STELLA: GLI ITALIANI SI RIPRENDANO IL QUIRINALE NE FACCIANO UN MUSEO IMBATTIBILE

“Il Louvre raccoglie nove milioni di visitatori all’anno, la Città Proibita dodici milioni. L’Italia apra al pubblico la reggia dei papi e dei Savoia”. Con La Casta  Gian Antonio Stella era diventato, con Sergio Rizzo, il più benemerito tra i giornalisti, vero e proprio condottiero della rivolta antipolitica. Invece pochi anni fa era precipitato nel ridicolo annunciando una sua soluzione all’insolubile problema di integrare gli immigrati nelle  città. La soluzione gli appariva geniale: “sparpagliarli, sparpagliarli nei quartieri buoni invece di ghettizzarli nelle periferie”. Questioni razziali e culturali a parte, l’invenzione di Stella semplicemente dimenticava che le case dei quartieri buoni costano ‘N’ volte più che quelle delle suburre; e che la mano pubblica manca delle risorse, dei mezzi legali e della volontà per sistemare d’imperio i miseri nelle nice areas.

Oggi, grazie al Quirinale, il Nostro si riappropria del ruolo di opinion leader sul serio. Se farà una campagna efficace come quella contro la casta dei politici, sarà un generale vittorioso. Poche carognate di regime superano lo sfarzo e lo spreco di un settantennio di reggia per un’istituzione repubblicana nata dalla Resistenza comunista o quasi.

Il 30 dicembre il Corriere della Sera  ha dato un considerevole risalto al ragionamento di Stella: il Quirinale appartiene agli italiani, ebbene gli italiani lo mettano a frutto “sbaragliando la concorrenza mondiale”. Che la reggia costruita oscenamente costosa,   -con denaro rubato ai poveri- da papi farabutti, sia la casa di tutti noi “lo ha detto più volte Giorgio Napolitano”. Così esordisce in prima pagina il Nostro. “Una frase molto bella” commenta, lasciando peraltro risultare che è una frase falsa, non creduta da alcuno, anche in quanto profferita dal Primo Dignitario della Casta.

All’obiezione che “in questi tempi di sbandamento c’è il rischio di intaccare una delle figure che ancora godono di prestigio” Stella oppone, efficacemente: “Mai un papa ha goduto di tanto prestigio e tanto affetto popolare quanto Francesco, che ha scelto di abbandonare gli appartamenti papali per vivere nei pochi metri quadri di una delle camere con salottino del convitto Santa Marta”.

Continua: “Proprio perché è molto più grande, più ricco e più costoso nella manutenzione a confronto coll’Eliseo o con Buckingham Palace, il Quirinale pesa sulle pubbliche casse più di ogni altro. Ed è all’ottantesimo posto nella classifica mondiale dei musei. La Hofburg di Vienna, per secoli cuore del potere degli Asburgo, ospita oggi solo un ufficio di rappresentanza della presidenza, più una straordinaria rete di istituzioni culturali fino al celebre Kunsthistorisches, che fa da solo 1,3 milioni di ingressi l’anno. Il Louvre attira ogni dodici mesi 9 milioni di turisti. La Città Proibita, dodici milioni”.

Di qui la proposta: si chieda al prossimo capo dello Stato di lasciare il Quirinale. “Gli italiani e gli stranieri accorrerebbero entusiasti alla scoperta di quel palazzo di 1200 stanze: come grande museo sarebbe in grado di sbaragliare ogni concorrenza mondiale. Certo, molti burocrati che si erano abituati a vivere in quella bambagia, storcerebbero il naso: ma come! la tradizione! il decoro! Ma gli italiani, ci scommettiamo, vedrebbero la svolta con simpatia. E la leggerebbero come un gesto di solidarietà, di riconciliazione, di amicizia”.

Sono quattro anni che quasi ad ogni  suo numero  ‘Internauta‘ invoca: il Quirinale venga chiuso e venduto al migliore offerente. Solo a Roma dormono in strada diecimila homeless, e alcuni ne muoiono. Trentamila famiglie stanno per essere gettate sul lastrico per la fine del blocco degli  sfratti. Tutti i nostri capi dello Stato (tranne Enrico de Nicola, che si sistemò a palazzo Giustiniani) andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede nel Quirinale. Andrebbero processati anche gli eredi dei presidenti morti, perché indennizzino coi loro beni i contribuenti per il sopruso di un settantennio di sprechi del Quirinale. Ma noi di ‘Internauta’  riconosciamo: è più giusta la proposta di Stella, fare della reggia malfamata il primo museo del mondo. Noi ci eravamo fatti inebriare da prospettive che Stella ha signorilmente taciuto.

Quella di licenziare in tronco l’intera Corte: corazzieri palafrenieri cocchieri consiglieri giardinieri ciambellani lacché cacciatori (paghiamo anche questi a San Rossore!). Quella di tagliare di nove decimi la dotazione finanziaria e il personale della Presidenza. Quella di cancellare tutti i suoi vitalizi. Per le esigenze della futura, sobria sede del Primo Cittadino basta un piccolo drappello di funzionari e segretarie, basta una palazzina. Bastano poco più di venti milioni l’anno, dei 228 attuali. Manco a dirlo, si chiudano le dipendenze a Napoli e altrove. Si apra al solo pubblico pagante la tenuta di San Rossore. Si vendano ai turisti  ricchi le corazze, gli elmi e i cavalli della Guardia del Presidente. Non si usava contrapporre allo sfarzo e agli sprechi delle monarchie la virtuosa semplicità delle repubbliche?

Porfirio

RINUNCIARE ALLA RIVOLUZIONE FORSE PERDERA’ PAPA FRANCESCO

Una doppia pagina di Repubblica sui ‘nemici di Francesco”, in particolare un articolo di Marco Ansaldo, sembrano annunciare come possibili: 1) uno scisma al vertice della Chiesa, oppure negli Stati Uniti; forse persino un antipapa; 2) una morte improvvisa e sospetta del pontefice. Cose molto gravi, sempre che Repubblica non stia eccedendo in

sensazionalismo. Il giornale capofila del laicismo ha riferito di accuse a Francesco d’essere ‘strano’; di turbamento dei fedeli di fronte a certe sue riforme; della barca di Pietro in cui parte dei vogatori remano contro; di un drappello di cardinali che sono ‘teocon’,  si oppongono a novità come il dialogo con gli atei e coi diversi; di altre obiezioni alla linea “destabilizzatrice” di Bergoglio.

Si menziona persino una posizione ‘sedevacantista’; se le parole hanno un senso, i sedevacantisti considerano questo papa illegittimo nei fatti, dunque la Sede è vacante. Insomma Francesco sarebbe circondato di lupi che cercano di azzannarlo. Forse il fatto più sintomatico di questo disagio è una tesi di Vittorio Messori: Bergoglio è ‘imprevedibile’ e con ciò stesso disorienta il cattolico medio. Antonio Socci giornalista d’attacco ha sostenuto che il papa “è l’idolo dei media, di gruppi di sinistra e, chissà perché, ‘dei membri del parlamento europeo’.

Forse questi segni di crisi sono sopravvalutati, forse no. In ogni caso non possono stupire. La storia della Chiesa conosce in abbondanza scismi, eresie, sollevazioni. Conosce, eccome, gli assassinii di papi nei secoli più tormentati: Nulla si può escludere a priori;  ma forse è presto per annunciare scismi e avvelenamenti.

Ci sono, non possono non esserci, ambienti minoritari che da Bergoglio si aspettavano altro. Non tanto l’infittimento di enunciazioni idealistiche richiamantesi all’avanguardia degli “Spirituali”, o Fraticelli, che molti secoli fa, appena morto il Santo di Assisi,  tentò invano di opporsi ai propositi di temperare la coerenza francescana, di accogliere i compromessi mondani e il temporalismo. Furono sostenuti da questo o quel principe, da questo o quell’ambiente della Chiesa ufficiale, ma risultarono sconfitti. Anche l’Ordine francescano divenne ricco e socio del potere.

Le minoranze, forse esigue, che “si aspettavano altro” constatano in Bergoglio una rinuncia ad esercitare il ruolo rivoluzionario che nelle prime settimane era apparso connaturale alla sua personalità e ad alcuni suoi atteggiamenti, così lontani da quelli convenzionali. Inarcia di liberazione dagli idoli del nostro tempo: dal materialismo capitalista al consumismo, alla dissacrazione di tutti gli slanci. Essendo l’uomo più conosciuto e più rispettato del pianeta, Francesco poteva/doveva andare oltre la leadership religiosa. Poteva/doveva mettersi alla guida di un’umanità in cerca di rigenerazione, un’umanità fatta anche di agnostici e di miscredenti: proprio in quanto banditore di una riscossa non necessariamente condotta dalle fedi tradizionali. L’Uomo più conosciuto del pianeta avrebbe fruito di un potenziale di leadership senza confronti anche in termini laici e terreni; avrebbe goduto di un ‘avviamento’ formidabile.

Sempre che conquistasse i popoli grazie ad alcune iniziative cla un tempo della modernità segnato  dallo smarrimento, dalla debolezza non solo dei credi religiosi, anche dei valori e costumi civili, degli ancoraggi etici, questo papa così difforme dallo stampo tradizionale, questo papa che disdegnava i segni della grandezza mondana, avrebbe potuto/dovuto proporsi, non solo ai credenti, come l’Innovatore totale, come il maestro e il Mosè della grande Mmorose, ad alcune    innovazioni traumatizzanti, che lo facessero conduttore delle genti e riformatore di civiltà, in termini terreni oltre che religiosi. Avrebbero dovuto essere novità dirompenti, tutt’altre cose delle solite allocuzioni, dei soliti appelli e Angelus, inutili da venti secoli.

Un gesto di impatto straordinario, un sisma duro, avrebbe potuto essere l’abbandonare Roma, ossia un retaggio di misfatti. Come asserzione di guida totale sarebbe stato ben più eloquente e alta che questo o quel provvedimento sugli organici e le procedure della Curia. Avrebbe anche fatto bene a liberare la Cristianità, non solo la sua Chiesa, di una parte dei beni materiali e commerciabili, cominciando dalle opere d’arte. Avrebbe  dovuto far risultare con atti concreti, non con definizioni e formule oratorie, la volontà di aprire un’altra era. Un trauma grave nella cristianità avrebbe annunciato l’avvento di tempi scandalosamente nuovi.

Nulla di evangelicamente scandaloso è avvenuto, e diffilmente avverrà sotto Bergoglio. Non impressionano gli atti finora compiuti e i propositi annunciati.  Non può emozionare la nomina di porporati di provenienze diverse da quelle consuete. E nemmeno possono avvincere le innovazioni retoriche quali lo psicologismo di elencare tra i morbi ecclesiastici lo “Alzheimer spirituale”. Oppure l’esortazione, sempre del papa, a non far uscire dalle chiese i bambini che piangono. Pianti e schiamazzi dei bambini trovano solidali, persino compiaciuti, solo genitori e congiunti perfettamente ignari dello spasimo di cercare di parlare con Dio, e di farlo in chiesa. Tale spasimo è una tragedia esistenziale: nulla da mettere sul bonario. Il papa cui spetterebbe d’essere Mosè ha doveri assai più gravi che voltare le chiese a kindergarten e i preti a babysitter.

I nemici di Francesco gioiscono di certe ingenuità. Vedono più facile azzannarlo: tanto più in quanto, non facendo la rivoluzione, egli non ha i popoli dalla sua.

l’Ussita

NON BERGOGLIO MA UN DISCEPOLO RIPUDIERA’ ROMA PER LIBERARCI DAL NICHILISMO

Emile Ollivier primo ministro di Napoleone III, il regista dell‘Empire libéral,  giudicò che l’Italia da poco unita aveva sbagliato a mettere la capitale a Roma. Analogamente possiamo giudicare che la Chiesa di Bergoglio sbaglia a restare a Roma.

Se non questo pontefice, ancora tradizionale malgrado le apparenze, ma un suo successore abbandonasse la metropoli  sconciata  dai misfatti di gran parte dei secoli del papato, provocherebbe un sisma forte da deviare la storia. Diverrebbe un nuovo Maometto  creatore di civiltà, il  Mosè condottiero dell’ Esodo dalla cattività del denaro e del nichilismo. Intanto, ripudiando la continuità romana, toglierebbe ragion d’essere alla separazione voluta mezzo millennio fa da Lutero; forse anche la contrapposizione con le Chiese orientali.  Ma soprattutto il papa della Grande Abiura, guida e rigeneratore della Cristianità intera, risulterebbe il maestro che l’Occidente non ha. Più che mai sarebbe  la figura più importante del nostro tempo, capace di proporre svolte a un mondo povero di valori, sostanzialmente senz’anima.

Perchè un papa rivoluzionario, quale Bergoglio forse non ha provato a essere, si catapulterebbe a leader di tutti i leader? Risposta, la rinuncia a una stanca conformità romana attesterebbe in lui un coraggio che non è alla portata di alcuno dei personaggi di statura mondiale. Chi si attenderebbe qualcosa di ideale dai Grandi che conosciamo?

Dopo il tempo santo delle catacombe e dei martiri Roma è stata il luogo delle colpe gravi e dei veri e propri delitti della Chiesa di vertice: nepotismo, simonia, idolatria del potere, della ricchezza e del fasto, molti altri tradimenti del Vangelo e dei poveri (v. in “Internauta”, novembre 2014, il breve e-book “Dieci secoli turpi del papato”).

Ripudiare Roma a favore di un altro angolo della Terra -ideale, anche se inaccessibile, un monastero tra i monti- avrebbe il senso di una rinascita, di una nuova aurora. Né la  basilica di Pietro onusta di peccati, né i palazzi apostolici sono congeniali alla svolta valoriale  che il mondo attende: anche se è disilluso da un Francesco che, passate le dolci promesse delle prime settimane, si è assestato sui canoni della tradizione. Allocuzioni, appelli, Angelus, confidenze rassicuranti. Ha proclamato  un tot di Santi. Nella Curia ha deciso destituzioni e promozioni che ai columnists specializzati sono apparse audaci. Ancora nessuno degli atti rivoluzionari che alcuni mesi fa sembravano incombere.

La Città Leonina e i palazzi apostolici non sono congeniali agli annunci densi di destino che attendono il pontefice esploratore del futuro, rigeneratore dell’Occidente (atei compresi). Quando verrà, intraprenderà cammini drasticamente nuovi. Proporrà persino nuovi modi di pensare Dio. I modi vecchi, ha osservato il teologo Vito Mancuso, facilitano il passaggio all’ateismo. Dovranno essere lasciati cadere assiomi quali l’immenso amore del Padre; la sua diretta creazione di ogni vita umana (compresa quella degli storpi, dei ciechi nati, di tanti altri condannati senza pietà); la concezione che ogni singolo incremento demografico è un dono. E molto altro.

La modernità in apparenza trionfa. In realtà è desolatamente povera di modelli alti. E’ orfana della speranza. Sarà stordita dal sorgere del Condottiero dei pensieri e delle azioni quale un giorno un papa potrà rivelarsi, il capo di una superpotenza no. Rifiutare le nequizie  della Babilonia meretrix sarà un’epifania fiammeggiante, il compimento di promesse profetiche.

l’Ussita

CHE DIO ESISTA, NON OCCORRE PER VIVERE IL SENTIMENTO RELIGIOSO

Umberto Veronesi, l’oncologo, ha fatto bene a testimoniare con un libro Il mestiere  di uomo  a una verità sua e di molti: il cancro è la prova che Dio non esiste. Di fronte a un Padre che, come il dio Crono, divora i suoi figli, è umano che molti concludano, il Padre non c’è. Veronesi è ultimo di un corteggio smisuratamente lungo di uomini atterriti da quella che sentono come la ferocia della Divinità. Uomini che si macerano su altre durezze  di un Creatore detto infinitamente buono:  le tante Shoah, le guerre, i delitti del Male, lo stesso dover morire. Se Dio è onnipotente, può cancellare il male e il dolore del mondo. Non cancella, allora non esiste. Oppure è impotente, che dio è?

L’eresia manichea dei Bogomili, dunque anche dei càtari albigesi, postulava fino alla fine dei tempi un Dio sconfitto, inferiore a Satanaele signore del creato e della storia. Così depotenziando Dio, l’eresiarca bulgaro lo assolveva del trionfo del male. Invece chiamando Dio onnipotente noi cattolici gli addossiamo il dolore delle creature. L’amore che identifichiamo in Lui è contraddetto sempre dalla sofferenza cosmica. Anche papa Ratzinger ha condiviso la domanda di Hannah Arendt: “Dov’era Dio ad Auschwitz?”.

Sono centomila nei secoli le confutazioni dell’ateismo da parte di teologi, apologisti, teosofi, filosofi, altri avvocati del Nume. Rav Giuseppe Laras, presidente del tribunale rabbinico del Centro e Nord Italia, oppone: “La domanda che dobbiamo porci di fronte alla Shoah non è quella sul silenzio di Dio, ma perché noi impediamo a Dio di parlarci”. Sarà…però il cancro e la morte sono spietatamente reali, quale che sia la nostra indocilità al Signore. E’ umano rifugiarsi nell’ateismo. Non è sola disperazione, non solo nichilismo. E’ anche protezione contro l’odiosità del sottomettersi senza scampo a Crono.  Oppure, affrancamento dall’anelito ad amarlo anche se spietato.

Una delle prime confutazioni a Veronesi è venuta da Vito Mancuso, da qualche tempo il divo della teologia di sponda laica. Questo giovane professore universitario era stato prete,  presto aveva lasciato il sacerdozio, si era sposato, aveva avuto figli. Scrive autorevolmente su ‘Repubblica’. E’ singolare che la sua argomentazione sia fatta, in parte, di alcune delle categorie più tradizionali dell’ortodossia cattolica:

“Per negare Dio l’ateismo si nutre dell’argomento del bene. La presenza del male nel mondo è in contrasto con un Dio la cui essenza è pensata come interamente buona, come amore, oltre che come onnipotenza (…) Visto che il male esiste, a non esistere è il Dio buono e onnipotente (…) Invece, nelle prospettive nelle quali Dio è anche capacità di male, la presenza del male non contraddice in alcun modo la sua esistenza. E’ semmai solo una delle molteplici manifestazioni di una somma e imperscrutabile onnipotenza a cui occorre conformarsi (…) Non è un caso che l’ateismo come fenomeno di massa sia sorto in Occidente e non altrove”.

