LA SUZZARA FERRARA: 125 ANNI DOPO

Forse perchè uscito sotto Natale, forse perché avvincente nelle sue immagini in bianco e nero, il libro “La Suzzara-Ferrara 125 anni dopo” può apparire un libro-strenna. Se questo fosse, si perderebbe nella folla dei volumi da coffee-table. L’incisività dei testi e dei materiali grafici hanno mosso l’associazione Amici della Ferrovia Suzzara-Ferrara a farsene editrice per conto della fondazione Ricerca Molinette Onlus (l’empito benefico è un corollario, però importante).

Può apparire un libro-strenna, dicevamo. E invece è, senza volerlo, una cosa grossa, il manifesto programmatico di un’evasione dal pensiero unico, dall’andare senza meta. E’  la sobillazione a sceglierci modelli e sentimenti migliori. In ultima analisi, preparatevi a darvi nuovi Dei, venuti da un passato che ci è caro. Se arrossite di come pensate e vivete, apritevi a un’esperienza forte su questo libro.

Perché la rievocazione d’una ferrovia secondaria, di “come eravamo” in una contrada minore, dovrebbe essere un manifesto programmatico? Risposta, perché viviamo un tempo di nichilismo disperato, laddove questo libro ci propone un’avventura nei grandi sentimenti, l’esatto contrario del nichilismo. Questo libro in nulla teorico, per questo così suggestivo, è persino l’invito a rivivere la svolta del Romanticismo, contro i canoni e le convenzioni del realismo, chiamato anche ‘modernità’. “La Suzzara-Ferrara” ci fa fare un tratto di strada a fianco di uomini e donne comuni che, senza saperlo, sono portatori di un bell’ideale romantico. Il Romanticismo, quello tedesco soprattutto, deviò la corrente, oppose i grandi sentimenti popolari ai precetti e alle convenzioni del razionalismo illuminista dei benestanti.

Sui binari che andavano da Suzzara a Ferrara vivevamo tutti noi come eravamo. Eravamo popolo autentico, fondamento di un’umanità sofferente ma forte nei valori. Gli autori di questo libro riaffermano l’invincibilità della schiettezza contro il cinismo delle abitudini rassegnate. Ci parlano di locomotive di bassa potenza, di stazioni caselli e passaggi a livello

gestiti da persone di menti e cuori leali. Gioivano della conquista del pane, lottavano contro le malattie gli stenti le guerre le altre afflizioni del nostro passato. Fabio Malavasi, Roberto Santini, Guido Sostaro, Flavio Tiengo, Claudio Demaria e gli altri che hanno messo insieme questo libro ci fanno amare le esistenze vissute attorno alla Ferrovia. Alcuni degli autori e dei volontari hanno dato fatica fisica, oltre che soldi. per ricostruire materialmente macchine e materiali  rotabili di un tempo. Hanno congiurato perché questa o quella locomotiva costruita nel 1903 viaggiasse di nuovo sui binari.

Cosa sono queste abnegazioni, questi sommessi eroismi, se non pratica di valori che vivono da millenni? Non sono oscuri missionari in terra di selvaggi che adorano gli idoli della modernità: successo, Pil, edonismo, saperci fare?

Fabio Malavasi, uno di questi missionari, ha avuto affermazioni importanti come cattedratico di genetica medica all’università di Torino. Però è nato nel casello 15 della Suzzara-Ferrara. Sua madre era la casellante, suo padre era responsabile della manutenzione di un tratto della linea. Fabio vive fino in fondo la pietas verso i genitori e verso la ferrovia. Il casello 15 ha potuto comprarlo ed ora ci vive momenti sereni.

Tutto ciò è vocazione spirituale, ovviamente. Ma la forza del libro è di dare gli ideali per scontati. Di raccontare storie, opere, giorni. Come si facevano andare, rifornire, riparare locomotive e carrozze da non più di 30 kmh. Come le si facevano superare le pendenze. Come durante e dopo l’ultima guerra le si ricostruivano con materiali di risulta, comprese le parti di bombardieri abbattuti. Ancora più immediatamente, il libro ci offre volti e cose emozionanti e solenni: la maestra elementare raggiante alla finestra della povera scuola;  una prima comunione; i trattori Landini “a testa calda”; il pollivendolo e il gelataio; le microstorie di un popolo mille volte più meritevole di amore che i tristi tesserati Fiom, che i cassintegrati long term, prosperi abbastanza da praticare costosi cicloturismi.  Gli equipaggiamenti high tech di questi ultimi ci antagonizzano; le foto e i racconti della Suzzara-Ferrara ci fanno amare il popolo, le altre cose grandi del passato e il loro invincibile compagno di fede d’oggi, il volontariato. Il mondo cambierà quando l’idealismo -anche quello delle piccole cose- andrà al potere.

A.M.Calderazzi

Perché nasce questo libro

Un libro che voglia ricordare i 125 anni di vita della Ferrovia Suzzara-Ferrara (FSF) rischia forte: di solito, simili libri vengono percepiti come uno strumento per ripercorrere parte della nostra storia e per glorificare un mezzo di trasporto importante quale è il treno. Ma questo non è il caso.

Il libro potrebbe nascere in risposta ad una precisa richiesta che viene dalla base, come se tutte le genti dei Paesi attraversati dalla Ferrovia non aspettassero altro che ricordare questa opera. Risposta prevedibile: anzi è piuttosto evidente una significativa disaffezione da parte della locale popolazione per questo mezzo di trasporto.

Tutto sembra suggerire che non esista alcuna ragione valida per investire lavoro, carta e inchiostro per completare questo libro. Coloro che hanno deciso di farlo nonostante tutto potrebbero essere guidati da quella piccola (ma umanamente comprensibile) vanità di vedere i propri nomi stampati. Il lettore si può tranquillizzare, in quanto per età i curatori non hanno più motivo o necessità di dimostrare granché.

Premesse stimolanti per una ulteriore indagine volta a scoprire le ragioni vere che stanno dietro a questa forma di accanimento pubblicatorio. Come detto, l’età media del gruppo che ha portato avanti l’iniziativa è un po’ alta. Allora scatta il sospetto che questi individui siano guidati dal principio noto come “retrospezione rosea”, un meccanismo adattativo che sembra essere innato nella psicologia umana e che opera con un meccanismo simile a quello delle endorfine in biologia, in qualche maniera facendo sempre apparire il passato migliore del presente o del futuro.

La realtà non è così. I tempi andati sono stati durissimi ed anche impietosi con tutti quelli che non avevano doti naturali per competere e sopravvivere all’ambiente. Si tende a rimuovere che le zone attraversate dalla Ferrovia sono uscite da situazioni di paludi e malaria, ridotta alimentazione e diffusa povertà. Per queste sostanziose ragioni, ogni forma di “pessimismo nostalgico” è da escludere con sicurezza.

La risposta è in realtà piuttosto banale: a parte Flavio Tiengo che ha magistralmente ricostruito molte immagini e assemblato il libro, il gruppo curatore dell’iniziativa è formato da persone nate nella FSF o in qualche modo legato alla Ferrovia; esse intendono semplicemente pareggiare un conto con la storia. Nulla a che vedere con la Storia vera, ma semplice strumento per analizzare e dare spazio a tutte quelle microstorie che hanno preceduto le nostre generazioni e le cui attività hanno fondato gli attuali livelli di comfort e vivacità della zona. Purtroppo i protagonisti delle microstorie non raggiungono i livelli per attrarre l’attenzione degli storici veri, degli economisti o degli esperti del lavoro, che seguono solo eventi importanti, ruoli eroici, aspetti politici o altro. La ambizione dei curatori di questo libro è quella di generare uno spazio su carta stampata a queste microstorie, sperando così di attrarre forme di attenzioni più alte.

125 anni sono un risultato puramente numerico e convenzionale, ma rappresentano una occasione per ricordare queste persone che con il loro silenzioso lavoro e contributo hanno cambiato la terra attraversata dalle FSF. Questa pubblicazione nasce poi con limiti dichiarati e non intende certo aggiornare il contributo di Alessandro Muratori, che nel 1988 ha scritto un libro che è il referente nella storia della Ferrovia. Vuole invece rappresentare alcuni momenti particolari della vita della Ferrovia, sia a terra che a bordo del treno, attraverso aspetti aneddotici che sono nella memoria delle nostre famiglie oppure di cui siamo stati testimoni diretti o che ci sono stati tramandati da amici e simpatizzanti.

Per gli ultimi momenti della FSF, l’idea di conservare le locomotive, i carri, le littorine e la grande eredità di Officine e strumenti è stata considerata un costoso passatempo. Proteggere il capitale umano è stato poi visto come velleitaria quanto inutile utopia.

La fine ufficiale della Ferrovia Suzzara-Ferrara ha sorprendentemente coinciso con un riemergere di persone e idee che sembravano disperdersi nelle nebbie padane. Queste persone hanno gettato le basi di un timido piano di raccolta di testimonianze della Ferrovia. Affermare che fin dall’inizio il gruppo aveva fatto una scelta culturale rispetto ad una semplice raccolta di cose e documenti è forse pretendere troppo: tuttavia, un gruppo di persone che lavoravano dentro e fuori la neonata Ferrovia Emilia Romagna (FER) decise di mettere insieme le proprie energie per fondare l’Associazione “Amici della Ferrovia Suzzara-Ferrara”. L’Associazione non voleva certo crogiolarsi nel rivangare episodi di un passato gratificante. La scelta fu invece quella di indirizzare l’Associazione verso lo sviluppo degli obiettivi di questa, usando il sociale e la medicina come tramite con la gente.

Questo disegno era nato dalla esperienza di tutti gli importanti gruppi di feramatori italiani, dai quali era emerso che la semplice raccolta di cose e documenti, anche se necessario inizio, non era sufficiente.

Anche il semplice restauro necessitava di un background storico ed economico e lo stesso valeva per l’inquadramento dei documenti. Allo scopo fu sfruttata l’esperienza del Museo Ferroviario Piemontese, un gruppo trentennale che era già passato attraverso questa dialettica interna. La prima tappa fu la raccolta di tutto ciò che ancora esisteva del materiale della ex-Ferrovia Suzzara–Ferrara, cercando di superare la dissennata politica di demolizione e di abbandono. Fu dapprima trovata la storica “Mincio 14”, una locomotiva a vapore della Maffei (Monaco, 1887, anche lei di 125 anni di vita), seguita dal Ganz M.52, automotore costruito in economia dalle Officine Sociali di Sermide. Un illuminato gruppo interno alla FER aveva provveduto a suo tempo a recuperare e a proteggere due automotrici FIAT ALn 556 dell’ultima dotazione. Il Gruppo Amici Treno Torino (GATT) donò la FSF ALn 56.136 al costo di Euro 1,00 + IVA. La Mincio e la littorina sono stati protetti all’interno delle Officine di Ponte Mosca a Torino.

In simultanea iniziava il loro inserimento nel processo culturale in una con il Politecnico e la Facoltà di Storia dell’Università di Torino. Questo ha portato ad una prima tesi universitaria sul design esterno ed interno delle automotrici FIAT degli anni ‘30. Quest’anno sarà la volta dello studio di vetture passeggeri a cassa in legno da parte di studenti del Politecnico.

La seconda scelta strategica adottata prevedeva una collaborazione con Associazioni non lucrative che operavano in un ambito sociale e di assistenza. Qui nacque il primo treno a vapore fatto in collaborazione con l’UNICEF, seguito anche da treni fotografici. L’esperienza dei Volontari del Museo Ferroviario Piemontese ha consentito un salto di qualità, mettendo insieme i gruppi che operavano nella ricerca contro i tumori con altri, invece, che “curano” altrettanto amorevolmente i vecchi treni. E’ nato così la seconda edizione di “Un Treno a Vapore contro i Tumori”, che ha visto correre insieme a Mantova e poi a Ferrara il treno del SAFRE di Reggio Emilia con il treno giunto da Torino. La T3 di Torino ha percorso oltre mille chilometri, mentre la collega ACTF 7 ne ha accumulati trecento.

La parte culturale si è manifestata anche nella preparazione di mostre storiche (a San Benedetto Po, Felonica e Pegognaga, nel Mantovano e a Ferrara): qui si è assistito ad una buona partecipazione di persone, e ciascuna ha apportato un pezzo figurato (e molto spesso reale) di storia del nostro passato. Questa mostra è stata seguita da un’altra dedicata a Corti, Bonifiche e Ferrovia, gli elementi fondanti dell’attuale situazione di benessere e cultura sociale della zona. Ciascuna di queste iniziative ha dato origine a pubblicazioni di diverso spessore e differenti contenuti.

Come si vede, al pari del libro si è trattato di una sfida che è stata portata avanti su base volontaristica. Quello che ci insegnano eventi come questo è che il volontariato è una macchina vincente per definizione, nulla lo ferma se l’idea di partenza è buona e se si vedono i risultati, soprattutto in prospettiva di recupero e sviluppo delle basi delle nostre radici e della nostra cultura.

