RISORGESSE IL DUCE GARRIREBBERO LABARI NERI SULLE TERRAZZE DI SINISTRA. DOPO UN TOT

Mi capitò di occuparmi delle terrazze romane, cioè della mondanità sinistrista nell’Urbe (il clima si addice ai parties sotto le stelle) un anno che il letterato Enzo Siciliano ascese a presidente della Rai. Elettrizzata, la contessa Donatella Pecci Blunt annunciò “una gran cena”. E la marchesa Sandra Verusio di Ceglie, villa sull’Appia e appartamento da cinema in centro: “Era quel che volevamo: una persona che pensasse a sinistra, ma che non ‘giocasse’ a sinistra”. La gioia delle altre lionesses filoproletarie fu parimenti incontenibile. Paolo Conti cronista del ‘Corriere’ scrisse di ‘pieno fermento’ del terrazzismo: “Si respira aria di Liberazione”. Spiegò che il terrazzismo ” è quella categoria dello spirito, bene illustrata dal film ad hoc di Scola. Prevede: grande loggia con vista (imbattibile il primo modello Marta Marzotto degli anni Guttuso, con piazza di Spagna ai piedi), cibi poveri (pasta e ceci. vino bianco), invitati di sinistra, gran classe e lotta di classe, baciamano e progressismo, buone letture e voto popolare (…). Adesso è tutto un brindisi. c’è la nuova Rai: Giancarla Rosi, moglie di Franco, grande animatrice di serate romane, si irrita quando sente parlare di salottismo continuo: “E’ un’espressione liquidatoria che si tira fuori quando nominano uno giusto al posto giusto. E poi che strazio questa faccenda delle terrazze, dei salotti: ma la gente dove dovrebbe riunirsi la sera per parlare? sulle piazze? nelle portinerie? nei cimiteri?”

Già, mi chiedo anch’io, dove la sera? Quello che però Giancarla non coglie è che la gente per cui si prodiga -mogli, fidanzate, compari, portaborse, leccaculi della Nomenclatura- è persino peggiore del demi-monde che fiorì a Roma nella transizione tra il Papa e il Re; e lanciò le stesse terrazze. E’ peggiore perché ha trionfato coll’impostura. I burocrati, palazzinari, faccendieri ed ex-eroi garibaldini della Roma da poco sabauda non avevano fatto credere agli elettori popolani d’essere dalla loro parte. Il suffragio universale e i media non esistevano, mentire alle grandi masse era superfluo. Chi aveva accesso al truogolo si abboffava.

Questi intellettuali degli attici radical sono uno dei volti più sozzi nella storia delle nostre bassezze. Se stanotte il Duce tornasse a palazzo Venezia, domani sulle terrazze boldriniane sventolerebbero i gagliardetti. Le crisi di coscienza sarebbero poche, così come pochissime furono nel Ventennio, finché il Duce cominciò a perdere la guerra (dove militerebbe l’intellighenzia semirossa d’oggi, se il 10 giugno 1940 Mussolini avesse trebbiato il grano invece di affacciarsi a quel Balcone?).

Tornando alla ‘aria di Liberazione’ che si respirò sulle terrazze entusiaste di Enzo Siciliano: quando la respireremo noi aria di liberazione, noi che manteniamo con l’Imu il culturame demo-cleptocratico? Quando l’insurrezione da disgusto triplicherà la sua forza, rendendo superfluo il golpe giustizialista?  Intesi come comparse, come bassa corte, come intrattenitori e clientes, gli intellettuali li ammiriamo: sono spiritosi, amiconi, prolungano la tradizione della commedia dell’arte e dei fescennini. Ma paragonati alle ottantenni artritiche delle parrocchie che si sfiancano di stanchezza per servire alle mense dei poveri, i mondani da terrazza sono pure feci. Per loro ci vorrebbero i barbari di Odoacre e di Totila: cuori animaleschi sì, ma non infestati di tenie come quelli dei salotti boldriniani e pisapieschi.

Porfirio

QUANDO IL PIANTO DEL CALCIO NON FA TROPPO PIANGERE

Una mattina, anni fa, i giornali uscirono a mezzo lutto: due calciatori del Castel di Sangro erano morti sull’autostrada del Sole, andavano a  oltre 200. Il cordoglio delle pagine sportive si espresse nelle formule consuete; ma a noi che le conoscevamo male fecero effetto. Da ‘Repubblica’  per esempio apprendemmo: i due rientravano nel  grazioso paese abruzzese che quell’anno “conosceva una favola calcistica, 5500 abitanti e una squadra in serie B'”. Come a dire, il piccolo Regno di Sardegna ammesso, per le glorie di Crimea, al Congresso di Berlino (1878) tra i colossi d’Europa.

Raccontava ‘Repubblica’: “L’agghiacciante telefonata della Stradale alla moglie del patron del Castel di Sangro è stato un terribile colpo al cuore”. Nessuno dei due eroi caduti essendo del posto, forse qualcuno dei locali non piombò nello strazio; però su questo il cronista in lutto sorvolò. Apprendemmo anche che il presidente della squadra era Luciano Russi, rettore dell’università di Teramo, ateneo che era stato primo a istituire un corso in diritto ed economia dello sport. Questo ci rassicurò: il ritardo sportivo rispetto alle università statunitensi stava diventando intollerabile. Teramo aveva saputo raccogliere la sfida di Harvard e Yale. Se più Magnifici Rettori si fossero ispirati al modello Russi, le nostre università si sarebbero arricchite di squadre vibranti e straricche come quelle che portavano alle stelle la grandezza accademica degli USA. Chi dice che i rettori esistono per la sola scienza?

L’allenatore della squadra, accorso sconvolto in tuta, parlò chiaro: “Ora tutto è più difficile. Dovremo tirare fuori l’anima, lo faremo per Pippo e Danilo”. Per il momento i duri campioni della squadra  erano in lacrime: “Se ne sono andati due ragazzi stupendi”. Nella folla dei tifosi sbigottiti c’era anche John McGinnis, scrittore americano, che si era trasferito nel Sangro “per raccontare in un libro il miracolo del calcio. In lacrime anche lui”. La pagina luttuosa di ‘Repubblica’ evocò che vari altri calciatori si erano immolati al volante per rispondere alla chiamata del coraggio. I migliori, remunerati come la loro classe esigeva, preferivano Porsche e Ferrari. Per esempio il divo Gianluca Pagliuca ebbe un terribile incidente, ma riprese a giocare “dopo essersi comprato un altro Porsche”. Pagliuca ammetteva:  i giocatori, sì, corrono troppo, ma perché “il lavoro ci porta lontano da casa e tornare è importante”.

Temevamo che il calcio indurisse e, anche per il denaro che fa girare, involgarisse i cuori di centravanti terzini allenatori. Invece scoprimmo  che essi piangevano impulsivamente, disperatamente, e tra di loro lo scrittore di Boston trasfigurato dal pallone al punto di farsi abruzzese. Al loro tempo Gabriele d’Annunzio e Francesco Paolo Michetti avevano cantato il fervore emotivo delle stirpi della Maiella e della Pescara. Gli immolati Pippo e Danilo avevano trovato McGinnis.

Viaggiare a oltre 200 è deplorevole, stolto, persino vietato; ma per i calciatori è diverso. Se gli va male, sono combattenti che non si sono tirati indietro: come i minatori uccisi dal grisou o i pescatori annegati nell’Atlantico rabbioso.

Noi credevamo di dover compiangere -sul serio, non per burla- i genitori, figli, vedove, amici stretti, vittime della frenesia ardimentistica/ gladiatoria dei campioni. Sbagliavamo. Dolenti, inconsolabili possono essere gli strateghi, gli impresari, gli imbonitori persino gli accademici del calcio. Non presiedono squadre i migliori tra noi, da Agnelli a Berlusconi? Un tempo alla testa delle nazioni si invocavano i re-filosofi. Oggi abbiamo i titani del business e gli statisti pluri-condannati.

Ai quali comunque vada un consiglio col cuore: smettano di regalare Ferrari ad ogni giocatore che segna, se non vogliono farsi una testa così di lacrime, imitati da cittadinanze intere, quando si schiantano sull’Autosole.

Porfirio

MASSIMO GIANNINI SCORDA LE REGOLE DEL GIOCO OLIGARCHICO

Il vicedirettore di Repubblica, che da qualche tempo appare più saggio del suo direttore, e quasi l’opposto ideologico del Fondatore neolegittimista, rampogna il Colle perché intima alla magistratura di fermarsi, di non perseguire un Cagliostro da Arcore al punto di impedirgli di fare l’oligarca, capo dell’opposizione e coprotagonista della democrazia. Se i magistrati obbediranno, chissà perché, la prescrizione sancirà il diritto di Cagliostro all’impunibilità.

Ma che si aspettava Giannini? C’è logica, dunque prevedibilità piena, nell’azione dell’usufruttario del Colle. Scelse, quando i tempi furono maturi, di passare dal comunismo alla democrazia occidentale. Da allora, coerente con la scelta, ne accetta le conseguenze e le derivate. Aveva professato l’internazionalismo, oggi è il patriota che celebra oltremisura il sesquicentenario dell’Unità (lo celebra in un tempo di disdetta per ciò che presiede) e bacia in Quirinale i marò che hanno ucciso, non per cattiveria ma per difendere la (petroliera della) Patria.

Nella Guerra fredda era stato antiamericano ‘senza se e senza ma’, oggi va a rapporto alla Casa Bianca, grato del riconoscimento della fedeltà atlantica di Roma e sua personale. Ha più volte definita “giusta” la guerra nell’Afghanistan. Aveva condiviso lo storico antimilitarismo dei socialisti occidentali; oggi enfatizza all’occasione il ruolo delle Forze Armate di cui è il supremo comandante, ne difende i costi, lascia comprare F35 e sommergibili in una fase buia della nostra economia (come ci difenderemmo dal nemico?). Aveva a viso aperto parteggiato per i poveri, ora autorizza a tagliare il sostegno agli scolari storpi e ciechi. Benché incline a gusti sartoriali patrizi, aveva indossato le tute e i camici morali dei proletari. Oggi si lascia inneggiare per non avere in nulla mortificato la pompa e il costo della reggia pontificia (dei tempi peggiori del papato) e sabauda, nonché di varie dipendenze. Corazzieri, palafrenieri, ciambellani e lacché ringraziano per paghe e vitalizi eccellenti.

Tutto ciò discende dal distacco degli storici ormeggi del 1945-90 e dalla conquistata omogeneità all’oligarchia istituzionalizzata dalla Costituzione stesa dai giuristi di regime. Il berlusconismo è componente forte dell’assetto oligarchico: è naturale che l’Alto Garante ne protegga il  capo, per pessimo che sia. Giannini, perché ti sorprendi? Non ricordi le regole del gioco?

Alleggerire il carico scongiurerebbe lo stallo del trimotore Italia. Tra le casse da far cadere nel vuoto c’è il parlamentarismo/partitismo, dunque la Costituzione del malaugurio. La cabina di pilotaggio non permette, il trimotore perde quota, nell’atterraggio di fortuna potrebbe sfasciarsi.

Se regnassi tu Massimo Giannini, e arrivasse una calamità grave, a fini di salvezza non metteresti da parte istituzioni e procedure? Non promuoveresti tra l’altro l’allungamento dei termini della prescrizione? Non sospenderesti il parlamento, se coi i suoi ritmi e regolamenti avvicinasse la bancarotta? Ti aspetti che sia il Quirinale a sventare i ricatti del parlamentarismo e di quella summa iniuria che è il summum jus. Ma dimentichi che il Quirinale assegnò a Mario Monti il mandato stretto di salvare la gestione partitocratica. Ora quella gestione, della quale il Pdl è socio è pesante,  esige l’impunità per Cagliostro.

Tu vorresti che il Colle esercitasse una saggezza diversa: ma la Costituzione non lo permette. Tienitela.

Porfirio

LA FORZA TELLURICA DI UN PAPA CHE SI CONTRAPPONGA AI PREDECESSORI. E FRANCESCO…?

Cinquemila giornalisti di tutto il mondo hanno chiesto l’accreditamento per seguire il Conclave. Saranno cinquantamila il giorno che apparirà possibile ciò che questa volta nessuno si attende: l’avvento di un papa rivoluzionario, cioè molto più cristiano. Oppure la trasformazione di un papa continuista come gli altri in uomo della rottura.

Così com’è il mondo, così com’è in particolare l’Occidente, il Pontefice potrebbe essere -non diciamo affatto ‘è’- la massima autorità morale del pianeta. Nessuno si sognerebbe di affermare questo p.es. del presidente degli Stati Uniti: egli risulta spesso, al pari di altri statisti importanti, la più alta delle autorità immorali.

Se diciamo che un Papa del futuro potrebbe migliorare il mondo, come nessun imperatore saprebbe, è in quanto quel Papa impersonerebbe un grande pensiero; gli statisti e i grossi teorici no. Morti sia l’ateismo marxista, sia il materialismo liberista/conservatore, il cristianesimo -come altri credi superiori- muoverebbe un’azione irresistibile. Quella cristiana è, insieme a quella islamica, la sola sopravvissuta tra le dottrine salvifiche.

Protestano i puristi che la parola di Cristo non è una dottrina né un’ideologia. In astratto hanno ragione, ma tant’è: gli atei e gli agnostici non credono alla Rivelazione, eppure anche per loro il cristianesimo è, almeno in Occidente, un pensiero di salvezza. Giorni fa Angelo Scola arcivescovo di Milano diceva parole al tempo stesso fuorvianti ed eterne: “La missione della Chiesa è di annunciare sempre la misericordia di Dio, annunciarla anche all’uomo sofisticato e smarrito, anche in questi tempi grami”. E’ fuorviante limitare la missione della Chiesa all’annuncio della misericordia di Dio. Molti non credono in Dio (il che non toglie nulla all’immensa realtà delle fedi, anche se considerate espressioni solo umane). E molti non considerano Dio misericordioso, visto il male e il dolore che Egli, onnipotente, permette. Ma il cardinale di Milano ha inoppugnabilmente ragione: l’Annuncio varrà “anche per l’uomo sofisticato e smarrito, anche in questi tempi grami”.

Siamo partiti dai 5000 giornalisti venuti dai Continenti. Sono accorsi per conoscere un papa che, per quel che è dato sapere, risulterà “inutile” oppure sconfitto, come i predecessori: troppo simile a loro, troppo condizionato  dalla continuità. I giornalisti accorreranno in numeri giganteschi, e con ben altre attese, il giorno che presentiranno la venuta di un pontefice aspramente nuovo. Anche i continenti che non adorano il Dio della Cappella Sistina, anche gli uomini ‘sofisticati e smarriti’ di Angelo Scola saranno tramortiti, più di Paolo sulla via di Damasco, dalla novità dirompente, tellurica, di un Papa in grado di offrirsi come guida di tutti gli uomini. I più non lo accetteranno come messaggero e profeta del Dio unico. Ma come conduttore morale sì, se si contrapporrà al retaggio frustrato.

Che annuncerà al mondo il Papa della nuova età? Non la misericordia di Dio, né la sua onnipotenza; anzi  confesserà la debolezza e le sconfitte del Padre. Non solo il Figlio, anche il Padre è salito sulla croce. Il Rifondatore del cristianesimo, anzi del senso religioso del vivere, si rivolgerà agli uomini quali generatori essi stessi dell’anelito. Gli uomini vanno nelle chiese (nelle moschee, in ogni altro tempio) per riscattarsi dalla miseria di vivere e morire senza speranza; e la liturgia vivifica il torpore dell’anima.

Il Ricostruttore restituirà la Chiesa alla povertà, rafforzerà l’aiuto ai poveri e la dedizione alla giustizia. Però l’accresciuto impegno sociale sarà solo il mezzo. Il fine sarà convincerci della porcinità dei disvalori, della bassezza dei moventi che ci imprigionano: arricchirci, consumare, abituarci al male. Dunque la missione sarà spiritualizzare il pianeta, Farlo vergognare dell’egoismo capitalista, delle troppe disparità, di innumerevoli altre abiezioni

Spiritualizzare il pianeta: solo con le opere. Le parole convinceranno sempre meno, fino a che scorreranno come acqua sul marmo. Dopo due millenni di parole, di quotidiane esortazioni al bene, la Chiesa è fragile, sempre meno rilevante. Impressionerà quando darà esempi fulminanti. Quando il Papa compirà atti demolitori, perciò clamorosi: ripudiare le abitudini e le prassi, abbandonare Roma, ripudiarne i paradigmi, vendere a favore  dei poveri i palazzi fastosi, come dicono abbia fatto l’arcivescovo di Boston per indennizzare le vittime della pedofilia. A quante malazioni la Chiesa dovrà riparare, non col denaro,  dopo lunghi secoli di potere temporale, di nepotismo, di cento altre degenerazioni e tradimenti del Vangelo?

Nel 1945 due atomiche misero fine al conflitto mondiale. L’atomica del Papa sarà, un giorno forse lontano, la rottura col passato.

l’Ussita

NONNO CONTRO NIPOTI A ‘REPUBBLICA’ SCALFARI PROIBISCE IL FUTURO

Prendendo esempio dal Papa Emerito -più giovane di lui- il Fondatore dovrebbe rinunciare a pontificare, dovrebbe cedere l’editoriale della domenica a persone meno stregate dal passato, meno opacizzate nella vista dalle cateratte misoneiste. Ove rifiutasse, una congiura di Giovani Turchi dovrebbe, con dolce violenza e per amore della grande testata, iscrivere il Nonno a un corso di rieducazione de-legittimista. Oppure farlo operare di cateratta.

Questi sommessi pareri esprimiamo sotto l’impressione dell’aspro contrasto tra le cose che accadono e la rappresentazione che di esse fa il Patriarca. In questi giorni un pilota di punta della sua scuderia, Massimo Giannini, ha scritto di “un’onda anomala e gigantesca che stravolge per sempre il sistema politico italiano, seppellisce definitivamente la Prima e la Seconda Repubblica, uccide sul nascere la Terza, di domanda di rottura istituzionale, di piazza pulita delle odiate, vecchie cariatidi di Palazzo, di riduttività del parlare di anti-politica, di inadeguatezza dei partiti tradizionali, di mura sfondate dell’esecrato Palazzo d’Inverno, di errori fatali di Bersani”. Per Michele Serra “l’avanzata travolgente delle Cinque Stelle non è antipolitica, è politica allo stato puro. Il nostro mondo comincia a diventare  vecchio”.

