GLI IRRIDUCIBILI: IN CARCERE STRANGOLARE ALTROVE BERE CAMOMILLA BOLSCEVICA

“Irriducibili” non sono solo coloro che quando morì Prospero Gallinari accorsero al funerale per riasserirsi, a pugno chiuso, rivoluzionari incrollabili. Intanto le fabbriche si svuotano e nessuno spiega chi farà la rivoluzione se la classe operaia è divenuta classe microproprietaria e, nei limiti del possibile, consumatrice. A ogni modo i pugni chiusi funebri fanno ancora un po’ di scena.

Come scrisse lo storico Eric J.Hobsbawm, “le Brigate rosse italiane furono il più importante dei gruppi europei di ispirazione bolscevica”. Un po’ di rimpianto bolscevico è meglio che niente. Anche se ormai lo sanno tutti: il retaggio bolscevico ha ucciso il sogno comunista. Il retaggio bolscevico ispirò la ferocia dello stalinismo e del gappismo partigiano, corresponsabile alla pari delle Fosse Ardeatine e dello sterminio di interi Marzabotti, infelici teatri delle azioni guerrigliere ‘condanna a morte gli innocenti e scappa’. Il gappismo fece le sue ultime prove bolsceviche coll’assassinio di Aldo Moro e con la ‘lotta armata’ degli anni Settanta.

L’accorrere dei dolenti di Gallinari mosse il professore Marco Revelli, tutt’altro che un avversario, a confessarsi atterrito su ‘Repubblica’ da una spietata vicenda del novembre 1981: “Catturato, dopo un conflitto a fuoco alla Stazione centrale di Milano in cui muore un agente, Giorgio Soldati viene sottoposto a un interrogatorio feroce, al limite della tortura, e rivela alcuni indirizzi. Trasferito al carcere di massima sicurezza di Cuneo, sezione Irriducibili, Soldati scrive una lettera al ‘proletariato combattente’ rivelando la propria debolezza e chiedendo d’essere giudicato. Un’improvvisata ‘corte di giustizia’ lo condanna a morte. Soldati dichiara di accettare la sentenza, chiede solo che l’esecuzione non sia troppo dolorosa. Viene garrotato in una latrina del carcere da una corda fatta di stracci e di un frammento di specchio (…) Saranno 80 alla fine le vittime rivendicate dalle Br, e più di una decina i propri caduti”.

Revelli richiamò le solite spiegazioni: “la Rivoluzione d’Ottobre, il guevarismo, il mito spartachista della Berlino 1920, l’epopea partigiana”. Sottolineò anche che “nella stessa sezione carceraria, inevitabilmente coinvolto nell’atroce sentenza, c’era Alberto Franceschini, del nucleo storico delle Br. Il quale incomincia la sua autobiografia raccontando quando un vecchio partigiano gli consegna le sue due pistole e lui le nasconde nella Camera del Lavoro di Reggio Emilia”.

Fin qui gli Irriducibili ufficiali, corruschi di crudeltà omicida.  Ci sono poi gli Irriducibili part time, innocui, a bagnomaria (dal nome dell’alchimista Maria, immaginaria sorella di Mosé). Non schiaccerebbero un ragno, però ‘non perdonano’. Ne conosco a fondo uno e gli voglio bene. Chiamiamolo Fosco, spirito eletto e mite a confronto coll’abbietta jenità (dal latino Hyena) dei garrotatori di Giorgio Soldati, degli attentatori di via Rasella, dei gappisti che giustiziarono Giovanni Gentile, filosofo pari a Croce.

Il mio Irriducibile amatoriale, iracondo ma per amore, ha vissuto un’estesa vita a odiare i fascisti e i preti; non altrettanto odia i ricchi, essendo anch’egli un esile filo della cimosa sociale che possiede case e terre quanto basta per arrotondare la pensione. Fosco incolpa il Caudillo porco se non ha mai messo piede in Spagna, e incalza che i governanti maiali generati da Franco ancora lo disssuadono dal visitare il grande membro iberico dell’Unione Europea, patria di Garcìa Lorca.

Il nostro Irriducibile non accetta che dall’Alzamiento dei generali sono passati 77 anni senza rancori; che gli spagnoli, stanchi del sinistrismo repubblicano e della Guerra civile, si acclimatarono senza sforzo al franchismo per un quarantennio, e ora amano la monarchia restaurata da Franco;  che negli anni Quaranta  i contadini braccarono e uccisero a fianco delle forze di repressione i miliziani comunisti che provavano a suscitare una guerriglia partigiana; che hanno bocciato senza appello il tentativo di J.L.Zapatero di risuscitare l’antifranchismo. E non accetta, l’Implacabile part time, che oggi mezzo mondo si incanti di Jorge Maria Bergoglio: perché è un papa e lui odia il clero.

Ho fatto questo esempio di terribilità inoffensiva -di fatto Fosco, un sensibile musicista,  nel fuoco della lotta beve camomilla come il Cocco Bill dell’immortale Jacovitti- per attenuare l’orrore della garrota del carcere di Cuneo, degli 80 assassinii delle Br, del bolscevismo bestiale dei Gap.

Porfirio

SANTITA’, VALGONO LE OPERE E I FATTI ASSAI PIU’ CHE GLI ANGELUS

La saggezza convenzionale vuole la missione della Chiesa esclusivamente spirituale,  resa più ardua -in pratica impossibile- in quanto si rivolga all’intero pianeta. In realtà si tratta di un assioma velleitario, altrettanto dubbio quanto il proselitismo dei missionari. Eroici come tanto spesso sono stati, essi hanno potuto quasi nulla, inevitabilmente, contro la miseria e la prostrazione delle popolazioni primitive. La stessa esperienza  o ricerca di Dio, che i missionari si impongono di propagare, esige tanto sviluppo umano da non essere realmente vissuta dai niseri.  Dei quali ultimi si sarebbero dovuti rispettare maggiormente i semplici credi ‘pagani’.

E’ giusto chiederci: il gigantesco potenziale delle Chiese cristiane, in primis di quella cattolica, non sarebbe realizzato meglio attraverso progetti, imprese e impegni terreni piuttosto che celesti, impegni più promettenti proprio in quanto meno sublimi? Forse che l’umile carità materiale del Buon Samaritano non fu più vicina al Cristo della sete di divino dei grandi mistici? Forse che salvare i miserabili dai pirati e dai flutti mediterranei non varrebbe più che far colpo (nella tradizione della Societas Jesus) sui tenori del laicismo e granduchi mediatici quali Eugenio Scalfari?

Bergoglio diverrebbe un eroe planetario se avviasse immediatamengte forme nuove di lotta alla follia dell’emigrazione di massa. Se, prima ancora di strappare la Chiesa al tragico errore di parteggiare per l’esplosione demografica -questa impresa vorrà più tempo- egli si mettesse alla testa di una mobilitazione generale  contro i micidiali “viaggi della speranza” nel Mediterraneo. Il mondo seguirebbe -governanti, opinion leaders, filantropi (esistono: Bill Gates sembra avere già elargito una trentina di miliardi di dollari), gente semplice che doni 10 euro- se il Papa facesse sorgere nel deserto dell’Africa sahariana una serie di comunità, attrezzate e protette, cui far affluire risorse e volontari dal mondo intero. Non si distoglierebbero molti disperati dall’intraprendere quelle traversate di mare che ai fortunati offrono poco più che la mendicità?

Finché volessero restare, gli ospitati riceverebbero vitto, alloggio, assistenza medica, scuola, un piccolo sussidio, l’eventuale rimpatrio. Le persone in possesso di un mestiere o sapere sarebbero aiutate ad avviare piccole attività e ad esportare nel mondo p.es. loro prodotti artigianali. I governi, le corporations, i donatori individuali o associati non preferirebbero contribuire al sostentamento e allo sviluppo umano di queste “New Towns del deserto”, di queste comunità di sfortunati, invece che soffrire la vergogna dell’indifferenza e dell’impotenza? Di fronte a una grande iniziativa concreta di Francesco, avviata da lui spogliando la Chiesa di una parte della sua ricchezza, i potenti della terra e le moltitudini di umili non avrebbero cuore di negare offerte, magari a carico di centomila programmi nocivi o superflui.

Il Papa rivoluzionario venuto dal futuro con un carisma sorprendente e potenzialità gigantesche si spreca, pesta l’acqua nel mortaio, a predicare -anche in ambiti sofisticati e cinici quali i lettori dei giornali di De Benedetti- un amore di Dio che il dolore del mondo smentisce ininterrottamente (si sente amato chi nasce storpio o cieco o orfano?). Non è un agire più concreto dar pane agli affamati o, nello specifico di questi giorni, sottrarli alla ferocia dei negrieri?

La Provvidenza, a volere chiamare così lo Spirito della storia, presenta a Bergoglio, al momento il protagonista di nuove Gesta Dei per Francos, una sfida troppo straordinaria perché egli vada avanti ad allineare le formule di altri centomila predicatori, di milioni di catechiste. La ricerca di Dio non è molto più struggente se evocata dal sommo pontefice invece che da un umile consacrato sacerdos in aeterno.

In Bergoglio c’è un potenziale di bene superiore alle possibilità di ciascun grande della Terra. A qualunque seminarista è stato insegnato qkuesto; ma lo sa anche un laicista accanito se solo rifletta sul valore delle opere positive, qualora effettivamente compiute.

Il magistero teologico del Papa è più autorevole di quello del mio parroco: ma non poi tanto. Invece le possibilità di azione di quest’ultimo sono un infinitesimo di quelle di  Francesco. Coll’esempio, coi fatti, egli può muovere il mondo.

l’Ussita

Travaglio, l’intellettuale della nuova destra populista

Il messaggio di Napolitano alle Camere sull’emergenza carceri aveva già suscitato il rigurgito giustizialista del Movimento 5 Stelle, partito che sempre più si conferma affine alla destra populista, visto anche il recente diktat di Grillo e Casaleggio sul reato di immigrazione clandestina. Secondo i parlamentari grillini un provvedimento di clemenza che riguarda potenzialmente decine di migliaia di esseri umani è solo l’ennesimo tentativo di salvare Berlusconi. A tanta pochezza ha già risposto il presidente Napolitano.

Ma il giorno dopo lo scambio di battute tra Colle e “cittadini” del Movimento è arrivata la penna di Marco Travaglio a rendere più raffinato e caustico il medesimo ragionamento pentastellato, forse appena aggiustato in una versione più evoluta. Nel suo pezzo “Insulto e amnesia” il giornalista del Fatto Quotidiano mette in fila una serie di dati oggettivi e opinioni spacciate come fatti, creando un ingranaggio logico le cui ruote girano apposta per dargli ragione. Ma la situazione è più sfumata di come la dipinge Travaglio.