Fabio Malavasi: Casello 15

Roberto Santini: Casello 18

Guido Sostaro: Casello 20

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            (credit: Fabio Malavasi e Flavio Tiengo)

La Colonia

La distinzione tra i figli di chi lavorava la terra e quelli invece di una famiglia della Ferrovia era il fatto che i secondi erano oggetto di una superiore attenzione al sociale e alla salute. Questo era resa possibile dalla Cassa di Mutuo Soccorso (da tutti, la Cassa Soccorso), una delle conquiste delle lotte dei Ferrovieri dei primi anni del secolo ventesimo, che si erano dotati di uno strumento che assicurava una assistenza medica facilitata.

Uno dei residui di igiene ambientale ereditato dal Ventennio era l’elioterapia, meglio nota come la cura del sole. Diverse generazioni di bambini avevano tratto reale giovamento dalla esposizione della pelle al sole, in fortissima contrapposizione ad inveterate convinzioni materne che obbligavano i bambini a coprire la testa con grandi cappelli di paglia (si favoleggiava di gravi encefaliti letargiche causate anche da pochi minuti di esposizione al sole) e gli esili toraci con maglie di fitta lana. Per contrappasso, c’era invece una rigida libertà espositiva della gamba, notoriamente priva di organi importanti e quindi indifferente ai rigori stagionali.

Gerardo Menani era persona di qualità superiori e a Sermide aveva creato nel 1950 la Sala della Comunità, fucina del Ricreatorio Parrocchiale. Entrato a lavorare a Ferrara nella Direzione della Ferrovia, aveva assicurato la continuità nel fornire ai bambini degli agenti FSF l’opportunità di fruire delle colonie estive al mare. Il mare era un grande salto qualitativo rispetto alle colonie elioterapiche sul Po, di moderato e casalingo impatto e famigliarità. Il numero dei bambini terricoli che avevano visto il mare erano in numero assai limitato negli anni ’50.

La colonia iniziava i primi di Luglio e durava un mese. Gli aspetti critici dell’evento riguardavano abbigliamento e trasporti, nemmeno considerato invece il fatto che i bambini soffrissero a stare fuori di casa e soprattutto lontano dai genitori.

Abbigliamento: alle famiglie del partente veniva richiesto di fornire una maglietta a righe trasversali bianco e azzurro (modello marino), canottiera standard, pantaloncino corto leggero e uno più pesante. Veniva anche richiesto un pullover modello simil cardigan, preferibilmente blu. Le scarpe erano quelle normali di casa con lacci, con l’aggiunta di un paio di sandalini, del convenzionale modello francescano a due bande.

Mare significava immersione in acqua e quindi si imponeva il costume da bagno. Non esistendo allora negozi in grado di fornire tali capi sportivi, un efficiente passaparola aveva guidato le famiglie della Ferrovia al disegno di un modellino di pantaloncino sgambato, di colore rigorosamente verde. La tradizionale oculatezza della zona orientò anche la scelta del materiale, lana spessa derivata da coperte militari (italiane o anglosassoni) modellata alla sera con i ferri. Ogni famiglia creò un proprio modellino di costume, variabile per altezza e per modalità di sospensione in vita. Le famiglie di reddito più modesto facevano ricorso ad un rodato approccio basato sull’elastico (anch’esso rigorosamente di recupero), passato in un’abile ripiegatura del bordo superiore del costume. Le famiglie più alte nella gerarchia della Ferrovia si differenziavano anche in questo, adottando una cinturina che agiva all’uopo infilata in passanti dello stesso materiale. La vezzosità di design e di insieme cromatico imponevano che la cintura fosse di colore bianco o chiaro. Posizioni intermedie erano l’aggiunta di semplici bottoni (generalmente due), posti anteriormente, di colore bianco e con funzione solo decorativa. Le bambine coprivano pudicamente il petto con prolungamento di apposite pettorine che si annodano sul collo.

I capi di abbigliamento della comunità avevano la inderogabile necessità di essere identificati come propri e venivano quindi marcati con l’apposizione di un numero rosso su un piccolo quadrato di tessuto bianco. Il numero era assegnato inizialmente da Menani, ma tendeva a rimanere lo stesso negli anni a venire per dettati di economia pre-bocconiana.

Si poneva poi il problema del trasporto di questi capi: la risposta del lider maximo Gerardo fu quella di richiedere la costruzione di un sacchettino di tela azzurra (anch’esso marcato) con chiusura fatta da lunghi lacci, che ne assicuravano al contempo il trasporto a tracolla.

L’unico lusso concesso ai partenti era il bicchiere componibile fatto di anelli concentrici in plastica o lamierino che assicuravano una tenuta del liquido, ancorché moderata.

Trasporti: la colonia era posta a Riccione, località lanciata dal Ventennio per la sua prossimità a Predappio. Mezzo di comunicazione era il treno Ferrara-Ravenna-Rimini, che partiva alle 7:23. I bambini delle famiglie poste tra Sermide e Suzzara non ce la facevano ad essere per quell’ora a Ferrara, ma qui provvedeva una certa forma di solidarietà aziendale. I bambini con questa necessità venivano messi a dormire la sera precedente a casa del Capodeposito Ghiretti, la cui famiglia per una volta all’anno aveva almeno 10 bambini da accudire. L’agitazione per viaggio e novità era alta, ma le minacce non montessoriane delle famiglie assicuravano in genere una tranquilla gestione della prima fase. Il mattino successivo si partiva con la littorina da Sermide e si giungeva freschi a Ferrara. Il treno per Rimini era addirittura un Direttissimo con nome, l’Adria Express, di grande impegno internazionale perché portava persone da Austria e Germania fino al mare. La Ferrara-Ravenna non era ancora elettrificata, per cui era mantenuta la trazione a vapore: questa era assicurata dalle tozze 623 di Venezia o Rimini. Nei fine settimana o d’estate la situazione cambiava totalmente quando una  685 diveniva titolare.

La comitiva FSF aveva una vettura riservata e un significativo sconto sui biglietti. Già dalla partenza, iniziava l’analisi comparativa da parte dei bambini tra il materiale dello “Stato” e quello più modesto della FSF. Spesso l’Adria Express aveva un numero alto di vetture, che rendevano necessaria la doppia trazione. I pre-riscaldatori Franco Crosti delle 623 emettevano particelle incombuste di carbone in quantità, per cui c’era il divieto assoluto di sporgersi dal finestrino per evitare il pulviscolo negli occhi. I bambini ingannavano il tempo sfoggiando i mitici bicchierini e bevendo dalle bottiglie di acqua col tappo a macchinetta portate da casa. I più ricchi avevano l’Idrolitina gasata.

I Capi delle stazioni avevano a quei tempi l’ambizione che la propria fosse più curata e più bella delle altre. Questa sottile competizione sulla FSF era prevalentemente affidata alle Capesse, le mogli che nel paese assurgevano a rango socialmente superiore. Queste usavano il giardino (di solito posto accanto al cancelletto ove entravano i passeggeri) come vetrina: aree con un pino posto al centro e che ospitavano una distesa di fiori pregiati. Dominanti erano il lilium e le viole, quelle scure dette da giardino, un marker esclusivo di alcune case.

Complici le maggiori dimensioni, le stazioni delle FS erano diventate una passerella di aiuole curatissime, di fontane simil-laocoontiane, di costruzioni monumentali che includevano anche pezzi di rotabili. La Direzione delle FS gettò benzina sul fuoco, lanciando il concorso “Stazioni Fiorite”, con premi in denaro per i Capistazione che investivano nella cura del posto di lavoro.

La grandezza delle stazioni e la diversa organizzazione e presentazione erano ulteriori spunti comparativi per considerazioni per chi non aveva mai lasciato il proprio borgo.

C’era poi l’attesa spasmodica per chi vedeva il mare per primo, una semplice fetta azzurra in mezzo a stabilimenti e case, ma una rarità assoluta per i terricoli della Bassa.

Il viaggio proseguiva fino a Rimini, dove la trazione diveniva elettrica. Le 623 venivano sostituite da un E.428, che raccoglieva la stupita ammirazione dei giovani rampolli FSF di fronte a un locomotore elettrico lungo quasi come una littorina.

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                (credit: Fabio Malavasi e Flavio Tiengo)

Menani e la FSF avevano il privilegio di una fermata straordinaria a Misano, ove il gruppo veniva fatto scendere dalle carrozze con mille precauzioni da parte delle “Signorine”. Si giungeva quindi alla sede della colonia, la Pensione Vela d’Oro sita in Viale Michelangelo. A quel tempo la zona era nella periferia di Riccione e si prestava bene ad un impegno di ospitalità per bambini fuori dalle pertinenze dei costosi bagni.

Il fronte della pensione era posto sul lato della Via Emilia, separato da un alto muretto con mattoni traforati e da robusto cancello. L’uscita operativa era sul lato che dava sulle dune di sabbia che proseguivano in direzione di Cattolica, del tutto disabitate.

Una stradina di terra portava alla spiaggia, ove l’attrezzatura era basata su tendoni a righe montati su 4 pali quadrati e su qualche spartana poltrona di tela, che ospitavano Gerardo e la sua corte.

Occupazione principe dei bambini erano i giochi con la sabbia, di qualità ben diversa da quella terrosa delle bonifiche e del Po. La prima settimana era obbligatorio l’uso della maglietta e del cappellino bianco con visiera per evitare scottature, anche se l’epidermide cominciava ad essere gradualmente esposta.

I giochi di spiaggia erano costituiti prevalentemente da scavi, con la sorpresa di trovare l’acqua a pochi centimetri di profondità. La mano a coppa del giovane di colonia raccoglieva acqua e sabbia e cominciava a costruire le prime stalagmiti di vaga fattura gotica. Questo portava il giovane colono ad acquisire una certa manualità e fiducia, il quale si avventurava poi in costruzioni sempre più ardite. Una di queste era costituita dalla trappola: con i suggerimenti ed istruzioni dei più anziani della colonia, si costruiva un buco abbastanza grande, il quale veniva astutamente ricoperto con rami trovati sulla spiaggia, qualche ramo frondoso e quindi ricoperto di sabbia. L’ultimo strato era di sabbia secca, per cui solo un occhio esperto poteva individuare una trappola tipo VietCong. A questo punto scattava l’ardita operazione di invitare una delle ragazze della colonia con richiami vari. Si assisteva allora allo spettacolo di una bambina di 6-7 anni che affondava nella buca, anche se di pochi centimetri. Le lacrime che ne seguivano erano dovute più alla vergogna di essere cadute nel tranello dei maschi più che per motivi ortopedici.

L’acquisizione di superiori competenze idraulico-ingegneristiche conduceva inevitabilmente alla costruzione della pista destinata alle biglie. La pista aveva due tipiche ed immutabili conformazioni: montagna o vigorelli. La montagna era un groviglio di strade con salite e discese costellate di trappole. Chi vi cadeva, doveva ripartire da capo. Le piste erano costituite da torciglioni con salite impennate di montagna, difficili gallerie, tranquilli tratti pianeggianti ed infine passaggi su stretti ponticelli. Sulla pista correvano le palline con i ciclisti, costituite da due emisfere di plastica di colori differenti, con l’immagine di un corridore posta sagittalmente. Le più popolari erano quelle di Coppi e Bartali, ma chi aveva la fortuna di seguire da casa “Il giro minuto per minuto” poteva vantare conoscenze che arrivavano a Nino Defilippis, Louison Bobet, Franco Balmamion, Ercole Baldini e il mitico Charly Gaul, il re della montagna. Queste biglie venivano mosse tramite cricco, il risultato di lunghi allenamenti invernali con le biglie di vetro e le buche. Le biglie di vetro erano mosse con il movimento generato dall’azione del pollice che faceva pressione istantanea sulla biglia tenuta ferma dall’indice. I più bravi venivano identificati come burleur per l’abilità di bocciare le biglie nemiche e raggiungere direttamente la “pina”, termine indicante la buca di meta. La biglia dei giocatori da spiaggia era molto più grossa di quella di vetro (o terracotta) e per di più molto più leggera. Si elaborava allora una tecnica differente basata su dito medio caricato a molla sul pollice, il quale colpiva la leggera pallina in plastica, che poteva così lanciarsi sulla pista tra le sue intrinseche difficoltà.

Dopo la prima settimana, il giovane colono maturava il concetto che le montagne fosse gioco da femmina, non sufficientemente virile per un ambiente che ancora risentiva di passati miti, duri a morire. Si costruiva allora l’epitome del gioco di spiaggia, il vigorelli. Trattavasi di pista ellittica che poteva avere una lunghezza di svariati metri e riproduceva fedelmente il tempio milanese del ciclismo su pista, sul cui parquet si sfidavano i campioni di allora. Noti erano i surplaces di Antonio Maspes, che cercava sempre la partenza in seconda fila per sfruttare la ruota e controllare il duellante.