Cose anche più vivide ha scritto Filippo Ceccarelli. “Prima o poi i partiti e i politici dei talk shows se ne andranno davvero a casa. L’Apocalisse si è abbattuta sulla Seconda Repubblica schiantandola dalle sue gracili fondamenta. Un autentico castigo di Dio. I vanitosi e gli astuti si guardino bene dal definire Grillo, con vano disprezzo, un comico o un giullare. (Egli) si connota come la risposta alla società paralizzata, come un personaggio che chiude finalmente, definitivamente, un ciclo di potere. Questa novità sconvolge il paesaggio politico italiano. Verrebbe voglia di scomodare le intuizioni di Max Weber sul carisma. Chi dei vecchi politici può competere con Grillo?”. Grillo potrà essere smascherato anche lui, però il Movimento, così corale, va ben al di là del leader. Ceccarelli constata “il disastro buffo che la sconcia e sventurata allegria della Seconda Repubblica ha pianificato dando il peggio di se stessa”.

Infine Gianluigi Pellegrino, sempre in barba all’Antemarcia della Partitocrazia, ha concluso  una sua riflessione su “L’ultimo scempio del Porcellum” consigliando: “Meglio dare a Cinque Stelle ciò cui ha diritto che alimentare il grillismo nelle piazze. Come tutti, almeno ora, dovrebbero aver capito”.

Lo Zeus di ‘Repubblica’ non ha capito. Questa è l’analisi del visionario autore di La sera andavamo in via Veneto, denso e profetico libro del 1986: (I seguaci di Beppe Catilina) “non hanno programmi salvo quello di mandare all’aria tutte le strutture esistenti, la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto, la Corte costituzionale, la politica e i partiti (…) Non si sa cosa rappresentino le parole ‘società civile’. Forse la novità consiste nel rifiutare la democrazia delegata. Il grillismo prevede i referendum come unici strumenti di governo: peggio, prevede i gestori della cosa pubblica guidati da capi pro-tempore, in carica per pochi mesi a rotazione. Una sorta di condominio al posto dello Stato, cioè il peggio del peggio”.

Giganteggia la coraggiosa soluzione del pontifex dell’Obsolescenza: P.L.Bersani e il Pd. La grandezza di quest’ultimo essendo, secondo l’Editorialista della domenica, il restare orgogliosamente più partito degli altri

‘Non possumus: Scalfari sdegnato come Pio IX con le idee nuove’:  si intitola così un  recente pezzo in argomento di Internauta. Scalfari non si è accorto che da qualche tempo le sue idee-forza, democrazia delegata in testa, sono oggetto di disdegno e ludibrio. E’ superfluo sottolineare lo scontro  frontale tra la generazione dei nipoti, Giannini, Ceccarelli e gli altri, e quella del Nonno legittimista, adamantino nel rifiuto di sbirciare nel futuro, anzi di dare una semplice occhiata al presente.

L’anno prossimo, il 24 aprile, il Fondatore compie novant’anni. Il suo combattimento  contro les Sans-culottes  sfasciatori di quanto gli è più caro, è intrepido. Umanissima anche la compassione che deve provare per Ratzinger, il quale ha lasciato. Però non dovrebbe mantenere requisito per sé, vita natural durante, il domenicale di Repubblica: perché non assomigli sempre più a ‘La Perseveranza’, quotidiano dell’aristocrazia terriera lombarda, cessato nel 1922. Oh grande Vecchio, cedi qualche spazio a quanti non si intestardiscono contro il futuro!

A.M.Calderazzi

RATZINGER LASCIA ENTRARE IL FUTURO

Le forze fisiche del Papa scemavano, ma non fermiamoci alle giustificazioni mediche della Rinuncia. Essa è anche, non può non essere, 1) l’enunciazione di una crisi epocale della Chiesa e della fede; 2) l’ammissione di una sconfitta; 3) la formulazione dolorosa della prospettiva di un futuro incompatibile con la coerenza del papato all’antica. Un pensatore, diciamo pure un uomo superiore, come il Papa non poteva ingannarsi sull’impotenza della Chiesa di fronte alle sfide sempre più aggressive della modernità. Non sfide cui qualsiasi pontefice possa sottrarsi al riparo del retaggio; tanto più in quanto sia un retaggio da ripudiare. Questo papa è stato soprattutto custode della tradizione, ma in quanto maestro di teologia, cioè in quanto ideologo e filosofo della fede, era consapevole come nessun altro della minaccia mortale che incombe su tutti i credi trascendenti, non solo sul cattolicesimo.

Un’ammissione di sconfitta, ipotizzavamo, perché otto anni di pontificato non hanno né risolto problemi, né allestito basi di partenza verso il futuro. Un po’ è andata come a Flavio Claudio Giuliano imperatore, l’Apostata, che tentò di riaprire i templi degli  Dei pagani. Benedetto XVI provò a far risorgere l’inconcussa fede antica, ma quello che chiamava relativismo è stato più forte.

Infine Ratzinger sa che scelte rivoluzionarie attendono la Chiesa: non solo per respingere gli assalti dell’ateismo, anche per cogliere le possibilità di forte rilancio religioso le quali apparivano scomparse per sempre, e invece si alzano: rilancio riferito non tanto alla Rivelazione quanto all’insopprimibile bisogno del divino anche negli uomini del Terzo Millennio. Quando Dio muore, gli uomini ne vogliono un altro, altrettanto Luce del mondo.

Ratzinger sa che se la Chiesa si rifondasse temerariamente, forse ritroverebbe sul piano spirituale il ruolo superbo dei tempi, foschi ma immensamente vitali in termini terreni, di Indebrando da Soana (Gregorio VII) e di Lotario di Segni (Innocenzo III), protagonisti superiori a tutti i sovrani della Terra. Un papa sovvertitore che con le azioni, non con le parole, dichiarasse chiuso il ciclo bimillenario e il paradigma romano, si proporrebbe come maestro del mondo: tanto è ancora il potenziale del senso religioso dell’esistenza (v. in questo Internauta “Da papa a parroco del mondo”). E Ratzinger sapeva di non poter essere il Sovvertitore/Rifondatore.

Messa così, la Rinuncia dell’11 febbraio 2013 acquista un significato epico, come profetica  fu, sette secoli fa, quella dell’eroico eremita da Morrone. Fu una scelta molto più drammatica di questa. Ma Benedetto XVI è stato certamente sconfitto nel conato di aggiungere idealità alla Chiesa istituzionale, senza prima diroccarla. Per quello che si sa, Benedetto voleva nobilitare, arricchire di spirito, non riformare né deviare il corso del cattolicesimo. Era missione impossibile, anche perché egli è stato colpito da autentiche sciagure, quali lo scandalo della pedofilia o l’allargata repulsione verso i beni materiali della Chiesa. Anche le lotte di fazione in Vaticano sono state una sciagura, però non grave come le turpitudini del decimo secolo, le infamie del papato quattrocentesco  e il non breve durare del nepotismo. Le divisioni della Curia sono normale dialettica tra concezioni e interessi al vertice di un grande organismo temporale, e non sono vituperevoli come i peccati negli oratori e nei seminari.

Per aprire tempi nuovi non servirà un papa liberal, ne servirà uno rivoluzionario. Dovrà rigenerare non solo la Curia -sia in quanto alta burocrazia, sia in quanto governo collegiale della cattolicità- ma la Chiesa intera. Non riuscirà senza chiudere fisicamente e vendere i palazzi romani, cioè senza sconfessare il retaggio che essi tramandano. Ogni volta che sul soglio di Pietro salirà un papa di alto sentire, il mondo si attenderà che ingaggi una lotta frontale con la Curia. Non potrà vincere senza troncare la continuità. La Chiesa della continuità non ha futuro. Quella della palingenesi si trasfigurerà e, per così dire, ‘erediterà la terra’ in quanto unica religione/ideologia sopravvissuta alla moria delle dottrine che hanno guidato gli ultimi secoli. Questa palingenesi stordirebbe e coinvolgerebbe il mondo. Ma il cristianesimo dovrà essere se stesso e il suo contrario. Finita nel disonore l’idea marxista, oggi si contrappone al messaggio evangelico  solo il miserabile materialismo capitalista/consumista, con i suoi vari satelliti.

Il futuro cristianesimo sommovitore avrà la forza dirompente dell’Islam delle origini, se troverà un Maometto.

l’Ussita

ROBERTO VACCA – Finanziamenti, olocausto nucleare: i numeri

È giusto che lo Stato finanzi i partiti? Certo che no. Infatti nel 1993 il 90% degli italiani votò a favore del referendum (promosso dal Partito Radicale) che abrogava il finanziamento pubblico ai partiti. Però già nel dicembre 1993 il Parlamento approvò un’altra legge per il rimborso delle spese elettorali ai partiti Questo veniva calcolato in 5 €  per voto ricevuto, ma le spese da rimborsare (non rendicontate) sono state molto inferiori ai rimborsi.

Oggi si dibatte fra partiti, e dentro i partiti, se vadano aboliti questi rimborsi. Il 90% dei votanti molto probabilmente è ancora a favore dell’abrogazione. Le discussioni sono inani.

Ma guardiamo i numeri. Di che cosa si sta discutendo? Cito a memoria –sbagliare di poco: gli ordini di grandezza sono questi.

 

Prodotto interno lordo (PIL) italiano        1.600 miliardi di €

Bilancio dello Stato                                        500 miliardi di €

Rimborsi elettorali                                         200  milioni di €

 

Dunque i rimborsi elettorali da abolire equivalgono a un centesimo dell’1% [cioè a un decimillesimo] del PIL – e a 3 centesimi dell’1% del Bilancio dello Stato. È una somma grossa, ma non sconvolgente. Inopportuna, ma non rovinosa. Non è quella che taglia le gambe al Paese.

Passo ad argomento ben più (cento volte più) vitale. Gli investimenti totali (pubblico + privato) in ricerca e sviluppo sono di circa 20 miliardi di € annui – percentualmente sono 2 ordini di grandezza più grandi. Si tratta di poco più di 1 centesimo del PIL (non di decimillesimi). Questi investimenti dovrebbero essere triplicati: dando forza alla nostra industria e alla nostra economia. Contribuirebbero a innalzare il livello professionale e culturale della nostra forza lavoro – e della popolazione. Le prime pagine dei giornali, le televisioni, i dibattiti pubblici non ne parlano. È segno grave di degrado culturale.

C’è un altro segno grave di cui non si parla affatto. Tre giorni fa il governo della Corea del Nord dichiara che la tregua delle guerra coreana dopo 60 anni è scaduta. La Nord Corea ritiene di esser minacciata di annientamento da parte di Sud Corea e USA e afferma il suo diritto di attaccare con missili nucleari sia la Corea del Sud, sia gli Stati Uniti. I pochi che ne hanno scritto, asseriscono che il dittatore Nord Coreano non lo farà mai. Non ci riuscirebbe. Verrebbe annientato. Dovremmo esserne ben più sicuri, parlarne, cercare rimedi, assicurazioni. Dovremmo propugnare il disarmo nucleare totale. Qui non si tratta di minime percentuali della nostra ricchezza. Se proliferasse una guerra nucleare, distruggerebbe le nostre risorse e le nostre vite.

Si sveglia nessuno?

Roberto Vacca

DA PAPA A PARROCO DEL MONDO

Parroco del mondo: ma non solo a beneficio della Cristianità. Anche per umanizzare un pianeta dominato da ferocie e consensi triviali. Diciamo il papa, non perché meriti di primeggiare sui grandi della Terra; sono passati molti secoli da quando risultò falso il vanto d’essere vicario di Cristo e primo dei sovrani. Diciamo il papa perché è solo tra i Grandi a poter fare scelte rivoluzionarie senza doverle contrattare con altri poteri. E solo il papa, portatore sommo delle istanze di continuità, può fare la scelta rivoluzionaria di rinnegare la continuità che uccide.

Facile sostenere che, passati due millenni, è il retaggio in sé che sta spegnendo il cattolicesimo, la parte più importante della cristianità. Meno facile argomentare che l’umanità intera si gioverebbe, almeno di rimbalzo, se un papa del futuro non lontano deviasse -di colpo, non gradualmente- la rotta della sua Chiesa. E che la novità sarebbe così dirompente da impressionare il resto del mondo. In primis l’Occidente, poi gran parte del pianeta, condividente  o no i valori di rottura proposti dal Mosé dei cattolici, non sarebbero più gli stessi.

I nuovi valori non deriverebbero dai concetti: scaturirebbero dai fatti. I papi della modernità hanno fatto inutilmente migliaia di enunciazioni, invocazioni, appelli. Un magistero ininterrotto, smisurato, spesso discutibile e sempre più inefficace. Sarebbe meglio se un pontefice come Ratzinger, ricco di un insolito prestigio intellettuale, si chiudesse nell’intenso silenzio della meditazione. Non più quotidiani moniti a fin di bene, progressivamente più scontati e senza effetti.

Per ciò che sappiamo non sarà Benedetto XVI a varcare il più fatale Rubicone della storia. Quello tra i suoi successori che lo farà devierà i tempi, aprirà un’altra era. Non tanto per i credenti, sempre più minoranza, quanto per l’intero consorzio umano. Annuncierà una grande rivoluzione, e i messaggi delle grandi rivoluzioni arrivano a tutti.

I fatti non le idee, anche se coraggiose, saranno rivoluzionari. Il pontefice Demolitore e Ricostruttore dovrebbe proclamare la chiusura di un ciclo più che bimillenario, la morte della Chiesa costantiniana e il ritorno alle origini eroiche. Dovrebbe abbandonare Roma, trasferirsi in un monastero e nelle sue celle allogare i non molti uomini e donne richiesti dalla conduzione della Nuova Chiesa mai più centralizzata/ monarchica. Dicasteri, ambasciate, nunziature, riti diplomatici, eventi mediatici, zero. La Santa Sede non sarebbe più né uno Stato, né alcun tipo di potentato: solo un Tempio, casa del Signore, coi suoi sacerdoti, accoliti, conversi ed economi, casa senza confronti più povera della sinistra opulenza di san Pietro (sito da ristrutturare come sarebbe piaciuto al Nazzareno).

Cessando d’essere sovrano, sia temporale che spirituale, il papa tornerebbe il servus servorum Dei di Gregorio Magno,  come tale molto più di prima maestro dei popoli. Quanti delitti della Chiesa dovrebbe confessare: partendo persino prima del saeculum obscurum, il X, quando la senatrix Marozia fu l’amante di un papa (Sergio III), l’assassina di un altro (Giovanni X) e la madre di un terzo (Giovanni XI), finché non venne imprigionata dal figlio del suo terzo matrimonio, Alberico, che si fece signore di Roma per ventidue anni. Quanti dogmi e quante condanne andrebbero sconfessati: ultimi quelli incomprensibili come l’infallibilità del pontefice (1870), l’Immacolata concezione (1853), il Sillabo (1907), il giuramento antimodernista imposto al clero (1910), il Codice di diritto canonico (1917), l’enciclica antiecumenica del 1928, gli accaniti pronunciamenti contro il controllo delle nascite.

Quanti Concordati si dovrebbero stracciare, quanti interdetti ritirare. L’intero modello incentrato sul ‘sistema romano’ vigente dal XI secolo andrebbe ripudiato. La Nuova Chiesa, pur severa verso la banalizzazione dell’aborto e la dissacrazione dei costumi, non dovrebbe combattere ma aiutare il birth control, ovunque la miseria venga aggravata dalla crescita demografica. Come scriveva il teologo tedesco Hans Kung, cui Roma nel 1979 proibì di insegnare, la Seconda Chiesa dovrà mettere fine al culto della personalità e rinunciare ai troppi viaggi pontifici,  proclamazioni di Santi, pellegrinaggi ed altri eventi di massa organizzati dagli specialisti. Rinunciare persino alle enfatiche ammissioni di peccati, quasi mai seguite da atti di concreta coerenza. Hans Kung ebbe a invocare un Giovanni XXIV che riprendesse l’opera grande di Roncalli. Ma Roncalli, con tutto l’affetto che meritò, fu ancora un papa del passato. Con lui e dopo di lui le canonizzazioni, l’incremento delle devozioni popolari (p.es. il Cuore di Gesù e quello di Maria) sono continuati, a detrimento della ricerca e del pensiero. La spiritualità si è approfondita solo nei cenacoli quasi catacombali  della Chiesa di base.

Il grande Demolitore che l’avvenire porterà non si limiterà a riproporre la dottrina sociale della Chiesa -con tutta la sua superiorità sul marxismo e sul liberalismo- ma smaschererà per sempre, con nomi e cognomi, l’egoismo degli abbienti. Dovrà rifiutarne il tradizionale e non disinteressato ossequio verso la Chiesa istituzionale. Dovrà silenziare i media furfanteschi dai quali gutturali voci d’inflessione balcanica o africana promettono ai più semplici che inoltreranno le loro suppliche al Cuore della Madonna. Voci gutturali che incessantemente scandiscono le coordinate bancarie per i versamenti al suddetto Cuore.

Quando queste e altre asprezze saranno non enunciate ma compiute  (tra l’altro mettendo al lavoro nella vigna del Signore le donne, finora discriminate, quasi avessero mezza anima: laddove è solo davanti all’altare che meritano più dei maschi); quando queste cose avverranno, la Nuova Chiesa provocherà gli uomini, religiosi o atei, come non era più accaduto dai tempi apostolici.

Il mondo sarà sfidato a non essere più se stesso, materiato di malvagità. Solo i migliori accetteranno la sfida, ma la loro forza non sarà irrisoria. Non poche iniquità, come i privilegi della nascita e gli eccessi della ricchezza, risulteranno non più tollerabili. I potenti gestori della modernità, i signori dei grattacieli, saranno confrontati dagli esempi che verranno da quel disadorno monastero caput mundi, e a volte proveranno ad emendarsi.

Molto risulterà merito di un papa fattosi Parroco del mondo. Non sarà il ritorno all’Eden: ma qualche guerra sarà scongiurata, qualche portaerei convertita in dormitorio per i miserabili, qualche animale da calcio o da moda espropriato dei sozzi milioni, espropriato assieme a chi lo fa ricco.

l’Ussita

CO-HOUSING E BOTTEGHE ARTIGIANE NEI CAPANNONI DA ABBATTERE

Tanti disoccupati, tante aziende fallite, una disperazione che produce suicidi, da un lato. Da un altro lato una sterminata fungaia di capannoni, in parte vuoti, che hanno consumato territorio e sconciato le contrade di quello che fu il Bel Paese: Cominciando dal Veneto e dal Friuli di pianura e di collina, comprensori dove potendo non si va più., dolorosi da attraversare se costretti. In queste condizioni è inevitabile ragionare: una parte dei capannoni, condannati dalla globalizzazione a non riaprire persino in caso di ripresa, andrebbero demoliti per mitigare l’aggressione all’ambiente e al turismo. Altri capannoni forse riapriranno. Altri ancora vanno ristrutturati radicalmente invece che abbattuti: per non distruggere a cuor leggero la loro residua utilità. In questa sede non possiamo fare numeri, e non sapranno farlo presto gli economisti, i sociologi, gli ingegneri. Possiamo additare alcune ipotesi di riuso.

