1920: OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE E SOGNO BOLSCEVICO DI GRAMSCI

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Cinquant’anni dopo lo sconvolgimento industriale del 1920 -il comitato d’occupazione si installò al tavolo di Giovanni Agnelli- ‘Il Ponte’, mensile fondato da Piero Calamandrei, dedicò le 400 pagine di un numero monografico alla ‘Grande Speranza’, l’insurrezione operaia appunto. Era il 1970, erano ancora vicine le convulsioni e le ubbie scatenate dal ’68 francese, che a sua volta aveva creduto di rivivere la tempesta della Comune parigina, coi suoi centomila morti. Enzo Enriquez Agnoletti, direttore de Il Ponte, scrisse che l’occupazione era stata “la più importante svolta di tutta la nostra storia dopo l’Unità: il tentativo di una vera rivoluzione; l’invenzione di un istituto di democrazia operaia in fabbrica; la coscienza che la rivoluzione è legata a un ordinamento democratico nuovo. Non a caso il centro di questa coscienza è stata la Torino di Gramsci, e anche di Gobetti”.

Per Paolo Spriano l’occupazione aveva mostrato “quali energie sappia suscitare una classe operaia che non si limiti a una lotta corporativa, ma sappia investire una società intera, l’assetto dello Stato, la direzione della produzione”. Per Massimo L. Salvadori “quel momento centrale della lotta di classe in Italia divennne “per il proletariato rivoluzionario un grande momento positivo della propria storia, una grande speranza e una grande promessa (…) Mise concretamente in discussione il potere della borghesia  nel luogo dove più totale ed essenziale è questo potere”. Valerio Castronuovo ricordò che Giovanni Agnelli arrivò ad offrire di trasformare in cooperativa la Fiat. Secondo Gino Olivetti, allora leader politico degli industriali, i Consigli operai a Torino “nascevano da un intimo e indissolubile rapporto con gli obiettivi di rivoluzione sociale additati dalla Russia bolscevica”. E’ consenso pressocché unanime che i fatti del settembre 1920 convinsero gli industriali e tutto il padronato, “dopo una fase di estremo sconforto”, a puntare sul fascismo e a farlo  vincente.

Ma veniamo al cervello dell’occupazione, Antonio Gramsci. Non si fece vere illusioni. Tuttavia inneggiò -era prossima la nascita del Partito comunista d’Italia- alla Rivoluzione: allo stesso modo Marx aveva esaltato la Comune di Parigi, pur sapendo in anticipo la sua disfatta (i comunardi erano pochi e quasi solo parigini).

“Domenica Rossa” si intitolò lo scritto di Gramsci sull’Avanti (edizione torinese) il 15 settembre 1920. Esordiva: “Gli scrittori della classe borghese si torcono dalla rabbia. Ciò che gli operai hanno fatto ha un’immensa portata storica: E’ diventata una necessità lo studio e l’organizzazione della violenza. Ogni fabbrica occupata è una repubblica proletaria ‘il cui primo problema è quello della difesa militare” (…) La molteplicità delle repubbliche proletarie non sarà portata necessariamente a confederarsi,  a contrapporre un suo potere centrale allo Stato borghese?  Il problema di costituire il Soviet urbano si pone concretamente alla classe operaia. Se nasce, deve avere una forza armata (…) Oggi domenica rossa degli operai metallurgici deve essere costituita, dagli operai stessi, la prima cellula storica della rivoluzione proletaria”.

Diciannove giorni dopo, il 4 ottobre, a occupazione fallita, il Lenin cagliaritano-torinese, guida degli ordinovisti e presto dei comunisti, anticipava la sicura sconfitta proletaria al referendum -per lui spregevole- che chiamava gli operai ad approvare o respingere la fine dell’occupazione delle fabbriche.  Malediva il Nostro: “La forma del referendum è squisitamente democratica e antirivoluzionaria; serve a valorizzare le masse amorfe della popolazione, a schiacciare le avanguardie che dirigono e danno coscienza politica a queste masse. Le avanguardie del proletariato non devono quindi demoralizzarsi per queste risultanze del movimento rivoluzionario. Il proletariato è uscito ingrandito nell’estimazione pubblica, mentre ancora di più ha mostrato la deficienza e l’incapacità del capitalismo. La situazione politica così creatasi ha posto definitivamente il proletariato come classe dominante. Essa è una molla che irresistibilmente spinge alla conquista del potere”.

Con proclami così, avrebbe potuto il movimento dubitare d’aver trovato la via isolano-piemontese alla Rivoluzione d’Ottobre?  “Tutti gli stabilimenti torinesi in potere degli operai” aveva annunciato l’Avanti del 2 settembre, con foto dei cancelli sbarrati e delle Guardie rosse coi fucili spianati agli stabilimenti Stucchi di Milano; degli operai sui tetti della Lancia, con armi rudimentali e fari con cui di notte esploravano il terreno circostante. Ancora foto: il consiglio di fabbrica della Fiat installato sl tavolo di Agnelli. A Roma, locomotive con drappi rossi e  ferrovieri armati che scioperavano per solidarietà. I ferrovieri erano mobilitati dalla primavera in difesa della Russia bolscevica attaccata militarmente dalla Polonia e dal Giappone. In particolare avevano bloccato o tentato di bloccare la partenza o il transito di cannoni e altri materiali bellici italiani destinati alla Polonia.

Una nave in costruzione in Liguria era stata ribattezzata ‘Lenin’ dalle maestranze del cantiere. I disegnatori dei giornali di sinistra innalzavano sulle ciminiere industriali falci e martelli e vedette bolsceviche. Didascalie come ‘Il fucile sulla spalla dell’operaio è la sola garanzia contro il terrore bianco’. Mentre nelle campagne, dal Mezzogiorno alle cascine della Padania, la lotta dei contadini infuriava dal ritorno dei reduci della guerra, lo scontro di classe nelle industrie trovava i momenti più accesi, oltre che in Piemonte, nei cantieri liguri (dove le Guardie rosse erano inquadrate militarmente), nella siderurgia toscana, nelle manifatture lucchesi.

Non va passato sotto silenzio il conflitto rabbioso tra i comunisti di Gramsci e i socialisti massimalisti da una parte, i capi del sindacalismo CGL -Buozzi e d’Aragona- dall’altra. Gramsci assaliva senza mezzi termini i ‘politicanti del mandarinismo sindacale’: avevano lanciato le masse operaie nella lotta armata dimenticando di fornire loro le armi, “di mettere la classe operaia in grado di impegnare la lotta a sangue”. A Lecco le maestranze si erano fatte sequestrare 60.000 petardi che avrebbero costituito un discreto armamento “e poi, convulsi e pazzi di terrore, domandavano quattro mitragliatrici per armare Milano”. Altri vituperi ai ‘funzionari confederali’: “Quando si trovarono innanzi il grandioso sommovimento rivoluzionario provocato dalla FIOM, cercarono di scaricare su qualcuno la responsabilità della loro cieca imprevidenza, impreparazione, inettitudine”.

Il Lenin isolano moltiplicava le perforanti intuizioni: “Mezzo secolo fa la classe operaia era ancora, secondo Marx, un ‘sacco di patate’. Oggi è la classe industriale che è diventata un sacco di patate, un aggregato di inerti e di imbecilli, senza capacità politica. Le classi medie si accostano al proletariato, una classe giovane e piena di energia in cui è contenuto il destino della civiltà e dello sviluppo umano”. Per la verità in quei giorni Luigi Einaudi definiva gli occupatori delle fabbriche ‘gli Unni nel tempio della civiltà’. E Salvemini: “Gli operai furono messi di fronte al fatto, amaro a riconoscersi, che la loro fatica manuale, aggiunta ai macchinari, non bastava a produrre ricchezza”.

Dalla pensata di Gramsci di lanciare da Torino la rivoluzione bolscevizzante sono passati 93 anni. Il comunismo è morto, schiacciato dai suoi errori come dai suoi crimini, gappismo partigiano compreso. La società del benessere prima, la globalizzazione poi hanno cancellato il proletariato, mettendo al suo posto la fascia bassa della classe consumatrice e proprietaria. Quelle che furono le organizzazioni politiche della lotta operaia -massimalisti, comunisti, anarchici- si sono nanizzate, svuotate di senso e rese ridicole dal fatto d’essere entrate nella coalizione pancapitalista, idolatrice del Pil e satellizzata agli USA. Ciò che resta della causa del popolo si è ridotto alla nicchia piccolo-borghese dei ‘diritti’, al giacobinismo lillipuziano dei fan del duo Boldrini-Rodotà.

A questo punto è certo ingeneroso ironizzare sugli aneliti bolscevichi del 1920, ermeneutici del fascismo. Tuttavia dai fatti reali non si può prescindere: Antonio Gramsci predicò troppe scempiaggini. Se la costituzione gracile non l’avesse fatto morire in carcere a 46 anni, la riverenza per lui degli intellettuali d’ogni colore, specie quelli da premi letterari estivi, risulterebbe semplice feticismo. E sotto la testata ‘Unità’ si toglierebbe quel rigo autolesionista ‘Quotidiano fondato da Antonio Gramsci’. Nel Fondatore troppi abbagli,  troppa e petulante infatuazione per i fucili dell’Armata Rossa.

Antonio Massimo Calderazzi

UN SECOLO FA LA GRANDE GUERRA. BRUCIARE LE OSSA DI CHI LA DECISE

Di questi giorni cento anni fa, pochi mesi prima del regicidio di Serajevo, una dozzina tra i massimi statisti, ciascuno coi propri diplomatici e marescialli, preparavano un conflitto da dieci milioni di morti. I guerrafondai sommi Hitler, Stalin, Churchill, Roosevelt di un secolo fa si chiamavano Poincaré e Clemenceau francesi, Asquith inglese, lo zar Nicola II, un Kaiser tedesco e uno austriaco, un pugno di governanti-terroristi serbi. In un secondo tempo si sarebbero aggiunti alcuni guerrafondai di contorno, tipo Woodrow Wilson, gli italiani Salandra, Sonnino e V.E. di Savoia, o tipo i governanti romeni (nel loro piccolo questi ultimi fecero morire un buon trecentomila connazionali, ovviamente senza contare le vittime dei romeni).

Dal punto di vista dell’uomo individuo erano abiette le motivazioni patriottiche di tutti i grandi criminali menzionati e non. Poincarè, presidente della repubblica francese, intendeva riscattare la vergogna del 1870, quando Parigi invidiosa aveva voluto lo scontro con la Prussia e l’aveva perduto nell’ignominia; intendeva riconquistare l’Alsazia, terra di abitanti germanici che erano state aggiunte alla Francia dalle guerre del Re Sole. La WW1 uccise un milione e mezzo di francesi. Londra progettava il conflitto mondiale perché l’ascesa del Secondo Reich, unificato e fatto possente da Bismarck, minacciava i propri primati imperiali, navali, economici. Lo Zar, plagiato dai diplomatici Sazonov e Izvolski, da granduchesse e generali che i bolscevichi avrebbero sterminato, accettava l’olocausto per l’eterna cupidigia di sboccare sul Mediterraneo e di egemonizzare i Balcani. Per la verità, all’ultimo Nicola II intuì il baratro che si apriva per milioni di sudditi, per la monarchia, per se stesso e per un bel po’ di congiunti; ma non osò decapitare Sazonov e compagni, come avrebbero fatto i suoi padri. I bellicisti pietroburghesi ambivano alla futile estensione di un impero talmente immenso che si è sfasciato.

Il Kaiser di Berlino faceva l’espansionismo di tutti i tempi. Quello di Vienna tentava di dilazionare quella finis Austriae  che i suoi romanzieri e artisti presentivano da decenni. I mandanti del terrorismo serbo  si lusingavano di scimmiottare su scala microbalcanica le annessioni del Piemonte e i trionfi della Prussia. I sogni conquistatori del ‘sacro egoismo’ di Salandra & Sonnino ci sono familiari (nuovi possedimenti in Dalmazia, in  Africa, persino in Anatolia). A cose fatte l’inqualificabile Salandra si sarebbe lamentato di non avere ricevuto il premio di un titolo nobiliare.

Se le Nazioni Unite, inventate dal bellicista F.D.Roosevelt, non fossero inutili da sempre, dichiarerebbero criminali di guerra e nemici dell’umanità tutti gli statisti della vigilia di Serajevo. Dopo, le ossa degli sterminatori andrebbero disseppellite e bruciate, come nel Medioevo capitò a vari papi e antipapi, nonché a tanti eretici. Allora  l’infierire sui cadaveri obbediva a logiche di fazione. Bruciare le ossa dei grandi bellicisti di un secolo fa sanzionerebbe un principio nuovo: i governanti non hanno più il diritto di decidere la guerra. Al più possono ordinare le spedizioni tardo-coloniali fatte dai soli guerrieri di professione, sempre che i contribuenti concedano i fondi. Nei millenni si è ordinato ai popoli di morire e di uccidere per la Patria, per l’ideologia, per la religione. I roghi di ossa della Grande Vendetta farebbero ricordare il dovere di odiare i patriottismi da guerra. Odiarli  più fattivamente delle esclamazioni dei pacifisti.

A.M.C.

LA SELF-DEGRADAZIONE DI SERGIO ROMANO

Spieghiamo più avanti perché Dante Alighieri prenderà male la risposta di Sergio Romano alla lettrice Nucci Ferrari. Aveva scritto, la signora: “Fa specie leggere dove e come ha scelto di vivere papa Francesco. Il nostro presidente, al confronto, vive come e più di un nababbo tra tappeti, arazzi, broccati. Ma perché? E quanto ci costa? Non potrebbe andare a stare in un alloggio meno sfarzoso, sia pure di rappresentanza? Così il Quirinale, invece di costare, renderebbe se fosse tutto visitabile da turisti a pagamento e senza le restrizioni per la sicurezza”.

L’ex ambasciatore S.R. ha aperto la sua replica con un’altera, severa riprovazione sia del grido di dolore della signora, sia del fatto che non pochi gli stanno scrivendo nello stesso senso (“abbiamo ricevuto lettere molto  somiglianti: fenomeno spesso dovuto ai virus mediatici che circolano sempre più frequentemente sulla rete”). Romano scandisce così l’assioma ‘è bene che il Quirinale resti il palazzo della Nazione’: è il luogo in cui il presidente dovrà svolgere le sue funzioni. “Lì sono gli uffici del segretariato generale. Lì riceve il presidente del Consiglio, i ministri, i parlamentari, gli ambasciatori, i capi di Stato e di governo stranieri, le associazioni, le scolaresche, le persone che gli permettono di restare quotidianamente in contatto coll’intero paese. Qui soprattutto tiene le consultazioni e conferisce l’incarico per la formazione del governo”.

E’ evidente, riconosciamo noi, che la vita si fermerebbe se i ricevimenti e i conferimenti si svolgessero in un luogo meno fastoso. Inoltre, ricorda Romano, “dovrebbe renderci orgogliosi il fatto che pochi altri palazzi contengono tra le loro mura pezzi così importanti di storia italiana. Che sia tuttora usato per fini istituzionali mi sembra uno straordinario simbolo di unità nazionale.” In effetti, chi potrebbe negare il debito che l’unità nazionale deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò di costruire il Quirinale? E’ a lui che si ispirò Pio IX quando, il 20 settembre 1870, offrì spontaneamente Roma al nostro Regno.

Tutto ciò premesso, non è facile trovare tante odiosità compresse nel piccolo spazio della risposta a Nucci. Sergio Romano era un’icona, il Primus tra i commentatori italiani. Lo era per essere stato storico di valore, benché ambasciatore. Con questo articoletto buttato giù distrattamente egli ha fatto la ‘gran  rinuncia’, come Celestino V. Da  papa degli opinionisti si è ridotto a poco più che  quirinalista, per di più diplomatico in pensione. Cos’altro pensare della sua pretesa che una Repubblica nata quasi partigiana mantenga in uso la reggia forse più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere? Che obbligo ha un Paese di media categoria di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando tanti ciambellani, corazzieri, palafrenieri e lacché?

Nicola Petrovic-Niegos faceva il re del Montenegro in una villetta a Cettigne che disgusterebbe uno dei molti maggiordomi del Quirinale. Re Nicola, scarpa grossa e cervello fino, si intendeva di grande mondanità: sposò una figlia a un sovrano sabaudo di antica stirpe, un’altra al più importante dei granduchi di tutte le Russie. La reggia montenegrina era modesta perché il regno era modesto. Perché ospitare i nostri presidenti, non di rado mezze calzette, a livelli tanto superiori a quelli della Casa Bianca? La Bundesrepublik non avrebbe i mezzi per ‘Guardie del Presidente’ vestite come nei film? Una delle categorie festeggiate al Quirinale -gli ambasciatori, spesso autentiche nullità, avanzi di quando non esistevano i telefoni e gli SMS- meritano così pochi riguardi che un salone di prefettura basterebbe. Anche uno spazio da eventi promozionali.

Abbiamo visto che Romano ha tirato in ballo la storia: abitarono la reggia i papi e i Savoia; che lo facciano i Primi Cittadini “mi sembra uno straordinario simbolo di continuità nazionale”. In effetti, chi si sogna di negare il debito che l’Unità deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò la costruzione della Reggia? A Gregorio si ispirò Pio IX il 20 settembre 1870, quando donò spontaneamente Roma al Regno che unificava la Penisola.

Venendo da un ciambellano, da una guida  turistica o da un insegnante precario di educazione civica, il richiamo all’unità nazionale potrebbe passare. Invece uno storico non dovrebbe sorvolare sulle indegnità che furono la realtà del Papato quando eresse il Palazzo sui giardini dell’ascetico cardinale Ippolito d’Este, figlio di Lucrezia Borgia, ancora più ascetica.  Se la Reggia è così sproporzionata all’odierna nazione italiana è in quanto nacque per le estati di sovrani planetari, i quali pagavano il fasto col denaro ‘di Cristo’, cioè rubato ai poveri. Uno storico non ha il diritto di tacere sul disonore fatto marmi, broccati, arazzi e saloni da pontefici tra i peggiori in assoluto.  La continuità di cui Romano si compiace è continuità di vergogna. Il primo ad aborrire il fasto pontificio è certo papa Francesco, fortunatamente impedito dai bersaglieri di Porta Pia di villeggiare al Quirinale.

Come non concludere che il maggiore tra i commentatori ha deciso di autodegradarsi come Pietro da Morrone, quindi di meritare, oltre che il biasimo di Dante, quello dei lettori? Sergio Romano era il più prestigioso tra i commentatori italiani. Col sullodato articoletto ha fatto la gran rinuncia come Celestino V (questo spiega il biasimo dantesco). Da essere il principe degli opinionisti si è ridotto a poco più che un quirinalista. Cos’altro pensare della sua arringa, dovere una repubblica nata quasi partigiana mantenere in esercizio una reggia forse la più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere in spocchia? Che obbligo ha un Paese di categoria intermedia di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando qualche migliaia di dipendenti?

P.S.-Romano sa che errare humanum, perseverare autem diabolicum (a proposito del Diavolo, il Nostro potrebbe non sapere che “Testiculo del Anticristo” fu uno degli epiteti in castigliano del dibattito teologico tra Elipando arcivescovo di Toledo (+ 805) e Beato de Liébana, abate e consigliere della regina (visigota?) Adosinda. Eppure Romano persevera. Un Fabrizio Perrone Capano gli aveva scritto che se non si comprano gli F35 “tanto vale chiedere la soppressione delle Forze Armate”. A noi il suggerimento sembra utile. Ma l’ambasciatore non cade nella trappola retorica. Risponde che “uno Stato debole e inerme corre il rischio di essere aggredito e ricattato. Le armi restano l’ultima ratio regum .L’influenza di uno Stato dipende ancora dalla sua capacità di buttare sul tavolo la propria forza militare. Ne abbiamo avuto la prova in Somalia, Kosovo, Afghanistan, Libano. L’invio di un corpo militare è il biglietto d’ingresso che l’Italia ha pagato per sedersi al tavolo della diplomazia” (per la verità aggiunge che i risultati raggiunti sono stati modesti ” se non addirittura insignificanti”. Conclude con involontaria, irresistibile comicità: nessun paese che abbia un benché minimo orgoglio può restare indifferente “di fronte alla possibilità che una soluzione politica venga presa a sua insaputa“.

Se aggiungiamo un ultimo pensiero di Romano (“Le cravatte italiane sono le più belle del mondo. Dovremo distruggere noi stessi (per imitare i trasandati Grandi senza cravatta del vertice nell’Ulster) questo primato della moda italiana?”) .abbiamo gli elementi a) per riconoscere in lui un diplomatico di razza b) per ipotizzare la rinuncia  alla diplomazia, punto e basta.

Porfirio

GRADUALISTI ESULTANTI PER L’EXPLOIT DEL PARTITO DEGLI ASSESSORI

Un segmento del popolo progressista si incanta davanti alle ultime amministrative: più ancora del Pd, è la democrazia rappresentativa che ha trionfato. Le bieche giunte di destra sono state estromesse, ma soprattutto è stata smentita l’impossibilità di battere il Predellino mediaset. Gli ottimisti della volontà si deliziano al garrire delle bandiere ex-rosse. Vedono allontanarsi l’incubo della soluzione autoritaria, populista, bergogliana al limite, alla grande crisi. Hanno ragione se si contentano dell’esistente; se in fondo stimano la loro classe politica; se cambiare democrazia li spaventa.

