RENZI ASSUNTO TRA GLI DEI IMMORTALI SE CANCELLERA’ I SINDACATI

Scenario Uno: Renzi batte a braccio di ferro l’Arcibefana delle maestranze organizzate e si limita ad abolire l’Art.18: l’indice di popolarità sale moderatamente. Tutto il resto, come  prima.

Scenario Due: Renzi fa arrestare in massa i duri del sindacalismo e li deporta in Nigeria, per di più impegnandosi a non pagare riscatto in caso di rapimento Boko Haram. I sindacati, soppressi. Risultato: Renzi è divinizzato a furor di popolo (‘Santo subito’), rinasce il culto romano dell’Imperatore.

Di fatto il culto l’aveva prefigurato Alessandro il Macedone, facendosi identificare col Dio Ammon/Zeus dai sacerdoti egizi. Ma il primo sovrano-dio dei Romani fu Cesare Ottaviano, l’Augustus (‘Colui che accresce la prosperità collettiva’). Il culto di Matteo sarà razionale, moderato. Salvo i casi aberranti di hubris/paranoia, tipo Caligola e Commodo, i romani non veneravano l’Imperatore se non  pragmaticamente: perché assicurasse felicitas allo Stato più che agli individui, nella vita terrena non in quella celeste.

Se ci libererà per sempre dai sindacati, Matteo immortale riceverà il culto divino, come a Roma caput mundi: genuflessioni, incensi, ceri, intense liturgie di riconoscenza. Soli miscredenti e bestemmiatori, i 3000 licenziati in violazione dell’Art.18, più una parte della vecchia guardia podagrosa (bersaniana-dalemiana) e dei giovani antichi. In Nigeria la Camusso sposerà Cuperlo, ma l’unione di fatto non reggerà alle prove dell’incontinenza terza età.

E’ vero, molti si attenderanno troppo dalle frotte di investitori che affluiranno da tutti gli Stock Exchange del mondo globalizzato. Si fa presto a dire investimenti. La crescita è una Fata Morgana, faremmo bene a farcene una ragione. La sparizione dei permessi sindacali non basterà a risolvere i problemi che fanno la vita grama.

Però prevarrà la gioia della liberazione. Non più le deprimenti marce di cassintegrati ed ex-maestranze in mantellina rossa, fischietti, fustini di lubrificante sublimati a tamburi della lotta; non più insulsi cortei per pretendere l’impossibile: che le fabbriche uccise dalla concorrenza asiatica, persino mozambicana e slovacca, vadano avanti a pagare salari,  a rispettare conquiste e diritti.

Va da sé, il divo Matteo dovrà fare per intero il lavoro della divinità provvidenziale. I sindacati andavano annichiliti, in quanto correi in tutto il mondo dell’ingigantimento dei divari sociali, One per cent contro tutti. Contestualmente alla cancellazione delle “lotte”- vittoriose quando le vacche erano grasse, sbaragliate da oggi in poi- Matteo immortale, in quanto partner di un grande disegno di salvezza, abolirà for good il rapporto Datore-Prestatore di lavoro. Trasformerà tutte le imprese (negozietti e  mezzadrie rurali escluse) in cogestioni quasi paritarie. Le maestranze conteranno eccome: parteciperanno alla proprietà e al management, con quote da un decimo alla metà secondo gli apporti, i ruoli, le situazioni. Resi in molti modi comproprietari, corresponsabili della sopravvivenza e delle fortune dell’azienda, i lavoratori linceranno chi tenterà di resuscitare le lotte e i diritti. Dovranno aguzzare l’ingegno, darsi da fare perché si producano beni e servizi richiesti dal mercato, non alluminio sardo. Dopo  un calvario di sforzi le fabbriche superflue saranno lasciate morire: alle famiglie assegno di pura sopravvivenza, non di difesa della cantinetta simil-borghese e delle vacanze in B&B.

Per aiutare i lavoratori orfani dei sindacati a diventare soci dei capitalisti, Renzi divinizzato confischerà le grandi fortune, taglierà il decuplo di quanto ha cominciato a fare. I dipendenti delle Camere saranno pagati come parroci di campagna. Il Quirinale e gli altri palazzi del prestigio, chiusi e venduti  agli asiatici. Il Pil e la prosperità di massa scemeranno parecchio, ma parsimonia e ristrettezze faranno bene a tutti, ci risaneranno del consumismo.

Queste e molte altre felicità se, cancellando le Unions e disdetto il patto del Nazareno, il divo Renzi si farà adorare come un imperatore romano.

Porfirio

L’ULTIMO APOLOGETA DELLA GUERRA MADRE DELLA STORIA

Com’è indignato, Ernesto Galli della Loggia, perchè papa Benedetto XV – definì “inutile strage” la guerra del 1914-  “ha avuto la meglio, ha vinto”! Peggio: “Sono ormai solo roba d’archivio le due altre interpretazioni di quell’evento bellico: quella del presidente Wilson (la guerra come l’ultimo scontro tra la libertà dei popoli e la tirannide della Realpolitik) e quella di Lenin :”una semplice lotta intestina al capitalismo imperialista, anticamera della rivoluzione mondiale”.

Come deplora, il Nostro, il tono e i contenuti delle commemorazioni centenarie!  “Tutto un ricordo della cecità dei politici di quegli anni, delle bugie della propaganda, degli orrori delle trincee, della crudeltà degli ordini, dei disagi disumani della vita quotidiana, della carneficina degli assalti, delle mutilazioni. Tutta un’analisi critica della retorica, dei miti, delle lugubri cerimonie del lutto, dei cimiteri di guerra, dei monumenti ai militi ignoti e non. Tutto un ripescaggio di diari strazianti. Solo questo insomma sembrerebbe che fu quel conflitto per gli europei di oggi. Un puro e semplice insieme di negatività che cancellano tutto il resto”.

Ecco ‘tutto il resto’, che dovrebbe gonfiare di sana allegria gli europei, invece di andare avanti a commiserare vedove e orfani: “Tanto per dirne una, l’acquisita indipendenza di tre o quattro nazioni europee”. Posto che la loro indipendenza fosse tanto importante per tutti noi da esigere un conflitto mondiale,  va ammesso che la vita delle genti divenne molto più bella  dopo il nascere delle Figlie della Guerra! Fu una Polonia voluta gigantesca dai disegni germanofobi di Parigi e dalla cerebralità di Woodrow Wilson, l’insigne inventore della Società delle Nazioni, generatrice di paci sempiterne (peccato che non seppe impedire la morte dell’Abissinia, la militarizzazione della Saar, le rapine del Sol Levante in Cina, infine la Seconda Guerra Mondiale).

Furono tre repubbliche baltiche, non propriamente generate da Serajevo. Sorte tra il 1920 e il ’22, durarono meno di vent’anni  (furono catturate da Stalin), dopodiché gemettero mezzo secolo sotto l’Urss; ora sono sguattere e guardarobiere della Casa Bianca. L’Estonia ha un terzo di popolazione russo; si vedrà quanto a lungo vivrà indisturbata. Anche Lituania e Lettonia hanno minoranze che guardano a Mosca. Le creazioni meglio riuscite di Versailles furono naturalmente Cecoslovacchia e Jugoslavia. La prima morì nel 1938; rinacque sventurata, poi si spaccò sul serio. La seconda, subito dilaniata dalle lotte tra serbi, croati ed altri, si è frantumata in quattro o cinque Stati. Tutti odiatori dell’unità  imposta dai vincitori del 1918-19, elargitori di felicità.

Altro beneficio del massacro fu, secondo Galli dL, “il definitivo tramonto di ceti sociali come l’aristocrazia”. Questo è vero: oggi regna una quasi-uguaglianza in reddito tra l’One per cent e l’altro 99%. Per la verità questa uguaglianza è venuta un novantennio dopo il trionfo del Bene, novantennio includente rivoluzioni e il secondo conflitto mondiale. Da sola, la mattanza apertasi nel 1914 non bastò a livellare e far esultare le nostre società.

 

Aggiunge, il Bellicista di via Solferino, che al solo costo di molti milioni di morti,  mutilati e altre tragedie, gli scampati alle granate e ai gas tornarono dal fronte “con un senso nuovo di cittadinanza e di mobilitazione politica”. Salvo nostro errore, tale “senso nuovo” generò comunismo, fascismo, nazismo, altri ismi, di conseguenza un’altra guerra da decine di milioni di morti. “E’ vero -ammette Galli dL “tutte le guerre sono “inutile strage”: ma si dà il caso che esse abbiano quasi sempre l’effetto di cambiare il mondo”. Secondo noi, per avere un mondo migliore non resta che Benedetto XV faccia sapere dal Cielo d’essersi pentito: le guerre non sono né stragi, né inutili.

La collera di GdL non si placa, anzi  si fa furibonda: “Oggi la dimensione della potenza come cuore e strumento della politica ci appare bestemmia. Sempre inutile e disumana ci appare la morte. Per effetto di tutto questo la guerra è completamente uscita dal nostro orizzonte pratico ed emotivo: se non come male assoluto (…) Provi ognuno a decidere quanto realistica sia l’idea di un mondo senza conflitti”. Anatema finale: “Questa è l’ideologia che attualmente ci opprime: intrisa di individualismo e di umanitarismo. Siamo  indotti a vedere nella guerra null’altro che un puro e semplice insieme di negatività che cancellano tutto il resto”.