Molti disoccupati definitivi non potranno non perdere la casa (anche perché al tempo dell’euforia molte case erano state volute esageratamente grandi, proibitive oggi da pagare, mantenere, riscaldare, salvare dai pignoramenti. Ebbene, ove ricorrano le condizioni, senza dubbio ardue, un tot di questi capannoni sarebbero idonei ad essere convertiti in aggregati di abitazioni per chi ha perso il reddito. Anche gli architetti più modesti sanno come ristrutturare e abbellire edifici sorti come fabbriche, centri logistici, magazzini specializzati. Gli esempi sono molti e sotto gli occhi di tutti.Filande, cartiere, mulini e pastifici industriali che sono diventati edifici residenziali, uffici, atelier di moda. I giovani architetti sono tanti, hanno idee: sono in grado di offrire le soluzioni perché le famiglie che perdono la casa tradizionale, quella per cui non si può più pagare il mutuo o l’affitto o le spese, ottengano alloggi meno tradizionali e meno costosi. La formula più razionale è probabilmente il co-housing: aggregazioni abitative dove gli alloggi individuali siano ridotti alle dimensioni minime imposte dai bisogni di base, mentre ampi spazi comuni complementino le ridotte funzioni del alloggi individuali. Quindi grandi bagni, lavanderie, ambienti di lavoro e di studio, aree di soggiorno tipo terrazze e atrii da utilizzare insieme, come nelle hall degli alberghi e delle grandi comunità; oppure da utilizzare a rotazione ove esigano privacy.: Sono disponibili ogni tipo di componenti prefabbricati e coibentati che rendano la riconversione più o meno spartana di delle strutture industriali/commerciali. Nelle hall degli alberghi e della grandi comunità gli individui e i gruppi trovano le condizioni per convivere. Il co-housing non vuole innumerevoli soggiorni e tinelli, ma uno solo di dimensioni adeguate.

I disoccupati e gli imprenditori sfortunati non hanno i mezzi per le ristrutturazioni e il co-housing. Qui la collettività interverrebbe in una prospettiva di razionalità: non salvataggi di imprese fallite e morenti, bensì dare una casa (e, come vedremo, una modesta occasione di lavoro, magari in cooperativa) alle vittime della crisi e della sfortuna. Quando possibile  le persone pagherebbero un affitto, oppure comprerebbero a condizioni di favore. L’investimento pubblico sarebbe produttivo e non puramente assistenziale. Se i complessi di co-housing offrissero anche spazi per attività lavorative, per esempi laboratori o botteghe, persone o cooperative vi avvierebbero attività, giovandosi tra l’altro della vicinanza casa-bottega, così contrastando la resa all’inattività e all’indigenza. Un metalmeccanico può imparare a farsi idraulico o riparatore. Nelle condizioni opportune si incoraggerebbe la nascita di cooperative tra membri del co-housing.

Non sarebbero molti i capannoni e le fabbrichette idonei alla ristrutturazione, ma questo non dovrebbe scoraggiare bensì favorire esperimenti al tempo stesso di solidarietà (un alloggio a chi l’ha perduto) e di bonifica ambientale (ridurre il numero di offensivi capannoni, relitti di naufragio).

A.M.C.

LA SARDEGNA RINUNCI ALLA RESURREZIONE DELLE INDUSTRIE

Chi aspira ai voti dei sardi, è logico inveisca contro la ‘desertificazione industriale’ e sbraiti che l’isola ha ‘diritto’ al denaro del contribuente perché miniere e manifatture risorgano. Ma è un inveire e sbraitare senza speranza. Non una delle attività decedute o morenti dovrà ricevere ulteriori investimenti caritatevoli.

Meritano modesti aiuti pubblici solo quelle piccole manifatture che siano giustificate da una genuina domanda locale o di nicchia; che cioè grazie a speciali circostanze riescano a battere la concorrenza nazionale e dell’intero globo. Tra tali speciali circostanze non può mancare l’accettazione di salari, profitti e diritti sindacali più bassi; e così pure la disponibilità di incentivi a carico dei soli contribuenti sardi. Mancando i fattori speciali, le manifatture locali vanno lasciate chiudere. Erano sorte quasi tutte artificialmente, poi erano state a lungo mantenute dai sussidi. I sussidi non dovranno riprendere: non tanto perché contribuirono ad ingigantire un debito pubblico oggi forse indomabile, quanto perché crearono e puntellarono industrie senza mercato, false.

Con la concorrenza globale una Sardegna industriale è una contraddizione in termini. Non è scritto da nessuna parte che tutti i territori della Terra creino o conservino un settore manufatturiero: a meno che sia voluto da un patriottismo locale eroico, per motivazioni non economiche e con risorse proprie. Però i fini di redistribuzione della ricchezza nel territorio si conseguono meglio diversamente.

Invece l’Italia, nonché l’Europa nelle sue componenti prospere, hanno il dovere di aiutare la Sardegna a soccorrere i suoi disoccupati: non con salari, stipendi e dividendi impossibili, ma con sussidi minimi di sopravvivenza. Sembra che a una parte dei senza lavoro dell’isola non arrivino nemmeno gli assegni previsti dalla ‘mobilità’ o altre provvidenze di fascia bassa. Qui come ovunque è tassativo garantire che a nessuna famiglia, specie se con figli, manchino le poche centinaia di euro mensili indispensabili per campare; e pazienza se la certezza del soccorso incoraggerà all’ozio una minoranza di indolenti. Né la Sardegna né alcuna altra parte del contesto europeo -italiano in ogni caso- dovrà rassegnarsi alla tragedia della fame.

Detto questo, segmenti non irrisori della popolazione sarda dovranno tornare al settore primario: all’agricoltura ovunque ne sia possibile l’intensificazione, e all’allevamento, soprattutto ma non solo ovino. Quest’ultimo  è giusto sia promosso al massimo delle possibilità. Non sappiamo se possano migliorare le prospettive di mercato per la lana e le pelli. E’ certo che la caseificazione, già importante, va rilanciata in grande. Il  pecorino sardo è uno dei formaggi più importanti in assoluto; quello molto stagionato può superare il migliore parmigiano. Probabilmente la pastorizia merita più aiuti che la stabulazione. Il lavoro  pastorale esige abnegazione, anche se oggi i disagi possono essere sensibilmente attenuati (un camper può essere più confortevole, certo più amabile, di certi alloggi operai). E non è necessario additare altri aspetti della qualità del vivere sui pascoli alti che incombono su due mari.

Restano le grandi promesse del turismo, ben oltre le località costiere e del diporto costoso. E’ eccezionalmente alto il valore del patrimonio naturalistico. Ma la sua valorizzazione esige l’abbattimento di molti edifici pseudo-industriali. L’invenzione di un settore manufatturiero è stata una sventura doppia: ogni capannone, oltre a creare illusioni, ha cancellato il turismo.

L’attenuante è che un tempo il turismo di massa non esisteva. Esistevano il miraggio del carbone, le lusinghe dell’alluminio e le elargizioni romane a cambiali.

Demetrio 

CUORE DI PIETRA DELLA REPUBBLICA NATA DALLA RESISTENZA

L’annuncio dell’istituzione della Social Card bis, dotata di 50 milioni, è al tempo stesso una notiziola positiva -il poco, pochissimo, è meglio di zero- e un’occasione di sgomento. a chi non ha pane promettiamo una fetta, non subito. L’Istituto Italiano di Statistica ha accertato che oltre 8 milioni di persone sono poveri veri. Non tutti ma molti sono poveri estremi, a reddito zero. La nuova Social Card promette alle famiglie che saranno selezionate due-trecento euro al mese, 400 se i figli bambini saranno cinque. Il programma riguarderà 12 grandi Comuni: Bari potrà assegnare 1 milione, Genova 3, Roma 11. Sono fissate procedure non semplici, coinvolgenti un certo numero di enti, talché le famiglie non riceveranno nulla prima di luglio.

Fino ad allora potranno mangiare alle mense caritatevoli; per coprirsi rivolgersi alle parrocchie, le quali quando possono distribuiscono abiti usati; in più, distribuiscono alimenti donati dalla gente o, se prossimi a scadere, da supermarket e negozi.  Per tutte le altre necessità, cominciando dalla casa e dalle bollette, i prescelti non avranno alcuna risorsa prima di luglio, sempre che le previsioni vengano confermate. Per i residenti senza reddito, nonché non residenti nelle 12 grandi città, non è previsto alcun soccorso dello Stato. Molti dovranno mendicare.

Se siamo una tra le società più avanzate del pianeta, questa è barbarie. E’ parossismo di ferocia. Con la sola’dotazione del Quirinale si finanzierebbero quattro o cinque Social Card bis. Lo stipendio di un solo superburocrate darebbe la Social Card bis a 200 famiglie. Una patrimoniale dura sulle grandi fortune ereditate cancellerebbe la povertà estrema.

Se un quarto, più o meno, delle entrate fiscali va in sprechi, furti e spese immorali come armi,  sfarzo,  sprechi e  furti dei politici, il Paese ha bisogno di ben altro che le correzioni, le liberalizzazioni, le riforme razionalizzatrici che piacciono alle classi dirigenti e agli opinion leaders dal cuore di pietra, gente peggiore dei gerarchi in orbace, che almeno mandavano i bambini poveri in colonia. Il Paese ha bisogno di un terremoto grave, che sconvolga le coscienze e gli assetti, che abbatta le Istituzioni.

Nelle ultime settimane abbiamo appreso che, in aggiunta all’infamia dei 91 cacciabombardieri F35 e di altri equipaggiamenti bellici  straordinariamente costosi, abbiamo anche comprato due sommergibili d’attacco U 212, i quali  costano quanto 30 o 40 Social Card bis. Il che vuol dire che al soccorso di  8 milioni di poveri destiniamo 6 euro ‘nuovi’ per ogni miserabile; però non prima di luglio. Noi non sappiamo quanto l’Italia dei magnifici 150 anni destina al calcio, alla moda, ai consumi d’alta gamma. Sappiamo che la civile Repubblica nata dalla Resistenza e regolata dalla Più Bella delle Costituzioni -così la chiama quel pagliaccio che schiamazza in toscano- nega il pane ai miseri per  dedicare un paio di centinaia di miliardi l’anno alla difesa, al prestigio, ai costi della politica, agli altri impieghi criminosi a norma di Costituzione.

Se i capi-appaltatori della nostra politica, ultimo Mario Monti, penultimo Berlusconi, sono i colpevoli finali di questo crimine, è verosimile che i vincitori del 25 febbraio facciano meglio di Quei Due? Non sappiamo, al di là dei discorsi elettorali, ciò che farebbe un governo Grillo, o un governo Ingroia. Sappiamo i fatti degli uomini del Pd, da Prodi e D’Alema a P.L.Bersani: sono colpevoli come Berlusconi e Monti di decenni di spese militari, di missioni all’estero, di cento altre condotte delinquenziali. Quanto alle promesse del potere di sinistra, è recente la conferma che il presidente Hollande agisce in campo militare come ogni altro governante al mondo. Non faranno meglio  Bersani e Vendola, con o senza l’appoggio del Centro montiano.

Oggettivamente, il fatto che quasi tutti i governi del mondo affamano i poveri per finanziare gli eserciti attenua un po’ il reato di chi ha gestito o gestirà la nostra repubblica devastata dalle carie. Ma non può impedirci di odiare questa democrazia, se ciò che abbiamo è il suo prodotto. Lo Stato  di Napolitano non è più fraterno di quello di Umberto I, il ‘re buono’ che amava i cavalli molto più dei milioni di proletari famelici e sempre minacciati da pellagra e tubercolosi. Il regime d’oggi merita più disprezzo -considerato il grasso dei nostri tempi- del Ventennio  fascista. Di meglio ha che, non per propri meriti, non ci ha  trascinato in un conflitto mondiale. Francisco Franco ebbe questo merito, e più ancora ne ebbero i governanti spagnoli del 1914.

A voler smettere di illuderci dovremmo abbandonare ogni speranza,  concludere che le canagliate dei governi sono invincibili, più che certe malattie. Tuttavia, a volte nascono gli uomini superiori. Come escludere che uno di essi compaia, e non faccia guerre come Napoleone o olocausti come Hitler, Stalin e Pol Pot? Tanto di guadagnato se, in mancanza di un grande uomo uno statista pedestre come P.L.Bersani sarà trafitto dalla Grazia e, per aprire una civiltà delle Buone Azioni, straccerà i contratti F35, venderà in perdita gli U 212 e chiuderà il Quirinale, con ciò solo  quadruplicando le Social Card.

A.M.Calderazzi

MARIO MONTI COME JEKILL E HIDE?

Chissà se tra gli indecisi, a quanto pare ancora numerosi, sul voto da dare o non dare in questi giorni, ce ne sono pochi o molti che si domandano chi sia davvero Mario Monti nella sua fresca veste politica. Bisogna dire che lo stesso premier tecnico non ha fatto gran che, durante l’ineffabile campagna elettorale nostrana, per chiarire eventuali dubbi; semmai ha fatto non poco per sollevarne di nuovi. Chi non sembra nutrire alcun dubbio sul suo conto sono, nel loro complesso, i suoi avversari, ossia praticamente tutto il resto dello schieramento politico, a lui più o meno aspramente ostile. E da lui, certo, cordialmente ricambiato nel quadro di un rocambolesco rovesciamento all’incirca dell’80% dei rapporti parlamentari rispetto ai tredici-quattordici mesi precedenti.

Sia quanti già lo avversavano, infatti, sia i molto più numerosi che per tutto quel periodo hanno sostenuto il suo governo, sono adesso largamente concordi, pur con qualche sfumatura, nel dipingerlo come un’entità variabile tra un omuncolo (“non capisce niente di economia”, Berlusconi dixit) e un mostro, un novello dracula capace solo di dissanguare i suoi connazionali o per sadismo o per libidinoso servilismo, secondo tradizione, nei confronti dello straniero di turno. Nel mezzo si colloca una raffigurazione un po’ più benevola che lo descrive come un accademico piuttosto freddo e leggermente ottuso incapace di avventurarsi oltre la mission (italiano moderno, non dialetto veneto) di far quadrare i conti dello Stato (“per forza, è un tecnico e non un politico, non ha la visione”, Giorgia Meloni, tra gli altri visionari e veggenti). Sempre succube, comunque, della prepotenza teutonica.

Che il Professore ci abbia messo del suo, lo ripetiamo, alla creazione di una certa sua immagine, soprattutto più di recente e forse specialmente per effetto perverso di certi suoi sforzi di modificare quella iniziale, sembra evidente e va detto. Ma è fin troppo facile attribuire gli eccessi della vilificazione, denigrazione o demonizzazione del personaggio alla sua discesa o salita in campo, al timore di perdere voti a vantaggio del nuovo competitor (vedi sopra) continuando a tributargli anche solo un minimo di apprezzamento per il suo operato, naturalmente da parte di chi lo faceva. Un timore comprensibile e perfino legittimo, che però ha spinto vecchi e nuovi avversari ad esagerare contando troppo sulla credulità degli elettori e sulla opinabilità dei fatti.

Vale la pena allora di dare un piccolo contributo a chiarire un po’ i termini della questione alla luce non più del vecchio “visto da destra, visto da sinistra”, dato che destra e sinistra nostrane sono nella fattispecie in piena convergenza, bensì di un “visto da sud, visto da nord”. In un articolo intitolato “Il grande malinteso” e pubblicato un mese fa, il settimanale tedesco “Die Zeit” (liberale più di centro-sinistra che di destra) si sofferma sulla divisione dell’Europa in politica economica ricordando innanzitutto come Angela Merkel, parlando al World Economic Forum del 2010, avesse indicato la strada da seguire per rendere il vecchio continente più competitivo.

Tutti dovevano, secondo la cancelliera, imitare l’esempio dei “membri migliori” della UE in tre settori chave: l’Olanda  per le riforme del mercato del lavoro, la Germania per il freno all’indebitamento, la Scandinavia per il sistema scolastico. Lo scorso anno la Merkel ha ribadito la sua filosofia durante un’altra sessione del WEF svoltasi a Roma in ottobre, scontrandosi però con quella dei paesi dell’Europa meridionale, inclusa anche la Francia di Hollande, anelanti sì a rafforzare le loro economie più o meno sofferenti ma usando strumenti diversi, praticamente riassumibili nel “comune sostegno alla congiuntura” ossia, in parole povere, spendendo tutti più soldi per promuovere crescita, innovazione, ecc.

L’autore dell’articolo, presente per l’occasione a Villa Madama, individua proprio in Mario Monti, il padrone di casa, l’esponente più autorevole di questa filosofia meridionale. Nel suo intervento il premier tecnico avrebbe infatti additato come imperativo del momento la promozione della crescita e non il “dibattito quasi teologico sul controllo delle finanza statali”, lanciando così una prima bordata contro i tedeschi, per i quali “la crescita bisogna prima meritarsela”. Una seconda bordata sarebbe seguita raccontando di avere spiegato ad Obama che “per i tedeschi l’economia rientra sempre nella filosofia morale”. Una battuta che avrebbe suscitato l’ilarità del pubblico sudeuropeo ma fatto ridere anche i tedeschi, vittime come altri del malinteso denunciato nel titolo dell’articolo.

Monti avrebbe d’altronde reso altresì omaggio all’economia sociale di mercato, cara alla Merkel erede di Adenauer e di Ludwig Erhard, interpretandola però in modo da far rizzare i capelli in testa alla cancelliera. Ossia contrapponendo al modello anglosassone, che esalta la deregulation come fine a se stessa, un modello europeo fondato su alte tasse destinate al benessere per tutti. Infine, il premier tecnico si sarebbe spinto fino a suggerire alla Merkel di copiare in Germania alcune riforme italiane, lodate dalla stessa cancelliera, delle quali si è dichiarato particolarmente fiero. Evitando tuttavia (sempre secondo l’articolista) di precisare che molte di esse sono rimaste sulla carta e che l’Italia è ancora all’inizio e non alla fine del cambiamento di rotta, come altri italiani avrebbero invece confidato a Villa Madama.

