SE SARA’ ECONOMIA DI GUERRA

La crescita non solo non è desiderabile, forse è anche impossibile. Il governo lavora a misure di sviluppo, ma la prosperità la fa il mercato, controparte sgradevole e niente affatto provvidenziale. Le misure  d’imperio producono finta crescita, poca crescita o nessuna crescita.

Diciamo che un tot di fabbriche, invece di portare i libri in tribunale, ingrossino la produzione: dove saranno i nuovi mercati di collocamento? La globalizzazione non ci è amica. Sul piano interno le misure espansive potranno stimolare alcuni consumi. Ma perché abbiano qualche effetto a breve dovranno indebolire il risanamento avviato, con circospezione eccessiva, da Mario Monti; cioè dovranno aprire nuove falle, nel momento stesso che il servizio del debito si farà costoso al limite dell’insostenibilità. Chi di noi non ama il benessere e lo sviluppo ininterrotti non avrà di che preoccuparsi di un pronto ritorno alle vacche grasse. E non è detto che il governo delle eccellenze tecniche -grazie a Dio sostituito alle diseccellenze, mariuolerie e ladrerie politiche- passi incolume attraverso le imboscate dei partiti.

L’uragano finanziario potrà lasciare i cieli dell’Occidente, ma un nuovo rigoglio della ricchezza è improbabile. La squadra di governo farà bene ad allestire un piano B, uno C ed anche altri: che fare in caso di nessuna crescita, di più decrescita, di maremoto grave.

Se le cose si metteranno male si andrà a un’economia di guerra: non rilancio dei consumi ma razionamento dei beni essenziali e calmierati. Requisizioni secondo necessità. Patrimoniale per tutti, minima sui poveri, sempre più alta sui ricchi (e il lusso, l’alta gamma e l’edonismo deperiscano, periscano). La tassazione dovrà essere espropriatrice oltre un certo livello. Verso la fine del secondo conflitto mondiale il  fisco degli USA arrivò a prelevare su certi redditi oltre il 90%, cioè ad avocare.

Innumerevoli proprietà ipotecate, cominciando dagli alloggi, andranno all’incanto: qualche controllo dovrà stroncare gli sciacallaggi e regolare le non evitabili vendite agli stranieri.  Quanti perderanno casa, bottega e lavoro andranno aiutati ad unirsi in comunità (un po’) assistite, in gilde e  in kibbuz, sole alternative alla miseria disperata. Le spese non indispensabili né urgenti andranno fermate, cominciando da sport, arte, cultura e turismo elitario. I bilanci militari e diplomatici quasi cancellati, bisognerà ripudiare trattati, convenzioni e alleanze di civiltà. Se l’Europa protesterà, si dovrà fare a meno dell’Europa. Le spedizioni militari, solo se sovrafatturate agli USA: mercenari e armi, a loro carico integrale.

Queste ed altre misure draconiane sono state e sono alla portata di qualsiasi governo di tipo democratico-liberale. Tuttavia in caso di emergenza estrema, coi barbari alle porte, ogni forma tradizionale, cioè obsoleta, di  democrazia e di libertà andrà accantonata. Gli scioperi, le lotte e le cagnare, manco a dirlo. L’assetto generale dell’economia e della società dovrà evolvere verso questa o quella forma di semi-socialismo e di disciplina collettiva, accettando arretramenti  e riscoprendo pratiche del passato. Per negare la necessità di queste ed altre cose occorrerà confidare nei miracoli. Cambierà la vita, e non in peggio.

Ione  

RIFLESSIONI CRISTIANE SU DUE DELITTI DELLA CHIESA

Il giorno delle Ceneri, 8 marzo, dell’anno giubilare 2000 fu, per volontà di Giovanni Paolo II, l’occasione di un solenne atto di penitenza: la Chiesa chiedeva perdono al mondo per i peccati storici -duemila anni- suoi e dei cristiani. Fu l’iniziativa più importante e innovativa del pontificato polacco.

Fu anche la più contrastata. Woitila aveva messo cinque anni per prevalere sui dubbiosi e sui contrari nella Curia e nella Chiesa, cominciando nel novembre 1994 con la lettera apostolica “Tertio Millennio adveniente”. Aveva istituito una commissione di studio teologico-storica, la quale convocò due colloqui internazionali, sull’antigiudaismo e sull’Inquisizione. “La Chiesa sente il dovere di riconoscere le colpe dei propri membri e di chiederne perdono” affermò il papa. Addusse alcuni esempi: le colpe cattoliche nella divisione tra i cristiani; l’uso della forza al servizio della fede: i battesimi coatti; i tribunali dell’Inquisizione; il mancato contrasto alla tratta degli schiavi (nostra nota: nel 1442 il pontefice incoraggiò il sovrano portoghese a praticare quel commercio) e allo sterminio degli ebrei. “La considerazione delle circostanze attenuanti non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi profondamente per le debolezze di tanti suoi figli”.

Le obiezioni a Giovanni Paolo furono pronte e significative. Il cardinale segretario di Stato, Sodano, osservò che un riesame globale della storia della Chiesa era ‘questione difficile e delicata’, stanti le perplessità dei cardinali (la maggior parte di essi, secondo i resoconti di stampa sul concistoro straordinario del giugno 1994). Vari porporati misero in guardia il papa dal rischio che il mea culpa apparisse una resa alla propaganda dei laicisti, dei comunisti, dei fondamentalisti islamici, dei sionisti. Si disse che  tra i principali avversari  fossero Ratzinger e Ruini, che il card. Biffi negava si potesse parlare di colpe della Chiesa, bensì di uomini di Chiesa. Un vescovo, Alessandro Maggiolini, deplorò ‘uno sprofondarsi in mea culpa che frastorna i fedeli’.

In quel momento di riflessione su due millenni si menzionò poco il temporalismo, ossia la cupidigia di potere e di ricchezza, che si fece soverchiante a partire quanto meno dalla ‘donazione di Sutri’, ottenuta da Gregorio II nel 728. Alcuni secoli dopo venne il tempo ‘glorioso’ di Gregorio VII e di Innocenzo III, due tra i massimi pontefici della storia. Con loro la Chiesa proclamò che il papa era sovrano sopra i sovrani, superiore dunque all’imperatore; e non arretrò di fronte a nulla pur di imporsi suprema.

Riprovevole com’era dal punto di vista evangelico, la teocrazia non era ripugnante,  aveva pur sempre qualche giustificazione politica. Invece il nepotismo, l’altro delitto di cui si parlò poco nel 2000, fu odioso all’estremo: fu spogliare i poveri per fare ricchi e potenti i parenti, i nipoti, i figli dei papi. I papi con figli erano abbastanza numerosi, soprattutto nel Rinascimento: ostentati, onorati, di norma accasati nelle dinastie, nell’alta nobiltà o là dov’erano grandi ricchezze.

Vari storici fanno risalire l’aumento del nepotismo al secolo XII. In realtà la degenerazione era già forte nel sec.IX, quando sorse la leggenda della papessa Giovanna: una donna di Magonza, oriunda inglese, che si travestì da uomo e, ascesa nella Curia romana, sarebbe riuscita a salire sul soglio pontificio. Spesso  il nepotismo cominciava con l’elevazione al cardinalato di ventenni, di adolescenti, sedicenni persino. All’inizio del XI secolo tutti i membri della Curia erano parenti degli Alberici, conti di Tuscolo. Numerose grandi famiglie contarono vari papi. Così i Colonna, gli Orsini, i Medici, i Borgia, i Fieschi.

San Girolamo, celebrato in tanti dipinti nell’ eremo a tradurre la Bibbia, con un leone accucciato ai  piedi, era stato cardinale  di Curia. Si rifugiò in Palestina per non diventare ricco come il  papa Damaso I di cui era stato consigliere intimo. La Camera apostolica cominciava ad essere ‘Mater pecuniarum’.

Tre secoli prima di Lutero, San Bonaventura cardinale e generale dei francescani definiva Roma la ‘meretrice dell’Apocalisse’. Lo stesso nome, meretrice di Babilonia, le davano gli eretici albigesi, che pervennero ad essere la metà degli abitanti del Midi francese. La Crociata contro di loro, ordinata da Innocenzo III, fu inesorabile, 20.000 morti solo a Béziers, centinaia di migliaia in totale. Imprecò il ghibellino Guglielmo Figueica o Figueira: “Roma traditrice, l’avidità vi perde, tosate troppo a raso la lana delle vostre pecore. Alleggerire i prelati delle loro ricchezze sarebbe  un atto di carità”.

Il papato degenera  nella fase che in Italia segue alla scomparsa di Carlo Magno; ma già nel VI secolo a Roma Gregorio Magno ha preso il posto dell’imperatore. Ugolino dei conti di Segni, divenuto Gregorio IX attorno al 1170, assegnò ai cardinali un terzo delle entrate dello Stato ecclesiastico, e nel 1288 Niccolò IV accrebbe l’elargizione alla metà. I cardinali, a volte di origini modeste, lasciavano alle famiglie superbi palazzi e possessi. Il francescano Pietro di Giovanni Olivi, una delle guide dei francescani Spirituali (morirà due anni prima del Giubileo di Bonifacio VIII) contò tre età del papato. Nella prima, terminata con papa Silvestro e coll’impero di Costantino, i pontefici erano poveri; nella terza sarebbero tornati poveri. Ci fu chi profetizzò che il papa Santo degli Ultimi Tempi sarà un monaco ‘uscito da una grotta’.

Niccolò III Orsini, messo da Dante nell’Inferno dei nepotisti, secondo le profezie escatologiche degli Spirituali aprì la successione dei papi più malvagi. Nota la ‘Cronaca’ del Villani (libro VII, capit.54): “Fu de’ primi papi nella cui corte si usasse palese simonia per gli suoi parenti”. Erano gli Orsini, che allargarono molto i loro domini a nord-ovest di Roma. Onorio IV, nipote di Onorio III cui succedette, aggiunse ai dominii del casato Savelli tre città e vari castelli. I Colonna fecero il loro balzo sotto Niccolò IV, nel cui regno la quota dei cardinali sulle entrate dei domini della Chiesa fu allargata da un terzo alla metà. Grazie ai papi della famiglia i Colonna giunsero a possedere 50 castelli, con le annesse proprietà terriere. Uno di tali papi, Oddo, era figlio di un cardinale.

Il papato raggiunse l’apice della potenza medievale con Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni). Fece morire centinaia di migliaia di Albigesi. Si proclamava rappresentante di Dio anche nella sfera temporale, perciò poteva nominare e deporre i re e l’imperatore stesso, poteva annullare le leggi civili quali la Magna Charta. Creò dal nulla la grossa fortuna dei parenti Conti nella Campagna romana. Era collegato alla dinastia degli Alberici di Tuscolo, cui appartennero 13 papi, 3 antipapi e 40 cardinali.

Autore della ‘Unam Sanctam”, manifesto della teocrazia su scala mondiale (”Chi non si assoggetta al Papa non ha salvezza”),  fu Bonifacio VIII, fondatore della dinastia Caetani. In collaborazione coi parenti, col prestigio del suo grado, con la violenza, col raggiro, pezzo per pezzo, creò la vasta signoria familiare che all’epoca garantiva potenza al papa, in un assetto curiale dove i cardinali basavano la propria influenza sui possessi e le ricchezze. I più gravi rivolgimenti del papato medievale si collegavano ad antagonismi personali e familiari. Per questo gli Spirituali, fedeli all’ideale di libera povertà che era stato lo spirito dei primi tempi francescani, rifiutavano come peccato la temporalità della Chiesa,  consideravano illegittimo Bonifacio VIII, che aveva forzato alla rinuncia il suo santo predecessore Celestino V.

Per Bonifacio VIII il Giubileo del 1300, coi suoi ingenti introiti, fu una straordinaria operazione finanziaria. L’avidità fu il suo vizio  principe, infatti figura nell’Inferno dantesco. Alla morte di Bonifacio i Caetani, in precedenza un casato non grande, contano 20 castelli e 3 cardinali nipoti, Invece che pastore, Bonifacio fu canonista e uomo di potere.  Fu anche un libertino: ebbe come amanti simultanee una donna sposata e sua figlia. Per combattere i Colonna, che aveva scomunicato, indisse una crociata cui concesse le stesse indulgenze dei crociati di Terrasanta.

Scrisse il cardinale Matteo d’Acquasparta: “Il papa è supremo tra tutti gli uomini: le nazioni del mondo gli obbediscono. E’ sovrano spirituale e temporale sopra tutti, in luogo di Dio”. Di uno dei suoi successori, Bonifacio XI (ultimo papa che portò il nome Bonifacio), si affermò che fu il più grande simoniaco della storia: vendette al migliore offerente tutte  le prebende, cioè le rendite dei benefici ecclesiastici. “Nessun beneficio ecclesiastico si può avere a Roma senza denaro” scriverà Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II.

Grazie ai redditi curiali e ai benefici le famiglie di papi e cardinali raggiungevano l’insuperata ricchezza dei magnati toscani e padani, protagonisti assoluti della finanza e dell’impresa a quel tempo.  Verso la fine del Medioevo la Chiesa possedeva da un quinto a un terzo della terra, e in linea di massima non pagava tasse.

Ad Avignone, dove il papato si trasferì per un settantennio (1303-77) il malcostume della Curia non si attenuò. Alcuni cardinali arrivarono a collezionare  400, persino 500 prebende. E Clemente VI, quarto papa avignonese, ebbe vari figli che, secondo l’uso, erano chiamati nipoti. Fece cardinali tre figli e altri sei parenti. Dicono fosse figlio suo quel Pietro Riario avuto da una sorella.

