellò al padre, l’autorità imperiale cominciò a sfaldarsi, mentre i prìncipi sia laici, sia ecclesiastici si rafforzarono. L’elezione del re di Germania si confermò prerogativa di sette Elettori: gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, il re di Boemia, il margravio di Brandeburgo, il duca di Sassonia, il conte-palatino sul Reno. I possessi degli Elettori divennero Stati nei quali si rafforzarono i concetti di ‘nazione parziale’, a detrimento dell’entità nazionale.

Alla metà del secolo XIII la dinastia sveva finì e si ebbe un ‘Lungo interregno’: andò dalla morte di Federico II al 1273 (elezione imperiale di Rodolfo d’Asburgo e potenziamento delle grandi casate: i Lussemburgo divennero re di Boemia). Il regno tedesco si configurò come una cangiante federazione di prìncipi di cui l’imperatore era il capo simbolico. L’aristocrazia minore e le municipalità più prospere si collegarono in leghe per resistere ai prìncipi non amici e per aggregarsi in nuclei più consistenti. Persistettero i contrasti tra le varie componenti, le quali erano alleanze non sempre armoniche e durature.

Le dimensioni territoriali delle varie aree politiche variavano molto: piccole quelle della Germania centrale, ampie quelle dell’Est e del Sud. La Germania della seconda metà del sec. XV è un assieme che comprende anche l’Austria, la Borgogna, la Boemia, ancora per poco parti della Svizzera, e varie centinaia di signorie feudali, cittadine, ecclesiastiche e degli ordini militari.

La dinastia degli Staufen terminò con la morte del secondo Federico e dei successori Corrado IV re di Germania 1254; Manfredi, nato da Federico II e da Bianca Lancia, 1266; Corradino, figlio di Corrado IV, fatto decapitare a Napoli da Carlo d’Angiò (1268).

Il sec. XIII vide la ripresa dell’espansione germanica nelle terre slave. Espansione, sappiamo, che fu condotta non dal potere imperiale, bensì dai grandi vassalli tedeschi dell’Est, in particolare dai margravi di Brandeburgo e dai duchi di Sassonia. Non si trattò solo di conquiste politico-militari, anche di un’autentica colonizzazione. Gruppi compatti di tedeschi, più evoluti e più scolarizzati delle popolazioni tra le quali si insediavano, dettero vita ad autentiche cittadelle di germanesimo. Tutto ciò fu efficacemente aiutato dagli 0rdini militari tedeschi. Per esempio in Ungheria i coloni tedeschi furono chiamati da re Bela IV quando il paese richiese d’essere ripopolato dopo le devastazioni mongole. Ancora più incisivo fu l’arrivo dei tedeschi in Boemia, incorporata nell’ecumene imperiale germanico sin dall’impero carolingio. Qui i tedeschi non facevano solo gli agricoltori: formarono il ceto che prese a dominare il regno.

A partire dagli inizi del XIII secolo le città portuali di Lubecca e di Brema-Amburgo allargarono i traffici e l’influenza tra le etnie pagane del Baltico, cominciando dalla Livonia. Nel 1202 nacque l’Ordine militare dei Cavalieri Portaspada, successivamente fuso con i cavalieri Teutonici. Le etnie locali si opposero violentemente, ma furono sgominate. Ne risultò la germanizzazione della regione del Baltico.

La corona imperiale passò alla casa di Lussemburgo-Boemia tra il 1378 e il 1437; gli imperatori furono Venceslao e Sigismondo. Dopo i principi elettori vollero un terzo imperatore Asburgo. Sia egli, sia il successore Federico di Stiria (un Asburgo) furono sovrani deboli e di poche risorse. Risultato, sorse la confederazione dei Cantoni elvetici e la ritirata della germanizzazione dell’Est.

Massimiliano d’Asburgo fu un sovrano più energico: da lui il titolo imperiale restò stabilmente alla sua famiglia. Sposando Maria di Borgogna, Massimiliano pose la premessa della dilatazione della casa d’Austria.

Quando, nel 1378, l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo morì e gli succedette il figlio diciassettenne Venceslao, fu la prima volta in quasi due secoli che l’accesso al trono imperiale avveniva senza contrasti. Venceslao era già re di Boemia e vicario del padre al vertice dell’impero. Ma, scrive lo storico Laffan di Cambridge, “le difficoltà che incombevano su un monarca di Germania si dimostrarono superiori alle sue capacità, pur notevoli. Coll’avanzare degli anni Venceslao divenne squilibrato e violento; rinunciò a governare; più volte fu minacciato di deposizione da suoi vassalli. L’anarchia fu aggravata dal contrasto tra pretendenti alla tiara pontificia. Nel 1394 Venceslao fu catturato e tenuto in custodia.  Nel 1400 gli elettori del Reno lo deposero ed elessero Roberto III del Palatinato, il cui regno fu un fallimento. Per le divisioni tra i principi elettori, nell’autunno 1410 la Germania ebbe tre re, finché il 21 luglio 1411 fu eletto Sigismondo, il più dotato tra gli imperatori che precedettero Massimiliano I.  Sigismondo era anche crudele; in ogni caso era costretto ad essere amico di  chiunque gli fornisse le risorse che non possedeva. Non mancarono nei secoli di mezzo le parentesi di guerra guerreggiata. Per ventisette anni Federico III evitò di visitare la Germania meridionale, nell’assenza quasi costante di un potere  centrale.

Uno Stato nazionale moderno nacque propriamente in Germania solo con la sventurata repubblica federale di Weimar, nel 1919. Le componenti della federazione non erano più sovrane, laddove lo erano entro certi limiti gli Stati e le monarchie che Bismarck aveva federato strettamente in quello che chiamò Secondo Reich. Gli oltre millecento anni che trascorsero tra l’elevazione imperiale di Carlo Magno e la repubblica di Weimar dimostrarono ad abundantiam la vocazione dei paesi germanici a non accettare un’unità monolitica, e persino l’inclinazione a combattersi. Solo nel 1938 il Reich hitleriano fu in grado di inglobare l’Austria e le terre boemo-morave che erano state “sempre” parte del Raum germanico.

La sconfitta assoluta del 1945 ha dato alla Germania una unità etnica che non era mai esistita. Il rimpatrio coatto dei tedeschi dalla Polonia, dalla Prussia orientale, dai Sudeti, dalla Transilvania e dall’Ungheria ingrossò la popolazione del 1945.

 

Al cuore del problema

A quale delle Germanie storiche spetterà di capeggiare l’Europa? Non a quella millenaria e parzialmente gerarchica del Primo Reich fondato da Carlo Magno. Dominò per secoli, ma fu un campione sconfitto, sconfitto dai suoi rivali esterni come dalle sue componenti ribelli. Non la Germania solo letteraria, la Germania dei pensatori, dei musicisti e dei poeti. Goethe dette il suo nome a un’età intera, e il XXII secolo avrà certamente bisogno di più pensiero. La Germania è stata terra di pensatori. Tuttavia i presagi sono che le antologie letterarie potranno essere accantonate senza danno quando i confini del mondo si allargheranno allo spazio.

Meno che mai sarà Weimar a determinare il futuro d’Europa. Weimar fu al tempo stesso intellettualismo borghese, trasgressione e un conato fallito di conciliare spiriti plutocratici e legalitari con sperimentalismi e avanguardie. Tra l’altro la repubblica di Weimar fu il tentativo di aderire agli aspetti più futili del wilsonismo antitedesco, aspetti che avevano trionfato a Versailles.

Va resistita la tentazione di disseppellire dalle librerie una premonizione di grandezza germanica.

Troppo facile  e in ultima analisi inutile ragionare: Hitler è stato il nefando assoluto, il futuro spetterà ai grandi idealismi, all’eroismo del bene e del bello. I poeti e i sapienti tedeschi cominciarono nove secoli fa a definire il bene, quando Hartmann von Aue, il primo cantore dell’età della cavalleria, offrì lo slancio della lirica al coevo impegno del grande Federico I, sovrano detestato dagli italiani, per rialzare la signoria imperiale, lo ‘honor imperii’.

L’impulso di una regina benefica dei nostri giorni quale Angela Merkel, di accogliere nelle sue terre ‘tutti i profughi’ sembrò trovare una profezia quando Hartmann von Aue scrisse “der Arme Heinrich”, poema della carità cristiana. La trama: malato di lebbra, il cavaliere Heinrich va in pellegrinaggio a Salerno, la più celebrata scuola medica dell’alto medioevo, nello spasimo  di guarire. Si sente dire che l’avrebbe salvato solo la volontaria offerta di tutto il sangue da parte di una fanciulla. Una contadinella si offre di immolarsi per amore. Heinrich rifiuta una salvezza che è indegna di un cavaliere; per questo guarisce e sposa la umile e dolce popolana.

Agli anni di von Aue, scaturigine prima del bell’ideale, risale anche il “Parzival” di Wolfram von Eschenbach. Niente è più sublime della leggenda di Parsifal, così cara agli aneliti cristiani e germanici. Mai come in questo romanzo ‘di formazione’ si perseguì più compiutamente la fusione di fede e di orgoglio cavalleresco. Tale fusione era al cuore della ‘ideologia’,  dell’aspirazione ideale del Sacro  romano impero al tempo del nonno di Federico II.

Richard Wagner fu il bardo di una tradizione poetica che è doveroso non considerare uccisa dal bestiale paganesimo nazista. Wagner si spinse oltre la pietas di Parsifal e di Lohengrin, eroi cristiani oggi più che mai apportatori di salvezza; più che mai protettori contro i feroci démoni dei lager di sterminio (ma anche contro quelli inumani del mercato, delle borse e dell’edonismo). Chi non voglia farsi abbagliare dalla luce della fede cavalleresca del medioevo tedesco incontrerà nei Lieder di Walther von der Vogelweide (nato a Bolzano verso il 1170) il lirico della condizione umana senza frontiere e senza tempo, in qualche misura senza cavalleria.

 

Una mistica più silenziosa delle altre

Presto si aprirà la struggente età della mistica tedesca. Essa anticipò di tre secoli il drammatico ripensamento luterano della fede germanica. Facciamo i nomi di due donne che soprattutto oggi ci sfidano a respingere un sozzo materialismo che ci appare il nostro dominatore: Mechthild von Magdeburg e Hildegard von Bingen. Quando ci interroghiamo perché le grandi menti e i grandi cuori di terra tedesca meriterebbero di condurci verso un mondo di idealità, ricordiamoci in particolare di Ildegarda, la quale dal suo monastero sommessamente rinfacciava al possente imperatore Barbarossa i tradimenti degli ideali. E i cronisti raccontano che Federico era impressionato.

Siamo arrivati alla poco conosciuta età dei mistici tedeschi, la quale include l’intera vita del domenicano Meister Eckhart, massimo del mistici suoi connazionali. Uno dei suoi seguaci, Johannes Tauler, morto verso il 1361, in primavera si copriva gli occhi col cappuccio perchè il dolce rigoglio della natura non lo distogliesse da Dio. Il misticismo di Ildegarda e di Meister Eckhart anticipa le conquiste più pure della Riforma.  Anticipa, come vedremo, gli aneliti  del Pietismo, che in terra tedesca motiverà la grande sintesi tra la fede cristiana e le istanze di progresso dell’Illuminismo nazionale.