Innanzitutto si accusa Napolitano di aver “firmato senza batter ciglio una miriade di leggi affolla-carceri”. Quindi il Presidente non sarebbe nella posizione di poter fare la morale a nessuno. Peccato che al Presidente non spetti – dubito che Travaglio lo ignori – un potere di sindacare se una legge è un’idiozia o meno (altrimenti si potrebbe dubitare che negli ultimi 7 anni ne avrebbe firmata più di qualcuna). Può rifiutarsi di firmare solo se ravvede profili di incostituzionalità (si dibatte in dottrina se questa debba essere manifesta o meno). Le leggi “affolla-carceri” in alcuni casi si sono poi effettivamente rivelate incostituzionali (diverse norme del c.d. “pacchetto-sicurezza di Maroniana memoria), ma non tutte e forse nemmeno la maggior parte. Senza contare che Napolitano avrebbe dovuto rimandare all’aula interi provvedimenti per il vizio di pochi articoli su cui comunque è arrivata la mannaia della Consulta.

Prosegue Travaglio dando per certo uno scambio tra Pd e Pdl, per cui si fanno amnistia e indulto – come chiesto dal Presidente – ma solo se i reati di Berlusconi saranno compresi nel mazzo. La teoria, perché di una mera teoria si tratta, pare debole. Il Pd difficilmente potrebbe sopravvivere a una decisione di questo tipo con il M5S pronto ad additarlo al pubblico ludibrio. Anzi, interesse dei democratici sarebbe quello di scaricare il mancato rispetto delle parole del Presidente sulla pervicacia con cui il Pdl insiste nel voler fare gli interessi di un suolo uomo sulla pelle di altre decine di migliaia. Puntare sull’intelligenza politica del Pd potrebbe non essere una buona mossa, ma quantomeno si dovrebbe preservare il legittimo dubbio.

“Ma metta anche in funzione le tante carceri e i tanti reparti ora inutilizzati (vedi dossier presentato dai 5Stelle); riapra Pianosa e Asinara scriteriatamente chiuse nel ’97 come da “papello”; e magari adatti a centri di reclusione provvisoria qualcuna delle tante caserme rimaste vuote”, suggerisce Travaglio, che in chiusura statuisce: “La soluzione è un decreto (i motivi di eccezionalità e urgenza ci sono tutti) del governo che depenalizzi i reati inutili; cancelli la ex-Cirielli che tiene dentro i recidivi per periodi spropositati, rispedisca in patria i detenuti clandestini (come previsto da una delle poche norme sagge della Bossi-Fini); faccia tabula rasa della Fini-Giovanardi sul reato di possesso di droghe anche in minima quantità; e smantelli i “pacchetti sicurezza” di Maroni & C.”.

Tutto giusto, tutto vero. Qui Travaglio – non lo sa? – parla all’unisono con Napolitano che, prima di suggerire amnistia e indulto come rimedi straordinari, ha indicato i rimpatri dei detenuti stranieri, la depenalizzazione e il ricorso alle misure alternative – oltre alla nuova edilizia carceraria – come rimedi strutturali al problema. Quello che Travaglio sembra ignorare – e Napolitano no – è l’urgenza che l’emergenza carceri rappresenta. E non perché potrebbe arrivare un’umiliante condanna dall’Europa, ma perché di umiliante c’è la condizione di migliaia di esseri umani a cui sono negati dei diritti basilari. Qualsiasi riforma richiede del tempo, mentre si deve agire subito e “l’indulto al massimo di un anno” proposto dal giornalista del Fatto andrebbe verificato se possa essere sufficiente.

Fin qua si è visto comunque abbastanza buon senso da parte di Travaglio. I passaggi più inquietanti del suo articolo sono altri. Ad esempio quando stabilisce che l’amnistia per i reati bagatellari (cioè puniti con meno di due anni di reclusione) è completamente inutile, visto che i detenuti per quei reati sono pochissimi. Vero, peccato che i tribunali siano intasati da processi per questo genere di reati che rallentano l’andamento di altri dedicati a situazioni ben più allarmanti. Vogliamo evitare gli attuali tassi indecenti di prescrizione? Riformiamo la legge, è imprescindibile (solo da noi l’azione giudiziaria non interrompe la prescrizione), ma nel frattempo evitiamo di disperdere le risorse e il tempo della macchina giudiziaria. Processi più rapidi significa anche carceri meno affollate (molti detenuti sono dentro per via di una misura cautelare a cui, nella maggior parte dei casi, non segue poi una detenzione).

Altro passaggio fortemente discutibile è quando Travaglio pronostica che un indulto di tre anni attirerebbe torme di immigrati criminali che vedrebbero nell’Italia una moderna Tortuga. Questo presuppone che c’è una fetta consistente di immigrati che prima decidono di fare i criminali nella vita e poi decidono dove emigrare. Peccato che i dati relativi agli anni successivi all’ultimo indulto del 2006 mostrino sì un aumento contenuto del tasso di criminalità, ma non i sintomi di un’invasione della criminalità straniera nel Paese. Il flusso migratorio inoltre, come dimostrato da un rapido confronto tra il numero di amnistie fino ai primi anni ’90 e il numero di immigrati che arrivano in Italia all’anno, non dipende certo dalla politica carceraria di un Paese.

Con questo collegamento tra manette e barconi Travaglio si conferma una persona sostanzialmente di destra, come del resto lui stesso non ha problemi ad ammettere. Ma quello che lo affilia a una destra populista – oggi bene incarnata da Grillo e seguaci – è un’altra statuizione del suo articolo. Quella secondo cui “Alzando lo sguardo sulle vicende giudiziarie degli ultimi anni, la lista degli imputati eccellenti è un mezzo elenco telefonico: banchieri, imprenditori, manager, politici nazionali e locali che hanno grassato e depredato l’Italia la farebbero franca senza mai vedere una cella neppure in cartolina, con la scusa dei poveri detenuti che affollano le carceri”.

Per punire 10 colletti bianchi si può passare sopra il destino di 1000 poveri cristi. Anzi, i colletti bianchi sono una semplice scusa per non dover ammettere che il problema sono gli altri, quelli che si preferisce non vedere. Senza prendere in considerazione che, almeno per 9 colletti bianchi su 10, la sanzione punitiva non è tanto il carcere quanto il crollo della credibilità, la rovina della situazione familiare e lavorativa, il disastro economico etc. Allora per punire quel 1 su 10 che la fa sempre franca è legittimo infischiarsene del dramma di migliaia di persone? Evidentemente per certe persone sì. Persone che, come dichiarato dal presidente Napolitano, “se ne fregano”. E di gente che del “me ne frego” fece un motto ne abbiamo già avuta abbastanza.

Tommaso Canetta

CAGLIARI PRIMO PASSO FALSO DI BERGOGLIO

Quando, al suo primo numero, Internauta invocava un ‘Papa rivoluzionario’, ciò appariva o blasfemo o ludico. Oggi Bergoglio viene comunemente qualificato “rivoluzionario”. Lo chiama così anche ‘l’Unità’, giornale che di rivoluzioni si intende:  magari naufragate, come quella mille volte annunciata da Antonio Gramsci e debitamente naufragata, in quanto ‘della classe operaia’, classe esigua e non amata dagli operai.

Ma non è rivoluzionario bensì passatista, ciò che giorni fa il papa è andato a dire a Cagliari, capitale di un’isola in cassa integrazione e peggio, disastrata dall’ubbia dell’industrializzazione senza mercati. Ha scandito fervidamente ovvietà che gli esuberi isolani, come tutti gli altri, si sentono dire innocuamente da altari e da pulpiti: che chi perde il lavoro perde la dignità; che il lavoro è sacro; che i dipendenti di tutti gli opifici e di tutte le miniere devono lottare; che Gesù è dalla loro parte; e così via. Solidarietà Dignità Valore della persona Valore della lotta Gesù aiutaci a lottare Coraggio non lasciatevi rubare la speranza: tutte parole irrilevanti. Parole.

Folle di proletari estromessi dal sogno piccoloborghese della casa col mutuo, mogli e bambini dei transfughi dalla pastorizia, ascoltavano con le gole serrate e gli occhi di lacrime; e certo ci commuovevano. Nelle atmosfere religiose giuste, nelle dolcezze struggenti della liturgia (laici e atei non le conoscete) un umile parroco basta a creare pathos: e questo era il Pontefice. Ma il pontefice venuto dal futuro non ha detto le parole di verità e di azione che i sardi, come molti di noi, attendevamo da Lui, non da altri.

Il rivoluzionario Francesco doveva, dovrà, annunciare che la Chiesa metterà all’asta metà dei palazzi vaticani e non, delle partecipazioni azionarie, degli arcivescovadi più o meno sontuosi, delle opere d’arte oziose; e distribuirà il ricavato tra i poveri di Sardegna, d’Africa, del mondo che soffre. Che gli edifici per i quali non si troveranno subito i compratori daranno ospitalità – con le dovute precauzioni e sì, disinfestazioni- ai miseri e agli sfrattati per morosità. Che dovunque la Chiesa bergogliana riesca a soccorrere, i bambini non conosceranno la fame, avranno scarpe. Sono cose che il papa, più o meno esplicitamente, ha promesso a un mondo stordito dalla novità scandalosa voluta dal Vangelo. Le faccia. Lasci cadere le unzioni alla cagliaritana, producono solo struggimenti brevi.

A Cagliari Francesco ha una volta di più scagliato anatemi contro “un sistema economico che ha al centro un idolo, il denaro. Comandano i soldi!”. Splendido, per chi di noi rimpianga la povertà solidale del cristianesimo delle origini, chissà forse anche del futuro. Peccato che gli elmetti minerari del Sulcis rimpiangano i salari un tempo erogati dal sistema idolatrico del denaro. In ogni caso gli anatemi cagliaritani a vanvera li sentiamo da sempre, noi che andiamo in chiesa.

Quando il Risanatore del cattolicesimo, anzi del cristianesimo intero, compirà azioni duramente concrete, al posto delle parole e dei gesti? Per esempio un’enciclica denunciante come non cristiani quei benestanti che non mancano un solo precetto ma alla carità destinano le più piccole tra le briciole. Che, morendo senza figli, dimenticano l’antico dovere di lasciare ai poveri e invece beneficano pronipoti e procugini, magari facoltosi, detestabili e vecchi, perché il patrimonio resti in famiglia.

Quando il Risanatore, il quale conosce alla perfezione la nefandezza -secondo il Vangelo non secondo la Compagnia di Gesù- del crimine di nepotismo, proclamerà per esempio che i patrimoni della nobiltà nera, a Roma come altrove, sono delittuosi perché prodotti dal saccheggio dei beni andati alla Chiesa per guadagnare il perdono dei peccati; e dunque quei principi romani che discendono dai parenti e dai figli dei papi dovrebbero espiare?

Solo un esempio. Quando, per farla breve, il papa gesuita-ma-francescano aprirà la rivoluzione delle cose, non dei gesti? Manco a dirlo, chi scrive è praticante, detesta il laicismo, preferirebbe una teocrazia 2.0 alla mezzadria dei plutocrati e dei naufraghi dello stalinismo. Avanza riserve su Bergoglio perché lo spererebbe capo e maestro come Mosé, invece che coniatore di formule da PR, public relations.

l’Ussita

SE ILDEGARDA ‘PROFETESSA DI GERMANIA’ SCENDESSE A UNIFICARE L’EUROPA !