 

Abominio nel Rinascimento

I primi dodici secoli della Chiesa mostrano come il temporalismo e il nepotismo, più altri peccati mortali dell’istituzione, cominciarono assai prima del Rinascimento. Ci furono certo le anime grandi, come il santo arcivescovo di Firenze Antonino Pierozzi. Ma mai come nel Rinascimento aveva trionfato l’indifferenza dell’alta gerarchia all’insegnamento evangelico, anzi l’aperta scelta del male. Pietro Bembo, uomo dottissimo, dopo avere conosciuto a fondo la Curia quale cardinale e segretario di Leone X, scrisse che Roma era una cloaca piena degli uomini peggiori, la cloaca di tutta la terra. E uno sconosciuto ammonì: “Voi che volete vivere santamente, partite da Roma. Questa città est facta meretrix. Itali rident nos quod credimus resurrectionem. A Roma ‘buon cristiano’ viene usato in ironia”.

Leone X Medici, di cui si sostenne che aveva tentato di comprare Lutero con un cappello cardinalizio, fu uno dei massimi scialacquatori delle ricchezze della Chiesa. Uno scandaloso arcivescovo di Mainz gli promise 10.000 ducati in cambio della licenza di tenere tre vescovati. E verso il 1450 il vescovo di St.Asaph (Inghilterra) aveva introitato grosse somme dai suoi preti vendendo loro licenza a tenere concubine.

Tra le passioni terrene di Leone X va ricordata la caccia, che anteponeva alle funzioni religiose, al punto da portare frequentemente lunghi stivali venatori. Come scrisse il von Pastor, massimo storico dei papi, l’avvento di Leone fu una delle prove più severe cui Dio avesse sottoposto la Chiesa. Lutero ebbe buon gioco a denunciarne le colpe e a mettere alla gogna il domenicano Silvestro Prierias, il quale aveva proclamato “la Chiesa non può errare quando si pronuncia sulla fede e sui costumi”. Non mancò nemmeno la congiura di alcuni cardinali per avvelenare papa Leone. Il quale era stato eletto al soglio che non aveva 37 anni. Per le esigenze della sua politica temporalistica, Leone nominò 37 cardinali in un solo giorno. Fu insaziabile di interessi e passioni mondane.

Suo cugino Giulio de’ Medici divenne Clemente VII dopo avere ottenuto privilegi e incarichi da Leone X. Fino all’ultimo istante di vita si adoperò per  gli interessi della sua famiglia. Ancora von Pastor: “Dopo due papi Medici gli abusi nella Chiesa sono diventati scandalosi. Paolo III (Alessandro Farnese), successore del secondo papa Medici, era diventato cardinale a 25 anni e aveva avuto quattro figli da una donna che viveva nel suo fastoso palazzo all’Arenula. La sua corte era ‘regale’: 226 persone. I quattro saranno legittimati da Giulio II (Giuliano della Rovere), ‘uomo terribile’. Uno dei quattro, Pier Luigi, definito ‘feroce’, si vide assegnato lo stato di Parma e Piacenza. Nel caso di Paolo III bisogna parlare di figlismo, invece  che di nepotismo.Lo zio di Giulio II, Sisto IV (Francesco della Rovere), papa politico come pochi, principe più che pontefice, è restato nella storia come nepotista all’estremo.

Anche Paolo II (Pietro Barbo, 1417-71) aveva, come numerosi altri pontefici,  ereditato la tiara: era nipote di Eugenio IV). Ma almeno ebbe il merito religioso di avversare gli umanisti paganeggianti, cominciando dal Platina. Di Innocenzo VIII Cybo, simoniaco aperto, eletto nel 1484 (sposò il figlio Franceschetto ad una Medici) si disse che con lui il papato aveva raggiunto il punto più basso. Ma otto anni dopo ci sarebbe stato l’avvento di Rodrigo Borgia, Alessandro VI, nipote del  primo papa Borgia, Callisto III.

Le scelleratezze di Alessandro VI, che dopo avere comprato la tiara non cambiò la vita depravata all’estremo, sono talmente note che qui non vengono trattate. Ricordiamo solo: condannò a morte San Girolamo Savonarola, fece in modo che il figlio Cesare, cardinale giovanissimo e delinquenziale, costituisse un proprio stato nelle Romagne allargate; che la spregiudicata figlia Lucrezia, dapprima sposa a Giovanni Sforza duca di Pesaro, poi a Alfonso d’Aragona duca di Bisceglie (fatto assassinare dal fratello Cesare Borgia, il quale aveva anche sterminato vari signori dello Stato della Chiesa), infine al duca Alfonso d’Este, nella cui reggia ferrarese si fece ammirare ‘per bellezza, eleganza e cultura’.

Così era il Rinascimento. Così era la Chiesa del Rinascimento. Essa si  riassunse in Alessandro VI, ma molti altri “servi servorum Dei” gareggiarono nel male con  lui.

Ulrico di Hutten, il cavaliere e umanista della Riforma, sostenne che l’Imperatore germanico, se avesse tolto ricchezze e potere temporale alla Chiesa e respinto le pretese teocratiche, l’avrebbe liberata e purificata. Dopo Lutero, che aveva annunciato “Eravamo tutti hussiti senza saperlo”, si concluse che l’anima tedesca era la più profonda perchè si ribellava a Roma. E il Riformatore aveva chiesto: “se castighiamo i ladri con la gogna e i grassatori con la spada, perché non assaliamo piuttosto questi mostri di perdizione della Sodoma romana, essa che corrompe la gioventù e la Chiesa di Dio?”.

 

Il ‘piccolo’ nepotismo 

l documento ‘Admonet nos’ di san Pio V Ghislieri condannò ufficialmente il nepotismo: e in effetti si chiuse quello che gli storici chiamano  “nepotismo maggiore”, per il quale i parenti di pontefici e cardinali si costituivano in dinastie ricche e sovrane di stati territoriali. I papi non conferirono più ai parenti feudi e signorie, ma cariche e benefici molto lucrosi. Fino al1870 l’aristocrazia romana traeva metà dei suoi introiti dalla rendita agraria dei latifondi -in genere ottenuti dalla Chiesa- l’altra metà dalle cariche, benefici e affari vaticani.  Fossero introiti importanti: lo dicono, soprattutto a Roma e nel Lazio, i palazzi principeschi, i giardini, i castelli, le ville che portano i nomi di papi e di cardinali.

Fu il cosiddetto piccolo  nepotismo praticato specialmente da Paolo IV Carafa, Paolo V Borghese, Urbano VIII Barberini (che però tentò di risuscitare il grande nepotismo), Innocenzo X Pamphili. La degenerazione nepotista declinò sensibilmente nel Settecento e quasi scomparve nell’Ottocento. Ci fu un modesto riaffioramento con Pio XI, che assegnò un marchesato ereditario a Francesco Pacelli, fratello di Eugenio Pacelli (Pio XII), cardinale e già designato segretario di Stato. Il marchese fratello ricevette da re Vittorio Emanuele il titolo di principe per sé e per i discendenti. Crediamo di ricordare che il principe Pacelli ricevette altre posizioni, tra le quali la presidenza della LAI. Linee Aeree Italiane (la futura Alitalia). Però NON abbiamo verificato.

L’ultimo pontefice a fare nepotismo su scala gigantesca fu Urbano VIII (1623-44). Gli undici anni del suo successore Innocenzo X Pamphili videro le lotte armate con i Barberini e i Farnese (guerra di Castro), nonché il singolare legame del papa con la cognata donna Olimpia, la persona più importante della Curia, cui andarono accuse di immoralità. Il nepotismo di Pio IV aveva almeno prodotto due grandi cardinali, Carlo e Federico Borromeo. Nel 1605, cinque anni dopo la morte sul rogo di Giordano Bruno, ci fu anche il breve papato di un altro Medici.

Sotto Gregorio XIV Ludovisi governava il cardinale nipote Ludovico, efficace promotore degli interessi familiari. Non dimenticarono i parenti Alessandro VII Chigi, morto nel 1667, e Clemente IX Rospigliosi. Clemente X Paluzzi-Altieri mantenne la tradizione di far governare al cardinale nipote. Innocenzo XI Odescalchi nepotizzò poco, combatté il lusso e le pompe, però gli Odescalchi divennero principi e duchi in Ungheria. Succedette Alessandro VIII che arricchì i parenti Ottoboni, mentre ebbe  qualche efficacia la bolla contro il nepotismo (1692) di Innocenzo XII Pignatelli. Gli Albani divennero potenti dopo la morte di Clemente XI. Peraltro furono molti i papi eletti in quanto appartenenti a famiglie ricche e potenti. P.es.nel Mezzogiorno i Pignatelli, i Caracciolo, gli Imperiali avevano possessi così vasti da richiedere piccoli eserciti privati.

Finalmente Pio VIII Castiglioni, eletto nel 1809, proibì ai parenti di venire a Roma. Probabilmente fu il primo così severo nella storia della Chiesa temporale. Per quasi un millennio e mezzo  la consegna era stata “bisogna far per la famiglia”.

Tra il 1215 e il 1512 si contarono nove grandi Concili per riformare la Chiesa, ciascuno attestante il fallimento del concilio precedente. Il concilio di Trento avrebbe confermato il fallimento di tutti e nove. Nel mezzo millennio che seguì il clero italiano fece pesare la sua assoluta preponderanza a danno delle altre nazioni cristiane: fatto evidentemente assurdo. Niccolò Machiavelli, maestro pessimo col suo “Principe”, aveva nondimeno ragione a scrivere che il papato romano aveva scristianizzato gli italiani. In effetti aveva insegnato loro, dopo lo smarrimento delle invasioni barbariche e le durezze dell’alto  Medioevo, che il potere fine a se stesso era più importante che la salvezza dell’anima. La nostra coscienza morale era morta. Per i secoli a venire la scelleratezza si era configurata come “il modo di vedere italiano”.

Tutto ciò, oltre a spiegare l’indifferenza degli italiani alla Riforma, aggravava il giudizio del mondo sulla pratica millenaria e perfettamente ingiustificata di riservare il papato a potenti ecclesiastici italiani, quasi tutti con un parentado da arricchire e da portare al rango di principi. I palazzi, i castelli, i cardinalati, i pontificati delle famiglie principesche, quasi tutte italiane, che vantarono papi dicono la storia del nepotismo con la forza assoluta delle cose.

 

In conclusione. Il rapido incanaglimento della massima Chiesa della storia, nata da una mangiatoia, dal rivoluzionario Discorso delle Beatitudini e dal Golgota, degenerata nel temporalismo e nella rapina dei poveri per arricchire i parenti è un’immensa tragedia che non ha trovato il suo Eschilo o il suo Shakespeare. Per non meno di dodici-quattordici secoli i vertici della Chiesa hanno tradito Cristo in molti modi. Temporalismo e nepotismo sono stati tra i delitti più gravi, anche se c’è l’uso di parlare piuttosto dell’intolleranza, dei roghi dell’Inquisizione, delle molte guerre dei papi. Le turpitudini della Chiesa di vertice sono tra i grandi drammi della vicenda umana: non meno gravi delle guerre e della miseria. Inutile dire che le plebi sottoposte alle  signorie nepotistiche erano tra le più povere e ignoranti.

Nulla potrà sminuire il senso drammatico del mea culpa di Giovanni Paolo II, l’8 marzo dell’anno giubilare 2000.

A.M.Calderazzi

SFOLGORERA’ A VILLA LUBIN LA VERA GRANDEZZA

Non parleremo del Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, per profferire indignazione contro un ente inutile: ad intermittenza profferisce la grande stampa, tutti sanno tutto. Forse Monti, se si sentirà temerario, tenterà di abolirlo.

Ricordiamo solo che il Cnel nacque nel 1957 per il dettato dell’art.99 della Costituzione (‘la più bella al mondo’ dicono con gli occhi lucidi i suoi innamorati). Sancisce il detto articolo che il Cnel è organo di consulenza delle Camere e del Governo: esprime pareri non vincolanti e può proporre leggi. 121 i consiglieri, nominati per cinque anni, senza limitazioni al numero delle riconferme. Raffaele Vanni, remoto leader della Uil, è in carica senza interruzioni dal 1958. Il consigliere Santaniello ha 92 anni. Non essendoci obbligo di frequenza, l’assenteismo è molto alto, ma l’emolumento viene pagato a prescindere. I dipendenti sono un’ottantina. 62 consiglieri sono o sono stati sindacalisti, 37 sono esponenti delle imprese, 10 del Terzo Settore, 12 professori o esperti. L’attuale presidente, l’ex-ministro Antonio Marzano, percepisce 160 mila euro l’anno, il decuplo del ragionevole, così come decupla del giusto è la prebenda dei consiglieri, non è chiaro se 1200 0 1500 euro mensili.

I giudizi dell’opinione pubblica non possono non essere condizionati dal fatto che da circa mezzo secolo nessuno chiede i pareri del Cnel. Nel 1997, quarantennale dell’Organo, i senatori Urbani e Vegas presentarono alla Bicamerale proposta di cancellazione dell’art.99 al fine di sopprimere il Cnel. Si levò il prevedibile sdegno e fu la Bicamerale a chiudere. Consiglieri e dipendenti vengono mensilmente consolati in euro del sommesso ma costante vilipendio nei confronti di questa che era stata pensata, non proprio come una terza Camera ma almeno come uno Sgabuzzino. Per somigliare un po’ alle legislature del parlamento, ogni quinquennio del Cnel si chiama, bizzarramente, ‘consigliatura’.

Non c’è dileggio che venga risparmiato allo Sgabuzzino costituzionale: ‘casa di riposo’, ‘ulteriore TFR per ex-sindacalisti, politici trombati, professori a caccia di consulenze’, ‘cimitero degli elefanti’, ‘cariatidi’, ‘circolo per il tressette di vegliardi’ (non è dato sapere se dotato o no di sala di rianimazione). ‘Lettera 43’, un quotidiano online, ha invocato: almeno gli esponenti delle imprese, che non hanno bisogno dell’emolumento e certo non hanno tempo di frequentare, diano l’esempio, si dimettano, chissà avvicinino la fine.