Mancuso parla di un’aporia di cui soffre il cristianesimo; la quale peraltro “non dimostra che il cristianesimo sia falso, perché a essere aporetica e contraddittoria è l’esistenza stessa (…) Vi sono due dati di fatto entrambi veri ma  inconciliabili allo stato attuale della mente umana: l’esistenza del bene e quella del male (…) Rimane da spiegare da dove vengono l’uomo e la sua ragione”. Coll’occasione segnaliamo che Mancuso colloca “il punto di partenza del percorso cosmico a 13,8 miliardi di anni fa”. Beati gli scienziati che sanno fare il calcolo.

Mancuso: “Appaiono insostenibili entrambi i dogmatismi: uno nega ogni logica nel governo del mondo, l’altro vede logica in ogni evento, come fa l’attuale Catechismo (art.412): ‘Dio permette ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande’. Un sofisma dal punto di vista teorico e un’indegnità dal punto di vista morale”. In effetti, osserviamo noi, è crudele che la madre del bambino morente di cancro si senta parlare del ‘bene più grande’ che il Nume trae dallo strazio dei suoi figli.

La risposta più plausibile alla domanda sull’origine del male è, per Mancuso, “quella che rimanda all’impasto originario di Logos più Caos che costituisce il mondo e che impone un modo nuovo di pensare Dio. Occorre superare le secche della dogmatica tradizionale, destinate inevitabilmente a condurre molti all’ateismo, senza con ciò cadere nel nichilismo che vede la natura solo come forza cieca priva di ogni direzione”.

Concludendo su Mancuso, vale forse sottolineare che il teologo affrancato dalle ‘secche della dogmatica tradizionale’ ne condivide il principio della “imperscrutabilità” dell’onnipotenza, dunque del disegno divino. L’imperscrutabilità è un assunto durissimo da accettare se, come recitano le omelie e i moniti da confessionale,  ci fu data la libertà.

Tuttavia, per noi è certo. Per vivere il sentimento religioso, né l’esistenza né la bontà di Dio sono indispensabili. Tutti gli altri Iddii della storia umana non sono mai esistiti, oppure esistettero e morirono (non si è parlato della morte anche del ‘nostro’ Dio?). Eppure le religioni vivono, dall’alba dell’umanità: e non che siano mancati gli allarmi sulla vanità del credere. Si crede, nonostante tutto. Una delle spiegazioni è che si è religiosi -coloro che lo sono- per amore dell’umanità, non necessariamente per amore di Dio. Si crede, ci si illude di credere, per essere in comunione col passato e col futuro degli uomini. Per sperare e palpitare insieme. Per rimpiangere insieme  che il Padre -il Dio ignoto- non si faccia conoscere. E’ sempre stato così, la realtà è fatta anche dell’anelito a trascendere il quotidiano, il visibile, il terreno. Dobbiamo ricordare il titolo di un’opera breve di Benedetto Croce “Perché non possiamo non dirci cristiani”?

Si è monoteisti anche senza il Dio unico. Si è cristiani anche ove Cristo non sia figlio di Dio. Si invoca Maometto anche in assenza di Allah. Le religioni sono l’uomo stesso, dal sorgere della vita intelligente. Sono un retaggio che è di tutti, non dei soli credenti. Le chiese e i templi sono per gli uomini come gli alberi per i boschi, indispensabili. Gli uomini hanno sempre pensato gli Iddii senza mai la certezza di conoscerli. E’ tragico che non siano mai esauditi da vivi. La tragedia  muove molti di noi uomini ad accanirci nello spasimo di riuscire a credere.

Lo definì il papa teologo Ratzinger: la fede è ricerca della fede.

l’Ussita

ACCOGLIENZA INTEGRAZIONE MELTING POT E ALTRE MENZOGNE

Questo avere inflitto alle periferie proletarie la sventura degli insediamenti indesiderati -migranti più o meno clandestini, zingari ed altro- è stato un misfatto grave dei radical chic, tutti domiciliati bene, comunque lontano dalle trincee dell’accoglienza coatta.

L’integrazione è una chimera, da sempre. Lo dimostrano, a dir poco, gli ultimi due secoli. Ma forse che due millenni fa la gente della Suburra romana, specie se venuta dalle colonie, era gradita nei quartieri dei patrizi, dei cavalieri e dei liberti ben messi? Sul pianeta intero non c’è un solo rione benestante dove i pezzenti non lavati e le pelli scure siano graditi. Ciò vale naturalmente anche per i quartieri ‘buoni’ dei paesi che esportano disperati. I prosperi di Lagos e di Dakar -non solo i ricchi, anche i professionisti, impiegati e domestici dei ricchi- non vogliono abitare accanto ai miserabili; a maggior ragione quando gli ultimi assoluti debbano/vogliano campare di reati o di elemosine. Meno che mai si integrano i quartieri degli USA: che il Presidente sia un po’ afro conta zero.

Gli umanitari a carico altrui, quando non mentono e quando non impongono ai connazionali poveri gli obblighi di convivenza cui essi si sottraggono; quando cioè non sono farabutti, dicono perfette stupidaggini. Ecco la cruda verità: l’integrazione razziale e sociale non ci sarà mai, e non ci sarà mai accoglienza spontanea su scala significativa. Le periferie, le semi-periferie, i semi-centri così come i centri storici rifiuteranno sempre gli insediamenti dei poveri e degli etnicamente diversi. Questo dicono sia le banlieus e le favelas, sia i faubourgs e tutti i quartieri normali del mondo.

Un paio d’anni fa G.A.Stella, un giornalista cesareo  incoronato di successi, additò esultante la soluzione di un problema intrattabile: non segregare gli immigrati nelle periferie ma “sparpagliare, sparpagliare!”. Mai fu detta una sciocchezza più grossa: come se, gli immigrati non avendo di che stabilirsi negli indirizzi buoni, il potere potesse e volesse sostituirsi col denaro del contribuente. Ovviamente Stella è l’opposto del cretino, dunque è certo che la pensata dello sparpaglio l’avesse avuto in un episodio di euforia etilica. “Sparpagliare” implicava sistemare i migranti, non nelle case da mille euro/mq, bensì in quelle che valgono dal quadruplo in su.

Le risorse per sparpagliare non esistono. Esiste la possibilità teorica di requisire (=confiscare) le case dei quartieri buoni. Peccato che occorra quella rivoluzione bolscevica d’Ottobre che il noto giornalista non desidera affatto (anche per non trovarsi condomino dei burkinafasesi). Oltre a tutto se i contribuenti si quotassero per comprare a livello decoroso a favore degli ospiti non invitati, i proprietari che vendessero sarebbero perseguitati, forse linciati dai vicini.

Dunque per i migranti non ci sono state che le periferie miserabili. Questa canagliata del buonismo sui locali proletari viene praticata in tutto il mondo. A Tor Sapienza si contano quattro centri d’accoglienza, più un campo nomadi. Però le vendette dei residenti renderanno sempre più arduo insediare gli indesiderati, e col tempo si faranno efferate.

Per alloggiare gli immigrati senza un soldo l’alternativa è una sola: campi di baracche, se necessario di tende, ma non nelle adiacenze delle città bensì lontano, nelle aree meno abitate possibile. Al limite, sulle pendici montane che non abbiano un valore turistico. Questo non potrà che azzerare le fandonie sull’integrazione. Gli ospiti non potranno procurarsi un reddito; andranno mantenuti a termine indefinito, a spartani livelli di sopravvivenza. I loro bambini dovranno contentarsi dei corsi offerti nei campi dal volontariato, ossia dalla carità pubblica. Questa è una prospettiva realistica. Il resto è retorica, mito, menzogna.

Le anime belle troveranno infami i campi di raccolta, perché ignoreranno o fingeranno di ignorare molti fatti della realtà. In una recente, larga intervista Carlo De Benedetti, tycoon progressista numero Uno, ha descritto come la Svizzera durante la guerra ospitava gli ebrei ricchi come lui: “Campi di concentramento, docce con acqua  fredda anche d’inverno, per asciugarsi solo la paglia su cui dormivamo”. Gli ebrei non ricchi venivano respinti oltre frontiera.

Le anime belle ignoreranno, o fingeranno di ignorare, che alla fine della Guerra civile spagnola, ai fuggiaschi della repubblica annientata la Francia, che era stata alleata e che ancora simpatizzava, offrì all’inizio solo recinti di filo spinato, senza baracche né tende. A migliaia morirono di malattie. Per non parlare dei campi di prigionia americani in  Germania: all’aperto. Il bonario comandante supremo Dwight Eisenhower ordinò che i militari germanici espiassero, in barba alle convenzioni internazionali. Anche i molti che erano innocenti delle ferocie naziste.

Al di là delle finzioni e delle menzogne va finalmente detto chiaro che le ondate di immigrati non dovranno attendersi più che i campi di raccolta permanenti. Gli ardimentosi ne usciranno e forse troveranno di meglio. Ma saranno pochi. Meglio non venire, specie se i paesi cui i miserabili aspirano, oltre a chiudere le frontiere, decideranno di aiutarli sul serio in patria: col sacrificio fiscale di tutti, non dei soli cittadini di periferia. Aiutare i miseri del terzo e quarto mondo perché non partano, dissennati eroi della disperazione.

A.M.C.

OSTELLINO FA IL CATONE L’UTICENSE MA SBATTE LA TESTA CONTRO IL FUTURO

Nella sua coerenza di ultimo dei minghettiani (nel senso di legittimisti del liberalismo), Piero Ostellino rimbrotta si può dire ogni giorno dal ‘Corriere’ l’intero popolo dello Stivale perché non si attiene a Adamo Smith. A modo suo, l’ex-direttore ha qualche ragione. Perché rinunciare a tre secoli di tradizione liberale, sia pure mummificata, allorquando il pensiero marxista è morto e il suo solo sfidante, la dottrina sociale della Chiesa, sembra Sisifo: ogni volta che si avvicina alla cima del monte, il macigno che è condannato a issarvi rotola giù a valle. A un certo punto scende in campo un superpapa un po’ argentino: e non succede niente. Il masso rotola.

Ci sarebbero, deve ragionare Ostellino, tutte le condizioni per ingiungere “Alzati dalla tomba” al liberalismo di Marco Minghetti. Invece nessuno ne vuole sapere. I nostri politici e politologi danno dispiaceri all’ex-nume di via Solferino. Allora, chi prende sotto la protezione del suo mantello protoliberale? Il Partito democratico e i sindacati. Se non ci credete, leggete “La rottamazione fa male alla Sinistra” (Corriere 29 ottobre ’14).

Chiarisce Ostellino: “Personalmente non nutrivo e non nutro alcuna simpatia per la signora Bindi né per Massimo D’Alema. Ma ciò che inquieta è che in gioco non sono loro, ma una parte della nostra storia, della nostra tradizione politica, e con essa il futuro del Paese. Il Pd avrà i suoi difetti ma rappresenta pur sempre alcuni milioni di cittadini. Di una sinistra decente e sanamente riformista c’è bisogno. Ciò di cui non c’è bisogno è  un nuovo duce” (sarebbe Matteo Renzi).

Se Bindi e D’Alema non suscitavano le simpatie dell’ex-direttore scientifico dell’Ispi di Milano, dove la troverà un’incarnazione amabile della sinistra “decente e sanamente riformista”? E se essa incarnazione non è a portata di mano, se i Cuperlo i Civati i Mineo   gli appaiono scarsini come competitori di Renzi, non siamo autorizzati a sospettare che non di una sinistra migliore Ostellino sente necessità, bensì di un altro David Ricardo che si alzi dalla tomba come Lazzaro di Betània, fratello di Marta e Maria?

Insomma il nucleo dell’intervento di cui ci occupiamo non è propriamente il ritorno in salute di una sinistra che boccheggia;  bensì la resurrezione del liberalismo. La sostanza dell’argomentare dell’ex-grande di via Solferino è la filippica contro Renzi, colpevole di infischiarsi della scuola liberale. Lo imputa di “un’operazione personale di potere per liberarsi dei concorrenti”, di una irrisione dei sindacati “che coll’aria che tira è come sparare sulla Croce Rossa”. Infuriato al punto di definire “ragazzotto fiorentino” uno che ha dimostrato di sapere il fatto suo come nessun altro, Ostellino se la prende con un “Paese cialtrone”, con gli italiani che rischiano di “finire nel tunnel di una ridicola autocrazia mascherata da riformismo, che attraverso la leva fiscale faccia perdere loro le libertà individuali”.

Ecco il senso vero della disfida del Nostro: protestare perché qualche calcio negli stinchi del regime, invece di venire dai soliti innocui -i sindacati; i sinistri duri e puri che mai dettero vero fastidio all’One Per Cent- promette d’essere sferrato da un fiorentino che non ha riverenza per i padri nobili, destra o sinistra non importa. A Ostellino, nella concitazione, sono sfuggite persino allusioni a qualche affinità “con Stalin, Hitler e Mussolini” di un Renzi “che le stigmate dell’autocrate le ha tutte”.

Insomma, Piero Ostellino fa il Catone l’Uticense, pronipote diminutivo del Catone importante. Diminutivo, però difensore ostinato della tradizione repubblicana, senatoria, cioè classista/oligarchica, agghindata all’antitirannica. Avversò quel poco che poté Giulio Cesare, salvo a suicidarsi quando fu sul punto di cadere nelle mani del Dictator (il quale verosimilmente avrebbe perdonato lui come perdonò non pochi nemici sconfitti).

Ci permettiamo un consiglio: Ostellino torni a rimuginare su David Ricardo. Lasci perdere l’Uticense: pestava l’acqua nel mortaio, non piacque molto a Cicerone, cadde in sospetto di Pompeo di cui era luogotenente. Soprattutto, si avviticchiava al passato, laddove Cesare inventò un impero semimillenario.

Non finga Ostellino di avere a cuore il ruolo della nostra sinistra, così immeritevole. Lo angoscia piuttosto la morte del liberalismo,  farmaco scaduto da ben oltre un secolo. Ce l’ha con Renzi come l’Uticense con Cesare. Ma anche Renzi, come Cesare, cerca di inventare un futuro.

A.M.C.

TAIZE’ COME ORFISMO DI SALVEZZA

Una persona cara, il cui idealismo vorrei possedere uguale invece che pallido, e che dunque invidio, mi ha messo tra le mani La Règle de Taizé. L’ho letta d’impulso, nella sete di trovarci il segreto dei grandi fatti di dedizione e di proselitismo nel tempo del monachesimo.

Non ho avvertito le scosse che dovettero muovere a seguire Benedetto da Norcia, Francesco da Assisi e Chiara. Ma controluce ai brevi precetti della Règle mi sono apparsi i segni di quel miracolo moderno -e francese: i pensatori francesi hanno saputo come quasi nessuno fare profonda e lirica la ricerca del divino-  che è stato Taizé: il risorgere in tanti giovani dell’anelito. I nostri tempi lo avevano intristito.

In epoche e temperie lontane avevamo il coraggio di chiamare ‘spirituale’ questo anelito. Oggi il rispetto umano e la diffidenza verso la commozione ci obbligano a volare basso, a pensare prosa anche quando vorremmo arrenderci allo stupore, anche quando i sentimenti ci prendono alla gola. Abbiamo visto le moltitudini giovanili accorrere a Taizé in Polonia a Milano; le abbiamo amate mentre in lunghe file attendevano ridendo umili scodelle di cibo; mentre dormivano per terra. In breve, le abbiamo viste rifiutare il tristo edonismo del benessere before Lehman Bros. E ci siamo negati di abbandonarci alla speranza, speranza in cieli nuovi, speranza in un altro Avvento. Ci siamo costretti alla scaramanzia di ridimensionare: ‘accorrono ai semplici riti e ai canti mantrici di Taizé per l’happening, per riempire giorni di vacanze, per passare l’attesa delle risposte ai curricula. Le faticose notti di treno, di pullman quasi gratuito dall’Est allora  straccione, abbiamo voluto spiegarle col semplice vitalismo/cameratismo dell’età’. Meglio, ci siamo detti, non fantasticare sul ritorno dei grandi slanci.

Eppure questo è stato Taizé, quale che sia l’efficacia trascinatrice della Règle. La Regola è per gli eroi silenziosi che sentono di farsi monaci -eroismo dei pochissimi. Eppure leggere le sommesse formule del credo di Taizé -nelle stesse ore che il caso voleva mi macerassi sulle cronache delle millenarie sconfitte del Cristianesimo, nello strazio delle turpitudini di Ecclesia meretrix  medievale e rinascimentale- è, al peggio, un miraggio, una fatamorgana di liberazione. Ma forse è qualcosa di molto più.

Il fenomeno Taizè potrebbe non essersi spento. Potrebbe ancora rigenerare. L’epoca che viviamo è qua e là meno bestiale che in passato. I popoli non si trucidano più come un tempo nel nome di cause abiette come Patria e Ideologia. I bambini orfani non devono più seguire e ingrossare i funerali  dei solventi per la riconoscenza d’avere una branda in camerata. I poveri assoluti non sono più segregati come lebbrosi. Tuttavia l’epoca che viviamo è un cortile che non vede mai il sole. Gli dei che ci tenevano compagnia sono morti tutti; Colui che speravamo tornasse lo farà solo alla fine dei tempi.

In questo gelo della speranza il risorgere dell’anelito è un prodigio che si rinnova senza tempo. Fu per tale prodigio che le religioni misteriche e le vocazioni di salvezza venute dall’Oriente -il credo di Mitra, il culto di Cibele madre degli dei, persino l’allucinato mito di Attis, il di lei amante- furono accolte con riconoscenza dalle élites romane. Divennero l’ultima trincea pagana contro il Cristianesimo che avanzava. I credi di redenzione si diffusero in tutto l’Impero: promettevano la felicità delle anime come gli antichi collegi sacerdotali, gli aruspici, gli arvali, i luperci, i feziali, i flàmini, non avevano mai saputo fare.

Al minimo, Taizé è, forse resterà, un barbaglio di luce salvifica, al di là delle disfatte delle grandi Chiese. Taizé è esotico rispetto alle nostre tradizioni, come lo furono Cibele, Dioniso e Mitra. Le miscredenze di più di un pensiero unico liquideranno Taizé come un sogno di fideisti ingenui. Ma le miscredenze usano trionfare su paesaggi di morte, e invece la Vita  è invincibile.

l’Ussita

RENZI ASSUNTO TRA GLI DEI IMMORTALI SE CANCELLERA’ I SINDACATI

Scenario Uno: Renzi batte a braccio di ferro l’Arcibefana delle maestranze organizzate e si limita ad abolire l’Art.18: l’indice di popolarità sale moderatamente. Tutto il resto, come  prima.