Peraltro, qual è l’esistente che stimano? E’ un monopartito di regime, articolato su due formazioni un tempo avversarie, oggi varianti dello stesso pensiero liberal-consumista. Il regime ha un capo titolare che regna e governa dal Colle. Transfuga dal togliattismo, apostata del socialismo, gode della fiducia del Pentagono, grazia un colonnello yankee condannato dalla nostra magistratura, considera giusti la guerra in Afghanistan, le spese militari e lo sfarzo del Quirinale. Il braccio plutocratico del monopartito di potere è proprietà di un Creso libidinoso. Il braccio progressista è capeggiato da un collettivo di capicorrente oggi coordinato inter pares da Enrico Letta. I deliziati dalle Amministrative si attendono che il monopartito a) scongiuri la bancarotta e fermi la desertificazione manufatturiera,  b) faccia quel po’ di riforme che risanino la Malarepubblica, attenuino il saccheggio del denaro dei contribuenti, abbassino il ludibrio che ci attende all’estero.

Se otterranno queste cose, avranno avuto ragione. Al momento però si chiedano se è verosimile che le otterranno. Il presidente del regime incarna un settantennio politico a valle del quale il denaro e la proprietà hanno trionfato, i divari sociali si sono allargati, l’idea socialista è morta e chi ancora ne balbetta si vergogna. L’ala possidente del monopartito appartiene a un conte Cagliostro (in realtà Balsamo Giuseppe, pluricondannato) di razza brianzola invece che palermitana. Cagliostro è ancora capace di garantire al ceto medio che il sinistrismo ‘no pasarà’. Quando vorrà, Balsamo Giuseppe cederà il comando a qualcuno meno in gamba, però non ingombrerà il Casellario giudiziario.

Il collettivo che guida il segmento Democrat del regime e che spadroneggia nei municipi e nelle urne locali porta avanti dal 1945 l’egemonia del Pil salariale, dei diritti acquisiti e dell’immobilismo. In questo la sua affidabilità è tale che lo prediligono le ereditiere progressiste come i pensionati al minimo e gli odiatori dei salti nel buio.

Da questa  classe dirigente e da questa compagine di governo gli ottimisti della volontà si attendono questa svolta verso la virtù (giacobina) che esorcizzi lo spettro della soluzione di forza, oppure senza forza ma antipolitica, alla nostra crisi. Il demonio che vogliono scacciare non è solo l’Ataturk  che si impadronisce di un paese e lo costringe a liberarsi dei vecchi pascià. E’ anche un condottiero di anime alla fra’ Girolamo Savonarola: mezzo millennio fa, per pochi mesi, fece di Firenze una democrazia teocratica e pauperista, frontalmente contrapposta alla Roma laida del secondo papa Borgia (il quale sarebbe piaciuto all’Elefantino e ad alcuni Democrat). Agli ottimisti della volontà ripugna che la salvezza sia insurrezionale, cioè non venga dalla mediazione della Casta.

Se essa salvezza verrà come la vaticinano loro, se il Partito degli Assessori costringerà il Regime a compiere le grandi opere di bonifica e di giustizia che la fede gradualista vieta ad Ataturk e a Savonarola, noi schernitori delle urne ci convertiremo al progresso senza avventure. Dilaniati dalla vergogna, vestiti di stracci penitenziali come Enrico IV imperatore a Canossa, ci inginocchieremo al portone di Montecitorio, imploreremo singhiozzando che la Casta a camere riunite rielegga Giorgio quante volte bastino a far trionfare il Bene democratico e la Più Bella delle Costituzioni.

Gli Ottimisti vigilino acché il trionfo si celebri..

Antonio Massimo Calderazzi

MINIBUSHICCHI E RUMSFELDETTI

Epiteto felice, “olgettini”, quello trovato da Marco Travaglio per marchiare i non pochi opinionisti che Giuliano Ferrara, il libertinaggio fatto carne, ha aizzato a sdegnarsi per il martirio dell’imputato Berlusconi Silvio. E noi, come insulteremo gli opinionisti in divisa Nato che si contorcono a difesa degli F35? Minibuscicchi (in onore del Conquistatore dell’Irak)? Rumsfeldetti (cioè allievi del famoso fustigatore della Old Europe)? Paraprodisti (a ricordo della leadership dimostrata dal Ciclista bolognese in pro della maxibase americana a Vicenza)? Dalemisti di ritorno (per nostalgia dei cacciabombardieri lanciati contro i Serbi)? Stellastrisci? Ascari? Pensiamoci, troveremo di meglio.

L’argomentazione principale degli F35isti -i Venturini, gli Alessandro Campi, i Giovanni Sabbatucci e centinaia di altri- è: vogliamo o no una Air Force moderna? E l’altra accusa, ancora più micidiale: meditiamo per caso di rinnegare gli obblighi dell’Alleanza Atlantica? Gli aeroguerrieri hanno ragione: sono interrogativi da non eludere, e sono politici non tecnici.

Va risposto enfaticamente No al primo, allegramente Sì al secondo. Mai più aggiornare Armi, né quella aerea, né altre di Terra o di Mare. Non abbiamo nemici, e non se ne annunciano. La guerra all’antica è, appunto, cosa del passato. Pericoli totalmente nuovi, potranno presentarsi un giorno. Ma dagli avversari futuri -terrorismo? pestilenze? cibersabotaggi?- non ci difenderanno le armi di un tempo. Dell’art.11 della Costituzione – “L’Italia ripudia la guerra”- non è il caso di curarci, visto che essa legittima il peggiore sistema d’Occidente. Ad ogni modo, finché la Carta dura a morire, è evidente che quasi tutte le spese militari (ad eccezione delle colonie estive per figli di graduati, sottufficiali, contrammiragli e feldmarescialli) violano detta Carta.

Meditiamo di rinnegare l’Alleanza? Tassativamente sì. La stipulammo, cioè subimmo, in quanto sconfitti in guerra. Però, dalla resa senza condizioni firmata il 3 settembre 1943 a Cassibile (Siracusa) sono passati 70 anni. Come punizione, bastano. Anche perché gli USA, principali tra i vincitori del 1943-45, si sono dimostrati indegni o incapaci di esercitare alcuna egemonia su satelliti, ausiliari e sepoys  vecchi e nuovi. Posto che allora meritassero la vittoria -non è detto- non ne hanno fatta più una giusta. Un interminabile, disonorevole fallimento alla Vietnam, intervallato da parentesi senza spedizioni coloniali.

Il regnante inquilino del Colle definì ripetutamente l’impresa nell’Afghanistan “una guerra giusta” (testuale). Che il Parlamento, cupola del regime cleptocratico, lo abbia rieletto squalifica il regime stesso, in quanto incapace di trovare un successore qualsiasi. La bestemmia della guerra ‘giusta’ è già stata condannata dai fatti, oltre che dal comune sentire della gente. Un giorno, in qualche angolo della Terra, un nuovo tribunale di Norimberga processerà tutti quei governanti del mondo che, finita nel 1945 l’Apocalisse, si resero colpevoli di nuovi riarmi e di nuovi conflitti macellatori di vite umane; conflitti uno più vituperevole dell’altro, inclusi quelli di liberazione, ideologici e per i ‘diritti’.

Tra tali governanti-imputati figureranno, in seconda e terza fila, tutti gli statisti di casa  nostra, compresi i Padri della patria alla De Gasperi, perché vollero o ancora praticano il nostro infeudamento al Pentagono. L’ultimo di detti statisti godrà forse di qualche attenuante: sviato dall’aver preso troppo sul serio il ruolo di comandante in capo delle Forze armate. Sviato, inoltre, dalla curiosa convinzione che le Forze armate, con le loro sfilate ai Fori Imperiali e le loro uniformi sartoriali, incarnino i valori repubblicani. Quelli mala-repubblicani, sì.

Le Forze armate vanno in parte convertite, per il resto abolite. La conversione più rispettabile sarebbe quella che le destinasse ad allargare i ranghi di polizia e carabinieri: manchiamo eccome di cacciatori di delinquenti, di evasori, di trasgressori, eccetera. Ma forse esistono altri impieghi capaci di valorizzare gli asset e le virtù militari. Portaerei, tank e lanciamissili si vendano all’asta o a peso.

Forse abbiamo esagerato a sostenere “non abbiamo nemici”. In effetti gli eritrei, gli abissini, l’Albania, persino il Dodecanneso potrebbero aggredirci per i misfatti del nostro passato. Ma per difenderci potremmo ingaggiare i contractor che, annientando il terrorismo, hanno liberato l’America da ogni possibile minaccia. Pagandoli all’occorrenza e non in eterno, spenderemmo meno.

Direte: abolendo i bilanci militari addosseremmo ai partner Nato il peso della nostra difesa. Risposta: i partner Nato imparino da noi, così come impararono i loro progenitori a parecchi livelli -dagli acquedotti al latino al Rinascimento a F.T.Marinetti (v. in questo Internauta “Laboratorio Italia o morte!”). Aboliscano la difesa.

Porfirio

Roberto Vacca: Tecnologia, dati, realtà

Attenti a non fare solo questione di parole! L’innovazione è scarsa, specialmente in Italia. La tecnologia progredisce, risolve molti problemi – e ne crea di più. La EIU (Economist Intelligence Unit) ha appena pubblicato un vasto sondaggio sulla adozione di nuove tecnologie da parte delle industrie asiatiche. Questa registrano grossi successi: continueranno? Gli obiettivi sono individuati come: “raccolta e analisi dei dati (gestire “big data”), mobilità delle imprese, software come servizio, sicurezza della tecnologia dell’informazione e della comunicazione”.

È limitativo parlare di adozione di tecnologia, invece che di invenzione di tecnologia. Il termine “tecnologia” indicava in origine l’insieme delle teorie, delle procedure, della scienza applicata, delle regole empiriche – utili per produrre oggetti, macchine, servizi e per modificare il mondo naturale. Oggi si identifica quasi sempre la tecnologia con ICT – Information Communication Technology. È vero:elettronica, computer e reti rendono possibile analizzare e macinare moli di dati che anni fa non erano reperibili, né trattabili. “Big data” è il termine usato per indicare l’accesso a tutti i dati singoli, originari (raw data – dati crudi) e non solo a statistiche già elaborate, integrate – a totali.

Le aziende usano big data per decidere azioni microscopiche che portano i loro messaggi, promozioni, icone e prodotti proprio a obiettivi individuali per i quali sono progettati. Si sostiene che il successo elettorale di Obama  sia stato assicurato da una enorme elaborazione dati su gruppi e persone. I messaggi a loro diretti erano fatti su misura per comunicare quello che volevano sentire – espresso nei modi individuati dalle analisi come più accettabili. Un messaggio importante era “Creerò il servizio sanitario nazionale” – ma molti elettori non lo gradivano. Altro messaggio: “Abolirò le armi nucleari” – e, invece, le sta aumentando. Altro messaggio: “Combatterò i cambiamenti climatici”: ora dice che ci proverà e non capisce di aver accettato teorie insussistenti, né di stare scegliendo strumenti inefficaci. È vero che gli uomini sono riusciti a creare deserti e a distruggere la natura di certe regioni ed è possibile vitalizzare di nuovo certe aree. I dati raccolti non sono abbastanza “big” e le nostre interpretazioni non sono tanto profonde da permetterci di influire su processi astronomici e planetari.

La ICT ci permette di comunicare efficacemente messaggi personalizzati, di rendere disponibili informazioni e dati ovunque (anche a chi viaggia) e in ogni momento. Consente di distribuire certe prestazioni intelligenti nell’ambiente. Permette di controllare e regolare macchine e sistemi e secondo criteri prestabiliti. Però queste prestazioni non si devono considerare come l’obiettivo finale della società e di ciascuno di noi. Il mondo non è migliore se tutti hanno un telefono cellulare – e ci fanno chiacchiere da niente. O se tanti guardano alla TV programmi penosi. O se leggono giornali che parlano di chi si mette d’accordo con chi – per fare niente. O se ascoltano la radio che invita a comprare cibi, medicine e viaggi in luoghi che si vedono fuggevolmente e presto dimenticati

Non esiste un obiettivo finale valido per tutti. Definivano e imponevano obiettivi insensati, certi dittatori che fecero brutte fini. La Dichiarazione di Indipendenza del 1776  definiva la verità evidente che gli uomini hanno  diritti inalienabili, fra cui vita, libertà e ricerca della felicità e che i governi sono istituiti per assicurarli. Va aggiunto il diritto a conoscenza, informazioni, dati, mobilità. Però è arduo definire concretamente modi e regole. È inevitabile procedere per tentativi, ma spesso si sbaglia: gli errori sono evidenti e non vengono riconosciuti, né corretti.

Le auto avrebbero dovuto darci il diritto alla mobilità. Nelle nostre città le teniamo quasi tutte ferme in modo che bloccano le strade e rallentano gli spostamenti. Le leggi dovrebbero regolare la vita associata in modo equo e razionale. Invece i legislatori continuano a fare leggi prive di senso, che fanno perdere tempo e sprecare risorse. La finanza e l’economia dovrebbero distribuire le risorse ed evitare strapotere e rapine da parte dei potenti. Favoriscono spesso le bolle e l’ingiustizia. Si risparmia energia stabilendo tariffe in tempo reale, informando gli utenti su cosa sia la potenza e su quanta potenza assorba la rete in ogni istante.

L’obiettivo importante dovrebbe essere: diffondere conoscenza – aumentare il numero delle persone che capiscono. Non si raggiunge certo elaborando dati a velocità sempre più alta (ovunque e in ogni momento) se i criteri sono sbagliati o anche solo fatti di parole vaghe.

Piani e progetti dovrebbero essere espliciti. Si crea lavoro non con qualche ritocco fiscale, ma inventando nuovi settori industriali e insegnandone ai giovani teoria e pratica. Le scuole non vanno riformate con innumeri regolette burocratiche, ma allargando e approfondendo conoscenza. Il mondo non è fatto solo di regole, leggi, moduli, certificati. È fatto di macchine, sistemi, fiumi, strade, mari, animali, alberi, radiazioni, misure, teorie, tecniche, ricerca, scienza.

Di queste cose non si parla. Un settimanale a larga tiratura di ieri ha una sezione SCIENZE che contiene titoli come: “La dieta mediterranea combatte l’acne” – “Ora si fa l’autostop online” – “APP Vademecum come viaggiare con il cane” – “Mangiare yogurt fa calare l’ansia” – “Così l’olio di oliva è amico del cervello”. Non è scienza, ma cronaca misera.

Invece – ricordate? – “fatti non foste a viver come bruti”.

Roberto Vacca

PER CACCIARE GLI OLIGARCHI UN CATILINA PIU’ FORTUNATO

Lucio Sergio Catilina tentò invano di portare al potere la fazione popolare; morì in combattimento nel 63 a.C.. Perché invocare lui, quando tanti altri politici si opposero ai governanti con più fortuna?

Risposta: perché le coincidenze col nostro oggi sorprendono. Paragonare la vicenda delle ‘larghe intese’ a quelle della Roma che alla sconfitta e morte di Catilina era già un vasto impero può apparire ridicolo. Eppure sono processi che si assomigliano.

Nel tempo di Catilina la Repubblica moriva: nell’anno 49 Giulio Cesare, varcando il Rubicone, se ne sarebbe fatto sovrano (ma non volle prendere il titolo di ottavo re di Roma). Esplosa da città-stato a grande potenza di territori sterminati e tensioni irriducibili, i suoi assetti aristocratici non reggevano più. Già un ottantennio prima Caio Mario, generale conquistatore di regni, sette volte console, aveva raggiunto il potere di un monarca militare che sfidava tutti gli ottimati messi insieme. Li sfidava sia perché la gestione imperiale esigeva un potere superiore a ogni altro, sia perché erano le masse proletarie e ‘borghesi’ che spingevano i personaggi molto forti  come Mario ad aggredire l’egemonia degli aristocratici, padroni del Senato. Il passaggio dall’oligarchia degli ottimati alla monarchia democratica appoggiata dalla plebe e dai ceti intermedi era fatale. In realtà Lucio Sergio Catilina fu il precursore che spianò i sentieri all’uomo del Destino, Giulio Cesare; anzi fu segretamente mandato avanti da Cesare e da Crasso perché il regime dei senatori ricevesse una spallata forte.

Catilina non era un probo: aristocratico pieno di debiti, spregiudicato, accusato di un delitto, sospettato di altri, la propaganda senatoria ne annerì la fama. Invece non sono mancati gli studiosi e gli artisti che ne hanno additato il ruolo politico e di testimonianza, Il suo giovanile parteggiare per Silla non lo collocò propriamente a fianco dei proletari.

Invece le posizioni qualificanti, quelle che lo portarono alla sollevazione armata, furono dalla parte del popolo. Chiedendo la cancellazione dei debiti avvantaggiava anche i patrizi avventurosi come lui, ma il programma di proscrivere i ricchi e distribuire terre ai nullatenenti era inequivocabilmente anticonservatore.

“Catilina -ha scritto uno storico- fu l’esponente del disagio dell’epoca. Agì significativamente per rompere la cristallizzata situazione della repubblica aristocratica. Che sia stato spinto più da ambizione che da generosità o da lucida visione politica conta meno del fatto che cercò di scuotere l’ordine costituito. Il suo movimento era storicamente giustificato: in un certo senso precorse Cesare. La tradizione lo ha colorato a tinte fosche, sottolineando gli aspetti demagogici. Ma le sue indubbie responsabilità non devono far dimenticare la durezza con cui  l’oligarchia difendeva il proprio monopolio”.

Varie opere drammatiche furono dedicate a Catilina: da Ben Johnson nel 1611; da Crébillion nel 1748; da Voltaire quello stesso anno; da A.Dumas padre esattamente un secolo dopo. Nel 1850 Ibsen fece di Catilina un simbolo della lotta contro il potere socialmente ingiusto.

Catilina agì perché l’assetto repubblicano si spegneva. Anche il nostro sistema è minacciato di morte: da una crisi economica strutturale come dal coma della democrazia rappresentativa-parlamentare e dall’immoralità dei gestori di questa ultima. Dopo un lungo ventennio di malattia grave la nostra classe dirigente, fatta anche di burocrati, boiardi e parassiti di alta gamma, non ha ancora avviato alcuna terapia: nè riforme, né tagli ai costi della politica e delle istituzioni, né lotta alla corruzione. Perdurano persino le forme degenerative più estreme, quali il sacrificare la solidarietà agli handicappati gravi per non toccare le spese di puro sfarzo  -il Quirinale!-, quelle militari e diplomatiche, le rendite e i privilegi delle corporazioni più rapaci. I tempi sono maturi per un eversore: in mancanza di meglio, Catilina.

Impressionano i parallelismi di linee tra il vertice dell’oligarchia combattuta  da Catilina e il vertice dell’oligarchia odierna. Nel 63 il capo del regime senatorio era Marco Tullio Cicerone, e la sua strategia per salvare le istituzioni era la concordia ordinum, cioè la coalizione tra i patrizi e i cavalieri (ceti emergenti, gruppi economici), alleanza successivamente presentata dal console-sommo oratore come consensus omnium bonorum. Chi saprebbe vedere una differenza rispetto alle ‘larghe intese’ volute da Giorgio Napolitano?

La Grosse  Koalition di Cicerone suscitò il tentativo armato di Catilina, seguito dal breve trionfo politico di Cicerone. Non molto dopo questi cadde: esiliato per avere messo illegalmente a morte nel Carcere Mamertino, sotto il Campidoglio, cinque seguaci di Catilina.

Theodor Mommsen, storico e premio Nobel, sottolinea che “il partito popolare a Roma ornava di fiori e corone la tomba di Catilina come un tempo faceva per quelle dei Gracchi. Il popolo si era posto sotto le bandiere di Cesare aspettando da lui ciò che Catilina non era stato capace di dargli”. E ancora: “La sollevazione di Catilina fu simile alle battaglie tra capitalisti e nullatenenti che un secolo prima avevano sconvolto il mondo ellenico”. Secondo Mommsen gli oligarchi, i Pauci, usarono con Catilina metodi altrettanto spregiudicati quanto i suoi. Se il Nostro trovò spazio per la sua rivolta fu perché l’oligarchia era ormai impotente di fronte alle crisi che si ingigantivano.

Il Cicerone della morente nostra Repubblica è Giorgio Napolitano. Egli crede di avere trovato nelle ‘larghe intese’ la formula che farà sopravvivere il regime cleptocratico. Nell’immediato può avere ragione: finché non sorgerà un giustiziere più fortunato di Lucio Sergio. Potrà anche essere un giustiziere collettivo, il popolo della democrazia diretta (selettiva) che forse si ribellerà, ben più energicamente di coloro che votarono M5S o si astennero in massa. I governanti, gli alti burocrati, i carrieristi. i malfattori che oggi usurpano il potere, saranno sottoposti a  processo come a Norimberga.

Per Napolitano l’esito sarà meno crudo di quello che toccò 21 secoli fa al collega della concordia ordinum:: Marco Tullio fu ucciso mentre cercava di mettersi in salvo; accadde non molto dopo le Idi di Marzo che misero a morte Cesare. La futura Norimberga sarà più clemente, per il Processato in chief come per gli altri.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO VOTERANNO SOLO CANDIDATI E SCRUTATORI

Vittorio Feltri, come Numero Uno dei mediamen berlusconiani, forse di tutti i mediamen dello Stivale, non irradia obiettività. Però è il più bravo di tutti a scrivere le cose come gli altri non osano. Il 10 giugno, primo giorno delle amministrative alla gazosa,  un suo editoriale (Il Giornale) ha confermato la fama di non girare attorno alle cose ma dirle papali papali. Ha scritto che tutte le elezioni sono inutili (ergo potremmo farne a meno).