Abolire l’Organo è troppo complicato, occorre legge costituzionale. Il presidente della Repubblica è intervenuto in gran sussiego all’inaugurazione della Consigliatura corrente. Si vuole che il pontifex maximus del culto della Costituzione attenti ad una creatura dei Padri Costituenti? Eppure…Mai dire mai.

Veniamo al perché ragioniamo del Cnel. La sua sede è in una raffinata palazzina, opera di un importante architetto del 1908, sontuosamente arredata, nel cuore di Villa Borghese,  vicino al tempietto di Esculapio. Si chiama villa, o palazzo, Lubin, dal nome di un riccone nordamericano, un ebreo oriundo polacco, il quale nel 1908 convinse Vittorio Emanuele III a farsi patrocinatore dell’Istituto Internazionale di Agricoltura, una cosa allora seria, poi fagocitata dalla Fao. Il riccone donò la villa all’Italia. Se il capo dello Stato volesse ancora più bene all’Italia che, assieme a super Mario, ha intrapreso a salvare e a fare sobria, non dovrebbe trasferirsi a villa Lubin, in modo da mettere sul mercato il Quirinale, immobile di cattiva reputazione però valevole quanto un grande piano Nuove Carceri più vasti aiuti agli affamati del  Sahel?

Era più o meno una villa Lubin l’edificio che ospitava i presidenti della Bundesrepublik quando la capitale era a Bonn. Imitare Bonn non sarebbe un gesto sublime, tale da proiettare il Capo dello Stato nell’Empireo, il più alto dei cieli, immobile secondo le antiche dottrine?

Direte: a palazzo Lubin agiscono un paio di centinaia di persone, non c’è capienza per i duemila del Quirinale. Appunto, alleviare il Paese sofferente di circa 1800 mangiapane sarebbe la grandezza di re Giorgio. Direte: e le scuderie? Anch’esse liquidate, in pro del contribuente e a fomento della generale sobrietà. Giorgio e Donna Clio non cavalcano, e i suoi ciambellani si abbonino a un maneggio, non con la credit card della Presidenza.

Direte ancora, obiezione assai più grave: il Presidente è il comandante supremo delle Forze Armate; villa Lubin non ha spazi e non è ‘wired’ per la sala operazioni degli Stati Maggiori. Dove si impartirebbero gli ordini per la flotta di battaglia, per le divisioni corazzate dei nostri sfondamenti, per gli stormi di F-35 e di altri strumenti di pace previsti dalla più bella delle Costituzioni? Risposta: e il presidente USA non porta con sé una centrale operativa dovunque si rechi, in visita a Tokyo o a sciare nel Colorado? A bordo dell’Air Force One c’è tutto quanto serve per scatenare l’Armageddon nucleare. Sulla terraferma il Sommo posto mobile di comando di BushObama è su ruote. Da noi la Irisbus, industria di Stato, è senza commesse: le si ordini un Furgone Supremo per il Capo e i suoi marescialli. Quanto ai Corazzieri, essi sono rotti a tutte le asprezze. Montino tende nella location più vicina. Meglio ancora, siano mandati  a regolare il traffico.

Oh Presidente del 150°, compia il gesto che farà di Lei l’emulo di Cincinnato,  Marco Attilio Regolo, Pietro Micca, G.Garibaldi e di un ristretto manipolo di supplementari anime grandi!

Porfirio

UN PAPA ALLA LUTERO AMPUTERA’ L’IPERCAPITALISMO

A tentare di combattere il mercato, cioè il mondo come è, non abbiamo che un rimasuglio, la minoranza d’una minoranza: gli ultimi nostalgici o recidivi del comunismo; pazzi malinconici, lunatici assoluti. La sinistra raziocinante quale la conosciamo non esiste più come alternativa,  è rassegnata all’ipercapitalismo. Allora è vietato sperare?

E’ vietato disperare. Sorgerà una grande guida, capace di chiamare tutti, non una fazione. Non la esprimerà la politica, altrettanto fallita quanto la sua componente più cervellotica e settaria. La politica ha mancato tutte le sue prove. La esprimerà la metapolitica, un convergere di ideali, slanci ed  energie: svolgerà il ruolo che aveva la religione nei secoli lontani, partendo cinque e più millenni fa. Potrà esprimerla direttamente, magari non da sola, la religione moderna, se si rigenererà. Nonostante tutto la religione esiste, con un potenziale ingente, mentre le grandi ideologie del passato sono morte. Nell’Occidente religione vuol dire cristianesimo e, più concretamente, cattolicesimo. Se quest’ultimo farà la sua rivoluzione, la sua redenzione, riuscirà a ricacciare indietro l’ipercapitalismo. Tutte le altre ipotesi saranno cadute.

C’è un precedente storico che supporta questa previsione: la rivolta luterana. Martino Lutero ci insegna che cancellare quindici secoli di continuità è non solo possibile, ma facile. Affisse a Wittenberg le 95 Tesi contro le indulgenze, scritte nel latino dei teologi di allora, il 31 ottobre 1517. Entro la fine di dicembre apparvero e si diffusero edizioni delle Tesi a Lipsia Norimberga Basilea. Subito seguirono varie traduzioni in tedesco. Un partigiano di Lutero arrivò a scrivere: “Non erano passate due settimane che le 95 Tesi erano conosciute  ovunque in Germania, e in altre due settimane in tutta la Cristianità”. Iperbole, certo. Comunque Martino confessò che avrebbe scritto in modo diverso, meno accademico e non in latino, se avesse potuto prevedere tanto successo.

Entro il marzo 1518 stese in tedesco il “Sermone sulle indulgenze e sulla grazia”, vero e proprio manifesto operativo della Riforma protestante, sermone che ebbe una quindicina di ristampe nel solo anno successivo alle Tesi. Gli studiosi hanno calcolato che nei primi dieci anni della Riforma circolarono 7 milioni di opuscoli luterani. Le confutazioni dei papisti moltiplicarono l’efficacia degli scritti di Martino, i quali erano letti e commentati avidamente nelle case e nei luoghi pubblici, birrerie, botteghe, sedi delle gilde, veri e propri opifici. La Riforma trionfò sì per la personalità di Lutero, ma più ancora per la forza rivoluzionaria della sua causa, per l’assalto alla continuità del male.

Identica, anzi più irresistibile, causa avrà dalla sua il grande spirito che lancerà la rivoluzione cattolica del ritorno alle origini. Lo scalpore sarà enorme di fronte a un giovane pontefice mai entrato prima nei palazzi vaticani, demolitore di molte istituzioni, convinzioni, tradizioni stanche. Niente sarà più come prima per l’arrivo di un papa di rottura, il quale si senta destinato all’azione invece che alle allocuzioni sempre uguali, sempre inutili. Un giovane papa che voglia la Nuova Chiesa quasi opposta alla Vecchia, perciò fatta per conquistare il futuro, non per continuare a deperire. Una Chiesa che compia fatti, trasformazioni emozionanti, non operazioni mediatiche o raduni oceanici di fedeli. Che riproponga la povertà cristiana invece che il benessere consumistico e che, guadagnando prima le élites poi le masse alla povertà, cambi i valori e la vita a noi tutti. Un giovane condottiero che si senta figlio di Girolamo Savonarola  martire ribelle e poi santo, non di Pacelli e Montini.

La Chiesa della palingenesi cattolica sarà, anche per il suo passato di massima potenza religiosa della storia, senza confronti più possente delle 95 Tesi. Ma dovrà offrirsi come macchina d’assalto contro i misfatti antichi e moderni: ingiustizia, capitalismo, consumismo, edonismo, trasgressioni, dissacrazioni, miseria ideale, esasperazione dei divari sociali, guerre. Una Chiesa risorta -irriconoscibile per alcuni aspetti, fedelissima per altri-, impetuosa, non più identificabile con Roma, in qualche misura opposta ai propri due millenni, sbalordirà il mondo più di quanto fece un agostiniano d’eccezione che all’inizio scriveva in latino, per qualche decina di teologi.

Si usa sottolineare che la ribellione luterana trionfò perché trovò un’alleata tecnologica preziosa, la stampa, inventata pochi decenni prima. Ma la Rivoluzione cattolica si alleerà con altre e più  irresistibili tecnologie. I computer hanno già cominciato a deviare la storia e ad abbattere regimi.

l’Ussita

LETTERA DA UN CENOBIO

Caro Amico,

quella volta che entrammo insieme nella Thomaskirche di Lipsia, ti osservai attentamente. Non mi apparisti né il semplice turista coltivato, né il melomane in pellegrinaggio alla tomba di Johann Sebastian. Piuttosto l’ostaggio della fede/della ricerca della fede (sono la stessa cosa: lo ha sanzionato Ratzinger teologo in chief).

Passarono 43 anni, e poche settimane fa parlavamo tu ed io di casi foschi del nostro tempo. Dovetti dire qualcosa di nichilista, cui rispondesti con voce quasi inaudibile. Afferrai solo “Chiesa”. Non ebbi il coraggio di incalzarti.

Così ti faccio oggi la domanda grossa: ti aspetti qualcosa, oggi, dal senso religioso della vita? Se sì, come azzardo, ecco che sei un testimone decisivo. Nessuno che io conosca o immagini è più di te posseduto dalla ragione critica; nessuno è più vigile contro gli slanci e gli empiti. Allora ti tocca rispondere: cos’è, oggi, il senso religioso del vivere? Cos’è in particolare per un chierico, per un laico?

Quanto a me, è come se vivessi uguale dal giorno che Martino agostiniano affisse le tesi a Wittenberg; anzi dai giorni di Jan Hus, di Wycliffe, dei bogumili, di cento altri eretici: avvinto dall’epifania cristiana, dalle sue liturgie, però odiatore dei troppi secoli della Chiesa sfrontata signora delle cose del mondo. Forse ricordi certe pagine del Confronto: tra l’altro si parteggiava per i francescani disobbedienti di ‘Frères du Monde’, figli di Michele da Cesena. Quarantasei anni dopo, le volte che per volontà di umiliarmi mi inginocchio davanti al confessore, mi professo protestante di rito cattolico. Non vengo sgridato. Una volta sola l’assoluzione fu sostituita da un paterno ‘Buona Pasqua’.

In questo quadro clinico, è logico per me sentire commiserazione per gli atei, per gli indifferenti assoluti, per quanti si fermano all’evidenza della Chiesa grande e torva centrale di potere. Senza capire che persino quest’ultima colpa potrebbe realisticamente destinare il cattolicesimo a grosse cose, di nuovo, come ai tempi di Ildebrando da Soana.

Mai come oggi, spente le ideologie che imperversarono, il pensiero religioso (o la semplice tenerezza per la fede di due millenni e, perché no, dei millenni precursori, di Dei pagani) ha la chance di alzarsi dalla prostrazione, di offrirsi come guida e come riferimento. Molte pecore smarrite accorrerebbero. Molti giovani gioirebbero di salvarsi dal nulla. Molti odifreddi arrossirebbero d’essere miscredenti in modo così banale.

Caro Amico, hai più dottrina e più carisma di molti. Vorresti esprimerti, anche insegnare, su perché non darla vinta né ai tersiti odifreddi, né al materialismo consumista ed ebete? Vorresti, tra l’altro, utilizzare l’umile Internauta per una ‘collana’ di riflessioni (di chi volessi) sul ritorno del Numinoso, magari più fatto di ditirambi a Pan che di novene, più di Cibele e di padre Kolbe che di Padre Pio?

Quanto a me, metterei ancora più lena a scrutare l’orizzonte, se arrivi un papa trentenne mai entrato nella Curia, sovvertitore della continuità dunque rivoluzionario, dunque rifondatore del Cristianesimo.

Ma se questo mi assegnerai, compilerò cronache annalistiche sui copti, sui catari o sui miei compaesani hussiti.

Ove vorrai dire no, meglio tu me lo dica a casa mia, così ci beviamo sopra in agape.

Antonio Massimo

tuo seguace nel cenobio in Tebaide

OLIMPIADI 2020: POSSIAMO PERMETTERCI DI SPRECARE L’OCCASIONE?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Paese è pervaso da una oscura e crescente sindrome depressiva che inibisce ogni iniziativa, ogni speranza, ogni sogno, ogni volontà di riscatto e di rinascita. Il decreto sulle liberalizzazioni è un provvedimento serio e contiene anche un paio di cose importanti. Ma non è accettabile far credere che questo sia lo strumento per far rinascere il nostro Paese. Occorre invece far emergere la voglia di accettare le sfide, di reagire alla depressione contabile, di rimettere al centro dell’interesse non i contabili dei costi ma i creatori, i produttori, gli ingegneri, gli scienziati, i giovani, gli sportivi. E quindi: possiamo permetterci le Olimpiadi 2020 a Roma? La risposta è: non possiamo permetterci il lusso di non partecipare.

“Sono gli uomini che fanno la polis, non le mura o le navi deserte”
(Generale ateniese Nicia 413 a.C. dopo la disfatta della spedizione ateniese in Sicilia)

“Vorrei sapere che cosa pensa della partecipazione di Roma alla gara per le Olimpiadi 2020? Possiamo permetterci questo lusso con i tempi che corrono?”. Chi mi fa questa domanda al telefono è un bravo giornalista. Cerco di intuire che tipo di risposta si aspetti da me, forse negativa, ma non ne sono certo. In ogni caso la mia risposta è immediata e senza incertezze. Gli rispondo: non possiamo permetterci il lusso di non partecipare. Ed è una risposta che si inquadra nella mia visione del Paese in questa fase storica.
La principale malattia del nostro Paese è, oggi, la oscura sindrome depressiva che sta montando giorno dopo giorno. Da un Paese, in parte, pieno di irresponsabili e spericolati spacconi, del tipo comandante Schettino, ci stiamo, giorno dopo giorno, trasformando in un Paese di contabili dei costi, ossessionati dalla sindrome contabile, che il maestro di economia Caffè criticò, con preveggenza, in alcuni dei suoi ultimi scritti. Intendiamoci: che dobbiamo tutti fare un grande sforzo per controllare e, in parte, riequilibrare i nostri deficit, pubblici e privati, va da sé. Ma che lo dobbiamo fare recitando, tra le lacrime e strappandoci i capelli, un lacrimoso “confiteor”, schiacciati da una cappa depressiva che ci inibisce ogni iniziativa, ogni speranza, ogni sogno, è una malattia contro la quale è necessario reagire. Ma soprattutto è grave malattia mentale pensare sempre e solo ai costi e mai ai ricavi.