Per costruire un vigorelli ci volevano secchielli, pale e palette e molto lavoro. I bambini piccoli erano deputati al trasporto e all’accumulo di sabbia bagnata per costruire la componente strutturale più difficile, le curve sopraelevate. I più vecchi provvedevano al disegno del tracciato, alla gettata della pista piana con relativi bordi di contenimento ed infine alla costruzione delle curve, ove si provava l’abilità del lanciatore, ma anche del progettista. Dopo un giro di collaudo, partivano le gare, appannaggio dei più vecchi, con i giovani con l’umile compito di mantenere umida la pista che tendeva a seccare sotto il sole.

Tutto ciò fino alle ore 11:00, l’ora dedicata al bagno. In tempi privi di previsioni metereologiche, vigeva l’inappellabile decisione di Gerardo, il quale valutava sole, onda, temperatura di aria e acqua e direzione del vento (quello chiamato Garbino poteva trascinare i bambini fino all’allora Jugoslavia). Altro riferimento era la bandiera esposta dai rari bagnini: solo quella bianca era compatibile con le abluzioni. Una volta passati positivamente questi criteri selettivi, c’era da superare il test più difficile costituito dalla una valutazione dello stato di salute del giovane colono. La personalized medicine di allora era molto semplificata. I bambini erano allineati in riva al mare e la lingua scannerizzata visivamente: quelli con la lingua “sporca” erano costretti a ritornare sotto l’ombrellone con un umore vicino al suicidio e per di più con obbligo di Euchessina serale. Quindi Gerardo si toglieva la canottiera e dava il colpo di fischio che consentiva ai selezionati di raggiungere le acque. Intanto le Signorine avevano costituito un muro di sbarramento in acque che in genere non eccedevano profondità di 30-40 centimetri.

L’entrata in acqua dei 30 giovani coloni era simile alla carica di Balaclava per impeto e coraggio. Le foto di quegli anni mostrano che alcuni maschi e la maggior parte delle bambine portavano salvagenti a ciambella e – i più ricchi – ad ochetta. Lo strumento era non oggetto di divertimento, ma un reale salvavita di difesa dalle caratteristiche strutturali del costume da bagno. Infatti la lana derivata dalle coperte militari aveva la capacità di assorbire importanti quantità di acqua salata, impregnandone in maniera stabile le fibre. Questo carico provocava frequenti cedimenti strutturali degli elastici impiegati per il sostegno, con imbarazzanti ostensioni di infantili intimità. Quando l’elastico invece teneva e soprattutto nel caso delle bambine con pettorina appesa al collo, la situazione poteva diventare critica. La cromatografia ascendente su fibra di lana portava ad accumuli di acqua pari al 10-20% del peso corporeo dei coloni, nell’ordine di circa 20-25 Kg. Il previdente Gerardo aveva quindi favorito gli acquisti di ciambelle e ochette a scopi di evitare perdite di bambini, anche in acque molto basse.

L’uso del moscone era rarissimo privilegio riservato a chi aveva genitori in visita e con voglia di dedicare tempo e soldi a qualcosa di grande lusso, come erano considerati i giochi dei bambini. E’ chiaro che chi tornava da una gita sul moscone diventava oggetto di fulminanti invidie che potevano durare a lungo, in quanto ci si spingeva oltre la prima banchina, zona di accumulo di sabbia e limite considerato invalicabile da ogni persona di buon senso.

Il bagno terminava quando compariva il segno che la semeiotica medica di allora indicava come prossimità al collasso. Questo era costituito dal raggrinzimento delle dita, oggetto di continue ispezioni durante l’ammollo. Partivano allora i due colpi regolamentari di fischietto e questa volta i bambini si avviavano lentamente e malvolentieri sulla spiaggia e lontano dal desiderato bagno.

Gerardo allora faceva fare una serie di ritmici movimenti noti come ginnastica, che avevano lo scopo di tenere attivo il muscolo e – in maniera non confessata – permettere la conta degli emersi.

Ignoti a quei tempi teli o asciugamani, per cui l’acqua veniva eliminata dal sole e con molta più lentezza percolava dai costumini.

Dopo la parentesi sportivo-balneatoria, il gruppo ritornava alla Vela d’Oro per pranzo ed obbligatoria gabanella.

Il pomeriggio era dedicato al gioco di massima virilità e abilità costruttiva. La trincea nasceva dalla inderogabile necessità di avere il lato Cattolica della Pensione Vela d’Oro protetto. Nessuno ha mai colto la ragione reale di questa strategia á la Maginot, né si erano viste incursioni di pirati o comacchiesi dalla fine della II Guerra mondiale. Suggestivi forse potevano essere i relitti di fortificazioni e blocchi anti-sbarco lasciati dalla Wehrmacht e di costoso smaltimento post-bellico. La trincea si poteva fare a scopo di allenamento sulla spiaggia, anche se mal tollerata per il disturbo dei grandi passeggiatori da battigia, la cui unica e reale professione era di criticare quanto veniva fatto di fuori norma. Comunque i giovani coloni scavavano la trincea. Per fare questo non erano sufficienti le palette e i secchielli convenzionali: era necessario passare al badilino da Lire 500 distribuito ogni mattina dai vu cumprà ante litteram, riminesi che caricavano su una bici un bidone per braccia del manubrio e un terzo sul portapacchi posteriore. Questi container erano pieni di ogni ben di Dio per l’edonismo da spiaggia e venivano reclamizzati con un crudele “piangetebambinichevadovia”. La popolazione della colonia era chiaramente senza soldi e solo Gerardo poteva, ad insindacabile giudizio, consentire spese voluttuarie. Inconfessati accordi pre-partenza consentivano a taluni fortunati l’accesso al sibaritico badilino in lamiera con manico passato al tornio. Naturale complemento era il secchiello grande, di plastica ma robusto e quindi in grado di portare grandi quantità di sabbia bagnata.

La strumentazione d’avanguardia e l’esperienza acquisita nella spiaggia consentivano al passaggio alle dune poste sul lato Cattolica della Pensione, del tutto non frequentata e occupata solamente da erbe, spini e piante in grado di crescere in quella savana. Questo era l’ambientazione ideale per disegnare strutture degne della linea difensive passate di lì qualche decennio prima e che impegnavano la popolazione maschile per giorni e giorni. Le femmine erano escluse a causa di potenziali rischi di cadute (in realtà, per inconfessata misoginia). La trincea vera e propria aveva come coronamento un muro esterno di sabbia pressata, cui venivano messi legni e rami spinosi a formare mini cavalli di frisia. Le retrovie erano costituite invece da scavi profondi, che agivano da ipotetici luoghi di riposo e protezione.

La occhiuta vigilanza di Gerardo e delle Signorine era sempre attiva. Come da protocollo, le Signorine esprimevano sonoramente il loro disappunto per attività tanto faticose, che sporcavano tutti i vestiti e che lasciavano i bambini spossati. Gerardo invece aveva una sua strategia sottile e i ragazzi venivano lasciati a giocare finché non giungeva il buio. Questo era il segnale non negoziabile che si tornava alla Pensione e ci si avvicinava alla cena dopo sommario lavaggio delle mani.

A questo punto intervenivano le arti di Pina, la sorella di Gerardo addetta alla cucina, che gestiva una struttura da stella Michelin. Infatti vi erano gruppi di Italiani e Tedeschi che venivano appositamente per assaggiare lo spaghetto di Pina e il suo pesce fritto.

I bambini mangiavano con vigoroso appetito: la somma di fatica fisica più pranzetto agivano come potente facilitatore del sonno e le Signorine potevano star tranquille che dopo le 21 nessun ragazzo era più sveglio.

Quando pioveva c’era la triste passeggiata, guidato dalle onnipresenti Signorine e con Gerardo in testa. In quelle occasioni, la pancromatica colonia dei bambini della Ferrovia avevano occasione di incontrare le file ordinatissime e serrate di bambini di altre colonie, guidate da rigide suore o da algide schwester. I bambini delle colonie delle Ferrovie, della Stipel, dei dipendenti di strutture statali erano vestiti tutti rigorosamente uguali, dalla testa ai piedi. Lo stesso avveniva per gli accompagnatori. Gli occhi di quei bambini apparivano colmi di tristezza infinita e desiderosi solo di un abbraccio materno e di un ritorno a casa. Elioterapia sì, ma decisamente sofferta.

Gerardo conosceva perfettamente tutte queste cose, sapeva che a quel tempo i bambini non si muovevano affatto e per questo la mancanza di casa era spesso lancinante. I più fortunati alla Domenica provavano un tuffo al cuore quando scorgevano arrivare uno o entrambi i genitori con Vespe e Lambrette: i più organizzati arrivavano il Sabato e si fermavano a dormire. Il mese che sembrava non passare mai di colpo assumeva vivacità e corse dinamiche, con il solo rammarico del momento della partenza. Gerardo sapeva benissimo tutto ciò e cercava in tutte le maniere di mantenere vivo il contatto con casa. Le cartoline partivano con aiuti di scrivani più anziani e i servizi postali dei tempi assicuravano che queste raggiungessero destinazione in un giorno. Le famiglie rispondevano altrettanto velocemente, con attenta osservazione del numero dei francobolli da usare. La posta veniva data durante il pranzo e Gerardo dispensava le cartoline ai fortunati destinatari, tronfi di queste attenzioni. Le cartoline venivano lanciate ed era un piacere da volley raccogliere i saluti e i baci da casa.

Però Gerardo sapeva che anche questo non era sufficiente: la freddezza del mezzo postale andava sinergizzata con qualcosa di più caldo e interattivo. E qui apparve il magnetofono, antico termine indicante registratore a nastro. Per ragioni non note ai più, Gerardo riuscì a trovare un registratore Geloso che colpì immediatamente l’attenzione dei bambini quando videro i tasti verdi, bianchi e rossi mossi con maestria dal mago Gerardo. Gerardo chiedeva alcune cose, si avvicinava innocentemente ai bambini e questi rispondevano in base ad umore e domanda. Il dato che i bambini non sapevano è che la pressione simultanea del tasto verde e del tasto rosso faceva registrare quanto detto. La cosa poteva finire lì, ma era una sorpresa duplice e basata su strategie a tappe multiple. Il magnetofono e relativo nastro raggiungevano la Direzione della Ferrovia e poi Sermide: alcuni fortunati genitori potevano sentire in anteprima le voci dei bambini al mare, che sembravano a mille chilometri di distanza.

La settimana successiva uno dei figli di Menani tornava a Riccione con un carico segreto. Al pranzo della Domenica c’era la convenzionale sorpresa, ormai non più tale: arrivava il camioncino dei gelati e i bambini FSF avevano un extra ben diverso dalle mense delle grandi colonie. E qui Gerardo estraeva la sua bacchetta magica, il mitico magnetofono, stavolta caricato con le voci di alcuni genitori che mandavano antesignani messaggi vocali via nastro.

Però casa è casa e un sospirone di sollievo sorgeva tra i 30 coloni quando arrivava la notizia che era tempo di andare dal barbiere. Quegli anni erano caratterizzati da nuche pulite, taglio alto del capello, all’“Umberta”, che faceva pulito e ben tenuto. Quelle giovani nuche sarebbero state al ritorno un’attrazione fatale per le maestre dei paesi di origine, per correzioni montessoriane di errori e abitudini malsane.

I bambini si lasciavano andare a scene di eccitazione e di entusiasmo, quello era il segno sicuro che il giorno successivo ci sarebbe stata la partenza ed il ritorno a casa. L’eccitazione continuava nella notte e quella era l’unica in cui le Signorine dovevano esercitare il loro severo imperio per ottenere una qualche forma di disciplina. I bambini sarebbero tornati belli abbronzati, muscolosi e scattanti e con un piacevole sapore di salmastro, complici anche le non frequentissime abluzioni del tempo.

Il ritorno sarebbe stato speculare rispetto quanto visto all’andata e anche stavolta ci sarebbe stato il direttissimo Adria-Express del mattino, che partiva in forte composizione da Rimini al traino di una 685. Il grattacielo di Ferrara era il segnapassi del “siamo quasi a casa”. Sul quinto binario della Stazione c’era la 72 con i motori accesi e il suo tranquillizzante colore isabella, pronta a restituire alle case bambini e bagagli. In realtà i bagagli si limitavano al sacchettino azzurro con numero, ove spesso però c’era spazio per una conchiglia dipinta con Madonna oppure di una palla di neve in vetro. Ancora un’ora o due e tutti sarebbero giunti a casa. Al “15” ci sarebbero state tagliatelle in brodo ottenute fini con la coltellina derivata dalla falce, la gallina lessa con peperoni e cetrioli a fette spesse. Il pranzo contemplava l’anguria tenuta nel pozzo come complemento rinfrescante. Felicità per il corpo, ma anche per l’anima per un ritorno tanto desiderato.

Fabio Malavasi

Flavio Tiengo

 

P.S.: Si ringraziano le Famiglie: Menani, Negrini, Banzi, Bottoni, Cappi, Galli, Marchini, Santini e Arrivabeni per aver messo a disposizione le immagini della colonia

AGENZIE DI RATING? NO GRAZIE!