Ne ha vituperato la sconcia liturgia: “La solita croce sul simbolo che ci fa meno schifo, e alla fine non cambia niente, nemmeno il rito dei commenti tv che vede i soliti giornalisti, incluso chi scrive, impegnatissimi nel ripetere sempre le stesse baggianate, per barcamenarsi (…) Dopo quasi 70 anni di esercizi elettorali, l’unica certezza è: chiunque vinca non riuscirà a fare un decimo di quanto sogna”.

Le giustificazioni non mancano: “Senza soldi non si va da nessuna parte. Non si possono abbassare le tasse: l’Europa non vuole, il debito pubblico è troppo alto. Gli italiani hanno scoperto che il loro voto vale quanto il Due di picche. Metà degli aventi diritto ha rinunciato, lanciando un segnale inequivocabile ai partiti: la vostra musica non ci interessa più. Si avvertono sintomi di grave malessere democratico, di noia maggioritaria, di repulsione per il sistema marcio”.

La legge ferrea di Feltri -“i nuovi amministratori non potranno fare meglio dei vecchi se manca il denaro”- non convincerà i molti che conoscono metodi per stanare il denaro. Però è icastica: “Il popolo non capisce nulla, ma intuisce quasi tutto: in fondo al tunnel c’è un lumino cimiteriale”. In realtà in fondo al tunnel potrebbe non esserci il cimitero, la fine della Polis; forse Feltri esagera. Tuttavia la sua ‘legge’ merita qualche attenuazione, non smentite: “Chiunque vinca non riuscirà a fare un decimo di quanto sogna”.

La democrazia delle urne, allora, non serve più. Se ne faccia a meno for good. Basterebbe decidere che i cittadini veri -attivi, cioè tenuti a un turno di servizio politico- sono p.es. 600 mila all’anno, non 60 milioni quanti gli iscritti all’Anagrafe. Tra questi supercittadini per un anno, selezionati meritocraticamente (anche per il merito di vangare la terra), forniti di tutti gli elementi di giudizio, frequentemente supportati/controllati dal referendum elettronico, modicamente retribuiti, si potrebbero sorteggiare tutti i gestori pro tempore della cosa pubblica.

Poche cose al mondo vi darebbero più gioia che spegnere, un giorno, l’impostura della democrazia rappresentativa. E l’altra impostura, che  felicità e benessere abbiano bisogno di istituzioni quali le nostre della Malasorte.

A.M.C.

L’ECONOMIA AFFONDERA’ SENZA LA COGESTIONE

Prima che ogni abitante del pianeta sotto i cinquantacinque fosse nato, il sottoscritto Porfirio sosteneva -vociando nel deserto, naturalmente- che andava importata  dalla Germania, in piccola misura anche dalla Francia, la Mitbestimmung; che la cogestione era la via obbligata per conciliare capitale e lavoro, sulla distanza aiutando l’uno e l’altro.

Poi esplose il turbocapitalismo e le masse lavoratrici,  guidate alla vittoria dalla superiore intelligenza di sindacalisti, politici, giornalisti, showmen, riccastri, di sinistra tutti, credettero che l’accoppiata alti profitti-alte paghe avesse affossato per sempre la cogestione, così poco congeniale alle contrapposizioni di classe, così estranea alle spavalde tradizioni delle lotte.

Nel mesto oggi si constata che se la Germania delocalizza assai meno di noi è anche perché ha la Mitbestimmung. Trovandosi cogestori e quasi soci dell’impresa, i lavoratori a) aiutano a farla prosperare e dunque niente cortei, fischietti, lenzuola rosse e proteste dalle gru; b) ottengono che la produzione non  traslochi. Noi tardogramsciani, ferri di lancia del sinistrismo dei diritti, campioni di conquiste in odio al mercato, siamo a ululare ogni giorno più forte che la manifattura muore (540 mila posti e 54 mila imprese persi); che la desertificazione industriale avanza (chiudono 40 imprese al dì); che il Nord è sull’orlo del baratro; che i giovani non hanno futuro; che i capitalisti non investono (cretini non sono); che non facciamo politica industriale (quest’ultima, oggi, è il nulla assoluto: vorrebbe interventi pubblici immani con soldi che non esistono, per produrre beni senza mercati; i mercati sono della Cina e degli altri competitori nuovi, capaci in pochi mesi di produrre le cose del Made in Italy a prezzi irresistibili).

In più si deplora che la concorrenza di mezzo mondo non  venga proibita, o almeno costretta ad alzare i prezzi in modo da vendere meno per amor nostro. La solidarietà di classe del nostro sindacalismo non si cura dei miliardi di proletari lontani che oggi si guadagnano il pane,  un tempo no. Ad onor del vero va riconosciuto che i sindacati non sono xenofobi per principio: si infiammano pure se Indesit tenta di trasferire una parte della produzione da Fabriano a Caserta.  I casertani, si sa, sono nemici di classe dei fabrianesi.

Non più rispettabili sono le rivendicazioni di parte padronale. Lo Squinzi che incalza “il Nord è sull’orlo del baratro’ chiede sgravi fiscali quasi impossibili e alleggerimenti normativi e burocratici che richiederebbero decenni. Giulio Anselmi, presidente degli editori di giornali, ha la faccia di unirsi alle centinaia di categorie che invocano soccorsi urgenti. Poveri giornali, non hanno mai ricevuto dal contribuente.

Mai una risposta razionale alla domanda, perché restare in Italia quando all’estero, p.es. nella confinante e avanzata Slovenia, i costi sono una frazione dei nostri?  Farfugli, prediche, imprecazioni. Beninteso nessun proposito di rivoluzione: i rivoluzionari non esistono più. Esistono, sovrabbondanti, i volenterosi dei girotondi, dei cortei, delle primarie, delle manifestazioni, delle mobilitazioni, dei talk shows. La rivoluzione, lo sanno tutti, sarebbe la fine del consumismo e delle villette a schiera col mutuo.

Alla domanda ‘che fare’, non risponde nessuno. Porfirio risponde. Si esiga che le industrie minacciate di chiusura passino a joint ventures tra proprietari e lavoratori. Le indennità di fine rapporto divengano quote sociali, e meglio vada a chi conferisca qualche proprio risparmio. Niente più stipendi, salari, dividendi e scioperi; gli eventuali utili siano ripartiti privilegiando i soci più umili. Le fabbriche in pericolo di chiusura diano ospitalità di fortuna a chi perde la casa. Acquisti e cucine in comune  assicureranno la sussistenza alimentare. Spariscano 9 automobili su 10, e la decima venga usata in comune secondo turni severi. Molte altre rinunce agli stili di vita moderni e borghesi aiutino la sopravvivenza della fabbrica.

Per fare la sua parte, la collettività dovrebbe decidere tagli di spesa imponenti- in primis la miniaturizzazione dei costi della politica e delle Istituzioni, niente più spese militari, diplomatiche e di prestigio tipo il Quirinale. La patrimoniale e altri prelievi straordinari dimezzerebbero la ricchezza privata. Cancellati tutti i ‘diritti acquisiti’, tagli anche su stipendi e pensioni:  prelievi minimi sugli assegni bassi, incrementi rapidi e incisivi al di sopra dei livelli inferiori. In breve, dovremmo dimenticare non solo i lussi, anche le modeste dolcezze di un tempo.

Se nulla di tutto ciò si vorrà, il sinistrismo continuerà il suo mestiere, cioè la darà vinta a Berlusconi, magari eletto al Quirinale invece che associato alle carceri. Senza cogestione  e senza svolte di solidarietà collettiva ci terremo i conseguimenti autolesionistici delle ‘lotte’ e dei diritti. Forse sopravviverà qualche ‘eccellenza’ di nicchia. Ma non è cosa che riguardi le decine di milioni di bocche. Se non avranno pane, mangino a scelta brioches o diritti.

Porfirio

IMPOVERITI DALL’EURO O DALLA CASTA?

Volge al termine mentre scrivo l’ottavo Festival dell’economia di Trento. Gli faccio sinceri auguri di successo anche se mi sembra che in quel campo ci sia poco da festeggiare. Gli auguro e mi auguro, soprattutto, che riesca a fare luce su un tema che, se ho ben capito, doveva campeggiare nelle relazioni e nel dibattito: l’euro, la sua salute e le sue prospettive, in generale e in particolare per quanto riguarda l’Italia. La quale, guarda caso, appare sempre più divisa anche sul che farne, ripudiarlo o tenerselo bene stretto confidando che i vantaggi risultino superiori ai costi.

Una questione, anzi un dilemma, tanto scottante e forse persino vitale quanto estremamente bisognoso, appunto, di chiarimenti Le diverse posizioni vi si fronteggiano infatti in un modo ormai familiare: esponendo, quando va bene, ciascuno le proprie ragioni ma ignorando quelle altrui. E ciò non solo nel confronto tra politici, cosa non troppo sorprendente, ma per lo più anche tra esperti. Il risultato è un dialogo tra sordi che non aiuta per nulla a cogliere anche solo i termini del problema chi non è abbastanza attrezzato per risolverlo mentalmente con mezzi propri.

Eppure anche i non attrezzati, tra i quali mi colloco, potrebbero essere chiamati a pronunciarsi, quindi a contribuire a decidere, se andassero a buon fine le proposte, ventilate da Movimento cinque stelle e Lega nord, di demandare al popolo lo scioglimento del nodo mediante referendum. Proposte a mio avviso insensate, trattandosi di questione molto più tecnica e complessa, ad esempio, di quella nucleare, dove la scelta si poneva tra convenienza economica ed anche ecologica alquanto sicura e rifiuto di un rischio al limite mortale. Proposte, d’altronde, rese  minimamente plausibili, come un ricorso al pari o dispari, proprio dalla difficoltà al momento totale di venire altrimenti a capo del dilemma.

Sarebbe tuttavia grave se all’espediente referendario si finisse col ricorrere per l’incapacità di tecnici e di politici di concordare soluzioni più ragionate. E se, alla prova delle urne, finissero col prevalere tesi e argomentazioni non più valide e forti di altre ma di più facile presa a livello popolare, ossia di maggiore carica populistica e demagogica.

Il pericolo incombe non solo in Italia. L’euro e la stessa Unione europea sono sotto tiro un po’ dovunque, al punto da rendere alquanto riduttivo il termine “euroscetticismo” usato riguardo ad entrambi. Più che di scetticismo si tratta di autentica e crescente disaffezione, da una voglia di abbandonare entrambi controbilanciata solo da quella di entrarvi che persiste, a malapena affievolita in qualche caso, nell’Europa postcomunista. Nella parte occidentale del continente governi e opinioni pubbliche restano attestati in maggioranza sull’europeismo tradizionale, ma in posizioni eminentemente di difesa resa anch’essa ardua dal modo poco convincente e incoraggiante in cui le istituzioni comunitarie e gli stessi governi hanno combattuto finora la crisi finanziaria, economica e sociale.

In Italia, comunque, il pericolo è particolarmente serio dati i precedenti e le inclinazioni nazionali. Esso si profilava già durante l’anno abbondante del governo Monti, quando, oltre che dalle file dell’esile opposizione parlamentare ed extraparlamentare, anche da vari ambienti della maggioranza formalmente vasta che a suo modo lo sosteneva si levavano voci “euroscettiche” sempre più sonore. Accomunando, soprattutto benchè non esclusivamente, le frange più lontane dal centro e per loro natura più scalpitanti degli schieramenti di destra e di sinistra.

Succede anche altrove. Persino nella virtuosa Germania, accusata da non pochi di essersi arricchita a spese dei malcapitati soci e di puntare ancora una volta a dominare l’Europa servendosi dell’euro e della UE, sta affiorando un’inedita ostilità ad essi all’interno della socialdemocrazia o nei suoi pressi dopo la comparsa di un partito apertamente e programmaticamente antieuropeo alla destra della coalizione governativa. Da un lato, però, ciò tende a smontare implicitamente le suddette accuse. Dall’altro non autorizza a pensare che gli “euroscettici” nostrani si trovino in buona compagnia dato che i tedeschi di ogni colore condividono nella quasi totalità il sostegno al rigorismo finanziario e di bilancio nel loro paese, nell’eurozona e nell’Unione europea.

Da noi, invece, l’insofferenza nei confronti della moneta comune e di Bruxelles va di pari passo e quasi si identifica con l’impazienza di sbarazzarsi di un eccessivo rigore nella gestione dei conti pubblici, imposto dall’esterno o adottato per libera scelta, sostenendo che ciò sia indispensabile per uscire dalla crisi rilanciando la crescita economica. Il che, naturalmente, può essere senz’altro vero almeno in una certa misura. L’insofferenza e l’impazienza sollevano tuttavia i peggiori sospetti quando, per giustificare l’auspicato ripudio dell’euro e l’invocata riesumazione della lira si arriva ad imputare alla moneta comune l’impoverimento del paese precipitato in questi ultimi anni.

Qui il falso, per chi vuol vedere, è sotto gli occhi di tutti. Nel decennio successivo all’adozione dell’euro (2001-2011) il Pil nazionale pro capite è diminuito del 3,8%. Un caso unico nell’eurozona con la sola eccezione del Portogallo, la cui recessione non è peraltro andata oltre il -0,9%. Tutti i rimanenti 15 paesi sono economicamente cresciuti: alcuni con balzi intorno al 50% (Estonia e Slovacchia) o del 25% (Slovenia), altri, i più settentrionali, con incrementi dal 9% (Belgio e Olanda) al 12-14% (Austria, Finlandia, Germania). Meno bene quelli bagnati dal Mediterraneo (Francia e Spagna sotto il 5%), tra i quali tuttavia persino la Grecia era migliorata dell’8% prima di venire prostrata dalla crisi iniziata, come nel 1929, negli Stati Uniti.

Come spiegare un simile contrasto? Con una congiura collettiva architettata da Berlino ai danni del nostro paese? Con un capovolgimento del fatidico stellone più duraturo del solito? Con una presunta incompatibilità dell’euro, denunciata da qualche parte, con un apparato produttivo dominato dalle piccole e medie imprese, che però non mancano neppure in altri paesi, spesso privi invece di grandi aziende che pure esistono anche nell’Italia ancora industrialmente inferiore solo alla Germania, nell’intera Europa, e meno forte semmai nel settore dei servizi oggi considerato ovunque il più vulnerabile dalla crisi?

Non è il caso di chiamare piuttosto in causa l’inettitudine quanto meno relativa dei governi di Roma, la loro incapacità di sfruttare quella che per altri è stata evidentemente una buona occasione per progredire? Di eliminare o almeno ridimensionare macroscopici handicap esclusivi, o complessivamente superiori  a quelli altrui, quali lo smisurato debito pubblico (sia pure accumulato per lo più nei decenni precedenti), l’evasione fiscale di massa, la corruzione dilagante, la criminalità organizzata e lo sperpero di risorse alimentato anche dalla cupidigia della “casta”?

L’elenco potrebbe continuare ancora per parecchio, ricordando ad esempio una pecca più di dettaglio ma attinente all’argomento come l’utilizzazione in misura incredibilmente esigua, da sempre, dei capitali messi a disposizione dall’Unione europea per progetti di sviluppo adeguatamente congegnati. Oppure, volendo volare più alto, l’incapacità dell’intera classe politica di “rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e geografici degli ultimi venticinque anni”, stigmatizzata in questi giorni dal governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco.

A livello governativo le responsabilità vanno ovviamente ripartite pro quota, ovvero per il numero di anni (rispettivamente 8 e 2 scarsi) che hanno visto al timone nel periodo con l’euro le coalizioni di centro-destra e quelle di centro-sinistra, senza dimenticare la pesantezza di una parte dell’eredità da esse ricevuta. Questa comprendeva anche la laboriosa adozione dell’euro, generalmente ascritta fino a ieri a grande merito di governi di centro-sinistra o tecnici. Chi oggi preferisce classificarla invece come un demerito dovrebbe però ricordare che l’introduzione materiale della moneta unica, gestita da un governo Berlusconi, ebbe luogo in condizioni tali da consentire il raddoppio di gran parte dei prezzi sul mercato, mediante la conversione di mille lire in un euro anziché quasi cinquanta suoi centesimi secondo il cambio ufficiale. Il tutto per la gioia di vaste categorie di commercianti ma a danno dei consumatori e a scapito, anche qui, dei conti e della salute generale del paese.

A quanti poi sognano il ritorno alla lira come condizione per il rilancio della crescita e la salvaguardia della sovranità nazionale non vanno rammentati soltanto i deleteri effetti inflazionistici e sullo stesso indebitamento provocati in Italia dalle svalutazioni facili del passato. Anche in Germania si obietta ai nostalgici del marco che proprio la sovranità degli Stati nazionali, di qualsiasi Stato nazionale, è la prima a soffrire per derive e insolvenze come quelle generate in tutta Europa dalle sfrenate svalutazioni concorrenziali degli anni ’80.

Oggi il quadro europeo e mondiale ha subito in poco tempo trasformazioni epocali, tali da consentire che le integrazioni comunitarie vengano messe in discussione non solo nelle loro forme e per i loro requisiti contestuali ma anche per la loro convenienza tout court. L’esigenza o l’opportunità di rinunciarvi, collettivamente o singolarmente, vanno però dimostrate in modo persuasivo, tenendo comunque ben presenti le esperienze fin qui acquisite e astenendosi in ogni caso dal travisarle a piacimento. Senza dimenticare infine, come ammoniscono i pignoli tedeschi, che l’operazione sarebbe di per sé costosissima: effettuata per decreto, equivarrebbe ad espropriare di colpo milioni di cittadini.

Licio Serafini

COMMINERA’ SOLO LAVORI FORZATI LA MITE NORIMBERGA DI CASA NOSTRA

Sarebbe giusto che il tribunale dei vincitori, nella logica se non nelle imputazioni del 1945-46, giudicasse i governanti, i politici, i mandarini e i boiardi che in 68 anni hanno portato lo Stivale sull’orlo della bancarotta, forse della guerra civile. Nemmeno nella grande crisi dell’economia i futuri imputati di Norimberga hanno accettato di tagliare i costi e i furti della politica. Meno che mai gli sprechi per lo sfarzo, tipo Quirinale. La Norimberga di allora inflisse pene capitali, ergastoli e lunghe detenzioni. Quella del nostro futuro non remoto chiuderebbe nei campi di lavoro alcune migliaia di malfattori.

A Norimberga la giustizia dei vincitori condannò con asprezza non solo i capi del nazismo, anche i più alti militari del Reich: colpevoli soprattutto di avere conseguito troppe vittorie. Il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, che al momento della sentenza aveva invocato di morire fucilato, fu impiccato. Così pure il suo secondo immediato, il generale Alfred Jodl pianificatore di quasi tutte le conquiste. Il maresciallo Ewald v.Kleist morì prigioniero in Urss. Il collega Kesselring, sentenziato (a Venezia non a Norimberga) alla pena capitale, poi commutata, fu liberato dopo otto anni di carcere in quanto pareva in fin di vita. I marescialli v.Rundstedt e v.Manstein, quest’ultimo nipote di Hindenburg, furono graziati dopo lunghi anni di carcere.

Condannati anche i due ‘grandi ammiragli’ della Kriegsmarine, Erich Raeder (ergastolo) e Karl Doenitz (10 anni), nessuno dei quali poteva essere direttamente implicato nell’Olocausto o nelle spietate rappresaglie seguite alle operazioni partigiane nelle terre conquistate dal Reich. I marescialli Rommel, Kluge e Model si suicidarono in tempo.

Qui non è luogo a discutere sui delitti sanzionati a Norimberga e nei processi di minore rango -ma non con minore durezza: le impiccagioni abbondarono- celebrati nei vari paesi coinvolti nel secondo conflitto mondiale. P.es. gli americani giustiziarono il primo ministro nipponico (1941-44), gen. Hideki Tojo. Il colpo di pistola che si era sparato non lo aveva ucciso. Il suo predecessore, principe Konoye (si era pronunciato contro l’attacco a Pearl Harbor) si suicidò nell’imminenza dell’arresto. Giustiziato anche  Yamashita Tomoyoku, trionfatore sui britannici in Malesia, poi comandante di un gruppo d’armate in Cina.

Sarebbe lungo l’elenco dei politici filotedeschi e filonipponici colpiti dalla vendetta dei vincitori, da Vidkun Quisling, primo ministro collaborazionista della Norvegia, messo a morte a Oslo, a Josef Tiso, presidente della Slovacchia, giustiziato a Bratislava, al maresciallo Pétain (de Gaulle commutò la condanna capitale nella detenzione perpetua. Morì in prigionia, novantacinquenne).

Perché ci sia vendetta sugli sconfitti occorrono dei vincitori: si sosterrà perciò che in Italia nessuno potrà riaprire Norimberga. Forse andrà così, però non è detto. Il Regime-canaglia potrà essere abbattuto sia da un colpo di stato militare-politico, come in Portogallo, sia da una forte dilatazione della collera popolare che il recente 25 febbraio ha dato otto milioni di voti al movimento 5Stelle. Si aggiunsero gli astenuti, le schede bianche e quelle nulle.