Che dire? Se il resoconto del settimanale amburghese è esatto, il nostro premier uscente ne uscirebbe come un Giano bifronte o un Jekill-Hide, capovolgendo tuttavia il malvezzo nazionale, tradizionale anche per politici e diplomatici, di parlare in un modo in patria e in un altro all’estero e agli interlocutori stranieri, per compiacere rispettivamente i connazionali e questi ultimi. Ma è forse più verosimile che un discorso come quello di Roma Monti lo abbia fatto semplicemente perché riteneva arrivato il momento di correggere la rotta una volta raggiunto l’obiettivo di mettere relativamente al sicuro i conti pubblici e di scendere o salire in campo per gestire in un modo o nell’altro anche una nuova fase di politica economica.

Se invece il discorso riflette almeno in parte una linea seguita fin dall’inizio, il suo tenore non fa che confermare la versione già nota di almeno un paio di occasioni, nel corso del 2012, nelle quali il Professore riuscì a far prevalere le posizioni sudeuropee su quelle nordiche, indipendentemente da più o meno rigide “filosofie” contrapposte. In ogni caso, quali che siano i suoi limiti o infortuni, non meriterebbe le accuse di sistematica acquiescenza nei confronti dei diktat teutonici, specie da parte di chi implorò Bruxelles (di nascosto, a quanto pare) di inviare a Roma prescrizioni scritte di misure anticrisi per non doverne rispondere al cento per cento all’elettorato e riservandosi, un anno e passa dopo il cambio della guardia a Palazzo Chigi, di denunciare una tresca anche internazionale per silurare il governo Berlusconi. Avendo, nel frattempo, fatto fare il lavoro sporco al suo successore con i necessari appoggi parlamentari.

F.S.

ROBERTO VACCA: OBAMA E BERSANI, DUE SPRAZZI POSITIVI IN TEMPI OSCURI

Il degrado culturale non imperversa solo in Italia. Anche gli Stati Uniti ne soffrono. I segnali negativi sono molti. Oggi, però, sia da noi che in USA c’è almeno uno sprazzo positivo. Vediamoli.

Sulle prime pagine anche dei migliori giornali italiani affiorano notizie minimaliste o deplorevoli. La Chiesa si offende perché il PdL non va a festeggiare la ricorrenza dei patti lateranensi. Due gay dicono che si baceranno sul palco di San Remo. Il noto uomo politico/affarista asserisce che il Professore è indecente e dice “grandi cazzate”.. Poi appare in un video in cui spara doppi sensi volgari a una signora.

Queste volgarità richiamano alla mente il diario di Alistair Hershom. Era il famoso giornalista britannico personaggio del mio romanzo “Kill?” (2005) che scriveva:

Ho deciso di uccidere Silvio Berlusconi. Non sono un terrorista, né un sicario prezzolato. Non sono comunista, nè ulivista. Sono parole brutte e spero che non restino nel nostro vocabolario. Ne faccio una questione di gusto, morale e fair play. Da quando i ministeri sono occupati da imputati latitanti, sento il disagio di vivere in Italia. Mi sento uno straniero. Mi sento esiliato. 70 anni fa era primo ministro Benito Mussolini: tragico pagliaccio. Volle la guerra e fece morire 400.000 italiani. Pessimo gusto anche lui. Mieteva grano a torso nudo. Fingeva di pilotare aeroplani. Diceva: “Dio stramaledica gli inglesi”. Proclamava: VINCERE E VINCEREMO, e perdeva. Ma non cantava canzonette, nè dedicava ogni sua energia ad ammassare una fortuna personale smisurata.”

Nel romanzo Hershom all’ultimo momento non sparava. Se esistesse davvero, forse mi biasimerebbe perché lo bloccai quando aveva già il suo bersaglio nei fili incrociati del canocchiale e  il dito sul grilletto.

Ma passo allo sprazzo positivo. Lo firma Pierluigi Bersani su Repubblica. È il piano del PD per la scuola. Prevede più risorse e più insegnanti. Offrirà “formazione ai docenti in servizio per innovare la didattica, nuove tecnologie, scuole aperte tutto il giorno, rilancio della formazione tecnica e professionale de nuovo sistema di formazione e reclutamento degli insegnanti”.

Sono proprio misure che suggerivo nel pezzo che vi mandai il 5 Maggio 2012. Avevo già deciso da un pezzo di votare PD alle prossime elezioni. Ora faccio notare agli indecisi che i programmi di altre formazioni politiche tacciono su questo argomento vitale.

La notizia minimalista americana è che oggi il 40% dei dipendenti CIA sono donne. Quella deplorevole è riportata da Paul Krugman sul NY Times di oggi – “The Ignorance caucus –il movimento per l’ignoranza.” Cita Eric Cantor, il rappresentante della maggioranza (repubblicana) del Congresso, che ha proposto di tagliare tutti i finanziamenti federali alle ricerche di scienze sociali, a quelle sull’efficacia comparata dei farmaci e alle valutazioni degli “effetti magici” delle misure proposte dai repubblicani per diminuire le tasse ai ricchi..

Lo sprazzo positivo americano è l’anticipazione del discorso di Obama sullo State of the Union (data, anche questa, dal NY Times di oggi). Oltre a dichiarazioni su disoccupazione, energie rinnovabili, piccole armi in mano a privati, immigrazione e politica estera [i soli argomenti citati da Repubblica a pagina 15 di oggi] dovrebbe parlare di un’ulteriore riduzione degli arsenali atomici. Dovrebbe essere il risultato di un accordo con Putin – fatto in modo tale da non richiedere la ratifica del Congresso. L’obiettivo è quello di ridurre da 1722 a 1000 il numero di testate nucleari nell’arsenale USA.

La notizia sarebbe buona, anche se tardiva. Infatti a Obama già è stato dato anni fa il Premio Nobel per la pace – solo per aver manifestato l’intenzione di eliminare tutte le armi nucleari. Inoltre i conti non tornano. Le 1722 testate nucleari americane sono solo quelle “deployed” – cioè messe in campo, pronte all’uso. In effetti, secondo l’Istituto Brookings e la SIPRI svedese, gli USA ne hanno altre 2800 “non deployed”, cioè funzionanti ma non di uso immediato. Nessuno ci dice in quanto tempo. Infine hanno anche circa 500 armi atomiche per uso tattico. Questo significa che hanno un potenziale distruttivo da meno di 1 kiloton fino a centinaia di tonnellate di alto esplosivo simili, dunque, a quelle usate a Hiroshima e Nagasaki. La riduzione delle bombe atomiche dovrebbe essere molto più drastica.

Le notizie cattive sono più numerose. Quelle buone vanno analizzate e non è immediato accertare se, veramente, possano generare aspettative positive.

QUANDO LA DECRESCITA FELICE TROVERA’ UN PROFETA NON DISARMATO

A guardarci intorno, è esiguo ma non irrisorio il popolo di coloro che hanno abiurato la fede nello sviluppo, e dunque la logica fondante del mercato e del capitalismo d’oggi. Si fanno meno rari i riferimenti ai teorici della decrescita: dal romeno Nicholas Georgescu-Roegen (gli si attribuiscono i concetti di bioeconomia e di entropia) al polacco Zigmunt Bauman, all’italiano Maurizio Pallante, che con Andrea Bertaglio cerca di animare da noi un movimento politico della decrescita. Con più convinzione si richiamano le idee di Serge Latouche, cui l’appartenenza alla tradizione francese facilita un’insolita chiarezza e incisività dell’argomentazione. Sono ormai molti a riflettere, predicare, inveire contro l’economicismo che innerva la modernità (modernità che nella sostanza vige da tempo immemorabile). Peraltro le tesi che conosciamo -non sono certamente tutte- si confondono quasi sempre con parole d’ordine collegabili alla decrescita ma da essa differenti: l’ecologismo, le sociologie alternative, le enunciazioni politiche progressiste; e perdono concentrazione. Sarebbe più utile separare la decrescita da decine di altre tematiche probe.

Serge Latouche non divaga. Al centro del pensiero suo e di quanti vivono l’attesa di una svolta radicale  (anzi brutale, perché implica il rifiuto del benessere e il ritorno alla povertà) Latouche ha messo la limitazione dei desideri, cioè la frugalità: condizione, sostiene, per quella che chiama ‘abbondanza’. Per il Nostro l’economia moderna -moderna di tre secoli- si basa su una perversione morale: l’idea che greed is good. La dipendenza dal benessere materiale nella quale siamo precipitati è per Latouche una patologia da cui guarire. Occorre organizzare una società diversa, inventare un altro modo di vivere. Quale che sia l’efficacia della descrizione di tale diversità, è merito del teorico francese aver messo a punto un pensiero circoscritto al dilemma crescita-decrescita e all’imperativo di respingerere la pseudo-eticità dell’arricchimento ininterrotto.

Tutto giusto. Ma il messaggio arriva a poche migliaia di seguaci: recepiscono, rielaborano, si galvanizzano, affollano la Rete con intenzioni e tematiche che inevitabilmente si allargano, sconfinando in crociate meritorie ma ormai tradizionali: difesa dell’ambiente, anticonsumismo, nuova morale, priorità agli alimenti che viaggiano poco,  fuga dalla congestione metropolitana, lotta alle spese militari, e tante altre. Movimenti ereticali di origine antica, come tali molto degni, ma già riproposti da decenni, con poca fortuna. Hanno reclutato adepti che inevitabilmente si annullano nell’immensità dei numeri degli idolatri del Pil. Per ora il rifiuto dello sviluppismo è un movimento senza futuro. E’ la proposta estrema di una setta di zeloti. Tale resterà fino al giorno di un cataclisma ideale quale pochissime volte si verificò nella storia. Nessun principio a vocazione universale è mai sorto in assenza di una grande guida, di un Maestro. Buddha Confucio Cristo Maometto Lutero, tutti capi religiosi. I leader laici, incapaci di generare visioni (o illusioni) ultraterrene, non hanno fatto nascere che movimenti periferici, limitati nel tempo.

In altre parole. C’è Serge Latouche con la decrescita genialmente felice. Ci sono migliaia di blog simpatizzanti, ci sono attivisti fervidi di iniziative e di esperimenti. Ma in una prospettiva non lontana non accadrà nulla di decisivo. L’arricchimento di chi lavora, cioè ‘merita’, resterà il principale tra gli idoli della tribù planetaria, di recente ingigantita dai miliardi dell’Asia e di altri continenti.   Perché non accadrà nulla? Perché il rilievo sociale di quanti propongono ideologie alternative è insignificante. Sono sconosciuti. Le idee nascono nuove, quelli che le avanzano non contano. Magari sono politici o accademici, il che guasta. Quando le novità vengono da rivoluzionari di sinistra è persino peggio: l’esperienza di 224 anni dalla rivoluzione del 1789 attesta la falsità delle rivoluzioni politiche e l’insincerità di quanti le proclamano. Semplicemente i popoli non si fidano, così come oggi i proletari non si fidano più dei sindacati. Abbondano gli entusiasmi e gli sdegni del Web, ma sono fatti minoritari, sostanzialmente innocui.

Accadrà qualcosa quando, ammutoliti i politici e gli accademici, un Maestro conosciuto da tutti e magari odiato da molti, incarnerà un pensiero nuovo, scandaloso. Sarà un capo superiore ad ogni altro. Per esempio, un presidente americano di ben altro prestigio e inventiva che l’attuale. Meglio, molto meglio, un Papa demolitore e ricostruttore, che abbia agito clamorosamente invece di predicare e ‘invocare’ quotidianamente. Le nazioni si accorgeranno. Nulla sarà come prima. Dopo millenni di fede nella ricchezza, dubiteremo delle virtù del lavoro e del progresso materiale. Ci ricorderemo dei  disarmati profeti della decrescita felice.

l’Ussita

ROBERTO VACCA – PSICOLOGIA DELLA GUERRA

Perché analizzare la psicologia della guerra? Perché capirne i meccanismi ci suggerisce misure mirate a evitare le sofferenze e la distruzione di risorse causate dalla guerra. È impossibile prevenire ogni possibile conflitto locale – come è impensabile prevenire ogni delitto. Il problema vitale è la prevenzione di grandi guerre totali. Nel 1932 il problema fu discusso in uno scambio di lettere fra Albert Einstein e Sigmund Freud, che fu pubblicato in un volumetto (“Perché la guerra?”) che ebbe scarsa diffusione. I due autori trovarono un accordo su due punti principali, che trattarono molto superficialmente.

Il primo era il concetto che gli esseri umani sono soggetti all’istinto di conservare e unificare – di amare e anche all’istinto di odiare e distruggere. Ciascun istinto è indispensabile quanto lo è il suo opposto. I fenomeni della vita vanno considerati come derivanti dalla loro interazione.

Il secondo punto era che l’impulso verso la guerra potesse essere frenato solo formando una classe superiore di pensatori indipendenti di alta moralità e capaci di illuminare e guidare sia gli intellettuali, sia le masse ispirate, quindi, a seguire i dettami della ragione – una speranza utopica secondo i due autori.

Discuterò queste ingenue opinioni in base a prove storiche e ad argomenti teorici nelle conclusioni propositive di questo scritto.

Ovviamente nel 21° secolo la guerra totale sarebbe un conflitto termonucleare capace di produrre l’Olocausto. Accettiamo, allora, l’imperativo categorico di evitare questa guerra totale. Ricordiamo che la Carta di Londra dell’8 Agosto 1945, firmata dai plenipotenziari dei governi di Francia, Inghilterra, USA e URSS, stabilì il principio che “La sola preparazione della guerra totale costituisce un reato internazionale contro la pace e l’umanità”. Era un intento sensato e meritevole, ma in quasi 7 decenni non è stato fatto nessun tentativo di applicare questo principio – sebbene le 4 nazioni che originariamente lo avevano affermato abbiano preparato guerre totali enormemente più distruttive  di quelle combattute fino al 1945.

Storicamente le grandi guerre furono scatenate da autocrati e anche da governi democratici – appoggiati dal popolo. Spesso il pubblico veniva indotto all’interventismo per mezzo di campagne che evocavano passioni viscerali mascherate falsamente come motivazioni razionali, nazionalistiche o etiche. Durante la guerra fredda l’equilibrio del terrore era accettato da milioni di persone. L’impensabile olocausto nucleare globale veniva pensato come normale. Se ne proponeva una giustificazione razionalizzando la minaccia di una esiziale guerra nucleare come se fosse un fattore frenante – un deterrente atto a garantire la pace.

Gli Accordi SALT per la Limitazione delle Armi Strategiche ci misero decenni per fare passi in direzione della eliminazione totale delle armi nucleari. Al colmo della guerra fredda il potenziale distruttivo contenuto in tutti gli arsenali nucleari del mondo era stimato equivalente a 4,5 tonnellate di alto esplosivo per ogni essere umano sulla terra. Dopo il disarmo parziale raggiunto in parecchi anni di negoziati, quel potenziale è oggi di solo 700 kilogrammi di alto esplosivo per ciascuno di noi.

Oggi NATO e Patto di Varsavia non si fronteggiano più. I Paesi che possiedono armi nucleari sono molti e cresce la probabilità che esse siano presenti negli arsenali degli “stati canaglia”. Questo termine (“crazy states”) fu coniato dal Prof. Y. Dror per definire governi che siano molto aggressivi, inclini a correre rischi, scegliere mezzi sproporzionati rispetto ai fini e preferire stili basati su riti e dogmi curiosi. Esempi: i Crociati, gli anarchici violenti, i nazisti e, recentemente, Iran e Al Qaeda. La psicologia degli ststi canaglia è ardua da analizzare. Per definizione, sono imprevedibili.

I sistemi che integrano radar e satelliti per rivelare attacchi nemici e per mirare e controllare in tempo reale le traiettorie di vettori nucleari sono molto sofisticati. La loro complessità è simile a quella dei sistemi che controllano le centrali elettronucleari. Queste hanno provocato gravi disastri (Chernobyl, Fukushima). Le cause dipendevano da grave incompetenza nel progetto, nella realizzazione e nella gestione, cui non si era ovviato sebbene quelle situazioni fossero note e soggette a eventuali critiche costruttive di esperti. Invece progetto, strutture, prescrizioni, sicurezze, relative ai sistemi di armi nucleari, sono segreti. Gli esperti esterni non possono suggerire miglioramenti, né cautele verso rischi ancora occulti. La conseguenza di un guasto potrebbe essere una prima esplosione termonucleare, seguita da altre per rappresaglia verso l’attacco ritenuto volontario. Per convincere la nazione colpita che l’attacco non era deliberato, l’attaccante potrebbe, forse, infliggere un attacco identico a una delle proprie grandi città. Questo dramma fu rappresentato vividamente in un noto romanzo e nel film che ne fu tratto (Failsafe . “A prova di errore”).

La situazione è resa più critica perché la complessità del sistema non è trasparente. È nascosta nel software di controllo e dei sistemi telematici e in vari casi non è ovvia nei dettagli nemmeno agli esperti. Un problema critico nel delegare decisioni a computer è quello di integrare il funzionamento del software con le decisioni di operatori umani. I sistemi esperti servono a poco se vengono usati da incompetenti. Un obiettivo vitale è quello di rendere trasparente il software di controllo in modo che operatori addestrati possano monitorare i processi e, quando necessario, esautorare il software (come possono fare i piloti di aereo sostituendosi al pilota automatico).

Il pericolo più imminente, dunque, è che una guerra nucleare sia scatenata a causa del malfunzionamento di un sistema di controllo computerizzato o a causa di una decisione umana di lanciare per rappresaglia missili intercontinentali, dopo aver concluso in base a segnali radar erronei che è imminente l’impatto di missili nemici. Nel 1983 i radar del bunker Serpuchov15 vicino a Mosca rilevarono 5 missili americani in volo verso la Russia. Il comandante colonnello S. Y. Petrov delle Forze di Difesa Aerea Sovietiche, identificò l’evento come un falso allarme e non lanciò contro gli Stati Uniti un attacco nucleare di rappresaglia che avrebbe potuto scatenare la terza guerra mondiale.

Probabilmente, dunque, la guerra non sarebbe deliberata da politici, né decisa da militari. Sarebbe irrilevante analizzare la psicologia di quei decisori, dato che un attacco nucleare unilaterale sarebbe probabilmente dovuto a guasti dei sistemi di controllo oppure alla folle azione estemporanea e improvvisa di stati canaglia o di gruppi di rivoluzionari o jihadisti.