“Tutto il resto” lo abbiamo visto: Cecoslovacchia, Jugoslavia, comunismo, fascismo, Hitler, Stalin,WW2. Questa riabilitazione della guerra come Madre della Storia è talmente forsennata/esilarante da risultare frenopatia (dementia praecox). Ma non  preoccupiamoci granché del turbamento degli studenti del prof.Galli dL. Passati gli esami, i giovani rideranno senza freni del bellicista in cattedra. Al Corriere della Sera, piuttosto, non sono esterrefatti delle assurdità stampate sui benefici dei massacri?

E tuttavia: mala tempora currunt. Nello sconciato Corriere d’oggi – così egemonizzato da materie come Valentino Uomo, Lifestyle, Estri della Moda, Benessere femminile, Food writing, Sapori&Amori, Cene in terrazza, etc- perché non dovrebbe esserci posto per i surriferiti pensieri Dr.Stranamore/ Signor Veneranda? Oltre a tutto essi sono ammantati di nostalgie bismarckiane (“per le grandi questioni, sangue e ferro”) e clausewitziane. Nostalgie ridicole, è vero. Ma anche il nuovo corso Lifestyle/Sapori&Amori di via Solferino è ridicolo.

Porfirio

SOGNO E LAVORO: DAL KIBBUTZ AL COMPUTER

Terza rassegna di cinema israeliano indipendente

dal 27 al 30 Settembre
al Teatro Franco Parenti
SALA A COME A
via Pier Lombardo 14

www.teatrofrancoparenti.it

a cura di Marta Teitelbaum e Marco Sabella

 

Cinematov, terza edizione della rassegna di cinema israeliano contemporaneo indipendente – a cura di Marta Teitelbaum e Marco Sabella – propone una programmazione di undici film che hanno come filo conduttore l’idea e il ruolo del lavoro nella società israeliana. Sullo sfondo ci sono secoli di storia del popolo ebraico in Europa, con la proibizione di svolgere i mestieri “normali”, a cominciare da quelli dell’agricoltura. La discriminazione nel campo del lavoro è stata il primo tra i “ghetti”. Di qui l’importanza storica e identitaria del lavoro per gli ebrei israeliani.

L’obiettivo di “liberare il lavoro” (liberarlo dai vecchi condizionamenti e anche dallo “sfruttamento capitalistico”) è stato al centro della corrente del “sionismo socialista”, che associava al ritorno in terra d’Israele il sogno di una società più giusta ed egualitaria. Emblema di questa scommessa era, e in parte è ancora, il kibbutz. Prima idealizzato e poi diventato un sogno infranto, il kibbutz è stato a lungo uno dei temi preferiti dal cinema israeliano.

E’ questo il sogno delle cinque pioniere, protagoniste del documentario del 2013, Halutzot (Le Pioniere), di Michal Aviad (in programma sabato 27 alle ore 22:30). All’inizio del XX secolo, queste donne giungono dalla Russia in Palestina per fondare una nuova società, giusta ed egualitaria. Co-fondatrici del kibbutz Ein Harod, dovranno prendere atto delle difficoltà che si presentano loro durante un aspro cammino.

Sottolineiamo il film d’apertura,  Avodà (Lavoro) del 1935 (Sabato 27, alle 19:00), realizzato dal fotografo e regista cinematografico Helmar Lerski, uno dei più importanti della sua epoca. Lerski, vicino all’espressionismo tedesco, influenzato dalla scuola del découpage dei formalisti russi e maestro del ritratto, ha vissuto per un lungo periodo in Palestina, dove ha girato diversi film, che raccontavano l’ideologia dei pionieri attraverso la sinfonia delle sue immagini. Ha lavorato con registi del calibro di Fritz Lang, per Metropolis, Il gabinetto delle figure di cera di Paul Leni e La montagna dell’amore di Arnold Fanck.

Esisteva però, già negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, un altro Israele: quello delle piccole e sperdute cittadine d’immigrati, dove il diritto al lavoro è sempre stato una lotta quotidiana come nel film, che ha ottenuto il Prix Italia della Rai, Lehem (Pane) del 1986 (Lunedì 29 alle 20:30) di Ram Loewy. Al tempo stesso il sogno del “lavoro liberato”, di cui erano portatori soprattutto gli ebrei giunti dall’Europa, ha messo in luce la divisione tra le diverse comunità alla base della popolazione israeliana.

Irrompe come un carnevale con i suoi colori, nella giornata dedicata a una maratona di documentari (Domenica 28), Bubot Nyar (Bambole di Carta) del 2006. Questo film di Tomer Heymann, segue le vicende di sei “trans” filippini che durante la settimana lavorano come badanti prendendosi cura di persone anziane e nel weekend, a Tel-Aviv, una delle città più moderne e con maggior concentrazione di giovani in Israele, si esibiscono in spettacoli di ‘drag queen’. Dopo la proiezione (alle 17:45) il regista parteciperà a una tavola rotonda con Asher Salah, docente all’Accademia di Belle Arti Bezalel di Gerusalemme.

Domenica 28, alle ore 20:30, segnaliamo la proiezione del pluripremiato Beith-lehem (Betlemme) di Yuval Adler (6 Ophir, i premi dell’Accademia israeliana di cinema, il premio per il miglior film nei “Tre giorni di Venezia” 2013). Leitmotiv tristemente fertile per i cineasti israeliani, il conflitto israelo-palestinese, fa da sfondo alla storia di un agente dei servizi israeliani di sicurezza e un adolescente palestinese, suo malgrado informatore di quello; tra i due nasce fiducia e affetto ma la dura realtà avrà la meglio sui sentimenti. Nel film partecipano attori  palestinesi e israeliani.

Questi sono solo alcuni degli spaccati di vita che ruotano attorno alla sfera tematica del lavoro che potrete ritrovare nel ricco percorso proposto dalla rassegna. Gli spunti di riflessione intavolati dai film, rendono particolarmente evidente gli aspetti umani, direttamente o indirettamente riguardanti la dimensione del lavoro o più semplicemente il luogo del lavoro come microcosmo nel quale si palesano amori, odi conflitti familiari, sogni e delusioni.

Si segnala inoltre che nella giornata di Sabato 27, di seguito ai film, il regista e fotografo Ruggero Gabbai condurrà il dibattito. Dopo il film No’ar (Gioventù) di Tom Shoval (ore 20:15), ci sarà un intervento del giornalista e critico cinematografico Giancarlo Grossini. A partire da Domenica 28, il discorso critico sarà animato dal docente all’Accademia di Belle Arti Bezalel, Asher Salah, direttamente da Gerusalemme a Milano per l’evento.

Per maggiori informazioni contattare:

Marta Teitelbaum: +33612186110,  

Marco Sabella: 3474346958

Davide Maria Esposito: +33788217007,  

CADORNA SILURO’ 217 GENERALI MENO ‘VITTORIOSI’/EFFERATI DI LUI

Si tende a pensare che i fatti più atroci della nostra Grande Guerra -le decimazioni- siano avvenute a Caporetto (ottobre 1917). Invece tra maggio e giugno 1916, quando la Strafexpedition  austriaca minacciò da tergo il fronte dell’Isonzo e il nostro Comando  considerò la possibilità di una ritirata al Piave- cominciarono i cedimenti del morale, cui seguirono le fucilazioni senza processo e il fuoco delle a rtiglierie e mitragliatrici italiane su alcuni nostri reparti che cercavano di arrendersi al nemico.

Il ministro della Guerra, generale Morrone, tornato il 29 maggio dal fronte, riferì ai colleghi del governo che un generale aveva freddato personalmente 8 militari che fuggivano. Un comandante di corpo d’armata aveva ordinato a un drappello di carabinieri di sparare  su una “ondata di nostri fuggenti”. Piombato sul comando dell’altopiano di Asiago il generalissimo Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, fu sentito urlare dai piantoni “fucilate senza processo, mi assumo la responsabilità!”. Il giorno dopo una sua lettera ufficiale a tutti i comandi intimò: “L’E.V. faccia passare per le armi immediatamente e senza alcuna procedura. Sull’Altopiano si deve resistere e morire sul posto”.

La fucilazione il 28 maggio di un sottotenente, tre sergenti e otto uomini di truppa del 141° reggimento di fanteria fu la prima decimazione del nostro esercito; Cadorna emise un ordine del giorno per elogiare in grande il colonnello che aveva dato l’ordine (in un anno di aspra guerra mai un encomio solenne era andato a un nostro ufficiale). Giorni dopo, 11 giugno, il comandante del XIV corpo d’armata fu destituito per non avere messo a morte, ma solo deferito al tribunale di guerra, alcuni ufficiali. Al fronte e nel paese si diffuse la diceria che fossero stati passati per le armi, sommariamente, persino dei generali.