Sul Corriere della Sera del 19 febbraio 2014 (p.47) appare il testo di Sergio Romano “AGENZIA DI RATING NELL’UNIONE Le perplessità di Bruxelles” in risposta a una lettrice sul rinvio al 2016 della discussione su un’agenzia di rating europea. Premesso che condivido la documentata, saggia e corretta risposta data alla lettrice che lo interrogava, vorrei fare alcune osservazioni.

Le agenzie di rating che “dominano in questo momento il mercato” NON HANNO “un gran numero di economisti e ricercatori in grado di leggere e verificare attentamente i bilanci degli Stati e di migliaia di aziende” ma evidentemente – a giudicare dalla qualità dei loro giudizi e dalle conseguenze del loro operato sui risparmi investiti dalle famiglie – possono contare su un personale forse numeroso ma sicuramente poco informato e inesperto, sebbene indubbiamente devoto alle ragioni dei proprietari delle suddette agenzie di valutazione che fanno capo ai più potenti gruppi che dominano la finanza mondiale.

A questa devozione, unita a disinformazione, va forse attribuito il giudizio sui titoli italiani del debito pubblico, che mette in dubbio la capacità dello Stato italiano di far fronte ai propri impegni. Quando mai tale impegno è venuto meno?

In economia vigono due regole:

1) possiamo ipotizzare che accada soltanto ciò che è già accaduto,

2) il futuro non è prevedibile, e per questo mai previsioni economiche di una certa rilevanza si sono verificate.

Gli economisti dovrebbero smetterla di fare previsioni che puntualmente non si realizzano e dovrebbero invece proporre misure di politica economica che creino un clima favorevole all’occupazione, e quindi alla crescita della domanda aggregata, unico pilastro sul quale si reggono le sorti di tutti i sistemi economici contemporanei.

Questa semplice verità, che è sotto gli occhio di tutti, è oggi ignorata e forse non inspiegabilmente …

L’operato di queste tre agenzie di rating non causerebbe i danni che provoca sull’economia di coloro (e sono di solito le famiglie, i piccoli e grandi risparmiatori) che incautamente si avvicinano ai mercati finanziari senza essere degli “insider traders” (e perciò passibili dell’accusa di “insider trading” o aggiotaggio, turbativa dei mercati prevista dall’art.501 del Codice penale italiano e punita come attività criminosa) se non avvenisse una capillare diffusione delle notizie da esse emanate attraverso organi di stampa, radio e televisione.

Sembra paradossale che tale diffusione avvenga senza oneri per le agenzie di rating, il cui potere di convincimento è proprio commisurato alla conoscenza e influenza di quelli che sono proposti come “fatti” mentre si tratta in realtà di illazioni, deduzioni, talvolta addirittura di invenzioni, ma di grande utilità se credute fondate e perciò divenute miracolosamente vere dopo essere state enunciate.

Vi è infatti una sola LEGGE ECONOMICA, che i manipolatori del mercato conoscono sin troppo bene e della quale non si dimenticano mai, neppure per un istante:

CIO’ CHE E’ CREDUTO VERO DIVENTA VERO SE CI SI COMPORTA DI CONSEGUENZA.

Non è quindi l’esistenza delle agenzie di rating a provocare un danno ai cittadini italiani e non soltanto, ma lo è invece sicuramente la diffusione (capillare e reiterata ad ogni pié sospinto anche nella miriade degli inutili dibattiti dai quali siamo quotidianamente afflitti) delle notizie divulgate ad arte da tali istituzioni.

Perché mai dunque si dovrebbe dare vita a una agenzia di valutazione europea che – oltre ad essere sicuramente costosa come tutte le istituzioni che siamo andati creando negli ultimi decenni per sistemare i “clientes” dei vari potentati non soltanto italiani – potrebbe essere facilmente asservita agli interessi di qualcuno?

Si dovrebbe invece operare altrimenti: NON DIVULGANDO i giudizi delle agenzie di rating, dato che essi si sono rivelati dannosi perché distorti, mendaci e comunque inutili o errati.

Sta quindi a quelli che vorremmo fossero davvero mezzi di informazione – e non di disinformazione, strumenti asserviti a interessi economici che ci sono estranei – ignorare l’esistenza delle agenzie di rating e dei loro giudizi, creando così una cortina di silenzio che isolerebbe e proteggerebbe i risparmiatori, annullando, e così opportunamente vanificando, l’influenza di chi vuole indirizzare le scelte economiche degli inermi cittadini a proprio esclusivo vantaggio e a danno delle famiglie e delle imprese italiane.

Non stare al gioco di chi impunemente si serve della cassa di risonanza di radio, televisione e stampa, per non parlare di internet, per raggiungere i propri fini e fare i propri esclusivi interessi, potrebbe essere un segnale – di cui per ora purtroppo non vi è traccia – di vera maturità nella gestione dell’INFORMAZIONE nel nostro Paese.

In proposito non sarebbe male rileggere (o leggere, se ancora non lo si è fatto) un aureo libretto del giurista Vincenzo Zeno Zencovich intitolato “Alcune ragioni per sopprimere la libertà di stampa” uscito nel 1995 …

Gianni Fodella   

docente di Politica economica internazionale presso l’Università degli Studi di Milano

GUAI EPOCALI SE RENZI NON SARA’ BEN PIU’ AMBIZIOSO CHE OGGI

Stavolta sono state scritte parole semplici e vere su una questione generale che avrebbe potuto tirare in ballo la filosofia della storia, il destino, la deriva dei continenti e dei sistemi, molto altro. “Le forti personalità che di tanto in tanto appaiono possono fare la differenza” ha ragionato Angelo Panebianco. “Ma spesso falliscono, non riescono a prevalere sui poteri diffusi e anonimi che se ne sentono minacciati”. Parla naturalmente di Matteo Renzi, del suo “tentativo di ridare forza alla politica rappresentativa allo scopo di ridare forza a se stesso”. Magari il punto davvero importante proposto da Panebianco non è che “la decisione del presidente del Senato di costituire la sua assemblea come parte civile contro Berlusconi potrebbe far fallire l’accordo Renzi-Cav (…) forse l’ultima opportunità prima di contemplare scenari da repubblica di Weimar”. Non è il punto importante in quanto né un’eventuale vendetta guerrigliera di Silvio contro la magistratura, né un possibile naufragio dell’Italicum sono all’altezza di provocare una catastrofe wagneriana quale la fine di Weimar. Più centrale l’argomentazione: “L’indebolimento della democrazia rappresentativa è stato compensato dal rafforzamento dell’amministrazione e della giurisdizione. Nulla può la democrazia senza il placet della burocrazia e della magistratura. E poiché sono strutture per la conservazione dell’esistente, queste ultime non permetteranno alla politica di introdurre cambiamenti”. In più, “la delegittimazione della politica rappresentativa porta alla ribalta i movimenti antiparlamentari”. Insomma, conclude il Nostro, “la politica è impotente nei confronti del contesto”. Sia chiaro, va osservato, che la politica quale noi la conosciamo, ossia la malapolitica, è non solo vittima, anche correa del contesto. In ogni caso il contesto trionfa su ogni sforzo. Il contesto è ben peggio del Cav, della proporzionale, dell’ingovernabilità, della morte stessa delle elezioni e della democrazia. Se il contesto è il suo nemico mortale, è lapalissiano che Renzi dovrà rottamare il più possibile del contesto e della vecchia politica. Non solo i personaggi, anche le istituzioni e le prassi. Se avrà l’ambizione soverchiante di Alcibiade, il nipote di Pericle che un po’ anticipava Cesare Borgia; se vorrà i trionfi temporanei di Cola di Rienzi, oppure quelli duraturi di Ataturk, il Fiorentino d’assalto non potrà non rovesciare il tavolo, non potrà non contrapporsi frontalmente al sistema intero, non potrà non spegnere la neonata Terza Repubblica con la crudezza del direttore vichingo dello zoo di Copenhagen: perché la Terza è una giraffa di troppo, e i leoni sono affamati (sono i giovani senza lavoro, sono l’antipolitica, sono metà dei sardi che rifiutano di votare, sono le mille imprese che hanno chiuso ogni giorno dell’anno, eccetera). Se riterrà di non poter fare il trucidatore di giraffe, se si contenterà delle possibili soddisfazioni dei primi Cento Giorni (p.es. l’Italicum, una legge cosmetica sui jobs, una rimodulazione del Senato che salvaguardi seggi e buste paga dei dipendenti), Matteo Renzi finirà sconfitto. Per vincere, sulla distanza dovrà risultare l’Eversore, il Chirurgo amputatore, il Liquidatore fallimentare degli assetti e degli equilibri sorti nel 1945, carta costituzionale compresa. Probabilmente non farà queste cose perché gliene mancheranno la tempra e la coerenza implacabile: allora il suo posto nella storia sarà quello di un Goria come tanti. Non potrà invocare ad attenuante il dettato costituzionale, perché la Carta è zero. Andrà riscritta in grande, alla zoo vichingo, nella prospettiva di superare la delega elettorale, di sperimentare forme alternative di democrazia cominciando da quella semidiretta e selettiva, basata sul sorteggio. In Italia quella rappresentativa è agli sgoccioli. Lo sanno bene Panebianco e i suoi colleghi, solo che non dicono mai cosa le succederà. Se le demolizioni renziane non verranno, non è detto che la Terza Repubblica perirà presto. Probabilmente vivrà della longevità malata dell’impero di Bisanzio, anzi di quello di risulta dei Comneni a Trebisonda. Andrà meglio se la Terza potrà diventare una specie di District of Columbia o di Commonwealth of Puerto Rico dell’Unione Europea. A voler conservare un rango più decoroso, se non Renzi altri non potrà non smantellare la repubblica della Casta, questa di Partenopeo e del Contesto, con più cattiveria di come de Gaulle sfasciò la Quatrième.  A.M.C.

“LE MANI BIANCHE E PURE DI STALIN”: ETERNE SCEMPIAGGINI DEGLI INTELLETTUALI

La sfortuna, per noi che sogneremmo la disfatta del Cav, è che i nemici più implacabili del berlusconismo sono gli intellettuali di sinistra. Dove sono passati, non cresce più l’erba. Il sentimento anti-giustizialista, invece, non fa che crescere.

Andò così, in termini molto più drammatici, nella Guerra Civile spagnola. Si inebriarono per la Repubblica -prima di color cangiante, poi decisamente rossa- i più bei nomi del firmamento letterario planetario. Tifarono per il Frente Popular un centinaio di scrittori e artisti di fama. Per Franco, quanto le dita di una o due mani. Negli USA, paese anticomunista quanto nessun’altro, furono per la Madrid pararivoluzionaria il 98% dei “chierici”. A guerra finita l’inglese John Osborne (Ricorda con rabbia) lamentò : “La nostra generazione non è più capace di morire per una causa come la generazione della guerra civile di Spagna”. Da come sono andate le cose, i sudditi di Re Juan Carlos non sembrano rimpiangere di  non essere morti.

Alcuni apologisti del Caudillo non mancarono. Manuel Machado,  fratello del grande bardo rosso Antonio, lodò Francisco Franco: “Sabe vencer y sabe sonreir (sorridere)”. Ma gli apologisti lirici furono a destra abbastanza pochi per produrre un eccesso di sciocchezze (Franco fu  incapace di misericordia e di veri sorrisi).

Infinitamente più brillante l’esaltazione andata agli eroi della sinistra No pasaran. L’iconaAntonio Machado arrivò a rivolgersi così a Enrique Lister, gran comandante di truppe comuniste: “Si ma pluma valiera tu pistola/ de capitan, contento morirìa”. Se non bastava questo atto di sottomissione della Poesia di fronte al marziale maneggio di “tu pistola”, apprendiamo che per il Vate il pugno chiuso del saluto bolscevico era in realtà “una mano abierta y generosa, que se equipara con el cristianismo autentico”. José Bergamìn y Gutierrez cantò le particolari mani di Stalin: “blancas y puras, manos de nieve silenciosa“. Ridete pure, ma per gli storici “las manos de nieve silenciosa” fecero morire a vario titolo molti milioni di persone. Invece la Musa da trincea Maria Teresa Leon assicurò che Stalin era “nuestro padre querido”. Il ribrezzo non vi strozzi. Tra l’altro il “querido” liquidò fisicamente non pochi degli emissari e agenti che aveva mandato in Spagna (Togliatti no).

Con questi precedenti è sicuro: con o senza il Lubrico da Arcore, il berlusconismo non morirà finché esisteranno gli intellettuali di sinistra, apoplettici e menagrami quanto i ditirambisti di Lister e Stalin. Il berlusconismo potrà perdere questa o quella elezione, essere ammaccato da questa o quella sentenza penale, ma la fiamma azzurronerastra non si spegnerà. Le sue Vestali saranno gli intellettuali democratici.

