AGENZIE DI RATING? NO GRAZIE!

Sul Corriere della Sera del 19 febbraio 2014 (p.47) appare il testo di Sergio Romano “AGENZIA DI RATING NELL’UNIONE Le perplessità di Bruxelles” in risposta a una lettrice sul rinvio al 2016 della discussione su un’agenzia di rating europea. Premesso che condivido la documentata, saggia e corretta risposta data alla lettrice che lo interrogava, vorrei fare alcune osservazioni.

Le agenzie di rating che “dominano in questo momento il mercato” NON HANNO “un gran numero di economisti e ricercatori in grado di leggere e verificare attentamente i bilanci degli Stati e di migliaia di aziende” ma evidentemente – a giudicare dalla qualità dei loro giudizi e dalle conseguenze del loro operato sui risparmi investiti dalle famiglie – possono contare su un personale forse numeroso ma sicuramente poco informato e inesperto, sebbene indubbiamente devoto alle ragioni dei proprietari delle suddette agenzie di valutazione che fanno capo ai più potenti gruppi che dominano la finanza mondiale.

A questa devozione, unita a disinformazione, va forse attribuito il giudizio sui titoli italiani del debito pubblico, che mette in dubbio la capacità dello Stato italiano di far fronte ai propri impegni. Quando mai tale impegno è venuto meno?

In economia vigono due regole:

1) possiamo ipotizzare che accada soltanto ciò che è già accaduto,

2) il futuro non è prevedibile, e per questo mai previsioni economiche di una certa rilevanza si sono verificate.

Gli economisti dovrebbero smetterla di fare previsioni che puntualmente non si realizzano e dovrebbero invece proporre misure di politica economica che creino un clima favorevole all’occupazione, e quindi alla crescita della domanda aggregata, unico pilastro sul quale si reggono le sorti di tutti i sistemi economici contemporanei.

Questa semplice verità, che è sotto gli occhio di tutti, è oggi ignorata e forse non inspiegabilmente …

L’operato di queste tre agenzie di rating non causerebbe i danni che provoca sull’economia di coloro (e sono di solito le famiglie, i piccoli e grandi risparmiatori) che incautamente si avvicinano ai mercati finanziari senza essere degli “insider traders” (e perciò passibili dell’accusa di “insider trading” o aggiotaggio, turbativa dei mercati prevista dall’art.501 del Codice penale italiano e punita come attività criminosa) se non avvenisse una capillare diffusione delle notizie da esse emanate attraverso organi di stampa, radio e televisione.

Sembra paradossale che tale diffusione avvenga senza oneri per le agenzie di rating, il cui potere di convincimento è proprio commisurato alla conoscenza e influenza di quelli che sono proposti come “fatti” mentre si tratta in realtà di illazioni, deduzioni, talvolta addirittura di invenzioni, ma di grande utilità se credute fondate e perciò divenute miracolosamente vere dopo essere state enunciate.

Vi è infatti una sola LEGGE ECONOMICA, che i manipolatori del mercato conoscono sin troppo bene e della quale non si dimenticano mai, neppure per un istante:

CIO’ CHE E’ CREDUTO VERO DIVENTA VERO SE CI SI COMPORTA DI CONSEGUENZA.

Non è quindi l’esistenza delle agenzie di rating a provocare un danno ai cittadini italiani e non soltanto, ma lo è invece sicuramente la diffusione (capillare e reiterata ad ogni pié sospinto anche nella miriade degli inutili dibattiti dai quali siamo quotidianamente afflitti) delle notizie divulgate ad arte da tali istituzioni.

Perché mai dunque si dovrebbe dare vita a una agenzia di valutazione europea che – oltre ad essere sicuramente costosa come tutte le istituzioni che siamo andati creando negli ultimi decenni per sistemare i “clientes” dei vari potentati non soltanto italiani – potrebbe essere facilmente asservita agli interessi di qualcuno?

Si dovrebbe invece operare altrimenti: NON DIVULGANDO i giudizi delle agenzie di rating, dato che essi si sono rivelati dannosi perché distorti, mendaci e comunque inutili o errati.

Sta quindi a quelli che vorremmo fossero davvero mezzi di informazione – e non di disinformazione, strumenti asserviti a interessi economici che ci sono estranei – ignorare l’esistenza delle agenzie di rating e dei loro giudizi, creando così una cortina di silenzio che isolerebbe e proteggerebbe i risparmiatori, annullando, e così opportunamente vanificando, l’influenza di chi vuole indirizzare le scelte economiche degli inermi cittadini a proprio esclusivo vantaggio e a danno delle famiglie e delle imprese italiane.

Non stare al gioco di chi impunemente si serve della cassa di risonanza di radio, televisione e stampa, per non parlare di internet, per raggiungere i propri fini e fare i propri esclusivi interessi, potrebbe essere un segnale – di cui per ora purtroppo non vi è traccia – di vera maturità nella gestione dell’INFORMAZIONE nel nostro Paese.

In proposito non sarebbe male rileggere (o leggere, se ancora non lo si è fatto) un aureo libretto del giurista Vincenzo Zeno Zencovich intitolato “Alcune ragioni per sopprimere la libertà di stampa” uscito nel 1995 …

Gianni Fodella   

docente di Politica economica internazionale presso l’Università degli Studi di Milano

GUAI EPOCALI SE RENZI NON SARA’ BEN PIU’ AMBIZIOSO CHE OGGI

Stavolta sono state scritte parole semplici e vere su una questione generale che avrebbe potuto tirare in ballo la filosofia della storia, il destino, la deriva dei continenti e dei sistemi, molto altro. “Le forti personalità che di tanto in tanto appaiono possono fare la differenza” ha ragionato Angelo Panebianco. “Ma spesso falliscono, non riescono a prevalere sui poteri diffusi e anonimi che se ne sentono minacciati”. Parla naturalmente di Matteo Renzi, del suo “tentativo di ridare forza alla politica rappresentativa allo scopo di ridare forza a se stesso”. Magari il punto davvero importante proposto da Panebianco non è che “la decisione del presidente del Senato di costituire la sua assemblea come parte civile contro Berlusconi potrebbe far fallire l’accordo Renzi-Cav (…) forse l’ultima opportunità prima di contemplare scenari da repubblica di Weimar”. Non è il punto importante in quanto né un’eventuale vendetta guerrigliera di Silvio contro la magistratura, né un possibile naufragio dell’Italicum sono all’altezza di provocare una catastrofe wagneriana quale la fine di Weimar. Più centrale l’argomentazione: “L’indebolimento della democrazia rappresentativa è stato compensato dal rafforzamento dell’amministrazione e della giurisdizione. Nulla può la democrazia senza il placet della burocrazia e della magistratura. E poiché sono strutture per la conservazione dell’esistente, queste ultime non permetteranno alla politica di introdurre cambiamenti”. In più, “la delegittimazione della politica rappresentativa porta alla ribalta i movimenti antiparlamentari”. Insomma, conclude il Nostro, “la politica è impotente nei confronti del contesto”. Sia chiaro, va osservato, che la politica quale noi la conosciamo, ossia la malapolitica, è non solo vittima, anche correa del contesto. In ogni caso il contesto trionfa su ogni sforzo. Il contesto è ben peggio del Cav, della proporzionale, dell’ingovernabilità, della morte stessa delle elezioni e della democrazia. Se il contesto è il suo nemico mortale, è lapalissiano che Renzi dovrà rottamare il più possibile del contesto e della vecchia politica. Non solo i personaggi, anche le istituzioni e le prassi. Se avrà l’ambizione soverchiante di Alcibiade, il nipote di Pericle che un po’ anticipava Cesare Borgia; se vorrà i trionfi temporanei di Cola di Rienzi, oppure quelli duraturi di Ataturk, il Fiorentino d’assalto non potrà non rovesciare il tavolo, non potrà non contrapporsi frontalmente al sistema intero, non potrà non spegnere la neonata Terza Repubblica con la crudezza del direttore vichingo dello zoo di Copenhagen: perché la Terza è una giraffa di troppo, e i leoni sono affamati (sono i giovani senza lavoro, sono l’antipolitica, sono metà dei sardi che rifiutano di votare, sono le mille imprese che hanno chiuso ogni giorno dell’anno, eccetera). Se riterrà di non poter fare il trucidatore di giraffe, se si contenterà delle possibili soddisfazioni dei primi Cento Giorni (p.es. l’Italicum, una legge cosmetica sui jobs, una rimodulazione del Senato che salvaguardi seggi e buste paga dei dipendenti), Matteo Renzi finirà sconfitto. Per vincere, sulla distanza dovrà risultare l’Eversore, il Chirurgo amputatore, il Liquidatore fallimentare degli assetti e degli equilibri sorti nel 1945, carta costituzionale compresa. Probabilmente non farà queste cose perché gliene mancheranno la tempra e la coerenza implacabile: allora il suo posto nella storia sarà quello di un Goria come tanti. Non potrà invocare ad attenuante il dettato costituzionale, perché la Carta è zero. Andrà riscritta in grande, alla zoo vichingo, nella prospettiva di superare la delega elettorale, di sperimentare forme alternative di democrazia cominciando da quella semidiretta e selettiva, basata sul sorteggio. In Italia quella rappresentativa è agli sgoccioli. Lo sanno bene Panebianco e i suoi colleghi, solo che non dicono mai cosa le succederà. Se le demolizioni renziane non verranno, non è detto che la Terza Repubblica perirà presto. Probabilmente vivrà della longevità malata dell’impero di Bisanzio, anzi di quello di risulta dei Comneni a Trebisonda. Andrà meglio se la Terza potrà diventare una specie di District of Columbia o di Commonwealth of Puerto Rico dell’Unione Europea. A voler conservare un rango più decoroso, se non Renzi altri non potrà non smantellare la repubblica della Casta, questa di Partenopeo e del Contesto, con più cattiveria di come de Gaulle sfasciò la Quatrième.  A.M.C.

“LE MANI BIANCHE E PURE DI STALIN”: ETERNE SCEMPIAGGINI DEGLI INTELLETTUALI

La sfortuna, per noi che sogneremmo la disfatta del Cav, è che i nemici più implacabili del berlusconismo sono gli intellettuali di sinistra. Dove sono passati, non cresce più l’erba. Il sentimento anti-giustizialista, invece, non fa che crescere.

Andò così, in termini molto più drammatici, nella Guerra Civile spagnola. Si inebriarono per la Repubblica -prima di color cangiante, poi decisamente rossa- i più bei nomi del firmamento letterario planetario. Tifarono per il Frente Popular un centinaio di scrittori e artisti di fama. Per Franco, quanto le dita di una o due mani. Negli USA, paese anticomunista quanto nessun’altro, furono per la Madrid pararivoluzionaria il 98% dei “chierici”. A guerra finita l’inglese John Osborne (Ricorda con rabbia) lamentò : “La nostra generazione non è più capace di morire per una causa come la generazione della guerra civile di Spagna”. Da come sono andate le cose, i sudditi di Re Juan Carlos non sembrano rimpiangere di  non essere morti.

Alcuni apologisti del Caudillo non mancarono. Manuel Machado,  fratello del grande bardo rosso Antonio, lodò Francisco Franco: “Sabe vencer y sabe sonreir (sorridere)”. Ma gli apologisti lirici furono a destra abbastanza pochi per produrre un eccesso di sciocchezze (Franco fu  incapace di misericordia e di veri sorrisi).

Infinitamente più brillante l’esaltazione andata agli eroi della sinistra No pasaran. L’iconaAntonio Machado arrivò a rivolgersi così a Enrique Lister, gran comandante di truppe comuniste: “Si ma pluma valiera tu pistola/ de capitan, contento morirìa”. Se non bastava questo atto di sottomissione della Poesia di fronte al marziale maneggio di “tu pistola”, apprendiamo che per il Vate il pugno chiuso del saluto bolscevico era in realtà “una mano abierta y generosa, que se equipara con el cristianismo autentico”. José Bergamìn y Gutierrez cantò le particolari mani di Stalin: “blancas y puras, manos de nieve silenciosa“. Ridete pure, ma per gli storici “las manos de nieve silenciosa” fecero morire a vario titolo molti milioni di persone. Invece la Musa da trincea Maria Teresa Leon assicurò che Stalin era “nuestro padre querido”. Il ribrezzo non vi strozzi. Tra l’altro il “querido” liquidò fisicamente non pochi degli emissari e agenti che aveva mandato in Spagna (Togliatti no).

Con questi precedenti è sicuro: con o senza il Lubrico da Arcore, il berlusconismo non morirà finché esisteranno gli intellettuali di sinistra, apoplettici e menagrami quanto i ditirambisti di Lister e Stalin. Il berlusconismo potrà perdere questa o quella elezione, essere ammaccato da questa o quella sentenza penale, ma la fiamma azzurronerastra non si spegnerà. Le sue Vestali saranno gli intellettuali democratici.

Essi non sono mai riusciti a dimostrare la loro utilità. Non hanno mai elargito pacchi-dono ai poveri, come invece fanno le aristocratiche  della San Vincenzo, e più ancora le miti volontarie delle mense. Quando sono stati al governo gli ex-rivoluzionari non hanno contrastato l’impennata dei redditi dell’One per cent. Se questo volessero davvero tentare, quasi nessuno li crederebbe sinceri.  Minacciano sfracelli guerriglieri alla greca, oppure opere di giustizia che non sanno compiere.  Fanno come il loro padre nobile, Giorgio Partenopeo: allocuzioni su allocuzioni dalla parte dei disoccupati e dei suicidi per disperazione, ma il fasto della mia reggia non si tocca.

Eppure i falsi annunci e le analisi insipide della cultura impegnata impauriscono la gente d’ordine più piccola e sprovveduta. Il risultato, imposto quasi da una legge fisica, è che il conservatorismo forzista, disposto ad ogni bassezza, si arrocca in difesa. Prova persino a volgere a suo favore la pura e semplice energia cinetica di un fiorentino che si annuncia Cola di Rienzo o capo dei Ciompi.

Beati i popoli con meno intellettuali marxisti in quiescenza.

Porfirio

PAPA BERGOGLIO HA GIA’ MOLLATO?

Secondo la storia ufficiale sono due i pontefici che rinunciarono alla tiara, Celestino V e Benedetto XVI. Ma non è assurdo sostenere che ce n’è un terzo, il cui “gran rifiuto”, come lo chiamò Dante, ha natura diversa: Jorge Mario Bergoglio. Non si è dimesso, Francesco; al contrario. Regna vigoroso, alla sua maniera che è alquanto dissimile da quella tradizionale. Rimaneggia e corregge la Curia, verosimilmente in armonia coi propri principii e col nerbo di un grande esponente della Compagnia di Gesù. Ha fatto un’infornata di cardinali, mettendo fine alla millenaria, esiziale pratica di privilegiare gli italiani. Detta la linea su più di un terreno circoscritto, senza emettere un eccesso di comunicati e di proclami.