Ai primi di luglio, sempre 1916, reparti dell’89° reggimento della brigata Salerno sul fronte Monte Nero-Merzly (Trentino) furono cannoneggiati e mitragliati per ordine dei nostri comandi. Questo perché alcuni feriti, dopo due giorni e due notti nella terra di nessuno sotto il fuoco sia nemico sia amico, si erano dati prigionieri. Vari militari dell’89° reggimento furono fucilati: uno dichiarato ‘reo’, tre indiziati, quattro estratti a sorte.

Cadorna lodò: “Sui  passati vilmente al nemico, tutti appartenenti al III battaglione dell’89° reggimento di fanteria, si dirigeva, implacabile giustiziere, il fuoco delle nostre artiglierie e mitragliatrici. Il provvedimento ha incontrato la mia incondizionata approvazione, convinto come sono della necessità di una ferrea disciplina di guerra”. Il comandante supremo esigeva che le misure estreme fossero immediate, anche perché per lui le corti

marziali erano “affette dallo stesso morboso sentimentalismo che dominava il paese, e raramente pronunciavano sentenze capitali”. In proseguo Cadorna, agli inizi della guerra correntemente dichiarato “geniale” da giornalisti e memorialisti suoi dipendenti -p.es. dal colonnello di Stato Maggiore Angelo Gatti, futuro celebrato storico militare- si compiacque che il 31 ottobre 1916 il duca d’Aosta, comandante della III armata, avesse ordinato una decimazione di propria iniziativa.

Nessun comandante poteva sottrarsi all’obbligo “assoluto e inderogabile” di applicare la pena di morte o di ordinare le decimazioni. Del resto Cadorna sosteneva che tutti gli eserciti moderni, non solo il suo, meritassero le punizioni draconiane, in quanto “accolte improvvisate di grandi masse, ineducate ai sentimenti militari, anzi educate dai partiti sovversivi all’antimilitarismo”.

Ripetiamo: tutto ciò non nei giorni di Caporetto, ma nel 1916. Tecnicamente Luigi Cadorna poteva imporre la durezza implacabile. Ma probabilmente a Norimberga sarebbe stato impiccato come Wilhelm Keitel, suo pari grado di una guerra dopo, chissà se ‘geniale’ come il conte Cadorna. Il quale dopo Caporetto fu sostituito da Armando Diaz. Ma per le carneficine delle XI battaglie dell’Isonzo, da lui fermissimamente volute nella fede nella superiorità dell’attacco frontale, fu premiato col dono di un palazzo a Pallanza, già avito;  nel 1925 fu elevato con Diaz a maresciallo d’Italia. L’anno dopo divennero marescialli  ‘d’esercito’ i generali Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, Pecori Giraldi, Caviglia, Giardino e Badoglio. Per Carlo Porro,  numero Due del Generalissimo, si ripiegò sulla strana nomina a ministro di Stato.

A Milano nessuna amministrazione di sinistra ha tolto il nome di Cadorna da una delle piazze più importanti della metropoli. Le vittorie di sinistra resteranno sempre inutili se, tra l’altro, non affermeranno il diritto dell’uomo individuo di non uccidere/farsi uccidere per la Patria. L’infanticida Patria, secondo Cadorna, era padrona delle vite dei seicentomila caduti di quella guerra. Un secolo dopo, la sinistra delle Istituzioni, da Napolitano a D’Alema, persino a Matteo Renzi, pensano in ultima analisi come Cadorna. Infatti comprano F35 e partecipano ubbidienti alle spedizioni del Pentagono. L’uomo del Colle è addirittura infatuato di panoplie guerresche: non perde occasione per additare i valori,  i meriti e gli elmi delle FF.AA. Dunque aveva ragione il casalingo Wilhelm Keitel della nostra disdetta.

A.M.C.

LAMBERTINI E BERGOGLIO, PAPI INSOLITI E SENZA CONSEGUENZE

“Se volete un buon culo pigliate me”. Lo storico Stuart J.Woolf dà per attendibile (p.103, vol.III della manumentale Storia d’Italia dal primo Settecento all’Unità, Torino, Einaudi,1973) la bizzarra, dichiarazione attribuita al card.Prospero Lambertini, arcivescovo di Bologna, al conclave che lo elesse papa Benedetto XIV. Woolf precisa che questo pontefice regnò a lungo (1740-58) in spirito conciliativo nei confronti dell’aspra aggressione dell’Illuminismo. “Si attirò l’ambiguo plauso dei protestanti inglesi e dei philosophes francesi. Aveva modi sinceri, mente aperta, curiosità per le idee degli scrittori avversari, da Fontanelle a Voltaire”. Con quest’ultimo ebbe un carteggio, ricavandone la dedica del volterriano Maometto. Sappiamo che era arguto e sbrigativo: di qui la sconcertante proposta ai cardinali.

Sotto il terzultimo Benedetto Roma parve tornare ad essere un polo intellettuale e “fiorirono le speranze di riforma interna della Chiesa: lotta al bigottismo, una dottrina più pura, spazio ai principi giansenisti, contrasto all’integrismo dei gesuiti” . I gesuiti, scrisse esagerando Bernardo Tanucci, primo ministro a Napoli, “sono il canchero del genere umano”). Il nuovo corso vaticano fu fermato dal successore di Lambertini, Clemente XIII, ma l’Europa dei lumi reagì: i sovrani di Portogallo, Francia e Spagna espulsero la Compagnia di Gesù. Nei territori asburgici il Reformkatholicismus approfondì le radici, lo stesso avvenne in quelli soggetti ai Borboni. Per l’anticlericale principe Domenico Caracciolo, altro primo ministro del regno di Napoli, occorreva “ridurre la canaglia fratesca e la tirannia della Curia; in più far pagare ai prelati”.

Forse è possibile stabilire somiglianze e parallelismi tra papa Lambertini e il suo successore gesuita di 27 decenni dopo. Entrambi spregiudicati, aperti alle novità e agli esperimenti,  accomunati dalla modestia dei risultati finali. Benedetto XIV non operò la svolta che era logico attendere. Qualcuno lo ricorda solo come canonista, autore del De Canonizatione Sanctorum, laddove la  moltiplicazione dei Santi non fa onore alla Chiesa. E sappiamo che Clemente XIII ripristinò una continuità con la tradizione che l’antico cardinale di Bologna aveva accettato di discutere alquanto. Serviranno due secoli perchè l’avvento di Giovanni XXIII accenda speranze, peraltro rivelatesi effimere. E occorse un altro mezzo secolo perchè nella primavera 2013 apparisse un fatto tellurico, un’apparente cesura con due millenni.

Il regno di Lambertini fu lungo e senza scosse forti. Quello di Jorge Maria Bergoglio appare programmato perché le acque profonde della Chiesa, anzi della Cristianità, restino immote quali che siano i venti perturbatori della superficie. Per la prima volta nei secoli della modernità l’Argentino era apparso un autentico rivoluzionario. Per la prima volta il papa romano si era configurato come un possibile Mosé, maestro e guida dell’intero ecumene un tempo cristiano, oggi soprattutto laico, cioè sopraffatto da una secolarizzazione implacabile.

Se Francesco avesse proposto all’Occidente un Grande Disegno, un Progetto concreto di palingenesi sia pure sommessa e realista, l’Occidente avrebbe riflettuto, discusso, magari rifiutato ma metabolizzato. Invece non c’è stato Progetto. Ci sono stati, come succede di frequente, Cento Giorni di gesti accattivanti, però innocui; alcuni cambi della guardia in Vaticano; taluni comportamenti innovativi. Poi il mondo, come l’Occidente, è passato ad altro. Non si parla più di rivoluzione di un Bergoglio/Mosé capace di guidare l’Occidente verso una terra più amica dello Spirito. Si parla di un papato come gli altri, qua e là aggiornato q.b.

L’ascesa di papa Lambertini fu un normale avvicendamento. Quella di Bergoglio apparve un cataclisma: che non c’è stato, e difficilmente ci sarà. La Chiesa di Bergoglio è, mutatis mutandis, quella di Prospero Lambertini: prevalenza di innocenti devozioni al Cuore Immacolato di Maria. Una differenza è nel dilagare del Tv-Evangelism, inevitabilmente indirizzato ai soli  anziani illetterati. Eppure oggi le masse leggono, viaggiano, orecchiano la cultura, anelano persino al numinoso ‘tangibile’ evocato da Eugenio Montale. Le devozioni mariane, ai grandi numeri come ai pochi, dicono il nulla.

l’Ussita

DALL’UTOPIA DI TOMMASO MORO AGLI EREWHON DI SAMUEL BUTLER E DI PORFIRIO

Quanto più i volti della realtà si fanno sgradevoli -metti i vitalizi dei Sommi Palazzi e il proliferare dei poveri assoluti- tanto più ciascuno di noi sognatori eserciti il diritto di vagheggiare mondi migliori.

Dalle grandi speranze delle prime settimane di Bergoglio siamo arretrati alle smorte perorazioni in pro della pace e della bontà, alle insignificanti rappresentazioni in questa o quella piazza o stadio. Dagli scenari che proiettavano Matteo Renzi come l’Alessandro il Macedone dell’era digitale, alle mossette per rabbonire irose befane di Sel, ferri di lancia della riscossa dei senatori sanguisughe. Così per molte altre illusioni, inevitabilmente cadute. Ecco dunque il librarci nei cieli alti dell’ideale, il farneticare Shangri-la ove si inverano le ubbie progettuali.

