NAUFRAGI: RISIBILI OSSIA INUTILI I SINGHIOZZI DELLE GRANDI FIRME

I collateral damages -i civili uccisi dal napalm e dai droni; i fucilati delle Fosse Ardeatine, prezzo dovuto pagare per l’azione “militare” che spezzò le reni alla Wehrmacht; gli arsi vivi nei firestorms di Amburgo; gli immolati innocenti di centomila episodi bellici- i collateral damages dicevamo si usano amnistiare: “dure necessità della lotta”. Ma almeno ribelliamoci ai sottoprodotti inesorabili dei naufragi dei barconi: i singhiozzi dei grandi media. Dopo il rovesciamento del battello dei 900, i direttori di Repubblica e della Stampa, più Claudio Magris e Barbara Spinelli hanno infierito spietatamente, alla testa di altri tenori, tromboni e prèfiche del mondo, coi loro singulti. Sono disperati. Non vogliono più vivere, troppa tanta nequizia degli uomini e degli Dei. Implicitamente rimproverano i lettori che non si taglieranno le vene per lo strazio dei Maestri. Poi passano alla cassa e percepiscono.

E questo potrebbe anche andare bene, se i singhiozzi vedi sopra contribuissero a salvare una sola vita. Invece nulla è più banale e inutile di quanto scrivono le grandi firme quando le ecatombi sono all’altezza dei loro onorari e le lacrime sgorgano più facili. E’ quasi certo: sono meno ovvii e più onesti i temi in classe svolti alle medie su tracce come “I pensieri suscitati in voi dalle grandi sciagure”.

Mai un Ezio Mauro, un Ferruccio De Bortoli, altri gestori di coscienze, invece di far piangere a vuoto e a vanvera, si metteranno alla testa di un movimento “Un decimo del nostro superfluo per dissuadere quelli del Burkina Faso”. Si dice che i disperati del Sub Sahara devono pagare parecchi soldi, correre i rischi del deserto e la ferocia di schiavisti e di altri criminali prima di riuscire a imbarcarsi. Quando non annegano tentano di realizzare il sogno: mendicare a Duesseldorf dove un lontano parente ha trovato da lavare latrine.

Orbene la Natura non condiziona i candidati migranti a suicidarsi come lemmings. E’ sicuro che rifiuterebbero mille euro, o un lavoro a casa loro, contro l’impegno a non imbarcarsi? E’ sicuro che i Grandi della terra, per una volta insieme, non saprebbero finanziare dei progetti di sviluppo quali, p.es., la produzione e l’export di energia di origine solare?

Al peggio: per offrire 1000 euro a 10 milioni di disperati già in marcia occorrerebbero 10 miliardi. Si metterebbero insieme facilmente se gli Stati tagliassero qualcosa sulle spese non essenziali o nocive (prestigio, sport, Expo). E se alcuni milioni di progressisti, di entusiasti dei diritti umani, di zelatori di nobili cause rinunciassero a un abito sartoriale, a

un abbonamento alla palestra del fitness, alle lezioni di cavallo della figlia culacchietta, a una vacanza a quattro stelle. Non contando quanto si metterebbe insieme se i sommi direttori e quanti singhiozzano sui cimiteri marini donassero una tantum un ventesimo del loro reddito. Quando firmeranno un assegno oltre ai loro lirismi?

La verità è che gli opinion leader avranno per sempre il rimorso di non avere enunciato l’obbligo delle società affluenti di accettare rinunce, di impoverirsi alquanto per prendere in carico un po’ di mondo misero. Hanno invece additato la nobiltà e la coolness dell’accoglienza. Hanno propalato la bugia che ci manca manodopera. Hanno tacciato di razzismo, populismo e ignoranza quanti ricordavano che più accoglienza, in pratica, significa più badanti, più colf e più manovali low cost a beneficio degli agiati.

Una scusante dei conduttori dell’opinione è: noi non proponiamo i sacrifici perché la gente non si cura delle nostre prediche. E questo è vero. Per sensibilizzare i grandi numeri ci sarebbe voluto un uomo d’eccezione, un maestro e un Mosè del mondo quasi intero. Avrebbe potuto diventarlo Bergoglio, se avesse voluto -con atti scandalosi e concreti- essere il papa rivoluzionario che si diceva. Non ha voluto, ed ora è un pontefice come gli altri, del tutto incapace di guidare.

Andrà a finire che sarà un ipermiliardario americano o un imperatore cinese a fare per i miserabili della terra quanto non faranno tutti i governanti di Bruxelles e tutti i singhiozzanti dei grandi media? E quando Bergoglio confesserà il delitto della Chiesa di aver difeso l’esplosione demografica, in quanto ‘ogni nascita è un dono’ e in quanto ‘c’è la Provvidenza’ ?

A.M.C.

UN TYCOON AMMIREVOLE DEL PASSATO: VITTORIO SELLA

Volete una figura di capitano d’industria quasi opposta al tycoon tipico dei nostri giorni, tutto mondanità, barca, machiavellismo, intrinsichezza coi politici e coi media? Ecco Vittorio Sella (1859-1943). Quando non era di turno alla guida del nostro maggiore gruppo laniero -il Biellese poco dopo l’Unità contava 94 stabilimenti lanieri- questo Sella scalava le montagne più alte del pianeta: dalle Alpi sovrane al Caucaso centrale (dodici cime più alte del Bianco), dal Himalaya al Ruwenzori. Soprattutto fotografava quelle montagne. Vittorio Sella è il pioniere e il maestro della fotografia di vette e ghiacciai invernali.

Era figlio di Giuseppe Venanzio Sella, fratello di Quintino, l’ordinatore delle finanze del nuovo regno d’Italia. Venanzio era in proprio fotografo di rango, teorico e tecnico della nuova arte. Nel 1856 aveva pubblicato, sempre il padre del Nostro, un vero trattato ad hoc, presto tradotto in tedesco e in francese. Poi Venanzio era stato assorbito fino in fondo dall’impegno di sviluppare e trasformare l’impresa familiare. E quando si era profilato il laticlavio -così si indicava allora un seggio nel vitalizio Senato del Regno; laticlavio era stato l’orlo purpureo della tunica dei senatori romani antichi), Venanzio aveva implorato il fratello importante in politica: “Fai quanto puoi onde che io non sia proposto. Ciascuno al suo posto. Il mio posto è a fare onestamente il negoziante”. Ce li immaginiamo Tronchetti Provera o Della Valle che si definiscono negozianti?

Notare che anche il fratello Quintino, il capo della vecchia destra piemontese, nutriva uno speciale interesse per la ‘bellissima arte’ della fotografia. Nel 1851 progettava di impiantare una dagherrotipia. Quanto alla montagna, basti dire che nel 1863 fondò il Club Alpino Italiano.

Se i Sella, dinastia di imprenditori aperti al progresso, si mettevano alla testa delle iniziative nel comparto fotografico, va detto che una dozzina di maschi della famiglia erano tra i protagonisti della seconda generazione dell’alpinismo italiano. Nel 1882 un Alessandro conquistò il Dente del Gigante; due anni dopo ascese il Lyskamm per la cresta sud, con un figlio di Quintino. Ciascun Sella voleva meritarsi i galloni di rocciatore: alpenstock e nessun indumento tecnico, bensì una vecchia giacca di città; a volte un sacchetto sulla faccia per proteggere la pelle (due buchi per gli occhi, uno per la bocca). Naturalmente si guadagnò prestissimo i galloni Vittorio, che qui additiamo come l’opposto diametrale del tycoon negativo.

Alla morte prematura di Venanzio la vedova e Quintino il ministro decisero di inserire il ragazzo nell’azienda, interrompendo gli studi liceali e intraprendendo quelli della Scuola professionale di Biella, naturalmente fondata dai Sella. Lo zio statista andrà avanti a lungo a incoraggiare Vittorio sulla strada dell’alto alpinismo invernale, della fotografia pionieristica, dell’esplorazione di cime, ghiacciai e valli in paesi spesso inesplorati.

Nel 1889, dopo una serie di conquiste oltre i 4000, e dopo avere compiuto sulla Dufour la prima invernale nella storia dell’alpinismo, Vittorio si fa conquistatore e, con le sue straordinarie panoramiche, glorificatore dei giganti del Caucaso (scala anche l’Elbruz, metri 5629), del Nepal, del Sikkim, del Karakoram. Finché nel 1897 si apre il sodalizio alpinistico e l’amicizia con Luigi Amedeo di Savoia, l’esploratore una cui spedizione ha raggiunto i 7498 metri, massima altitudine allora mai toccata dall’uomo. Il duca degli Abruzzi frequenta casa Sella.

Vittorio in seguito capeggia o partecipa a imprese in Alaska e al Ruwenzori: per questa spedizione africana deve pagare tra 300 e 400 portatori; la spesa lo angoscia. Si avvicina ai luoghi più remoti soprattutto con viaggi ferroviari -terza classe- che durano settimane. Le testimonianze umane più emozionanti le porta dal Caucaso centrale. Ritrae pastori, briganti, signori di vallate, rustici patrizi alpestri. Fa conoscere al mondo grossi villaggi dove si contano fino a 90 superbe casetorri di architettura antica. Una severa principessa a Mazeri (Soanezia), fotografata tutta in nero sul suo trono, sembra l’ava di Medea abbandonata da Giasone. Lo straordinario opus delle immagini e dei testi sugli abitanti del Caucaso, pubblicati più volte, fanno di Vittorio Sella anche un etnografo e un antropologo, in definitiva uno scienziato.