Il solo modo per evitare una guerra nucleare è quello di neutralizzare tutte le armi nucleari.

Più che della psicologia della guerra, dovremmo studiare la psicologia delle popolazioni assenteiste che non vedono la eliminazione di tutte le armi nucleari come la sola salvezza dalla guerra totale. Non possiamo attenderci ched lz diplomazia internazionale raggiunga questo obiettivo: il progresso in questa direzione è stato troppo lento. Non possiamo attenderci che un firanno benevolo decreti la eliminazione delle bombe A e H. Dobbiamo riportare la questione del disarmo nucleare nei programmi dei nostri Paesi e degli enti sopranazionali (ONU, Consiglio di Sicurezza dell’ONU, FAO, ILO, OCSE, Corte Internazionale di Giustizia, UNDP, UNEP, UNESCO). Queste organizzazioni  dovranno essere spinte dal pubblico attraverso tutti i canali dai mezzi di comunicazione di massa alle università, dal WWW a gruppi locali, dalle strutture politiche alle organizzazioni non governative. Devono essere sfidati i capi spirituali di religioni organizzate e di movimenti informali. Se continuano a ignorare questo rischio esiziale, siano sfiduciati e considerati irrilevanti.

La guerra non può essere eliminata da una (benevola?) forza bruta superiore. Può essere bloccata dalla forza della cultura. Questa asserzione è dimostrata dall’evidenza storica.

Negli anni Trenta governi militaristi e  nazionalisti erano pronti a scatenare la guerra e lo fecero a sangue freddo. La cultura di quel tempo non era uniforme. Includeva democrazia proveniente dal parlamentarismo britannico, da principi Jeffersoniani, dalla Rivoluzione Francese. Includeva anche dittature nazi-fasciste e bolsceviche che negavano le libertà fondamentali ed esercitavano violenze estreme. Anche oggi ci sono dittatori e stati canaglia, ma non ci sono grandi potenze che attribuiscano alla guerra valori mistici superiori.

Nel 2012 all’Unione Europea e alla Commissione Europea fu dato il Premio Nobel per la Pace con la motivazione: “per oltre sei decenni hanno contribuito all’avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”.

Il Prof H Menudier della Nouvelle Sorbonne tenne un discorso all’OCSE a Viennaper celebrare quel Nobel il 18 Dicembre 2012. Disse che dal 1870 al 1945 in 75 anni la Francia e la Germania avevano combattuto tre guerre fratricide con disastrose conseguenze materiali, umane e morali – mentre oggi la sola ipotesi di una guerra franco-tedesca ci sembra del tutto assurda.

La pace europea deriva dalla cultura europea. È vero che alcuni politici estremisti e violenti hanno ancora seguaci in Francia, Grecia, Ungheria. Perè le tirate isteriche e aggressive nello stile di Hitler o Mussolini non incontrerebbero il favore di vasti pubblici.

Oggi, nel 21° secolo, la pace non è certo globale. Gli europei sono intervenuti, hanno combattuto e sono morti in Irak, Afghanistan, Libia, Mali. Sno scoppiate guerre locali in Asia e in Africa. Dobbiamo ancora temere che si estendano. Quindi dobbiamo studiare, pianificare e agire per identificare una psicologia applicata a prevenire la guerra. Questa non sarebbe efficace, se si limitasse a disseminare esortazioni a fare il bene. Il messaggio FATE L’AMORE – NON LA GUERRA non ha avuto successo adeguato. Il simbolo seguente:

viene interpretato dai più come “una cosa per la pace”, mentre sta per “DN” = Disarmo Nucleare [è la sovrapposizione dei caratteri per D e per N nell’alfabeto a bandierine dei semaforisti. La cultura anti-armi nucleari deve essere disseminata spiegando il significato dei simboli, i meccanismi causa-effetto della minaccia – l’unica soluzione: il Disarmo Nucleare. Questi fattori essenziali devono essere integrati per capire e modificae la  psicologia dell’assenteismo.

Certo che la cultura deve continuare a essere migliorata e rinnovata come fattore di crescita umana, progresso scientifico, ricerca e sviluppo. In senso specifico dovrebbe essere orientata verso il Disarmo Nucleare – un movimento mondiale da resuscitare sulla scia di grandi pensatori come Linus Pauling e Bertrand Russell.

L’obiettivo è quello di innalzare i livelli culturali in modo che intere popolazioni capiscano i numeri e le probabilità che ci confrontano – il fatto che il rischio è l’estinzione, non solo vita dura e decimazione. Per capire davvero questa imminente tragedia, il pubblico deve imparare a prevedere eventi futuri, a identificare pericoli reali e a calcolarne le conseguenze. Il fatto che l’equivalente di 700 kilogrammi di alto esplosivo per ogni essere umano, contenuti negli arsenali nucleari, potrebbe distruggere la maggior parte del mondo dovrenìbbe motivarci ad accettare e disseminare un nuovo manifesto BAN THE BOMB (NO ALLA BOMBA). Non dobbiamo limitarci a diffondere un testo edificante che contenga una sola idea.

Il manifesto deve essere un appello a progettare e realizzare una grande iniziativa internazionale che coinvolga molti sponsor pubblici e private, università, aziende, comunicatori, operatori Web, enti, agenzie e mezzi di comunicazione di massa.

La guerra hitech è una minaccia molto più grave della guerra convenzionale. Quindi il movimento dovrà promuovere la diffusione di un innalzamento del livello tecnologico del pubblico. Oggi l’alta tecnologia corre il rischio di essere strangolata dalla mancanza di cultura. I personal computer potenti e velocissimi costano sempre meno, ma (a parte contesti professionali) vengono usati principalmente per videogiochi, riprodurre immagini inessenziali, ascoltare musica, vedere film e chattare. Dovrebbero essere usati, invece, a fini significativi: acquisire, elaborare e creare conoscenza. Se il pubblico capirà meglio il mondo, si convincerà che conviene evitare la guerra.

Stanno crescendo i numeri e la complessità delle scelte tecnologiche che devono messere fatte da governi, enti internazionali e imprese. Esse hanno forti impatti sulle risorse, la salute e la stabilità della società e anche su drammatici problemi internazionali. Fra questi: povertà, ingiustizie, violenza esercitata per assicurarsi risorse, migrazioni verso Nord e Occidente. Molti paesi che non sono nemmeno sulla via dello sviluppo, hanno vaste risorse naturali (minerali, energia, terre coltivabili) che non sono sfruttate per mancanza di cultura e di investimenti. Non servono misure di emergenza a breve termine, ma grandi interventi internazionali mirati a pacificarli e stabilizzarli e, quindi, a soluzioni tecnologiche avanzate. Gli impatti socio-economici della tecnologia sono positivi, se è permeata di cultura e se la cultura è disseminata e offerta come un’opzione realistica. Questi risultati attenuerebbero anche le tensioni internazionali generate dall’aspirazione dei paesi sfavoriti ad assicurarsi  una più equa distribuzione di risorse. Innalzare i livelli culturali è la ricetta per evitare non solo una mortale guerra totale, ma anche disuguaglianze inumane e penosi conflitti locali.

*      *      *

Risorse, strumenti, pietre miliari

Il WorldWide Web offre banche dati, pacchetti di software, sofisticati servizi finanziari e bancari, testi significativi, informazioni su sistemi moderni di controllo e decisione – ma la maggioranza della gente (spesso inclusi manager, pianificatori, decisori) non ne sanno abbastanza per utilizzare al meglio queste risorse. In effetti spesso non sono nemmeno in grado di distinguere informazioni e servizi di alta qualità da proposte illusorie o fuorvianti di cui la rete è piena. Finiscono così ad accontentarsi di materiale irrilevante o volatile.

È necessario creare alleanze e task force che arruolino cultura, accademia, parlamenti, aziende di ogni dimensione perché usino i media per offrire al pubblico strumenti per un continuo miglioramento culturale. Questo farà crescere non solo domanda e profitti per industrie hitech, ma anche il valore aggiunto dalle attività umane a ogni altra risorsa. La prosperità cresce nelle società in cui la ricerca di conoscenza è un valore accettato – e finanziato.

Questa impresa userà tutti i media: giornali, TV, radio, riviste, editoria elettronica. Lo stesso concetto di intrattenimento dovrà essere ridefinito. I nuovi contenuti non saranno volatili, ma edificanti.

L’arte di comunicare sarà al servizio della cultura. La disseminazione di cultura è compito di basse delle scuole, ma le loro funzioni devono essere integrate per stimolare l’emulazione. Le scuole sono lente a innovare. Occorre far partire nuove imprese culturali fuori dalle scuole. Nessuna azienda, nemmeno le maggiori, ha tante risorse da poter finanziare un programma così vasto. Si dovrà creare un consorzio internazionale di aziende (editori, produttori di tecnologia dell’informazione e della comunicazione, società di ingegneria, pubblicitari, esperti) – tutti uniti pedr promuovere una rivoluzione culturale. La cultura non può essere surrogata da spot televisivi, slogan e s e banalità.

Gli obiettivi seguenti dovranno essere pubblicizzati da persone sagge, autorevoli, visibili che torcano i polsi a politici, imprenditori, editori. La loro non partecipazione dovrà essere considerata uno scandalo.

Un programma dettagliato, preparato con l’aiuto di un numero adeguato di esperti, dovrà essere preparato e presentato a sponsor – un’impresa impegnativa.

 

Indottrinamento alla cooperazione

L’impresa di innalzamento culturale ha bisogno di un vastio appoggio popolare per avere sucesso. Vanno indottrinati: accademici, insegnanti, manager delle risorse umane, parlamentari, editori, giornalisti, attori. Vanno proposti esempi di pensiero razionale positivo e condannate le iniziative vaghe e astratte,

Dalla preistoria la psicologia della maggioranza è stata coartata a credere che sul lungo termine traiamo profitto dall’egoismo e dall’avidità. In tempi abbastanza recenti la teoria matematica della cooperazione ha mostrato che è vero il contrario. La cooperazione è più vantaggiosa dell’egoismo. Certo le prove logiche e il pensiero razionale sono spesso rifiutati: la gente si fida di più della pretesa saggezza convenzionale e degli impulsi viscerali. La teoria della coppe razione deve essere insegnata nelle scuole di ogni livello.

Saranno usati ovvii passaparola e ci vorranno esperti di pubblicità che si riorientino  dai loro approcci tradizionali (sacrificare gusto e rigore per essere più popolari, basare i messaggi su slogan e icone) verso caratteristiche più intellettuali. Le loro abilità mireranno alla diffusione virale dell’equazione: “miglioramento culturale = salvezza”. Non abbiamo linee guida per questo percorso: dovremo procedere per tentativi-

 

Massime da scolpire nella coscienza collettiva

I migliori fabbri di parole dovranno produrre memi atti a incidersi nelle menti umane. Massime significative e motivanti – non slogan.

 

Insegnamenti dai classici – non solo dalla tecnologia

Il miglioramento culturale userà la moderna tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Non proporrà solo programmi di riabilitazione tecnologica presentati da tecnocrati, ma la coltivazione delle “due culture” e di molte oltre le due. Diffonderà conoscenza degli insegnamenti dei classici.

 

Collaboratori eccellenti

Saranno arruolati a supporto scienziati di prima classe, già impegnati in attività di redenzione culturale. Come, per esempio.

1)     Prof John L. Casti, Ricercatore Senior presso IIASA, International Institute for Applied System Analysis

2)     Prof. Richard Dawkins, autore di “Il gene egoista”, Foundation for Reason and Science

3)     Prof. Freeman Dyson, il fisico

4)     Sir Harold Kroto  – ha scoperto le molecule di C60 “buckyballs”, ha fondato il Vega Science Trust (www.vega.org.uk ) ingaggiando scienziati per disseminare le loro conoscenze. Ha fondato il Kroto Research Institute per nanoscienza e tecnologia.

5)     Carl Weiman (Nobel per la Fisica 2001) – propone programmi per migliorare l’istruzione superiore (vedi www.livescience.com/technology/080725-sb-education-future.html)

 

Letture raccomandate

  1. Lowell Jones, R. – International Arbitration as a Substitute for War between Nations, University Press, St.Andrews – 1907
  2. Burdick, E., Wheeler, H. – Fail-Safe, 1962
  3. Hardin, G. The Tragedy of the Commons, Science, 162, p. 1243, 1968
  4. Dror, Y. – CrazyStates, Kraus Reprint, 1980
  5. Axelrod, R. – The Evolution of Cooperation, Basic Books, 1984
  6. Vacca, R. – A Juridical Solution to the Problem of Nuclear Disarmament, 8th World Conference of World Future Studies Federation: “The Futures of Peace – Cultural Perspectives”,  San Jose,  Costa Rica, 1984.

BERLUSCONEIDE: LA SIGNORA GRASSA CONTINUA A CANTARE

“Sarei disposto a fare il ministro degli Esteri, conosco tutti e sono simpatico a tutti”. Suona così  la terzultima di Berlusconi, ma cosa sia stata esattamente non è facile dire. Se voleva essere una freddura, una delle tante che l’inesauribile e incontenibile Cavaliere ama raccontare a tutti, potrebbe anche far ridere. Certo più di quasi tutte le altre che, a quanto si insinua, provocano tempestose esplosioni di ilarità solo tra i suoi cortigiani.

Tanto da ridere però non c’è. Almeno, ad esempio, per i numerosi suoi e nostri connazionali che dagli stranieri si sentivano domandare come fosse possibile che un soggetto del genere rimanesse alla guida di una nazione sotto alcuni aspetti persino grande. Di riderne senza troppe remore potevano sentirsela, diciamo fino ad un anno e mezzo fa, gli stessi stranieri, i quali tuttavia devono avere poi cambiato idea, convincendosi che la faccenda era assolutamente se non mortalmente seria (deadly serious, in italiano moderno, per capirci).

Se invece l’esternazione (Corriere della sera del 6 gennaio) voleva essere seria, ci sarebbe di che restare perplessi. Farebbe riflettere, insomma, come concludeva un tempo i suoi articoli un mio defunto collega. Ma vediamo un po’. Quale accoglienza ci si potrebbe aspettare dalla stampa straniera al nostro statista così simpatico, eventualmente autoretrocesso, per spirito di servizio e con l’umiltà che lo contraddistingue, a capeggiare la Farnesina dopo avere spadroneggiato a Palazzo Chigi per tanti anni?

Un caso limite è quello dell’”Economist”, che già in occasione della “scesa” in campo iniziale la commentava intitolando “Burlesquoni”. Fu il preludio di una faida destinata a protrarsi per quasi un ventennio e culminata l’estate scorsa nella conferma in corte d’appello di una condanna dell’ormai ex premier, querelatosi per diffamazione giudicata insussistente, a pagare le spese processuali.

Il vincitore della causa, benchè insospettabile di comunismo, non ha celato in proposito la propria soddisfazione, invitando il perdente a provvedere in contanti (cash will do nicely, Silvio) e a tenere in maggior conto il fatto che durante la cosiddetta era berlusconiana l’Italia è cresciuta economicamente meno di qualsiasi  altro paese del mondo salvo Libia e Zimbabwe.

Inutile riferire, qui, i commenti del settimanale londinese alla seconda scesa in campo della sua bestia nera. Da annotare invece che un suo parente stretto, il “Financial Times”, dopo avere pubblicato nei giorni scorsi un alquanto sorprendente attacco a Mario Monti, definito inadatto a guidare l’Italia fuori dalla crisi, ha sentito il bisogno di precisare, pur ribadendo critiche e dubbi, che l’attuale premier e Pier Luigi Bersani sono persone credibili mentre Berlusconi “ha portato il suo paese sull’orlo del precipizio fiscale”.

Per il resto il Regno unito, tra i paesi alleati e più e meno amici del nostro, è quello che ha avuto meno occasioni e motivi per dolersi del personaggio, a prescindere dall’irritazione della sua regina quando l’Inesauribile nonchè Incontenibile si produsse nel gioco del cucù tra le colonne di Buckingham Palace (who is screaming?come on…).

Anche al livello ufficiale più elevato i suoi rapporti con gli Stati Uniti sono stati a lungo ugualmente tranquilli e anzi più calorosi. Sostenitore attivo della seconda guerra contro Saddam Hussein (benchè più di recente abbia dichiarato di avere cercato di dissuadere G.W.Bush dal farla; mah…), il Nostro si pavoneggiava a fianco di Tony Blair e Josè Aznar come uno dei baldi campioni della “giovane Europa”, impegnati a riscattare il vecchio continente dalla codardia  franco-tedesca. Dei tre è stato l’ultimo a cadere. Non immaginava, si presume, che quella sarebbe stata smascherata come la più sbagliata delle guerre (anche se Blair giura tuttora che la rifarebbe), voluta da colui che anche per altri motivi si sarebbe distinto come il peggiore presidente americano di sempre.

Se GWB non mancava di ricambiare la simpatia e soprattutto di apprezzare la  devozione, l’idillio è continuato per un po’ anche con Barack Obama, abbastanza signore per non prendersela quando l’Inesauribile celiò, magari senza malizia, sulla sua abbronzatura, sollevando corali deplorazioni. Il nuovo inquilino della Casa Bianca era passato apparentemente sopra anche alla pubblicazione su uno dei giornali del Cavaliere, all’indomani dell’elezione, di un suo gigantesco ritratto in prima pagina caratterizzato da un orribile ghigno.

Ma di tutto ciò, forse, Obama si ricordò molto bene quando, con la crisi economico-finanziaria, la situazione peggiorò drammaticamente per tutti e per l’Italia in prima linea. Per il più grosso, cioè, tra i paesi dell’Eurozona minacciati di bancarotta, con un governo traballante e irresoluto e un premier sempre più chiacchierato in ogni parte del mondo per i suoi atteggiamenti irresponsabili oltre che per i suoi spensierati comportamenti privati.

Senza mai criticarlo personalmente, il presidente USA lo fece in modo indiretto ma trasparente con gli omaggi profusi nei confronti di Giorgio Napoletano, sottolineandone non a caso la levatura e autorità morale, e poi colmando di ripetuti elogi e incoraggiamenti Mario Monti, raramente elargiti ad un governante straniero di fresca nomina. In ciò imitato, con minore cautela, dal suo ambasciatore a Roma, e spalleggiato a tutto campo e a piene lettere dalla stampa e pubblicistica americane, compreso alla fine anche il “Wall Street Journal”, che aveva a lungo mostrato indulgenza, se non dichiarata preferenza, per il Cavaliere prima e dopo il suo disarcionamento.