È così infatti che matura la convinzione “non possiamo permetterci il lusso” di partecipare alla gara per le Olimpiadi 2020; di realizzare l’Expo 2015; di investire nei nuovi stadi (come hanno fatto tutti i Paesi europei); di investire nella ricerca scientifica; di rinnovare il centro delle nostre grandi città; di investire nelle scuole, sviluppando nelle stesse programmi di musica, sport, lingue; di investire negli asili nido dei quali c’è una carenza drammatica a prezzi ragionevoli, almeno nelle grandi città; di rammodernare i nostri porti; di produrre programmi televisivi culturali o, comunque, decenti e tante altre cose che servono per migliorare il presente e preparare il futuro, per difenderci contro l’ebetismo totale che rischia di travolgerci tutti, per alimentare i sogni e le speranze dei giovani.

Io ero giovane quando assistetti a tutte le olimpiadi romane del 1960, le ultime olimpiadi umane della storia. Ricordo benissimo quanto enorme entusiasmo sollevarono in noi, giovani di allora, queste meravigliose olimpiadi, il grande volo di Berruti, la scoperta di Cassius Clay, le lunghe gambe nere della Rudolf, ma anche l’orgoglio che tutto questo avvenisse da noi, nella nostra bellissima Roma e che ci fosse tanta gente che imparava, così, cosa era Roma e l’Italia! Io ricordo benissimo il contributo straordinario che quelle Olimpiadi diedero per trasformare Roma da una sonnacchiosa città di ministeriali e di preti in una metropoli moderna.

Ma davvero crediamo veramente che lo sviluppo ed il lavoro per i giovani verrà da 500 notai in più, da qualche taxi in più, da qualche avvocato che non è più tenuto ad applicare le tariffe ufficiali? Lo sviluppo verrà solo realizzando tutti gli investimenti necessari, alimentando i sogni dei giovani, investendo in ricerca e innovazione, cioè facendo esattamente tutte le cose che la sterminata corte di contabili dilettanti che ha invaso l’Italia, ci dice essere un “lusso che non possiamo permetterci”. Ed invece il vero lusso che non possiamo permetterci è spendere 30 miliardi di euro ogni anno per prepararci ad una guerra che non combatteremo; lasciare infiltrare, in misura ormai allarmante, nella nostra sanità centinaia e migliaia di ladri e di incompetenti che offuscano e umiliano i tanti bravissimi operatori sanitari che, come angeli civili, tengono su la baracca, e che spingono all’emigrazione i nostri giovani più in gamba; alimentare un costo della politica tra i più alti ed oppressivi del mondo; tollerare senza combatterla una corruzione che non ha eguali tra i Paesi ad economia sviluppata; svendere continuamente il nostro territorio e il nostro patrimonio naturale e culturale alla speculazione immobiliare.

Mettiamo, dunque, mano a queste ed altre vere e proprie piaghe bibliche del nostro Paese e vedrete che potremo partecipare alla gara per le Olimpiadi 2020, ed a tanti altri investimenti, che alimentano speranza e sviluppo.

Jean Gimpel è uno storico francese che si è dedicato soprattutto agli sviluppi tecnologici e industriali del Medio Evo. Il suo denso libretto – “La révolution industrielle du Moyen-Âge “(Éditions du Seuil, 1975) – è ancora oggi una miniera di notizie e di stimoli importanti. Gimpel illustra lo straordinario sviluppo economico europeo nei primi tre secoli dall’inizio del millennio e ne individua le radici nel fervore operativo che dominava in tutto il continente, trainato dal nuovo spirito imprenditoriale e dagli sviluppi tecnologici (l’albero a camme è del X secolo e poi seguono, tra gli altri, i mulini di ogni tipo, i caminetti, gli occhiali, l’uso del carbone per l’industria, l’orologio astronomico, l’impiego del cavallo in agricoltura, la bussola). È l’epoca in cui, in genere, anonimi architetti costruiscono le più importanti cattedrali d’Europa, capolavori artistici e tecnologici.

Gimpel analizza poi il lungo periodo di decadenza dell’economia europea, dovuto a bruschi cambiamenti climatici che causarono diffuse carestie, la peste nera (portata in Europa da mercanti genovesi nel 1347), le continue svalutazioni e le crisi finanziarie con il fallimento di molti banchieri, la guerra dei cento anni, la spaccatura della cristianità. E come conseguenza di tutto ciò il montare della demoralizzazione e la graduale perdita di interesse per l’innovazione e per la tecnologia: “Un des grands malheurs de l’histoire de l’humanité est qu’une société vieillissante, dans son désire de jouir de la paix, se détourne de la technique”.

Forte di questa affascinante strumentazione concettuale, messa a punto nel corso dei suoi studi sullo sviluppo economico e tecnologico nella Francia medioevale, Gimpel, nel 1956, tenne una memorabile conferenza a Yale nella quale predisse che, negli anni Settanta gli Stati Uniti sarebbero entrati in una era di declino, che il dollaro sarebbe stato svalutato e che la leadership tecnologica sarebbe stata assunta da altri popoli. Nessuno lo prese seriamente, ma a metà degli anni Settanta fu rinvitato negli Stati Uniti per spiegare come aveva fatto a prevedere ciò che si era poi verificato. E Gimpel documentò la sua posizione con una serie di fatti che segnalavano il crescente disimpegno del popolo americano dall’innovazione e dalle grandi sfide tecnologiche:

«Dès mon arrivée aux États-Unis je remarquais que le dynamisme traditionnel de ce pays déclinait rapidement. L’idéal américain de la libre entreprise et l’hostilité au pouvoir central étaient partout battus en brèche. Des groupes de plus en plus nombreux faisaient appel au gouvernement fédéral. Le nombre de fonctionnaires – fédéraux, des états et locaux – dépassait 7 millions. I y avait proportionnellement, moins de self-made men car de plus en plus de fils héritaient des affaires de famille. Les hommes d’affaires faisaient des déjeuners de plus en plus longs. Les Américains n’avaient plus cette ambition, souvent caractéristique des nations jeunes, de construire toujours plus grand ou plus haut, de battre des « records du monde ». L’esthétique du Lever House Building contrastait avec l’Empire State Building. Les Américains, à cette date, étaient moins passionnés par de nouveaux gadgets et le culte du neuf avait moins de prise sur eux. Ce déclin du dynamisme influait et pesait sur le développement technologique du pays sans que la population elle-même, et les étrangers en visite soient conscients de cette évolution».

Il neocapitalismo reaganiano reagirà a questa involuzione, ma spostando tutto il potere sul fronte della finanza invece che sul fronte dell’industria e della tecnologia, preparerà le basi del disastro scoppiato nel 2008.

La rilettura di Gimpel mi ha riportato a rileggere anche la stupenda relazione che Carlo Cattaneo tenne alla Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri di Milano, nel 1845, dal titolo: “Industria e Morale”. Cattaneo rivolge qui un vigoroso invito agli italiani ed ai milanesi a impegnarsi sul fronte dell’innovazione e della tecnologia, a credere al moto e non alla quiete, a osare, a “permettersi il lusso” di erigere i propri templi, e conclude con parole che dobbiamo tutti rileggere e meditare:

“Pur troppo vi è chi collocando la felicità delle genti non nel moto, come è il desiderio dell’universa natura, ma nella quiete della fossa, vorrebbe che le cose umane fossero tutte con inviolabile norma prefinite. Vorrebbe dunque un magisterio d’arte che numerasse i fili d’ogni tessuto; vorrebbe un’architettura che comandasse anzitempo a tutte le combinazioni della vita; vorrebbe un grado di dovizia perpetuo nelle famiglie; una filosofia di sillogismi perenni, ai quali attingere tutti i particolari della scienza; un dizionario infine nel quale s’impietrisse perfino la parola; sicché un’inesorabile predestinazione aggravasse tutti i pensieri e tutte le speranze dell’uomo. Ma infelice quella generazione che si proponesse d’essere in tutto come furono i suoi padri! Poiché, quando quelli avessero pure sfolgorato d’ogni valore e d’ogni gloria, i figli, finché nulla aggiungessero alle loro imprese, rimarrebbero tanto da loro degeneri, quanto l’inerzia è diversa dall’opera, quanto l’immobilità è diversa dal moto…. Quindi è necessità, necessità morale, che ogni generazione inalzi i suoi templi e i suoi archi, e modelli le sue sculture, e apra nuove vie per alpi e per lagune, e inarchi nuovi ponti non solo ormai sui fiumi, ma sui laghi, ma sui mari, e non solo sopra lo specchio delle aque, ma fin per disotto ai tetri loro gorghi. È mestieri che a forza d’ardimenti e di temerità l’uomo si trovi di repente dubitoso e smarrito a fronte d’immediati ostacoli, affinché il genio allora si svegli, e si avvegga di sé, e affronti con nuovi pensamenti la vecchia natura. E perché questa salutevole palestra delli animi dia nervo a tutto un popolo, e diffonda perfino nell’ultima famigliola il polso d’una vita sollecita e intensa, bisogna che tutta la legione delle arti utili si rinovelli a ora a ora dietro i quotidiani della scienza”.

Sotto la pressione del gigantesco esercito persiano, gli ateniesi dovettero sgombrare Atene, nel 480 a.C., favoriti dal sacrificio degli spartani di Leonida che alle Termopoli guadagnarono un po’ di tempo prezioso, e permisero agli ateniesi di rifugiarsi nelle isole. Dopo la gloriosa e mirabile vittoria di Salamina gli ateniesi ritornarono nella loro città. Nelle discussioni sul da farsi ci fu chi propose che la prima grande cosa da fare fosse quella di erigere un grande tempio sull’Acropoli per ringraziamento agli dei e per ricostruire il grande tempio precedente, innalzato da Pisistrato, e distrutto da Serse. Ma all’Areopago dissero: non ci sono i soldi. Allora Pericle si offrì di finanziare personalmente il tempio. Ma l’Areopago gli negò questa possibilità, dicendo che il tempio era un bene cittadino e che, come tale, doveva essere finanziato da tutta la città. E così l’Areopago si ingegnò, i soldi vennero fuori ed all’umanità fu donato il Partenone.

Forse la nostra Italia non può costruire il Partenone, non per mancanza di architetti di talento, né per mancanza di soldi perché, alla fine, i soldi vengono sempre fuori (persino in Grecia dove, oggi, il Partenone lo affittano), ma per mancanza di cervello, di volontà, di morale. È questo ciò che, innanzi tutto, dobbiamo ricostruire. La voglia di accettare le sfide, di reagire alla depressione contabile, di rimettere al centro dell’interesse non i contabili dei costi ma i creatori, i produttori, gli ingegneri, gli scienziati, i giovani, gli sportivi. Tutto ciò che è vita, speranza, sogno, desiderio, volontà di riscatto e di rinascita. Il decreto sulle liberalizzazioni è un provvedimento serio e da approvare e contiene anche un paio di cose importanti. Ma far credere che questo sia lo strumento per fa rinascere il nostro Paese , questo no, non è accettabile.

Non esauriamo le nostre risorse intellettuali ed emotive in queste che sono, in gran parte, battaglie di retroguardia. Come la penosa battaglia dei taxi. Pensiamo alto, pensiamo in grande, pensiamo alle cose che i contabili ci dicono essere “un lusso che non possiamo permetterci”. Come le Olimpiadi a Roma nel 2020.

Marco Vitale
da AllarmeMilanoSperanzaMilano 

THE HOUSE OF FREEBOOTERS

Premessa l’irrilevanza assoluta, ai fini della bonifica del Paese, della legge elettorale, dunque della proibizione del referendum che voleva cambiarla, sono due gli interrogativi che ci confrontano, densi di destino: 1) ci salveremo dal default?;  2) il detenuto, più o meno temporaneo, Nicoli Cristiani Franco, quanti uomini politici italiani incarna, pochi parecchi  quasi tutti?

Proviamo a rispondere al 2: qui abbiamo le certezze che mancano all’1. Nicoli Cristiani è stato incarcerato con un’accusa di tangenti circostanziata, altrimenti la limitazione della libertà non sarebbe stata concessa. Mantiene la qualifica di eletto del popolo, nobilitante per alcuni (pochi) bamba, infamante per i più, compreso chi scrive. I legali hanno sostenuto con la carta bollata che il loro assistito ha comunque diritto a una liquidazione di 340 mila euro, più un vitalizio mensile di 3700 euro, quest’ultimo da ricevere con decorrenza immediata. Per la loro azione i suddetti legali vanno accreditati di un doppio merito: a) far risaltare l’assurdità del vitalizio per gli eletti, b) contribuire a dimostrare la necessità di cancellare (al di sopra del livello dei sottoproletari) i ‘diritti acquisiti’.

I diritti acquisiti sono un baluardo, un Vallo Atlantico, a difesa della malavita politica. Mai il letamaio sarà svuotato se resteranno i diritti acquisiti, la sovranità del parlamento, i precetti della Costituzione.  Al punto cui siamo, il sistema delle leggi imposte dal Mob è nemico dell’uomo e del popolo. Summum Jus Summa Iniuria. Per esempio, il caso Malinconico e il caso Patroni Griffi confermano che anche la burocrazia di vertice è malata, esposta alle tentazioni, al meglio inaffidabile. Andrebbe sottoposta a una terapia shock: il Terrore.