Scalò tante delle vette più alte della terra che i medici gli trovarono la parte alta dei polmoni insolitamente larga (quello che chiamiamo il “fisico bestiale”!). Affrontò fatiche e pericoli che non tutti i massimi alpinisti del nostro tempo conoscono. Esplorò e contribuì a cartografare regioni quasi sconosciute, fianco a fianco di due dei suoi tessitori biellesi.

Ci fermiamo. Forse siamo riusciti a tratteggiare un contro-tycoon del passato. Si meritò la prominenza sociale the hard way, non concedendosi alcuna debolezza. Più ancora alcun edonismo.

Profirio

NON HA SENSO RIMPIANGERE GLI ANNI CINQUANTA

E’ educativo rileggere due anni dopo il pezzo “I lavoratori usa e getta nel tempo del declino” di Luciano Gallino, celebrato sociologo di osservanza progressista; pezzo interamente volto a denunciare “i dirigenti confindustriali i quali riescono a dire che l’Italia è un paese in cui è difficilissimo fare impresa”. Per Gallino “più che una dichiarazione di insipienza è, da parte dei manager, un’offesa alla memoria dei loro predecessori, quelli che in meno di vent’anni fecero di un paese semidistrutto dalla guerra, che ancora nel ’51 aveva più del 40% di occupati in agricoltura, un grande paese industriale. Quegli imprenditori inventarono la Vespa e la Lambretta, fabbricarono milioni di auto utilitarie e di elettrodomestici, mentre i dirigenti pubblici quintuplicavano la produzione di acciaio, costruivano flotte di magnifiche navi e si imponevano nel mondo tra le grandi sorelle del petrolio. Tutti insieme crearono milioni di posti di lavoro stabile e decentemente retribuito. Si chiamavano, nel settore privato, Piaggio e Bassetti, Necchi e Olivetti, Pirelli e Valletta. Avevano di fronte dirigenti pubblici ed economisti come Sinigaglia, Mattei, Saraceno, Glisenti. Una generazione di grandi imprenditori e dirigenti che non sembra aver lasciato nessun discendente”.

Gallino ammette che c’è la crisi. “Tuttavia la produzione di auto e di elettrodomestici, di navi e di abbigliamento di fascia alta, non è cessata nel mondo, è cessata in Italia. Non sembra essere arrivato nulla di realmente nuovo. Le medie e le grandi aziende spendono una miseria in ricerca e sviluppo. Gli impianti sono tra i più vecchi d’Europa. Le fabbriche qua e là ci sono ancora, ma fabbricano in prevalenza disoccupati e male occupati (…) Ma piuttosto che piangere sulle supposte difficoltà di fare impresa in Italia, bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori di vaglia sono diventati così pochi, i capitali si dirigono preferibilmente verso impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici”.

Questo tipo di analisi falso-ingenua autorizza a pensare che tra le concause del nostro declino figuri quella che potremmo chiamare l’insipienza dei sociologi di parte quali Gallino. Noi abbiamo poca simpatia per gli uomini d’impresa. Oggi l’imperativo non è di tentare di ripristinare l’impossibile, cioè le condizioni degli anni Cinquanta, bensì quello di svezzarci dalla crescita e dal benessere consumistico. E’ di convertirci alla vita semplice, senza il superfluo, col pane assicurato a tutti (a spese dei ricchi) invece che coi divari disgustosi che conosciamo.

In ogni caso, che studioso è un sociologo il quale lamenta non siano più i tempi della Vespa e della Lambretta, delle prime utilitarie e dei primi elettrodomestici, della quintuplicazione dell’acciaio, e così via? Se non sono più quei tempi è perché

è cambiato il mondo. Oggi la Cina, le Tigri asiatiche e un certo numero d’altri paesi che erano abitati quasi solo da contadini, boscaioli, manovali e pescatori, sono già in grado di produrre quasi tutti i manufatti importanti che il pianeta richiede, con una qualità crescente e prezzi spesso decrescenti. In più i nuovi produttori lontani operano in genere liberi da sindacati, partiti e parlamenti che avrebbero strozzato la rivoluzione industriale dell’Asia e che da noi hanno portato alla situazione attuale. Nelle parole di Gallino, essa è in Italia “quattro milioni di disoccupati, quattro milioni di precari che stanno invecchiando, migliaia di piccole imprese che chiudono ogni mese, milioni di vite ferite, compromesse, assediate da un futuro di disperazione”. E’ l’altra faccia del capitalismo di cui Gallino ha nostalgia, con tutta l’osservanza progressista.

Senza un ripensamento rivoluzionario, niente potrà fermare sulla distanza il declino dell’economia industriale d’Occidente, coll’eccezione temporanea di comparti futili o dannosi come la moda, il lusso, gli sport, l’entertainment, gli armamenti. Concause di questo declino sono gli eccessi della tassazione, della conflittualità, dello stesso benessere diffuso che esige retribuzioni e aspettative crescenti. Col tempo le aspettative scemeranno, ma non coll’immediatezza che i nuovi tempi esigerebbero. Dunque il nostro indebolimento competitivo non potrà che accentuarsi. Le ripresine che spunteranno qua e là incrementeranno l’automazione più che l’occupazione. Si accentueranno i mali per cui Gallino si straccia le vesti e rimpiange il miracolo economico che non verrà.

Il paragrafo conclusivo dello scritto del sociologo è anche il più indeterminato, quindi il meno utile: “Bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori e i dirigenti pubblici di vaglia sono diventati così pochi, i capitali preferiscono gli impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici. Se non si cercherà di fare qualcosa lungo questa strada, la pratica dei lavoratori utilizzati come usa e getta continuerà a diffondersi”. Il professor Gallino non ha chiarito: “fare qualcosa” che vuol dire e a chi spetta. Un tempo a fare qualcosa era la mano pubblica, e lo faceva a debito. Oggi, se anche volessimo -e non vogliamo- dilatare ulteriormente il nostro debito, avremmo l’obbligo assoluto di astenerci. Le industrie inventate dallo Stato portano male perché sono false.

Meglio la decrescita, col rancio garantito a tutti a spese del lusso, della moda e degli sport: sono fissazioni nazionali, ingannevoli perché in qualsiasi momento gli asiatici si butteranno sui business frivoli nei quali ci crediamo imbattibili. Si dimostreranno più in gamba di noi, per di più liberi dagli impacci della sociologia.

A.M.C.

TROPPO BUONO IL MARX 2.O FRANCESE A CONTENTARSI DELLA DEMOCRAZIA

Uno che non abbia letto le 950 pagine de Il Capitale nel XXI secolo (titolo della traduzione italiana- Bompiani),e che non si proponga di farlo, in quanto poco attratto da alcuna rivisitazione di Karl Marx, sente l’obbligo di giustificarsi. Non si impegnerà sul pensiero di Thomas Piketty essendo convinto che la validità teorica di certi pensieri, persino sommi, sia di fatto irrilevante.

E’ invece decisivo capire chi porterebbe avanti in politica le teorie di Piketty. I precedenti fanno pensare che il braccio secolare del Maestro sarebbe, in Francia, il tradizionale progressismo a sinistra di Hollande: come a dire il quasi nulla. I precedenti sono, in particolare, che Piketty era stato consigliere economico di Ségolène Royal; e che, da presidente, Hollande si è rimangiato la promessa di una rivoluzione fiscale ampiamente ispirata alle proposte della Pikettynomics: “tassazione più progressiva non solo dei redditi, anche dei capitali; trattenute alla fonte; disincentivi alla ricchezza non guadagnata; controllo sul capitale”.

Dunque è verosimile che il marxismo XXI secolo sarà portato avanti dalla Gauche. Se così sarà, non avrà senso curarsene. Il sinistrismo alla Gauche, quello dei ‘diritti’ landinisti all’italiana, quello spagnolo del conato Zapatero, condannano all’insuccesso tutto ciò che toccano. Perché? Essenzialmente perché i sinistrismi sono sempre o insinceri o impotenti. Non sono credibili e non sono creduti. E’ fallito il comunismo serio, quello di Lenin e Stalin, dei Fronti popolari, delle grandi purghe e dei gulag; figuriamoci il gauchisme di Ségolène, Rodotà, Cuperlo, Camusso, di Sel e dei gruppuscoli che, come Il Manifesto, vivono un Avvento interminabile, l’attesa del ritorno del comunismo (versione terrazze romane/ombrelloni a Capalbio).

Nell’incipit abbiamo parlato di un generico “uno che non abbia letto, né intenda farlo, Il Capitale nel XXI secolo” . Volendo essere più specifici, tiriamo in ballo chi scrive questi mozziconi di righe. Costui sognerebbe misure più vicine ai gusti e ai criteri di Vo Nguyen (che come generale Giap umiliò la Francia e, infinitamente di più, gli USA) che alla linea di Piketty. Per riuscire, Giap si regolò all’opposto dell’economista, secondo il quale “la democrazia deve avere il controllo sul capitale”. La democrazia quale la conosciamo è, per il tedio e la diffidenza che ispira, certezza di insuccesso. La democrazia è, per esempio quella cosa per cui non si possono sbocconcellare di un decimo, a termini di diritti acquisiti, i più osceni tra i vitalizi dei nostri cleptocrati. Oppure scongiurare l’aumento della corruzione. Il metodo di Giap, più che sbocconcellare, cancellerabbe in toto i vitalizi, tranne quelli dei poveri assoluti. Meglio: Giap, che non si curava di democrazia, associerebbe cleptocrati ed ereditiere ai campi di rieducazione.