Basti citare un solo esempio. Nel fatidico novembre 2011 il settimanale “Time” presentava in copertina il faccione sorridente del Nostro accompagnato dalla seguente didascalia: “L’uomo dietro l’economia più pericolosa del mondo – Come  il premier italiano uscente ha messo a repentaglio l’Unione europea e perché non chiede scusa” (and why he is not sorry). E’ il richiamo ad un articolo che nel sottotitolo definisce Berlusconi infamous leader, laddove l’aggettivo inglese significa “famigerato” ma anche proprio “infame” o “scellerato”. L’autrice, l’editorialista economica Rana Foroohar, oltre a spiegare come e perché un default dell’Italia rischiava di affondare l’intera economia mondiale, precisava che “Berlusconi non è la causa dei problemi italiani, ma la sua leadership inetta li ha certamente aggravati”.

Tornando al di qua dell’oceano, è appena il caso di rammentare i celeberrimi sorrisini di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, quest’ultima fatta segno, dopo un’analoga esperienza della presidentessa finlandese, a considerazioni estetico-erotiche dell’Infamous quasi eleganti come le cene di Arcore. E solo un cenno merita il recente quanto clamoroso episodio dell’accoglienza trionfale riservata a Monti dallo schieramento dei partiti popolari europei relegando moralmente in un angolo il confratello presidente del PDL presentatosi alla tribuna del PPE dopo avere provocato le dimissioni del premier “tecnico” nonché preannunciato-smentito-riannunciato la propria ridiscesa in campo.

L’insolito evento non ha solo riportato d’attualità l’altra faida ormai vecchia con Martin Schultz, il socialdemocratico tedesco, oggi presidente del parlamento europeo, divenuto celebre per avere criticato Berlusconi nell’aula di Strasburgo ed essere stato rimbeccato col paragone ad un kapò dei lager nazisti. Sulla sua scia se n’è aperta o profilata un’altra ancora con il francese Joseph Daul, capogruppo parlamentare del PPE, che dopo avere criticato anch’egli l’ex premier italiano, in particolare per la sua recente svolta antieuropeista, si è spinto fino a designare apertamente Monti come unico candidato premier dei popolari europei in lizza nelle prossime elezioni. Sollevando così le ire funeste di tutto il PDL, venendo formalmente smentito dai massimi dirigenti dello stesso PPE ma confermando comunque da quale parte sia schierato il centro-destra della UE.

Berlusconi, dal canto suo, non si è ancora spinto fino a dichiararsi vittima di un complotto internazionale che, a giudicare dal numero e dalla varietà di tutti i presumibili partecipanti, dovrebbe essere pressocchè universale, davvero troppo per risultare credibile. Continua tuttavia a denunciare una campagna a lui ostile di quella che chiama “stampa internazionale di sinistra”, cioè non proprio comunista ma quasi, della quale risulta alquanto arduo individuare o anche solo ipotizzare gli ispiratori. A meno di non congetturare che una nuova e più moderna internazionale proletaria non si lasci manipolare dall’eterno nemico di classe, incarnato come sempre da Wall Street che sta dietro anche ad Obama, dalle banche francesi e tedesche avide di profitti a spese dell’Italia, dagli gnomi di Zurigo che sognano magari di staccare il prospero e laborioso nord dal resto del paese per dissanguarlo e arricchire ulteriormente i proprio forzieri.

Si dà infatti il caso (citiamo ancora qualche esempio) che il tedesco “Die Zeit” (27 dicembre 2012) includa Berlusconi in una nutrita lista di personaggi di cui si augura l’uscita di scena nel 2013, sia pure “senza eccessivo spargimento di sangue”, perché così “sarà un anno buono” (Es wird ein gutes Jahr werden). La lista comprende fra gli altri Bashar Assad e Ahmadinejad, Kim Jong Un e Mugabe, Janukovic e Lukascenko, Putin e Murdoch. E l’augurio è condiviso, quanto agli gnomi, dall’elvetico “Neue Zürcher Zeitung”, anch’esso voglioso di registrare un ritiro a vita privata dell’”eterno buffone” (ewige Clown), come l’ha qualificato in una nota a fine d’anno.

Occorre altro per dimostrare quanto siano imponenti le credenziali del nostro eroe come eventuale responsabile dei rapporti  con l’estero del nostro paese? No, non credo, benchè mi si possa rinfacciare che esiste anche l’eccezione Putin. L’amore per il quale, apparentemente ricambiato di cuore come quello per GWB, contribuisce però non poco ad alimentare l’avversione di tutti gli altri. Non resta allora che una conclusione. Siamo praticamente al “molti nemici, molto onore” di buona memoria, e agli eventuali smemorati, propensi ad esaltare il nuovo campione dell’orgoglio nazionale e della ribellione alla perfidia dello straniero, va solo rammentato come è finita la volta scorsa.

A questo punto, comunque, il turbinoso succedersi degli eventi mi obbliga a  prendere atto che anche l’Incontinesauribile deve averci ripensato, chissà se sua sponte, per rispettoso consiglio di qualche amico o semplicemente perché solo i mediocri non cambiano mai idea; e questo non è proprio il suo caso.

Sta di fatto che, scartando quasi su due piedi l’ipotesi Farnesina, ha optato decisamente per il dicastero dell’Economia, e non ha più deflettuto, che si sappia, da questa più meditata scelta neppure dopo che il suo ex braccio destro, poi quasi nemico ma infine ancora un po’ alleato Giulio Tremonti ha prontamente osservato che gli sarebbe più confacente il portafoglio delle Attività produttive. Certo  (abbiamo già visto del resto cosa ne pensino oltre confine) non può esserci dubbio che neppure Monti sia riuscito a rovinare completamente nel giro di un anno tutto quanto di buono il suo predecessore aveva fatto, proprio in campo economico, nel precedente ventennio: un’opera più duratura del bronzo.

Solo una naturale modestia deve averlo spinto a lamentarsi di non avere potuto fare tutto quello che avrebbe voluto a causa dei pochi o nulli poteri assegnati al capo (si fa per dire) del governo italiano dalla Costituzione catto-comunista, oltre che per colpa dei traditori, dei magistrati, ecc. Fortunatamente, per scongiurare pericolose perplessità nel paese, un provvidenziale soprassalto di sincerità l’ha indotto ben presto ad ammettere di avere puntualmente mantenuto tutte le promesse fatte sin dall’inizio.

E pazienza se insiste ad assicurare in TV e alla radio che il PIL italiano non è quello che appare da tutte le statistiche bensì quello sottaciuto a bella posta dalle canaglie e dai congiurati di ogni etnìa; quello cioè, molto più cospicuo, che tiene conto anche di quanto si produce in nero. Pazienza, insomma, se ignora o dimentica che questo prezioso apporto viene già computato ufficialmente dai tempi di Craxi, consentendo uno storico benchè effimero sorpasso della Gran Bretagna. Nessuno è perfetto, neanche Lui.

Registrata, dunque, e archiviata col debito compiacimento anche la penultima di Berlusconi, resta solo da attendere con fiducia l’ultima sul medesimo tema, che sicuramente non ci verrà negata. Manca ancora un mese, mentre scriviamo, alle elezioni che riveleranno l’esito della sua più recente e più impegnativa impresa. Potrebbe persino vincerle, dati i precedenti, benchè sia generalmente ritenuto più probabile che le perda. Ma anche in caso di sconfitta sarebbe davvero e per sempre fuori gioco?

Un anno fa la già citata Rana Foroohar, dopo averne detto peste e corna e conseguentemente salutato con sollievo l’uscita da Palazzo Chigi, ammoniva a non fidarsi troppo: don’t count him out till the fat lady sings, che all’incirca vale “non dire gatto se non l’hai nel sacco” in italiano antico ovvero trapattoniano. In effetti la signora grassa ha continuato e continua a cantare, e tra qualche mese, chissà. Con i competitor (=concorrenti) che si ritrova lui, e con la collaudata disponibilità del paese a farsi da lui abbindolare, magari ce lo ritroveremo noi al Quirinale come garante e leader morale di una grande coalizione per l’unità nazionale nell’arco costituzionale. Escludendo, cioè, i grillini, così che imparino a tagliarsi di due terzi le paghe elargite da Stato e regioni. La speranza comunque è l’ultima a morire, beninteso.

Nemesio Morlacchi

ACCIAIO: IL BUSINESS VAL BENE UNA PLURALITA’ DI TUMORI

Colpisce il 27 novembre l’editoriale de ‘Il Sole 24ORE’ sull’Ilva, firmato Alberto Artioli. Ingiunge, né più né meno, che non si può più permettere a “pochi magistrati” di dettare la verità. Ai cancri da siderurgia, solo un richiamo di passaggio e a denti stretti; il grosso dello scritto elenca con severità i danni inferti al fatturato e al Pil dal fermo della più grande onco-acciaieria d’Europa. Altri cinque grandi impianti Riva paralizzati. Innumerevoli comparti merceologici infartati, dalle viti e da altre minuterie alle travi per grattacieli, dai lavabiancheria alle Maserati. Duri conteggi dei costi di dover importare acciaio (ma non ci avevano detto che India, Cina e un altro mezzo pianeta vendono a buon mercato?). Incalzanti capi d’accusa contro i sabotatori delle fortune industriali dello Stivale.

Un assalto così implacabile da convincere l’impressionabile sottoscritto: se il Pil è a rischio, se il Pil è più importante dell’ambiente, e se d’altra parte si vogliono ridurre i tumori, non resta che trasferire i tarantini in luoghi di salubrità e villeggiatura. I tarantini non devono eccedere nella tutela di se stessi, al punto di mettere a repentaglio i volumi della siderurgia. Facciano le valigie e ringrazino per il cambiamento d’aria. La Confindustria non mancherà di far conoscere più in dettaglio il giudizio della filiera dell’acciaio. E i pericoli per coloro che operano nel compound dell’Ilva, una volta riaccesi i forni? Beh, avranno vinto la loro battaglia, percepiranno, che altro vorranno? Toccherà ai vari livelli di governo allestire treni/aerei vicinali per raggiungere l’acciaieria dalle località di villeggiatura, inevitabilmente lontane dal golfo di Taranto. Ci saranno disagi da pendolarismo, ma tutto non si può avere. I lavoratori sono intrinsecamente solidali, è logico, coi padroni della filiera.

E il Governo dei tecnici, che dice? Uno di loro, Clini ministro dell’Ambiente, ha già additato con un’apposita AIA (Autorizzazione integrata ambientale) la via per rilanciare l’Ilva. Sarebbe contro natura che fosse il team Monti, così attento al giudizio dei mercati, a permettere l’abbassamento del Pil sulla base di una semplice serie di lastre oncologiche. Qualcosa il governo troverà -p.es. un decreto legge che proibisca i tumori- per fermare la congiura della magistratura tarantina, il cui procuratore capo è arrivato all’oltranzismo di affermare: “Il diritto che non accetta contemperamenti o compressioni è quello alla vita e alla salute. Tutti gli altri diritti devono cedere il passo, compreso il  diritto al lavoro”. E’ evidente che l’alto magistrato privilegia la salute propria e quella della casta dei giudici e cancellieri domiciliati a Taranto: si profila dunque un chiaro conflitto d’interessi e sarebbe opportuna un’indagine sul procuratore capo per ovvio comportamento antisindacale.

I lavoratori della filiera, dalle Alpi al Lilibeo, non si perdano d’animo: c’è chi pensa a loro giorno e notte. E’ il gattamelatesco governatore Frasivendolo da Terlizzi il quale, stando alle voci, alle intercettazioni e al Gip, ha già mostrato coi fatti d’essere vicino alle aspirazioni dell’industria pesante pugliese. Tra pochi mesi sarà ministro, forse del Lavoro onde disfare i misfatti della Fornero. E’ difficile immaginare cosa potrà fare a favore della salute e delle buste paga di Taranto se le casse sono vuote, se Bruxelles vieta nuovi salvataggi di Stato, e se per attirare gli investitori va ridotto l’indebitamento. Conosciuto l’esito delle primarie Pd, lo statista da Terlizzi ha già dato un’indicazione estremamente concreta: “Vogliamo sentire profumo di sinistra”. Se non sarà infastidito dalla Procura, avvolgerà i cassintegrati nel detto profumo.

Per scaramanzia, comunque, le maestranze profumate si tengano care le case che abitavano nell’hinterland tarantino prima di comprare nelle adiacenze dell’Ilva. Le provvidenze del loro governatore potranno non bastare a pagare il mutuo al rione Tamburi. Magari, per andare più sul sicuro, progettino stili di vita alternativi a quelli sottoborghesi elargiti dai salari onco-siderurgici.  Non ci saranno filiere capaci di far tornare le vacche grasse. Campare con poco si può, e bisognerà farlo. Non si prospettano esuberi a migliaia nella pubblica amministrazione? In compenso è certo: Bersani e Vendola ridistribuiranno la ricchezza, azzereranno le spese non virtuose e il profumo di sinistra ci stordirà.

Porfirio

I RICCHI PIANGERANNO, MA SPENDING REVIEW ANCHE PER CIPPUTI

Se a uno, due, tre successori di Mario Monti seguisse, con poteri pieni pienissimi, Licurgo leggendario legislatore spartano; o Tommaso Moro il progettista di Utopia; oppure San Benedetto da Norcia fondatore di quasi tutti gli ordini monastici della storia; oppure infine Ho Chi-Minh trionfatore sui francesi: quante ne farebbe più di Bersani uno qualsiasi dei sullodati! Per cominciare, con apposite spoliazioni  e avocazioni abolirebbe i molto ricchi (e raddoppierebbe il prelievo fiscale su quanti deplorassero l’invidia sociale). Annichilirebbe i consumi d’alta gamma, partendo dalla moda eccellenza italiastra. Però farebbe la spending review anche sui bilanci e gli stili di vita della classe operaia. Avrebbe grasso da tagliare anche sotto la sacra soglia dei 1200€, raggiunta grazie alla combinazione tra lotte dei lavoratori con fischietti, mantelline rosse e tamburi di latta, e astute concessioni dell’economia di mercato.

Una volta decimate le varie articolazioni dell’agiatezza da media in su, il Diadoco dei diadochi di Monti non si farebbe scrupoli: colpirebbe i costumi di spreco di quel proletariato industriale che negli States si considera -chissà perché- middle class; da noi no, un po’ per questo o quel complesso e più ancora per un senso critico più sviluppato. Riflettete, peraltro: al metalmeccanico, né disoccupato né esodato, che gli manca -se in famiglia c’è un secondo reddito, rispetto all’impiegato di fascia bassa? Quasi niente gli manca: più o meno lo stesso trilocale col mutuo, la stessa figlia studiosa all’università sotto casa per una laurea triennale, gli stessi 8 giorni mezza pensione low cost a Marbella, gli stessi elettrodomestici  quasi sempre esagerati di pollici, di litri e di altri parametri sostitutivi di quelli del passato. Il Giustiziere del futuro non indulgerà sui microlussi cretini. Non perché il metalmeccanico meriti meno del competitor impiegatizio: merita spesso un po più.

Il quarto successore di Monti non si accanirà nella spending review per sadismo, né per amore di santa povertà. Questo paese entrerà in frangenti amari: declino complessivo, montare della disoccupazione, popolazione che invecchia e vuole terapie sempre più costose. L’Italia si chiamava la Grande Proletaria; forse lo ritornerà, passata la lunga sbornia da Pil, che ci aveva catapultati verso l’alto della classifica. Più la gente si alfabetizza e più si impongono opere di razionalizzazione e  giustizia: dall’espropriare i redditi degli alti mandarini, e non solo dei politici, a costruire carceri  e ostelli per i senza dimora, a cento altre misure che esigono ripartizione dei sacrifici. Licurgo, Tommaso Moro, San Benedetto, Ho Chi-Minh, nessuno di loro riuscirà a colpire solo i ricchi. Avrà bisogno di prendersela anche con Cipputi. E dove dovrà tagliare Cipputi, sotto la benevola minaccia di Equitalia, quando tot milioni di famiglie dovranno farcela con €700 al mese, congratulandosi eccome di averli conquistati i 700, in cambio di zero lavoro?

Cominciando dalle cose minime, Cipputi dovrà rinunciare all’abbonamento allo stadio, alle sigarette (suo nonno fumava mozziconi), all’abbigliamento high speed quando fa il ciclocampione della domenica, alle spese venatorie, al televisore grande come un mobile, a decine di altre spese insulse. Cipputi si faccia raccontare come campavano padre e nonno, i quali risparmiavano sul biglietto del tram e credevano che Marbella fosse un asteroide. I lunghi passi indietro toccheranno ai soci del Golf molto più che a lui; però toccheranno. L’auto individuale costa troppo, ed è inverecondo anche il mini-autoparco di casa, quando ogni figlia commessa e ogni figlio precario ha bisogno della 4ruote, è più comoda per andare in palestra o all’ happy hour. La finanza pubblica diventerà spietata quando dovrà mantenere sempre più disoccupati di lungo corso. Piangeranno soprattutto i proprietari di barche, ma per la legge dei numeri i Cipputi non rideranno.

Infine il lusso d’ultima generazione, che fa sbigottire i nonni: la casa col mutuo. Nè Cipputi né i suoi giovanotti al primo impiego saranno più in grado di ragionare “il mutuo mi costa come l’affitto”. Mutuo e affitto non sono la stessa  cosa, lo si sapeva bene un tempo.  Neanche il lavoratore di concetto si consentirà la casa individuale come quando le vacche erano grasse. Il “co-housing” sarà strada obbligata per molti. Alla fine del 2012 si calcolano 900 mila mutui in sofferenza: ecco un primo grosso contingente di obbligati al co-housing. I trilocali e servizi con posto macchina e/o cantinetta, specie se da finire di pagare, andranno venduti. Nel co-housing, cooperativo o no, gli alloggi individuali avranno meno della metà dei metri quadrati tradizionali; altri spazi e funzioni saranno in comune e saranno poco onerosi. Per i senzalavoro stabili sarà una scelta obbligata: i traguardi del benessere si faranno umili.

