GLI ERRORI TOTALI SU EBREI E URSS NON I CRIMINI PERDETTERO ADOLF HITLER

Non sembra  richiedere dimostrazione l’asserire che non furono i crimini atroci ad abbattere il Führer, furono alcuni errori di fondo. Il primo e, sulla distanza, il più catastrofico, fu di odiare gli ebrei. Dal punto di vista di Hitler l’ebraismo non avrebbe dovuto essere il male assoluto da spegnere, bensì l’avversario da aggiogare al carro del trionfo germanico, poi da utilizzare. Il Faraone, i sovrani assiri e babilonesi, Ciro il fondatore dell’impero persiano, Alessandro Magno, la Roma degli imperatori Tito e Adriano, l’Islam, tutti -salvo Ciro-. oppressero e massacrarono gli israeliti; ma non valutarono di doverli far scomparire. Li assoggettarono e sfruttarono.

I regni antichi della Bibbia, comprese le ‘gloriose’ sovranità di Davide e di Salomone, nonché quella di Erode, furono vassalli di dominatori stranieri. Troppo piccola e debole la nazione degli ebrei. Nei due millenni che seguirono alla dispersione finale per mano di Tito e di Adriano, tutte le aggregazioni di ebrei nel mondo accettarono la sottomissione ai sovrani che le sovrastavano, da quelli orientali a quelli di Spagna, Francia e di ogni altro regno cristiano.

Gli ebrei non furono solo oppressi: anche valorizzati come una delle stirpi più dotate,  creative e ricattabili. Al Andalus, cioè la Spagna maomettana, accordò grande favore a tutti quegli ebrei -erano tanti- che avevano più intelligenza e denaro di altre etnie. Nella Russia meridionale l’intero regno dei Cazari si convertì nel VII secolo alla religione dei giudei. Tutta la storia dell’Occidente è stata segnata dall’oppressione e al tempo stesso dalla valorizzazione e sfruttamento della stirpe ebraica. Quest’ultima, troppo esigua per l’indipendenza, accettava il servaggio e prosperava: nonostante le vessazioni, i pogrom, persino i parziali stermini.

Se Hitler avesse fatto come tutti indistintamente i dominatori della storia, il Terzo Reich sarebbe stato rafforzato e fatto più efficiente dal vassallo ebraico: un vassallo volenteroso, assuefatto a servire. L’ elemento ebraico ai vertici della finanza della Gran Bretagna e degli Stati Uniti (qui molto influente anche in politica) avrebbe persino ostacolato, se il Führer non fosse stato accecato dall’antisemitismo, la crociata antigermanica degli angloamericani. Soprattutto nella Washington di Franklin Delano Roosevelt, tutti i Baruch e i Morgenthau e tutti i tanti intellettuali d’ingegno passati negli USA non avrebbero fomentato il bellicismo antitedesco di Woodrow Wilson e del suo discepolo demoplutocratico, l’impresario del bugiardo New Deal.

Gli ebrei di qualità avrebbero fatto come tutti i loro predecessori della storia: sarebbero stati una delle strutture portanti del Terzo Reich, e avrebbero risparmiato a Hitler l’infamia dei Lager di sterminio.

Il secondo errore assurdo di Hitler è stato, naturalmente, far guerra all’Urss. L’assalto a Cecoslovacchia, Polonia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Francia aveva senso, prometteva d’essere vittorioso. La Francia, unico osso duro, era stata già umiliata dai germanici nel 1870 e agli inizi della Grande Guerra. Gli altri paesi europei erano prede facili del lupo hitleriano. Invece il fango, il gelo e la vastità della Russia avevano abbattuto Napoleone. Qui Hitler sbagliò tutte le valutazioni. Tanto più in quanto sembra accertato che Stalin, mentre disprezzava i suoi futuri, implausibili alleati Churchill e Roosevelt (“Non sono che dei democratici”), ammirava con poche riserve Adolf Hitler. Dicono i libri di storia che il dittatore sovietico riluttasse a credere all’assalto germanico ancora negli ultimi giorni della pace con Berlino. Se l’ammirazione di Stalin era vera, l’Urss avrebbe dovuto essere l’alleata, non la vittima del Reich. Il patto Molotov-Ribbentrop era tutt’altro che insensato per entrambi i dittatori che lo stipularono.

La Russia rovinò il Führer come aveva rovinato Napoleone e il Primo Impero. Se il III Reich non fosse stato tramortito in Russia, è dubbio che Gran Bretagna e Stati Uniti sarebbero riusciti a battere la Germania e i suoi scadenti alleati. La guerra d’Indocina e le imprese belliche americane che ad essa sono seguite hanno distrutto la presunzione di superiorità militare degli USA, e hanno seppellito per sempre il prestigio guerresco del Regno Unito. Senza le vittorie dell’Armata Rossa e quelle del generale Inverno, non è probabile che la Seconda Guerra mondiale sarebbe finita in Europa con la disfatta e il suicidio di Hitler. Logica avrebbe voluto che i due dittatori si saldassero in vera alleanza. Nemmeno è certo che Londra avrebbe voluto la guerra ad oltranza a un Reich amico dell’Urss, ipoteticamente rafforzato dalla cooperazione del giudaismo germanico e dalla non ostilità del giudaismo del mondo.

I quadrimotori angloamericani seppero certo radere al suolo le città e le industrie del Reich. Ma se il Reich non si fosse automutilato in Russia, è dubbio che i quadrimotori l’avrebbero avuta vinta sulla Luftwaffe e sulla contraerea di Hitler.
E’ dubbio persino che la volontà di combattere di Londra sarebbe stata dell’acciaio vantato a guerra vinta. Un compromesso tra la voracità tedesca di conquista e il pragmatismo britannico sarebbe stato nell’ordine delle cose: tanto più in quanto Hitler, già nei giorni trionfali del giugno 1940, aveva dato segni di non mirare all’umiliazione della Gran Bretagna. Infine i vertici britannici non potevano ignorare che nemmeno la rovina dello sfidante germanico avrebbe scongiurato la fine della grandezza e dell’impero britannico.  Dunque una composizione con Berlino non era assurda.

Conclusione. Adolf Hitler firmò la propria condanna quando, fallito il Putsch del 1923, scrisse dalla prigione bavarese il “Mein Kampf”, mettendo l’odio agli ebrei e al comunismo al centro della sua opera. Fu allora che sbagliò le decisioni programmatiche fondamentali. Vendicare l’umiliazione di Versailles, sì. Insignorirsi del continente europeo, sì. Strappare alcune colonie alla Gran Bretagna, magari con un negoziato, sì. Invece lo sterminio degli ebrei, i quali lo avrebbero aiutato a vincere, fu illogico. Altrettanto lo fu la guerra totale all’Urss.

Antonio Massimo Calderazzi

Spagna: l’antica sventura dei micronazionalismi

“Verso  il 1500 il miserabile, debole, arretrato popolo castigliano – una razza che decadeva – si impadronì della Catalogna, allora prospera, forte e avanzata”. Così accusava a fine Ottocento il medico Pompeu Gener, uno dei padri del catalanismo d’attacco. Peraltro attorno al 1887 un ampio settore d’opinione a Barcellona (le campagne non spasimavano per la secessione) si attestò su posizioni non separatiste.

Ma è in terra basca che nel 1839 circa prese forma l’estremismo separatista. Agustin Chahu raggiunse presto i toni più irrazionali: “I baschi sono il popolo di Dio, il popolo eletto”. Divenne ossessiva la preoccupazione di definire in termini biologici il ‘fatto differenziale’ della propria stirpe, e di qui lo svilupparsi di un nazionalismo violento, che a suo tempo diverrà terrorismo. Tra i baschi sorge il personaggio Sabino Arana, il più visionario e messianico tra i precursori del Vasquismo di lotta, morto  trentottenne nel 1903. La sua predicazione irredentista dette vita a quello che sarebbe diventato negli ultimi anni di Franco il più grave dei morbi spagnoli.

La domenica di Pasqua del 1882 Arana ricevette “direttamente da Dio” la rivelazione della causa nazionale basca. “Elevando il mio cuore a Dio, della Biscaglia eterno Signore, mi dispongo anche a dare la vita perché la nostra Patria risorga”. Arana predicava che la Spagna che aveva combattuto il Carlismo era una società empia, senza Dio, che voleva spegnere la fede in Cristo in Biscaglia. “La Passione e la Resurrezione di Gesù sono allegoria del peregrinare del popolo basco. I nemici della nazione basca sono le turbe che esigettero la crocefissione sul Golgota”. Si arrivò a definire Sabino Arana  “il Verbo basco fatto carne” e anche “El hermano de Jesucristo”.

Arana dette forma alla sua dottrina a poco più di 23 anni: “La Biscaglia è una nazione e una razza: Viva Euskeria indipendente! Muera Espagna!”. Tra i suoi primi seguaci furono i carlisti e i neo-cattolici integristi. Per coerenza anti-ispanica, il Fondatore condannò le repressioni coloniali di Madrid e acclamò il trionfo militare degli USA sulla Spagna. Questo non attirò ad Arana le simpatie del basco Miguel de Unamuno, rettore a Salamanca e aperto spregiatore di operazioni antiquarie come il disseppellimento della lingua basca, la lingua più strana d’Europa, nonché strenuo e alto assertore della grandezza spagnola.

L’identificazione basca del profeta Arana era così esclusivista che non si riferiva a tutte le province basche: Bilbao, Santander, Guipuzcoa. I matrimoni dovevano avvenire solo tra sposi baschi veri. L’autentico patriota basco doveva parlare il ‘vascuence’, ma perché quella lingua restasse pura, doveva essere parlata solo dai baschi: “Se fosse parlata da altri spagnoli sarebbe una jattura”. Il Maestro arrivò a insegnare: “Se uno spagnolo in punto di annegare in mare chiede soccorso, va risposto ‘Non capisco lo straniero’. Il Nostro sognò di epurare il vascuence da quel 75% dell’idioma che derivava dal latino. Dovette dunque inventare molte parole.

Il nazionalista di Arana doveva odiare la Spagna prescindendo dalle istituzioni che la reggevano. “La Spagna è la nazione più abietta d’Europa, è vile e spregevole. Bisogna desiderarne la distruzione. Guai se la nostra dominatrice si rafforzasse”. Tanto anti-spagnolismo era così viscerale da trascurare quale fosse l’assetto di governo del paese ‘oppressore’. “Giubileremmo se la nazione spagnola fosse devastata da un cataclisma”.

Non trascureremo l’irredentismo catalano; in questi giorni di fine 2017 si ritenta il referendum per l’indipendenza; e di nuovo Madrid minaccia “Sapremo cosa fare”. Ora segnaliamo che un po’ dopo l’apparizione del basco Arana sorse la sommessa rivendicazione di un patriottismo della Valencia, in qualche modo avvicinabile a quelli catalano, aragonese e balearico. Qui le affinità storiche sono tali che essere precisi non è facile. Le prime manifestazioni micropatriottiche furono quasi esclusivamente letterarie, vicine ai soli ambienti borghesi e urbani. Anche qui le espressioni di nazionalismo periferico, avvicinabili a quello catalano, sono fortemente minoritarie.

Anche nella Spagna medioevale, come in altri paesi, si consolidarono regni o altre entità aventi fisionomie e strutture differenziate. Si aggiunse, nei secoli XVI e XVII,  che la monarchia degli Asburgo mantenne, per un generale indirizzo conservatore, la diversità dei retaggi ereditati dal Medioevo. Così ancora nell’anno 1700 vigevano istituti, prassi e peculiarità in parte arcaici, non sopravvissuti fuori della penisola iberica. Quando giunse l’avvento del liberalismo spagnolo, all’inizio dell’Ottocento, esso conobbe innovazioni e fratture analoghe a quelle di altre nazioni contemporanee  – la Francia per prima –  nelle quali le tradizioni unitarie erano più radicate. In Spagna le novità ottocentesche “si fecero perdonare” accettando la sopravvivenza di forme superate e offrendo concessioni al passato che col tempo contribuirono al sorgere di micropatriottismi e di nazionalismi periferici,

Si succedettero epoche ed esperienze diversificanti: il gracile regno visigoto, abbattuto con singolare facilità dagli islamici all’inizio del sec. VIII; Al Andalus, cioè gli otto secoli della Spagna musulmana  (frequentemente infestata da divisioni e conflitti tra clan ed etnie: nell’anno 740 dovette accorrere un grosso esercito dalla Siria per domare una rivolta probabilmente berbera, comunque nordafricana). Il destino egemonico della Castiglia si articolò in molteplici direzioni ed esigette decine di diramazioni territoriali e politiche. Anche l ‘impero carolingio ebbe un ruolo nella costruzione dell’entità spagnola, dovendosi però misurare anch’esso con le velleità indipendentistiche di principi minori. Così la carolingia Marca Hispanica non fu omogenea come vorrebbe la mitologia catalana.

Verso l’anno Mille si parla di vari ‘Reinos de Espagna’ (uno dei quali era il Portogallo), non monolitici ma spesso cangianti in estensione e potestà secondo i diversi dinamismi tra Navarra, Asturie, Castiglia, Leon, Galicia, Guipuzcoa, Aragona. Rodrigo Diaz de Bivar – il Cid Campeador –  pur combattendo per conto del re di Castiglia e Leon, si insignorì in proprio del regno di Valencia. Si prende a parlare di Corona di Castiglia quando Alfonso X regna su metà della Spagna.

Ad Oriente l’Aragona. Barcellona e i feudi pirenaici contrappesano come possono il crescere in potenza della Castiglia. La Catalogna non è ancora un’entità imponente, mentre cominciano a intrecciarsi i cammini di Barcellona e dell’Aragona. Il conte di Barcellona, Alfonso II (1162-96) è anche re di Aragona. Jaime I il Conquistatore dà incremento all’espansione catalano-aragonese.

Attraverso le vicende dettate dalla polverizzazione feudale, nel secolo XII prende corpo il concetto di una Spagna unita. Alfonso VII si intitola già, più o meno legittimamente, “Emperador del Reino”. Si configura una ‘nacion espagnola’, pur divisa in regni. Le fonti carolingie considerano Spagna tutte le terre a sud dei Pirenei: compresa dunque la Catalogna. Ancora in pieno secolo XV ciascuno dei regni della penisola è un aggregato ‘invertebrado’ di terre, di genti, di signorie quasi sovrane, di domini degli Ordini militari, dei possessi dei grandi arcivescovi, in primis tra questi ultimi quelli di Santiago e di Toledo. Straordinaria è la varietà dei localismi giuridici, che finiscono coll’essere mitizzati come ‘fatti nazionali’.

Il primo amalgama importante tra regni avvenne faticosamente a partire dal 1250 tra la contea di Castiglia e quella d’Aragona. Ma la nobiltà difese ferocemente i fatti differenziali che materiavano i loro privilegi. Si ebbero così sviluppi diversi. Per dirne uno: nel 1370 Juan I di Castiglia fece ‘hidalgos’ tutti gli abitanti di una certa giurisdizione ex-feudale. Al contrario alcuni istituti e prassi si andavano omogeneizzando non solo nei maggiori feudi spagnoli (Castiglia, Aragona con Catalogna, Leon) ma anche in Portogallo e nei cosiddetti ‘Ultrapuertos’ (Navarra francese). Prende ad essere meno infrequente la menzione della ‘consuetudo Hispaniae’, cioè di un fondo giuridico comune come fatto unitario capace di contrastare i particolarismi locali.

Verso il 1465 sembra generalizzarsi il fatto che nelle città agisca un ‘corregidor’, difensore dei sudditi modesti contro le sopraffazioni della nobiltà. In genere fu l’area basca che restò al margine della modernizzazione giuridica, dunque degli sforzi di omogeneizzazione. V a  notato che nel regno d’Aragona il potere pubblico si rafforza meno che in Castiglia.

La imponente fase dei Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, dà naturalmente un certo impulso ai processi di unificazione.  Si profila anche il ‘castellanocentrismo’, ossia il primato della Castiglia (che allora non aveva la capitale a Madrid ma a Valladolid, Burgos o altrove). Pochi tra gli studiosi moderni condividono la pensosa visione di Ortega y Gasset: “La Castiglia ha fatto la Spagna, la Castiglia l’ha disfatta”. I processi furono più complessi, le responsabilità più sfumate. I vari ‘regni’ non avevano gli stessi retaggi. L’Aragona, retta da una dinastia barcellonese fino al 1430, era multiculturale e plurilingue sin dal Medioevo; i suoi sovrani regnavano anche su Valencia e Maiorca, nonché in Sicilia e in Sardegna. La stessa grande Castiglia non seppe realizzare un’autentica unità spagnola.

Le cose cambiarono alquanto quando il paese passò agli Asburgo, che gli dettero proiezione universale e rafforzarono la Monarchia.  Al costo naturalmente di non poche incompatibilità tra le istanze locali e la vocazione mondiale della Spagna divenuta potenza planetaria: al costo al suo interno di tensioni gravi e di vere e proprie insurrezioni sociali come quella dei ‘Comuneros’ (la ribellione delle campagne di Valencia e Majorca. Ad alcuni le rivolte apparvero fatti ‘nazionali’: così le ‘Alteraciones de Aragon’ (1591).

Fallì il tentativo unificatore attorno alla Castiglia del conte-duca d’Olivares (1624). Le resistenze dei gruppi dirigenti delle varie corone si irrigidirono. Le Cortes catalane, dopo quelle di Valencia e di Aragona si proclamarono “Un poble franc y llibert, no obligado al servir al Rey” e si negarono alle forti esigenze finanziarie della linea di governo del favorito Olivares. A quel livello non era mai accaduto. Entrò in crisi il sistema, oltretutto impegnato nel lungo conflitto con la Francia.

La Catalogna, o meglio le sue Cortes, cominciò a fare sul serio, in odio al conte-duca. Anche l’Aragona non rispose alle speranze di Olivares, laddove la Castiglia votò stanziamenti importanti. Va detto che la Spagna non fu affatto sola in Europa a vivere una crisi straordinariamente grave: nessun paese sfuggì all’uragano di quel secolo. Ad ogni modo si cominciò a parlare di ‘rebelliòn’ e persino di ‘revoluciòn nacional’  della Catalogna contro l’assolutismo centralizzatore.

Maggio 1638: la Deputazione catalana avvia negoziati diretti con Luigi XIII di Francia e quegli, con Richelieu, si impegna ad aiutare la Catalogna a farsi indipendente. Il 16 gennaio 1641 la Catalogna si costituisce in repubblica, pur sotto la sovranità di Luigi XIII, proclamato ‘conte di Barcellona’. I francesi occupano la Catalogna. Però i catalani – come oggi – non sono uniti dietro la Generalidad: dissentono molti aristocratici, i notabili di numerosi municipi, il clero che si conferma fedele a Filippo IV. Vari personaggi si esiliarono in Aragona e a Valencia. Luoghi importanti come Tortosa, Martorell, Tarragona, Reus, Lérida e Cardona si sollevarono contro i francesi. ‘El desencanto catalano’ nei confronti di Parigi fu immediato. Nel 1646 gli occupatori misero a morte vari oppositori. Insomma guerra civile tra catalani. All’inizio le leadership urbane barcellonesi parteciparono alla sollevazione antispagnola: alla fine si sottomisero.

La Guerra d’Indipendenza contro Napoleone non dà occasione di esprimersi ai nazionalismi periferici. La stessa Catalogna aderisce prontamente nel 1808 alla Giunta Centrale Suprema, proposta non dalla Castiglia ma da Valencia, una delle regioni che poi figureranno in testa al movimento per più larghe autonomie. Contro la Francia si manifesta un sentimento nazionale e patriottico che prevale su ogni pulsione indipendentista. Nel 1810 Napoleone tenta invano di staccare dalla Nazione Aragona, Catalogna, le province basche, la Navarra.

Le Cortes risorgimentali e liberali di Cadice riproposero con ulteriore forza l’ideale nazionale e l’unificazione giuridica; ci furono riserve nella giunta di Biscaglia. L’effimero re Giuseppe Bonaparte avanzò un progetto che organizzava la Spagna, alla francese, in 38 dipartimenti, da chiamare coi nomi dei fiumi locali. Conosciamo l’esito. Invece la contrapposizione tra la rivoluzione liberale di Cadice e i particolarismi ancien régime non poté non alimentare – ed essere alimentata – dalle guerre carliste della fase 1814-41. Alla fine una legge nazionale del 1839 accoglie le ambizioni autonomistiche basco-navarresi, “non a detrimento dell’unità costituzionale”. Sorge il violento nazionalismo di Sabino Arana (da noi ricordato all’inizio) e si induriscono i contrasti tra aree a vocazione industriale, tipo la Catalogna, e la Castiglia, regione leader ma economicamente debole.

La restaurazione monarchica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella, non cancella il nazionalismo basco e non scongiura il crescere della questione catalana. Si riprende a denunciare che la “arretrata Castiglia” possa prevalere sulla Catalogna: Si riafferma che la Spagna è fatta di due popoli, uno dei quali è catalano.

Arrivati alla modernità, sappiamo che l’insurrezione militare del 1936 sorse anche in odio ai tentativi indipendentistici catalani; e sappiamo che gli ultimi anni del regime di Franco soffrirono un sanguinoso terrorismo basco che culminò nell’assassinio del presidente del governo, ammiraglio Carrrero Blanco, il più fidato luogotenente del Caudillo. Infine il grosso referendum catalano dell’estate 2017 ha fatto temere vicino lo sfasciarsi della nazione.

Morto Franco, la nuova classe dirigente spagnola si è spinta oltre i traguardi più avanzati del riformismo di tipo federalistico. Oggi tutte le regioni godono di un’autonomia decisamente larga: ma alcuni pericoli per l’unità spagnola restano. Fuori del paese le ambizioni verso l’indipendenza appaiono sostanzialmente risibili, ottocentesche anzi donchisciottesche nelle migliori delle ipotesi. Il contesto generale, europeo e internazionale, è tale che in sostanza non si giustificano più autonomie. Il quasi-federalismo risulta eccessivo, bisognevole di contenimento. Né la Spagna né l’Italia sono abbastanza vaste, popolose ed economicamente forti da richiedere ulteriori dilatazioni dei poteri decentrati. Si auspicano arretramenti delle autonomie: non foss’altro che perché queste ultime né in Spagna né in Italia hanno fatto avanzare la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Al contrario, anche in Spagna le regioni (qui chiamate Comunidades autonomas) hanno aperto vasti pascoli nuovi alla corruzione e alla dispersione improduttiva della ricchezza.

Eppure le velleità micronazionalistiche non si sono spente: invece si sono ridotte a realtà relativamente modeste realtà come Francia e Gran Bretagna che furono grandi potenze. La Spagna è davvero abitata da segmenti umani insidiati da patologiche velleità di contrapposizione?

L’ipotesi non appare ammissibile. Non resta che concludere, per ora, che una parte degli spagnoli sono abbastanza ingenui da credere ai mestatori dei micronazionalismi più o meno donchisciotteschi, comunque ai professionisti dell’agitazione. Oppure concludere che parte degli spagnoli sono abbastanza scervellati da fare come i loro compatrioti del 1936: presero a sgozzarsi, persino all’interno delle famiglie, per due fedi che avrebbero meritato distacco. Anzi, salutare cinismo. Oggi Don Chisciotte si dissocerebbe.

Antonio  Massimo Calderazzi

 

Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

La Frontiera e il West, sole vittorie degli USA    

L’America che in un tempo lontano fu la Fidanzata del mondo, oggi ripugna per molti suoi lineamenti: cominciando dal bellicismo, al tempo stesso permanente e frustrato. Ambirebbe a impiegare una forza che nella storia non fu mai data altrettanto smisurata. Non può perché precipiterebbe nell’abiezione, si confermerebbe il più canagliesco degli imperi. Ha il pugno proibito, come un pugile professionale.

Peraltro, da qualche anno, si dubita addirittura sia ancora un impero, con tanti fallimenti più o meno gravi. Trionfarono nel 1945; da allora non hanno più vinto un confronto militare. Nel Vietnam, in Cambogia, nel Laos non avrebbero potuto farsi sconfiggere più ignominiosamente. In più pareggiarono spesso la ferocia delle SS e dei boia di Stalin.

Tuttavia chiudere così il bilancio di un’esperienza nazionale che fu grande è una perdita netta per l’umanità. Dallo sbarco dei Pilgrim Fathers l’America visse tre secoli di avanzamenti e conquiste. Poi l’intervento nella Grande Guerra –imposto dal catastrofico Woodrow Wilson a un popolo che voleva restare coerente con se stesso e col retaggio di G. Washington e di Jefferson – dilaniò la giovinezza dell’America. Un ventennio dopo il guerrafondaio F.D.Roosevelt completò la costruzione dell’impero planetario, al tempo stesso ponendo le premesse per l’ignominia e i fallimenti in Cina, in Corea, in Indocina. Non si dimentichi che lo scontro frontale coll’espansionismo nipponico fu giustificato da FDR coll’intento di estendere l’impero alla Cina. Però l’impresa portata a termine a Hiroshima risultò inutile: la Cina passò a Mao. Hanno aggravato la disfatta le spedizioni coloniali in Somalia, Irak, Afghanistan, altrove.

Uno come me che sbarcò la prima volta a New York da uno degli ultimi transatlantici, deve cercare nella memoria lontana per trovare i bei momenti dell’America: il viaggio del Mayflower, la ribellione a Giorgio III, la conquista della Frontiera e del West. Quest’ultima certo implicò lo sterminio dei nativi. Ma non esistono nazioni che siano diventate grandi senza spargere il sangue dei vinti e quello proprio. In più le stirpi più bellicose degli Indiani furono corresponsabili con gli invasori del genocidio che subirono.

La colonizzazione bianca non era incompatibile con la sopravvivenza dei nativi. Quando potettero, le tribù indiane esercitarono ferocie estreme, che attirarono rappresaglie spietate. Le ferocie non erano obbligate; era fatale che popolazioni tanto esigue e arretrate fossero costrette a consegnare il continente agli invasori. In quel passato lontano il Nord America aveva posto anche per i conquistatori bianchi. Le stragi compiute dai pionieri, dai cowboys e dai reggimenti di cavalleria furono all’incirca come quelle delle SS, della Wehrmacht, dei russi nel Caucaso, dei turchi in Armenia: le quali sarebbero state meno atroci se non avessero agito i partigiani, i guerriglieri, gli estremisti del patriottismo. Se questi ultimi non avessero ucciso non ci sarebbero state le rappresaglie odiose, le Oradour, le Fosse Ardeatine, le Sant’Anna di Stazzema. Meglio avrebbero fatto i Sioux, gli Apache, i Comanchi ad essere pacifici.

Nonostante tutto, la conquista del West resta una pagina grandiosa.  Alla ricerca delle fasi ‘buone’ della vicenda americana, scavo nella mia memoria di farmer dodicennale di una contea ontariese confinante coll’Upstate New York – anche per la suggestione degli insegnamenti di Thomas Jefferson faceva il libero ‘yeoman – e trovo un mese da me passato a Austin, capitale del Texas, quando un rodeo era un evento ben più sentito che un’Olimpiade o che un’assemblea generale dell’ONU. Il rodeo celebrava la bravura e il coraggio del cowboy, e il cowboy era un eroe americano assai più autentico che un equipaggio di astronauti.

Nel Nord America, Canada compreso, è archeologia accademica anche lo scavo nel basement di una capanna di minatore dell’Ottocento. All’università di Austin la punta di diamante delle investigazioni storiche più originali e più convinte, è la riflessione sul grande allevamento bovino, sui ranch, sulle cavalcature degli Apache, sui pozzi per abbeverare il bestiame e gli uomini, sul filo spinato, sulle ferrovie, su tematiche affini. Gli storici “western” ancora oggi rievocano il tentativo fatto da Jefferson Davis segretario alla Guerra (il futuro presidente della Confederazione sudista), di introdurre il cammello nel Sud per i trasporti dell’Esercito.

Nel 1931 un cattedratico dell’università del Texas, Walter Prescott Webb, pubblicò un libro di 472 pagine per descrivere nel concreto più dettagliato e quotidiano “la svolta che prese la civiltà americana quando nella sua avanzata verso Ovest essa, civiltà, uscì dalla foresta e popolò le pianure”. Aveva ragione: gli Stati Uniti nacquero dai boschi come Afrodite dal mare di Cipro. Presero ad adulterarsi, a perdere innocenza, quando divennero una nazione di città, inevitabilmente corrotte. Si rigenerarono quando sboccarono nel West.

Per il nostro storico indagare su quella svolta volle dire ripensare la scure, il fucile, il cavallo, la barca, gli altri mezzi coi quali il pioniere e il cowboy conquistarono la Frontiera. Anzi, era essenziale accertare che fu il six-shooter (il revolver Colt) a trionfare nei pascoli del West.

Uno dei molti duri condizionamenti cui i pionieri dovettero adattarsi per sopravvivere furono i venti caldi: almeno una volta i treni della Southern Pacific furono fermati perché il “chinook” aveva distorto le rotaie.

Un detto comune da quelle parti recita che un jackrabbit mangia quanto un cavallo. Questo roditore faceva tanti danni alle colture che ad una delle battute contro esso parteciparono 700 persone, che uccisero o catturarono 20.000 bestie. Tra il 1888 e il 1897 le battute uccisero mezzo milione di grandi lepri. Impressionante il numero dei bisonti. Una mandria particolarmente grossa poteva contare mezzo milione di capi. Nel 1880 gli USA vantavano 40 milioni di bovini. All’Ovest un grande ranch copriva l’area di un migliaio di fattorie contadine.

Nel 1874 fu venduto il primo rotolo di filo spinato. Il filo spinato chiuse l’era della libertà assoluta: pascolare ovunque, non riconoscere diritti altrui, non rispettare leggi, non permettere l’insediamento di contadini stanziali. Condizioni dure ma seducenti, che non potevano durare. I cowboys e i ranchmen erano una genia rozza e affascinante, il cui vigore e spirito d’avventura stregava gli abitanti dell’Est.

In dieci anni una mandria di 100 vacche poteva raggiungere 1428 capi, senza contare i maschi destinati a rifornire di carne le città dell’Est. Si vendettero mandrie e diritti di pascolo a speculatori di buona parte del mondo. Un trafficante si fece ricco collocando diritti di pascolo nel New Mexico sulle sponde del Pecos River. Arrivò a sostenere che sul fiume facevano servizio regolare cinque vapori, e non era vero.

Nel 1885 venne una crisi drammatica: esaurimento dei pascoli, ondate di freddo terribile. Un solo grande ranch del Texas perdette 15 mila capi su 25 mila. Segui un decennio di sciagure, poi i tempi tornarono euforici. Il cowboy divenne una figura leggendaria: coraggio, forza, somma maestria nel cavalcare.

Sono pochi gli storici accademici del West che non abbiano dovuto indagare sugli aspetti più materiali e tecnici dell’espansione verso Occidente: da come cavalcare e come stendere recinzioni, a come costruire mulini a vento per attingere acqua, a come gestire gli ‘stampedes’ (le fughe improvvise di grandi mandrie).

Il West fu l’affermazione dell’Americano primigenio: inglese, scozzese, irlandese. I tedeschi dell’Illinois e dell’Iowa non raggiunsero le Grandi Pianure occidentali, cioè non fecero i cowboys e i ranchmen. Soprattutto nel Sud-Ovest arido si impose il primo ceppo americano – i Jones, i James, gli Smith, i McDonald. I neri non si spinsero oltre il 98° meridiano, gli esteuropei non vollero andare dove non pioveva, i cinesi restarono sulla costa del Pacifico. Gli immigrati di fine Ottocento-primo Novecento si addensarono negli slum sull’Atlantico, dunque non conobbero il West. Messa così non furono veri americani gli italiani, gli esteuropei, i neri, altri.

Theodore Roosevelt fu l’ultimo leader nazionale che, oltre a impersonare la Frontiera vera nell’immaginazione letteraria e politica – pur essendo nato in una famiglia patrizia del New York – si sforzò di difendere la vocazione Western dell’America come l’autentico e il più nobile destino nazionale. Gli succedette Woodrow Wilson, il quale rappresentò un’America catturata dall’Europa, dal suo urbanesimo, dalle sue guerre e trame diplomatiche: tutto ciò che George Washington e Thomas Jefferson avevano respinto nel nome dell’autenticità e dell’innocenza americane. L’intervento nella Grande Guerra, imposto da Wilson e dai circoli guerrafondai, snaturò la logica della Prima America, tutta vocata all’emisfero occidentale.

Wilson, antagonista simbolico di Theodore Wilson e insulso rettore di un college per ragazze ricche, fu anche il liquidatore morale dell’avventura Western, nonché dei suoi valori più alti. Con Franklin Delano Roosevelt, un protetto di Wilson, si aprì l’equivoca era imperiale dell’America, diametralmente opposta ai modelli dei Padri Pellegrini, della Frontiera e del West.

I successori di Wilson, incluso John Fitzgerald Kennedy finto campione di democrazia, in realtà condottiero della plutocrazia, del militarismo, della degenerazione dello Spirito americano, non hanno più conseguito vittorie. Hanno invece aperto l’età del disonore, non solo avviando la turpe guerra d’Indocina ma anche perdendola nella vergogna. Con Kennedy si aprì il declino americano, che mezzo secolo dopo non accenna a chiudersi.

Niente di ciò che l’America consegue oggi è paragonabile alle gesta dei pionieri e dei conquistatori del West. Quella che fu la più giovane, la più vigorosa e “morale” delle nazioni è oggi il più gigantesco degli Stati-canaglia.  Più nessuna gloria e invece odii o malanimi dal pianeta intero.

A.M. Calderazzi

Piange il coccodrillo antimalthusiano

A metà settembre il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ha dominato le rassegne stampa con una denuncia, più sdegnata che mai, del dramma della fame nel mondo. Essendo tale denuncia di solito molto irrilevante, non ce ne occuperemmo. Però le notizie e le statistiche riportate da Avvenire – fonti i soliti maestosi organismi internazionali: questa volta Fao, Unicef, Ifad, Oms – ci interessano in quanto confessioni anzi autoaccuse, autoaccusa di Avvenire per cominciare.

Dunque gli affamati del pianeta sono 815 milioni (11% della popolazione mondiale): 520 in Asia, 243 in Africa, 42 nell’America latina e nei Caraibi. Rispetto al 2015 sono complessivamente 38 milioni in più (tutti gli abitanti di un paese medio), dopo dieci anni di diminuzione. La fame cresce. Secondo Avvenire i 38 milioni in più sono dovuti alla proliferazione dei conflitti violenti e agli choc climatici; i conflitti vengono detti sempre più gravi a causa dei cambiamenti climatici. 155 milioni di bambini sotto i cinque anni sono deficitari in altezza, 52 milioni soffrono di ‘deperimento cronico’. Altre edizioni di Avvenire hanno precisato che il Sud Sudan e il Sahel ‘muoiono’, e che sono molto critiche le prospettive del gigante nigeriano, con tutte le sue risorse naturali.

Il giornale assegna il debito rilievo all’autorevole e fulminante dichiarazione “Dobbiamo continuare a lanciare appelli” di un Gilbert Fossoun Houngbo, presidente dell’Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo).  Dati i precedenti – in particolare l’eccessiva micragnosità del trattamento economico dei diplomatici e dei manager internazionali – ci chiediamo come riuscirà Houngbo a sostenere col suo reddito personale – senza dubbio lo vorrebbe, per non sfinirsi a lanciare appelli – il progresso agricolo di intere etnie di coltivatori africani.

Giganteggiano naturalmente i pensieri di papa Bergoglio sulla miseria, in particolare quelli condensati nel bronzeo messaggio a Graziano da Silva, presidente della Fao, in occasione di un 40° congresso della Federazione. Il papa dice cosa sacrosanta, benché largamente inutile, quando deplora i miliardi di humans che ‘non mettono in discussione i propri stili di vita onde condividere coi poveri e onde ridurre l’aggressione all’ambiente’. Accettare di impoverirci – diciamo noi – sarebbe persino più urgente che purificare l’atmosfera; a tal fine sarebbe  provvidenziale un tiranno beneficamente duro. Un po’ meno sacrosanto nel pontefice il salmodiare “contro l’inerzia di molti e l’egoismo di pochi”, nonché contro “l’assenza della cultura della solidarietà”.

Ancora meno significativo, nel papa, l’affermare che “i beni affidatici dal Creatore sono per tutti” e che “il costante calo, nonostante gli appelli, degli aiuti ai paesi poveri ‘è un meccanismo complesso’. Tra l’altro sembra che al Sahel non siano stati affidati molti beni. Il messaggio papale si conclude coll’annuncio che farà visita al signor presidente della Fao, e coll’auspicio che “la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia scenda sui consessi della Fao”.

Sarebbe ora, diciamo noi, che invece di far visite alle agenzie dell’Onu, Francesco proclamasse, per cominciare: la miseria del pianeta sarebbe un po’ meno grave se paghe, appannaggi e vitalizi internazionali, soprattutto agli alti livelli, fossero meno delinquenziali. Se proclamasse che l’accesso all’indipendenza delle ex-colonie ha peggiorato la loro miseria: costi, furti e ferocie della politica, della diplomazia, degli apparati militari, delle guerre, della vanagloria. La corruzione e la rapina dei governanti sono piaghe dei paesi molto avanzati. Figuriamoci il Terzo Mondo.

Altro pessimo gesto di Francesco è l’abitudinario invocare che sulle sanguisughe internazionali scenda la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia. E’ormai assodato che nei confronti sia degli 815 milioni di affamati, sia di chi morendo ha smesso di avere fame, la misericordia divina non è stata smisurata. Volendo contestare l’ateismo – giustamente, dico io che amo entrare in chiesa – il papa dica altre cose. La ricerca del Padre divino è vicenda drammatica, non tollera discorsi melensi o menzogneri. Sulle sanguisughe internazionali dovrebbe scendere la maledizione divina: come a Sodoma.

Il fatto veramente grave è che l’Avvenire come il papa con tutta la Chiesa rinviino ancora una volta la confessione/autodenuncia che un giorno non potranno non fare: per millenni si è promessa una dolcezza paterna che troppe volte non è venuta. Più ancora: nell’ultimo secolo la Chiesa ha contrastato come ha potuto il “birth control” tentato a salvezza dei miseri. Una delle malevolenze odierne di Avvenire si rivolge sempre contro i “neomalthusiani”, per i quali l’eccesso delle nascite è la causa prima della miseria. Nel settembre 2017, a valle di millenni di sconfitte contro la povertà, il quotidiano dei vescovi italiani assicura “avremmo gli strumenti per sfamare l’intera umanità. E’ l’uomo a produrre gli scenari che abbiamo sotto gli occhi”.

Dunque nel lacrimare sulla tragedia degli affamati il coccodrillo antimalthusiano accusa l’uomo di essere l’uomo. L’uomo come è, e come non vuol cambiare, non fu progettato dal Creatore?  E comunque, perché l’Onnipotente non agisce mai per correggere le malazioni dell’uomo?  Si usa sostenere che l’Onnipotente è inflessibile nel rispettare la libertà del malvagio. Ma gli affamati non preferirebbero mangiare piuttosto che essere contitolari coi malvagi del diritto di disobbedire al Creatore (Egli certamente non intendeva programmare l’umanità al male)?

Accertato che l’uomo è proprio come è – preferisce vendere il cibo invece che regalarlo, tenere la ricchezza  per sé invece che condividerla – tra non molto la Chiesa dovrà rovesciare il suo insegnamento tradizionale:  si nasce per un fatto animale e non per un dono divino. Limitare le nascite su grande scala non è un oltraggio al Creatore. Sarà obbligatorio constatare per sempre che siamo in troppi; che la Provvidenza non avrà pane e salute per tutti; che non interverrà contro l’egoismo degli agiati per rispettare la loro libertà.

Ergo birth control, e il coccodrillo antimalthusiano smetta di piangere.

Antonio Massimo Calderazzi

IL TIBET DEL FUTURO

La Cina si è fatta “quasi-massima” economia del mondo. Sentiamo dire che sta appropriandosi di ampie realtà dell’Africa, un continente mai stato suo. Possiamo dubitare che saprà lanciare in grande una propria ‘nazione’, il Tibet, sulla quale è riconosciuta sovrana nominale da almeno tre secoli?

Non è abbastanza noto che nel 1903-4 quel grande regno teocratico subì una delle ultime sopraffazioni coloniali della Gran Bretagna. Man mano che Warren Hastings si insignoriva dell’India, Londra provava a inglobare la regione tibetana. I primi esploratori britannici comparvero in Tibet verso il 1774. Nel 1903 il governatore generale Lord Curzon ruppe gli indugi e trovò il pretesto – le iniziative e infiltrazioni russe – per mandare in Tibet una spedizione armata, ricordata col nome del comandante, colonnello Francis Younghusband. Dopo pochi mesi di marcia e qualche scontro, i britannici entrarono nella capitale Lhasa: ma non raggiunsero che in parte gli obiettivi del Regno Unito. Già nel 1906 Londra dovette riconoscere con un trattato l’alta sovranità di Pechino.