Dire male di questa democrazia è, come nel 1530 il fiorentino Francesco Ferrucci contestò a Fabrizio Maramaldo, “uccidere un morto”. Un morto è la democrazia che piace a Piketty, se vuole darle il controllo del capitale. Lungi dal vostro scribacchiante voler difendere il capitale: è questa democrazia che non merita di controllare alcunchè. Il montare delle disuguaglianze, l’immanità delle fortune ereditate o apertamente colpevoli sono consustanziali alla democrazia elettorale-partitica: consustanziali non solo agli Stock Exchanges di Londra e di New York, anche di dovunque si blateri di democrazia.

I controlli sul capitale che Piketty invoca, affidiamoli a Giap. Quelli operati dalla democrazia li conosciamo: alle ereditiere piacciono, e i tycoons con la mansion nel Connecticut non si lamentano.

Anthony Cobeinsy

UN PASSO INDIETRO

Sono cresciuta in un paese di piccola montagna, nell’interno della Puglia. Un paese fatto di case che sembrano uscire dalla terra collinosa, con i suoi alberi selvatici, i suoi cespugli cupi. Un paese che ha la dignità della gente di montagna, e non la fama. Ci sono reminiscenze antiche un pò dovunque, nella terra, nei costumi. Ci sono tracce di Albania nel parlato più stretto degli anziani, nei ricordi stranieri e sofferti delle loro menti.

Ci sono nuovi palazzi e spiazzi, e tracce inevitabili di modernità, oltre alla vecchia piazza, da sempre luogo di incontri e di socialità.

Naturalmente anch’io ho avuto voglia di migrare, di andare altrove, per formazione, per conoscenza, per curiosità. E poi sono tornata, per la voglia di stare un pò lontana da un ritmo quotidiano troppo incalzante, lontana dal frastuono delle idee. In fondo le idee non hanno bosogno di grandi spazi, hanno bisogno di spazio interiore.

Ho ritrovato una dimensione umana accettabile, la vicinanza con l’essenza delle cose. E’ stato da più parti ribadito l’ “elogio della lentezza”. Entro certi limiti, é un concetto auspicabile. Sentirsi parte di un paese, di una comunità, condividere esperienze, progetti, difficoltà é più umano. Vuol dire non sentirsi alieni. Qui il ritmo della vita é moderato. Certo ci sono problemi e angustie. L’angustia é un retaggio atavico, ci accompagna dalla notte dei tempi. Ma la gente vi é abituata. Sa che fa parte del normale corso degli eventi. Forse qui si é ancora capaci di distinguere ciò che é essenziale da ciò che é solo in corso con i tempi. Le ore scorrono più lente. Si riscopre la Natura, la campagna, le stagioni. Torna il ricordo di usanze e festività, si recuperano abitudini e folklore, con la inconscia buona volontà di credere che antico é bello. E allora si riscopre la forza aggregante, la vivacità, l’ allegria sana di riti e cerimoniali. Torna il paese a riunirsi intorno all’accensione della ” Fòcara.

La Fòcara é un grande falò acceso nel paese a metà gennaio, con i rami risultanti dalla potatura di ulivi e di vigneti. Non si hanno notizie certe sull’origine di questo rito che pare possa risalire al medioevo, commistione confusa di rito cristiano e pagano. Fòcara viene da fuoco, fuoco che brucia e purifica, ma anche dà luce.

Si radunano tutti intorno a questo grande falò che può raggiungere i 25 metri di altezza. Un abbaglio notturno, rallegrato dal grande strepitìo dei rami secchi. Il calore si diffonde e accomuna, l’occasione spinge a guadare quanto più alto in cielo, per scoprire le stelle, per accogliere la luce, forse per dare il benvenuto ad una Luce che rischiari, al discendere della Speranza in un mondo di buio. La Fòcara infatti si accende di notte.

Rosella De Giois

LA GUERRA OBBLIGATORIA NON ESISTE PIU’

A cento anni esatti dai negoziati che ci fecero precipitare nel carnaio del primo conflitto mondiale, abbiamo avuto tre dei quattro governanti teoricamente preposti alla pace e alla guerra -presidente del consiglio, ministro della Difesa, ministro degli Esteri; (il capo dello Stato taceva)- i quali annunciavano che serviva una nostra spedizione in Libia, e che eravamo “pronti a combattere”. I polli rideranno molto a lungo di questo annuncio, presto sconfessato da Renzi. Combattere è una prospettiva su cui finora avevano farneticato solo bislacchi colonnelli in pensione, i piazzisti di Finmeccanica e quelli delle industrie d’armi bresciane, più gli sparuti nostalgici di quando lo Stivale dichiarava lo stato di guerra a intervalli regolari.

Fin qui la cronaca di una ridicola sesta settimana del 2015. Ora potrà seguire sia un immediato rinsavimento dell’opinione pubblica (per un attimo essa era sembrata, grazie ad alcuni giornalisti pagliacci, bisognosa di sangue); sia, in teoria, l’esatto contrario. Non ci sono parole abbastanza sprezzanti per descrivere le enormità cui il paese potrebbe arrivare se gli toccasse quanto capitò ai nostri nonni, cento anni fa. Le città dell’Europa intera impazzirono. Non solo gli studenti e i poeti, anche tutte le altre risme di interventisti reclamarono di procombere per questa o quella causa. Molti milioni di uomini furono accontentati, e un multiplo di loro si trovarono orfani, vedove, madri e padri in pianto.

Tutto ciò, questa follia collettiva, avvenne da noi assai meno che nelle città europee più protagoniste delle nostre del delirio patriottico. Berlinesi e parigini, più controllati i londinesi, più angosciati i viennesi, più rassegnati i pietroburghesi, più pazzoidi e animaleschi i belgradesi, tutti inneggiarono a gloriose vittorie, a superlative asserzioni delle rispettive virtù guerriere. Sappiamo come andò a finire nelle mattanze di Verdun, dell’Ost-Front, del Carso. Chi voleva morire in bellezza, qualche volta riuscì. Tutti gli altri morirono come bestie da macello. E dovettero farlo for King and Country: non solo per la patria, anche per fare contenti sovrani e principessine. Le guerre giuste non esistono, non sono mai esistite: E’ esistito il feticcio King and Country. Sul Carso, nella più tragica delle guerre dello Stivale, vigeva l’insultante obbligo di gridare “Savoia!” nell’andare all’assalto. “W il Duce”, almeno questo, non fu mai obbligatorio per il grosso dei combattenti.

Alla Trimurti bellicista di cui al nostro incipit si sono aggiunti un Berlusconi fuori di testa e un tot di oligarchi ladri e di pennivendoli più patriottici degli altri. Se si cercheranno di imporre gridi di battaglia quali “Costituzione!”, “Diritti”, oppure “Nozze gay and lesbian” è certo che i nostri assalti leonini avverranno in desolato silenzio. Nessuno si avventerà sul nemico inneggiando all’uguaglianza dei sessi, alla modernità, ad altri idola tribus. E se praticamente nessuno vorrà morire a beneficio dei vignettisti blasfemi, ancora meno si vorrà morire per i supermarket kosher o per gli imperativi di Netanyau. Occorre farla finita con le faide assassine. Lo stralunato e tragico 1914 vide un intero continente, allora il continente del dominio sul pianeta, abbandonarsi all’irrazionale. Morirono per primi coloro che si dicevano innamorati della morte. Fu la più grande e la più vera delle tragedie sofferte dall’uomo.

Tuttavia la guerra non si limita a falciare i combattenti. Arriva a farli morire nel ridicolo.

Centoquarantacinque anni fa i ristretti circoli che contavano nel Secondo Impero francese si concessero il lusso di imporre la più fatua delle guerre contro la Prussia, cioè contro la Germania che andava ergendosi unita e possente. Si trattava del trono di Spagna e il candidato prussiano, Leopoldo di Hohenzollern, rinunciò a concorrere di fronte alla veemente opposizione di Parigi (non un sovrano germanico anche a sud dei Pirenei). Ma quando l’ambasciatore francese reiterò la richiesta di una rinuncia diretta del sovrano Guglielmo I°, il cancelliere Bismarck lo fece cadere nella trappola: “Sua Maestà non ha niente da aggiungere agli affidamenti già forniti”. Fu il momento che la Francia cartesiana ma chauviniste perdette il senno: esigette la guerra per difendere il prestigio di grande potenza.

Bastarono due battaglie estive per annientare la Grande Potenza. Parigi assediata soffrì la sanguinosa rivoluzione della Comune. L’imperatore fu deposto e il trattato di pace tolse alla Grande Potenza l’Alsazia e parte della Lorena, stabilendo le premesse per i due peggiori conflitti mondiali della storia dell’uomo. La Francia ha pagato fino in fondo per essersi affidata alle armi nel 1870, nel 1914 e nel 1939. Quanto agli Stati Uniti, dalla guerra di Corea non fanno che pentirsi dello stesso errore: fare guerre per perderle tutte. Oggi la sfida islamista è senza confronti più estesa e più minacciosa che prima delle irresistibili spedizioni di G W Bush.

Per questa sfida esiste una sola soluzione definitiva: se si destineranno ad aiuti per lo sviluppo buona parte delle spese militari occidentali i popoli poveri ripudieranno l’estremismo e ameranno gli americani e i loro scudieri, crociati compresi.

A.M.C.

BENGODI COME SEMPRE SUL COLLE DOPO NOVE ANNI DI PARTENOPEO

“Molto resta da fare perché i dati del Quirinale siano pubblici e facili da trovare. Come invece già accade per Buckingham Palace o per la Casa Bianca. Non sarà arrivato il momento, tanto più dopo i misteri, le nebbie, le trappole, i veleni di questi giorni di conciliaboli nelle segrete stanze, che il futuro inquilino del Quirinale spalanchi alla massima trasparenza anche il Colle? La blindatura top secret  di ogni voce di spesa quirinalizia è rimasta intatta anche negli anni di Pertini e di Cossiga; perfino di Ciampi, che pure aveva fatto del contenimento delle spese una ragione di vita”.