E tuttavia, forse Francesco ha già fatto la scelta grossa: quella di non essere il papa rivoluzionario che in molti ci attendevamo e dovremo ricominciare ad attendere. Forse ha già definito le sapienti linee che si era prefisso ai fini di una storica operazione simbolica (definirla “di immagine” sarebbe ingeneroso, in ogni caso riduttivo).

A rischio d’essere duramente e presto smentiti da fatti magari già in gestazione, azzardiamo che Francesco le sue innovazioni maggiori le ha già fatte, e d’ora in poi applicherà le conseguenze di principi già annunciati. D’ora in poi, nihil novi. Lo sviluppo della grande svolta cattolica spetterà a uno o più successori.

Forse il pontefice non raccoglierà la sfida postagli il giorno dell’elezione dai primordi del Terzo Millennio cristiano. La sfida di aggiungere al ruolo di capo dei cattolici quello di Maestro e guida dell’Occidente, e quasi del pianeta intero. La sfida di smentire i luttuosi vaticinii spengleriani del Der Untergang des Abendlandes (Tramonto dell’Occidente). L’Occidente può restare nucleo centrale dell’umanità. In un’era fatta orfana dei valori antichi e cattiva generatrice di ideali nuovi, il papa che aveva esordito coi gesti e le testimonianze di Francesco aveva il potenziale di conquistare le menti dei popoli: purché  compisse concreti atti straordinari, tellurici, che lo avrebbero collocato al di sopra di tutti gli Obama della Terra.

Se avesse spostato ben in avanti la frontiera da raggiungere. Se avesse insegnato modi nuovi di invocare il Dio ignoto. Se invece di ripetere le giaculatorie della consuetudine; se invece di recitare gli appelli di tutti i prelati sull’amore, su Maria, su una condivisione della ricchezza che quasi nessun ricco accetta; se avesse posato per meno foto da PR, liberato in volo meno colombe bianche,  indossato meno copricapi policromi; se avesse trasferito il vertice cattolico dal Vaticano a un monastero di montagna; se avesse venduto e destinato ai poveri le opere d’arte, i palazzi e le banche di Pietro; se avesse abolito i cardinali, visto che i discepoli del Figlio di un falegname erano pescatori, non dignitari vestiti di seta e scortati dai motociclisti; se avesse scacciato gli ambasciatori in feluca e richiamato i nunzi apostolici; se avesse fatto altre cose scardinatrici e intense, i popoli galvanizzati lo avrebbero sentito come il padre autorevole e buono di tutti,  il pastore che il mondo non ha, degno di insegnare ai potenti come alle masse.

Insegnare magari anche le cose che la Chiesa asserisce ogni giorno, fatte però credibili e trascinanti da opere già compiute. Insegnare il ripudio del materialismo, del consumismo, dell’idolatria del benessere edonista, della crescita ad ogni costo. Insegnare il dovere di sentirci fratelli, oltre che dell’uomo, anche della Terra.

Francesco ha articolato esortazioni, non compiuto azioni. Teoricamente, potrà agire in prosieguo. Però è difficile; il buon giorno si vede dal mattino. I primi dodici mesi sul Soglio rischiano d’essere archiviati come l’anno delle commissioni di studio e delle consulenze, ha scritto un giornale. Altre erano le promesse, altre le attese. Bergoglio ha sì ingentilito la facies del papato e ritoccato alcune forme, agendo però nella continuità, da 266esimo pontefice.

Potrà scatenarsi in futuro, ma va verso i 78 anni, non ha molto tempo. Forse il papa rivoluzionario, cioè Imperator  spirituale e bonificatore del mondo, dovrà avere quarant’anni. Quarant’anni aveva il Maometto che sotto la dettatura di Dio scrisse il Corano e lanciò una civiltà e un ecumene. Quarant’anni dovrà forse avere il pontefice che voglia farsi miglioratore dei cristiani, pastore di molte genti, rinnovatore tempestoso.

Forse dovrà essere anche messianico estremo, come Friedrich Hoelderlin sommo lirico, che  nel 1802 rimpatriò in Svevia da Bordeaux, a piedi, sognando il ritorno dei numi antichi che facessero della Germania la nuova Grecia cristiana. Nella sua follia era logico: per Hoelderlin la modernità, che in terra tedesca si annunciava aurorale e grandiosa, nasceva nell’Ellade.

l’Ussita

LETTERA A DUE MONACHE FIORENTINE

Cara Marta, ti confido le cose venutemi in mente leggendo “Insegnaci a contare i nostri giorni” di Carmela Grande. Viviamo un momento nel quale -col Papa in un monastero invece che negli Appartamenti Pontifici così nemici dell’uomo- persino certi marescialli della miscredenza si sgolano a ricordarci che la sete di fede non è finita. Allora non è ozioso chiederci qual è la capitale religiosa d’Italia. Certissimamente non Roma. Lì le nequizie del Quirinale e la politica repubblicana, più i sozzi costumi locali, farebbero di colpo baccanti e cortigiane delle Carmelitane di Bernanos, le quali si incoraggiavano a morire di ghigliottina.

Un tempo non lo si sarebbe detto, ma forse la nostra Sion celeste, il nostro Monte Athos, è Firenze. Non tanto per i grandi spiriti cristiani del passato: dall’eroico frate Gerolamo bruciato sul rogo al santo arcivescovo Antonino Pierozzi, duramente umiliato dal paganesimo del Rinascimento; dalle smanie sdegnose di Giovanni Papini agli accomodanti empiti di Piero Bargellini e di Giorgio La Pira.

Non per gli uomini di fede del passato, dicevo. Invece sì per la sommessa consuetudine con le ombre, gli altari e le mense cristiane di tante persone dei nostri giorni, fiorentine per nascita o più ancora per amore. Mi vieni avanti tu Marta, che venisti dal Piemonte/dalla Liguria, pronipote di un “cugino del Re”, e alla tua Badia divenisti fiorentina zecchina quale saresti piaciuta all’Alighieri della battaglia di Campaldino. E mi vieni avanti Carmela Grande, nata in Sicilia come La Pira. Di te il cardinale Piovanelli ha scritto che 22 anni passati nell’Oltrarno ti hanno permesso “di entrare in un mondo di cristianesimo autentico, capace di amare soprattutto i più poveri”. E’ qui   il cristianesimo.

Marta e Carmela, respirando l’aria e persino i miasmi di Firenze avete imparato a vivere secondo i modi interiori di una città che passava per edonista e petulantemente letteraria, e invece è sororale col Nazzareno. Ammiro  senza riserve, Marta e Carmela, il coraggio generoso di farvi monache -cioè le migliori tra noi- senza voltare le spalle al mondo, anzi facendovi lievito di quel po’ di mondo che il destino vi ha assegnato.  Coraggio generoso di farvi le migliori tra noi: ve lo dice uno che mai dimentica la primogenitura spettante all’uomo maschio, eppure spesso sente di dover imparare da voi idealiste: siete fatte di fango come noi progenie di Adamo, però impastate con più luce dello spirito.

Marta, so quanto coraggio hai messo nei decenni per vivere prove che avrebbero schiacciato molti. Di te Carmela ho appreso con commozione una gesta umilissima e fiera: in un’Italia stremata dalla guerra sentivi di “vivere in mezzo al benessere più opulento”. Felice Carmela che hai sempre confidato nella ‘fedeltà di Dio’. Io, più immediatamente e con meno angoscia, credo nella fedeltà dei molti, moltissimi, che sono misericordiosi, e troveranno misericordia.

Torniamo alla città trasfiguratrice di cuori. Su Carmela lo “spirito di

Firenze” cominciò a dominare nell’alluvione del 1966, e poi col contagio di donne come Fioretta Mazzei. Proprietaria di un palazzo, Fioretta lo trasformò in rifugio per poveri “che nessuno voleva”; e lì dimorava e cucinava i pasti per reiette e straccioni, assieme a Carmela. Quanto a te Marta, so da molti anni quanto ti accese l’arrivo alla Badia Fiorentina della francese Fraternità monastica di Gerusalemme. L’aveva fondata un cappellano alla Sorbona, P.M.Delfieux, che era stato eremita nel deserto. Entraste anche voi due  nella Badia, perché “il vero deserto è in città”.

Sì, ma cose così, con un fervore così sorridente, avvengono più in città come Firenze che altrove. Qui anche i mattoni delle case e i selciati delle strade sembrano condividere la fiducia, o l’illusione, che “la vita cristiana è annuncio di cieli nuovi e terre nuove”. La gloria della Firenze dei Medici non sopravvisse alla morte giovane del Magnifico, alla carie spirituale del figlio suo Giovanni, fatto cardinale a 13 anni, poi papa Leone X. I luterani poterono chiamarlo Anticristo.

Voi beate, Marta e Carmela, che dalla Badia -che era stata Casa dei poveri- tenete accesa una lampada della più cristiana tra le grandi città.

Uno di un altro Cenobio

LO ‘SPIRITO FORTE’ GEORGES SOREL vs LA DEMOCRAZIA DEGLI IMBROGLIONI

Il teorico del sindacalismo rivoluzionario, l’ammiratore di Lenin, l’amico di Bergson e di Croce, l’avversario del marxismo storico e, più ancora, del conformismo democratico e parlamentare, fu (scriveva quarant’anni fa lo storico Gabriele De Rosa) “uno degli spiriti forti che agli inizi del Novecento erano ansiosi per le sorti della borghesia attratta dalla voragine della democrazia giolittiana. Era convinto che il convergere radical-socialista fosse “la via escogitata dalla borghesia capitalistica per corrompere il proletariato.”

“Sorel -scriveva ancora De Rosa- ha sete di purificazione ideale, affida la bandiera proudhoniana della riscossa morale a uno Stato rivoluzionario e proletario”. Di un proletariato estraneo al riformismo economicistico, al parlamentarismo, alle indulgenze borghesi. Non si stancherà di ripetere che i cattivi socialisti sono i nemici più pericolosi della classe operaia. Portava il bagaglio composito di una tradizione culturale francese, da Proudhon a Renan, a Péguy, a Maurras, nata dalla rivolta antigiacobina e moralistica del risentimento dei filosofi riformatori contro la decadenza politica e civile della Francia, immersa nella democrazia individualista”.

Un secolo dopo, gli  anatemi di Sorel valgono anche  contro i gestori

della società politica italiana. La sudditanza d’oggi al capitalismo, al consumismo, agli Stati Uniti, al buonismo, alla furfanteria di regime sarebbero bersagli ideali per l’ingegnere-pensatore che morì (1922) sognando ancora la “Repubblica dei produttori”, una comunità di idealisti. Quando scriveva “i nostri parlamentari non sono in alcun modo capaci di interessarsi alle idee generali, e per essi l’avvenire non oltrapassa la data della prossima elezione” (…) occorre incriminare la democrazia” non faceva che anticipare di un secolo lo sdegno d’oggi.

Il Nostro non perde occasione per schernire la democrazia borghese/liberale per i suoi vizi: “Diritto e libertà sono troppo poco salvaguardati dalla democrazia (…) I sofisti più sfrontati alimentano il vizio fondamentale di tutte le democrazie (…) cercare di di trionfare sulle tendenze che spingono le masse operaie verso la repubblica dei produttori”. E ancora, scrivendo a Mario Missiroli, “La democratie travaille à tourner la tete de l’homme du peuple dans le sens d’une soumission aux demi-lettrés”.

“L’autore di ‘Da Proudhon a Lenin’ amò l’Italia come pochissimi stranieri, parteggiò per essa prima e dopo la Grande Guerra, in Italia trovò lettori e seguaci. Credette di assegnarle il primato intellettuale e politico in Europa” (questo scrisse la ‘Nuova Antologia’ nel dicembre 1928, introducendo alcune pagine postume del Nostro). Questa fiducia di Sorel ci appare una premonizione del ruolo di “laboratorio politico” che oggi è giusto attenderci dalla terra che nel passato inventò tante cose, buone e pessime, dall’impero di Roma al papato anticristiano del Rinascimento, dai capitani di ventura al fascismo, al berlusconismo porcino.

L’Italia espresse tanto, soffre tanto sotto la peggiore politica dell’Occidente, è  umano che torni ad essere creativa. Oggi la missione storica è creare anche per altri popoli d’Europa una democrazia migliore che ai tempi di Sorel e ai nostri.

Più ancora: quando Sorel ricorda :”Vico credeva che la filosofia greca si fosse formata sull’agorà di Atene, come conseguenza della formazione di leggi saggiamente discusse fra i cittadini”, non si unisce ai molti che cento anni dopo invocano il liberatorio passaggio a formule ateniesi e moderne insieme di democrazia semidiretta?

A.M.C.

NULLA PIU’ CHE OGGI SI POTRA’ FARE (NEL MONDO) PER I MIGRANTI

Giorni fa ‘Repubblica’ ha dedicato spazio e copiosa empatia a uno dei tanti calvari abitativi degli immigrati dall’Africa: un palazzo abbandonato a pochi passi dalla stazione Termini, nel cuore di Roma: via Curtatone 3. Era stato la sede di un ente chiamato Ispra; oggi ci bivaccano 450 persone, un multiplo degli impiegati di un tempo. Non c’è luce. Non c’è acqua, quindi niente servizi igienici. Dormono per terra, una cinquantina di bambini compresi. I pavimenti sono popolati da scarafaggi e da topi. Altre Geenne romane hanno nomi leggiadri -Collatino, ponte Mammolo, la Romanina- ma l’abiezione è all’incirca la stessa. Sarebbero partiti, se avessero conosciuto la realtà del loro “sogno di una vita migliore”?

Per nobilitare e fare espressionistico il quadro, ‘Repubblica’ ha dato enfasi al fatto che l’ex-Ispra è “Lampedusa” al centro della superba capitale. Ma, checché abbiano scritto e declamato le anime belle, la fase di soggiorno coatto nell’isola nel Mediterraneo è villeggiatura a confronto delle feci del palazzo conquistato dai 450. Sembra che vigilino a turni di 40 sentinelle per non essere sloggiati.

Mangiare non è un problema: la mensa dei preti è vicina. Tutto il resto è dramma. ‘Repubblica’ parla di ‘ghetto’ della disperazione. Ma i ghetti veri, quelli degli ebrei, erano Parioli e Beverly Hills a confronto. Mercanti, medici e sapienti giudaici vi ci vivevano esistenze accettabili, persino confortevoli. Nel quartiere (anche) giudaico di Siviglia misero casa i re di Castiglia, poi di Spagna. Oggi i Reales Alcàzares attirano i turisti anche per le casette ebree. In molti ghetti del mondo sono andati a vivere gli stilisti e gli avvocati quasi ricchi. A parlare di ghetto invece che di slum fetido ‘Repubblica’ scherzava.