Quattro anni dopo le truppe cinesi raggiunsero Lhasa e deposero il Dalai Lama, fuggito in India. Anche questa fu una conquista effimera. Nel 1911 l’Impero Manchù cadde e nacque la Repubblica di Sun Yat-Sen. Il Tibet sembrò tornare indipendente, ma questa volta i monaci che governavano il paese dei monasteri non cercarono come in passato di contrastare le influenze britanniche.  Un trattato stipulato nel 1890 con gli inglesi era stato addirittura respinto, diciamo così, dal popolo. Peraltro una parte dei gruppi dirigenti si mostrarono sensibili agli influssi e alle proposte degli agenti zaristi, tradizionali competitori dei britannici nello scacchiere. Solo la rivoluzione bolscevica farà cessare i tentativi russi.

Conosciamo gli avvenimenti che nell’ottobre 1950 realizzarono l’effettiva imposizione del dominio cinese. Un tentativo di rivolta venne spento nel 1959. Un altro Dalai Lama venne deposto e costretto all’esilio. Molte voci si levarono nel mondo contro quello che apparve il sopruso della Cina. Si sostenne che la cancellazione dell’assetto tibetano era una violenza contro una grande tradizione culturale.

Tuttavia l’alta ‘suzeraineté’, o egemonia, di Pechino è un portato della storia. Più ancora, la presa di possesso di Pechino ha chiuso la lunga fase feudale della storia tibetana e ha avviato la modernizzazione. Alcune delle tradizioni più qualificanti si sono spente, anche se le leadership monastiche hanno visto riconosciuto un proprio ruolo nelle istanze d’autonomia del paese. Comunque, ora il Tibet può affacciarsi sul futuro. I programmi di sviluppo già avviati sono imponenti. Le risorse umane di una stirpe vigorosa saranno valorizzate come nei contesti tradizionali sarebbe stato impossibile.

Con le sue caratteristiche geografiche il Tibet sembra negato ad avere un proprio miracolo produttivo (industriale). Però una parte del suo ingente territorio – il quadruplo dell’Italia – possiede un potenziale non esiguo.  Le più alte montagne del pianeta sono parte del potenziale. Le considerevoli risorse minerarie che si attribuiscono al paese non sono ben conosciute. Invece è verosimile che un retaggio culturale così inconfondibile si presterà, tra l’altro, a una valorizzazione turistica davvero sorprendente. L’Asia più vicina fornirà larghe masse di visitatori stregati dalle leggende, dal folklore, dal fascino delle cime altissime. E forse ancora più conquistabili saranno i visitatori/pellegrini dalle società occidentali fatte prospere, epperò schiavizzate, dalle tecnologie, dal capitalismo, dalla modernità.

Quando Pechino dominerà anche i voli e i soggiorni low cost, quando moltiplicherà i poli alberghieri ispirati ai monasteri vasti come palazzi reali; quando renderà raggiungibili in auto i villaggi tibetani che guardano cime oltre gli ottomila, chi vorrà rinunciare all’esperienza del Tibet, un paese come nessun altro?  Quale reame vanta un sovrano fondatore che si chiamava cNam-ri-sron-bran, padre di un conquistatore di nome Sron-brcan-sgam-po; nonché un costume sociale che ancora consente la poliandria (la donna che sposa un primogenito è moglie legittima dei fratelli minori del consorte)?

 

Beninteso, si andrà in Tibet per ben altro.

Dio forse non è morto, ma la Chiesa romana boccheggia

Il successore di papa Bergoglio non dovrà, per realismo, prendere il nome di Romolo Augustolo, ultimo imperatore d’Occidente?  E’ possibile che il papato stia vivendo l’ultima fase di una storia aperta duemila anni fa da Pietro di Betsaida. E’ da venti secoli che i cattolici convivono dolorosamente con un’istituzione che solo nelle catacombe e nei circhi dei martiri è stata all’altezza dei suoi ideali.

Ovvio, non incombe la fine del gigantesco organismo temporale chiamato Chiesa romana. Quello potrà sopravvivere a lungo senza una ragione, come fa per esempio l’Onu, inutile da un settantennio.  E’ il ruolo spirituale della Chiesa che sta finendo. A differenza che nel passato lontano, la Chiesa non riesce più a legittimarsi come “voluta da Gesù”. Cristo deve avere orrore di questo mondo che la Chiesa di Pietro ha partecipato a gestire nei secoli. Oggi forse nessuno degli assetati di Dio – il più insignificante dei quali sono io che vado alla Messa per amore – è più in grado di accettare dubbie verità quali la “infinita bontà di Dio”. Gli uomini sanno di avere adorato numerosi Iddii malvagi, non buoni. Povero Johann Sebastian Bach, il più cristiano di tutti noi, per il quale la Misericordia celeste era certezza!

Che il mondo sia sopraffatto dal Male è ciò che lamentavano gli eresiarchi del passato; che avessero ragione lo dimostrava il fatto che la Chiesa potesse mandarli al rogo. Oggi la sconfitta di Dio di fronte al Male è nozione largamente accettata, tuttavia la Chiesa continua faticosamente a parlare di onnipotenza divina. Anzi arriva a proporre un “mantello di Maria” che protegga coloro che soffrono. E’ sicuro, il Mantello non esiste.

Non sarebbe minacciata di morte, la Chiesa cattolica, se si liberasse dei miti che un tempo generò e oggi risultano menzogne. Se si proclamasse semplicemente madre degli orfani di Dio. Se dichiarasse che le sue basiliche e le sue liturgie sono luoghi per confortare quanti rimpiangono il Padre ignoto, non per prolungare speranze impossibili. Venti secoli dopo, la Chiesa non può promettere altro che affetto verso chi vorrebbe conoscere il Padre, verso chi non si contenti di ammirare all’infinito l’eroismo del Nazareno sulla croce. La Chiesa non sa perché il Cristo è comparso sulla Terra una sola volta. Non sa perché il Padre tace in eterno; anzi – recita un Vecchio Testamento feroce – fa morire chi riesca a vedere il volto divino.

Ecclesia non affermi più di conoscere le grandi verità. Venti secoli di congetture bastano. E’ tempo che la maggiore di tutte le compagini spirituali si riconosca impotente e anche bugiarda. Propalatrice di schemi, di costruzioni inventate. L’Assoluto è un padrone duro, non perdona i servitori infedeli.

Bergoglio stesso avrebbe dovuto prendere il nome di Romolo Augustolo. L’ultimo imperatore fu proclamato che era un giovinetto; suo padre, il patrizio Oreste, resse brevemente l’ultimo avanzo di impero. Dal punto di vista del futuro cattolico, anche papa Francesco è una innocente ‘non entity’.

Aveva suscitato speranze messianiche, quali nessun altro pontefice di cui si sappia. I suoi gesti iniziali avevano indotto a vagheggiare che si rivelasse ben più che il capo dei cattolici devoti: anche dei cattolici dissenzienti, anche dei protestanti, dei cristiani d’Oriente, dei credenti d’altre fedi, dei non credenti, di ogni altro uomo che viva un Avvento troppo lungo. Gli esordi di Bergoglio lo avevano proiettato come il massimo spirito del mondo. Avesse deciso di candidarsi, con scelte concretamente rivoluzionarie – non con parole –  a essere il Mosè del mondo, nessuno sul pianeta avrebbe potuto contrapporsi. Invece Bergoglio decise di essere nessuno, e tale è oggi. Logico che paghi, con un’irrilevanza quasi estrema, per essere apparso ciò che non era, l’operatore di una svolta epocale.

Che avrebbe dovuto fare per non deludere tanto gravemente?  Avrebbe dovuto compiere azioni, atti veri, da grande Giustiziere del troppo male operato dalla Chiesa, dal Medio Evo di ferro alla lunga età nepotista, dai delitti dei papi rinascimentali all’accanita opposizione, al controllo delle nascite (“ogni nascita è un dono di Dio”, “la Terra ha pane per tutti, basta che i ricchi lo donino invece di venderlo”). Si continua a riproporre la bontà della Provvidenza, quando si è certi che la Provvidenza è negata dalla realtà.

Per dimostrare d’essere distruttore per amore, Francesco avrebbe dovuto ripudiare la continuità, cominciando dall’abbandonare Roma coi suoi troppi palazzi straordinari e le sue troppe fontane: autentici corpi del reato, prove assolute del lungo tradimento del Vangelo.

A.M.Calderazzi

 

 

 

 

 

 

L’immigrazione va chiusa ma costerà carissimo

 

Perché, avendo il triplo della popolazione che sarebbe giusta per la nostra penisola, ci scoprissimo terra d’immigrazione, quante tangenti sono state pagate?  Abbiamo raggiunto la certezza di avere i politici, gli imprenditori, i faccendieri più amorali di tutti. Non veniteci a dire che abbiamo spalancato le frontiere per amore degli affamati e degli infelici. Qualcuno aveva interesse perché la Repubblica di Mameli&Ligresti avesse i suoi Bronx e le sue bidonvilles: eccoci campioni dell’accoglienza.

Ma che importa se per l’affare sporco dell’immigrazione incentivata i nostri rei risulteranno passibili, collettivamente, di molti secoli di carcere, allorquando i Tribunali hanno già gli elementi per seppellire in galera l’intera classe di potere, e si sa che non lo faranno?  Ha senso aprire nuovi filoni d’indagine quando i delitti già confessati sono così gravi che questo Stato andrebbe abbattuto, ma non possiamo permettercelo?

Detto questo, le frontiere andranno chiuse e gli illegali deportati, anche se le giornaliste della Rai faranno veglie di protesta. Non potrà restare che una modesta minoranza. Che questa posizione appaia razzista è irrilevante, quando gli antirazzisti sono coloro che, abitando e guadagnando bene, credono di alleviare la miseria del Terzo Mondo attirando miserabili nelle baraccopoli romane e nei carciofeti foggiani. Invece sia chiaro che la chiusura del buonismo punirà aspramente il nostro egoismo di benestanti. Abbiamo creduto di farla da furbi lasciando che ci lavassero i parabrezza e bivaccassero nelle periferie estreme, tanto abitiamo in centro. Ma ci siamo sbagliati. Prepariamoci ad addizionali fiscali che ci tramortiranno.

Non potremo sottrarci all’obbligo di condividere. Per cominciare, coloro che avremo espulso – viaggio a ns carico – dovranno ricevere un soccorso umanitario se dimostreranno di avere avviato un’attività produttiva – una bottega da falegname, un greggetto di pecore – oppure di soffrire gravi problemi di salute. Il denaro andrà pagato direttamente al creditore per gli attrezzi, per le pecore, per le terapie. Ma il peggio verrà quando capiremo che la soluzione della miseria sarà solo uno sforzo immenso dei paesi ricchi, a partire da un Super-Piano Marshall dell’Europa, volto a dissuadere dal partire. Simultaneo allo sforzo, un duro birth control. Il nostro è un pianeta da tre miliardi al massimo.

La difesa contro le immigrazioni future costerà l’ira di Dio: ma molto di più costerà la solidarietà long term che i prosperi dovranno offrire ai miseri. Costerà la rinuncia ai nostri livelli di vita. Non potremo non impoverirci. L’egoismo attuale di noi possessori di terze e quarte case non sarà più lecito: provvederà un Fisco inflessibile. E il bello sarà che dei sacrifici futuri non potremo incolpare i governi dei corrotti e dei faccendieri: bensì le terze e le quarte case. Gli stili di vita.

Antonio Massimo Calderazzi

Per il partito dell’accoglienza, coerenza fino in fondo

 

Non uno degli opinion leader -Grandi Firme, Vip dello spettacolo, altri conduttori e registi dei sentimenti- non uno si astiene dal singhiozzare ogni giorno sui barconi che si rovesciano nel Mediterraneo. Però non uno sente di dover enunciare le verità inconfessabili, scandalose. Sono le seguenti.

Se l’Italia, cor cordium, è sola nell’Unione, nell’Onu, nel pianeta e nel Creato a non tollerare le immagini dei naufragi, l’Italia non può non istituire traghetti gratuiti e scali attrezzati per aspiranti europei. Onde risparmiare loro i disagi e le rudezze dei centri d’accoglienza, non può non investire in villette e hotel ad hoc.

Al fine di cancellare gli stress dei futuri cittadini, Roma deve reclamizzare a scala d’emisfero che il diritto di sbarcare e di installarsi in perpetuo, spetta dal momento stesso dell’imbarco sui traghetti gratuiti di Stato. Per scongiurare che gli arrivati, potenzialmente vari milioni, si sentano lumpenproletari, Roma deve assegnare a ogni nuovo venuto un reddito d’integrazione pari a quello medio tra le classi sociali della Penisola. Nel contempo deve istituire automatiche, ovvie esenzioni da quote qui dovute per nidi, mense e gite scolastiche; anche da tasse, affitti, bollette e contributi pensionistici.

Perché i ‘diversamente agiati’ oriundi del Continente nero, del Sud del mondo e di paesi oppressi da regimi totalitari non si addensino in ghetti, banlieus e slums, potenziali vivai di radicalizzazione, la nostra mano pubblica deve -a norma del precetto enunciato anni fa dal noto editorialista G.A. Stella, “sparpagliare, sparpagliare” gli immigrati poco abbienti tra i quartieri delle metropoli, quadrilateri della moda e degli affari compresi. Poiché immobili e suoli dei buoni indirizzi, degli stessi vasti rioni dei ceti medi e dei popolani benestanti, appartengono ai proprietari catastali e sono costosi, i prefetti procedano d’urgenza ai necessari espropri a prezzi d’imperio. Gli espropriati, vengano sistemati decorosamente in caserme e fabbrichette ristrutturate (all’uopo utilizzando in  parte gli indennizzi degli espropri).

Affinché i neo-italiani non incontrino ostacoli nel lavorare e nell’ascendere nelle carriere, vanno loro attribuiti speciali punteggi preferenziali; nonché ogni opportuno bonus, oculatamente commisurato ai bisogni dei nuclei familiari. Se quanto sopra, più ogni ulteriore provvidenza imposta dai valori del Welfare evoluto, richiederà alcune migliaia di miliardi, e se la ripresa non sarà abbastanza impetuosa, giocoforza dovranno provvedere i contribuenti, previo il rinvio sine die della riduzione del debito pubblico. Il popolo d’Occidente dovrà accettare di arretrare non poco nel benessere. Va da sé: per attuare i programmi qui sommariamente descritti occorrerà accantonare i tradizionali ordinamenti capitalistici e le aspre logiche del Mercato.

Quanto sopra è naturalmente bieca concatenazione di sofismi. Oppure è improvvida proposta di anteporre il giocolare (dizionario Devoto: “giocorellare, trastullarsi”)  al pensare coscienzioso raccomandato dai presidenti Mattarella e Boldrini; nonché da Bergoglio quando gli capitano per le mani Trump o i governanti d’Ungheria e di altre repubbliche ex-comuniste. Venendo a Mattarella etc., non sarebbe ben più seria la proposta di sventare le partenze dei barconi con un gigantesco Super-Piano Marhall dell’Europa, o dell’Occidente, o del mondo ricco per intero?

Certamente il Super-piano impoverirebbe tutti i contribuenti. Ma sarebbe meno sofistico delle proposte giocose vedi sopra. In ogni caso si imporrebbero meno espropri nei centri storici e nei quadrilateri del lusso; servirebbero patrimoniali meno feroci. Il vasto potenziale umano cui, secondo i demografi e i pensatori progressisti, rinunceremmo fermando gli sbarchi, verrebbe valorizzato nel Sud del mondo. I problemi di coscienza delle nostre anime belle si attenuerebbero. Coll’enorme dilatazione dei consumi a sud del mondo, la globalizzazione passerebbe a Due Vie.

Incidentalmente: se una parte del terrorismo, quella che trova volontari suicidi, è invincibile -checché proclamino Teresa May e ogni altro emulo della fermezza churchilliana-  il Super Piano Marshall di cui sopra non scongiurerebbe un tot di stragi? Agli occhi di chi ci odia, non risulterebbe un risarcimento per le  Crociate e il colonialismo?

Antonio Massimo Calderazzi

Etiopia: 76 anni di indipendenza, sciagure e grandi occasioni mancate

Parlavo ieri con una persona di qualità che conosce sul campo anche l’Etiopia: poche ore dopo il nostro fortuito incontro avrebbe preso l’aereo per la parte grossa del nostro ex-impero, Africa Orientale Italiana. Il mio interlocutore, settantenne, geologo e nipote di uno dei maggiori geologi italiani, è alto consulente di un’impresa etiopico-indiana che opera nella valorizzazione mineraria di marmi e altre pietre nobili.

Appena menzionata l’Abissinia, il geologo non ha descritto giacimenti e cave. Ne ha evocato, nell’ordine: la povertà, la vastità (più di quattro volte l’Italia), e il clima, che in certe regioni può essere eccellente: altitudine della capitale: 2640 metri. Da quel livello fino ai 4600 metri del massiccio di Ras Dascian il clima etiopico è classificato ‘alpino’. Mentre il discorso del geologo prendeva altre direzioni, io restavo al suo spunto iniziale: uno dei redditi più bassi al mondo, laddove il paese è talmente vario e vasto che le potenzialità sarebbero importanti. Rimane misero per varie ragioni, cominciando dall’arretratezza culturale.

Mi venivano pensieri ribaldi, politicamente scorretti anzi blasfemi. Se una Provvidenza fosse esistita, reggitrice benefica e diretta del Creato, avrebbe fatto nascere un Mosè etiopico, capace di trascinare il suo popolo. Il colonialismo fu pessima cosa. L’oppressione altezzosa dei bianchi su almeno una parte dei conquistati fu infame. Particolarmente sbagliato, anche perché fuori tempo massimo, fu il nostro colonialismo contro la nazione più avanzata, più fiera e meno nera del Continente Nero. Persino copta, cioè cristiana delle origini.

Tuttavia, se un Mosè degli Etiopi fosse nato, nel 1936, a conquista italiana avvenuta (81 anni fa in maggio) avrebbe persuaso la nazione a prendere per un verso opposto il nostro dominio. Avrebbe immunizzato gli etiopici contro il miraggio indipendentista. La decolonizzazione ha gratificato tutti gli africani con lo sventolio di propri rettangoli di stoffa colorata, ma è stata anche una sciagura grave, come molti altri prodotti dei patriottismi: i quali sono nobili esclusivamente nei manuali di educazione civica e nei discorsi di afflato umanitario. L’indipendenza ha perpetuato la povertà, ha moltiplicato le stragi con le guerre intestine (tribali e settarie), ha bloccato il riscatto dalla miseria.

L’Italia, grazie alla fase sabauda e fascista, poi a quella antifascista, è uno degli Stati politicamente meno fortunati e meno inclini al buongoverno. Una mala repubblica tra le più scadenti. Però per un miracolo è anche una società ricca, edonista e buonista. Se il 10 giugno 1940 il Fondatore dell’Impero non avesse deciso di consegnare quest’ultimo all’avversario britannico, in quello scacchiere allora invincibile, forse oggi l’Etiopia godrebbe in grande dei sottoprodotti della ricchezza italiana. Avrebbe il suo prodigio economico, sarebbe un gigantesco e semiprospero ‘territorio oltremare’ del secondo paese manifatturiero d’Europa, della prima potenza calcistica, modaiola, gastronomica e ludica del mondo. Tra le ripide ambe e gli altipiani dei Negus Neghesti si diramerebbero le superstrade, gli acrocòri sarebbero punteggiati dalle seconde case dei lombardi e dei pugliesi, il turismo tripudierebbe, si scierebbe a quattromila metri, rigoglierebbero le lavorazioni locali dei prodotti agro-zootecnici: e fermiamoci qui.

Tutto ciò, e molto altro, se dal balcone di palazzo Venezia il Duce non avesse annunciato la guerra – guerra a perdere sicuramente nella ‘Africa Orientale Italiana’- e comunque se ad Addis Abeba l’ipotetica Provvidenza benefica avesse fatto nascere il Mosè nazionale, capace di distogliere il popolo dall’ubbia del nazionalismo.

Questi scenari fantasiosi sono vietati dal realismo dell’obbligo. Ma chi si sentirebbe di confutare il felice Bengodi degli Amhara, Tigrini, Galla, Dancali e Sidami, se l’Abissinia fosse restata a noi furbastri, goderecci, dominatori coloniali ben più piacioni e buonisti dei belgi di re Leopoldo, il proprietario catastale del Belgio, e degli inglesi del generale Gordon, trucidato per odio dai tagliagole del Mahdi il Profeta del Sudan?

Il politically correct e il troppo savio possono inebetire.

A.M.Calderazzi

Con le super-armi di Trump gli USA diverranno l’Impero canaglia

 

“We need a military that will be so strong that we won’t have to use it. Right now we are in bad shape militarily.  We’re decreasing the size of our forces, and we’re not giving them the best equipment. Recruiting the best people has fallen off. There are a lot of questions about the state of nuclear weapons. It’s no wonder nobody respects us. It’s no surprise that we never win”.

We never win: in effetti   dopo il 1945 gli US non hanno più vinto un confronto armato. Il trionfo del Nostro  sulla coalizione del perbenismo liberal-progressista ha avuto le sue ragioni. La gente si è rivoltata contro un’egemonia del  ‘politically correct’  che durava dal 1960, quando John Kennedy fece credere nelle vuote promesse della Nuova Frontiera. Tuttavia, se davvero Trump riuscirà a coartare il Congresso e l’opinione pubblica -in circostanze internazionali non minacciose-  ad aggiungere molti  miliardi al più iperbolico bilancio militare di tutti i tempi, l’America potrà diventare  l’Impero canaglia del nostro tempo. Innanzitutto  per la corsa agli armamenti che promuoverà. Solo un miracolo scongiurerà che Mosca, Pechino, Pyongyang e qualche altra capitale ingigantiscano i loro apparati bellici. L’Europa è stata già messa in mora perché lo faccia. Difficilmente si scongiureranno ritocchi in aumento nella generalità delle nazioni, quelle lillipuziane comprese. Malta, la mezza Cipro ed altre affermeranno il diritto a rafforzare la loro ‘sovranità’.

Preparandosi a lasciare la Casa Bianca, Dwight Eisenhower, tecnicamente il generale americano che conseguì più vittorie di George Washington, indirizzò al paese un monito grave: rischiamo di consegnarci a un “military-industrial complex”  al momento non abbastanza forte.  Il pericolo si materializzò presto: John Kennedy, il successore del presidente Eisenhower, fu condizionato dal military-industrial complex non solo a vagheggiare la conquista di Cuba, ma a compromettere gli Stati Uniti in Indocina, dove la Francia era stata scacciata e umiliata, e dove l’America avrebbe conosciuto la più vergognosa delle disfatte. Furono necessari un presidente repubblicano (Nixon) e un premio Nobel oriundo tedesco (Kissinger) per mitigare la sciagura d’Indocina, provocata da Kennedy e aggravata dal suo successore liberal, Lyndon B. Johnson.  Il presidente della New Frontier aveva reiterato il misfatto bellicista dei suoi maestri democratici, Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt: i Due costrinsero a combattere una nazione americana essenzialmente isolazionista,  in quanto fedele alle consegne di George Washington e di Thomas Jefferson.

Coll’intervento nella Grande Guerra, in assenza di alcuna minaccia reale per l’America, Wilson gettò le fondamenta dell’impero statunitense. Con la scelta di campo a fianco del bellicista Churchill e del generalissimo Stalin, Roosevelt edificò l’impero stesso. Inevitabilmente il fatto d’essere primo tra i colossi mondiali condizionò l’America a diventare la società più militarista della storia.

Peraltro il presidente che vuole aggravare il condizionamento temuto da Eisenhower  risulta contraddetto dalle realtà degli ultimi settantadue anni.  La strapotenza militare non è bastata a debellare gli avversari dell’America: nemmeno quando non erano temibili come i maoisti che conquistarono la Cina o come i Vietcong. E’ improbabile che l’estremismo riarmistico progettato da Trump neutralizzi i nemici odierni dell’ordine occidentale. Ancora una volta il military-industrial complex prova a dettare la linea alla politica statunitense,  pur dominata al momento da un capo assertivo anzi dirompente. Per fare sterminata la superiorità bellica USA il Commander in chief dovrà tagliare duramente la spesa federale.

La più pericolosa delle decisioni non sarà la rinuncia ad avvicinare i livelli del Welfare americano a quelli europei. La valutazione veramente grave sarà:  i paesi ricchi, USA in testa, non sono in grado di lanciare un super-Piano Marshall a favore del pianeta povero. Le cose stanno dimostrando che nel contrasto tradizionale il terrorismo è invincibile, l’invasione dei clandestini è inarrestabile. Un tot di portaerei e di droni in più non fermerà gli attentatori che sconvolgono metropoli e aeroporti, meno che mai distoglierà i miserabili dall’infrangere divieti e frontiere.

Invece un programma anti-miseria talmente gigantesco da riscattare direttamente vaste masse di tre continenti indebolirebbe sul  serio gli antagonisti dell’ordine capitalistico. Qualunque cosa di pace cheTrump farà nel mondo  per contrappesare gli eccessi del suo  ‘America First’  non sarà abbastanza ingente, e ciò per gli extra costi del militarismo.  Sarà il più storico degli errori.  Le nuove super-armi saranno altrettanto inutili quanto il potere di  ‘overkill’  detenuto dal Pentagono dal 1945.

a.m.calderazzi

 

 

 

 

 

 

THE VITALITY OF CHINESE CHARACTERS

This summer we have read with some interest and curiosity an article published by The Economist written by R.K.G. entitled “China’s tyranny of characters” (5th July, 2016), a comment on the Chinese writing system and how it would influence the political thought of the PR China. In a nutshell, the idea of the article, is that given the inflexibility in the structure of the Chinese writing systems (or Sinograms, a more appropriate definition coined by Fosco Maraini), by extension, also the political thought of the Chinese Government is inflexible. The task to educate and eradicate illiteracy through the national standard language or Putonghua, as the Chinese call it, would stifle local languages and help the political control over the whole country.

The author probably forgets a joke that goes something like this: if someone who speaks two languages is called bilingual and someone who speaks three languages is trilingual. What do call someone who speaks only one language? An Anglo-saxon. After all it is not so much of a joke considering how England has tried hard to get rid of her neighbours’s gaelic languages or how successfully the USA have virtually wiped out all native north American vernaculars.

China, on the contrary, thanks to her logographic writing system has succeeded in two remarkable feats: to preserve a linguistic continuity since the first written record were laid down in ancient era and, at the same, time to create a writing system that encompasses very different spoken languages within and outside her borders. Sinograms have proven to be (contrary to what affirmed in the article) a rather flexible writing system, a truly (written) lingua franca. For centuries Europeans have in their “Search for the perfect language” (after the title of a book by Umberto Eco) overlooked the fact that such a perfect language (as much as a human construct can be perfect) already existed on the other end of the Eurasian landmass and has been an unparalleled tool for the transmission of thoughts, in time and space.

When Emperor Qin Shi Huang politically united China in 221 BCE (more than 2000 years before the EU came into existence) he did so by bringing together six different states and tying them under one currency, one taxation system, and a standard metrology. The true stroke of his genius was the adoption of Sinograms that until today have withstood the test of time. Achieving unity but preserving the different oral languages of its vast landmass, has been a major contribution to the richness and diversity of China.

Today, even Western people have to admit the convenience of logographic systems: road signs, icons on a computer or signs in an airport are perfect examples of how the Chinese script works. Everyone reads them according to one’s own language sounds but the meaning remains unambiguous and universal: an arrow indicates direction, a walking man a crossing point, a pair of scissors cutting off text, etc. If the Europeans had created or adopted a logographic writing system and we were a member of the EU, for instance, on our passport, instead of having twenty-four different words, each one for every official language of the Union to indicate the word “Passport”, we would have only two characters to indicate its meaning, perfectly comprehensible to all EU members. This is exactly the case within the China borders, with all her numerous minorities (55 officially recognized, according to the last count, of which two, Uighurs and Tibetans still use their own script form) using the same writing system but each group still talking their native idiom. And, until not long ago, also Viet Nam, the whole Korea, and Japan, who were using the same writing system, could perfectly communicate by writing to each other, without speaking the same language.

Today, unfortunately, only Japan has retained much of its use integrated by two indigenous phonetic syllabaries (Hiragana and Katakana). Koreans have adopted their own sound-based system (Hangul), with the North having eliminated the Chinese characters and the South partially retaining them, especially for names and technical words. The case of Viet Nam is much more dramatic if not outright tragic, having adopted Latin letters with no resemblance in their pronunciation to any western language. The result has been to isolate herself from her rich past, from other East Asian societies and without gaining any proximity to any other country who uses the same kind of alphabet.

Despite the longer time needed in mastering the Chinese writing system, it has not been an obstacle to literacy. Cases of dyslexia are less and, on average, reading speed is higher in comparison to alphabetic systems. Rote learning, so despised these days, has widely documented benefits: it fosters discipline, enhances memory, teaches patience, endurance and provides that touch of humanism that the modern educational system seems to have lost. Used by a fifth of the world population, contrary to the author’s doubts about China definition of literacy rate, people using Sinograms have proven to be well ahead of Westerners or other people using alphabets, including Devanagari and Arabic script in reading and comprehension ability. Since the municipality of Shanghai has been invited to join the PISA (Programme for International Student Assessment) contest, the students of that city have invariably scored highest and, in the last edition (2012) it scored best again with Singapore, Hong Kong, Taipei, Korea, Macao and Japan (in this order) right behind her.

One fascinating aspect of a Sinogram is that either you can read it and know its meaning, or you can’t and thus you do not know what it means. On the other hand, my eight years old son, who at school is being trained in reading an alphabet, can virtually already read any line on a newspaper, but does not have a clue of most of what it says. After all, the definition of literacy is perhaps more uncertain in the western world than in East Asia. Sinograms are an excellent tool in memorizing new words when learning an East Asian language. When you ask a Chinese native speaker who is studying a new word of an alphabetical language she or he will invariably answer you that it is very difficult to memorize it only through sound, as initially does not bear any meaning to her or his ears (while a Chinese character conveys by itself, visually, a distinct meaning).

A rather baffling statement in the “China’s tyranny of Chinese Characters” is following: “The inflexibility of the Chinese script has always reinforced the inflexibility of the Chinese state”. Following the thought of the author would the Japanese political system be slightly less tyrannical than the Chinese because it uses along Chinese Characters also phonetic syllables? Or would the South Korea Government be a bit more flexible because it uses Hangul, and Chinese Characters are confined to a marginal role? Perhaps we shall look to the North of the Korean peninsula to find a form of Government particularly flexible because they have abandoned Chinese Characters all together….

The whole article is unconvincing as it assumes that Chinese Characters are an unsuitable linguistic tool to absorb anything new, unconventional, foreign or representing anything said in a slang or dialect. As a matter of fact, Vietnamese, historically, had been creating new characters, as needed. The vitality of Chinese characters does not end here. They are similar to building blocks, as Europeans use words of Greek or Latin origin to create new ones. For instance, the word INTERNAUTA can be easily translated and no one (not even the Chinese Government) can forbid to translate it into: 网上冲浪者!

LA GIOVINEZZA DELL’AMERICA SPENTA 100 ANNI FA

Sul punto di entrare nel suo settimo anno, Internauta-online si è interrogato sul senso di proporre idee e ipotesi nuove. Non ci sono, solo in Italia, molte decine di sapienti che lo fanno invano? Non vociano a vuoto i primattori dei grandi media? Più larga la nomea, meno ottengono. Le cose restano uguali, quali meteoriti troppo ingenti per non restare in eterno dove cadono.

 

Bergoglio appariva vicino a cambiare la Chiesa, invece no. Idem Matteo Renzi. Con tutta

la virtù di condottiere, per la quale a Machiavelli

dovette piacere, conseguirà next to nothing. Lo Stivale resta la pessima tra le repubbliche. Non le riescono le svolte minimissime, tipo scalfire i diritti acquisiti più nauseabondi, le reversibilità di sgradevoli vedove di altoburocrati vampiri. Non  concepisce il dovere di chiudere gli enti inutili o nocivi, v. il Quirinale.

A questo punto la disfatta di Internauta-online come officina d’ideazione è quasi onorevole, a fronte della nanizzazione del cambiamento come categoria universale. Non farneticheremo quasi più sulle cose future, ci costringeremo a quelle accadute, esse sì sicure.

Per questo Internauta propone qui l’e-book

“La giovinezza dell’America, spenta cento anni fa”.  Che gli USA entrarono allora nell’ età senile è conclamato dalle cose.

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

L’autore Antonio Massimo Calderazzi, borsa Fulbright alla Univ.of  California at Los Angeles e alla Univ.of Texas, è stato addetto culturale Usis, poi a lungo responsabile per il Nord America all’Ispi, uno tra i maggiori think-tanks italiani. E’ membro della Société Européenne de Culture e ha scritto “La rivoluzione negra negli Stati Uniti”. Ma se ritiene di conoscere molte pieghe degli Usa è soprattutto per il decennio vissuto da yeoman farmer -il migliore dei mestieri, insegnò Thomas Jefferson- sul confine canadese dell’Upstate New York: cioè in frequente contatto con la terra che fu il “Primo West” della storia americana. Un richiamo all’esperienza agricola della famiglia dell’autore è, verso la fine di questo testo, nel racconto di Filippo Calderazzi, titolo ‘Raccoon Pond Farm.

 

 

 

Una tesi

Gli Stati Uniti furono genuinamente grandi, furono un modello e un mito, per circa trecento anni: fino all’intervento nel primo conflitto mondiale. Da allora furono la più potente e ricca delle nazioni, ma la loro superiorità morale finì.

Nei tre secoli dallo sbarco a Plymouth, nel 1620, dei Pilgrim Fathers -anzi dall’avventura del capitano John Smith, il quale una dozzina d’anni prima  aveva tentato di avviare in Virginia una colonia di sfruttamento economico- i popoli del mondo ammirarono ed amarono gli USA, persino nelle loro malefatte (per esempio lo sterminio degli Indiani), tanto smaglianti e volute dai Fati furono le loro opere.

Avendo dalla loro la giovinezza, gli americani crearono un paese diverso e, per tre secoli, migliore di tutti gli altri. Si dettero la libertà contro il più potente degli imperi. Seppero unirsi in una federazione quasi perfetta, la quale resistette vittoriosamente alla più grave delle guerre civili (618 mila caduti). Modellarono  un regime repubblicano moderno. Conquistarono un continente, vincendo gli ostacoli della Natura e le sfide dei nativi. Fecero realtà dell’ideale egualitario, non per tutti ma per molti.

Nei suoi primi trecento anni l’America creò una civiltà straordinaria, che oggi declina ma non al punto di perdere la primazia materiale. L’America fu un esperimento grandioso e inimitabile. Poi nel 1912  essa ripudiò un capo, Theodore Roosevelt, il quale aveva incarnato nel bene e nel male le energie della stirpe e i valori delle origini. Nel 1912 gli americani si dettero un presidente, T.Woodrow Wilson, il quale rinnegò i Padri fondatori e uno dei principi del 1776: l’estraneità all’Europa e ai suoi conflitti. Dicendo no al retaggio di George Washington e di Thomas Jefferson, Wilson forzò i riluttanti Stati Uniti a intervenire nella Grande Guerra. In tal modo gettò le fondamenta di un impero planetario. Ventiquattro anni dopo Franklin Delano Roosevelt, il più brillante e menzognero dei suoi successori, completò l’edificazione dell’impero con lo stesso strumento di Wilson: la guerra. Inevitabilmente l’America superpotenza non ha ereditato la grandezza del passato. Non è più il Mito e il Modello. Non è più la fidanzata del mondo, e non è più giovane: comincia ad andare verso il mezzo millennio. Produce più tecnologia di tutti i rivali;  ma non ha titolo a primeggiare. La tecnologia non è abbastanza civiltà e non è primogenitura, appartenendo a tutti i  popoli. Non vantando più opere straordinarie, gli Stati Uniti hanno perso la legittimità di un tempo..  Fatti giganteschi con le guerre, ora le guerre le perdono. A partire dal conflitto di Corea, non  trionfano più.

Wilson e il secondo Roosevelt preferirono l’egemonia, momentaneamente incontrastata, alla coerenza coi valori fondanti dell’America. Quei valori includevano alcuni fatti di dominazione, però circoscritti al contesto centro-americano e caribico, cioè al ‘cortile di casa’. Gli USA che oggi possiedono centinaia di basi militari fuori dei loro confini, sono profondamente deformati  da un militarismo micidiale, i cui rischi furono additati dal loro massimo generale, il presidente Eisenhower.

Mezzo secolo più tardi la condanna delle deviazioni militaristiche più conclamate -Vietnam, Iraq, Afghanistan- è pressocché unanime nel mondo (condanna a volte temperata da formule di Realpolitik  originanti nei turpi insegnamenti di Machiavelli). La teorica egemonia militare sul pianeta ha svuotato la ragion d’essere della civiltà americana.

 

 

Tre insegnamenti al mondo

L’America cominciò a insegnare al mondo quando le esigue colonie venute dall’Europa occidentale presto si trasformarono nella stirpe totalmente nuova richiesta dall’impresa di conquistare un continente e creare una civiltà. Il nucleo più coeso tra quanti sbarcarono nel 1620 si abbarbicò alla terra, il Massachusetts, incontrata per prima. Ne fecero una piccola patria dei Pilgrim Fathers, votata a idealità e a coerenze religiose. Col tempo una parte di essi lasciò cadere i propositi intransigenti di purezza della fede e si unì ai successivi immigrati da oltre Atlantico per marciare verso Ovest.

Coloro che restarono sulla costa dell’Oceano costruirono una società originale solo in senso religioso ed etico. Per il resto essa si modellò sull’Europa, in questo senso rinnovando l’esperienza delle colonie greche antiche dell’Asia vicina e del Mediterraneo. Assai più creativi furono gli altri, coloro che andarono  verso ovest, oltre i monti Appalachians e Alleghenys. Da questa iniziale espansione nel grande retroterra venne il primo insegnamento dell’America al mondo: spettava al popolo dei più vigorosi di impadronirsi di un continente, soggiogando etnie meno evolute e meno volitive.

L’episodio più simbolico, anzi fatidico, di questa fase, ancor più che il passaggio di una massa di pionieri attraverso le catene montuose parallele alla costa atlantica, fu la spedizione che Thomas Jefferson, terzo presidente degli allora piccoli Stati Uniti, mandò nel 1804-06 per esplorare le pianure, i deserti, i monti e le foreste fino al Pacifico. Si trattò di una trentina di uomini comandati da Meriwether Lewis, un segretario di Jefferson, e da William Clark,  capitano del neonato esercito federale. Quella esplorazione bastò per affermare il diritto degli USA sull’intero Nord America a sud del Canada e fino al Messico. Inoltre per fare  degli Stati Uniti il potenziale condomino occidentale del massimo oceano del pianeta.

 

Il secondo insegnamento del popolo americano, rivolto innanzitutto alla Gran Bretagna e alle altre madrepatrie europee, fu che i vecchi patriottismi, le tradizionali devozioni ai sovrani e agli ordinamenti lasciati in Europa avrebbero spento il futuro: dunque la necessità della Rivoluzione americana, tredici anni prima di quella francese. La prima rivoluzione dette vita a una nazione per tre secoli sempre più grande, prima d’essere sopraffatta dalla sua stessa imponenza. La rivoluzione francese, dopo i fulgori del ventennio napoleonico, edificò una Repubblica borghese che non insegnò nulla al mondo, se non la conciliazione tra democrazia e capitalismo.

 

Il terzo insegnamento dell’America: tredici colonie rinunziarono ad essere tredici stati sovrani e si fusero nella più vitale e organica federazione della storia. Forse più prodigiose e mastodontiche furono le confederazioni tribali di conquista realizzate ai loro tempi da Attila, da Gengis Khan e da Maometto. Ma durarono poco e sparirono. Le colonie nordamericane, trasformate in Stati fondatori dell’Unione, inizialmente si considerarono sovrane. L’asserzione dei diritti originari degli Stati degenerò nel Sud schiavista nella Secessione, massimo trauma della storia americana fino alla vergogna e alla sconfitta del Vietnam. La disfatta del 1865 costrinse il Sud a subire la demolizione delle strutture giuridiche dell’istituzione schiavista; a rinunciare per sempre al sogno della secessione. Il problema razziale, trasformato dall’Emancipazione, restò per sempre. Però gli sconfitti non tentarono più di vendicarsi. L’Unione fu salva.

 

Dunque l’America mostrò al mondo come si edificano le patrie federali. Questo getta una luce crudele sull’inferiorità dei paesi europei, progenitori dei protoamericani. I millenni vissuti insieme nel Vecchio Mondo e i sessant’anni trascorsi invano dallo “storico” trattato di Roma hanno conclamato il nichilismo, la sclerosi, il cupio dissolvi di cui soffre l’Europa. Hanno conclamato la mediocrità degli ‘Statisti’ che si adunano a Bruxelles. Se esistesse, giustizia storica vorrebbe che il compito passasse agli uomini che nel 1789 suggellarono con una Costituzione il loro patto fondatore; e anche a quelli che con la ‘Reconstruction’  postbellica del Sud consolidarono l’Unione dilaniata dalla secessione.

Tuttavia l’America d’oggi, persa un secolo fa la giovinezza, non ha né titolo né risorse spirituali per salvare l’Europa. Le lezioni al mondo finirono coll’ingresso nel primo conflitto mondiale. Con Wilson arrivò la Grande Apostasia rispetto ai valori americani. La nazione che aveva saputo ribellarsi al re britannico e non aveva permesso che i seicentomila caduti della Guerra di secessione uccidessero l’Unione, l’America dei molti prodigi, non seppe rifiutarsi a un Wilson transfuga e rinnegatore della specificità nazionale. Più tardi non seppe rifiutarsi a  Franklin Delano Roosevelt, il faustiano plutocrate che si fece possedere da quella stessa vocazione bellicista dell’Europa che G.Washington e Th. Jefferson avevano tentato di respingere per sempre.