Dall’isola di “Utopia”, brillante e fortunata invenzione dello statista Thomas Moore (ma per esteso la sublime operetta si intitolava Libellus vere aureus nec minus salutaris quam festivus  de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia– in greco ‘utopia’ vuol dire non-luogo) veniamo alla pezzentesca utopia del sottoscritto Porfirio. Passando non solo per Platone, per la Città del Sole campanelliana, per The New Atlantis di Lord Bacon of Verulam, persino per l’Erewhon di Samuel Butler, uno dei buoni nomi della letteratura inglese dell’Ottocento. “Erewhon” fu, nel 1872, il racconto della visita a un paese immaginario, dove si mettevano in satira non pochi contemporanei dell’Autore.

Il sottoscritto Porfirio non si azzarda a ispirarsi al glorioso Libellus di San Tommaso Moro. Pio XI lo canonizzò nel 1935 per avere preferito il patibolo -egli il primo ministro- a  piegarsi al sopruso teologico-cinghialesco di Enrico VIII, un re poco di buono che si inventò una Chiesa di corte onde divorziare da Caterina d’Aragona e sposare Anna Bolena, (per poi giustiziarla con altri personaggi, altra moglie compresa).  Tommaso Moro, benché amico di Erasmo da Rotterdam, era un po’ troppo papista: comunque resta un grande eroe.

Per doverosa modestia, Porfirio non scimmiotta l’Utopia, ma il più pedestre Erewhon, un non-luogo che si allunga  dalle Alpi al Lilibeo. Inviato dagli Dei beati, un Demiurgo collettivo fatto di giovani colonnelli portoghesi 1974 ha liberato Erewhon/Stivale in una notte, senza sparare, dall’abiezione demoplutocleptocratica di Galan e Benigni, sotto l’Alto Patrocinio del re in Quirinale.

L’Erewhon/Stivale è una repubblica presieduta, non da un imperioso similmonarca ma da un qualsiasi cittadino probo, sorteggiato ogni mese. E’ una repubblica che non si inorgoglisce più della Resistenza (essa uccise più ostaggi innocenti che soldati germanici, parte dei quali innocenti); che si è sbarazzata di ogni impaccio sinistrista, perciò non studia più il phonypensiero di Antonio Gramsci  inventore di un’egemonia operaia per scherzo, perfettamente campata per aria. Ciononostante Erewhon/Stivale è una società solidale spinta, antipatizzante verso il mercato, i consumi e la crescita. Qui non si è del tutto uguali e non si aspira a modi di vita collettivi, però si detestano gli alti redditi, anzi li si avocano per garantire il pane non solo a chi l’ha perso,  anche a quanti si stipano sui gommoni negrieri per tentare di venire a vivere, mendicando, del senso di colpa dell’ecumene capitalista.

Nell’Erewhon/Stivale si è smesso di agognare una crescita che difenda il benessere minimoborghese dei lavoratori; al contrario si persegue il desviluppo. Sapendo che espropriare i grandi patrimoni, cancellare il settore del lusso, mortificare l’alta  gamma e i bisogni superflui non basta a far campare 60 milioni di humans, il nuovo Erewhon  accetta il ritorno alla vita ristretta di un tempo. Si promuove il turismo e si valorizzano le città d’arte, ma mai più vacanze ai Caribi dei colletti bianchi/blu, mai più una Porsche per ogni dentista avviato. Qui non si sussidiano i giornali, i partiti, i Gay Pride, le Expo, i film semiporcini. La moda agonizza, i padroni-grandi barche si domiciliano in galera o fanno gli skipper per i ricchi cinesi che studiano il pensiero di Mao.

Nell’Erewhon strappato alle termiti e alle blatte dei partiti ladri, il Pil crolla per il brusco scemare del fatturato della corruzione. Soprattutto non si vota più se non per referendum orientativi e permanenti dalle cucine di casa. Le decisioni le prende una Polis ristretta di supercittadini sovrani, sorteggiati in presenza di meriti oggettivi e pesanti. Seppelliti per sempre la democrazia rappresentativa e i parlamenti, tornati quasi tutti alla parsimonia di un tempo, cancellati i veri ricchi, l’Erewhon/Stivale ha dimenticato l’assillo di produrre, efficientarsi, competere. Lavorare, quanto basta. Gli sport, discriminati. L’Italian Style e altre eccellenze, derisi come meritano.

Certo Porfirio non assurgerà alla gloria di San Tommaso Moro. Ma avrà dato un’idea a quattro, come minimo, gatti.

Porfirio

UN REPERTO DI TEMPI MENO LADRI

A rileggere un autore che scrive mezzo secolo fa (Panfilo Gentile, Polemica contro il mio tempo, Volpe ed.,1965)  la nostra politica apparirebbe -allora- popolata e gestita da una stirpe di professionisti rispettabili. Oligarchici sì, invadenti sì, abbastanza discutibili sì, ma ladri come i politici d’oggi no. Su 183 pagine del libro il furto, il saccheggio del denaro pubblico, la disaffezione dei cittadini vengono menzionati con discrezione; quasi non esistano o siano marginali. Nulla che faccia presagire l’odio implacabile che oggi si rovescia sulla Malarepubblica e sui suoi gerarchi/capicosca. Questi ultimi erano Proci anche allora, ma invece di gozzovigliare sulle greggi di Ulisse (=Ulisse è il popolo dello Stivale) sembravano, a stare a Panfilo Gentile, contentarsi di spuntini; di snack gestionali. Addirittura il Nostro trova modo di invocare più rispetto per “l’arduo impegno” dei nostri parlamentari.

Peraltro il libro non manca di proporre ragionamenti giudiziosi, anche se pedestri: “Dal principio della sovranità popolare come unica fonte legittima del potere si deducono molte altre idee accessorie. Date le difficoltà della democrazia diretta  la sovranità popolare richiedeuna serie di organi costituzionali, cioè il parlamento e il governo. Premessi questi elementari e anche banali richiami dottrinari, domandiamoci se dopo la caduta del fascismo questi principi sono stati onorati. I nostri uomini consolari, avvolti nella toga repubblicana, si esibiscono ogni giorno come campioni di libertà e democrazia: nonostante gran parte dell’opinione pubblica, non corrottasi respirando l’aria viziata dei partiti, ritiene che in Italia la democrazia sia una finestra dipinta (…) Fin qui i partiti sono stati tollerati, senza che contro di essi si sia accanita una polemica così acrimoniosa come quella che li investe oggi (…) L’interferenza dei partiti degrada il parlamento a semplice camera di registrazione. Per i gerarchi dei partiti è vera la risposta data da Chateaubriand a chi gli domandava se per avere successo nella vita pubblica fossero necessarie molte qualità. La risposta: “Non occorrono qualità, occorre piuttosto saperle perdere”.

Ancora Panfilo Gentile. “Di recente il sottogoverno è diventato più temibile perché meno scrupoloso è l’esercizio del potere da parte degli oligarchi. Una volta il denaro pubblico nessuno osava toccarlo. Oggi si attingono miliardi alle casse pubbliche”.

J.J.J.

ALMENO IL DELIRANTE MAGGIO 1915 ANTICIPO’ LA SANTA RIVOLTA ANTIPOLITICA

Rileggere, cento anni dopo la Grande Guerra, le pagine di Gioacchino Volpe sull’interventismo di casa nostra (Il popolo italiano tra la pace e la guerra. 1914-15, Milano, ISPI, 1940)  ha un’utilità sinistra: “Vedere -avverte Volpe- il buono di quella specie di romantica scapigliatura, di quel calor vivo che ardeva  nelle anime, di quelle certezze che occupavano le menti, di quel travaglio torbido ma non sterile, di quella specie di verginità di cuore con cui il popolo italiano, o chi se ne assunse la rappresentanza ideale, si gettò nella mischia prima, nella guerra dopo. Era un fervore quasi da neofiti”.

Pessima, anzi tragica cosa quel “vedere il buono” dei deliri di patriottismo che coprirono di rispettabilità le trame belliciste di governanti, diplomatici e militari. Tanto più in quanto quel vedere il buono fu scritto nel maggio 1940, vigilia immediata del nostro salto in un altro conflitto, quando Volpe stese una prefazione al libro di cui parliamo, scritto invece nel 1928. Una prefazione tutt’altro che innocente. Giustificava la suicida decisione mussoliniana di accodarsi ai momentanei trionfi del Terzo Reich: “Oggi (1940)  non sono più in vista Trento, Trieste e la libertà e sicurezza nell’Adriatico; ma un mare più grande e non meno necessario; e frammenti d’Italia (Nizza? La Savoia? Tunisi persino?- NdR)  che sono ancora da rivendicare, non solo per compiere l’unità, ma anche per trasformarli da altrui mezzi di offesa all’Italia a nostro mezzo di difesa; e l’Impero da assicurare attraverso una via non troppo minacciata; e terra da dare al lavoro degli Italiani”.