Qualcosa la sapevo, come tanti, su Hildegard von Bingen, la straordinaria monaca e ‘Mystikerin’ che Giovanni Paolo II esaltò Profetessa di Germania e Ratzinger proclamò Dottore della Chiesa;  nel Sinodo di Treviri (1147) il loro lontano predecessore Eugenio III le dette un imprimatur per intercessione di Bernardo di Chiaravalle. Ma, passati da un trentennio e passa otto secoli dalla morte, non pensavo che avrei incontrato fisicamente una persona ‘ildegardiana’. Invece M. Luisa Parenti Corbetta, una lombarda di buoni studi e, come in passato si diceva, di alto sentire, mi dice con orgoglio che canta nel Coro Femminile Hildegard von Bingen, di Como, dedicato alla grandezza della Nostra, tra l’altro vivida compositrice. Oggi che grazie a Luisa corista/solista -voce smagliante eppure quieta- sto riflettendo sulla benedettina renana, mi accorgo che è il 17 settembre, giorno che Hildegard, una delle più grandi donne della Cristianità, morì orsono 834 anni.

La sua biografia non è quella convenzionale della santa suora medievale. Pensatrice, mistica, lirica e scienziata d’eccezione, fu anche protagonista di spicco delle lotte, anche politiche, per la riforma della Chiesa. Predicò nelle grandi cattedrali renane. Come Woitila sottolineò, fu interlocutrice dell’imperatore Federico I. Da noi il Barbarossa non ha una buona fama; in terra germanica è figura leggendaria. In Baviera ti mostrano da lontano la montagna in una delle cui caverne il Sacro Romano Imperatore dorme, forse in eterno: ma la sua barba non smette di allungarsi. Come sommo sovrano del suo tempo ebbe autorità più piena che il glorioso nipote Federico II stupor mundi, celebrato come la più grande figura dell’Evo Medio.

Scrive un biografo che il Barbarossa fu ‘soggiogato’ dalla santità di Ildegarda. Alla fine, quando l’Imperatore contrappose al suo acerrimo nemico Alessandro III non uno ma due antipapi, la Nostra lo attaccò frontalmente, lo chiamò pazzo, gli elencò gli errori che aveva commesso, gli predisse quando e come sarebbe morto (crociato, annegò in un fiume della Cilicia). Il possente sovrano Hohenstaufen non si vendicò, ma non cercò più i vaticinii e i precetti della renana. Questo comunque dice quanto forti fossero il carisma e l’ingegno di lei.

Le enciclopedie e i libri di una bibliografia non sterminata ma ampia -figura anche M.T.Fumagalli Beonio Brocchieri, storica della filosofia medievale- raccontano l’incredibile ricchezza dei doni, visioni e creazioni mentali della badessa del monastero di Rupertsberg, da lei fondato. Le compagne di Luisa Parenti, nel coro che nel nome di Hildegard canta le sue monodie e il gregoriano, vestono ieraticamente di nero (le si vedono nel sito www.ildegarda.it).  Invece la sublime badessa voleva le sue monache, nelle grandi occasioni liturgiche, “ingioiellate e sfarzosamente vestite”. Le intenzioni per questo capriccio erano quasi certamente allegoriche; ma forse contava anche il suo essere aristocratica, nata in un castello. Portava il nome di una regina, anch’essa beata, Ildegarda di Svevia, terza moglie di Carlo Magno (al re dei Franchi dette nove figli; la Nostra era ultima di 10 figli). Le enciclopedie e i libri, dicevamo, elencano stupefatti le opere, allegorie, visioni, poesie, canti, lettere a prelati e a principi, trattazioni scientifiche e naturalistiche della geniale renana (intuì l’eliocentrismo, la circolazione sanguigna e la viriditas). Per pensare la Trinità Dante Alighieri si ispirò alla sua opera teologica ‘Scivias’ (latino Sci vias, conosci le Vie).  Esegeta, cosmologa, musicista, scienziata naturale e altro, Ildegarda fu dunque un mostro di cultura.

Si pensi quanto  impervie dovevano essere le conoscenze di una donna che era entrata in monastero a otto anni ma dettava in latino o in tedesco a uno o più segretari (uno dei quali, anch’egli abate, era stato suo maestro). Fu la prima delle pensatrici che “fecero” la mistica germanica tra i secoli XII e XIV. Un’altra fu probabilmente Ildegonda di Schoenau, cistercense. Seguì il padre in Palestina vestita da uomo, e così travestita entrò nel monastero di Schoenau presso Heidelberg. Venerata come beata o santa nei monasteri del suo ordine, il suo culto non fu approvato (non abbastanza miracoli, più o meno veri?).

Dalle visioni agli annunci profetici il passo per Ildegarda fu breve. E il suo mito non poteva non coinvolgere il cinema. E’ del 17 settembre 2009 la prima del film ‘Aus dem Leben der Hildegard von Bingen” di Margarethe von Trotta. In “Barbarossa” del regista Renzo Martinelli, la Nostra rampogna l’imperatore, gli predice la fine. Sappiamo che si fece arduo il rapporto con Federico: ma la colpa, dico io, fu di Ildegarda, fattasi partigiana di un papa settario, tutto dalla parte della sedizione dei Comuni ‘lumbard’.

Come decuplicherebbe la sua gloria, l’eccelsa Visionaria di Germania, se come fece col Barbarossa “soggiogasse” in toto Angela Merkel, o comunque si chiami il  Sovrano germanico, perché si risolva a unificare e fare grande l’Europa. Andrebbe bene benissimo anche la ‘piccola’ Europa carolingia (Italia compresa), quella che ancora guarda e canta in coro al monastero di Rupertsberg sul Reno.

l’Ussita

IL CAV RINGRAZIA MORANINO E ALTRI ASSASSINI DEL PCI

Ci si arrovella a cercare di capire perché la maggioranza sociologica non riesce a darla vinta a una grande forza riformista; e perché un mezzo mostro come il pluricondannato di Arcore resta al centro del processo politico e potrebbe vincere ancora. Per rispondere con meno fatica basterebbe riandare a fatti emblematici quali i crimini del partigiano Francesco Moranino, nome di battaglia ‘Gemisto’. Partigiano è dire poco: fu comandante della 50^ brigata Garibaldi, commissario politico della 12^ divisione ‘Nedo’, deputato comunista alla Costituente, infine senatore.

Dieci anni dopo la Liberazione la magistratura  condannò Moranino all’ergastolo per sette omicidi. Aveva messo a morte altrettanti partigiani facenti capo agli Alleati invece che a Mosca. Una condanna in contumacia perché Moranino era riparato al di là della Cortina di ferro, in Cecoslovacchia. Nel 1958 il capo dello Stato Gronchi fu convinto dalla logica partitocratica a commutare la pena in 10 anni di reclusione. Nel 1965 il presidente Saragat, nella stessa logica di Gronchi,  aggiunse la grazia. Moranino, nel frattempo fatto direttore dell’emittente propagandistica Radio Praga, rifiutò di tornare in Italia (dove lo attendevano i congiunti degli assassinati, nonché una vasta esecrazione), finché non fu ‘mondato’ da un’amnistia. Prontamente il PCI e il suo satellite PSIUP lo fecero eleggere senatore a Vercelli.

Parlamentare macellaio, come non pochi figuri della resistenza comunista. Rosario Bentivegna, che non consegnandosi dopo aver compiuto l’attentato di via Rasella provocò la strage delle Fosse Ardeatine, fu considerato a sinistra un eroe invece che un vigliacco.

Chiamiamo feroci, e feroci furono, le rappresaglie germaniche, ma altrettanto feroci furono gli attentati partigiani che quelle rappresaglie provocarono. La morte degli ostaggi innocanti fu decisa con pari disprezzo dai comandanti tedeschi e da quelli partigiani. Dietro i primi c’erano i carnefici di Hitler, dietro i secondi c’erano soprattutto i dirigenti del PCI, destinati ad ascendere alle vette del potere. Gli assassinii di Maranino come l’atto ‘di guerra’ di via Rasella sono microcosmo degli stermini di Stalin, quelli che quasi riabilitarono Hitler.

Però il Paese non dimentica più, così come non dimenticano gli altri popoli che conobbero le efferatezze del Maquis, oppure vissero il ‘socialismo realizzato’. Il comunismo, ripudiato nel mondo intero, è oggetto di un odio assoluto e retroattivo. Anche le sue opere positive sembrano destinate a un rancore implacabile, persino eccessivo.

A questo punto non ha senso chiedersi perchè Berlusconi, perché i circoli che nel mondo prosperano sulla vendetta anticomunista. I Marx, i Liebknecht, i Gramsci e altri progenitori additarono traguardi discutibili ma legittimi. I loro eredi, vicini a noi, resero certa e disonorevole la sconfitta della Causa.

Hanno avuto un bel rinnegare la durezza bolscevico-partigiana e lo stalinismo i Berlinguer, gli Ochetto, i Veltroni, i D’Alema, i Napolitano

(gli ultimi due si sono persino convertiti all’atlantismo ossia alla milizia ultracapitalista). Lo Stivale non li perdona. Pur di vendicare le vittime di Maranino, di Bentivegna, di altri sicari del gappismo,  un terzo, forse più, degli italiani adorano un Satana da dozzina, domiciliato ad Arcore invece che a Regina Coeli.

A.M.C.

SE BERGOGLIO VORRA’ ANDARE OLTRE IL MESTIERE DI PAPA

Piero Ostellino, già direttore del Corriere della Sera, ha così giustificato la propria deplorazione nei confronti di papa Bergoglio che si faceva fotografare nel salire sull’aereo (per il Brasile) con una valigetta in mano: “Egli è il rappresentante di Dio sulla terra”. L’implicazione, pedestre: la valigetta doveva portarla un valletto, non un sovrano. Peraltro, su quello stesso aereo, volo di ritorno, il papa ha articolato l’interrogativo teologico più forte su venti secoli di storia della Chiesa: “Chi sono io per giudicare?”

Colui che formula questo dubbio retorico, di fatto si dichiara disponibile per le avventure più audaci, per le revisioni più laceranti. “Chi sono io” è uno statement, un’asserzione universale. Si rassegni Ostellino: non solo il Pontifex maximus potrà squarciare altri veli che ancora coprono oggetti e concetti sacri; ma potrà avviare la revisione globale delle certezze, cattoliche e non. Forse, dicasi forse, Bergoglio sarà il Papa Rivoluzionario  che ‘Internauta’ invocava nel suo primo numero. Se passerà dai gesti simbolici -che lo hanno proiettato come il personaggio pubblico più importante del mondo- agli atti concreti, egli risulterà non solo guida e maestro di credenti e miscredenti di ogni convinzione, ma anche il maggiore capo politico del pianeta. Al suo confronto sfigureranno tutti gli Obama, i Putin e gli altri nanocondottieri di popoli: sempre che egli muova dagli atteggiamenti e dai contegni, finora prevalentemente felici, persino magistrali, alle opere vere e telluriche.