 

 

G.Washington: il dovere dell’isolazionismo

Nel ‘Farewell Address’ del 17 settembre 1796 -il discorso agli americani nel lasciare la presidenza- George Washington invocò: “Vi scongiuro di credermi, concittadini. La storia e l’esperienza comprovano che l’influenza straniera è fra tutti il più funesto nemico di un governo repubblicano. Ma, per essere utile, la gelosa indipendenza di un popolo libero deve essere autonoma; altrimenti l’indipendenza si fa strumento di quella influenza, piuttosto che difesa contro di essa. La grande norma della nostra condotta verso le altre nazioni sia: estendere molto le relazioni commerciali, ma avere il meno possibile di legami politici. L’Europa ha interessi di fondo che poco o nulla hanno a che fare con noi. Essa si trova spesso coinvolta in conflitti che ci sono estranei. Se rimarremo un popolo unito, sotto un governo capace, non è lontano il tempo quando potremo respingere ogni attacco dall’esterno; quando otterremo che la nostra neutralità sia rispettata scrupolosamente; quando potremo scegliere pace o guerra come i nostri interessi detteranno. Perché non profittare dei vantaggi di una situazione così caratteristicamente nostra? Perché lasciare la nostra strada per un’altra? La politica più vera per noi è rifiutare le alleanze permanenti con qualsiasi parte del mondo”.

Parlando di ‘mondo esterno’ il Padre della Patria sottolineava e quasi estremizzava l’unicità dell’esperimento americano rispetto al contesto egemonizzato dall’Europa. Il Farewell Address fu più lungo e più appassionato dell’ estratto qui riportato, ma l’essenziale restava uguale: per essere libera e virtuosa l’America doveva restare isolata.

John Adams, suo successore, proclamò anch’egli: l’isolamento resti il principio della nostra politica estera. Gli Stati Uniti si tengano il più lontano possibile dalla politica e dalle guerre dell’Europa. Adams arrivò ad affermare: entro pochissimi anni la cosa migliore sarà richiamare ogni ministro dall’Europa, e spedirvi invece delegazioni in occasioni speciali. Pure il patriota Samuel Adams, firmatario nel 1776 della Dichiarazione d’Indipendenza e governatore del Massachusetts, insisteva contro ogni intromissione negli affari europei. E Thomas Jefferson, insediandosi alla White House (1801): “Pace, commercio e onesta amicizia con tutti, alleanze compromettenti con nessuno”.

A quel tempo primigenio lo Spirito Americano era dunque rigorosamente ostile ad ogni identificazione con questa o quella posizione straniera. Anche perché -argomentava Jefferson, terzo presidente, certamente il più colto tra gli statisti americani del suo tempo, il più qualificato a formulare valori e precetti- “in Europa la dignità dell’uomo si perde in distinzioni arbitrarie. Gli uomini sono classificati in ceti chiusi, e i più sono schiacciati dal peso dei meno”.  Jefferson avrebbe preferito che il presidente non fosse rieleggibile: “Un francofilo o un anglofilo (si andava  indurendo lo scontro tra la Francia di Bonaparte e la Gran Bretagna) sarà appoggiato dalla nazione che preferisce”. I Padri della Repubblica erano compatti nel rifiutare legami implicanti l’obbligo di aiutare una parte contraente in caso di una sua guerra. Infatti, avrà a notare James W.Garner, professore a Harvard, “il governo americano declinò a lungo ogni invito ad esercitare mediazioni e buoni uffici tra potenze europee, nonché a partecipare a conferenze internazionali”.

Nel 1783 il Congresso, dopo avere statuito che “i veri interessi degli Stati Uniti esigono il minimo assoluto di compromissioni con le nazioni europee”, decise che l’istituzione di un ministro statunitense degli Esteri avrebbe recato pregiudizio alla politica dell’isolamento. Preferì la creazione di un ‘Secretary of State’, all’origine investito di tutta l’amministrazione interna salvo le guerre e la finanza. Per la ratifica in Senato dei trattati internazionali si impose  l’elevata  maggioranza di due terzi dei senatori.

Secondo molti storici, il precetto dell’isolazionismo trovò un corollario e uno sviluppo logico  nella Dottrina Monroe (‘l’America agli Americani’) enunciata dal quinto presidente degli Stati Uniti. Nel 1819 il futuro presidente John Quincy Adams aveva anticipato quella dottrina: “Il mondo deve familiarizzarsi coll’idea di considerare nostro pertinente dominio l’intera America del Nord. Fin da quando divenimmo indipendenti fu legge di natura che avanzassimo questa pretesa: così come è legge di natura che il Mississippi scorra al mare”.

 

Forse, più che corollario, la dottrina Monroe fu un allargamento, più o meno legittimo, del principio isolazionista. Assai presto gli Stati Uniti presero ad esercitare il ‘diritto’ di intervenire  negli affari centro-americani e caribici.  Di fatto quegli affari erano ‘domestici’, visto che il Centro-America e i Caribi erano il ‘cortile di casa’, la naturale sfera degli USA. Nel 1848 il presidente James Knox Polk si oppose quando i coloni dello Yucatan tentarono di offrire il loro territorio alla Gran Bretagna o alla Spagna. Lo stesso fece il segretario di Stato Clayton quando il Costa Rica chiese la protezione britannica per una propria controversia col Nicaragua. Sarebbe tediosa l’elencazione di fatti del genere, preliminari alla totale egemonia degli USA nell’emisfero occidentale. Ricordiamo solo che il governo di Washington contribuì a sventare il tentativo di Napoleone III di imporre Massimiliano d’Asburgo come imperatore del Messico.

Gli Stati Uniti andarono violando deliberatamente la primitiva impostazione della dottrina Monroe. Non rispettarono le colonie ancora esistenti nel Nuovo Mondo di alcuni Stati europei. L’opinione pubblica nazionale preferiva non ripudiare apertamente la Dottrina Monroe. Essa fu piuttosto forzata, adattata o deliberatamente ignorata.

Con l’acquisto della Louisiana nel 1803 (per 15 milioni di dollari) da Napoleone I, acquisto attuato da Jefferson, gli Stati Uniti più che raddoppiarono il loro territorio: da 820.000 a oltre 1,7 milioni di kmq. Dalla Louisiana si formarono undici Stati dell’Unione, più parti di altri due Stati. Nel 1819 Washington comprò la Florida. Nel 1846 un trattato con Londra mise fine a vantaggio degli americani al condominio anglo-statunitense sull’Oregon a ovest delle Montagne Rocciose. Col trattato  Guadalupe Hidalgo (1848) si impose al Messico di riconoscere l’ammissione del Texas agli USA, e in più di cedere il New Mexico e la California.

 

Nello stato di anarchia in cui la Florida si trovava, anche per la turbolenza degli Indiani Seminole, il generale Andrew Jackson, futuro grande presidente, si impossessò di propria iniziativa della Florida stessa. Washington pagò un indennizzo di 5 milioni di dollari. Vedremo a parte la guerra americana al Messico (1848) e quella alla Spagna (1898). Quest’ultima finì di cancellare l’impero madrileno e fruttò di fatto l’acquisto di Cuba e di diritto quello di Puerto Rico, delle Filippine e di Guam.Washington forzò la neonata Repubblica cubana a emendare la propria Costituzione, nel senso che Cuba si impegnava a restare indipendente da ogni altro Stato; in più riconosceva a Washington il diritto di mantenervi l’ordine, nonché di disporre nell’isola di basi navali e di depositi di carbone.

 

Per scavare il canale di Panama tra l’Atlantico e il Pacifico, Washington organizzò a partire dal 1839 una serie di azioni di aperto carattere egemonico. Il territorio da scavare apparteneva alla Repubblica di Colombia: essa tentò di rifiutarne la cessione  alle condizioni statunitensi, così Washington fomentò la secessione della provincia panamense, amministrata da fautori del Canale, e impedì fisicamente alla Colombia di domare la ribellione. Poche ore dopo l’inizio della secessione il presidente Theodore Roosevelt riconobbe la neonata repubblica di Panama. Nel 1904 il trattato Hay-Bunanvarilla stabilì che Washington avrebbe pagato al Panama il compenso che la Colombia aveva rifiutato. Gli Stati Uniti ottenevano l’uso perpetuo della Zona del Canale e il diritto di fortificarla. La grande via d’acqua fu aperta alla navigazione il 15 aprile 1914, presidente Woodrow Wilson: ma la conquista di Panama fu una delle realizzazioni del primo Roosevelt.

Nel 1895 il presidente Cleveland aveva imposto a Venezuela e Gran Bretagna un arbitrato statunitense sui confini della Guyana inglese. Un messaggio presidenziale al Congresso sottolineò che l’arbitrato era un diritto degli USA. Si vedrà che il presidente Wilson porterà molto più avanti la dottrina Monroe. La quale aveva già avuto un allargamento nel 1845, quando il presidente Polk aveva irrigidito la posizione americana sull’assoluta chiusura dell’emisfero occidentale a interventi dell’Europa. Un anno dopo Polk procedette vigorosamente all’annessione del New Mexico e della California. Nel 1848 esternò il proposito di occupare lo Yucatan. In precedenza aveva dichiarato di limitare al solo Nord America continentale la sfera d’egemonia degli USA: ma già nel 1848 proponeva alla Spagna la vendita di Cuba per 100 milioni di dollari. Col tempo l’azione di Washington nel Centro America e nei Caribi non conobbe più limiti.

Zachary Taylor, comandante nel 1846-47 dell’invasione del Messico, fu eletto alla Casa Bianca nel 1848. Morì in carica nel 1850, succeduto dal vicepresidente Millard Fillmore. Il quale tenne a giustificare l’egemonia continentale attraverso la formula del “natural ally and friend”: essa faceva degli USA il patrono, difensore e dominus dell’America intera. Da quel momento Washington andò ribadendo con forza crescente che tutte le repubbliche del Centro America e dei Caribi -deboli, povere, politicamente instabili e, più ancora, vicine al vitale Istmo interoceanico di Panama- erano aree di ‘paramount interest’ degli Stati Uniti.

 

Tra il 1902 e il 1916 gli USA intervennero militarmente nella Repubblica Dominicana, a Cuba e nel Nicaragua. Nel 1915 le loro truppe da sbarco fecero più di duemila vittime a Haiti. Invece le Virgin Islands, nelle Piccole Antille, furono pacificamente comprate dalla Danimarca (25 milioni di dollari).

Restò famoso un episodio del 1914. Alcuni marinai statunitensi che erano sbarcati a Tampico (Messico) per fare rifornimenti furono imprigionati per due ore, poi rilasciati. L’ammiraglio americano  Mayo pretese, oltre a varie formule di scusa, un saluto solenne alla bandiera a stelle e strisce. Avendo il presidente messicano Huerta rifiutato tale saluto, il presidente Wilson fece affluire alle acque messicane la squadra dell’Atlantico. Il 21 aprile ordinò di occupare Vera Cruz. Nel marzo dell’anno successivo mandò in Messico il grosso corpo di spedizione del generale Pershing, futuro comandante supremo americano in Europa. Furono le esigenze militari dell’intervento USA nella Grande Guerra a convincere Wilson a ritirare (6 febbraio 1917) il suo corpo di spedizione dal vicino meridionale.

 

 

 

Limiti della gloria di G.Washington

Se W.Wilson e F.D.Roosevelt rinnegarono così apertamente il precetto isolazionista del primo presidente fu anche, in qualche misura, per la relativa modestia intellettuale del Padre della Patria. Egli non fu il Mosè della nazione; fu il generale che sconfisse i dominatori britannici e poi governò assai saggiamente, apportando equilibrio e senso comune all’edificazione della Repubblica. Agli albori del paese egli non fu né maestro né guida spirituale. Questi ruoli appartennero a Thomas Jefferson, quel terzo presidente che fu il più colto e il più intellettuale della maggior parte degli uomini della Casa Bianca.

George Washington nacque nel 1732 nella Westmoreland County (Virginia) da un piantatore, padrone di schiavi, di una famiglia inglese risalente al XIII secolo. La Virginia della prima metà del Settecento mancava di istituzioni del sapere, per cui lì il ragazzo imparò poco più che a leggere, scrivere e assimilare le nozioni matematiche di base. Coltivò invece adeguatamente l’atletica, preliminare delle attitudini militari del tempo. A 16 anni Washington era un bravo agrimensore e presto ricevette dalla famiglia amica dei Fairfax  l’incarico di misurare e accatastare una vasta proprietà che arrivava ai monti Allegheny. Ciò fece con tale  bravura da acquistare un’alta reputazione professionale; tra l’altro poté comprarsi ampie proprietà terriere. A 19 anni entrò nella carriera militare: maggiore della milizia della Virginia, impegnato contro Inglesi e Indiani. Tre anni dopo lo troviamo comandante in capo della milizia e aiutante del generale britannico Braddock.

Nei vent’anni successivi fece il ricco piantatore, l’uomo d’affari e il politico (membro del  Continental Congress). Quando venne la Guerra d’indipendenza la sua fama militare e la sua personalità insolitamente dotata erano già tanto grandi da essere designato all’unanimità nel 1775 comandante in capo dell’esercito delle colonie in rivolta. Rifiutò ogni retribuzione. La Guerra d’indipendenza finì quando Washington accettò ad Appomattox la resa dello sconfitto generale britannico. Alla Convenzione federale di Philadelphia (1787) Washington emerse come il più illustre degli americani; due anni dopo, a Costituzione ratificata, divenne il primo presidente degli Stati Uniti, rieletto nel 1793. Declinò un terzo mandato presidenziale. E’ giudizio pressocché generale che il successo della più grande repubblica del mondo moderno fu soprattutto dovuto alla ferma saggezza di George Washington. Non era geniale ma superava tutti per equilibrio, tempra e competenza.

Quando morì, il 14 dicembre 1799, la Camera dei Rappresentanti lo proclamò “First in war, first in peace and first in the hearts of His countrymen”. Alla capitale fu dato il suo nome.

 

 

La guerra di Woodrow Wilson

Come ebbe a scrivere nel primo dopoguerra un giovane studioso italiano, Carlo Marchiori, che si era formato a Yale, “non bisogna farsi ingannare dall’idealismo propagandato dai giornali, se si vogliono indagare le vere motivazioni che nel 1917 spinsero in guerra gli Stati Uniti. Ha giustamente scritto André Siegfried:  “Non per la Francia, né per il Belgio gli USA nel 1917 presero le armi, bensì per l’asserzione del sistema anglosassone. Gli Stati Uniti erano coscienti che entrando in guerra venivano ad assumere un ruolo di primissimo piano: diventavano i padroni della situazione mondiale, gli arbitri della vittoria e della pace. L’intervento fece dell’America il giudice della situazione internazionale. Dettò la nuova carta geografica del pianeta”.

Ma l’America, rifiutando di approvare il trattato di Versailles, respinse il grande progetto del presidente. I politici del Congresso come l’uomo della strada intuirono la complessiva fallacia della Pax wilsoniana. Crollò l’intera costruzione dell’ex-rettore della Princeton University. Il trattato di Versailles, imposto daWilson e da Clemenceau, così punitivo nei confronti della Germania, pose le premesse per l’avvento di Hitler. L’artificiale dilatazione, soprattutto a spese della Germania, della neoindipendente Polonia offrì al Terzo Reich il destro per scatenare il Secondo conflitto mondiale. E Versailles ‘inventò’ due nazioni, Cecoslovacchia e Jugoslavia, mai esistite in epoca moderna, dunque presto morte (la seconda nel sangue). Con tutte le aspirazioni americane a combattere il colonialismo, Versailles ingrossò, invece di ridurre, i due massimi imperi coloniali del tempo.

Il giudizio degli americani sull’azione internazionale  di Wilson fu senza appello: egli morì un fallito.

 

 

The sour gifts of 1917, by Marshall B.Davidson

“For three quarters of a century -since the Treaty of Ghent in 1815- America had been preoccupied by the problems of self-development. The ‘splendid little war’ with Spain had pushed the government well out into international currents. There would be no return, for those currents moved with the running tide of history. But to most Americans such involvements  seemed like a brief and ill-advised excursion into troubled waters.

 

Thus, when the first World War started, there was general agreement that it was no business of ours. Even after our very effective participation in that strife in Europe, there was a strong tendency to write it off as a necessary, perhaps, but certainly momentary, foreign entanglement. As  the song went, it was ‘over over there’, the world had been made safe for democracy, and now, after another brief foray into the nettlesome disputes of the Old World, America could retreat to the tranquil isolation of the New, and from home, set a shining example for others. Convinced of its immunity and confident of its strength, long turned inward by historical necessity, and skeptical about the advantages of international co-operation, America washed its  hands of Europe’s perplexities and beat a hasty retreat toward ‘normalcy’. To doughboys returning from their ‘great crusade’ the Statue of Liberty looked sweeter than ever.

 

“Wilson pleaded that the nation could not retire from its responsibilities; that ‘at whatever cost of independent action’ governments must act together to crush the old, war-breeding order of international politics. The League of Nations, ‘he argued, ‘was the only hope for mankind…. Shall we or any other free people hesitate to accept this great duty?  Dare we reject it and break the heart of the world?’  But his plea was in vain. And while the average American ignored the program that might have stabilized world peace, and refused the chance to assert his faith in the democratic idea, Lenin labored fruitfully.

“Actually there was no possible return to normalcy and no hope of  insulation. Normalcy was at best a nostalgic remembrance of things past. Life in America had never been static, and the comfortable pattern of pre-war days was outmoded by the time the troops returned from Europe. Even while the theory of isolation won adherents, America had growing  economic commitments everywhere in the world which could not be separated from national policy. And, as G.K.Chesterton had warned, the world never would be made safe for democracy; democracy is a dangerous trade.

“The road to normalcy led almost everywhere but to normalcy. Wilson’s lofty idealism was succeeded by a stage of general cynicism and disillusionment that was anything but normal to American experience. The spirit of self-denial and regimentation made popular by the war effort made it possible to write the Eighteenth Amendment into the Constitution. Prohibition had a long history in this country. However, a substantial bloc of citizens almost immediately regretted the heroic gesture and, with those who resented this restriction of their personal liberty, they helped to usher in a period of lawlessness and corruption without precedent in our history.

The corner saloon with its welcoming swinging doors was temporarily replaced by the less prominent but more picturesque speakeasy.

 

 War Again (May & Caughey, historians)

“Increasingly since 1919, the tendency had been to look back to intervening in WW1 as a mistake. Among conservatives, large numbers felt, with former president Hoover, that debt and reparations problems left over from WW1 were responsible for the Depression; that the lessons for the US were that it should have as little as possible to do with future troubles in Europe.

On the political Left, equally large numbers accepted the view that all wars were waged for the profit and glory of a few and that the masses should resist their country’s being dragged into any war. As the probability of European war increased, feeling grew that this time the US must not become involved. Even as late as 1939, this was the overwhelming sentiment of the country.

“F.D.Roosevelt gave the first public indication of a change of heart on Oct.5, 1937 in Chicago: ‘When an epidemic of physical disease starts to spread, the community approves and joins in a quarantine of the patients, in order to protect the health of the community against the spread of the disease’. He was gradually shifting from isolationism. On November 4,1939 munitions and supplies that had piled up on Atlantic docks began moving to British and French ports and made the US a non-belligerent ally of England. On Sept.4, the President announced that the US was to turn over 50 obsolescent destroyers to the Royal Navy in return of the lease of six British bases.

“In the presidential campaign of 1940 Roosevelt, yielding to his own fear that isolationism might still have appeal to the voters, took occasion to say: ‘And while I am talking to you mothers and fathers, I give you one more assurance. I have said this before, but I shall say it again and again and again: Your boys are not going to be sent into any foreign wars’. When the Germans invaded the Netherlands, Roosevelt ordered the Pacific Fleet to Haway, hoping thus to make the Japanese fear that if they invaded the Dutch East Indies the United States would intervene.

“In July and August, 1941, Japanese credits were frozen, and embargoes were quietly clapped on gasoline and other products. In July 1941  with the permission of the Icelandic government, Roosevelt sent the Marines to Reykjavik. Therefore, for all practical purposes, the US Navy escorted merchantmen to Iceland and the British Navy convoyed them from Iceland east.

 

“In early August, Roosevelt and Churchill surprised the world by holding a meeting at sea off Newfoundland. Subsequently, by releasing to the the public the ‘Atlantic Charter’. In Sept.1941 Roosevelt practically opened a naval war with his ‘shoot on sight’ order. Unless and until Congress declared war, there was almost nothing more that the US could do. It had reached the limits of non-belligerency and was waging undeclared war. The last vestige of isolationism disappeared on November 17, 1941, when the Neutrality Act of 1939 was repealed. After the attack on Pearl Harbor, suspicion was later voiced that the Administration had deliberately provoked the Japanese and tempted them by leaving the base poorly defended, seeking thus to maneuver them into firing the first shot”.        

 

 

          

Jefferson progettista intellettuale degli USA

Quando suo padre morì, Jefferson ragazzo ereditò alcune migliaia di acri e un proporzionato numero di schiavi. Da vecchio la sua tenuta, Monticello, si era quadruplicata, gli schiavi arrivati a duecento. Sua madre Jane Randolph era venuta da una grande famiglia della Virginia.

I fattori familiari non impedirono che Jefferson divenisse il maggiore artefice del liberalismo progressista americano. Nelle occasioni di scontro più acceso apparve persino un giacobino: simpatizzò con la Rivoluzione francese, non condivise lo sdegno dei conservatori del mondo per il regicidio che spense la vita di Luigi XVI.

Attorno al Jefferson democratico nacque una vera leggenda. I suoi interessi filosofici fecero di lui l’estensore della Dichiarazione d’Indipendenza. Già da giovane capeggiò l’ala riformista della politica virginiana e i risultati ci furono: si cancellò il maggiorascato, si affrancarono dalla Chiesa anglicana i fatti pubblici, si abolirono alcune discriminazioni, si promosse un sistema di scuole laiche. Risultò un assieme di iniziative tra le più avanzate del tempo. Peraltro l’equilibrio delle posizioni del Nostro fu tale che le riforme modernizzatrici furono varate senza contrasti serii. L’opposizione alle novità si ridusse, come egli scrisse,”a una  mezza dozzina di gentiluomini offesi a morte per la perdita di una parte dei loro privilegi, ma non abbastanza accaniti”. Alcuni storici parlano di ‘rivoluzione per consenso’;  altri di nessuna rivoluzione.

In Virginia non fu mossa alcuna azione contro la schiavitù: tuttavia Jefferson affermò che ”un giorno l’asservimento dei neri dovrà sparire onde evitare il peggio”. Un abolizionismo spinto non sarebbe stato consono alla prudenza  del liberalismo del Nostro. Tra il 1785 e il 1789 egli fu ambasciatore in Francia, quindi osservò da vicino l’iniquità e la stoltezza  del Vecchio Ordine. Giudicò severamente l’alleanza di sovrani, nobili e Chiese “contro la felicità delle masse” e per l’asservimento dei lavoratori. Al contrario le colonie inglesi d’America, allora una ‘nazione’ di ‘yeomen farmers’, proprietari della terra che lavoravano, erano per Jefferson il più fortunato dei paesi. Tutta la vita egli esaltò la superiorità morale e politica dei liberi agricoltori d’America sulle altre classi e occupazioni. Naturalmente la concezione di Jefferson non mancava di elementi fiabeschi. Era un idillio fisiocratico.

Gli avversari lo considerarono un visionario, eppure i suoi studi e le sue scelte pratiche furono ispirate da realismo e da amore di concretezza. Tutti sanno che fu agricoltore progredito  e che, attratto com’era dalle arti,  fu tanto attento  da progettare la sua bella casa di Monticello. Aiutò con mappe topografiche l’architetto parigino Pierre Charles L’Enfant a stendere il piano urbanistico della capitale federale. Ideò un certo numero di macchine agricole, dagli aratri a un attrezzo per battere la canapa. L’elenco delle sue invenzioni e osservazioni pratiche è lungo. Non gli mancarono interessi quali il caseificio e la meteorologia.

 Jefferson divenne un mito nonostante alcune sue contraddizioni. Statista equilibrato e armonico come pochi, certi atteggiamenti apparvero addirittura estremistici: posizioni giacobine, abbiamo visto. Gli si attribuirono pensieri ‘maoisti’ ante litteram quali “sarebbero salutari una rivoluzione ogni vent’anni e quattro riforme complete delle Costituzioni ogni secolo”. Profondamente imbevuto di concetti del secolo francese dei Lumi, ne temperò e adeguò le astrattezze, peraltro non sfuggendo alle accuse più aspre di partigianeria. Fece proprie i pensieri dei ‘philosophes’, ma sappiamo che applicò molta della sua intelligenza a materie quanto mai pratiche. Fu un pacifista e un isolazionista, ma contro gli Stati barbareschi del Mediterraneo ordinò la  prima spedizione navale della storia nazionale.

 

Sotto i presidenti Washington e John Adams il governo statunitense si era adeguato alla prassi europea di pagare tributo ai potentati nordafricani, onde ottenere incolumità per il proprio naviglio dai pirati che infestavano le coste meridionali del Mediterraneo. Ma quando il pascià di Tripoli alzò le sue pretese, Jefferson dette ordine alla sua piccola flotta di opporsi. Le modeste navi da guerra statunitensi bloccarono le coste tripoline. Presto la fregata ‘Philadelphia’ si incagliò su un basso fondale e i 300 uomini dell’equipaggio furono catturati assieme alla loro nave. Nel febbraio 1804 il tenente di vascello americano Stephen Decatur penetrò nel porto di Tripoli e dette fuoco alla ‘Philadelphia’, ormai una nave barbaresca. ‘L’azione più coraggiosa del nostro tempo’ commentò l’ammiraglio Nelson. Seguirono altri scontri, mentre il console americano, alla testa di un reparto armato, occupò Derna e mise su  un pretendente contro il pascià. L’anno dopo un accordo dispose il rilascio dell’equipaggio della fregata, la restituzione di Derna ma la continuazione del tributo di sessantamila dollari. Nel 1815 il comandante Decatur tornò all’ attacco con unità più potenti e la U.S.Navy celebrò il suo primo trionfo transoceanico.

 

 

Louisiana Purchase

Dopo meno di tre mesi di carica il presidente Jefferson apprese che Napoleone aveva costretto il re di Spagna a cedergli la Louisiana. Allora Jefferon inviò a Parigi James Monroe, il futuro presidente, coll’incarico di avanzare un’offerta di acquisto per la sola ‘isola di New Orleans’, che avrebbe dato agli Stati Uniti la riva est del Mississippi fino al Golfo del Messico. A sorpresa, nell’aprile 1803 il ministro degli Esterni francese, Talleyrand, rispose proponendo l’acquisto dell’intera Louisiana. Napoleone aveva valutato di non poter difendere il suo possesso nordamericano contro la potenza  navale della Gran Bretagna. Il negoziato fu breve e i diplomatici americani Livingston e Monroe concordarono di pagare 60 milioni di franchi. A 4 centesimi per acro, fu uno dei migliori affari della storia. Jefferson trovò modo di risolvere alcune difficoltà costituzionali interne  e così gli Stati Uniti raddoppiarono il loro territorio (fino alle Montagne Rocciose). Dalla terra comprata sarebbero nati 11 Stati dell’Unione, più parti di altri due Stati. Con il Louisiana Purchase, e con la spedizione di Lewis e Clark, Jefferson risultò il  secondo fondatore degli USA.

 

Prima ancora di questo formidabile acquisto Jeffereson aveva ordinato la famosa esplorazione fino al Pacifico di Meriwether Lewis e William Clark. Partirono con una trentina di uomini nella primavera 1804 risalendo il Missouri su tre battelli. Nell’estate dell’anno successivo gli esploratori attraversarono le Rocky Mountains e il 9 novembre arrivarono in vista dell’Oceano. Tornarono alla base lungo vari fiumi tra cui lo Yellowstone e il Missouri, e raggiunsero St.Louis il 23 settembre. Si erano scontrati una sola volta con gli Indiani Grosventres. Nell’esplorazione di andata si erano avvalsi d’avere con loro una giovane indiana Sacajawea, della ‘nazione’ Shoshone, moglie dell’interprete Dorion.

                     

Nel suo primo discorso inaugurale Jefferson espresse una fede totale negli Americani in quanto farmer. Erano il segmento sociale più vasto e, per lui, il più sano e vigoroso. La terra d’America avrebbe nutrito il popolo “per cento, mille generazioni”. La visione jeffersoniana era una nazione di agricoltori. La proprietà dei campi garantiva la libertà individuale quale nessun’altra condizione avrebbe potuto. In effetti egli non credette abbastanza nel suffragio universale, allora solo maschile. Una nazione di coltivatori coscienziosi ed evoluti avrebbe superato ogni conseguimento in altri campi, anche se i progressi commerciali, industriali e di urbanizzazione accelerata stavano già contrassegnando la giovane nazione. La democrazia jeffersoniana era intrinsecamente agricola.

Quando alla fase jeffersoniana seguì quella ‘federalista’ guidata da Alexander Hamilton, da John Adams e dai politici loro seguaci, la priorità nazionale andò allo sviluppo commerciale e manifatturiero, cioè al capitalismo moderno che Jefferson non amava.  La linea economica di Jefferson avversò la saldatura tra governo e capitalismo industriale: anche se il terzo presidente non era né un radicale né un socialista. Era piuttosto  un liberale moderato e poco dottrinario. Col tempo il  laissez-faire jeffersoniano fu forzato a collimare col conservatorismo. Però il terzo  presidente non era un conservatore ideologico;  all’opposto, condivideva una fede nelle virtù del congegno capitalistico che sarà di tutte le generazioni americane fino ai nostri giorni.

                

Inoltre Jefferson non rimase totalmente legato alla visione di una democrazia agraria. Finì col convertirsi, ma con prudenza, allo sviluppo manufatturiero. Ragionò: “dobbiamo cercare di mettere  l’industriale a fianco dell’agricoltore”. Le ripercussioni in America delle guerre napoleoniche non favorirono il sogno della democrazia coltivatrice: nacquero le tariffe doganali a favore delle manifatture nazionali. E lo sfavore del presidente nei confronti degli interessi bancari non fermò il galoppo della finanza. Presto anche il partito di Jefferson, ora capeggiato da James Madison, favorì lo sviluppo industriale e bancario, nonché il rafforzamento militare. L’originario pensiero  jeffersoniano si trovò ad essere marginale, superato dalla logica dello sviluppo e dalle ragioni dell’arricchimento e della plutocrazia.

 

In linea teorica i valori di Jefferson non furono interamente rinnegati. Jefferson aveva combattuto tenacemente l’acre liberismo destrista di Alexander  Hamilton, il quale arrivava a difendere il lavoro minorile nel nome degli interessi capitalistici; i seguaci di Madison si impegnarono a ostacolare le forzature ultraliberiste. La società americana restò a lungo amica dell’uguaglianza delle origini. In vecchiaia Jefferson non si sentì un rinnegato. Scrisse Henry Adams (“The United States in 1800”): “Radicali estremi come Jefferson e Albert Gallatin  proclamarono che il senso dell’esperienza americana era di mutuare le forme della società repubblicana d’Europa senza i suoi difetti; i loro avversari li accusavano d’essere visionari. Sino a quel momento gli Stati Uniti avevano compiuto un solo passo avanti rispetto al Vecchio Mondo: tentavano di unificare mezzo continente entro il sistema repubblicano. Ma avevano  poca fiducia nel loro esperimento. Jefferson stesso lo considerò poco vitale. “Non ritengo molto importante, scrisse nel 1804, per la felicità dell’una e dell’altra  parte, che noi si rimanga  una sola federazione, oppure che si formino una confederazione Atlantica e una del Mississippi”.

Jefferson era un patriota razionale.             

 

   

 

Calhoun ideologo dello schiavismo

Il presidente Monroe ebbe in John C.Calhoun un Segretario alla Guerra che lo storico Richard Hofstadter definì “il Marx della classe padronale” e “l’ultimo statista americano capace di formulare un sistema politico originale”. Elaborò idee ‘scientifiche’  e le inserì in uno schema di valori etici rovesciati, in difesa della reazione. Una specie di Messa nera intellettuale. In effetti Calhoun apportò nuovi, se pur discussi, contributi al pensiero politico americano.Fu uno dei veramente pochi che nel loro tempo ebbero chiaro e acuto il ruolo delle strutture sociali e delle classi.

Calhoun fu anche Segretario di Stato e due volte vice-presidente degli Stati Uniti, sotto John Quincy Adams. Con Henry Clay e Daniel Webster fu il ‘grande triumviro’ di metà Ottocento. Tentò di tutto perché il Sud schiavista non si staccasse dall’Unione, ma fosse riconosciuto pari al Nord industriale, che era più grande e più popoloso.

Nato nel South Carolina in una famiglia scoto-irlandese, ebbe una nonna uccisa dagli indiani e uno zio assassinato dai Tories (legittimisti filobritannici) durante la Rivoluzione. Suo padre era un medio piantatore di cotone (30 schiavi; sappiamo che Jefferson ne ereditò il triplo). Una delle idee-madri di Calhoun fu che, federandosi nell’Unione, le colonie divenute Stati non avevano perso la sovranità: avevano solo delegato alla Confederazione una parte dei loro poteri. Solo i singoli Stati potevano decidere se un provvedimento federale violava i loro diritti, sanciti dalla Costituzione. Pertanto l’assemblea legislativa di ciascuno stato poteva dichiarare nulla nel proprio territorio una legge federale. Naturalmente il concetto della ‘nullification’ fu alla base della secessione del Sud.

Ma Calhoun fece più che teorizzare la legittimità dell’opposizione sudista al predominio del Nord e del governo centrale. Enunciò il principio “la schiavitù non è un male, ma un autentico bene”: questo proclamò in Senato nel 1837.  ‘La schiavitù, argomentò,  è il miglior tipo di rapporto tra bianchi e neri. Ha fatto molto per questi ultimi. In pochi paesi si lascia altrettanto al lavoratore, e così poco si esige da lui. Lo si mantiene nella vecchiaia e nella malattia. La condizione dello schiavo è di gran lunga superiore a quella di quanti finiscono negli ospizi dei paesi più civili d’Europa”. Altro pregio:’le relazioni tra le due razze nel Sud producono una forte stabilità politica’.

Calhoun si diceva certo che non fosse mai esistita una società avanzata in cui una parte dei suoi membri non vivesse sul lavoro degli altri. ‘Se invece un giorno i piantatori non potranno più avvalersi del lavoro servile, la lotta continuerà tra i capitalisti industriali e la classe operaia”.

Qui, secondo Hofstadter, sono le ragioni per accostare Calhoun a Karl Marx. Entrambi elaborarono i concetti dello sfruttamento, della lotta di classe, del peggioramento della condizione operaia nella società industriale, della progressiva rivolta della classe lavoratrice. Calhoun respingeva dunque il tradizionale interclassismo del contesto statunitense.

 

Per scongiurare la sollevazione delle classi subalterne, quindi anche degli schiavi, Calhoun predicava la necessità dell’alleanza tra i piantatori del Sud e i capitalisti del Nord. Questi ultimi dovevano smettere di fomentare l’abolizione della schiavitù, come facevano da tempo. “Gli interessi dei padroni, nel Nord come nel Sud, sono uguali”. E inoltre: “Sappiano i conservatori del Nord che nel momento che combattono noi, combattono se stessi”. Poiché la vera intelligenza reazionaria non può che essere pessimista, Calhoun sapeva che la classe dirigente del Nord, industriale e sempre più ricco, non sarebbe stata mai conquistata dalle sue teorie sui benefici della schiavitù. Si concentrò dunque sul sostenere che la nazione poteva avere salvezza solo se il Sud fosse riuscito a impedire la moltiplicazione nel West di nuovi Stati abolizionisti: perché a tanto si arrivasse occorreva che prevalesse il concetto che chiamava ‘della maggioranza concorrente’.

Per ben governare non serviva la maggioranza numerica dei cittadini, bensì la rappresentanza  dei grandi interessi economici e delle unità geografico-funzionali.  Due poteri esecutivi invece che uno avrebbero realizzato la svolta verso la ‘maggioranza concorrente”: due presidenti, entrambi con potere di veto nei confronti degli atti del Congresso. Non erano due i consoli della gloriosa  Repubblica romana?

Ancora Hofstadter, autore del saggio “The American Political Tradition” : “L’analisi di Calhoun costituisce una delle produzioni intellettuali più interessanti dei grandi politici   americani. Egli teorizzò l’alleanza dei conservatori del Nord e dei reazionari del Sud. Col suo sistema castale il Sud dimostrò per un intero secolo di sapere resistere ai mutamenti meglio del Nord; pertanto il Sud fu uno dei bastioni del capitalismo americano. Ma -continua Hofstadter- Marx col suo ottimismo e Calhoun col suo pessimismo sopravvalutarono le capacità insurrezionali della classe lavoratrice. Conciliare col capitalismo le masse operaie del Nord risultò molto più facile del previsto.

In effetti l’analisi sociale di Calhoun non fu abbastanza realista. Il capitalismo offriva grandi progressi ai lavoratori; non così il Sud schiavista. In più, Calhoun non convinse abbastanza capitalisti del Nord. Anzi, nota Hofstadter, “le forze di lavoro del Nord furono a lungo ideologicamente più vicine ai piantatori  che  agli stessi capitalisti industriali. Gli operai  erano indifferenti alle istanze dell’abolizionismo, e invece mostravano interesse quando i politici del Sud si scagliavano contro un’altra forma di schiavitù, lo sfruttamento salariale praticato dal capitalismo industriale del Nord”.

“La dialettica dei reazionari si fece così estrema da autodistruggersi. Si arrivò a sostenere che tutti i lavoratori, neri o bianchi, dovevano essere schiavi. A questo Calhoun non volle arrivare, sapendo che se lo avesse fatto avrebbe rafforzato il movimento abolizionista. Però la minoranza che Calhoun voleva altrettanto forte quanto la maggioranza della nazione americana, era formata solo di proprietari ricchi. Se seppe penetrare i possibili sviluppi futuri del rapporto tra le classi, il Nostro non seppe considerare le realtà presenti, tutte contrarie alle sue intuizioni. La sua intelligenza fu brillante ma distaccata dalle realtà. Proponeva principi condivisi solo da pochissimi. La sua mente fu forte, però completamente avulsa dal presente. Ipotizzò che nel Sud la schiavitù avesse generato concetti superiori a quelli comunemente condivisi. Però non seppe individuarli”.

 

 

 

Andrew Jackson un mattatore alla Casa Bianca

Quando il popolo, distinto dagli ottimati, cominciò verso il 1828 a partecipare alla lotta politica, si erse un nuovo tipo di protagonista, il dominatore del consenso. Quegli anni furono segnati soprattutto dalla figura di Andrew Jackson, ‘Old Hickory’.  Di lui si usa dire che portò la voce del popolo alla Casa Bianca; vedremo che era un modo di dire, peraltro  abbastanza giustificato dai fatti.

Il futuro generale, imprenditore e presidente trascorse la giovinezza nel North Carolina, roccaforte jeffersoniana, dunque dominata dagli interessi agrari diffusi, ostili alle banche dell’Est. Se Old Hickory entrò nella storia come uno dei presidenti più popolari e incisivi, e se il suo volto fu scolpito sulla sommità del monte Rushmore assieme a quelli di G. Washington, Jefferson e Th.Roosevelt, non fu solo per le prodezze compiute dal rivoluzionario ancora adolescente contro l’oppressore britannico, poi per l’invasione della Florida alla testa dell’esercito che comandava, per i suoi innumerevoli duelli e per altri vividi tratti del temperamento. Gli furono anche attribuiti  meriti di statista.

 

Era nato nel 1767, figlio di un immigrato irlandese, in una farm della Carolina. A 13 anni si arruolò o fu arruolato nella milizia del Tennessee e si segnalò al punto di diventarne un generale (poi venne confermato generale dell’esercito regolare). Entrato nella politica del Tennessee, raggiuse rapidamente il vertice quale campione della Frontiera e della gente comune. Nella campagna del 1824 per la Casa Bianca ottenne più voti popolari che gli altri candidati -John Quincy Adams, Henry  Clay e William Crawford- ma gli mancò la maggioranza dell’Electoral College. La scelta del vincitore passò dunque alla Camera dei Rappresentanti, che elesse J.Q. Adams. Quattro anni dopo, 1828, Jackson vinse e si disse che avevano trionfato l’Ovest e la Frontiera.

In realtà non ci fu una vera svolta. Cambiarono gli uomini più che i programmi.  L’esultanza dei seguaci il giorno dell’insediamento di Old Hickory entrò nei libri di storia per la plebea sregolatezza di molti invitati. I popolani euforici sporcarono i tappeti e trattarono grossolanamente mobili e suppellettili; se a un certo punto smisero di fare danni fu perché attirati all’aperto dai tavoli dei rifreschi. Qualcuno commentò ‘una specie di presa della Bastiglia’. Qualche altro parlò di arrivo dei barbari nella Roma imperiale. E’ vero comunque che il neo-eletto sentì di dover assolvere  a un obbligo di maggiore vicinanza alla gente comune.