Da quando è nato, Internauta propone spesso la decimazione dei  mandarini: destituire un burocrate su 10, sull’ipotesi di corruzione; salvo, a cose fatte, il diritto del decimato di dimostrarsi innocente. Il monito ai nove scampati sarebbe infallibile, e i vuoti nel Civil Service sarebbero colmati da elementi più giovani, meno costosi ed efficacemente ‘programmati’ ad essere onesti.

In attesa della riforma rivoluzionaria che abolisca le elezioni, dunque il mestiere della politica, anche i suoi professionisti andrebbero decimati da subito. Oltre a tutto i procedimenti o i sospetti a loro carico sono così numerosi che la decimazione andrebbe più sul sicuro, rischierebbe meno di colpire ingiustamente.

Torniamo al consigliere regionale dell’incipit. Quanti politici italiani incarna, pochi parecchi quasi tutti? Nessuno ha la risposta esatta. Però è sicuro che, specie dopo il no ‘ndranghetesco della Cupola dei deputati all’arresto di uno di loro, chiesto dalla magistratura, per l’uomo della strada il politico è un poco di buono. La più recente ricerca Demos, diretta da Ilvo Diamanti, attesta una fiducia del Paese nei partiti scesa sotto il 4%. Il voto sull’arrestabilità di un deputato ha confermato che il parlamento delibera su categorie, riflessi e istinti delinquenziali, in funzione esclusiva degli interessi partitici e personali. Testualmente questo ha dichiarato il 13 gennaio il politologo Carlo Galli: i partiti e il parlamento hanno perso ogni capacità e funzione politica. Rimane loro solo il basso potere.

Quale altra prova ci manca per convincerci che i vari Nicoli Cristiani rappresentano quasi tutti i politici di carriera? Che le Camere ed ogni altra assemblea vanno svuotate di questi  ultimi e-previe le sacrosante correzioni, mutilazioni, avocazioni ed altre misure draconiane- andrebbero reclutate per sorteggio e per turni molto brevi tra cittadini qualificati, anch’essi passibili di decimazione?

Anche per colpa nostra, abbiamo una classe politica di farabutti. Nel definire il farabutto “individuo capace di ogni malazione”, il vocabolario Devoto-Oli gli fa troppo onore rimarcando che la parola deriva dal basso tedesco Freibeuter, predone. Troppo onore pure dal Webster’s Dictionary: “Freebooter, D, da Vrijbuiter, One who goes about plundering”. I pirati e predoni del passato meritavano qualche simpatia (v.Salgari) perché quando catturati venivano subito appesi a un pennone. Il nostro freebooter, a fine carriera, rischia al più la presidenza di un ente sfigato. Ma il vitalizio, segno di apprezzamento per i servizi resi, resta e li consola cash.

A.M.C.

SE IL PAPA LASCIASSE ROMA

La discontinuità più sacrosanta

Sessant’anni fa, 28 maggio 1951, due preti  operai furono arrestati a Parigi per atti di violenza durante una  manifestazione contro il generale americano Ridgway. Fu forse la situazione limite di un impegno a sinistra di segmenti del clero francese, impegno che aveva ricevuto sostegno da due cardinali e da vari prelati minori. Quell’anno stesso il nunzio apostolico a Parigi card. Marella notificò a 26 vescovi la soppressione totale dei preti operai. Del resto il 28 giugno 1949 il Santo Uffizio aveva decretato la scomunica per tutti coloro che diffondevano le dottrine materialiste del comunismo.

Passò una dozzina d’anni, venne il Concilio e udimmo il cardinale tedesco Agostino Bea, una delle guide del rinnovamento, affermare in un discorso pubblico: “La libertà dell’uomo vuol dire il suo diritto di decidere del proprio destino liberamente, secondo la propria coscienza. Da questa libertà nascono il dovere e il diritto dell’uomo di seguire la propria coscienza, al quale dovere e diritto risponde il dovere dell’individuo e della società di rispettare questa libertà e autodecisione”.

Gli ambienti conservatori insorsero: il porporato germanico era andato oltre la carità verso l’errore, aveva affermato insindacabile la coscienza individuale; laddove il cattolico aveva sempre dovuto inchinarsi alla Chiesa, interprete unica della Parola Rivelata. La tradizione della Chiesa non ammetteva la libertà dell’errore e del male. Ma il card. Bea andò per la sua strada.

Alla fine del 1963 lo sentii precisare, nella sala affrescata dal Tiepolo del palazzo dell’Ispi dove lavoravo, che chi erra in buona fede, anche in materia religiosa, adempie di fatto la legge morale e quindi la volontà di Dio, secondo la propria retta coscienza. Di fatto il cardinale rivendicava il valore universale della più alta tra le enunciazioni di Lutero suo conterraneo: il rifiuto dell’intermediazione ecclesiastica, per di più autoritaria, tra l’uomo e il Padre.

Sono trascorsi 49 anni. I Pontefici hanno ripetutamente ammesso che la Chiesa può sbagliare proprio là dove insegna: per esempio condannò Galileo, per esempio mise a morte cristiani che ora veneriamo come santi. Il cardinale germanico ha vinto. Un cristiano di oggi, che può fare se non prendere in parola sia il porporato tedesco che riabilita la conquista centrale della Riforma luterana, sia i papi che chiedono perdono per la Chiesa?

Ed ecco una delle conseguenze che discendono dal sessantennio di riflessione cristiana seguito alla scomunica di cui sopra: è giusto sostenere che il Papato dovrebbe abbandonare Roma e alzare la Tenda biblica altrove. Meglio fuori d’Italia, dove troppi misfatti furono commessi al vertice della Chiesa. Che la gestione del cattolicesimo sia stata appaltata soprattutto all’alto clero italiano, espresso prevalentemente dal patriziato nazionale, è un drammatico, lunghissimo errore che presto un pontefice confesserà. Abbandonare Roma avrà il senso di ripudiare nel concreto- non solo con le parole lette davanti alle telecamere- una tradizione bimillenaria di Chiesa principesca, non evangelica, a lungo turpe, sempre mondana.

Sarà un trasloco sofferto oltre che materialmente difficile, ma una nuova vita nascerà. Presto la Chiesa avrà vergogna dei palazzi che sono il suo passato. La Chiesa avrà orrore di quel cognome arrogante “Burghesius” fatto scolpire a lettere gigantesche da Paolo V, un fuoriclasse del crimine di nepotismo, sulla facciata di San Pietro, la meno santa di tutte le basiliche. ‘Burghesius’ farà  un figurone come insegna dello shopping center più fastoso della terra che si aprirà nel chiesone di Paolo V Borghese, dopo la vendita a chi paga meglio e dopo il trasloco del Servo dei Servi di Dio. Troppo tardivamente Paolo VI vendette per beneficienza il Triregno, la tiara delle usurpazioni.

Qualunque altro angolo della cristianità andrà bene per la tenda del Vicario. Tenda, non reggia. E’ buona cosa che in quell’altra reggia, sul Quirinale, sieda un caponomenclatura invece che un papa.

l’Ussita

(trascrivendo dal settimanale SVOLTA, 1997)

CORTINA INSEGNA: ORA LEGGI SUNTUARIE

“La ricchezza non va demonizzata. La ricchezza è un valore”. Il presidente Monti la mette così, ed è il verbo Bocconi/Yale. Ma è un verbo da respingere. La brama della ricchezza è la condanna che l’uomo si porta addosso dal giorno della Creazione.

In astratto questo discorso non potrebbe essere più banale. Calato nel concreto, banale non  è. I media liberalplutocratici si sono chiamati a crociata contro i blitz dell’Agenzia delle Entrate a Cortina, a Portofino, ad altri santuari della fede edonista-tamarra. Le parole d’ordine: no alla demagogia, al pauperismo, allo stato di polizia, all’invidia sociale, eccetera. Persino Radio 24, voce della Confindustria, ha sentito il dovere di contrastare questa mobilitazione contro il Fisco: le retate alla Cortina, ha argomentato, non sono contro la ricchezza, sono contro l’evasione delle tasse, che è un reato e un danno agli altri contribuenti.

Brava Radio confindustriale, il suo è un intento altamente civico. Però se i blitz alle pagode di Mammona devono avere una valenza didascalica contro l’ideologia del lusso, non vanno limitati al perseguimento della renitenza fiscale. Il possesso e l’ostentazione  della Porsche della Barca e del Suv vanno colpiti anche in chi non evade. Il rifiuto del superfluo egoista non è invenzione moderna. Lo sappiamo dalla terza elementare che le società antiche imponevano leggi suntuarie, il cui fine non era tanto di allargare gli introiti fiscali, quanto di moralizzare il comportamento dei ricchi.

Quelle della repubblica romana antica furono una cosa seria, sorta nel contesto virtuoso dei quiriti contadini e guerrieri vittoriosi.  Non avrebbero costruito l’impero senza il nerbo della morale pubblica. La difesa dei costumi, difesa anche dalle tentazioni del lusso, era tra i compiti principali dei due censori, al vertice della classe di governo. Fino al 350 furono esclusivamente patrizi, scelti tra personalità che avevano raggiunto il consolato.

Oggi, nella fase più matura cioè senile dell’ipercapitalismo consumista, combattere gli eccessi di elitismo e di ostentazione ha un senso che va oltre la lotta all’evasione. Meritano la gogna anche quanti le tasse le pagano ma scelgono di contrapporsi alla misura, alla sobrietà, alla coscienza ecologica del ceto medio-modesto, la ‘classe generale’ delle società occidentali.

Nell’economia italiana le produzioni legate al lusso, alla moda, agli sport venali e volgari sono egemoni, ma ciò è patologico. Vanno tollerate solo in quanto alimentino correnti d’esportazione; sul piano interno andrebbero disincentivate. Chi produce alcoolici, tabacco, caffè e farmaci , non si presume consumi poco i suoi prodotti?

Plauso altissimo dunque ai blitz quotidiani. Avranno effetti recessivi nei comparti meno onorevoli, ma faranno bene all’anima. E a nessun lavoratore del lusso si neghi un modesto sussidio, uguale  per tutti, quando perde il lavoro.

Porfirio

EROI POSITIVI, NEGATIVI E PUTATIVI

Per capirci meglio

Beato quel paese che non ha bisogno di eroi, avvertiva Bertolt Brecht. Se davvero è così, abbiamo una buona ragione in più per considerare l’Italia lontana da uno stato di beatitudine. Il nostro fabbisogno di eroi deve infatti essere elevatissimo a giudicare da quanto si legge sulla stampa e si vede o si sente per radio e alla TV. Quel titolo d’onore viene assegnato con tanta frequenza da far credere, in certi momenti, di essere tornati ai tempi in cui Omero cantava da par suo la guerra di Troia. E, beninteso, da consolarci almeno in parte per l’impressione altrettanto frequente di vivere in un’epoca brulicante di antieroi.

Qualche esempio dalle cronache più recenti. Tutti ormai sanno tutto dell’eroe positivo del naufragio della Costa Concordia, il capitano Gregorio Maria De Falco, che oltre a fronteggiare con energia e abnegazione il disastro dell’isola del Giglio ha avuto il merito di dire il fatto suo all’eroe negativo della stessa vicenda, l’altro capitano di cui è superfluo declinare le generalità, ormai familiari dal Nebraska alla Cocincina. Eppure il positivo è anche il primo, giustamente, a schermirsi, sostenendo di avere fatto soltanto il proprio dovere, magari con un po’ di enfasi in più, giustificata peraltro dalle circostanze. Ma quello che fare il proprio dovere tenda a diventare eroico sembra più di un sospetto.

Quanto alla controparte, come scandalizzarsi, nella fattispecie che il “capitan codardo” costituisca solo l’ultimo e clamoroso caso di mostro sbattuto in prima pagina dai media di tutto il mondo? Certo un po’ si esagera, almeno quantitativamente, dimenticando che anche i mostri hanno diritto a qualche difesa, almeno giuridicamente parlando, e che l’accanimento su un singolo individuo rischia di mettere in ombra altre corresponsabilità. Accade però che il personaggio venga difeso a spada tratta dai suoi concittadini sorrentini e addirittura esaltato a sua volta come eroe per nulla negativo, contro ogni evidenza e logica.

Tanto più, allora, sembra inevitabile disperare delle patrie sorti, anche senza tirare in ballo Brecht, tenendo conto che il caso non è affatto inaudito. I precedenti di solidarietà a prescindere non si contano, dai compaesani toscani di Silvano Moggi che sfilavano a lume di candela, come i pacifici rivoluzionari di Praga nel 1989, per manifestare la loro devozione al direttore sportivo che comprava arbitri e truccava partite per far vincere la Juventus, alle donne napoletane che gettavano corpi contundenti sulla polizia a caccia di camorristi nei quartieri spagnoli.

Per non parlare, naturalmente, della politica, dove rimarrà negli annali il voto con cui la vecchia maggioranza governativa proclamò compatta che l’ex premier credeva davvero che un’allegra ragazzotta marocchina a lui cara fosse la nipote del poi malcapitato Mubarak. Guarda caso, tuttavia, il sullodato ex premier appartiene a quel Partito popolare europeo i cui rappresentanti al parlamento di Strasburgo si sono schierati a difesa di Viktor Orban, suo ex omologo ugualmente affiliato al PPE e impegnato a smantellare la democrazia ungherese dopo avere combattuto il regime comunista.

Mal comune? Solo fino ad un certo punto, perché sempre a Strasburgo Mario Borghezio, ben noto gladiatore leghista nonché “uomo di grandi valori, posato ed affabile” (così si legge sul web), ha superato tutti invitando Orban, xenofobo oltre che autoritario, a venire in Padania dove sarebbe ospitato “come un eroe”. Allegria.