Scenario Due: Renzi fa arrestare in massa i duri del sindacalismo e li deporta in Nigeria, per di più impegnandosi a non pagare riscatto in caso di rapimento Boko Haram. I sindacati, soppressi. Risultato: Renzi è divinizzato a furor di popolo (‘Santo subito’), rinasce il culto romano dell’Imperatore.

Di fatto il culto l’aveva prefigurato Alessandro il Macedone, facendosi identificare col Dio Ammon/Zeus dai sacerdoti egizi. Ma il primo sovrano-dio dei Romani fu Cesare Ottaviano, l’Augustus (‘Colui che accresce la prosperità collettiva’). Il culto di Matteo sarà razionale, moderato. Salvo i casi aberranti di hubris/paranoia, tipo Caligola e Commodo, i romani non veneravano l’Imperatore se non  pragmaticamente: perché assicurasse felicitas allo Stato più che agli individui, nella vita terrena non in quella celeste.

Se ci libererà per sempre dai sindacati, Matteo immortale riceverà il culto divino, come a Roma caput mundi: genuflessioni, incensi, ceri, intense liturgie di riconoscenza. Soli miscredenti e bestemmiatori, i 3000 licenziati in violazione dell’Art.18, più una parte della vecchia guardia podagrosa (bersaniana-dalemiana) e dei giovani antichi. In Nigeria la Camusso sposerà Cuperlo, ma l’unione di fatto non reggerà alle prove dell’incontinenza terza età.

E’ vero, molti si attenderanno troppo dalle frotte di investitori che affluiranno da tutti gli Stock Exchange del mondo globalizzato. Si fa presto a dire investimenti. La crescita è una Fata Morgana, faremmo bene a farcene una ragione. La sparizione dei permessi sindacali non basterà a risolvere i problemi che fanno la vita grama.

Però prevarrà la gioia della liberazione. Non più le deprimenti marce di cassintegrati ed ex-maestranze in mantellina rossa, fischietti, fustini di lubrificante sublimati a tamburi della lotta; non più insulsi cortei per pretendere l’impossibile: che le fabbriche uccise dalla concorrenza asiatica, persino mozambicana e slovacca, vadano avanti a pagare salari,  a rispettare conquiste e diritti.

Va da sé, il divo Matteo dovrà fare per intero il lavoro della divinità provvidenziale. I sindacati andavano annichiliti, in quanto correi in tutto il mondo dell’ingigantimento dei divari sociali, One per cent contro tutti. Contestualmente alla cancellazione delle “lotte”- vittoriose quando le vacche erano grasse, sbaragliate da oggi in poi- Matteo immortale, in quanto partner di un grande disegno di salvezza, abolirà for good il rapporto Datore-Prestatore di lavoro. Trasformerà tutte le imprese (negozietti e  mezzadrie rurali escluse) in cogestioni quasi paritarie. Le maestranze conteranno eccome: parteciperanno alla proprietà e al management, con quote da un decimo alla metà secondo gli apporti, i ruoli, le situazioni. Resi in molti modi comproprietari, corresponsabili della sopravvivenza e delle fortune dell’azienda, i lavoratori linceranno chi tenterà di resuscitare le lotte e i diritti. Dovranno aguzzare l’ingegno, darsi da fare perché si producano beni e servizi richiesti dal mercato, non alluminio sardo. Dopo  un calvario di sforzi le fabbriche superflue saranno lasciate morire: alle famiglie assegno di pura sopravvivenza, non di difesa della cantinetta simil-borghese e delle vacanze in B&B.

Per aiutare i lavoratori orfani dei sindacati a diventare soci dei capitalisti, Renzi divinizzato confischerà le grandi fortune, taglierà il decuplo di quanto ha cominciato a fare. I dipendenti delle Camere saranno pagati come parroci di campagna. Il Quirinale e gli altri palazzi del prestigio, chiusi e venduti  agli asiatici. Il Pil e la prosperità di massa scemeranno parecchio, ma parsimonia e ristrettezze faranno bene a tutti, ci risaneranno del consumismo.

Queste e molte altre felicità se, cancellando le Unions e disdetto il patto del Nazareno, il divo Renzi si farà adorare come un imperatore romano.

Porfirio

L’ULTIMO APOLOGETA DELLA GUERRA MADRE DELLA STORIA

Com’è indignato, Ernesto Galli della Loggia, perchè papa Benedetto XV – definì “inutile strage” la guerra del 1914-  “ha avuto la meglio, ha vinto”! Peggio: “Sono ormai solo roba d’archivio le due altre interpretazioni di quell’evento bellico: quella del presidente Wilson (la guerra come l’ultimo scontro tra la libertà dei popoli e la tirannide della Realpolitik) e quella di Lenin :”una semplice lotta intestina al capitalismo imperialista, anticamera della rivoluzione mondiale”.

Come deplora, il Nostro, il tono e i contenuti delle commemorazioni centenarie!  “Tutto un ricordo della cecità dei politici di quegli anni, delle bugie della propaganda, degli orrori delle trincee, della crudeltà degli ordini, dei disagi disumani della vita quotidiana, della carneficina degli assalti, delle mutilazioni. Tutta un’analisi critica della retorica, dei miti, delle lugubri cerimonie del lutto, dei cimiteri di guerra, dei monumenti ai militi ignoti e non. Tutto un ripescaggio di diari strazianti. Solo questo insomma sembrerebbe che fu quel conflitto per gli europei di oggi. Un puro e semplice insieme di negatività che cancellano tutto il resto”.

Ecco ‘tutto il resto’, che dovrebbe gonfiare di sana allegria gli europei, invece di andare avanti a commiserare vedove e orfani: “Tanto per dirne una, l’acquisita indipendenza di tre o quattro nazioni europee”. Posto che la loro indipendenza fosse tanto importante per tutti noi da esigere un conflitto mondiale,  va ammesso che la vita delle genti divenne molto più bella  dopo il nascere delle Figlie della Guerra! Fu una Polonia voluta gigantesca dai disegni germanofobi di Parigi e dalla cerebralità di Woodrow Wilson, l’insigne inventore della Società delle Nazioni, generatrice di paci sempiterne (peccato che non seppe impedire la morte dell’Abissinia, la militarizzazione della Saar, le rapine del Sol Levante in Cina, infine la Seconda Guerra Mondiale).

Furono tre repubbliche baltiche, non propriamente generate da Serajevo. Sorte tra il 1920 e il ’22, durarono meno di vent’anni  (furono catturate da Stalin), dopodiché gemettero mezzo secolo sotto l’Urss; ora sono sguattere e guardarobiere della Casa Bianca. L’Estonia ha un terzo di popolazione russo; si vedrà quanto a lungo vivrà indisturbata. Anche Lituania e Lettonia hanno minoranze che guardano a Mosca. Le creazioni meglio riuscite di Versailles furono naturalmente Cecoslovacchia e Jugoslavia. La prima morì nel 1938; rinacque sventurata, poi si spaccò sul serio. La seconda, subito dilaniata dalle lotte tra serbi, croati ed altri, si è frantumata in quattro o cinque Stati. Tutti odiatori dell’unità  imposta dai vincitori del 1918-19, elargitori di felicità.

Altro beneficio del massacro fu, secondo Galli dL, “il definitivo tramonto di ceti sociali come l’aristocrazia”. Questo è vero: oggi regna una quasi-uguaglianza in reddito tra l’One per cent e l’altro 99%. Per la verità questa uguaglianza è venuta un novantennio dopo il trionfo del Bene, novantennio includente rivoluzioni e il secondo conflitto mondiale. Da sola, la mattanza apertasi nel 1914 non bastò a livellare e far esultare le nostre società.

 

Aggiunge, il Bellicista di via Solferino, che al solo costo di molti milioni di morti,  mutilati e altre tragedie, gli scampati alle granate e ai gas tornarono dal fronte “con un senso nuovo di cittadinanza e di mobilitazione politica”. Salvo nostro errore, tale “senso nuovo” generò comunismo, fascismo, nazismo, altri ismi, di conseguenza un’altra guerra da decine di milioni di morti. “E’ vero -ammette Galli dL “tutte le guerre sono “inutile strage”: ma si dà il caso che esse abbiano quasi sempre l’effetto di cambiare il mondo”. Secondo noi, per avere un mondo migliore non resta che Benedetto XV faccia sapere dal Cielo d’essersi pentito: le guerre non sono né stragi, né inutili.

La collera di GdL non si placa, anzi  si fa furibonda: “Oggi la dimensione della potenza come cuore e strumento della politica ci appare bestemmia. Sempre inutile e disumana ci appare la morte. Per effetto di tutto questo la guerra è completamente uscita dal nostro orizzonte pratico ed emotivo: se non come male assoluto (…) Provi ognuno a decidere quanto realistica sia l’idea di un mondo senza conflitti”. Anatema finale: “Questa è l’ideologia che attualmente ci opprime: intrisa di individualismo e di umanitarismo. Siamo  indotti a vedere nella guerra null’altro che un puro e semplice insieme di negatività che cancellano tutto il resto”.

“Tutto il resto” lo abbiamo visto: Cecoslovacchia, Jugoslavia, comunismo, fascismo, Hitler, Stalin,WW2. Questa riabilitazione della guerra come Madre della Storia è talmente forsennata/esilarante da risultare frenopatia (dementia praecox). Ma non  preoccupiamoci granché del turbamento degli studenti del prof.Galli dL. Passati gli esami, i giovani rideranno senza freni del bellicista in cattedra. Al Corriere della Sera, piuttosto, non sono esterrefatti delle assurdità stampate sui benefici dei massacri?

E tuttavia: mala tempora currunt. Nello sconciato Corriere d’oggi – così egemonizzato da materie come Valentino Uomo, Lifestyle, Estri della Moda, Benessere femminile, Food writing, Sapori&Amori, Cene in terrazza, etc- perché non dovrebbe esserci posto per i surriferiti pensieri Dr.Stranamore/ Signor Veneranda? Oltre a tutto essi sono ammantati di nostalgie bismarckiane (“per le grandi questioni, sangue e ferro”) e clausewitziane. Nostalgie ridicole, è vero. Ma anche il nuovo corso Lifestyle/Sapori&Amori di via Solferino è ridicolo.

Porfirio

SOGNO E LAVORO: DAL KIBBUTZ AL COMPUTER

Terza rassegna di cinema israeliano indipendente

dal 27 al 30 Settembre
al Teatro Franco Parenti
SALA A COME A
via Pier Lombardo 14

www.teatrofrancoparenti.it

a cura di Marta Teitelbaum e Marco Sabella

 

Cinematov, terza edizione della rassegna di cinema israeliano contemporaneo indipendente – a cura di Marta Teitelbaum e Marco Sabella – propone una programmazione di undici film che hanno come filo conduttore l’idea e il ruolo del lavoro nella società israeliana. Sullo sfondo ci sono secoli di storia del popolo ebraico in Europa, con la proibizione di svolgere i mestieri “normali”, a cominciare da quelli dell’agricoltura. La discriminazione nel campo del lavoro è stata il primo tra i “ghetti”. Di qui l’importanza storica e identitaria del lavoro per gli ebrei israeliani.

L’obiettivo di “liberare il lavoro” (liberarlo dai vecchi condizionamenti e anche dallo “sfruttamento capitalistico”) è stato al centro della corrente del “sionismo socialista”, che associava al ritorno in terra d’Israele il sogno di una società più giusta ed egualitaria. Emblema di questa scommessa era, e in parte è ancora, il kibbutz. Prima idealizzato e poi diventato un sogno infranto, il kibbutz è stato a lungo uno dei temi preferiti dal cinema israeliano.

E’ questo il sogno delle cinque pioniere, protagoniste del documentario del 2013, Halutzot (Le Pioniere), di Michal Aviad (in programma sabato 27 alle ore 22:30). All’inizio del XX secolo, queste donne giungono dalla Russia in Palestina per fondare una nuova società, giusta ed egualitaria. Co-fondatrici del kibbutz Ein Harod, dovranno prendere atto delle difficoltà che si presentano loro durante un aspro cammino.

Sottolineiamo il film d’apertura,  Avodà (Lavoro) del 1935 (Sabato 27, alle 19:00), realizzato dal fotografo e regista cinematografico Helmar Lerski, uno dei più importanti della sua epoca. Lerski, vicino all’espressionismo tedesco, influenzato dalla scuola del découpage dei formalisti russi e maestro del ritratto, ha vissuto per un lungo periodo in Palestina, dove ha girato diversi film, che raccontavano l’ideologia dei pionieri attraverso la sinfonia delle sue immagini. Ha lavorato con registi del calibro di Fritz Lang, per Metropolis, Il gabinetto delle figure di cera di Paul Leni e La montagna dell’amore di Arnold Fanck.

Esisteva però, già negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, un altro Israele: quello delle piccole e sperdute cittadine d’immigrati, dove il diritto al lavoro è sempre stato una lotta quotidiana come nel film, che ha ottenuto il Prix Italia della Rai, Lehem (Pane) del 1986 (Lunedì 29 alle 20:30) di Ram Loewy. Al tempo stesso il sogno del “lavoro liberato”, di cui erano portatori soprattutto gli ebrei giunti dall’Europa, ha messo in luce la divisione tra le diverse comunità alla base della popolazione israeliana.

Irrompe come un carnevale con i suoi colori, nella giornata dedicata a una maratona di documentari (Domenica 28), Bubot Nyar (Bambole di Carta) del 2006. Questo film di Tomer Heymann, segue le vicende di sei “trans” filippini che durante la settimana lavorano come badanti prendendosi cura di persone anziane e nel weekend, a Tel-Aviv, una delle città più moderne e con maggior concentrazione di giovani in Israele, si esibiscono in spettacoli di ‘drag queen’. Dopo la proiezione (alle 17:45) il regista parteciperà a una tavola rotonda con Asher Salah, docente all’Accademia di Belle Arti Bezalel di Gerusalemme.

Domenica 28, alle ore 20:30, segnaliamo la proiezione del pluripremiato Beith-lehem (Betlemme) di Yuval Adler (6 Ophir, i premi dell’Accademia israeliana di cinema, il premio per il miglior film nei “Tre giorni di Venezia” 2013). Leitmotiv tristemente fertile per i cineasti israeliani, il conflitto israelo-palestinese, fa da sfondo alla storia di un agente dei servizi israeliani di sicurezza e un adolescente palestinese, suo malgrado informatore di quello; tra i due nasce fiducia e affetto ma la dura realtà avrà la meglio sui sentimenti. Nel film partecipano attori  palestinesi e israeliani.

Questi sono solo alcuni degli spaccati di vita che ruotano attorno alla sfera tematica del lavoro che potrete ritrovare nel ricco percorso proposto dalla rassegna. Gli spunti di riflessione intavolati dai film, rendono particolarmente evidente gli aspetti umani, direttamente o indirettamente riguardanti la dimensione del lavoro o più semplicemente il luogo del lavoro come microcosmo nel quale si palesano amori, odi conflitti familiari, sogni e delusioni.

Si segnala inoltre che nella giornata di Sabato 27, di seguito ai film, il regista e fotografo Ruggero Gabbai condurrà il dibattito. Dopo il film No’ar (Gioventù) di Tom Shoval (ore 20:15), ci sarà un intervento del giornalista e critico cinematografico Giancarlo Grossini. A partire da Domenica 28, il discorso critico sarà animato dal docente all’Accademia di Belle Arti Bezalel, Asher Salah, direttamente da Gerusalemme a Milano per l’evento.

Per maggiori informazioni contattare:

Marta Teitelbaum: +33612186110,  

Marco Sabella: 3474346958

Davide Maria Esposito: +33788217007,  

CADORNA SILURO’ 217 GENERALI MENO ‘VITTORIOSI’/EFFERATI DI LUI

Si tende a pensare che i fatti più atroci della nostra Grande Guerra -le decimazioni- siano avvenute a Caporetto (ottobre 1917). Invece tra maggio e giugno 1916, quando la Strafexpedition  austriaca minacciò da tergo il fronte dell’Isonzo e il nostro Comando  considerò la possibilità di una ritirata al Piave- cominciarono i cedimenti del morale, cui seguirono le fucilazioni senza processo e il fuoco delle a rtiglierie e mitragliatrici italiane su alcuni nostri reparti che cercavano di arrendersi al nemico.

Il ministro della Guerra, generale Morrone, tornato il 29 maggio dal fronte, riferì ai colleghi del governo che un generale aveva freddato personalmente 8 militari che fuggivano. Un comandante di corpo d’armata aveva ordinato a un drappello di carabinieri di sparare  su una “ondata di nostri fuggenti”. Piombato sul comando dell’altopiano di Asiago il generalissimo Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, fu sentito urlare dai piantoni “fucilate senza processo, mi assumo la responsabilità!”. Il giorno dopo una sua lettera ufficiale a tutti i comandi intimò: “L’E.V. faccia passare per le armi immediatamente e senza alcuna procedura. Sull’Altopiano si deve resistere e morire sul posto”.

La fucilazione il 28 maggio di un sottotenente, tre sergenti e otto uomini di truppa del 141° reggimento di fanteria fu la prima decimazione del nostro esercito; Cadorna emise un ordine del giorno per elogiare in grande il colonnello che aveva dato l’ordine (in un anno di aspra guerra mai un encomio solenne era andato a un nostro ufficiale). Giorni dopo, 11 giugno, il comandante del XIV corpo d’armata fu destituito per non avere messo a morte, ma solo deferito al tribunale di guerra, alcuni ufficiali. Al fronte e nel paese si diffuse la diceria che fossero stati passati per le armi, sommariamente, persino dei generali.

Ai primi di luglio, sempre 1916, reparti dell’89° reggimento della brigata Salerno sul fronte Monte Nero-Merzly (Trentino) furono cannoneggiati e mitragliati per ordine dei nostri comandi. Questo perché alcuni feriti, dopo due giorni e due notti nella terra di nessuno sotto il fuoco sia nemico sia amico, si erano dati prigionieri. Vari militari dell’89° reggimento furono fucilati: uno dichiarato ‘reo’, tre indiziati, quattro estratti a sorte.