Abbiamo visto in ‘Der Arme Heinrich’ il quasi paradisiaco poema cristiano di Hartmann von Aue,  remoto manifesto della spiritualità germanica, cioè del lineamento più nobile della Anschauung del Sacro romano impero. La tempesta rivoluzionaria dell’ideale cristiano verrà con Lutero più di tre secoli dopo. La cristianità intera, anzi l’intera civiltà  dell’uomo, devono quasi tutto alla risorgenza cristiana invocata da Martino, agostiniano di Wittenberga.

Si usa evidenziare che il trionfo della Riforma fu asserzione forte della germanità. E’ certamente vero che Lutero fu vittorioso condottiero della sua stirpe contro le turpitudini, anche antiche, della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza religiosa e di utopia che aveva più volte agito, per secoli, nei movimenti ereticali fuori del contesto tedesco. Il successo di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

Peraltro la Baviera, l’Austria e altri principati dell’impero respinsero il messaggio della Riforma, e questo non contribuì a unire la nazione. In aggiunta ai ducati storici che vollero restare nella fedeltà a Roma, ci furono regioni -Palatinato, Assia, Brandeburgo- in cui si diffuse il calvinismo, confessione distinta dal luteranesimo.

 

Dopo la Riforma, il Pietismo

Quando venne la volta del Pietismo, l’anima germanica espresse un altro contributo universale. Quei grandi spiriti che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in un’epoca già attraversata dalle incredulità illuministe/razionaliste. Il Pietismo sorse come movimento di correzione del protestantesimo, anche per reazione alle tre ossificazioni dogmatiche seguite alla Riforma: il settarismo delle controversie teologiche, le chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla fusione tra magistero religioso e autorità del principe. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore. Più interiorizzazione, più devozione, più commozione.

Fu un raddrizzamento della Riforma, uno che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali (culturali e religiosi) il movimento di fatto ‘pietista’ assunse altri nomi: parliamo specialmente del puritanesimo e del metodismo. I pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultra-confessionale del misticismo medioevale tedesco, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi della “età di Goethe: del grande Settecento tedesco.

 

I secoli inerti

Lo storico Golo Mann, figlio dell’osannato Thomas (che quando fu il tempo giusto si fece civis americanus, poeta cesareo delle Potenze vincitrici e araldo di liberalismo) Golo dicevamo lamenta nella sua “Storia della Germania moderna” che all’eruzione vulcanica della Riforma seguì, inerte per la Germania, il secolo diciassettesimo e le fasi buie del diciottesimo. Eppure in queste fasi cominciò a nascere il sentimento nazionale. Lutero non era stato solo il teologo dell’incontro individuale con Dio: anche la guida dell’insurrezione germanica.

La guerra dei Trent’anni infierì nelle terre tedesche senza suscitare slanci vitali. Mentre le grandi stirpi dell’Europa -inglesi, iberici, francesi, olandesi, russi- si lanciarono alla conquista dei continenti e all’espansione dei traffici oceanici, la società dei paesi germanici si ridusse alla gestione di territori e posizioni guadagnate nel passato. “Non partirono spedizioni nei continenti – annota Golo Mann- non imprese dei navigatori; non dinamismi mercantili”. I traffici e le esplorazioni avevano fatto grandi i portoghesi, gli olandesi, i francesi, gli spagnoli. Per non parlare delle lontane stagioni degli italiani, culminate nella scoperta dell’America. Golo Mann sottolinea che i tedeschi furono assenti dalle esplorazioni e dalle conquiste fino alle esigue acquisizioni coloniali e navali della fase guglielmina, a cavallo tra Ottocento e Novecento: allora Bismarck, che non sentiva l’imperialismo oceanico, valutò di dover fare concessioni alle spinte espansive generate dall’impetuosa crescita delle industrie germaniche.

Il tardivo colonialismo tedesco fu un’esperienza senza futuro, proprio per il fatto di non avere spessore storico. Gli acquisti tedeschi in Africa e nel Pacifico andarono tutti perduti, in quanto la Germania non si era protesa verso il mondo tra i secoli XVI e XVII. Insomma per Golo Mann l’espansionismo germanico fu condizionato dall’ossessione della spinta verso Est: verso l’acquisizione di terre sul Baltico (Lega Anseatica, Ordini militari), in Polonia, in altre aree slave. La Germania restò ferma quando i paesi europei si lanciarono verso i continenti, I programmi navali dell’ammiraglio Tirpitz vennero tardi e suscitarono la reazione implacabile degli interessi britannici. Prima del tardo Ottocento la Germania parcellizzata in troppi piccoli Stati non aveva agito come una nazione.

Trionfando su Napoleone III il cancelliere Bismarck sembrò fondare il Secondo Reich: ma esso durò quarantotto anni, pochi per la vita di un impero. Fu ancora più breve il Reich di Adolf Hitler. Come quello di Bismarck, cominciò anch’esso a Sedan, dunque ancora con una vittoria militare sulla Francia, antagonista dimostratasi velleitaria sia quando retta da un sovrano napoleonide, sia quando appaltata a un’oligarchia di notabili repubblicani, con Poincaré, Daladier e Reynaud. Invece, osserviamo noi, andrebbe detto che non nacquero mai nè il Secondo, né il Terzo Reich. Se sorgerà una Germania davvero egemone in Europa, quello sarà il Secondo autentico Impero dopo il tempo degli Svevi. Sarà il conduttore sovranazionale del Continente.

Se il Sacro romano impero rinascerà, quale realtà plasmata dal XXII secolo, non avrà altri precedenti che le grandi dinastie medievali degli Ottoni e degli Svevi. I dinasti che cinsero la corona imperiale dopo Federico II Hohenstaufen mancarono di ispirazione germanica: Carlo V era un fiammingo, distaccato dalle cose tedesche, all’incirca come distaccati furono i Cesari asburgici che gli seguirono. L’età barocca non conobbe un vero impero, anche quando coloro che regnarono a Vienna cingevano una corona imperiale.

Si usa sottolineare che il trionfo della riforma luterana fu affermazione forte della germanità. E’ certamente vero che l’agostiniano di Wittenberg fu condottiero della sua stirpe contro le turpitudini anche antiche della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza di fede e di utopia che aveva più volte agito nei movimenti ereticali, fuori del contesto tedesco. La vittoria di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

 

Il magistero di Melantone

Morto Lutero nel 1546, il movimento della Riforma ebbe per alcuni anni una guida vigorosa e al tempo stesso temperata in Filippo Melantone, poco conosciuto ai più, ma talmente saggio che al successore di Martino andò l’appellativo onorifico di ‘Praeceptor Germaniae’. Philipp Melanchthon, nato nel Baden nel 1497, si chiamava in realtà Schwarzerd ed era figlio di un armaiolo. Grecizzò il suo nome in Melancton e, conseguito giovanissimo il dottorato in filosofia, pubblicò a ventiquattro anni in latino il primo importante lavoro di teologia dogmatica protestante, un testo che in quattro anni ebbe già 17 edizioni. All’università di Wittenberg ottenne la cattedra di ebraico e di greco. Nel 1530 fu autore della ‘Confessione di Augusta’ quasi intera. Presto la sua fama di teologo si fece grande a livello europeo: lo richiesero di insegnare, oltre all’università di Tubinga, anche il re di Francia e il re d’Inghilterra. Egli declinò per dedicarsi interamente all’edificazione teologica riformata. Redasse una ‘Confessio saxonica’ da presentare al Concilio di Trento, ma la guerra glielo impedì. Alla scomparsa di Lutero si trovò alla testa del  movimento protestante. Gli indirizzi che egli tracciò per le facoltà umanistiche tedesche tedesche fecero di lui il ‘Praeceptor’ nazionale.

Non tutti i luterani seguirono compatti Melantone. Rispetto a Lutero, egli mirò a posizioni equilibrate che non escludessero l’incontro con i cattolici, e invece attenuassero le divergenze teoriche. I propri seguaci dichiarati furono chiamati ‘filippisti’. Sarà giusto che in futuro Melantone rappresenti, nel retaggio offerto dalla Germania all’Europa, il superamento delle spinte rigoriste e dello spirito di contrapposizione.

Il Pietismo fu l’altro contributo universale dell’anima tedesca. Quei grandi spiriti della germanità che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in una fase già attraversata dalle incredulità illuministe e razionaliste. Il Pietismo sorse come correzione del protestantesimo, anche per reazione a tre ossificazioni dogmatiche del luteranesimo realizzato: il settarismo delle controversie teologiche; i mali delle chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla coincidenza tra magistero religioso e autorità del principe sovrano. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore di fede. Più interiorità, più devozione, più commozione.

Fu una riforma nella Riforma, una che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali, culturali e religiosi il movimento “pietista” assunse nomi diversi: puritanesimo, metodismo, presbiterismo etc. In Germania i pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultraconfessionale del misticismo medievale, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi dell’età di Goethe, cioè del grande Settecento tedesco.

Si usa indicare come il pietista cronologicamente primo l’alsaziano Ph. J. Spener, autore di un’opera di edificazione, “Pia desideria”. Predicò alla corte di Sassonia a Dresda, influenzò l’università di Lipsia. Il discepolo. H. Francke convertì la religiosità pietistica in un’azione pedagogica. La quale non mancò di antagonizzare gli avversari: essi combatterono i pietisti quando eccedettero nell’esibire il loro émpito di fede.

Un ispirato organizzatore di cultura e di pratica pietistica fu il conte Nikolaus Ludwig von Zinzendorf. Nel 1722 ospitò nel suo possedimento di Herrnhut una prima congregazione di pietisti: protestanti cechi che si organizzarono in Fratelli Moravi. Essi espressero una corposa letteratura e sperimentazione della ricerca interiore. Qualcuno ritiene che ebbero qualche influenza sull’esperienza goethiana. La comunità degli ‘Herrnhuter’ costituì un movimento a sè nell’ambito del Pietismo.

Mentre in Francia e altrove avanzava la cultura dei lumi, in Germania le prime espressioni dell’Illuminismo trovarono premesse e apporti nel Pietismo. Anche le conquiste filosofiche di G.W. Leibnitz devono qualcosa ai contenuti e alle esperienze missionarie del Pietismo. Il cui pensiero e la cui azione, soprattutto in quanto contrapposti ai precetti del razionalismo illuminista, furono protagonisti del Settecento tedesco.

L’ultimo Settecento fu il momento più alto della cultura germanica. Si giovò dell’avvampare della lingua tedesca, in precedenza ancora discriminata a favore del francese e, ai livelli più accademici, del latino. L’ambiente culturale del Settecento tedesco, intriso sì di Illuminismo ma anche modellato dalle esperienze pietistiche, fu come la placenta del Romanticismo, insuperata espressione del’anima germanica.

 

Gotthold Ephraim Lessing

Anche di Lessing, il maggiore degli illuministi tedeschi, occorre segnalare che partecipò alle conquiste morali e intellettuali del Pietismo. Egli fu l’opposto dell’intellettuale accademico. Non concluse il percorso scolastico e rifiutò la teologia. La lettera scritta al padre, pastore protestante, per motivare tale rifiuto, asserì le ragioni della cultura laica, non clericale, senza peraltro negare il valore della tradizione germanica, così imbevuta di moventi religiosi. Per sostentarsi fece il segretario di un generale prussiano durante la guerra dei Sette anni. A Wolfenbüttel fece il bibliotecario del feudatario.