Al momento non ci sono avvisaglie di Putsch né di sollevazione spontanea, anche se l’odio antisistema monta. Il M5S sembra caduto nella trappola micidiale del parlamentarismo e della manomorta costituzionale. Appare anche insidiato dalla cupidigia di casta. Tuttavia l’avvenire del Regime non è sereno. Se prevarranno, i nemici di quest’ultimo porteranno nelle gabbie degli imputati di Norimberga, poi nei campi di lavoro forzato, migliaia di gerarchi, di arricchiti di regime e dei loro eredi familiari e non. Inclusi quelli del rango supremo.

A.M.C.

LE NOTTI DI VALPURGA: RITI E CONNUBI SATANICI DELLA SILVIOLATRIA

Molti sospetti saranno leciti se la Cassazione o la Consulta salveranno Berlusconi. Se smentiranno due ordini di giustizia per amore di un pluricondannato, benché padrone di un partito e socio forte del governo. La Cassazione è fisicamente troppo vicina ai vertici della politica per essere impervia a ogni condizionamento. La Corte costituzionale gestisce direttamente la manomorta partitocratica imposta dai Padri e Nonni costituenti. Per i superlegali ingaggiati a vita dal Cav non sarà troppo arduo dare la vittoria alla prescrizione.

Se questo avverrà, i superlegali avranno una volta di più rafforzato l’anomalia italiana: un imputato al potere. Ma il responsabile finale dell’anomalia non è il plutocrate di Arcore, bensì la Sinistra italiana. E’ dal 1919, quando i socialisti massimalisti credettero di poter conseguire i successi dei bolscevichi russi, che la nostra sinistra rafforza il sistema che tenta di combattere. Un secolo di lavoro pour le Roi de Prusse. Un tempo questo Re era il capitalismo dei padroni; oggi è una loro mezzadria con le masse attraverso l’edonismo consumista.

Cominciarono, lo abbiamo visto, gli ammiratori domestici di Lenin capeggiati dagli aspiranti rivoluzionari Serrati, Bordiga e Gramsci. Presto quei fieri rivoluzionari dovettero scoprire che per praticare la violenza insurrezionale occorre essere più forti degli avversari. Erano più forti questi ultimi, i fascisti, a breve seguiti da quasi tutti gli italiani. Se il Duce non avesse fatto l’errore fatale del 10 giugno 1940, il suo regime sarebbe durato assai più di quello di Franco. Solo sotto il terzo o quarto successore del Duce i nostri intellettuali di sinistra avrebbero preso ad attenuare il loro entusiasmo per le opere del Regime, bonifiche pontine, colonie estive e Accademia d’Italia incluse. Fossero nati il giusto numero di anni prima, i Matamoros del nostro progressismo furibondo sarebbero stati fascisti , pressocché tutti.

Arrivò la Resistenza e il PCI fece  credere agli idealisti -quali Orazio Pizzigoni di ‘Internauta’, forse il più giovane tra i partigiani feriti gravi nei giorni della liberazione- che combattevano e uccidevano per far nascere un mondo migliore. Invece ebbero l’onta dei crimini di Stalin e il mondo del One per Cent, del Cav e della Casta. L’oligarchia che ci opprime e deruba è la combutta tra gli opportunisti eredi del togliattismo e gli opportunisti del vecchio ceto padronale.

In ogni caso la gente, gli abitatori dello Stivale, non ha più perdonato il parabolscevismo del 1919, la ferocia gappista del 1944-45 e, dopo d’allora, sessantotto anni di sinistrismo buono a niente. Risultato: pur di tentare di espellere la Gauche dal potere i più tra i nostri connazionali  scelgono ad occhi chiusi tutto ciò che non è sinistra: prima il monarchismo giolittiano, poi il fascismo, la DC, Craxi, Berlusconi. Tutto ciò che la Gauche tocca, appassisce. Non per niente il “Dizionario  Moderno” di Alfredo Panzini (Ulrico Hoepli, Milano, 1927) reca alla voce ‘gauche’: “parola francese, talora  usata nel senso di malpratico, maldestro, inetto, goffo”.

Se oggi ci incupisce la prospettiva che alla fine l’imputato Berlusconi trionfi, la colpa finale è della Sinistra, la quale nel 2019 compirà un secolo di sconfitte per mano della maggioranza sociologica. Un giorno, avendo un piede nell’Aldilà, il Cav dovrebbe diseredare figli, mogli, madame ed escort e lasciare la propria fortuna alla nostra Gauche, che tanto ha fatto per la sua gloria.

Eppure l’interrogativo resta: punire la sinistra sì, ma perché tanta Silviolatria in alcuni milioni di stivalesi? Alla loro testa il Pdl urla uno sdegno implacabile contro i magistrati, specie contro la corte d’appello milanese. Ma non dovrebbe il Pdl ringraziare Dio per una condanna che in teoria potrebbe liberarlo di un presidente lubrico e imbroglione?

Resta un’ipotesi cui nessuno sembra aver pensato: la Silviolatria come culto satanico. Nelle notti dei sabba medievali le streghe e i praticanti la magia nera si accoppiavano tra loro e col Diavolo. Questo spiegherebbe la foia delle Amazzoni e dei Falchi che tumultuano sotto i palazzi di giustizia. Ma per la cieca fedeltà al Cav dei benestanti e dei would be benestanti è tecnicamente difficile immaginare che partecipino in massa agli sconci accoppiamenti e alle liturgie orgiastiche della Walpurgisnacht. Per tenere a bada le sinistre merovinge (=buone a niente), oltre a tutto co-dirette dal Vezzoso di Bisceglie- non basterebbero  dei semplici Monti e Casini?

Porfirio

CASTELPORZIANO & VILLA ROSEBERY: PIU’ SFARZO PER IL BENE DEL POPOLO

Perché dovremmo amare la Patria d’oggi allorquando tambureggiano le storie di quotidiana infamia, dai tentativi di dotarci di vettori da guerra spaziale al trattamento principesco di trombati alla Gianfranco Fini, dal dogma che i patrimoni privati e pubblici non si toccano all’indifferenza per un suicidio al giorno? Il nostro è uno Stato-canaglia:

All’aprirsi del Secondo Settennato del Lord Protettore della democleptocrazia il ‘Corriere della Sera’ ha pubblicato, peraltro con signorile leggerezza di tocco, il seguente minimalismo (cm 11 x 3): “Avrebbe usato materiali e manodopera della tenuta presidenziale di Castelporziano per costruire mobili per la sua abitazione privata. Per questo l’ex segretario generale della presidenza della repubblica Gaetano Gifuni è stato condannato dal Tribunale di Roma a un anno e 5 mesi di reclusione, pena sospesa. Condannato a 4 anni e 6 mesi per irregolarità anche il nipote di Gifuni, Luigi Tripodi, che gestiva la tenuta”. Il 7 ottobre 2012 il ‘Corriere’ era stato più duro: “PRIMA condanna” aveva intitolato il suo pezzo su un verdetto che intimava a Gifuni, a suo nipote e ad altri figuri della basse-cour dell’ex segretario generale di risarcire lo Stato per fatti sui quali noi scriventi siamo male informati. Ci limitiamo a rilevare che Gifuni, quando era iperciambellano della Reggia (sotto Ciampi e Napolitano) era, nella dizione corrente, “potentissimo”; cioè beneficiava in grande dei privilegi elargiti ai Proci dalla repubblica sorta sugli eroismi  e sugli assassinii della Resistenza.

Quale che sia l’integrità della gestione della tenuta di Castelporziano, denunciamo il fatto stesso che la tenuta esista, sia presidenziale invece d’essere stata venduta alla fine della monarchia, costi molto e impieghi troppa gente, inclusi guardaboschi, cacciatori, palafrenieri e burocrati più o meno integerrimi. La tenuta si estende per 5892 ettari (quasi 59 milioni di mq), comprende una spiaggia riservata lunga 3,1 km, campi coltivati e pascoli per 750 ettari. Il resto, a foresta, è probabilmente la più ricca della penisola in specie botaniche e animali ( come tali richiede ‘cacciatori’ e palafrenieri a carico del contribuente).

Ovviamente i benefici in salute e in spirito della grande oasi, -molto amata dai Savoia, specie i più amanti della caccia- non vanno solo all’austero monarca e alla consorte donna Clio, nonché ad altri familiari ed intimi della First Family. Vanno anche a parenti, conoscenti e coinquilini dei millesettecento corazzieri, consiglieri, maggiordomi e lacché  della Reggia. Non sarebbe giusto negare loro le dolcezze del paradiso in terra: Dopo tutto c’è anche nella basse cour chi ama cavalcare, cacciare, fare gratis (al top dell’eccellenza) altre attività ritempranti.

Ci inorgoglisce pure il fatto che la Prima Famiglia possa contare, oltre che sui 180 mila mq del Quirinale e all’Eden di Castelporziano, anche di una residenza a Napoli: villa Rosebery, un gioiello del neoclassico partenopeo, già appartenuto a lord Rosebery, nel 1894 successore di Gladstone quale capo del governo britannico. Tuttavia qui il similquirinale conta solo 66.000 mq. Noi non sappiamo di quante residenze estive goda il Bundespraesident germanico; sappiamo invece che Camp David, la residenza di montagna del presidente USA nel Maryland settentrionale, è un grosso e disadorno chalet, ben meno fascinoso delle nostre dimore e parchi di corte.

Peggio per gli americani: non si fossero ammutinati contro Giorgio III, ne avrebbero ereditate di dimore dinastiche da valorizzare oggi in spirito di democrazia! Potrebbero trattare il loro presidente con la sontuosa larghezza che pratichiamo sul Colle Più Alto, a Castelporziano e a villa Rosebery. Larghezza più che meritata: l’anno prossimo saranno 60 anni che Giorgio serve disinteressatamente il Paese, senza interruzioni. Cominciò a 28 anni anni, quando Palmiro Togliatti lo notò e lo fece deputato. Non ci sono saloni e parchi che bastino per dire la riconoscenza del popolo, Casta ed esodati/inoccupati/suicidi col gas compresi.

A.M.C.

“DON’T BE STUPID, BE SAFE” – CAMPAGNA PER L’ABOLIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI

ICAN (International Campaign for the Abolition of Nuclear weapons) ha creato Goodbye Nukes, una petizione internazionale per abolire le armi nucleari in tutto il mondo. Internauta è felice di diffondere questa petizione!

Per vedere il video esilarante che promuove questa campagna, vai al seguente link:

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=QdU2tgWrwys

Per firmare la petizione, questo è il sito di ICAN:

http://www.goodbyenuk.es/petitions/new

PERCHE’ IL CAV PERMANE NEL POTERE

Tutti sanno che l’Impero romano fu costruito dalla Repubblica, non dagli imperatori (questi ultimi per trecento anni lo allargarono, poi lo persero). Reggevano quasi sempre la Repubblica i due consoli -ma nei momenti di pericolo comandava un dictator  da solo, sospese tutte le altre magistrature- e in antico i consoli erano solo patrizi. Invece nel 367 a.C. la Lex Licinia Sextia ammise che nel consolato ci fosse un plebeo. Nel 172 si decise che entrambi i consoli potessero essere plebei. Ciò premesso, la situazione d’oggi, a partire dal voto del 25 febbraio, non è all’incirca quella voluta dalla legge Licinia Sextia: un Berlusconi in ogni consolato?

E come spiega, la fazione dell’altro console, il fatto di non  riuscire ad espellere Silvio dal potere, pluriprocessato e detestabile com’è? La fazione se lo spiega, ma non ha l’onestà di rendere confessione. Diciamolo noi, che ci sentiamo più giustizialisti della suddetta fazione. La maggior parte degli italiani hanno, storicamente, un’opinione così bassa delle sinistre buone a niente che a loro preferiscono il pregiudicato Berlusconi. Gli perdonano tutto, pur di scampare al consolato di soli sinistri ai sensi della legge del 172 a.C.

E perchè le nostre sinistre godono di così poca stima? Risposta, perché un politico indigeno di parte progressista, persino se ex-operaio, persino se sindacalista vocato alle questioni più concrete -contratti, tabelle orarie, pause per WC, turni, ferie- si crede obbligato a riferirsi ai precetti degli intellettuali, semi-intellettuali, cantanti, cineasti e imbonitori d’area. I quali si sentirebbero sminuiti o cedevolardi se lasciassero perdere le categorie dei libri, dibattiti e sceneggiate ispirati alla presa della Bastiglia. Se lasciassero perdere la sicumera delle propria superiorità ideale. Gli intellettuali d’area non riconosceranno mai che dopo un paio di secoli di pre- e post-bolscevismo la ricchezza si concentra più che mai nei conti correnti e nelle particelle catastali dei ricchi. Non riconosceranno mai che, questo essendo il risultato, i duri partigiani del popolo dovrebbero farsi da parte, abbandonare la sobillazione petulante, ripudiare il settarismo.  Dovrebbero dimettere la coerenza col passato ed  evangelizzare l’uomo della strada -coll’esempio, coi fatti e col costume di vita- piuttosto che mobilitare i vecchi seguaci in parte rincitrulliti. Per abbassare il proprio tasso di insincerità, dovrebbero voltare le spalle a Capalbio e alle terrazze mondane, smettere di farsela coi simpatizzanti ricchi.

Gli intellettuali hanno letto, scritto, presentato, recensito troppi libri, spesso stupidi; hanno fatto troppi convegni tra confrères  per ricercare le vie dell’empirismo e della concretezza. Si impegnano troppo sul ribadirsi di sinistra, al massimo sull’analizzare gli errori compiuti a sinistra, per riuscire a migliorare le prospettive della loro causa.

Così la gente, compresi i morti di fame, preferisce che nel consolato non manchi mai l’arcicampione della parte abbiente. Così l’uomo della strada si sente protetto  dagli intellettuali d’area.

Porfirio

FABIO MALAVASI: The stiudentis (lo studentese), la nuova lingua a Medicina

Gli studenti che tentano le prove di selezione per la Facoltà di Medicina hanno una prima delusione di fronte ad una certa facilità dei quesiti o per lo meno per una loro stranezza.  I pochi fortunati che superano la prova hanno una seconda fonte di delusione quando scoprono che i primi anni di Medicina sono basati su nozioni di anatomia, biologia, genetica, chimica e biochimica. Gli studenti mal comprendono questa inspiegabile punizione, scalpitando invece per salvare vite umane e fare grandi scoperte. Viene ripetuto loro che questo non è possibile e devono proprio adattarsi a studiare le basi molecolari della vita.

Gli studenti allora elaborano due distinte strategie, differenziate in base al sesso: le future dottoresse si armano di santa pazienza, seguono le lezioni/esercitazioni con grande cura e prendono degli appunti tridimensionali a 4 colori in cui compare tutto quanto detto, fatto, proiettato e anche solo pensato a lezione. Molte di queste dottoresse sbancheranno tutti nella vita professionale.

I futuri dottori maschi invece usano un approccio virile, “di questa roba qui non me ne frega niente”, e così via. Rimane tuttavia il piccolo scoglio degli esami, che lo studente maschio ha già scoperto (di anno in anno gli studenti si trasmettono appunti, ma anche modi di sopravvivere) come superare con astuzia. I test scritti a domande multiple vengono agilmente svicolati grazie all’aiuto della componente femminile, che ha studiato e quindi sa. Lievissimamente più difficile superare quei pochi esami ancora condotti su base orale. Il limite intrinseco di un esame del genere è rappresentato dal fatto che al docente richiede tempo ed energie molto superiori a quelli scritti. In compenso, il colloquio è in grado di fornire una valutazione abbastanza accurata non solo sulla conoscenza del campo, ma anche sulla personalità dello studente e il suo potenziale al di fuori nel campo specifico.

Per lo studente invece rimane la necessità di rispondere a domande specifiche, insomma quelle che richiedono di avere studiato.

Negli ultimi anni lo studente ha escogitato una strategia basata sulla sottrazione del tempo. E’ noto che un docente medio non “tiene” oltre i 15-20 minuti, per cui si tratta di occuparlo al massimo con l’impiego strumentale della lingua nota come studentese. La genetica insegna che quando si fondono cellule di specie diversa si ha un rigoglio nella progenie. E questo è confermato dagli ibridi che si ottengono nella pratica linguistica quando si fondono insieme linguaggio di film, televisione, giornali gratuiti, messaggi sms e soprattutto internet.

Prima di tutto, lo studente saluta con uno squillante “salve”, che si riteneva confinato alle preghiere dedicate alla Vergine, all’inno all’Italia di Virgilio e che invece è entrato in linea diretta come traduzione filmica dello yankee “hello”. I più colti giungono al “buondì”, generalmente ritenuto prodotto industriale della Motta, mentre invece è considerato dagli studenti una forma rispettosa di saluto.

Superato questo trascurabile scoglio, lo studente entra caldo a rispondere alla prima domanda, ad esempio un banale “che cosa è la cellula?”. Questa domanda diretta viene affrontata con un approccio del tutto indiretto. Lo studente usa “per quanto riguarda la cellula, praticamente questa è costituita da…”, con guadagno netto di alcune frazioni di secondo. Qui iniziano le fusioni somatiche fra cose orecchiate  qua e là ma legate fra di loro da “praticamente”, “tra parentesi”, “tra l’altro”, “peraltro”, “comunque”, “effettivamente”, “sostanzialmente”, “fondamentalmente”, “è scientificamente provato” (queste ultime parole lunghe). Il tutto seguito, preceduto e inframmezzato da “apparentemente”, recente acquisizione dal Dr. House. Una esposizione inframmezzata da frasi laterali porta ad una dendifricazione in grado di fornire un guadagno di tempo più significativo, e soprattutto incrina la capacità del docente di seguire quello che sta ascoltando.

La vecchia precauzione di seguire il verbo per monitorare il flusso logico viene abilmente sventata dallo studente, che spara una serie di ulteriori legami verbali fusi in un conclusivo “ovviamente”. I circuiti neuronali del docente vanno incontro alle prime claudicatio, ma questi con sforzo estremo cerca di rifarsi chiedendo chiarimenti diretti su aspetti prima definiti neri e poi bianchi. Allora lo studente tira fuori il primo degli assi che ha nella manica, costituito dallo strumento noto come “assolutamente”. Absolutely è un termine cui il Merriam-Webster attribuisce un preciso significato: in mano studentesca diventa invece una pasta plasmabile al bisogno, soprattutto quando non seguito da nulla. Qui il docente cade nella trappola dialettica, chiedendo espressamente perché la prima risposta è nero, seguita poi da bianco.

Lo studente sorride con sicurezza e con un certo compatimento e accede al secondo asso, rappresentato da “appunto”. Grazie al linguaggio televisivo, “appunto” è entrato nella conversazione generale per fortificare, contraddire, ingenerare dubbio, dare un che di erudito alla conversazione, in sostanza un inutile iterativo significativamente adottato dagli studenti come un riempitivo temporale, ma anche risolutore dialettico.

Il circolo del Willis del docente tira gli ultimi (vista anche la crescente età media del corpo accademico) e l’appannamento generale fa sí che di fronte ad un ultimo “appunto” che lega fra di loro due risposte completamente in contraddittorio il professore si arrenda, cali le sue difese e confessi a se stesso che in fondo altri lo bocceranno. Lo studente invece comincerà a segnare le sue tacche personali: anche questo docente fregato. Appunto.

FABIO MALAVASI: IL PROVINCIALE ALL’UNIVERSITA’ – LA FOTOCOPIATRICE

L’anno era il 1981 e il giovane Ricercatore era ritornato da Stati Uniti e Svizzera pieno di energie e nuove idee. Queste includevano il fatto che anche in Italia si poteva costruire, basta che ci fossero energie e finanze adatte. Una soluzione per il secondo punto venne dalla frequentazione con Paolo M. Comoglio, il quale aveva allora lanciato il Gruppo di Cooperazione in Cancerologia che raccoglieva le giovani promesse della Facoltà. Un indotto non trascurabile di questo fu il suggerimento di cominciare a presentare progetti all’AIRC acquisendo rapidamente un grant da 30 milioni di lire. Cifra molto importante a quel tempo, pari a circa 1/3 del bilancio dell’Istituto di Genetica Medica.

L’acquisizione di una indipendenza finanziaria slegata dal Direttore Universitario e da quello del Centro CNR portò a rotture di equilibri interni. Un rifiuto del Direttore dell’Istituto di approvare l’acquisto di una macchina da scrivere Xerox con memoria e uno schermo pari ad una linea di scrittura venne accolta con un pubblico “Non importa, pago con il Gruppo”, che lasciò tutti di stucco per la sorpresa ed anche per la irrispettosa novità.

Questo fu l’inizio di uno stillicidio di piccole contese e scaramucce con l’Università, che cercava in ogni maniera di attribuire al piccolo gruppo del Ricercatore la responsabilità di tutti i problemi dell’Istituto di allora.

Quella volta Mario arrivò dalla scala del pianterreno con le mani volte in avanti, sventolando e anticipando grandi ripercussioni da parte del Direttore d’Istituto. “Stavolta l’hai fatta proprio grossa” disse sibillino Mario.

Il Direttore seguì a ruota e fece una scenata pubblica, accusando il Ricercatore (in quell’anno neo promosso Associato), dicendogli che lui e il suo gruppo avevano stampato fotocopie per un importo pari a 174 milioni di lire.