Oggi c’è, specialmente tra gli ammiratori di Franklin Delano Roosevelt, chi considera la democrazia jacksoniana una prima versione del New Deal: l’affermazione degli strati sociali più vasti contro i  circoli dei capitalisti e degli affaristi. In realtà il New Deal sarà generato dalla Depressione del 1929, mentre il movimento di Jackson coincise, oltre che con la marcia verso Ovest, con una fase di viva accelerazione dello sviluppo economico, gestito dal capitalismo. Jackson, che era uomo d’affari oltre che ex generale, cavalcò il risentimento dei piccoli imprenditori contro i grandi gruppi di potere, in particolare contro il maggiore istituto bancario, la privata ‘Banca degli Stati Uniti’, alleata dei monopoli. Anche richiamandosi a Jefferson, il Jackson della conquista della Florida e del 1828 si scagliò contro il sistema finanziario dell’Est (e contro la burocrazia federale).

La lotta contro le concentrazioni monopolistiche fu il vanto degli otto anni di questo presidente. In lui si riconobbero gli uomini dell’Ovest e le piccole iniziative imprenditoriali. I suoi seguaci esultarono quando a succedergli fu eletto (1836) il suo vice-presidente e seguace Martin Van Buren. La popolarità di Jackson crebbe costantemente; apparve persino favorita dalla sua prassi di collocare propri uomini negli uffici pubblici. Al Nostro risale, secondo alcuni, il cosiddetto ‘spoils system’. Si fidò dei consiglieri intimi -componevano il ‘Kitchen Cabinet’ della Casa Bianca, così criticato dalle opposizioni- più che dei titolari delle posizioni ufficiali. In realtà nei primi dodici mesi di carica non depose più del 9% dei funzionari federali per far posto ai suoi. Però fece siluramenti e promozioni di vero gusto, senza complessi.

 

Da imprenditore obbedì alla logica degli affari: nella crisi economica del 1819 portò in giudizio 129 propri debitori. In varie occasioni appoggiò posizioni conservatrici. Tuttavia alcuni politici diciamo così di sinistra, che Jackson aveva efficacemente avversato nel Tennessee e ad altri livelli, finirono per condividere i contenuti solidaristici di quella che gli storici chiamarono la ‘democrazia jacksoniana’. Anzi non pochi parlarono di ‘rivoluzione del 1828’, l’anno della sua vittoria su J.Q.Adams. Se le sue riserve su certe iniziative a favore dei meno abbienti lo avessero veramente segnato in senso conservatore, Old Hickory non sarebbe arrivato alla Casa Bianca. Gli giovò l’estraneità alla macchina dei partiti e ai giochi parlamentari. Così come gli giovò  la semplicità del temperamento, istintivo e passionale. Sappiamo dei suoi tanti duelli, quelli che potevano uccidere. Il grande Hamilton fu ammazzato in duello da Aaron Burr, un politico importante. I duelli di Jackson finirono bene per lui, asso delle armi.

 

Le costanti pressioni dalla Casa Bianca forzarono i politici degli Stati della Confederazione, pur così gelosi dei loro diritti, a modificare le leggi a favore della concorrenza, cioè delle iniziative individuali e delle imprese giovani. Specialmente con Jackson si affermò il ‘capitalismo  antiplutocratico’ o se si vuole ‘democratico’. Il caso simbolo del nuovo corso fu il nuovo ponte sul fiume Charles, sulle cui rive sorge l’università di Harvard. Quando nel 1828 si decise che il ponte esistente, costruito nel 1780, era  insufficiente ai bisogni di una popolazione e di un’economia che si ingrossavano, gli azionisti privati del ponte vecchio ingaggiarono quattro grandi avvocati del Massachusetts per sostenere che il ponte moderno avrebbe depresso il valore della loro proprietà.

Nove anni dopo la causa pendeva ancora davanti alla Corte Suprema: i diritti acquisiti degli azionisti sembravano destinati a prevalere sull’interesse pubblico. Ma Jackson aveva messo a capo della Corte Suprema il giudice Taney, suo seguace. Taney convinse subito la Corte a sentenziare contro i proprietari del ponte vecchio: “Scopo di ogni governo è perseguire la felicità e prosperità del popolo. Anche la comunità ha i suoi diritti”. Ai giornali dei Whigs (conservatori americani) e ai giuristi di destra la sentenza di Taney apparve ‘un manifesto anarchico’, altrettanto iniquo e illegale quanto la distruzione, voluta da Jackson, della Bank of the United States. Il nuovo ponte sul Charles incoraggiò tutte le iniziative e gli investimenti che i monopolisti avevano contrastato. Fu un’altra delle affermazioni progressiste dovute al presidente degli Stati Uniti. Il cui soprannome Old Hickory, dall’albero virginiano simbolo di forza giovane e produttivo delle squisite noci ‘pecan’, diceva molto della capacità di questo leader di collimare coi sentimenti della gente.

 

 

 

Lincoln voleva il ritorno in Africa degli  schiavi

“Il fatto che abito temporaneamente qui, alla Casa Bianca, attesta con forza che ciascuno dei vostri figli può aspirare a venirci, come ha fatto il figlio di mio padre”. Questo disse o scrisse Abramo Lincoln al 106° reggimento dell’Ohio, probabilmente durante la Guerra Civile. Assomiglia molto a una perorazione da campagna elettorale (Lincoln fu un animale politico come pochi). Però si confà all’immagine nobile che venne all’Uomo dopo l’assassinio per mano di John Wilkes Booth.

Lincoln credette fino in fondo alla causa dell’Unione. Fu certamente un idealista, non però un fanatico dell’antischiavismo.  John Hay, segretario di Stato sotto i presidenti McKinley e Th.Roosevelt, lo definì “il personaggio più eccelso dopo Cristo”. Difficilmente avrebbe rivolto questa esaltazione ad alcun altro politico. Lincoln coltivò assiduamente la sua immagine. “Di umili origini -affermò nel suo primo impegnativo discorso elettorale- mi sono sempre attenuto allo stile di vita più umile”.  Fu profondamente religioso, e non mancò mai di farlo sapere a elettori ed estimatori.

Il grande riferimento dell’opera politica di Lincoln fu indubbiamente Thomas Jefferson, che egli definiva il più importante politico della storia americana: “I suoi principii sono assiomi per tutte le società libere”. E’ un giudizio che qualifica il Lincoln politico. Però il Lincoln che aveva condiviso il concetto jeffersoniano che “i popoli hanno  diritto a ribellarsi e a fare proprio il territorio che abitano” represse fino in fondo la secessione del Sud, cioè negò agli Stati schiavisti il diritto che aveva predicato. Naturalmente un ‘diritto’ ingiusto, perchè veniva dalla sopraffazione sugli schiavi.

La leggenda narra che Lincoln ventenne fu trafitto al cuore quando in un mercato di schiavi a New Orleans vide una bella mulatta che aspettava d’essere comprata. Però c’è anche chi sottolinea che nei vent’anni successivi a questo episodio il grande avversario dello schiavismo non fece quasi nulla a favore dei neri d’America (e d’Africa).

Abramo Lincoln era nato nel Kentucky da genitori oriundi della Virginia che in precedenza avevano vissuto nell’Indiana e nell’Illinois. Del giovane Abraham possiamo dire che se compassionava la sorte degli schiavi, per vari anni non si fece coinvolgere dai già numerosi movimenti per la loro liberazione. Piuttosto si impegnò a fondo perché la capitale dell’Illinois fosse trasferita da Vandalia a Springfield. Ebbe anche a presentare al parlamento dell’Illinois una mozione che dichiarava ingiusto l’istituto della schiavitù, ma condannava il proliferare delle iniziative abolizioniste: quanto meno nel senso che esse rendevano peggiore la condizione degli schiavi. Meglio lasciare che la schiavitù si esaurisse spontaneamente, magari sopravvivendo in luoghi diversi da quelli storici.

Insomma il Nostro fu a lungo un oppositore molto moderato dello schiavismo. Eletto alla Camera dei Rappresentanti a Washington, nel 1849 presentò una proposta di legge che obbligava l’amministrazione locale del District of Columbia (il territorio attorno a Washington) ad arrestare e restituire ai padroni gli schiavi fuggitivi. L’impegno di Lincoln sulla questione della schiavitù si acuì sensibilmente verso il 1854, quando le circostanze lo portarono a qualificarsi come oppositore dell’estendersi del possesso di schiavi. “Il mio primo impulso -prese ad affermare- sarebbe di liberare tutti gli schiavi e poi di mandarli in Liberia o alle loro terre natie.  Trasformarli subito in coltivatori appare impossibile. Gli schiavi liberati e tenuti negli Stati Uniti sarebbero considerati degli esseri inferiori. Sarebbe veramente migliore la loro sorte?”

 

Il Lincoln del 1854  anticipa nitidamente il suo giudizio sulla santa ingenuità della promozione immediata degli schiavi fatti liberi dall’Emancipation Act  (gennaio 1865) a ‘cives americani’. Un secolo e mezzo dopo i neri hanno uno di loro alla Casa Bianca, e questo è il più grande dei loro conseguimenti. Tuttavia l’integrazione vera è fallita. Una cosa sono gli americani, un’altra sono i neri. L’assimilazione culturale e umana è avvenuta, parzialmente, solo ai livelli inferiori. Oggi è più razionale che mai sostenere, come Abramo Lincoln nel 1854, che il ritorno adeguatamente indennizzato in Africa sarebbe stato giusto e vantaggioso per le vittime dello schiavismo. Chi si sente di sostenere che l’emigrazione assistita verso il continente africano di neri americani -oggettivamente più educati e più prosperi della media dei proletari d’Africa- non gioverebbe su vari piani sia ai discendenti degli schiavi, sia al progresso del Continente nel suo assieme?

Si consideri che all’inizio del Terzo Millennio vari indici attestano non esigue prospettive di sviluppo per l’Africa. Gli eredi dei rimpatriati dal Nuovo Continente, quali più quali meno, sarebbero oggi il segmento sociale meglio predisposto a giovarsi di tali nuove prospettive, al tempo stesso aiutando le popolazioni che soffrirono le razzie e la tratta degli schiavi.

Il Lincoln del 1854 valutò il problema della schiavitù in termini pragmatici, non in spirito di crociata. “La maggior parte dell’umanità considera la schiavitù un male morale enorme. Nessun uomo politico può prescindere da questa convinzione”. Tale pensiero di Lincoln -osserva Richard Hofstadter, storico della politica americana- è la chiave per comprendere il crescere nel Nostro dell’impegno abolizionista: come uomo politico spiccatamente ambizioso, egli non poteva prescindere dai sentimenti della gente, cioè degli elettori: gli schiavi andavano liberati, ma non subito parificati ai cittadini. Di fatto la maggior parte dei bianchi dei territori di conquista ad Ovest era negrofoba. E il partito di Lincoln, quello da poco chiamato ‘repubblicano’, si era configurato come ‘partito dei bianchi’.

In un discorso a Charleston, South Carolina, il 18 ottobre 1858, Lincoln precisò: “Non sono, e non sono mai stato, favorevole alla piena uguaglianza tra bianchi e neri. Sono contrario a fare dei neri degli elettori o dei giurati. Non sono favorevole acché i neri vengano istruiti per accedere a cariche. Non sono favorevole ai matrimoni misti”.

Quando Lincoln entrò nella Casa Bianca l’antinomia schiavisti-abolizionisti era in parte già obsoleta. Sette Stati dell’estremo Sud erano già usciti dall’Unione. E Lincoln si accingeva a muovere guerra per difendere l’Unione, non i neri. Il 12 aprile 1861 l’artiglieria confederata aprì il fuoco contro il forte Sumter, dell’Unione. Lincoln fu molto sollevato: erano stati i sudisti ad attaccare e a prendere il forte. Egli non aveva più l’obbligo di continuare i tentativi di scongiurare la guerra. Ora aveva l’obbligo di difendere l’unità del paese, unità che per lui era patriottica, non abolizionista. Il bene supremo era la nazione. Il presidente affrontò una guerra feroce  (618 mila caduti) per negare ai bianchi del Sud il diritto di secedere nel nome dell’autodeterminazione.

Quando nell’agosto 1861 il generale nordista Fremont proclamò la legge marziale nel Missouri in cui operava, allo stesso tempo dichiarando liberi gli schiavi dei piantatori ostili agli Stati Uniti; e quando lo stesso fece il generale David Hunter (liberò gli schiavi di Georgia, Florida e South Carolina), Lincoln annullò le iniziative dei due generali. Il presidente era deciso a mantenere nell’Unione i quattro Stati periferici -Maryland, Kentucky, Missouri e Delaware- che riluttavano a partecipare a una grande crociata antischiavista. Anche in questo caso il movente della decisione di Lincoln era difendere l’Unione, non affrancare gli  schiavi.

 

Nell’estate 1862 il presidente tentò senza successo di convincere alcuni leader  neri a fondare una colonia nel Centro America: “Se trovassi venticinque uomini sani e forti potrei avviare la cosa”, ribadì.  Aveva garantito ai bianchi poveri che l’Emancipazione non avrebbe abbassato i loro salari, e che gli schiavi affrancati non sarebbero stati insediati altrove nel paese. Sostenne che il Sud, non disponendo più del lavoro servile, avrebbe richiesto più manodopera bianca, i cui salari sarebbero cresciuti.

Sempre nell’estate 1862 il Congresso federale votò il Confiscation Act: liberava per sempre gli schiavi appartenenti ai piantatori che avevano aderito alla secessione. Lincoln promulgò la legge -controvoglia- in quanto ne erano state cassate le clausole abolizionistiche più radicali, proposte da quanti tentavano di cancellare le tenute dell’aristocrazia terriera. In più si sancì che la legge non poteva entrare in vigore prima della fine della Guerra civile. Da quel momento l’uomo della Casa Bianca andò accentuando il proprio abolizionismo, in precedenza più prudente. Peraltro ebbe a dichiarare: “Se fosse possibile, salverei l’Unione senza liberare gli schiavi”. Poi si risolse a liberare: venne il Proclama di Emancipazione.  Giustificava l’emancipazione come ‘una necessità militare’; in più esentava dal provvedimento una parte delle contee della Virginia e della Florida. Un giornale inglese (‘Spectator’) commentò con malevolenza che la legge confermava il diritto di possedere schiavi ai piantatori rimasti fedeli all’Unione.

La circospezione di Lincoln era fondata. Sapeva che un’emancipazione immediata non avrebbe cancellato nei fatti l’inferiorità dei neri. Comprese il problema della schiavitù ben meglio degli abolizionisti ideologici. L’arma dell’assassino gli impedì di portare avanti la sua soluzione, così logica: rimpatriare gli ex-schiavi come persone non solo libere, ma anche sussidiate e appoggiate.

Lincoln aveva visto profeticamente che per la massa dei neri non esisteva negli USA alcuna prospettiva di eguaglianza. Una minoranza infima di loro arriva al grande potere e alla grande ricchezza. Tutti gli altri fanno un proletariato inferiore.

 

 

L’America intellettuale nell’anno 1800 secondo H.Adams

Qui riassumiamo il libro di Henry Adams, il nipote di due presidenti degli USA, intitolato ‘The United States in 1800’ e tradotto nel 1960 da Giuseppe Vetrano per Il Mulino. Molte citazioni sono integrali.

“La nazione aveva già prodotto una letteratura abbastanza varia e abbondante da poter offrire un’idea delle sue possibilità future. L’Unione rivelava differenze molto marcate tra il New England, il New York, la Pennsylvania da una parte, il Sud dall’altra”. Il New England aveva due capitali intellettuali, Boston e New Haven. In particolare la società del Massachusetts era nettamente divisa sul piano politico. All’aprirsi dell’Ottocento metà della popolazione era repubblicana, l’altra metà annoverava i ceti professionali e mercantili, più ricchi e più colti; ma la sua forza poggiava sulle Chiese congregazionaliste e sulla saldatura tra clero, magistratura (giudici e avvocati) e la buona società. Era un sistema ottimamente adatto alle esigenze del XVIII secolo.

L’oligarchia del New England aveva radici profonde e il convinto appoggio delle masse popolari. Le scuole pubbliche, le accademie e le università non erano cambiate dall’epoca coloniale.Tra il 1790 e il 1800 a Harvard si ebbe una media annuale di 39 laureati. L’unica differenza era che tra il 1720 e il 1730 circa 140 laureati si dettero al ministero religioso; invece nell’ultimo decennio del Settecento lo fecero solo 80. Il metodo educativo, adatto a ragazzi di 14 anni, non era cambiato. In un ottantennio Harvard non aveva fatto i progressi che più tardi avrebbe compiuto in un ventennio.

Il potere della Chiesa congregazionalista continuò fino alla Rivoluzione, anche se nell’ultimo quarto di secolo fu il clero stesso a rinunciare agli aspetti più odiosi del suo controllo. In politica il conservatorismo era l’idolo di questa alleanza tra pulpito e tribunale. Per contro i politici democratici non ricevevano alcun rispetto.Erano ‘i giacobini’: dissoluti, intriganti, libertini, propalatori di notizie false, avanzi di galera, demagoghi, liberi pensatori senza timor di Dio, tutti seguaci di quel Jefferson. Il quale aveva affermato: “Forse esistono venti iddii, forse nessuno”.  Jefferson fu notoriamente un deista, cioè specie di castigo di Dio secondo i ministri del culto. Eppure essi non cessavano d’essere le guide spirituali degli americani di allora.

Quel po’ di attività letteraria che si faceva non era opera degli uomini di chiesa, bensì dei laici. Fisher Ames, il più brillante scrittore e conversatore tra quei laici, concentrava i suoi sforzi sul mantenimento delle condizioni politiche del Massachusetts. Odiava Jefferson e aveva orrore di quanto accadeva nella Francia della Rivoluzione. Sosteneva:”La democrazia non può durare: si trasformerà in dittatura militare”. E per George Cabot, i cui pensieri erano legge per le persone rispettabili, la democrazia era il governo dei peggiori, cioè della plebaglia. Il capo dei federalisti Alexander Hamilton, il quale dovette molto del suo grande prestigio al fatto di saper enunciare pregiudizi più lucidamente dei suoi seguaci, rispose una volta a un democratico: ‘Il vostro popolo, signore, è una bestia’.

L’antica ostinazione dei puritani aveva più peso della ragione. Le classi colte di Boston, il segmento più cosmopolita del New England, non inclinavano a nutrire pensieri genuinamente americani. Ogni città del New England aveva il suo circolo di federalisti. I democratici partecipavano di rado alle riunioni nelle case eleganti. Philadelphia era più cosmopolita, e Charleston non poté ignorare i democratici. Solo la società di Boston restò uguale fino agli inizi dell’Ottocento, quando le istituzioni conservatrici decaddero. Con la vittoria di Jefferson il vicino Connecticut si trovò quasi isolato, e la frattura tra il New England e altre aree degli USA si allargò.

Sempre secondo Henry Adams, il New England differiva dagli Stati Centrali come la Scozia dall’Inghilterra. Nel New York la saggezza e la virtù non godevano di molta stima. Peraltro quello Stato del centro del paese fu patria di numerosi personaggi entrati nella storia: il governatore John Hay, Philip Schuyler, Aaron Burr ed altri. Fossero vissuti nel New England non avrebbero avuto problemi. Nel New York vennero presto alla rottura: George Clinton fu il capo dei repubblicani del Nord fino a quando si riconobbero in Jefferson.

La letteratura non aveva ancora un’impronta originale. Washington Irving, Fenimore Cooper, William Cullen Bryant erano ancora ragazzi. Nel 1795 si provò a far sorgere un sistema di scuole pubbliche, ma nel 1800 il finanziamento finì e le 1300 scuole che erano state aperte deperirono.

Il New York, a differenza del Massachusetts o della Virginia, non si curava di polemiche metafisiche quali le dispute sulla natura umana o divina di Cristo, cominciate 14 secoli fa a Bisanzio. Il New York restò indifferente al problema se la struttura degli USA fosse unitaria o federale. Né si identificò con alcuna teoria politica: era naturalmente democratico.

 

Gli sviluppi dell’Unione furono  influenzati dalla voce, molto rispettata, della Pennsylvania. Questo Stato non aveva gli assetti gerarchici del New England, né le grandi famiglie del New York; non un’oligarchia come quella dei piantatori della Virginia o della South Carolina: la ricchezza era distribuita in modo più equilibrato. Un ampio coinvolgimento nelle cose dell’Unione  dette  alla Pennsylvania un ruolo eminente a livello nazionale. C’era un particolarismo locale: troppo democratico per temere la democrazia e troppo partecipe dello sviluppo della nazione per diffidare del sentimento unitario, la Pennsylvania fu l’ideale dello Stato americano tollerante e ottimista. Ammetteva venti confessioni, dunque la pratica religiosa non era settaria. La presenza di un forte elemento quacchero umanizzava le fedi. Se la nazione americana si unificò felicemente fu molto merito della Pennsylvania. E su queste basi poggiò la fama di Albert Gallatin: egli concepì e attuò una politica finanziaria che offrì alla democrazia la possibilità di svilupparsi senza interferenze, pur dando al governo i poteri di cui aveva bisogno.

Nel 1800 Philadelphia era ancora il centro intellettuale degli Stati Uniti. Era stata capitale per dieci anni e vantava una società aperta, elegante e colta. Era in gran parte tedesca e la componente tedesca aveva una propria importante cultura. Tuttavia quello Stato non recava tracce di influenze germaniche. Schiller era al tramonto e Goethe era nel pieno delle sue forze, ma nessuno in Pennsylvania li conosceva, finché vennero tradotti  ‘I Masnadieri’ e ‘I dolori del giovane Werther’. Kant aveva compiuto la sua opera, Hegel era agli inizi. L’Occidente intero non sapeva del pensiero tedesco più di quanto conoscesse i geroglifici egizi. Per di più in America non si era ancora arrivati a comprendere che la metafisica poteva esistere indipendentemente dalla teologia. Non esisteva un interesse per la metafisica che non si identificasse col calvinismo. Le fatiche letterarie degli americani seguivano vie più facili, limitate a un campo angusto. Entro questi limiti la Pennsylvania non mancò di esprimere valori.

A Philadelphia vi erano consuetudini e modi gentili, più consoni alla misura umana che altrove. Esistevano associazioni per alleviare le pene dei derelitti. Una di esse caldeggiava già l’abolizione della schiavitù. Non suscitava l’appassionato interesse della gente, benché nel vicino New York ci fossero oltre ventimila schiavi, nel New Jersey più di dodicimila. Era  nato un sodalizio a favore dei detenuti, che seguiva con attenzione gli esperimenti compiuti nell’unico carcere modello esistente in America. Altrove il trattamento dei violatori della legge restava uguale al passato. Nel Connecticut erano ancora rinchiusi nei pozzi di una miniera abbandonata.

Il Pennsylvania Hospital era considerato un modello perché aveva un reparto per pazzi, unico in America se si eccettua il Virginia Lunatic Asylum di Williamsburg. Anche lì il trattamento di questi infelici era duro. Dove mancavano questi speciali ospedali del New England la condizione dei malati di mente era di gran lunga peggiore. Rinchiusi in soffitte, in cantine, in gabbie poste all’esterno degli edifici, al freddo, senza luce e senza cure, quei malati vivevano nel sudiciume, nutriti come cani. Fu Philadelphia ad additare la strada anche se c’è il rischio di sopravvalutare ciò che essa fece di fatto. Non esistevano scuole pubbliche, mediocri erano le accademie e le università. Dopo avere visitato Princeton, il Weld, un acuto osservatore inglese, scrisse: ‘E’ una grande università, molto stimata negli Stati Uniti. Conta oltre settanta studenti. Tuttavia merita piuttosto il nome di scuola media che quello di college. La biblioteca è povera e disordinata. Due piccoli armadi contengono una coppia di alligatori  imbalsamati e alcuni strani pesci’.

 

Gli Stati del Sud

Né montagne né deserti separano Pennsylvania e Virginia, eppure le differenze spirituali erano più grandi che quelle tra il New England e gli Stati Centrali. La vecchia società virginiana aveva l’orgoglio di assomigliare ai ceti alti inglesi. La caratteristica più spiccata della Virginia era la mancanza di una vita cittadina. Il gentiluomo virginiano faceva il nobile di campagna e i suoi ospiti non resistevano a una gentilezza che addolciva l’orgoglio dei virginiani. Si amava il denaro ben meno che nel New England.

Peraltro le buone maniere non erano il solo fascino dei virginiani di livello: alla fine del 1700 un virginiano non era secondo a nessun americano per grado d’educazione. Quale prodotto di una penna americana raggiunse la fama della Dichiarazione d’Indipendenza, stesa da Thomas Jefferson? Il duca di Liancourt dà testimonianza: ‘I virginiani amano troppo il lusso, anzi la prodigalità, ma nelle classi superiori il piacere della lettura è il più diffuso d’America. Per contro i plebei sono più ignoranti che altrove’. Le classi alte -ora parla Adams- brillavano per educazione e non erano chiuse alle persone intellettualmente dotate. I virginiani eccellevano nel diritto  e nella politica.

L’inglese Weld che nel 1797 visitò il William and Mary College a Williamsburg, la non allegra capitale della vecchia colonia, descrive così l’istituto: “Il vescovo è il rettore del college. Sei o sette alunni, il maggiore sui dodici anni, pranzano alla sua tavola, alcuni senza scarpe o senza calze; durante il pranzo si alzano per servirsi da soli alla credenza”.

Tutto questo, pur molto suggestivo, faceva pensare che al prossimo urto sarebbe andato in frantumi. Jefferson e Madison lo colpirono ripetutamente coll’impeto della rivoluzione; poi dovettero  desistere e rivolgere  meritatamente le loro ascie contro la Chiesa del New England. In Virginia le differenze di classe erano enormi, anche tra popolani e schiavi. Le riforme di Jefferson impoverirono la nobiltà ma avvantaggiarono poco il popolo e per niente gli schiavi.

 

Le classi medie e inferiori della Virginia erano il miglior materiale umano d’America. Non avevano uguali come esploratori, pionieri, avventurieri o soldati, ovunque si richiedesse coraggio ed energia. Rozzi e incolti, i virginiani furono sempre insofferenti alla disciplina. Lo stesso Jefferson, con tutta la sua larghezza di idee, era troppo virginiano per non scoraggiare le industrie e l’urbanesimo, senza le quali cose le forme del vivere non progredivano. La Virginia era un’Arcadia americana e basta. L’ambizione più alta era marchiare la Nazione del loro idillico conservatorismo. I virginiani potevano volgere le loro energie solo all’agricoltura e alla politica. Eppure senza di essi la storia  americana perderebbe non poco del suo interesse.

 

Quando si fece manifesta la necessità di realizzare un’unione più completa tra gli Stati non ci fu unanimità. Massachusetts e New York accettarono, non senza difficoltà, la Costituzione, e lo fecero per la pressione delle città e delle classi mercantili. Pur non avendo né città né mercanti, la Virginia pure accettò, ma solo per patriottismo. Infatti nel 1798 la Virginia e il Kentucky, per opera di Jefferson futuro presidente degli USA, e di Madison suo segretario di Stato, anch’egli destinato alla Casa Bianca, furono sul punto di ritirarsi dall’Unione.

Jefferson era un grand’uomo, ma i suoi gusti erano troppo raffinati per quei tempi. Somigliò a un gentiluomo liberale europeo e si costruì a Monticello un’aristocratica residenza di campagna, lontano dalla gente. Il vero diletto lo trovava nelle attività intellettuali: leggere, scrivere, meditare, nutrirsi di Omero e di Orazio. Strano che un uomo simile -non era nemmeno un oratore- si fosse messo in politica. Era un deista, dunque credeva che la salvezza non dipendesse dalla Chiesa di Stato. Era versatile, ma tutta la vita apparve a suo agio solo nell’atmosfera della liberale Parigi dei letterati e degli scienziati.

L’idea che gli Stati Uniti facessero grandi conquiste non fu mai nel suo pensiero, incardinato solo sul principio del non intervento. L’esercito e la marina avevano solo compiti di polizia. Pochi uomini politici hanno osato dare leggi al proprio paese come se fosse vicina la pace eterna: eppure a questo aspirò Jefferson. Per lui la guerra era un errore grossolano. Se aggrediti, gli Stati Uniti avrebbero dovuto difendersi e basta. Non concepiva che l’Unione  si sviluppasse in funzione di un esercito e di una marina potenti, per perpetuare i crimini e le follie dell’Europa. Inoltre secondo lui le città, le industrie, le miniere, le navi mercantili e l’accumulazione capitalistica portavano a corruzione e a tirannia. Nella sola opera portata a termine, “Notes on Virginia”, scrisse che la classe dei farmer era la parte sana di ogni paese, il popolo eletto.

 Un tale pensiero politico non aveva molte prospettive. Né Madison né John Taylor della Carolina, l’unico autentico jeffersoniano, si impegnarono perché quel pensiero avesse un futuro.  E se i virginiani apparvero soddisfatti delle loro concezioni e abitudini, non ci si poteva attendere molto di più, sul piano intellettuale, dagli altri tre Stati meridionali. Il North Carolina non era certo all’avanguardia: modesto nelle ambizioni, non dominato dai patrizi come la Virginia e la Carolina del Sud; né irrequieto come la Georgia. Gli interessi schiavistici imperversavano meno che nel resto del Sud.

A Charleston la ristretta società dei piantatori di cotone e di riso aveva gusti raffinati, amava ospitare, forse era la città più accogliente d’America. D’inverno Charleston aveva una stagione di pranzi, balli e corse di cavalli. Reggeva bene il confronto con Philadelphia e con Boston. Aveva una biblioteca di tre-quattromila volumi scelti. Nel South Carolina gli stili di  vita dei ricchi proprietari della costa contrastavano con quelli dei piccoli proprietari dell’altopiano: che peraltro erano conservatori come il ceto dei grossi patrimoni. Nel complesso la società del Sud Carolina era la più ricca di contraddizioni dell’Unione. Fu essa ad esprimere John Caldwell Calhoun, uno dei politici più singolari d’America, il vero erede del patrimonio intellettuale di Jefferson.

 

Considerazioni finali di Adams

Nel 1800 la società americana era sana e forte sotto ogni riguardo e l’americano si rivelava al mondo come un nuovo tipo d’uomo. La compagine che dal Maine alla Florida si presentava largamente con gli stessi caratteri, seppe più di ogni altra usare rettamente il suo vigoroso potenziale umano. L’impulso nuovo e stimolante che animava l’America si faceva soprattutto energico quando coinvolgeva e promuoveva i ceti inferiori. In particolare gli immigrati venuti senza un soldo dalla Scozia e dall’Irlanda vivevano intensamente la passione di costruire, migliorare, realizzare progressi. Presto gli americani si convinsero che la guerra e i preparativi bellici erano i peggiori tra gli errori: ogni dollaro investito in attività produttive di pace era mille volte più efficace di quello speso per allestire navi militari  o eserciti.

Da queste forme primitive del pensiero americano si manifestarono incongr

uenze e valutazioni molto diverse sui caratteri dell’America. La voglia di far soldi appariva il tratto più spiccato dell’indole americana. 

 

 

 

La breve età di Teddy Roosevelt

Si cercherà di mostrare come l’uscita di scena di Theodore Roosevelt, nel 1912, significò il vittorioso contrattacco della plutocrazia radical-chic affiliata a Woodrow Wilson. Più ancora, significò il definitivo ripudio dell’eredità di George Washington e di Thomas Jefferson: era la consegna di tener fuori l’America dalle guerre  e dalle malefatte diplomatiche dell’Europa.

Coll’avvento di Wilson finì la giovinezza dell’America, e dunque tramontò la Via Americana, uno dei massimi miti della civiltà occidentale. Non per niente il volto di Theodore figura tra quelli dei Quattro Presidenti che giganteggiano, scolpiti sulla cima di monte Rushmore nel South Dakota: G.Washington, Jefferson, Lincoln e, appunto, lui Theodore Roosevelt.

Nel giudizio di quanti decisero di fare della cima Rushmore il più impressionante dei monumenti di gloria, Theodore -cugino (di una generazione più anziana) di Franklin Delano Roosevelt, quest’ultimo l’ inventore del New Deal e il massimo guerrafondaio della storia nazionale- fu pari ai due Padri della patria (Washington e Jefferson) e all’abolitore della schiavitù (Lincoln).

Molti storici attribuiscono al Roosevelt di Mount Rushmore un genio di cui il più noto cugino Franklin Delano fu privo, benché eletto quattro volte alla Casa Bianca.

Theodore incarnò l’autentico meglio e, forse, il contraddittorio peggio dell’America, laddove il cugino impersonò solo un ingannevole empito progressista, a copertura della vocazione bellicista e di egemonia planetaria della demoplutocrazia anglosassone.

 

Il primo Roosevelt arrivò alla Casa Bianca quando il presidente McKinley fu assassinato (settembre 1901) dall’anarchico  Leon Czolgosz. Il Nostro era il vicepresidente di McKinley, e   fu proclamato successore. Era  pervenuto al vertice dopo essersi rivelato energico bonificatore della polizia newyorkese, poi governatore repubblicano-riformista dello Stato del New York. Molto assertivo nell’azione come nel pensiero -era anche un intellettuale-, la prima azione da presidente fu di attaccare frontalmente nei tribunali la holding Northern Securities Company  dei due titani della finanza, E.H.Harriman e J.P.Morgan, che gestiva monopolisticamente la rete ferroviaria del Nord-Est. Th. Roosevelt riuscì a sconfiggere l’impero Harriman-Morgan perché non esitò ad esercitare contro le grandi concentrazioni finanziarie tutti i poteri assegnati alla Casa Bianca dalla Costituzione.  L’opinione pubblica rispose con insolito entusiasmo all’impresa riformatrice del presidente. L’antitradizionalismo e la concretezza del Nostro oscuravano i metodi e i meriti dei suoi predecessori vicini, i prudenti Harrison, Cleveland e McKinley.

Theodore aveva cominciato  molto giovane ad imporsi in politica con mezzi di grande presa sulla gente. Il dinamismo e l’assertività fecero di lui un personaggio leggendario, ed anche pittoresco. A un certo punto abbandonò la politica del suo Stato per fare in un proprio ranch nel West  l’allevatore di bovini e il cowboy armato (‘that damned cowboy’ inveì Mark Hanna, il boss del partito repubblicano). Arrivato alla Casa Bianca mise a dura prova i diplomatici e i cortigiani, costretti a seguire fisicamente l’eccentrico statista quando  praticava attività  atletiche strenue, oltre a cavalcare  con le regole e i rischi del mandriano. Eppure questo Roosevelt fu un leader che leggeva (“a prodigious reader” si disse) e scriveva molto.  Fu autore di saggi rispettati come “The Naval War of 1812” e come “The Winning of the West”.

In politica il suo carisma era eccezionale. Entrato poco più che ventenne nell’assemblea legislativa dello Stato di New York, si impose presto come il candidato naturale alla presidenza del consesso. Ingrandì il suo prestigio entrando nel governo federale come Assistant Secretary of the Navy. Era lo stesso ruolo ministeriale che il suo successore alla Casa Bianca assegnerà al cugino Franklin Delano Roosevelt. Questi farà potentissima la flotta statunitense, strumento ineguagliabile delle ambizioni mondiali degli USA.  Entrambi G.Washington e Th.Jefferson avevano denunciato gli errori e i pericoli di tali ambizioni. Anche Theodore amava la potenza militare, ma riusciva a non esercitarla.

Va detto che il successore di McKinley non si ammantò di soli meriti: anche di difetti. Teoricamente -non nei fatti- fu nazionalista, espansionista anzi apertamente imperialista. In astratto fu l’assertore della diplomazia del Big Stick (“Speak softly but carry a big stick”). La linea funzionò, non solo  nei confronti dell’America centrale e meridionale, che si era abituati a pensare come il cortile di casa degli USA e dunque la loro area di naturale supremazia.

Nel 1907 Th.Roosevelt mandò una grossa squadra navale in una crociera dimostrativa attorno al globo. Essendoci stati degli screzi col governo di Tokyo, si temette che l’opinione pubblica nipponica reagisse ostilmente all’esibizione di forza della U.S.Navy. Invece l’accoglienza delle città portuali giapponesi fu molto amichevole, gli screzi diplomatici si smorzarono. Il Giappone dimostrò convincentemente di apprezzare il giudizio simpatetico del presidente Th.Roosevelt nei confronti dell’espansionismo nipponico in Asia, nonché di considerare all’attivo il personale e decisivo contributo dell’uomo della Casa Bianca alla  stipulazione del trattato di Portsmouth, che nel 1905 mise fine alla guerra russo-giapponese. Per quel contributo un Premio Nobel per la pace fu assegnato al presidente degli Stati Uniti.

 

T:Roosevelt  ebbe un ruolo importante anche nella cosiddetta ‘first Moroccan crisis’, primo di una serie di contrasti di potenza che portarono alla catastrofe della Grande Guerra. Il Kaiser tedesco in persona fece appello alla mediazione del primo Roosevelt. Il sì di quest’ultimo fruttò la convocazione nel 1906 della conferenza di Algeciras. Il Roosevelt che si era configurato come il cowboy della scena diplomatica rafforzò invece la sua immagine di peacemaker su scala mondiale. Nella fase terminale della sua presidenza, finita nel 1909, il presidente del Big Stick si adoperò per il successo di quella conferenza dell’Aja che istituì la Corte internazionale di giustizia.

In conclusione, hanno scritto gli storici Caughey (Univ.of California) e May (Harvard) “When Roosevelt left office, the foreign relations of the U.S. where serene. There was no apparent danger of the nation’s becoming involved in war either in Europe or in Asia or in the Americas. In view of the fact that he had come to the White House with a record as a jingo, an imperialist, and an advocate of a ‘virile foreign policy’, this was a surprising result”.

 

L’uomo che fu entusiasta della vittoriosa guerra alla Spagna (1898), che addirittura comandò nelle operazioni a Cuba un reggimento di cavalleggeri volontari da lui arruolato, armato e pagato (quale membro di un clan di patrizi molto ricchi,  aveva i  mezzi per farlo); l’uomo che aveva confessato la gioia di uccidere personalmente uno spagnolo oppure un leone (praticò la caccia grossa); che in precedenza aveva affermato la legittimità di reprimere anche con le armi le azioni sindacali quando erano violente; l’uomo che nel 1914 avrebbe voluto comandare una divisione americana a fianco degli Alleati; quest’uomo nei fatti agì per la pace. In proprio non avviò guerre; semmai volle partecipare sul campo a guerre volute da altri.

Per quel che riguardava l’Asia, Theodore fece una politica, amica del Giappone, diametralmente opposta a quella voluta, un trentennio dopo, dal  giovane cugino Franklin Delano Roosevelt. Quest’ultimo avversò accanitamente il Giappone che attentava agli interessi coloniali asiatici degli alleati ‘democratici’ degli USA; in particolare tentava di fagocitare la Cina: laddove il secondo Roosevelt mirava  ad asserire gli interessi diretti statunitensi nell’ex-impero cinese. Questa linea antagonizzò Tokyo  fino a rendere inevitabili Pearl Harbor e Hiroshima. Quanto al grande disegno cinese di Franklin Delano, esso sarà  cancellato per sempre quando nel 1949 i comunisti di Mao Tse-tung trionferanno in Cina sugli amici degli USA.

In gioventù Theodore aveva proiettato di sé l’immagine del destrista e dell’antagonista dei sindacati. Invece da presidente si qualificò come l’uomo delle riforme antiplutocratiche. Infatti nel 1912 tentò di rientrare alla Casa Bianca come candidato del Progressive Party, da lui rilanciato. Proclamò: “We are face to face with new conceptions of the relations of property to human welfare. The man who wrongly holds that every human right is secondary to his profit must give way to the advocate of human welfare”. Nelle presidenziali del 1912 l’apparato dei partiti dette la vittoria a Woodrow Wilson, il campione della cosiddetta New Freedom. L’ora di Theodore Roosevelt era passata.

 

La linea ‘idealistica’ della presidenza Wilson non attenuò affatto l’egemonia statunitense nell’area caribica e centroamericana,  di diretto interesse statunitense. Ben poco cambiò rispetto al Big Stick dell’apparentemente imperioso Theodore Roosevelt: “In Haiti -scrivono gli storici Caughey e May- the Wilson administration in effect enforced the Roosevelt Corollary to the Monroe Doctrine, more vigorously than Theodore R. himself. Wilson ordered landings at Port au Prince e a Cap Haitien. Haiti remained under partial occupation for years. Among other things, American forces killed about two thousand  ‘cacos’ (soldiers of   the former regime), in some cases by torture. Similarly, the Wilson administration took control of the Dominican Republic. In 1916 Wilson sent in forces there to restore order; they stayed until 1924. Wilson, like Theodore, looked upon Latin Americans as semibarbaric dependents of the U.S.”

Con la sconfitta per mano di Wilson del progressista irregolare Theodore R. si chiuse l’età giovanile dell’America. Era durata tre secoli, a partire dall’impresa mancata del capitano Smith in Virginia e, più ancora, dallo sbarco dei Padri Pellegrini.