Se il Volpe prefatore del maggio 1940 è l’incauto propalatore del Megalomane predappiese (sognava di replicare la brillante conquista dell’Etiopia), il Volpe che nel 1928 raccontava il nostro interventismo è credibile, non foss’altro in quanto esponeva abbastanza obiettivamente anche le ragioni dei neutralisti. Per questo “Il popolo italiano 1914-15” è da rivisitare.

Col senno di poi, un secolo dopo Serajevo, a valle di tanti altri conflitti minori e nei giorni di nuovi fratricidii, anche a Volpe -come a gran parte degli storici più o meno accademici-

va imputato di elevare a movente irresistibile e nobile un fattore millenario di massacri, oggi in declino assoluto: il patriottismo. Sia chiaro:  oggi sono molti ma non abbastanza gli assertori che la patria e la sudditanza al potere sono nemici dell’uomo, quando precettano a uccidere e a farsi uccidere per il volere dei governanti.  Gli assertori appaiono ancora, a volte, iperpacifisti anarcoidi: come se il massacro fosse un imperativo categorico. E invece dovrà trionfare il principio che solo i mercenari, professionisti delle armi, hanno il dovere di combattere; tutti gli altri, no. Le patrie, al diavolo. Le maggioranze immense  hanno il diritto/dovere di rovesciare i governanti che tentano di arruolarle al fronte.

A valle di Verdun, di Hiroshima, dell’Olocausto, degli stermini di Hitler, Stalin, Churchill e F.D.Roosevelt, non esistono più le guerre giuste. Meno che mai sono concepibili le guerre vestite di ideologia: libertà, democrazia, progresso, socialismo, diritti, emancipazioni, questo o quel credo religioso. Risultano grotteschi o ripugnanti coloro che le guerre ideologiche le muovono. I G.W. Bush e i Tony Blair sono detestati quasi universalmente. Però meritano ludibrio anche i loro predecessori, che tanto più di loro hanno martirizzato l’umanità: gli Hitler,  Stalin, FD Roosevelt, Churchill, in piccolo Benito Mussolini.

Per la carneficina di un secolo fa, va detto che l’impostura ideologica fu meno sfrontata. Salandra e Sonnino non tentarono nemmeno di spacciarsi per combattenti dell’ideale. Mossero guerre all’antica, per acquistare territori, mari, mercati, dominii d’altro genere. Il lavoro ignobile di inventare superiorità ideali lo lasciarono ai giornalisti grandi firme e agli intellettuali traditori della verità. Ai Grandi del potere, ai guerrafondai di vertice, bastava l’assioma supremo, quello da non dimostrare: la Patria.

Nel libro di Gioacchino Volpe campeggia, logicamente, il piccolo Poincaré di casa nostra, Antonio Salandra da Troia, provincia di Foggia. Finì coll’assurgere, egli modesto gregario giolittiano,  a vittorioso antagonista del grande Giolitti. Se il dittatore parlamentare fosse tornato al governo nel 1915 invece che nel 1920, forse avremmo ottenuto Trento e Trieste senza perdere 600 mila vite, senza martirizzare i feriti sotto i ferri degli ospedali da campo, le vedove e gli orfani nelle povere case, senza soffrire le condizioni che produssero il fascismo. Salandra- il quale oserà lamentare in un libro che le sue fatiche di guerrafondaio (e la sua invenzione del “sacro egoismo”) non gli avessero fruttato “nemmeno un titolo nobiliare”-è piccolo personaggio rispetto all’orrenda figura negativa di Serghiei Sazonov, egemone della politica estera della Russia. Nel 1914 plagiò Nicola II e i suoi consiglieri a ordinare la mobilitazione generale,  cioè un’avventura bellica che si concluse coll’Apocalisse: disfatta, Rivoluzione, sterminio della famiglia imperiale, della classe dirigente e di ogni avversario dei bolscevichi. E pensare che gli obiettivi di conquista di Pietroburgo non si limitavano a Costantinopoli, ma si allargavano alla riva sinistra del Bosforo, al Mar di Marmara, ai Dardanelli, alla Tracia del Sud, alle isole egee di Imbro e di Taso. In più la Russia mirava a signoreggiare l’Adriatico attraverso una Balcania slava, o meglio attraverso una Grande Serbia.

Se lo Zar è un personaggio sinistramente doloroso, appaiono i diplomatici ottusi, mondani, pomposi. Si veda il marchese Di San Giuliano, predecessore di Sonnino agli Esteri. Per superstite triplicismo o per la difficoltà psicologica a cambiare fronte diplomatico, dedicò gli ultimi mesi di vita a tentare a Vienna e a Berlino di ottenere promesse di compensi territoriali in caso di trionfi austro-germanici.

Con tutte le riserve che merita, il libro di Gioacchino Volpe aiuta, nelle sue mezze verità persino più che nelle verità intere, a riflettere su quell’impazzamento di patriottismo che travolse ogni trincea della ragione. Dell’istinto di sopravvivenza, persino: ondate di giovani della piccola borghesia, pure dei ceti alti, che tumultuarono nelle piazze d’Europa per esigere la guerra, per invocare di morire per le Patrie  infanticide. Furono accontentati in molti.

In Italia però il trionfo dell’Irrazionale ebbe una ricaduta benefica. Con l’aspra, se pur folle, contestazione del parlamentarismo giolittiano -in quel  momento ultimo argine contro il massacro- esso anticipò di un secolo la santa insurrezione antipolitica di oggi: il maggiore evento  dell’epoca che viviamo.

l’Ussita

UN MODELLO FOSCO EROICO PER UN DIVO RENZI FORSE SCONFITTO SULLA DISTANZA

Il giorno dopo l’apoteosi del 25 maggio non sarebbe il momento per chiederci che lavoro farà il Capo del governo dopo che l’ala parruccona, dalemiana/finocchiariana, del suo partito lo abbatterà  col solo fatto di nanizzare le grandi riforme. Però chiediamoci  lo stesso: finirà nel nulla, come un semplice Goria Monti Casini, dopo avere giganteggiato per una sola primavera-estate?

Forse no, se agli stivalioti disperati era apparso un dono degli Dei. D’altronde fare opposizione rancorosa, vendicarsi alla men peggio, come magari medita Enrico Letta, delle Salme storiche guidate da Bersani, Rodotà e Camusso, non sarebbe degno di Renzi.  Capeggiare un 25 aprile “portoghese”, un golpe di ufficiali giustizialisti -come gli propose Internauta giorni fa-  lo spaventerà. Troppo irriguardoso verso le Istituzioni.

Gli proponiamo un’ardita prospettiva di combattimento: fare il rottamatore molto molto lontano da qui. Qui è proprio difficile. Noi fervidi calvinisti siamo troppo affezionati alla legalità, come il popolano britannico lo è alla Royal Befana. Siamo ammaliati dalla Più Bella, idealmente scritta da Napolitano su libretto del pagliaccio Benigni. Renzi cerchi fortuna altrove sul pianeta, al riparo da noi spietati fondamentalisti del diritto. La Mongolia (nome ufficiale Bugd Najramdab Mongol Ard Uls) è a sufficienza lontana? Ha nostalgia di un condottiero straordinariamente in gamba, che ritrovi le glorie di Gengis Khan (m.1227) e di Timur/Tamerlano (m.1405)? Se sì, Renzi provi la Mongolia.

A questo punto gli ricordiamo la vicenda di un non mongolo, il barone Roman Ungern von Sternberg, che poco meno di un secolo fa si fece signore di quel paese, in un sogno di gloria degno di Alessandro il Macedone, anzi meglio. Ungern Khan fu lo sfortunato emulo dei sommi Gengis e Timur. Era un militare zarista, di antica stirpe tedesco-ungarica, cresciuto a Tallin (Estonia). Eroe cavalleggero nella Grande Guerra, prese una sciabolata in Galizia; gli uccisero la moglie. Dopo la Rivoluzione menscevica di febbraio fu mandato nell’Estremo Oriente russo, dove acquistò fama di sanguinario e si fece affascinare dalla vita dei nomadi mongoli e buriati. Prese a sentirsi asiatico, tentò di creare una monarchia lamaista in Mongolia e a est del lago Baikal. Non fece la strada degli altri controrivoluzionari Bianchi (Wrangel, Kolciak, Kornilov, Denikin) che come lui combattevano i bolscevichi. Invece si fece aiutare dai nipponici che nell’Estremo Oriente russo volevano creare uno Stato fantoccio.

Nel 1920 Ungern è anche uno dei signori della guerra che agiscono nel contesto cinese; tenta di restaurare la passata dinastia Qing. Arriva a dominare con un esercito di avventurieri l’immenso paese dei Mongoli. Progetta di guidare una grandiosa cavalcata asiatica per punire l’Occidente fatto marcio dalla modernità, oltre che degli altri suoi vizi. Prova a strappare il Tibet alla Cina. Il Dalai Lama lo consacra reincarnazione di Gengis Khan.