Le anime belle e i naufraghi del gauchisme si torcono le mani per il dolore, tanto grave è la débacle della società multiculturale che vagheggiavano (l’arricchimento spirituale è pari a zero, per noi come per i nuovi venuti). Però non spiegano perché per decenni asserirono che il birth control era una fandonia dell’Occidente colonialista; e perché oggi esigono  che si accolgano vaste masse di africani (prima di tutto), magari scampati alla morte in mare. Reclamano che li si trattino e sistemino bene allorquando sanno, i tardogoscisti, che niente più che oggi, niente più del minimo assoluto, si potrà fare per i migranti. Dovunque essi arrivino, Eldorado scandinavo compreso. Quanto allo Stivale, soldi e disoccupazione a parte, manca lo spazio fisico: siamo 60 milioni di tubi digerenti e la Terra dei Fuochi non è solo in Campania.

Coloro che caldeggiano più arrivi non sono in grado di dire che farebbero  di concreto, se gestissero questo ed altri paesi, per sistemare degnamente gli autoinvitati. Sanno che nessuno, cominciando da loro, vorrà condividere alcunché con ‘quelli di Lampedusa’. L’integrazione vera è una chimera, nelle banlieus francesi come dalle parti di Stoccolma, come negli USA, che pure  hanno un presidente semi-afro.

Le anime belle sanno che oggi nessuno, nemmeno i ferrei bolscevichi della Rivoluzione d’Ottobre, sarebbe capace dell’unica azione che aiuterebbe i miserabili: espropriare i ricchi, sovratassare gli agiati, impoverire le masse per amore di quelli dei gommoni. Roma ha i palazzi, i parchi  e gli arredi più affascinanti del mondo, cominciando dal Quirinale, ma non un soprammobile o non un arazzo sarà messo all’asta per dare una branda ai bambini dell’Ispra, del Collatino, eccetera. Non un ciambellano, non un corazziere, non un lacché di Napolitano sarà licenziato per recuperare risorse.

I giornalisti democratici e i bamba buonisti che li prendono sul serio dovrebbero avere l’onestà di riconoscersi una genìa di bugiardi. Nulla sarà fatto più che oggi: il resto è futile atteggiarsi. Se anche gli italiani, gli europei, i nordamericani, gli arabi del petrolio, i cinesi avessero le risorse e lo spazio, direbbero no. Non per cattiveria né per razzismo, ma per le circostanze oggettive che in eterno non permettono più di un tot di generosità. ‘Accoglienza’ significava qualcosa quando eravamo in meno. Oggi (sette miliardi in crescita inesorabile) è una parola vuota.

Da noi qualcosa potrebbero fare i progressisti: mettere alla gogna, invece che leccarli, i decisori politici, la gentaglia delle Istituzioni, perché risultino ciò che sono:  la nostra sventura; i peggiori nemici della povera gente; egoisti e anticristi come i papi del Rinascimento. Ottengano, gli opinionisti democratici, che si venda qualche trumeau ufficiale, qualche centinaia di livree da lacché, per finanziare, quanto meno, la lotta a scarafaggi e ratti  dei tanti “avamposti di Lampedusa” dello Stivale.

Resterà comunque il brutale caso di coscienza delle ondate a venire. Istituire nuove tasse sulla generalità dei contribuenti (sono ormai proletarizzati anche i ceti piccoloborghesi) è impossibile. Tassare i grossi patrimoni, si può. In modi da economia di guerra, occorrerà d’ora in poi finanziare programmi doverosi e molto costosi:

– campagne di vario genere per distogliere i troppi dal venire: li attendono la mendicità e gli escrementi dell’Ispra;

– incentivi economici per i rimpatri volontari (anticipi subito, saldi a rimpatrii avvenuti; certezza del respingimento o del campo di lavoro forzato per i recidivi);

– interventi diretti per distogliere con aiuti in patria le famiglie tentate di emigrare;

– rimpatrii forzosi dei trasgressori delle leggi;

– incentivi e indennizzi per i paesi mediterranei da cui partono i migranti;

–  investimenti per nuovi e migliori campi di raccolta nazionali; campi da dislocare in aree poco insediate. Agli ospiti si potranno assicurare solo vitto, alloggio, assistenza sanitaria e qualche provvidenza e scuola per i bambini.

Gli immigrati recidivi, i clandestini, i  pregiudicati gravi devono espiare -come espiamo noi-  per i loro reati, ma le carceri scoppiano. Occorrerà, oltre a inventare alternative alla detenzione, allestire a luoghi di custodia vecchie navi o strutture galleggianti da costruire. La Gran Bretagna lo faceva.

Altra ipotesi da considerare è l’invio di reparti armati per la distribuzione diretta di soccorsi  ai più poveri delle nostre antiche colonie: a condizione dunque che gli aiuti non vengano consegnati alle autorità locali.

Non potremo sottrarci all’obbligo di ulteriori programmi umanitari, persino chiamando a sacrifici le grandi masse. Però dovremo condizionarli all’interruzione delle partenze di clandestini e all’incremento del birth control.

Qui, come su altri fronti, potremmo evitare gli atteggiamenti duri. Ma saremmo ipocriti, come i giornalisti democratici.

A.M.C.

IL VULCANO BERGOGLIO SI SPEGNE?

I primi Cento Giorni, poi i primi Trecento Giorni di papa Francesco sono passati, e che è rimasto della sua Rivoluzione? I successi mediatici sono stati innegabili, avvincenti. Quasi non c’è opinionista “rigorosamente laico”, cioè ateo, che non si dica incantato di Bergoglio. Accaniti capifazione anticlericali quali Eugenio Scalfari stanno incassando ricchi dividendi di rispettabilità grazie alle aperture ‘a tutti azimut’ (a 360 gradi)del successore di Ratzinger. Un tempo restavano confinati nel recinto dei mangiapreti. Oggi sembrano intitolati a maneggiare le Chiavi di Pietro. Il che va bene, benissimo. Nessuno sente la nostalgia dei vari ‘Non Possumus’.

Ma l’avvento di Francesco aveva suscitato l’attesa di svolte ben più epocali delle cose che al momento si profilano. Nessuno riuscirebbe a sminuire il valore dei propositi annunciati dal nuovo corso. Bergoglio ha dismesso più che un triregno. Ha accreditato il concetto di un capo religioso che si fa forte della sua debolezza, anzi impotenza. Ha rinunciato al fasto e all’aureola. Ha delineato nuovi stili e migliori accenti nell’azione terrena della Chiesa. Altre declinazioni feconde potranno seguire. Tuttavia gli annunci operativi sono stati pochi e non fulminanti.

La predicazione del papa resta strutturalmente tradizionale, inefficace quanto gli appelli che si ripetono ad ogni Angelus di ogni pontefice. Alcune enunciazioni sono struggenti, ma in una storia bimillenaria esse non sono mai veramente mancate. L’eloquio è senza dubbio aggiornato. Un Leone X redivivo che volesse reiterare oggi la condanna di Martin Lutero userebbe concetti e accuse di mezzo millennio dopo, non la bolla Exsurge Domine oppure la Decet romanum pontificem ; dunque il suo lessico somiglierebbe a quello di Bergoglio.

Difatti non pochi esegeti hanno già preso a sottolineare la fondamentale continuità dell’apostolato. Mai dire mai, naturalmente. Poiché nulla è impossibile a Dio, nemmeno le rotture più laceranti, nessuno può sostenere che queste ultime non verranno mai. E’ un fatto che i primi nove mesi non ne hanno portata alcuna. Un  solo esempio. La Chiesa sarà certissimamente costretta a rinnegare se stessa in materia di birth control.  Non potrà non capovolgere il suo storico insegnamento, essendo falso che sul pianeta ci siano pane e spazio per tutti i nascituri. E’ accertato che la Provvidenza non può beneficare tutti. La stessa fondamentale categoria dell’Amore, incessantemente riproposta anche da questo papa, dovrà ricevere una formulazione talmente nuova da diventare un concetto tutto diverso. Ecco allora delle ridefinizioni che essendo tassative potevano essere assunte invece che procrastinate.

Da più parti si sostiene che al centro della missione di Francesco c’è il rilancio della collegialità episcopale. Dio non lo voglia. Più collegialità sarebbe più immobilismo. Il senso della venuta di questo pontefice è tutto nell’azione dirompente che un grande capo voglia e sappia compiere. La collegialità eliderebbe le spinte e la darebbe vinta al consenso. Nei destini del Cristianesimo c’è più lotta, non più armonizzazione. Il dover essere, l’esigenza suprema è una guida rigeneratrice, irresistibile, non la convergenza.

Insomma la Chiesa non ha bisogno di un altro papa come gli altri. Ha bisogno di un grande maestro di coraggio, di un riformatore globale. Di papi omogenei tra loro ne ha avuti a sufficienza, e il bilancio è negativo. Anche per fare solo il pacifico “parroco del mondo” Francesco dovrà rimodellare e ricreare, non gestire in un continuum coi millenni.

Non è detto che la sfida più decisiva debba avvenire sul terreno teologico o comunque religioso, Persino una comunità di fede più convinta può attendere. Non potrà attendere l’impresa metareligiosa di strappare la cristianità alle anchilosi, alle degenerazioni spirituali, alle altre patologie dei troppi secoli. Un esempio doloroso: nei diecimila anni della storia che conosciamo ci siamo deformati a considerare il denaro e il benessere materiale essenziali come l’aria che respiriamo. Il denaro è il più possente degli Dei, padre di troppi numi. Tra essi è il Lavoro, ferreo tiranno dei nostri destini. Il mondo attende il Liberatore che lo riscatti dalla servitù del lavoro e lo persuada alle inevitabili rinunce.

Un papa con le caratteristiche di Francesco risulterà il portatore del pensiero e del carisma più forti in assoluto, soprattutto in quanto sono cadute o morte tutte le altre ideologie e leadership. La storia inevitabilmente lo sfiderà a farsi il Mosé della liberazione dalla malaciviltà del denaro e del consumo. Dovrà inventarsi rigeneratore delle idee e dei costumi. Dovrà migliorare la storia, almeno un po’.

Forse Jorge Maria Bergoglio ha mente abbastanza alta per ispirare, ma non la dura volontà di guidare il mondo. O forse il fuoco nelle viscere del suo vulcano non è abbastanza divoratore e si spegne.

l’Ussita

IL CIMITERO DELLE REPUBBLICHE RISCHIERA’ DI NON AVER POSTO PER LA NOSTRA

Dovesse la malarepubblica nata tra il 1945 e il ’48 morire -come non sarebbe poi tanto male -è sicuro che per essa ci sarebbe posto nel cimitero delle repubbliche? Esiste il cimitero degli elefanti e c’è quello delle repubbliche. Quelle nate e morte in Europa negli ultimi 220 anni sono un paio di dozzine: alcune importantissime, altre assai meno. Prima a nascere, poi a morire più volte, fu la Repubblica francese: comparve nel 1792, nel 1848,  nel 1944-45,  nel 1958.

La più compianta tra le repubbliche fu quella detta di Weimar, che non fu mai a Weimar bensì a Berlino. Fu proclamata da Philipp Scheidemann il 9 novembre 1918; due ore dopo Karl Liebknecht   ne proclamò un’altra, ispirata alla Russia dei Soviet. Weimar fu assassinata da Hitler, appena eletto a termini di Costituzione presidente del Reich (30 gennaio 1933).

Un’altra scomparsa grossa, amaramente rimpianta dai suoi partigiani, fu quella della Seconda repubblica spagnola, nata nel 1931 e attaccata frontalmente il 18 luglio 1936 (scoppio della Guerra Civile). La Prima repubblica di Spagna era durata ancora meno  mesi, dal 1873 al 1875; vi pose fine la restaurazione dei Borboni e l’alternanza al governo dei due maggiori partiti costituzionali, il conservatore e il liberale. Poco distinguibili tra loro, entrambi coalizioni di notabili, si succedettero  regolarmente al potere. Furono liquidati nel 1923 dalla dittatura razionalizzatrice ed efficiente del gen.Miguel Primo de Rivera.

La Repubblica d’Austria durò dal 1919 all’Anschluss del 1938; anche lì, come in Ungheria, in Baviera, in Sassonia sorse un’effimera repubblica rivoluzionaria. Anche la Germania comunista (DDR) fu organizzata in repubblica, dall’ottobre 1949 alla caduta del Muro di Berlino. La riunificazione germanica fu proclamata nell’ottobre 1990; diciamo che la DDR non fu mai uno Stato sovrano.

Molto sofferte le vicende della Repubblica polacca. In quella nazione le lotte risorgimentali erano andate avanti buona parte dell’Ottocento, finché verso il 1890 gli scontri di fazione videro l’emergere di Pilsudski, che avrebbe dominato la Polonia fino alla morte nel 1935. Egli figura nella storia come un generale, ma era stato militante rivoluzionario, a lungo confinato in Siberia, cofondatore del partito socialista. Nel 1919 primo capo dello Stato indipendente, tra il 1920 e il ’21 portò la guerra contro il neonato Stato sovietico. Avverso alla Costituzione del 1921 che limitava le sue prerogative, nel 1926 prese tutto il potere nelle sue mani. La Repubblica di Polonia non venne meno prima del 1939 (invasione germanica-sovietica), tuttavia la posizione di Pilsudski fu talmente forte da configurare un regime non assimilabile a un normale ordinamento repubblicano d’Occidente. Nel 1916 le Potenze centrali  avevano addirittura organizzato una Polonia indipendente retta da un monarca.

Le Repubbliche baltiche sorsero nel 1918 (l’Estonia  alcuni mesi prima) e furono spazzate via  dall’invasione sovietica. L’Islanda acquistò la completa sovranità repubblicana nel 1944. Vissero una stagione abbastanza significativa, come potenze medio-piccole non allineate né coll’Ovest né coll’Est la Iugoslavia e l’Egitto. Quest’ultimo è perfettamente vivo, anche se schiacciato dall’eccesso di popolazione; è un osso duro anche per gli USA, che al momento vi esercitano l’egemonia. Tra il 1958 e il ’61, assieme a Siria e a Yemen, l’Egitto tentò di erigere la Repubblica Araba Unita.

Pure la Cecoslovacchia subì l’aggressività della Germania ma delle sciagure della nazione furono  responsabili anche i governanti di Praga, resi troppo sicuri di sé dai favori dei vincitori della Conferenza di Versailles. Quanto alla Jugoslavia, essa fu ingannata dai detti vincitori al punto di credere di potere riprendere le annessioni della Grande Guerra.