Muovere dagli additamenti e dalle esortazioni alla concreta dismissione dei Palazzi apostolici, a beneficio del mondo povero. Dalle affermazioni di discontinuità al ripudio fisico di Roma quale sede e quale retaggio di nequizia. Dalla predilezione sua personale per il convento di Santa Marta al trasferimento della Curia intera, a cardinali resi straccioni, in uno dei molti monasteri rimasti senza monaci. Dagli elogi della frugalità all’aspra riduzione all’essenziale degli apparati: anche di quelli liturgici. Dalle prese di posizione audaci però innocue, alla specifica sconfessione degli aspetti deteriori della tradizione clericale e romana. Dalle mere invocazioni al bene all’estromissione dalla patria cristiana di quei ricchi il cui esercizio della carità si esprime nel donare ai mendicanti le briciole del banchetto. Dalla proclamazione di nuovi santi nel nome di miracoli dubbi alla valorizzazione degli umili eroismi del volontariato.

Se compirà queste ed altre opere di rivoluzione fattiva, Francesco si troverà investito di una missione senza precedenti nella storia. La missione di creare valori e ideali nuovi, di operare la sintesi tra sacerdozio e civiltà, al contempo prendendo la guida di molti popoli al posto di statisti, politici e ideologi precipitati al nadir del discredito. Anche gli atei sono consapevoli che, spentesi nel disonore tutte le dottrine della modernità, cominciando dal comunismo e dal capitalismo/consumismo, il cristianesimo e altre grandi religioni  sono rimaste sole a suscitare slanci e speranze. La laicità non produce aneliti. In ogni caso la laicità non possiede un condottiero conosciuto in ogni angolo della terra.

“Mi agonìa, mi lucha por el cristianismo, la agonìa del cristianismo en mì, su muerte y su resurrécciòn en cada momento de mi vita intima”, così Miguel de Unamuno definiva la vicenda sua e del suo tempo. Dopo secoli di nichilismo l’Occidente ha bisogno di darsi una civiltà e  un’etica migliori. Ha bisogno di reinventarsi, rigenerandosi. Un papa rivoluzionario quale Bergoglio potrebbe diventare se stordisse il mondo, sarebbe sia conduttore delle coscienze, sia capo politico e guida per l’azione: al di sopra di ogni altro uomo. Come Lutero, più ancora come Maometto, il quale creò per il futuro una fede, una civiltà e un impero.

l’Ussita

CHE ITALIA TROVEREBBERO I VISITATORI ELITARI DEL PASSATO

La tradizione del viaggio in Italia, che connotò in modo moderno l’attrazione della Penisola sulla cultura transalpina, cominciò probabilmente nello scorcio del Seicento, con la lunga permanenza di studio da noi di Jean Mabillon, rinomato benedettino della parigina abbazia di Saint-Germain-des-Prés, a quel tempo la maggiore scuola di ricerca storica in Europa. In quello stesso 1685, anno dell’epocale revoca dell’editto di Nantes (seguirono la Notte di San Bartolomeo e  la strage degli ugonotti), venne lo scozzese Gilbert Burnet di Cambridge, futuro vescovo di Salisbury. In patria si era scontrato con prelati, con ministri e con un sovrano per affermare una sua linea politico-religiosa, intesa soprattutto ad avvicinare anglicani e presbiteriani nel comune impegno antipapista e ‘progressista’.

Le esplorazioni di intellettuali stranieri si moltiplicarono: Bernard de Montfaucon francese; l’olandese Georg Graef (Graevius), che in vent’anni pubblicò 44 volumi in folio; poi una schiera sempre più fitta di visitatori colti. Pietro III, giovane zar di Russia, cercò nell’Adriatico prima che in Olanda e che in Inghilterra i mastri e i marinai per la nascente flotta del suo impero. In più nel 1696 mandò in viaggio di apprendimento un grosso manipolo di nobili russi: 39 in Italia contro 22 in Olanda e in Inghilterra. Resteranno incisive le osservazioni sull’Italia di inglesi di rango come Joseph Addison e lord Shaftesbury.

Col Settecento il commercio intellettuale coll’Europa si intensifica al punto da perdere un po’ di rilievo. Quando nel 1799 il presidente De Brosses pubblica in volume le sue Lettres familiales sur l’Italie suscita interesse ma non scalpore. Il grande Montesquieu ha già impressionato l’Europa coi suoi pensieri sulla patria di Virgilio.

Se gli eletti spiriti fin qui evocati tornassero in Italia oggi, troverebbero un paese senza confronti meno povero e meno inerte, però smarrito, moralmente desolato come al loro tempo. La missione di Mabillon, 328  anni fa, trovò una classe dirigente prigioniera del sussiego, del formalismo, della fiacchezza, dell’indifferenza alle grandi questioni che appassionavano e sconvolgevano l’Europa. “On n’y pense qu’à campare (…) c’est a dire qu’à ce qui peut servir à s’avancer et à se mettre à son aise. Un habile homme est celui qui, comme disait un cardinal, sa camminare. Je ne sais pas, disait-il, ni la théologie ni l’histoire ecclésiastique, mais je sais vivre, et vivre à la cour”.

L’allora misero stato della nostra economia impressionava i viaggiatori.

“The richest countrey in Europe -scriveva Burnet, l’ecclesiastico scozzese- era in realtà “full of beggars”. Ma anche più grave era che “men of searching understanding, who have no other idea of the Christian religion but that which they see received among them, are naturally tempted to disbelieve”. Oltre a tutto, atei!

“Cotesta è una miserabile ed infingarda nazione, degna d’essere trattata come schiava, e ricolmata di opprobi e di sciagure” scriveva il cardinale Giulio Alberoni all’epoca del proprio tentativo di riconquistare la Penisola alla Spagna, che governava sotto Filippo V. Notava E. de Silhouette, personalità francese degli anni di Luigi XV, che “à la vertu, à la droiture, ont succédé la souplesse, la dissimulation, l’amour des voluptés et du repos”. Per esempio a Venezia “le Sénat contente le peuple en le laissant vivre dans l’oisiveté et dans la débauche”.

Tra il 1727 e il ’28 il barone di Montesquieu trova “une nation autrefois maitresse du monde, aujourd’hui esclave de toutes les autres”.  Eppure, notava il nostro storico Franco Venturi, “Italiam, Italiam” furono le ultime parole del suo capolavoro, L’Esprit des Loix.

Francesco Algarotti rivendicava che “dopo la comune barbarie d’Europa, gli italiani apriron gli occhi prima delle altre nazioni. Quando gli altri dormivano ancora, noi eravamo desti. Le altre nazioni dominano ora, noi dominammo un tempo”. Se quella di Algarotti fosse una ‘legge’ storica -osserviamo noi- non sarebbe verosimile che gli italiani si destassero di nuovo, e inventassero e sperimentassero nuove forme del vivere associato?

Però nei secoli XVII e XVIII, per gli altri europei così intensi, gli italiani “nutrivano un profondo desiderio di quiete e di conservazione. Contavano sull’astuzia, la manovra, le altre armi dei deboli e degli oppressi”.  Il cardinale Alberoni aggiungeva: “L’effeminatezza della nostra nazione è arrivata a un’infingardaggine troppo sporca, a essere oggi l’abbominazione di tutte le nazioni”.

Allora, che Italia troverebbero i dotti visitatori  di tre secoli fa? Straricca certamente, a confronto con quella che conobbero. Riempire la pancia tutti i giorni era l’anelito dei popolani d’allora. Possedere due seconde case con altrettante superflue cantinette è l’anelito dei lavoratori d’oggi. I vizi antichi sono rimasti. Al posto delle corti principesche che opprimevano lo Stivale -la peggiore era quella del papa-re, al Quirinale- abbiamo i partiti usurpatori e ladri, i poteri forti, le prevaricazioni della feudalità manageriale e quelle del sindacalismo, le combutte e gli amalgami tra ipercapitalismo e edonismo/consumismo. Abbiamo un gioco politico scellerato, oltre a tutto sopraffatto dagli interessi personali di un magnate vizioso, un gioco condizionato senza speranza  dal ricordo delle malazioni e del settarismo della sinistra di un tempo. A valle della condanna definitiva di Berlusconi al carcere c’è chi prevede una sua vittoria elettorale: tali sono il disgusto e la diffidenza che persistono nei confronti di tutte le varianti della sinistra. Tutto, persino Berlusconi, piuttosto che il sinistrismo e i suoi derivati.

La doppiezza, il cinismo, le cento turpitudini dell’Italia machiavellica, curialesca, lazzarona, incline a servire tutti i padroni, sono sempre tra noi. Il papa non è più il peggiore dei principi secolari; al contrario è teoricamente possibile che Bergoglio si faccia bonificatore di una nazione così a portata di mano, invece che della sola Curia romana e degli altri acquitrini della Chiesa:

Ma il Borbone regna ancora. Non più da Capodimonte ma dal Quirinale, una reggia costosa quale Obama non può permettersi. Se la permette un ex-notabile stalinista fattosi gestore della partitocrazia, del continuismo,  della proprietà, della sottomissione a Washington. Dal momento della caduta del governo Berlusconi, il Borbone ha ingaggiato un tecnocrate di chiara fama, col mandato di scongiurare la bancarotta dello Stato (o meglio, del regime che se ne impossessò nel 1945). Evitata, o forse allontanata, l’insolvenza coll’appesantimento fiscale di massa, si profilò la possibilità che la gestione dei tecnici risultasse stabilmente preferibile a quella dei cleptopolitici professionisti. Ergo il Borbone tolse al tecnocrate l’appoggio della partitocrazia da lui presieduta, e reinsediò quest’ultima.

Settant’anni dopo la caduta di Mussolini, la rigenerazione etica promessa dai suoi successori è un miraggio altrettanto lontano quanto la palingenesi invocata nei secoli da alcuni spiriti eletti. A livello morale, lo Stivale resta quello che muoveva a compassione, o a ludibrio, i viaggiatori del Re Sole e del secolo dei Lumi.

Milano, un tempo capitale morale, è decaduta a showroom della moda pederasta e della turbofinanza. Ha trascinato nel declino la Lombardia, ormai centoventottesima in Europa per competitività (la puntata sul denaro e sul lusso non ha pagato). Quasi ogni giorno nello Stivale un’impresa tenta di trasferirsi all’estero, di solito impedita dai carabinieri o dalla sopraffazione fisica delle maestranze. La Corte costituzionale proibisce di operare piccoli prelievi su pensioni 60 volte superiori a quelle minime, e ciò nel nome dei ‘diritti acquisiti’, una manomorta medievale che andrebbe cancellata ma è un pilastro del sistema Italia. Le retribuzioni dei vertici della burocrazia sono altrettanto scandalose quanto quelle dell’alto management privato. Oltre al primato della corruzione abbiamo quello delle spese di rappresentanza e di vanagloria (il Quirinale! la diplomazia da operetta!). Le spese militari e il vassallaggio agli USA si perpetuano sotto il governo di ex-comunisti come D’Alema e Napolitano, o di loro soci come Prodi e Letta. In breve, non c’è nequizia che venga risparmiata alla parkinsoniana d’Europa.

Nulla mai cambierà senza un fatto tellurico pari al sorgere di un Profeta che fece di alcune tribù beduine un nuovo impero e una nuova civiltà. Magari sarà un Profeta collettivo, forse annunciato da una successione di precursori.  I visitatori elitari prendano tempo prima di tornare in Italia.

l’Ussita

C’ERA DEL BUONO NELLE PANZANE DI FILIPPO TOMMASO MARINETTI

In aggiunta alla fertilità d’invenzione ideologica che quasi tutti gli riconoscono, il fondatore del Futurismo italiano aveva un’insuperabile capacità di suscitare il riso. Ovviamente le risate azzeravano il valore di varie sue tesi. Ma l’effetto restava. Si vedano le proposte avanzate tra il dicembre 1911 e il giugno 1918, a Grande Guerra non ancora finita, per “l’unica soluzione del problema finanziario”.