 

 

 

Muckrakers, mugwumps e altri riformisti

Dalla fine della Guerra Civile alla vigilia del secondo conflitto mondiale gli Stati Uniti vissero la fase più intensa della cosiddetta Età delle Riforme. Le spinte di sinistra (spinte tutte  compatibili con la fede americana nella bontà del capitalismo)  apparvero spegnersi negli anni Venti del Novecento, mentre il New Deal e la Depressione le ravvivarono alquanto. Negli anni dopo il 1890 la rivolta politica dei farmer contro i poteri finanziari della Costa atlantica,  in particolare contro le grandi compagnie finanziarie, ferroviarie e mercantili, trovò espressione nel movimento Populista di fine secolo. Seguì, fino allo scoppio della Grande Guerra, il movimento Progressista. Infine negli anni dopo la Depressione del 1929 il New Deal vinse alcune delle  battaglie contro la disoccupazione, ma rafforzò la presa sul potere del presidente Franklin Delano Roosevelt.

Il cui obiettivo principale non era l’indebolimento della plutocrazia, bensì la leadership planetaria degli USA. Infatti fu solo coll’intervento americano nel secondo conflitto mondiale  che il secondo Roosevelt poté annunciare il ritorno del pieno impiego. Le forze armate arruolarono o misero al lavoro milioni di americani.

 

Gli albori dell’età delle riforme si videro nel 1828. La presidenza di Henry Jackson favorì l’emergere di istanze popolareggianti, antimonopolistiche, quindi anche antipolitiche (contro la collusione tra politica e affari). Si affacciarono movimenti organizzati dei ceti inferiori, poco somiglianti al ribellismo proletario d’Europa. Andò delineandosi un sentimento meno individualistico rispetto alla marcia verso l’Ovest, marcia che fu lo zenit dello spirito imprenditoriale-eroico. Sorsero figure politiche nuove: i ‘muckrakers’ (giornalisti d’assalto, d’inchiesta spinta, fortemente impegnati contro il malaffare, i soprusi, le ingiustizie); i ‘mugwumps’ (persone e circoli dei ceti intermedi, generalmente benestanti, colti, sensibili alle tematiche collettive). In qualche misura i ‘mugwumps’ anticipavano gli atteggiamenti benintenzionati, o meno discutibili, dei ‘radical-chic’ del nostro tempo.

 

Una particolarità della democrazia americana fu che verso l’ultimo ventennio dell’Ottocento essa era sentita e coltivata soprattutto da protestanti di origine britannica, irlandese  e nordeuropea. Poi, col crescere  dell’industrializzazione e dell’urbanesimo, vennero le ondate di immigrati proletari dall’Europa orientale e meridionale,  ondate che suscitarono lunghi antagonismi e scontri settoriali. Furono i lavoratori autenticamente americani cioè i ‘nativi’, immigrati da epoche più lontane, che sostennero i movimenti populisti/progressisti, di matrice agraria prima, sindacale/urbana in seguito. I nuovi venuti, più vicini al Novecento,  non erano all’altezza, soprattutto per limiti culturali, di partecipare alla politica. Sbarcando a New York si consegnavano ai boss degli apparati partitici delle grosse città in cui si ammassavano; estranei come erano alla nascita della Repubblica e alla marcia verso l’Ovest, si confrontavano coi problemi primordiali dell’adattamento e della sopravvivenza subordinata.

 

Il populismo genuinamente americano non aveva dovuto combattere, a differenza dei proletari europei, le battaglie socialiste e anarchiche contro le gerarchie sociali, contro i ricchi. I lavoratori americani, avendo la prosperità ben più a portata di mano, non erano sensibili alle sobillazioni contro il sistema. Il socialismo ebbe una modesta espressione solo nel movimento capeggiato, a partire dal 1894, da Eugene Debs. Nella storia degli Stati Uniti il quadro politico generale è stato quasi sempre solidamente conservatore e filo-capitalista. Sono i politici conservatori, e persino i fiduciari della plutocrazia come i due Roosevelt, che hanno promosso le riforme a favore dei più. La sinistra americana, a differenza di quella europea, non sorge dalla lotta di classe, bensì da circoscritti conflitti d’interesse.

Il popolo primigenio della nazione non era fatto di salariati, bensì di coltivatori normalmente proprietari, più o meno modesti ma tutti imprenditori capitalistici. Il nemico ‘di classe’ dei coltivatori -passata la fase eroica della lotta quasi sempre solitaria per la sopravvivenza- era il grossista spesso colossale che comprava i loro raccolti; le ferrovie che li trasportavano; i banchieri che prestavano i capitali d’esercizio; il governo che fissava le tariffe doganali, prevalentemente protettive delle manifatture, non dei produttori primari. I nemici erano in particolare i trust.  Il ribellismo agrario non si rivolgeva contro i padroni, come in Europa.

 

Col  trionfo dell’industrializzazione prese forma una classe di lavoratori dipendenti. Nacquero i sindacati, alcuni dei quali destinati a diventare possenti; nacquero gli scioperi; nacquero persino le azioni violente. Queste ultime furono poche e concentrate nell’ultimo quarto dell’Ottocento. Gli storici non hanno molti episodi drammatici da additare. La Guerra Civile fu seguita da una vigorosa ripresa economica, laddove ‘the Panic of 1873’ aprì una fase depressiva che durò fino al 1896. I conflitti di lavoro non assomigliarono a quelli europei: anche se gli immigrati recenti si fecero più facilmente reclutare da agitatori variamente denominati socialisti, comunisti, anarchici; perciò ebbero un ruolo spiccato negli episodi più gravi. Cominciarono i ‘Molly Maguires’, attivisti irlandesi che negli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento praticarono la violenza -sabotaggi compresi- nella Pennsylvania orientale. Nel 1875 ventiquattro di essi furono   processati e condannati all’impiccagione (eseguite dieci condanne). Alla fine dei Settanta ci furono a San Francisco le marce contro i capitalisti di Nob Hill, che importavano lavoratori cinesi.

Ci furono violenze nel West Virginia (9 morti) e a Pittsburgh (26 morti). Dopo i disordini di Haymarket Square a Chicago furono eseguite quattro impiccagioni. Nel 1892 le maestranze dell’acciaieria Carnegie a Homestead (Pennsylvania) uccisero sette poliziotti; un anarchico venuto dalla Russia assassinò il direttore degli impianti. Due anni dopo ci fu il Pullman Strike, forse il più ricordato tra i fatti di violenza, contro la compagnia ferroviaria Pullman. Per domarlo furono impiegati migliaia di poliziotti e di agenti federali.

Più condivise dall’opinione pubblica le azioni legalitarie  di gruppi di  protesta agraria quali la Grange contro fornitori e acquirenti monopolistici, nonché contro le tariffe ferroviarie imposte ai coltivatori.

 

Fu allora che si aprì una lunga successione di limitate misure progressiste e di razionalizzazioni -l’Età delle Riforme- che andarono fino alla Prima Guerra mondiale, poi alla Depressione del 1929. Quest’ultima fu chiusa non dal New Deal ma dall’intervento nel Secondo conflitto mondiale voluto da F.D.Roosevelt. I nomi più importanti tra gli agitatori dell’Età delle Riforme sono quelli di William Jennings Bryan, il maggiore esponente del Populismo, e di Eugene Debs, il quale alle presidenziali del 1912 ottenne quasi 900 mila voti, il miglior risultato nella storia americana di un candidato dichiaratamente socialista. I voti sprecati su Debs contribuirono all’insuccesso del tentativo di Theodore Roosevelt di tornare alla Casa Bianca come candidato del Progressive Party.

Altro esponente del riformismo fu Robert M. La Follette, che nel 1924  raccolse il 16,6% dei voti. Vale la pena di ricordare che nel 1912  la stampa socialista contava 8 quotidiani in lingua straniera contro 5 in inglese. Erano soprattutto oriundi stranieri i sostenitori del debole movimento socialista USA.

 

I veri protagonisti dell’Età delle Riforme furono gli uomini che siedevano alla Casa Bianca, nessuno dei quali era socialista: Grover Cleveland, i due Roosevelt, Woodrow Wilson e William H. Taft. Quest’ultimo  dette corso a un numero di azioni antitrust doppio di quelle del suo predecessore e protettore Teddy Roosevelt;  ma non possedeva il carisma del primo Roosevelt, perciò non pervenne mai alla gloria di sgominatore dei trust.

 

L’Età delle Riforme eliminò gli aspetti più selvaggi dello sviluppo capitalistico americano.

 

 

 

 

 

WESTSYLVANIA

Estremi appuntamenti col Destino

E’ passata anche la seconda presidenza Obama, e ormai è certo: essa non ha  rallentato, semmai accelerato e fatto sinistro lo spegnersi di quello che fu il messaggio americano. Nonostante le apparenze schiaccianti, era un messaggio spirituale.

La malia dell’America fidanzata del mondo è finita assieme alla sua giovinezza. Non c’è più una ‘via americana’. Non c’è più un modello. L’America della modernità ha smesso d’essere ‘altra’ rispetto alle società vecchie di troppi secoli. Si prepara a morire, come ogni altro organismo. La sua grandezza è tutta nel passato.

Se in America non accadrà qualcosa di numinoso e di imprevedibile, l’intera sua civiltà finirà col coincidere con una gigantesca e sterile Silicon Valley. Senza una miracolosa rigenerazione, ciò che resta del messaggio statunitense finirà come una medusa lasciata dalla risacca sulla spiaggia.

Tuttavia nel frattempo  potrà accadere, forse più modestamente, che gli americani  ritrovino l’orgoglio di primeggiare almeno sui piani intermedi tra le sfide ideali e le occasioni di tutti i giorni. Finito il secondo conflitto mondiale, l’America seppe capire la necessità e la convenienza di sfamare o aiutare mezzo mondo. Forse un giorno essa potrà dare ai paesi ricchi l’esempio di come essere all’altezza delle sfide più epocali.

Un settantennio fa l’America, fatta senile e malata dal bellicismo e dagli abbagli di Franklin Delano Roosevelt -promosse Stalin a statista campione della libertà!- seppe trovare con  Harry Truman la forza di rifiutare l’eredità plutodemocratica del secondo Roosevelt. Coi vari piani

Westsylvania è il nome dello Stato che non nacque

nella regione delle sorgenti dell’Ohio

 

Henry Adams, l’autore di ‘The Education of  Henry Adams’, era nipote di John Quincy Adams, presidente degli Stati Uniti dopo Monroe. Era pronipote di John Adams, il successore di George Washington. Scrisse nove volumi sulle presidenze di Jefferson e di Madison, uomini che governarono l’America, plasmandola. Fu professore a Harvard. Insomma Henry scriveva la vicenda del suo paese come da un tavolo minore della Oval Room. Era come uno Scipione che narrasse l’ascesa di Roma.

Ma le sue pagine erano già pervase dal senso del passaggio della grandezza americana: così come erano passati gli Scipioni e gli Adams. E questo può sorprendere in un uomo che scriveva nel 1918, quando il primato planetario degli Stati Uniti era tutto nel futuro. Il Sultano a Istanbul si considerava ben superiore all’uomo che governava a Washington. Imbatterci oggi nel pessimismo di Henry Adams è conturbante: come trovare una capsula di polvere spaziale in una tomba di Cerveteri.

D’altronde questo Adams definiva gli Stati Uniti “il solo paese in cui valga operare”. L’Inghilterra troppo materialista (vi aveva vissuto, come segretario del padre ambasciatore). La Francia “corrotta fino al disgusto. L’Europa intera, marcia”. Contrapporre la virtù americana al cinismo del Vecchio Mondo era naturalmente il tema originario, il protoconcetto dell’ideologia statunitense. Anzi era  la ragion d’essere della Repubblica.

 

Il presentimento del declino spirituale non nasce con Henry Adams, nel volgere del XIX secolo. ‘The Gilded Age’, scritto da Mark Twain e Charles Dudley Warner sulle ricchezze facili che sorsero sulle macerie e sui seicentomila morti della Guerra Civile -speculatori profittatori corruttori ebbero carta bianca mentr’era presidente Ulysses Grant, il condottiero dei vittoriosi eserciti unionisti- ‘The Gilded Age’ dicevamo è del 1873. Undici anni dopo uscì “An American politician” di Marion Crawford, romanzo in cui protagonista era la corruzione della vita pubblica.

W.D.Howells, caposcuola del realismo letterario americano, portò la denuncia dei mali sociali fino alla conclusione coerente: si convertì al socialismo tolstoiano. Nel capitalismo sfrenato che seguì alla Guerra di secessione, Howells non denunciò solo, o tanto, l’ingiustizia classista. Soprattutto maledì la competizione senza limiti. Per Howells era una carie inarrestabile che svuotava i valori e spegneva l’anima dell’America. Il peggio doveva ancora venire: nel 1912 Theodore Roosevelt, che tre anni prima aveva lasciato la Casa Bianca come il più americano dei presidenti del passato e del futuro, campione e custode della giovinezza della nazione, fu sconfitto da Woodrow Wilson, transfuga e apostata del retaggio nazionale di splendida estraneità ai senili misfatti della storia europea.

Tuttavia fu il tempo di un vitalismo incontenibile. Chicago raggiunse il milione di abitanti nel 1890; cinquantasette anni prima ne aveva meno di quattrocento. In quella fase (1886) Andrew Carnegie, il re dell’acciaio, pubblicò il suo libro ‘Democrazia trionfante’, una delle cui immagini era:”Le vecchie nazioni della Terra avanzano come lumache, la Repubblica passa col rombo di un treno rapido”.

Carnegie era un grand’uomo. Non si esaltava del proprio successo fino a travedere per l’America. Venuto dalla natia Scozia come minatore, nella fine della sua vita visse in Scozia, non negli Stati Uniti che lo avevano incoronato imperatore della siderurgia. E gran parte delle sue ricchezze le donò in filantropia. Quella fu l’età delle donazioni smisurate, non solo dei Robber Barons, degli Spietati Titani di Dreiser.

Howells, il maestro del realismo letterario nazionale, aveva scritto da Venezia:”La preghiera più fervida che il mio cuore può esprimere è che l’America divenga ogni giorno diversa dall’Europa. Quando tornerò in patria credo che andrò nell’Oregon, il più lontano possibile dalle influenze europee”. Era il  1862 e l’Oregon era la foresta primigenia su cui aleggiava lo Spirito dell’America. Il popolo dei pionieri stava ancora arrivando.

Era già nata una mitologia continentale, i cui eroi e semidei agivano soprattutto nelle foreste. Rip Van Winkle, che dormì vent’anni imprigionato da un incantesimo, è una specie di ingenuo Parsifal dei Catskills, una delle serre montuose che si allungano nello Stato del New York. Sempre a non grande distanza dalla valle del Hudson e da Manhattan si accavallano i monti Adirondacks, dove ancora oggi gli inverni seppelliscono le contrade e le loro belve: non grifoni o idre ma raccoons e leoni di montagna. I boscaioli e i cacciatori che nel secolo XVIII si spinsero dalle regioni sull’Atlantico nella grande foresta latifoglia del ‘primo West’, furono mansueti Polifemi e Giganti, gli eroi eponimi del Nord America.

 

Nato nel 1783, lo scrittore Washington Irving fu il loro primo cantore. Benché trascinato nelle strane ma non strenue occupazioni diplomatico-amministrative che all’epoca si assegnavano agli uomini di lettere -fece addirittura il ministro degli Stati Uniti in Spagna-  Irving cominciò a narrare all’Europa una favola yankee quale nessun Tocqueville, la mente occupata dai grandi pensieri sulla democrazia, avrebbe potuto raccogliere e raccontare. Se fu folklore, fu folklore di livello. Irving fu amico del grande bardo romantico Walter Scott. Amico anche di John Jacob Astor, il ricchissimo commerciante di pellicce e finanziere che lo mandò nel West a documentarsi per un’opera, ‘Astoria’ (del 1836), sulle proprie imprese. Washington Irving stese anche una ‘History of New York’ che anticipava gli umori gioiosi e il patriottismo senza frustrazioni del più illustre patrizio newyorkese, Theodore Roosevelt incarnazione dell’America giovane (quel suo cugino e successore alla Casa Bianca, Franklin Delano Roosevelt, personificò l’America della terza età). Irving fu il Battista, il Precursore che raddrizzò i sentieri per il sommo Mark Twain, faceto Omero del Mississippi, a sua volta anticipatore della libertà burlesca di Groucho Marx.

 

James Fenimore Cooper (L’Ultimo dei Mohicani; The Deerslayer),  l’altro narratore delle origini, fu un Virgilio che cantava le contrade nord-occidentali del New York come fossero le selve e i pascoli di Evandro, il re pastore che aiutò Enea a far sorgere la stirpe dei Quiriti. Il Lazio di Cooper si stendeva fiabesco prima della storia, sulla stessa geologia -le sponde del lago Otsego- che oggi sostiene la  poetica desolazione delle immiserite contee newyorkesi tra New Amsterdam e Syracuse.

Le fantasie sulle selve americane incrinarono le certezze dei Voltaire e dei Rousseau, per tacere di Alexis de Tocqueville dalla vista storica infallibile. Ma nessuno seppe definire come James Fenimore Cooper i caratteri della Wilderness americana quale una delle grandi contrade dell’anima universale. Quella Wilderness fu una Grecia mentale su cui trasalì anche Goethe.

 

Cooper nacque nel 1789.  Henry David Thoreau, l’ideologo della scelta americana contro la condizione urbana, venne al mondo ventotto anni dopo. Abbastanza, si direbbe, per togliere ingenuità all’identificazione thoroiana con la Natura. Abbastanza per aprire problematiche, per scavare più profondo e installare dubbi. Tutti conoscono i due atti di fede di Thoreau: entrò in prigione per affermare un principio di disobbedienza civile (ci restò poco); fece l’eremita a Walden Pond, una solitaria selva del Massachusetts. Oggi, nell’ipertofia dell’urbanizzazione, il romitaggio di Walden Pond acquista una dimensione favolosa, di sospensione del reale. Un altro Shangri-la, un’altra irraggiungibile Colchide di Giasone.

Nel tempo di Thoreau la scelta di nascondersi nella selva non fu propriamente favolosa. Fu il pronunciamento di un intellettuale sofisticato, un po’ attaccabrighe. Il quale volle ignorare il grandioso happening che si svolgeva a Ovest. Volle riproporre l’anti-epica interiorità che un angolo del vecchio Massachusetts propiziava a un miglio e mezzo da Concord, una microcapitale. Una scelta da Diogene il Cinico; oppure una scelta monacale, che uno dei maggiori intellettuali del New England compiva nelle circostanze protoamericane della foresta.

Nella foresta si è soli e senza possessi terreni. Si sopravvive se si ritorna ai fatti primordiali: un ricovero-tana, il nutrimento e una smisurata meditazione sul senso delle cose. Thoreau volle rifiutare il viaggio nella leggenda continentale, Argonauti o no. Si concentrò  sull’impegno morale. In realtà percorse in terra americana alcune fulgenti piste del Romanticismo germanico. E un’altra differenza. Nel West la natura era azione e conquista. Walden Pond rifiutava azione e conquista. Era come l’intransigente diniego dei Padri della Chiesa al mondo.

 

Com’era la foresta americana lasciamolo dire a Francis Parkman, lo storico e scrittore di Boston, morto nel 1893. Qualche critico lo considera miglior letterato del coetaneo e più celebre Longfellow. Parkman aveva intrapreso a coltivare un suo tema che era fatto per impegnare lo studioso, non per incendiare le fantasie liriche. Ma man mano, confessò, “il progetto si allargò sul continente all’intero conflitto tra Francia e Inghilterra; alla storia della foresta, cioè della nazione americana; fu così che vidi quel conflitto. Il tema della foresta mi affascinava. Giorno e notte vedevo le immagini della Wilderness”.

 

 

Le armonie della Repubblica primitiva

In Europa le menti più aperte percepirono la Rivoluzione americana come l’offerta di un continente agli immigrati del Vecchio Mondo e come l’invenzione della democrazia moderna, il tutto in una condizione adolescenziale dello spirito. Nel 1778 Robert-Jacques Turgot, lo statista riformatore francese, scrisse: “America, speranza del mondo, potrai  diventarne il modello. Dimostrerai che gli uomini possono essere liberi e pacifici, possono sbarazzarsi delle catene con le quali tiranni e impostori hanno preteso di legarli”.

All’ncirca negli stessi giorni l’inglese Thomas Bland Hollis annunciava a un americano con cui corrispondeva che nei circoli d’Europa amanti della libertà si parlava di far rivivere in America i Giochi Olimpici:”Lì si sono attuati alcuni dei grandi principi ellenici. Si facciano anche i Giochi”.

Nel rilevare che il presidente Jefferson  ‘espresse il meglio dell’America’ gli storici Morison e Commager individuavano così questo meglio: l’idealismo, la semplicità, lo spirito giovanile, l’ottimismo”.  Proprio perché i due non dicevano niente di nuovo, proprio perché tutte le generazioni del passato videro il miracolo della nascita dell’America -non dal mare come Venere, bensì dalle foreste e dalle praterie- possiamo assumere la loro definizione. L’America non è stata un abbaglio collettivo, una suggestione generatrice di miti. E’ stata davvero, alle origini, idealismo, semplicità, ottimismo. Giovinezza.

E’ stato anche osservato (Vernon Louis Parrington storico della cultura) che Jefferson fu il prodotto del primo West:”Nato nelle terre di confine della Virginia, crebbe tra uomini che governavano bene il loro paese e combattevano gli indiani. Amava i suoi vicini insediati nel fitto delle foreste e ne era riamato. Vaste osservazioni e lunghi viaggi lo avevano convinto che nessun popolo era stato favorito dalle circostanze quanto quello americano. Nessuno era altrettanto fiducioso nelle forze nazionali. Percorrendo l’Europa  aveva visto ovunque, all’ombra dello Stato aristocratico,  il bisogno anzi la miseria”. L’America era terra di uomini liberi: non soggiacevano al privilegio e non erano minacciati, allora, dalla plutocrazia capitalista, la quale invece si candidava al dominio dell’Europa in via d’industrializzazione.

 Thomas Jefferson era un politico intellettuale, di letture insolitamente vaste. Però amava le formulazioni semplici e le contrapposizioni nette. Per cominciare, era certo che la virtù repubblicana si identificasse con un modello di valori basati sull’agricoltura. Il nascente capitalismo industriale faceva sorgere aggregati urbani e ceti proletari, dunque minacciava le armonie della Repubblica primitiva. Paventava alla stessa stregua l’egemonia sociale degli ottimati e l’ingrossarsi dell’operaiato delle città. Nei futuri grandi centri generati dalle manifatture si sarebbero formate ‘plebaglie di tipo romano, sfruttate dai demagoghi e strumentalizzate dagli autocrati’. Per questo Jefferson si oppose come poté al capitalismo che voleva irrompere. Considerava la libera proprietà coltivatrice come la cellula base di una società di americani indipendenti e felici. La felicità era per Jefferson la misura e il fine dell’esperimento americano. La felicità, rileva lo storico Parrington, e non, come nelle enunciazioni di John Locke, la proprietà.

L’indipendenza e l’orgoglio della responsabilità sentiti dallo ‘yeoman’, il libero farmer proprietario della terra che coltivava, erano il fondamento stesso della grandezza, come nella Repubblica romana antica. Erano gli articoli della fede fisiocratica,  rielaborati in America nel contesto della società della foresta. Coerentemente Jefferson si oppose ai gruppi ed interessi che volevano accelerare l’industrializzazione dell’America adolescente. Avversò gli strumenti e gli apparati capitalistici che andava apprestando  il suo arcinemico Alexander Hamilton, fautore al tempo stesso dell’oligarchia e dell’industrializzazione. Hamilton: sulla distanza destinato a stravincere -lo sappiamo- ma nell’immediato quasi un traditore degli ideali americani. Morirà in un duello con Aaron Burr.

 

Gli estremismi jeffersoniani si sarebbero attenuati, anche perché le privazioni imposte all’America, neutrale e lontana dalle guerre napoleoniche, acuirono il bisogno di manifatture nazionali, dunque di tariffe protettive e di imprese capitalistiche. E poi a quel tempo l’America rurale non era fatta solo di liberi farmer, anche di grossi piantatori del Sud e di latifondisti nel Nord.  Jefferson stesso era un piantatore e possedeva schiavi: però sapeva che la piantagione era destinata a finire. La filosofia di Jefferson, tutta volta ai valori umanistici (la ‘felicità), esigeva il rifiuto del determinismo economico, delle prevaricazioni del capitalismo industriale.

 

Jefferson è l’eroico sconfitto, l’uomo di visione -egli politico brillante e anche scaltro- che non poteva non essere travolto dalla logica economica. Tentò come Prometeo di lottare contro gli Dei che volevano un’America di città, di opifici e di ‘plebaglie di tipo romano’. Doveva perdere, ma aveva ragione. Fu l’inascoltato profeta dei mali che avrebbero devastato l’America: urbanizzazione, economicismo, egemonia della finanza.

Oggi che l’America è attempata, che non ha più alcuna delle sue anime giovanili, è troppo facile concludere che nessuna società avrebbe potuto permettersi la purezza utopica

 

ca attribuita alla Repubblica della foresta. Infatti l’idealismo sembra introvabile nelle nazioni del mondo che consideriamo giovani e cui assegnamo un futuro importante. Ma quelle nazioni, accendono l’immaginazione del mondo?

 

 

La Montagna

 I comprensori  montani dell’Ovest -Montagne Rocciose, Coastal Range, Sierra Nevada e le formazioni che si disperdono verso le Praterie e il Mississippi- non sono mai stati veramente insediati. Hanno avuto minatori, boscaioli, allevatori, fuorilegge, turisti. Esaurite le risorse che li avevano attirati, i montanari momentanei partirono. Al giorno d’oggi le Alpi americane appartengono soprattutto ai turisti e, assai meno che da noi, agli sciatori. Gli americani moderni praticano una saggia noncuranza nei confronti degli sport invernali: come peraltro anche nei confronti dell’automobilismo  ‘di temperamento’.

Nelle montagne dell’Ovest, niente insediamenti di massa, poca antropologia, non abbastanza leggende -a parte la Febbre dell’oro nel 1849. Non così  nelle montagne dell’Est, le più famose delle quali si chiamano Appalachians, Alleghenys, Blue Ridge, Catskills. Sono catene che assomigliano agli Appennini: elevazione modesta e sviluppo in lunghezza. A differenza degli Appennini, sono molto selvose. Furono il confine naturale verso ovest delle colonie sull’Atlantico, fin verso la fine del secolo XVIII. La conquista del West cominciò quando i cacciatori/esploratori come Daniel Boone scoprirono i valichi appalachiani.

Per tutto il Settecento l’espansione era stata lenta: il primo West restava invalicato. Col tempo questa Frontiera vicina andò popolandosi di agricoltori, specialmente tedeschi e scoto- irlandesi, i quali trovarono innumerevoli fondovalli coltivabili. A differenza dei montanari europei, non ebbero necessità di seminare o pascolare le pendici montuose. Questa sezione del  paese si sarebbe chiamata Old West e nel territorio delle sorgenti dell’Ohio si tentò di far nascere uno Stato dal suggestivo nome di Westsylvania.

 

 

Pionieri aristocratici

Non furono tutti popolani coloro che si insediarono tra le montagne parallele alla Costa atlantica. Nel 1716 il governatore della colonia virginiana Alexander Spotswood, che già possedeva 60.000 ettari, o forse acri, di buona terra, organizzò una fastosa spedizione nella valle dello Shenandoah, al di là degli Appalachians. Prevalevano i gentiluomini ma non mancavano i cuochi, i cavallanti e i fanti-manovali. Nell’occasione il governatore creò addirittura un Ordine cavalleresco ‘del Ferro di cavallo’. Furono consumati vini e cibi importati dalla Francia.

 James Edward Oglethorpe, giovane parlamentare inglese, generale nelle campagne di Eugenio di Savoia, fu talmente turbato dalle tremende condizioni delle carceri del suo paese .

(languivano senza speranza anche quanti non erano criminali, ma p.es. prigionieri per debiti), che assieme a un altro aristocratico filantropo, Lord Percival, si fece iniziatore di una nuova colonia a sud della Carolina, tra i fiumi Savannah e Altamaha. La chiamò Georgia e, adunato  il sodalizio ‘Trustees of Georgia’, fondò la città di Savannah. Nel primo anno insediò oltre 600 debitori poveri, ciascuno dei quali ricevette 50 acri. Chi era in grado di mantenersi e aveva con sé una famiglia riceveva il decuplo di terra.

Così non pochi esponenti dei ceti alti si fecero imprenditori della dilatazione territoriale, sul modello delle grandi compagnie coloniali inglesi, olandesi, francesi, danesi. I fratelli maggiori di George Washington e il loro vicino George Fairfax entrarono nella Ohio Company, costituita nel 1747 per aprire una strada tra i fiumi Potomac e Ohio. Peter Jefferson, padre del grande Thomas e fratello di un ricco piantatore delle West Indies, agì in due compagnie formate da facoltosi  britannici della Virginia.

Nacquero fortune ingenti. A metà del Settecento esistevano nel New York tre proprietà superiori al milione di acri. Nell’Ottocento alcuni cittadini americani possedevano mille schiavi. Ancora agli inizi di quel secolo il New York annoverava  varie proprietà  di decine di migliaia di acri. Insomma, al momento dell’Indipendenza la struttura sociale delle colonie settentrionali e centrali era capeggiata dalle grandi famiglie. E i coloni venuti dall’Inghilterra si tenevano le tradizionali -epperò contestate – distinzioni di classe.

 

 

Tedeschi d’America

Nella storia delle origini c’è un elemento non abbastanza noto, l’importanza dell’immigrazione germanica. Nella prima metà del Settecento il territorio delle colonie si triplicò e la popolazione crebbe di quattro volte, arrivando a 1,6 milioni. La maggior parte dei nuovi arrivati non erano inglesi, erano tedeschi e scoto-irlandesi. William Penn, il creatore della Pennsylvania, aveva reclutato in Germania quanti volevano sfuggire alla povertà e alla costrizione religiosa: in particolare nel Palatinato renano. I primi nuclei che scelsero l’esilio della speranza passarono attraverso l’Inghilterra, dove furono aiutati. In America ricevettero assegnazioni di terre. Più numerosi furono i ‘redemptioners’, i quali non avevano pagato il costo della traversata ma dopo lo sbarco dovevano lavorare come servi a riscatto. Erano ‘venduti’ dagli armatori delle navi.

La maggior parte dei tedeschi si fermarono in quella Pennsylvania di Penn che li aveva attratti a venire. Abbastanza presto le buone pratiche agricole li fecero abbastanza prosperi da potersi permettere giornali nella loro lingua e attività musicali. Si rivelarono cioè un proletariato elitario, consapevole della cultura nazionale e addirittura informato della produzione di Johann Sebastian Bach, il sommo che in ambito tedesco splendeva e invece era sconosciuto nelle case sfarzose di Roma e di Madrid. Al momento della Rivoluzione i ‘Pennsylvania Dutch’ (Dutch nel senso di tedeschi) costituivano un terzo della popolazione pennsylvana. Fu cospicua la loro presenza tra i Lealisti che ripararono al di là del lago Ontario per non vivere nella Repubblica ribelle.Fondarono il nucleo più antico del Canada anglosassone e non pochi d’essi si distinsero nella professione militare. Come Elettore del Hannover, il re d’Inghilterra importò truppe d’alta qualità dai suoi possessi germanici.

Anche questo contribuì a fare dei tedeschi una componente fondativa dell’America del nord, anche più degli Olandesi che avevano creato New Amsterdam, e dei Francesi che avevano popolato il Quebec e parti della Louisiana.

Quanto agli irlandesi, nel 1829 ne arrivarono fino a due-tre navi al giorno. Furono i più animosi nell’occupare  abusivamente  le terre lasciate incolte dagli agrari che avevano ricevuto le grandi concessioni. Si spinsero nelle aree più esterne delle colonie britanniche, perciò affrontarono lo scontro più violento con gli indiani. All’occorrenza si comportarono con la stessa ferocia dei selvaggi cui disputavano il territorio.

La pace di Parigi (1763)  consacrò l’Inghilterra come dominatrice dei continenti, a scorno della Francia e della Spagna. L’impero era una grande realtà che inorgogliva le genti d’estrazione britannica, dunque anche gli anglosassoni d’America. Questi ultimi erano in più consapevoli di creare una civiltà nuova e straordinariamente vigorosa.

 

Il passaggio degli Appalachians

Nel Settecento le colonie britanniche dell’America continentale si aggregavano in due aree principali: da una parte la fascia sull’Atlantico (organizzata in un reticolo di città e villaggi e nel Sud denominata ‘Tidewater’), dall’altra l’interno. Ciò che era a occidente della fascia costiera veniva chiamato ‘Up-country’. Anche oggi si denomina ‘Upstate’ la regione del New York che si estende a ovest della metropoli sul Hudson.

Alla vigilia della Rivoluzione l’Up-country era abitato da un milione di persone dal forte temperamento, protesi ad impossessarsi delle terre non insediate o abitate dagli Indiani. Nelle valli, in particolare quella dello Shenandoah, e nei distretti pedemontani della Virginia i bianchi erano tedeschi o irlandesi di origine scozzese. Il loro primo capo fu Samuel Davies, uno tra i non pochi che verso la metà del secolo XVIII suscitarono oltre Atlantico quel fervore religioso che doveva rivelarsi specifico ai cristiani d’America. Fu seguace di Davies uno dei maggiori personaggi  della Frontiera e della Rivoluzione: Patrick Henry. Politico di fervidi istinti popolari si fece eroe della democrazia assaltando i gruppi di potere  delle città sull’Atlantico, gruppi che in Virginia come altrove cercavano di tenere in soggezione l’Up-country.

Gli scontenti della Virginia, e poi i tedeschi e gli irlandesi, si spingevano anche  al di là delle foreste del North Carolina. Nel 1771 il risentimento delle terre di frontiera sfociò in uno scontro campale (battaglia di Alamance). I capi della rivolta furono impiccati e migliaia di seguaci mossero al di là delle montagne.

Non è abbastanza noto quanto tenaci fossero in alcuni ambienti i sentimenti conservatori e monarchici nell’anno fatale 1776 in cui fu dichiarata l’Indipendenza. Essi furono antagonizzati,  soprattutto ma non solo nei ceti alti, dalla pubblicazione di ‘Common Sense’, un pamphlet di Thomas Paine che fu per l’Indipendenza ciò che per la causa antischiavista fu ‘La capanna dello  zio Tom’. Paine proclamò che la devozione alla monarchia era assurda, che un uomo onesto valeva quanto i ‘buffoni coronati di tutti i tempi’ e che ‘un Continente non poteva essere governato da un’isola’, Gli storici dicono che ‘Common Sense’ fu letto da ‘quasi tutti gli americani’.

Lo Stato del New York dette più soldati alla causa britannica che a quella americana.  Ciò aggiunge valore alla straordinaria trasformazione operata nelle coscienze dal messaggio rivoluzionario. L’idea dell’America indipendente fece invincibili i ribelli e li guadagnò a ideali repubblicani ed ‘egualitari’.  I capi della Rivoluzione erano ottimati, anche più ricchi di George Washington e di Thomas Jefferson, ma non tentarono di contrastare seriamente gli impulsi popolari.

Col tempo la Repubblica avrebbe assunto lineamenti plutocratici, tuttavia è un fatto: la vittoria dei patrioti dette a tutti l’accesso alla terra. Le estensioni della Corona e dei grandi proprietari legittimisti furono vendute a pochi centesimi l’acro. La vittoria fruttò vantaggi anche economici ai maggiorenti di parte repubblicana. Prima di trovarsi a capo delle forze rivoluzionarie del Vermont i tre fratelli Allen avevano offerto di reclutare un reggimento di monarchici, in cambio della garanzia dei trecentomila acri che possedevano nel Vermont.

 

Il West vicino

Al di là delle montagne appalachiane si aprivano i territori del Kentucky e del Tennessee, ricchi di selvaggina e di terreni fertili. L’Indipendenza accelerò l’infiltrazione dei pionieri: Daniel Boone, la più famosa delle guide dell’espansione verso Ovest, fu ingaggiato dalla Compagnia della Transylvania, un’iniziativa di privati che miravano a colonizzare i milioni di acri tra i fiumi Kentucky, Ohio e Cumberland. Le autorità della Virginia si opposero e più tardi il Kentucky divenne il quindicesimo Stato. Ma Daniel Boone aprì la storica Wilderness Road, che attraversava la sella Cumberland e puntava verso nord-ovest.

Il Tennessee centrale fu il terreno di un’altra spinta organizzata verso ovest. Nel 1799 alcune centinaia di coraggiosi guidati da un uomo di nome Robinson avanzarono per 200 miglia nell’immensa foresta e dettero vita a una comunità di pionieri. Entro dieci anni erano tutti  morti, e solo in parte di cause naturali: tanti erano i pericoli e le avversità della frontiera, dagli indiani e dai fuorilegge agli orsi, lupi e serpenti a sonagli.

Ove non bastassero i nomi Pennsylvania e Transylvania per dire fino a che punto l’America orientale di allora fosse ammantata di foreste, si aggiunga il tentativo dei pionieri della regione delle sorgenti dell’Ohio  di organizzarsi come ‘Stato di Westsylvania”.

L’avanzata nella foresta si diramò lungo i corsi d’acqua e le altre direttrici naturali che facilitavano la penetrazione. Nei quattordici anni che seguirono la Dichiarazione d’Indipendenza quasi 120.000 persone attraversarono gli Appalacchiani. Nel 1787 le grosse barche che portavano i pionieri  lungo il fiume Ohio furono un migliaio; ciascuno recava fino a diciotto tra uomini, donne, bambini, oltre ai quadrupedi e ai carri. Nel 1794 un armatore di battelli reclamizzava così il suo servizio fluviale: “Mosso da filantropia, ho fatto di tutto per rendere la vita a bordo piacevole e  sicura. Nessun pericolo da parte del nemico: tutti i passeggeri saranno protetti da superfici a prova di palle di fucile; le fiancate avranno comode feritoie per sparare. Ogni battello è armato di sei p ezzi che sparano una palla da una libbra; in più un buon numero di moschetti, munizioni abbondanti e un equipaggio di uomini scelti e forti”.

Il censimento del 1790 classificava il New York al quinto posto tra gli Stati per popolazione. Quello del 1820 lo accertò primo. Ma non tanto per il crescere della futura metropoli: era la colonizzazione delle aree interne dello Stato che avanzava. Una colonizzazione assolutamente spontanea, non assistita né regolata da alcuna autorità. Ciascun nucleo familiare doveva provvedersi da sé di protezione e di mezzi per la sopravvivenza. Per la difesa dagli indiani e dalle bande criminali   si formavano comunità che vivevano all’interno di recinti fortificati, eretti al centro di radure disboscate. Appena possibile le famiglie si trasferivano sui propri campi, ricavati abbattendo la foresta.

Un ventennio dopo l’Indipendenza la foresta aveva ceduto spazi così modesti che un viaggiatore di qualità, il francese Volney, scrisse di avere attraversato ‘l’intero territorio americano’ raramente percorrendo tratti coltivati o a pascolo superiori a tre miglia. Il resto era selva. La nuova nazione era un immenso bosco. Ci si può chiedere perché nessuno avesse pensato di chiamarla Silvanie Unite:
I primi anni della Confederazione furono angustiati da tali difficoltà finanziarie e da tante spinte disgregatrici che alcuni ambienti conservatori concepirono il disegno di passare alla monarchia, onde rafforzare la coesione del nuovo paese. Poco dopo la vittoria sui britannici un alto esponente del Congresso presentò al principe Enrico di Prussia la proposta di farsi sovrano degli Stati Uniti. Il rimedio fu la salda Costituzione del 1789. Conteneva formule che conciliavano il principio della libertà con quello dell’organizzazione.

 

 

Felicità squattrinata della Repubblica antica

Segno di giovinezza assoluta era che l’America, al momento di levarsi in Unione, non aveva un dollaro. Il 30 aprile 1789 George Washington divenne presidente nella capitale provvisoria, New York (poi sarebbe venuto il turno di Philadelphia, mentre sorgeva la capitale attuale). Prestò giuramento da un balcone di Wall Street. Ma il Tesoro americano aveva debiti, non fondi. Non erano previste entrate fiscali immediate, non esistendo un apparato di esazione. Passarono mesi prima che affluissero i primi introiti: i proventi di un dazio doganale deliberato dal Congresso. La burocrazia federale contava alcune decine di persone. Le forze armate permanenti, meno di 700. Queste erano le finanze federali e il paese prosperava scarseggiando di ricchezza liquida.

Altra misura della felicità squattrinata: l’americano più ricco era considerato, magari a torto, George Washington. Certo non per la paga di generale (l’aveva rifiutata), né per quella a venire di presidente (è tutt’altro che smisurato, nemmeno oggi, lo stipendio dell’uomo della Casa Bianca). Washington era ricco per i raccolti di Mount Vernon, la sua grande tenuta virginiana lungo il Potomac. Di fronte ad altri latifondi selvaggi, i quindicimila -altre fonti parlano di ottomila) acri di Mount Vernon erano irrisori. Nello Stato del New York tre proprietà superavano il milione di acri. Nel Sud alcune piantagioni raggiungevano i mille schiavi.

Ma Mount Vernon era un’azienda modello, condotta secondo le moderne regole agronomiche sviluppate in Gran Bretagna. Il suo proprietario, con i suoi studi da agrimensore, vi aveva dedicato un impegno incessante (lo riprenderà otto anni dopo l’elezione a presidente, quando declinò un terzo mandato). La tenuta aveva anche una produzione manufatturiera: whisky, bourbon, farine, tessuti.