Essi non sono mai riusciti a dimostrare la loro utilità. Non hanno mai elargito pacchi-dono ai poveri, come invece fanno le aristocratiche  della San Vincenzo, e più ancora le miti volontarie delle mense. Quando sono stati al governo gli ex-rivoluzionari non hanno contrastato l’impennata dei redditi dell’One per cent. Se questo volessero davvero tentare, quasi nessuno li crederebbe sinceri.  Minacciano sfracelli guerriglieri alla greca, oppure opere di giustizia che non sanno compiere.  Fanno come il loro padre nobile, Giorgio Partenopeo: allocuzioni su allocuzioni dalla parte dei disoccupati e dei suicidi per disperazione, ma il fasto della mia reggia non si tocca.

Eppure i falsi annunci e le analisi insipide della cultura impegnata impauriscono la gente d’ordine più piccola e sprovveduta. Il risultato, imposto quasi da una legge fisica, è che il conservatorismo forzista, disposto ad ogni bassezza, si arrocca in difesa. Prova persino a volgere a suo favore la pura e semplice energia cinetica di un fiorentino che si annuncia Cola di Rienzo o capo dei Ciompi.

Beati i popoli con meno intellettuali marxisti in quiescenza.

Porfirio

PAPA BERGOGLIO HA GIA’ MOLLATO?

Secondo la storia ufficiale sono due i pontefici che rinunciarono alla tiara, Celestino V e Benedetto XVI. Ma non è assurdo sostenere che ce n’è un terzo, il cui “gran rifiuto”, come lo chiamò Dante, ha natura diversa: Jorge Mario Bergoglio. Non si è dimesso, Francesco; al contrario. Regna vigoroso, alla sua maniera che è alquanto dissimile da quella tradizionale. Rimaneggia e corregge la Curia, verosimilmente in armonia coi propri principii e col nerbo di un grande esponente della Compagnia di Gesù. Ha fatto un’infornata di cardinali, mettendo fine alla millenaria, esiziale pratica di privilegiare gli italiani. Detta la linea su più di un terreno circoscritto, senza emettere un eccesso di comunicati e di proclami.

E tuttavia, forse Francesco ha già fatto la scelta grossa: quella di non essere il papa rivoluzionario che in molti ci attendevamo e dovremo ricominciare ad attendere. Forse ha già definito le sapienti linee che si era prefisso ai fini di una storica operazione simbolica (definirla “di immagine” sarebbe ingeneroso, in ogni caso riduttivo).

A rischio d’essere duramente e presto smentiti da fatti magari già in gestazione, azzardiamo che Francesco le sue innovazioni maggiori le ha già fatte, e d’ora in poi applicherà le conseguenze di principi già annunciati. D’ora in poi, nihil novi. Lo sviluppo della grande svolta cattolica spetterà a uno o più successori.

Forse il pontefice non raccoglierà la sfida postagli il giorno dell’elezione dai primordi del Terzo Millennio cristiano. La sfida di aggiungere al ruolo di capo dei cattolici quello di Maestro e guida dell’Occidente, e quasi del pianeta intero. La sfida di smentire i luttuosi vaticinii spengleriani del Der Untergang des Abendlandes (Tramonto dell’Occidente). L’Occidente può restare nucleo centrale dell’umanità. In un’era fatta orfana dei valori antichi e cattiva generatrice di ideali nuovi, il papa che aveva esordito coi gesti e le testimonianze di Francesco aveva il potenziale di conquistare le menti dei popoli: purché  compisse concreti atti straordinari, tellurici, che lo avrebbero collocato al di sopra di tutti gli Obama della Terra.

Se avesse spostato ben in avanti la frontiera da raggiungere. Se avesse insegnato modi nuovi di invocare il Dio ignoto. Se invece di ripetere le giaculatorie della consuetudine; se invece di recitare gli appelli di tutti i prelati sull’amore, su Maria, su una condivisione della ricchezza che quasi nessun ricco accetta; se avesse posato per meno foto da PR, liberato in volo meno colombe bianche,  indossato meno copricapi policromi; se avesse trasferito il vertice cattolico dal Vaticano a un monastero di montagna; se avesse venduto e destinato ai poveri le opere d’arte, i palazzi e le banche di Pietro; se avesse abolito i cardinali, visto che i discepoli del Figlio di un falegname erano pescatori, non dignitari vestiti di seta e scortati dai motociclisti; se avesse scacciato gli ambasciatori in feluca e richiamato i nunzi apostolici; se avesse fatto altre cose scardinatrici e intense, i popoli galvanizzati lo avrebbero sentito come il padre autorevole e buono di tutti,  il pastore che il mondo non ha, degno di insegnare ai potenti come alle masse.

Insegnare magari anche le cose che la Chiesa asserisce ogni giorno, fatte però credibili e trascinanti da opere già compiute. Insegnare il ripudio del materialismo, del consumismo, dell’idolatria del benessere edonista, della crescita ad ogni costo. Insegnare il dovere di sentirci fratelli, oltre che dell’uomo, anche della Terra.

Francesco ha articolato esortazioni, non compiuto azioni. Teoricamente, potrà agire in prosieguo. Però è difficile; il buon giorno si vede dal mattino. I primi dodici mesi sul Soglio rischiano d’essere archiviati come l’anno delle commissioni di studio e delle consulenze, ha scritto un giornale. Altre erano le promesse, altre le attese. Bergoglio ha sì ingentilito la facies del papato e ritoccato alcune forme, agendo però nella continuità, da 266esimo pontefice.

Potrà scatenarsi in futuro, ma va verso i 78 anni, non ha molto tempo. Forse il papa rivoluzionario, cioè Imperator  spirituale e bonificatore del mondo, dovrà avere quarant’anni. Quarant’anni aveva il Maometto che sotto la dettatura di Dio scrisse il Corano e lanciò una civiltà e un ecumene. Quarant’anni dovrà forse avere il pontefice che voglia farsi miglioratore dei cristiani, pastore di molte genti, rinnovatore tempestoso.

Forse dovrà essere anche messianico estremo, come Friedrich Hoelderlin sommo lirico, che  nel 1802 rimpatriò in Svevia da Bordeaux, a piedi, sognando il ritorno dei numi antichi che facessero della Germania la nuova Grecia cristiana. Nella sua follia era logico: per Hoelderlin la modernità, che in terra tedesca si annunciava aurorale e grandiosa, nasceva nell’Ellade.

l’Ussita

LETTERA A DUE MONACHE FIORENTINE

Cara Marta, ti confido le cose venutemi in mente leggendo “Insegnaci a contare i nostri giorni” di Carmela Grande. Viviamo un momento nel quale -col Papa in un monastero invece che negli Appartamenti Pontifici così nemici dell’uomo- persino certi marescialli della miscredenza si sgolano a ricordarci che la sete di fede non è finita. Allora non è ozioso chiederci qual è la capitale religiosa d’Italia. Certissimamente non Roma. Lì le nequizie del Quirinale e la politica repubblicana, più i sozzi costumi locali, farebbero di colpo baccanti e cortigiane delle Carmelitane di Bernanos, le quali si incoraggiavano a morire di ghigliottina.

Un tempo non lo si sarebbe detto, ma forse la nostra Sion celeste, il nostro Monte Athos, è Firenze. Non tanto per i grandi spiriti cristiani del passato: dall’eroico frate Gerolamo bruciato sul rogo al santo arcivescovo Antonino Pierozzi, duramente umiliato dal paganesimo del Rinascimento; dalle smanie sdegnose di Giovanni Papini agli accomodanti empiti di Piero Bargellini e di Giorgio La Pira.

Non per gli uomini di fede del passato, dicevo. Invece sì per la sommessa consuetudine con le ombre, gli altari e le mense cristiane di tante persone dei nostri giorni, fiorentine per nascita o più ancora per amore. Mi vieni avanti tu Marta, che venisti dal Piemonte/dalla Liguria, pronipote di un “cugino del Re”, e alla tua Badia divenisti fiorentina zecchina quale saresti piaciuta all’Alighieri della battaglia di Campaldino. E mi vieni avanti Carmela Grande, nata in Sicilia come La Pira. Di te il cardinale Piovanelli ha scritto che 22 anni passati nell’Oltrarno ti hanno permesso “di entrare in un mondo di cristianesimo autentico, capace di amare soprattutto i più poveri”. E’ qui   il cristianesimo.

Marta e Carmela, respirando l’aria e persino i miasmi di Firenze avete imparato a vivere secondo i modi interiori di una città che passava per edonista e petulantemente letteraria, e invece è sororale col Nazzareno. Ammiro  senza riserve, Marta e Carmela, il coraggio generoso di farvi monache -cioè le migliori tra noi- senza voltare le spalle al mondo, anzi facendovi lievito di quel po’ di mondo che il destino vi ha assegnato.  Coraggio generoso di farvi le migliori tra noi: ve lo dice uno che mai dimentica la primogenitura spettante all’uomo maschio, eppure spesso sente di dover imparare da voi idealiste: siete fatte di fango come noi progenie di Adamo, però impastate con più luce dello spirito.

Marta, so quanto coraggio hai messo nei decenni per vivere prove che avrebbero schiacciato molti. Di te Carmela ho appreso con commozione una gesta umilissima e fiera: in un’Italia stremata dalla guerra sentivi di “vivere in mezzo al benessere più opulento”. Felice Carmela che hai sempre confidato nella ‘fedeltà di Dio’. Io, più immediatamente e con meno angoscia, credo nella fedeltà dei molti, moltissimi, che sono misericordiosi, e troveranno misericordia.

Torniamo alla città trasfiguratrice di cuori. Su Carmela lo “spirito di

Firenze” cominciò a dominare nell’alluvione del 1966, e poi col contagio di donne come Fioretta Mazzei. Proprietaria di un palazzo, Fioretta lo trasformò in rifugio per poveri “che nessuno voleva”; e lì dimorava e cucinava i pasti per reiette e straccioni, assieme a Carmela. Quanto a te Marta, so da molti anni quanto ti accese l’arrivo alla Badia Fiorentina della francese Fraternità monastica di Gerusalemme. L’aveva fondata un cappellano alla Sorbona, P.M.Delfieux, che era stato eremita nel deserto. Entraste anche voi due  nella Badia, perché “il vero deserto è in città”.

Sì, ma cose così, con un fervore così sorridente, avvengono più in città come Firenze che altrove. Qui anche i mattoni delle case e i selciati delle strade sembrano condividere la fiducia, o l’illusione, che “la vita cristiana è annuncio di cieli nuovi e terre nuove”. La gloria della Firenze dei Medici non sopravvisse alla morte giovane del Magnifico, alla carie spirituale del figlio suo Giovanni, fatto cardinale a 13 anni, poi papa Leone X. I luterani poterono chiamarlo Anticristo.

Voi beate, Marta e Carmela, che dalla Badia -che era stata Casa dei poveri- tenete accesa una lampada della più cristiana tra le grandi città.

Uno di un altro Cenobio

LO ‘SPIRITO FORTE’ GEORGES SOREL vs LA DEMOCRAZIA DEGLI IMBROGLIONI

Il teorico del sindacalismo rivoluzionario, l’ammiratore di Lenin, l’amico di Bergson e di Croce, l’avversario del marxismo storico e, più ancora, del conformismo democratico e parlamentare, fu (scriveva quarant’anni fa lo storico Gabriele De Rosa) “uno degli spiriti forti che agli inizi del Novecento erano ansiosi per le sorti della borghesia attratta dalla voragine della democrazia giolittiana. Era convinto che il convergere radical-socialista fosse “la via escogitata dalla borghesia capitalistica per corrompere il proletariato.”

“Sorel -scriveva ancora De Rosa- ha sete di purificazione ideale, affida la bandiera proudhoniana della riscossa morale a uno Stato rivoluzionario e proletario”. Di un proletariato estraneo al riformismo economicistico, al parlamentarismo, alle indulgenze borghesi. Non si stancherà di ripetere che i cattivi socialisti sono i nemici più pericolosi della classe operaia. Portava il bagaglio composito di una tradizione culturale francese, da Proudhon a Renan, a Péguy, a Maurras, nata dalla rivolta antigiacobina e moralistica del risentimento dei filosofi riformatori contro la decadenza politica e civile della Francia, immersa nella democrazia individualista”.

Un secolo dopo, gli  anatemi di Sorel valgono anche  contro i gestori

della società politica italiana. La sudditanza d’oggi al capitalismo, al consumismo, agli Stati Uniti, al buonismo, alla furfanteria di regime sarebbero bersagli ideali per l’ingegnere-pensatore che morì (1922) sognando ancora la “Repubblica dei produttori”, una comunità di idealisti. Quando scriveva “i nostri parlamentari non sono in alcun modo capaci di interessarsi alle idee generali, e per essi l’avvenire non oltrapassa la data della prossima elezione” (…) occorre incriminare la democrazia” non faceva che anticipare di un secolo lo sdegno d’oggi.