“Si dice, esordiva FT, che siamo un popolo a tutti superiore per genio elastico e creatore e per giovane resistenza muscolare, ma disgraziatamente povero. No. Non è povero il popolo italiano. Noi Futuristi affermiamo che il popolo italiano è il più ricco della terra, poiché possiede un incalcolabile capitale inutilizzato: l’enorme patrimonio delle opere d’arte antiche ammucchiate nei suoi musei. Di questo patrimonio artistico, noi proponiamo senz’altro la vendita graduale e sapiente. L’Italia sarà in pochi anni abbastanza ricca per:

1. avere la più poderosa flotta militare del mondo;

2. avere un esercito quattro volte più forte dell’attuale;

3. avere la prima marina mercantile del mondo;

4. avere una grande navigazione fluviale;

5. Intensificare decisamente tutte le industrie esistenti, e creare immediatamente le mancanti;

6. sviluppare fino al rendimento massimo l’agricoltura e sanare tutte le   zone malariche;

7. vincere completamente l’analfabetismo;

8. abolire totalmente ogni imposta per venti anni almeno.

La vendita del nostro patrimonio artistico, ben lungi dal diminuire il nostro prestigio, dimostrerà al mondo che un popolo giovane e sicuro del proprio avvenire ne sa affrontare tutti i problemi, trasformando in forze vive le sue ricchezze morte”.

“Si obietterà che questa vendita allontanerà dall’Italia il fiume remunerativo dei visitatori stranieri. Non vogliamo discutere qui sull’utilità dell’industria dei forestieri, che pur regalando all’Italia molti milioni è tanto aleatoria da poter cessare per un caso isolato di colera o per una scossa di terremoto; ed è sempre dannosa perché snazionalizza e umilia il nostro paese, lo riempie di spie e trasforma un terzo degli italiani in albergatori, in ciceroni e in boys d’hotel. Dichiariamo soltanto che i forestieri verranno sempre, purtroppo, in gran numero in Italia poiché la nostra penisola è il riassunto meraviglioso di tutte le bellezze della Terra. Siccome la vendita delle nostre opere d’arte antiche sarà necessariamente graduale, i forestieri per molto tempo se ne accorgeranno appena”.

“Un’altra obiezione: non si devono privare gli italiani del piacere di godere in casa loro le opere dei grandi antenati. Rispondiamo: è assurdo che su 36 milioni d’italiani, i 34 milioni che sono incapaci, o  non hanno tempo, di amare le opere d’arte antiche continuino ad essere esasperati sino alla rivolta da sempre più gravose imposte, mentre il paese possiede un colossale capitale artistico praticamente trasformabile in oro.

Noi proponiamo che una piccola parte del prodotto della vendita sia consacrata a nuovi e più profondi scavi archeologici, i quali riempiranno certo, in pochi anni, i vuoti dei nostri musei e delle nostre piazze con innumerevoli altre opere d’arte antiche. Mentre gli altri paesi posseggono miniere di carbome e di ferro, il nostro possiede le più inesauribili miniere archeologiche. Il sottosuolo di Roma, dell’Umbria, della Campania e della Sicilia possono diventare le nostre Cardiff e le nostre Westfalie. Non esito ad affermare che a tre o a quattrocento metri sotto la mia Casa Rossa, a Milano, dorme un prezioso, elegante e nostalgico tempio di Venere.

Mentre si prevedono, dopo l’attuale conflagrazione, molte altre guerre, attraverso le quali l’Italia dovrà diventare la prima Potenza del mondo, la vendita delle nostre opere d’arte antiche è l’unica soluzione razionale del problema finanziario italiano”.

L’elenco delle cose che Marinetti diceva fattibili con gli smisurati ricavi della vendita delle opere d’arte è esilarante. Tuttavia, come possiamo riconoscere oggi che ci schiaccia un debito iperbolico, c’era del vero nelle rodomontate futuriste.

Marinetti  sapeva ridere, e far ridere, anche descrivendo da par suo l’accoglienza che queste e altre sue proposte ricevevano. Si veda il resoconto del discorso pronunciato alla ‘serata futurista’ al fiorentino teatro Verdi il 12 dicembre 1913, e soprattutto, in corsivo, la reazione del pubblico:

“La vostra frenetica allegria mi dà piacere, segna un nuovo trionfo per il nostro movimento eroico. Non s’era vista mai tanta esuberanza di vita giovanile in questa vecchia fortezza del passatismo! (Urla selvagge, trombe, fischi).

La vostra energia, la vostra ferocia sono sintomi meravigliosi del prossimo risveglio di questa razza fiorentina non ancora del tutto soffocata dalle biblioteche e dai professori (Urla, pioggia di maccheroni, carote, pomidoro, patate, cipolle).

Noi rappresentiamo idee che voi non conoscete (Urli: sì! sì! sì!…Fiale puzzolenti ammorbano il palcoscenico. Un signore sviene tra un agitarsi di carabinieri, guardie e commissari). Questi proiettili asfissianti e puzzolenti dimostrano che il passatismo si difende come può (Applausi entusiastici, insulti, battibecchi, risate). Uscirete di qui domati, portando in voi un’ammirazione involontaria, che non saprete reprimere. Ci sapete instancabili nello sforzo di svecchiare l’arte italiana e di favorire il genio creatore della nostra razza (Baccano infernale, proiettili d’ogni specie). Siete seimila mediocrità contro otto artisti dei quali non potete negare il formidabile ingegno! (Si grida: Manicomio! Manicomio!!) Preferisco il nostro manicomio al vostro Pantheon! (Applausi, fischi, trombette, insulti, colluttazioni e proiettili).

Tutti gli sforzi dunque e tutte le violenze, tutto il denaro e tutto il  sangue per il compimento dell’impresa libica. Viva la Libia!”

E’ passato un secolo intero. I tempi sfidano la nostra capacità inventiva assai più che l’effimera impresa libica. E’ statisticamente probabile che nascano uno dieci cento Marinetti (uno dei quali si chiama Beppe Grillo?); che in parecchi dei nostri figli sorgano impulsi beffardi o assurdi alla Filippo Tommaso. Se così andrà. riaprirà il laboratorio Italia. Oppure ci convinceremo che mentono allegramente, come Filippo Tommaso, i tanti che cianciano di estro degli italiani.

A.M.C.

GRANDE GUERRA: NESSUNO SCRITTORE TEDESCO LA ODIO’ COME KARL KRAUS

Secondo Elias Canetti, premio Nobel 1981, K.Kraus è stato il massimo scrittore satirico in lingua tedesca. E con il lavoro di tutta una vita Kraus sembrò voler confermare la definizione che dello scrivere satirico fece l’ebreo tedesco Walter Benjamin: “La satira letteraria è il sembiante con cui il cannibale è stato accolto nella civiltà”. Benjamin era oppresso più del normale dai pensieri di cannibalismo e di morte se, rifugiatosi in Spagna per salvarsi dai nazisti, si suicidò nel 1940 all’avvicinarsi ai Pirenei della Wehrmacht annientatrice della Francia.

Ma Kraus era il contrario del cannibale, uomo-animale che uccide per mangiare come uccidono lupi, iene e topi di fogna. Le 792 pagine della sua opera maggiore, Gli ultimi giorni dell’umanità, attestano in lui l’egemonia di un ethos interamente proteso contro il male. Il male assoluto, che in Europa trionfò nel 1914, fu una guerra da 10 milioni di morti, scoppiata 99 anni fa perché i popoli che Kraus avrebbe voluto salvi erano schiavi di padroni crudeli chiamati Patriottismo, Orgoglio nazionale, Sudditanza alle tradizioni e ai governanti, Credulità.

L’edizione definitiva (1926) di Die Letzten Tage der Menschheit si apriva e si chiudeva con due emblemi. Il primo, la fotografia di due vezzose principesse reali -Vittoria Luisa di Hohenzollern figlia del Kaiser Guglielmo II, e Cecilia di Mecklemburgo-Schwerin- nelle finte uniformi di colonnelle onorarie di altrettanti reggimenti d’élite. Una col colbacco degli Usseri testa-di-morto, l’altra coll’elmo chiodato prussiano; entrambe in gonna all’amazzone e frustino. La follia dei tempi voleva non solo che milioni di uomini si facessero dilaniare dalle cannonate e dalle mitragliatrici, ma che lo facessero inneggiando a sovrani e a statisti appaltatori della patria; e che si beassero delle leggiadre colonnelle onorarie, in altri tempi destinate alla ghigliottina o ai plotoni d’esecuzione. Il belletto muliebre e monarchico alla carneficina era il sommo  dell’oltraggio.

Il secondo degli emblemi scelti da Kraus era la forca che aveva appena ucciso Cesare Battisti, col cadavere, il boia allegramente soddisfatto e un capannello di sudditi imperiali e regi in stolido appagamento patriottico.  “La vita va avanti. Più del lecito” annotava Karl Kraus. E sosteneva: “Per mantenere il suo prestigio la Duplice Monarchia avrebbe dovuto suicidarsi prima del quadriennio infernale 1914-18”.

Il nostro celebrato saggista Roberto Calasso, insolitamente savio per essere un mattatore del lavoro culturale, coglieva l’occasione dell’edizione Adelphi de Gli  ultimi giorni dell’umanità per ricordare A) che nel 1914 persino il grande Thomas Mann si attese che la guerra generasse  “l’abbandono delle mollezze della pace e il ritemprarsi

dell’essenza germanica conculcata dai popoli affaristi”;  B) che il pizzo di Lenin era altrettanto da odiare quanto i baffi all’insù del Kaiser germanico; C) che agli aristocratici ardori guerrieri di Ernst Junger (Tempeste d’acciaio) Kraus opponeva la ‘democrazia della morte’, livellatrice dei combattenti; D) che la “orrenda colomba della pace” regalata da Picasso a Stalin era altrettanto abietta quanto il logo del nazismo; E) che Bertolt Brecht, col suo tentativo di trasfigurazione estetica del sovietismo, finiva col “provocare un certo ribrezzo: come le tragedie di Voltaire che tutti conoscono e oggi nessuno osa leggere”. Il teatro di Brecht, incalzava Roberto Calasso, “appartiene a quelle invenzioni letterarie che sposano per amore il lato mediocre dell’intellettualità di un’epoca, e con essa colano a picco”. Un’ultima frecciata di Calasso andava a quegli accademici americani che per capire Kraus ‘brucano the Austrian mind”.