La fine di Ungern arriva nell’agosto 1921. Ospite di un predone calmucco, viene tradito e consegnato alle truppe del futuro maresciallo Bljucher, che nelle purghe del 1938 sarà torturato e ucciso da Stalin. Bljucher non riesce a convincerlo a passare nei ranghi sovietici. Prima d’essere fucilato Ungern Khan compie l’ultima prodezza: ingoia la sua medaglia di San Giorgio, perché non cada in mani bolsceviche.

Coll’occasione ricordiamo che nei territori russi conquistati dai giapponesi sorse in quegli anni un’effimera Repubblica Ucraina (!), parte lontanissima della Stato creato a Kiev dagli occupatori austro germanici.

Perchè abbiamo raccontato questo personaggio, che come un po’ magiaro si credeva discendente di Attila e che rinnegò il retaggio baltico-germanico in quanto posseduto di dottrine messianiche e di tantrismo? Per ricordare al Condottiero fiorentino, nell’ora del trionfo, che se la volubile Fortuna lo tradirà a beneficio dei passatisti che avevano mummificato il Pd, Egli potrà risorgere in un contesto barbaro e grandioso quale l’Impero mongolo, breve ma il più vasto della storia. Renzi è un personaggio come lo fu Roman Ungern von Sternberg, l’uomo-mito che eccitò la fantasia di Julius Evola, vivido pensatore esoterico e spiritualista, teorico di razzismo e di alchimia.

Come Renzi, il Barone Nero fu anche un fattivo riformatore: nella sua capitale Ulan Bator portò elettricità, telefono, un giornale e più di un ambulatorio medico senza sciamani.

Porfirio

IL COLLE CONTRO LE PULSIONI ANTIMILITARISTE E ALTRE MOLLUSCHERIE

“Napolitano difende le spese militari”, oppure “ mette il veto ai tagli”. Più o meno così i media hanno interpretato le parole davanti all’Altare della Patria, il 25 aprile, del Comandante supremo. Ancora una volta l’antico ufficiale d’ordinanza di Togliatti si è confermato pontifex maximus del culto delle (vana)glorie marziali. Edonisti e molli come siamo, noi Stivalioti d’oggi abbiamo indole pacifica, magari anche panciafichista, ventre mio riempiti di felicità masticabile. Ma il Supremo non si lascia sfuggire occasione per ricordarci che ci sono brandi da impugnare, missili e siluri da scagliare, droni ‘Obama’ da teleguidare contro il nemico.

Lui sa chi è, dove sta, il nemico (noi no ma non contiamo: democrazia, libertà e ‘diritti’ non si fidano di noi). Occorre essere semper parati in caso i mongoli di Ulan Bator o alcune repubbliche andine si facciano venire brutte intenzioni. Lo stesso dettato costituzionale (ripudio della guerra) è stato scritto per svista o per scherzo. La Carta, ci insegna il Pensiero di Benigni, è la Più Bella ma quandoque bonus dormitat Homerus (cosìceliava Orazio Flacco). Se il Mare è Nostrum, come rinunciare ai sommergibili d’attacco e ai cacciabombardieri con capacità nucleari? Non siamo legati per trattato, e fino alla fine dei tempi, all’Alleanza atlantica?

E’ noto che il 25 aprile la Resistenza ha liberato l’Italia da sola, senza apporti dell’Ottava armata britannica, della Quinta yankee, dell’Urss che sfondava da Est, delle arciflotte alleate. Alcune decine di migliaia di bombardieri che obliterarono il Reich non hanno fatto che assecondare a latere le conquiste partigiane. Di fronte a così grande retaggio di vittorie, da Custoza a Caporetto alla resa senza condizioni di Cassibile (prov. di Siracusa), di fronte a tante panoplie di armi gloriose, i pacifisti imbelli, i molluschi incuranti della Libertà, gli ottusi fautori degli asili-nido e dei dormitori per homeless negano -quei degenerati- che la Repubblica di Benigni necessiti di F35 e di fregate per poter battere i pugni sui tavoli della diplomazia. Non si sono alzate proposte di intervenire in Ucraina onde dare una lezione a Putin? Guai se il Piemonte non avesse stritolato gli zaristi in Crimea. Con non più di duemila morti il Regno sardo poté sedere tra i vincitori e da quel momento cominciò a tempestare di pugni e di spade di Brenno le conferenze internazionali. Chi potrebbe negare che una buona prova a Odessa delle brigate corazzate di Napolitano, appoggiate dagli Eurofighter e dall’unico F35 operativo, moltiplicherebbe N volte il nostro prestigio e l’orgoglio della Farnesina?

Ecco dunque il Marte del Quirinale intimare: “Le FF.AA. vanno certamente razionalizzate, ma sul capitolo delle spese non bisogna indulgere a decisioni sommarie. Esse possono riflettere incomprensioni di fondo e alimentare vecchie e nuove pulsioni antimilitariste”.

Qui vi voleva, voi sozzi antimilitaristi e incomprensori di fondo, il Maresciallo supremo. Vi abbandonate alle pulsioni degeneri -elargire buoni mensa a un milione di senza reddito, prevenire le frane appenniniche, decine di altre carognate- quando le nostre feluche, proverbialmente trionfatrici in tutti i negoziati, specie quelli che culminano in cocktail e sambe, hanno bisogno di argomentazioni di potenza! Il papa poté non avere né divisioni né flotte; le nostre ministre della Difesa e degli Esteri ne hanno bisogno perché la Repubblica di Cassibile sia rispettata anzi temuta.

Che il Clausewitz del Colle ci voglia pronti alla battaglia non deve stupire. Poche settimane fa spiegava ai negatori delle glorie resistenziali che il passaggio alla lotta armata scatenatrice di rappresaglie e stragi fu “obbligato” (non vi spetta sapere obbligato da chi e perché). L’obbligo di procombere sussiste, forever, come assolverlo senza aviogetti di ultima generazione? Persino l’infermiccio Giacomo Leopardi smaniò per morire in battaglia: “Qua l’armi io solo/ Combatterò, procomberò sol io”.

Non crediate che l’assiduo lettore di Leopardi tra gli arazzi del Colle esiga sempre l’ultimo grido in fatto di apparati della guerra elettronica. Sa che nella foresta umida in cui scorre il fiume Limpopo, come pure nelle gole del Caucaso, si combatte alla baionetta. Proprio per questo Egli tiene sempre pronti i corazzieri, che mettano in fuga l’avversario col solo bimetro d’altezza, più le lame delle loro sciabole. E per oggi rinunciamo a vantare il prestigio sartoriale dei nostri generali di tendenza.

Ve lo ricordate l’Elmo di Scipio? Serratevi al mento l’Elmetto di Napolitano, vi porterà alla vittoria. Quanto ai costi in €, non potete negare che armarci contro i nemici immaginari costi meno che fermare gli smottamenti appenninici. Credevate che il Signore della Guerra non cercasse di risparmiare? Abita la reggia più costosa al mondo, però da un paio d’anni taglia su spillatrici, coccoine e garden parties. Perché ha a cuore il contribuente.

Porfirio

PCI: L’ERRORE D’ESSERE NATO E QUELLI DI UN NOVANTENNIO INTERO

A un amico che fu partigiano, ferito gravemente a diciassette anni, funzionario comunista per decenni, avevo chiesto quali errori hanno condannato a morte il Partito. La risposta mi ha spiazzato: “Essere nato”. A tanto non ero preparato. Allora provo a rispondermi da solo.

Errore primo, avere preso sul serio Antonio Gramsci. Sull’occupazione torinese delle fabbriche (1921) pensò e scrisse troppe fanfaluche. Sulla premessa di una sognata ‘egemonia della classe operaia’ fondò un partito inteso ad emulare le vittorie dei bolscevichi. Invece avvicinò la Marcia su Roma. La “Unità” si vanta fondata daGramsci: ma è una delle ragioni per non leggerla.

Errore secondo, aver fatto credere che nella clandestinità combatteva duramente il Regime, che invece prosperò in crescendo fino al 10 giugno 1940.

Errore terzo. Nella Guerra civile spagnola, avere fornito Togliatti come primo agente di Mosca e Luigi Longo come capo delle Brigate internazionali. I due si impegnarono in una causa non solo senza speranza, anche senza verità; e si identificarono con una parte delle efferatezze rosse (non inferiori a quelle franchiste), nonché coi simultanei sterminii e purghe di Stalin.

Errore quarto. Avere dominato in Italia una lotta partigiana armata che, determinando automaticamente le rappresaglie tedesche, martoriò gli italiani non gli occupanti. La regola, perfettamente nota, era dieci contro uno (qualche volta di più). La crudeltà assoluta contro gli italiani fu via Rasella. I romani si vendicarono non sollevandosi affatto, al contrario (la grande strategia tardo-leninista era che via Rasella avrebbe fatto insorgere l’Urbe!).

La Liberazione fu fatta passare per una vittoria guerrigliera. In realtà il Reich era morente, senza carburante, munizioni e viveri, città e fabbriche rase al suolo.