Nemesio Morlacchi

RE GIORGIO TI CHIAMANO? E TU PROCLAMATI

Anticipiamo un po’ il bilancio del settennato Napolitano. Una cosa davvero storica ha fatto Giorgio: dopo avere regnato all’unisono con la casta che lo elesse e i cui misfatti omise di punire: ha deposto il Cagliostro di Arcore, ha insediato Mario Monti, ha lanciato il superiore concetto di governo dei tecnici. Orbene, qui e lì, grande stampa internazionale compresa, si è preso a chiamare ‘re Giorgio’ chi ha compiuto queste eccellenti azioni.

Se mi si consente di fare più ariosa l’analisi politica, vedo con favore qualche prossimità tra Giorgio e Luigi Napoleone, figlio di un quadriennale re d’Olanda. Egli figlio il 10 dicembre 1848 fu eletto presidente della repubblica francese, ma il 2 dicembre 1851, una settimana prima che gli scadesse il mandato, fece il colpo di stato. Arrestò i principali avversari, sciolse l’Assemblea nazionale, indisse un plebiscito che ratificò il suo operato -7,5 milioni di suffragi allora erano tanti- e gli conferì i pieni poteri (senza pieni poteri Mario Monti si troverà a zappare senza zappa). Ancora poche settimane e una nuova Costituzione prolungò a Luigi Napoleone il mandato per dieci anni. Il 2 dicembre un altro plebiscito lo proclamò imperatore dei francesi.

Giorgio perché non farebbe qualcosa di simile? Per avere giurato fedeltà alla Costituzione? Anche Luigi Napoleone aveva giurato. Per mancare dell’eccezionale legittimazione che a Luigi veniva dall’essere un Napoleonide? Ancora più forte sarebbe la legittimazione di volere scacciare i Proci usurpatori e salvare la Patria, anzi di avere già cominciato a salvarla scongiurando o rinviando il default. Altrimenti è certo che i capitribù parlamentari staccheranno la spina a Monti appena proverà a essere Monti sul serio. La logica del nuovo corso vorrebbe i pieni poteri al governo. Se re Giorgio indirà un paio di referendum bonapartisti, con gli indici di popolarità che si ritrova, e con l’odio che sta montando verso la politica che ci opprime, chi non crede che trionferà?

Non si curi, il Predestinato a salvarci, della consuetudine di chiamare autoritario e bancario-borghese il terzo Napoleone. Imprese belliche e macchinazioni diplomatiche a parte, il presidente divenuto Empereur autoritaire non fece il monarca scaldatrono: “Pour se ménager l’appui des classes laborieuses, il entreprit de nombreux travaux publics, encouragea l’agriculture, l’industrie et le commerce, créa des institutions de bienfaisance et de credit, etc”. Nell’esilio inglese di Chislehurst, dopo la disfatta di Sedan, la prigionia e l’abolizione dell’Empire, fantasticava piani per sollevare le sorti dei proletari, scriveva operette in proposito. Non era un reazionario. Se tiene alla sua reputazione, Giorgio si preoccupi piuttosto di farsi perdonare il vituperevole appoggio alla guerra coloniale afghana di Bush&Obama.

Se da democratico d’antan e da ex-sottoleader operaio non ama l’idea di restaurare la monarchia, ecco la soluzione che piacerà ai guardiani delle moderne libertà come ai cultori delle memorie repubblicane antiche: previo il benemerito arresto (con villeggiatura a Campo Imperatore) di un tot di caporioni di partito, ripristini la proto-repubblica gloriosa, quella uccisa da Caio Giulio Cesare e da Ottaviano Augusto. Faccia rivivere il consolato. I consoli erano due: Giorgio e Mario Monti. Più coerenza repubblicana di così? Non lo chiameremmo più re, ma per i fan più entusiasti resterebbe Primo Console.

Qualcuno dubiterebbe del trionfo referendario-elettorale della coppia Giorgio-Mario? Il ritorno al consolato repubblicano SPQR è il giusto mezzo tra ritorno alla monarchia e macerazione nella palude mefitica. L’Italia non è canapa, rifiuta di macerare. L’hanno affermato Giorgio&Mario.

Porfirio

DEBITO E PATRIMONIO

di Gianni Fodella, docente universitario di Economia all’Università statale di Milano

Per una rettifica dei termini

Siamo immersi nel disordine e a questa confusione contribuiscono potentemente giornali, radio e televisione, i mass media che sarebbe più corretto chiamare mezzi di disinformazione di massa.

Molto di ciò che è accaduto a danno dell’umanità deriva dalla mancanza di una vera comprensione della realtà di cui è in buona parte colpevole l’uso irresponsabile della lingua. Le parole vaghe e imprecise sono fonte di confusione, nascono da concetti sbagliati e perpetuano l’errore nel quale si dibatte l’umanità quando si propone di analizzare un problema per risolverlo.

Come sarebbe bello invece, nello scrivere e nel parlare, impiegare soltanto parole che abbiano un significato preciso e univoco facendo uso di termini che non diano origine a equivoci. Per un grande pensatore del remoto passato nel “rettificare i nomi”, nell’usare i “nomi con il loro significato vero” – in cinese zhen ming (zhen = vero, reale, genuino, giusto; ming = nome) – consiste precisamente l’arte di governare. Quando le parole hanno significati ambigui non può esserci buongoverno e si rischia che a dominare sia invece il malgoverno.

 

La prima importante distinzione da fare è quella tra REDDITO e RICCHEZZA

Accade infatti spesso che venga usata a torto la parola RICCHEZZA come sinonimo di REDDITO per indicare il REDDITO NAZIONALE, l’insieme dei redditi a qualsiasi titolo percepiti in un certo anno dai cittadini del sistema economico del Paese.

 

Il termine RICCHEZZA – sinonimo di PATRIMONIO o di CAPITALE – appartiene alla categoria dei concetti “fondo” e non può assolutamente essere considerato sinonimo di REDDITO o PIL, che appartengono invece al novero dei concetti “flusso”.

Infatti il REDDITO o PIL non può che essere misurato in relazione al tempo trascorso; per questo quando si parla del PIL o del REDDITO NAZIONALE ci si riferisce a questa grandezza prodotta in un certo lasso di tempo, normalmente l’anno solare o fiscale.

La RICCHEZZAo PATRIMONIO o CAPITALE invece può essere misurata non soltanto relativamente a un anno, ma anche in relazione a un dato momento preciso, mentre il REDDITO o PIL “istantaneo” sarebbe un non senso dal punto di vista logico, e quindi anche economico.

 

DEBITO e PIL: entità non confrontabili tra loro

Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non ha senso paragonare il DEBITO PUBBLICO al REDDITO NAZIONALE o PIL, come incautamente stabilito dai parametri di Maastricht e come ci viene continuamente ribadito in ogni resoconto giornalistico e in ogni dibattito al quale partecipano persone che dovrebbero sapere di cosa parlano. Non è infatti ragionevole e razionale confrontare una grandezza appartenente al novero dei concetti fondo a una grandezza appartenente al novero dei concetti flusso.

Se questa correlazione viene invece fatta, ne nasce una confusione concettuale che porta ad essere in errore nell’analisi della situazione e a prendere decisioni di politica economica errate perché basate su presupposti privi di coerenza logica ed economica.

E’ sorprendente constatare come persino gli economisti e i giornalisti specializzati in materia economica che partecipano agli innumerevoli dibattiti dai quali siamo quotidianamente afflitti non sentano il bisogno di chiarire come stiano veramente le cose.

In verità, la ragione di tale imprecisione e sciatteria terminologica fonte di confusione, nasce dal fatto che gli economisti non si sono mai veramente interessati della RICCHEZZA o PATRIMONIO del Paese, ma sempre e soltanto del REDDITO e del suo andamento. E’ soltanto da qualche anno, da quando la consapevolezza della distruzione e della menomazione dell’ambiente risulta ormai evidente ai cittadini (ma a quanto pare non alla maggioranza degli economisti), che il problema della depauperazione della RICCHEZZA o PATRIMONIO del Paese comincia ad essere percepito.

Se consideriamo poi il DEBITO PUBBLICO dei vari Paesi, è evidente che il problema per i governi non è stato tanto quello della sua entità in termini assoluti, quanto piuttosto quello della gestione nel tempo del DEBITO stesso.

 

SERVIZIO DEL DEBITO e PIL

L’ammontare del DEBITO PUBBLICO che si è venuto formando nel corso degli anni dà annualmente origine al SERVIZIO DEL DEBITO PUBBLICO costituito da:

1) pagamento degli interessi sui titoli in essere in quell’anno;

2) rimborso dei titoli che giungono a scadenza in quello stesso anno.

 

Ed è il valore del SERVIZIO DEL DEBITO che può essere utilmente correlato al valore del PIL, che dà origine al debt service ratio o tasso del servizio del debito, e che permette di valutare l’onere che comporta il livello di indebitamento del Paese per il bilancio pubblico.

 

DEBITO e RICCHEZZA

A quale grandezza correlare il DEBITO PUBBLICO (concetto fondo) accumulato? Non si può confrontare con il REDDITO o PIL (concetto flusso) ma più ragionevole sarebbe compararlo alla RICCHEZZA NAZIONALE o PATRIMONIO (concetto fondo), una grandezza la cui misurazione non è tuttavia facile per la presenza di beni che non hanno prezzi di mercato. Anche da ciò nasce il disinteresse degli economisti per la misura del PATRIMONIO.

Ma questa mancanza di interesse risulta sempre più colpevole man mano che scopriamo di depauperare il CAPITALE o PATRIMONIO o RICCHEZZA NAZIONALE nei processi produttivi che accelerano l’entropia e che consumano, senza badare agli sprechi, le risorse non rinnovabili del pianeta Terra.

La RICCHEZZA NAZIONALE, soprattutto in Paesi di antica civiltà e popolosi come l’Italia, favorita da un clima mite adatto alla vita del genere umano, è di dimensioni straordinariamente grandi e comprende il PATRIMONIO NATURALE e il CAPITALE SOCIALE FISSO.

Il PATRIMONIO NATURALE è l’insieme dei beni di cui la natura ha dotato il Paese; gli economisti hanno parlato (soprattutto in passato) delle risorse naturali in termini di dotazione dei fattori (factor endowment) e hanno attribuito importanza soprattutto a quelle risorse naturali di rilevanza economica come terra coltivabile, pascoli, foreste e giacimenti minerari, ma dobbiamo tener presente che di questo  PATRIMONIO NATURALE fanno parte anche cespiti appartenenti al demanio quali laghi, lagune, fiumi, monti, spiagge, giacimenti di acque dolci di falda e acque territoriali marittime che normalmente non sono oggetto di valutazione economica né di compravendita.

Le condizioni climatiche, la piovosità e la collocazione geografica, e quindi la distribuzione del territorio in base a latitudine/longitudine e all’altitudine, sono tutti elementi che permettono di valutare il PATRIMONIO NATURALE di un Paese e di cui sarebbe importante una stima condotta periodicamente, anche al fine di accertare in che misura esso sia rimasto inalterato nel tempo o si sia ridotto minando in maniera più o meno rilevante le condizioni di vita della popolazione insediata nel territorio di quel sistema economico, e compromettendo o meno le possibilità di vita delle generazioni future.

Per esempio, i terreni agricoli coltivati a mais in Italia stanno facendo diminuire il valore economico di questa porzione di PATRIMONIO NATURALE sia perché ne viene ridotta la fertilità naturale, sia per l’introduzione di elementi inquinanti, sia infine per il depauperamento della falda acquifera alla quale si attinge per irrigare il mais, una coltura cerealicola altamente sfruttante dei terreni.

Se la falda acquifera della Pianura Padana è stata inquinata dall’uso industriale di prodotti chimici non biodegradabili come la trielina e dai residui dei fertilizzanti chimici, dei pesticidi e dei diserbanti usati nella coltivazione del riso, una stima della riduzione di questa porzione di PATRIMONIO NATURALE sarebbe opportuna in modo da porvi rimedio, ma anche perché si potrebbe così scoprire che una parte del reddito o PIL prodotto dal Paese annualmente con l’esercizio dell’attività agricola, non è vero reddito o PIL ma proviene dal depauperamento del CAPITALE o PATRIMONIO NATURALE; scambiare per reddito il patrimonio che si riduce è una pratica lesiva delle condizioni di vita e delle generazioni future. A livello microeconomico questo errore non viene compiuto: i saggi amministratori delle imprese sanno che il patrimonio dell’azienda va protetto, mantenuto, sostituito facendo uso dei fondi di ammortamento.

Il PATRIMONIO di un Paese non è costituito soltanto della sua componente naturale, ma a questa deve essere aggiunto il CAPITALE SOCIALE FISSO (social overhead capital), quella parte del PATRIMONIO costruita dall’azione dell’uomo. Ne fanno parte i terrazzamenti di colline e montagne per rendere possibile, più agevole e produttiva l’agricoltura, i canali per irrigazione e navigazione, le strade, le ferrovie, i porti, le dighe, le reti idriche elettriche telefoniche fognarie e le costruzioni di ogni tipo dalle scuole agli ospedali, dagli stadi alle caserme, dalle fabbriche alle banche, dai palazzi pubblici e per abitazioni private ai luoghi di culto.

Che le varie componenti del CAPITALE SOCIALE FISSO siano di proprietà pubblica o privata non è poi così rilevante come si potrebbe credere, quello che conta è la sua entità, la sua regolare periodica manutenzione e il suo grado di utilizzo.

Un capannone costruito su un terreno coltivabile pianeggiante che non venga utilizzato a fini produttivi porta alla riduzione sia del CAPITALE SOCIALE FISSO sia del PATRIMONIO NATURALE costituito dalla terra resa incoltivabile dalla presenza del capannone. Se un edificio viene abbandonato o un ramo ferroviario dismesso, significa che è venuta meno una porzione di CAPITALE SOCIALE FISSO, non importa se di proprietà pubblica o privata. Tuttavia, ragioni di prudenza vogliono che almeno una parte di esso sia o rimanga di proprietà pubblica.