I primi lavori teatrali di Lessing affrontarono direttamente temi quali il pietismo e gli ebrei, con la piena (e nuova) consapevolezza apportata dall’Illuminismo: egli razionalista additò il fervore e l’onestà del Pietismo; si schierò con decisione a fianco degli esponenti della cultura ebraica (fu amico del filosofo Moses Mendelssohn). Aderì alla Massoneria, allora lievito di tolleranza e di favore alle nuove vie dell’esperienza religiosa. Il suo lavoro teatrale ‘Miss Sara Sampson’ (1755) pose fine alla fase ‘libertina’ dell’Illuminismo. E’ stato notato, autorevolmente (Marino Freschi) che in Germania l’Illuminismo “è impegnato più che altrove, attraverso lo strenuo rapporto dialettico col Pietismo, ad attingere una nuova coscienza rigorosamente morale”.

Va segnalato che al di fuori del Pietismo agirono individui e piccole comunità che risalivano alla tradizione dei mistici: pensatori che offrirono testimonianze di ricerca interiore e di tolleranza. Gottfried Arnold, morto nel 1714, fu autore di scritti di spiritualità cristiana “letti ancora ai tempi di Goethe”. Abbiamo già ricordato il conte Zinzendorf, che ospitò a Herrnhut la prima congregazione di pietisti esuli dai territori austriaci.

Lessing scrisse per il teatro “Nathan der Weise” che è un capolavoro dell’Illuminismo tedesco e, secondo alcuni, uno dei migliori prodotti della drammaturgia nazionale. L’azione si svolge in una Gerusalemme ideale dove si confrontano le menti delle tre grandi religioni monoteiste. In Lessing il filosemitismo e la critica al fondamentalismo cristiano si uniscono ad altre componenti essenziali dell’Illuminismo germanico, così aperto all’interiorità e all’utopia del Pietismo. Un altro autore razionalista “con una nostalgia pietistica” è Christan F. Gellert. Anche in Christoph M. Wieland si ritrovano appigli e riferimenti al Pietismo. Insomma in Germania il propagarsi dell’Illuminismo si può dire coevo e congeniale all’esperienza pietista.

Arrivò il largo svecchiamento filosofico che fu il grande apporto di Gottfried Wilhelm Leibniz e del suo discepolo Christian Thomasius. Di questi due il Freschi, studioso del Settecento tedesco, ha sostenuto che ebbero il merito di un’autentica rifondazione della cultura nazionale più impegnata: “Non si deve mai disgiungere il peculiare rapporto di attrazione e repulsione che intercorre tra i due grandi protagonisti del secolo: Pietismo e Illuminismo”.

Nulla si può aggiungere sulla grandezza di Goethe. Invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione luterana e pietistica. A Weimar Goethe lanciò quasi una nuova civiltà, all’interno della quale si staglia grandioso anche il lavoro di Friedrich Schiller. Alcuni riferimenti al Pietismo si ritrovano nell’opera di Klopstock. Con la prima delle sue ‘Oden’, composta a 23 anni, Klopstock interpretò gli slanci della lirica tedesca verso una natura, anzi una ‘Mutter Natur’ divinizzata. Si annunciano le estasi e il panteismo del sacro che saranno il nerbo dello Sturm und Drang e l’aurora del Romanticismo.

L’ispirazione religiosa pervade il poema ‘Der Messias. Ein Heldengedicht’ di Klopstock. Sulle prime tre intense cantiche del poema sorse forse l’empito sentimentale che divenne aurora di Romanticismo. Cominciò a finire l’Illuminismo scettico.

Johann  Gottfried Herder, pastore luterano, a  Königsberg scolaro di Kant e filosofo della storia,  condusse la cultura del suo tempo a superare le astratte proposizionì dell’Illuminismo e a riscoprire le matrici popolari della tradizione.  Herder segnò la liquidazione del conformismo illuministico. Alle generazioni giovani propose l’arte medievale, dunque il genio germanico testimoniato da quell’arte. In sostanza intraprese a rigenerare la cultura tedesca, liberandola dai condizionamenti francesi.  In questo fu per il giovane Goethe un entusiasmante Virgilio.

Il maggiore poeta tedesco di tutti i tempi ricevette da Herder il senso più vero della missione.  Nulla si può aggiungere alla grandezza di Goethe; invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione nazionale, luterana e pietistica. A Weimar Goethe e Schiller alzarono quasi i muri di una nuova civiltà.

 

Lirismo e profezia in Hölderlin

Hölderlin (1770-1843) è uno degli astri più splendenti del firmamento poetico tedesco. Anch’egli, come Schiller, figlio della declinazione pietistica del protestantesimo. In lui un cristianesimo messianico si compenetra in una intensa, emozionante rivisitazione della classicità greca.  In Hölderlin fede ed ellenismo si fondono in un Geist sublime, utopico-mistico, vivificato dagli impulsi della modernità romantica. A Tubinga egli ebbe come compagni di studio Hegel e Schelling.

Assunto un incarico di precettore a Bordeaux, nel 1802 fece a piedi il viaggio del ritorno in Germania. La prova lo menomò e fino alla morte visse da eroico e vivido recluso.

Nelle esemplari parole di Marino Freschi, il Nostro “autore di grandi inni classici e cristiani, Hölderlin tenta di intuire i presagi della prossima epifania degli antichi Dei. Forte delle due tradizioni dell’Occidente, il poeta si proponeva di pronunciare un nuovo messaggio spirituale per la Germania e per il mondo intero. Hölderlin istituiva un intenso dialogo tra il mito della Grecia e la sua visione della Germania che, terra della sera, d’Occidente, diventa la terra fecondata dall’antico spirito che risorge nell’utopia aurorale e nella visione del ritorno degli Dei. Anche nel frammento del romanzo “Hyperion oder der Eremit in Griechenland (Iperion o l’eremita in Grecia), del 1797-99, il grande poeta lega Grecia e Germania in una strabiliante operazione di attualizzazione”.

Marino Freschi aggiunge che nel dramma “Tod des Empedokles” (Morte di Empedocle) l’atto del filosofo che vuole morire nel cratere dell’Etna rinnova l’idea dell’immolazione cristica, dell’eroe-filosofo che si innalza alla santità. “E’ il canto supremo della palingenesi e della rinascita. Nell’intensità profetica e utopica della sua poesia Hölderlin assume una posizione  autonoma tra Classicismo e Romanticismo”. Per Freschi, ciò è vero anche per altri due scrittori del periodo che i critici chiamano ‘l’età di Goethe’: Jean Paul Richter e Heinrich von Kleist.

 

Terra del Romanticismo

Alla fine del Settecento la Germania si impone come patria del movimento romantico. L’università di Jena, dove insegnarono Schiller, Fichte, Schelling e Hegel, vide le prime smaglianti prove del Romanticismo. Quel periodo lo sentiamo come un’età eroicamente giovanile: Novalis, il più ispirato dei poeti romantici (si chiamava in realtà Friedrich von Hardenberg), morì a ventinove anni. Karl Philipp Moritz a 37, Heinrich von Kleist a 34, Georg Büchner a 24.

Von Kleist era nato in una famiglia di generali prussiani; un discendente, feldmaresciallo, morirà in un campo di prigionia sovietico. Fu specificamente tedesca la vicenda dello scrittore, uno degli intellettuali più impegnati  nella mobilitazione delle coscienze contro l’invasore napoleonico. Una delle opere esasperatamente patriottiche di Kleist fu ‘Die Hermannschlact’, che esaltò la vittoria di Arminio sulle legioni romane. Ora i nemici da scacciare erano i reggimenti di Napoleone.

Si usa ritenere Richard Wagner il massimo cantore del nazionalismo germanico. Certamente fu il principale tra i mitografi nordici, il maggiore esponente della nuova asserzione del paese che Bismarck aveva trasformato in un moderno impero industriale. E’ stato sostenuto che le opere di Wagner sono fra le conquiste più significative dell’Ottocento tedesco, alla pari con le intuizioni filosofiche di Arthur Schopenhauer e di Friedrich Nietzsche.

Il Novecento si annunciò in Germania con i drammi di Gerhart Hauptmann: “Vor Sonnenaufgang” (Prima dell’alba) e “Die Weber (I tessitori), nei quali campeggiano i temi sociali e le aspre esistenze dei proletari della natia Slesia. Affrontò frontalmente la proposta del Naturalismo il poeta simbolista Stefan George, sacerdote dell’arte per l’arte e della poesia pura. Il suo cenacolo animò la Monaco di fine secolo, assieme all’opera dei fratelli Thomas e Heinrich Mann. Il primo, insignito del premio Nobel, scrisse nella Grande Guerra un saggio (“Considerazioni di un impolitico”) in cui sembrò anticipare un avvicinamento alle operazioni di Nietzsche e di Oswald Spengler (“il tramonto dell’Occidente”). Il fratello Heinrich esordì come raffinato decadentista ma approdò a posizioni radicalmente democratiche e antiguglielmine.

Hermann Hesse, che risultò lo scrittore più letto del sec. XIX, nacque in una famiglia pietista e nella Grande Guerra si fece svizzero. Bertolt Brecht, che si collocò su un terreno opposto alla ricerca intimistica e alle rivisitazioni romantiche, scrisse le pagine tedesche più importanti per il teatro, soprattutto negli anni Venti del Novecento. Egli cominciò come espressionista – l’Espressionismo è stato la più importante delle avanguardie tedesche – ma col tempo si allontanò dalle esasperazioni di quel movimento per collocarsi su posizioni modernamente dissacratorie. Restano dirompenti le espressioni brechtiane contro la guerra.

Ernst Jünger fu tra i pensatori più visionari del Novecento. Nella Grande Guerra fu eroe come pochi. L’altro massimo testimone contro l’immanità di quel conflitto fu Erich Maria Remarque (“Nulla di nuovo sul fronte occidentale”). L’ascesa di Hitler nel 1933 aprì una tragedia smisurata -il trauma assoluto- nella comunità intellettuale tedesca. Si suicidarono Walter Benjamin, Kurt Tucholsky, Ernst Weiss, Stefan Zweig, Ernst Toller. Klaus Mann, figlio di Thomas, trattò con la maestria connaturale alla famiglia il dramma dell’emigrazione politica.

Il maggiore poeta tedesco del Novecento, vertice assoluto della lirica occidentale, nasce a Praga in una famiglia germanica: Rainer Maria Rilke.

 

Bach, il più grande dei Pietisti

Agli albori della piena germanizzazione del Sacro romano impero campeggiano l’esperienza della mistica tedesca e, assai più, il Pietismo. Quest’ultimo dette forma alla letteratura germanica fino agli esordi della ‘Età di Goethe’.  Ma le espressioni assolute del Pietismo non vennero in letteratura, bensì nella musica sacra. Qui il dominatore fu Johann Sebastian Bach, preceduto da pochi precursori e seguito da meno ancora continuatori, certo di rilievo ben minore. I documenti insuperati della spiritualità germanica di tutti i tempi sono di J.S. Bach: le Cantate sacre, le Passioni, i Corali, i Mottetti, le  Messe, i Magnificat, gli Oratori, pinnacoli non solo del repertorio sacro, ma dell’intera civiltà musicale del pianeta.