Infine la Grecia. Sorta nel 1830 come regno, nel 1924 era diventata repubblica, per tornare al re nel  1946. Nella guerra civile del secondo dopoguerra la normalità istituzionale era stata dilaniata, con un governo partigiano comunista, capeggiato da Marcos Vafiadis, e una monarchia combattuta con le armi.  Quest’ultima fu definitavamente abolita nel 1973.

Se l’Italia raggiungerà il luogo dove riposano le repubbliche defunte nel Novecento, soffrirà di scarsità di spazio cemeteriale. Ma non è detto che debba andare al camposanto: forse le nostre istituzioni riusciranno ad emendarsi. Oppure qualcuno troverà il modo per correggere gli errori più gravi.

Porfirio

IT’S A WONDERFUL LIFE: A CHRISTMAS TALE FOR ALL-TIME

Just as there are only a small number of the very greatest symphonies, or paintings, or novels, so there are only a small number of truly great films. It’s A Wonderful Life is one of them, however—perhaps even the greatest film ever made. It has everything: good versus evil; liberal versus conservative (read: Tea Party) politics and economics; romance; idealism versus cynical selfishness; living and dying for ideals; love for the common man and contempt for the hard-bitten man of wealth and power; sacrificial love; the struggle to lead a good life helping others; faith and despair; and God’s providential care for those who selflessly work for His Kingdom on earth. And all this presented through believable, powerful, natural acting by everyone—James Stewart, Donna Reed, Thomas Mitchell, Henry Travers, Lionel Barrymore, Beluha Bondi, Ward Bond, among many others. The music is by the peerless Dimitri Tiomkin, and the film is directed by one of America’s greatest directors, Frank Capra.

Here on film, made in 1946, is our current Tea Party politics portrayed in the guise of Mr. Potter, on a collision course with Democrats, in the guise of the Bailey family, whose nickel-and-dime savings and loan enables the little man to own a home and leave Potter’s slums. It’s a film we love to watch but hate to emulate: for it means that Profit is NOT king; indeed, that life is far more than mere profit, and that helping the working man obtain a house is more important than a bank’s bottom-line. It’s an iconic film whose message we steadfastly ignore, all the while praising the film. It’s a film Conservatives love to hate—or love in spite of its Christian message that people must come before profit; and that the health of one’s soul is more important than the size of one’s bank account—not a message in accord with the Tea Party’s  socio-economic policy—or Trumps’ vision of America.

The film is almost 70 years old, yet its message is as fresh as a morning breeze and profound as life itself. Capra knew his Bible. He translated the New Testament into film—and its power to move one’s soul, to live like a Bailey and not a Potter (or Trump, or Murdoch, or Ryan), to fight for God’s kingdom on earth and not Satan’s (Potter), makes this a film for the ages—but most appropriately a film for the Christmas season, where love of neighbor trumps love of money and power, just as the Christ child will in time conquer darkness and sin.   It’s a film after God’s own heart precisely because it reveals God’s own heart. Do we get the message?—love before profit. Love. Love. Love.

Len Sive Jr.

ALL’IMPEACHMENT DEL COLLE ASSOCIARE BOLDRINI ALLIEVA SCERVELLATA

I politici italiani sono i più immorali dell’Occidente (Matteo Renzi l’ha messa più circoscritta: “Abbiamo la peggiore classe politica della storia europea degli ultimi 30 anni”). E chi è il più immorale -considerando tutti i comportamenti- tra i politici italiani? Fino a una settimana fa pensavo al fidanzato/nonno della Pasquale. Oggi il top del vituperio spetta a una pin-up  cinquantaduenne, ancora erotizzante. Se essa non avrà ciò che merita, sarà perché la nostra politica è porcina.

 

Nessuno avrebbe saputo fare meglio di Boldrini quanto a insensibilità, sostanziale cinismo e scempiaggine, tipo Maria Antonietta di Francia che alla plebe suggeriva di mangiare brioches (la ghigliottina giustiziera la punì). Essere andata, la montecitoria, a singhiozzare a nostro carico sul catafalco di Mandela, senza alcun pretesto ufficiale, era già pessimo in sé. Esserci andata con un manipolo di portaborse, con la scorta e col compagno attesta al di là di ogni dubbio che la Terza Carica della malarepubblica è stata attribuita, appunto, a una pin-up.  Perchéciò sia avvenuto, non si sa. Forse per lo stesso svarione collettivo che fece governatore il suo mentore, venuto dagli spalti della Rivoluzione pugliese con un vezzoso orecchino.

L’accusa di sessismo, moralismo e omofobia non turbi chi ne è vittima anzi gratifichi, data la fattispecie. Portando in vacanza breve il fidanzato, nell’aereo ufficiale e nel momento più nero dell’annus horribilis dello Stivale, la madama di Montecitorio si è qualificata come svelta allieva del Similsovrano, il quale non deflette dall’addossare ai sudditi i costi del Quirinale e della Casta che presiede: sapendo che sono costi infami. A suo tempo la trasferta erotica in Sud Africa sarà perseguita: questa o quella magistratura imporrà il risarcimento sia del danno erariale, sia dell’ulteriore macchia sul Paese. Peraltro Boldrini potrà farsi perdonare la sfrontatezza se in anticipo si dimetterà per unirsi alle Ziegfeld Follies.

Il femminismo di precetto rivendica a favore della Nostra il diritto a trasgredire coll’amante all’obbligo di non danneggiare uno Stato a già infima reputazione, per la ragione che per millenni si è tollerata la trasgressione dei personaggi maschi. Tuttavia oggi l’esasperazione degli italiani è tale che travolgerebbe un dolente maschio se al funerale africano avesse portato la fidanzata.

Si è detto: il presidente del Consiglio ha associato la moglie al pianto disperato per la morte di un novantacinquenne. Ma Letta ha sbagliato di grosso (o meglio, si è comportato da bramino della Casta). Non doveva ospitare alcuno, nemmeno la moglie, nell’aereo che è nostro non suo. Il ruolo di rappresentanza del coniuge, qualunque coniuge, va abolito checché ne pensi il Cerimoniale della Farnesina. Le consuetudini diplomatiche sono pessime e stupide, è ora di liberarcene onde  quadruplicare i WC a Lampedusa.

In più vanno aboliti i voli di Stato, vendendo l’apposita flotta; l’arcitradizionalista Premier britannico viaggia il più possibile sui voli di linea. Va cancellata la presenza dei governanti ai funerali e alle sceneggiate altrui, persino in ambito Schengen. Lode a chi rifiuta le convenzioni. Giorni fa l’aspirante premier Renzi si è presentato alla pompa degli auguri di corte in Quirinale in abito chiaro: non c’è elogio che basti a chi ha spregiato il protocollo dei pavoni e dei tacchini del Colle. Meglio ancora ha fatto, Matteo, a lasciare la Reggia prima del rinfresco pagato dall’IMU. Le cronache dicono che la vasta piazza del Quirinale nereggiava delle limousine delle Alte Cariche. Quando esigeremo che le Alte Cariche vadano a piedi, e che gli auguri al Similsovrano li facciano via SMS?

La Repubblica nata sui sacrifici e sui delitti della Resistenza dovrà azzerare una volta per sempre coniugi e concubini di ambo i sessi. Letta doveva lasciare a casa non solo la moglie: anche se stesso. Non aveva bisogno di volare a Johannesburg per piangere. Bastava recarsi alla locale ambasciata in gramaglie. Anzi bastava una mail listata di nero.

Basilio

PSEUDO CREPUSCOLODELLA CLASSE MEDIA

Un po’ più spesso che prima si alzano i lai (=voci insistenti e sconsolate di mestizia) sull’estenuazione dei ceti di mezzo: proletarizzazione dei liberi professionisti giovani; inutilità delle lauree; infierire del fisco; altre sofferenze. In qualche misura sono lai bugiardi. Ma vediamo anzitutto l’aspetto nominalistico: come chiamare i nostalgici delle aspirazioni di una volta.

Nel Nord America, da ben più di un secolo, la middle class comincia dall’operaio con job, mortgage per la casa non superiore a un terzo  del valore immobiliare, buona sanità aziendale, poca o punta morosità al golf a poche buche. Lì il golf è altrettanto proletario quanto da noi la pesca sportiva e le pedalate aziendali (investimento per queste ultime: poco meno di € duemila tra bici quasi in lega, indumenti tecnici che facilitano l’avanzamento, casco e occhiali da Tour de France). Negli USA la middle class viene anche chiamata ‘the American class’. Naturalmente si tratta di un’illusione: è vero, il golf e il ciclismo quasi agonistico da week-end accomunano/affratellano i tornitori e i consiglieri d’amministrazione. Ma poi le strade si dividono, eccome.

Da noi un discrimine decisivo usava essere i figli all’università. Oggi che gli atenei italiani sono un 150, forse compresi forse no quelli online, oggi che le lauree brevi fanno un pulviscolo atmosferico, l’asticella del salto va alzata ripetutamente perché il laureato breve o lungo possa entrare nella fascia bassa del ceto medio.

L’asticella si è alzata sul serio per chi aspiri a diventare il libero professionista di un tempo o il burocrate di buona categoria. Ottant’anni fa, quando i più andavano a piedi, il medico di famiglia si permetteva la Balilla, persino la Lancia Augusta. Oggi si sente uno sfigato se, oltre a consentirsi il leasing costoso per la BMW o per l’Audi oltre i trentamila, non vagheggia la barca, il cavallo e la multiproprietà in Engadina. A questo hanno portato gli anni del benessere a cambiali e l’elefantiasi del consumismo. “Il mio dentista ha la Porsche” recita la felice pubblicità di una catena di franchises dentali low cost. Un tempo l’equivalente della Porsche, cioè la carrozza propria con cocchiere, l’aveva il grande clinico, non il dentista che un paio di secoli prima faceva anche il barbiere.

Ma il benessere a cambiali e il reddito doppio o plurimo per ciascuna famiglia hanno agito anche ai livelli proletari: sono parecchi i  manovali

con seconda casa e una macchina ogni membro della famiglia.  Infatti l’imperativo dei tempi nuovi -voltare le spalle al consumismo- non si pone solo per il ceto medio.

Se il dentista farà bene a dimenticare barca, cavallo e Porsche, l’operaio a libro lasci perdere gli hobbies esigenti e l’amatorismo a costi con vari zero, cominciando dall’abbonamento allo stadio. Il dilettantismo organizzato e la fede calcistica sono la barca e il cavallo dei camici blu o bianchi della fabbrica robotizzata. A riportare alla ragione le esigenze di status del ceto medio basso e quelle voluttuarie degli operai più o meno cassintegrati agirà l’ulteriore dilatarsi della competizione globale, col sorgere e il pullulare delle manifatture africane e col conseguente rarefarsi degli interventi medici per abbellire il look.

Agli eccessi e agli abusi del consumismo “alto”, quello della classe dirigente e dei gangster politici, dovrà provvedere la vendetta del giustizialismo. Oltre a ridurre il più possibile l’area della grande ricchezza, miniaturizzerà i redditi della falsa meritocrazia: le centinaia di alti manager, boiardi e top burocrati che sfiorano o superano il milione l’anno. Le superliquidazioni e le pensioni d’oro, sogno proibito di precari e travet, continueranno abbastanza a lungo: ma non per sempre. Il ceto medio ricordi quanto modiche erano le sue ambizioni di un tempo.

Porfirio 

SPENDING (PHONY) REVIEW

Phony perché le regole imposte al commissario straordinario Cottarelli gli permetteranno di progettare -non di operare, of course- solo tagli irrisori. Alcune di tali regole, veti e proibizioni non verranno nemmeno impartite, tanto saranno for granted.  I costi della politica (=del saccheggio operato dai politici) non si toccano; non quelli delle Istituzioni spregevolmente segnate dal retaggio ignobile, dalla prosopopea, dal cinismo di togliere il pane dalla bocca dei poveri, tipo il Quirinale e la Corte costituzionale; non quelli del prestigio da operetta, tipo la diplomazia e le Forze armate. Si toccano la Sanità e il Welfare: qui Cottarelli dovrà individuare interventi al tempo stesso vistosi e innocui nei confronti delle lobbies e delle corporazioni.

Ci sono poi i milioni – tre? sei?- di persone che campano direttamente sulle tasse; più le altre senza numero che farebbero la fame immediata se la mano pubblica cessasse di elargire come si faceva quando ci si indebitava parossisticamente. Qui si invoca quale regina delle regole “niente tagli lineari”. Chissà perché niente: qualche volta illogici, i tagli lineari sono quasi sempre indispensabili, se non si vuole che decine di migliaia di capitoli di spesa vengano dichiarati sacri.

Andiamo avanti coi principali veti e divieti all’infelice commissario straordinario. Nessun pregiudizio ai diritti acquisiti, che sono palla al piede dell’equità e dei conati redistributivi. Sia impercettibile la riduzione netta degli oneri di personale: gli esuberi, se non assorbiti da altre amministrazioni, vanno incentivati e indennizzati. Nemmeno la semplice mobilità geografica dei dipendenti sarà possibile senza addossare alla collettività i costi  e i disagi del trasloco, di trovar casa e seconda casa, di cambiar scuola e palestra ai figli, di riorganizzare l’esistenza. Il settore pubblico è possentemente unionized : Cottarelli non si faccia venire strane idee.

La verità è che la spending review può farla solo un potere rivoluzionario, robespierresco. Un potere che possa sospendere o abrogare ‘tutto’, cominciando da una parte dei diritti sanciti dal Codice civile e da quelli scritti a vanvera nella Carta costituzionale. Una revisione effettiva della spesa implica il divieto di scioperare e di ‘lottare’ in altri modi. Implica la cancellazione dei ricorsi amministrativi e dei contenziosi giudiziari. Impone la sparizione pura e semplice dei diritti acquisiti (acquisiti a carico degli altri). Implica persino la fine delle elezioni, perchè le urne non si vendichino dei politici coinvolti nella review.

Spending review vuol dire assegnare ai licenziati, doverosi ma modesti sussidi di sopravvivenza (=alimentari) scollegati da ogni livello retributivo: p.es. settecento, non settemila o ventisettemila al mese. Spending review vuol dire  amputare tutti gli stipendi, le liquidazioni, le pensioni al di sopra di quelli più bassi, infierendo sui livelli medio-alti e superiori. Se al dirigente licenziato si corrispondesse soltanto un sussidio di sopravvivenza, al collega mantenuto in servizio si toglierebbe metà della retribuzione e di tutto il resto.

Molti lascerebbero il posto pubblico, ma non sarebbe un dramma: i sostituti giovani imparerebbero in fretta il lavoro burocratico. Solo le professionalità imprescindibili sfuggirebbero alla mannaia: chirurgo, ingegnere dei ponti, e simili. Di tutti gli ambasciatori i generali i boiardi  i ciambellani i maggiordomi istituzionali lo Stivale farebbe vantaggiosamente a meno.