 

DEBITO PUBBLICO  e  PATRIMONIO PRIVATO

Veniamo ora alle ragioni che hanno portato alla nascita del DEBITO PUBBLICO, quello che lo Stato contrae con i risparmiatori, e all’esame dei suoi precisi connotati.

Si tratta di quell’ammontare di risorse liquide che la mano pubblica – emettendo Titoli di Stato (in Italia BOT, CCT, CTZ, BTP, BOC e assimilati) – ha nel corso del tempo incamerato per poter far fronte alle proprie esigenze di spesa senza dover ricorrere all’allargamento dell’imposizione fiscale diretta o indiretta.

Attraverso la fiscalità i governi impongono ai cittadini di cedere allo Stato una parte non irrilevante dei redditi da loro prodotti nel corso dell’anno; non è possibile sottrarsi a questa imposizione senza violare le norme e divenire evasore fiscale.

L’evasione fiscale non è purtroppo sempre combattuta con i metodi e gli strumenti più idonei e nel nostro Paese rimane un problema parzialmente irrisolto. Un incentivo all’elusione e all’evasione fiscale è la pressione fiscale, soprattutto quando essa diviene molto pesante e addirittura intollerabile quando le imprese rispettose delle norme fiscali si trovino come oggi a competere con imprese che evadono il fisco o il cui capitale non costa nulla perché ha origini criminose ed è frutto di attività illegali.

Gli introiti per l’erario grazie alle vendite dei Titoli di Stato italiani, acquistati dai privati e dalle istituzioni, vanno visti come preziose fonti complementari delle entrate fiscali e in qualche modo anche come un surrogato delle imposte evase o eluse.

 

Il DEBITO PUBBLICO è quindi una benedizione, uno dei capisaldi che permettono alla macchina amministrativa dello Stato di perseguire meglio le proprie finalità e di svolgere fino in fondo le proprie funzioni riducendo al minimo le sofferenze della popolazione.

Chiedere ai cittadini i loro risparmi, remunerandoli adeguatamente, per svolgere compiti di interesse nazionale ai quali si potrebbe adempiere soltanto con un’imposizione fiscale aggiuntiva, è un comportamento degno di un governo giusto ed equo.

In quest’ottica l’obiettivo del pareggio di bilancio – considerato da alcuni un obiettivo così importante da dover essere perseguito ad ogni costo e da essere inserito addirittura nella carta costituzionale dello Stato – si rivela come riduttivo, poco lungimirante e lesivo dei veri interessi dei cittadini.

Esaminiamo ora come si configuri quella parte del PATRIMONIO PRIVATO che non è costituito da attività reali (abitazioni, terreni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, impianti, macchinari, attrezzature, scorte e avviamento) ma da valori mobiliari che rappresentano potere d’acquisto (denaro contante, depositi bancari e del risparmio postale, titoli pubblici italiani e stranieri, obbligazioni private, azioni e partecipazioni in società di capitali, fondi comuni d’investimento, porzioni di beni “cartolarizzati” espressi in certificati di proprietà, polizze di assicurazione per fondi pensione e ramo vita, crediti commerciali).

Isoliamo per i nostri scopi i soli titoli pubblici italiani e soffermiamoci sugli aspetti più importanti da sottolineare, e precisamente sui connotati che i Titoli di Stato assumono quando passano di mano dall’ente emittente che si indebita ai sottoscrittori che li acquistano accrescendo per questa via il loro PATRIMONIO PRIVATO:

– per lo Stato emittente assume grande rilevanza il pagamento degli interessi sul totale del debito in essere e la restituzione di quella parte del debito che ogni anno giunge a scadenza, problema denominato della gestione del “servizio del debito” il cui onere annuo rispetto al PIL (tasso di servizio del debito = debt service ratio) implica come già detto una stretta correlazione con il reddito prodotto annualmente;

– per il cittadino sottoscrittore gli interessi derivanti dal pagamento delle cedole annesse ai titoli, rappresentano un flusso di reddito da destinarsi a consumo o a risparmio/investimento, mentre i titoli del DEBITO PUBBLICO posseduti sono parte del suo PATRIMONIO o ricchezza o capitale che dir si voglia.

 

Questo duplice aspetto che assume il DEBITO PUBBLICO, di essere al contempo un obbligo di segno negativo per la mano pubblica e nello stesso tempo parte della RICCHEZZA NAZIONALE posseduta dai privati, è una caratteristica essenziale e trascurata della sua vera natura.

Quindi, lungi dall’essere un onere intollerabile che grava sul futuro dei nostri figli e nipoti, e pur costituendo un’obbligazione della mano pubblica, i titoli rappresentativi del DEBITO PUBBLICO divengono contestualmente parti del PATRIMONIO PRIVATO, familiare o societario, di coloro che li hanno acquistati e tali rimarranno, pur potendo essere negoziati in qualsiasi momento, per tutto il tempo della loro durata o vita residua, fino alla naturale scadenza.

E’ sempre stato difficile immaginare uno strumento di investimento altrettanto sicuro, semplice da usare e flessibile quanto i titoli del DEBITO PUBBLICO; per questo i risparmiatori italiani li hanno sempre apprezzati e favoriti nelle loro scelte di investimento dei risparmi, anche quando erano consapevoli che gli alti tassi di remunerazione non sarebbero bastati a coprire la crescita dei prezzi al dettaglio di beni e servizi, e consci dei rischi, dato che il variare dei tassi avrebbe reso instabili i corsi dei titoli a più lunga scadenza.

Questa instabilità (oggi si preferisce chiamare questo andamento erratico volatility) potrebbe tradursi talvolta in perdite per chi abbia urgente necessità di vendere, ma anche permettere di realizzare guadagni in conto capitale sfruttando i momenti favorevoli.

 

DEBITO PUBBLICO  e  DEBITO ESTERO

Ridottosi con l’avvento dell’euro il rischio di cambio che caratterizzava la lira, i titoli pubblici italiani hanno cominciato ad essere acquistati anche da investitori esteri, molti dei quali desiderosi non tanto di goderne regolarmente i frutti dati dai rendimenti, quanto di dedicarsi alla compravendita speculativa ad alta frequenza.

Alla base della speculazione contro i titoli italiani del debito pubblico vi è la diffusione di notizie che creano un clima d’incertezza (sulla solvibilità degli Stati e sulla tenuta dell’euro) attuato con metodi che dovrebbero portare alcuni protagonisti come le agenzie di rating (ma non soltanto) a essere incriminati per aggiotaggio, e agevolato da comportamenti inadeguati delle autorità europee (Commissione, BCE Banca Centrale Europea, EBA European Banking Authority/Agency) e di alcuni Governi che si avvantaggiano dei più bassi tassi ai quali possono indebitarsi.

Anche se la quantità dei titoli oggetto di speculazione può essere relativamente modesta, l’elevato numero e la velocità delle transazioni telematiche danno ai movimenti speculativi un “potere di mercato” determinante che li rende protagonisti senza rivali dell’andamento dei corsi che determinano i tassi reali di remunerazione dei titoli.

Per creare un argine, se non porre termine, a una situazione che danneggia quei sottoscrittori che acquistano i titoli pubblici italiani senza intenti speculativi ma con l’obiettivo di crearsi una rendita sicura, non vi è che un rimedio: ricomprare i titoli del debito pubblico italiano facendoli ritornare in patria.

Far tornare nelle nostre mani almeno una parte del debito pubblico italiano detenuto all’estero, e che attraverso la speculazione di cui è oggetto contribuisce a perpetuare un clima di sfiducia nei confronti dei titoli pubblici italiani e dei titoli denominati in euro in generale, può essere non soltanto un gesto patriottico, ma anche una mossa che nello stesso tempo può contribuire a sanare una situazione di palese ingiustizia, a favore di Paesi dell’area euro in condizioni simili o addirittura peggiori della nostra. Se non è equo che l’Italia sia costretta ad indebitarsi al 7% mentrela Germaniapossa farlo a meno del 2%,la Franciaa poco più del 3% e anchela Spagnaa tassi inferiori ai nostri di quasi due punti percentuali, l’aspetto positivo di questa situazione che penalizza i conti pubblici italiani è che con interessi così elevati pagati dai titoli pubblici italiani le famiglie che li detengono possano godere di rendite consistenti che non sarebbe agevole istituire altrimenti.

Diventa quindi urgente passare a misure concrete senza attendere oltre. Nell’esempio fatto in APPENDICE* si mostra come spendendo oggi 113.930 euro, si potrebbe ottenere una rendita mensile netta di 656 euro per circa 12 anni (94.464 euro) ricevendo poi alla scadenza del BTP (1 novembre 2023) il rimborso di 100mila euro.

Tuttavia, perché il sistema economico ne tragga davvero vantaggio, occorre che beneficino della creazione di queste consistenti rendite i residenti in Italia che le potranno così destinare a consumi o a investimenti tali da permettere all’economia del Paese di beneficiarne.

C’è chi sostiene che in Italia non vi siano più le risorse patrimoniali per comprare una parte consistente del DEBITO PUBBLICO italiano detenuto da investitori esteri. Ma è giustificato questo pessimismo? Non lo è per diverse ragioni, ma soprattutto per i fatti concreti descritti e analizzati in vari studi l’ultimo dei quali ad opera della BANCA D’ITALIA “La ricchezza delle famiglie italiane  Anno 2010” Nuova serie  Anno XXI – Numero 64, pubblicato il 14 Dicembre 2011 http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2011/suppl_64_11.pdf

 

PATRIMONIO e DEBITO PRIVATO in Italia

Alla fine del 2010 la ricchezza lorda delle famiglie italiane, sostanzialmente invariata rispetto alla fine del 2009, era pari a circa 9.525 miliardi di euro, corrispondenti a poco meno di 400mila euro in media per famiglia. Le attività reali rappresentavano il 62,2% della ricchezza lorda (5925 miliardi di euro), le attività finanziarie il 37,8% (3600 miliardi di euro).

Tenendo conto che alla data dell’1-1-2011 la popolazione residente in Italia era secondo l’ISTAT di 60.626.442 individui, la ricchezza media impiegata in attività reali era pari a 97.730 euro pro-capite mentre quella impiegata in attività finanziarie era di 59.380 euro pro-capite.

Poiché le passività finanziarie ammontavano a 887 miliardi di euro, dalla ricchezza finanziaria pro-capite andavano dedotti mediamente 14.630 euro, portando la ricchezza finanziaria netta pro-capite a 44.750 euro, quindi 2713 miliardi di euro in totale, somma alla quale potrebbe, e dovrebbe, essere correlato l’intero ammontare del DEBITO PUBBLICO italiano, pari a 1.843.015 milioni di euro (30.400 euro pro-capite) nel 2010, composto per oltre tre quarti da passività a medio lungo termine (1.418.737 milioni) quasi completamente a tasso fisso.

Il 46,15% del debito pubblico è detenuto dalla Banca d’Italia o da istituzioni finanziarie italiane, il 9,58% è posseduto da altri residenti, mentre il restante 44,27% (816 miliardi di euro) è allocato all’estero (fonte: Banca d’Italia, Finanza pubblica, fabbisogno e debito, maggio 2011).

Se per evitare pericolose speculazioni da parte dei mercati esteri ci impegnassimo ad acquisire i due terzi del DEBITO PUBBLICO italiano allocato all’estero (per fare in modo che ne rimanga all’interno almeno l’85%) dovremmo sborsare 544 miliardi di euro, una somma grande ma relativamente modesta in termini pro-capite (8.973 euro) che riporterebbe la quota di titoli pubblici italiani detenuti da residenti ai valori percentuali di alcuni anni fa, prima dell’allontanamento dai nostri titoli a favore di carta finanziaria italiana ed estera (azioni, obbligazioni, fondi) rivelatasi nel tempo molto deludente sul piano dei rendimenti annui, ma soprattutto in termini di guadagni attesi in conto capitale.

Per esempio nel 1995 il valore dei titoli pubblici italiani che erano nel portafoglio degli italiani e quindi parte del loro PATRIMONIO, era equivalente a 326,7 miliardi di euro correnti e le obbligazioni private italiane (quasi tutte bancarie) ammontavano a 40,7 miliardi di euro.

Nel 2010 i due dati (sempre in euro correnti) erano divenuti rispettivamente 181,4 e 366,7 miliardi di euro. I depositi su conto corrente bancario sono passati nello stesso periodo da193,8 a494,4 miliardi di euro correnti. I fondi comuni d’investimento sono passati da 67,4 (1995) a 238,2 (2010) miliardi di euro correnti dopo essere stati ben più cospicui nel 1998 (369,1), 1999 (470,5), 2000 (475,4), 2001 (408,9), 2002 (373,2) ed essere rimasti su questi livelli fino al 2006 (367); salvo precipitare poi a 190,6 nel 2008 dopo essere stati 320 miliardi di euro nel 2007 e 221 nel 2009.

Per acquistare dunque i due terzi del DEBITO PUBBLICO italiano allocato all’estero pari a 544 miliardi di euro, basterebbe ridurre l’entità di alcune voci, a cominciare dai depositi bancari (non soltanto quelli in conto corrente) che ammontavano nel2010 a657,3 miliardi di euro, dato che i titoli del debito pubblico italiano sono facilmente ri-trasformabili in depositi bancari. A questi si potrebbero aggiungere i parziali smobilizzi delle obbligazioni private italiane (366,7 miliardi di euro) e i titoli esteri (165,1 miliardi di euro) che, godendo di rendimenti modesti e di corsi superiori a 100, potrebbero essere utilmente venduti.

La crescente domanda di titoli italiani ne farebbe aumentare il prezzo e ridurre i rendimenti, ma probabilmente senza cambiare radicalmente la situazione se non nella natura della proprietà, da estera a italiana.