Tentare di raccontare le ferocie a fin di bene di Karl Kraus è come contare i granelli di sabbia del deserto e le stelle del cielo. Dal “vuoto abissale del volto azzimato e charmant del conte Poldi Berchtold” (ministro degli esteri di Vienna, fu uno dei peggiori responsabili del suicidio austriaco del 1914), all’iniziativa di Kraus di inserire nella sua rivista Die Fackel -tra il 1911 e la morte venticinque anni dopo Kraus la redasse da solo- il programma “Reklamefahrten zur Hoelle” (Gite pubblicitarie all’inferno). Il programma del viaggio turistico a Verdun vantava che “forse un milione e mezzo di uomini sono morti lì, e non c’è un centimetro quadrato di terra che non sia stato sconvolto dalle granate”. Ecco le prospettive del viaggio:

Partite col rapido II classe da Basilea. Pernottate in primario hotel, servizio e mance compresi. Fate una ricca prima colazione. Traversate i giganteschi cimiteri. Visitate le trincee e gli ossari. Costeggiate il Ravin de la Mort. Pranzate nel migliore albergo di Verdun.

La Grande Guerra fu l’orrore cosmico, ‘il conflitto del mondo contro Dio’. Registi di teatro famosi come Reinhardt e Piscator tentarono invano di convincere Kraus a permettere la messa in scena degli Ultimi giorni dell’Umanità. La tragedia era troppo dolorosa da poter essere rappresentata in alcun teatro fisico. Semmai avrebbe dovuto sorgere un teatro stabile e speciale, dedicato solo alla sua opera. Alla fine prevalse il malanimo delle sinistre europee nei confronti di Kraus: aveva appoggiato il cancelliere Dollfuss che aveva represso coll’artiglieria l’insurrezione operaia del febbraio 1934. Gli ultimi giorni dell’umanità furono dimenticati; portati sulle scene solo nel 1964.

I personaggi azzannati con più rabbia da Kraus sono in prima linea i sozzi criminali che hanno voluto la guerra. Però il Nostro non dimentica i pescecani che si arricchiscono sulla carneficina, gli imbonitori del patriottismo, i fornitori militari, i cortigiani che a Vienna tengono il sacco ai militari, i borghesi piccoli piccoli che vivono per obbedire. Karl Kraus morì nel 1936, in tempo per riuscire a non vedere gli ultimissimi giorni dell’umanità, tra il 1939 e il ’45. E a non vedere i giorni che seguirono, quando mastodontici bombardieri Usa erano costantemente in volo per sventare attacchi immaginari con armi nucleari.

Il cannibale-per-amore che mise in croce a migliaia i diplomatici, i marescialli e i ciambellani dell’impero che Musil chiamò Kakania (dalle auliche iniziali k. und k., in tedesco ‘imperiale e regio’; ma l’allusione intestinale c’era) avrebbe fatto di peggio con gli omologhi italiani d’oggi degli statisti che sembravano brava gente, e invece decisero la Grande Guerra.  Eminente tra tali omologhi l’Inquilino del Quirinale, quello che ha promosso a ‘guerra giusta’ l’impresa coloniale americana nell’Afghanistan. Però non è certo che i denti dell’antropofago Karl Kraus taglierebbero la corazza pachidermica con cui gli  usurpatori di casa nostra si proteggono. La corazza la forniscono gli ebeti che nelle urne votano i loro oppressori/rapinatori.

A.M.Calderazzi

1920: OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE E SOGNO BOLSCEVICO DI GRAMSCI

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Cinquant’anni dopo lo sconvolgimento industriale del 1920 -il comitato d’occupazione si installò al tavolo di Giovanni Agnelli- ‘Il Ponte’, mensile fondato da Piero Calamandrei, dedicò le 400 pagine di un numero monografico alla ‘Grande Speranza’, l’insurrezione operaia appunto. Era il 1970, erano ancora vicine le convulsioni e le ubbie scatenate dal ’68 francese, che a sua volta aveva creduto di rivivere la tempesta della Comune parigina, coi suoi centomila morti. Enzo Enriquez Agnoletti, direttore de Il Ponte, scrisse che l’occupazione era stata “la più importante svolta di tutta la nostra storia dopo l’Unità: il tentativo di una vera rivoluzione; l’invenzione di un istituto di democrazia operaia in fabbrica; la coscienza che la rivoluzione è legata a un ordinamento democratico nuovo. Non a caso il centro di questa coscienza è stata la Torino di Gramsci, e anche di Gobetti”.

Per Paolo Spriano l’occupazione aveva mostrato “quali energie sappia suscitare una classe operaia che non si limiti a una lotta corporativa, ma sappia investire una società intera, l’assetto dello Stato, la direzione della produzione”. Per Massimo L. Salvadori “quel momento centrale della lotta di classe in Italia divennne “per il proletariato rivoluzionario un grande momento positivo della propria storia, una grande speranza e una grande promessa (…) Mise concretamente in discussione il potere della borghesia  nel luogo dove più totale ed essenziale è questo potere”. Valerio Castronuovo ricordò che Giovanni Agnelli arrivò ad offrire di trasformare in cooperativa la Fiat. Secondo Gino Olivetti, allora leader politico degli industriali, i Consigli operai a Torino “nascevano da un intimo e indissolubile rapporto con gli obiettivi di rivoluzione sociale additati dalla Russia bolscevica”. E’ consenso pressocché unanime che i fatti del settembre 1920 convinsero gli industriali e tutto il padronato, “dopo una fase di estremo sconforto”, a puntare sul fascismo e a farlo  vincente.

Ma veniamo al cervello dell’occupazione, Antonio Gramsci. Non si fece vere illusioni. Tuttavia inneggiò -era prossima la nascita del Partito comunista d’Italia- alla Rivoluzione: allo stesso modo Marx aveva esaltato la Comune di Parigi, pur sapendo in anticipo la sua disfatta (i comunardi erano pochi e quasi solo parigini).

“Domenica Rossa” si intitolò lo scritto di Gramsci sull’Avanti (edizione torinese) il 15 settembre 1920. Esordiva: “Gli scrittori della classe borghese si torcono dalla rabbia. Ciò che gli operai hanno fatto ha un’immensa portata storica: E’ diventata una necessità lo studio e l’organizzazione della violenza. Ogni fabbrica occupata è una repubblica proletaria ‘il cui primo problema è quello della difesa militare” (…) La molteplicità delle repubbliche proletarie non sarà portata necessariamente a confederarsi,  a contrapporre un suo potere centrale allo Stato borghese?  Il problema di costituire il Soviet urbano si pone concretamente alla classe operaia. Se nasce, deve avere una forza armata (…) Oggi domenica rossa degli operai metallurgici deve essere costituita, dagli operai stessi, la prima cellula storica della rivoluzione proletaria”.

Diciannove giorni dopo, il 4 ottobre, a occupazione fallita, il Lenin cagliaritano-torinese, guida degli ordinovisti e presto dei comunisti, anticipava la sicura sconfitta proletaria al referendum -per lui spregevole- che chiamava gli operai ad approvare o respingere la fine dell’occupazione delle fabbriche.  Malediva il Nostro: “La forma del referendum è squisitamente democratica e antirivoluzionaria; serve a valorizzare le masse amorfe della popolazione, a schiacciare le avanguardie che dirigono e danno coscienza politica a queste masse. Le avanguardie del proletariato non devono quindi demoralizzarsi per queste risultanze del movimento rivoluzionario. Il proletariato è uscito ingrandito nell’estimazione pubblica, mentre ancora di più ha mostrato la deficienza e l’incapacità del capitalismo. La situazione politica così creatasi ha posto definitivamente il proletariato come classe dominante. Essa è una molla che irresistibilmente spinge alla conquista del potere”.

Con proclami così, avrebbe potuto il movimento dubitare d’aver trovato la via isolano-piemontese alla Rivoluzione d’Ottobre?  “Tutti gli stabilimenti torinesi in potere degli operai” aveva annunciato l’Avanti del 2 settembre, con foto dei cancelli sbarrati e delle Guardie rosse coi fucili spianati agli stabilimenti Stucchi di Milano; degli operai sui tetti della Lancia, con armi rudimentali e fari con cui di notte esploravano il terreno circostante. Ancora foto: il consiglio di fabbrica della Fiat installato sl tavolo di Agnelli. A Roma, locomotive con drappi rossi e  ferrovieri armati che scioperavano per solidarietà. I ferrovieri erano mobilitati dalla primavera in difesa della Russia bolscevica attaccata militarmente dalla Polonia e dal Giappone. In particolare avevano bloccato o tentato di bloccare la partenza o il transito di cannoni e altri materiali bellici italiani destinati alla Polonia.

Una nave in costruzione in Liguria era stata ribattezzata ‘Lenin’ dalle maestranze del cantiere. I disegnatori dei giornali di sinistra innalzavano sulle ciminiere industriali falci e martelli e vedette bolsceviche. Didascalie come ‘Il fucile sulla spalla dell’operaio è la sola garanzia contro il terrore bianco’. Mentre nelle campagne, dal Mezzogiorno alle cascine della Padania, la lotta dei contadini infuriava dal ritorno dei reduci della guerra, lo scontro di classe nelle industrie trovava i momenti più accesi, oltre che in Piemonte, nei cantieri liguri (dove le Guardie rosse erano inquadrate militarmente), nella siderurgia toscana, nelle manifatture lucchesi.

Non va passato sotto silenzio il conflitto rabbioso tra i comunisti di Gramsci e i socialisti massimalisti da una parte, i capi del sindacalismo CGL -Buozzi e d’Aragona- dall’altra. Gramsci assaliva senza mezzi termini i ‘politicanti del mandarinismo sindacale’: avevano lanciato le masse operaie nella lotta armata dimenticando di fornire loro le armi, “di mettere la classe operaia in grado di impegnare la lotta a sangue”. A Lecco le maestranze si erano fatte sequestrare 60.000 petardi che avrebbero costituito un discreto armamento “e poi, convulsi e pazzi di terrore, domandavano quattro mitragliatrici per armare Milano”. Altri vituperi ai ‘funzionari confederali’: “Quando si trovarono innanzi il grandioso sommovimento rivoluzionario provocato dalla FIOM, cercarono di scaricare su qualcuno la responsabilità della loro cieca imprevidenza, impreparazione, inettitudine”.

Il Lenin isolano moltiplicava le perforanti intuizioni: “Mezzo secolo fa la classe operaia era ancora, secondo Marx, un ‘sacco di patate’. Oggi è la classe industriale che è diventata un sacco di patate, un aggregato di inerti e di imbecilli, senza capacità politica. Le classi medie si accostano al proletariato, una classe giovane e piena di energia in cui è contenuto il destino della civiltà e dello sviluppo umano”. Per la verità in quei giorni Luigi Einaudi definiva gli occupatori delle fabbriche ‘gli Unni nel tempio della civiltà’. E Salvemini: “Gli operai furono messi di fronte al fatto, amaro a riconoscersi, che la loro fatica manuale, aggiunta ai macchinari, non bastava a produrre ricchezza”.

Dalla pensata di Gramsci di lanciare da Torino la rivoluzione bolscevizzante sono passati 93 anni. Il comunismo è morto, schiacciato dai suoi errori come dai suoi crimini, gappismo partigiano compreso. La società del benessere prima, la globalizzazione poi hanno cancellato il proletariato, mettendo al suo posto la fascia bassa della classe consumatrice e proprietaria. Quelle che furono le organizzazioni politiche della lotta operaia -massimalisti, comunisti, anarchici- si sono nanizzate, svuotate di senso e rese ridicole dal fatto d’essere entrate nella coalizione pancapitalista, idolatrice del Pil e satellizzata agli USA. Ciò che resta della causa del popolo si è ridotto alla nicchia piccolo-borghese dei ‘diritti’, al giacobinismo lillipuziano dei fan del duo Boldrini-Rodotà.