G.A.Stella, che il 29 gennaio scrive così sul ‘Corriere’ (titolo ‘La trasparenza necessaria al Colle’), lamenta che gli sforzi di Napolitano non abbiano prodotto risparmi di rilievo nei costi del Quirinale: “La sua ultima Nota illustrativa, il 9 gennaio, comunicò di avere deciso di autorizzare forme di pubblicità delle scelte fondamentali contenute nel bilancio interno. Però solo sulle voci  ‘compatibili con la riservatezza che caratterizza, in base alla prassi costantemente seguita dal 1948 ad oggi, una documentazione contabile sottratta a controlli esterni, in forza dell’autonomia organizzativa riconosciuta all’organo costituzionale della presidenza della Repubblica dalla Costituzione e dalla legge 9 agosto 1948, n.1077, istitutiva del Segretariato generale, come affermato dalla Corte costituzionale e dalla dottrina’”.  D’altra parte, aggiunge Stella, “il presidente fece trapelare che sarebbe stato indelicato verso i predecessori mostrare il bilancio integrale”.

Con un capo di Stato così attento alla delicatezza verso i predecessori -si sa che viviamo tempi di top priority alla delicatezza verso i semimonarchi, non verso 60 milioni di sudditi- si meraviglia G.A.Stella che Napolitano ci abbia fatto risparmiare solo gli spiccioli sui costi della sua reggia, indistinguibile per sfarzo da quella degli Zar? Fino all’ultimo, fino al momento di abdicare, re Giorgio ha ribadito il diritto del Palazzo reale di imporre ad libitum le sue spese sui contribuenti ‘in base alla prassi’. Il diritto di sbafare (=rubare) perchè si è sempre sbafato. La ‘autonomia organizzativa riconosciuta al Segretariato generale della presidenza’ è un altro dei doni elargitici dalle Istituzioni democratiche, segnatamente dalla Costituzione. Coi vizi millenari di cui soffriamo, ci meritavamo tanta benevolenza?

A questo punto G.A. Stella, constatato che nove anni dopo l’avvento di Giorgio “siamo ancora lontani rispetto  alla trasparenza di altre residenze di capi di Stato” riprende la triste geremiade dei confronti con altre regge e presidenze. “Il bilancio online di Buckingham Palace -certificato da un revisore esterno- riporta perfino la marca e l’annata delle bottiglie di vino presenti in cantina, riporta i passeggeri che erano a bordo di questo o quel volo di Stato. E’ una questione centrale la trasparenza nel mondo anglosassone. La Casa  Bianca pubblica uno per uno i nomi di tutti i 456 dipendenti. Lo stipendio (annuo) più alto, quello pagato all’assistente del Presidente per la politica economica, è di 172.200 dollari. La paga di 34 altri stretti collaboratori di Obama è di 42.420 dollari, poco più della retribuzione media di un dipendente pubblico italiano. Certo il meccanismo negli Stati Uniti è assai diverso che da noi. Resta il fatto che quei 456 del White House Office costano in tutto 37,7 milioni di dollari. E che lo stipendio massimo per i collaboratori più stretti dell’uomo più potente del mondo è poco più di metà del tetto -contestatissimo- di 242 mila euro che M.Renzi tenta di imporre ai più alti dirigenti dei nostri Palazzi. Quirinale compreso”.

G.A.Stella è certo più informato di noi su quello che sarà il vitalizio del segretario generale Donato Marra, il ciambellano sommo della Reggia. Noi siamo rimasti a un paio d’anni fa, quando quest’ultimo scriveva ai giornali che una paga di ben oltre 400 mila euro gli era pienamente dovuta, “considerato il livello delle mie responsabilità”(!) Stella, che ha ritrovato la capacità  di condurre l’opinione sui variscandali del Colle, conclude il suo articolo col mite rilievo che ”è crollata la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni, perfino del Quirinale (calata in poco tempo dal 71 al 44 per cento di popolarità)”. Non dice il resto.

-Che la futura presidenza della repubblica, ridotta  nelle funzioni al ruolo cerimoniale della Bundespraesidenz germanica, andrà estromessa dal Quirinale, destinato a diventare il museo più importante al mondo. Per l’ufficio del Primo Cittadino basteranno 100 dipendenti invece di 1660 e le100 stanze di una palazzina decorosa invece delle 1200 della reggia pontificia-sabauda.

-Che se Renzi, di fatto già divenuto Cancelliere, non sarà capace di amputare ben più duramente di quel che oggi farfugli i costi e i furti  dell’alta burocrazia e della politica, egli Cancelliere finirà uno sconfitto totale.

-Che da Mattarella, meglio non attenderci niente di importante.

A.M.C.

IL MISFATTO DI METTER CASA AL QUIRINALE E QUALCHE SOMIGLIANZA CON LA CASTA

E’ quasi certo che tutti gli altri quirinabili sarebbero stati peggiori, per questo o quel motivo. Tuttavia taluni indizi che al momento si profilano a carico del successore del Partenopeo non sono lievi.

Fino a poche ore fa era giudice costituzionale e, con un emolumento vicino al mezzo milione -la Democrazia tratta signorilmente i suoi ciambellani- non risulta avesse imbarazzo ad abitare nella foresteria della Consulta (foresteria che non dovrebbe esistere). Saremo felici di ritrattare questo minore addebito, se emergerà che Egli pagava per l’alloggio al livello di uno degli indirizzi più costosi al mondo.

Ancora più felici se confidenti e cortigiani testimonieranno in fede che lo angustiava farsi ricompensare tanto da un consesso -la Corte, usbergo della Casta- che sarebbe  giusto soppiantare con  una sezione specializzata della Cassazione. Ovviamente non sarà soppiantato, con tutti i vanti del Rottamatore e gli aneliti umanitari di Mattarella, visto che è baluardo a difesa dei privilegi e vitalizi acquisiti, nonché uno dei fronti di saccheggio del contribuente.

Indizio numero Due, le cerimonie di insediamento, con voli dei cacciabombardieri e esibizioni dei corazzieri sabaudi. Le esibizioni erano superflue, i voli erano asserzioni militaristiche. Sembra difficile sostenere che il cattolico Mattarella abbia inteso ispirarsi alla semplicità della R4 di Bergoglio. I simboli contano molto, sono sostanza. E’ strabico, il Nostro?

C’è di peggio. Una delle veline passate ai media dalla segreteria generale della Presidenza -forse la più vorace e parassita tra le nostre burocrazie- annunciava che il capo dello Stato risiederà al Quirinale. Egli ha autorizzato? Si riserva di decidere e di traslocare? Alla consapevolezza cui siamo arrivati, dopo settant’anni di errori, abitare al Quirinale è tutt’altro che innocente. E’ una malazione, giustifica un processo di impeachment. Forse sono già maggioranza gli italiani raziocinanti per i quali il Quirinale andrà voltato a museo, o a qualcos’altro che meriti. Si stima che potrà diventare il maggiore museo al mondo, con dieci e più milioni di visitatori paganti. Quale turista rinuncerà a entrare nella reggia dei papi più peccatori della storia,  nonché di re Umberto I che faceva sparare coll’artiglieria sui popolani affamati, però l’anarchico Bresci lo fece secco? Questo a non tener conto dell’attrattiva delle millanta opere d’arte oggi non viste da alcuno per mancanza di spazi museali. La Cina istituirà speciali linee aeree e marittime per portare turisti a milioni sul solo Colle Più Alto.

Lo sfarzo del Quirinale ha dannato all’inferno turbe di papi e una manciata di monarchi, tutti, dal primo all’ultimo, ladri del denaro dei poveri. Ora la reggia del disonore deve smettere di costare 236 milioni l’anno. Deve produrre redditi adeguati a valori immobiliari e simbolici ingentissimi; oppure va venduto all’acquirente che paga di più. Coll’infamia plurisecolare che rappresenta, se diventasse il maggiore albergo a ore del pianeta non dissacrerebbe alcunché. I più tra i sudditi dei papi e dei re vivevano in miseria, tisi e pellagra, anche per lo sfarzo del Quirinale. Fu mostruoso  insozzare moralmente la Repubblica con  gli arazzi dei papi-anticristo del Cinquecento e dei gentiluomini di corte sabaudi.

Coll’occasione riferiamo che il titolo ufficiale di Louis Godart, uno dei sommi mandarini del Palazzo, è consigliere per la conservazione del patrimonio artistico “del Presidente”. Credevamo che il patrimonio fosse degli italiani, non del Presidente. E non sapevamo che la sicurezza di Sua Maestà richiedesse 765 guerrieri. Non è sicuro che ne abbia tanti la Rocca di Gibilterra.

Recentemente varie voci si sono levate a chiedere che il palazzo malfamato venga chiuso e messo a frutto. Il ‘Corriere della Sera’ ha aperto un’autentica campagna, con editoriali di G.A.Stella, E.Galli della Loggia e Paolo Conti, forse con altri interventi e  denunce. L’ex sindaco di Roma, Francesco Rutelli, ha apprestato un progetto museale importante. E’ stata proposta un’immediata task force. Il direttore di ‘Libero’ ha attaccato frontalmente il silenzio del nuovo capo dello Stato sui tagli alla spesa del palazzo e della politica.

La soluzione  non sarà affatto l’ammissione di visite guidate a talune sale, o ai giardini di Ippolito d’Este figlio di Lucrezia Borgia santa donna. Sarà il trasferimento della presidenza in una palazzina o villa da 80 stanze invece di milleduecento, nessun corazziere (vadano a dirigere il traffico, saranno fotografatissimi dalle turiste), un centinaio di dipendenti invece di 1.636, paghe allineate alle Poste e sussidi di disoccupazione uguali per tutti-700 al mese- per donne delle pulizie, cortigiani, maggiordomi, palafrenieri, consiglieri segreti.