Quanto sopra presume la rottura integrale della legalità. Dunque non ci sarà. Dunque niente spending review. Non gli ipotizzati risparmi netti per 30 miliardi in tre anni (del resto irrisori su una spesa triennale di almeno 2500 miliardi). Al meglio, 3 miliardi. Quanto alle vaste dismissioni di beni pubblici e alla riduzione del debito, Cottarelli non ci metta il becco.

A.M.C.

GLI IRRIDUCIBILI: IN CARCERE STRANGOLARE ALTROVE BERE CAMOMILLA BOLSCEVICA

“Irriducibili” non sono solo coloro che quando morì Prospero Gallinari accorsero al funerale per riasserirsi, a pugno chiuso, rivoluzionari incrollabili. Intanto le fabbriche si svuotano e nessuno spiega chi farà la rivoluzione se la classe operaia è divenuta classe microproprietaria e, nei limiti del possibile, consumatrice. A ogni modo i pugni chiusi funebri fanno ancora un po’ di scena.

Come scrisse lo storico Eric J.Hobsbawm, “le Brigate rosse italiane furono il più importante dei gruppi europei di ispirazione bolscevica”. Un po’ di rimpianto bolscevico è meglio che niente. Anche se ormai lo sanno tutti: il retaggio bolscevico ha ucciso il sogno comunista. Il retaggio bolscevico ispirò la ferocia dello stalinismo e del gappismo partigiano, corresponsabile alla pari delle Fosse Ardeatine e dello sterminio di interi Marzabotti, infelici teatri delle azioni guerrigliere ‘condanna a morte gli innocenti e scappa’. Il gappismo fece le sue ultime prove bolsceviche coll’assassinio di Aldo Moro e con la ‘lotta armata’ degli anni Settanta.

L’accorrere dei dolenti di Gallinari mosse il professore Marco Revelli, tutt’altro che un avversario, a confessarsi atterrito su ‘Repubblica’ da una spietata vicenda del novembre 1981: “Catturato, dopo un conflitto a fuoco alla Stazione centrale di Milano in cui muore un agente, Giorgio Soldati viene sottoposto a un interrogatorio feroce, al limite della tortura, e rivela alcuni indirizzi. Trasferito al carcere di massima sicurezza di Cuneo, sezione Irriducibili, Soldati scrive una lettera al ‘proletariato combattente’ rivelando la propria debolezza e chiedendo d’essere giudicato. Un’improvvisata ‘corte di giustizia’ lo condanna a morte. Soldati dichiara di accettare la sentenza, chiede solo che l’esecuzione non sia troppo dolorosa. Viene garrotato in una latrina del carcere da una corda fatta di stracci e di un frammento di specchio (…) Saranno 80 alla fine le vittime rivendicate dalle Br, e più di una decina i propri caduti”.

Revelli richiamò le solite spiegazioni: “la Rivoluzione d’Ottobre, il guevarismo, il mito spartachista della Berlino 1920, l’epopea partigiana”. Sottolineò anche che “nella stessa sezione carceraria, inevitabilmente coinvolto nell’atroce sentenza, c’era Alberto Franceschini, del nucleo storico delle Br. Il quale incomincia la sua autobiografia raccontando quando un vecchio partigiano gli consegna le sue due pistole e lui le nasconde nella Camera del Lavoro di Reggio Emilia”.

Fin qui gli Irriducibili ufficiali, corruschi di crudeltà omicida.  Ci sono poi gli Irriducibili part time, innocui, a bagnomaria (dal nome dell’alchimista Maria, immaginaria sorella di Mosé). Non schiaccerebbero un ragno, però ‘non perdonano’. Ne conosco a fondo uno e gli voglio bene. Chiamiamolo Fosco, spirito eletto e mite a confronto coll’abbietta jenità (dal latino Hyena) dei garrotatori di Giorgio Soldati, degli attentatori di via Rasella, dei gappisti che giustiziarono Giovanni Gentile, filosofo pari a Croce.

Il mio Irriducibile amatoriale, iracondo ma per amore, ha vissuto un’estesa vita a odiare i fascisti e i preti; non altrettanto odia i ricchi, essendo anch’egli un esile filo della cimosa sociale che possiede case e terre quanto basta per arrotondare la pensione. Fosco incolpa il Caudillo porco se non ha mai messo piede in Spagna, e incalza che i governanti maiali generati da Franco ancora lo disssuadono dal visitare il grande membro iberico dell’Unione Europea, patria di Garcìa Lorca.

Il nostro Irriducibile non accetta che dall’Alzamiento dei generali sono passati 77 anni senza rancori; che gli spagnoli, stanchi del sinistrismo repubblicano e della Guerra civile, si acclimatarono senza sforzo al franchismo per un quarantennio, e ora amano la monarchia restaurata da Franco;  che negli anni Quaranta  i contadini braccarono e uccisero a fianco delle forze di repressione i miliziani comunisti che provavano a suscitare una guerriglia partigiana; che hanno bocciato senza appello il tentativo di J.L.Zapatero di risuscitare l’antifranchismo. E non accetta, l’Implacabile part time, che oggi mezzo mondo si incanti di Jorge Maria Bergoglio: perché è un papa e lui odia il clero.

Ho fatto questo esempio di terribilità inoffensiva -di fatto Fosco, un sensibile musicista,  nel fuoco della lotta beve camomilla come il Cocco Bill dell’immortale Jacovitti- per attenuare l’orrore della garrota del carcere di Cuneo, degli 80 assassinii delle Br, del bolscevismo bestiale dei Gap.

Porfirio

SANTITA’, VALGONO LE OPERE E I FATTI ASSAI PIU’ CHE GLI ANGELUS

La saggezza convenzionale vuole la missione della Chiesa esclusivamente spirituale,  resa più ardua -in pratica impossibile- in quanto si rivolga all’intero pianeta. In realtà si tratta di un assioma velleitario, altrettanto dubbio quanto il proselitismo dei missionari. Eroici come tanto spesso sono stati, essi hanno potuto quasi nulla, inevitabilmente, contro la miseria e la prostrazione delle popolazioni primitive. La stessa esperienza  o ricerca di Dio, che i missionari si impongono di propagare, esige tanto sviluppo umano da non essere realmente vissuta dai niseri.  Dei quali ultimi si sarebbero dovuti rispettare maggiormente i semplici credi ‘pagani’.

E’ giusto chiederci: il gigantesco potenziale delle Chiese cristiane, in primis di quella cattolica, non sarebbe realizzato meglio attraverso progetti, imprese e impegni terreni piuttosto che celesti, impegni più promettenti proprio in quanto meno sublimi? Forse che l’umile carità materiale del Buon Samaritano non fu più vicina al Cristo della sete di divino dei grandi mistici? Forse che salvare i miserabili dai pirati e dai flutti mediterranei non varrebbe più che far colpo (nella tradizione della Societas Jesus) sui tenori del laicismo e granduchi mediatici quali Eugenio Scalfari?

Bergoglio diverrebbe un eroe planetario se avviasse immediatamengte forme nuove di lotta alla follia dell’emigrazione di massa. Se, prima ancora di strappare la Chiesa al tragico errore di parteggiare per l’esplosione demografica -questa impresa vorrà più tempo- egli si mettesse alla testa di una mobilitazione generale  contro i micidiali “viaggi della speranza” nel Mediterraneo. Il mondo seguirebbe -governanti, opinion leaders, filantropi (esistono: Bill Gates sembra avere già elargito una trentina di miliardi di dollari), gente semplice che doni 10 euro- se il Papa facesse sorgere nel deserto dell’Africa sahariana una serie di comunità, attrezzate e protette, cui far affluire risorse e volontari dal mondo intero. Non si distoglierebbero molti disperati dall’intraprendere quelle traversate di mare che ai fortunati offrono poco più che la mendicità?

Finché volessero restare, gli ospitati riceverebbero vitto, alloggio, assistenza medica, scuola, un piccolo sussidio, l’eventuale rimpatrio. Le persone in possesso di un mestiere o sapere sarebbero aiutate ad avviare piccole attività e ad esportare nel mondo p.es. loro prodotti artigianali. I governi, le corporations, i donatori individuali o associati non preferirebbero contribuire al sostentamento e allo sviluppo umano di queste “New Towns del deserto”, di queste comunità di sfortunati, invece che soffrire la vergogna dell’indifferenza e dell’impotenza? Di fronte a una grande iniziativa concreta di Francesco, avviata da lui spogliando la Chiesa di una parte della sua ricchezza, i potenti della terra e le moltitudini di umili non avrebbero cuore di negare offerte, magari a carico di centomila programmi nocivi o superflui.

Il Papa rivoluzionario venuto dal futuro con un carisma sorprendente e potenzialità gigantesche si spreca, pesta l’acqua nel mortaio, a predicare -anche in ambiti sofisticati e cinici quali i lettori dei giornali di De Benedetti- un amore di Dio che il dolore del mondo smentisce ininterrottamente (si sente amato chi nasce storpio o cieco o orfano?). Non è un agire più concreto dar pane agli affamati o, nello specifico di questi giorni, sottrarli alla ferocia dei negrieri?

La Provvidenza, a volere chiamare così lo Spirito della storia, presenta a Bergoglio, al momento il protagonista di nuove Gesta Dei per Francos, una sfida troppo straordinaria perché egli vada avanti ad allineare le formule di altri centomila predicatori, di milioni di catechiste. La ricerca di Dio non è molto più struggente se evocata dal sommo pontefice invece che da un umile consacrato sacerdos in aeterno.

In Bergoglio c’è un potenziale di bene superiore alle possibilità di ciascun grande della Terra. A qualunque seminarista è stato insegnato qkuesto; ma lo sa anche un laicista accanito se solo rifletta sul valore delle opere positive, qualora effettivamente compiute.

Il magistero teologico del Papa è più autorevole di quello del mio parroco: ma non poi tanto. Invece le possibilità di azione di quest’ultimo sono un infinitesimo di quelle di  Francesco. Coll’esempio, coi fatti, egli può muovere il mondo.

l’Ussita

Travaglio, l’intellettuale della nuova destra populista

Il messaggio di Napolitano alle Camere sull’emergenza carceri aveva già suscitato il rigurgito giustizialista del Movimento 5 Stelle, partito che sempre più si conferma affine alla destra populista, visto anche il recente diktat di Grillo e Casaleggio sul reato di immigrazione clandestina. Secondo i parlamentari grillini un provvedimento di clemenza che riguarda potenzialmente decine di migliaia di esseri umani è solo l’ennesimo tentativo di salvare Berlusconi. A tanta pochezza ha già risposto il presidente Napolitano.

Ma il giorno dopo lo scambio di battute tra Colle e “cittadini” del Movimento è arrivata la penna di Marco Travaglio a rendere più raffinato e caustico il medesimo ragionamento pentastellato, forse appena aggiustato in una versione più evoluta. Nel suo pezzo “Insulto e amnesia” il giornalista del Fatto Quotidiano mette in fila una serie di dati oggettivi e opinioni spacciate come fatti, creando un ingranaggio logico le cui ruote girano apposta per dargli ragione. Ma la situazione è più sfumata di come la dipinge Travaglio.

Innanzitutto si accusa Napolitano di aver “firmato senza batter ciglio una miriade di leggi affolla-carceri”. Quindi il Presidente non sarebbe nella posizione di poter fare la morale a nessuno. Peccato che al Presidente non spetti – dubito che Travaglio lo ignori – un potere di sindacare se una legge è un’idiozia o meno (altrimenti si potrebbe dubitare che negli ultimi 7 anni ne avrebbe firmata più di qualcuna). Può rifiutarsi di firmare solo se ravvede profili di incostituzionalità (si dibatte in dottrina se questa debba essere manifesta o meno). Le leggi “affolla-carceri” in alcuni casi si sono poi effettivamente rivelate incostituzionali (diverse norme del c.d. “pacchetto-sicurezza di Maroniana memoria), ma non tutte e forse nemmeno la maggior parte. Senza contare che Napolitano avrebbe dovuto rimandare all’aula interi provvedimenti per il vizio di pochi articoli su cui comunque è arrivata la mannaia della Consulta.

Prosegue Travaglio dando per certo uno scambio tra Pd e Pdl, per cui si fanno amnistia e indulto – come chiesto dal Presidente – ma solo se i reati di Berlusconi saranno compresi nel mazzo. La teoria, perché di una mera teoria si tratta, pare debole. Il Pd difficilmente potrebbe sopravvivere a una decisione di questo tipo con il M5S pronto ad additarlo al pubblico ludibrio. Anzi, interesse dei democratici sarebbe quello di scaricare il mancato rispetto delle parole del Presidente sulla pervicacia con cui il Pdl insiste nel voler fare gli interessi di un suolo uomo sulla pelle di altre decine di migliaia. Puntare sull’intelligenza politica del Pd potrebbe non essere una buona mossa, ma quantomeno si dovrebbe preservare il legittimo dubbio.

“Ma metta anche in funzione le tante carceri e i tanti reparti ora inutilizzati (vedi dossier presentato dai 5Stelle); riapra Pianosa e Asinara scriteriatamente chiuse nel ’97 come da “papello”; e magari adatti a centri di reclusione provvisoria qualcuna delle tante caserme rimaste vuote”, suggerisce Travaglio, che in chiusura statuisce: “La soluzione è un decreto (i motivi di eccezionalità e urgenza ci sono tutti) del governo che depenalizzi i reati inutili; cancelli la ex-Cirielli che tiene dentro i recidivi per periodi spropositati, rispedisca in patria i detenuti clandestini (come previsto da una delle poche norme sagge della Bossi-Fini); faccia tabula rasa della Fini-Giovanardi sul reato di possesso di droghe anche in minima quantità; e smantelli i “pacchetti sicurezza” di Maroni & C.”.

Tutto giusto, tutto vero. Qui Travaglio – non lo sa? – parla all’unisono con Napolitano che, prima di suggerire amnistia e indulto come rimedi straordinari, ha indicato i rimpatri dei detenuti stranieri, la depenalizzazione e il ricorso alle misure alternative – oltre alla nuova edilizia carceraria – come rimedi strutturali al problema. Quello che Travaglio sembra ignorare – e Napolitano no – è l’urgenza che l’emergenza carceri rappresenta. E non perché potrebbe arrivare un’umiliante condanna dall’Europa, ma perché di umiliante c’è la condizione di migliaia di esseri umani a cui sono negati dei diritti basilari. Qualsiasi riforma richiede del tempo, mentre si deve agire subito e “l’indulto al massimo di un anno” proposto dal giornalista del Fatto andrebbe verificato se possa essere sufficiente.