Bach non ebbe precursori, eredi o continuatori alla sua altezza, malgrado la schiera degli organisti di area germanica -nella quale si può includere Dietrich Buxtehude, fiorito a Lubecca, che risulterebbe oriundo danese, o addirittura svedese- sia folta e degna.  Anche G.F. Händel, F. Mendelssohn e, per i suoi insuperati ‘leader’ romantici, Franz Schubert, hanno confermato la primazia musicale tedesca sorta nel Settecento con J.S. Bach.

La solitudine di Bach è un esito inquietante. La spiegazione va cercata, in ambito musicale, nell’esaurimento del pensiero creatore come pellegrinaggio dello spirito; ma anche nella stanchezza della motivazione religiosa. Non poteva andare diversamente, visto che ai lancinanti dilemmi e alle invocazioni del Pietismo seguirono, persino in Germania, i tralignamenti musicali della scuola italiana/francese e dello ‘stile galante’.

Progressivamente insidiata dal razionalismo e dalla secolarizzazione -quest’ultima l’opposto del sentimento pietistico- nemmeno la Germania seppe prolungare la stupefacente creatività e l’intensità delle conquiste bachiane. Gli epigoni veri, anzi i compagni d’avventura di Johann Sebastian, sono stati i grandi dell’Ottocento romantico, o classico-romantico: Mendelssohn, K.M. von Weber, Beethoven, Schumann, Brahms hanno dominato soli l’universo della musica europea fino all’apparizione dell’Impressionismo di Claude Debussy e della vivida pattuglia spagnola de Falla, Granados, Albéniz.

E’ tedesco il massimo giacimento musicale del mondo moderno,  da Gluck  e da Gustav Mahler ai classici moderni quali Richard Strauss e Arnold Schönberg.

Non sono stati gli iniziatori riconosciuti del Pietismo coloro  che hanno spinto ai livelli più alti  l’ispirazione religiosa in Germania. Non sono stati i poeti, i prosatori, i drammaturghi del Settecento, nonché i grandi organisti dell’area germanica. E’ stato soprattutto Johann Sebastian Bach, senza confronti superiore ai predecessori e ai successori che portavano il suo cognome. Delle due dozzine di musicisti Bach, quelli decorosamente rispettabili sono soprattutto quelli venuti prima. I meno meritevoli sono i quattro figli del Nostro, tutti passati al conformismo della scuola italiana.

Nessuno potrà risarcire la musica germanica del lungo oscuramento che colpì Johann Sebastian. In un concorso si arrivò, lui vivo, a preferire a J.S. un compositore della modestia di Georg Philipp Telemann. Johann Sebastian è il massimo dei musicisti religiosi di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E, insistiamo noi, è il massimo dei pensatori germanici ispirati dal Pietismo. Non poteva essere che così. Il Pietismo fu la risposta del Geist nazionale all’involuzione del cristianesimo tedesco dopo le straordinarie conquiste di Lutero, di Melantone, di Ulrico di Hutten. L’ispirazione religiosa del pensiero tedesco pagò il prezzo della vittoria sul papismo su almeno due piani: 1) l’ipertrofia dello spirito di controversia teologica; 2) l’ufficializzazione della fede in religione di Stato e dunque la sua mondanizzazione. Ciascuno degli innumerevoli ‘sovrani parziali’ di Germania sentì di potere signoreggiare sulle coscienze dei sudditi. Anche queste storture volle sanare il Pietismo.

 

I primati del futuro

La Germania si ingigantirà prima in Europa. Prima sui piani più nobili, non per dimensioni. Riscattata dalle infamie di un passato recente, però brevissimo, sarà eticamente inattaccabile. Si aggiungerà una qualità nuova: allargherà il distacco spirituale rispetto alle altre grandi componenti d’Europa. Constaterà d’essere passata in testa alla colonna della storia. Si parlerà di nuovo primato dello spirito tedesco. La Germania del futuro non lontano sarà davvero il Secondo Reich, la resurrezione dell’Impero sacro e romano.

Quale delle Germanie del passato sarà all’altezza del retaggio imperiale?  Condizionati dai secoli non possiamo che rispondere: ai tempi della grandezza l’Impero era degli Ottoni e degli Staufen, specialmente Federico I.  Sotto il Barbarossa il pensiero fu ancora pienamente cristiano, cavalleresco, medioevale; l’imperatore morì alla Crociata. Alcuni dei suoi valori erano i più alti fino allora concepiti. Dopo, l’ispirazione religiosa si smorzò, la modernità e il razionalismo si allargarono assieme all’assertività borghese.

Il grande revival germanico non potrà che differenziarsi, forse contrapporsi, ai precetti della modernità quale la conosciamo. Il razionalismo ha ‘fatto’ la modernità e la modernità ha tralignato, soffrendo la caduta di Lucifero. La salvezza non potrà che venire dal recupero dei valori -nel Medioevo specificamente germanici- che l’Illuminismo e il Rinascimento  internazionali avevano ripudiato.

 

Il corteggio dei Grandi Spiriti

Chi guiderà la Germania al momento di rigenerare l’Europa, facendone il Secondo vero impero sacro e romano, si proporrà al Continente affiancato da un manipolo dei massimi tedeschi. Garantiranno per l’eticità della stirpe due imperatori Hohenstaufen, Martin Lutero, Filippo Melantone, Ulrich di Hutten cavaliere umanista della Riforma, e poi Johann Sebastian Bach, Goethe, Hölderlin che presagì il ritorno degli Dei ellenici, Rainer Maria Rilke e la schiera degli insuperati classici del Romanticismo. Assieme ad altre  grandi anime, che Dante avrebbe messo in Paradiso, questi Paladini rassicureranno gli europei: quello germanico sarà il più spirituale dei retaggi.

TEMPO DI USCIRE DALLA NATO

Dovessimo credere a talune apparenze, il servaggio dello Stivale rispetto a Washington forse comincerebbe a finire. Iniziò a fine settembre 1943, quando nei territori già occupati dagli Alleati apprendemmo che eravamo governati da un commodoro Ellery Stone, della U.S.Navy. Il titolo era Capo della Commissione Alleata di Controllo. Per esserci arresi senza condizioni, ci trattarono amichevolmente. Tempo pochi giorni, e le province badogliane distribuirono il pane bianco delle autorità d’occupazione; ci beneficiarono, invece di farci scontare la partecipazione alla guerra di Hitler. Il commodoro Stone ebbe ordini di trattarci da ausiliari dei vincitori. Non andò altrettanto bene dove arrivarono i reparti marocchini del generale francese Juin, finto conquistatore: le tradizioni guerriere dei suoi ascari nordafricani erano efferate.

Nell’assieme il maresciallo Badoglio, cavaliere dell’Annunziata, si guadagnò la riconoscenza di noi vinti. Poteva andare assai peggio. Tra l’altro il nostro Mezzogiorno ebbe la fortuna di sfuggire al flagello di una Resistenza che fece morire più italiani che tedeschi.

Naturalmente, finita la guerra i governanti antifascisti installati dai vincitori garantirono ai padroni la più totale sottomissione: né poteva essere diversamente. Persino l’agente di Stalin, Palmiro Togliatti, rispettò lealmente gli accordi di Yalta: l’Italia spettava all’Occidente. All’inizio sembrò che nella nostra penisola Londra avrebbe esercitato un ruolo forte, ma presto risultò che la partecipazione britannica alla vittoria era una mezza verità: i vincitori veri erano yankee e il possente impero di Chamberlain e Churchill aveva deciso di immolarsi invano, nel 1939.

Per tre quarti di secolo la politica italiana ha mantenuto fedeltà assoluta a Washington. Indimenticabile la servile riconoscenza di Massimo D’Alema: “Condoleeza Rice, la segretaria di Stato, mi ha detto ‘diamoci del tu’!”

A metà del 2018, chissà perché, alcuni sacerdoti dell’obbedienza americana -Angelo Panebianco, Giuliano Ferrara, altri- vanno dicendosi inquieti: l’Italia potrebbe emanciparsi, potrebbe abiurare la fede atlantica, potrebbe scoprirsi naturalmente equidistante da Mosca, potrebbe fare i propri interessi, e tutto ciò sarebbe delittuoso. In realtà i legittimisti a stelle e strisce non hanno, o non hanno ancora, motivi veri per temere l’uscita dello Stivale dalla sudditanza agli USA. Ma tale uscita sarebbe giusta, e dovrebbe venire subito.

Tre quarti di secolo fa gli Stati Uniti conservavano qualche tratto della nazione giovane, della grande potenza che si differenziava dalle altre, del paese che avvicinava il futuro. Oggi sono sconciati dalla loro stessa enormità, e più ancora dall’aver fatto proprie troppe deviazioni etiche. In particolare dall’aver superato ogni livello di militarismo. L’America che fu la fidanzata del mondo non può più essere amata da nessuno. Solo temuta, o sfruttata.

Il Bel Paese non ha motivi per restarle legata. Ora Washington esige persino di addossare su alleati, ausiliari e clientes alcuni costi del proprio militarismo. La sua egemonia planetaria non merita la partecipazione alle spese di alcun subordinato. Un’antagonista di pari potenza, una Cartagine, non esiste più. Dovesse un giorno sorgere, né l’Italia né l’Europa avrebbero ragioni per restare a fianco dell’America. Settantacinque anni dopo l’arrivo del commodoro Stone, è tempo di uscire dalla Nato, tempo di liberarci di ogni obbligo militare.

Se lo faremo, Washington in pratica non potrà fare nemmeno minacce gravi. E’ dalla guerra di Corea che il gigantismo bellicista condanna gli USA a mancare tutti i tentativi di avvalersi della strapotenza. La sconfitta subita in Indocina fu la più grave e la più disonorevole della storia. Saggezza vuole che il Pentagono non provi a punire questo o quello alleato recalcitrante o infedele. E’ grottesco, a questo punto, che noi si debba sanzionare la Russia -a spese nostre- perché si è ripresa la Crimea. La stessa vasta e grossa Ucraina, ai nostri occhi resta quintessenza e madre della Russia. Sarebbe folle rompere con Mosca per rafforzare la presa statunitense su Kiev.

Peraltro, quando riusciremo a voltare le spalle agli USA, non sarà per avvicinarci alla Russia, meno che mai alla Cina. Pur non potendo prendere troppo sul serio la presente Unione brussellese, è chiaro che una grande patria l’abbiamo ed è l’Europa. Nacque amministrativa e microcarolingia, ma merita di rigenerarsi. Momentaneamente i paesi est-europei sono ostaggi dell’imperialismo yankee e dovremo fare senza di loro, visto che credono d’essere legittimati a vendicarsi della cattività sotto Stalin.

Anche il turpe prostituirsi all’America degli ex-satelliti dell’Urss passerà: la grande Europa riconquisterà il suo destino di ombelico del mondo. La legittimità storica è tutta sua: l’Europa supererà l’America per qualità ideale, e risulterà più armoniosa della Cina. A Washington spetterà il terzo posto, alla pari con la Russia.