Il Nostro non perde occasione per schernire la democrazia borghese/liberale per i suoi vizi: “Diritto e libertà sono troppo poco salvaguardati dalla democrazia (…) I sofisti più sfrontati alimentano il vizio fondamentale di tutte le democrazie (…) cercare di di trionfare sulle tendenze che spingono le masse operaie verso la repubblica dei produttori”. E ancora, scrivendo a Mario Missiroli, “La democratie travaille à tourner la tete de l’homme du peuple dans le sens d’une soumission aux demi-lettrés”.

“L’autore di ‘Da Proudhon a Lenin’ amò l’Italia come pochissimi stranieri, parteggiò per essa prima e dopo la Grande Guerra, in Italia trovò lettori e seguaci. Credette di assegnarle il primato intellettuale e politico in Europa” (questo scrisse la ‘Nuova Antologia’ nel dicembre 1928, introducendo alcune pagine postume del Nostro). Questa fiducia di Sorel ci appare una premonizione del ruolo di “laboratorio politico” che oggi è giusto attenderci dalla terra che nel passato inventò tante cose, buone e pessime, dall’impero di Roma al papato anticristiano del Rinascimento, dai capitani di ventura al fascismo, al berlusconismo porcino.

L’Italia espresse tanto, soffre tanto sotto la peggiore politica dell’Occidente, è  umano che torni ad essere creativa. Oggi la missione storica è creare anche per altri popoli d’Europa una democrazia migliore che ai tempi di Sorel e ai nostri.

Più ancora: quando Sorel ricorda :”Vico credeva che la filosofia greca si fosse formata sull’agorà di Atene, come conseguenza della formazione di leggi saggiamente discusse fra i cittadini”, non si unisce ai molti che cento anni dopo invocano il liberatorio passaggio a formule ateniesi e moderne insieme di democrazia semidiretta?

A.M.C.

NULLA PIU’ CHE OGGI SI POTRA’ FARE (NEL MONDO) PER I MIGRANTI

Giorni fa ‘Repubblica’ ha dedicato spazio e copiosa empatia a uno dei tanti calvari abitativi degli immigrati dall’Africa: un palazzo abbandonato a pochi passi dalla stazione Termini, nel cuore di Roma: via Curtatone 3. Era stato la sede di un ente chiamato Ispra; oggi ci bivaccano 450 persone, un multiplo degli impiegati di un tempo. Non c’è luce. Non c’è acqua, quindi niente servizi igienici. Dormono per terra, una cinquantina di bambini compresi. I pavimenti sono popolati da scarafaggi e da topi. Altre Geenne romane hanno nomi leggiadri -Collatino, ponte Mammolo, la Romanina- ma l’abiezione è all’incirca la stessa. Sarebbero partiti, se avessero conosciuto la realtà del loro “sogno di una vita migliore”?

Per nobilitare e fare espressionistico il quadro, ‘Repubblica’ ha dato enfasi al fatto che l’ex-Ispra è “Lampedusa” al centro della superba capitale. Ma, checché abbiano scritto e declamato le anime belle, la fase di soggiorno coatto nell’isola nel Mediterraneo è villeggiatura a confronto delle feci del palazzo conquistato dai 450. Sembra che vigilino a turni di 40 sentinelle per non essere sloggiati.

Mangiare non è un problema: la mensa dei preti è vicina. Tutto il resto è dramma. ‘Repubblica’ parla di ‘ghetto’ della disperazione. Ma i ghetti veri, quelli degli ebrei, erano Parioli e Beverly Hills a confronto. Mercanti, medici e sapienti giudaici vi ci vivevano esistenze accettabili, persino confortevoli. Nel quartiere (anche) giudaico di Siviglia misero casa i re di Castiglia, poi di Spagna. Oggi i Reales Alcàzares attirano i turisti anche per le casette ebree. In molti ghetti del mondo sono andati a vivere gli stilisti e gli avvocati quasi ricchi. A parlare di ghetto invece che di slum fetido ‘Repubblica’ scherzava.

Le anime belle e i naufraghi del gauchisme si torcono le mani per il dolore, tanto grave è la débacle della società multiculturale che vagheggiavano (l’arricchimento spirituale è pari a zero, per noi come per i nuovi venuti). Però non spiegano perché per decenni asserirono che il birth control era una fandonia dell’Occidente colonialista; e perché oggi esigono  che si accolgano vaste masse di africani (prima di tutto), magari scampati alla morte in mare. Reclamano che li si trattino e sistemino bene allorquando sanno, i tardogoscisti, che niente più che oggi, niente più del minimo assoluto, si potrà fare per i migranti. Dovunque essi arrivino, Eldorado scandinavo compreso. Quanto allo Stivale, soldi e disoccupazione a parte, manca lo spazio fisico: siamo 60 milioni di tubi digerenti e la Terra dei Fuochi non è solo in Campania.

Coloro che caldeggiano più arrivi non sono in grado di dire che farebbero  di concreto, se gestissero questo ed altri paesi, per sistemare degnamente gli autoinvitati. Sanno che nessuno, cominciando da loro, vorrà condividere alcunché con ‘quelli di Lampedusa’. L’integrazione vera è una chimera, nelle banlieus francesi come dalle parti di Stoccolma, come negli USA, che pure  hanno un presidente semi-afro.

Le anime belle sanno che oggi nessuno, nemmeno i ferrei bolscevichi della Rivoluzione d’Ottobre, sarebbe capace dell’unica azione che aiuterebbe i miserabili: espropriare i ricchi, sovratassare gli agiati, impoverire le masse per amore di quelli dei gommoni. Roma ha i palazzi, i parchi  e gli arredi più affascinanti del mondo, cominciando dal Quirinale, ma non un soprammobile o non un arazzo sarà messo all’asta per dare una branda ai bambini dell’Ispra, del Collatino, eccetera. Non un ciambellano, non un corazziere, non un lacché di Napolitano sarà licenziato per recuperare risorse.

I giornalisti democratici e i bamba buonisti che li prendono sul serio dovrebbero avere l’onestà di riconoscersi una genìa di bugiardi. Nulla sarà fatto più che oggi: il resto è futile atteggiarsi. Se anche gli italiani, gli europei, i nordamericani, gli arabi del petrolio, i cinesi avessero le risorse e lo spazio, direbbero no. Non per cattiveria né per razzismo, ma per le circostanze oggettive che in eterno non permettono più di un tot di generosità. ‘Accoglienza’ significava qualcosa quando eravamo in meno. Oggi (sette miliardi in crescita inesorabile) è una parola vuota.

Da noi qualcosa potrebbero fare i progressisti: mettere alla gogna, invece che leccarli, i decisori politici, la gentaglia delle Istituzioni, perché risultino ciò che sono:  la nostra sventura; i peggiori nemici della povera gente; egoisti e anticristi come i papi del Rinascimento. Ottengano, gli opinionisti democratici, che si venda qualche trumeau ufficiale, qualche centinaia di livree da lacché, per finanziare, quanto meno, la lotta a scarafaggi e ratti  dei tanti “avamposti di Lampedusa” dello Stivale.

Resterà comunque il brutale caso di coscienza delle ondate a venire. Istituire nuove tasse sulla generalità dei contribuenti (sono ormai proletarizzati anche i ceti piccoloborghesi) è impossibile. Tassare i grossi patrimoni, si può. In modi da economia di guerra, occorrerà d’ora in poi finanziare programmi doverosi e molto costosi:

– campagne di vario genere per distogliere i troppi dal venire: li attendono la mendicità e gli escrementi dell’Ispra;

– incentivi economici per i rimpatri volontari (anticipi subito, saldi a rimpatrii avvenuti; certezza del respingimento o del campo di lavoro forzato per i recidivi);

– interventi diretti per distogliere con aiuti in patria le famiglie tentate di emigrare;

– rimpatrii forzosi dei trasgressori delle leggi;

– incentivi e indennizzi per i paesi mediterranei da cui partono i migranti;

–  investimenti per nuovi e migliori campi di raccolta nazionali; campi da dislocare in aree poco insediate. Agli ospiti si potranno assicurare solo vitto, alloggio, assistenza sanitaria e qualche provvidenza e scuola per i bambini.

Gli immigrati recidivi, i clandestini, i  pregiudicati gravi devono espiare -come espiamo noi-  per i loro reati, ma le carceri scoppiano. Occorrerà, oltre a inventare alternative alla detenzione, allestire a luoghi di custodia vecchie navi o strutture galleggianti da costruire. La Gran Bretagna lo faceva.

Altra ipotesi da considerare è l’invio di reparti armati per la distribuzione diretta di soccorsi  ai più poveri delle nostre antiche colonie: a condizione dunque che gli aiuti non vengano consegnati alle autorità locali.

Non potremo sottrarci all’obbligo di ulteriori programmi umanitari, persino chiamando a sacrifici le grandi masse. Però dovremo condizionarli all’interruzione delle partenze di clandestini e all’incremento del birth control.

Qui, come su altri fronti, potremmo evitare gli atteggiamenti duri. Ma saremmo ipocriti, come i giornalisti democratici.

A.M.C.

IL VULCANO BERGOGLIO SI SPEGNE?

I primi Cento Giorni, poi i primi Trecento Giorni di papa Francesco sono passati, e che è rimasto della sua Rivoluzione? I successi mediatici sono stati innegabili, avvincenti. Quasi non c’è opinionista “rigorosamente laico”, cioè ateo, che non si dica incantato di Bergoglio. Accaniti capifazione anticlericali quali Eugenio Scalfari stanno incassando ricchi dividendi di rispettabilità grazie alle aperture ‘a tutti azimut’ (a 360 gradi)del successore di Ratzinger. Un tempo restavano confinati nel recinto dei mangiapreti. Oggi sembrano intitolati a maneggiare le Chiavi di Pietro. Il che va bene, benissimo. Nessuno sente la nostalgia dei vari ‘Non Possumus’.

Ma l’avvento di Francesco aveva suscitato l’attesa di svolte ben più epocali delle cose che al momento si profilano. Nessuno riuscirebbe a sminuire il valore dei propositi annunciati dal nuovo corso. Bergoglio ha dismesso più che un triregno. Ha accreditato il concetto di un capo religioso che si fa forte della sua debolezza, anzi impotenza. Ha rinunciato al fasto e all’aureola. Ha delineato nuovi stili e migliori accenti nell’azione terrena della Chiesa. Altre declinazioni feconde potranno seguire. Tuttavia gli annunci operativi sono stati pochi e non fulminanti.

La predicazione del papa resta strutturalmente tradizionale, inefficace quanto gli appelli che si ripetono ad ogni Angelus di ogni pontefice. Alcune enunciazioni sono struggenti, ma in una storia bimillenaria esse non sono mai veramente mancate. L’eloquio è senza dubbio aggiornato. Un Leone X redivivo che volesse reiterare oggi la condanna di Martin Lutero userebbe concetti e accuse di mezzo millennio dopo, non la bolla Exsurge Domine oppure la Decet romanum pontificem ; dunque il suo lessico somiglierebbe a quello di Bergoglio.

Difatti non pochi esegeti hanno già preso a sottolineare la fondamentale continuità dell’apostolato. Mai dire mai, naturalmente. Poiché nulla è impossibile a Dio, nemmeno le rotture più laceranti, nessuno può sostenere che queste ultime non verranno mai. E’ un fatto che i primi nove mesi non ne hanno portata alcuna. Un  solo esempio. La Chiesa sarà certissimamente costretta a rinnegare se stessa in materia di birth control.  Non potrà non capovolgere il suo storico insegnamento, essendo falso che sul pianeta ci siano pane e spazio per tutti i nascituri. E’ accertato che la Provvidenza non può beneficare tutti. La stessa fondamentale categoria dell’Amore, incessantemente riproposta anche da questo papa, dovrà ricevere una formulazione talmente nuova da diventare un concetto tutto diverso. Ecco allora delle ridefinizioni che essendo tassative potevano essere assunte invece che procrastinate.

Da più parti si sostiene che al centro della missione di Francesco c’è il rilancio della collegialità episcopale. Dio non lo voglia. Più collegialità sarebbe più immobilismo. Il senso della venuta di questo pontefice è tutto nell’azione dirompente che un grande capo voglia e sappia compiere. La collegialità eliderebbe le spinte e la darebbe vinta al consenso. Nei destini del Cristianesimo c’è più lotta, non più armonizzazione. Il dover essere, l’esigenza suprema è una guida rigeneratrice, irresistibile, non la convergenza.

Insomma la Chiesa non ha bisogno di un altro papa come gli altri. Ha bisogno di un grande maestro di coraggio, di un riformatore globale. Di papi omogenei tra loro ne ha avuti a sufficienza, e il bilancio è negativo. Anche per fare solo il pacifico “parroco del mondo” Francesco dovrà rimodellare e ricreare, non gestire in un continuum coi millenni.