Ma non sarà espiazione dura. Il co-housing e la decimazione delle auto saranno un vivere civile, e in più ci libereranno da angosce antiche e moderne. Il pane sarà assicurato a tutti perché la collettività solidale metterà in comune non tutte le risorse, ma parecchie.

l’Ussita 

SE BONAPARTE E IL CAVALIERE FOSSERO RIMASTI ALL’ELBA

Straripando di rispetto verso il Grande Sconfitto da Arcore, quando si è riofferto all’Italia non ci siamo uniti al coro dei denigratori, dall’Economist agli ultrà del merkelismo. Invece siamo riandati alla fosca vicenda del Corso, che col suo avventurismo aveva sconvolto l’Europa e qualcosa di più. L’epilogo andò come segue. Il 1° aprile 1814 il cinico Talleyrand, tra l’altro principe di Benevento, si fece nominare dalla ‘coda del Senato’ parigino -60 senatori su 140- capo del governo provvisorio della Francia. Il giorno dopo, alla testa della coda del Senato, proclamò decaduto Napoleone; il quale abdicò senza opporre resistenza (lo stesso farà il Cavaliere nel novembre 2011), ottenendo in cambio, oltre alla sovranità dell’isola d’Elba, di conservare il titolo di imperatore, di portare con sé un battaglione della Guardia, nonché di incassare un assegno di 2 milioni. Giorni dopo ebbe un crollo, tentò di avvelenarsi, ma il 20 aprile si accomiatò dai suoi granatieri a Fontainebleau e fece rotta per l’Elba. Dieci mesi dopo, “animato com’era -scrive uno storico della Sorbona- dalla fede nella propria stella”, sbarcò improvvisamente in Francia e così cominciarono i fatali Cento Giorni. Sconfitto definitivamente a Waterloo, l’ex-sovrano elbano provò a imbarcarsi per l’America, ma la via del mare era bloccata dalla flotta britannica. Dovette consegnarsi  e fu deportato a Sant’Elena, per morirvi sei anni dopo.

Se doveva finire così. per l’Eroe non sarebbe stato saggio restarsene a Portoferraio (Elba) col blasone imperiale, il comando di un battaglione e il beneficio della buonuscita? Venendo ai Cento Giorni del sovrano brianzuolo, i presagi non sono benigni. Abbandonato nella disgrazia, come Napoleone dai marescialli ingrati, non gli rimane che una coda del Pdl, cui cambierà il nome ma con la quale coda difficilmente scongiurerà la Waterloo di Febbraio. Certo il regnetto d’Elba/Mediaset era troppo diminutivo per l’ego del Cavaliere. Così rieccolo tra noi, candidato alla disfatta elettorale e al wagneriano Goetterdaemmerung, crepuscolo degli Dei.

Se morganaticamente sposerà Francesca, oscura adolescente forse conosciuta a Napoli oppure all’Elba, troverà finalmente la pace, nonno coccolato da una dolce nipotina. Però avrà dovuto pagare alti prezzi, persino in termini monetari. Dopo la sconfitta finale, i suoi vincitori -specialmente stranieri- non avranno clemenza. Forse non faranno prigionieri.

A Waterloo l’Imperatore seppe che l’Europa coalizzata sarebbe stata implacabile. Il Congresso di Vienna apprese la notizia del ritorno dall’Elba alla fine di una  delle sue tante feste da ballo (la grande diplomazia di allora era persino più futile di quella dei nostri giorni). Il solito Talleyrand-Perigord, uno dei più bei nomi di Francia ma bieco traditore del suo sovrano (traditore come quel Gano di Maganza, cognato di Carlo Magno, che a Roncisvalle fece morire Orlando, il più prode dei paladini) fece adottare dal Congresso la Dichiarazione del 13 marzo: “Napoleone si è messo fuori del consorzio civile. Come perturbatore della pace del mondo si è esposto alla vendetta del genere umano”. Immaginate voi la condanna, all’apertura delle urne di febbraio, che dilanierà il Grande Postribolatore! Si fosse contentato del piccolo reame dell’Elba, non sarebbe sfuggito a un destino orribile?

In ogni caso, restando all’Elba Egli avrebbe a tempo debito potuto acquistare cash, o con un concambio con una ‘division’ di Fininvest, una repubblica dei Caraibi. Ammaliati dal suo porgere e dai suoi shows televisivi,  i nuovi sudditi, molto più numerosi e allegri di quelli di Portoferraio, lo avrebbero plebiscitato Capo dello Stato. con conseguente impunità diplomatica rispetto a tutte le Procure del pianeta. E’ stato un errore non leggere più libri sul Corso maledetto.

Basilio

PERCHE’ SVEZZARCI DAL SALARIO

“Anche nei paesi più pesantemente industrializzati, l’occupazione industriale non arriva a superare stabilmente la metà del totale degli occupati, così come la percentuale di occupati sulla popolazione totale non arriva a superare stabilmente la metà degli abitanti. Nel Regno Unito si realizza negli anni Ottanta un profondo processo di abbandono dell’industria tradizionale, con la sostanziale chiusura delle miniere e la fortissima riduzione delle industrie siderurgica e automobilistica, coll’abbandono della politica di protezione e di sussidi pubblici (…) Ormai nelle economie avanzate 8 lavoratori su 10 sono occupati nel ‘settore terziario’ dagli aspetti variegati, sempre meno  definibile in termini di ‘posti’ di lavoro. Ed è proprio qui che si diffondono categorie nuove: il lavoro a tempo parziale o a tempo definito e il telelavoro si combinano in una crescente frammentazione di compiti, prestazioni, modalità, sistemi di remunerazione; e rendono necessario un discorso nuovo”.

“Il cerchio così si chiude. Ci aggiriamo sperduti tra le macerie del lavoro domandandoci come fare a ricostruire qualcosa; parliamo ancora di ‘posti’ di lavoro quando non se ne creano di fatto quasi più, di salari minimi quando il salario è diventato una forma di remunerazione relativamente antiquata”.

Queste enunciazioni dal saggio di Mario Deaglio “Il lavoro e le sue prospettive“, pubblicato nel 2000 nell’Atlante del Novecento della UTET, appaiono un riferimento obbligato quando si voglia pensare l’avvenire né immediato né lontano. Deaglio addita le positività di quattro prospettive, che definisce ‘importanti campi d’azione’: l’istruzione; l’allungamento dell’attività produttiva al di là dei rigidi limiti d’età, ‘con carichi via via più leggeri’; la disciplina della mobilità; una regolazione equa dei flussi migratori e del tipo di competizione che può avvenire a distanza. Sono prospettive largamente condivise, le quali contrastano l’inclinazione a vedere il futuro nei termini più pessimistici. Tuttavia resta, con tutta la sua forza, la constatazione “di posti di lavoro, non se ne creano di fatto quasi più”. In Occidente l’area della povertà, cioè della mancanza di lavoro, tende ad allargarsi. Per l’Irlanda si parla di un 6% in più.

Probabilmente gli irlandesi dovranno dimenticare l’euforia di pochi anni fa, quando una serie di circostanze (che potrebbero non tornare) sembravano aver cancellato per sempre quel parossistico squilibrio tra risorse e popolazione che nella Great Famine del 1845-47 aveva fatto un milione e mezzo di morti per fame e spinto l’anno successivo un milione di persone a emigrare nel Nord America. Tendiamo a considerare ormai impossibili in Occidente sciagure così gravi, e diciamo che a pensare così facciamo bene. Tuttavia faremo meglio a prevedere delle vie di fuga. Non dobbiamo temere il flagello della distruzione del raccolto di patate, che uccise tanti irlandesi. Però ci minaccia la capacità dei nuovi paesi manufatturieri di produrre ‘tutto’. La via di salvezza più promettente sarà forse di avvezzarci alla fine dello sviluppo. Per molti implicherà di imparare a vivere senza un reddito di lavoro. La collettività dovrà imporre gravi sacrifici agli abbienti per poter garantire il minimo vitale a tutti i bisognosi; e tutti i bisognosi dovranno rinunciare ai confortevoli stili di vita che i tempi prosperi elargivano.

Tutto ciò renderà necessarie restrizioni sempre più dure alle libertà economiche e ai diritti di proprietà. A meno di non tornare alle ferocie della Great Famine, quando gli inglesi che mangiavano -e le loro élites erano comproprietarie del mondo: la Gran Bretagna egemonizzava il mercato mondiale- consideravano naturale che la carestia spopolasse l’Irlanda, come in passato facevano le pestilenze- a meno di non tornare alle ferocie, dicevamo, le società democratiche e libere dovranno accettare la disciplina dell’irreggimentazione collettivistica, sola capace di distribuire la ricchezza con qualche equità, come Londra non fece in Irlanda. Il riorientamento politico richiesto dall’imperativo della solidarietà coi miseri sarà verosimilmente più arduo nei paesi che avranno meglio conosciuto gli urti della lotta di classe e l’attivismo delle sinistre. Ciò in quanto l’aggressività di queste ultime avrà aggiunto anticorpi difensivi negli strati abbienti e diffuso diffidenze nelle masse teoricamente rappresentate dalle sinistre settarie.  Forse la socialità prevarrà più agevolmente dove le bandiere rosse avranno sventolato meno.

Anthony Cobeinsy

PAESE RICCO E POVERO PAESE

C’è ancora qualcuno che cerchi disperatamente una buona notizia, qualcosa che possa allietare la fine d’anno e il nuovo inizio? Eppure c’è, sotto gli occhi di tutti, grossa come una casa, e neppure freschissima. Già in settembre l’”Economist” ci aveva informato che siamo ricchi, addirittura i più ricchi di tutti. Emergeva da una tabella ricavata dalle fonti più autorevoli che ci attribuiva un patrimonio familiare complessivo superiore, in percento del PIL, a quelli di Gran Bretagna, Francia, Giappone, Stati Uniti e Germania (quest’ultima umiliata da uno spread a rovescio di oltre 150 punti) nell’ordine. Niente male, per la vecchia “grande proletaria” di un secolo fa, ancora piuttosto stracciona nell’era fascista, protagonista di un miracolo economico dopo la seconda guerra mondiale ma ricacciata indietro di brutto dalla crisi generale tuttora in corso, che l’ha colpita più duramente di qualsiasi altro paese più avanzato dell’Occidente.

Una vera bomba, insomma, a malapena ridimensionata da un rapporto della Banca d’Italia a metà dicembre che ci retrocede al terzo posto, dopo (per pochissimo) Gran Bretagna e Francia ma sempre davanti a tutti gli altri. Se dobbiamo invece credere a “Die Zeit”, che quasi contemporaneamente ci ha dedicato un paginone con i nostri dati economici essenziali, saremmo soltanto settimi al mondo con un patrimonio medio pro capite di quasi 43 mila euro. Ma anche così, crediamo, c’è di che sgranare gli occhi. Lo stesso settimanale tedesco non nasconde la sua sorpresa e cerca infatti di spiegare il vistoso contrasto con la maggiore parte dei suddetti dati e i tanti altri aspetti meno o per nulla gaudiosi della nostra realtà nazionale. I quali, oltre a tutto, non sono mutati di molto rispetto a sei anni fa, quando la ricchezza smise di aumentare e cominciò invece una discesa di oltre undici punti.

Spicca notoriamente tra essi un debito pubblico tra i più alti del mondo nonché fonte recentissima, per chi non crede alle trappole e ai complotti, di gravissimi guai e tormenti. E tuttavia non si può dire che il relativo dato sia tale da svuotare di significato classifiche che dovrebbero confortarci. L’indebitamento pubblico complessivo  risulta di poco inferiore ad un quarto del patrimonio familiare, ma la quota dei corrispondenti titoli di credito detenuti da enti e privati connazionali supera la metà del totale ed è anche nettamente più elevata dell’analoga quota dei debiti esteri altrui, con la sola eccezione del Giappone tra i paesi grosso modo confrontabili.

Quanto ai debiti delle sole famiglie, quelli italiani si considerano relativamente leggeri in quanto inferiori, rispetto al reddito disponibile, di quasi un terzo a quelli francesi e tedeschi, di poco meno della metà a quelli americani e giapponesi e di tre quinti a quelli britannici. La pesantezza del debito nazionale nel suo insieme è d’altronde alleviata dalla modestia del deficit del bilancio statale che deve sostenerla e che soprattutto nel 2012 è stato ridotto ad un livello superiore solo a quello della Germania nonchè destinato ad azzerarsi prossimamente se non vi saranno mutamenti di rotta governativa e il contesto internazionale favorirà l’operazione.

La ricchezza, insomma, assoluta o relativa che sia, esiste, per cui anche dell’Italia si può parlare, come si faceva tradizionalmente per la Francia, di uno Stato povero in un paese ricco. Ma è poi davvero povero lo Stato italiano? Se lo è, chi lo amministra può sicuramente darne la colpa ad un’evasione fiscale di massa, da primato europeo se non mondiale. Gli evasori, tuttavia, possono a loro volta scaricare responsabilità dirette e indirette su gestori della cosa pubblica incapaci di estirpare o almeno ridimensionare una corruzione altrettanto radicata e diffusa e una criminalità più o meno organizzata, che gravano anch’esse sull’erario, oltre al resto. E, soprattutto, raramente capaci di usare in modo equo, oculato ed efficace i proventi del fisco quando non dediti nel loro insieme, come nella fase attuale, allo sperpero sistematico del denaro loro affidato, all’arricchimento personale e di gruppo o addirittura al ladrocinio individuale e collettivo.

Nonostante tutto, il paese ha saputo comunque accumulare nel corso dei decenni una ricchezza della quale soltanto adesso si tende a paventare la precarietà, non senza validi motivi, proprio nel momento in cui viene coralmente rivelata o riconosciuta e documentata, mentre persino la potente e prospera Germania comincia a dubitare della propria. In attesa però di vedere meglio come si vorrà o potrà reagire a simili timori, va registrato e sottolineato sin d’ora un dato che già offusca largamente un quadro che altrimenti potrebbe apparire un po’ rasserenato se non proprio luminoso.

La ricchezza, infatti, non soltanto è male gestita e utilizzata a livello collettivo, al punto da rendere fin troppo frequenti ma spesso giustificate le denunce di infrastrutture, servizi amministrativi e giudiziari, sanitari e scolastici, ecc. “da terzo mondo”. Di tutto ciò, insomma, che insieme alla qualità della rappresentanza politica poteva autorizzare il generale de Gaulle ad affermare, contraddicendo Indro Montanelli, che l’Italia non era un paese povero ma un povero paese. La ricchezza nazionale è anche assai male distribuita, al punto da rendere scarsamente o per nulla significativa la relativa media pro capite. Poco meno della metà dei patrimoni familiari è da tempo in mano al 10% più facoltoso della popolazione, mentre la sua metà meno abbiente ne detiene meno del 10%.

Nel primo caso la quota è venuta crescendo dopo il 2008, ossia negli anni della crisi, mentre nel secondo è diminuita, conformemente ad una tendenza ben diffusa in tutto l’Occidente e che in Italia si è fatta in realtà sentire un po’ meno che altrove. Ancora più squilibrata anche nel raffronto internazionale è la ripartizione dei redditi, malgrado una leggera riduzione tra il 1995 e il 2008. Il coefficiente Gini che misura il loro grado di disuguaglianza ci vede superati in Europa solo dal Portogallo e alla pari con la Gran Bretagna. Nel mondo stanno peggio gli Stati Uniti o paesi più poveri e arretrati come il Messico, per non parlare, ironia della sorte, delle grandi potenze ex comuniste, Russia e Cina.

E’ fin troppo facile prevedere che se non si correrà ai ripari in fretta e con risoluta volontà di cambiare strada sotto una moltitudine di aspetti la ricchezza si scioglierà come neve al sole e anche prima di completarsi la sua liquefazione continuerà a colpire soprattutto le masse già più indigenti. Aggravando, nel frattempo, anche un’altra forma di sperequazione: quella geografica, esemplificata tanto per citare una cifra dal fatto che tre quarti delle esportazioni nazionali provengono dalle sole regioni settentrionali. Quelle centro-meridionali stanno specializzandosi nell’export di rifiuti, a spese proprie o meglio di tutti i contribuenti, non senza la complicità delle mafie. Le quali, espandendosi, non mancano peraltro di trovare al nord non poca ospitalità.

Dopo un lungo periodo di sostanziale stagnazione l’Italia è stata, tra i paesi membri del G7, quello con la crescita del PIL più vicina allo zero anche nel 2011, sopravanzata solo dal Giappone vittima però del disastro di Fukushima, ed è l’unica a chiudere il 2012 in marcata recessione accompagnata forse, ma a distanza, dalla Gran Bretagna.

Esistono alternative credibili alla crescita ininterrotta e a tutti i costi? In linea teorica probabilmente sì. In concreto, la loro eventuale adozione non potrà certo avvenire su due piedi, sarà sicuramente laboriosissima se non dolorosissima e in ogni caso richiederà la profusione di creatività, sacrifici e compromessi per consentire l’instaurazione di inedite forme di vita e di convivenza interne e internazionali. Non tutti i paesi riusciranno nell’impresa con la stessa rapidità e lo stesso successo. Mentre in Germania il dibattito sull’opzione della crescita zero è già in fase avanzata, nell’Italia che stenta a sbarazzarsi del problema Berlusconi  non se ne trova quasi traccia.

Nel frattempo si vanno creando un po’ dovunque, nel mondo generalmente considerato più sviluppato e più progredito, ma in modo particolare in Italia, situazioni economico-sociali sempre più simili a quelle che Carlo Marx vaticinava come premessa per il salto ineluttabile dal sistema capitalista a quello comunista. Più che dal fiasco delle esperienze russa, cinese ed altre le profezie, se non le analisi, marxiste sono state smentite finora dalle contromisure che il capitalismo ha saputo porre in atto nei confronti sia delle sfide avversarie sia dei propri stessi punti deboli. Può darsi che ce la faccia anche dopo la crisi recente e tuttora non superata, della quale si continua a discutere se sia più o meno grave di quella del 1929-1932.

Il suo esito resta comunque incerto, mentre è pressocchè certo che dall’Italia non ci si potrà aspettare un grande contributo all’apertura di nuove vie su scala planetaria, o quanto meno regionale. Eppure solo un quarto degli italiani dichiarano di  apprezzare il capitalismo (e i francesi ancor meno, per la verità, sempre secondo un sondaggio del 2010) e qualcuno all’estrema sinistra ricomincia a parlare di rivoluzione sia pure “civile”. Inutile dire che in questo caso una smentita sarebbe altrettanto sorprendente e ancor più gradita della scoperta della ricchezza.

Franco Soglian 

UNA FERROVIA DELLA BASSA COME CONTRADA DELL’ANIMA

Scacciati con le brusche, i venditori di colombi e gli altri mercanti rientrarono nel Tempio appena Gesù si fu allontanato. Figuriamoci se poteva andare meglio a Mario Monti, così lontano dalla potenza e dalla virtù del figlio di Dio. Per qualche mese estromise dal potere centrale la gentaglia dei politici professionisti, ora la gentaglia è di nuovo in business, più agguerrita e turpe di prima. Anzi, di una frazione dei venditori rientrati a insozzare il Tempio egli Monti si è fatto addirittura maestro e condottiero. Il Male, com’era da attendersi, è invincibile. Con tutta la loro autostima, i ministri tecnici si sono ridotti ad aspiranti carpetbaggers.