A questo punto è certo ingeneroso ironizzare sugli aneliti bolscevichi del 1920, ermeneutici del fascismo. Tuttavia dai fatti reali non si può prescindere: Antonio Gramsci predicò troppe scempiaggini. Se la costituzione gracile non l’avesse fatto morire in carcere a 46 anni, la riverenza per lui degli intellettuali d’ogni colore, specie quelli da premi letterari estivi, risulterebbe semplice feticismo. E sotto la testata ‘Unità’ si toglierebbe quel rigo autolesionista ‘Quotidiano fondato da Antonio Gramsci’. Nel Fondatore troppi abbagli,  troppa e petulante infatuazione per i fucili dell’Armata Rossa.

Antonio Massimo Calderazzi

UN SECOLO FA LA GRANDE GUERRA. BRUCIARE LE OSSA DI CHI LA DECISE

Di questi giorni cento anni fa, pochi mesi prima del regicidio di Serajevo, una dozzina tra i massimi statisti, ciascuno coi propri diplomatici e marescialli, preparavano un conflitto da dieci milioni di morti. I guerrafondai sommi Hitler, Stalin, Churchill, Roosevelt di un secolo fa si chiamavano Poincaré e Clemenceau francesi, Asquith inglese, lo zar Nicola II, un Kaiser tedesco e uno austriaco, un pugno di governanti-terroristi serbi. In un secondo tempo si sarebbero aggiunti alcuni guerrafondai di contorno, tipo Woodrow Wilson, gli italiani Salandra, Sonnino e V.E. di Savoia, o tipo i governanti romeni (nel loro piccolo questi ultimi fecero morire un buon trecentomila connazionali, ovviamente senza contare le vittime dei romeni).

Dal punto di vista dell’uomo individuo erano abiette le motivazioni patriottiche di tutti i grandi criminali menzionati e non. Poincarè, presidente della repubblica francese, intendeva riscattare la vergogna del 1870, quando Parigi invidiosa aveva voluto lo scontro con la Prussia e l’aveva perduto nell’ignominia; intendeva riconquistare l’Alsazia, terra di abitanti germanici che erano state aggiunte alla Francia dalle guerre del Re Sole. La WW1 uccise un milione e mezzo di francesi. Londra progettava il conflitto mondiale perché l’ascesa del Secondo Reich, unificato e fatto possente da Bismarck, minacciava i propri primati imperiali, navali, economici. Lo Zar, plagiato dai diplomatici Sazonov e Izvolski, da granduchesse e generali che i bolscevichi avrebbero sterminato, accettava l’olocausto per l’eterna cupidigia di sboccare sul Mediterraneo e di egemonizzare i Balcani. Per la verità, all’ultimo Nicola II intuì il baratro che si apriva per milioni di sudditi, per la monarchia, per se stesso e per un bel po’ di congiunti; ma non osò decapitare Sazonov e compagni, come avrebbero fatto i suoi padri. I bellicisti pietroburghesi ambivano alla futile estensione di un impero talmente immenso che si è sfasciato.

Il Kaiser di Berlino faceva l’espansionismo di tutti i tempi. Quello di Vienna tentava di dilazionare quella finis Austriae  che i suoi romanzieri e artisti presentivano da decenni. I mandanti del terrorismo serbo  si lusingavano di scimmiottare su scala microbalcanica le annessioni del Piemonte e i trionfi della Prussia. I sogni conquistatori del ‘sacro egoismo’ di Salandra & Sonnino ci sono familiari (nuovi possedimenti in Dalmazia, in  Africa, persino in Anatolia). A cose fatte l’inqualificabile Salandra si sarebbe lamentato di non avere ricevuto il premio di un titolo nobiliare.

Se le Nazioni Unite, inventate dal bellicista F.D.Roosevelt, non fossero inutili da sempre, dichiarerebbero criminali di guerra e nemici dell’umanità tutti gli statisti della vigilia di Serajevo. Dopo, le ossa degli sterminatori andrebbero disseppellite e bruciate, come nel Medioevo capitò a vari papi e antipapi, nonché a tanti eretici. Allora  l’infierire sui cadaveri obbediva a logiche di fazione. Bruciare le ossa dei grandi bellicisti di un secolo fa sanzionerebbe un principio nuovo: i governanti non hanno più il diritto di decidere la guerra. Al più possono ordinare le spedizioni tardo-coloniali fatte dai soli guerrieri di professione, sempre che i contribuenti concedano i fondi. Nei millenni si è ordinato ai popoli di morire e di uccidere per la Patria, per l’ideologia, per la religione. I roghi di ossa della Grande Vendetta farebbero ricordare il dovere di odiare i patriottismi da guerra. Odiarli  più fattivamente delle esclamazioni dei pacifisti.

A.M.C.

LA SELF-DEGRADAZIONE DI SERGIO ROMANO

Spieghiamo più avanti perché Dante Alighieri prenderà male la risposta di Sergio Romano alla lettrice Nucci Ferrari. Aveva scritto, la signora: “Fa specie leggere dove e come ha scelto di vivere papa Francesco. Il nostro presidente, al confronto, vive come e più di un nababbo tra tappeti, arazzi, broccati. Ma perché? E quanto ci costa? Non potrebbe andare a stare in un alloggio meno sfarzoso, sia pure di rappresentanza? Così il Quirinale, invece di costare, renderebbe se fosse tutto visitabile da turisti a pagamento e senza le restrizioni per la sicurezza”.

L’ex ambasciatore S.R. ha aperto la sua replica con un’altera, severa riprovazione sia del grido di dolore della signora, sia del fatto che non pochi gli stanno scrivendo nello stesso senso (“abbiamo ricevuto lettere molto  somiglianti: fenomeno spesso dovuto ai virus mediatici che circolano sempre più frequentemente sulla rete”). Romano scandisce così l’assioma ‘è bene che il Quirinale resti il palazzo della Nazione’: è il luogo in cui il presidente dovrà svolgere le sue funzioni. “Lì sono gli uffici del segretariato generale. Lì riceve il presidente del Consiglio, i ministri, i parlamentari, gli ambasciatori, i capi di Stato e di governo stranieri, le associazioni, le scolaresche, le persone che gli permettono di restare quotidianamente in contatto coll’intero paese. Qui soprattutto tiene le consultazioni e conferisce l’incarico per la formazione del governo”.

E’ evidente, riconosciamo noi, che la vita si fermerebbe se i ricevimenti e i conferimenti si svolgessero in un luogo meno fastoso. Inoltre, ricorda Romano, “dovrebbe renderci orgogliosi il fatto che pochi altri palazzi contengono tra le loro mura pezzi così importanti di storia italiana. Che sia tuttora usato per fini istituzionali mi sembra uno straordinario simbolo di unità nazionale.” In effetti, chi potrebbe negare il debito che l’unità nazionale deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò di costruire il Quirinale? E’ a lui che si ispirò Pio IX quando, il 20 settembre 1870, offrì spontaneamente Roma al nostro Regno.

Tutto ciò premesso, non è facile trovare tante odiosità compresse nel piccolo spazio della risposta a Nucci. Sergio Romano era un’icona, il Primus tra i commentatori italiani. Lo era per essere stato storico di valore, benché ambasciatore. Con questo articoletto buttato giù distrattamente egli ha fatto la ‘gran  rinuncia’, come Celestino V. Da  papa degli opinionisti si è ridotto a poco più che  quirinalista, per di più diplomatico in pensione. Cos’altro pensare della sua pretesa che una Repubblica nata quasi partigiana mantenga in uso la reggia forse più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere? Che obbligo ha un Paese di media categoria di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando tanti ciambellani, corazzieri, palafrenieri e lacché?

Nicola Petrovic-Niegos faceva il re del Montenegro in una villetta a Cettigne che disgusterebbe uno dei molti maggiordomi del Quirinale. Re Nicola, scarpa grossa e cervello fino, si intendeva di grande mondanità: sposò una figlia a un sovrano sabaudo di antica stirpe, un’altra al più importante dei granduchi di tutte le Russie. La reggia montenegrina era modesta perché il regno era modesto. Perché ospitare i nostri presidenti, non di rado mezze calzette, a livelli tanto superiori a quelli della Casa Bianca? La Bundesrepublik non avrebbe i mezzi per ‘Guardie del Presidente’ vestite come nei film? Una delle categorie festeggiate al Quirinale -gli ambasciatori, spesso autentiche nullità, avanzi di quando non esistevano i telefoni e gli SMS- meritano così pochi riguardi che un salone di prefettura basterebbe. Anche uno spazio da eventi promozionali.

Abbiamo visto che Romano ha tirato in ballo la storia: abitarono la reggia i papi e i Savoia; che lo facciano i Primi Cittadini “mi sembra uno straordinario simbolo di continuità nazionale”. In effetti, chi si sogna di negare il debito che l’Unità deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò la costruzione della Reggia? A Gregorio si ispirò Pio IX il 20 settembre 1870, quando donò spontaneamente Roma al Regno che unificava la Penisola.

Venendo da un ciambellano, da una guida  turistica o da un insegnante precario di educazione civica, il richiamo all’unità nazionale potrebbe passare. Invece uno storico non dovrebbe sorvolare sulle indegnità che furono la realtà del Papato quando eresse il Palazzo sui giardini dell’ascetico cardinale Ippolito d’Este, figlio di Lucrezia Borgia, ancora più ascetica.  Se la Reggia è così sproporzionata all’odierna nazione italiana è in quanto nacque per le estati di sovrani planetari, i quali pagavano il fasto col denaro ‘di Cristo’, cioè rubato ai poveri. Uno storico non ha il diritto di tacere sul disonore fatto marmi, broccati, arazzi e saloni da pontefici tra i peggiori in assoluto.  La continuità di cui Romano si compiace è continuità di vergogna. Il primo ad aborrire il fasto pontificio è certo papa Francesco, fortunatamente impedito dai bersaglieri di Porta Pia di villeggiare al Quirinale.

Come non concludere che il maggiore tra i commentatori ha deciso di autodegradarsi come Pietro da Morrone, quindi di meritare, oltre che il biasimo di Dante, quello dei lettori? Sergio Romano era il più prestigioso tra i commentatori italiani. Col sullodato articoletto ha fatto la gran rinuncia come Celestino V (questo spiega il biasimo dantesco). Da essere il principe degli opinionisti si è ridotto a poco più che un quirinalista. Cos’altro pensare della sua arringa, dovere una repubblica nata quasi partigiana mantenere in esercizio una reggia forse la più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere in spocchia? Che obbligo ha un Paese di categoria intermedia di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando qualche migliaia di dipendenti?