Non è detto che la sfida più decisiva debba avvenire sul terreno teologico o comunque religioso, Persino una comunità di fede più convinta può attendere. Non potrà attendere l’impresa metareligiosa di strappare la cristianità alle anchilosi, alle degenerazioni spirituali, alle altre patologie dei troppi secoli. Un esempio doloroso: nei diecimila anni della storia che conosciamo ci siamo deformati a considerare il denaro e il benessere materiale essenziali come l’aria che respiriamo. Il denaro è il più possente degli Dei, padre di troppi numi. Tra essi è il Lavoro, ferreo tiranno dei nostri destini. Il mondo attende il Liberatore che lo riscatti dalla servitù del lavoro e lo persuada alle inevitabili rinunce.

Un papa con le caratteristiche di Francesco risulterà il portatore del pensiero e del carisma più forti in assoluto, soprattutto in quanto sono cadute o morte tutte le altre ideologie e leadership. La storia inevitabilmente lo sfiderà a farsi il Mosé della liberazione dalla malaciviltà del denaro e del consumo. Dovrà inventarsi rigeneratore delle idee e dei costumi. Dovrà migliorare la storia, almeno un po’.

Forse Jorge Maria Bergoglio ha mente abbastanza alta per ispirare, ma non la dura volontà di guidare il mondo. O forse il fuoco nelle viscere del suo vulcano non è abbastanza divoratore e si spegne.

l’Ussita

IL CIMITERO DELLE REPUBBLICHE RISCHIERA’ DI NON AVER POSTO PER LA NOSTRA

Dovesse la malarepubblica nata tra il 1945 e il ’48 morire -come non sarebbe poi tanto male -è sicuro che per essa ci sarebbe posto nel cimitero delle repubbliche? Esiste il cimitero degli elefanti e c’è quello delle repubbliche. Quelle nate e morte in Europa negli ultimi 220 anni sono un paio di dozzine: alcune importantissime, altre assai meno. Prima a nascere, poi a morire più volte, fu la Repubblica francese: comparve nel 1792, nel 1848,  nel 1944-45,  nel 1958.

La più compianta tra le repubbliche fu quella detta di Weimar, che non fu mai a Weimar bensì a Berlino. Fu proclamata da Philipp Scheidemann il 9 novembre 1918; due ore dopo Karl Liebknecht   ne proclamò un’altra, ispirata alla Russia dei Soviet. Weimar fu assassinata da Hitler, appena eletto a termini di Costituzione presidente del Reich (30 gennaio 1933).

Un’altra scomparsa grossa, amaramente rimpianta dai suoi partigiani, fu quella della Seconda repubblica spagnola, nata nel 1931 e attaccata frontalmente il 18 luglio 1936 (scoppio della Guerra Civile). La Prima repubblica di Spagna era durata ancora meno  mesi, dal 1873 al 1875; vi pose fine la restaurazione dei Borboni e l’alternanza al governo dei due maggiori partiti costituzionali, il conservatore e il liberale. Poco distinguibili tra loro, entrambi coalizioni di notabili, si succedettero  regolarmente al potere. Furono liquidati nel 1923 dalla dittatura razionalizzatrice ed efficiente del gen.Miguel Primo de Rivera.

La Repubblica d’Austria durò dal 1919 all’Anschluss del 1938; anche lì, come in Ungheria, in Baviera, in Sassonia sorse un’effimera repubblica rivoluzionaria. Anche la Germania comunista (DDR) fu organizzata in repubblica, dall’ottobre 1949 alla caduta del Muro di Berlino. La riunificazione germanica fu proclamata nell’ottobre 1990; diciamo che la DDR non fu mai uno Stato sovrano.

Molto sofferte le vicende della Repubblica polacca. In quella nazione le lotte risorgimentali erano andate avanti buona parte dell’Ottocento, finché verso il 1890 gli scontri di fazione videro l’emergere di Pilsudski, che avrebbe dominato la Polonia fino alla morte nel 1935. Egli figura nella storia come un generale, ma era stato militante rivoluzionario, a lungo confinato in Siberia, cofondatore del partito socialista. Nel 1919 primo capo dello Stato indipendente, tra il 1920 e il ’21 portò la guerra contro il neonato Stato sovietico. Avverso alla Costituzione del 1921 che limitava le sue prerogative, nel 1926 prese tutto il potere nelle sue mani. La Repubblica di Polonia non venne meno prima del 1939 (invasione germanica-sovietica), tuttavia la posizione di Pilsudski fu talmente forte da configurare un regime non assimilabile a un normale ordinamento repubblicano d’Occidente. Nel 1916 le Potenze centrali  avevano addirittura organizzato una Polonia indipendente retta da un monarca.

Le Repubbliche baltiche sorsero nel 1918 (l’Estonia  alcuni mesi prima) e furono spazzate via  dall’invasione sovietica. L’Islanda acquistò la completa sovranità repubblicana nel 1944. Vissero una stagione abbastanza significativa, come potenze medio-piccole non allineate né coll’Ovest né coll’Est la Iugoslavia e l’Egitto. Quest’ultimo è perfettamente vivo, anche se schiacciato dall’eccesso di popolazione; è un osso duro anche per gli USA, che al momento vi esercitano l’egemonia. Tra il 1958 e il ’61, assieme a Siria e a Yemen, l’Egitto tentò di erigere la Repubblica Araba Unita.

Pure la Cecoslovacchia subì l’aggressività della Germania ma delle sciagure della nazione furono  responsabili anche i governanti di Praga, resi troppo sicuri di sé dai favori dei vincitori della Conferenza di Versailles. Quanto alla Jugoslavia, essa fu ingannata dai detti vincitori al punto di credere di potere riprendere le annessioni della Grande Guerra.

Infine la Grecia. Sorta nel 1830 come regno, nel 1924 era diventata repubblica, per tornare al re nel  1946. Nella guerra civile del secondo dopoguerra la normalità istituzionale era stata dilaniata, con un governo partigiano comunista, capeggiato da Marcos Vafiadis, e una monarchia combattuta con le armi.  Quest’ultima fu definitavamente abolita nel 1973.

Se l’Italia raggiungerà il luogo dove riposano le repubbliche defunte nel Novecento, soffrirà di scarsità di spazio cemeteriale. Ma non è detto che debba andare al camposanto: forse le nostre istituzioni riusciranno ad emendarsi. Oppure qualcuno troverà il modo per correggere gli errori più gravi.

Porfirio

IT’S A WONDERFUL LIFE: A CHRISTMAS TALE FOR ALL-TIME

Just as there are only a small number of the very greatest symphonies, or paintings, or novels, so there are only a small number of truly great films. It’s A Wonderful Life is one of them, however—perhaps even the greatest film ever made. It has everything: good versus evil; liberal versus conservative (read: Tea Party) politics and economics; romance; idealism versus cynical selfishness; living and dying for ideals; love for the common man and contempt for the hard-bitten man of wealth and power; sacrificial love; the struggle to lead a good life helping others; faith and despair; and God’s providential care for those who selflessly work for His Kingdom on earth. And all this presented through believable, powerful, natural acting by everyone—James Stewart, Donna Reed, Thomas Mitchell, Henry Travers, Lionel Barrymore, Beluha Bondi, Ward Bond, among many others. The music is by the peerless Dimitri Tiomkin, and the film is directed by one of America’s greatest directors, Frank Capra.

Here on film, made in 1946, is our current Tea Party politics portrayed in the guise of Mr. Potter, on a collision course with Democrats, in the guise of the Bailey family, whose nickel-and-dime savings and loan enables the little man to own a home and leave Potter’s slums. It’s a film we love to watch but hate to emulate: for it means that Profit is NOT king; indeed, that life is far more than mere profit, and that helping the working man obtain a house is more important than a bank’s bottom-line. It’s an iconic film whose message we steadfastly ignore, all the while praising the film. It’s a film Conservatives love to hate—or love in spite of its Christian message that people must come before profit; and that the health of one’s soul is more important than the size of one’s bank account—not a message in accord with the Tea Party’s  socio-economic policy—or Trumps’ vision of America.

The film is almost 70 years old, yet its message is as fresh as a morning breeze and profound as life itself. Capra knew his Bible. He translated the New Testament into film—and its power to move one’s soul, to live like a Bailey and not a Potter (or Trump, or Murdoch, or Ryan), to fight for God’s kingdom on earth and not Satan’s (Potter), makes this a film for the ages—but most appropriately a film for the Christmas season, where love of neighbor trumps love of money and power, just as the Christ child will in time conquer darkness and sin.   It’s a film after God’s own heart precisely because it reveals God’s own heart. Do we get the message?—love before profit. Love. Love. Love.

Len Sive Jr.

ALL’IMPEACHMENT DEL COLLE ASSOCIARE BOLDRINI ALLIEVA SCERVELLATA

I politici italiani sono i più immorali dell’Occidente (Matteo Renzi l’ha messa più circoscritta: “Abbiamo la peggiore classe politica della storia europea degli ultimi 30 anni”). E chi è il più immorale -considerando tutti i comportamenti- tra i politici italiani? Fino a una settimana fa pensavo al fidanzato/nonno della Pasquale. Oggi il top del vituperio spetta a una pin-up  cinquantaduenne, ancora erotizzante. Se essa non avrà ciò che merita, sarà perché la nostra politica è porcina.

 

Nessuno avrebbe saputo fare meglio di Boldrini quanto a insensibilità, sostanziale cinismo e scempiaggine, tipo Maria Antonietta di Francia che alla plebe suggeriva di mangiare brioches (la ghigliottina giustiziera la punì). Essere andata, la montecitoria, a singhiozzare a nostro carico sul catafalco di Mandela, senza alcun pretesto ufficiale, era già pessimo in sé. Esserci andata con un manipolo di portaborse, con la scorta e col compagno attesta al di là di ogni dubbio che la Terza Carica della malarepubblica è stata attribuita, appunto, a una pin-up.  Perchéciò sia avvenuto, non si sa. Forse per lo stesso svarione collettivo che fece governatore il suo mentore, venuto dagli spalti della Rivoluzione pugliese con un vezzoso orecchino.

L’accusa di sessismo, moralismo e omofobia non turbi chi ne è vittima anzi gratifichi, data la fattispecie. Portando in vacanza breve il fidanzato, nell’aereo ufficiale e nel momento più nero dell’annus horribilis dello Stivale, la madama di Montecitorio si è qualificata come svelta allieva del Similsovrano, il quale non deflette dall’addossare ai sudditi i costi del Quirinale e della Casta che presiede: sapendo che sono costi infami. A suo tempo la trasferta erotica in Sud Africa sarà perseguita: questa o quella magistratura imporrà il risarcimento sia del danno erariale, sia dell’ulteriore macchia sul Paese. Peraltro Boldrini potrà farsi perdonare la sfrontatezza se in anticipo si dimetterà per unirsi alle Ziegfeld Follies.

Il femminismo di precetto rivendica a favore della Nostra il diritto a trasgredire coll’amante all’obbligo di non danneggiare uno Stato a già infima reputazione, per la ragione che per millenni si è tollerata la trasgressione dei personaggi maschi. Tuttavia oggi l’esasperazione degli italiani è tale che travolgerebbe un dolente maschio se al funerale africano avesse portato la fidanzata.

Si è detto: il presidente del Consiglio ha associato la moglie al pianto disperato per la morte di un novantacinquenne. Ma Letta ha sbagliato di grosso (o meglio, si è comportato da bramino della Casta). Non doveva ospitare alcuno, nemmeno la moglie, nell’aereo che è nostro non suo. Il ruolo di rappresentanza del coniuge, qualunque coniuge, va abolito checché ne pensi il Cerimoniale della Farnesina. Le consuetudini diplomatiche sono pessime e stupide, è ora di liberarcene onde  quadruplicare i WC a Lampedusa.

In più vanno aboliti i voli di Stato, vendendo l’apposita flotta; l’arcitradizionalista Premier britannico viaggia il più possibile sui voli di linea. Va cancellata la presenza dei governanti ai funerali e alle sceneggiate altrui, persino in ambito Schengen. Lode a chi rifiuta le convenzioni. Giorni fa l’aspirante premier Renzi si è presentato alla pompa degli auguri di corte in Quirinale in abito chiaro: non c’è elogio che basti a chi ha spregiato il protocollo dei pavoni e dei tacchini del Colle. Meglio ancora ha fatto, Matteo, a lasciare la Reggia prima del rinfresco pagato dall’IMU. Le cronache dicono che la vasta piazza del Quirinale nereggiava delle limousine delle Alte Cariche. Quando esigeremo che le Alte Cariche vadano a piedi, e che gli auguri al Similsovrano li facciano via SMS?

La Repubblica nata sui sacrifici e sui delitti della Resistenza dovrà azzerare una volta per sempre coniugi e concubini di ambo i sessi. Letta doveva lasciare a casa non solo la moglie: anche se stesso. Non aveva bisogno di volare a Johannesburg per piangere. Bastava recarsi alla locale ambasciata in gramaglie. Anzi bastava una mail listata di nero.