Il Padre della Patria era gratificato dalla terra non solo come gentiluomo, anche come manager.”Più conosco l’agricoltura” scriveva ”e più ne sono soddisfatto. Quanto vale di più  apportare migliorie alla terra che perseguire l’inutile gloria delle conquiste di guerra”. Nel tempo che l’agricoltura era il maggiore dei settori produttivi, Giorgio Washington era il primo agricoltore della Repubblica.

 

 

1812: una sconfitta anticipatrice

Quell’anno la Repubblica bambina si cacciò nell’avventura di una seconda guerra contro la Gran Bretagna. La provocarono alcuni incidenti navali e questioni di commerci marittimi. Ma il movente vero fu un errore di calcolo di gruppi che credettero di volgere contro l’antica potenza coloniale l’immensa vitalità e la spinta espansiva della Frontiera. Non condividevano il retaggio sostanzialmente pacifico di G.Washington e di Th.Jefferson. Erano convinti che l’America avrebbe rischiato di perdere il grande West se la potenza britannica non fosse stata espulsa dal continente. Londra possedeva il Canada e insidiava gli statunitensi alleandosi con gli indiani. Erano arrivati in Congresso i giovani falchi della Frontiera, per i quali il Canada era conquistabile fino al Nord estremo.

Gli Stati Uniti si accorsero presto di non disporre di un esercito idoneo a circostanze così diverse dalla Guerra d’indipendenza. Dei centomila uomini della milizia che erano stati chiamati a combattere si presentarono in settemila. Le brevi campagne terrestri condotte dagli americani finirono tutte male. Le piccole forze britanniche, superbamente professionali e comandate dal brillante generale Isaac Brock, si dimostrarono imbattibili. Brock fu presto ucciso, ma il 14 agosto 1814 gli inglesi entrarono in Washington e incendiarono tutti gli edifici pubblici, compresi Casa Bianca e Campidoglio.

L’onore fu salvato sul mare e sui Grandi Laghi. La flotta britannica, lì evidentemente meno invincibile, fu battuta dagli ultimi arrivati della potenza navale. Peraltro a New Orleans l’energico generale Andrew Jackson, l’uomo che nel 1828 vincerà la Casa Bianca per sé e per gli americani della Frontiera, conseguì una chiara vittoria su un corpo di spedizione britannico: morirono duemila inglesi contro 13 americani.

La cosiddetta Seconda guerra d’indipendenza non fece traumi e non lasciò ferite aperte. Nonostante la devastazione della capitale, americani e inglesi restarono amici per sempre. Ma quella guerra non vinta fu un annuncio degli scacchi a venire per gli USA, cominciando da quella cattiva guerra di Corea e arrivando alle disfatte ignominiose in Indocina, nell’Iraq, altrove. La conseguenza positiva fu che per un buon secolo l’America si concentrò sulla conquista del West e su una portentosa edificazione nazionale e materiale.

La seconda abiura al retaggio isolazionista di G.Washington e di Jefferson venne nel 1917, quando il presidente Woodrow Wilson costrinse il paese riluttante a intervenire nella Grande Guerra. Presto il paese lo sconfessò duramente, respingendo la Società delle Nazioni e l’intero impianto della fallimentare ‘Pax wilsoniana’.

 

 

Accademia e re-filosofi

In America i grandi contributi di pensiero sono stati dati nel caldo dell’azione, quasi come razionalizzazioni e strumenti di essa, piuttosto che sui piani teorici. Perciò i pensatori originali del passato non furono i filosofi e i teorici delle grandi università:ahimè esse ‘buchi neri’ che sembrano far sparire dall’umana percezione il momento della germinazione intellettuale. Benedetto Croce disprezzava le università europee del suo tempo,  giudicandole incapaci di produrre pensiero nuovo. Come lo avrebbe tramortito, se avesse conosciuto l’America, la tenuità creativa dei ‘bramini’ accademici d’oltre Athantico!

Successivamente i grandi atenei americani hanno preso a egemonizzare i premi Nobel scientifici. Ma nella ricerca della verità il mondo non ha ricevuto dalle maestose istituzioni USA contributi paragonabili a quelli dei ricercatori scientifici. Restano fuori delle università  quegli intellettuali che credono, qualche volta irragionevolmente, nella solitudine del creatore. Tutti gli altri si muniscono del superdiploma di Ph.D, si integrano nei campus, nelle fondazioni e nei think tanks e sembrano sparire, inghiottiti da quell’immane ‘buco nero’ che è ‘Accademia’, il mondo universitario americano.  Il massimo apporto dell’America alla storia del pensiero civile fu dato dai politici delle origini. Da quella specie di Mosè o Solone collettivo che furono Jefferson -al di sopra di tutti- e poi Hamilton, John Adams, a suo modo lo stesso Washington, che fu il meno intellettule dei Padri Fondatori. Ancora, Andrew Jackson (che lesse qualche libro in più del padre della patria) e Abramo Lincoln, che voleva liberare gli schiavi perchè ritornassero in Africa, non perchè si inventassero americani. Infine Theodore Roosevelt, ultimo degli statisti creatori di pensiero americano, proprio in quanto ‘a damned cowboy’.

Dopo questi re-filosofi,  ad ammaestrare il popolo e il mondo non ci sono stati che  cattedratici e presidi di facoltà. Un’America solo vitalistica, senza rovelli interiori? Forse piuttosto una civiltà che nei secoli formativi non si è curata di concetti. Però quando venne il momento glorioso degli artisti, dei musicisti popolari, dei cineasti, tutti estranei all’Accademia, l’America e il mondo si riconobbero in loro fino in fondo.

Peraltro tra gli anni esaltanti in cui Jefferson e gli altri modellavano la società (idealmente) egualitaria, e la Guerra civile -il più aspro dei drammi americani prima del Vietnam e dello sprofondamento nell’edonismo/consumismo- ci furono due intensi movimenti di ricerca spirituale: il Trascendentalismo e l’assieme dei movimenti d’utopia.

 

 

La stagione Trascendentalista

Il Trascendentalismo fu l’affiorare in terra letterario-filosofica dello spirito della Rivoluzione e della Frontiera. Nel 1836, sessant’anni dopo la Dichiarazione d’indipendenza, Ralph Waldo Emerson pubblicò ‘Nature’. La Natura vi campeggiava quale deità e quale contesto (pure l’America ebbe il suo Romanticismo); ma il saggio fu la traduzione in termini intellettuali del principio democratico espresso dalle foreste e dalle praterie: principio che emancipava gli  americani da retaggi aristocratici e conservatori.

E come la democrazia americana fu essenzialmente ottimista, così il Trascendentalismo trovò in Walt Whitman e in altri le voci per affermare la gioia di vivere nell’azione. La quale a sua volta animava la nascita della Repubblica, la Frontiera, le altre manifestazioni di vitalità e l’egualitarismo che folgorarono Alexis de Tocqueville. Invece Hawthorne e Melville dettero testimonianza del senso tragico-eroico della vicenda umana, e Thoreau estremizzò le componenti libertarie che erano comparse nella Rivoluzione e le saldò all’individualismo/volontarismo della conquista dell’Ovest.
Un saldo legame fu il senso religioso della natura. ‘Walden’, la piccola opera di Thoreau, è una Scrittura, e Concord, Mass. un Santuario trascendentalista. Come non pensare, anche per le facili assonanze, a quel manifesto romantico, più o meno coevo, che furono le schumaniane

‘Waldszenen’, espressione del più ‘trascendentalista’ tra i movimenti europei dell’Ottocento?

 

Il Trascendentalismo, fiorito nel New England tra gli anni di accelerazione progressista che portarono Andrew Jackson alla Casa Bianca e quelli che fecero precipitare la Guerra civile, fu anche altre cose. Fu affermazione umanistica contro lo stanco rigore del puritanesimo bostoniano; e fu slancio verso i poveri e i semplici. Non mancarono le conseguenze pratiche. Il Trascendentalismo dette un sostegno, sia pure sommesso e interiorizzato, a ciò  che fu valido in un movimento operaio che un secolo e mezzo fa nasceva e subito favoriva lì un patto sociale invece del conflitto. La condizione dei lavoratori migliorò così prontamente che presto i viaggiatori europei riferirono che in America le differenze sociali, almeno quelle esteriori, ‘erano finite’.

Infine il Trascendentalismo giustificò e rafforzò l’antischiavismo, l’altro altopiano dell’idealismo in America. Il nome che assunse diceva la fede nell’invincibilità  dell’anima quale coacervo delle risorse interiori dell’uomo. Si pose come fattore di una liberazione spirituale senza la quale la liberazione politica sarebbe risultata unidimensionale.

L’anima. In quegli stessi anni Marx e Engels fecero detonare la massa esplosiva del materialismo storico. A cose consumate, ora sappiamo a chi apparteneva il futuro: non alle falangi del marxismo, che vinsero innumerevoli vittorie per poi essere spazzate via; invece all’ingenuo  spiritualismo americano annunciato da Emerson.

Questo operoso Romanticismo d’Oltreoceano fu strozzato dalla ferocia della Guerra di secessione, poi dal tumultuare dell’industrializzazione e del benessere consumistico. Oggi però  è il solo riferimento culturale autoctono per una Rinascenza americana. Se l’America dello spirito rinascesse sarebbe una nuova primavera del mondo.

 

Non troppi anni dopo il sinistro auto-da-fé nel Vietnam, il sistema occidentale allora guidato duramente dagli Stati Uniti celebrava un trionfo immeritato: il comunismo crollava di schianto come alternativa al capitalismo. Crollava persino, in prospettiva, come regola per la realtà della Cina, una volta passata l’epilessia del tardomaoismo e della Rivoluzione culturale. Il comunismo si sconnetteva come vertebrazione di un campo socialista. In Europa il fallimento catastrofico della proposta marxista veniva conclamato dalla rotta disordinata dei partiti comunisti, dall’umiliazione del futile estremismo giovanile esploso nel 1968, dall’afflosciamento di ogni coerenza in quella che era stata la milizia intellettuale dei ‘mugwumps’ all’europea. Infine la disfatta marxista fu confermata dall’omologazione di tutte le sinistre alla millenaria corruzione del Vecchio Continente. Marcio il sistema liberal-capitalista, marcio il suo settore comunista.

 

Insomma l’ipotesi palingenetica riferita al sinistrismo marxista si frantumava in ogni angolo di mondo. Sulle macerie del materialismo storico si alzavano gli archi di trionfo del materialismo vero, quello triviale del consumismo. Ma forse anche quest’ultimo materialismo vince vittorie di Pirro. Quando si smorzerà per vecchiaia, tra le schiere della riscossa ideale figurerà anche il misconosciuto Trascendentalismo nato nel New England.

 

Il primato passa a New York

Con la fioritura letteraria da cui fu accompagnato, il Trascendentalismo fu una forte ultima espressione del New England. I suoi esponenti, lo abbiamo visto, agivano nell’area di Boston, la capitale culturale delle colonie inglesi. Però lo spirito del New England fu indebolito dalle fabbriche e dall’immigrazione. Walt Whitman, il ‘barbaro’ che accentuò i lineamenti popolari della novità americana, era in parte estraneo alla tradizione della Nuova Inghilterra. Quanto a Ralph Waldo Emerson, egli sottolineò il moltiplicarsi, negli anni della Guerra di secessione, dei progetti di salvazione:”Sorgevano apostoli che volevano guadagnare la gente alla condizione rurale; altri che predicavano non doversi né vendere né comprare per non toccare denaro; o che imputavano agli avvocati o ai commercianti questa o quella forma di sfruttamento e di impostura”.

Anche questi bislacchi estremismi affrettarono le riforme: mitigazione della giustizia penale, primi vagiti della previdenza sociale, lotta all’alcolismo, voto alle donne, esecrazione della schiavitù. Ma  il dissenso  per così dire antisistema avrebbe avuto un empito meno vigoroso se non avessero agito altre spinte e lacerazioni. Il Trascendentalismo non fu un fatto isolato dell’America. Fu pure parte della grande mobilitazione umanitaria e progressista che animò il XIX secolo in Europa. Ciò che esso disse di specifico fu che l’America offriva le condizioni per un nuovo patto salvifico tra la Natura e gli uomini. L’armonia con la Natura era al centro del messaggio di Emerson, così come lo era l’imperativo romantico di disobbedire ai canoni.

 

Disobbedire è quanto faceva a pochi passi da Concord, Mass. Henry Thoreau. “I quietly declare war with the State, after my fashion”. Il rispetto che negava ai reggitori della società, egli lo offriva agli animali della foresta, “indigeni veri, i cui antenati hanno vissuto qui più a lungo dei miei; sono i legittimi signori della Wilderness”. Thoreau si spinse fino all’animismo che conseguiva a un’intuizione panica; “Lo spirito di un albero è immortale come me”. Thoreau fu un fauno, è stato scritto. E’ il compenetrarsi nel bosco che dà a ‘Walden’, il suo acre fascino.

Un secolo e mezzo dopo ‘Walden’ è assai più che un testo ecologista: E’ una profezia politica. Il comunismo è morto ma il liberismo capitalistico vive gli allungamenti di una vecchiezza impura e malata. Nessun progetto di riscossa dell’uomo è concepibile fuori del rifiuto della continuità sottomessa.

 

 

Mormon o la fede inventiva

Si è antagonizzati da alcune manifestazioni puerili della religiosità nordamericana, così lontane dalle interiorizzazioni. Alcune ci appaiono ciarlatanesche, degenerazioni della religiosità. Venire a contatto col Tv-Evangelism è un’esperienza dolorosa. Predicatori che si arricchiscono personalmente grazie a un’inspiegabile suggestionabilità delle folle più incolte e svantaggiate, tutto ciò in assenza della sacralità che normalmente facilita l’esaltazione. Nei casi migliori gli ‘evangelists’ sono demagoghi di anime. Spesso sono anche impostori. E tuttavia non è senza fondamento la convinzione che gli americani siano un popolo assetato di fede; il più religioso d’Occidente, si usava dire.

Una tra le espressioni religiose più sconcertanti, quella dei Mormoni, resta un lineamento vigoroso della fisionomia americana. In ogni caso è un capitolo significativo della conquista del West. La ‘Chiesa dei Santi dell’Ultimo Giorno’  fu la creazione di Joseph Smith figlio di contadini, un irregolare di eccezionale capacità fantastica, ricchissimo di comunicativa. Nato nel Vermont nel 1805, dopo anni di girovagare nel New England si era fermato con la famiglia paterna a Palmyra, una contrada di passioni religiose e di profeti.

A quindici anni cominciò a raccontare le sue visioni. Ecco quella fondamentale: un angelo del Signore di nome Mormon gli aveva rivelato che tutte le religioni del passato erano false. Quindi gli aveva ordinato di scavare sotto una roccia non lontana da Palmyra. Lì Joseph aveva trovato alcune tavole d’oro, incise con caratteri misteriosi ( li defini ‘egizi riformati’) e accompagnate da un paio di occhiali magici che gli avevano permesso di decifrare la scrittura delle tavole. Nel 1830 pubblicò  il Libro della Nuova Rivelazione. Narrava tra l’altro di una ‘tribù perduta’ di Israele, la tredicesima, finita in America e poi confusa coi nativi indiani. Mormon era stato l’ultimo patriarca e profeta della tribù perduta.

La misura del carisma e del genio di Joseph Smith è data dal fatto che quell’anno stesso fondò la sua chiesa; se ne proclamò profeta e capo assoluto;  avviò un proselitismo fulmineo. All’affabulazione visionaria/teocratica aggiunse una concreta spinta solidaristica, congeniale alla temperie e alle circostanze in cui predicava e faceva proseliti. I suoi seguaci si sentirono una comunità coesa e militante..

Smith e i suoi discepoli praticarono subito la poligamia: anche questa una dimostrazione di non resistibile carisma. A Nauvoo (Illinois) il Profeta ricevette la rivelazione che, collegata a una citazione di Isaia (IV.1) legittimava i portatori della fede mormona a sposare molte donne. Una parte dei Mormoni si rifiutarono alla poligamia, vietata dalla legge ed esecrata dal sentimento comune; e Smith fece distruggere le macchine che avevano stampato un foglio dei dissidenti. Allora fu incarcerato assieme a un fratello.

 Joseph Smith aveva trovato un seguito troppo immediato, entusiasta e trasgressivo per non attirare persecuzioni. La comunità mormona, perseguitata poi scacciata dallo stato del New York e dall’Ohio boscoso, continuava a ingrossarsi; in più era caratterizzata da un’efficienza nelle cose pratiche che appariva diabolica. Nel Missouri fu data alle fiamme una loro ‘banca’. Smith e i suoi seguaci semi-analfabeti, circondati da ostilità e combattuti anche fisicamente, avevano già realizzato imprese che sbalordivano e suscitavano invidie.

Nell’Illinois gli incendi delle case e delle fattorie dei Mormoni culminarono nel 1844 nel linciaggio di Joseph e del fratello, strappati dalla prigione di Carthage dove erano stati ancora rinchiusi. Il Profeta aveva 39 anni. Quasi un Maometto nord-americano, era riuscito a far sorgere la ‘Nazione degli Eletti’. Tutto ciò era al tempo stesso favolistico e reale.

 

Sorse un nuovo Mosè, Brigham Young, che con una capacità strabiliante convinse quasi tutti i Mormoni -centinaia di famiglie- che dietro montagne molto lontane a Ovest avrebbero fondato una Città Santa, dove nulla avrebbero potuto i loro nemici. Cominciò la lunga marcia che li portò con  i carri e il bestiame attraverso vasti territori delle Rocky Mountains e al di là della catena Wasatch, fino alla Salt Lake Valley, nell’attuale Utah. Allora (1845) la vasta zona era un’estrema provincia settentrionale del Messico, lunga quasi 500 chilometri e largamente desertica. In sei giorni Brigham Young e i suoi luogotenenti fecero i piani della colonia e scrissero le prime leggi. La terra sarebbe appartenuta indivisa al popolo. Assegnata in uso agli individui, sarebbe tornata alla collettività se non fatta produttiva.

L’arido terreno fu reso fertile dalla prima grossa opera irrigua della storia americana. Entro un  mese 100 acri erano stati dissodati, irrigati e messi a coltura. Sin dai primi giorni si  scavarono i canali per addurre l’acqua dalle Montagne Rocciose. La salinità del suolo fu vinta, le sofferenze e le tragedie dei primi mesi vennero affrontate eroicamente: fame, malattie, attacchi degli Indiani, la costante minaccia dell’ostilità bianca. L’economia monastico-militare e più ancora la fede inventiva fecero il miracolo. Entro due anni sorse una città di ottomila abitanti; entro pochi decernni lo Utah era prospero; in meno di una generazione i Mormoni  divennero duecentomila, collettivamente ricchi anche in senso materiale.

L’unico grosso esperimento nordamericano di socialismo di Stato fu un netto successo. Nella Grande Depressione cominciata nel 1929  l’immensa e fiera cooperativa dei Mormoni, gestita come ogni altro livello della loro società dall’Alto Consiglio della Chiesa, rifiutò i sussidi del Tesoro. Per motivi di fede: ‘Solo il Signore dà, il Signore toglie’.

Quando arrivò la ferrovia e lo Utah divenne Territorio dell’Unione, Washington annunciò che avrebbe impiegato l’esercito per stroncare la poligamia  e integrare i Mormoni nella compagine americana, La Chiesa di Tutti i Santi dovette cancellare l’articolo di fede sulla poligamia. L’Utah fu elevato a 45° Stato e i Mormoni continuarono a prosperare, più del resto del West.

Oggi l’istituzione ecclesiastica mormona – ‘la setta’ la chiamano i malevoli- conserva la sua forza: religiosa, economica, politica. Le appartengono, fatto unico negli Stati Uniti, le proprietà maggiori: banche, assicurazioni, patrimoni immobiliari, imprese. La fede mormona è praticata anche in aree limitrofe allo Utah. L’azione missionaria prosegue su scala internazionale: Milano conta tre templi mormoni (in realtà quattro se si aggiunge quello di Sesto San Giovanni).

 

Non fa più prodigi, tuttavia, la fede di Smith e di Young. Anche la loro stupefacente energia appartiene al passato, quando l’America era giovane. I Mormoni costruirono un sistema che inseriva felicemente aspetti collettivistici e dirigistici nell’assetto americano basato sulla proprietà individuale. Garantirono efficienza e un considerevole grado di giustizia sociale. Brigham Young e i suoi furono colonizzatori, uomini di governo e di impresa tra i migliori del loro tempo. E la realtà che costruirono esiste ancora. Di tutti i tentativi d’utopia è l’unico pienamente riuscito.

 

 

Una forca gloriosa

John Brown, il crociato dell’antischiavismo morto sul patibolo il 2 dicembre 1859, si era segnalato quale duro combattente, diciamo pure terrorista politico, con un fatto d’arme, il massacro di Ossawatomie (o Pottawatomi), compiuto nel Kansas a capo di un’organizzazione guerrigliera che contrastava sul campo le bande schiaviste. Nell’ottobre 1858 attuò uno sforzo disperato per far nascere una repubblica abolizionista nelle montagne appalachiane e lì raccogliere uomini, neri fuggiaschi compresi, per una temeraria campagna contro l’oppressione schiavista.

Alla testa di diciotto seguaci si impadronì dell’Arsenale (deposito d’armi) di Harper’s Ferry. Quando le truppe federali attaccarono in forze, Brown sparò con implacabile fermezza avendo al suo fianco due figli uccisi. Il gruppo fu catturato dopo che 14 uomini erano già morti. Prima di salire sulla forca John Brown scrisse ai figli superstiti d’essere”contento di morire per la verità eterna di Dio”. Si cercò di negare sepoltura cristiana al cadavere. Ma Ralph Waldo Emerson scrisse “Quel nuovo santo renderà la forca gloriosa quanto la Croce”.

La secessione del Sud cominciò poco dopo (12 aprile 1861), con le cannonate del South Carolina contro Fort Sumter. Fu al tempo stesso un’espressione d’odio e la cupa manifestazione di un progetto d’autodeterminazione che a Sud si credeva legittimo: il sistema della piantagione  basato sulla manodopera nera, nel quale però i padroni tenevano al benessere degli schiavi in quanto fattori produttivi, e in più davano scuola, medico e chiesa.

 

Il Nord non combattè solo nel nome dell’ideale antischiavista. Fossero stati in gioco esclusivamente gli interessi economici e politici, la terribile guerra fratricida forse sarebbe stata evitata. Ma la schiavitù negava troppo i principi della rivoluzione americana. Cinque, sei decenni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza gli idealisti del New England enunciarono il dilemma “America o ingiustizia”. L’immortale Dichiarazione di Jefferson aveva sancito “Tutti gli uomini sono stati creati uguali”.

Non per niente l’alta società reazionaria di Philadelphia e di New York parteggiò fino all’ultimo per il Sud. Disse bene James M. Mason senatore della Virginia: “ Questa che scoppia è una guerra di sentimenti dichiarata da una forma di società contro un’altra forma di società”. Messa così la Secessione avrebbe dovuto avvenire il 4 luglio 1776, Independence Day.

 

 

 

Vitalismo degli anni 1880

Julian West l’eroe di ‘Looking Backwards’, romanzo utopico di Edward Bellamy, si addormenta nel 1887 per risvegliarsi nel 2000 e farsi tramortire -ma non troppo- dai cento e cento cambiamenti provocati dal progresso. Il decennio in cui Julian West intraprende il suo viaggio nel futuro è in America fervido di invenzioni, turgido di vitalità. Thomas Edison con la sua ‘bottega’, dopo avere concepito la lampadina elettrica,è sul punto di realizzare la cinematografia. Nikolas Tesla inventa la dinamo polifase a corrente alternata. Per essere più precisi, Tesla brevetta nel 1888 un motore elettromagnetico. Ha una fantasia così temeraria da concepire un sogno prometeico: modificare i campi magnetici del globo.   

Sempre in quella fase di irruenti creazioni tecniche, un’esecuzione capitale di tipo nuovo appare un avanzamento umanitario: nella prigione di Auburn (Stato di New York) l’omicida William Kemmler viene ‘westinghoused’, messo a morire sulla sedia elettrica costruita dalla fabbrica creata da George Westinghouse. A lui risale anche l’invenzione del freno ferroviario ad aria compressa.  Negli stessi anni George Pullman realizza il vagone letto, mentre  molte altre realizzazioni cambiano la vita di tutti.

Intanto si concepisce il piano  di un impero nel Pacifico. Nel 1867 gli Stati Uniti hanno già comprato dalla Russia l’Alaska e si sono assicurati un diritto su Pearl Harbor. Quando nel 1889 alcune navi britanniche e tedesche tentano di asserire la sovranità delle loro nazioni sulle isole Samoa, trovano i vascelli americani pronti a fare fuoco. Poco dopo il Congresso di Washington pone le basi per quella che sarà l’impresa del canale di Panama.    

Su questo sfondo di aggressivo vitalismo si stagliano i titani dell’industrializzazione: specialmente John D.Rockefeller, che fu creduto il più ricco al mondo, e Andrew Carnegie costruttore di acciaierie mastodontiche. Arricchendosi smisuratamente, i capitani d’industria   sono gli iniziatori di una filantropia su scala colossale, in passato inimmaginabile. Rockefeller fa in proprio, a favore della collettività, molte delle cose che in Europa spettano ai grandi Stati, e prima ancora ai monarchi di diritto divino.  Carnegie, un ex-minatore, elargisce anch’egli  su grandissima scala. In più lancia dalla città dell’acciaio, Pittsburgh, un messaggio di dionisiaca fiducia -oggi inconcepibile- nel progresso e  nell’eguaglianza delle opportunità: il libro ‘Democrazia trionfante’ (1886).

 

Fu naturalmente anche l’età dei ‘robber barons’: ma persino i Jay Gould e i Jim Fisk, tra i più arroganti nell’affermare il diritto di far preda, non mancarono d’una loro grandezza. Era un tempo, per così dire, di personalità a tutto tondo. Per vie traverse, anche i robber barons pervennero alla gloria. E che dire della più americana delle opere, il grattacielo, compiuta in una Chicago che negli anni Ottanta raddoppiò una popolazione già da metropoli? Nel 1883 l’America espresse persino un solitario inventore di razza nera, Jan Matzeliger, che nel Massachusetts trasformò la produzione industriale delle scarpe.

Intanto arrivavano mezzo milione di immigrati all’anno, ora soprattutto dall’Europa meridionale e orientale, e si ammassano negli slum delle metropoli sull’Atlantico o del retroterra. Il West era stato conquistato da altri, la Frontiera era ormai chiusa. Ma per gli intraprendenti le opportunità erano ancora larghissime. Quelli che restavano nei formicai di NewYork, di Boston  e di Chicago erano troppo poveri, troppo incolti o rassegnati per coglierle. A parte gli ebrei russi, polacchi e tedeschi, non erano all’altezza della sfida dell’America. Essa voleva al tempo stesso ardimento, senso della conquista, rapacità, orgoglio anche etnico-culturale, idealismo.

 

In qualche misura la moltiplicazione delle masse metropolitane fu, e tuttora è, più che una crescita di civiltà, una proliferazione di cellule come quella che oggi fa contare a decine di milioni l’umanità miserabile delle informi megalopoli  del Terzo Mondo. Questo male presentì dolorosamente Thomas Jefferson: l’America doveva essere altra cosa.

 

 

Estremo contrattacco dell’America: Theodore Roosevelt

Colui che sarebbe risultato l’ultimo presidente dell’America giovane, sdegnoso dell’infiacchimento e delle deformazioni generate dall’urbanesimo, prima di catapultarsi sulla scena nazionale andò a fare per due anni il cowboy e l’allevatore in un proprio ranch nel Dakota. Poi annunciò in un libro, ‘Ranch life’, che ‘cominciava a morire la fase migliore dell’America’. In essa il cowboy -non il pistolero- “era il duro campione della nostra razza: intrepido, ospitale, indomito, avventuroso”.

‘Ranch life’ fu illustrato da Frederic Remington, egli stesso l’incarnazione di uno spirito spavaldo e generoso. Con quasi 2700 disegni e dipinti, più i bronzi e innumerevoli scritti, Remington fu il grande reporter e artista della Frontiera. L’esatto contrario -non solo nella fibra mentale, anche nel fisico che aveva atletico- dell’intellettuale sedentario e supponente della East Coast.

“Furono gli anni vigorosi dell’America” scriveva un secolo dopo William H. Goetzmann, uno’ scrittore di storia dagli istinti non appannati. Nell’inverno 1886-87, mentre i professori e i giornalisti della Costa Atlantica si limavano le unghie letterarie, nei pascoli del West le tormente decimavano le mandrie. Quell’anno i cowboys furono gloriosamente sconfitti.

 

Intanto la popolazione dell’Ovest si moltiplicava. Nel territorio del Dakota crebbe di 40 volte in vent’anni. Ebbero scarso esito i tentativi di organizzare i contadini poveri -prima nella Farmers’ Union, poi nel Populist Party- contro il Big Business, i banchieri, le ferrovie e la dipendenza dall’Est. Nelle città industriali crebbero in potenza i sindacati, con poco vantaggio per l’America: col tempo il Big Labor sarabbe divenuto altrettanto detestabile quanto il Big Business. Che oltre un secolo dopo, nei nostri giorni, le Unions (alcune infiltrate dal racket) stiano deperendo vistosamente è uno dei pochi segnali di speranza per un’America caduta nella trappola micidiale del consumismo. Alla fine degli anni Ottanta del secolo XIX si dispiegò l’azione umanitaria dei riformatori idealisti. Charles Loring Brace sistemò centomila orfani in case di agricoltori. Qualcuno ha calcolato che fu un flusso di popolazione pari in numero a quello dei ‘Fortyniners’, quelli che accorsero in California nella febbre dell’oro.

 

 

Mezzo secolo di primati oceanici

I primi dell’Ottocento videro l’inatteso emergere degli Stati Uniti quali nazione marinara. Quando la conquista dell’Ovest era ancora da venire gli americani delle regioni sull’Atlantico si davano con slancio ai commerci marittimi e alla costruzione navale. Tra i moventi della guerra del 1812 con la Gran Bretagna figurarono importanti le spinte degli armatori del New England e le ragioni  dell’import-export. Già  nell’anno 1700 il governatore del Rhode Island osservava che sempre più giovani del Nord-Est sentivano l’inclinazione “to betake themselves to the imployment as sailors”. Infatti ben prima dell’Indipendenza le navi da carico coloniali solcavano i mari asiatici e il Mediterraneo in aggiunta all’Atlantico e ai Caribi. Letteralmente, i Sette Mari. Quando venne la Rivoluzione tre quarti del commercio delle colonie nordamericane utilizzavano navi proprie.

Nel ventennio che seguì l’Indipendenza, la crescita della marineria fu impetuosa. Nel 1791 settanta velieri (molti dei quali di tonnellaggio esiguo) salparono da Boston in un solo giorno.Nel 1803 arrivarono a Pietroburgo novanta navi statunitensi. Lo scrittore Henry Thoreau si estasiava ad ammirare, non lontano dal suo romitaggio di Walden Pond, le braccia muscolose che tagliavano ghiaccio da esportare dovunque nel mondo c’era abbastanza denaro da pagare questo lusso. Nell’export del ghiaccio gli americani erano sempre più efficienti. I ricchi mercanti di Canton erano avidi operatori del business dell’acqua congelata americana. Già nel 1790 il commercio con Canton valeva da solo un settimo dell’import-export americano.

L’importazione del té cinese e la scoperta dell’oro californiano dettero un impulso straordinario allo sviluppo di velieri veloci, costruiti nei cantieri americani, fino ad arrivare alla gloria dei ‘clippers’, il cui albero maestro poteva ergersi fino a 60 metri sul livello del mare.

 

Nella prima metà dell’Ottocento, a partire dal 1824, i velieri americani, molto superiori a quelli inglesi, pervennero a dominare i traffici oceanici coll’ex-madrepatria. Nel 1848 i commercianti del Regno Unito costrinsero Westminster a riconoscere loro per legge il diritto di preferire i vascelli americani, costruiti in modo da sviluppare velocità quasi doppie dei vascelli nazionali. I clipper risultavano i velieri da carico più agili ed eleganti della storia.

 

 

La rotta del Capo Horn, da New York e da Boston a San Francisco, prendeva in media 159 giorni. Invece nel 1850 il clipper ‘Sea Witch’ ne impiegò solo 97. L’anno dopo il ‘Flying Cloud’  stabilì un record mai superato: 89 giorni. La cantieristica americana era la migliore in assoluto per quel che riguardava i fuoriclasse del trasporto a vela.

I clipper non erano solo veloci e superbi: Il ‘Sovereign of the Sea’, varato a Boston dal cantiere McKay, era il più grande mercantile della storia fino allora. L’altro clipper ‘James Baines’ fece da Boston a Liverpool in 12 giorni e un quarto. Il gemello ‘Lightning’ stabilì il record giornaliero: 436 miglia marittime. Il ‘Columbia’ di Boston, capitano Robert Gray, circumnavigò il globo percorrendo 42 mila miglia.Per un’intera generazione non ci fu mercantile, veliero o piroscafo, capace di superare questo primato. Peraltro è da tenere presente che i mercantili americani superavano di rado le 200 tonnellate.

La leggenda che i clipper crearono non fu duratura. Ebbero troppo successo, se ne vararono troppi. A partire dal 1860 la propulsione a vapore e la costruzione navale in ferro segnarono la fine della meravigliosa ‘età del clipper’, che era stata favorita dalla straordinaria abbondanza degli alberi americani.

 

 

‘Packets’ antenati dei transatlantici

Verso la fine del 1817 gli armatori americani aprirono una nuova fase con i ‘packets’: linee oceaniche, con navi che salpavano a date fisse, con qualunque tempo e qualunque carico. All’inizio mettevano 23 giorni per Liverpool e 40 giorni per il ritorno a New York controvento. Presto le traversate si fecero più brevi e per una generazione anche i packets dominarono la rotta atlantica. Al tempo di Herman Melville, New York era una ‘città di navi’, il suo porto popolato di vascelli. Quello di San Francisco giunse a contare 450 velieri all’ancora.

I packets abbassarono da più di sette a cinque settimane il tempo medio della navigazione controvento per l’America. Però lo sforzo di battere il colosso britannico Cunard finì coll’estenuare la statunitense Collins Lines. Il grosso dei passeggeri dei packets erano gli emigranti.La ‘potato famine’ irlandese ne mandò in America 163 mila. Nelle stive della terza classe’ il passaggio costava una ventina di dollari. “It was a booming business -commenta uno storico- for shrewd men who organized the traffic in human freight”.

Boston, hub del commercio marittimo del New England, contava fino agli anni Quaranta dell’Ottocento più armatori che New York. Per raggiungere il Pacifico le loro navi affrontavano le terribili tempeste di Cape Horn.

I balenieri trasferirono gradualmente dall’Atlantico al Pacifico i loro campi di caccia, man  mano che i cetacei presero ad evitare le acque nord-atlantiche, dove avevano fatto le fortune di New Bedford, di Nantucket e dell’intero Massachusetts.  Nei primi settant’anni dell’Ottocento la whaling industry prosperò sull’olio e sugli spermaceti delle balene, così

ricercati per accendere lumi e candele. Me le condizioni di lavoro e di vita su quelle navi erano così terribili che i marinai cercavano di non ripetere l’esperienza. A bordo diventavano veri e propri schiavi, all’occorrenza frustati senza pietà. Gli ammutinamenti erano numerosi.

 

Invece era piacevole la navigazione a bordo dei packet e dei clipper.  Verso il 1845 New York da sola vantava tre partenze di linea alla settimana. Il ‘Sirius’ fu il primo scafo ad arrivare a New York (19 giorni dal porto irlandese di Cork) propulso solo dal carbone. Quell’anno stesso arrivò il superbo ‘Great Western’. I newyorkesi festeggiarono ma la grossa novità segnò il tramonto dei meravigliosi velieri americani. Fu il trionfo della Cunard Line, alcuni dei cui transatlantici abbassarono la traversata a qualcosa meno di 10 giorni. L’americana Collins Line, meglio sussidiata dal governo di Washington, offriva un servizio migliore, ma sappiamo che finì sconfitta: anche per il naufragio nel 1854 del proprio transatlantico ‘Arctic’ (318 annegati), seguito da quello del ‘Pacific’ due anni dopo. Il Congresso ridusse i finanziamenti alla navigazione e la siderurgia cantieristica statunitense non seppe reggere alla concorrenza britannica.

I gloriosi clipper, orgoglio d’America, si ridussero a trasportare legnami, farine, guano e coolies cinesi finché furono abbandonati e demoliti per recuperare legname.

 

 

 

Monachesimo americano: il sogno di ripudiare la città

La guerra d’Indocina, aperta da Kennedy, portata alle punte estreme da Lyndon B.Johnson, conclusa nella sconfitta e nell’umiliazione da Nixon, fu uno dei fattori che generarono quel breve sommovimento nel profondo che fu, negli anni  Settanta del secolo XX, il ‘ritorno alla terra’ di una minoranza di giovani americani, intellettuali o orecchianti di cultura.

 

Agirono altri fattori. Nel panico suscitato dalla crisi del petrolio nel 1973 sembrò che i giorni della prosperità dell’Occidente fossero contati; che i paesi venditori di materie prime avrebbero strangolato quelli compratori; che dunque avrebbe perso senso il vivere nelle contraddizioni della società urbana. Ma i veri moventi del ritorno alla terra furono l’idealismo romantico, l’anelito umanistico, la ribellione antimaterialista, anticonsumista, antimonetaria, antiborghese.

“Un’intera generazione giovane respinge, con la città e coi  suburbi residenziali, l’assieme dei valori di Middle America” scrisse in quel momento il noto giornalista storicizzante Alistair Cooke. “Questi idealisti si ritirano in contrade solitarie per fare come i primi Puritani: costruirsi un rifugio e una propria società”. Ecco una situazione tipica, una comune nel New Hampshire visitata da Cooke. Tutti laureati. Coltivano o allevano ciò che mangiano. Praticano tutti i mestieri manuali di una colonia rurale isolata e autosufficiente o quasi. Si dividono i compiti di un’organizzazione collettivistica, accudiscono a turno i bambini. La sera, riuniti attorno al desco comune, prima di mangiare si prendono per mano e una giovane donna dice una preghiera poetica: parla di serenità, del tempo che sana le ferite, di lacrime che si asciugheranno secondo la legge della vita.
Chissà se saranno ancora insieme l’estate prossima, annotava pensoso il visitatore, sapendo quanto numerose furono nella storia le sconfitte di queste comunità di scontenti. “L’America, dopo tutto, fu fondata da scontenti”. Comunità utopiche quasi tutte fallite, a parte i Mormoni, i Quaccheri, i Mennoniti, gli Amish e poche altre meno note: qui il collante religioso e la disciplina fermissima degli ordini para-monastici hanno tenuto, come gli esperimenti di collettivismo laico e progressista non hanno saputo fare.

 

 

 

New Harmony

Il tentativo d’utopia più citato nei libri di storia americana è New Harmony, insediamento collettivo nei boschi dell’Indiana, sulle rive del fiume Wabash. Nel 1825 Robert Owen, dopo aver fatto l’industriale illuminato nei suoi prosperi opifici del Galles, volle realizzare qui un progetto di rigenerazione. Una città d’utopia, naturalmente nella foresta americana. Comprò 50.000 acri sulle rive del Wabash, un affluente dell’Ohio che attraversa l’Indiana e l’Illinois, in paesaggi tra i più gentili del continente. Comprò gli edifici di una colonia religiosa fallita. Attrasse varie centinaia di individui, soprattutto gente di studio, per costruire una realtà comunitaria improntata ai principi di un’astratta perfezione. Assoluta uguaglianza, libertà illimitata: compresa quella di coltivare le arti e le lettere mentre altri, di necessità, coltivavano i campi con le braccia. Tutto era tenuto in comune. Si mettevano in atto le forme più azzardate di governo privo di autorità.

New Harmony accese di speranza o di curiosità filosofi e riformatori di mezza Europa, Friedrich Engels compreso. Ma non durò più di quattro anni, dopo di che il patrimonio di Robert Owen finì. Nella memoria dell’America pura di cuore la colonia sul Wabash è rimasta come un momento di fervida illusione, uno degli slanci il cui spegnersi ha invecchiato la ‘Fidanzata del mondo’, devastandone la bellezza.

Non fu abbastanza creativa, New Harmony, né fu ragionevole. Però aprì una finestra con vista su un paesaggio morale cui gli europei si erano affacciati quasi solo nelle esperienze eremitiche. Fu il sogno di una convivenza nuovissima e allo stesso tempo antica, da alba della storia, nelle solitudini di terre mai prima popolate.

New Harmony non fu  affatto l’unica esplorazione americana nell’ignoto di una società non materialista. Altre brevi marce furono tentate verso una Frontiera ‘francescana’, spiritualmente opposta a quella dei più: E’ rimasto, per esempio, il ricordo di Brook Farm e di Fruitland, due tentativi di realizzazione utopistica ispirati al Trascendentalismo. A Brook Farm accorsero nel 1841 Margaret Fuller e altri intellettuali decisi a vivere di semplicità e di pensieri puri. Nathaniel Hawthorne, affascinato come Thoreau, l’autore di ‘Walden’, dalla ricerca interiore fatta in solitudine o tra pochi compagni, tramandò il senso di Brook Farm nel suo ‘Blithedale Romance’, opera meno nota della ‘Lettera scarlatta’, ma altrettanto significativa. Portò anch’essa il segno del pessimismo di Hawthorne, così dissonante dalla metafisica speranza del Trascendentalismo. L’America, del resto, forse non sarebbe nemmeno nata, se i Pellegrini del  ‘Mayflower’, e dopo di loro molti altri gruppi, non avessero sentito l’impulso di fondare la nuova Gerusalemme nella protezione della foresta (così come gli anacoreti della Tebaide attendevano salvezza dal fatto in sé della lontananza  dal mondo, dalla purezza del deserto).