A.M. Calderazzi

GLI ERRORI TOTALI SU EBREI E URSS NON I CRIMINI PERDETTERO ADOLF HITLER

Non sembra  richiedere dimostrazione l’asserire che non furono i crimini atroci ad abbattere il Führer, furono alcuni errori di fondo. Il primo e, sulla distanza, il più catastrofico, fu di odiare gli ebrei. Dal punto di vista di Hitler l’ebraismo non avrebbe dovuto essere il male assoluto da spegnere, bensì l’avversario da aggiogare al carro del trionfo germanico, poi da utilizzare. Il Faraone, i sovrani assiri e babilonesi, Ciro il fondatore dell’impero persiano, Alessandro Magno, la Roma degli imperatori Tito e Adriano, l’Islam, tutti -salvo Ciro-. oppressero e massacrarono gli israeliti; ma non valutarono di doverli far scomparire. Li assoggettarono e sfruttarono.

I regni antichi della Bibbia, comprese le ‘gloriose’ sovranità di Davide e di Salomone, nonché quella di Erode, furono vassalli di dominatori stranieri. Troppo piccola e debole la nazione degli ebrei. Nei due millenni che seguirono alla dispersione finale per mano di Tito e di Adriano, tutte le aggregazioni di ebrei nel mondo accettarono la sottomissione ai sovrani che le sovrastavano, da quelli orientali a quelli di Spagna, Francia e di ogni altro regno cristiano.

Gli ebrei non furono solo oppressi: anche valorizzati come una delle stirpi più dotate,  creative e ricattabili. Al Andalus, cioè la Spagna maomettana, accordò grande favore a tutti quegli ebrei -erano tanti- che avevano più intelligenza e denaro di altre etnie. Nella Russia meridionale l’intero regno dei Cazari si convertì nel VII secolo alla religione dei giudei. Tutta la storia dell’Occidente è stata segnata dall’oppressione e al tempo stesso dalla valorizzazione e sfruttamento della stirpe ebraica. Quest’ultima, troppo esigua per l’indipendenza, accettava il servaggio e prosperava: nonostante le vessazioni, i pogrom, persino i parziali stermini.

Se Hitler avesse fatto come tutti indistintamente i dominatori della storia, il Terzo Reich sarebbe stato rafforzato e fatto più efficiente dal vassallo ebraico: un vassallo volenteroso, assuefatto a servire. L’ elemento ebraico ai vertici della finanza della Gran Bretagna e degli Stati Uniti (qui molto influente anche in politica) avrebbe persino ostacolato, se il Führer non fosse stato accecato dall’antisemitismo, la crociata antigermanica degli angloamericani. Soprattutto nella Washington di Franklin Delano Roosevelt, tutti i Baruch e i Morgenthau e tutti i tanti intellettuali d’ingegno passati negli USA non avrebbero fomentato il bellicismo antitedesco di Woodrow Wilson e del suo discepolo demoplutocratico, l’impresario del bugiardo New Deal.

Gli ebrei di qualità avrebbero fatto come tutti i loro predecessori della storia: sarebbero stati una delle strutture portanti del Terzo Reich, e avrebbero risparmiato a Hitler l’infamia dei Lager di sterminio.

Il secondo errore assurdo di Hitler è stato, naturalmente, far guerra all’Urss. L’assalto a Cecoslovacchia, Polonia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Francia aveva senso, prometteva d’essere vittorioso. La Francia, unico osso duro, era stata già umiliata dai germanici nel 1870 e agli inizi della Grande Guerra. Gli altri paesi europei erano prede facili del lupo hitleriano. Invece il fango, il gelo e la vastità della Russia avevano abbattuto Napoleone. Qui Hitler sbagliò tutte le valutazioni. Tanto più in quanto sembra accertato che Stalin, mentre disprezzava i suoi futuri, implausibili alleati Churchill e Roosevelt (“Non sono che dei democratici”), ammirava con poche riserve Adolf Hitler. Dicono i libri di storia che il dittatore sovietico riluttasse a credere all’assalto germanico ancora negli ultimi giorni della pace con Berlino. Se l’ammirazione di Stalin era vera, l’Urss avrebbe dovuto essere l’alleata, non la vittima del Reich. Il patto Molotov-Ribbentrop era tutt’altro che insensato per entrambi i dittatori che lo stipularono.

La Russia rovinò il Führer come aveva rovinato Napoleone e il Primo Impero. Se il III Reich non fosse stato tramortito in Russia, è dubbio che Gran Bretagna e Stati Uniti sarebbero riusciti a battere la Germania e i suoi scadenti alleati. La guerra d’Indocina e le imprese belliche americane che ad essa sono seguite hanno distrutto la presunzione di superiorità militare degli USA, e hanno seppellito per sempre il prestigio guerresco del Regno Unito. Senza le vittorie dell’Armata Rossa e quelle del generale Inverno, non è probabile che la Seconda Guerra mondiale sarebbe finita in Europa con la disfatta e il suicidio di Hitler. Logica avrebbe voluto che i due dittatori si saldassero in vera alleanza. Nemmeno è certo che Londra avrebbe voluto la guerra ad oltranza a un Reich amico dell’Urss, ipoteticamente rafforzato dalla cooperazione del giudaismo germanico e dalla non ostilità del giudaismo del mondo.

I quadrimotori angloamericani seppero certo radere al suolo le città e le industrie del Reich. Ma se il Reich non si fosse automutilato in Russia, è dubbio che i quadrimotori l’avrebbero avuta vinta sulla Luftwaffe e sulla contraerea di Hitler.
E’ dubbio persino che la volontà di combattere di Londra sarebbe stata dell’acciaio vantato a guerra vinta. Un compromesso tra la voracità tedesca di conquista e il pragmatismo britannico sarebbe stato nell’ordine delle cose: tanto più in quanto Hitler, già nei giorni trionfali del giugno 1940, aveva dato segni di non mirare all’umiliazione della Gran Bretagna. Infine i vertici britannici non potevano ignorare che nemmeno la rovina dello sfidante germanico avrebbe scongiurato la fine della grandezza e dell’impero britannico.  Dunque una composizione con Berlino non era assurda.

Conclusione. Adolf Hitler firmò la propria condanna quando, fallito il Putsch del 1923, scrisse dalla prigione bavarese il “Mein Kampf”, mettendo l’odio agli ebrei e al comunismo al centro della sua opera. Fu allora che sbagliò le decisioni programmatiche fondamentali. Vendicare l’umiliazione di Versailles, sì. Insignorirsi del continente europeo, sì. Strappare alcune colonie alla Gran Bretagna, magari con un negoziato, sì. Invece lo sterminio degli ebrei, i quali lo avrebbero aiutato a vincere, fu illogico. Altrettanto lo fu la guerra totale all’Urss.

Antonio Massimo Calderazzi

Spagna: l’antica sventura dei micronazionalismi

“Verso  il 1500 il miserabile, debole, arretrato popolo castigliano – una razza che decadeva – si impadronì della Catalogna, allora prospera, forte e avanzata”. Così accusava a fine Ottocento il medico Pompeu Gener, uno dei padri del catalanismo d’attacco. Peraltro attorno al 1887 un ampio settore d’opinione a Barcellona (le campagne non spasimavano per la secessione) si attestò su posizioni non separatiste.

Ma è in terra basca che nel 1839 circa prese forma l’estremismo separatista. Agustin Chahu raggiunse presto i toni più irrazionali: “I baschi sono il popolo di Dio, il popolo eletto”. Divenne ossessiva la preoccupazione di definire in termini biologici il ‘fatto differenziale’ della propria stirpe, e di qui lo svilupparsi di un nazionalismo violento, che a suo tempo diverrà terrorismo. Tra i baschi sorge il personaggio Sabino Arana, il più visionario e messianico tra i precursori del Vasquismo di lotta, morto  trentottenne nel 1903. La sua predicazione irredentista dette vita a quello che sarebbe diventato negli ultimi anni di Franco il più grave dei morbi spagnoli.

La domenica di Pasqua del 1882 Arana ricevette “direttamente da Dio” la rivelazione della causa nazionale basca. “Elevando il mio cuore a Dio, della Biscaglia eterno Signore, mi dispongo anche a dare la vita perché la nostra Patria risorga”. Arana predicava che la Spagna che aveva combattuto il Carlismo era una società empia, senza Dio, che voleva spegnere la fede in Cristo in Biscaglia. “La Passione e la Resurrezione di Gesù sono allegoria del peregrinare del popolo basco. I nemici della nazione basca sono le turbe che esigettero la crocefissione sul Golgota”. Si arrivò a definire Sabino Arana  “il Verbo basco fatto carne” e anche “El hermano de Jesucristo”.

Arana dette forma alla sua dottrina a poco più di 23 anni: “La Biscaglia è una nazione e una razza: Viva Euskeria indipendente! Muera Espagna!”. Tra i suoi primi seguaci furono i carlisti e i neo-cattolici integristi. Per coerenza anti-ispanica, il Fondatore condannò le repressioni coloniali di Madrid e acclamò il trionfo militare degli USA sulla Spagna. Questo non attirò ad Arana le simpatie del basco Miguel de Unamuno, rettore a Salamanca e aperto spregiatore di operazioni antiquarie come il disseppellimento della lingua basca, la lingua più strana d’Europa, nonché strenuo e alto assertore della grandezza spagnola.

L’identificazione basca del profeta Arana era così esclusivista che non si riferiva a tutte le province basche: Bilbao, Santander, Guipuzcoa. I matrimoni dovevano avvenire solo tra sposi baschi veri. L’autentico patriota basco doveva parlare il ‘vascuence’, ma perché quella lingua restasse pura, doveva essere parlata solo dai baschi: “Se fosse parlata da altri spagnoli sarebbe una jattura”. Il Maestro arrivò a insegnare: “Se uno spagnolo in punto di annegare in mare chiede soccorso, va risposto ‘Non capisco lo straniero’. Il Nostro sognò di epurare il vascuence da quel 75% dell’idioma che derivava dal latino. Dovette dunque inventare molte parole.

Il nazionalista di Arana doveva odiare la Spagna prescindendo dalle istituzioni che la reggevano. “La Spagna è la nazione più abietta d’Europa, è vile e spregevole. Bisogna desiderarne la distruzione. Guai se la nostra dominatrice si rafforzasse”. Tanto anti-spagnolismo era così viscerale da trascurare quale fosse l’assetto di governo del paese ‘oppressore’. “Giubileremmo se la nazione spagnola fosse devastata da un cataclisma”.

Non trascureremo l’irredentismo catalano; in questi giorni di fine 2017 si ritenta il referendum per l’indipendenza; e di nuovo Madrid minaccia “Sapremo cosa fare”. Ora segnaliamo che un po’ dopo l’apparizione del basco Arana sorse la sommessa rivendicazione di un patriottismo della Valencia, in qualche modo avvicinabile a quelli catalano, aragonese e balearico. Qui le affinità storiche sono tali che essere precisi non è facile. Le prime manifestazioni micropatriottiche furono quasi esclusivamente letterarie, vicine ai soli ambienti borghesi e urbani. Anche qui le espressioni di nazionalismo periferico, avvicinabili a quello catalano, sono fortemente minoritarie.