Necessaria precisazione: tra le innumerevoli innovazioni tecnologiche, il Prof. Ceppellini aveva introdotto forse la prima fotocopiatrice in Italia, fornita dalla Xerox in affitto. Di questa si pagava un tanto a foglio, che veniva conteggiato mensilmente in base a un contatore. Ogni mese la mitica Signora Anna, una principessa segretaria di Ceppellini, chiamava la Xerox Italia e con la sua voce flautata comunicava la cifra corrispondente al consumo mensile. La Xerox a sua volta fatturava un importo finale pari a 23 lire/pagina, corrispondenti a 1-2 milioni di lire. In genere, queste fatture erano saldate dal Centro CNR (anch’esso fondato da Ceppellini), che finalmente pagava.

Apparentemente il Luglio/Agosto di quell’anno, il gruppo Malavasi doveva aver fatto un bel po’ di copie.

Sopravvissuto alla filippica del Direttore Universitario, il Ricercatore fece l’ovvio passo universitario, che è quello di prendersela con i giovani e subordinati. Fu vivacemente ricordato che fotocopiare i paper non significa leggerli né studiarli e che la bellissima biblioteca sempre aperta (altro dono/insegnamento del Prof. Ceppellini) consentiva di preparare la propria cultura senza riempire gli spazi di cumuli di carta gli spazi di laboratorio.

I giovani di allora ascoltarono il tutto, ma con la freddezza dei neuroni meno stressati fecero due conti e cercarono di capire quante copie dovevano essere state fatte per raggiungere una cifra così astronomica. Il numero di copie pari al valore poteva essere raggiunto solo se quattro persone avessero fotocopiato giorno e notte per sette mesi.

Cominciò a balenare la tenue possibilità dell’errore tecnico da parte della Xerox. Interpellata, questa escluse sdegnata ogni possibilità del genere, perché tutto era fatto tramite calcolatori, a loro volta connessi con una delle prime reti che collegavano il mondo occidentale. Un errore del genere di puro conteggio doveva essere escluso, d’altra parte non si riusciva allora a capire come poteva essere stato raggiunto il numero. Di nuovo interpellata, la Xerox escluse anche sovrapposizioni con altri Centri CNR e quindi il problema era ritornato ad essere solo di Torino.

Iniziò allora una sottile investigazione interna sulle modalità con cui le fotocopie erano gestite dal CNR, il cui Centro di Immunogenetica ed Istocompatibilità era stato creato dal Prof. Ceppellini per fornire una struttura finanziaria all’Istituto a gestione universitaria, e quindi povera. Tale Centro aveva in carico Ricercatori, Tecnici e una Segretaria, la signorina Garetti. La Signorina Garetti (nota anche come Miss Garrett, che forniva un tocco di internazionalità al tutto) aveva un pregio impensabile ora: con la sua Divisumma Olivetti faceva andare una struttura che oggi con computer e tecnologie enormemente superiori richiede 7 amministrativi guidati da un manager di altissimo livello. La sua gestione era rapida, tutto rintracciabile, tutto scritto su appositi libri e le fatture ai fornitori e soprattutto i rimborsi ai Ricercatori pagati all’istante. Nel suo studio piano terra aveva una piccola cassaforte, dove teneva soldi cash per piccole emergenze. Miss Garrett era quello che una volta si definiva “vita sola”, anche se viveva con la madre.

Miss Garrett aveva però un piccolo difetto rappresentato da balbuzie, non importante nella vita quotidiana, non percepibile in ambiente amico, ma ingravescente in pubblico e soprattutto in contatti telefonici. Per questa ragione, il Prof. Ceppellini l’aveva messa nel suo ufficio da lei organizzato in maniera germanica e da cui raramente usciva, se non per rapida puntata al caffè fatto con rigorosa Moka. I contatti esterni erano tenuti dalla Signora Anna, che di persona e al telefono incantava tutti e tutto andava bene. Nelle sue rare assenze, la Signora veniva sostituita da Miss Garrett con grande insoddisfazione sua e di tutti gli utenti. Infatti Miss Garrett aveva una di quelle balbuzie, in cui il portatore deve completare la parola e la frase. Finché ciò non era avvenuto, partiva la raffica di abortivi tentativi, che si riflettevano anche in bollette telefoniche alte. Ulteriore insoddisfazione veniva quando uno chiamava da fuori e tentava di farsi passare un numero interno dal centralino. Questo diveniva un’avventura epica e di alto costo in gettoni, in quanto la Signorina doveva completare il nome del richiamante, che avveniva generalmente quando finiva l’ultimo gettone. Queste azioni così complesse lasciavano pesanti agitazioni e nervosismo in Miss Garrett, che si sfogava lanciando la cornetta contro il centralino. La Stipel provvide a fornire il primo centralino rivestito in legno a scopo protettivo.

Anche quell’Agosto Miss Garrett aveva avuto l’ingrato compito di stare al centralino e rispondere alle telefonate. Fortunatamente quegli anni erano caratterizzati da lunghe vacanze e quindi le chiamate erano molto poche. La Xerox aveva invece organizzazione rigida e richiedeva di sapere il consumo anche in Agosto. La comunicazione alla Xerox sul numero di copie era spesso foriera di ansie e nervosismi, in quanto dall’altro capo del filo vi era una segretaria di marcato accento milanese, fine, chiaramente intenta alla cura dell’unghia e alla sua colorazione con colori vivaci. Insomma, vi erano tutti i presupposti che fosse una procace signorina, già di suo disturbante nell’immaginario di Miss Garrett.

Il centro del Broca è quello della zona del cervello che è un importante coordinatore della parola. Tutti i circuiti neuronali di Miss Garrett erano circondati da fattori solubili, legati alla sua ansia montante e a qualche rancore contro il mondo, un po’ avaro con lei.

L’indotto sul centro del Broca è che questo tendeva a spezzare le parole, finché il circuito non si chiudeva completamente con la parola completa. Lievemente diverso con la gestione dei numeri, anche essi spezzati finché non compariva il numero detto per intero.

La procace (e sicuramente indifferente) Segretaria della Xerox prestò moderate attenzioni alle parole della Signorina, che comunicò i numeri del mese.

333333 77777 22 444 999 11. La scelta del grassetto evidenzia il momento in cui i circuiti del Broca generavano il numero completo. La Signorina Xerox era decisamente ignara di neurofisiologia e prestò pochissima attenzione a questo dettaglio, semplicemente trascrisse sul suo computer il numero intero pari a 21 cifre, né fu nemmeno sfiorata dal fatto che non avesse mai visto una sequenza così fuori dall’ordinario nelle altre macchine. Non accadde nulla per tutto il mese successivo, fino a quando non fu emessa la fattura finale, spedita per Posta espressa. Aprendo la busta, Miss Garrett fu elettrizzata da una scossa per scoprire una cifra tanto al di sopra della norma, e tanto superiore alle possibilità del Centro. La Signorina si fiondò subito dal Prof. Ceppellini, che bofonchiò alcune cose sulla burocrazia italiana, mentre al Basel Institute for Immunology tutto andava come un orologio. Congedata bruscamente, la Signorina si attaccò alla catena del comando, che prevedeva il Direttore dell’Istituto il quale sbiancò e generò una serie di “santocieli” che bloccarono Cleide e Mario subito accorsi.

179 milioni di lire erano una cifra che in quegli anni avrebbero messo in ginocchio chiunque: il Direttore fece una rapida riflessione e subito pensò al gruppo del Ricercatore già abituato a spendere e spandere diversamente dai rigidi criteri di frugalità pienamente di moda.

Seguirono due mesi di inferno caratterizzati da successive investigazioni interne ed esterne, fino a quando Carlo Savina suggerì l’ipotesi di lavoro giusta e si giunse a comprendere l’arcano. Il sorriso rilassato del Ricercatore si spense quando da una telefonata trionfale alla Xerox ricevette come risposta che loro non potevano farci più nulla, in quanto il tutto era già finito al calcolatore centrale, ad Omaha, Nebraska.

A questo punto non rimaneva che chiamare l’Headquarter della Xerox per telefono. Quelli erano anni in cui già chiamare fuori Torino era un’impegnativa intercomunale, figurarsi l’America, ove dovevi passare tramite il centralino internazionale. Superato anche questo scoglio, emerse una difficoltà semantica nella descrizione di quanto era avvenuto e soprattutto di dare credito ad una situazione di moderata verosimiglianza.

Dall’altra parte del telefono c’era la fenocopia della segretaria milanese, stavolta con l’aggravante di un inglese perfido. Il tentativo di spiegare che un caso di stutter aveva causato questa situazione fu accolto da una serie di “what?”, “you should be kidding”, “never heard that”, “let me think about”. E’ verosimile che questa richiesta abbia raggiunto i più alti livelli del management americano di allora e il numero stratosferico sia stato cancellato dal CEO in persona.

Fabio Malavasi

Dopo un altro mese di sofferenza, rancorose recriminazioni, astiosi ricatti, la situazione fu rasserenata quando in Istituto arrivò un plico di busta aerea indicante che la richiesta era stata accettata e la fattura annullata. La Signorina e il Ricercatore festeggiarono a lungo la liberazione dall’ansia accumulata. Nulla cambiò nell’Istituto. I giovani continuarono a fare pile di fotocopie, nell’ipotesi che per dialisi le notizie passassero dalla carta al neurone. L’unica variante fu che Miss Garrett (con grande soddisfazione personale) fu esonerata dal servizio agostano e la Xerox fu così tollerante da accettare la comunicazione del consumo di carta in Settembre, al ritorno della principessa Anna.

REO SUBITO chi non chiuderà e non venderà la Reggia

“Un giorno sarà reato da impeachment non chiudere e non vendere il Quirinale” intitolavamo giorni fa. Sbagliavamo. Non ‘un giorno’ bensì ‘oggi’ è il reato, persino più grave di quel che credevamo. Abbiamo appena appreso che il numero delle sale e saloni della Reggia è controverso: “c’è chi ne calcola 800 e chi quasi 2000, considerando le adiacenze e dipendenze e trascurando una chiesa e qualche cappella”.

La superficie coperta è dichiarata di 180.000 metri quadrati: ci vivrebbero 2000 famiglie medie (in realtà il quintuplo, o più, se si soppalcasse). I giardini papali/reali misurano 4 ettari “dai quali si domina la città eterna, ornati di statue antiche, piante rare e arricchiti perfino da una fontana musicale”. Insomma, uno dei misfatti più grossi del papato cinquecentesco, operati da pontefici praticamente tutti finiti all’Inferno.

Il giornalista di corte Marzio Breda, nell’introdurre con orgoglio due intere paginate del ‘Corriere’ sulla nostra Versailles, segnala con signorile distacco che “al Quirinale c’è troppo poca intimità; troppo affollata la corte di persone che ti si muove intorno, ricorda Mario Segni, che ci veniva a trovare il padre Antonio, capo dello Stato”.

La Reggia dei papi nemici di Cristo richiede 1720 dipendenti: personale militare e forze di polizia distaccate, 819; personale comandato e a contratto, 102. Personale di ruolo,799. I costi, sempre secondo le due pagine apoteotiche del ‘Corriere’, 243,6 milioni (bilancio di previsione 2013), di cui: per il personale in servizio 53,8%, per pensioni 37,1%, per beni e servizi 9,1%.

Inorgogliamoci un po’ di più: il Reggimento dei Corazzieri -così utili anzi imprescindibili- esige altezza minima 1,90 e la perfezione nel cavalcare i destrieri, “nonché le moto Guzzi California”. Infine, ora sappiamo che Enrico De Nicola, primo inquilino della Reggia, era insignito di 2 onorificenze, Antonio Segni di 10, Cossiga di 35, Napolitano di 13. E’ evidente che sulla distanza l’istituzione quirinalizia va rafforzandosi, al contempo virando verso rinunce spiccatamente penitenziali.

Dunque 180.000 mq. L’intero Campidoglio di Washington, sede delle due Camere del Congresso, non va oltre 56.000 mq,: roba da edilizia proletaria rispetto al palazzo dei 30 papi, 4 re sabaudi e 12 presidenti della repubblica più di tutte le altre voluta e presieduta da compagni di lotta dei lavoratori. Peggio: “in confronto al Quirinale, la Casa Bianca è una casetta di campagna” (Francesco Merlo, di ‘Repubblica’. Comincia a guadagnarsi meriti, F.Merlo). Sulla facciata della Casa Bianca si contano due dozzine di finestre; quante centinaia su quella della reggia dei papi, che per costruirla affamarono i poveri?

Parliamo fuori dei denti. C’è qualcuno che, con metà dei giovani senza lavoro, un milione di persone che nel 2012 non ha ricevuto alcun  reddito e il dramma dei suicidii, non veda l’infamia di tenere aperta per vanagloria una Versailles che costa oltre dieci volte il giusto e dove papa Francesco si vergognerebbe di entrare? Per una sede più piccola, più consonA ai tempi che viviamo, dovrebbero bastare 150 ciambellani e lacché, non 1720. Gli stipendi e i vitalizi di questi pochi risulterebbero, come sono, spregevolmente alti. Andrebbero miniaturizzati, previa cancellazione generale dei ‘diritti acquisiti’ che valgano più di duemila euro al mese.

Papa Bergoglio ha tolto 25 mila euro annui a ciascuno dei cardinali preposti allo IOR. Noi invece paramarxisti e simili ci teniamo la Versailles del colle più alto. Luigi XVI e Maria Antonietta che si ostinavano col loro Ancien Régime finirono di ghigliottina. L’intera famiglia allargata dello Zar del 1918 fu sterminata. Noi virtuosamente indulgiamo: e sì che il nostro Buckingham Palace non attira abbastanza turisti.

E’ innegabile la ferocia di destinare un quarto di miliardo l’anno  allo sfarzo pretenzioso anzi comico, allorquando i programmi collettivi vengono tagliati incessantemente. Martellano ogni giorno le notizie sull’aggravarsi della povertà degli umili, sulla chiusura di imprese, sui gesti di disperazione mortale: tragedie che sarebbero alleviate, persino scongiurate, se ripudiassimo le categorie e le spese della rappresentanza, i precetti del cerimoniale, le prassi del protocollo e della diplomazia: imperativi e obblighi tutti deteriori, ripudiati sempre più largamente dai tempi che viviamo. Se le cancellerie e le ambasciate si offendono, facciamone a meno.

Non chiudere il Quirinale -nonostante il suo mostruoso valore immobiliare- è l’espressione estrema di uno spirito reazionario, anzi folle (Bufalino, lo scrittore, chiama mascalzoni coloro che non vogliono cambiare niente). Investire tante risorse nel trattamento di un sommo dignitario aveva un senso, sia pure odioso, quando il capo dello Stato, il sovrano, era l’Unto dal Signore.

Non in un futuro indeterminato, bensì a breve, entro il secondo mandato di Napolitano, occorrerà metter fine al fasto monarchico attorno al Primo Cittadino. Se volesse cancellare il misfatto dei fondatori della repubblica/traditori dello spirito repubblicano, nonchè delle undici presidenze che hanno preceduto l’attuale nata ieri, Napolitano dovrebbe motu proprio cancellare quasi tutti i riti quirinalizi, obsoleti e colpevoli, anzi dolosi.

Altrimenti dovranno essere i segmenti di punta del paese, in testa i giovani e le schiere sempre più folte dei disgustati, a mobilitarsi, a denunciare, ad esigere. Lo sfarzo è malazione e scandalo, è negazione sfrontata dei principi di una collettività responsabile, è insulto al millenario ideale della semplicità repubblicana. Statisti e governanti che recidiveranno nell’affronto andranno processati e impeached.

Antonio Massimo Calderazzi

I SOLDI: VIRUS DROGA CANCRO DEI PARTITI

Anche il noto docente Marco Revelli, su ‘Repubblica’, si è cimentato nel calcolo di quanto  ci costano i partiti. Ha aggiunto ai rimborsi elettorali diretti “l’enorme massa del finanziamento indiretto: i 250 milioni annui erogati a deputati e senatori; i circa 3 miliardi annui a 150 mila eletti regionali,  provinciali, comunali; altri 3 miliardi allo sterminato esercito dei titolari di incarichi e consulenze per l’amministrazione pubblica, reclutati in base alle appartenenze partitiche; oltre ai 2 miliardi per i 24 mila membri di nomina politica delle circa 7000 società partecipate”. Totale, 8250 milioni. Riprende Revelli: ” Poi bisognerebbe tener conto del trend, davvero esplosivo, per cui la campagna elettorale del 2008 è costata alle casse pubbliche dieci volte più di quella del 1996. Intendiamoci, la tendenza è generale. Kennedy e Nixon nel 1960 avevano speso rispettivamente 9,7 e 10,1 milioni di dollari. Obama e Romney, nel 2012, 2 miliardi!”

Quest’ultimo rilievo sottolinea, giustamente, che se l’Italia è la vittima più sciagurata della cleptocrazia, i partiti e i politici hanno un costo esorbitante in tutte le democrazie all’occidentale; dunque -diciamo noi- sarebbero da castigare, meglio, da abolire, dovunque: “Ovunque il bisogno di denaro dei partiti aumenta esponenzialmente, in proporzione diretta alla crisi della fiducia”.

Il paginone di ‘Repubblica’ dedicato il 31 marzo alla ‘protesta contro i costi della politica’ segnala in proposito vari libri, dal Manifesto per l’abolizione dei partiti di Simone Weil a La mucca pazza della democrazia di Alfio Mastropaolo (Bollati Boringhieri), da Contro l’industria dei partiti di Ernesto Rossi (Chiarelettere 2012), a Oltre il sistema rappresentativo di A.Chiti (Franco Angeli 2006). Sempre nel paginone, Sebastiano Messina sottolinea che la legge, stesa da Flaminio Piccoli, sul finanziamento pubblico fu approvata a tempo di record: bastarono 16 giorni dalla presentazione perché apparisse sulla Gazzetta Ufficiale. E addita l’ipocrisia della dizione ‘rimborsi elettorali’: “Nel 2008 le spese reali per le campagne elettorali sono risultate da un terzo a un undecimo di quanto erogato dallo Stato (…) Il partito più organizzato, il PD, ha 180 dipendenti. Perciò, quando Grillo lo invita a rinunciare al finanziamento pubblico, Bersani sa che accettare quella sfida sarebbe per il suo partito una vera rivoluzione. Una rivoluzione francescana.”

“Le democrazie malate: il virus del troppo denaro”. Si intitola così la risposta di Sergio Romano a una lettrice che da Sidney, Australia lo scongiura di darle “un po’ di speranza, se esistano alternative alla democrazia”. L’ex-ambasciatore non si lascia intenerire: “La storia della democrazia parlamentare è anche storia di ambizioni molto terrene e di persone che approfittano del loro status pubblico per arricchirsi. Ma non è facile ricordare un altro momento storico in cui due capi dello Stato francese, un presidente del consiglio italiano, un premier spagnolo, un cancelliere tedesco, un folto gruppo di ministri, un governatore americano (dell’Illinois) e alcuni senatori degli Stati Uniti siano stati sospettati di malversazioni e in alcuni casi indagati, multati o condannati da un tribunale del loro paese. Se l’immoralità fosse un virus e si propagasse nella società come un bacillo dovremmo giungere alla conclusione che è scoppiata un’epidemia. Il bacillo è il troppo denaro che unge da qualche decennio le ruote della democrazia. L’ultima campagna presidenziale americana è costata 5 miliardi di dollari. Quando le somme sono così importanti, il denaro ha molto spesso un costo politico (…) Non credo, cara signora, che i nostri sistemi democratici siano condannati ad estinguersi sotto il peso del denaro. Ma questa volta, per uscire dal pantano, occorre una lunga quaresima. Sogno un periodo di vita democratica in cui ogni ministro dell’economia, delle finanze e del bilancio, al momento di prendere le sue funzioni, faccia un breve discorso d’insediamento per dire ai suoi connazionali: “D’ora in poi il mio nome sarà Francesco”.

Le desolate citazioni che precedono compongono probabilmente la più superflua delle cose di ‘Internauta’. Non sono decenni che sappiamo d’essere ostaggi della camorra della Partitocrazia? Fino a quando il voto di protesta/odio contro i politici e i partiti non raggiungerà i due terzi del Paese non avremo alcuna speranza. Sorgano allora un secondo e un terzo Grillo, se il primo non saprà crescere. Anzi esplodere.

Porfirio

NON TIRA ANCORA LE CUOIA LA REPUBBLICA DELLA NOSTRA DISDETTA

Chi dice che lo Stellone d’Italia sta tramontando? Intanto perdura la somma tra le eccellenze: siamo la più longeva, anzi l’unica viva, tra le dieci Repubbliche della Malasorte che hanno segnato la storia contemporanea d’Europa. La Federazione iugoslava imposta dai mitra di Tito fu quella che resisté più a lungo, 46 anni (1945-91). Seguirono, per vent’anni, la Polonia, gli Stati baltici e la Cecoslovacchia, nazione inventata a Versailles a spese dei Sudeti e degli slovacchi (i quali ultimi si vendicheranno secedendo). Spirarono a 14 anni la repubblica di Weimar uccisa da Hitler e la  Quarta francese, meritoriamente liquidata -assomigliando parecchio alla nostra- da Charles De Gaulle. Quella di Spagna, proclamata nel 1931, fu spezzata in due dai cannoni del 18 luglio 1936; era morente nel 1938 dopo la sanguinosa e fallita offensiva rossa dell’Ebro; cessò di vivere la primavera successiva.