Errore quinto. Divenuto cogestore della Repubblica, il Partito millantò di possedere superiorità morali inesistenti, laddove si lasciava aggiogare e finanziare dallo stalinismo. Mezzo secolo abbondante di infatuazione sinistrista del culturame e del demi-monde dei giornalisti e della gente dello spettacolo provocò il sorgere vittorioso del berlusconismo. Ancora oggi, dopo tutto ciò che sappiamo su Forza Italia e sul Cavaliere, sono molti coloro talmente antagonizzati dai vanti e dalle pretese del comunismo da accettare dall’anticomunismo letteralmente tutto. Si arriva a sognare una successione di Marina (!) quale parafulmine antimarxista.

E’ superfluo precisare che il comunismo italiano, come quello di ogni altro paese, ha pagato anche per colpe non proprie, bensì di Mosca e del campo socialista in Europa e in Asia. Risultati, pessimi: da noi, una nazione che ai suoi vizi millenari ha aggiunto la repellente devozione di troppi a un triviale orgiasta di Arcore. Finalità suprema, tenere in scacco i comunisti. Oltre l’ex Cortina di ferro, ha potuto trionfare un anticomunismo parossistico che nega in blocco il socialismo. Nega quanto meno il grande portato della Rivoluzione d’Ottobre: la distruzione dello zarismo e del vecchio ordine feudale.

Concludendo. Un movimento comunista che avrebbe potuto soggiogare la storia si è fatto sconfiggere e ha ucciso se stesso insozzando o cancellando i propri contenuti ideali, e invece evidenziando crudamente le proprie ferocie. Non fratellanza coi poveri, né amore per la giustizia ma, come in via Rasella, l’inumanità di sacrificare gli innocenti e i valori nel nome di una causa settaria come poche: un satellite di Mosca in più.

A.M.Calderazzi

Benvenuta Monica Amari!

Siamo lieti di annunciare che Monica Amari, saggista e animatrice di iniziative culturali, ha accettato di svolgere un ruolo qualificato nella compagine di Internauta. Presidente dell’Associazione Armes Progetti (cultural planning), Monica alterna alla docenza universitaria un’attività pubblicistica finalizzata. Ha pubblicato (Franco Angeli) “Manifesto per la sostenibilità culturale”. Incisivo e fortunato il suo scritto “Giardini regali. Fascino e immagini del Verde dai Medici agli Asburgo”. Ha lanciato il Festival paganiniano.

Discendente di Michele Amari (il maggiore storico degli Arabi in Italia; ministro dell’Istruzione), figlia di un Prefetto di Milano, Monica è vedova di Marcello Staglieno, uno dei fondatori del ‘Giornale’ di Montanelli e già vice-presidente del Senato.

IN EREDITA’ DALLA NOBILE COSTITUENTE 24 CARATI DI CLEPTOCRAZIA

Con la notizia che l’80% del Consiglio della Regione Campania è sotto processo per peculato, truffa e/o altro -per il restante 20% le prove sono forse insufficienti- si è raggiunta la certezza che otto politici della Repubblica su dieci sono ladri, truffatori e altro. Come mai certezza? Perché per i Legislativi delle altre regioni le cronache ci hanno fornito, o stanno per fornirci, elementi d’accusa inoppugnabili. Va da sé, su scala nazionale si ruba in altri modi: più in grande, con più classe.

Passi per la porcina cleptocrazia esercitata dall’Assemblea del Lazio, il cui retaggio dovrebbe risalire alle glorie dei Quiriti e alla Lupa che allattò i Gemelli fatali. Ma raccapricciante è il caso del Piemonte, che fece l’Italia. Le furfanterie a Torino del Consiglio succeduto al sabaudo Parlamento Subalpino hanno fatto inorridire le redazioni di nera persino prima e più di quelle campane e siciliane. Date tempo al tempo e la mappatura nazionale del reato istituzionale sarà completa.

Insomma, per il Paese delle molte eccellenze -affascinante ed estroso; ricchezze d’arte esorbitanti; arte del vivere collimante con la leadership enogastronomica; moda in gestione diretta degli Dei; modellato dalla Più Bella delle costituzioni; alloggia il più sommo dei politicanti in una reggia quale gli imperatori del pianeta, da George Washington a Obama, non possono permettersi; per il Paese di tante eccellenze, dicevamo, due sole sentine parlamentari (una delle quali da chiudere per ristrutturazione), più il CNEL, erano poche. Di qui le 21 cloachine regionali. Lì gli eletti del popolo, appaltatori della sovranità socialità e purezza nate dalla Resistenza, rubano tutto il rubabile. Il primato del malaffare progressista, quanto meno tra i paesi dell’OCSE, è al di là di ogni dubbio.

Se incontrate qualche Tersite che dica male delle Istituzioni e della Più Bella (il personaggio eponimo sparlava dei capi degli Achei sotto le mura di Troia; Odisseo lo malmenò brutalmente; Achille lo uccise con un pugno, sempre per la sua maldicenza); se dunque incontrate qualche Tersite il quale lamenti un’esiguità del legato ideale della Costituente, zittitelo. La Costituente ci ha lasciato un ceto politico quale l’Occidente intero se lo sogna così vasto, vorace e ricco di parenti.

La domanda sorge spontanea: può sopravvivere una Repubblica gestita, cioè saccheggiata, da una fauna politica che è l’orca (=il predatore più carnivoro dei mari circumpolari) della politica professionale mondiale? Risposta: non in eterno, finchè non arriva il Giustiziere, impersonante il Tedio della democrazia, la Repubblica può sopravvivere. La Chiesa non è viva nonostante 15-17 secoli di nepotismo -lo praticò per ultimo Pio XII- e di assalto ai beni destinati ai poveri dai morenti ricchi? E l’Impero d’Oriente, generato dal marcire di quello d’Occidente, non durò fino al 1453?

Si tranquillizzino dunque Rodotà, Zagrebelski, Bindi, l’Allucinato a 5 stelle, altre prèfiche della Carta. Per un tot di tempo i protagonisti della democrazia continueranno a rubare, più o meno con destrezza, più o meno in spirito e pratica di fedeltà alla Costituzione.

Porfirio

MOLTI NEMICI CI MINACCIANO MA NAPOLITANO E’ “WAR PRESIDENT” COME G. W. BUSH

Chi altro poteva schiacciare i tentativi di tagliare sugli odiati F35, sulle nuove fregate, sui supplementari sommergibili d’attacco, sugli altri programmi bellici, se non il presidente della repubblica, della casta e del military-industrial complex (quest’ultimo deplorato a suo tempo per gli USA da Ike Eisenhower, che era un generalissimo vittorioso)? Tra i capi di Stato del momento il Nostro risulta quello che più prende sul serio il ruolo di Comandante Supremo. In quanto tale, ha inflitto una bella umiliazione a Renzi, che con Cottarelli aveva complottato per dimezzare l’acquisto di apparati bellici, persino per vendere la portaerei ‘Garibaldi’. Un complotto temerario, cioè sciocco, perché tutto era chiaro prima ancora che il 19 marzo si pronunciasse il corrusco Consiglio Supremo di Difesa.

Tutto era chiaro dal giugno 2013, quando il Parlamento aveva deliberato di sospendere le ordinazioni belliche fino alla conclusione di una propria inchiesta ai sensi della legge 244, che assegnava al potere legislativo un maggiore controllo sugli acquisti di sistemi d’arma. Passarono pochi giorni e il Signore della Guerra stroncò: la legge 244 è piena di criticità. Non può permettere alle Camere facoltà di interferire nelle valutazioni dell’Esecutivo, segnatamente nelle prerogative del Capo dello Stato e dei vertici militari.

Il 19 marzo ilConsiglio Supremo ha dato per respinti sia il conato del Parlamento, sia quello del presidente del Consiglio. Ha ribadito seccamente che le minacce militari alla patria sono reali, rese più acute dalle turbolenze dello scacchiere mediterraneo. Ha additato la strada da percorrere: niente colpi di testa alla Rottamatore, nessun ascolto all’opinione pubblica, bensì un Libro Bianco sulle strategie di guerra, da redigere con calma. Risponderà alle domande fatali: vogliamo un’aeronautica? Vogliamo contare nelle decisioni tra Potenze? Nell’ultima Festa delle Forze Armate il War President aveva tagliato corto (con due audaci innovazioni lessicali): “Non bisogna indulgere a semplicismi e propagandismi sulle dotazioni indispensabili alle nostre forze armate”. Il non detto: se Renzi si è esposto troppo con gli impegni di spesa, si tolga dalla testa di lesinare sugli armamenti.

E’ da compiangere la povera Bundesrepublik, per dirne una, che non ha Marte a capo dello stato. Da noi invece il Primo Cittadino, rieletto a furor di politicanti che temevano per il seggio, detta la legge marziale dalla tolda di comando: si vis pacem para bellum. Il Consiglio Supremo sa ben meglio di noi le minacce che incombono. Non dice da dove incombono, ma gli italiani gente sveglia si sforzino di immaginarle. Intanto il fosco Putin, uomo del KGB. Poi una coalizione Tripoli Tirana Asmara Mogadiscio Addis Abeba Dodecanneso potrebbe volerci punire per le nostre sopraffazioni colonialiste, dal micropossedimento della compagnia di navigazione Rubattino sul Mar Rosso all’incoronazione di Vittorio Emanuele III a re d’Albania, passando per il trionfo di Giolitti sul Sultano ottomano e per la sottomissione dell’Etiopia.