Anche nella Spagna medioevale, come in altri paesi, si consolidarono regni o altre entità aventi fisionomie e strutture differenziate. Si aggiunse, nei secoli XVI e XVII,  che la monarchia degli Asburgo mantenne, per un generale indirizzo conservatore, la diversità dei retaggi ereditati dal Medioevo. Così ancora nell’anno 1700 vigevano istituti, prassi e peculiarità in parte arcaici, non sopravvissuti fuori della penisola iberica. Quando giunse l’avvento del liberalismo spagnolo, all’inizio dell’Ottocento, esso conobbe innovazioni e fratture analoghe a quelle di altre nazioni contemporanee  – la Francia per prima –  nelle quali le tradizioni unitarie erano più radicate. In Spagna le novità ottocentesche “si fecero perdonare” accettando la sopravvivenza di forme superate e offrendo concessioni al passato che col tempo contribuirono al sorgere di micropatriottismi e di nazionalismi periferici,

Si succedettero epoche ed esperienze diversificanti: il gracile regno visigoto, abbattuto con singolare facilità dagli islamici all’inizio del sec. VIII; Al Andalus, cioè gli otto secoli della Spagna musulmana  (frequentemente infestata da divisioni e conflitti tra clan ed etnie: nell’anno 740 dovette accorrere un grosso esercito dalla Siria per domare una rivolta probabilmente berbera, comunque nordafricana). Il destino egemonico della Castiglia si articolò in molteplici direzioni ed esigette decine di diramazioni territoriali e politiche. Anche l ‘impero carolingio ebbe un ruolo nella costruzione dell’entità spagnola, dovendosi però misurare anch’esso con le velleità indipendentistiche di principi minori. Così la carolingia Marca Hispanica non fu omogenea come vorrebbe la mitologia catalana.

Verso l’anno Mille si parla di vari ‘Reinos de Espagna’ (uno dei quali era il Portogallo), non monolitici ma spesso cangianti in estensione e potestà secondo i diversi dinamismi tra Navarra, Asturie, Castiglia, Leon, Galicia, Guipuzcoa, Aragona. Rodrigo Diaz de Bivar – il Cid Campeador –  pur combattendo per conto del re di Castiglia e Leon, si insignorì in proprio del regno di Valencia. Si prende a parlare di Corona di Castiglia quando Alfonso X regna su metà della Spagna.

Ad Oriente l’Aragona. Barcellona e i feudi pirenaici contrappesano come possono il crescere in potenza della Castiglia. La Catalogna non è ancora un’entità imponente, mentre cominciano a intrecciarsi i cammini di Barcellona e dell’Aragona. Il conte di Barcellona, Alfonso II (1162-96) è anche re di Aragona. Jaime I il Conquistatore dà incremento all’espansione catalano-aragonese.

Attraverso le vicende dettate dalla polverizzazione feudale, nel secolo XII prende corpo il concetto di una Spagna unita. Alfonso VII si intitola già, più o meno legittimamente, “Emperador del Reino”. Si configura una ‘nacion espagnola’, pur divisa in regni. Le fonti carolingie considerano Spagna tutte le terre a sud dei Pirenei: compresa dunque la Catalogna. Ancora in pieno secolo XV ciascuno dei regni della penisola è un aggregato ‘invertebrado’ di terre, di genti, di signorie quasi sovrane, di domini degli Ordini militari, dei possessi dei grandi arcivescovi, in primis tra questi ultimi quelli di Santiago e di Toledo. Straordinaria è la varietà dei localismi giuridici, che finiscono coll’essere mitizzati come ‘fatti nazionali’.

Il primo amalgama importante tra regni avvenne faticosamente a partire dal 1250 tra la contea di Castiglia e quella d’Aragona. Ma la nobiltà difese ferocemente i fatti differenziali che materiavano i loro privilegi. Si ebbero così sviluppi diversi. Per dirne uno: nel 1370 Juan I di Castiglia fece ‘hidalgos’ tutti gli abitanti di una certa giurisdizione ex-feudale. Al contrario alcuni istituti e prassi si andavano omogeneizzando non solo nei maggiori feudi spagnoli (Castiglia, Aragona con Catalogna, Leon) ma anche in Portogallo e nei cosiddetti ‘Ultrapuertos’ (Navarra francese). Prende ad essere meno infrequente la menzione della ‘consuetudo Hispaniae’, cioè di un fondo giuridico comune come fatto unitario capace di contrastare i particolarismi locali.

Verso il 1465 sembra generalizzarsi il fatto che nelle città agisca un ‘corregidor’, difensore dei sudditi modesti contro le sopraffazioni della nobiltà. In genere fu l’area basca che restò al margine della modernizzazione giuridica, dunque degli sforzi di omogeneizzazione. V a  notato che nel regno d’Aragona il potere pubblico si rafforza meno che in Castiglia.

La imponente fase dei Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, dà naturalmente un certo impulso ai processi di unificazione.  Si profila anche il ‘castellanocentrismo’, ossia il primato della Castiglia (che allora non aveva la capitale a Madrid ma a Valladolid, Burgos o altrove). Pochi tra gli studiosi moderni condividono la pensosa visione di Ortega y Gasset: “La Castiglia ha fatto la Spagna, la Castiglia l’ha disfatta”. I processi furono più complessi, le responsabilità più sfumate. I vari ‘regni’ non avevano gli stessi retaggi. L’Aragona, retta da una dinastia barcellonese fino al 1430, era multiculturale e plurilingue sin dal Medioevo; i suoi sovrani regnavano anche su Valencia e Maiorca, nonché in Sicilia e in Sardegna. La stessa grande Castiglia non seppe realizzare un’autentica unità spagnola.

Le cose cambiarono alquanto quando il paese passò agli Asburgo, che gli dettero proiezione universale e rafforzarono la Monarchia.  Al costo naturalmente di non poche incompatibilità tra le istanze locali e la vocazione mondiale della Spagna divenuta potenza planetaria: al costo al suo interno di tensioni gravi e di vere e proprie insurrezioni sociali come quella dei ‘Comuneros’ (la ribellione delle campagne di Valencia e Majorca. Ad alcuni le rivolte apparvero fatti ‘nazionali’: così le ‘Alteraciones de Aragon’ (1591).

Fallì il tentativo unificatore attorno alla Castiglia del conte-duca d’Olivares (1624). Le resistenze dei gruppi dirigenti delle varie corone si irrigidirono. Le Cortes catalane, dopo quelle di Valencia e di Aragona si proclamarono “Un poble franc y llibert, no obligado al servir al Rey” e si negarono alle forti esigenze finanziarie della linea di governo del favorito Olivares. A quel livello non era mai accaduto. Entrò in crisi il sistema, oltretutto impegnato nel lungo conflitto con la Francia.

La Catalogna, o meglio le sue Cortes, cominciò a fare sul serio, in odio al conte-duca. Anche l’Aragona non rispose alle speranze di Olivares, laddove la Castiglia votò stanziamenti importanti. Va detto che la Spagna non fu affatto sola in Europa a vivere una crisi straordinariamente grave: nessun paese sfuggì all’uragano di quel secolo. Ad ogni modo si cominciò a parlare di ‘rebelliòn’ e persino di ‘revoluciòn nacional’  della Catalogna contro l’assolutismo centralizzatore.

Maggio 1638: la Deputazione catalana avvia negoziati diretti con Luigi XIII di Francia e quegli, con Richelieu, si impegna ad aiutare la Catalogna a farsi indipendente. Il 16 gennaio 1641 la Catalogna si costituisce in repubblica, pur sotto la sovranità di Luigi XIII, proclamato ‘conte di Barcellona’. I francesi occupano la Catalogna. Però i catalani – come oggi – non sono uniti dietro la Generalidad: dissentono molti aristocratici, i notabili di numerosi municipi, il clero che si conferma fedele a Filippo IV. Vari personaggi si esiliarono in Aragona e a Valencia. Luoghi importanti come Tortosa, Martorell, Tarragona, Reus, Lérida e Cardona si sollevarono contro i francesi. ‘El desencanto catalano’ nei confronti di Parigi fu immediato. Nel 1646 gli occupatori misero a morte vari oppositori. Insomma guerra civile tra catalani. All’inizio le leadership urbane barcellonesi parteciparono alla sollevazione antispagnola: alla fine si sottomisero.

La Guerra d’Indipendenza contro Napoleone non dà occasione di esprimersi ai nazionalismi periferici. La stessa Catalogna aderisce prontamente nel 1808 alla Giunta Centrale Suprema, proposta non dalla Castiglia ma da Valencia, una delle regioni che poi figureranno in testa al movimento per più larghe autonomie. Contro la Francia si manifesta un sentimento nazionale e patriottico che prevale su ogni pulsione indipendentista. Nel 1810 Napoleone tenta invano di staccare dalla Nazione Aragona, Catalogna, le province basche, la Navarra.

Le Cortes risorgimentali e liberali di Cadice riproposero con ulteriore forza l’ideale nazionale e l’unificazione giuridica; ci furono riserve nella giunta di Biscaglia. L’effimero re Giuseppe Bonaparte avanzò un progetto che organizzava la Spagna, alla francese, in 38 dipartimenti, da chiamare coi nomi dei fiumi locali. Conosciamo l’esito. Invece la contrapposizione tra la rivoluzione liberale di Cadice e i particolarismi ancien régime non poté non alimentare – ed essere alimentata – dalle guerre carliste della fase 1814-41. Alla fine una legge nazionale del 1839 accoglie le ambizioni autonomistiche basco-navarresi, “non a detrimento dell’unità costituzionale”. Sorge il violento nazionalismo di Sabino Arana (da noi ricordato all’inizio) e si induriscono i contrasti tra aree a vocazione industriale, tipo la Catalogna, e la Castiglia, regione leader ma economicamente debole.

La restaurazione monarchica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella, non cancella il nazionalismo basco e non scongiura il crescere della questione catalana. Si riprende a denunciare che la “arretrata Castiglia” possa prevalere sulla Catalogna: Si riafferma che la Spagna è fatta di due popoli, uno dei quali è catalano.

Arrivati alla modernità, sappiamo che l’insurrezione militare del 1936 sorse anche in odio ai tentativi indipendentistici catalani; e sappiamo che gli ultimi anni del regime di Franco soffrirono un sanguinoso terrorismo basco che culminò nell’assassinio del presidente del governo, ammiraglio Carrrero Blanco, il più fidato luogotenente del Caudillo. Infine il grosso referendum catalano dell’estate 2017 ha fatto temere vicino lo sfasciarsi della nazione.

Morto Franco, la nuova classe dirigente spagnola si è spinta oltre i traguardi più avanzati del riformismo di tipo federalistico. Oggi tutte le regioni godono di un’autonomia decisamente larga: ma alcuni pericoli per l’unità spagnola restano. Fuori del paese le ambizioni verso l’indipendenza appaiono sostanzialmente risibili, ottocentesche anzi donchisciottesche nelle migliori delle ipotesi. Il contesto generale, europeo e internazionale, è tale che in sostanza non si giustificano più autonomie. Il quasi-federalismo risulta eccessivo, bisognevole di contenimento. Né la Spagna né l’Italia sono abbastanza vaste, popolose ed economicamente forti da richiedere ulteriori dilatazioni dei poteri decentrati. Si auspicano arretramenti delle autonomie: non foss’altro che perché queste ultime né in Spagna né in Italia hanno fatto avanzare la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Al contrario, anche in Spagna le regioni (qui chiamate Comunidades autonomas) hanno aperto vasti pascoli nuovi alla corruzione e alla dispersione improduttiva della ricchezza.