 

I    ‘pionieri  alternativi’ delle origini americane fecero l’opposto dei grandi colonizzatori della storia occidentale, dai greci agli spagnoli ai portoghesi agli inglesi. Costoro si insediavano al di là dei mari per riprodurre gli ordinamenti e i valori delle madrepatrie. Invece i più motivati o più visionari tra coloro che vennero nel Nord America si riferivano a madrepatrie ideali i cui modelli erano attuabili solo nella Wilderness, cioè fuori della storia.

Con tutte le sconfitte delle New Harmony, delle Brook Farm e dei Walden Pond, l’America è la terra dove alcune utopie si avveravano. Finché ebbe una Frontiera. Finché non divenne una nazione di città, di banche, di grossi atenei, di ipermercati.  Le utopie si corruppero e morirono per la debolezza delle componenti religiose negli  impulsi ‘ascetici’ dei laici. La laicità non sa possedere i cuori e le menti. Ma qualche utopia si realizzò. Ricordiamoci della ‘Città dei Santi’: la teocrazia dei Mormoni resta una stupefacente vittoria del delirio vivificante sull’opacità del senso comune.

                           

Raccoon Pond Farm

una tra le ultime illusioni

 

Un’estate nel 1978 la mia famiglia di italiani sbarcava in Texas per cambiare vita: avremmo fatto gli agricoltori in Ontario. Avevo 16 anni. Sarebbe finita la noia di Londra, dove avevamo abitato. L’approdo in Texas, invece che a Toronto, era per attraversare il Nord America anglosassone. In automobile, in modo da penetrare nelle contrade. La farm, cinquecento acri di cui un terzo a bosco con i coyote, l’avevamo comprata in Canada perché la terra costava meno che negli Usa, il contesto era più amabile e disteso. Niente guerre in Indocina, niente ambizioni planetarie, meno delinquenza. Per il resto, lo sapevamo che il Canada non era che il Settentrione semi-spopolato di un paese/continente, il Nord America. Lì ci stabilivamo non proprio per una scelta di campo antiyankee. Piuttosto per un convergere di opportunità e di piccoli distinguo.

Undici anni dopo chiudemmo la farm: Arrivati all’agricoltura nordamericana alla fine di un decennio di eccezionale prosperità di quelle campagne, già pochi mesi dopo ci accorgemmo che il ciclo cambiava. I prezzi dei cereali cominciarono subito a scendere, come nei classici del romanzo americano. Quando smettemmo, una tonnellata di mais costava un terzo meno che undici anni prima; invece i costi avevano continuato a salire. Lì non esistevano sussidi alla Mercato Comune europeo. Si lavorava su margini strettissimi, quando c’erano.

Imparammo a fare quasi tutto da noi, dal produrre raccolti a riparare macchinari complessi, ad aiutare a costruire una buona casa in legno, avvolta di fasciame bianco come vuole una tipologia locale, ombreggiata da olmi, frassini e un melo decrepito. Nel frattempo mi laureai architetto. Il ciclo della monocoltura lascia il tempo per studiare, allevare ubbie, vagare nel  Continente. Il mestiere di farmer estensivo l’avevamo scelto per questo.

Navigando le difficili acque dell’agricoltura marginale e sottocapitalizzata, partecipammo, in qualche misura, a quanto accadeva ad altri in quegli anni. Parlo di quella minoranza di americani di città che avevano scelto l’esilio idealistico. Erano una micronazione: l’America del fervore umanistico/ecologico, sostanzialmente antimoderno. Erano altri seguaci del Thoreau di  ‘Walden’,  altri rifondatori delle tante Comuni utopiche, senza le quali il mito americano si sarebbe spento prima.

Erano quella parte del paese-Nord America che aveva sognato di tornare alla terra. Noi, non loro, avevamo  fatto il ritorno per il gusto di coltivare vasti campi, di guidare grandi trattori, plastici come sculture, più belli e più veri dei mestieri di città.  Noi ci sentivamo coltivatori diretti. Loro,  argonauti della vanga e della scure, materializzavano ben più di noi un modello alternativo. Loro erano antiborghesi praticanti fino in fondo.

Tra loro prevalevano i trentenni, più spesso che no laureati o assimilabili. Con una differenza netta rispetto alla gente colta di casa nostra: condividevano l’attitudine e la capacità del lavoro manuale, delle cose fatte materialmente da sé, non per hobby ma per necessità. Nel Nord America la scuola, la famiglia, il costume insegnano da sempre le tecniche di base delle occupazioni manuali. Sarà bene sarà male, ma alla high school si studia anche la saldatura e la carpenteria, inevitabilmente a spese delle letture poetiche. In una nazione che nacque pioniera, è comprensibile resista l’attitudine a fare con le proprie mani. Dei vicini immediati della nostra Raccoon Pond  Farm, si erano costruiti casa da sé, fisicamente, il preside d’ingegneria di una grande università; un direttore finanziario; un pilota civile di elicotteri. Un altro confinante e amico, Hanbidge, lasciava spesso il suo lussuoso ufficio di presidente della BP Canada per arare personalmente i suoi campi.  Larry Holmes, direttore della banca che ci prestava i fondi d’esercizio, tutte le sere pendolava alla farm dove abitava e dove allevava, senza salariati, venti manzi da carne (ovviamente nettando stalle e caricando fieno).

I vicini che ho descritto non avevano in nulla voltato le spalle alla città. Invece tentava di farlo il popolo degli alternativi che marciavano in questo  Esodo nordamericano (=liberazione dal Faraone borghese, ritorno alla Terra Promessa). In parte gli alternativi furono mossi da impulsi collettivizzanti: a un certo punto si contarono un migliaio di comunità rurali. In genere 10-15 persone, più i figli. Alcune aggregazioni erano vaste e strutturate, quasi possenti abbazie. La farm di Steven Gaskin nel Tennessee aveva un migliaio di aderenti. A certe comuni affluivano anche   donne e uomini attratti dalle sperimentazioni sessuali o educative, dalla coltivazione di droghe leggere, dalla resistenza alla guerra e al nucleare, eccetera. Prevaleva però largamente la motivazione spirituale. Si ripudiava il guadagno, la carriera, i consumi, il conformismo.

 

Fin qui l’Esodo dei gruppi. Ancora più numerose furono le partenze individuali, coppie o famiglie che andavano a vivere ai margini della foresta per conto loro. Terra poca, alloggio spartano, agricoltura o allevamento di sussistenza, cioè povertà. Si cercavano redditi aggiuntivi con le occupazioni più varie: dall’insegnamento part time alla produzione di vasi, panni, tessuti a mano, prodotti da falegname o da fabbro.  Nacque persino, tutt’altro che esigua, un’editoria periodica o libraria diciamo così ‘dai boschi’.  Nell’armonioso villaggio di Camden East nella contea di Lennox & Addington, un quarto d’ora dalla nostra Raccoon Pond Farm, un giornalista di genio ,James Lawrence dette vita negli anni Settanta a uno dei maggiori successi editoriali da quelle parti: il mensile ‘Harrowsmith’ (nome di un altro villaggio delle nostre contrade) che arrivò di colpo a 75.000 abbonati, soprattutto canadesi. Inutile dire che quelle riviste e quei libri erano comprati in prevalenza da chi non aveva abbandonato la città, ma indulgeva al sogno di farlo..

 

Un dettaglio, di interesse solo in parte marginale: ‘Sourcebook’, una delle edizioni di ‘Harrowsmith’, indicava nel colophon un’ottantina di nomi tra redattori e collaboratori esterni. In un continente con tanti oriundi italiani, non un nome nostro. Tanta è la nostra estraneità alla cultura della foresta. E tanto é il nostro orrore per la vita solitaria. Peggio, per l’interiorità luterana-kantiana.

Primissima tra le vocazioni di questo momentaneo monachesimo americano era l’impegno a risparmiare l’energia e la biomassa. La militanza cominciava coll’acquisto della stufa a legna giusta. Nel 1978 il Nord America contò 600 fabbricanti di stufa a legna, contro i 30 prima del grande panico per il petrolio mediorientale.

 

Il movimento del ritorno alla terra finì coi primi anni ’80. Resistono poche comunità, salvate dall’abnegazione e dalla fede dei cenobi. Resiste un numero di persone che può ancora impressionare un po’,  molto poco. Per questi anacoreti d’America la Grande Paura per l’ambiente fu anche speranza, l’attesa di un cataclisma che cancellasse o umanizzasse il modo di vita occidentale/urbano. Non coinvolte, nemmeno sfiorate, dagli ideologismi europei, queste tebaidi giovanili espressero coralmente, nella vita quotidiana, una religione della Madre Terra e della povertà volontaria.

 

Fu utopia, non poteva non esserlo. Eppure i Nuovi Eremiti sono stati un fiotto dell’antica innocenza  americana. Il vero primato del Nord America fu alle origini, quando era la speranza del mondo.

Filippo Calderazzi, di Antonio Massimo

 

 

Marshall e con un sovrappiù di lungimiranza seppe guadagnarsi (=comprarsi)  la riconoscenza e la fedeltà di mezzo mondo. In un futuro non lontano, e sotto  un capo migliore degli ultimi presidenti, gli Stati Uniti potrebbero tornare grandi: affrontando da nazione leader la più dura delle sfide del XXI secolo, strappare alla miseria l’Africa e il Sud del pianeta. Potrebbero conquistare pacificamente terre e popoli immensi: così come l’America di Jefferson, di Jackson e di Theodore Roosevelt si insignorì del Nord America, dei Caribi e dell’ammirazione del mondo.

L’invasione dei migranti minaccia gravemente le nazioni prospere e in più impone costi umani micidiali tra i quali la strage degli innocenti in mare. Ebbene l’invasione dei miserabili sarà fermata solo se i paesi prosperi accetteranno di condividere la loro prosperità col mondo che esporta disperati. Condividere vorrà dire donare in programmi contro la povertà un quinto o un quarto della propria ricchezza. Vorrà dunque dire regredire nelle relative ristrettezze di prima del benessere consumistico. Solo l’America avrà l’autorità e l’egemonia per trascinare il mondo agiato nella crociata più ambiziosa e giusta della storia.

Le ritorneranno i tempi esaltanti dell’Indipendenza, del Louisiana Purchase, della conquista del West.

CIBO PER TUTTI? Un obiettivo lontano. Per ora soltanto food for thought …

L’antropologo americano Marvin Harris afferma, nel suo affascinante, profondo e divertente libro (1), che noi appartenenti al genere umano condividiamo le nostre abitudini alimentari con maiali, scarafaggi e ratti: infatti siamo tutti onnivori. Potremmo aggiungere che con iene e lupi condividiamo invece la caratteristica di essere mammiferi e predatori gregari.

Questa seconda caratteristica è assai più importante della prima, al fine di capire perché alcuni di noi posseggono più cibo di quanto ne potranno mai consumare, mentre altri più sfortunati o meno rapaci (anche se non meno capaci) vedranno i loro figli crescere deboli, menomati nel fisico e nelle facoltà mentali, e in alcuni casi morire di fame e di stenti. Tutti i popoli rischiano grosso – ci ricordano con i loro scritti Schumacher (2), Steinbeck (3) e d’Eramo (4) – quando i governi sono chiamati a fronteggiare eventi che richiedono di operare scelte che peseranno come macigni sulla vita di ciascuno.

In un’opera autobiografica (5), l’autore de La fattoria degli animali (Animal Farm, 1947) ci racconta che cosa accadeva tra i poveri che vagabondavano negli anni Trenta per le strade di Londra, la capitale dell’impero più vasto e potente del mondo, quando egli ne condivideva la vita.

Ecco il ritratto di Paddy: Da due anni aveva perso il posto. Si vergognava moltissimo di essere un vagabondo, ma del vagabondo aveva assunto tutte le caratteristiche. … Probabilmente sarebbe stato in grado di lavorare, se per qualche mese si fosse nutrito a dovere. Ma due anni di pane e margarina avevano infirmato senza rimedio le sue possibilità. Era vissuto di quella sozza imitazione di cibo finché anche la qualità del suo spirito e del suo corpo non si era deteriorata. Era la denutrizione e non qualche deficienza congenita ad aver distrutto il suo vigore. Un’altra sua testimonianza: Qua e là c’erano impiegati disoccupati, smunti e malinconici. In mezzo a un gruppo di loro un giovanotto alto, magro e mortalmente pallido parlava con eccitazione. Batteva il pugno sul tavolo e faceva lo spaccone con strano nervosismo. … Lo osservai, colpito dal suo modo impulsivo e agitato di parlare; sembrava isterico, o forse un po’ ubriaco. Un’ora dopo entrai in una saletta che avrebbe dovuto essere adibita alla lettura. Non c’erano libri né giornali, perciò ci andavano in pochi. Quando aprii la porta vidi che c’era il giovane impiegato, solo; era in ginocchio e pregava. Prima di richiudere la porta feci in tempo a vedergli la faccia: sembrava in preda agli spasimi della agonia. Capii a un tratto, da quell’espressione, che stava morendo di fame.

George Orwell era nato a Motihari, una cittadina dello stato indiano del Bihar a 55 km da Birgunj, la seconda città più popolosa del Nepal, dove sono stato nel 1971 quando lavoravo per l’UNDP. In questo distretto, a Champaran, era andato il Mahatma Gandhi (1869-1948) per protestare contro gli inglesi per le miserevoli condizioni dei contadini che erano stati costretti a coltivare l’indaco (pianta dalla quale si estrae l’omonima tintura per i tessuti) invece dei cereali che servivano per la loro sussistenza. Un fenomeno questo che si ripeteva in tutte le colonie di sfruttamento, ma che in quelle più densamente popolate aveva effetti disastrosi per l’alimentazione soprattutto dei poveri. Ne sono testimonianza le devastanti carestie che hanno colpito varie zone dell’India nel corso del dominio britannico.

Il ricco e popoloso Bengala è stato colpito da varie carestie. Prima di farne cenno occorre ricordare che il 31 dicembre 1600 veniva fondata con Royal Charter (patente o decreto reale) della regina Elisabetta (la prima monarca inglese ad appoggiare incondizionatamente i mercanti e i corsari, che erano di fatto pirati, predoni e avanguardie della colonizzazione) una società per azioni, la East India Company, alla quale veniva conferito per 21 anni il monopolio del commercio nell’Oceano Indiano, come se quei territori fossero stati soggetti all’Inghilterra. Ne erano azionisti mercanti e aristocratici inglesi.

Con l’inganno, la corruzione e l’azione militare gli inglesi avevano finito per ottenere il monopolio sul commercio e nel 1757 erano divenuti i padroni del Bengala fino al punto di razziarne il tesoro. Nel 1764 ottennero i diritti di tassazione ed esazione fiscale e la East India Company divenne così il potere dominante del Bengala. Nel 1768 i raccolti furono scarsi e nel 1769 ancora più scarsi, anche a causa della siccità del settembre 1769. Le autorità britanniche, al corrente della situazione, non presero alcuna misura per sostenere la popolazione colpita dalla carestia nei primi mesi del 1770. A metà dell’anno i morti per carestia aumentarono a due milioni, e non c’erano le risorse per seppellirli. Le piogge nella seconda parte dell’anno permisero un buon raccolto e la carestia diminuì, ma per riprendere negli anni successivi. Vaste aree coltivate tornarono giungla per decenni, poiché i sopravvissuti avevano abbandonato i territori più colpiti.

La East India Company aumentò il peso della tassazione sulla terra e sui commerci portandola dal 10% al 50% sul valore dei prodotti agricoli; l’imposta fondiaria raddoppiò e anche questo gettito andò alla madrepatria inglese. Nell’aprile 1770, quando la carestia stava raggiungendo il suo apice, la East India Company decise che l’imposta fondiaria sarebbe aumentata del 10% nel 1771. La crescente diffusione della coltivazione del papavero da oppio ridusse le aree coltivate per produrre alimenti e aggravò la già cattiva situazione. Occorre osservare in proposito che l’oppio serviva agli inglesi per pagare le loro importazioni dalla Cina, dato che i cinesi non avevano alcun interesse per i prodotti inglesi. La carestia del periodo 1769-1773 causò dieci milioni di vittime e la popolazione del Bengala passò da 40 a 30 milioni.

Grazie al nazionalismo (appreso dagli inglesi e poi usato contro di loro) e al fondamentalismo religioso (incoraggiato dagli inglesi secondo il principio del divide et impera) il Bengala è oggi diviso in due entità politiche distinte: il Bangladesh (già East Pakistan tra il 1947 e il 1971) con circa 155 milioni di abitanti per il 90% musulmani e per il 9,5% induisti; e lo stato indiano del West Bengal con circa 95 milioni di abitanti e la capitale del Bengala, Kolkata o Calcutta, la città più intellettuale del sub-continente indiano. Questi 250 milioni di persone condividono la lingua e le tradizioni, mentre la religione è diventata un elemento di insanabile divisione soltanto con la dominazione britannica (British Raj). Il bengalese (bengali) è una lingua di altissimo valore letterario, usata da 300 milioni di persone, la settima lingua parlata nel mondo.

Altre carestie hanno colpito varie zone dell’India tra il Settecento e la metà del Novecento. A spiegarle non bastano le cause naturali, è l’intervento (o il non intervento) dei dominatori a peggiorare e a rendere catastrofica la situazione. Gli inglesi disprezzavano i sudditi delle loro colonie di sfruttamento perché li consideravano esseri inferiori e idolatri. Alla base di questo atteggiamento vi erano (e vi sono) il razzismo, il nazionalismo e il fondamentalismo religioso, come prova anche il caso dell’Irlanda, dove la forzata sostituzione dei cereali (alimento base) con la patata, creò una situazione che si tradusse in carestie ricorrenti. La più grave, dovuta alla peronospora (blight) della patata, nell’autunno del 1845 distrusse circa un terzo del raccolto della stagione e l’intero raccolto del 1846. Una recrudescenza dell’infezione distrusse gran parte del raccolto del 1848.

Incuranti della sicurezza alimentare degli irlandesi, i proprietari terrieri inglesi avevano destinato alla vendita tutti i cereali prodotti, dando in cambio ai loro contadini la possibilità di coltivare la patata, tubero di una pianta americana molto produttiva ma di cui si sapeva poco o niente. Gli irlandesi poterono così contare soltanto sulla patata per sfamarsi, ma non ne conoscevano i sistemi di conservazione nella forma disidratata o liofilizzata (chuño), come accadeva invece nelle zone di origine situate nelle Ande centrali.

La trasformazione in farina di pochi quantitativi non bastò ad evitare la grande carestia (Great Famine), che avrebbe potuto essere meno disastrosa se la cupidigia e le motivazioni degli inglesi – desiderosi non soltanto di impadronirsi degli averi degli irlandesi, ma di sterminarli una volta per tutte – fossero state meno radicate e ingigantite dai pregiudizi nei loro confronti dato che erano papisti, pigri e ubriaconi, e perciò soggetti alla punizione divina della carestia (6).

Concludiamo queste brevi note con una parola di speranza. Nel giuramento di Mandé rivolto alle orecchie del mondo intero proclamato nel 1222 dinanzi al re del Mali – al tempo di Francesco d’Assisi (1182-1226) e della sua Regola non bollata composta nel 1221 dopo l’incontro con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kaamil (1219) – e tramandato oralmente di generazione in generazione dai cantori africani, si dice: L’uomo in quanto individuo (…), la sua anima, il suo spirito vive di tre cose: vedere ciò che ha voglia di vedere, dire ciò che ha voglia di dire e fare ciò che ha voglia di fare. Ciascuno risponde della sua persona, ciascuno è libero nei suoi atti, nel rispetto delle leggi della sua Patria. (7) Non si parla qui di diritto al cibo ma di ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Nella vita delle comunità di villaggio era cosa naturale, da parte dei vicini, coltivare il campo della vedova e dell’orfano o del malato e consegnare i frutti ai titolari dei diritti di coltivazione perché potessero nutrirsi. Da allora di passi indietro ne sono stati fatti tanti, sebbene qualcuno sia stato fatto anche in avanti.

Come può oggi la vita – per i più poveri – essere degna di essere vissuta, quando sono circondati dall’indigenza e dalla miseria materiale che riduce i componenti di una gran parte dei loro fratelli allo stato di bruti? Cosa possiamo fare noi, che siamo nati e cresciuti nell’abbondanza? …..

Gianni Fodella

Note bibliografiche:

(1) Marvin Harris (1922-2001), Buono da mangiare. Enigmi del gusto e consuetudini alimentari, (Good to Eat. Riddles of Food and Culture, Simon and Schuster, New York 1985) Einaudi, Torino 1990 e 1992, pagine 251

(2) Ernst Friedrich Schumacher (1911-1977), PICCOLO E’ BELLO L’economia come se la gente contasse qualcosa, (SMALL IS BEAUTIFUL Economics as if People Mattered, Harper & Row, 1973), Oscar Saggi Mondadori, Milano 1978, pagine 249

(3) John Steinbeck (1902-1968), FURORE (The Grapes of Wrath, 1939), RCS Bompiani, Milano 1940-2010, pagine 478

(4) Marco d’Eramo (1947), Il maiale e il grattacielo. Chicago: una storia del nostro futuro, Feltrinelli, Milano 2004, pagine 482

(5) George Orwell (1903-1950), Senza un soldo a Parigi e a Londra, (Down and Out in Paris and London, 1939) Oscar Mondadori, Milano 1981, pagine 257

(6) Redcliffe N. Salaman (1874-1955), Storia sociale della patata (The History and Social Influence of the Potato, Cambridge University Press 1948, edited by J.G. Hawkes in 1985), Garzanti, Milano 1989, pagine 434

(7) Citato a p. XIII da Giuseppe Prestìa (1971), LA CENTRALITÀ DELL’AGRICOLTURA NELLO SVILUPPO ECONOMICO E NELLA CRESCITA L’ignorata eredità africana e alcune delle esperienze agricole più significative del mondo, LUMI Edizioni Universitarie, Milano, II edizione luglio 2014, pagine XIV+805

NOTA DELL’AUTORE

Si stima che nel 1801 la popolazione irlandese fosse pari alla metà di quella inglese; sulla base dei censimenti la popolazione dell’Irlanda è passata tra il 1841 e il 2011 da 1/3 a 1/14 di quella della Gran Bretagna.

Irlanda in milioni di abitanti: 8,18 (1841), 6,55 (1851), 4,46 (1901), 4,23 (1926), 2,98 (1971), 4,59 (2011);

Regno Unito in milioni di abitanti: 26.71 (1841), 41,46 (1901), 63,18 (2011).

TERRORISMO: L’UTOPIA DEI PROFETI MEGLIO CHE IL REALISMO DEGLI STATISTI-NULLITA’

Forse non sarebbe questo il momento per fare il Misogallo. Per chi non ha fatto il classico bensì lo scientifico o l’informatico: si intitolò Misogallo lo scritto con cui Vittorio Alfieri esplicitò il suo sdegno per quel che facevano i giacobini francesi nei pochi anni che la Rivoluzione borghese degenerò in quotidianità della ghigliottina. E sì che nelle famiglie piemontesi del suo ceto la Francia era quasi patria. I nobili, se non usavano il dialetto, erano francoparlanti. E lui, il nostro sommo tragico, andò a Firenze non solo per ‘lavare in Arno’ il suo scrivere, anche per prendere assidue lezioni di lingua italiana.

Il qui sottoscritto non è disgustato come l’Alfieri. Però certi recenti casi d’oltralpe gli sembrano rotondamente ridicoli. L’aggressione del terrorismo è cosa troppo seria per legittimare le trasferte patriottiche dei politicanti a Versailles, con obbligate allusioni alle grandi vittorie del Re Sole. Lì la nomenclatura, facce compunte e labbra modellate dai melismi della Marsigliese, ha recitato un copione eroico (con venature comiche): siamo in guerra, nessun compromesso, saremo spietati, orgoglio nazionale, valori laici, République, Liberté, diritti ai concerti rock e alle nozze gay, altri emozionanti gridi di battaglia. La Francia magari si rialzerà, come scrivono gli editorialisti cesarei. Ma è in grado di vincere solo un modico di vittorie di consolazione.

Gli arcicomandi di Hollande hanno fatto salpare la portaerei De Gaulle, e il gesto piace ancora agli épiciers che, a stare al Generale che dà il nome alla superba ammiraglia, fanno il grosso della nazione vittoriosa a Valmy e a Jemappes. Una portaerei fa effetto, avvicina un po’ chi ce l’ha alla Home Fleet e alla U.S.Navy. Però nell’ultima guerra mondiale il compianto guerrafondaio F.D.Roosevelt ne aveva un centinaio di portaerei (di varia stazza). Vinse, e dopo di lui i successori hanno perso tutte le guerre che hanno intrapreso. Non bastano le portaerei.

Per parlar chiaro: il fiammeggiare a Versailles dello spirito militare -quello della Francia ufficiale come quello degli épiciers- ricorda i nostri Otto milioni di baionette e le nostre Otto corazzate. E il presidente Hollande non dimentichi che molti statisti compaesani sono caduti nei trabocchetti della Storia. Per sprovvedutezza.

1870: Emile Ollivier, capo dell’ultimo governo del Second Empire, e l’Alto Comando assicurano Napoleone III che sbaraglierà la Prussia di Bismarck. 1914: il presidente Poincaré, giunto a Pietroburgo sulla maestosa corazzata “France”, accompagnato dall’innocuo primo ministro Viviani, convince lo Zar a dare il via alla Grande Guerra (distruggerà lo Zar, la sua larga famiglia e molti milioni di uomini; darà la Russia ai bolscevichi). 1918: Georges Clemenceau è certo d’avere meritato l’Eliseo in quanto il Tigre de la Victoire; e invece no. 1919: il trattato di Versailles, troppo punitivo per la Germania, crea le premesse per il trionfo di Hitler. 1939. Edouard Daladier entra in guerra per onorare un impegno con Varsavia (che non onorò). L’impegno era stato assunto per comprare la sudditanza di una Polonia fatta artificialmente grande a Versailles. 1940: Paul Reynaud, capofila dei pochi che vogliono la guerra ad oltranza da una colonia africana, deve umiliarsi a guidare in chiesa una delegazione di ministri, tutti atei o ultra-laici, che fingono di implorare Santa Genoveffa perché salvi Parigi dalla Wehrmacht così come la salvò da Attila. 1957: il premier socialista Guy Mollet crede di schiacciare con le armi la rivolta d’Algeria e partecipa alla ‘vittoriosa’ spedizione di Suez.

Insomma Hollande è montato a cavallo, ma è difficile che torni vincitore. Con gli altri condottieri della Francia ha dato al tremendo problema del terrorismo la risposta più banale di tutte; quasi certamente la più inutile, avendo a che fare con un avversario che sembra non scarseggiare mai di kamikaze volontari. Le armi e le coalizioni potrebbero persino sconfiggere momentaneamente l’Isis territoriale. E dopo? L’estremismo esasperato è diffuso nei continenti. Si possono bombardare e conquistare tutti i continenti?

Se la soluzione militare non esiste, meno che mai esiste quella diplomatica. Non resta che l’utopia, ancora una volta più realista del realismo dei generali e degli statisti. L’utopia che sorga un pugno di uomini veramente grandi, grandi come il Nazareno e come Maometto, i quali sciolgano le rispettive Chiese ed eserciti di clero, e fondino l’Ecumene dei credenti. L’utopia, inoltre, che il mondo dei ricchi accetti di impoverirsi, di cambiare stili di vita e di consumi, per condividere ciò che hanno con le masse che oggi sperano nell’Isis.

Questo avvento della Più Grande Pace profetizzò Isaia (19, 18-24): “Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani, ma poi li risanerà. In quel giorno l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria e gli Egiziani renderanno culto insieme con l’Assiria. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra”. Cose troppo immense per i semplici inconcludenti Bergoglio e per una turba di imam, muftì e capirabbini.

Eppure invocare che avvengano promette assai più che confidare negli Hollande e nei Cameron, nei loro marescialli, diplomatici e altri co-protagonisti del Nulla.

Jone

La Terra, Il Sangue, le Parole: intervista con il Generale Pietro Pistolese sulla situazione in Israele e Palestina

Internauta intervista il Generale di corpo d’Armata dei Carabinieri Pietro Pistolese, autorevole voce per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, ultimamente di nuovo oggetto di preoccupazione da parte della comunita’ internazionale. Il generale Pistolese ha guidato diverse missioni di pace in Isaele e Palestina: a Hebron e’ stato due volte vicecomandante della Temporary International Presence in Hebron (TIPH) e ha concluso la sua carriera come comandante della Missione di pace per conto dell’Unione Europea (EUBAM) al valico di Rafah (Gaza) fra il 2005 e il 2008.

Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, Commendatore della Repubblica Italiana, é membro dell’Istituto di Diritto Internazionale Umanitario di San Remo e del Consiglio Direttivo della Società di Letture e Conversazioni Scientifiche di Genova. Ha pubblicato numerosi articoli sulla situazione internazionale e il libro Il Forte di S. Giuliano edito da ECIG nel 1995. Recentemente ha pubblicato, a quattro mani con il Professor Petermann, La Terra, il Sangue e le Parole, edito da Termanini, sulla sua personale esperienza in Israele. Un libro documentato, vivo e concreto che riesce a rimanere neutrale sul conflitto israelo-palestinese, forse il più complesso della storia moderna, dando al lettore una chiara, a tratti scioccante testimonianza della difficolta’ sul campo che incontrano Israeliani e Palestinesi nella loro vita quotidiana e dei numerosi, imprevedibili ostacoli al processo di pace nell’ultimo ventennio.

Il libro bene rende la complessità del problema israelo-palestinese dove psicologia, storia, demografia e religione si intrecciano in un contesto in cui lo Stato sembra solo uno degli attori, spesso incapace di controllare i propri cittadini. Questa terza intifada ne e’ un’ ulteriore conferma. Ecco la nostra intervista al Generale Pistolese.

1. Generale, un articolo pubblicato dal Jerusalem Post il 31 marzo 2007, quando Lei era a capo della missione EUBAM, la definiva un ottimista: ancora credeva che la pace fosse possibile. Il vostro libro invece da una conclusione piuttosto pessimista. La pace in Israele e Palestina viene paragonata ad un “Sisifo felice”. Cosa e’ cambiato dal 2007 ad oggi? Cosa pensa di questa terza intifada?

Mai nella storia uno stato di guerra è rimasto tale per sempre. Inevitabilmente si arriverà ad una soluzione. Rimango perciò sempre ottimista, come nel 2007. Ho usato nella conclusione del libro il mito di Sisifo, condannato per l’eternità a spingere fino alla cima di un monte un masso che raggiunta la vetta rotola inesorabilmente a valle, come similitudine con il processo di pace. Con questo mi sono voluto riferire ad un passato in cui tutte le volte che era sembrato poter agguantare la pace, inevitabilmente si era verificato un evento che, azzerati i progressi raggiunti, faceva tornare indietro il negoziato.

Esiste però un presente e un futuro. L’operazione militare del luglio 2014, Margine di Protezione, (pag. 260) ha inflitto ad entrambi i contendenti pesanti perdite senza risolvere nulla. Israeliani e palestinesi ora sanno che ripetere azioni consimili non migliorerà la situazione anzi, la devastazione siriana e la presenza di un nuovo elemento, l’ISIS, nello scacchiere mediorientale, alle frontiere settentrionali d’Israele, dovrà comportare maggiore cautela. La via del negoziato che potrebbe essere promossa dal Quartetto (ONU, UE, USA e Russia), ancora una volta, si presenta come l’unica praticabile.

2. Generale, Lei hai guidato delle missioni in Israele e Gaza per conto dell’Unione Europea ed ha una conoscenza concreta dell’organizzazione e efficacia degli interventi occidentali nella regione.

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua in un’intervista su La Stampa ha definito recentemente le politiche degli Stati Uniti nella zona «criminali», inutili anzi dannose per favorire davvero la pace e ha detto che l’Europa é “una delusione”. Cosa ne pensa lei? Quanto sarebbe auspicabile ed efficace oggi l’intervento dell’occidente per guidare delle eventuali trattative di pace? Quanto invece potrebbero essere le potenze regionali, penso per esempio, oltre a Israele, a Egitto e Giordania a guidare il processo di pace?

Non credo che il processo di pace possa essere guidato da alcuno tranne che dagli stessi israeliani e dai palestinesi. Il Quartetto, e nel suo ambito gli europei, possono favorire il dialogo, finanziarne le iniziative (la ricostruzione dell’aeroporto e il famoso porto a Gaza) ma soltanto le due parti possono decidere quando e come riavviare il processo. Nel frattempo la situazione di stallo e i clamori del conflitto nella confinante Siria e in Iraq favoriscono autonome spinte estremiste e terroristiche. Netanyahu dovrebbe comprenderlo e, di conseguenza, assumere iniziative politicamente valide. L’attuale situazione di stallo non favorisce Israele e i palestinesi non si rassegneranno mai a non avere un loro stato indipendente. La storia ce lo insegna: noi stessi, italiani, quando abbiamo deciso di essere uno stato unitario abbiamo combattuto quattro guerre d’indipendenza contro uno dei più forti imperi del mondo, l’Austria – Ungheria, ma alla fine abbiamo vinto.

Il vero problema è la mancanza di una vera leadership nell’ambito delle due parti e la totale sfiducia tra di loro.

Per quanto riguarda un possibile maggiore ruolo delle potenze regionali, Egitto e Giordania, che verrebbero così a costituire il cosiddetto “Quartetto allargato”, ritengo che possa essere un’opzione meritevole di essere esplorata malgrado le difficoltà presenti.

3. Netanyahu sembra rifiutare la soluzione dei due stati e Israele sta diventando, per molti osservatori, sempre più simile ad uno stato di apartheid. In Cisgiordania ci sono tre zone di cui una, la zona C, completamente sotto il controllo di Israele, eppure i palestinesi ivi residenti non hanno diritto di cittadinanza. Netanyahu ha recentemente rifiutato gli osservatori internazionali in Israele e ha accusato il gran Muftì di Gerusalemme di essere stato la vera mente dell’Olocausto. Sarà possibile una pace duratura con Netanyahu al potere?

Se non si attuerà la soluzione di due stati per i due popoli dovrà adottarsi quella di uno stato solo per israeliani e palestinesi. In tal caso, come ha così bene evidenziato l’esperto demografico e statistico israeliano, Sergio Della Pergola (pag. 173), l’incremento demografico palestinese, più dinamico di quello israeliano, finirà per mettere questi ultimi in minoranza. Nell’ambito di un unico stato i palestinesi non potranno restare troppo a lungo privi di diritti civili e chiusi nell’apartheid dei loro territori. Alla fine prevarrà il principio dell’uguaglianza. E’ una storia già vista di recente in Sud Africa. Forse allora chi verrà al posto di Netanyahu dovrà chiedere di gran fretta l’intervento degli osservatori internazionali e la manipolazione di antiche quanto inutili rievocazioni storiche, come quello del Gran Muftì palestinese che avrebbe suggerito a Hitler di sterminare gli ebrei, non sarà certo d’aiuto. Quanto all’Europa non possiamo farci illusioni: un’Europa cosiffatta non sarà mai in grado di esprimere una politica estera e neanche di difesa accettabili. Forse tra qualche generazione gli europei riusciranno a fare quello che è stato realizzato per la moneta unica alla quale, comunque, non tutti i ventotto hanno aderito.

4. La Russia sta tornando protagonista nella scena globale ed ha scelto il Medio Oriente come porta privilegiata. La Russia é l’unica potenza che può vantare un saldo amicizia con Israele, Iran, Egitto, Giordania Siria e Iraq allo stesso tempo mentre si sta riavvicinando all’Arabia Saudita. Gli Stati Uniti invece, dopo anni di attivismo, si dimostrano sempre più incerti nelle scelte da fare nella regione. Potrebbe, secondo Lei, la Russia cominciare a giocare un ruolo chiave nel processo di pace israelo-palestinese e sostituire magari l’Occidente?

La Russia è una potenza di gran lunga ridimensionata rispetto alla dissolta URSS. Vuole tuttavia mantenere la base navale di Tartus ed aerea di Hmeymim (Latakia) per cui continua a sostenere l’alleato siriano Bashar al Assad. Si è dunque inserita nel gioco mediorientale contro l’ISIS preoccupata anche delle influenze che quest’ultimo potrebbe suscitare sugli oltre 16 milioni di musulmani russi in particolare nel Caucaso e nell’Asia centrale.

A mio parere, dunque, non si tratta di un rientro sulla scena politica internazionale globale ma soltanto di una riaffermazione dei suoi interessi regionali. In tale prospettiva la Russia é in buoni rapporti con Israele, ma anche con i suoi nemici, Siria e Iran. E questo è fondamentale per Mosca se vorrà essere tra coloro che decideranno il futuro assetto della regione, per questo ha bisogno di allacciare forti e buone relazioni con Israele. Quest’ultima, d’altro canto ha accolto oltre un milione e mezzo di ebrei russi. In Israele ci sono reti televisive e giornali in lingua russa, spesso si notano insegne di negozi scritte in russo e la presenza di questi nuovi cittadini che continuano a esprimersi in russo è più che evidente. E’ questa una fase politica molto intrigante, i russi la chiamano pluridirezionale: avere molte controparti con cui parlare e proporsi come mediatore nei conflitti. Dopo le primavere arabe, però, anche i russi si sono dovuti schierare prevedendo un irrobustimento dell’islam radicale e dunque un aumento dell’instabilità. E’ per questo che la Russia ha scelto un campo: si è schierata con gli sciiti contro i sunniti.

Quanto agli Stati Uniti, la cui supremazia non appare in discussione, dopo molte incertezze sembrano ormai convinti ad avviare anche operazioni terrestri con forze limitate per combattere l’ISIS ed abbattere Assad al quale il sostegno russo sembra cominci a vacillare.

In tale contesto non va dimenticato l’Iran che in virtù dell’accordo recentemente sottoscritto con il “5+1” (USA, Francia, Regno Unito, Germania, Cina e Russia) sul nucleare ha rinforzato le sue ambizioni di potenza regionale, leader dei paesi musulmani di confessione sciita.

5. Nel libro emergono aspetti molto affascinanti legati alle percezioni psicologiche delle due parti che si mescolano a fattori religiosi e storici. E possibile una dialogo “laico” fra Israele e Palestina e un dibattito soltanto su concreti interessi strategici?

In Israele la componente religiosa è attualmente molto forte e dunque condizionante per la politica dell’intero stato. Non a caso nell’attuale governo, uscito dalle elezioni dello scorso marzo e dopo 42 giorni di trattative condotte da Benjamin Netanyahu, figurano i partiti religiosi schierati più a destra come i religiosi dello “Shas” e della “’Unione per il Giudaismo nella Torà”. Ma Netanyahu ha potuto raggiungere alla Knesset la tanto sospirata quanto risicata maggioranza di 61 seggi su 120 solo grazie all’intesa con Naftali Bennett, leader della destra nazionalista dei coloni del partito “Bayt Hayehudi” ( Focolare Ebraico ).

E’ evidente che un Primo Ministro che ha condotto una campagna elettorale all’insegna della minaccia alla sicurezza dello stato ebraico rappresentata dal programma nucleare iraniano e dall’avanzata dello jihadismo di Isis e delle altre sigle del terrorismo islamico e che si poggia su una maggioranza siffatta, non potrà mai allacciare un dialogo puramente “laico”.

Questa ipotesi potrebbe verificarsi soltanto se un futuro leader israeliano fosse capace di raggiungere una forte maggioranza con il “Fronte Sionista” ( partito laburista di Isaac Herzog ), che ora ha raggiunto solo 24 seggi, i centristi di Yar Lapid (11 deputati, sensibilmente diminuiti rispetto ai 19 di due anni fa), il “Kuluna”, movimento centrista, fondato lo scorso novembre da Moshe Khalon, con 10 seggi, il partito “Meretz” ( 4 seggi) e, forse, con l’appoggio esterno della lista dei “Partiti Arabi Uniti” (raggruppa gli arabi-israeliani) che ha raggiunto ben 14 seggi e potrebbe essere l’ago della bilancia. Naturalmente gli israeliani dovrebbero conferire a ciascuna formazione politica, in una futura ipotetica elezione, un numero maggiore di voti.

Da parte palestinese il perdurare del dualismo Fatah – Hamas malgrado la conclamata riconciliazione e l’atteggiamento fortemente ostile del regime di Haniye nella Striscia di Gaza non consentono alcun passo avanti nel processo di pace da tempo interrotto.

I commenti da parte palestinese sul nuovo governo Netanyahu sono stati molto negativi. Il segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Abed Rabbo ha detto con durezza: “Israele ha scelto la via dell’occupazione e della colonizzazione e non del negoziato e della collaborazione”. Gli Hamas molto spicciamente si sono così espressi per bocca di Izzat al-Rishq: “Terroristi Netanyahu e chi lo ha votato”.