Cadorna lodò: “Sui  passati vilmente al nemico, tutti appartenenti al III battaglione dell’89° reggimento di fanteria, si dirigeva, implacabile giustiziere, il fuoco delle nostre artiglierie e mitragliatrici. Il provvedimento ha incontrato la mia incondizionata approvazione, convinto come sono della necessità di una ferrea disciplina di guerra”. Il comandante supremo esigeva che le misure estreme fossero immediate, anche perché per lui le corti

marziali erano “affette dallo stesso morboso sentimentalismo che dominava il paese, e raramente pronunciavano sentenze capitali”. In proseguo Cadorna, agli inizi della guerra correntemente dichiarato “geniale” da giornalisti e memorialisti suoi dipendenti -p.es. dal colonnello di Stato Maggiore Angelo Gatti, futuro celebrato storico militare- si compiacque che il 31 ottobre 1916 il duca d’Aosta, comandante della III armata, avesse ordinato una decimazione di propria iniziativa.

Nessun comandante poteva sottrarsi all’obbligo “assoluto e inderogabile” di applicare la pena di morte o di ordinare le decimazioni. Del resto Cadorna sosteneva che tutti gli eserciti moderni, non solo il suo, meritassero le punizioni draconiane, in quanto “accolte improvvisate di grandi masse, ineducate ai sentimenti militari, anzi educate dai partiti sovversivi all’antimilitarismo”.

Ripetiamo: tutto ciò non nei giorni di Caporetto, ma nel 1916. Tecnicamente Luigi Cadorna poteva imporre la durezza implacabile. Ma probabilmente a Norimberga sarebbe stato impiccato come Wilhelm Keitel, suo pari grado di una guerra dopo, chissà se ‘geniale’ come il conte Cadorna. Il quale dopo Caporetto fu sostituito da Armando Diaz. Ma per le carneficine delle XI battaglie dell’Isonzo, da lui fermissimamente volute nella fede nella superiorità dell’attacco frontale, fu premiato col dono di un palazzo a Pallanza, già avito;  nel 1925 fu elevato con Diaz a maresciallo d’Italia. L’anno dopo divennero marescialli  ‘d’esercito’ i generali Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, Pecori Giraldi, Caviglia, Giardino e Badoglio. Per Carlo Porro,  numero Due del Generalissimo, si ripiegò sulla strana nomina a ministro di Stato.

A Milano nessuna amministrazione di sinistra ha tolto il nome di Cadorna da una delle piazze più importanti della metropoli. Le vittorie di sinistra resteranno sempre inutili se, tra l’altro, non affermeranno il diritto dell’uomo individuo di non uccidere/farsi uccidere per la Patria. L’infanticida Patria, secondo Cadorna, era padrona delle vite dei seicentomila caduti di quella guerra. Un secolo dopo, la sinistra delle Istituzioni, da Napolitano a D’Alema, persino a Matteo Renzi, pensano in ultima analisi come Cadorna. Infatti comprano F35 e partecipano ubbidienti alle spedizioni del Pentagono. L’uomo del Colle è addirittura infatuato di panoplie guerresche: non perde occasione per additare i valori,  i meriti e gli elmi delle FF.AA. Dunque aveva ragione il casalingo Wilhelm Keitel della nostra disdetta.

A.M.C.

LAMBERTINI E BERGOGLIO, PAPI INSOLITI E SENZA CONSEGUENZE

“Se volete un buon culo pigliate me”. Lo storico Stuart J.Woolf dà per attendibile (p.103, vol.III della manumentale Storia d’Italia dal primo Settecento all’Unità, Torino, Einaudi,1973) la bizzarra, dichiarazione attribuita al card.Prospero Lambertini, arcivescovo di Bologna, al conclave che lo elesse papa Benedetto XIV. Woolf precisa che questo pontefice regnò a lungo (1740-58) in spirito conciliativo nei confronti dell’aspra aggressione dell’Illuminismo. “Si attirò l’ambiguo plauso dei protestanti inglesi e dei philosophes francesi. Aveva modi sinceri, mente aperta, curiosità per le idee degli scrittori avversari, da Fontanelle a Voltaire”. Con quest’ultimo ebbe un carteggio, ricavandone la dedica del volterriano Maometto. Sappiamo che era arguto e sbrigativo: di qui la sconcertante proposta ai cardinali.

Sotto il terzultimo Benedetto Roma parve tornare ad essere un polo intellettuale e “fiorirono le speranze di riforma interna della Chiesa: lotta al bigottismo, una dottrina più pura, spazio ai principi giansenisti, contrasto all’integrismo dei gesuiti” . I gesuiti, scrisse esagerando Bernardo Tanucci, primo ministro a Napoli, “sono il canchero del genere umano”). Il nuovo corso vaticano fu fermato dal successore di Lambertini, Clemente XIII, ma l’Europa dei lumi reagì: i sovrani di Portogallo, Francia e Spagna espulsero la Compagnia di Gesù. Nei territori asburgici il Reformkatholicismus approfondì le radici, lo stesso avvenne in quelli soggetti ai Borboni. Per l’anticlericale principe Domenico Caracciolo, altro primo ministro del regno di Napoli, occorreva “ridurre la canaglia fratesca e la tirannia della Curia; in più far pagare ai prelati”.

Forse è possibile stabilire somiglianze e parallelismi tra papa Lambertini e il suo successore gesuita di 27 decenni dopo. Entrambi spregiudicati, aperti alle novità e agli esperimenti,  accomunati dalla modestia dei risultati finali. Benedetto XIV non operò la svolta che era logico attendere. Qualcuno lo ricorda solo come canonista, autore del De Canonizatione Sanctorum, laddove la  moltiplicazione dei Santi non fa onore alla Chiesa. E sappiamo che Clemente XIII ripristinò una continuità con la tradizione che l’antico cardinale di Bologna aveva accettato di discutere alquanto. Serviranno due secoli perchè l’avvento di Giovanni XXIII accenda speranze, peraltro rivelatesi effimere. E occorse un altro mezzo secolo perchè nella primavera 2013 apparisse un fatto tellurico, un’apparente cesura con due millenni.

Il regno di Lambertini fu lungo e senza scosse forti. Quello di Jorge Maria Bergoglio appare programmato perché le acque profonde della Chiesa, anzi della Cristianità, restino immote quali che siano i venti perturbatori della superficie. Per la prima volta nei secoli della modernità l’Argentino era apparso un autentico rivoluzionario. Per la prima volta il papa romano si era configurato come un possibile Mosé, maestro e guida dell’intero ecumene un tempo cristiano, oggi soprattutto laico, cioè sopraffatto da una secolarizzazione implacabile.

Se Francesco avesse proposto all’Occidente un Grande Disegno, un Progetto concreto di palingenesi sia pure sommessa e realista, l’Occidente avrebbe riflettuto, discusso, magari rifiutato ma metabolizzato. Invece non c’è stato Progetto. Ci sono stati, come succede di frequente, Cento Giorni di gesti accattivanti, però innocui; alcuni cambi della guardia in Vaticano; taluni comportamenti innovativi. Poi il mondo, come l’Occidente, è passato ad altro. Non si parla più di rivoluzione di un Bergoglio/Mosé capace di guidare l’Occidente verso una terra più amica dello Spirito. Si parla di un papato come gli altri, qua e là aggiornato q.b.

L’ascesa di papa Lambertini fu un normale avvicendamento. Quella di Bergoglio apparve un cataclisma: che non c’è stato, e difficilmente ci sarà. La Chiesa di Bergoglio è, mutatis mutandis, quella di Prospero Lambertini: prevalenza di innocenti devozioni al Cuore Immacolato di Maria. Una differenza è nel dilagare del Tv-Evangelism, inevitabilmente indirizzato ai soli  anziani illetterati. Eppure oggi le masse leggono, viaggiano, orecchiano la cultura, anelano persino al numinoso ‘tangibile’ evocato da Eugenio Montale. Le devozioni mariane, ai grandi numeri come ai pochi, dicono il nulla.

l’Ussita

DALL’UTOPIA DI TOMMASO MORO AGLI EREWHON DI SAMUEL BUTLER E DI PORFIRIO

Quanto più i volti della realtà si fanno sgradevoli -metti i vitalizi dei Sommi Palazzi e il proliferare dei poveri assoluti- tanto più ciascuno di noi sognatori eserciti il diritto di vagheggiare mondi migliori.

Dalle grandi speranze delle prime settimane di Bergoglio siamo arretrati alle smorte perorazioni in pro della pace e della bontà, alle insignificanti rappresentazioni in questa o quella piazza o stadio. Dagli scenari che proiettavano Matteo Renzi come l’Alessandro il Macedone dell’era digitale, alle mossette per rabbonire irose befane di Sel, ferri di lancia della riscossa dei senatori sanguisughe. Così per molte altre illusioni, inevitabilmente cadute. Ecco dunque il librarci nei cieli alti dell’ideale, il farneticare Shangri-la ove si inverano le ubbie progettuali.

Dall’isola di “Utopia”, brillante e fortunata invenzione dello statista Thomas Moore (ma per esteso la sublime operetta si intitolava Libellus vere aureus nec minus salutaris quam festivus  de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia– in greco ‘utopia’ vuol dire non-luogo) veniamo alla pezzentesca utopia del sottoscritto Porfirio. Passando non solo per Platone, per la Città del Sole campanelliana, per The New Atlantis di Lord Bacon of Verulam, persino per l’Erewhon di Samuel Butler, uno dei buoni nomi della letteratura inglese dell’Ottocento. “Erewhon” fu, nel 1872, il racconto della visita a un paese immaginario, dove si mettevano in satira non pochi contemporanei dell’Autore.

Il sottoscritto Porfirio non si azzarda a ispirarsi al glorioso Libellus di San Tommaso Moro. Pio XI lo canonizzò nel 1935 per avere preferito il patibolo -egli il primo ministro- a  piegarsi al sopruso teologico-cinghialesco di Enrico VIII, un re poco di buono che si inventò una Chiesa di corte onde divorziare da Caterina d’Aragona e sposare Anna Bolena, (per poi giustiziarla con altri personaggi, altra moglie compresa).  Tommaso Moro, benché amico di Erasmo da Rotterdam, era un po’ troppo papista: comunque resta un grande eroe.

Per doverosa modestia, Porfirio non scimmiotta l’Utopia, ma il più pedestre Erewhon, un non-luogo che si allunga  dalle Alpi al Lilibeo. Inviato dagli Dei beati, un Demiurgo collettivo fatto di giovani colonnelli portoghesi 1974 ha liberato Erewhon/Stivale in una notte, senza sparare, dall’abiezione demoplutocleptocratica di Galan e Benigni, sotto l’Alto Patrocinio del re in Quirinale.

L’Erewhon/Stivale è una repubblica presieduta, non da un imperioso similmonarca ma da un qualsiasi cittadino probo, sorteggiato ogni mese. E’ una repubblica che non si inorgoglisce più della Resistenza (essa uccise più ostaggi innocenti che soldati germanici, parte dei quali innocenti); che si è sbarazzata di ogni impaccio sinistrista, perciò non studia più il phonypensiero di Antonio Gramsci  inventore di un’egemonia operaia per scherzo, perfettamente campata per aria. Ciononostante Erewhon/Stivale è una società solidale spinta, antipatizzante verso il mercato, i consumi e la crescita. Qui non si è del tutto uguali e non si aspira a modi di vita collettivi, però si detestano gli alti redditi, anzi li si avocano per garantire il pane non solo a chi l’ha perso,  anche a quanti si stipano sui gommoni negrieri per tentare di venire a vivere, mendicando, del senso di colpa dell’ecumene capitalista.

Nell’Erewhon/Stivale si è smesso di agognare una crescita che difenda il benessere minimoborghese dei lavoratori; al contrario si persegue il desviluppo. Sapendo che espropriare i grandi patrimoni, cancellare il settore del lusso, mortificare l’alta  gamma e i bisogni superflui non basta a far campare 60 milioni di humans, il nuovo Erewhon  accetta il ritorno alla vita ristretta di un tempo. Si promuove il turismo e si valorizzano le città d’arte, ma mai più vacanze ai Caribi dei colletti bianchi/blu, mai più una Porsche per ogni dentista avviato. Qui non si sussidiano i giornali, i partiti, i Gay Pride, le Expo, i film semiporcini. La moda agonizza, i padroni-grandi barche si domiciliano in galera o fanno gli skipper per i ricchi cinesi che studiano il pensiero di Mao.

Nell’Erewhon strappato alle termiti e alle blatte dei partiti ladri, il Pil crolla per il brusco scemare del fatturato della corruzione. Soprattutto non si vota più se non per referendum orientativi e permanenti dalle cucine di casa. Le decisioni le prende una Polis ristretta di supercittadini sovrani, sorteggiati in presenza di meriti oggettivi e pesanti. Seppelliti per sempre la democrazia rappresentativa e i parlamenti, tornati quasi tutti alla parsimonia di un tempo, cancellati i veri ricchi, l’Erewhon/Stivale ha dimenticato l’assillo di produrre, efficientarsi, competere. Lavorare, quanto basta. Gli sport, discriminati. L’Italian Style e altre eccellenze, derisi come meritano.

Certo Porfirio non assurgerà alla gloria di San Tommaso Moro. Ma avrà dato un’idea a quattro, come minimo, gatti.

Porfirio

UN REPERTO DI TEMPI MENO LADRI

A rileggere un autore che scrive mezzo secolo fa (Panfilo Gentile, Polemica contro il mio tempo, Volpe ed.,1965)  la nostra politica apparirebbe -allora- popolata e gestita da una stirpe di professionisti rispettabili. Oligarchici sì, invadenti sì, abbastanza discutibili sì, ma ladri come i politici d’oggi no. Su 183 pagine del libro il furto, il saccheggio del denaro pubblico, la disaffezione dei cittadini vengono menzionati con discrezione; quasi non esistano o siano marginali. Nulla che faccia presagire l’odio implacabile che oggi si rovescia sulla Malarepubblica e sui suoi gerarchi/capicosca. Questi ultimi erano Proci anche allora, ma invece di gozzovigliare sulle greggi di Ulisse (=Ulisse è il popolo dello Stivale) sembravano, a stare a Panfilo Gentile, contentarsi di spuntini; di snack gestionali. Addirittura il Nostro trova modo di invocare più rispetto per “l’arduo impegno” dei nostri parlamentari.

Peraltro il libro non manca di proporre ragionamenti giudiziosi, anche se pedestri: “Dal principio della sovranità popolare come unica fonte legittima del potere si deducono molte altre idee accessorie. Date le difficoltà della democrazia diretta  la sovranità popolare richiedeuna serie di organi costituzionali, cioè il parlamento e il governo. Premessi questi elementari e anche banali richiami dottrinari, domandiamoci se dopo la caduta del fascismo questi principi sono stati onorati. I nostri uomini consolari, avvolti nella toga repubblicana, si esibiscono ogni giorno come campioni di libertà e democrazia: nonostante gran parte dell’opinione pubblica, non corrottasi respirando l’aria viziata dei partiti, ritiene che in Italia la democrazia sia una finestra dipinta (…) Fin qui i partiti sono stati tollerati, senza che contro di essi si sia accanita una polemica così acrimoniosa come quella che li investe oggi (…) L’interferenza dei partiti degrada il parlamento a semplice camera di registrazione. Per i gerarchi dei partiti è vera la risposta data da Chateaubriand a chi gli domandava se per avere successo nella vita pubblica fossero necessarie molte qualità. La risposta: “Non occorrono qualità, occorre piuttosto saperle perdere”.

Ancora Panfilo Gentile. “Di recente il sottogoverno è diventato più temibile perché meno scrupoloso è l’esercizio del potere da parte degli oligarchi. Una volta il denaro pubblico nessuno osava toccarlo. Oggi si attingono miliardi alle casse pubbliche”.

J.J.J.

ALMENO IL DELIRANTE MAGGIO 1915 ANTICIPO’ LA SANTA RIVOLTA ANTIPOLITICA

Rileggere, cento anni dopo la Grande Guerra, le pagine di Gioacchino Volpe sull’interventismo di casa nostra (Il popolo italiano tra la pace e la guerra. 1914-15, Milano, ISPI, 1940)  ha un’utilità sinistra: “Vedere -avverte Volpe- il buono di quella specie di romantica scapigliatura, di quel calor vivo che ardeva  nelle anime, di quelle certezze che occupavano le menti, di quel travaglio torbido ma non sterile, di quella specie di verginità di cuore con cui il popolo italiano, o chi se ne assunse la rappresentanza ideale, si gettò nella mischia prima, nella guerra dopo. Era un fervore quasi da neofiti”.

Pessima, anzi tragica cosa quel “vedere il buono” dei deliri di patriottismo che coprirono di rispettabilità le trame belliciste di governanti, diplomatici e militari. Tanto più in quanto quel vedere il buono fu scritto nel maggio 1940, vigilia immediata del nostro salto in un altro conflitto, quando Volpe stese una prefazione al libro di cui parliamo, scritto invece nel 1928. Una prefazione tutt’altro che innocente. Giustificava la suicida decisione mussoliniana di accodarsi ai momentanei trionfi del Terzo Reich: “Oggi (1940)  non sono più in vista Trento, Trieste e la libertà e sicurezza nell’Adriatico; ma un mare più grande e non meno necessario; e frammenti d’Italia (Nizza? La Savoia? Tunisi persino?- NdR)  che sono ancora da rivendicare, non solo per compiere l’unità, ma anche per trasformarli da altrui mezzi di offesa all’Italia a nostro mezzo di difesa; e l’Impero da assicurare attraverso una via non troppo minacciata; e terra da dare al lavoro degli Italiani”.

Se il Volpe prefatore del maggio 1940 è l’incauto propalatore del Megalomane predappiese (sognava di replicare la brillante conquista dell’Etiopia), il Volpe che nel 1928 raccontava il nostro interventismo è credibile, non foss’altro in quanto esponeva abbastanza obiettivamente anche le ragioni dei neutralisti. Per questo “Il popolo italiano 1914-15” è da rivisitare.

Col senno di poi, un secolo dopo Serajevo, a valle di tanti altri conflitti minori e nei giorni di nuovi fratricidii, anche a Volpe -come a gran parte degli storici più o meno accademici-

va imputato di elevare a movente irresistibile e nobile un fattore millenario di massacri, oggi in declino assoluto: il patriottismo. Sia chiaro:  oggi sono molti ma non abbastanza gli assertori che la patria e la sudditanza al potere sono nemici dell’uomo, quando precettano a uccidere e a farsi uccidere per il volere dei governanti.  Gli assertori appaiono ancora, a volte, iperpacifisti anarcoidi: come se il massacro fosse un imperativo categorico. E invece dovrà trionfare il principio che solo i mercenari, professionisti delle armi, hanno il dovere di combattere; tutti gli altri, no. Le patrie, al diavolo. Le maggioranze immense  hanno il diritto/dovere di rovesciare i governanti che tentano di arruolarle al fronte.