P.S.-Romano sa che errare humanum, perseverare autem diabolicum (a proposito del Diavolo, il Nostro potrebbe non sapere che “Testiculo del Anticristo” fu uno degli epiteti in castigliano del dibattito teologico tra Elipando arcivescovo di Toledo (+ 805) e Beato de Liébana, abate e consigliere della regina (visigota?) Adosinda. Eppure Romano persevera. Un Fabrizio Perrone Capano gli aveva scritto che se non si comprano gli F35 “tanto vale chiedere la soppressione delle Forze Armate”. A noi il suggerimento sembra utile. Ma l’ambasciatore non cade nella trappola retorica. Risponde che “uno Stato debole e inerme corre il rischio di essere aggredito e ricattato. Le armi restano l’ultima ratio regum .L’influenza di uno Stato dipende ancora dalla sua capacità di buttare sul tavolo la propria forza militare. Ne abbiamo avuto la prova in Somalia, Kosovo, Afghanistan, Libano. L’invio di un corpo militare è il biglietto d’ingresso che l’Italia ha pagato per sedersi al tavolo della diplomazia” (per la verità aggiunge che i risultati raggiunti sono stati modesti ” se non addirittura insignificanti”. Conclude con involontaria, irresistibile comicità: nessun paese che abbia un benché minimo orgoglio può restare indifferente “di fronte alla possibilità che una soluzione politica venga presa a sua insaputa“.

Se aggiungiamo un ultimo pensiero di Romano (“Le cravatte italiane sono le più belle del mondo. Dovremo distruggere noi stessi (per imitare i trasandati Grandi senza cravatta del vertice nell’Ulster) questo primato della moda italiana?”) .abbiamo gli elementi a) per riconoscere in lui un diplomatico di razza b) per ipotizzare la rinuncia  alla diplomazia, punto e basta.

Porfirio

GRADUALISTI ESULTANTI PER L’EXPLOIT DEL PARTITO DEGLI ASSESSORI

Un segmento del popolo progressista si incanta davanti alle ultime amministrative: più ancora del Pd, è la democrazia rappresentativa che ha trionfato. Le bieche giunte di destra sono state estromesse, ma soprattutto è stata smentita l’impossibilità di battere il Predellino mediaset. Gli ottimisti della volontà si deliziano al garrire delle bandiere ex-rosse. Vedono allontanarsi l’incubo della soluzione autoritaria, populista, bergogliana al limite, alla grande crisi. Hanno ragione se si contentano dell’esistente; se in fondo stimano la loro classe politica; se cambiare democrazia li spaventa.

Peraltro, qual è l’esistente che stimano? E’ un monopartito di regime, articolato su due formazioni un tempo avversarie, oggi varianti dello stesso pensiero liberal-consumista. Il regime ha un capo titolare che regna e governa dal Colle. Transfuga dal togliattismo, apostata del socialismo, gode della fiducia del Pentagono, grazia un colonnello yankee condannato dalla nostra magistratura, considera giusti la guerra in Afghanistan, le spese militari e lo sfarzo del Quirinale. Il braccio plutocratico del monopartito di potere è proprietà di un Creso libidinoso. Il braccio progressista è capeggiato da un collettivo di capicorrente oggi coordinato inter pares da Enrico Letta. I deliziati dalle Amministrative si attendono che il monopartito a) scongiuri la bancarotta e fermi la desertificazione manufatturiera,  b) faccia quel po’ di riforme che risanino la Malarepubblica, attenuino il saccheggio del denaro dei contribuenti, abbassino il ludibrio che ci attende all’estero.

Se otterranno queste cose, avranno avuto ragione. Al momento però si chiedano se è verosimile che le otterranno. Il presidente del regime incarna un settantennio politico a valle del quale il denaro e la proprietà hanno trionfato, i divari sociali si sono allargati, l’idea socialista è morta e chi ancora ne balbetta si vergogna. L’ala possidente del monopartito appartiene a un conte Cagliostro (in realtà Balsamo Giuseppe, pluricondannato) di razza brianzola invece che palermitana. Cagliostro è ancora capace di garantire al ceto medio che il sinistrismo ‘no pasarà’. Quando vorrà, Balsamo Giuseppe cederà il comando a qualcuno meno in gamba, però non ingombrerà il Casellario giudiziario.

Il collettivo che guida il segmento Democrat del regime e che spadroneggia nei municipi e nelle urne locali porta avanti dal 1945 l’egemonia del Pil salariale, dei diritti acquisiti e dell’immobilismo. In questo la sua affidabilità è tale che lo prediligono le ereditiere progressiste come i pensionati al minimo e gli odiatori dei salti nel buio.

Da questa  classe dirigente e da questa compagine di governo gli ottimisti della volontà si attendono questa svolta verso la virtù (giacobina) che esorcizzi lo spettro della soluzione di forza, oppure senza forza ma antipolitica, alla nostra crisi. Il demonio che vogliono scacciare non è solo l’Ataturk  che si impadronisce di un paese e lo costringe a liberarsi dei vecchi pascià. E’ anche un condottiero di anime alla fra’ Girolamo Savonarola: mezzo millennio fa, per pochi mesi, fece di Firenze una democrazia teocratica e pauperista, frontalmente contrapposta alla Roma laida del secondo papa Borgia (il quale sarebbe piaciuto all’Elefantino e ad alcuni Democrat). Agli ottimisti della volontà ripugna che la salvezza sia insurrezionale, cioè non venga dalla mediazione della Casta.

Se essa salvezza verrà come la vaticinano loro, se il Partito degli Assessori costringerà il Regime a compiere le grandi opere di bonifica e di giustizia che la fede gradualista vieta ad Ataturk e a Savonarola, noi schernitori delle urne ci convertiremo al progresso senza avventure. Dilaniati dalla vergogna, vestiti di stracci penitenziali come Enrico IV imperatore a Canossa, ci inginocchieremo al portone di Montecitorio, imploreremo singhiozzando che la Casta a camere riunite rielegga Giorgio quante volte bastino a far trionfare il Bene democratico e la Più Bella delle Costituzioni.

Gli Ottimisti vigilino acché il trionfo si celebri..

Antonio Massimo Calderazzi

MINIBUSHICCHI E RUMSFELDETTI

Epiteto felice, “olgettini”, quello trovato da Marco Travaglio per marchiare i non pochi opinionisti che Giuliano Ferrara, il libertinaggio fatto carne, ha aizzato a sdegnarsi per il martirio dell’imputato Berlusconi Silvio. E noi, come insulteremo gli opinionisti in divisa Nato che si contorcono a difesa degli F35? Minibuscicchi (in onore del Conquistatore dell’Irak)? Rumsfeldetti (cioè allievi del famoso fustigatore della Old Europe)? Paraprodisti (a ricordo della leadership dimostrata dal Ciclista bolognese in pro della maxibase americana a Vicenza)? Dalemisti di ritorno (per nostalgia dei cacciabombardieri lanciati contro i Serbi)? Stellastrisci? Ascari? Pensiamoci, troveremo di meglio.

L’argomentazione principale degli F35isti -i Venturini, gli Alessandro Campi, i Giovanni Sabbatucci e centinaia di altri- è: vogliamo o no una Air Force moderna? E l’altra accusa, ancora più micidiale: meditiamo per caso di rinnegare gli obblighi dell’Alleanza Atlantica? Gli aeroguerrieri hanno ragione: sono interrogativi da non eludere, e sono politici non tecnici.

Va risposto enfaticamente No al primo, allegramente Sì al secondo. Mai più aggiornare Armi, né quella aerea, né altre di Terra o di Mare. Non abbiamo nemici, e non se ne annunciano. La guerra all’antica è, appunto, cosa del passato. Pericoli totalmente nuovi, potranno presentarsi un giorno. Ma dagli avversari futuri -terrorismo? pestilenze? cibersabotaggi?- non ci difenderanno le armi di un tempo. Dell’art.11 della Costituzione – “L’Italia ripudia la guerra”- non è il caso di curarci, visto che essa legittima il peggiore sistema d’Occidente. Ad ogni modo, finché la Carta dura a morire, è evidente che quasi tutte le spese militari (ad eccezione delle colonie estive per figli di graduati, sottufficiali, contrammiragli e feldmarescialli) violano detta Carta.

Meditiamo di rinnegare l’Alleanza? Tassativamente sì. La stipulammo, cioè subimmo, in quanto sconfitti in guerra. Però, dalla resa senza condizioni firmata il 3 settembre 1943 a Cassibile (Siracusa) sono passati 70 anni. Come punizione, bastano. Anche perché gli USA, principali tra i vincitori del 1943-45, si sono dimostrati indegni o incapaci di esercitare alcuna egemonia su satelliti, ausiliari e sepoys  vecchi e nuovi. Posto che allora meritassero la vittoria -non è detto- non ne hanno fatta più una giusta. Un interminabile, disonorevole fallimento alla Vietnam, intervallato da parentesi senza spedizioni coloniali.

Il regnante inquilino del Colle definì ripetutamente l’impresa nell’Afghanistan “una guerra giusta” (testuale). Che il Parlamento, cupola del regime cleptocratico, lo abbia rieletto squalifica il regime stesso, in quanto incapace di trovare un successore qualsiasi. La bestemmia della guerra ‘giusta’ è già stata condannata dai fatti, oltre che dal comune sentire della gente. Un giorno, in qualche angolo della Terra, un nuovo tribunale di Norimberga processerà tutti quei governanti del mondo che, finita nel 1945 l’Apocalisse, si resero colpevoli di nuovi riarmi e di nuovi conflitti macellatori di vite umane; conflitti uno più vituperevole dell’altro, inclusi quelli di liberazione, ideologici e per i ‘diritti’.

Tra tali governanti-imputati figureranno, in seconda e terza fila, tutti gli statisti di casa  nostra, compresi i Padri della patria alla De Gasperi, perché vollero o ancora praticano il nostro infeudamento al Pentagono. L’ultimo di detti statisti godrà forse di qualche attenuante: sviato dall’aver preso troppo sul serio il ruolo di comandante in capo delle Forze armate. Sviato, inoltre, dalla curiosa convinzione che le Forze armate, con le loro sfilate ai Fori Imperiali e le loro uniformi sartoriali, incarnino i valori repubblicani. Quelli mala-repubblicani, sì.

Le Forze armate vanno in parte convertite, per il resto abolite. La conversione più rispettabile sarebbe quella che le destinasse ad allargare i ranghi di polizia e carabinieri: manchiamo eccome di cacciatori di delinquenti, di evasori, di trasgressori, eccetera. Ma forse esistono altri impieghi capaci di valorizzare gli asset e le virtù militari. Portaerei, tank e lanciamissili si vendano all’asta o a peso.

Forse abbiamo esagerato a sostenere “non abbiamo nemici”. In effetti gli eritrei, gli abissini, l’Albania, persino il Dodecanneso potrebbero aggredirci per i misfatti del nostro passato. Ma per difenderci potremmo ingaggiare i contractor che, annientando il terrorismo, hanno liberato l’America da ogni possibile minaccia. Pagandoli all’occorrenza e non in eterno, spenderemmo meno.

Direte: abolendo i bilanci militari addosseremmo ai partner Nato il peso della nostra difesa. Risposta: i partner Nato imparino da noi, così come impararono i loro progenitori a parecchi livelli -dagli acquedotti al latino al Rinascimento a F.T.Marinetti (v. in questo Internauta “Laboratorio Italia o morte!”). Aboliscano la difesa.

Porfirio