Fin qua si è visto comunque abbastanza buon senso da parte di Travaglio. I passaggi più inquietanti del suo articolo sono altri. Ad esempio quando stabilisce che l’amnistia per i reati bagatellari (cioè puniti con meno di due anni di reclusione) è completamente inutile, visto che i detenuti per quei reati sono pochissimi. Vero, peccato che i tribunali siano intasati da processi per questo genere di reati che rallentano l’andamento di altri dedicati a situazioni ben più allarmanti. Vogliamo evitare gli attuali tassi indecenti di prescrizione? Riformiamo la legge, è imprescindibile (solo da noi l’azione giudiziaria non interrompe la prescrizione), ma nel frattempo evitiamo di disperdere le risorse e il tempo della macchina giudiziaria. Processi più rapidi significa anche carceri meno affollate (molti detenuti sono dentro per via di una misura cautelare a cui, nella maggior parte dei casi, non segue poi una detenzione).

Altro passaggio fortemente discutibile è quando Travaglio pronostica che un indulto di tre anni attirerebbe torme di immigrati criminali che vedrebbero nell’Italia una moderna Tortuga. Questo presuppone che c’è una fetta consistente di immigrati che prima decidono di fare i criminali nella vita e poi decidono dove emigrare. Peccato che i dati relativi agli anni successivi all’ultimo indulto del 2006 mostrino sì un aumento contenuto del tasso di criminalità, ma non i sintomi di un’invasione della criminalità straniera nel Paese. Il flusso migratorio inoltre, come dimostrato da un rapido confronto tra il numero di amnistie fino ai primi anni ’90 e il numero di immigrati che arrivano in Italia all’anno, non dipende certo dalla politica carceraria di un Paese.

Con questo collegamento tra manette e barconi Travaglio si conferma una persona sostanzialmente di destra, come del resto lui stesso non ha problemi ad ammettere. Ma quello che lo affilia a una destra populista – oggi bene incarnata da Grillo e seguaci – è un’altra statuizione del suo articolo. Quella secondo cui “Alzando lo sguardo sulle vicende giudiziarie degli ultimi anni, la lista degli imputati eccellenti è un mezzo elenco telefonico: banchieri, imprenditori, manager, politici nazionali e locali che hanno grassato e depredato l’Italia la farebbero franca senza mai vedere una cella neppure in cartolina, con la scusa dei poveri detenuti che affollano le carceri”.

Per punire 10 colletti bianchi si può passare sopra il destino di 1000 poveri cristi. Anzi, i colletti bianchi sono una semplice scusa per non dover ammettere che il problema sono gli altri, quelli che si preferisce non vedere. Senza prendere in considerazione che, almeno per 9 colletti bianchi su 10, la sanzione punitiva non è tanto il carcere quanto il crollo della credibilità, la rovina della situazione familiare e lavorativa, il disastro economico etc. Allora per punire quel 1 su 10 che la fa sempre franca è legittimo infischiarsene del dramma di migliaia di persone? Evidentemente per certe persone sì. Persone che, come dichiarato dal presidente Napolitano, “se ne fregano”. E di gente che del “me ne frego” fece un motto ne abbiamo già avuta abbastanza.

Tommaso Canetta

CAGLIARI PRIMO PASSO FALSO DI BERGOGLIO

Quando, al suo primo numero, Internauta invocava un ‘Papa rivoluzionario’, ciò appariva o blasfemo o ludico. Oggi Bergoglio viene comunemente qualificato “rivoluzionario”. Lo chiama così anche ‘l’Unità’, giornale che di rivoluzioni si intende:  magari naufragate, come quella mille volte annunciata da Antonio Gramsci e debitamente naufragata, in quanto ‘della classe operaia’, classe esigua e non amata dagli operai.

Ma non è rivoluzionario bensì passatista, ciò che giorni fa il papa è andato a dire a Cagliari, capitale di un’isola in cassa integrazione e peggio, disastrata dall’ubbia dell’industrializzazione senza mercati. Ha scandito fervidamente ovvietà che gli esuberi isolani, come tutti gli altri, si sentono dire innocuamente da altari e da pulpiti: che chi perde il lavoro perde la dignità; che il lavoro è sacro; che i dipendenti di tutti gli opifici e di tutte le miniere devono lottare; che Gesù è dalla loro parte; e così via. Solidarietà Dignità Valore della persona Valore della lotta Gesù aiutaci a lottare Coraggio non lasciatevi rubare la speranza: tutte parole irrilevanti. Parole.

Folle di proletari estromessi dal sogno piccoloborghese della casa col mutuo, mogli e bambini dei transfughi dalla pastorizia, ascoltavano con le gole serrate e gli occhi di lacrime; e certo ci commuovevano. Nelle atmosfere religiose giuste, nelle dolcezze struggenti della liturgia (laici e atei non le conoscete) un umile parroco basta a creare pathos: e questo era il Pontefice. Ma il pontefice venuto dal futuro non ha detto le parole di verità e di azione che i sardi, come molti di noi, attendevamo da Lui, non da altri.

Il rivoluzionario Francesco doveva, dovrà, annunciare che la Chiesa metterà all’asta metà dei palazzi vaticani e non, delle partecipazioni azionarie, degli arcivescovadi più o meno sontuosi, delle opere d’arte oziose; e distribuirà il ricavato tra i poveri di Sardegna, d’Africa, del mondo che soffre. Che gli edifici per i quali non si troveranno subito i compratori daranno ospitalità – con le dovute precauzioni e sì, disinfestazioni- ai miseri e agli sfrattati per morosità. Che dovunque la Chiesa bergogliana riesca a soccorrere, i bambini non conosceranno la fame, avranno scarpe. Sono cose che il papa, più o meno esplicitamente, ha promesso a un mondo stordito dalla novità scandalosa voluta dal Vangelo. Le faccia. Lasci cadere le unzioni alla cagliaritana, producono solo struggimenti brevi.

A Cagliari Francesco ha una volta di più scagliato anatemi contro “un sistema economico che ha al centro un idolo, il denaro. Comandano i soldi!”. Splendido, per chi di noi rimpianga la povertà solidale del cristianesimo delle origini, chissà forse anche del futuro. Peccato che gli elmetti minerari del Sulcis rimpiangano i salari un tempo erogati dal sistema idolatrico del denaro. In ogni caso gli anatemi cagliaritani a vanvera li sentiamo da sempre, noi che andiamo in chiesa.

Quando il Risanatore del cattolicesimo, anzi del cristianesimo intero, compirà azioni duramente concrete, al posto delle parole e dei gesti? Per esempio un’enciclica denunciante come non cristiani quei benestanti che non mancano un solo precetto ma alla carità destinano le più piccole tra le briciole. Che, morendo senza figli, dimenticano l’antico dovere di lasciare ai poveri e invece beneficano pronipoti e procugini, magari facoltosi, detestabili e vecchi, perché il patrimonio resti in famiglia.

Quando il Risanatore, il quale conosce alla perfezione la nefandezza -secondo il Vangelo non secondo la Compagnia di Gesù- del crimine di nepotismo, proclamerà per esempio che i patrimoni della nobiltà nera, a Roma come altrove, sono delittuosi perché prodotti dal saccheggio dei beni andati alla Chiesa per guadagnare il perdono dei peccati; e dunque quei principi romani che discendono dai parenti e dai figli dei papi dovrebbero espiare?

Solo un esempio. Quando, per farla breve, il papa gesuita-ma-francescano aprirà la rivoluzione delle cose, non dei gesti? Manco a dirlo, chi scrive è praticante, detesta il laicismo, preferirebbe una teocrazia 2.0 alla mezzadria dei plutocrati e dei naufraghi dello stalinismo. Avanza riserve su Bergoglio perché lo spererebbe capo e maestro come Mosé, invece che coniatore di formule da PR, public relations.

l’Ussita

SE ILDEGARDA ‘PROFETESSA DI GERMANIA’ SCENDESSE A UNIFICARE L’EUROPA !

Qualcosa la sapevo, come tanti, su Hildegard von Bingen, la straordinaria monaca e ‘Mystikerin’ che Giovanni Paolo II esaltò Profetessa di Germania e Ratzinger proclamò Dottore della Chiesa;  nel Sinodo di Treviri (1147) il loro lontano predecessore Eugenio III le dette un imprimatur per intercessione di Bernardo di Chiaravalle. Ma, passati da un trentennio e passa otto secoli dalla morte, non pensavo che avrei incontrato fisicamente una persona ‘ildegardiana’. Invece M. Luisa Parenti Corbetta, una lombarda di buoni studi e, come in passato si diceva, di alto sentire, mi dice con orgoglio che canta nel Coro Femminile Hildegard von Bingen, di Como, dedicato alla grandezza della Nostra, tra l’altro vivida compositrice. Oggi che grazie a Luisa corista/solista -voce smagliante eppure quieta- sto riflettendo sulla benedettina renana, mi accorgo che è il 17 settembre, giorno che Hildegard, una delle più grandi donne della Cristianità, morì orsono 834 anni.

La sua biografia non è quella convenzionale della santa suora medievale. Pensatrice, mistica, lirica e scienziata d’eccezione, fu anche protagonista di spicco delle lotte, anche politiche, per la riforma della Chiesa. Predicò nelle grandi cattedrali renane. Come Woitila sottolineò, fu interlocutrice dell’imperatore Federico I. Da noi il Barbarossa non ha una buona fama; in terra germanica è figura leggendaria. In Baviera ti mostrano da lontano la montagna in una delle cui caverne il Sacro Romano Imperatore dorme, forse in eterno: ma la sua barba non smette di allungarsi. Come sommo sovrano del suo tempo ebbe autorità più piena che il glorioso nipote Federico II stupor mundi, celebrato come la più grande figura dell’Evo Medio.

Scrive un biografo che il Barbarossa fu ‘soggiogato’ dalla santità di Ildegarda. Alla fine, quando l’Imperatore contrappose al suo acerrimo nemico Alessandro III non uno ma due antipapi, la Nostra lo attaccò frontalmente, lo chiamò pazzo, gli elencò gli errori che aveva commesso, gli predisse quando e come sarebbe morto (crociato, annegò in un fiume della Cilicia). Il possente sovrano Hohenstaufen non si vendicò, ma non cercò più i vaticinii e i precetti della renana. Questo comunque dice quanto forti fossero il carisma e l’ingegno di lei.

Le enciclopedie e i libri di una bibliografia non sterminata ma ampia -figura anche M.T.Fumagalli Beonio Brocchieri, storica della filosofia medievale- raccontano l’incredibile ricchezza dei doni, visioni e creazioni mentali della badessa del monastero di Rupertsberg, da lei fondato. Le compagne di Luisa Parenti, nel coro che nel nome di Hildegard canta le sue monodie e il gregoriano, vestono ieraticamente di nero (le si vedono nel sito www.ildegarda.it).  Invece la sublime badessa voleva le sue monache, nelle grandi occasioni liturgiche, “ingioiellate e sfarzosamente vestite”. Le intenzioni per questo capriccio erano quasi certamente allegoriche; ma forse contava anche il suo essere aristocratica, nata in un castello. Portava il nome di una regina, anch’essa beata, Ildegarda di Svevia, terza moglie di Carlo Magno (al re dei Franchi dette nove figli; la Nostra era ultima di 10 figli). Le enciclopedie e i libri, dicevamo, elencano stupefatti le opere, allegorie, visioni, poesie, canti, lettere a prelati e a principi, trattazioni scientifiche e naturalistiche della geniale renana (intuì l’eliocentrismo, la circolazione sanguigna e la viriditas). Per pensare la Trinità Dante Alighieri si ispirò alla sua opera teologica ‘Scivias’ (latino Sci vias, conosci le Vie).  Esegeta, cosmologa, musicista, scienziata naturale e altro, Ildegarda fu dunque un mostro di cultura.

Si pensi quanto  impervie dovevano essere le conoscenze di una donna che era entrata in monastero a otto anni ma dettava in latino o in tedesco a uno o più segretari (uno dei quali, anch’egli abate, era stato suo maestro). Fu la prima delle pensatrici che “fecero” la mistica germanica tra i secoli XII e XIV. Un’altra fu probabilmente Ildegonda di Schoenau, cistercense. Seguì il padre in Palestina vestita da uomo, e così travestita entrò nel monastero di Schoenau presso Heidelberg. Venerata come beata o santa nei monasteri del suo ordine, il suo culto non fu approvato (non abbastanza miracoli, più o meno veri?).

Dalle visioni agli annunci profetici il passo per Ildegarda fu breve. E il suo mito non poteva non coinvolgere il cinema. E’ del 17 settembre 2009 la prima del film ‘Aus dem Leben der Hildegard von Bingen” di Margarethe von Trotta. In “Barbarossa” del regista Renzo Martinelli, la Nostra rampogna l’imperatore, gli predice la fine. Sappiamo che si fece arduo il rapporto con Federico: ma la colpa, dico io, fu di Ildegarda, fattasi partigiana di un papa settario, tutto dalla parte della sedizione dei Comuni ‘lumbard’.

Come decuplicherebbe la sua gloria, l’eccelsa Visionaria di Germania, se come fece col Barbarossa “soggiogasse” in toto Angela Merkel, o comunque si chiami il  Sovrano germanico, perché si risolva a unificare e fare grande l’Europa. Andrebbe bene benissimo anche la ‘piccola’ Europa carolingia (Italia compresa), quella che ancora guarda e canta in coro al monastero di Rupertsberg sul Reno.

l’Ussita

IL CAV RINGRAZIA MORANINO E ALTRI ASSASSINI DEL PCI

Ci si arrovella a cercare di capire perché la maggioranza sociologica non riesce a darla vinta a una grande forza riformista; e perché un mezzo mostro come il pluricondannato di Arcore resta al centro del processo politico e potrebbe vincere ancora. Per rispondere con meno fatica basterebbe riandare a fatti emblematici quali i crimini del partigiano Francesco Moranino, nome di battaglia ‘Gemisto’. Partigiano è dire poco: fu comandante della 50^ brigata Garibaldi, commissario politico della 12^ divisione ‘Nedo’, deputato comunista alla Costituente, infine senatore.

Dieci anni dopo la Liberazione la magistratura  condannò Moranino all’ergastolo per sette omicidi. Aveva messo a morte altrettanti partigiani facenti capo agli Alleati invece che a Mosca. Una condanna in contumacia perché Moranino era riparato al di là della Cortina di ferro, in Cecoslovacchia. Nel 1958 il capo dello Stato Gronchi fu convinto dalla logica partitocratica a commutare la pena in 10 anni di reclusione. Nel 1965 il presidente Saragat, nella stessa logica di Gronchi,  aggiunse la grazia. Moranino, nel frattempo fatto direttore dell’emittente propagandistica Radio Praga, rifiutò di tornare in Italia (dove lo attendevano i congiunti degli assassinati, nonché una vasta esecrazione), finché non fu ‘mondato’ da un’amnistia. Prontamente il PCI e il suo satellite PSIUP lo fecero eleggere senatore a Vercelli.