A valle di Verdun, di Hiroshima, dell’Olocausto, degli stermini di Hitler, Stalin, Churchill e F.D.Roosevelt, non esistono più le guerre giuste. Meno che mai sono concepibili le guerre vestite di ideologia: libertà, democrazia, progresso, socialismo, diritti, emancipazioni, questo o quel credo religioso. Risultano grotteschi o ripugnanti coloro che le guerre ideologiche le muovono. I G.W. Bush e i Tony Blair sono detestati quasi universalmente. Però meritano ludibrio anche i loro predecessori, che tanto più di loro hanno martirizzato l’umanità: gli Hitler,  Stalin, FD Roosevelt, Churchill, in piccolo Benito Mussolini.

Per la carneficina di un secolo fa, va detto che l’impostura ideologica fu meno sfrontata. Salandra e Sonnino non tentarono nemmeno di spacciarsi per combattenti dell’ideale. Mossero guerre all’antica, per acquistare territori, mari, mercati, dominii d’altro genere. Il lavoro ignobile di inventare superiorità ideali lo lasciarono ai giornalisti grandi firme e agli intellettuali traditori della verità. Ai Grandi del potere, ai guerrafondai di vertice, bastava l’assioma supremo, quello da non dimostrare: la Patria.

Nel libro di Gioacchino Volpe campeggia, logicamente, il piccolo Poincaré di casa nostra, Antonio Salandra da Troia, provincia di Foggia. Finì coll’assurgere, egli modesto gregario giolittiano,  a vittorioso antagonista del grande Giolitti. Se il dittatore parlamentare fosse tornato al governo nel 1915 invece che nel 1920, forse avremmo ottenuto Trento e Trieste senza perdere 600 mila vite, senza martirizzare i feriti sotto i ferri degli ospedali da campo, le vedove e gli orfani nelle povere case, senza soffrire le condizioni che produssero il fascismo. Salandra- il quale oserà lamentare in un libro che le sue fatiche di guerrafondaio (e la sua invenzione del “sacro egoismo”) non gli avessero fruttato “nemmeno un titolo nobiliare”-è piccolo personaggio rispetto all’orrenda figura negativa di Serghiei Sazonov, egemone della politica estera della Russia. Nel 1914 plagiò Nicola II e i suoi consiglieri a ordinare la mobilitazione generale,  cioè un’avventura bellica che si concluse coll’Apocalisse: disfatta, Rivoluzione, sterminio della famiglia imperiale, della classe dirigente e di ogni avversario dei bolscevichi. E pensare che gli obiettivi di conquista di Pietroburgo non si limitavano a Costantinopoli, ma si allargavano alla riva sinistra del Bosforo, al Mar di Marmara, ai Dardanelli, alla Tracia del Sud, alle isole egee di Imbro e di Taso. In più la Russia mirava a signoreggiare l’Adriatico attraverso una Balcania slava, o meglio attraverso una Grande Serbia.

Se lo Zar è un personaggio sinistramente doloroso, appaiono i diplomatici ottusi, mondani, pomposi. Si veda il marchese Di San Giuliano, predecessore di Sonnino agli Esteri. Per superstite triplicismo o per la difficoltà psicologica a cambiare fronte diplomatico, dedicò gli ultimi mesi di vita a tentare a Vienna e a Berlino di ottenere promesse di compensi territoriali in caso di trionfi austro-germanici.

Con tutte le riserve che merita, il libro di Gioacchino Volpe aiuta, nelle sue mezze verità persino più che nelle verità intere, a riflettere su quell’impazzamento di patriottismo che travolse ogni trincea della ragione. Dell’istinto di sopravvivenza, persino: ondate di giovani della piccola borghesia, pure dei ceti alti, che tumultuarono nelle piazze d’Europa per esigere la guerra, per invocare di morire per le Patrie  infanticide. Furono accontentati in molti.

In Italia però il trionfo dell’Irrazionale ebbe una ricaduta benefica. Con l’aspra, se pur folle, contestazione del parlamentarismo giolittiano -in quel  momento ultimo argine contro il massacro- esso anticipò di un secolo la santa insurrezione antipolitica di oggi: il maggiore evento  dell’epoca che viviamo.

l’Ussita

UN MODELLO FOSCO EROICO PER UN DIVO RENZI FORSE SCONFITTO SULLA DISTANZA

Il giorno dopo l’apoteosi del 25 maggio non sarebbe il momento per chiederci che lavoro farà il Capo del governo dopo che l’ala parruccona, dalemiana/finocchiariana, del suo partito lo abbatterà  col solo fatto di nanizzare le grandi riforme. Però chiediamoci  lo stesso: finirà nel nulla, come un semplice Goria Monti Casini, dopo avere giganteggiato per una sola primavera-estate?

Forse no, se agli stivalioti disperati era apparso un dono degli Dei. D’altronde fare opposizione rancorosa, vendicarsi alla men peggio, come magari medita Enrico Letta, delle Salme storiche guidate da Bersani, Rodotà e Camusso, non sarebbe degno di Renzi.  Capeggiare un 25 aprile “portoghese”, un golpe di ufficiali giustizialisti -come gli propose Internauta giorni fa-  lo spaventerà. Troppo irriguardoso verso le Istituzioni.

Gli proponiamo un’ardita prospettiva di combattimento: fare il rottamatore molto molto lontano da qui. Qui è proprio difficile. Noi fervidi calvinisti siamo troppo affezionati alla legalità, come il popolano britannico lo è alla Royal Befana. Siamo ammaliati dalla Più Bella, idealmente scritta da Napolitano su libretto del pagliaccio Benigni. Renzi cerchi fortuna altrove sul pianeta, al riparo da noi spietati fondamentalisti del diritto. La Mongolia (nome ufficiale Bugd Najramdab Mongol Ard Uls) è a sufficienza lontana? Ha nostalgia di un condottiero straordinariamente in gamba, che ritrovi le glorie di Gengis Khan (m.1227) e di Timur/Tamerlano (m.1405)? Se sì, Renzi provi la Mongolia.

A questo punto gli ricordiamo la vicenda di un non mongolo, il barone Roman Ungern von Sternberg, che poco meno di un secolo fa si fece signore di quel paese, in un sogno di gloria degno di Alessandro il Macedone, anzi meglio. Ungern Khan fu lo sfortunato emulo dei sommi Gengis e Timur. Era un militare zarista, di antica stirpe tedesco-ungarica, cresciuto a Tallin (Estonia). Eroe cavalleggero nella Grande Guerra, prese una sciabolata in Galizia; gli uccisero la moglie. Dopo la Rivoluzione menscevica di febbraio fu mandato nell’Estremo Oriente russo, dove acquistò fama di sanguinario e si fece affascinare dalla vita dei nomadi mongoli e buriati. Prese a sentirsi asiatico, tentò di creare una monarchia lamaista in Mongolia e a est del lago Baikal. Non fece la strada degli altri controrivoluzionari Bianchi (Wrangel, Kolciak, Kornilov, Denikin) che come lui combattevano i bolscevichi. Invece si fece aiutare dai nipponici che nell’Estremo Oriente russo volevano creare uno Stato fantoccio.

Nel 1920 Ungern è anche uno dei signori della guerra che agiscono nel contesto cinese; tenta di restaurare la passata dinastia Qing. Arriva a dominare con un esercito di avventurieri l’immenso paese dei Mongoli. Progetta di guidare una grandiosa cavalcata asiatica per punire l’Occidente fatto marcio dalla modernità, oltre che degli altri suoi vizi. Prova a strappare il Tibet alla Cina. Il Dalai Lama lo consacra reincarnazione di Gengis Khan.

La fine di Ungern arriva nell’agosto 1921. Ospite di un predone calmucco, viene tradito e consegnato alle truppe del futuro maresciallo Bljucher, che nelle purghe del 1938 sarà torturato e ucciso da Stalin. Bljucher non riesce a convincerlo a passare nei ranghi sovietici. Prima d’essere fucilato Ungern Khan compie l’ultima prodezza: ingoia la sua medaglia di San Giorgio, perché non cada in mani bolsceviche.

Coll’occasione ricordiamo che nei territori russi conquistati dai giapponesi sorse in quegli anni un’effimera Repubblica Ucraina (!), parte lontanissima della Stato creato a Kiev dagli occupatori austro germanici.

Perchè abbiamo raccontato questo personaggio, che come un po’ magiaro si credeva discendente di Attila e che rinnegò il retaggio baltico-germanico in quanto posseduto di dottrine messianiche e di tantrismo? Per ricordare al Condottiero fiorentino, nell’ora del trionfo, che se la volubile Fortuna lo tradirà a beneficio dei passatisti che avevano mummificato il Pd, Egli potrà risorgere in un contesto barbaro e grandioso quale l’Impero mongolo, breve ma il più vasto della storia. Renzi è un personaggio come lo fu Roman Ungern von Sternberg, l’uomo-mito che eccitò la fantasia di Julius Evola, vivido pensatore esoterico e spiritualista, teorico di razzismo e di alchimia.

Come Renzi, il Barone Nero fu anche un fattivo riformatore: nella sua capitale Ulan Bator portò elettricità, telefono, un giornale e più di un ambulatorio medico senza sciamani.

Porfirio

IL COLLE CONTRO LE PULSIONI ANTIMILITARISTE E ALTRE MOLLUSCHERIE

“Napolitano difende le spese militari”, oppure “ mette il veto ai tagli”. Più o meno così i media hanno interpretato le parole davanti all’Altare della Patria, il 25 aprile, del Comandante supremo. Ancora una volta l’antico ufficiale d’ordinanza di Togliatti si è confermato pontifex maximus del culto delle (vana)glorie marziali. Edonisti e molli come siamo, noi Stivalioti d’oggi abbiamo indole pacifica, magari anche panciafichista, ventre mio riempiti di felicità masticabile. Ma il Supremo non si lascia sfuggire occasione per ricordarci che ci sono brandi da impugnare, missili e siluri da scagliare, droni ‘Obama’ da teleguidare contro il nemico.

Lui sa chi è, dove sta, il nemico (noi no ma non contiamo: democrazia, libertà e ‘diritti’ non si fidano di noi). Occorre essere semper parati in caso i mongoli di Ulan Bator o alcune repubbliche andine si facciano venire brutte intenzioni. Lo stesso dettato costituzionale (ripudio della guerra) è stato scritto per svista o per scherzo. La Carta, ci insegna il Pensiero di Benigni, è la Più Bella ma quandoque bonus dormitat Homerus (cosìceliava Orazio Flacco). Se il Mare è Nostrum, come rinunciare ai sommergibili d’attacco e ai cacciabombardieri con capacità nucleari? Non siamo legati per trattato, e fino alla fine dei tempi, all’Alleanza atlantica?

E’ noto che il 25 aprile la Resistenza ha liberato l’Italia da sola, senza apporti dell’Ottava armata britannica, della Quinta yankee, dell’Urss che sfondava da Est, delle arciflotte alleate. Alcune decine di migliaia di bombardieri che obliterarono il Reich non hanno fatto che assecondare a latere le conquiste partigiane. Di fronte a così grande retaggio di vittorie, da Custoza a Caporetto alla resa senza condizioni di Cassibile (prov. di Siracusa), di fronte a tante panoplie di armi gloriose, i pacifisti imbelli, i molluschi incuranti della Libertà, gli ottusi fautori degli asili-nido e dei dormitori per homeless negano -quei degenerati- che la Repubblica di Benigni necessiti di F35 e di fregate per poter battere i pugni sui tavoli della diplomazia. Non si sono alzate proposte di intervenire in Ucraina onde dare una lezione a Putin? Guai se il Piemonte non avesse stritolato gli zaristi in Crimea. Con non più di duemila morti il Regno sardo poté sedere tra i vincitori e da quel momento cominciò a tempestare di pugni e di spade di Brenno le conferenze internazionali. Chi potrebbe negare che una buona prova a Odessa delle brigate corazzate di Napolitano, appoggiate dagli Eurofighter e dall’unico F35 operativo, moltiplicherebbe N volte il nostro prestigio e l’orgoglio della Farnesina?

Ecco dunque il Marte del Quirinale intimare: “Le FF.AA. vanno certamente razionalizzate, ma sul capitolo delle spese non bisogna indulgere a decisioni sommarie. Esse possono riflettere incomprensioni di fondo e alimentare vecchie e nuove pulsioni antimilitariste”.

Qui vi voleva, voi sozzi antimilitaristi e incomprensori di fondo, il Maresciallo supremo. Vi abbandonate alle pulsioni degeneri -elargire buoni mensa a un milione di senza reddito, prevenire le frane appenniniche, decine di altre carognate- quando le nostre feluche, proverbialmente trionfatrici in tutti i negoziati, specie quelli che culminano in cocktail e sambe, hanno bisogno di argomentazioni di potenza! Il papa poté non avere né divisioni né flotte; le nostre ministre della Difesa e degli Esteri ne hanno bisogno perché la Repubblica di Cassibile sia rispettata anzi temuta.

Che il Clausewitz del Colle ci voglia pronti alla battaglia non deve stupire. Poche settimane fa spiegava ai negatori delle glorie resistenziali che il passaggio alla lotta armata scatenatrice di rappresaglie e stragi fu “obbligato” (non vi spetta sapere obbligato da chi e perché). L’obbligo di procombere sussiste, forever, come assolverlo senza aviogetti di ultima generazione? Persino l’infermiccio Giacomo Leopardi smaniò per morire in battaglia: “Qua l’armi io solo/ Combatterò, procomberò sol io”.

Non crediate che l’assiduo lettore di Leopardi tra gli arazzi del Colle esiga sempre l’ultimo grido in fatto di apparati della guerra elettronica. Sa che nella foresta umida in cui scorre il fiume Limpopo, come pure nelle gole del Caucaso, si combatte alla baionetta. Proprio per questo Egli tiene sempre pronti i corazzieri, che mettano in fuga l’avversario col solo bimetro d’altezza, più le lame delle loro sciabole. E per oggi rinunciamo a vantare il prestigio sartoriale dei nostri generali di tendenza.

Ve lo ricordate l’Elmo di Scipio? Serratevi al mento l’Elmetto di Napolitano, vi porterà alla vittoria. Quanto ai costi in €, non potete negare che armarci contro i nemici immaginari costi meno che fermare gli smottamenti appenninici. Credevate che il Signore della Guerra non cercasse di risparmiare? Abita la reggia più costosa al mondo, però da un paio d’anni taglia su spillatrici, coccoine e garden parties. Perché ha a cuore il contribuente.

Porfirio

PCI: L’ERRORE D’ESSERE NATO E QUELLI DI UN NOVANTENNIO INTERO

A un amico che fu partigiano, ferito gravemente a diciassette anni, funzionario comunista per decenni, avevo chiesto quali errori hanno condannato a morte il Partito. La risposta mi ha spiazzato: “Essere nato”. A tanto non ero preparato. Allora provo a rispondermi da solo.

Errore primo, avere preso sul serio Antonio Gramsci. Sull’occupazione torinese delle fabbriche (1921) pensò e scrisse troppe fanfaluche. Sulla premessa di una sognata ‘egemonia della classe operaia’ fondò un partito inteso ad emulare le vittorie dei bolscevichi. Invece avvicinò la Marcia su Roma. La “Unità” si vanta fondata daGramsci: ma è una delle ragioni per non leggerla.

Errore secondo, aver fatto credere che nella clandestinità combatteva duramente il Regime, che invece prosperò in crescendo fino al 10 giugno 1940.

Errore terzo. Nella Guerra civile spagnola, avere fornito Togliatti come primo agente di Mosca e Luigi Longo come capo delle Brigate internazionali. I due si impegnarono in una causa non solo senza speranza, anche senza verità; e si identificarono con una parte delle efferatezze rosse (non inferiori a quelle franchiste), nonché coi simultanei sterminii e purghe di Stalin.

Errore quarto. Avere dominato in Italia una lotta partigiana armata che, determinando automaticamente le rappresaglie tedesche, martoriò gli italiani non gli occupanti. La regola, perfettamente nota, era dieci contro uno (qualche volta di più). La crudeltà assoluta contro gli italiani fu via Rasella. I romani si vendicarono non sollevandosi affatto, al contrario (la grande strategia tardo-leninista era che via Rasella avrebbe fatto insorgere l’Urbe!).

La Liberazione fu fatta passare per una vittoria guerrigliera. In realtà il Reich era morente, senza carburante, munizioni e viveri, città e fabbriche rase al suolo.

Errore quinto. Divenuto cogestore della Repubblica, il Partito millantò di possedere superiorità morali inesistenti, laddove si lasciava aggiogare e finanziare dallo stalinismo. Mezzo secolo abbondante di infatuazione sinistrista del culturame e del demi-monde dei giornalisti e della gente dello spettacolo provocò il sorgere vittorioso del berlusconismo. Ancora oggi, dopo tutto ciò che sappiamo su Forza Italia e sul Cavaliere, sono molti coloro talmente antagonizzati dai vanti e dalle pretese del comunismo da accettare dall’anticomunismo letteralmente tutto. Si arriva a sognare una successione di Marina (!) quale parafulmine antimarxista.

E’ superfluo precisare che il comunismo italiano, come quello di ogni altro paese, ha pagato anche per colpe non proprie, bensì di Mosca e del campo socialista in Europa e in Asia. Risultati, pessimi: da noi, una nazione che ai suoi vizi millenari ha aggiunto la repellente devozione di troppi a un triviale orgiasta di Arcore. Finalità suprema, tenere in scacco i comunisti. Oltre l’ex Cortina di ferro, ha potuto trionfare un anticomunismo parossistico che nega in blocco il socialismo. Nega quanto meno il grande portato della Rivoluzione d’Ottobre: la distruzione dello zarismo e del vecchio ordine feudale.

Concludendo. Un movimento comunista che avrebbe potuto soggiogare la storia si è fatto sconfiggere e ha ucciso se stesso insozzando o cancellando i propri contenuti ideali, e invece evidenziando crudamente le proprie ferocie. Non fratellanza coi poveri, né amore per la giustizia ma, come in via Rasella, l’inumanità di sacrificare gli innocenti e i valori nel nome di una causa settaria come poche: un satellite di Mosca in più.