Tra l’altro: le riforme costituzionali di Renzi non dovrebbero ridurre il ruolo del capo dello Stato a quello del Bundespraesident germanico (a non voler passare alla repubblica presidenziale)? L’obbligo di chiudere in ogni caso il Quirinale spetta anche a Matteo Renzi: ma egli, se ha tempra da vendere, è un politicante rotto a tutti i compromessi e tutti i patteggiamenti;  non il sacerdote delle virtù civiche quale il Primo Cittadino viene descritto.

Sia Mattarella a dare tra breve l’annuncio del trasloco. Altrimenti sarà continuità con la monarchia da strapazzo del Partenopeo e dei marpioni che lo precedettero. Per esempio: l’infatuazione militarista, anzi bellicista, ha segnato indelebilmente la presidenza dell’Ex Stalinista, il quale non si faceva fotografare senza un feldmaresciallo al fianco e non ha negato a nessuno F35 e spedizioni all’estero. Dio non voglia che questo accada ancora: Sergio dimentichi d’essere il comandante supremo di tutti gli eserciti.

Speriamo di risultare cattivi profeti. E tanto più ci vergogneremo d’avere sospettato, se il Nostro somiglierà davvero al santo che è stato agiografato nei suoi primi due giorni.

A.M.C.

STELLA: GLI ITALIANI SI RIPRENDANO IL QUIRINALE NE FACCIANO UN MUSEO IMBATTIBILE

“Il Louvre raccoglie nove milioni di visitatori all’anno, la Città Proibita dodici milioni. L’Italia apra al pubblico la reggia dei papi e dei Savoia”. Con La Casta  Gian Antonio Stella era diventato, con Sergio Rizzo, il più benemerito tra i giornalisti, vero e proprio condottiero della rivolta antipolitica. Invece pochi anni fa era precipitato nel ridicolo annunciando una sua soluzione all’insolubile problema di integrare gli immigrati nelle  città. La soluzione gli appariva geniale: “sparpagliarli, sparpagliarli nei quartieri buoni invece di ghettizzarli nelle periferie”. Questioni razziali e culturali a parte, l’invenzione di Stella semplicemente dimenticava che le case dei quartieri buoni costano ‘N’ volte più che quelle delle suburre; e che la mano pubblica manca delle risorse, dei mezzi legali e della volontà per sistemare d’imperio i miseri nelle nice areas.

Oggi, grazie al Quirinale, il Nostro si riappropria del ruolo di opinion leader sul serio. Se farà una campagna efficace come quella contro la casta dei politici, sarà un generale vittorioso. Poche carognate di regime superano lo sfarzo e lo spreco di un settantennio di reggia per un’istituzione repubblicana nata dalla Resistenza comunista o quasi.

Il 30 dicembre il Corriere della Sera  ha dato un considerevole risalto al ragionamento di Stella: il Quirinale appartiene agli italiani, ebbene gli italiani lo mettano a frutto “sbaragliando la concorrenza mondiale”. Che la reggia costruita oscenamente costosa,   -con denaro rubato ai poveri- da papi farabutti, sia la casa di tutti noi “lo ha detto più volte Giorgio Napolitano”. Così esordisce in prima pagina il Nostro. “Una frase molto bella” commenta, lasciando peraltro risultare che è una frase falsa, non creduta da alcuno, anche in quanto profferita dal Primo Dignitario della Casta.

All’obiezione che “in questi tempi di sbandamento c’è il rischio di intaccare una delle figure che ancora godono di prestigio” Stella oppone, efficacemente: “Mai un papa ha goduto di tanto prestigio e tanto affetto popolare quanto Francesco, che ha scelto di abbandonare gli appartamenti papali per vivere nei pochi metri quadri di una delle camere con salottino del convitto Santa Marta”.

Continua: “Proprio perché è molto più grande, più ricco e più costoso nella manutenzione a confronto coll’Eliseo o con Buckingham Palace, il Quirinale pesa sulle pubbliche casse più di ogni altro. Ed è all’ottantesimo posto nella classifica mondiale dei musei. La Hofburg di Vienna, per secoli cuore del potere degli Asburgo, ospita oggi solo un ufficio di rappresentanza della presidenza, più una straordinaria rete di istituzioni culturali fino al celebre Kunsthistorisches, che fa da solo 1,3 milioni di ingressi l’anno. Il Louvre attira ogni dodici mesi 9 milioni di turisti. La Città Proibita, dodici milioni”.

Di qui la proposta: si chieda al prossimo capo dello Stato di lasciare il Quirinale. “Gli italiani e gli stranieri accorrerebbero entusiasti alla scoperta di quel palazzo di 1200 stanze: come grande museo sarebbe in grado di sbaragliare ogni concorrenza mondiale. Certo, molti burocrati che si erano abituati a vivere in quella bambagia, storcerebbero il naso: ma come! la tradizione! il decoro! Ma gli italiani, ci scommettiamo, vedrebbero la svolta con simpatia. E la leggerebbero come un gesto di solidarietà, di riconciliazione, di amicizia”.

Sono quattro anni che quasi ad ogni  suo numero  ‘Internauta‘ invoca: il Quirinale venga chiuso e venduto al migliore offerente. Solo a Roma dormono in strada diecimila homeless, e alcuni ne muoiono. Trentamila famiglie stanno per essere gettate sul lastrico per la fine del blocco degli  sfratti. Tutti i nostri capi dello Stato (tranne Enrico de Nicola, che si sistemò a palazzo Giustiniani) andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede nel Quirinale. Andrebbero processati anche gli eredi dei presidenti morti, perché indennizzino coi loro beni i contribuenti per il sopruso di un settantennio di sprechi del Quirinale. Ma noi di ‘Internauta’  riconosciamo: è più giusta la proposta di Stella, fare della reggia malfamata il primo museo del mondo. Noi ci eravamo fatti inebriare da prospettive che Stella ha signorilmente taciuto.

Quella di licenziare in tronco l’intera Corte: corazzieri palafrenieri cocchieri consiglieri giardinieri ciambellani lacché cacciatori (paghiamo anche questi a San Rossore!). Quella di tagliare di nove decimi la dotazione finanziaria e il personale della Presidenza. Quella di cancellare tutti i suoi vitalizi. Per le esigenze della futura, sobria sede del Primo Cittadino basta un piccolo drappello di funzionari e segretarie, basta una palazzina. Bastano poco più di venti milioni l’anno, dei 228 attuali. Manco a dirlo, si chiudano le dipendenze a Napoli e altrove. Si apra al solo pubblico pagante la tenuta di San Rossore. Si vendano ai turisti  ricchi le corazze, gli elmi e i cavalli della Guardia del Presidente. Non si usava contrapporre allo sfarzo e agli sprechi delle monarchie la virtuosa semplicità delle repubbliche?

Porfirio

RINUNCIARE ALLA RIVOLUZIONE FORSE PERDERA’ PAPA FRANCESCO

Una doppia pagina di Repubblica sui ‘nemici di Francesco”, in particolare un articolo di Marco Ansaldo, sembrano annunciare come possibili: 1) uno scisma al vertice della Chiesa, oppure negli Stati Uniti; forse persino un antipapa; 2) una morte improvvisa e sospetta del pontefice. Cose molto gravi, sempre che Repubblica non stia eccedendo in

sensazionalismo. Il giornale capofila del laicismo ha riferito di accuse a Francesco d’essere ‘strano’; di turbamento dei fedeli di fronte a certe sue riforme; della barca di Pietro in cui parte dei vogatori remano contro; di un drappello di cardinali che sono ‘teocon’,  si oppongono a novità come il dialogo con gli atei e coi diversi; di altre obiezioni alla linea “destabilizzatrice” di Bergoglio.

Si menziona persino una posizione ‘sedevacantista’; se le parole hanno un senso, i sedevacantisti considerano questo papa illegittimo nei fatti, dunque la Sede è vacante. Insomma Francesco sarebbe circondato di lupi che cercano di azzannarlo. Forse il fatto più sintomatico di questo disagio è una tesi di Vittorio Messori: Bergoglio è ‘imprevedibile’ e con ciò stesso disorienta il cattolico medio. Antonio Socci giornalista d’attacco ha sostenuto che il papa “è l’idolo dei media, di gruppi di sinistra e, chissà perché, ‘dei membri del parlamento europeo’.

Forse questi segni di crisi sono sopravvalutati, forse no. In ogni caso non possono stupire. La storia della Chiesa conosce in abbondanza scismi, eresie, sollevazioni. Conosce, eccome, gli assassinii di papi nei secoli più tormentati: Nulla si può escludere a priori;  ma forse è presto per annunciare scismi e avvelenamenti.

Ci sono, non possono non esserci, ambienti minoritari che da Bergoglio si aspettavano altro. Non tanto l’infittimento di enunciazioni idealistiche richiamantesi all’avanguardia degli “Spirituali”, o Fraticelli, che molti secoli fa, appena morto il Santo di Assisi,  tentò invano di opporsi ai propositi di temperare la coerenza francescana, di accogliere i compromessi mondani e il temporalismo. Furono sostenuti da questo o quel principe, da questo o quell’ambiente della Chiesa ufficiale, ma risultarono sconfitti. Anche l’Ordine francescano divenne ricco e socio del potere.