Pare infine che il capo negoziatore dell’Autorità Nazionale Palestinese, Saeeb Erekat, avrebbe intenzione di tentare di ottenere dall’ONU il riconoscimento unilaterale dello stato palestinese. Non solo ma avrebbe accennato alla possibilità di procedere alla denunzia di Israele al tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra.

Raimondo Lanza di Trabia

Per la lettura: La Terra, Il Sangue, le Parole di Pistolese, P. e Petermann, S. ed. Termanini 2015 p.302

Un saggio inedito di Tolstoj invita all’insubordinazione politica. Anche oggi.

Guerra e Rivoluzione, un saggio di Lev Tolstoj del 1906 ancora praticamente inedito, è stato recentemente pubblicato, a cura di Roberto Coaloa, da Feltrinelli. Sarebbe più giusto definirlo un pamphlet per la forza e rilevanza sociale dei temi trattati. Le estreme riflessioni politiche di un Tolstoj ormai vicino alla morte, hanno lasciato all’umanità una visione di pace, di fratellanza e insieme di insubordinazione verso il potere politico che resta, più di un secolo dopo, inattuata e magnifica.

Di che Guerra e di che Rivoluzione si parla? La guerra è la sanguinosa ed inutile guerra russo-giapponese del 1905 e la rivoluzione è la prima delle tre rivoluzioni russe che si aprì con la cosiddetta krovavoe voskressen’ie, la domenica di sangue: il 22 gennaio 1905 un’intera piazza che manifestava pacificamente si lasciò mitragliare e sciabolare senza alzare un dito.

Tolstoj, profondamente scosso dagli eventi, affida alla penna le sue ardenti verità. Si tratta di un Tolstoj estremista, pacifista non violento, vegetariano, lo stesso che ingaggiava profondi dialoghi epistolari con Gandhi-al Mahatma proprio l’ultima lettera mai scritta da Tolstoj- e che si opponeva alla violenza persino sugli animali, figlia, come la violenza sugli uomini, della stessa perversione: “finche ci saranno mattatoi, ci saranno campi di battaglia”.

Nell’ottobre del 1905 scrive sul suo diario: “la rivoluzione è al suo culmine. Si uccide da entrambe le parti. La contraddizione, come sempre sta nel fatto che con la violenza l’uomo vuole frenare, arrestare la violenza”. Questa è la summa dell’etica tolstoiana, che tanto influenzò lo stesso Gandhi. Lo scrittore austriaco Stefan Zweig riassume l’etica di Tolstoj dicendo che egli riformula la parola evangelica “non resistere al male” e le dà questa interpretazione creativa “non resistere al male con la violenza”. Solo così il messaggio cristiano potrà davvero venir realizzato, spezzando, come dice René Girard, il meccanismo mimetico che obbligherebbe l’uomo a rispondere a violenza con altra violenza.

Il mondo non è come dovrebbe essere, questo è il punto di partenza di Tolstoj in questo inedito saggio. Uomini che non si conoscono e che non hanno motivo di farlo si massacrano, spinti a farlo da istituzioni fittizie quando, nella realtà, non esiste alcun buon motivo per compiere alcuna guerra. Come Rousseau, Tolstoj sembra chiedersi come sia possibile che l’uomo, nato libero, ovunque sia in catene, oppresso da forme di potere di volta in volta più diverse, più sottili, ipocrite, invisibili. Non importa che abito si metta il potere, assoluto, democratico, teocratico o laico: nulla di buono per i popoli potrà mai uscirne. Le forme sociali cambiano ma i rapporti fra gli uomini restano invariati “come un corpo che nella sua caduta cambia la sua posizione, mentre la linea che segue il baricentro, il centro di gravità resta invariabile”. E ancora insiste Tolstoj: “lanciate un gatto da un’altezza: può rigirarsi su se stesso, avere la testa in alto o in basso, il suo centro di gravità non uscirà dalla linea di caduta. E la stessa cosa dei cambiamenti delle forme esteriori della violenza governativa”.

Evidente lungo tutto il saggio è la profonda avversione che Tolstoj nutre verso i governi e l’autorità politica in qualsiasi forma essa si manifesti. Secondo il grande romanziere russo, l’umanità è talmente avvezza all’errore, a pensare che i governi come gli stati siano necessari che non s’accorge che da tempo, forse da sempre, essi sono un superfluo male:“…lavorando essi stessi alla loro servitù, poiché credono alla necessità dello stato, gli uomini fanno come gli uccelli che, davanti alla porta aperta delle loro gabbie, restano dentro le loro prigioni, un po’ per abitudine e un po’ per conoscenza della libertà”.

Le sue riflessioni sull’irredimibile ingiustizia di ogni autorità e della necessaria perversione di chi possiede ed esercita il potere restano questioni fondamentali. Le tante, articolate autorità che governano oggi il mondo, sono esse legittimate? Sono addirittura necessarie? E come fare per portare a termine quello che Locke chiamò l’appello al cielo, come liberarsi dal tiranno ingiusto, corrotto, incapace e tornare allo stato di natura? Non con la violenza ci dice Tolstoj, né, tantomeno, con vani tentativi di riforma: ogni uomo che dovesse toccare la mela d’oro del potere si corromperebbe. Solo l’unione pacifica ed egualitaria dell’umanità, che Tolstoj vede come il vero destino del mondo, potrà restituire l’uomo al proprio cammino cristiano.

Il rifiuto di obbedire al governo e di riconoscere i raggruppamenti artificiali in stati deve portare l’uomo “alla vita naturale piena di gioia e tutta morale delle comunità agricole sottomettendosi ai loro regolamenti, comprensibili a tutti e risultanti dal mutuale consenso e non dalla costrizione”. Non è un caso che la comunità agricola, su cui Tolstoj insiste con forte commozione, in russo si dica mir, che vuol dire anche mondo e, ancor più importante, vuol dire pace. Allora, tornati allo stato di natura, nessuna autorità e nessuna violenza sarà più necessaria poiché l’autorità deriva dal peccato originario (stavolta terrestre), e cioè l’appropriazione della terra con le differenze economiche –e quindi i conflitti- che ne sono derivati: “Colui che da solo possiede delle decine di migliaia di ettari in foreste ha bisogno di protezione quando vicino a lui milioni di uomini non hanno la legna per scaldarsi”.

Lo stato e l’autorità sono insomma ontologicamente ingiusti, perché nati e strutturati per assoggettare tanti a vantaggio di pochi. Sembra di sentire Marx, ma Tolstoj va oltre le classi e parla all’umanità intera.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, valori cosi miseramente calpestati dalla storia, sono ancora gli ideali giusti e lo resteranno fino a che non verranno realizzati, ma, insiste Tolstoj, realizzarli con la violenza renderà vano, un’altra volta, il tentativo.

I potenti di oggi sono immuni da quest’errore? La presunzione dell’occidente di aver raggiunto la migliore forma di gestione del potere, dei soldi, della terra, degli uomini ci pone di fronte alla solita domanda scomoda: davvero si può esportare un modello, anche il migliore modello politico ed economico, senza compiere violenza sul prossimo? Chi dà il diritto ad una fittizia struttura statale di violare una reale libertà e una vita, di imporle tasse ingiuste, spesso di rubare, di condannare a morte? Quale meccanismo perverso autorizza, giustifica e addirittura loda un sistema di questo tipo? La salvaguarda della vita e dei diritti fondamentali secondo la classica letteratura politica da Hobbes in poi. Per Tolstoj invece queste sono menzogne colossali e la necessità dello stato è una superstizione fasulla. “Come vivremmo-si chiede- senza essere assoggettati a nessun governo?”

“Come viviamo oggi ma senza le bassezze che commettiamo a cagione di questa orribile superstizione. Noi vivremmo lo stesso ma senza togliere alla nostra famiglia il prodotto del nostro lavoro; non più sotto forma di tasse di diritti di dogana che servono solo alle cattive azioni; noi non parteciperemmo più agli arresti della giustizia, alla guerra, né a qualsiasi altra violenza che commette della gente completamente sconosciuta a noi”.

Il libro di Tolstoj, che copre, oltre all’analisi politica riportata, temi morali religiosi e storici, colpisce per la grandezza del pensiero, anche se a tratti risulta impossibile, estremo, utopico.

Ma l’utopia è necessaria per qualsiasi progetto umano e politico, come ricorda lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano con queste belle parole:

“Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”

Tolstoj ci aspetta, secoli davanti nel nostro cammino comune e questo libro ne è una fortissima, vivida testimonianza.

Raimondo Lanza di Trabia

Per la lettura: Guerra e Rivoluzione di Lev Tolstoj, (2015 Feltrinelli, p.177)

LA BISMARCKATA DI ANGELA MERKEL

Diciamo bismarckata secondo un uso della politica spagnola. Per esempio chiamarono ‘sanjurjada’ il tentativo di pronunciamiento, nel 1932 ( secondo anno della seconda repubblica di Spagna, quella prima rosea poi rossa) fatto dal generale José Sanjurjo. La sanjurjada abortì, il generale fu condannato a morte (condanna non eseguita). Nel 1936, essendo il più alto in grado dei generali africanisti, fu designato a capeggiare la ribellione militare del 18 luglio (Franco non compariva ancora). Ma Sanjurjo morì nella caduta del piccolo aereo che aveva preso per raggiungere le operazioni golpiste. Si disse che il velivolo era appesantito dal baule contenente l’alta uniforme che il Nostro, peraltro corpulento, avrebbe indossato alla sfilata della vittoria.

Dunque la bismarckata della Cancelliera. Avrà sbagliato ad annunciare ‘accogliamo tutti’, cosa impossibile.Ma non avrà creduto di compiere un atto straordinario, degno dell’alto orgoglio di Otto von Bismarck? In particolare, degno dell’irraggiungibile astuzia di quando, nel 1870, provocò la Francia col ‘dispaccio di Ems’ a dichiarare e a perdere la guerra alla Prussia?

Dicono gli storici -però non tutti- che il maestoso predecessore di Angela Merkel dovette il suo maggiore trionfo al fatto di avere manipolato un telegramma da Ems del suo sovrano, Guglielmo I re di Prussia. Il dispaccio respingeva la pretesa di Parigi che re Guglielmo si impegnasse a vietare per sempre al nipote Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaringen di accettare la corona di Spagna ( che per poco più di un anno andò ad Amedeo di Savoia, dopo il quale venne la Prima Repubblica di Spagna).

Quasi certamente è vero che senza la prontezza di riflessi e la furbizia ulissiaca di ritoccare il dispaccio, il Secondo Impero francese non avrebbe mosso il conflitto, per essere sbaragliato e abbattuto in poche settimane. Forse il riluttante Napoleone III era in cattive condizioni di salute quando fu plagiato a ordinare una guerra che peraltro il suo primo ministro e soprattutto lo Stato Maggiore assicuravano già vinta. Non era l’Armée de Terre ‘la più potente al mondo’? Bastarono due battaglie, Reichshoffen e Sedan, e l’imperatore fu sconfitto, fatto prigioniero, deposto. Il Cancelliere poté proclamare il Secondo Reich della nazione germanica.

Teoricamente la svolta della Kanzlerin di aprire la Bundesrepublik a grandi masse potrebbe un giorno risultare un atto politico più fatidico che unificare la Germania nel 1871. Con un fiat ella è sembrata cancellare un secolo di abominio contro il suo paese: cominciando dalle menzogne della propaganda franco-britannica sulle atrocità dell’occupazione germanica del Belgio nel ’14. Per non parlare della più tremenda delle accuse: ‘i tedeschi non potevano non sapere dei forni crematori’. Per qualche giorno le sinistre e i germanofobi del pianeta hanno inneggiato ai tedeschi, forse anche a Tacito che venti secoli fa li aveva detti essenzialmente etici. Questo a Bismarck non era riuscito, pur avendo lanciato il Welfare germanico e dominato la scena europea per un trentennio.

Come tutti sanno, Bismarck cadde (1890) per aver provato ad imporsi a Guglielmo II, divenuto imperatore alla morte del padre Federico III (aveva regnato tre mesi). Qualche storico arriva a congetturare che il Cancelliere avesse concepito di poter trasformare se stesso, il figlio Herbert (suo braccio destro nel governo) e i Bismarck discendenti in una dinastia di quasi-sovrani: come i maestri di palazzo Carolingi che finirono col togliere la corona di Francia ai Merovingi. O come gli shogun nipponici che furono i sovrani di fatto del Giappone per secoli. A tanto la Merkel, nei panni di Bismarck, non sarebbe arrivata.

Il Cancelliere di ferro e principe di Schoenhausen visse i suoi ultimi otto anni da pensionato. Per buonuscita aveva ricevuto il ducato di Lauenburg, che nel lontano passato era stato un piccolo Stato sovrano. Quando nel 1892 andò a Vienna per il matrimonio del figlio Herbert di cui voleva fare un maestro di palazzo carolingio, Berlino proibì che si facessero onori al grande Otto. Il quale si vendicò facendo scrivere sulla propria tomba, sotto il nome, ‘fedele servitore di Guglielmo I’; non del Kaiser regnante. Quando uscirà di scena, forse Angela nutrirà meno rancore, ammantata come sarà nella gloria di aver tentato di “accogliere tutti”.

Molto tragica invece la fine dell’ultima principessa Bismarck a entrare nella storia: nel 1944 si tolse la vita nella sua tenuta est-tedesca, all’arrivo dell’Armata Rossa.

A.M.C.

CHE PENSARE DELL’ATOMICA PAKISTANA?

Da una fonte di qualche attendibilità abbiamo appreso che il Pakistan possiede un arsenale nucleare di oltre duecento ordigni; alcuni esperti prevedono che le bombe atomiche di Islamabad supereranno di molto le trecento in un avvenire vicino. Se le cose sono veramente a questo punto, il pensiero va, intanto, alla leadership tecnologica di quel paese. Poi va alla feroce opposizione americana e israeliana al nucleare iraniano: che meriti ha il Pakistan, a parte l’antica affiliazione alle linee della Casa Bianca e del Pentagono, per vedersi riconosciuto un posto di tanto rilievo nel club nucleare?

Risulta che ‘Pakistan’ vuol dire ‘Terra dei giusti’, e che incorpora le iniziali delle tre grandi componenti del paese, Punjab, Afghania, Kashmir; il nome lo inventarono negli anni Trenta certi giovani nazionalisti indo-islamici che studiavano in Gran Bretagna. Però la storia della nazione non è rassicurante. Nacque nel 1947 dal drammatico bagno di sangue tra maggioranza hindu e minoranza islamica dell’impero britannico d’India. Un conflitto armato con New Dehli per il Kashmir durò un paio d’anni (1947-49) senza esito. Quello con la Cina per il Ladakh si situa nel 1963. Nel 1971-72 la secessione del Pakistan orientale (Bangla Desh) dalla parte occidentale del paese, distante 2000 chilometri, fu preceduta da una guerra civile.

Le compassate, uggiose istituzioni parlamentari ereditate dal Raj britannico, convenienti solo agli agrari e in genere alle classi alte, furono liquidate per qualche anno dai militari del generale Ayub. Sorto come Dominion, sovrana la Regina d’Inghilterra, il Pakistan divenne repubblica nove anni dopo. Nel 1972 il governo di Z.A. Bhutto tentò una politica di riforme a favore del popolo ma fu presto rovesciato dai militari. Non mancarono gli assassinii politici.

Le vicende del Paese dei Giusti sono state a lungo condizionate dagli sviluppi dell’Afghanistan. Sospettati da Washington di appoggiare la guerriglia antiamericana, i territori pakistani confinanti con le aree controllate dai talebani hanno subito frequenti bombardamenti USA, gravi violazioni della sovranità nazionale volte a colpire gli alleati dei guerriglieri. Finora Islamabad è riuscita a scongiurare l’esplosione antiamericana che sembrava dover seguire alle perdite umane e materiali provocate dai droni, impiegati su vasta scala dalla nuova strategia dell’amministrazione Obama.

Il crescere forse esponenziale della capacità nucleare di Islamabad avviene in un contesto né stabile né rassicurante. Getta una luce ancora più cruda sull’impotenza, ossia inutilità, di tutti gli organismi internazionali finora architettati per portare legalità e sicurezza agli scacchieri difficili. L’appartenenza stessa all’Onu dei paesi bisognosi di svilupparsi drena i loro scarni bilanci.

Peraltro i foschi conseguimenti del nucleare pakistano attestano la sofisticazione della scienza e della tecnologia del paese, stato l’Islam dell’India, parte integrante di una civiltà superiore. Anzi tra i secoli XVI e XIX i musulmani avevano dominato il subcontinente con una dinastia Moghul che fece fiorire rigogliosamente le scienze oltre che le arti. Non deve sorprendere che questo paese ancora economicamente arretrato possegga invece le risorse umane e il know-how adeguati alle ardue esigenze del settore nucleare: disonore all’Establishment che non volge a fini di pace l’intelligenza della stirpe.

Fu sintomatico che, quando il ‘re d’Italia’ Gianni Agnelli risultò affetto da una cardiopatia, egli si affidò a un chirurgo del cuore erede del ricco retaggio medico del Subcontinente indiano.

JJJ

IL POLIZIOTTO SUDISTA, ALTRO CHE UNCLE SAM, INCARNA L’AMERICA

L’agente M.T. Slager, che a North Charleston (South Carolina) ha ucciso il nero William Scott -lo voleva arrestare perché non gli funzionava il fanalino dello stop- impersona ben meglio di Zio Sam gli Stati Uniti, che in Indocina fanno morire 3 milioni di vietnamiti contro 58 mila americani; che per vincere la guerra sganciano bombe per 3 milioni di tonn, contro i 2 milioni dell’intero Secondo conflitto mondiale; e che la guerra, invece di vincerla, la perdono nella sconfitta più umiliante della storia. Spiegazione: non abbiamo potuto usare l’arma nucleare, come sarebbe stato nostro diritto.

Diciamo questo anche perché l’agente Slager ha sparato con la sua Glock calibro 45 “Not once. Not twice. Eight times” scrive TIME. E’ certo: qualunque suo collega di Scotland Yard o dell’Arma dei Carabinieri, se proprio avesse voluto ferire un contravventore del codice stradale che fuggiva disarmato, avrebbe mirato alle gambe per rallentarlo, non otto volte per ucciderlo. Quando il negro Scott è caduto, già morente, l’agente Slager lo ha ammanettato, non provato a soccorrere.

Grave com’è il profilo razzista dell’assassinio, non è quello decisivo. La compulsione omicida, nel paese che fece il Vietnam, sarebbe la stessa anche se i negri fossero bianchi. E’ invece schiacciante la presa di coscienza di una serie di realtà:

A) dalla fine di WW2 la vocazione universalistico-egemonica, suscitata dal duo guerrafondaio Woodrow Wilson-F.D.Roosevelt, condanna gli USA a guerre che ora immancabilmente perdono e a imprese fallimentari, con tutta la loro supremazia tecnologica.

B) l’ingentezza delle dimensioni e delle risorse ingigantisce le esigenze, dunque i costi materiali e morali del bellicismo ossessivo. L’invulnerabilità goduta fino al 1945 ha indotto gli americani a credersi invincibili, essendo invece vincibilissimi. Lo hanno dimostrato tutte le guerre dello scorso settantennio.

C) In termini quantitativi e qualitativi, gli USA sono il paese più militarista, cioè più condizionato dai precetti e dagli apparati bellici, della storia.

D) Il declino morale, nonché diplomatico e geopolitico, dell’America che fu la fidanzata del mondo è già cominciato da X anni, ma diverrà precipitoso se il consenso patriottico non si indebolirà sensibilmente, in rapporto ai fatti di cui sopra. Le troppa fede nella bandiera a stelle e strisce sarà più nociva della nostra quasi totale, e santa, irriverenza per il Tricolore.

Questi i contorni simbolici, storico-politici, del crimine di North Charleston. Ci sono

ovviamente quelli razzistici. Negli ultimi cinque anni tredici agenti del Law and Order hanno ucciso senza necessità dei neri: per vendita di sigarette di contrabbando, per furto da supermarket, per non essersi fermato (Levar Jones) non indossando la cintura di sicurezza, per resistere all’arresto, per guidare in modo disordinato, per vagare nudo. In nessuno dei tredici casi un poliziotto europeo avrebbe sparato per uccidere. E, sempre secondo TIME, sono state 209 in cinque anni le occasioni in cui la polizia del South Carolina ha sparato senza uccidere. E’ anìmalesca e deviata quella polizia? No, è come la vuole l’America animalesca e deviata.

Quanto al razzismo, ben poco faranno i pubblici poteri. I neri sono largamente detestati, malgrado due mandati presidenziali di un nero (il quale agisce come fosse bianco). Forse i due mandati hanno esasperato il razzismo. L’America pagherà a lungo per due secoli di importazione di schiavi; e i discendenti degli schiavi non sono la crema dei gentiluomini.

L’integrazione vera dei neri è un’ubbia: non solo in America. Discendessi da uno schiavo tornerei in Africa, congratulandomi di tornarvi, metti, con due lauree e un fondo d’investimento.

A.M.C.

WHY WE SHOULD NOT TRY TO “CONTAIN” CHINA

a comment to an article by Andrew Browne published in the Wall Street Journal on 12th June 2015 

We should sincerely thank Mr. Browne for his article published by WSJ on June 12th, 2015. As our memories of the Cold War hysteria have been fading away, the author reminds us of our leader’s myopia and, since the collapse of the Soviet Bloc, the almost necessity to be able to find a new “enemy” we (or rather they) were so desperately looking for.

Which better candidate than China to replace former USSR, by depicting it as a powerful country poised to conquer the world? China can, at pleasure, be labeled as “red”, “communist”, “dictatorial”, “imperialist” or a “Frankenstein” just when our military spending urgently needs again a raison d’être and a new well-defined scapegoat after our own mess in the Middle East.

America’s engagement with China looks rather as a “clumsy containment” at best, a failed attempt to rein in what we perceive as a potential threat. It has perhaps been forgotten that not later than in 1997, the US Gov’t was begging China to devalue CNY to help the ailing SE Asian economies when the IMF and World Bank medicines were not delivering the promised effects. A plead reversed only a few years later when the US dollar-denominated exports started dwindling.

At that time Mr. Lawrence Summer managed to stop Japan from creating a 100 billion Asian Monetary Fund. This time, sorry for him and Mr. Henry Paulson, the AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) is the creation of a less malleable, independently minded country. How has this been possible? Is the “American Lake” shrinking? Someone else wants to build her own sphere of influence? Is there again someone interfering with our hegemonic plans of world domination? We need to be ready to go great lengths ‘to do what needs to be done’ to re-establish our core values (and interests)! We thought to be the only one to displace local population as the British did for the US on Diego Garcia (1968-1973), or trod on someone else’s territory and sea, and build whatever we deem appropriate (as we have planned to do in Henoko Bay, Okinawa). We established 700 military bases (but there are probably a few we have lost count of) and we will not tolerate any country to build not one of her own, even few hundred nautical miles from her coast.

Mr. Browne recalls a phrase uttered by Nixon in 1967 that America has “to persuade China that it must change” and five years later during his famous trip in 1972 that “by opening China, we will turn the communist giant into a diplomatic partner [to isolate the Soviets] one that would adopt America’s values and maybe even its system of democracy” (and eventually buy American goods, as XVIII century Manchester’s spinning and milling entrepreneurs were thinking –‘if only every Chinese would make their robe an inch longer …’).

In the article we read about today’s disappointment in the U.S., heightened by the fact that engagement with China has promised so much and progressed so far [little] and that the ideological gap hasn’t narrowed at all. A hubris and haughtiness only second to Mr. Thomas Friedman.

Myopia does not affect only politicians, but also their scribblers. China has always followed her own ways. Before it was communism with Chinese characteristics, today is Capitalisme à la Chinoise. When Nixon ever wrote that “Taking the long view, we simply cannot afford to leave China forever outside the family of nations, there to nurture its fantasies, cherish its hates and threaten its neighbors” it tells a lot about how poorly he was informed and about his inability to discern what was really happening in those days, caught as China was in the midst of her Cultural Revolution.

Since China has opened her door, unlike the USA, who has been bullying Middle Eastern nations with pre-emptive wars, she pre-empted an economic clash with her SE Asian neighbours, inviting them to join a period of unheard prosperity for a fifth of humanity. The recent creation of AIIB is only the last step in the creation of a Western-free-sphere of co-prosperity.

But what would happen if we would let this going on? If China continues in her benign expansion it could reverse the course of history laid down for us by the Almighty (and by us). Something unexpected could reverse our Divine plans.
Just imagine for a moment, for whatever reason, the indigenous population of Hawaii declares independence from the USA. China could promptly support it, send her fleet, sell hundreds of warplanes and other weapon systems to a country which is fighting for her independence and freedom (sounds familiar with Taiwan?). How could we possibly tolerate it, since we and only we are the predestined country, the chosen one, the one which reveres at every cash transaction the only and unmistakable God of ours with our prayer printed on our beloved bucks (“IN GOD WE TRUST”)?

We must prevent doomsday, when China will strike an alliance with Mexico and place her warships (including an aircraft carrier), a dozen thousand soldiers, and a bunch of atomic bombs on the island of Guadalupe, Baja California (the distance between Okinawa and Wenzhou is of 390 nautical miles, while Guadalupe from Los Angeles is about 300 miles away).

Mr. Browne writes about the fact that “the optimistic prospects of transforming an ancient civilization through engagement, followed by deep disillusion, has been the pattern ever since early Jesuit missionaries sought to convert the Chinese to Christianity. Those envoys adopted the gowns of the Mandarin class, grew long beards and even couched their gospel message in Confucian terms to make it more palatable. The 17th-century German priest Adam Schall got as far as becoming the chief astronomer of the Qing dynasty but fell from favour and the Jesuits were later expelled”.

Well then, shall we conclude that if the Chinese do not want to learn from us by hook, perhaps by crook?

We ought to know better and instead ask ourselves on what ground should China (or any other country for that matter) adopt America’s values or system. Do we ever ask ourselves which values or system are we talking about? Is America really democratic, where few clans (the Kennedy’s, the Bush’s, the Clinton’s) dominate the political scene? A country where the entry fee to a political race is a six-digit figure, powerful lobbies write the laws for senators and congressmen, and 0.1% of the population (about 300,000 people) have as much as 90% of US national wealth (out of a total population of 318 million, 2014 census). Isn’t America a country based on a moral plane founded on racism, wealth discrimination, hypocrisy, arrogance and bullish attitude towards the weak? Isn’t America the country of predatory behaviour, of the “quick buck”, where you can bet on someone else’s death, pay her or his insurance and cash in when she or he dies (see “What money can’t buy” by Michael Sandel)?

In their conquest of the West, white Americans have not thought twice about exterminating the natives and enslaving millions to work for them. Why should China become more like us? Isn’t she the longest and uninterrupted great living civilization? Han Chinese during their long history have assimilated other people in their own civilization-state system. The government, run by bureaucrats selected through a meritocratic process, permeates society, is not a part of it. It certainly smacks of paternalism, with its pros and cons, but it is administered like a family, not like a corporation (“What is good for GM is good for America”). Can we really teach her something on the corrupted American Way of Life?

Yes, indeed: once in a while, please, do not copy us!

Thomas Ruehling

 

GLI AMARI PRESAGI DI A.M.SCHLESINGER JR SUI DESTINI DELL’AMERICA

“Prima che il mio mandato alla Casa Bianca finisca, dovremo fare nuove prove per dimostrare se una nazione organizzata e governata come la nostra potrà durare. Il risultato non è affatto certo”.

John Fitzgerald Kennedy disse queste parole piene di fato nel 1961; e Arthur M. Schlesinger Jr le mise a epigrafe della propria intensa opera “The crisis of confidence -Ideas, power and violence in America” (1967). Questo Schlesinger, figlio di un altro Arthur M. che insegnava storia a Harvard, fu uno dei grandi nomi dell’Amministrazione Kennedy, astro del ‘circolo degli Scipioni’ che attorniava il presidente. Successore nella cattedra del padre a Harvard, consigliere speciale del presidente Kennedy, influenzò la temperie culturale della Nuova Frontiera più o meno come Paolo Diacono monaco longobardo segnò un po’ il regno di Carlo Magno. Qui vogliamo evocare alcuni pensieri di Schlesinger Jr, tratti dall’ edizione italiana (Rizzoli), per mostrare come un intellettuale di vertice presentiva mezzo secolo fa il degenerare delle prospettive anche spirituali dell’America, l’antica ‘fidanzata del mondo’.

“Siamo molto meno ottimisti riguardo a noi e al nostro futuro. Sembra che ormai gli eventi sfuggano al nostro controllo, che non possiamo più difenderci dal corso ineluttabile della storia. Cè motivo di credere che il pessimismo sia radicato come non mai. Le nostre città sono travagliate e in rivolta, c’è una crescente sfiducia e amarezza da parte delle minoranze, c’è un disfacimento dei legami di urbanità sociale, c’è una violenza contagiosa, c’è un moltiplicarsi del fanatismo di destra e di sinistra, c’è la generale tendenza, specie tra gli intellettuali, i giovani e i neri, a ripudiare l’assetto del paese. In cinque anni abbiamo avuto l’assassinio di tre uomini (John e Robert Kennedy, M.Luther King) che con la forza trascinante dei loro ideali avrebbero potuto tenere unita la nazione.

“All’estero l’America suscita sempre maggiore scetticismo e antipatia, i suoi intenti sono fraintesi e calunniati, i suoi sforzi inutili. Il fatto che mezzo milione di soldati americani, coadiuvati da un milione di soldati alleati, impiegando i mezzi della più moderna tecnologia militare, non sono riusciti a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri in pigiama nero ha scosso la nostra fiducia nella potenza dell’America. E le devastazioni che abbiamo compiuto nel perseguire fini da noi ritenuti nobili ha scosso la nostra fiducia nella rettitudine americana. E’ giunto il momento di riesaminare le istituzioni e i valori del nostro paese. I Padri Fondatori concepivano gli Stati Uniti non come un risultato compiuto, ma come un esperimento. Sarà il popolo a rispondere all’interrogativo che si poneva John F.Kennedy quando si chiedeva se una nazione come la nostra potrà durare.

“Alla maggioranza dell’umanità dobbiamo sembrare un popolo orribile, visto che non abbiamo fatto nulla per impedire che l’omicidio divenisse un’importante tecnica di politica interna. Visto che abbiamo assalito un piccolo paese all’altro capo del mondo con una guerra assolutamente sproporzionata ai fini della sicurezza e dell’interesse nazionali. Ma soprattutto visto che le atrocità che commettiamo non hanno scalfito la nostra prosopopea ufficiale, la nostra sicumera di infallibilità morale. Lo zelo con cui ci siamo lanciati in una guerra irrazionale fa pensare che profonde spinte di odio e di violenza improntino tutta la nostra politica estera.

“Non c’è niente di più scoraggiante del vedere che alcuni intellettuali rifiutano gli strumenti della ragione, anzi cominciano essi stessi ad aggredirla. Stanno intensificando l’assalto alla civiltà, affrettano la disgregazione in atto nella società americana. Cosa ha spinto gli intellettuali a rivoltarsi contro la ragione? Buona parte della colpa è da attribuirsi alla guerra nel Vietnam, una guerra che ha indotto il nostro governo a seguire una linea di spaventosa e insensata distruzione. Ma la causa va oltre il Vietnam. Fa presentire una più vasta assurdità, persino una vera malvagità della nostra società ufficiale. Ad alcuni appare addirittura come il risultato fatale di un’irrimediabile corruzione del sistema americano.

“Non posso condividere la convinzione che ci fosse qualcosa di ineluttabile nella guerra nel Vietnam, che la natura della società americana avrebbe costretto qualunque governante a seguire la stessa linea folle. Si capisce però come le contraddizioni della nostra società possano pesare tanto sulle persone sensibili. Hanno prodotto un’ondata di disperazione sulla democrazia. Da quando abbiamo cominciato a bombardare il Nord Vietnam (febbraio 1965) il nostro governo è stato insensibile alle critiche più ponderate. Ha cominciato a farsi strada l’opinione che il sistema stesso della democrazia sia impotente nel nuovo assetto segnato dall’industrialismo economico, militare e intellettuale.

Cresce la convinzione che le politiche di partito siano solo una facciata e una finzione, si rafforza il cinismo nei riguardi delle istituzioni democratiche. Alla fine il senso d’impotenza della democrazia ha dato vita a un credo che si oppone in modo sistematico e violento alla democrazia stessa.

“Con il discorso al paese sul Vietnam, il 31 marzo 1968, il presidente Johnson ha fatto qualcosa di più che fermare l’escalation militare, intensificare i tentativi di negoziato e rinunciare alla rielezione. Ha annunciato il fallimento di una politica, forse anche la fine di un’epoca. La follia del Vietnam, se adeguatamente compresa, forse può salvarci da follie future. Con l’universalismo che ci ha portati nel Vietnam si è andato formando un gruppo di potere insolito per la società americana: una classe di militari interessati a termini di legge a istituzionalizzare e ampliare indefinitamente le politiche di interventi nel mondo intero. Con questa classe guerriera sono nate nuove forme di imperialismo. E’ qui certamente che va cercato uno dei moventi principali della nostra tendenza imperiale: l’incessante pressione dei militari di professione. Il blocco guerriero domanda costantemente più denaro, armamenti sempre più avanzati, sempre più impegni e interventi bellici. “La storia e le nostre conquiste -disse il presidente Johnson il 12 febbraio 1965- hanno imposto a noi la principale responsabilità di proteggere la libertà su tutta la terra”.

“Questo messianismo ci ha fatto perdere il senso dei rapporti tra mezzi e fini. Non penso che il nostro impegno originario nel Vietnam fosse di per sé immorale. Immorale è stato l’impiego di mezzi distruttivi assolutamente sproporzionati a fini razionali.

Il peso totale delle bombe sganciate sui due Vietnam era nell’ottobre 1968 di 2.948.O57 tonnellate. Il peso totale delle bombe sganciate durante la seconda guerra mondiale, sia nel teatro europeo sia in quello del Pacifico è stato di 2.057.244 tonnellate.

“Liberandoci dalle pastoie militariste della nostra politica estera, possiamo cominciare ad opporci. Solo riducendo la nostra presenza militare nel mondo potremo restaurare la nostra influenza. L’esperienza del Vietnam ha mostrato anche che non possiamo condurre due crociate simultanee: gestire una guerra anche piccola contro un paese sottosviluppato e contemporaneamente far fronte ai problemi interni degli USA. La politica di impegno totale nel mondo è incompatibile con la ricostruzione sociale in patria. In futuro il mondo terrà conto dell’America non per la sua forza militare, quanto per la capacità di sanare le divisioni interne e di realizzare le possibilità della società elettronica.

“Quanto alla Vecchia Politica, essa è un mito tenuto in vita dai politici professionisti che sono personalmente interessati a preservarla, e dai giornalisti che passano la maggior parte del loro tempo a intervistare i politici professionisti”.

Profirio

TRA I GRANDI STATISTI MODERNI IL PIU’ BUGIARDO FU ROOSEVELT

I suoi seguaci lo identificarono col New Deal, che però fu opera assai meno rilevante del vantato. In realtà fu l’uomo del WW2; e dette a credere che prima di Pearl Harbor il suo governo, pur parteggiando per la Gran Bretagna, assolvesse largamente agli obblighi della neutralità imposti dalla maggioranza degli americani. Fu una menzogna; così come nel 1940 si fece rieleggere promettendo agli americani che avrebbe difeso la pace. Preparava attivamente l’intervento.

Nel giugno 1940, quasi un anno e mezzo prima dell’attacco nipponico alle Hawaii, il primo ministro Churchill arrivava allo scontro finale col generale (poi maresciallo) Archibald Wavell , comandante britannico nel Mediterraneo. Lo giudicava poco aggressivo nei confronti dell’Asse (Wavell non aveva ancora sloggiato gli italiani dalla Cirenaica; sarà premiato col titolo di Earl of Cyrenaica). Il Premier temeva che in tal modo Wavell confermasse l’impressione di non pochi, che la Gran Bretagna attendesse la salvezza dall’intervento degli Stati Uniti; intervento voluto da Roosevelt, non dagli americani. Roosevelt non andava indebolito: le elezioni presidenziali incombevano a novembre. Ripetiamo. Siamo 15 mesi prima di Pearl Harbor, che secondo la bugia presidenziale, determinò gli americani alla guerra.

In realtà gli incontri segreti a Washington tra gli Stati Maggiori britannico e americano -denominati in codice ABC-1 (per fissare la strategia alleata dopo l’intervento degli USA) cominciarono a fine gennaio 1941. E la Carta Atlantica sugli obiettivi della guerra fu firmata su una corazzata britannica “in navigazione nell’Atlantico” nell’agosto 1941, quando gli Stati Uniti non erano in guerra. In realtà Roosevelt prima ancora dell’accordo di Monaco aveva lanciato il piano per costruire quindicimila aerei da guerra all’anno.

In una lunga lettera dell’8 dicembre 1940 Churchill chiese apertamente a Roosevelt “un atto decisivo di non-belligeranza costruttiva” che rafforzasse la resistenza britannica contro l’Asse. In particolare, la Marina statunitense doveva proteggere contro gli U-boot i convogli britannici nell’Atlantico ( la Gran Bretagna aveva già perduto 2 milioni di tonnellate). Washington doveva fornire naviglio mercantile per 3 milioni di tonn., più 2.000 aerei al mese. Infine, i crediti in dollari del Regno Unito essendo già esauriti, gli USA dovevano entrare nel conflitto.

Una settimana dopo, per preparare gli americani alla presentazione della legge Affitti e Prestiti, il presidente mentitore si rivolse loro con la parabola dell’uomo cui la casa andava a fuoco e del vicino che gli prestava la canna dell’acqua. Churchill ringraziò enfaticamente: la Legge, cioè la canna dell’acqua, era “il più nobile atto della storia delle nazioni”.

Piuttosto il governo di Londra fu scosso dalla durezza delle condizioni finanziarie. Gli americani esigettero la revisione contabile di tutti gli attivi britannici nel mondo. E non ci sarebbero stati aiuti prima che la Gran Bretagna avesse dato fondo a tutte le sue riserve in oro e in valuta. Una nave da guerra statunitense fu mandata a Città del Capo a prendere in consegna le ultime scorte d’oro di Sua Maestà. Churchill giustificò: il Presidente voleva tutelarsi contro i circoli antibritannici di casa sua. E’ stato osservato (Max Hastings, “Finest Years”, pp.171-174) che “i britannici sottostimavano il numero di americani che li detestavano. Li consideravano imperialisti, altezzosi ed esperti nell’arte di far combattere agli altri le proprie guerre”. L’ultima vittima era stata la Francia, che si era fatta annientare dal Reich perché plagiata da Londra. Nel 1939 Parigi non aveva nessuna rivendicazione seria nei confronti della Germania, dunque nessun motivo grave per combattere un solo ventennio dopo la mattanza della Grande Guerra, se non un trattato con la Polonia, preso sul serio da nessuno, infatti non rispettato né da Parigi né da Londra.

Ad ogni modo erano stati gli acquisti britannici di armi nel 1940 ($4,5 miliardi in contanti) a lanciare il boom bellico che sollevò gli USA dalla Grande Depressione. Questo consentì a Roosevelt di difendere il montare degli aiuti a Londra: ”Dobbiamo essere il grande arsenale della democrazia”. Nella primavera 1941 Washington dichiarò l’Atlantico occidentale “zona di sicurezza panamericana”, stabilì basi in Groenlandia, ordinò il subentro in Islanda delle truppe americane a quelle inglesi, autorizzò la riparazione del naviglio britannico nei porti americani e, soprattutto, di lì a poco fece scortare dalla U.S.Navy i convogli britannici nell’Atlantico.

A fine autunno 1941 la Casa Bianca era pronta alla guerra anche col Giappone: ma erano le forze americane che non erano pronte. Quindi il finto negoziato con Tokyo, con condizioni statunitensi inaccettabili, doveva continuare. Ma il 7 dicembre venne Pearl Harbor. Roosevelt lo proclamò il giorno dell’infamia nipponica. Non disse che nell’Atlantico la guerra non dichiarata degli USA contro il Reich durava già da mesi.

Morendo improvvisamente di emorragia cerebrale a Warm Springs (12 aprile 1945) FDR mancò all’apoteosi della vittoria. Gli fu risparmiato di dover spiegare perché nel 1940 considerava vitale “per l’America” la vittoria della Gran Bretagna e invece, a guerra finita, lasciava l’impero britannico in fin di vita e in una quasi-miseria che sarebbe durata vari anni. In realtà per il geniale volere di FDR l’impero era passato agli Stati Uniti, dopo le premesse poste nel 1917-18 dalla guerra di Woodrow Wilson e dalla conferenza di Versailles da lui dominata.

La differenza rispetto all’impero britannico è che quest’ultimo era fatto di colonie, di Dominions e di pompe monarchiche; quello americano di Stati “sovrani”, magari miserabili, interamente soggetti a Washington. Gli USA promossero a pseudo-nazioni quasi tutti i possedimenti altrui; e in genere li inchiodarono alla miseria. Però Washington, specie sotto Obama, è assai meno razzista che l’impero di Albione, per mantenere il quale Churchill aveva voluto WW2 (perdendo interamente detto impero). P.es. l’Italia non è trattata molto meglio del Botswana nero.

A.M.C.