A.M.Calderazzi

Benvenuta Monica Amari!

Siamo lieti di annunciare che Monica Amari, saggista e animatrice di iniziative culturali, ha accettato di svolgere un ruolo qualificato nella compagine di Internauta. Presidente dell’Associazione Armes Progetti (cultural planning), Monica alterna alla docenza universitaria un’attività pubblicistica finalizzata. Ha pubblicato (Franco Angeli) “Manifesto per la sostenibilità culturale”. Incisivo e fortunato il suo scritto “Giardini regali. Fascino e immagini del Verde dai Medici agli Asburgo”. Ha lanciato il Festival paganiniano.

Discendente di Michele Amari (il maggiore storico degli Arabi in Italia; ministro dell’Istruzione), figlia di un Prefetto di Milano, Monica è vedova di Marcello Staglieno, uno dei fondatori del ‘Giornale’ di Montanelli e già vice-presidente del Senato.

IN EREDITA’ DALLA NOBILE COSTITUENTE 24 CARATI DI CLEPTOCRAZIA

Con la notizia che l’80% del Consiglio della Regione Campania è sotto processo per peculato, truffa e/o altro -per il restante 20% le prove sono forse insufficienti- si è raggiunta la certezza che otto politici della Repubblica su dieci sono ladri, truffatori e altro. Come mai certezza? Perché per i Legislativi delle altre regioni le cronache ci hanno fornito, o stanno per fornirci, elementi d’accusa inoppugnabili. Va da sé, su scala nazionale si ruba in altri modi: più in grande, con più classe.

Passi per la porcina cleptocrazia esercitata dall’Assemblea del Lazio, il cui retaggio dovrebbe risalire alle glorie dei Quiriti e alla Lupa che allattò i Gemelli fatali. Ma raccapricciante è il caso del Piemonte, che fece l’Italia. Le furfanterie a Torino del Consiglio succeduto al sabaudo Parlamento Subalpino hanno fatto inorridire le redazioni di nera persino prima e più di quelle campane e siciliane. Date tempo al tempo e la mappatura nazionale del reato istituzionale sarà completa.

Insomma, per il Paese delle molte eccellenze -affascinante ed estroso; ricchezze d’arte esorbitanti; arte del vivere collimante con la leadership enogastronomica; moda in gestione diretta degli Dei; modellato dalla Più Bella delle costituzioni; alloggia il più sommo dei politicanti in una reggia quale gli imperatori del pianeta, da George Washington a Obama, non possono permettersi; per il Paese di tante eccellenze, dicevamo, due sole sentine parlamentari (una delle quali da chiudere per ristrutturazione), più il CNEL, erano poche. Di qui le 21 cloachine regionali. Lì gli eletti del popolo, appaltatori della sovranità socialità e purezza nate dalla Resistenza, rubano tutto il rubabile. Il primato del malaffare progressista, quanto meno tra i paesi dell’OCSE, è al di là di ogni dubbio.

Se incontrate qualche Tersite che dica male delle Istituzioni e della Più Bella (il personaggio eponimo sparlava dei capi degli Achei sotto le mura di Troia; Odisseo lo malmenò brutalmente; Achille lo uccise con un pugno, sempre per la sua maldicenza); se dunque incontrate qualche Tersite il quale lamenti un’esiguità del legato ideale della Costituente, zittitelo. La Costituente ci ha lasciato un ceto politico quale l’Occidente intero se lo sogna così vasto, vorace e ricco di parenti.

La domanda sorge spontanea: può sopravvivere una Repubblica gestita, cioè saccheggiata, da una fauna politica che è l’orca (=il predatore più carnivoro dei mari circumpolari) della politica professionale mondiale? Risposta: non in eterno, finchè non arriva il Giustiziere, impersonante il Tedio della democrazia, la Repubblica può sopravvivere. La Chiesa non è viva nonostante 15-17 secoli di nepotismo -lo praticò per ultimo Pio XII- e di assalto ai beni destinati ai poveri dai morenti ricchi? E l’Impero d’Oriente, generato dal marcire di quello d’Occidente, non durò fino al 1453?

Si tranquillizzino dunque Rodotà, Zagrebelski, Bindi, l’Allucinato a 5 stelle, altre prèfiche della Carta. Per un tot di tempo i protagonisti della democrazia continueranno a rubare, più o meno con destrezza, più o meno in spirito e pratica di fedeltà alla Costituzione.

Porfirio

MOLTI NEMICI CI MINACCIANO MA NAPOLITANO E’ “WAR PRESIDENT” COME G. W. BUSH

Chi altro poteva schiacciare i tentativi di tagliare sugli odiati F35, sulle nuove fregate, sui supplementari sommergibili d’attacco, sugli altri programmi bellici, se non il presidente della repubblica, della casta e del military-industrial complex (quest’ultimo deplorato a suo tempo per gli USA da Ike Eisenhower, che era un generalissimo vittorioso)? Tra i capi di Stato del momento il Nostro risulta quello che più prende sul serio il ruolo di Comandante Supremo. In quanto tale, ha inflitto una bella umiliazione a Renzi, che con Cottarelli aveva complottato per dimezzare l’acquisto di apparati bellici, persino per vendere la portaerei ‘Garibaldi’. Un complotto temerario, cioè sciocco, perché tutto era chiaro prima ancora che il 19 marzo si pronunciasse il corrusco Consiglio Supremo di Difesa.

Tutto era chiaro dal giugno 2013, quando il Parlamento aveva deliberato di sospendere le ordinazioni belliche fino alla conclusione di una propria inchiesta ai sensi della legge 244, che assegnava al potere legislativo un maggiore controllo sugli acquisti di sistemi d’arma. Passarono pochi giorni e il Signore della Guerra stroncò: la legge 244 è piena di criticità. Non può permettere alle Camere facoltà di interferire nelle valutazioni dell’Esecutivo, segnatamente nelle prerogative del Capo dello Stato e dei vertici militari.

Il 19 marzo ilConsiglio Supremo ha dato per respinti sia il conato del Parlamento, sia quello del presidente del Consiglio. Ha ribadito seccamente che le minacce militari alla patria sono reali, rese più acute dalle turbolenze dello scacchiere mediterraneo. Ha additato la strada da percorrere: niente colpi di testa alla Rottamatore, nessun ascolto all’opinione pubblica, bensì un Libro Bianco sulle strategie di guerra, da redigere con calma. Risponderà alle domande fatali: vogliamo un’aeronautica? Vogliamo contare nelle decisioni tra Potenze? Nell’ultima Festa delle Forze Armate il War President aveva tagliato corto (con due audaci innovazioni lessicali): “Non bisogna indulgere a semplicismi e propagandismi sulle dotazioni indispensabili alle nostre forze armate”. Il non detto: se Renzi si è esposto troppo con gli impegni di spesa, si tolga dalla testa di lesinare sugli armamenti.

E’ da compiangere la povera Bundesrepublik, per dirne una, che non ha Marte a capo dello stato. Da noi invece il Primo Cittadino, rieletto a furor di politicanti che temevano per il seggio, detta la legge marziale dalla tolda di comando: si vis pacem para bellum. Il Consiglio Supremo sa ben meglio di noi le minacce che incombono. Non dice da dove incombono, ma gli italiani gente sveglia si sforzino di immaginarle. Intanto il fosco Putin, uomo del KGB. Poi una coalizione Tripoli Tirana Asmara Mogadiscio Addis Abeba Dodecanneso potrebbe volerci punire per le nostre sopraffazioni colonialiste, dal micropossedimento della compagnia di navigazione Rubattino sul Mar Rosso all’incoronazione di Vittorio Emanuele III a re d’Albania, passando per il trionfo di Giolitti sul Sultano ottomano e per la sottomissione dell’Etiopia.

Ma il pianeta è vasto, pullula di potenziali aggressori. I Talebani, che abbiamo domato dalle parti di Kabul, sono più pericolosi di quel che appaiono. I vietnamiti umiliarono ripetutamente gli USA, che pure per strappare ai giapponesi l’isola di Kiushu spiegarono quasi 70 tra sole portaerei e corazzate; se, per deridere i nostri padroni yankee, ci attaccassero improvvisamente, che faremmo noi con la sola portaerei Cavour, una volta venduta la Garibaldi come voleva quel pazzo di Renzi? Ancora. Chi può escludere che gli italoamericani oriundi del Regno delle Due Sicilie ci facciano aggredire dai Navy Seals per rappresaglia della spedizione dei Mille? La squadra asburgica dell’ammiraglio von Tegetthoff, che nel 1866 ce le dette di santa ragione a Lissa, non potrebbe infierire sugli stabilimenti balneari del Salento, ove non ci dotassimo di sommergibili idonei alla navigazione polare?

A farla breve, il War President ha ragione: mettiamoci in grado di colpire first strike Addis Abeba. Se poi Al Qaeda, o qualsiasi altro nemico della democrazia e dell’emancipazione della donna, ce l’avrà con noi, il Quirinale Supremo dovrà disporre della giusta panoplia di armi di ritorsione.

Il Rottamatore stava per soccombere alla follia suicida di risparmiare sui droni vettori di atomiche tattiche. L’ha trattenuto in tempo la mano ferma di Partenopeo. Avremo stormi di F35 per proteggerci. Onde risparmiare sul combustibile, convertiamoli a metano o a GPL (alla propulsione nucleare, solo se quel farabutto di Putin ci chiude i gasdotti dalla Crimea e non ci fa sciare a Sochi).

I feldmarescialli del Consiglio Supremo si sarebbero piegati al Rottamatore, non fosse stato per il Guerriero campano, ammogliato con donna Clio. Egli è un caso più unico che raro di autoredenzione. Era un portaborse di Togliatti, uno stalinista che aveva giustificato le ferocie partigiane e l’invasione dell’Ungheria, che aveva insolentito la Nato: ebbene si è convertito all’atlantismo con le sue sole risorse mentali. Oggi guarda fisso verso il Pentagono come l’ago della bussola è attratto dal Nord. Avesse trent’anni di meno, l’ex regista delle campagne comuniste per la pace farebbe il segretario generale della Nato.

Dice l’amico intimo Emanuele Macaluso che Partenopeo lascerà la presidenza entro l’anno (con la fierezza, siamo certi, di avere salvato le FF.AA. che salvano noi). Diciamolo alto e forte: perderlo sarebbe un peccato. E se imitasse Ratzinger a Santa Marta: se restasse a vita nei giardini del Quirinale, in una grande tenda da campagna/combattimento, come capo emerito del Consiglio Supremo di Difesa?

Porfirio

IL GRAN RIFIUTO DI BERGOGLIO COME E PIU’ DI QUELLO DI CELESTINO V

Si è spenta la speranza che il mondo avesse trovato in Francesco un maestro/una guida per i credenti e i non credenti. Il mondo ha trovato un altro riferimento, un modello in più, non un condottiero morale, non un Mosè superiore a tutti. A un anno dall’elezione papa Francesco dice cose e offre segni che hanno qualche rilievo per i cattolici, non così per il resto degli uomini. L’illusione era che una svolta rivoluzionaria della Chiesa galvanizzasse i popoli. Dio sa se la nostra epoca, orfana di ideali, emancipata sì dai dettami delle ideologie però rassegnata alla deriva, non avrebbe bisogno di un insegnamento trascinatore, di una forte mano spirituale. La nostra epoca è intrivialita nell’abitudine.

Francesco, all’inizio sbalordendo con atteggiamenti scandalosi come il Vangelo, era apparso non a tutti ma a molti un potenziale riformatore della civiltà. Non in quanto capo dei credenti cattolici, bensì come il protagonista riconosciuto dal mondo intero e comunque dall’Occidente, un capo sostenuto da un retroterra storico ineguagliabile ma ispirato a principi innovativi.

Forse Oswald Spengler non avrebbe annunciato il Tramonto dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes) se fosse vissuto nei giorni in cui papa Francesco sembrava voler deviare la storia, avviare la bonifica integrale di un mondo fattosi palude.

Questo papa avrebbe conquistato l’Occidente, l’Abendland di Spengler, se l’avesse folgorato, turbato in profondità. Questo fece con gli Arabi Maometto, plasmatore di una cultura e di un impero. J.M.Bergoglio ha deciso di non plasmare, di non sovvertire. Ha aggiornato gli accenti di quanto la Chiesa dice da millenni, con efficacia decrescente. Il messaggio resta quello tradizionale: in qualche misura fondamentale, però conosciuto da sempre. I contenuti sono quelli antichi. Non possono essere nuovi, non possono né sorprendere, né emozionare. Le grandi questioni del nostro tempo ricevono le risposte coniate da papi e teologi del passato, qua e là aggiornate nello stile e nei riferimenti di contesto.

L’intervista al pontefice del direttore del ‘Corriere della Sera’ (5 marzo) ha il senso, oltre che di un primo bilancio, di un documento programmatico. Se presa alla lettera, è l’annuncio che non ci saranno svolte. Che il pontefice non si propone di creare realtà nuove, pur impegnandosi, più di quel che si usasse, ad accogliere talune novità provenienti dall’esterno della Chiesa. Di qui le diversità stilistiche. P.es. invece di pronunciare anatemi Francesco vuole dedicare attenzione ai divorziati e alle unioni civili. Non ama si parli di valori non negoziabili. Agli orfani e alle prèfiche del marxismo offre rispetto. Proclama che la Chiesa è dei poveri, però non compie atti che realizzino tale simbolica appartenenza. La Chiesa di Francesco è anche degli agiati, anzi rimane essa stessa agiata. Come tutti i suoi predecessori, questo pontefice stempera l’evangelico “guai ai ricchi che hanno avuto in terra la loro ricompensa”. Compirà viaggi nei paesi della povertà smisurata, sapendo che essi viaggi cambieranno quasi nulla: alla pari dei vari aggiornamenti stilistici.

Coloro che accreditano a Bergoglio il proposito di allontanare la Chiesa dall’Occidente ecumene del capitalismo, sorvolano sulla somiglianza con le consuete esortazioni ecclesiastiche alla condivisione e alla carità. La Chiesa resta importante detentrice di beni, i cui frutti non vanno interamente alle opere di misericordia. Nei secoli passati è stata imponente la quota di ricchezza destinata agli edifici sontuosi e ai patrimoni dei parenti di cardinali e di papi.

All’intervistatore Ferruccio De Bortoli, il pontefice ha fatto un’affermazione inequivocabile: “Nel marzo scorso non avevo alcun progetto di cambiamento della Chiesa. Nel mio modo di agire aspetto che il Signore mi dia l’ispirazione”. Ecco un’interpretazione autentica che dissolve buona parte dei miti sorti -anche in chi scrive- sulle inclinazioni rivoluzionarie del pastore venuto ‘dalla fine del mondo’. Rivoluzionarie erano le azioni che da Bergoglio si attendevano: non sono venute, probabilmente non verranno. Ignazio di Loyola vince.

Innovativo, persino drammatico, sarebbe stato per esempio capovolgere l’insegnamento canonico sul controllo delle nascite. Il cattolicesimo è corresponsabile della tragedia dell’esplosione demografica. Invece Francesco ha definito “geniale e profetico il coraggio della Humanae Vitae (di Paolo VI) “di opporsi al neomalthusianesimo presente e futuro”. Secondo Francesco “la questione non è di cambiare la dottrina, ma di far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni”.

No. L’esplosione demografica è talmente grave da non permettere giochi di casistica o escogitazioni pastorali. Dalla Chiesa, presto o tardi, dovrà venire il ripudio assoluto del principio – formulato dai teologi non da Cristo e crudelmente smentito dalla realtà- secondo cui ogni nuova vita è un dono di Dio. Da ciò che sappiamo di Francesco, il ripudio non c’è, è difficile che ci sia. Un giorno verrà, da un successore trent’anni più giovane.

Per finire. Quale avrebbe potuto essere un singolo atto esemplare del papa (un atto, non un assieme di gesti e di enunciazioni) che folgorasse l’Occidente, che aprisse l’Esodo dalla cattività egiziana -un Egitto di capitalismo consumista- verso le terre e i cieli della Promessa? Risposta: l’abbandono fisico di Roma. Il trasferimento della Chiesa istituzione in un luogo di totale innocenza rispetto ai troppi secoli vituperevoli del vertice cattolico. Un atto così avrebbe fatto credibili gli orizzonti di Bergoglio. Lo avrebbe trasformato in un Mosè di popoli. Anche i non credenti, tutti quanti soffrono per l’inumana bruttezza del materialismo vittorioso, avrebbero derivato da un fatto di rottura grave la gioia di credere nell’utopia della rigenerazione des Abendlandes.

A.M.C. cattolico praticante

LA SUZZARA FERRARA: 125 ANNI DOPO

Forse perchè uscito sotto Natale, forse perché avvincente nelle sue immagini in bianco e nero, il libro “La Suzzara-Ferrara 125 anni dopo” può apparire un libro-strenna. Se questo fosse, si perderebbe nella folla dei volumi da coffee-table. L’incisività dei testi e dei materiali grafici hanno mosso l’associazione Amici della Ferrovia Suzzara-Ferrara a farsene editrice per conto della fondazione Ricerca Molinette Onlus (l’empito benefico è un corollario, però importante).

Può apparire un libro-strenna, dicevamo. E invece è, senza volerlo, una cosa grossa, il manifesto programmatico di un’evasione dal pensiero unico, dall’andare senza meta. E’  la sobillazione a sceglierci modelli e sentimenti migliori. In ultima analisi, preparatevi a darvi nuovi Dei, venuti da un passato che ci è caro. Se arrossite di come pensate e vivete, apritevi a un’esperienza forte su questo libro.

Perché la rievocazione d’una ferrovia secondaria, di “come eravamo” in una contrada minore, dovrebbe essere un manifesto programmatico? Risposta, perché viviamo un tempo di nichilismo disperato, laddove questo libro ci propone un’avventura nei grandi sentimenti, l’esatto contrario del nichilismo. Questo libro in nulla teorico, per questo così suggestivo, è persino l’invito a rivivere la svolta del Romanticismo, contro i canoni e le convenzioni del realismo, chiamato anche ‘modernità’. “La Suzzara-Ferrara” ci fa fare un tratto di strada a fianco di uomini e donne comuni che, senza saperlo, sono portatori di un bell’ideale romantico. Il Romanticismo, quello tedesco soprattutto, deviò la corrente, oppose i grandi sentimenti popolari ai precetti e alle convenzioni del razionalismo illuminista dei benestanti.