Le minoranze, forse esigue, che “si aspettavano altro” constatano in Bergoglio una rinuncia ad esercitare il ruolo rivoluzionario che nelle prime settimane era apparso connaturale alla sua personalità e ad alcuni suoi atteggiamenti, così lontani da quelli convenzionali. Inarcia di liberazione dagli idoli del nostro tempo: dal materialismo capitalista al consumismo, alla dissacrazione di tutti gli slanci. Essendo l’uomo più conosciuto e più rispettato del pianeta, Francesco poteva/doveva andare oltre la leadership religiosa. Poteva/doveva mettersi alla guida di un’umanità in cerca di rigenerazione, un’umanità fatta anche di agnostici e di miscredenti: proprio in quanto banditore di una riscossa non necessariamente condotta dalle fedi tradizionali. L’Uomo più conosciuto del pianeta avrebbe fruito di un potenziale di leadership senza confronti anche in termini laici e terreni; avrebbe goduto di un ‘avviamento’ formidabile.

Sempre che conquistasse i popoli grazie ad alcune iniziative cla un tempo della modernità segnato  dallo smarrimento, dalla debolezza non solo dei credi religiosi, anche dei valori e costumi civili, degli ancoraggi etici, questo papa così difforme dallo stampo tradizionale, questo papa che disdegnava i segni della grandezza mondana, avrebbe potuto/dovuto proporsi, non solo ai credenti, come l’Innovatore totale, come il maestro e il Mosè della grande Mmorose, ad alcune    innovazioni traumatizzanti, che lo facessero conduttore delle genti e riformatore di civiltà, in termini terreni oltre che religiosi. Avrebbero dovuto essere novità dirompenti, tutt’altre cose delle solite allocuzioni, dei soliti appelli e Angelus, inutili da venti secoli.

Un gesto di impatto straordinario, un sisma duro, avrebbe potuto essere l’abbandonare Roma, ossia un retaggio di misfatti. Come asserzione di guida totale sarebbe stato ben più eloquente e alta che questo o quel provvedimento sugli organici e le procedure della Curia. Avrebbe anche fatto bene a liberare la Cristianità, non solo la sua Chiesa, di una parte dei beni materiali e commerciabili, cominciando dalle opere d’arte. Avrebbe  dovuto far risultare con atti concreti, non con definizioni e formule oratorie, la volontà di aprire un’altra era. Un trauma grave nella cristianità avrebbe annunciato l’avvento di tempi scandalosamente nuovi.

Nulla di evangelicamente scandaloso è avvenuto, e diffilmente avverrà sotto Bergoglio. Non impressionano gli atti finora compiuti e i propositi annunciati.  Non può emozionare la nomina di porporati di provenienze diverse da quelle consuete. E nemmeno possono avvincere le innovazioni retoriche quali lo psicologismo di elencare tra i morbi ecclesiastici lo “Alzheimer spirituale”. Oppure l’esortazione, sempre del papa, a non far uscire dalle chiese i bambini che piangono. Pianti e schiamazzi dei bambini trovano solidali, persino compiaciuti, solo genitori e congiunti perfettamente ignari dello spasimo di cercare di parlare con Dio, e di farlo in chiesa. Tale spasimo è una tragedia esistenziale: nulla da mettere sul bonario. Il papa cui spetterebbe d’essere Mosè ha doveri assai più gravi che voltare le chiese a kindergarten e i preti a babysitter.

I nemici di Francesco gioiscono di certe ingenuità. Vedono più facile azzannarlo: tanto più in quanto, non facendo la rivoluzione, egli non ha i popoli dalla sua.

l’Ussita

NON BERGOGLIO MA UN DISCEPOLO RIPUDIERA’ ROMA PER LIBERARCI DAL NICHILISMO

Emile Ollivier primo ministro di Napoleone III, il regista dell‘Empire libéral,  giudicò che l’Italia da poco unita aveva sbagliato a mettere la capitale a Roma. Analogamente possiamo giudicare che la Chiesa di Bergoglio sbaglia a restare a Roma.

Se non questo pontefice, ancora tradizionale malgrado le apparenze, ma un suo successore abbandonasse la metropoli  sconciata  dai misfatti di gran parte dei secoli del papato, provocherebbe un sisma forte da deviare la storia. Diverrebbe un nuovo Maometto  creatore di civiltà, il  Mosè condottiero dell’ Esodo dalla cattività del denaro e del nichilismo. Intanto, ripudiando la continuità romana, toglierebbe ragion d’essere alla separazione voluta mezzo millennio fa da Lutero; forse anche la contrapposizione con le Chiese orientali.  Ma soprattutto il papa della Grande Abiura, guida e rigeneratore della Cristianità intera, risulterebbe il maestro che l’Occidente non ha. Più che mai sarebbe  la figura più importante del nostro tempo, capace di proporre svolte a un mondo povero di valori, sostanzialmente senz’anima.

Perchè un papa rivoluzionario, quale Bergoglio forse non ha provato a essere, si catapulterebbe a leader di tutti i leader? Risposta, la rinuncia a una stanca conformità romana attesterebbe in lui un coraggio che non è alla portata di alcuno dei personaggi di statura mondiale. Chi si attenderebbe qualcosa di ideale dai Grandi che conosciamo?

Dopo il tempo santo delle catacombe e dei martiri Roma è stata il luogo delle colpe gravi e dei veri e propri delitti della Chiesa di vertice: nepotismo, simonia, idolatria del potere, della ricchezza e del fasto, molti altri tradimenti del Vangelo e dei poveri (v. in “Internauta”, novembre 2014, il breve e-book “Dieci secoli turpi del papato”).

Ripudiare Roma a favore di un altro angolo della Terra -ideale, anche se inaccessibile, un monastero tra i monti- avrebbe il senso di una rinascita, di una nuova aurora. Né la  basilica di Pietro onusta di peccati, né i palazzi apostolici sono congeniali alla svolta valoriale  che il mondo attende: anche se è disilluso da un Francesco che, passate le dolci promesse delle prime settimane, si è assestato sui canoni della tradizione. Allocuzioni, appelli, Angelus, confidenze rassicuranti. Ha proclamato  un tot di Santi. Nella Curia ha deciso destituzioni e promozioni che ai columnists specializzati sono apparse audaci. Ancora nessuno degli atti rivoluzionari che alcuni mesi fa sembravano incombere.

La Città Leonina e i palazzi apostolici non sono congeniali agli annunci densi di destino che attendono il pontefice esploratore del futuro, rigeneratore dell’Occidente (atei compresi). Quando verrà, intraprenderà cammini drasticamente nuovi. Proporrà persino nuovi modi di pensare Dio. I modi vecchi, ha osservato il teologo Vito Mancuso, facilitano il passaggio all’ateismo. Dovranno essere lasciati cadere assiomi quali l’immenso amore del Padre; la sua diretta creazione di ogni vita umana (compresa quella degli storpi, dei ciechi nati, di tanti altri condannati senza pietà); la concezione che ogni singolo incremento demografico è un dono. E molto altro.

La modernità in apparenza trionfa. In realtà è desolatamente povera di modelli alti. E’ orfana della speranza. Sarà stordita dal sorgere del Condottiero dei pensieri e delle azioni quale un giorno un papa potrà rivelarsi, il capo di una superpotenza no. Rifiutare le nequizie  della Babilonia meretrix sarà un’epifania fiammeggiante, il compimento di promesse profetiche.

l’Ussita

CHE DIO ESISTA, NON OCCORRE PER VIVERE IL SENTIMENTO RELIGIOSO

Umberto Veronesi, l’oncologo, ha fatto bene a testimoniare con un libro Il mestiere  di uomo  a una verità sua e di molti: il cancro è la prova che Dio non esiste. Di fronte a un Padre che, come il dio Crono, divora i suoi figli, è umano che molti concludano, il Padre non c’è. Veronesi è ultimo di un corteggio smisuratamente lungo di uomini atterriti da quella che sentono come la ferocia della Divinità. Uomini che si macerano su altre durezze  di un Creatore detto infinitamente buono:  le tante Shoah, le guerre, i delitti del Male, lo stesso dover morire. Se Dio è onnipotente, può cancellare il male e il dolore del mondo. Non cancella, allora non esiste. Oppure è impotente, che dio è?

L’eresia manichea dei Bogomili, dunque anche dei càtari albigesi, postulava fino alla fine dei tempi un Dio sconfitto, inferiore a Satanaele signore del creato e della storia. Così depotenziando Dio, l’eresiarca bulgaro lo assolveva del trionfo del male. Invece chiamando Dio onnipotente noi cattolici gli addossiamo il dolore delle creature. L’amore che identifichiamo in Lui è contraddetto sempre dalla sofferenza cosmica. Anche papa Ratzinger ha condiviso la domanda di Hannah Arendt: “Dov’era Dio ad Auschwitz?”.

Sono centomila nei secoli le confutazioni dell’ateismo da parte di teologi, apologisti, teosofi, filosofi, altri avvocati del Nume. Rav Giuseppe Laras, presidente del tribunale rabbinico del Centro e Nord Italia, oppone: “La domanda che dobbiamo porci di fronte alla Shoah non è quella sul silenzio di Dio, ma perché noi impediamo a Dio di parlarci”. Sarà…però il cancro e la morte sono spietatamente reali, quale che sia la nostra indocilità al Signore. E’ umano rifugiarsi nell’ateismo. Non è sola disperazione, non solo nichilismo. E’ anche protezione contro l’odiosità del sottomettersi senza scampo a Crono.  Oppure, affrancamento dall’anelito ad amarlo anche se spietato.