Parlamentare macellaio, come non pochi figuri della resistenza comunista. Rosario Bentivegna, che non consegnandosi dopo aver compiuto l’attentato di via Rasella provocò la strage delle Fosse Ardeatine, fu considerato a sinistra un eroe invece che un vigliacco.

Chiamiamo feroci, e feroci furono, le rappresaglie germaniche, ma altrettanto feroci furono gli attentati partigiani che quelle rappresaglie provocarono. La morte degli ostaggi innocanti fu decisa con pari disprezzo dai comandanti tedeschi e da quelli partigiani. Dietro i primi c’erano i carnefici di Hitler, dietro i secondi c’erano soprattutto i dirigenti del PCI, destinati ad ascendere alle vette del potere. Gli assassinii di Maranino come l’atto ‘di guerra’ di via Rasella sono microcosmo degli stermini di Stalin, quelli che quasi riabilitarono Hitler.

Però il Paese non dimentica più, così come non dimenticano gli altri popoli che conobbero le efferatezze del Maquis, oppure vissero il ‘socialismo realizzato’. Il comunismo, ripudiato nel mondo intero, è oggetto di un odio assoluto e retroattivo. Anche le sue opere positive sembrano destinate a un rancore implacabile, persino eccessivo.

A questo punto non ha senso chiedersi perchè Berlusconi, perché i circoli che nel mondo prosperano sulla vendetta anticomunista. I Marx, i Liebknecht, i Gramsci e altri progenitori additarono traguardi discutibili ma legittimi. I loro eredi, vicini a noi, resero certa e disonorevole la sconfitta della Causa.

Hanno avuto un bel rinnegare la durezza bolscevico-partigiana e lo stalinismo i Berlinguer, gli Ochetto, i Veltroni, i D’Alema, i Napolitano

(gli ultimi due si sono persino convertiti all’atlantismo ossia alla milizia ultracapitalista). Lo Stivale non li perdona. Pur di vendicare le vittime di Maranino, di Bentivegna, di altri sicari del gappismo,  un terzo, forse più, degli italiani adorano un Satana da dozzina, domiciliato ad Arcore invece che a Regina Coeli.

A.M.C.

SE BERGOGLIO VORRA’ ANDARE OLTRE IL MESTIERE DI PAPA

Piero Ostellino, già direttore del Corriere della Sera, ha così giustificato la propria deplorazione nei confronti di papa Bergoglio che si faceva fotografare nel salire sull’aereo (per il Brasile) con una valigetta in mano: “Egli è il rappresentante di Dio sulla terra”. L’implicazione, pedestre: la valigetta doveva portarla un valletto, non un sovrano. Peraltro, su quello stesso aereo, volo di ritorno, il papa ha articolato l’interrogativo teologico più forte su venti secoli di storia della Chiesa: “Chi sono io per giudicare?”

Colui che formula questo dubbio retorico, di fatto si dichiara disponibile per le avventure più audaci, per le revisioni più laceranti. “Chi sono io” è uno statement, un’asserzione universale. Si rassegni Ostellino: non solo il Pontifex maximus potrà squarciare altri veli che ancora coprono oggetti e concetti sacri; ma potrà avviare la revisione globale delle certezze, cattoliche e non. Forse, dicasi forse, Bergoglio sarà il Papa Rivoluzionario  che ‘Internauta’ invocava nel suo primo numero. Se passerà dai gesti simbolici -che lo hanno proiettato come il personaggio pubblico più importante del mondo- agli atti concreti, egli risulterà non solo guida e maestro di credenti e miscredenti di ogni convinzione, ma anche il maggiore capo politico del pianeta. Al suo confronto sfigureranno tutti gli Obama, i Putin e gli altri nanocondottieri di popoli: sempre che egli muova dagli atteggiamenti e dai contegni, finora prevalentemente felici, persino magistrali, alle opere vere e telluriche.

Muovere dagli additamenti e dalle esortazioni alla concreta dismissione dei Palazzi apostolici, a beneficio del mondo povero. Dalle affermazioni di discontinuità al ripudio fisico di Roma quale sede e quale retaggio di nequizia. Dalla predilezione sua personale per il convento di Santa Marta al trasferimento della Curia intera, a cardinali resi straccioni, in uno dei molti monasteri rimasti senza monaci. Dagli elogi della frugalità all’aspra riduzione all’essenziale degli apparati: anche di quelli liturgici. Dalle prese di posizione audaci però innocue, alla specifica sconfessione degli aspetti deteriori della tradizione clericale e romana. Dalle mere invocazioni al bene all’estromissione dalla patria cristiana di quei ricchi il cui esercizio della carità si esprime nel donare ai mendicanti le briciole del banchetto. Dalla proclamazione di nuovi santi nel nome di miracoli dubbi alla valorizzazione degli umili eroismi del volontariato.

Se compirà queste ed altre opere di rivoluzione fattiva, Francesco si troverà investito di una missione senza precedenti nella storia. La missione di creare valori e ideali nuovi, di operare la sintesi tra sacerdozio e civiltà, al contempo prendendo la guida di molti popoli al posto di statisti, politici e ideologi precipitati al nadir del discredito. Anche gli atei sono consapevoli che, spentesi nel disonore tutte le dottrine della modernità, cominciando dal comunismo e dal capitalismo/consumismo, il cristianesimo e altre grandi religioni  sono rimaste sole a suscitare slanci e speranze. La laicità non produce aneliti. In ogni caso la laicità non possiede un condottiero conosciuto in ogni angolo della terra.

“Mi agonìa, mi lucha por el cristianismo, la agonìa del cristianismo en mì, su muerte y su resurrécciòn en cada momento de mi vita intima”, così Miguel de Unamuno definiva la vicenda sua e del suo tempo. Dopo secoli di nichilismo l’Occidente ha bisogno di darsi una civiltà e  un’etica migliori. Ha bisogno di reinventarsi, rigenerandosi. Un papa rivoluzionario quale Bergoglio potrebbe diventare se stordisse il mondo, sarebbe sia conduttore delle coscienze, sia capo politico e guida per l’azione: al di sopra di ogni altro uomo. Come Lutero, più ancora come Maometto, il quale creò per il futuro una fede, una civiltà e un impero.

l’Ussita

CHE ITALIA TROVEREBBERO I VISITATORI ELITARI DEL PASSATO

La tradizione del viaggio in Italia, che connotò in modo moderno l’attrazione della Penisola sulla cultura transalpina, cominciò probabilmente nello scorcio del Seicento, con la lunga permanenza di studio da noi di Jean Mabillon, rinomato benedettino della parigina abbazia di Saint-Germain-des-Prés, a quel tempo la maggiore scuola di ricerca storica in Europa. In quello stesso 1685, anno dell’epocale revoca dell’editto di Nantes (seguirono la Notte di San Bartolomeo e  la strage degli ugonotti), venne lo scozzese Gilbert Burnet di Cambridge, futuro vescovo di Salisbury. In patria si era scontrato con prelati, con ministri e con un sovrano per affermare una sua linea politico-religiosa, intesa soprattutto ad avvicinare anglicani e presbiteriani nel comune impegno antipapista e ‘progressista’.

Le esplorazioni di intellettuali stranieri si moltiplicarono: Bernard de Montfaucon francese; l’olandese Georg Graef (Graevius), che in vent’anni pubblicò 44 volumi in folio; poi una schiera sempre più fitta di visitatori colti. Pietro III, giovane zar di Russia, cercò nell’Adriatico prima che in Olanda e che in Inghilterra i mastri e i marinai per la nascente flotta del suo impero. In più nel 1696 mandò in viaggio di apprendimento un grosso manipolo di nobili russi: 39 in Italia contro 22 in Olanda e in Inghilterra. Resteranno incisive le osservazioni sull’Italia di inglesi di rango come Joseph Addison e lord Shaftesbury.

Col Settecento il commercio intellettuale coll’Europa si intensifica al punto da perdere un po’ di rilievo. Quando nel 1799 il presidente De Brosses pubblica in volume le sue Lettres familiales sur l’Italie suscita interesse ma non scalpore. Il grande Montesquieu ha già impressionato l’Europa coi suoi pensieri sulla patria di Virgilio.

Se gli eletti spiriti fin qui evocati tornassero in Italia oggi, troverebbero un paese senza confronti meno povero e meno inerte, però smarrito, moralmente desolato come al loro tempo. La missione di Mabillon, 328  anni fa, trovò una classe dirigente prigioniera del sussiego, del formalismo, della fiacchezza, dell’indifferenza alle grandi questioni che appassionavano e sconvolgevano l’Europa. “On n’y pense qu’à campare (…) c’est a dire qu’à ce qui peut servir à s’avancer et à se mettre à son aise. Un habile homme est celui qui, comme disait un cardinal, sa camminare. Je ne sais pas, disait-il, ni la théologie ni l’histoire ecclésiastique, mais je sais vivre, et vivre à la cour”.

L’allora misero stato della nostra economia impressionava i viaggiatori.

“The richest countrey in Europe -scriveva Burnet, l’ecclesiastico scozzese- era in realtà “full of beggars”. Ma anche più grave era che “men of searching understanding, who have no other idea of the Christian religion but that which they see received among them, are naturally tempted to disbelieve”. Oltre a tutto, atei!

“Cotesta è una miserabile ed infingarda nazione, degna d’essere trattata come schiava, e ricolmata di opprobi e di sciagure” scriveva il cardinale Giulio Alberoni all’epoca del proprio tentativo di riconquistare la Penisola alla Spagna, che governava sotto Filippo V. Notava E. de Silhouette, personalità francese degli anni di Luigi XV, che “à la vertu, à la droiture, ont succédé la souplesse, la dissimulation, l’amour des voluptés et du repos”. Per esempio a Venezia “le Sénat contente le peuple en le laissant vivre dans l’oisiveté et dans la débauche”.

Tra il 1727 e il ’28 il barone di Montesquieu trova “une nation autrefois maitresse du monde, aujourd’hui esclave de toutes les autres”.  Eppure, notava il nostro storico Franco Venturi, “Italiam, Italiam” furono le ultime parole del suo capolavoro, L’Esprit des Loix.

Francesco Algarotti rivendicava che “dopo la comune barbarie d’Europa, gli italiani apriron gli occhi prima delle altre nazioni. Quando gli altri dormivano ancora, noi eravamo desti. Le altre nazioni dominano ora, noi dominammo un tempo”. Se quella di Algarotti fosse una ‘legge’ storica -osserviamo noi- non sarebbe verosimile che gli italiani si destassero di nuovo, e inventassero e sperimentassero nuove forme del vivere associato?

Però nei secoli XVII e XVIII, per gli altri europei così intensi, gli italiani “nutrivano un profondo desiderio di quiete e di conservazione. Contavano sull’astuzia, la manovra, le altre armi dei deboli e degli oppressi”.  Il cardinale Alberoni aggiungeva: “L’effeminatezza della nostra nazione è arrivata a un’infingardaggine troppo sporca, a essere oggi l’abbominazione di tutte le nazioni”.

Allora, che Italia troverebbero i dotti visitatori  di tre secoli fa? Straricca certamente, a confronto con quella che conobbero. Riempire la pancia tutti i giorni era l’anelito dei popolani d’allora. Possedere due seconde case con altrettante superflue cantinette è l’anelito dei lavoratori d’oggi. I vizi antichi sono rimasti. Al posto delle corti principesche che opprimevano lo Stivale -la peggiore era quella del papa-re, al Quirinale- abbiamo i partiti usurpatori e ladri, i poteri forti, le prevaricazioni della feudalità manageriale e quelle del sindacalismo, le combutte e gli amalgami tra ipercapitalismo e edonismo/consumismo. Abbiamo un gioco politico scellerato, oltre a tutto sopraffatto dagli interessi personali di un magnate vizioso, un gioco condizionato senza speranza  dal ricordo delle malazioni e del settarismo della sinistra di un tempo. A valle della condanna definitiva di Berlusconi al carcere c’è chi prevede una sua vittoria elettorale: tali sono il disgusto e la diffidenza che persistono nei confronti di tutte le varianti della sinistra. Tutto, persino Berlusconi, piuttosto che il sinistrismo e i suoi derivati.

La doppiezza, il cinismo, le cento turpitudini dell’Italia machiavellica, curialesca, lazzarona, incline a servire tutti i padroni, sono sempre tra noi. Il papa non è più il peggiore dei principi secolari; al contrario è teoricamente possibile che Bergoglio si faccia bonificatore di una nazione così a portata di mano, invece che della sola Curia romana e degli altri acquitrini della Chiesa:

Ma il Borbone regna ancora. Non più da Capodimonte ma dal Quirinale, una reggia costosa quale Obama non può permettersi. Se la permette un ex-notabile stalinista fattosi gestore della partitocrazia, del continuismo,  della proprietà, della sottomissione a Washington. Dal momento della caduta del governo Berlusconi, il Borbone ha ingaggiato un tecnocrate di chiara fama, col mandato di scongiurare la bancarotta dello Stato (o meglio, del regime che se ne impossessò nel 1945). Evitata, o forse allontanata, l’insolvenza coll’appesantimento fiscale di massa, si profilò la possibilità che la gestione dei tecnici risultasse stabilmente preferibile a quella dei cleptopolitici professionisti. Ergo il Borbone tolse al tecnocrate l’appoggio della partitocrazia da lui presieduta, e reinsediò quest’ultima.

Settant’anni dopo la caduta di Mussolini, la rigenerazione etica promessa dai suoi successori è un miraggio altrettanto lontano quanto la palingenesi invocata nei secoli da alcuni spiriti eletti. A livello morale, lo Stivale resta quello che muoveva a compassione, o a ludibrio, i viaggiatori del Re Sole e del secolo dei Lumi.

Milano, un tempo capitale morale, è decaduta a showroom della moda pederasta e della turbofinanza. Ha trascinato nel declino la Lombardia, ormai centoventottesima in Europa per competitività (la puntata sul denaro e sul lusso non ha pagato). Quasi ogni giorno nello Stivale un’impresa tenta di trasferirsi all’estero, di solito impedita dai carabinieri o dalla sopraffazione fisica delle maestranze. La Corte costituzionale proibisce di operare piccoli prelievi su pensioni 60 volte superiori a quelle minime, e ciò nel nome dei ‘diritti acquisiti’, una manomorta medievale che andrebbe cancellata ma è un pilastro del sistema Italia. Le retribuzioni dei vertici della burocrazia sono altrettanto scandalose quanto quelle dell’alto management privato. Oltre al primato della corruzione abbiamo quello delle spese di rappresentanza e di vanagloria (il Quirinale! la diplomazia da operetta!). Le spese militari e il vassallaggio agli USA si perpetuano sotto il governo di ex-comunisti come D’Alema e Napolitano, o di loro soci come Prodi e Letta. In breve, non c’è nequizia che venga risparmiata alla parkinsoniana d’Europa.