Ancor più risalta ciò che si contrappone al Male: il Bene. Nel concreto, i primi che vengono alla mente quali operatori del bene sono coloro che fanno volontariato, coloro che sono l’esatto contrario dei parlamentari, degli uomini d’apparato, dei consigliori (=dignitari della Mafia)  istituzionali. Chi volesse progettare un sistema di democrazia diretta selettiva, una Polis di supercittadini estratti a sorte per turni brevi a deliberare e a governare, non esiterebbe a riservare a quelli del volontariato vero -quello faticoso e persino costoso, quello che esige sacrificio- le maggiori chances d’essere sorteggiati a deliberare e a governare. Gli uomini e le donne del volontariato praticano una sommessa santità terra terra.

Ma il volontariato non è solo sfacchinare nelle mense dei poveri e negli ospizi, visitare gli ammalati, soccorrere gli homeless. E’ volontariato anche, laico o no non importa, spendersi (e spendere) per il bene comune, soccorrere le menti e le anime invece che la sola carne. Sono caritatevoli anche quei quarantenni con figli e più d’una laurea che dedicano sforzo a provare e riprovare nel coro la cantata  di Bach invece di frequentare al Rotary o al golf la gente utile alla carriera; e in più si quotano per pagare il maestro del coro, l’affitto della sala e ogni altra spesa. E’ grazie alla loro filantropia che la cantata sacra bachiana vive ed è a joy forever.

Altrettanto caritatevole è la gente come Fabio. Fabio Malavasi, ordinario di genetica medica all’università di Torino, che con la sua scienza, tra l’altro scienza di tumori, potrebbe farsi ricco, tiene da molti anni accesa una lampada di sentimenti. Nato in un casello ferroviario della linea Suzzara-Ferrara, figlio di casellanti, non si è limitato a comprare e ad abitare il casello dove vide la luce -lo faremmo in molti- ma dedica opera e soldi, oltre che a iniziative altruistiche nella sua piccola patria, a strappare alla rottamazione locomotive e vagoni della Suzzara-Ferrara. Con lui si prodigano (e pagano), con un’abnegazione che è silenzioso eroismo, un pugno di santi matti. Hanno restaurato una superba macchina che un secolo fa trascinava convogli a 100 all’ora. Ne fanno di tutti i colori per riportare in vita -chissà quando sarà- una locomotiva del 1887, umile giumenta da lavoro su una linea che faceva viaggiare soprattutto povera gente. Quella di Fabio e dei suoi amici è il contrario che una passione antiquaria/collezionistica: é dedizione filiale a una terra, la Bassa ferrarese, che idealmente è patria di ciascuno di noi, perché è una contrada dell’anima.

Nella nera officina ‘rialzo’ della ferrovia Torino-Ceres, mi onoro di avere parlato con Claudio Di Maria, sodale di quel Fabio che coltiva i valori della Bassa anche attraverso i passaggi a livello della Suzzara-Ferrara. Claudio è un incontro emozionante. Responsabile, ovviamente volontario,  dell’officina meccanica del Museo ferroviario torinese, nelle ore libere dalle incombenze che gli danno il pane, ore che altri dedicano all’edonismo, al riposo, alla famiglia e, peggio, allo sport, lavora anche manualmente tra le viscere, le bielle e i ruotismi ferroviari, e poco alla volta, assieme agli altri, risuscita la ferraglia -ma certe componenti d’un sol pezzo pesano tonnellate- di nobili veicoli che ‘devono’ tornare a funzionare. Su un piccolo locomotore da manovra i volontari hanno adattato il motore di un ‘Leoncino’, autocarro leggero OM. Alcune veloci  littorine hanno ricevuto i propulsori dei carri armati Sherman o Grant residuati di guerra. E’ straordinario come Claudio e i suoi compagni  riescano a farsi ingegneri meccanici oltre che saldatori e fresatori, lavorando gratis in un tempo assetato di denaro. Solo il volontariato fa questo ed è slancio religioso, slancio anche di atei.

Fabio, Claudio e gli altri sono la polarità perfettamente opposta ai malfattori che, lo dicevamo nell’incipit, si sono riappropriati della repubblica ma meriterebbero lo sdegno e lo scudiscio del Nazzareno a Gerusalemme. Tutto il potere andrebbe dato agli operatori del volontariato: compresi quanti si sentono figli e fratelli dei manovali della Bassa ferrarese. ‘Servo di Dio servo dei poveri’  hanno scritto sulla tomba di un misericordioso. Troveranno misericordia, è scritto nel Discorso delle Beatitudini, molti altri che avranno amato gli umili più che se stessi.

l’Ussita

IL BELLO (l’Italia), IL BRUTTO (Monti), IL CATTIVO (la politica)

UN’ALTRA ITALIA è POSSIBILE?

 

Pasqua è ancor lontana, eppure questi sono già giorni di “Passione” per la nostra seconda Repubblica: partita di slancio, vent’anni or sono, col suo carico di promesse (una nuova etica pubblica, un rinnovamento della classe politica, riforme strutturali…), è rimasta praticamente ferma ai nastri di partenza.

Miracolosamente recitano ancora sul palco del teatrino politico italiano personaggi “evergreen”, quali Berlusconi, Fini, Casini, Bersani: se un paziente, caduto in coma nel ’94, si risvegliasse solo oggi, sarebbe assai difficile convincerlo che sono trascorsi invano diciotto anni!

La seconda Repubblica ha offerto solo il peggio di sé. Eppure rimpiangere la prima, come in voga tra i nostalgici, è un’operazione “ai limiti dell’irragionevolezza”: come dimenticare che la prima Repubblica è miseramente crollata travolta da un’ondata di corruzione e monetine? E come nascondere che quel fardello -chiamato debito pubblico- che gli italiani si caricano sulle spalle è stato riempito dalla politica clientelare ed affarista di quei favolosi anni ‘80?!

 

Nell’anno trascorso, il Capo dello Stato, affidando ad un tecnico il compito di traghettare l’Italia tra le onde burrascose della speculazione finanziaria, ha agito da “curatore fallimentare” della seconda Repubblica, non più fidandosi dei vari “Schettino” della politica nostrana. Ma dove dirigere, adesso, la nave Italia?

Tornare indietro non è più possibile, così come proseguire sulla rotta tracciata dal bipolarismo malato di questi anni. Occorre guardare avanti e far rotta verso una terza Repubblica, completando finalmente quella traversata perigliosa iniziata nel ’94.

In che modo? Seguendo tre direttrici:

◆ in primis, una riforma strutturale dell’assetto istituzionale del Paese (attuando un vero federalismo, abolendo le Province, riparando i guasti di un’affrettata riforma del Titolo V della Costituzione ed introducendo l’elezione diretta del Capo dello Stato);

◆ in secundis, un rinnovamento radicale della classe politica italiana (introducendo il limite di due mandati per ogni carica elettiva ed imponendo ai partiti per legge le primarie);

◆ in tertiis, il ripristino sostanziale di una “democrazia rappresentativa” (restituendo ai cittadini -ancora detentori della sovranità- la facoltà d’incidere sulle scelte della politica, abolendo il Porcellum, rivitalizzando l’istituto referendario con l’abolizione del quorum ed introducendo i referendum propositivi).

Via maestra per conseguire un traguardo così ambizioso sarebbe l’elezione di una nuova Costituente. Sarà mai il nostro Paese pronto ad una simile “prova di maturità”?

 

 

UN’ALTRA POLITICA è POSSIBILE?

 

Il Natale ha portato in dono agli italiani una campagna elettorale: non certo il regalo più ambito (c’è da scommettere che i più avrebbero preferito un meteorite su Montecitorio!). A cinquanta giorni dal voto, il quadro politico appare ancora confuso, indecifrabile: citando indegnamente Zarathustra, da questo “caos” non verrà certo fuori una “stella danzante”, per lo più un’Italia decadente!

 

Il centrosinistra, ancora una volta, ha cambiato contenitore pur di non cambiar contenuto: dopo i Progressisti, l’Ulivo e l’Unione, è arrivato il turno dell’“Italia Bene Comune”.

Questa coalizione parte favorita ai nastri di partenza, ma la probabile vittoria del Pd non dovrebbe entusiasmare più di tanto un partito che si conferma incapace da un lato di andar oltre quel 30% del suo massimo consenso storico (nonostante il “vuoto politico” lasciato dagli avversari), dall’altro di sciogliere il nodo della propria identità politica (fra i democratici, c’è persino chi si vergogna d’apparire Keynesiano!).

La vittoria del centrosinistra, inoltre, rischia di rivelarsi una “vittoria di Pirro” nel caso in cui non disponesse di una maggioranza assoluta al Senato. In quest’ipotesi, l’unico errore da non commettere sarebbe “porgere l’altra guancia” a Casini, offrendogli un’alleanze di legislatura. La via maestra, piuttosto, sarebbe battezzare un “governo di transizione” con un mandato di scopo: consentire al Parlamento di varare una nuova legge elettorale, con la quale ripresentarsi alle urne entro l’estate 2013.

 

Nel centrodestra Berlusconi sembra muoversi a ritmo di valzer, alternando passi “avanti” (l’annuncio della sua sesta ridiscesa in campo), poi “indietro” (la disponibilità a cedere il passo prima a Monti, poi ad un altro premier gradito alla Lega), poi ancora “laterali” (l’indicazione del fido Angelino alla successione).

Che il Cavaliere sia tornato dalle vacanze Keniote con idee più confuse che mai lo dimostrano le sue mosse: prima l’avallo delle primarie (con tanto di candidature e raccolta firme), poi la loro cancellazione; prima la sfiducia a Mario Monti, poi l’indicazione dello stesso come federatore dei moderati (in una colazione inclusiva della Lega e con al primo punto del programma l’abolizione dell’Imu!).

A tal punto, o il centrodestra avrà il coraggio di compiere il “regicidio” oppure rischia di lasciarsi trascinare inesorabilmente a fondo dal suo stesso fondatore!

 

La Lega, schiacciata dalla vergogna di dover giustificare i diamanti di Belsito, gli investimenti in Tanzania del partito e le “miracolose” lauree albanesi del Trota, ha oggi una sola priorità: non più entrare a Palazzo Chigi, quanto superare la fatidica soglia di sbarramento al Parlamento. Probabilmente Maroni e Tosi, i “barbari sognanti” del nord-est, riusciranno nell’impresa di rianimare un movimento indipendentista e legalitario scopertosi centralista e ladrone. Il dubbio è se il tempo sia oramai troppo stretto da qui alle prossime elezioni…

 

Il centro “naviga a vista”, sperando solo in capitan Monti, finalmente decisosi a prendere in mano il timone dei moderati. Anche se la nave del Pdl sembra guidata da capitan Schettino e quella del Pd non mostra segnali di ostilità, in acqua vi sono altre presenze ingombrati: i pirati grillini ed i rivoluzionari di Ingroia. Se non si ricostituisse l’asse Pdl-Lega, al Pd si aprirebbe lo spiraglio giusto per vincere anche in Lombardia e Piemonte, con tanto di “adieu” alle ambizioni centriste di porsi come ago della bilancia in un futuro Parlamento balcanizzato! Per la prima volta, così, Casini rischierebbe d’aver fatto i conti senza l’oste: il grande centro potrebbe rivelarsi solo un grande fiasco!

 

A Sinistra del centrosinistra si è affacciata una nuova formazione politica: “Rivoluzione Civile”, la lista guidata da Ingroia, sostenuta dai sindaci De Magistris ed Orlando. Le chance di successo (ovvero di superare la soglia di sbarramento) di questo nuovo soggetto politico dipenderanno da un solo fattore: la capacità di aprirsi alla società civile ed imporre ai partiti che lo sostengono (Idv, Prci, Pdci e Verdi) un profondo rinnovamento.

I primi segnali sono incoraggianti (i partiti hanno rinunciato al loro simbolo ed i loro segretari al ruolo di capolista). Vedremo se alle belle parole seguiranno fatti concreti: se si tratterà di tracciare un nuovo percorso per una Sinistra finalmente progressista e di governo oppure di un cartello elettorale: l’ennesimo “maquillage politico”!

Che dire? Se son rose… saran rosse!

 

In questo marasma, l’unica certezza è l’ingresso di una folta schiera di “grillini” nel prossimo Parlamento. Il Movimento Cinque Stelle è sbalorditivamente cresciuto puntando tutto sulla protesta: sullo smascheramento dell’ipocrisia di chi siede in Parlamento e sulla denuncia degli odiosi privilegi di un’intera classe politica. Ma le famose “Cinque Stelle” (acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo, connettività ed ambiente) non saranno certo sufficienti per una proposta seria di governo del Paese.

Tanti gli interrogativi irrisolti:

◆ quali posizioni assumerà il Movimento sulle più disparate questioni di politica nazionale fin ora non discusse? Chi detterà la linea? Grillo o qualche organismo collegiale rappresentativo della base?

◆ Il ruolo dei parlamentari grillini sarà quello di meri “portavoce” del Capo, il cui massimo grado d’autonomia sarà apporre un “Mi piace” ai suo post? Quale ruolo si ritaglierà Grillo? Quello di “padre nobile” del Movimento o di “padre padrone” dell’ennesimo partito personale?

A molte di queste domande credo nemmeno Grillo possa ancora dar risposta…

 

 

UN ALTRO MONTI (BIS)? NON E’ POSSIBILE!

 

In qualsiasi democrazia, chiunque miri alla più alta carica di governo può percorrere una sola strada: candidarsi alle elezioni ed ottenere “un voto in più” del proprio avversario. Non è concepibile, dopo la breve parentesi del governo tecnico, immaginare “un’altra eccezione” a questa basilare regola democratica! Mario Monti ha tutto il diritto di ambire alla premiership, ad una condizione: dimostrare di disporre di un’ampia legittimazione popolare. Fino a prova contraria, difatti, la sovranità appartiene ancora al popolo!

 

Senza voler apparire “portatore di sventura”, per una volta l’Economista della Bocconi potrebbe aver fatto male i conti: la sua scelta di “salire in politica” potrebbe rivelarsi un inaspettato boomerang!

Fino a pochi giorni fa, Mario Monti si presentava al Paese come un “deus ex machina”: un salvatore della Patria, capace di far uscire l’Italia da una situazione apparentemente senza più via d’uscita. Di contro, l’unica via d’uscita dalla sua esperienza di governo portava dritto al Quirinale (in qualità di successore di Napolitano) o di nuovo a Palazzo Chigi (in qualità di premier “super partes” indicato dai partiti) o in Europa (magari in veste di successore del presidente Barroso).

Una volta che il Professore si è tirato in mezzo all’agone politico, il quadro è profondamente cambiato: alle prossime elezioni, la coalizione Monti rischia di porsi come terzo, forse quarto polo del Paese (dato Bersani per favorito, Berlusconi e Grillo hanno le carte in regola per ambire a prendere un voto in più di Fini e Casini!).

A tal punto, a che titolo Mario Monti potrebbe contendere il posto a Bersani, ragionevolmente leader del primo partito d’Italia, per di più legittimato dalle primarie?

Se “è tanto più facile ricambiare un’offesa che un beneficio” (P.C.Tacito), perché mai il Cavaliere, dopo aver ricevuto il gran rifiuto dal Senatore, dovrebbe appoggiare una sua corsa al Quirinale? Se “non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico” (C. Pavese), perché mai Berlusconi, dopo esser stato ridicolizzato dall’ironia british del Professore, non dovrebbe preferire al suo posto persino la Finocchiaro al Colle?

 

 

UN ALTRO PAESE, Più SEMPLICEMENTE “NORMALE”, è POSSIBILE?

 

Nel 2008, in piena campagna elettorale, Walter Veltroni pronunciò queste parole: “L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa”. In tutta onestà, come credere al mito degli “Italiani brava gente” o alla favola per cui il Paese reale sia fatto di tutt’altra pasta rispetto a chi lo governa?

Se gente come Raffaele Lombardo, Marcello Dell’Utri, Cesare Previti ed i vari Scilipoti di turno e De Gregorio d’Italia hanno assunto ruoli di responsabilità pubblica è perché non pochi italiani hanno riposto in loro la loro fiducia!

Si dirà che il Porcellum ha estromesso gli elettori della facoltà di scelta dei candidati. Ma nel Lazio, dove alle elezioni regionali sono previste le preferenze, Fiorito -meglio noto come “er Batman”- non è forse risultato il consigliere più votato?

Alle parlamentarie del Pd gli elettori non hanno forse candidato a furor di popolo anche personaggi condannati o indagati, quali Genovese, Crisafulli e Papania in Sicilia?

L’ex assessore regionale Zambetti pare aver “comprato” 4.000 preferenze dalla ‘ndrangheta per assicurarsi l’ingresso al Pirellone. Ma, dietro ad ogni voto comprato, non vi è forse un elettore “venduto”?

Totò Cuffaro, all’epoca già condannato in primo grado per favoreggiamento mafioso, è stato candidato dall’Udc al Senato. Gli elettori siciliani non l’hanno forse premiato con un consenso plebiscitario? Qualcuno ha interpretato la massiccia astensione dell’elettorato siciliano alle ultime regionali come la prova del disgusto nei confronti di un certo modo di fare politica. Ma non è più probabile che molti, essendo consapevoli di non poter più ottenere “nulla in cambio” dalla politica di questi tempi, abbiano preferito risparmiare il proprio voto, aspettando “nuovi acquirenti”?!

Il “vaccino del berlusconismo” -per citare Montanelli- è stato iniettato ripetutamente agli italiani, pur producendo pesanti “effetti collaterali” (colossali conflitti d’interessi, ripetute leggi “ad personam” -dal decreto “salva ladri” del ’94 alla legge sul legittimo impedimento del 2010-, soppressione delle voci dell’informazione sgradite al potere -ricordate l’editto bulgaro?-, cancellazione della facoltà degli elettori di scegliere i parlamentari -si veda il “Porcellum”-, abuso del ricorso alla fiducia ed alla decretazione d’urgenza…). Eppure gli elettori non hanno forse atteso la “sesta” ridiscesa in campo del Cavaliere prima di iniziare a provare qualche “intimo prurito”?!

Come poter credere, allora, che gli italiani siano davvero migliori della “Casta” che li governa?

di Gaspare Sera

Blog “Panta Rei