Una delle prime confutazioni a Veronesi è venuta da Vito Mancuso, da qualche tempo il divo della teologia di sponda laica. Questo giovane professore universitario era stato prete,  presto aveva lasciato il sacerdozio, si era sposato, aveva avuto figli. Scrive autorevolmente su ‘Repubblica’. E’ singolare che la sua argomentazione sia fatta, in parte, di alcune delle categorie più tradizionali dell’ortodossia cattolica:

“Per negare Dio l’ateismo si nutre dell’argomento del bene. La presenza del male nel mondo è in contrasto con un Dio la cui essenza è pensata come interamente buona, come amore, oltre che come onnipotenza (…) Visto che il male esiste, a non esistere è il Dio buono e onnipotente (…) Invece, nelle prospettive nelle quali Dio è anche capacità di male, la presenza del male non contraddice in alcun modo la sua esistenza. E’ semmai solo una delle molteplici manifestazioni di una somma e imperscrutabile onnipotenza a cui occorre conformarsi (…) Non è un caso che l’ateismo come fenomeno di massa sia sorto in Occidente e non altrove”.

Mancuso parla di un’aporia di cui soffre il cristianesimo; la quale peraltro “non dimostra che il cristianesimo sia falso, perché a essere aporetica e contraddittoria è l’esistenza stessa (…) Vi sono due dati di fatto entrambi veri ma  inconciliabili allo stato attuale della mente umana: l’esistenza del bene e quella del male (…) Rimane da spiegare da dove vengono l’uomo e la sua ragione”. Coll’occasione segnaliamo che Mancuso colloca “il punto di partenza del percorso cosmico a 13,8 miliardi di anni fa”. Beati gli scienziati che sanno fare il calcolo.

Mancuso: “Appaiono insostenibili entrambi i dogmatismi: uno nega ogni logica nel governo del mondo, l’altro vede logica in ogni evento, come fa l’attuale Catechismo (art.412): ‘Dio permette ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande’. Un sofisma dal punto di vista teorico e un’indegnità dal punto di vista morale”. In effetti, osserviamo noi, è crudele che la madre del bambino morente di cancro si senta parlare del ‘bene più grande’ che il Nume trae dallo strazio dei suoi figli.

La risposta più plausibile alla domanda sull’origine del male è, per Mancuso, “quella che rimanda all’impasto originario di Logos più Caos che costituisce il mondo e che impone un modo nuovo di pensare Dio. Occorre superare le secche della dogmatica tradizionale, destinate inevitabilmente a condurre molti all’ateismo, senza con ciò cadere nel nichilismo che vede la natura solo come forza cieca priva di ogni direzione”.

Concludendo su Mancuso, vale forse sottolineare che il teologo affrancato dalle ‘secche della dogmatica tradizionale’ ne condivide il principio della “imperscrutabilità” dell’onnipotenza, dunque del disegno divino. L’imperscrutabilità è un assunto durissimo da accettare se, come recitano le omelie e i moniti da confessionale,  ci fu data la libertà.

Tuttavia, per noi è certo. Per vivere il sentimento religioso, né l’esistenza né la bontà di Dio sono indispensabili. Tutti gli altri Iddii della storia umana non sono mai esistiti, oppure esistettero e morirono (non si è parlato della morte anche del ‘nostro’ Dio?). Eppure le religioni vivono, dall’alba dell’umanità: e non che siano mancati gli allarmi sulla vanità del credere. Si crede, nonostante tutto. Una delle spiegazioni è che si è religiosi -coloro che lo sono- per amore dell’umanità, non necessariamente per amore di Dio. Si crede, ci si illude di credere, per essere in comunione col passato e col futuro degli uomini. Per sperare e palpitare insieme. Per rimpiangere insieme  che il Padre -il Dio ignoto- non si faccia conoscere. E’ sempre stato così, la realtà è fatta anche dell’anelito a trascendere il quotidiano, il visibile, il terreno. Dobbiamo ricordare il titolo di un’opera breve di Benedetto Croce “Perché non possiamo non dirci cristiani”?

Si è monoteisti anche senza il Dio unico. Si è cristiani anche ove Cristo non sia figlio di Dio. Si invoca Maometto anche in assenza di Allah. Le religioni sono l’uomo stesso, dal sorgere della vita intelligente. Sono un retaggio che è di tutti, non dei soli credenti. Le chiese e i templi sono per gli uomini come gli alberi per i boschi, indispensabili. Gli uomini hanno sempre pensato gli Iddii senza mai la certezza di conoscerli. E’ tragico che non siano mai esauditi da vivi. La tragedia  muove molti di noi uomini ad accanirci nello spasimo di riuscire a credere.

Lo definì il papa teologo Ratzinger: la fede è ricerca della fede.

l’Ussita

ACCOGLIENZA INTEGRAZIONE MELTING POT E ALTRE MENZOGNE

Questo avere inflitto alle periferie proletarie la sventura degli insediamenti indesiderati -migranti più o meno clandestini, zingari ed altro- è stato un misfatto grave dei radical chic, tutti domiciliati bene, comunque lontano dalle trincee dell’accoglienza coatta.

L’integrazione è una chimera, da sempre. Lo dimostrano, a dir poco, gli ultimi due secoli. Ma forse che due millenni fa la gente della Suburra romana, specie se venuta dalle colonie, era gradita nei quartieri dei patrizi, dei cavalieri e dei liberti ben messi? Sul pianeta intero non c’è un solo rione benestante dove i pezzenti non lavati e le pelli scure siano graditi. Ciò vale naturalmente anche per i quartieri ‘buoni’ dei paesi che esportano disperati. I prosperi di Lagos e di Dakar -non solo i ricchi, anche i professionisti, impiegati e domestici dei ricchi- non vogliono abitare accanto ai miserabili; a maggior ragione quando gli ultimi assoluti debbano/vogliano campare di reati o di elemosine. Meno che mai si integrano i quartieri degli USA: che il Presidente sia un po’ afro conta zero.

Gli umanitari a carico altrui, quando non mentono e quando non impongono ai connazionali poveri gli obblighi di convivenza cui essi si sottraggono; quando cioè non sono farabutti, dicono perfette stupidaggini. Ecco la cruda verità: l’integrazione razziale e sociale non ci sarà mai, e non ci sarà mai accoglienza spontanea su scala significativa. Le periferie, le semi-periferie, i semi-centri così come i centri storici rifiuteranno sempre gli insediamenti dei poveri e degli etnicamente diversi. Questo dicono sia le banlieus e le favelas, sia i faubourgs e tutti i quartieri normali del mondo.

Un paio d’anni fa G.A.Stella, un giornalista cesareo  incoronato di successi, additò esultante la soluzione di un problema intrattabile: non segregare gli immigrati nelle periferie ma “sparpagliare, sparpagliare!”. Mai fu detta una sciocchezza più grossa: come se, gli immigrati non avendo di che stabilirsi negli indirizzi buoni, il potere potesse e volesse sostituirsi col denaro del contribuente. Ovviamente Stella è l’opposto del cretino, dunque è certo che la pensata dello sparpaglio l’avesse avuto in un episodio di euforia etilica. “Sparpagliare” implicava sistemare i migranti, non nelle case da mille euro/mq, bensì in quelle che valgono dal quadruplo in su.

Le risorse per sparpagliare non esistono. Esiste la possibilità teorica di requisire (=confiscare) le case dei quartieri buoni. Peccato che occorra quella rivoluzione bolscevica d’Ottobre che il noto giornalista non desidera affatto (anche per non trovarsi condomino dei burkinafasesi). Oltre a tutto se i contribuenti si quotassero per comprare a livello decoroso a favore degli ospiti non invitati, i proprietari che vendessero sarebbero perseguitati, forse linciati dai vicini.

Dunque per i migranti non ci sono state che le periferie miserabili. Questa canagliata del buonismo sui locali proletari viene praticata in tutto il mondo. A Tor Sapienza si contano quattro centri d’accoglienza, più un campo nomadi. Però le vendette dei residenti renderanno sempre più arduo insediare gli indesiderati, e col tempo si faranno efferate.

Per alloggiare gli immigrati senza un soldo l’alternativa è una sola: campi di baracche, se necessario di tende, ma non nelle adiacenze delle città bensì lontano, nelle aree meno abitate possibile. Al limite, sulle pendici montane che non abbiano un valore turistico. Questo non potrà che azzerare le fandonie sull’integrazione. Gli ospiti non potranno procurarsi un reddito; andranno mantenuti a termine indefinito, a spartani livelli di sopravvivenza. I loro bambini dovranno contentarsi dei corsi offerti nei campi dal volontariato, ossia dalla carità pubblica. Questa è una prospettiva realistica. Il resto è retorica, mito, menzogna.

Le anime belle troveranno infami i campi di raccolta, perché ignoreranno o fingeranno di ignorare molti fatti della realtà. In una recente, larga intervista Carlo De Benedetti, tycoon progressista numero Uno, ha descritto come la Svizzera durante la guerra ospitava gli ebrei ricchi come lui: “Campi di concentramento, docce con acqua  fredda anche d’inverno, per asciugarsi solo la paglia su cui dormivamo”. Gli ebrei non ricchi venivano respinti oltre frontiera.

Le anime belle ignoreranno, o fingeranno di ignorare, che alla fine della Guerra civile spagnola, ai fuggiaschi della repubblica annientata la Francia, che era stata alleata e che ancora simpatizzava, offrì all’inizio solo recinti di filo spinato, senza baracche né tende. A migliaia morirono di malattie. Per non parlare dei campi di prigionia americani in  Germania: all’aperto. Il bonario comandante supremo Dwight Eisenhower ordinò che i militari germanici espiassero, in barba alle convenzioni internazionali. Anche i molti che erano innocenti delle ferocie naziste.