Ma il pianeta è vasto, pullula di potenziali aggressori. I Talebani, che abbiamo domato dalle parti di Kabul, sono più pericolosi di quel che appaiono. I vietnamiti umiliarono ripetutamente gli USA, che pure per strappare ai giapponesi l’isola di Kiushu spiegarono quasi 70 tra sole portaerei e corazzate; se, per deridere i nostri padroni yankee, ci attaccassero improvvisamente, che faremmo noi con la sola portaerei Cavour, una volta venduta la Garibaldi come voleva quel pazzo di Renzi? Ancora. Chi può escludere che gli italoamericani oriundi del Regno delle Due Sicilie ci facciano aggredire dai Navy Seals per rappresaglia della spedizione dei Mille? La squadra asburgica dell’ammiraglio von Tegetthoff, che nel 1866 ce le dette di santa ragione a Lissa, non potrebbe infierire sugli stabilimenti balneari del Salento, ove non ci dotassimo di sommergibili idonei alla navigazione polare?

A farla breve, il War President ha ragione: mettiamoci in grado di colpire first strike Addis Abeba. Se poi Al Qaeda, o qualsiasi altro nemico della democrazia e dell’emancipazione della donna, ce l’avrà con noi, il Quirinale Supremo dovrà disporre della giusta panoplia di armi di ritorsione.

Il Rottamatore stava per soccombere alla follia suicida di risparmiare sui droni vettori di atomiche tattiche. L’ha trattenuto in tempo la mano ferma di Partenopeo. Avremo stormi di F35 per proteggerci. Onde risparmiare sul combustibile, convertiamoli a metano o a GPL (alla propulsione nucleare, solo se quel farabutto di Putin ci chiude i gasdotti dalla Crimea e non ci fa sciare a Sochi).

I feldmarescialli del Consiglio Supremo si sarebbero piegati al Rottamatore, non fosse stato per il Guerriero campano, ammogliato con donna Clio. Egli è un caso più unico che raro di autoredenzione. Era un portaborse di Togliatti, uno stalinista che aveva giustificato le ferocie partigiane e l’invasione dell’Ungheria, che aveva insolentito la Nato: ebbene si è convertito all’atlantismo con le sue sole risorse mentali. Oggi guarda fisso verso il Pentagono come l’ago della bussola è attratto dal Nord. Avesse trent’anni di meno, l’ex regista delle campagne comuniste per la pace farebbe il segretario generale della Nato.

Dice l’amico intimo Emanuele Macaluso che Partenopeo lascerà la presidenza entro l’anno (con la fierezza, siamo certi, di avere salvato le FF.AA. che salvano noi). Diciamolo alto e forte: perderlo sarebbe un peccato. E se imitasse Ratzinger a Santa Marta: se restasse a vita nei giardini del Quirinale, in una grande tenda da campagna/combattimento, come capo emerito del Consiglio Supremo di Difesa?

Porfirio

IL GRAN RIFIUTO DI BERGOGLIO COME E PIU’ DI QUELLO DI CELESTINO V

Si è spenta la speranza che il mondo avesse trovato in Francesco un maestro/una guida per i credenti e i non credenti. Il mondo ha trovato un altro riferimento, un modello in più, non un condottiero morale, non un Mosè superiore a tutti. A un anno dall’elezione papa Francesco dice cose e offre segni che hanno qualche rilievo per i cattolici, non così per il resto degli uomini. L’illusione era che una svolta rivoluzionaria della Chiesa galvanizzasse i popoli. Dio sa se la nostra epoca, orfana di ideali, emancipata sì dai dettami delle ideologie però rassegnata alla deriva, non avrebbe bisogno di un insegnamento trascinatore, di una forte mano spirituale. La nostra epoca è intrivialita nell’abitudine.

Francesco, all’inizio sbalordendo con atteggiamenti scandalosi come il Vangelo, era apparso non a tutti ma a molti un potenziale riformatore della civiltà. Non in quanto capo dei credenti cattolici, bensì come il protagonista riconosciuto dal mondo intero e comunque dall’Occidente, un capo sostenuto da un retroterra storico ineguagliabile ma ispirato a principi innovativi.

Forse Oswald Spengler non avrebbe annunciato il Tramonto dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes) se fosse vissuto nei giorni in cui papa Francesco sembrava voler deviare la storia, avviare la bonifica integrale di un mondo fattosi palude.

Questo papa avrebbe conquistato l’Occidente, l’Abendland di Spengler, se l’avesse folgorato, turbato in profondità. Questo fece con gli Arabi Maometto, plasmatore di una cultura e di un impero. J.M.Bergoglio ha deciso di non plasmare, di non sovvertire. Ha aggiornato gli accenti di quanto la Chiesa dice da millenni, con efficacia decrescente. Il messaggio resta quello tradizionale: in qualche misura fondamentale, però conosciuto da sempre. I contenuti sono quelli antichi. Non possono essere nuovi, non possono né sorprendere, né emozionare. Le grandi questioni del nostro tempo ricevono le risposte coniate da papi e teologi del passato, qua e là aggiornate nello stile e nei riferimenti di contesto.

L’intervista al pontefice del direttore del ‘Corriere della Sera’ (5 marzo) ha il senso, oltre che di un primo bilancio, di un documento programmatico. Se presa alla lettera, è l’annuncio che non ci saranno svolte. Che il pontefice non si propone di creare realtà nuove, pur impegnandosi, più di quel che si usasse, ad accogliere talune novità provenienti dall’esterno della Chiesa. Di qui le diversità stilistiche. P.es. invece di pronunciare anatemi Francesco vuole dedicare attenzione ai divorziati e alle unioni civili. Non ama si parli di valori non negoziabili. Agli orfani e alle prèfiche del marxismo offre rispetto. Proclama che la Chiesa è dei poveri, però non compie atti che realizzino tale simbolica appartenenza. La Chiesa di Francesco è anche degli agiati, anzi rimane essa stessa agiata. Come tutti i suoi predecessori, questo pontefice stempera l’evangelico “guai ai ricchi che hanno avuto in terra la loro ricompensa”. Compirà viaggi nei paesi della povertà smisurata, sapendo che essi viaggi cambieranno quasi nulla: alla pari dei vari aggiornamenti stilistici.

Coloro che accreditano a Bergoglio il proposito di allontanare la Chiesa dall’Occidente ecumene del capitalismo, sorvolano sulla somiglianza con le consuete esortazioni ecclesiastiche alla condivisione e alla carità. La Chiesa resta importante detentrice di beni, i cui frutti non vanno interamente alle opere di misericordia. Nei secoli passati è stata imponente la quota di ricchezza destinata agli edifici sontuosi e ai patrimoni dei parenti di cardinali e di papi.

All’intervistatore Ferruccio De Bortoli, il pontefice ha fatto un’affermazione inequivocabile: “Nel marzo scorso non avevo alcun progetto di cambiamento della Chiesa. Nel mio modo di agire aspetto che il Signore mi dia l’ispirazione”. Ecco un’interpretazione autentica che dissolve buona parte dei miti sorti -anche in chi scrive- sulle inclinazioni rivoluzionarie del pastore venuto ‘dalla fine del mondo’. Rivoluzionarie erano le azioni che da Bergoglio si attendevano: non sono venute, probabilmente non verranno. Ignazio di Loyola vince.

Innovativo, persino drammatico, sarebbe stato per esempio capovolgere l’insegnamento canonico sul controllo delle nascite. Il cattolicesimo è corresponsabile della tragedia dell’esplosione demografica. Invece Francesco ha definito “geniale e profetico il coraggio della Humanae Vitae (di Paolo VI) “di opporsi al neomalthusianesimo presente e futuro”. Secondo Francesco “la questione non è di cambiare la dottrina, ma di far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni”.

No. L’esplosione demografica è talmente grave da non permettere giochi di casistica o escogitazioni pastorali. Dalla Chiesa, presto o tardi, dovrà venire il ripudio assoluto del principio – formulato dai teologi non da Cristo e crudelmente smentito dalla realtà- secondo cui ogni nuova vita è un dono di Dio. Da ciò che sappiamo di Francesco, il ripudio non c’è, è difficile che ci sia. Un giorno verrà, da un successore trent’anni più giovane.

Per finire. Quale avrebbe potuto essere un singolo atto esemplare del papa (un atto, non un assieme di gesti e di enunciazioni) che folgorasse l’Occidente, che aprisse l’Esodo dalla cattività egiziana -un Egitto di capitalismo consumista- verso le terre e i cieli della Promessa? Risposta: l’abbandono fisico di Roma. Il trasferimento della Chiesa istituzione in un luogo di totale innocenza rispetto ai troppi secoli vituperevoli del vertice cattolico. Un atto così avrebbe fatto credibili gli orizzonti di Bergoglio. Lo avrebbe trasformato in un Mosè di popoli. Anche i non credenti, tutti quanti soffrono per l’inumana bruttezza del materialismo vittorioso, avrebbero derivato da un fatto di rottura grave la gioia di credere nell’utopia della rigenerazione des Abendlandes.

A.M.C. cattolico praticante