Gli spagnoli si erano dati un primo stato repubblicano nel 1873; non arrivò a due anni.

Il nostro regime resiste grazie, abbiamo detto, allo Stellone. Peccato sia abominevole, un regime-canaglia. Ha già battuto tutti i record conosciuti di corruzione e di saccheggio dei politici professionisti. A livello delle menzogne ufficiali vanta una Costituzione ispirata alla socialità, ma i suicidi dei miseri e degli sfortunati si succedono incessanti. Per gli esodati e per quanti hanno perso il lavoro o la dittarella non c’è soccorso che non siano i pasti caldi e gli abiti usati delle parrocchie. La Malarepubblica d’Italia non può elargire buoni-viveri ai più poveri, ma in compenso ordina cacciabombardieri al top delle prestazioni, sommergibili d’attacco e altri equipaggiamenti dal costo proibitivo. E’ recidiva nelle missioni militari all’estero, mercenarie al servizio degli USA ma a carico nostro.

Come scriveva sul ‘Corriere’ un accreditato giornalista di palazzo, Franco Venturini, “esistono grandissime probabilità che quella dell’Afghanistan non sia una guerra vinta (…) ma noi dobbiamo ragionare solo sulla base dei nostri interessi”. Venturini non ha paura del ridicolo, perciò argomenta che combattere nell’Afghanistan – violando la Costituzione architettata dai legali dei partiti ladri- è nel nostro interesse. “Esistono spese -sentenzia il giornalista di corte- che vanno al di là dell’equazione contabile; che sono utili al Paese anche se ne aggravano il passivo; che difendono valori come le alleanze internazionali”. Per gli orbaci dei grandi media la soggezione a Washington è un valore.

Questo è in effetti il pensiero dei governanti ex-antiamericani, comunisti ed equiparati (Prodi, D’Alema, Napolitano, più il borghese impeccabile Mario Monti, cui è andata la bocciatura degli elettori) che ci opprimono: i “nostri interessi” esigono di non badare a spese se è Wahington che richiede (ma non paga) i nostri mercenari). Scongiurare i suicidii non è nell’interesse degli italiani. Ed ecco  che per sette anni ha presieduto e incarnato noi tutti un personaggio che, già luogotenente di Togliatti e seguace di Stalin negli anni che minacciarono il terzo conflitto mondiale, giorni fa è andato alla Casa Bianca a chiedere il rinnovo della patente di atlantismo. Il nostro congegno è tale che persino un eversore d’ingegno come Grillo, appena conseguito un bel successo elettorale, si fa catturare dai giochi parlamentari invece di indebolirli a spallate.

Se quanto precede non squalifica abbastanza gli appaltatori della pessima tra le repubbliche, c’è lo sconcio della priorità tassativa che essi assegnano al vano prestigio dello sfarzo. Il mondo sa che da noi comanda la gentaglia, dotata però di splendide dimore. Non un palazzo di rappresentanza è stato venduto, non un’ambasciata inutile è stata chiusa. Non uno dei gioielli comprati a carico del popolo dalle varie dinastie principesche della Penisola è stato messo all’asta. Per ospitare l’esponente più ‘alto’ dell’oligarchia teniamo aperta la reggia più pretenziosa in assoluto. “Esistono spese che vanno al di là dell’equazione contabile, che sono utili al Paese anche se ne aggravano il passivo”.

I senza reddito abbiano pazienza: fieri come sono che la nostra Malarepubblica resista, mentre le altre nove sono morte.

Porfirio

FABIO MALAVASI – Il Provinciale va all’estero

Era un’estate calda, meteorologicamente ed anche per altri motivi. La situazione a Ferrara era alquanto instabile e la scelta di lasciare l’Arcispedale S. Anna criticata da tutti, genitori in prima linea. La situazione si sarebbe ulteriormente aggravata se avessero saputo che lo stipendio di un prestigioso Assistente Ordinario della Università nel 1978 era di ben L. 123.000 mensili, 1/5 dello stipendio degli anni d’oro all’Arcispedale. Fossero poi venuti a conoscere il fatto che il figlio aveva cominciato a vendere le moto collezionate negli anni precedenti avrebbero avviato le pratiche di dismissione della potestà famigliare.

La vita in Torino era decisamente diversa da quella di Ferrara, prevedibile e piena di consolanti conforts, ma le differenze positive venivano amplificate in modo tale da non dovere ammettere un errore così grossolano di scelta professionale. A lenire i limiti economici erano gli aspetti della vita di ricerca in un Istituto allora sulla cresta dell’onda internazionale.

La vita di laboratorio era assai soddisfacente: il complesso Carbonara/Cleide era una miscela vincente di cultura, tecnica e buon senso, nonostante lo stillicidio di tentativi di Mario di intervenire. C’erano poi Curtoni e i suoi trapianti, Patriccia e la Mariadunqueclara che lavoravano su HLA e trapianti. Ma l’anima centrale era Ruggero Ceppellini, semplicemente il Professore, il quale piombava in ogni occasione giorno e notte (preferibilmente la notte) per discutere di importantissimi esperimenti, per richiedere copie di lavori essenziali o per avere aiuto semplicemente per cambiare una lampadina.

Gli elementi chiave dell’amministrazione dell’Istituto erano la Signora Anna, anziana signora di raffinata educazione e di ottima presentazione, e la Signorina Garetti, raccolta dal Ceppellini a 15 anni dalla cassa del Caval’d Brôns. Solo la prima aveva fisico e look sufficienti per tenere testa al Professore.

E proprio quell’estate il Professore doveva andare in una località chiamata Aspen a fare un seminario ad invito per la ristrettissima mafia degli addetti ad HLA e basata sugli allora nuovissimi anticorpi monoclonali. Era strategia del Barone quella di farsi accompagnare da un servo multi-servizio, una scelta sviluppata nel corso degli anni con certo successo. Con altrettanto successo era stata escogitata una sottile tattica di rifiuti da parte dei potenziali prescelti, i quali sapendo in anticipo degli appuntamenti del Maestro si defilavano con rodata agilità.

Stavolta il Maestro optò per una soluzione molto più raffinata e ripiegò su una tattica che includeva addirittura concessioni ad una valutazione introspettiva dei potenziali bersagli. Innanzi tutto non comunicò a nessuno dell’impegno ad Aspen, fece una scelta per una persona ancora vergine nel campo, e quindi l’ultimo Assistente Ordinario entrato in servizio. L’operazione cominciò con azione diversiva basata su uno stupefacente invito a cena da Galli, il ristorante di fronte alle Molinette, dove venivano gestiti tutti gli affari accademici e ospedalieri negli anni ’70. Quando la cosa non rivestiva una qualche forma di interesse diretto, si optava per la ben più economica Cinzia, una trattoria di Via Madama Cristina, caratterizzata da mefitici odori fin dalla porta di entrata.

Ragione ufficiale della serata era quella di fare il bilancio dei primi mesi ufficiali a Torino e programmare il futuro scientifico dell’Istituto e di conseguenza del giovane ricercatore. La cena incominciò con una serie di valutazioni positive sull’operato del giovane Assistente, che solo dopo qualche anno capì che questa era la classica introduzione generale di operazioni in cui c’era solo da perderci. Il Professore continuò, ma al tempo stesso non nascose le sue critiche (si intenda, costruttive) basate sul fatto che il giovane ricercatore non aveva esperienze importanti all’estero, presentava ancora limiti culturali, scarse esperienze nel lavoro di tipo scientifico, elementi tutti vagamente scusabili per chi proveniva dall’Università di Ferrara, almeno di allora. Insomma, il Professore concluse che bisognava combattere questo provincialismo di base con operazioni programmate, ma che avrebbero sicuramente migliorato i risultati futuri.

Il Professore all’improvviso chiese (era fine Luglio 1978) quali erano i piani per il week-end del giovane Assistente. Le opzioni erano semplici da enumerare, passavano dall’andare a Ferrara oppure starsene a casa a leggere e studiare. Un silenzio carico di commiserazione da parte del Barone fu sufficiente per dire che la risposta non andava bene: ”Perché non viene con me ad Aspen?” L’Assistente era sì provinciale, ma era stato indipendentemente a Chicago e New York in anni antesignani. Scambiò Aspen come uno dei sobborghi della Grande Mela e rispose affrettatamente sì tra i complimenti del Maestro, che apprezzava risposte pronte e rapide, e la sua personale accezione di ubbidienza assoluta.

Finita la cena, l’Assistente andò a casa (viveva in quel tempo con un gruppo di studenti baresi, esperti in disegno tecnico e soprattutto di preparazione dei cibi) e alla comunicazione della prossima uscita per Aspen gli amici suggerirono di portare gli sci, ricordando i recenti campionati delle Olimpiadi. Il dato fu confermato sull’Atlante Zanichelli, che mostrò che la località era sita in Colorado, ben 22 cm lineari a ovest di New York sulla pagina grande. Il dramma personale dell’Assistente fu secondo solo a quello per la Signorina Garetti, che dovette organizzare un biglietto aereo Torino – Aspen. Naturalmente il Professore avrebbe viaggiato indipendentemente e con mezzi propri da Basilea.

Regola di allora del CNR era una rigorosa valutazione dei costi, una priorità rispetto ad eventuali ma nemmeno considerati desideri del ricercatore. Non veniva favorita la via più corta ma solo la più economica, indipendentemente da durata, scali, modi e compagnie di volo.

Dopo giorni di dure contrattazioni telefoniche (il suo mezzo di lavoro non prediletto), la Signorina Garetti si presentò con un biglietto multistrato di fogli filigranati rossi e bianchi, con l’ultimo foglietto che faceva Aspen. Il viaggio incominciò in pullman a Torino fino all’aeroporto di Malpensa, quindi economico (sconto dipendenti dello Stato) Alitalia fino a Chicago con due giorni di spazio proprio. A questo seguiva un Lockheed L-1011 diretto a Denver, lasciando l’aeroporto O’Hare di Chicago, una struttura che allora non aveva pari nel mondo. Anche l’aeroporto di Denver, la “città alta un miglio”, non scherzava per nulla, era solo molto più ordinato e pulito  e la popolazione sembrava costituita da studenti americani da film.

A questo punto c’era l’ultima tratta, operata dalla Aspen Airways. L’Assistente con sue valigie Samsonite rosse al seguito cominciò a cercare la Compagnia, passando tra le notissime allora fino alle giapponesi o asiatiche mai viste prima. In mezzo a questi padiglioni luccicanti e svettanti di hostess mancava la Aspen Airways.

La richiesta specifica ebbe una complicata descrizione, seguita da un fortunato disegno di una piccola mappa: alla fine la sede di partenza della Compagnia fu raggiunta in posizione decisamente defilata. Aspen Airways possedeva un solo aereo, forse l’ultimo DC3 ancora volante dopo aver partecipato al ponte di Berlino nel ’45, guidato da un pilota che si era fatto le ossa sui B-29 in Giappone. Il servizio di sicurezza era costituito da anziana signora che con cercamine WWII spazzolava il davanti e dietro dei passeggeri alla ricerca di eventuali armi. Precauzione in realtà quanto mai non necessaria, in quanto tutti i passeggeri si conoscevano di persona e rappresentavano abituali commuters che da Denver andavano a lavorare ad Aspen. Erano abituati da anni al mezzo di locomozione, per cui la partenza dell’aereo a pistoni fu accompagnato da paurosa sorpresa solamente da parte del ricercatore di Ferrara, cui il Dakota sembrò vibrare addirittura di più di un’automotrice sulla rampa del Secchia.

L’aeroporto di Aspen ha l’ampiezza di un campo da calcio, che al posto delle consuete porte ha due muri dritti costituiti dalle Rocky Mountains. La tecnica di atterraggio adottata dal DC3 fu molto semplice: il pilota si lasciò semplicemente cadere ad un lato del campo da calcio, trattenne l’aereo quando giunto a pochi metri da terra e poi incominciò una frenata per evitare il vallo roccioso che delimitava l’altro lato del campo. L’Assistente ripercorse in questi lunghissimi momenti gli istanti più belli della propria vita, proponendosi di non toccare mai più linee aeree che fossero ben note ai più.

Le valigie vennero portate in un banchetto simile a quello di una cocomeraia, ma distribuiti con gentilezza e il tipico buon umore wasp sprizzante dalle popolazioni della costa Ovest. Gli accordi con il Professore erano stati chiari fin dal principio: Lui in persona sarebbe venuto a prenderlo all’aeroporto di Aspen e – cosa più importante – avrebbe portato con sé l’anticipo in contanti che il CNR di allora forniva alle sue persone in missione.

Il Professore naturalmente non c’era, ma il fiducioso Assistente aveva l’indirizzo del suo hotel, ove contava di trovarlo e soprattutto di trovare l’aiuto finanziario in anni pre-carta di credito.

Fortunatamente la città di Aspen è molto ricettiva e fu trovato un hotel dall’aria dimessa e quindi sicuramente economica. Fu tentato un contatto telefonico con l’Italia per avere notizie del Professore, ma nessuno sapeva dove era.

Il Meeting incominciava 3 giorni dopo, per cui ci fu il tempo di visitare Aspen, simile a Cortina e che aveva tutto per colpire i ricchi turisti californiani, compreso un teatro dell’opera. I giovani poi sceglievano il rugby invece del popolare football americano.

La cassa del povero Ricercatore italiano cominciava ad assottigliarsi pericolosamente e il Barone non arrivava con i promessi sostegni finanziari. Si fece vivo solo il giorno prima dall’inizio dell’incontro, dopo avere viaggiato in prima classe (a spese Roche) assieme a Philip Levin (a spese Johnson & Johnson ) e a Ben Pernis (a spese della Columbia). La cassa dello champagne consumato nel lungo volo era stata democraticamente condivisa dai grandi Professori.

Il Professore stazionava in un lussuoso hotel, ma aveva assolutamente bisogno di un aiuto per la sua presentazione. Parlando tra i fumi dell’alcool, dai compagni di viaggio aveva avuto nuove idee e ora voleva colpire l’attenzione di una platea costituita dal meglio delle Università che andavano per la maggiore.

L’idea era quella di fare un cromosoma 6 umano, con una esplosione che raccoglieva i geni allora noti per l’HLA. Il giovane Assistente propose di disegnare un cromosoma gigante che occupasse gli 8 metri della lavagna (rigorosamente verde) della mega sala conferenze. L’idea fu subito accettata. Furono scovate numerose confezioni di gessi colorati, mentre le linee rette del cromosoma vennero ottenute usando come riga l’asta della bandiera americana, senza conoscere la sacralità dell’oggetto. Le linee curve furono invece disegnate sfruttando il fondo di cestini. Dopo oltre 5 ore di lavoro ininterrotto, apparve un cromosoma 6 e una regione HLA molto avanzata e che conteneva qualche dato inedito.

Il Professore approvò compiaciuto e decise che l’Assistente (ridotto ad una maschera multicolore dalla polvere di gesso) meritasse un premio. Fu condotto (si sperava a spese Roche) in un ristorante di classe e messo di fronte alla scelta fra abalone e giant Alaska shrimp. Il punto interrogativo che visibilmente apparve sulla fronte del provinciale visitatore denunciò la sua chiara inesperienza nel campo. Per il Professore non era altro che la conferma di quanto gli aveva anticipato nel precedente incontro da Galli, ma si limitò ad affondare il coltello solo un po’, sufficiente tuttavia a ricordare l’esattezza delle sue previsioni. Suggerì di lanciarsi sul gambero, costituito da mostri marini con chele di dimensioni industriali. Secondo punto interrogativo: come si aggredisce un “cosa” del genere. “Tutto io devo insegnarle!” sbottò al limite della pazienza il Barone, che indicò pinze ex-chirurgiche adottate allo scopo, da usare assieme ad imbarazzante bavaglino. Superato l’empasse iniziale, il resto della cena fu affrontato allegramente. Alla fine, il Professore sbottò con un candido “Malavasi, paghi lei”, scusandosi per non avere ancora avuto tempo di cambiare i travellers’ cheques. Il mattino stesso avrebbe provveduto al rimborso.

E proprio quel mattino successivo iniziava il Meeting. All’entrata il big Professor fu accolto con gli onori degni del suo rango, che in parte ricaddero anche sull’accompagnatore Assistente, orgogliosamente dotato del primo badge della sua vita, in cui veniva addirittura identificato come membro del prestigioso Basel Institute for Immunology. La restituzione dell’importo della cena e la consegna dell’anticipo fu rimandata al pomeriggio, perché si stava avvicinando il tempo del suo speech e non poteva stare a perdere tempo con banalità disturbanti la concentrazione.

La sua conferenza fu fatta sotto il mega cromosoma 6, che attirò gli applausi della platea e fu completata dai risultati che Massimo Trucco e Gianni Garotta avevano preparato in Svizzera usando gli anticorpi monoclonali, il frutto dell’intelligente piano che Ceppellini aveva disegnato con Cesar Milstein in persona.

Lo speaker successivo fu Jack L. Strominger del Dana Farber di Harvard, grandissimo biochimico che portò lo studio dei prodotti HLA ai più fini livelli della tecnologia di allora. Relazione lunga, ma molto dettagliata e contenente dati mai prima comunicati. Durante la presentazione, il Professore scivolò agilmente dal suo posto nonostante la ingessatura residuo di incidente sportivo a Cervinia. Sibilò un imperioso “Malavasi, mi segua” e si diresse verso la stanza dove troneggiava un Kodak Carousel che proiettava le diapositive. Il Professore pose l’inconsapevole bystander a fare da palo di fronte alla stanza di proiezione automatica, mentre lui estraeva dal caricatore circolare le diapositive subito dopo la loro proiezione, guardandole con cura su un mini schermo interno. L’Assistente chiese timidamente al Professore che cosa stava facendo, ma fu subito zittito. Dopo un tempo interminabile scandito da un’ansia montante nell’Assistente che non capiva la situazione, il Professore uscì con aria soddisfatta dalla stanzetta e disse che ormai non aveva più voglia di perdere tempo ad Aspen e voleva ritornare a Basilea, dove lì sì che si lavorava. Chiedeva al giovane Assistente solo di accompagnarlo in taxi all’aeroporto, in quanto aveva delle comunicazioni da fargli importanti per la sua carriera.

I 20 minuti del tragitto per l’aeroporto furono impegnati in realtà a fare progetti su quello che lui avrebbe fatto, con vaghe possibilità di partecipazione anche da parte del giovane Assistente. All’arrivo lanciò un altro autoritario “Malavasi, paghi lei!”, tranquillizzandolo però con la promessa di raddoppiare da Basilea tutti questi anticipi.

Nonostante la perdita finanziaria secca, l’Assistente tirò un sospiro di sollievo pensando a come avrebbe potuto assaporare in pace i contenuti dell’importante Meeting. Fece un ultimo investimento con il taxi di ritorno alla Aspen Summer School, pronto ad affrontare sereno la comunità scientifica con i piccoli schizzi di gloria lasciatigli dalla conferenza del grande Maestro. Madornale errore di valutazione. Strominger era persona tracagnotta e di braccio tozzo e peloso. Era sulla porta della sala dei congressi, ove attendeva l’inconsapevole con un imperioso “You!”, indicando con l’indice il badge con l’affiliazione del Basel. Il tono era tutt’altro che amichevole: le giugulari del Prof. Strominger, ancorché della fine Harvard, erano gonfie e il suo inglese non propriamente bostoniano. L’anglo-ferrarese recepiva solo frammenti della crescente e irosa parlata: si riusciva tuttavia a capire che il Prof. Ceppellini aveva non solo guardato senza permesso le diapositive dello speaker, ma apparentemente ne aveva fatto incetta.

Le reazioni degli individui sono spesso poco prevedibili, tanto più in situazioni mai prima affrontate. L’Assistente fece ricorso al meglio dell’inglese di cui disponeva, spiegò che il Professore era partito, era già all’aeroporto. La salvezza venne nel ritrovare nel proprio archivio mnemonico il termine “paging”, un artificio che consente di lanciare messaggi negli altoparlanti di luoghi pubblici per contattare persone. Strominger fu lievemente placato da questa possibilità e il partente Prof. Ceppellini rintracciato ormai a Denver. La conversazione tra i due colleghi fu un esempio di mielosa accademia, con i vari “dear Jack” e “dear Ruggiero” intercalati da spiegazioni. Il Prof. Ceppellini si congratulò per la qualità dei risultati dell’illustre collega bostoniano e ammise di non avere saputo resistere alla tentazione (peraltro tipica dello scienziato) di guardare i dettagli di quanto aveva visto proiettare. Non escluse che l’eccitazione di fronte ai risultati da una parte e la ristrettezza della buia sala di proiezione avessero potuto fare cadere  qualche diapositiva. Qualche slide poteva essere addirittura scivolata nella briefcase, ma purtroppo aveva già checked il bagaglio per la Svizzera e avrebbe spedito da lì non appena arrivato. Strominger tentò di ribadire il concetto che le diapositive mancanti all’appello erano 52, ma sfortuna volle che fossero nella borsa già in cammino per Basilea con il suo aereo.

In realtà il Professore aveva fatto una scelta ulteriormente depistante: decise all’istante che sarebbe andato dal suo grande amico Luigi Luca Cavalli-Sforza a Stanford. I due si conoscevano dal 1945, quando erano neolaureati in Medicina. Includendo Umberto Veronesi, avevano formato un trio ed aperto un ambulatorio medico. Con i soldi ottenuti dalle famiglie, avevano fatto un investimento comune fu l’acquisizione di una bicicletta, assegnata a chi aveva il caso più urgente e grave.