Eppure le velleità micronazionalistiche non si sono spente: invece si sono ridotte a realtà relativamente modeste realtà come Francia e Gran Bretagna che furono grandi potenze. La Spagna è davvero abitata da segmenti umani insidiati da patologiche velleità di contrapposizione?

L’ipotesi non appare ammissibile. Non resta che concludere, per ora, che una parte degli spagnoli sono abbastanza ingenui da credere ai mestatori dei micronazionalismi più o meno donchisciotteschi, comunque ai professionisti dell’agitazione. Oppure concludere che parte degli spagnoli sono abbastanza scervellati da fare come i loro compatrioti del 1936: presero a sgozzarsi, persino all’interno delle famiglie, per due fedi che avrebbero meritato distacco. Anzi, salutare cinismo. Oggi Don Chisciotte si dissocerebbe.

Antonio  Massimo Calderazzi

 

Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

La Frontiera e il West, sole vittorie degli USA    

L’America che in un tempo lontano fu la Fidanzata del mondo, oggi ripugna per molti suoi lineamenti: cominciando dal bellicismo, al tempo stesso permanente e frustrato. Ambirebbe a impiegare una forza che nella storia non fu mai data altrettanto smisurata. Non può perché precipiterebbe nell’abiezione, si confermerebbe il più canagliesco degli imperi. Ha il pugno proibito, come un pugile professionale.

Peraltro, da qualche anno, si dubita addirittura sia ancora un impero, con tanti fallimenti più o meno gravi. Trionfarono nel 1945; da allora non hanno più vinto un confronto militare. Nel Vietnam, in Cambogia, nel Laos non avrebbero potuto farsi sconfiggere più ignominiosamente. In più pareggiarono spesso la ferocia delle SS e dei boia di Stalin.

Tuttavia chiudere così il bilancio di un’esperienza nazionale che fu grande è una perdita netta per l’umanità. Dallo sbarco dei Pilgrim Fathers l’America visse tre secoli di avanzamenti e conquiste. Poi l’intervento nella Grande Guerra –imposto dal catastrofico Woodrow Wilson a un popolo che voleva restare coerente con se stesso e col retaggio di G. Washington e di Jefferson – dilaniò la giovinezza dell’America. Un ventennio dopo il guerrafondaio F.D.Roosevelt completò la costruzione dell’impero planetario, al tempo stesso ponendo le premesse per l’ignominia e i fallimenti in Cina, in Corea, in Indocina. Non si dimentichi che lo scontro frontale coll’espansionismo nipponico fu giustificato da FDR coll’intento di estendere l’impero alla Cina. Però l’impresa portata a termine a Hiroshima risultò inutile: la Cina passò a Mao. Hanno aggravato la disfatta le spedizioni coloniali in Somalia, Irak, Afghanistan, altrove.

Uno come me che sbarcò la prima volta a New York da uno degli ultimi transatlantici, deve cercare nella memoria lontana per trovare i bei momenti dell’America: il viaggio del Mayflower, la ribellione a Giorgio III, la conquista della Frontiera e del West. Quest’ultima certo implicò lo sterminio dei nativi. Ma non esistono nazioni che siano diventate grandi senza spargere il sangue dei vinti e quello proprio. In più le stirpi più bellicose degli Indiani furono corresponsabili con gli invasori del genocidio che subirono.

La colonizzazione bianca non era incompatibile con la sopravvivenza dei nativi. Quando potettero, le tribù indiane esercitarono ferocie estreme, che attirarono rappresaglie spietate. Le ferocie non erano obbligate; era fatale che popolazioni tanto esigue e arretrate fossero costrette a consegnare il continente agli invasori. In quel passato lontano il Nord America aveva posto anche per i conquistatori bianchi. Le stragi compiute dai pionieri, dai cowboys e dai reggimenti di cavalleria furono all’incirca come quelle delle SS, della Wehrmacht, dei russi nel Caucaso, dei turchi in Armenia: le quali sarebbero state meno atroci se non avessero agito i partigiani, i guerriglieri, gli estremisti del patriottismo. Se questi ultimi non avessero ucciso non ci sarebbero state le rappresaglie odiose, le Oradour, le Fosse Ardeatine, le Sant’Anna di Stazzema. Meglio avrebbero fatto i Sioux, gli Apache, i Comanchi ad essere pacifici.

Nonostante tutto, la conquista del West resta una pagina grandiosa.  Alla ricerca delle fasi ‘buone’ della vicenda americana, scavo nella mia memoria di farmer dodicennale di una contea ontariese confinante coll’Upstate New York – anche per la suggestione degli insegnamenti di Thomas Jefferson faceva il libero ‘yeoman – e trovo un mese da me passato a Austin, capitale del Texas, quando un rodeo era un evento ben più sentito che un’Olimpiade o che un’assemblea generale dell’ONU. Il rodeo celebrava la bravura e il coraggio del cowboy, e il cowboy era un eroe americano assai più autentico che un equipaggio di astronauti.

Nel Nord America, Canada compreso, è archeologia accademica anche lo scavo nel basement di una capanna di minatore dell’Ottocento. All’università di Austin la punta di diamante delle investigazioni storiche più originali e più convinte, è la riflessione sul grande allevamento bovino, sui ranch, sulle cavalcature degli Apache, sui pozzi per abbeverare il bestiame e gli uomini, sul filo spinato, sulle ferrovie, su tematiche affini. Gli storici “western” ancora oggi rievocano il tentativo fatto da Jefferson Davis segretario alla Guerra (il futuro presidente della Confederazione sudista), di introdurre il cammello nel Sud per i trasporti dell’Esercito.

Nel 1931 un cattedratico dell’università del Texas, Walter Prescott Webb, pubblicò un libro di 472 pagine per descrivere nel concreto più dettagliato e quotidiano “la svolta che prese la civiltà americana quando nella sua avanzata verso Ovest essa, civiltà, uscì dalla foresta e popolò le pianure”. Aveva ragione: gli Stati Uniti nacquero dai boschi come Afrodite dal mare di Cipro. Presero ad adulterarsi, a perdere innocenza, quando divennero una nazione di città, inevitabilmente corrotte. Si rigenerarono quando sboccarono nel West.

Per il nostro storico indagare su quella svolta volle dire ripensare la scure, il fucile, il cavallo, la barca, gli altri mezzi coi quali il pioniere e il cowboy conquistarono la Frontiera. Anzi, era essenziale accertare che fu il six-shooter (il revolver Colt) a trionfare nei pascoli del West.

Uno dei molti duri condizionamenti cui i pionieri dovettero adattarsi per sopravvivere furono i venti caldi: almeno una volta i treni della Southern Pacific furono fermati perché il “chinook” aveva distorto le rotaie.

Un detto comune da quelle parti recita che un jackrabbit mangia quanto un cavallo. Questo roditore faceva tanti danni alle colture che ad una delle battute contro esso parteciparono 700 persone, che uccisero o catturarono 20.000 bestie. Tra il 1888 e il 1897 le battute uccisero mezzo milione di grandi lepri. Impressionante il numero dei bisonti. Una mandria particolarmente grossa poteva contare mezzo milione di capi. Nel 1880 gli USA vantavano 40 milioni di bovini. All’Ovest un grande ranch copriva l’area di un migliaio di fattorie contadine.

Nel 1874 fu venduto il primo rotolo di filo spinato. Il filo spinato chiuse l’era della libertà assoluta: pascolare ovunque, non riconoscere diritti altrui, non rispettare leggi, non permettere l’insediamento di contadini stanziali. Condizioni dure ma seducenti, che non potevano durare. I cowboys e i ranchmen erano una genia rozza e affascinante, il cui vigore e spirito d’avventura stregava gli abitanti dell’Est.

In dieci anni una mandria di 100 vacche poteva raggiungere 1428 capi, senza contare i maschi destinati a rifornire di carne le città dell’Est. Si vendettero mandrie e diritti di pascolo a speculatori di buona parte del mondo. Un trafficante si fece ricco collocando diritti di pascolo nel New Mexico sulle sponde del Pecos River. Arrivò a sostenere che sul fiume facevano servizio regolare cinque vapori, e non era vero.

Nel 1885 venne una crisi drammatica: esaurimento dei pascoli, ondate di freddo terribile. Un solo grande ranch del Texas perdette 15 mila capi su 25 mila. Segui un decennio di sciagure, poi i tempi tornarono euforici. Il cowboy divenne una figura leggendaria: coraggio, forza, somma maestria nel cavalcare.

Sono pochi gli storici accademici del West che non abbiano dovuto indagare sugli aspetti più materiali e tecnici dell’espansione verso Occidente: da come cavalcare e come stendere recinzioni, a come costruire mulini a vento per attingere acqua, a come gestire gli ‘stampedes’ (le fughe improvvise di grandi mandrie).

Il West fu l’affermazione dell’Americano primigenio: inglese, scozzese, irlandese. I tedeschi dell’Illinois e dell’Iowa non raggiunsero le Grandi Pianure occidentali, cioè non fecero i cowboys e i ranchmen. Soprattutto nel Sud-Ovest arido si impose il primo ceppo americano – i Jones, i James, gli Smith, i McDonald. I neri non si spinsero oltre il 98° meridiano, gli esteuropei non vollero andare dove non pioveva, i cinesi restarono sulla costa del Pacifico. Gli immigrati di fine Ottocento-primo Novecento si addensarono negli slum sull’Atlantico, dunque non conobbero il West. Messa così non furono veri americani gli italiani, gli esteuropei, i neri, altri.

Theodore Roosevelt fu l’ultimo leader nazionale che, oltre a impersonare la Frontiera vera nell’immaginazione letteraria e politica – pur essendo nato in una famiglia patrizia del New York – si sforzò di difendere la vocazione Western dell’America come l’autentico e il più nobile destino nazionale. Gli succedette Woodrow Wilson, il quale rappresentò un’America catturata dall’Europa, dal suo urbanesimo, dalle sue guerre e trame diplomatiche: tutto ciò che George Washington e Thomas Jefferson avevano respinto nel nome dell’autenticità e dell’innocenza americane. L’intervento nella Grande Guerra, imposto da Wilson e dai circoli guerrafondai, snaturò la logica della Prima America, tutta vocata all’emisfero occidentale.

Wilson, antagonista simbolico di Theodore Wilson e insulso rettore di un college per ragazze ricche, fu anche il liquidatore morale dell’avventura Western, nonché dei suoi valori più alti. Con Franklin Delano Roosevelt, un protetto di Wilson, si aprì l’equivoca era imperiale dell’America, diametralmente opposta ai modelli dei Padri Pellegrini, della Frontiera e del West.

I successori di Wilson, incluso John Fitzgerald Kennedy finto campione di democrazia, in realtà condottiero della plutocrazia, del militarismo, della degenerazione dello Spirito americano, non hanno più conseguito vittorie. Hanno invece aperto l’età del disonore, non solo avviando la turpe guerra d’Indocina ma anche perdendola nella vergogna. Con Kennedy si aprì il declino americano, che mezzo secolo dopo non accenna a chiudersi.