Nulla mai cambierà senza un fatto tellurico pari al sorgere di un Profeta che fece di alcune tribù beduine un nuovo impero e una nuova civiltà. Magari sarà un Profeta collettivo, forse annunciato da una successione di precursori.  I visitatori elitari prendano tempo prima di tornare in Italia.

l’Ussita

C’ERA DEL BUONO NELLE PANZANE DI FILIPPO TOMMASO MARINETTI

In aggiunta alla fertilità d’invenzione ideologica che quasi tutti gli riconoscono, il fondatore del Futurismo italiano aveva un’insuperabile capacità di suscitare il riso. Ovviamente le risate azzeravano il valore di varie sue tesi. Ma l’effetto restava. Si vedano le proposte avanzate tra il dicembre 1911 e il giugno 1918, a Grande Guerra non ancora finita, per “l’unica soluzione del problema finanziario”.

“Si dice, esordiva FT, che siamo un popolo a tutti superiore per genio elastico e creatore e per giovane resistenza muscolare, ma disgraziatamente povero. No. Non è povero il popolo italiano. Noi Futuristi affermiamo che il popolo italiano è il più ricco della terra, poiché possiede un incalcolabile capitale inutilizzato: l’enorme patrimonio delle opere d’arte antiche ammucchiate nei suoi musei. Di questo patrimonio artistico, noi proponiamo senz’altro la vendita graduale e sapiente. L’Italia sarà in pochi anni abbastanza ricca per:

1. avere la più poderosa flotta militare del mondo;

2. avere un esercito quattro volte più forte dell’attuale;

3. avere la prima marina mercantile del mondo;

4. avere una grande navigazione fluviale;

5. Intensificare decisamente tutte le industrie esistenti, e creare immediatamente le mancanti;

6. sviluppare fino al rendimento massimo l’agricoltura e sanare tutte le   zone malariche;

7. vincere completamente l’analfabetismo;

8. abolire totalmente ogni imposta per venti anni almeno.

La vendita del nostro patrimonio artistico, ben lungi dal diminuire il nostro prestigio, dimostrerà al mondo che un popolo giovane e sicuro del proprio avvenire ne sa affrontare tutti i problemi, trasformando in forze vive le sue ricchezze morte”.

“Si obietterà che questa vendita allontanerà dall’Italia il fiume remunerativo dei visitatori stranieri. Non vogliamo discutere qui sull’utilità dell’industria dei forestieri, che pur regalando all’Italia molti milioni è tanto aleatoria da poter cessare per un caso isolato di colera o per una scossa di terremoto; ed è sempre dannosa perché snazionalizza e umilia il nostro paese, lo riempie di spie e trasforma un terzo degli italiani in albergatori, in ciceroni e in boys d’hotel. Dichiariamo soltanto che i forestieri verranno sempre, purtroppo, in gran numero in Italia poiché la nostra penisola è il riassunto meraviglioso di tutte le bellezze della Terra. Siccome la vendita delle nostre opere d’arte antiche sarà necessariamente graduale, i forestieri per molto tempo se ne accorgeranno appena”.

“Un’altra obiezione: non si devono privare gli italiani del piacere di godere in casa loro le opere dei grandi antenati. Rispondiamo: è assurdo che su 36 milioni d’italiani, i 34 milioni che sono incapaci, o  non hanno tempo, di amare le opere d’arte antiche continuino ad essere esasperati sino alla rivolta da sempre più gravose imposte, mentre il paese possiede un colossale capitale artistico praticamente trasformabile in oro.

Noi proponiamo che una piccola parte del prodotto della vendita sia consacrata a nuovi e più profondi scavi archeologici, i quali riempiranno certo, in pochi anni, i vuoti dei nostri musei e delle nostre piazze con innumerevoli altre opere d’arte antiche. Mentre gli altri paesi posseggono miniere di carbome e di ferro, il nostro possiede le più inesauribili miniere archeologiche. Il sottosuolo di Roma, dell’Umbria, della Campania e della Sicilia possono diventare le nostre Cardiff e le nostre Westfalie. Non esito ad affermare che a tre o a quattrocento metri sotto la mia Casa Rossa, a Milano, dorme un prezioso, elegante e nostalgico tempio di Venere.

Mentre si prevedono, dopo l’attuale conflagrazione, molte altre guerre, attraverso le quali l’Italia dovrà diventare la prima Potenza del mondo, la vendita delle nostre opere d’arte antiche è l’unica soluzione razionale del problema finanziario italiano”.

L’elenco delle cose che Marinetti diceva fattibili con gli smisurati ricavi della vendita delle opere d’arte è esilarante. Tuttavia, come possiamo riconoscere oggi che ci schiaccia un debito iperbolico, c’era del vero nelle rodomontate futuriste.

Marinetti  sapeva ridere, e far ridere, anche descrivendo da par suo l’accoglienza che queste e altre sue proposte ricevevano. Si veda il resoconto del discorso pronunciato alla ‘serata futurista’ al fiorentino teatro Verdi il 12 dicembre 1913, e soprattutto, in corsivo, la reazione del pubblico:

“La vostra frenetica allegria mi dà piacere, segna un nuovo trionfo per il nostro movimento eroico. Non s’era vista mai tanta esuberanza di vita giovanile in questa vecchia fortezza del passatismo! (Urla selvagge, trombe, fischi).

La vostra energia, la vostra ferocia sono sintomi meravigliosi del prossimo risveglio di questa razza fiorentina non ancora del tutto soffocata dalle biblioteche e dai professori (Urla, pioggia di maccheroni, carote, pomidoro, patate, cipolle).

Noi rappresentiamo idee che voi non conoscete (Urli: sì! sì! sì!…Fiale puzzolenti ammorbano il palcoscenico. Un signore sviene tra un agitarsi di carabinieri, guardie e commissari). Questi proiettili asfissianti e puzzolenti dimostrano che il passatismo si difende come può (Applausi entusiastici, insulti, battibecchi, risate). Uscirete di qui domati, portando in voi un’ammirazione involontaria, che non saprete reprimere. Ci sapete instancabili nello sforzo di svecchiare l’arte italiana e di favorire il genio creatore della nostra razza (Baccano infernale, proiettili d’ogni specie). Siete seimila mediocrità contro otto artisti dei quali non potete negare il formidabile ingegno! (Si grida: Manicomio! Manicomio!!) Preferisco il nostro manicomio al vostro Pantheon! (Applausi, fischi, trombette, insulti, colluttazioni e proiettili).

Tutti gli sforzi dunque e tutte le violenze, tutto il denaro e tutto il  sangue per il compimento dell’impresa libica. Viva la Libia!”

E’ passato un secolo intero. I tempi sfidano la nostra capacità inventiva assai più che l’effimera impresa libica. E’ statisticamente probabile che nascano uno dieci cento Marinetti (uno dei quali si chiama Beppe Grillo?); che in parecchi dei nostri figli sorgano impulsi beffardi o assurdi alla Filippo Tommaso. Se così andrà. riaprirà il laboratorio Italia. Oppure ci convinceremo che mentono allegramente, come Filippo Tommaso, i tanti che cianciano di estro degli italiani.

A.M.C.

GRANDE GUERRA: NESSUNO SCRITTORE TEDESCO LA ODIO’ COME KARL KRAUS

Secondo Elias Canetti, premio Nobel 1981, K.Kraus è stato il massimo scrittore satirico in lingua tedesca. E con il lavoro di tutta una vita Kraus sembrò voler confermare la definizione che dello scrivere satirico fece l’ebreo tedesco Walter Benjamin: “La satira letteraria è il sembiante con cui il cannibale è stato accolto nella civiltà”. Benjamin era oppresso più del normale dai pensieri di cannibalismo e di morte se, rifugiatosi in Spagna per salvarsi dai nazisti, si suicidò nel 1940 all’avvicinarsi ai Pirenei della Wehrmacht annientatrice della Francia.

Ma Kraus era il contrario del cannibale, uomo-animale che uccide per mangiare come uccidono lupi, iene e topi di fogna. Le 792 pagine della sua opera maggiore, Gli ultimi giorni dell’umanità, attestano in lui l’egemonia di un ethos interamente proteso contro il male. Il male assoluto, che in Europa trionfò nel 1914, fu una guerra da 10 milioni di morti, scoppiata 99 anni fa perché i popoli che Kraus avrebbe voluto salvi erano schiavi di padroni crudeli chiamati Patriottismo, Orgoglio nazionale, Sudditanza alle tradizioni e ai governanti, Credulità.

L’edizione definitiva (1926) di Die Letzten Tage der Menschheit si apriva e si chiudeva con due emblemi. Il primo, la fotografia di due vezzose principesse reali -Vittoria Luisa di Hohenzollern figlia del Kaiser Guglielmo II, e Cecilia di Mecklemburgo-Schwerin- nelle finte uniformi di colonnelle onorarie di altrettanti reggimenti d’élite. Una col colbacco degli Usseri testa-di-morto, l’altra coll’elmo chiodato prussiano; entrambe in gonna all’amazzone e frustino. La follia dei tempi voleva non solo che milioni di uomini si facessero dilaniare dalle cannonate e dalle mitragliatrici, ma che lo facessero inneggiando a sovrani e a statisti appaltatori della patria; e che si beassero delle leggiadre colonnelle onorarie, in altri tempi destinate alla ghigliottina o ai plotoni d’esecuzione. Il belletto muliebre e monarchico alla carneficina era il sommo  dell’oltraggio.

Il secondo degli emblemi scelti da Kraus era la forca che aveva appena ucciso Cesare Battisti, col cadavere, il boia allegramente soddisfatto e un capannello di sudditi imperiali e regi in stolido appagamento patriottico.  “La vita va avanti. Più del lecito” annotava Karl Kraus. E sosteneva: “Per mantenere il suo prestigio la Duplice Monarchia avrebbe dovuto suicidarsi prima del quadriennio infernale 1914-18”.

Il nostro celebrato saggista Roberto Calasso, insolitamente savio per essere un mattatore del lavoro culturale, coglieva l’occasione dell’edizione Adelphi de Gli  ultimi giorni dell’umanità per ricordare A) che nel 1914 persino il grande Thomas Mann si attese che la guerra generasse  “l’abbandono delle mollezze della pace e il ritemprarsi

dell’essenza germanica conculcata dai popoli affaristi”;  B) che il pizzo di Lenin era altrettanto da odiare quanto i baffi all’insù del Kaiser germanico; C) che agli aristocratici ardori guerrieri di Ernst Junger (Tempeste d’acciaio) Kraus opponeva la ‘democrazia della morte’, livellatrice dei combattenti; D) che la “orrenda colomba della pace” regalata da Picasso a Stalin era altrettanto abietta quanto il logo del nazismo; E) che Bertolt Brecht, col suo tentativo di trasfigurazione estetica del sovietismo, finiva col “provocare un certo ribrezzo: come le tragedie di Voltaire che tutti conoscono e oggi nessuno osa leggere”. Il teatro di Brecht, incalzava Roberto Calasso, “appartiene a quelle invenzioni letterarie che sposano per amore il lato mediocre dell’intellettualità di un’epoca, e con essa colano a picco”. Un’ultima frecciata di Calasso andava a quegli accademici americani che per capire Kraus ‘brucano the Austrian mind”.

Tentare di raccontare le ferocie a fin di bene di Karl Kraus è come contare i granelli di sabbia del deserto e le stelle del cielo. Dal “vuoto abissale del volto azzimato e charmant del conte Poldi Berchtold” (ministro degli esteri di Vienna, fu uno dei peggiori responsabili del suicidio austriaco del 1914), all’iniziativa di Kraus di inserire nella sua rivista Die Fackel -tra il 1911 e la morte venticinque anni dopo Kraus la redasse da solo- il programma “Reklamefahrten zur Hoelle” (Gite pubblicitarie all’inferno). Il programma del viaggio turistico a Verdun vantava che “forse un milione e mezzo di uomini sono morti lì, e non c’è un centimetro quadrato di terra che non sia stato sconvolto dalle granate”. Ecco le prospettive del viaggio:

Partite col rapido II classe da Basilea. Pernottate in primario hotel, servizio e mance compresi. Fate una ricca prima colazione. Traversate i giganteschi cimiteri. Visitate le trincee e gli ossari. Costeggiate il Ravin de la Mort. Pranzate nel migliore albergo di Verdun.

La Grande Guerra fu l’orrore cosmico, ‘il conflitto del mondo contro Dio’. Registi di teatro famosi come Reinhardt e Piscator tentarono invano di convincere Kraus a permettere la messa in scena degli Ultimi giorni dell’Umanità. La tragedia era troppo dolorosa da poter essere rappresentata in alcun teatro fisico. Semmai avrebbe dovuto sorgere un teatro stabile e speciale, dedicato solo alla sua opera. Alla fine prevalse il malanimo delle sinistre europee nei confronti di Kraus: aveva appoggiato il cancelliere Dollfuss che aveva represso coll’artiglieria l’insurrezione operaia del febbraio 1934. Gli ultimi giorni dell’umanità furono dimenticati; portati sulle scene solo nel 1964.

I personaggi azzannati con più rabbia da Kraus sono in prima linea i sozzi criminali che hanno voluto la guerra. Però il Nostro non dimentica i pescecani che si arricchiscono sulla carneficina, gli imbonitori del patriottismo, i fornitori militari, i cortigiani che a Vienna tengono il sacco ai militari, i borghesi piccoli piccoli che vivono per obbedire. Karl Kraus morì nel 1936, in tempo per riuscire a non vedere gli ultimissimi giorni dell’umanità, tra il 1939 e il ’45. E a non vedere i giorni che seguirono, quando mastodontici bombardieri Usa erano costantemente in volo per sventare attacchi immaginari con armi nucleari.

Il cannibale-per-amore che mise in croce a migliaia i diplomatici, i marescialli e i ciambellani dell’impero che Musil chiamò Kakania (dalle auliche iniziali k. und k., in tedesco ‘imperiale e regio’; ma l’allusione intestinale c’era) avrebbe fatto di peggio con gli omologhi italiani d’oggi degli statisti che sembravano brava gente, e invece decisero la Grande Guerra.  Eminente tra tali omologhi l’Inquilino del Quirinale, quello che ha promosso a ‘guerra giusta’ l’impresa coloniale americana nell’Afghanistan. Però non è certo che i denti dell’antropofago Karl Kraus taglierebbero la corazza pachidermica con cui gli  usurpatori di casa nostra si proteggono. La corazza la forniscono gli ebeti che nelle urne votano i loro oppressori/rapinatori.

A.M.Calderazzi