Basilio

PSEUDO CREPUSCOLODELLA CLASSE MEDIA

Un po’ più spesso che prima si alzano i lai (=voci insistenti e sconsolate di mestizia) sull’estenuazione dei ceti di mezzo: proletarizzazione dei liberi professionisti giovani; inutilità delle lauree; infierire del fisco; altre sofferenze. In qualche misura sono lai bugiardi. Ma vediamo anzitutto l’aspetto nominalistico: come chiamare i nostalgici delle aspirazioni di una volta.

Nel Nord America, da ben più di un secolo, la middle class comincia dall’operaio con job, mortgage per la casa non superiore a un terzo  del valore immobiliare, buona sanità aziendale, poca o punta morosità al golf a poche buche. Lì il golf è altrettanto proletario quanto da noi la pesca sportiva e le pedalate aziendali (investimento per queste ultime: poco meno di € duemila tra bici quasi in lega, indumenti tecnici che facilitano l’avanzamento, casco e occhiali da Tour de France). Negli USA la middle class viene anche chiamata ‘the American class’. Naturalmente si tratta di un’illusione: è vero, il golf e il ciclismo quasi agonistico da week-end accomunano/affratellano i tornitori e i consiglieri d’amministrazione. Ma poi le strade si dividono, eccome.

Da noi un discrimine decisivo usava essere i figli all’università. Oggi che gli atenei italiani sono un 150, forse compresi forse no quelli online, oggi che le lauree brevi fanno un pulviscolo atmosferico, l’asticella del salto va alzata ripetutamente perché il laureato breve o lungo possa entrare nella fascia bassa del ceto medio.

L’asticella si è alzata sul serio per chi aspiri a diventare il libero professionista di un tempo o il burocrate di buona categoria. Ottant’anni fa, quando i più andavano a piedi, il medico di famiglia si permetteva la Balilla, persino la Lancia Augusta. Oggi si sente uno sfigato se, oltre a consentirsi il leasing costoso per la BMW o per l’Audi oltre i trentamila, non vagheggia la barca, il cavallo e la multiproprietà in Engadina. A questo hanno portato gli anni del benessere a cambiali e l’elefantiasi del consumismo. “Il mio dentista ha la Porsche” recita la felice pubblicità di una catena di franchises dentali low cost. Un tempo l’equivalente della Porsche, cioè la carrozza propria con cocchiere, l’aveva il grande clinico, non il dentista che un paio di secoli prima faceva anche il barbiere.

Ma il benessere a cambiali e il reddito doppio o plurimo per ciascuna famiglia hanno agito anche ai livelli proletari: sono parecchi i  manovali

con seconda casa e una macchina ogni membro della famiglia.  Infatti l’imperativo dei tempi nuovi -voltare le spalle al consumismo- non si pone solo per il ceto medio.

Se il dentista farà bene a dimenticare barca, cavallo e Porsche, l’operaio a libro lasci perdere gli hobbies esigenti e l’amatorismo a costi con vari zero, cominciando dall’abbonamento allo stadio. Il dilettantismo organizzato e la fede calcistica sono la barca e il cavallo dei camici blu o bianchi della fabbrica robotizzata. A riportare alla ragione le esigenze di status del ceto medio basso e quelle voluttuarie degli operai più o meno cassintegrati agirà l’ulteriore dilatarsi della competizione globale, col sorgere e il pullulare delle manifatture africane e col conseguente rarefarsi degli interventi medici per abbellire il look.

Agli eccessi e agli abusi del consumismo “alto”, quello della classe dirigente e dei gangster politici, dovrà provvedere la vendetta del giustizialismo. Oltre a ridurre il più possibile l’area della grande ricchezza, miniaturizzerà i redditi della falsa meritocrazia: le centinaia di alti manager, boiardi e top burocrati che sfiorano o superano il milione l’anno. Le superliquidazioni e le pensioni d’oro, sogno proibito di precari e travet, continueranno abbastanza a lungo: ma non per sempre. Il ceto medio ricordi quanto modiche erano le sue ambizioni di un tempo.

Porfirio 

SPENDING (PHONY) REVIEW

Phony perché le regole imposte al commissario straordinario Cottarelli gli permetteranno di progettare -non di operare, of course- solo tagli irrisori. Alcune di tali regole, veti e proibizioni non verranno nemmeno impartite, tanto saranno for granted.  I costi della politica (=del saccheggio operato dai politici) non si toccano; non quelli delle Istituzioni spregevolmente segnate dal retaggio ignobile, dalla prosopopea, dal cinismo di togliere il pane dalla bocca dei poveri, tipo il Quirinale e la Corte costituzionale; non quelli del prestigio da operetta, tipo la diplomazia e le Forze armate. Si toccano la Sanità e il Welfare: qui Cottarelli dovrà individuare interventi al tempo stesso vistosi e innocui nei confronti delle lobbies e delle corporazioni.

Ci sono poi i milioni – tre? sei?- di persone che campano direttamente sulle tasse; più le altre senza numero che farebbero la fame immediata se la mano pubblica cessasse di elargire come si faceva quando ci si indebitava parossisticamente. Qui si invoca quale regina delle regole “niente tagli lineari”. Chissà perché niente: qualche volta illogici, i tagli lineari sono quasi sempre indispensabili, se non si vuole che decine di migliaia di capitoli di spesa vengano dichiarati sacri.

Andiamo avanti coi principali veti e divieti all’infelice commissario straordinario. Nessun pregiudizio ai diritti acquisiti, che sono palla al piede dell’equità e dei conati redistributivi. Sia impercettibile la riduzione netta degli oneri di personale: gli esuberi, se non assorbiti da altre amministrazioni, vanno incentivati e indennizzati. Nemmeno la semplice mobilità geografica dei dipendenti sarà possibile senza addossare alla collettività i costi  e i disagi del trasloco, di trovar casa e seconda casa, di cambiar scuola e palestra ai figli, di riorganizzare l’esistenza. Il settore pubblico è possentemente unionized : Cottarelli non si faccia venire strane idee.

La verità è che la spending review può farla solo un potere rivoluzionario, robespierresco. Un potere che possa sospendere o abrogare ‘tutto’, cominciando da una parte dei diritti sanciti dal Codice civile e da quelli scritti a vanvera nella Carta costituzionale. Una revisione effettiva della spesa implica il divieto di scioperare e di ‘lottare’ in altri modi. Implica la cancellazione dei ricorsi amministrativi e dei contenziosi giudiziari. Impone la sparizione pura e semplice dei diritti acquisiti (acquisiti a carico degli altri). Implica persino la fine delle elezioni, perchè le urne non si vendichino dei politici coinvolti nella review.

Spending review vuol dire assegnare ai licenziati, doverosi ma modesti sussidi di sopravvivenza (=alimentari) scollegati da ogni livello retributivo: p.es. settecento, non settemila o ventisettemila al mese. Spending review vuol dire  amputare tutti gli stipendi, le liquidazioni, le pensioni al di sopra di quelli più bassi, infierendo sui livelli medio-alti e superiori. Se al dirigente licenziato si corrispondesse soltanto un sussidio di sopravvivenza, al collega mantenuto in servizio si toglierebbe metà della retribuzione e di tutto il resto.

Molti lascerebbero il posto pubblico, ma non sarebbe un dramma: i sostituti giovani imparerebbero in fretta il lavoro burocratico. Solo le professionalità imprescindibili sfuggirebbero alla mannaia: chirurgo, ingegnere dei ponti, e simili. Di tutti gli ambasciatori i generali i boiardi  i ciambellani i maggiordomi istituzionali lo Stivale farebbe vantaggiosamente a meno.

Quanto sopra presume la rottura integrale della legalità. Dunque non ci sarà. Dunque niente spending review. Non gli ipotizzati risparmi netti per 30 miliardi in tre anni (del resto irrisori su una spesa triennale di almeno 2500 miliardi). Al meglio, 3 miliardi. Quanto alle vaste dismissioni di beni pubblici e alla riduzione del debito, Cottarelli non ci metta il becco.

A.M.C.

GLI IRRIDUCIBILI: IN CARCERE STRANGOLARE ALTROVE BERE CAMOMILLA BOLSCEVICA

“Irriducibili” non sono solo coloro che quando morì Prospero Gallinari accorsero al funerale per riasserirsi, a pugno chiuso, rivoluzionari incrollabili. Intanto le fabbriche si svuotano e nessuno spiega chi farà la rivoluzione se la classe operaia è divenuta classe microproprietaria e, nei limiti del possibile, consumatrice. A ogni modo i pugni chiusi funebri fanno ancora un po’ di scena.

Come scrisse lo storico Eric J.Hobsbawm, “le Brigate rosse italiane furono il più importante dei gruppi europei di ispirazione bolscevica”. Un po’ di rimpianto bolscevico è meglio che niente. Anche se ormai lo sanno tutti: il retaggio bolscevico ha ucciso il sogno comunista. Il retaggio bolscevico ispirò la ferocia dello stalinismo e del gappismo partigiano, corresponsabile alla pari delle Fosse Ardeatine e dello sterminio di interi Marzabotti, infelici teatri delle azioni guerrigliere ‘condanna a morte gli innocenti e scappa’. Il gappismo fece le sue ultime prove bolsceviche coll’assassinio di Aldo Moro e con la ‘lotta armata’ degli anni Settanta.

L’accorrere dei dolenti di Gallinari mosse il professore Marco Revelli, tutt’altro che un avversario, a confessarsi atterrito su ‘Repubblica’ da una spietata vicenda del novembre 1981: “Catturato, dopo un conflitto a fuoco alla Stazione centrale di Milano in cui muore un agente, Giorgio Soldati viene sottoposto a un interrogatorio feroce, al limite della tortura, e rivela alcuni indirizzi. Trasferito al carcere di massima sicurezza di Cuneo, sezione Irriducibili, Soldati scrive una lettera al ‘proletariato combattente’ rivelando la propria debolezza e chiedendo d’essere giudicato. Un’improvvisata ‘corte di giustizia’ lo condanna a morte. Soldati dichiara di accettare la sentenza, chiede solo che l’esecuzione non sia troppo dolorosa. Viene garrotato in una latrina del carcere da una corda fatta di stracci e di un frammento di specchio (…) Saranno 80 alla fine le vittime rivendicate dalle Br, e più di una decina i propri caduti”.

Revelli richiamò le solite spiegazioni: “la Rivoluzione d’Ottobre, il guevarismo, il mito spartachista della Berlino 1920, l’epopea partigiana”. Sottolineò anche che “nella stessa sezione carceraria, inevitabilmente coinvolto nell’atroce sentenza, c’era Alberto Franceschini, del nucleo storico delle Br. Il quale incomincia la sua autobiografia raccontando quando un vecchio partigiano gli consegna le sue due pistole e lui le nasconde nella Camera del Lavoro di Reggio Emilia”.

Fin qui gli Irriducibili ufficiali, corruschi di crudeltà omicida.  Ci sono poi gli Irriducibili part time, innocui, a bagnomaria (dal nome dell’alchimista Maria, immaginaria sorella di Mosé). Non schiaccerebbero un ragno, però ‘non perdonano’. Ne conosco a fondo uno e gli voglio bene. Chiamiamolo Fosco, spirito eletto e mite a confronto coll’abbietta jenità (dal latino Hyena) dei garrotatori di Giorgio Soldati, degli attentatori di via Rasella, dei gappisti che giustiziarono Giovanni Gentile, filosofo pari a Croce.

Il mio Irriducibile amatoriale, iracondo ma per amore, ha vissuto un’estesa vita a odiare i fascisti e i preti; non altrettanto odia i ricchi, essendo anch’egli un esile filo della cimosa sociale che possiede case e terre quanto basta per arrotondare la pensione. Fosco incolpa il Caudillo porco se non ha mai messo piede in Spagna, e incalza che i governanti maiali generati da Franco ancora lo disssuadono dal visitare il grande membro iberico dell’Unione Europea, patria di Garcìa Lorca.

Il nostro Irriducibile non accetta che dall’Alzamiento dei generali sono passati 77 anni senza rancori; che gli spagnoli, stanchi del sinistrismo repubblicano e della Guerra civile, si acclimatarono senza sforzo al franchismo per un quarantennio, e ora amano la monarchia restaurata da Franco;  che negli anni Quaranta  i contadini braccarono e uccisero a fianco delle forze di repressione i miliziani comunisti che provavano a suscitare una guerriglia partigiana; che hanno bocciato senza appello il tentativo di J.L.Zapatero di risuscitare l’antifranchismo. E non accetta, l’Implacabile part time, che oggi mezzo mondo si incanti di Jorge Maria Bergoglio: perché è un papa e lui odia il clero.

Ho fatto questo esempio di terribilità inoffensiva -di fatto Fosco, un sensibile musicista,  nel fuoco della lotta beve camomilla come il Cocco Bill dell’immortale Jacovitti- per attenuare l’orrore della garrota del carcere di Cuneo, degli 80 assassinii delle Br, del bolscevismo bestiale dei Gap.

Porfirio