Niente di ciò che l’America consegue oggi è paragonabile alle gesta dei pionieri e dei conquistatori del West. Quella che fu la più giovane, la più vigorosa e “morale” delle nazioni è oggi il più gigantesco degli Stati-canaglia.  Più nessuna gloria e invece odii o malanimi dal pianeta intero.

A.M. Calderazzi

Piange il coccodrillo antimalthusiano

A metà settembre il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ha dominato le rassegne stampa con una denuncia, più sdegnata che mai, del dramma della fame nel mondo. Essendo tale denuncia di solito molto irrilevante, non ce ne occuperemmo. Però le notizie e le statistiche riportate da Avvenire – fonti i soliti maestosi organismi internazionali: questa volta Fao, Unicef, Ifad, Oms – ci interessano in quanto confessioni anzi autoaccuse, autoaccusa di Avvenire per cominciare.

Dunque gli affamati del pianeta sono 815 milioni (11% della popolazione mondiale): 520 in Asia, 243 in Africa, 42 nell’America latina e nei Caraibi. Rispetto al 2015 sono complessivamente 38 milioni in più (tutti gli abitanti di un paese medio), dopo dieci anni di diminuzione. La fame cresce. Secondo Avvenire i 38 milioni in più sono dovuti alla proliferazione dei conflitti violenti e agli choc climatici; i conflitti vengono detti sempre più gravi a causa dei cambiamenti climatici. 155 milioni di bambini sotto i cinque anni sono deficitari in altezza, 52 milioni soffrono di ‘deperimento cronico’. Altre edizioni di Avvenire hanno precisato che il Sud Sudan e il Sahel ‘muoiono’, e che sono molto critiche le prospettive del gigante nigeriano, con tutte le sue risorse naturali.

Il giornale assegna il debito rilievo all’autorevole e fulminante dichiarazione “Dobbiamo continuare a lanciare appelli” di un Gilbert Fossoun Houngbo, presidente dell’Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo).  Dati i precedenti – in particolare l’eccessiva micragnosità del trattamento economico dei diplomatici e dei manager internazionali – ci chiediamo come riuscirà Houngbo a sostenere col suo reddito personale – senza dubbio lo vorrebbe, per non sfinirsi a lanciare appelli – il progresso agricolo di intere etnie di coltivatori africani.

Giganteggiano naturalmente i pensieri di papa Bergoglio sulla miseria, in particolare quelli condensati nel bronzeo messaggio a Graziano da Silva, presidente della Fao, in occasione di un 40° congresso della Federazione. Il papa dice cosa sacrosanta, benché largamente inutile, quando deplora i miliardi di humans che ‘non mettono in discussione i propri stili di vita onde condividere coi poveri e onde ridurre l’aggressione all’ambiente’. Accettare di impoverirci – diciamo noi – sarebbe persino più urgente che purificare l’atmosfera; a tal fine sarebbe  provvidenziale un tiranno beneficamente duro. Un po’ meno sacrosanto nel pontefice il salmodiare “contro l’inerzia di molti e l’egoismo di pochi”, nonché contro “l’assenza della cultura della solidarietà”.

Ancora meno significativo, nel papa, l’affermare che “i beni affidatici dal Creatore sono per tutti” e che “il costante calo, nonostante gli appelli, degli aiuti ai paesi poveri ‘è un meccanismo complesso’. Tra l’altro sembra che al Sahel non siano stati affidati molti beni. Il messaggio papale si conclude coll’annuncio che farà visita al signor presidente della Fao, e coll’auspicio che “la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia scenda sui consessi della Fao”.

Sarebbe ora, diciamo noi, che invece di far visite alle agenzie dell’Onu, Francesco proclamasse, per cominciare: la miseria del pianeta sarebbe un po’ meno grave se paghe, appannaggi e vitalizi internazionali, soprattutto agli alti livelli, fossero meno delinquenziali. Se proclamasse che l’accesso all’indipendenza delle ex-colonie ha peggiorato la loro miseria: costi, furti e ferocie della politica, della diplomazia, degli apparati militari, delle guerre, della vanagloria. La corruzione e la rapina dei governanti sono piaghe dei paesi molto avanzati. Figuriamoci il Terzo Mondo.

Altro pessimo gesto di Francesco è l’abitudinario invocare che sulle sanguisughe internazionali scenda la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia. E’ormai assodato che nei confronti sia degli 815 milioni di affamati, sia di chi morendo ha smesso di avere fame, la misericordia divina non è stata smisurata. Volendo contestare l’ateismo – giustamente, dico io che amo entrare in chiesa – il papa dica altre cose. La ricerca del Padre divino è vicenda drammatica, non tollera discorsi melensi o menzogneri. Sulle sanguisughe internazionali dovrebbe scendere la maledizione divina: come a Sodoma.

Il fatto veramente grave è che l’Avvenire come il papa con tutta la Chiesa rinviino ancora una volta la confessione/autodenuncia che un giorno non potranno non fare: per millenni si è promessa una dolcezza paterna che troppe volte non è venuta. Più ancora: nell’ultimo secolo la Chiesa ha contrastato come ha potuto il “birth control” tentato a salvezza dei miseri. Una delle malevolenze odierne di Avvenire si rivolge sempre contro i “neomalthusiani”, per i quali l’eccesso delle nascite è la causa prima della miseria. Nel settembre 2017, a valle di millenni di sconfitte contro la povertà, il quotidiano dei vescovi italiani assicura “avremmo gli strumenti per sfamare l’intera umanità. E’ l’uomo a produrre gli scenari che abbiamo sotto gli occhi”.

Dunque nel lacrimare sulla tragedia degli affamati il coccodrillo antimalthusiano accusa l’uomo di essere l’uomo. L’uomo come è, e come non vuol cambiare, non fu progettato dal Creatore?  E comunque, perché l’Onnipotente non agisce mai per correggere le malazioni dell’uomo?  Si usa sostenere che l’Onnipotente è inflessibile nel rispettare la libertà del malvagio. Ma gli affamati non preferirebbero mangiare piuttosto che essere contitolari coi malvagi del diritto di disobbedire al Creatore (Egli certamente non intendeva programmare l’umanità al male)?

Accertato che l’uomo è proprio come è – preferisce vendere il cibo invece che regalarlo, tenere la ricchezza  per sé invece che condividerla – tra non molto la Chiesa dovrà rovesciare il suo insegnamento tradizionale:  si nasce per un fatto animale e non per un dono divino. Limitare le nascite su grande scala non è un oltraggio al Creatore. Sarà obbligatorio constatare per sempre che siamo in troppi; che la Provvidenza non avrà pane e salute per tutti; che non interverrà contro l’egoismo degli agiati per rispettare la loro libertà.

Ergo birth control, e il coccodrillo antimalthusiano smetta di piangere.

Antonio Massimo Calderazzi

IL TIBET DEL FUTURO

La Cina si è fatta “quasi-massima” economia del mondo. Sentiamo dire che sta appropriandosi di ampie realtà dell’Africa, un continente mai stato suo. Possiamo dubitare che saprà lanciare in grande una propria ‘nazione’, il Tibet, sulla quale è riconosciuta sovrana nominale da almeno tre secoli?

Non è abbastanza noto che nel 1903-4 quel grande regno teocratico subì una delle ultime sopraffazioni coloniali della Gran Bretagna. Man mano che Warren Hastings si insignoriva dell’India, Londra provava a inglobare la regione tibetana. I primi esploratori britannici comparvero in Tibet verso il 1774. Nel 1903 il governatore generale Lord Curzon ruppe gli indugi e trovò il pretesto – le iniziative e infiltrazioni russe – per mandare in Tibet una spedizione armata, ricordata col nome del comandante, colonnello Francis Younghusband. Dopo pochi mesi di marcia e qualche scontro, i britannici entrarono nella capitale Lhasa: ma non raggiunsero che in parte gli obiettivi del Regno Unito. Già nel 1906 Londra dovette riconoscere con un trattato l’alta sovranità di Pechino.

Quattro anni dopo le truppe cinesi raggiunsero Lhasa e deposero il Dalai Lama, fuggito in India. Anche questa fu una conquista effimera. Nel 1911 l’Impero Manchù cadde e nacque la Repubblica di Sun Yat-Sen. Il Tibet sembrò tornare indipendente, ma questa volta i monaci che governavano il paese dei monasteri non cercarono come in passato di contrastare le influenze britanniche.  Un trattato stipulato nel 1890 con gli inglesi era stato addirittura respinto, diciamo così, dal popolo. Peraltro una parte dei gruppi dirigenti si mostrarono sensibili agli influssi e alle proposte degli agenti zaristi, tradizionali competitori dei britannici nello scacchiere. Solo la rivoluzione bolscevica farà cessare i tentativi russi.

Conosciamo gli avvenimenti che nell’ottobre 1950 realizzarono l’effettiva imposizione del dominio cinese. Un tentativo di rivolta venne spento nel 1959. Un altro Dalai Lama venne deposto e costretto all’esilio. Molte voci si levarono nel mondo contro quello che apparve il sopruso della Cina. Si sostenne che la cancellazione dell’assetto tibetano era una violenza contro una grande tradizione culturale.

Tuttavia l’alta ‘suzeraineté’, o egemonia, di Pechino è un portato della storia. Più ancora, la presa di possesso di Pechino ha chiuso la lunga fase feudale della storia tibetana e ha avviato la modernizzazione. Alcune delle tradizioni più qualificanti si sono spente, anche se le leadership monastiche hanno visto riconosciuto un proprio ruolo nelle istanze d’autonomia del paese. Comunque, ora il Tibet può affacciarsi sul futuro. I programmi di sviluppo già avviati sono imponenti. Le risorse umane di una stirpe vigorosa saranno valorizzate come nei contesti tradizionali sarebbe stato impossibile.

Con le sue caratteristiche geografiche il Tibet sembra negato ad avere un proprio miracolo produttivo (industriale). Però una parte del suo ingente territorio – il quadruplo dell’Italia – possiede un potenziale non esiguo.  Le più alte montagne del pianeta sono parte del potenziale. Le considerevoli risorse minerarie che si attribuiscono al paese non sono ben conosciute. Invece è verosimile che un retaggio culturale così inconfondibile si presterà, tra l’altro, a una valorizzazione turistica davvero sorprendente. L’Asia più vicina fornirà larghe masse di visitatori stregati dalle leggende, dal folklore, dal fascino delle cime altissime. E forse ancora più conquistabili saranno i visitatori/pellegrini dalle società occidentali fatte prospere, epperò schiavizzate, dalle tecnologie, dal capitalismo, dalla modernità.

Quando Pechino dominerà anche i voli e i soggiorni low cost, quando moltiplicherà i poli alberghieri ispirati ai monasteri vasti come palazzi reali; quando renderà raggiungibili in auto i villaggi tibetani che guardano cime oltre gli ottomila, chi vorrà rinunciare all’esperienza del Tibet, un paese come nessun altro?  Quale reame vanta un sovrano fondatore che si chiamava cNam-ri-sron-bran, padre di un conquistatore di nome Sron-brcan-sgam-po; nonché un costume sociale che ancora consente la poliandria (la donna che sposa un primogenito è moglie legittima dei fratelli minori del consorte)?

 

Beninteso, si andrà in Tibet per ben altro.