Al di là delle finzioni e delle menzogne va finalmente detto chiaro che le ondate di immigrati non dovranno attendersi più che i campi di raccolta permanenti. Gli ardimentosi ne usciranno e forse troveranno di meglio. Ma saranno pochi. Meglio non venire, specie se i paesi cui i miserabili aspirano, oltre a chiudere le frontiere, decideranno di aiutarli sul serio in patria: col sacrificio fiscale di tutti, non dei soli cittadini di periferia. Aiutare i miseri del terzo e quarto mondo perché non partano, dissennati eroi della disperazione.

A.M.C.

OSTELLINO FA IL CATONE L’UTICENSE MA SBATTE LA TESTA CONTRO IL FUTURO

Nella sua coerenza di ultimo dei minghettiani (nel senso di legittimisti del liberalismo), Piero Ostellino rimbrotta si può dire ogni giorno dal ‘Corriere’ l’intero popolo dello Stivale perché non si attiene a Adamo Smith. A modo suo, l’ex-direttore ha qualche ragione. Perché rinunciare a tre secoli di tradizione liberale, sia pure mummificata, allorquando il pensiero marxista è morto e il suo solo sfidante, la dottrina sociale della Chiesa, sembra Sisifo: ogni volta che si avvicina alla cima del monte, il macigno che è condannato a issarvi rotola giù a valle. A un certo punto scende in campo un superpapa un po’ argentino: e non succede niente. Il masso rotola.

Ci sarebbero, deve ragionare Ostellino, tutte le condizioni per ingiungere “Alzati dalla tomba” al liberalismo di Marco Minghetti. Invece nessuno ne vuole sapere. I nostri politici e politologi danno dispiaceri all’ex-nume di via Solferino. Allora, chi prende sotto la protezione del suo mantello protoliberale? Il Partito democratico e i sindacati. Se non ci credete, leggete “La rottamazione fa male alla Sinistra” (Corriere 29 ottobre ’14).

Chiarisce Ostellino: “Personalmente non nutrivo e non nutro alcuna simpatia per la signora Bindi né per Massimo D’Alema. Ma ciò che inquieta è che in gioco non sono loro, ma una parte della nostra storia, della nostra tradizione politica, e con essa il futuro del Paese. Il Pd avrà i suoi difetti ma rappresenta pur sempre alcuni milioni di cittadini. Di una sinistra decente e sanamente riformista c’è bisogno. Ciò di cui non c’è bisogno è  un nuovo duce” (sarebbe Matteo Renzi).

Se Bindi e D’Alema non suscitavano le simpatie dell’ex-direttore scientifico dell’Ispi di Milano, dove la troverà un’incarnazione amabile della sinistra “decente e sanamente riformista”? E se essa incarnazione non è a portata di mano, se i Cuperlo i Civati i Mineo   gli appaiono scarsini come competitori di Renzi, non siamo autorizzati a sospettare che non di una sinistra migliore Ostellino sente necessità, bensì di un altro David Ricardo che si alzi dalla tomba come Lazzaro di Betània, fratello di Marta e Maria?

Insomma il nucleo dell’intervento di cui ci occupiamo non è propriamente il ritorno in salute di una sinistra che boccheggia;  bensì la resurrezione del liberalismo. La sostanza dell’argomentare dell’ex-grande di via Solferino è la filippica contro Renzi, colpevole di infischiarsi della scuola liberale. Lo imputa di “un’operazione personale di potere per liberarsi dei concorrenti”, di una irrisione dei sindacati “che coll’aria che tira è come sparare sulla Croce Rossa”. Infuriato al punto di definire “ragazzotto fiorentino” uno che ha dimostrato di sapere il fatto suo come nessun altro, Ostellino se la prende con un “Paese cialtrone”, con gli italiani che rischiano di “finire nel tunnel di una ridicola autocrazia mascherata da riformismo, che attraverso la leva fiscale faccia perdere loro le libertà individuali”.

Ecco il senso vero della disfida del Nostro: protestare perché qualche calcio negli stinchi del regime, invece di venire dai soliti innocui -i sindacati; i sinistri duri e puri che mai dettero vero fastidio all’One Per Cent- promette d’essere sferrato da un fiorentino che non ha riverenza per i padri nobili, destra o sinistra non importa. A Ostellino, nella concitazione, sono sfuggite persino allusioni a qualche affinità “con Stalin, Hitler e Mussolini” di un Renzi “che le stigmate dell’autocrate le ha tutte”.

Insomma, Piero Ostellino fa il Catone l’Uticense, pronipote diminutivo del Catone importante. Diminutivo, però difensore ostinato della tradizione repubblicana, senatoria, cioè classista/oligarchica, agghindata all’antitirannica. Avversò quel poco che poté Giulio Cesare, salvo a suicidarsi quando fu sul punto di cadere nelle mani del Dictator (il quale verosimilmente avrebbe perdonato lui come perdonò non pochi nemici sconfitti).

Ci permettiamo un consiglio: Ostellino torni a rimuginare su David Ricardo. Lasci perdere l’Uticense: pestava l’acqua nel mortaio, non piacque molto a Cicerone, cadde in sospetto di Pompeo di cui era luogotenente. Soprattutto, si avviticchiava al passato, laddove Cesare inventò un impero semimillenario.

Non finga Ostellino di avere a cuore il ruolo della nostra sinistra, così immeritevole. Lo angoscia piuttosto la morte del liberalismo,  farmaco scaduto da ben oltre un secolo. Ce l’ha con Renzi come l’Uticense con Cesare. Ma anche Renzi, come Cesare, cerca di inventare un futuro.

A.M.C.

TAIZE’ COME ORFISMO DI SALVEZZA

Una persona cara, il cui idealismo vorrei possedere uguale invece che pallido, e che dunque invidio, mi ha messo tra le mani La Règle de Taizé. L’ho letta d’impulso, nella sete di trovarci il segreto dei grandi fatti di dedizione e di proselitismo nel tempo del monachesimo.

Non ho avvertito le scosse che dovettero muovere a seguire Benedetto da Norcia, Francesco da Assisi e Chiara. Ma controluce ai brevi precetti della Règle mi sono apparsi i segni di quel miracolo moderno -e francese: i pensatori francesi hanno saputo come quasi nessuno fare profonda e lirica la ricerca del divino-  che è stato Taizé: il risorgere in tanti giovani dell’anelito. I nostri tempi lo avevano intristito.

In epoche e temperie lontane avevamo il coraggio di chiamare ‘spirituale’ questo anelito. Oggi il rispetto umano e la diffidenza verso la commozione ci obbligano a volare basso, a pensare prosa anche quando vorremmo arrenderci allo stupore, anche quando i sentimenti ci prendono alla gola. Abbiamo visto le moltitudini giovanili accorrere a Taizé in Polonia a Milano; le abbiamo amate mentre in lunghe file attendevano ridendo umili scodelle di cibo; mentre dormivano per terra. In breve, le abbiamo viste rifiutare il tristo edonismo del benessere before Lehman Bros. E ci siamo negati di abbandonarci alla speranza, speranza in cieli nuovi, speranza in un altro Avvento. Ci siamo costretti alla scaramanzia di ridimensionare: ‘accorrono ai semplici riti e ai canti mantrici di Taizé per l’happening, per riempire giorni di vacanze, per passare l’attesa delle risposte ai curricula. Le faticose notti di treno, di pullman quasi gratuito dall’Est allora  straccione, abbiamo voluto spiegarle col semplice vitalismo/cameratismo dell’età’. Meglio, ci siamo detti, non fantasticare sul ritorno dei grandi slanci.

Eppure questo è stato Taizé, quale che sia l’efficacia trascinatrice della Règle. La Regola è per gli eroi silenziosi che sentono di farsi monaci -eroismo dei pochissimi. Eppure leggere le sommesse formule del credo di Taizé -nelle stesse ore che il caso voleva mi macerassi sulle cronache delle millenarie sconfitte del Cristianesimo, nello strazio delle turpitudini di Ecclesia meretrix  medievale e rinascimentale- è, al peggio, un miraggio, una fatamorgana di liberazione. Ma forse è qualcosa di molto più.

Il fenomeno Taizè potrebbe non essersi spento. Potrebbe ancora rigenerare. L’epoca che viviamo è qua e là meno bestiale che in passato. I popoli non si trucidano più come un tempo nel nome di cause abiette come Patria e Ideologia. I bambini orfani non devono più seguire e ingrossare i funerali  dei solventi per la riconoscenza d’avere una branda in camerata. I poveri assoluti non sono più segregati come lebbrosi. Tuttavia l’epoca che viviamo è un cortile che non vede mai il sole. Gli dei che ci tenevano compagnia sono morti tutti; Colui che speravamo tornasse lo farà solo alla fine dei tempi.

In questo gelo della speranza il risorgere dell’anelito è un prodigio che si rinnova senza tempo. Fu per tale prodigio che le religioni misteriche e le vocazioni di salvezza venute dall’Oriente -il credo di Mitra, il culto di Cibele madre degli dei, persino l’allucinato mito di Attis, il di lei amante- furono accolte con riconoscenza dalle élites romane. Divennero l’ultima trincea pagana contro il Cristianesimo che avanzava. I credi di redenzione si diffusero in tutto l’Impero: promettevano la felicità delle anime come gli antichi collegi sacerdotali, gli aruspici, gli arvali, i luperci, i feziali, i flàmini, non avevano mai saputo fare.

Al minimo, Taizé è, forse resterà, un barbaglio di luce salvifica, al di là delle disfatte delle grandi Chiese. Taizé è esotico rispetto alle nostre tradizioni, come lo furono Cibele, Dioniso e Mitra. Le miscredenze di più di un pensiero unico liquideranno Taizé come un sogno di fideisti ingenui. Ma le miscredenze usano trionfare su paesaggi di morte, e invece la Vita  è invincibile.

l’Ussita