Il Professore chiamò l’Assistente all’hotel e gli diede istruzioni per modificare totalmente il suo viaggio di ritorno: non si doveva tornare banalmente a casa, ma sfruttare il fatto di essere al centro del mondo per conoscere il mondo. Prima tappa sarebbe stata Denver, dove doveva visitare un suo importante amico che stava producendo anticorpi monoclonali anti-HLA. Istruzioni più precise sarebbero seguite in quanto il Professore doveva fare cose importanti all’Università di Stanford, costituite da un seminario, in cui le 52 diapositive furono ampiamente sfruttate e la loro paternità solo fumosamente attribuita.

L’Istituto del National Health Center era notissimo già da allora per le sue ricerche avanzate in immunologia e in istocompatibilità. L’Assistente giunse all’Istituto con le sue Samsonite rosse, senza conoscere nessuno e soprattutto sapere che cosa fare. Il Prof. Beck lo accolse con calore (la telefonata del Professore apriva allora tutte le porte) e fu subito inviato in Laboratorio per parlare con le persone che si occupavano del progetto di anticorpi monoclonali. Annaspò non poco ad interagire in lingue estere con i post-doc più aggressivi e preparati sul campo, ma trovò qualche forma di compromesso accettabile. Venne posteggiato nella Student House: non c’erano problemi di costi, in quanto da Basilea sarebbero giunti finanziamenti per affrontare le nuove ed impreviste spese sufficienti per il periodo da trascorrere in Colorado.

Tre giorni dopo il Professore chiamò nuovamente, si informò distrattamente dei progressi del lavoro e decise che probabilmente il Laboratorio di Denver non era la miglior scelta, di gran lunga superiore sarebbe stata quella di muoversi su New York. Lì c’era un Laboratorio all’avanguardia che stava validando una ipotesi di lavoro tanto cara al Professore, cioè che i geni di istocompatibilità fossero sullo stesso cromosoma e vicini a quelli delle immunoglobuline.

L’Assistente trasmise con grande imbarazzo al Direttore del Laboratorio l’ordine del Professore, di cui peraltro non si sapeva più dove fosse. Dr. Beck sorrise con comprensione paterna, data la grande familiarità che aveva con Ceppellini.

Le istruzioni ricevute erano chiare: dirigersi subito a New York e contattare Marcello Siniscalco allo Sloan-Kettering, il quale si sarebbe occupato di tutto. Oggi tutto ciò è parte delle abitudini del jet set scientifico, mentre allora ogni spostamento era sorgente di ansia, in particolare quando non c’era certezza su dove andavi e chi incontravi. L’origine provinciale era una ulteriore aggravante.

L’arrivo a New York fu semplice, compreso raggiungere lo Sloan-Kettering posta al centro di Manhattan. Lì fu accolto con grande calore partenopeo dal Prof. Siniscalco, stella della genetica internazionale, esperienza a Napoli, poi in Olanda ed infine a New York. In più, il Prof. Siniscalco era persona di grande charme personale, aveva moglie tedesca di bell’aspetto, già assistente del Direttore d’Orchestra Zubin Mehta.La loro casa era un punto di riferimento per la comunità scientifica italiana della grande metropoli.

La seconda sorpresa fu quella di trovare in quella sede il Prof. Ceppellini. Il Professore disse che forse New York era più adatta per le esigenze educazionali per un provinciale e cominciò subito ad anticipargli il suo desiderio che Torino partecipasse alla ricerca condotta al Mount Sinai Hospital, in cui si cercava la tanto vagheggiata associazione HLA ed immunoglobuline.

E l’istruzione cominciò subito. Fu presentato al Prof. Kurt Hirschhorn che dirigeva la Genetica Umana ed era persona altamente stimata assieme alla moglie Rochelle, altra importante genetista medica. L’incontro si svolse alla Cornell University, struttura diversa dallo Sloan-Kettering ma distante solo un centinaio di metri.

Giovane allieva di Rochelle Hirschhorn era allora Maria New, che con Ceppellini avrebbe trovato la prima malattia, il cui gene responsabile era posto all’interno della regione HLA.

L’incontro con i Siniscalco fu piacevole e rincuorante, in quanto Marcello aveva una affettività del tutto normale, anzi superiore. Questo significò invito a cene gradevoli (e soprattutto gratuite), piccoli anticipi finanziari in attesa che arrivassero i soldi dalla Svizzera e un incontro con la comunità scientifica che si trovava nella Grande Mela.

In quei giorni l’Assistente fu ospitato nella casa dei figli dei Siniscalco, temporaneamente in Europa per le vacanze estive. Il Professore alloggiava nella Guest House della Rockefeller University, elitaria università posta a 200 metri dal blocco che conteneva Sloan-Kettering e Cornell. A cena il Professore decise che importante tappa dell’educazione sarebbe stato l’incontro con il Prof. Henry Kunkel, il megaricercatore che aveva scoperto la struttura delle immunoglobuline. Il Prof. Ceppellini ammise benevolmente che ben comprendeva il desiderio del giovane Assistente di Torino di tirare fiato e di fare mezza giornata di relax: per questo aveva insistito per il privilegio di un incontro col Maestro in ore civili, in questo caso le 5:30 del mattino.

Il mattino successivo alle 5, l’insonne Prof. Ceppellini e il semi-addormentato Assistente si recarono all’incontro col Maestro, che peraltro aveva già avuto un incontro di lavoro: l’esperienza fu quella di una persona eccezionale, al di sopra di tutti gli standard prima affrontati e con una grande lucidità nella visione della ricerca medica. Alla fine del colloquio, rapido spostamento alla Cornell ed incontro con Maria New, già al lavoro. Decisamente un mondo diverso dai ritmi confortevoli di Ferrara e quelli sonnacchiosi di Torino.

Ormai il Professore aveva deciso: c’era un bellissimo progetto portato avanti da una giovane ricercatrice della Mount Sinai Medical School, che sosteneva l’ipotesi che i geni della istocompatibilità e quelli delle immunoglobuline erano localizzati in posizioni vicine sul cromosoma 6. Avrebbe trovato lui personalmente una sistemazione ove stare con tutti i conforts e provveduto ad una compensazione extra per pagare le spese nella grande città. Il giorno successivo, il Professore guidò l’inesperto provinciale all’Annenberg Building della Mount Sinai Medical School, una costruzione nuovissima posta tra la 5 Strada e Medison Avenue, top della ricerca e nel posto più di moda per gli occhi di un provinciale. Il giovane ricercatore era in realtà una ricercatrice sudafricana, Moira Smith, già avanti con gli anni, e che aveva dati che andavano contro le osservazioni di Carlo Croce, allora bambino prodigio di Hilary Koprowski del Wistar Institute di Philadelphia. Moira Smith non era certo una che facesse vibrare per carica di entusiasmo: tuttavia il Professore disse che si trattava di uno dei più avanzati progetti, il Laboratorio era oggettivamente molto bello e quindi la proposta fu accettata. Inoltre ci sarebbe stato il rimborso di tutte le spese anticipate per la missione in Colorado.

Il giovane ricercatore fu posto provvisoriamente nella casa della Young Men Hebrew Association (YMHA), la controparte della wasp e cristiana YMCA. La struttura era nota per avere una delle più belle sale da concerto per musica classica, una piscina al 7 piano, ma le stanze facevano apparire lo Spielberg una suite e tutto era guidato dalle regole della religione dominante.

Il ricercatore sistemò le proprie Samsonite e gli abiti, tra cui una bella collezione di Lacoste, residuo di antiche floridità economiche ferraresi. La parte finanziaria era drammatica, ma papà Antenore provvide con un piccolo sostegno dall’Italia.

Si trattava ora di fare un piano dettagliato di sopravvivenza, basato anche su un’attenta valutazione dei costi: il cibo era la prima istanza, ma ciò che si trovava nella YMHA aveva nomi oscuri e presentazioni di modestissimo appeal. Optò allora per gli enormi supermercati, dove potevi trovare di tutto ed anche imitazioni di cibo italiano, fatte per la robusta comunità italo-americana con altrettanto robusti stomaci. Si limitò ad acquistare una buona scorta di cibi consumabili nel loculo, che non necessitassero di cottura e che avessero anche un po’ di sapori di casa. Le baguettes formato USA furono l’accompagnamento per preparazioni di panini a base di salame, coppa e prosciutto, buoni succedanei di odori/sapori familiari.

L’inesperto ricercatore aveva trascurato una serie di piccoli ma vitali dettagli. Uno era la Security, termine allora non di moda in Europa, indicante che quelle strutture che avevano uno o più poliziotti privati che controllavano le ID, un surrogato in plastica che faceva testo più di un documento di identità. Il passaporto non aveva alcun valore. I signori della Security dellaYMHC avevano in testa un berretto da poliziotto ma sotto portavano un curioso zuccotto, indicante che appartenevano alla Comunità ebraica di New York, allora la più forte anche in termini numerici.

La Security aveva un compito di assicurare che gli entranti avessero il diritto di entrare (vedi ID) e che venissero rispettate le regole della Comunità Ebraica. Una delle più importanti era che il cibo doveva essere approvato e certificato dal rabbino. La Security con zuccotto lanciò una sospettosa occhiata ai sacchettoni di cibo, che lanciavano messaggi olfattori ben precisi sul loro contenuto. “Is this stuff kosher?” chiese con fare burbero, accento di Brooklyn e sospetto dipinto in volto, l’addetto alla sicurezza. L’inglese era quello che era, il provinciale pensò si trattasse del nome di un cibo locale e tenne a precisare con regionale orgoglio che invece si trattava di salame, coppa e prosciutto. Erano anni che in una struttura della Comunità non si vedeva un affronto del genere e il Security man chiese aiuto al suo collega, travolto dalla ripugnanza e dalla sorpresa.

Ancora una volta, l’inesperto visitatore non capì bene cosa stava accadendo ma la prudenza campagnola suggerì una poco dignitosa ritirata con il sacco degli affettati, consumati nel Central Park. Decisamente la YMHA presentava difficoltà adattative per gente della Bassa.

Intanto, il Prof. Siniscalco cominciava a presentargli tutti i giovani ricercatori italiani presenti nella città e che costituivano una rete solida di mutuo soccorso in un ambiente poco incline a sfumature mediterranee. Uno dei primi ad essere conosciuto fu Roberto Sitia, che con la moglie Iaia formavano la coppia più bella e raffinata della comunità. Ottimo inglese, esperienze precedenti, sicurezze familiari formavano il cocktail vincente per un ricercatore all’estero. In più, Sitia aveva un ottimo background fornito dall’Università di Genova.

Bob (Sitia era per tutti Bob) capì che era di fronte a un caso un po’ difficile e prese a sua volta il subappalto della educazione del nuovo visitatore. La prima tappa fu l’uso della “cafeteria”, il punto nodale dello Sloan-Kettering, ove i post-doc e gli junior scientist si scambiavano (poco) i risultati ed impressioni e cercavano invece di strappare confidenze e dati degli altri. L’elemento più difficile erano le interazioni con gli addetti alla mensa. L’addetto tipo era in genere costituito da persona dell’altra robusta comunità, quella nera, molto spesso coinvolta in lavori più umili, oltre a questo non è che brillasse per la qualità dell’inglese, decisamente poco comprensibile anche ai locali. Sitia era già passato attraverso queste, per lui, sciocchezze e ordinò un qualche cosa totalmente incomprensibile al visitatore. Questo fu preso da piccolo attacco di panico per la coda premente e per la incapacità di individuare qualcosa di civile. Abbozzò un timido “the same” che gli garantì un “hamburger, rare, to go”. Nessuno a Ferrara o in altre scuole di inglese aveva mai accennato a questi tre minacciosi termini indicanti, un hamburger al dente da portare via. Il tutto fornito da adeguato lancio da professionista di baseball, con conseguente colata di schifosi succhi e accompagnato da Coca Cola (localmente ed esclusivamente Coke) con quantità industriali di ghiacci di dubbie origine e pulizia. Nulla poteva fare una differenza maggiormente percepibile dagli incontri allo “Spuntino Campagnolo”, salame affettato in obliquo, copia di pane all’olio e vinello bianco spumante e adeguatamente ghiacciato.

Altra conoscenza fu Patrizia Ammirati, ricercatrice romana del gruppo Aiuti, giunta con una bella collezione di foulard di Hermes e sete europee. Era giunta nel Laboratorio di Bob Evans, gemmato da Boston de Schlossman e che guidava l’unità di Cell Sorter allora la chicca tecnologicamente più avanzata dello Sloan-Kettering. Persona molto demanding, aveva iniziato un duro trattamento con Patrizia, che dopo qualche mese ebbe qualche sbandamento reattivo. La situazione si agrravò quando la povera a una nuova richiesta di lavorò sbottò con un “basta!”, scambiato dal bizzoso Evans come “bastard”. Solo il potenziale di mediazione di  Siniscalco riuscì a sanare la lacerazione, che avrebbe significato ritorno immediato a Roma.

Altra persona di interesse fu Paolo Antonelli, che lavorava da Dupont, ricercatore danese della prima generazione HLA. La caratteristica più interessante dell’Antonelli era in realtà quella di essere fidanzato con Giny Dymbort, allora tecnica del Laboratorio di Evans e che costituiva uno dei primi ponti con la comunità americana reale. Inoltre Giny era carina di per sé, dotata di grande humour ebraico alla Woody Allen e viveva nel building dello Sloan-Kettering alla 78° Est, subito acquisito come centro di cene civili preparate in casa. Il giovane Assistente cominciò a sentirsi circondato da un ambiente amichevole e cominciò ad aprirsi, raccontando anche le sue vicissitudini di inizio carriera. Il racconto “Malavasi, paghi lei!” divenne un must relazionale e l’interpretazione si ampliava ogni volta. E ogni volta cresceva la comunità ascoltante, nessuno si stupiva in quanto alcuni avevano storie di gran lunga più pesanti e complesse ed altri addirittura dolorose. A questi gruppi partecipava anche il giovane Augusto Cosulich, delle omonime linee Cosulich, grande famiglia di armatori triestino-genovesi, che avevano in New York una base molto importante di trasporti. Augusto e la bellissima moglie e il più piccolo abitavano non i loculi tipo YMHA, nemmeno gli studio degli altri giovani ricercatori, ma vivevano in un appartamento vero e ricco di conforts. Lo stesso facevano gli appartenenti all’altra comunità di Manhattan, costituita da gente che lavorava nelle banche italiane. Questi vivevano in appartamenti veri, avevano stipendi significativi e prestavano attenzione anche a quello che avveniva nella città. L’inesperto Ricercatore aveva notato che esistevano delle differenze logaritmiche fra quartieri posti a Est, le Avenues centrali. Altre aree erano invece drammaticamente degradate e addirittura era difficile e pericoloso entrarci. Ed esempio, andare a trovare Paolo Tonda alla Columbia Medica era avventura da ricordare andandoci con la metro, appena più facile ma non certo confortevole arrivare alla Columbia di Lettere, posta alla 116 Ovest.

I bancari invece guardavano con occhio interessato proprio queste aree più degradate dove comprovarono numerosi appartamenti a due (duplex) o tre (triplex) piani per qualche migliaio di dollari, rivenduti negli anni successivi per molti milioni di dollari.

Il lavoro Mount Sinai iniziò subito: infatti, il Professore partito improvvisamente per l’Italia e Basilea spingeva moltissimo perché la competizione nel campo era alta. Il Laboratorio di Moira Smith era bello e ricco, inserito nell’Unità di Medical Genetics al 16° piano, da cui si godeva una vista mozzafiato sul water reservoir del Central Park. Certo, la visione era un po’ più aulica che non il semplice Po su cui si affacciava l’Istituto di Genetica Medica e la divisione di Medical Genetics era al centro di interazioni con tutti. Robert J. Desnick era assatanato cultore di una visione metabolica della genetica e della possibilità di correggere terapeuticamente difetti con trattamenti di enzimi purificati. (continua…)

Fabio Malavasi

FABIO MALAVASI – Un Provinciale alla corte del Barone di Torino

Era stata una svolta epocale avere ottenuto un posto di Assistente Ordinario presso il Servizio di Medicina Nucleare dell’Arcispedale S. Anna, il primo in assoluto a Ferrara data la novità della materia. Il periodo iniziale all’Ospedale di Ferrara era stato uno di più gradevoli e formativi in assoluto, mettendo a frutto quanto imparato da studente negli Stati Uniti nel 1972. In più l’ambiente era altamente piacevole, ricco di humour creativo, di sottile ironia e soprattutto di dileggio generalizzato.

Il servizio militare e l’Istituto di Genetica Medica a Torino erano stati un’altra cosa: ambiente diverso, persone cresciute con storie del tutto differenti e speculari a Ferrara e su tutto aleggiava l’ombra del Maestro, presente anche quando assente, forse ancora più allora.

Il Prof. Carbonara aveva mantenuto contatti con l’Assistente Ospedaliero, ritornato nel 1976 a Ferrara al termine del militare: alla fine si era giunti ad una qualche forma di accordo per un ritorno. Il mitico Prof. Ceppellini controllava tutto a distanza e aveva suggerito che la prima posizione da occupare fosse quella di Tecnico Laureato. L’Assistente, che aveva già raggiunto un alto livello all’Arcispedale S. Anna, storse il naso a sentire una posizione tecnica: l’ipnotico Maestro tuttavia lo convinse che quella era la strada più rapida e sicura per entrare, non mancando di ricordargli che lui non aveva fatto la necessaria gavetta universitaria.

Rimuovendo questo dettaglio minore, il 14 Marzo 1977 l’Assistente in aspettativa dall’Ospedale caricò la sua 2CV 403 cm3 di salami, prosciutti e cappelletti e partì a moderata (scelta obbligata) velocità per Torino, ove era atteso dai primi amici torinesi per cena in Via Vittorio Emanuele 100.

Arrivato in città verso le 18, cercò questa Via con insuccesso, ottenendo indicazioni vaghe e contrastanti. La gente sembrava non capire o non collaborare. Scese allora dall’auto e chiese deciso ad un signore alla fermata del tram dove si trovasse questa malefica Via Vittorio Emanuele. L’uomo rispose sicuro che a Torino non esisteva alcuna Via Vittorio Emanuele. Stupore dell’Assistente seguito da frenetica ricerca del foglio, che confermava esattamente Via Vittorio Emanuele 100. Con accento piemontese, la persona ipotizzò tollerante che forse potevasi trattare di Corso Vittorio Emanuele, quello sì esistente in Torino. L’Assistente capì che si stava aprendo un capitolo non facile di vita sabauda.

Grazie alle seguenti e stavolta precise indicazioni (e alla acquisizione concettuale di Corso), l’Assistente Ospedaliero raggiunse verso le 19:15 l’indirizzo desiderato, parcheggiò la sua 2 CV nel parcheggio del controviale (altra novità) e si avvicinò baldanzoso verso il numero 100. Porta robusta, di bel legno, maniglie di ottone splendente, ma decisamente chiuso. Cercò allora la fila di campanelli, ma questi non c’erano o non erano visibili. La stanchezza del viaggio (5 ore con massaggio prostatico prolungato causato dal vibrante bicilindrico della Çitroen) cominciava a fare sentire i suoi effetti, il desiderio di una cena in ambiente amichevole avrebbe aggiustato tutto. C’era solo questo piccolo problema dei campanelli, ovviamente in tempi pre-telefonino.

Cominciò a ispezionare con cura superiore le varie porzioni della porta, ipotizzando un mascheramento ligneo o altri abbellimenti cittadini, ma senza successo. L’ispezione della porta non passò inosservata all’immancabile passante piemontese, scosso dalla novità di quello che si presentava nel portone. Il passante si fermò, chiese gentilmente, ebbe una gentile quanto imbarazzata risposta di persona che semplicemente chiedeva di entrare nell’appartamento (subito corretto in alloggio), ove era atteso per cena. Erano ormai giunte le 19:30-45, l’ora in cui a Ferrara c’era l’ineludibile impegno della vasca con aperitivo finale al Bar Europa.

Stupito, il passante piemontese borbottò che trattavasi di richiesta ben strana, in quanto generalmente non si andava  a casa della gente dopo cena e, in questi casi fuori dall’ordinario, ci si andava accompagnati dall’ospite. Segno ulteriore che confermava che la vita a Torino nasceva sotto cattivi auspici, confermato poi dal fatto che gli ospitanti erano già nel più avanzato dopo cena.

Il mattino successivo una corroborante doccia fresca fece arrivare l’Assistente in Istituto assai sveglio per il primo giorno di lavoro ufficiale. Non certo una novità, ma una piccola emozione per un cambio epocale di lavoro in tempi pre-Fornero, in cui chi ne aveva uno (e ben pagato) se lo teneva altrettanto stretto. L’ansia giocò un brutto scherzo già quel mattino, in cui dimenticò di avvitare il rotore alla centrifuga Sorvall americana (dono di Ceppellini), che giunta attorno ai 3-400 giri fece un balzo di un paio di metri. Sopravvivendo alla prima settimana, fu fatto un concorso per il posto di Tecnico Laureato, dovendo peraltro lottare con un interno, una fenocopia (non ben venuta) di Vittorio Emanuele II. Superato anche questo l’esame, passarono 6 mesi di lunga formazione e alla fine giunse il tempo del concorso per Assistenti Ordinari all’Università. Era un posto riservato per coloro che occupavano la posizione di Tecnico Laureato (astuzia ceppelliniana) e quindi uno poteva pensare di andare sul sicuro. In realtà, numerosi futuri colleghi non mancarono di ricordare concorsi facili in partenza, ma andati male a causa del volubile umore del Maestro. Il Concorso era bandito dal Prof. Ceppellini, il quale coordinava la Commissione, composta dai Prof. Carbonara e Negro-Ponzi di Microbiologia. Il Concorso era bandito per il primo Lunedì di Dicembre alle ore 8 presso l’Istituto di Genetica Medica.