Sui binari che andavano da Suzzara a Ferrara vivevamo tutti noi come eravamo. Eravamo popolo autentico, fondamento di un’umanità sofferente ma forte nei valori. Gli autori di questo libro riaffermano l’invincibilità della schiettezza contro il cinismo delle abitudini rassegnate. Ci parlano di locomotive di bassa potenza, di stazioni caselli e passaggi a livello

gestiti da persone di menti e cuori leali. Gioivano della conquista del pane, lottavano contro le malattie gli stenti le guerre le altre afflizioni del nostro passato. Fabio Malavasi, Roberto Santini, Guido Sostaro, Flavio Tiengo, Claudio Demaria e gli altri che hanno messo insieme questo libro ci fanno amare le esistenze vissute attorno alla Ferrovia. Alcuni degli autori e dei volontari hanno dato fatica fisica, oltre che soldi. per ricostruire materialmente macchine e materiali  rotabili di un tempo. Hanno congiurato perché questa o quella locomotiva costruita nel 1903 viaggiasse di nuovo sui binari.

Cosa sono queste abnegazioni, questi sommessi eroismi, se non pratica di valori che vivono da millenni? Non sono oscuri missionari in terra di selvaggi che adorano gli idoli della modernità: successo, Pil, edonismo, saperci fare?

Fabio Malavasi, uno di questi missionari, ha avuto affermazioni importanti come cattedratico di genetica medica all’università di Torino. Però è nato nel casello 15 della Suzzara-Ferrara. Sua madre era la casellante, suo padre era responsabile della manutenzione di un tratto della linea. Fabio vive fino in fondo la pietas verso i genitori e verso la ferrovia. Il casello 15 ha potuto comprarlo ed ora ci vive momenti sereni.

Tutto ciò è vocazione spirituale, ovviamente. Ma la forza del libro è di dare gli ideali per scontati. Di raccontare storie, opere, giorni. Come si facevano andare, rifornire, riparare locomotive e carrozze da non più di 30 kmh. Come le si facevano superare le pendenze. Come durante e dopo l’ultima guerra le si ricostruivano con materiali di risulta, comprese le parti di bombardieri abbattuti. Ancora più immediatamente, il libro ci offre volti e cose emozionanti e solenni: la maestra elementare raggiante alla finestra della povera scuola;  una prima comunione; i trattori Landini “a testa calda”; il pollivendolo e il gelataio; le microstorie di un popolo mille volte più meritevole di amore che i tristi tesserati Fiom, che i cassintegrati long term, prosperi abbastanza da praticare costosi cicloturismi.  Gli equipaggiamenti high tech di questi ultimi ci antagonizzano; le foto e i racconti della Suzzara-Ferrara ci fanno amare il popolo, le altre cose grandi del passato e il loro invincibile compagno di fede d’oggi, il volontariato. Il mondo cambierà quando l’idealismo -anche quello delle piccole cose- andrà al potere.

A.M.Calderazzi

Perché nasce questo libro

Un libro che voglia ricordare i 125 anni di vita della Ferrovia Suzzara-Ferrara (FSF) rischia forte: di solito, simili libri vengono percepiti come uno strumento per ripercorrere parte della nostra storia e per glorificare un mezzo di trasporto importante quale è il treno. Ma questo non è il caso.

Il libro potrebbe nascere in risposta ad una precisa richiesta che viene dalla base, come se tutte le genti dei Paesi attraversati dalla Ferrovia non aspettassero altro che ricordare questa opera. Risposta prevedibile: anzi è piuttosto evidente una significativa disaffezione da parte della locale popolazione per questo mezzo di trasporto.

Tutto sembra suggerire che non esista alcuna ragione valida per investire lavoro, carta e inchiostro per completare questo libro. Coloro che hanno deciso di farlo nonostante tutto potrebbero essere guidati da quella piccola (ma umanamente comprensibile) vanità di vedere i propri nomi stampati. Il lettore si può tranquillizzare, in quanto per età i curatori non hanno più motivo o necessità di dimostrare granché.

Premesse stimolanti per una ulteriore indagine volta a scoprire le ragioni vere che stanno dietro a questa forma di accanimento pubblicatorio. Come detto, l’età media del gruppo che ha portato avanti l’iniziativa è un po’ alta. Allora scatta il sospetto che questi individui siano guidati dal principio noto come “retrospezione rosea”, un meccanismo adattativo che sembra essere innato nella psicologia umana e che opera con un meccanismo simile a quello delle endorfine in biologia, in qualche maniera facendo sempre apparire il passato migliore del presente o del futuro.

La realtà non è così. I tempi andati sono stati durissimi ed anche impietosi con tutti quelli che non avevano doti naturali per competere e sopravvivere all’ambiente. Si tende a rimuovere che le zone attraversate dalla Ferrovia sono uscite da situazioni di paludi e malaria, ridotta alimentazione e diffusa povertà. Per queste sostanziose ragioni, ogni forma di “pessimismo nostalgico” è da escludere con sicurezza.

La risposta è in realtà piuttosto banale: a parte Flavio Tiengo che ha magistralmente ricostruito molte immagini e assemblato il libro, il gruppo curatore dell’iniziativa è formato da persone nate nella FSF o in qualche modo legato alla Ferrovia; esse intendono semplicemente pareggiare un conto con la storia. Nulla a che vedere con la Storia vera, ma semplice strumento per analizzare e dare spazio a tutte quelle microstorie che hanno preceduto le nostre generazioni e le cui attività hanno fondato gli attuali livelli di comfort e vivacità della zona. Purtroppo i protagonisti delle microstorie non raggiungono i livelli per attrarre l’attenzione degli storici veri, degli economisti o degli esperti del lavoro, che seguono solo eventi importanti, ruoli eroici, aspetti politici o altro. La ambizione dei curatori di questo libro è quella di generare uno spazio su carta stampata a queste microstorie, sperando così di attrarre forme di attenzioni più alte.

125 anni sono un risultato puramente numerico e convenzionale, ma rappresentano una occasione per ricordare queste persone che con il loro silenzioso lavoro e contributo hanno cambiato la terra attraversata dalle FSF. Questa pubblicazione nasce poi con limiti dichiarati e non intende certo aggiornare il contributo di Alessandro Muratori, che nel 1988 ha scritto un libro che è il referente nella storia della Ferrovia. Vuole invece rappresentare alcuni momenti particolari della vita della Ferrovia, sia a terra che a bordo del treno, attraverso aspetti aneddotici che sono nella memoria delle nostre famiglie oppure di cui siamo stati testimoni diretti o che ci sono stati tramandati da amici e simpatizzanti.

Per gli ultimi momenti della FSF, l’idea di conservare le locomotive, i carri, le littorine e la grande eredità di Officine e strumenti è stata considerata un costoso passatempo. Proteggere il capitale umano è stato poi visto come velleitaria quanto inutile utopia.

La fine ufficiale della Ferrovia Suzzara-Ferrara ha sorprendentemente coinciso con un riemergere di persone e idee che sembravano disperdersi nelle nebbie padane. Queste persone hanno gettato le basi di un timido piano di raccolta di testimonianze della Ferrovia. Affermare che fin dall’inizio il gruppo aveva fatto una scelta culturale rispetto ad una semplice raccolta di cose e documenti è forse pretendere troppo: tuttavia, un gruppo di persone che lavoravano dentro e fuori la neonata Ferrovia Emilia Romagna (FER) decise di mettere insieme le proprie energie per fondare l’Associazione “Amici della Ferrovia Suzzara-Ferrara”. L’Associazione non voleva certo crogiolarsi nel rivangare episodi di un passato gratificante. La scelta fu invece quella di indirizzare l’Associazione verso lo sviluppo degli obiettivi di questa, usando il sociale e la medicina come tramite con la gente.

Questo disegno era nato dalla esperienza di tutti gli importanti gruppi di feramatori italiani, dai quali era emerso che la semplice raccolta di cose e documenti, anche se necessario inizio, non era sufficiente.

Anche il semplice restauro necessitava di un background storico ed economico e lo stesso valeva per l’inquadramento dei documenti. Allo scopo fu sfruttata l’esperienza del Museo Ferroviario Piemontese, un gruppo trentennale che era già passato attraverso questa dialettica interna. La prima tappa fu la raccolta di tutto ciò che ancora esisteva del materiale della ex-Ferrovia Suzzara–Ferrara, cercando di superare la dissennata politica di demolizione e di abbandono. Fu dapprima trovata la storica “Mincio 14”, una locomotiva a vapore della Maffei (Monaco, 1887, anche lei di 125 anni di vita), seguita dal Ganz M.52, automotore costruito in economia dalle Officine Sociali di Sermide. Un illuminato gruppo interno alla FER aveva provveduto a suo tempo a recuperare e a proteggere due automotrici FIAT ALn 556 dell’ultima dotazione. Il Gruppo Amici Treno Torino (GATT) donò la FSF ALn 56.136 al costo di Euro 1,00 + IVA. La Mincio e la littorina sono stati protetti all’interno delle Officine di Ponte Mosca a Torino.

In simultanea iniziava il loro inserimento nel processo culturale in una con il Politecnico e la Facoltà di Storia dell’Università di Torino. Questo ha portato ad una prima tesi universitaria sul design esterno ed interno delle automotrici FIAT degli anni ‘30. Quest’anno sarà la volta dello studio di vetture passeggeri a cassa in legno da parte di studenti del Politecnico.

La seconda scelta strategica adottata prevedeva una collaborazione con Associazioni non lucrative che operavano in un ambito sociale e di assistenza. Qui nacque il primo treno a vapore fatto in collaborazione con l’UNICEF, seguito anche da treni fotografici. L’esperienza dei Volontari del Museo Ferroviario Piemontese ha consentito un salto di qualità, mettendo insieme i gruppi che operavano nella ricerca contro i tumori con altri, invece, che “curano” altrettanto amorevolmente i vecchi treni. E’ nato così la seconda edizione di “Un Treno a Vapore contro i Tumori”, che ha visto correre insieme a Mantova e poi a Ferrara il treno del SAFRE di Reggio Emilia con il treno giunto da Torino. La T3 di Torino ha percorso oltre mille chilometri, mentre la collega ACTF 7 ne ha accumulati trecento.

La parte culturale si è manifestata anche nella preparazione di mostre storiche (a San Benedetto Po, Felonica e Pegognaga, nel Mantovano e a Ferrara): qui si è assistito ad una buona partecipazione di persone, e ciascuna ha apportato un pezzo figurato (e molto spesso reale) di storia del nostro passato. Questa mostra è stata seguita da un’altra dedicata a Corti, Bonifiche e Ferrovia, gli elementi fondanti dell’attuale situazione di benessere e cultura sociale della zona. Ciascuna di queste iniziative ha dato origine a pubblicazioni di diverso spessore e differenti contenuti.

Come si vede, al pari del libro si è trattato di una sfida che è stata portata avanti su base volontaristica. Quello che ci insegnano eventi come questo è che il volontariato è una macchina vincente per definizione, nulla lo ferma se l’idea di partenza è buona e se si vedono i risultati, soprattutto in prospettiva di recupero e sviluppo delle basi delle nostre radici e della nostra cultura.

Fabio Malavasi: Casello 15

Roberto Santini: Casello 18

Guido Sostaro: Casello 20

Fig 002

            (credit: Fabio Malavasi e Flavio Tiengo)

La Colonia

La distinzione tra i figli di chi lavorava la terra e quelli invece di una famiglia della Ferrovia era il fatto che i secondi erano oggetto di una superiore attenzione al sociale e alla salute. Questo era resa possibile dalla Cassa di Mutuo Soccorso (da tutti, la Cassa Soccorso), una delle conquiste delle lotte dei Ferrovieri dei primi anni del secolo ventesimo, che si erano dotati di uno strumento che assicurava una assistenza medica facilitata.

Uno dei residui di igiene ambientale ereditato dal Ventennio era l’elioterapia, meglio nota come la cura del sole. Diverse generazioni di bambini avevano tratto reale giovamento dalla esposizione della pelle al sole, in fortissima contrapposizione ad inveterate convinzioni materne che obbligavano i bambini a coprire la testa con grandi cappelli di paglia (si favoleggiava di gravi encefaliti letargiche causate anche da pochi minuti di esposizione al sole) e gli esili toraci con maglie di fitta lana. Per contrappasso, c’era invece una rigida libertà espositiva della gamba, notoriamente priva di organi importanti e quindi indifferente ai rigori stagionali.

Gerardo Menani era persona di qualità superiori e a Sermide aveva creato nel 1950 la Sala della Comunità, fucina del Ricreatorio Parrocchiale. Entrato a lavorare a Ferrara nella Direzione della Ferrovia, aveva assicurato la continuità nel fornire ai bambini degli agenti FSF l’opportunità di fruire delle colonie estive al mare. Il mare era un grande salto qualitativo rispetto alle colonie elioterapiche sul Po, di moderato e casalingo impatto e famigliarità. Il numero dei bambini terricoli che avevano visto il mare erano in numero assai limitato negli anni ’50.

La colonia iniziava i primi di Luglio e durava un mese. Gli aspetti critici dell’evento riguardavano abbigliamento e trasporti, nemmeno considerato invece il fatto che i bambini soffrissero a stare fuori di casa e soprattutto lontano dai genitori.

Abbigliamento: alle famiglie del partente veniva richiesto di fornire una maglietta a righe trasversali bianco e azzurro (modello marino), canottiera standard, pantaloncino corto leggero e uno più pesante. Veniva anche richiesto un pullover modello simil cardigan, preferibilmente blu. Le scarpe erano quelle normali di casa con lacci, con l’aggiunta di un paio di sandalini, del convenzionale modello francescano a due bande.

Mare significava immersione in acqua e quindi si imponeva il costume da bagno. Non esistendo allora negozi in grado di fornire tali capi sportivi, un efficiente passaparola aveva guidato le famiglie della Ferrovia al disegno di un modellino di pantaloncino sgambato, di colore rigorosamente verde. La tradizionale oculatezza della zona orientò anche la scelta del materiale, lana spessa derivata da coperte militari (italiane o anglosassoni) modellata alla sera con i ferri. Ogni famiglia creò un proprio modellino di costume, variabile per altezza e per modalità di sospensione in vita. Le famiglie di reddito più modesto facevano ricorso ad un rodato approccio basato sull’elastico (anch’esso rigorosamente di recupero), passato in un’abile ripiegatura del bordo superiore del costume. Le famiglie più alte nella gerarchia della Ferrovia si differenziavano anche in questo, adottando una cinturina che agiva all’uopo infilata in passanti dello stesso materiale. La vezzosità di design e di insieme cromatico imponevano che la cintura fosse di colore bianco o chiaro. Posizioni intermedie erano l’aggiunta di semplici bottoni (generalmente due), posti anteriormente, di colore bianco e con funzione solo decorativa. Le bambine coprivano pudicamente il petto con prolungamento di apposite pettorine che si annodano sul collo.

I capi di abbigliamento della comunità avevano la inderogabile necessità di essere identificati come propri e venivano quindi marcati con l’apposizione di un numero rosso su un piccolo quadrato di tessuto bianco. Il numero era assegnato inizialmente da Menani, ma tendeva a rimanere lo stesso negli anni a venire per dettati di economia pre-bocconiana.

Si poneva poi il problema del trasporto di questi capi: la risposta del lider maximo Gerardo fu quella di richiedere la costruzione di un sacchettino di tela azzurra (anch’esso marcato) con chiusura fatta da lunghi lacci, che ne assicuravano al contempo il trasporto a tracolla.

L’unico lusso concesso ai partenti era il bicchiere componibile fatto di anelli concentrici in plastica o lamierino che assicuravano una tenuta del liquido, ancorché moderata.

Trasporti: la colonia era posta a Riccione, località lanciata dal Ventennio per la sua prossimità a Predappio. Mezzo di comunicazione era il treno Ferrara-Ravenna-Rimini, che partiva alle 7:23. I bambini delle famiglie poste tra Sermide e Suzzara non ce la facevano ad essere per quell’ora a Ferrara, ma qui provvedeva una certa forma di solidarietà aziendale. I bambini con questa necessità venivano messi a dormire la sera precedente a casa del Capodeposito Ghiretti, la cui famiglia per una volta all’anno aveva almeno 10 bambini da accudire. L’agitazione per viaggio e novità era alta, ma le minacce non montessoriane delle famiglie assicuravano in genere una tranquilla gestione della prima fase. Il mattino successivo si partiva con la littorina da Sermide e si giungeva freschi a Ferrara. Il treno per Rimini era addirittura un Direttissimo con nome, l’Adria Express, di grande impegno internazionale perché portava persone da Austria e Germania fino al mare. La Ferrara-Ravenna non era ancora elettrificata, per cui era mantenuta la trazione a vapore: questa era assicurata dalle tozze 623 di Venezia o Rimini. Nei fine settimana o d’estate la situazione cambiava totalmente quando una  685 diveniva titolare.

La comitiva FSF aveva una vettura riservata e un significativo sconto sui biglietti. Già dalla partenza, iniziava l’analisi comparativa da parte dei bambini tra il materiale dello “Stato” e quello più modesto della FSF. Spesso l’Adria Express aveva un numero alto di vetture, che rendevano necessaria la doppia trazione. I pre-riscaldatori Franco Crosti delle 623 emettevano particelle incombuste di carbone in quantità, per cui c’era il divieto assoluto di sporgersi dal finestrino per evitare il pulviscolo negli occhi. I bambini ingannavano il tempo sfoggiando i mitici bicchierini e bevendo dalle bottiglie di acqua col tappo a macchinetta portate da casa. I più ricchi avevano l’Idrolitina gasata.

I Capi delle stazioni avevano a quei tempi l’ambizione che la propria fosse più curata e più bella delle altre. Questa sottile competizione sulla FSF era prevalentemente affidata alle Capesse, le mogli che nel paese assurgevano a rango socialmente superiore. Queste usavano il giardino (di solito posto accanto al cancelletto ove entravano i passeggeri) come vetrina: aree con un pino posto al centro e che ospitavano una distesa di fiori pregiati. Dominanti erano il lilium e le viole, quelle scure dette da giardino, un marker esclusivo di alcune case.

Complici le maggiori dimensioni, le stazioni delle FS erano diventate una passerella di aiuole curatissime, di fontane simil-laocoontiane, di costruzioni monumentali che includevano anche pezzi di rotabili. La Direzione delle FS gettò benzina sul fuoco, lanciando il concorso “Stazioni Fiorite”, con premi in denaro per i Capistazione che investivano nella cura del posto di lavoro.