La giacca blu fresca di sarto Guiorci, il pantalone di vigogna con piega al laser di mamma Dina, camicia fatta dalla camiciaia Pulga erano la componente base di come uno si presentava allora ai concorsi, almeno nella zona di Ferrara. Completava il tutto cravatta di Schostal di Bologna e loden fatto venire da Innsbruck. L’arrivo alle 7:30 in Istituto era preceduto dal maschio afrore del dopobarba Noxzema, utile a Ferrara ma del tutto irrilevante nell’algido ambiente piemontese.

L’Istituto appariva già in movimento, la Signorina Garetti al suo posto di conteggio, mentre l’ufficio del Maestro chiuso, ma non era ancora l’ora fissata. Il Professore si era fatto fare al secondo piano un grande studio vetrato, un lato protrudente sul Po e l’altro sulle Molinette. Nonostante queste caratteristiche uniche, il Maestro non ci stette un solo momento, preferendo la stanzetta ora dedicata al caffè del personale ospedaliero, da lui usata in realtà come sistema di controllo fiscale delle entrate e delle uscite. La stanzetta era minuscola, ma subito ri-usata a scopi nobili e soprattutto per telefonate transoceaniche marcate da un eccesso di decibel.

Alle 8.30 arrivò la Signora Anna, aprì il suo ufficio ed iniziò la girandola di telefonate per il Professore. La Signora confermò sì che quel Lunedì il Maestro sapeva, un attimo di pazienza e sarebbe arrivato. Intanto lei pre-allertava i Prof. Carbonara e Negro-Ponzi. Tranquillizzato, l’aspirante Assistente Universitario (in breve, l’aspirante) si ritirò da Cleide (tranquillo, tanto arriva, lo conosci, no?) e Carlo, nel suo costruttivo riserbo (bisogno di niente?). La camicia iniziava a perdere della iniziale freschezza.

Verso le 11, l’aspirante osò bussare nuovamente alla porta della Signora per sapere se aveva notizie fresche del Professore. Sì, il Professore stava finendo un importante lavoro, aveva una scadenza ferrea, ma nessuna preoccupazione, sarebbe arrivato a breve, per cui il concorso è ri-fissato alle 14. Nuovo calo di tensione, fauci secche, non lo stesso delle ascelle, sotto controllo di meccanismi di difficile gestione. Rapido cappuccino e quindi alle 13.30 nuova ricarica delle batterie per arrivare ben tarato allo scritto, la prima parte dell’esame.

Le ore 14 scorsero delicatamente, seguite come atteso dalle 15 e poi dalle 16, in non rapida né tranquilla sequenza. Alle 15 la Signora Anna staccava: uscì chiudendo a chiave l’ufficio alle sue spalle (lì era situato il telefono del Professore, che non aveva restrizioni e quindi oggetto di interessate attenzioni in tempi pre-internet). Il Professore aveva chiamato, si scusava, stava arrivando, l’aspirante stesse vicino al telefono in attesa di una chiamata che sarebbe arrivata a breve.

Cominciò allora un servizio di guardia del telefono, interrotta dalla uscita di tutti. L’ultima fu Eleonora Olivetti, che lavorando sul P6060 Olivetti di casa metteva in piedi i primi programmi su supporto magnetico. Signora dentro e fuori, lasciò un buffetto di incoraggiamento all’aspirante fissamente saldato al telefono, che data l’ora non riceveva nemmeno le chiamate di lavoro.

Alle 19.45 il Maestro in linea, sì era in ritardo, ma il lavoro era venuto benissimo ed andato oltre le più rosee aspettative. Per questo pensava di tirare avanti ancora: fare il concorso a quell’ora pareva ormai fuori luogo. Forse era meglio spostare il tutto alle 8 di Martedì mattina, dove a mente fresca tutto veniva meglio.

L’abbigliamento del primo giorno era ridotto a massa informe e di freschezza utile solo per i wet T-shirt test di Psicologia. Mamma Dina aveva previdentemente incluso un secondo set di tutto.

Mattino successivo, rinfrescato da sonno e doccia era rientrato la mezz’ora di ordinanza prima dell’appuntamento delle 8. In piedi accanto alla porta dello studio (e quindi accanto alla porta dell’Istituto), ebbe modo di vedere il risveglio dell’Istituto e del Centro CNR, Carlo borbottando in rapido saluto sotto il baffo rigoglioso. Seguiva una pimpante signorina Garetti, di buon umore per la notizia di una prossima crociera. A ruota arrivavano gli altri ed infine la Signora Anna tra tessuti speciali e colli di pelliccia (stavolta ci siamo), lo studio aperto, ci siamo proprio.

Tuttavia né alle 8 e nemmeno alle 9 il Professore fece la sua solita roboante entrata. Alle 10 un certo nervosismo era palpabile, ma nessuno, professori e aspiranti, diceva nulla in quanto erano genati.

L’aspirante osò verso le 13 e stavolta anche la Principessa Anna convenne che il Professore era decisamente in ritardo. Optò per chiamarlo ed evidentemente sapeva dove era. Stavolta flautato era il Professore, che confessò di avere pianificato un importante esperimento, che voleva seguire di persona, perché non si fidava di Trucco e Garotta. Nomi noti, che riconducevano al Basel Institute for Immunology di Basilea. Nella bella sostanza, il Professore era in Svizzera, sa la ricerca per me ha la priorità su tutto ma capisco le sue ragioni, per questo mi metto subito in macchina, a tavoletta con la mia “125” sono lì al massimo fra 4 ore. Quindi alle 5 (ore 17 sul fuso di Torino) ci vediamo.

Un coro all’unisono sai è fatto così tappò un certo bollore proveniente dalla Bassa, ma allora i Baroni erano tali. La Signora Anna gli affidò il telefono prima mangi un panino la vedo un po’ alterato, sa è meglio seguirlo, telefona sempre appena in Italia. Rapida puntata al Tio Pepe, ritorno altrettanto rapido al telefono e ripasso generale per coprire i buchi di una preparazione basata sulla medicina nucleare, ma anche inframmezzata da significative porzioni di easy going life.

L’attesa accanto al telefono consentì anche più piacevoli ripassi degli ultimi mesi in Torino, un cambio significativo rispetto a comodi standard di vita.

La 2CV fu protagonista della scuola di apprendimento semantico della città. Una volta superato lo scoglio di Corso/Via, saltò fuori un’altra inquietante novità. Eleonora Olivetti invitò per cena alcuni amici, e il biglietto terminava con un vi aspetto alle 20.30 in Strada XX 4F. Dapprima lo  shock dell’ora (dopo cena pieno, si arriva mangiati o no?) e poi la novità della Strada. Si deve sapere che il piemontese non ha mai accettato l’arrivo di gente dalla Bassa Italia: lasciò quindi la città per ritirarsi nelle cittadine vicine o sulla collina, più discreta agli occhi e poi militarmente proteggibile.

Il Po rappresenta a Torino uno spartiacque tra piemontesi (ricchi) e non. La collina era marcata dall’esistenza di vie note come Strade, irraggiungibili quanto disagevoli ma facenti la differenza sociale. E parte della differenza era costituita dalle macchine necessarie per affrontare le pendenze delle Strade in condizioni normali: gli attuali SUV sono probabilmente nati per dare risposte chiare alle esigenze di mobilità dei collinari.

Una volta indovinata la Strada in oggetto, la 2CV affrontò con decrescente baldanza la salita, fino a giungere ad un numero civico apparentemente nel mezzo del nulla. In realtà, dietro il numero civico era la fortezza Bastiani, un muro di cinta mimetizzato nel verde. Macchina ancorata al terreno a causa della dolomitica pendenza, l’aspirante venne confortato nel vedere nella porta fortezza una fila di campanelli, stavolta con la novità dell’assenza di nomi, sostituiti da numeri o vezzose sigle di richiamo. Appariva ora chiaro il significato dell’oscuro 4F dell’invito, scambiato per un banale fourth floor.

La scampanellata al 4F fu seguita dalla apertura rapidissima del portone: assai meno rapida fu la manovra di convincimento della 2CV a mollare le ancore e ripartire in salita. Una volta che l’infaticabile ma piccola 403 Çitroen era entrata in coppia, con piglio gigliottinesco il portone si richiuse con rapidità lasciando fuori il malcapitato. Nuova suonata, simile risultato. Fu necessario ripetere l’esperimento tenendo il motore imballato, lavorando di punta/tacco e premendo il campanello attraverso il finestrino della macchina. L’interno della fortezza era inaspettatamente vuoto e buio, con rare ville isolate sparse qua e là. Ad altezza uomo c’erano luci fioche, abbinate e mobili. Quanto scambiato per piccole luci pensile poste ad indicare la strada erano in realtà occhi fosforescenti montati su alani, apparentemente lasciati liberi dalla Sicurezza all’interno della fortezza. Fuga precipitosa all’interno dell’auto, le cui lamiere erano di non rassicurante spessore. La casa fu raggiunta al seguito di un macchinone di altro ospite, ben avvezzo ai modi della città. Il week end a Ferrara fu impegnato in un racconto di fronte ad una audience incredulissima.

Attendere una telefonata di fronte ad un telefono muto che trasmette irrilevanti messaggi mette ansia, incide su certezze, toglie sicurezza. Però anche questo era parte dell’esame, o forse la maggior parte.

Alle 20 chiamò. Si scusava ancora, ma i risultati erano buoni, avevano impiegato la notte a definire un nuovo sistema di nomenclatura per gli anticorpi anti-HLA, molto divertente e glielo facciamo vedere noi a quei Bodmer lì. A proposito, lei capisce bene (traduzione, anche se così provinciale) che non potevo venire per il concorso parto però subito e domani sono lì bello fresco sa che dormo poco, io. Altro poco consolante borbottio di Carlo nell’Istituto ormai deserto. Nuovo ritorno a casa, nuova procedura di relax e nuovo risveglio.

Idem per l’Istituto: la Signora che arriva, stavolta proprio è quella buona, lei si prepari in aula così recuperiamo tempo. Verso le 11, nell’aula vuota scesero scoramento ed anche rammarico per avere lasciato una struttura ove era stimato e circondato da sana ironia, mai nessuno avrebbe osato pacchi del genere con nessuno. Stavolta il Professore chiamò lui, dicendo che aveva  passato la notte a buttare giù le bozze di un lavoro, di cui era molto soddisfatto: però capiva le esigenze dei giovani, per cui si metteva subito in macchina invece di andare a riposarsi come meritato, sarebbe arrivato verso le 18, giusto in tempo per fare lo scritto.

L’aspirante Assistente si augurò che non arrivasse, era Martedì e la piccola superstizione della tradizione contadina era piuttosto attiva su questo punto. In realtà, non c’era nessuna necessità di pregare il Professore: semplicemente non venne, né telefonò.

La manfrina continuò anche il Mercoledì mattina, no show-up, neppure telefonate. Persino la olimpica calma della Signora Anna cominciava a cedere, prese la situazione in mano e chiamò il Professore al centralino del Basel. Si rendeva conto di essere un po’in ritardo, ma non aveva saputo resistere alla tentazione di uno scoop con Strominger, peraltro andato benissimo. Malavasi si preparasse per il primo pomeriggio per lo scritto. Solita azione pomeridiana di presidio del telefono, le note di ironia erano così facili che erano ormai cessate. La placida Pamela, nei suoi colori canadesi e floridità mediterranea, passò per un saluto, sufficiente a ricordare le uscite con i giovani dell’Istituto. Una sera si era deciso di andare oltre Valle Ceppi (dopo Via, Corso, Strada, anche Valle!) per una cena all’aperto a festeggiare qualcosa di irrilevante. Al gruppo si era aggiunta Eleonora, con una delle sue improbabili automobili (una delle 3 Duna vendute a Torino) ma avvolta in chilometriche sete extrapure. Il posto scelto era noto per la sua carne alla brace, servita in spiedoni di legno. Eleonora era rigorosamente vegetariana, si evitò il problema ordinando una mega porzione di verdure ai ferri. Il tutto era innaffiato da un modestissimo rouge de la maison, servito in brocche. Rosso potente, tutti cominciarono a brandeggiale gli spiedi e questo ebbe come effetto indesiderato una pioggia di oli e succhi di cottura sulle vesti dei bersagli. La più danneggiata, Eleonora e le sue sete, non mosse il signorile ciglio.

Tutti ricordi piacevoli e divertenti, ma di moderato effetto per convincere l’aspirante che le sue aspirazioni valevano la pena di una attesa talmente stressante ed anche umiliante. Le esperienze professionali all’Arcispedale gli avevano mostrato che le posizioni universitarie sembravano avere qualcosa in più. E ovviamente il figlio di modesta famiglia della campagna più povera era caduto in trappole pensate invece per rampolli di ben altri lombi.

Il Giovedì passò come gli altri giorni della settimana, attesa, telefonata di spostamento al pomeriggio, guardia al telefono, nulla, ritorno a casa. Il pomeriggio era stato motivo di qualche depressione, le scelte sbriciolate di fronte alla indifferenza dell’uomo, che tutto poteva decidere. Scorse il film della prima gaffe importante in Istituto, che aveva portato ad effetti mai più risolti. In genere l’aspirante andava a casa nei week-end, lunghi viaggi in treno ma ambiente e calore delle case aiutavano a scordare le ristrettezze della vita a Torino. Aveva cominciato a vendere le moto, relitti del precedente periodo di agiatezza ospedaliera, per non mostrare alle famiglie di essere alla frutta, anzi al digestivo.

Il Venerdì è notoriamente giorno dedicato alla penitenza, l’aspirante aveva penato per una settimana ed era ridotto a straccio, nemmeno bagnato. Quando tutto era considerato perduto, mancava la faccia per tornare a casa e confessare il tutto, il telefono squillò, il Professore in persona chiamò per informare che stava superando le Alpi, l’aspirante si tenesse pronto. Si fermava un attimo per un boccone in una trattoria che conosceva prima di Aosta ed era subito in Istituto.

La notizia portò animazione nell’intero Istituto. Quando il Maestro arrivava, amava essere accolto con gli onori dovuti, e soprattutto gradiva avere una corte con cui lamentarsi di tutto ciò che accadeva in Italia e a Torino, con ovvi confronti con la virtuosa Svizzera. Il prediletto era il Prof. Carbonara, seguivano la Signora Anna ed infine la Signora Garetti, che arrivava con i conti del CNR.

Nonostante lo schieramento di forze, il Maestro non apparve alle 3, alle 4, alle 5. Alle 18 cominciò un silenzioso sgretolamento della guardia d’onore. Alle 19 anche le ultime illusioni dell’aspirante erano sottoterra: tuttavia, ad un certo punto una voce tuonò dall’entrata chiedendo come mai non ci fosse più nessuno. Note di colore sul lassismo imperante nel Paese, l’Istituto non è più quello che ho creato, e così lamentando.

Un’ombra lieve di complimento dell’aspirante per essere rimasto: per premiarlo, avrebbe fatto lo scritto ora. Scrisse il tema, consegnò i fogli preparati dalla Signora Anna con i timbri della Repubblica Italiana. Andarono nella grande aula, lesse alla cattedra il titolo ed assegnò 3 ore per la consegna. Lo scritto doveva essere finito per le 22.45, si dovevano consegnare anche i fogli di “brutta”. Lei inizi ed io intanto vado a vedere i conti che mi ha lasciato Adriana.

Tornò dopo 10 minuti dicendo che ormai tutto era avviato, lui pensava di andare a cena da Galli, in fondo se lo meritava proprio per una settimana così produttiva. Lei Malavasi vada avanti con l’elaborato e mi raccomando non copi e si consegni il lavoro alle 22.54, non un minuto di più.

L’aspirante fu pervaso da un’onda di depressione e malinconia, quasi da piangere per delusione e solitudine in cui tutto avveniva. Tutto era lontano da quanto aveva atteso e si era figurato.

Verso le 21, la porta dell’aula si aprì, entrò silenzioso come sempre Carlo con 2 panini + bibita. Tieni napuli, voi che siete nati sotto il Po siete abituati a tenervi su. Quando finisci, andiamo insieme verso casa.

Il mattino successivo della settimana di passione, il Professore alle 8 aveva già letto il lavoro, molte critiche, si nota proprio che non ha fatto la mia scuola, ma in fondo è promettente, può migliorare a patto che si impegni ed abbandoni il lassismo e gli agi cui è abituato.

Seguì una prova orale, formale e discreta. Il Professore assieme a Carbonara e Negro-Ponzi lo nominò Assistente Ordinario, naturalmente da confermare dopo 6 mesi.

Il primo passo era stato fatto. Il ritorno a Ferrara significò 5 ore di sonno in treno, un recupero parziale per non farsi beccare dalle famiglie. Nulla di nuovo confessò girando altrove lo sguardo, ieri ho fatto il concorso, che è andato bene. Citò anche l’aumento di stipendio, senza entrare in poco signorili dettagli quantitativi.

Tuttavia a mamma Dina non passò inosservato l’enorme consumo di pantaloni, camicie e giacche, ridotte peraltro in condizioni miserevoli. Ma la donna tenne tutto nel suo cuore, nulla doveva turbare la carriera di suo figlio, un cretino che aveva lasciato il nostro Ospedale ma sai, Teni, è fatto così. Avesse almeno avuto i tuoi occhi chiari…

Fabio Malavasi

FORSE ENTRO 4 ANNI IL PAPA ESALTERA’ LUTERO E ANNETTERA’ IL PROTESTANTESIMO

Alla prima uscita di ‘Internauta’, nel 2010, uno scrittarello “Il Papa demolitore che rifonderà il cattolicesimo” invocava/annunciava “un pontefice rivoluzionario”. Dopo il quale “una Chiesa che volti le spalle a Roma e venda tutto si scoprirà nella sua cruda povertà l’unica superpotenza spirituale, e anche ideologica, del pianeta”. Oggi che i media del mondo intero sono stregati da un papa emerito e, più ancora, da un papa ‘francescano’, si fa più vicino l’assurgere dell’unica superpotenza morale. Forse Francesco vorrà fare grandi cose.

Dicono che nelle questioni di dottrina guarderà al passato. Eppure quando tra quattro anni, il 31 ottobre 2017, si compirà mezzo millennio dal giorno che Lutero affisse le Novantacinque Tesi alla porta di quella chiesa di Wittenberg, il pontefice ribalterà la scomunica del 1521. Ripudierà cinque secoli di lotta al protestantesimo, dichiarerà santa l’insurrezione del cristianesimo tedesco. Dopo le infamie della Chiesa culminate con i Borgia -non dimentichiamo che Cesare, figlio dell’immondo Rodrigo (Alessandro VI simoniaco), era stato cardinale giovinastro prima di farsi principe canaglia; che Alfonso Borgia, zio di Rodrigo, come papa Callisto III era stato talmente nepotista da alienarsi l’amicizia e l’alleanza di Alfonso d’Aragona re di Napoli-; dopo la vasta campagna di vendita delle indulgenze ‘per la fabbrica di San Pietro’; dopo l’ascesa al Soglio del trentottenne figlio di Lorenzo il Magnifico (Leone X, glorioso per gli artisti che manteneva ma diabolico per i credenti tedeschi); dopo una fase così lunga e scellerata, la fiducia nella Chiesa del cristianesimo germanico e nordeuropeo era morta.  Lutero fece rialzare e vivere il Credo. ‘Lazzaro alzati!’.

Anche i maggiori tra i precursori-martiri della Riforma, John Wycliffe e Jan Hus, meriteranno  che Francesco li dichiari eroi della fede. Il corpo del primo fu riesumato e bruciato trentuno anni dopo la morte per volontà del Concilio di Costanza. Nello stesso anno 1415 il rogo uccise Hus, il più grande dei discepoli di Wycliffe. Tra due anni saranno dunque sei secoli dalle empie fiamme del 1415. Ripudiare le condanne dei tre Riformatori sarà coerente con le linee di svolta e di misericordia annunciate da Francesco. Richiamiamo ancora ciò che ‘Internauta’ scriveva due anni fa: “Un cattolico praticante come chi scrive sente che la Chiesa dovrà fare l’esatto contrario che il ritorno al cardinale Bellarmino. Non servirà un papa riformista. Servirà un rivoluzionario: in nulla espresso dalla Curia, dal management, dalla diplomazia, e invece ‘fatto’ nelle parrocchie, negli ospedali, nelle cappelle delle carceri, nelle clausure (…) Sulle macerie e sui cadaveri del marxismo, del liberalismo capitalista, del laicismo progressista/trasgressivo la Chiesa della rivoluzione si ergerà vera vincitrice. Il più alto dei fari. La più possente delle centrali del pensiero”.

Logico coronamento della coerenza di Francesco sarà la proclamazione della santità di Lutero, Wycliffe e Hus. Non tre santi in aggiunta ai troppi, ma tre santi Ricostruttori.

A.M.Calderazzi