La grandezza delle stazioni e la diversa organizzazione e presentazione erano ulteriori spunti comparativi per considerazioni per chi non aveva mai lasciato il proprio borgo.

C’era poi l’attesa spasmodica per chi vedeva il mare per primo, una semplice fetta azzurra in mezzo a stabilimenti e case, ma una rarità assoluta per i terricoli della Bassa.

Il viaggio proseguiva fino a Rimini, dove la trazione diveniva elettrica. Le 623 venivano sostituite da un E.428, che raccoglieva la stupita ammirazione dei giovani rampolli FSF di fronte a un locomotore elettrico lungo quasi come una littorina.

Fig 003

                (credit: Fabio Malavasi e Flavio Tiengo)

Menani e la FSF avevano il privilegio di una fermata straordinaria a Misano, ove il gruppo veniva fatto scendere dalle carrozze con mille precauzioni da parte delle “Signorine”. Si giungeva quindi alla sede della colonia, la Pensione Vela d’Oro sita in Viale Michelangelo. A quel tempo la zona era nella periferia di Riccione e si prestava bene ad un impegno di ospitalità per bambini fuori dalle pertinenze dei costosi bagni.

Il fronte della pensione era posto sul lato della Via Emilia, separato da un alto muretto con mattoni traforati e da robusto cancello. L’uscita operativa era sul lato che dava sulle dune di sabbia che proseguivano in direzione di Cattolica, del tutto disabitate.

Una stradina di terra portava alla spiaggia, ove l’attrezzatura era basata su tendoni a righe montati su 4 pali quadrati e su qualche spartana poltrona di tela, che ospitavano Gerardo e la sua corte.

Occupazione principe dei bambini erano i giochi con la sabbia, di qualità ben diversa da quella terrosa delle bonifiche e del Po. La prima settimana era obbligatorio l’uso della maglietta e del cappellino bianco con visiera per evitare scottature, anche se l’epidermide cominciava ad essere gradualmente esposta.

I giochi di spiaggia erano costituiti prevalentemente da scavi, con la sorpresa di trovare l’acqua a pochi centimetri di profondità. La mano a coppa del giovane di colonia raccoglieva acqua e sabbia e cominciava a costruire le prime stalagmiti di vaga fattura gotica. Questo portava il giovane colono ad acquisire una certa manualità e fiducia, il quale si avventurava poi in costruzioni sempre più ardite. Una di queste era costituita dalla trappola: con i suggerimenti ed istruzioni dei più anziani della colonia, si costruiva un buco abbastanza grande, il quale veniva astutamente ricoperto con rami trovati sulla spiaggia, qualche ramo frondoso e quindi ricoperto di sabbia. L’ultimo strato era di sabbia secca, per cui solo un occhio esperto poteva individuare una trappola tipo VietCong. A questo punto scattava l’ardita operazione di invitare una delle ragazze della colonia con richiami vari. Si assisteva allora allo spettacolo di una bambina di 6-7 anni che affondava nella buca, anche se di pochi centimetri. Le lacrime che ne seguivano erano dovute più alla vergogna di essere cadute nel tranello dei maschi più che per motivi ortopedici.

L’acquisizione di superiori competenze idraulico-ingegneristiche conduceva inevitabilmente alla costruzione della pista destinata alle biglie. La pista aveva due tipiche ed immutabili conformazioni: montagna o vigorelli. La montagna era un groviglio di strade con salite e discese costellate di trappole. Chi vi cadeva, doveva ripartire da capo. Le piste erano costituite da torciglioni con salite impennate di montagna, difficili gallerie, tranquilli tratti pianeggianti ed infine passaggi su stretti ponticelli. Sulla pista correvano le palline con i ciclisti, costituite da due emisfere di plastica di colori differenti, con l’immagine di un corridore posta sagittalmente. Le più popolari erano quelle di Coppi e Bartali, ma chi aveva la fortuna di seguire da casa “Il giro minuto per minuto” poteva vantare conoscenze che arrivavano a Nino Defilippis, Louison Bobet, Franco Balmamion, Ercole Baldini e il mitico Charly Gaul, il re della montagna. Queste biglie venivano mosse tramite cricco, il risultato di lunghi allenamenti invernali con le biglie di vetro e le buche. Le biglie di vetro erano mosse con il movimento generato dall’azione del pollice che faceva pressione istantanea sulla biglia tenuta ferma dall’indice. I più bravi venivano identificati come burleur per l’abilità di bocciare le biglie nemiche e raggiungere direttamente la “pina”, termine indicante la buca di meta. La biglia dei giocatori da spiaggia era molto più grossa di quella di vetro (o terracotta) e per di più molto più leggera. Si elaborava allora una tecnica differente basata su dito medio caricato a molla sul pollice, il quale colpiva la leggera pallina in plastica, che poteva così lanciarsi sulla pista tra le sue intrinseche difficoltà.

Dopo la prima settimana, il giovane colono maturava il concetto che le montagne fosse gioco da femmina, non sufficientemente virile per un ambiente che ancora risentiva di passati miti, duri a morire. Si costruiva allora l’epitome del gioco di spiaggia, il vigorelli. Trattavasi di pista ellittica che poteva avere una lunghezza di svariati metri e riproduceva fedelmente il tempio milanese del ciclismo su pista, sul cui parquet si sfidavano i campioni di allora. Noti erano i surplaces di Antonio Maspes, che cercava sempre la partenza in seconda fila per sfruttare la ruota e controllare il duellante.

Per costruire un vigorelli ci volevano secchielli, pale e palette e molto lavoro. I bambini piccoli erano deputati al trasporto e all’accumulo di sabbia bagnata per costruire la componente strutturale più difficile, le curve sopraelevate. I più vecchi provvedevano al disegno del tracciato, alla gettata della pista piana con relativi bordi di contenimento ed infine alla costruzione delle curve, ove si provava l’abilità del lanciatore, ma anche del progettista. Dopo un giro di collaudo, partivano le gare, appannaggio dei più vecchi, con i giovani con l’umile compito di mantenere umida la pista che tendeva a seccare sotto il sole.

Tutto ciò fino alle ore 11:00, l’ora dedicata al bagno. In tempi privi di previsioni metereologiche, vigeva l’inappellabile decisione di Gerardo, il quale valutava sole, onda, temperatura di aria e acqua e direzione del vento (quello chiamato Garbino poteva trascinare i bambini fino all’allora Jugoslavia). Altro riferimento era la bandiera esposta dai rari bagnini: solo quella bianca era compatibile con le abluzioni. Una volta passati positivamente questi criteri selettivi, c’era da superare il test più difficile costituito dalla una valutazione dello stato di salute del giovane colono. La personalized medicine di allora era molto semplificata. I bambini erano allineati in riva al mare e la lingua scannerizzata visivamente: quelli con la lingua “sporca” erano costretti a ritornare sotto l’ombrellone con un umore vicino al suicidio e per di più con obbligo di Euchessina serale. Quindi Gerardo si toglieva la canottiera e dava il colpo di fischio che consentiva ai selezionati di raggiungere le acque. Intanto le Signorine avevano costituito un muro di sbarramento in acque che in genere non eccedevano profondità di 30-40 centimetri.

L’entrata in acqua dei 30 giovani coloni era simile alla carica di Balaclava per impeto e coraggio. Le foto di quegli anni mostrano che alcuni maschi e la maggior parte delle bambine portavano salvagenti a ciambella e – i più ricchi – ad ochetta. Lo strumento era non oggetto di divertimento, ma un reale salvavita di difesa dalle caratteristiche strutturali del costume da bagno. Infatti la lana derivata dalle coperte militari aveva la capacità di assorbire importanti quantità di acqua salata, impregnandone in maniera stabile le fibre. Questo carico provocava frequenti cedimenti strutturali degli elastici impiegati per il sostegno, con imbarazzanti ostensioni di infantili intimità. Quando l’elastico invece teneva e soprattutto nel caso delle bambine con pettorina appesa al collo, la situazione poteva diventare critica. La cromatografia ascendente su fibra di lana portava ad accumuli di acqua pari al 10-20% del peso corporeo dei coloni, nell’ordine di circa 20-25 Kg. Il previdente Gerardo aveva quindi favorito gli acquisti di ciambelle e ochette a scopi di evitare perdite di bambini, anche in acque molto basse.

L’uso del moscone era rarissimo privilegio riservato a chi aveva genitori in visita e con voglia di dedicare tempo e soldi a qualcosa di grande lusso, come erano considerati i giochi dei bambini. E’ chiaro che chi tornava da una gita sul moscone diventava oggetto di fulminanti invidie che potevano durare a lungo, in quanto ci si spingeva oltre la prima banchina, zona di accumulo di sabbia e limite considerato invalicabile da ogni persona di buon senso.

Il bagno terminava quando compariva il segno che la semeiotica medica di allora indicava come prossimità al collasso. Questo era costituito dal raggrinzimento delle dita, oggetto di continue ispezioni durante l’ammollo. Partivano allora i due colpi regolamentari di fischietto e questa volta i bambini si avviavano lentamente e malvolentieri sulla spiaggia e lontano dal desiderato bagno.

Gerardo allora faceva fare una serie di ritmici movimenti noti come ginnastica, che avevano lo scopo di tenere attivo il muscolo e – in maniera non confessata – permettere la conta degli emersi.

Ignoti a quei tempi teli o asciugamani, per cui l’acqua veniva eliminata dal sole e con molta più lentezza percolava dai costumini.

Dopo la parentesi sportivo-balneatoria, il gruppo ritornava alla Vela d’Oro per pranzo ed obbligatoria gabanella.

Il pomeriggio era dedicato al gioco di massima virilità e abilità costruttiva. La trincea nasceva dalla inderogabile necessità di avere il lato Cattolica della Pensione Vela d’Oro protetto. Nessuno ha mai colto la ragione reale di questa strategia á la Maginot, né si erano viste incursioni di pirati o comacchiesi dalla fine della II Guerra mondiale. Suggestivi forse potevano essere i relitti di fortificazioni e blocchi anti-sbarco lasciati dalla Wehrmacht e di costoso smaltimento post-bellico. La trincea si poteva fare a scopo di allenamento sulla spiaggia, anche se mal tollerata per il disturbo dei grandi passeggiatori da battigia, la cui unica e reale professione era di criticare quanto veniva fatto di fuori norma. Comunque i giovani coloni scavavano la trincea. Per fare questo non erano sufficienti le palette e i secchielli convenzionali: era necessario passare al badilino da Lire 500 distribuito ogni mattina dai vu cumprà ante litteram, riminesi che caricavano su una bici un bidone per braccia del manubrio e un terzo sul portapacchi posteriore. Questi container erano pieni di ogni ben di Dio per l’edonismo da spiaggia e venivano reclamizzati con un crudele “piangetebambinichevadovia”. La popolazione della colonia era chiaramente senza soldi e solo Gerardo poteva, ad insindacabile giudizio, consentire spese voluttuarie. Inconfessati accordi pre-partenza consentivano a taluni fortunati l’accesso al sibaritico badilino in lamiera con manico passato al tornio. Naturale complemento era il secchiello grande, di plastica ma robusto e quindi in grado di portare grandi quantità di sabbia bagnata.

La strumentazione d’avanguardia e l’esperienza acquisita nella spiaggia consentivano al passaggio alle dune poste sul lato Cattolica della Pensione, del tutto non frequentata e occupata solamente da erbe, spini e piante in grado di crescere in quella savana. Questo era l’ambientazione ideale per disegnare strutture degne della linea difensive passate di lì qualche decennio prima e che impegnavano la popolazione maschile per giorni e giorni. Le femmine erano escluse a causa di potenziali rischi di cadute (in realtà, per inconfessata misoginia). La trincea vera e propria aveva come coronamento un muro esterno di sabbia pressata, cui venivano messi legni e rami spinosi a formare mini cavalli di frisia. Le retrovie erano costituite invece da scavi profondi, che agivano da ipotetici luoghi di riposo e protezione.

La occhiuta vigilanza di Gerardo e delle Signorine era sempre attiva. Come da protocollo, le Signorine esprimevano sonoramente il loro disappunto per attività tanto faticose, che sporcavano tutti i vestiti e che lasciavano i bambini spossati. Gerardo invece aveva una sua strategia sottile e i ragazzi venivano lasciati a giocare finché non giungeva il buio. Questo era il segnale non negoziabile che si tornava alla Pensione e ci si avvicinava alla cena dopo sommario lavaggio delle mani.

A questo punto intervenivano le arti di Pina, la sorella di Gerardo addetta alla cucina, che gestiva una struttura da stella Michelin. Infatti vi erano gruppi di Italiani e Tedeschi che venivano appositamente per assaggiare lo spaghetto di Pina e il suo pesce fritto.

I bambini mangiavano con vigoroso appetito: la somma di fatica fisica più pranzetto agivano come potente facilitatore del sonno e le Signorine potevano star tranquille che dopo le 21 nessun ragazzo era più sveglio.

Quando pioveva c’era la triste passeggiata, guidato dalle onnipresenti Signorine e con Gerardo in testa. In quelle occasioni, la pancromatica colonia dei bambini della Ferrovia avevano occasione di incontrare le file ordinatissime e serrate di bambini di altre colonie, guidate da rigide suore o da algide schwester. I bambini delle colonie delle Ferrovie, della Stipel, dei dipendenti di strutture statali erano vestiti tutti rigorosamente uguali, dalla testa ai piedi. Lo stesso avveniva per gli accompagnatori. Gli occhi di quei bambini apparivano colmi di tristezza infinita e desiderosi solo di un abbraccio materno e di un ritorno a casa. Elioterapia sì, ma decisamente sofferta.

Gerardo conosceva perfettamente tutte queste cose, sapeva che a quel tempo i bambini non si muovevano affatto e per questo la mancanza di casa era spesso lancinante. I più fortunati alla Domenica provavano un tuffo al cuore quando scorgevano arrivare uno o entrambi i genitori con Vespe e Lambrette: i più organizzati arrivavano il Sabato e si fermavano a dormire. Il mese che sembrava non passare mai di colpo assumeva vivacità e corse dinamiche, con il solo rammarico del momento della partenza. Gerardo sapeva benissimo tutto ciò e cercava in tutte le maniere di mantenere vivo il contatto con casa. Le cartoline partivano con aiuti di scrivani più anziani e i servizi postali dei tempi assicuravano che queste raggiungessero destinazione in un giorno. Le famiglie rispondevano altrettanto velocemente, con attenta osservazione del numero dei francobolli da usare. La posta veniva data durante il pranzo e Gerardo dispensava le cartoline ai fortunati destinatari, tronfi di queste attenzioni. Le cartoline venivano lanciate ed era un piacere da volley raccogliere i saluti e i baci da casa.

Però Gerardo sapeva che anche questo non era sufficiente: la freddezza del mezzo postale andava sinergizzata con qualcosa di più caldo e interattivo. E qui apparve il magnetofono, antico termine indicante registratore a nastro. Per ragioni non note ai più, Gerardo riuscì a trovare un registratore Geloso che colpì immediatamente l’attenzione dei bambini quando videro i tasti verdi, bianchi e rossi mossi con maestria dal mago Gerardo. Gerardo chiedeva alcune cose, si avvicinava innocentemente ai bambini e questi rispondevano in base ad umore e domanda. Il dato che i bambini non sapevano è che la pressione simultanea del tasto verde e del tasto rosso faceva registrare quanto detto. La cosa poteva finire lì, ma era una sorpresa duplice e basata su strategie a tappe multiple. Il magnetofono e relativo nastro raggiungevano la Direzione della Ferrovia e poi Sermide: alcuni fortunati genitori potevano sentire in anteprima le voci dei bambini al mare, che sembravano a mille chilometri di distanza.

La settimana successiva uno dei figli di Menani tornava a Riccione con un carico segreto. Al pranzo della Domenica c’era la convenzionale sorpresa, ormai non più tale: arrivava il camioncino dei gelati e i bambini FSF avevano un extra ben diverso dalle mense delle grandi colonie. E qui Gerardo estraeva la sua bacchetta magica, il mitico magnetofono, stavolta caricato con le voci di alcuni genitori che mandavano antesignani messaggi vocali via nastro.

Però casa è casa e un sospirone di sollievo sorgeva tra i 30 coloni quando arrivava la notizia che era tempo di andare dal barbiere. Quegli anni erano caratterizzati da nuche pulite, taglio alto del capello, all’“Umberta”, che faceva pulito e ben tenuto. Quelle giovani nuche sarebbero state al ritorno un’attrazione fatale per le maestre dei paesi di origine, per correzioni montessoriane di errori e abitudini malsane.

I bambini si lasciavano andare a scene di eccitazione e di entusiasmo, quello era il segno sicuro che il giorno successivo ci sarebbe stata la partenza ed il ritorno a casa. L’eccitazione continuava nella notte e quella era l’unica in cui le Signorine dovevano esercitare il loro severo imperio per ottenere una qualche forma di disciplina. I bambini sarebbero tornati belli abbronzati, muscolosi e scattanti e con un piacevole sapore di salmastro, complici anche le non frequentissime abluzioni del tempo.

Il ritorno sarebbe stato speculare rispetto quanto visto all’andata e anche stavolta ci sarebbe stato il direttissimo Adria-Express del mattino, che partiva in forte composizione da Rimini al traino di una 685. Il grattacielo di Ferrara era il segnapassi del “siamo quasi a casa”. Sul quinto binario della Stazione c’era la 72 con i motori accesi e il suo tranquillizzante colore isabella, pronta a restituire alle case bambini e bagagli. In realtà i bagagli si limitavano al sacchettino azzurro con numero, ove spesso però c’era spazio per una conchiglia dipinta con Madonna oppure di una palla di neve in vetro. Ancora un’ora o due e tutti sarebbero giunti a casa. Al “15” ci sarebbero state tagliatelle in brodo ottenute fini con la coltellina derivata dalla falce, la gallina lessa con peperoni e cetrioli a fette spesse. Il pranzo contemplava l’anguria tenuta nel pozzo come complemento rinfrescante. Felicità per il corpo, ma anche per l’anima per un ritorno tanto desiderato.

Fabio Malavasi

Flavio Tiengo

 

P.S.: Si ringraziano le Famiglie: Menani, Negrini, Banzi, Bottoni, Cappi, Galli, Marchini, Santini e Arrivabeni per aver messo a disposizione le immagini della colonia