Come si vede non soltanto esistono margini tali da consentire spostamenti piuttosto ampi nel portafoglio finanziario dei risparmiatori, ma si sta facendo sempre più strada la consapevolezza degli errori commessi dalle banche e dai promotori finanziari che  hanno spinto, senza sufficiente riflessione e ponderazione e badando al loro immediato tornaconto, i risparmiatori a mutare il quadro operativo nel quale veniva gestito quella parte del reddito non consumato chiamato risparmio.

Persino le passività finanziarie di cui gli italiani sono titolari (e che nel 2010 ammontavano a 887 miliardi di euro, e cioè 14.630 euro pro-capite), indicano che la situazione è sotto controllo.

Infatti, la voce principale del debito privato degli italiani (367,6 miliardi) si riferisce a prestiti per l’acquisto della casa; il credito al consumo (120,3 miliardi) è cresciuto molto in questi ultimi anni ma resta relativamente modesto indicando che gli italiani non vivono ancora al di là dei propri mezzi, come si fa invece in Paesi considerati a torto virtuosi e come mostrano i seguenti confronti internazionali dai quali appare inequivocabilmente che le famiglie italiane risultano le meno indebitate, dato che l’ammontare dei debiti è in Italia pari all’82% del reddito disponibile mentre in Francia e in Germania è di circa il 100%, negli Stati Uniti e in Giappone è del 130%, nel Regno Unito del 170%.

Inoltre, per finire, occorre sapere che le famiglie italiane dispongono di una RICCHEZZA elevata e pari nel2009, a8,3 volte il REDDITO disponibile, contro 8 volte nel caso del Regno Unito, 7,5 volte della Francia, 7 del Giappone, 5,5 del Canada e 4,9 volte degli Stati Uniti.

Dov’è allora tutta questa virtù dei nordici e dei Paesi che indichiamo come modelli ai quali guardare con ammirazione?

Non soltanto quindi le risorse finanziarie per ricomprare una fetta importante del nostro DEBITO PUBBLICO ora all’estero ci sarebbero, date le dimensioni del PATRIMONIO PRIVATO di cui gli italiani dispongono – e osservando che i debiti si ripagano attingendo al patrimonio più che al reddito – ma approfittando per una volta della cattiva stampa di cui l’Italia soffre sempre, potremmo ricomprarlo a prezzi convenienti, se ci affrettiamo a farlo concretamente.

I tempi che stiamo attraversando consigliano prudenza, e non soltanto in materia finanziaria. La linfa vitale costituita dal lavoro si inaridisce ogni giorno di più e al risparmio si chiede sempre meno di restare negletto o mettersi pericolosamente in gioco per accrescersi e moltiplicarsi con rapidità.

Più modestamente dovremmo desiderare che il risparmio potesse venire in aiuto al reddito decrescente, o addirittura che potesse fare le veci di un reddito che, mancando il lavoro, non siamo più in grado di generare in modo sufficiente a mantenere il livello di vita al quale siamo abituati.

 

APPENDICE*

UN ESEMPIO DI INVESTIMENTO IN BTP-BUONI DEL TESORO POLIENNALI

Può essere importante che le famiglie procedano al più presto a questo investimento a sostegno del Paese consapevoli dei rischi (modesti) ma anche della possibilità che, abbassandosi i tassi di interesse ai quali l’Italia oggi si indebita, i corsi crescano permettendo dei sostanziosi guadagni in conto capitale in caso sia necessario vendere i BTP prima della scadenza naturale.

E’ lecito chiedersi di che dimensioni siano questi rischi, che abbiamo etichettato come modesti perché perfettamente consapevoli che la loro entità verrà ridotta o ingigantita dall’opinione che se ne faranno i protagonisti concretamente operanti nel mercato, dato che, come recita l’unica vera legge riguardante il funzionamento dell’economia: “ciò che è creduto vero diventa vero se ci si comporta di conseguenza”. La nostra fiducia nel Paese e nella solidità dei suoi titoli sarà determinante se li acquisteremo, riducendo i nostri investimenti in carta finanziaria estera e attingendo ai depositi in conto corrente, dato che i titoli sono facilmente ritrasformabili in denaro.

Ci siamo resi conto a nostre spese di ciò che i Paesi poveri sapevano da tempo, e cioè quanto sia pericoloso avere un DEBITO PUBBLICO che sia anche soltanto in parte DEBITO ESTERO, trasformazione che nel caso nostro è avvenuta come un fatto naturale quando l’euro è divenuta la moneta dell’Italia ed è quindi cresciuto l’interesse degli investitori esteri per i nostri titoli.

Inoltre, avendo data la possibilità agli italiani di investire in carta finanziaria (obbligazioni e azioni) di emissione estera, ciò ha implicato un calo d’interesse degli italiani per i titoli nazionali al punto che da 326,7 miliardi di euro investiti in titoli pubblici italiani nel 1995 si è passati a 181,4 nel 2010: è ora di correre ai ripari.

 

Prendiamo – come esempio di titolo pubblico su cui riflettere per fare un oculato investimento e creare così una rendita per la propria famiglia – il BTP trentennale al 4,50% semestrale che, emesso l’1 novembre1993 a93,75 (invece che a 100), rende ai suoi sottoscrittori non il 9% ma il 9,60% annuo per tutti i 30 anni della sua vita, fino al rimborso dell’1 novembre 2023, indipendentemente dall’andamento dei tassi e da ogni altra variabile.

Pur essendo questo tipo di investimento in un titolo pubblico certo nelle sue premesse e sicuro nelle sue conclusioni, sono i tassi ai quali lo Stato si indebita durante la vita del BTP che possono influenzare il corso di ciascuno dei BTP in essere, e cioè il prezzo al quale può essere venduto e comprato nel mercato secondario dei titoli prima della data del rimborso a scadenza. Così, continuando nell’esempio, chi avesse voluto vendere questo BTP poco più di un anno dopo la sua emissione sarebbe incorso in gravi perdite in conto capitale.

Infatti, nella primavera del 1995, quando a causa dell’aumento dei tassi dovuto all’inflazione erano in circolazione BTP a 2-3 anni al 14,50%, il corso del BTP novembre 2023 al 9% era sceso a circa 77,80 procurando, a chi l’avesse comprato nel mercato secondario, una rendita dell’11,57% circa per i restanti 28 anni e più di vita del titolo, ma causando una perdita sostanziosa (circa il 17%) in conto capitale per chi l’avesse sottoscritto all’emissione e poi venduto dopo poco più di un anno.

Ma la situazione muta ancora, e radicalmente, in pochi anni e al 6 maggio 1998, sui 42 Buoni del Tesoro Poliennali in vita a quella data, vi erano 25 BTP con rendimenti compresi tra 9% e 12,50% e 17 BTP con rendimenti compresi tra 4,75% e 8,75%. Tenendo conto dei corsi ai quali tali titoli venivano scambiati, i tassi di rendimento erano più bassi di quelli nominali e così per esempio il BTP maggio 2003 al 4,75% era quotato 99,49 (il solo sotto la pari), mentre il BTP novembre 2023 al 9% era quotato 145,38 (il corso più elevato di tutti i 42 BTP perché a scadenza più lontana tra quelli a tasso di interesse elevato).

Al 6-1-2004 erano in vita nove BTP con rendimenti annui compresi tra l’8,50% e il 10,50% i cui corsi erano tutti sopra la pari e il più alto dei quali era sempre il BTP 1 novembre 2023 al 9% quotato quel giorno 151,15. Si noti che su questi andamenti non ha inciso il fatto che le emissioni fossero state denominate in lire fino al 1998 e poi dall’1-1-1999 anche in euro, e soltanto in euro dall’1-1-2002.

er completare l’esempio guardiamo infine alla situazione odierna, caratterizzata dai tassi modesti generati dall’avvento dell’euro che ha portato a un abbassamento generalizzato dei tassi di interesse.

Sui 63 BTP in essere al 12 gennaio 2012 (e 7 di questi BTP scadranno tra l’1 febbraio e il 15 dicembre 2012) ve ne sono 26 con rendimenti compresi tra l’1,85 e il 3,75%, 34 con rendimenti compresi tra il 4 e il 6,50% e soltanto tre titoli con rendimenti superiori: i BTP 2023 al 9% e all’8,50% e il BTP 2026 al 7,25%. Questi ultimi sono quotati sopra 100, mentre gli altri 60 BTP sono quasi tutti sotto la pari (salvo 9 quotati circa 100), con il risultato di dare, come per i BTP di nuova emissione, rendimenti lordi medi che si aggirano intorno al 7%.

Ciò significa che comprando 100mila euro nominali di questo BTP (quotato il 18 gennaio113,93 inchiusura) che richiede un investimento di 113.930 euro, si otterrebbe una rendita annua netta di 7.875 euro (9.000 euro lordi meno l’imposta cedolare secca del 12,50%) pari a 656 euro al mese fino al novembre 2023, quando si riceverebbe il rimborso di 100mila euro alla scadenza del BTP.

 

NOTE

Diamo allora inizio alla rettifica di pochi nomi – REDDITO o PIL e RICCHEZZA o PATRIMONIO o CAPITALE – ma oggi essenziali per la civile convivenza e perché siano evitati errori gravidi di conseguenze negative per la vita dei singoli e dei popoli.

Accade infatti spesso che, volendo parlare del REDDITO NAZIONALE (l’insieme dei redditi a qualsiasi titolo percepiti in un certo anno dai cittadini del sistema economico del Paese) o del PRODOTTO INTERNO LORDO (PIL, il valore della produzione di beni e servizi realizzati all’interno del Paese in un certo anno), venga spesso usata a torto la parola RICCHEZZA come se si trattasse di un sinonimo di REDDITO o PIL.

Il termine RICCHEZZA – sinonimo di PATRIMONIO o di CAPITALE – appartiene alla categoria dei concetti “fondo” e non può assolutamente essere considerato sinonimo di REDDITO o PIL, che appartengono invece al novero dei concetti “flusso”.

Il REDDITO o PIL non può che essere misurato in relazione al tempo trascorso; per questo quando si parla del PIL o del REDDITO NAZIONALE ci si riferisce a questa grandezza prodotta in un certo lasso di tempo, normalmente l’anno solare o fiscale.

A quanto ammontava il PATRIMONIO di Caio alle ore 12 del 18 gennaio 2012? E’ una domanda alla quale è possibile rispondere tenendo conto dei corsi dei titoli (azioni, obbligazioni, ecc.) posseduti da Caio e della stima del valore di mercato degli immobili e oggetti di valore che egli possedeva in quel momento. Nel caso Caio abbia dei debiti si dovrà sottrarne l’ammontare per avere il valore (stimato ai prezzi di mercato di quel momento) del suo PATRIMONIO al netto dei debiti.

Il debt service ratio o tasso del servizio del debito nasce da:

SERVIZIO DEL DEBITO diviso PIL moltiplicato per 100,

che ci dice quanto pesa in termini percentuali sul PIL la gestione del DEBITO PUBBLICO accumulato nel corso degli anni.  Non sembra equo che vi siano Paesi dell’area euro gravati da un servizio del debito molto più oneroso di quello di altri Paesi della stessa area.

Gianni Fodella

SE VERRA’ IL DEFAULT

Ha previsto Luciano Gallino, noto sociologo, che probabilmente il benessere, o forse ha scritto la crescita, non tornerà più. Se avesse visto giusto, se Monti non riuscisse a battere lo spread, non saremmo abbastanza vicini all’insolvenza? Il governo di Atene annuncia il proprio default a marzo se non taglierà di nuovo gli stipendi pubblici. Potrebbe dichiarare fallimento l’Ungheria. Vogliamo tutti mantenere la calma, anche perché da noi le apparenze quotidiane sono rassicuranti. Però il rischio della bancarotta non è diminuito. Per il caso che Monti venga sconfitto dall’insostenibilità del debito, non possiamo che  prepararci ad amputare in grande la spesa pubblica non essenziale.

Sarà essenziale l’acquisto degli F35, dei sommergibili, dei mezzi corazzati, dei prodigi digitali, eccetera? No, dunque andranno disdetti contratti per una cinquantina di miliardi, pagando una parte simbolica delle penali; è difficile che per vendetta BushObama ci mandi contro i Marines. Finmeccanica e l’indotto bellico chiudano. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato tagli al Pentagono per complessivi 1000 miliardi di dollari. Qui da noi bisognerà azzerare quasi tutte le voci del bilancio della Difesa. Abbiamo in uniforme più persone (non ridete, ci sono  pure le guerriere) che la Germania o che la Gran Bretagna. Abbiamo centinaia di generali, migliaia di ufficiali e sottufficiali superflui: tutti da dismettere. Dovranno finire anche le erogazioni minori per rappresentanza, prestigio e simbolo. Per esempio, i cambi della guardia ai Sommi Palazzi, con soldati e soldatesse vestiti come fotomodelli, sono tutt’altro che a costo zero, sono sprechi colpevoli.

 

Se arriva il default lo Stato dovrà dimezzare la spesa: senza colpire i programmi sociali se non dove siano eccessivi o sprecati. Dovrà pagare un modesto assegno alimentare ad alcuni milioni di disoccupati -p,es, prevedere 50 miliardi perché 10.000 euro all’anno facciano sopravvivere ciascuna delle famiglie che resteranno senza reddito- e dovrà allargare gli aiuti (distribuiti direttamente da nostri reparti armati) agli affamati d’Africa. Quasi tutto il personale diplomatico, e parte di quello amministrativo, della Farnesina andrà messo in libertà. Lo Stato dovrà tagliare ferocemente ovunque. Gli assegni di soccorso dovranno essere uguali per tutti i colpiti, dagli ex-bidelli agli ex-ambasciatori ai boiardi di stato. I diritti acquisiti dovranno essere cancellati. La patrimoniale esproprierà di fatto le fasce superiori, e chi esporterà i capitali dovrà lasciare il paese.

In caso di bancarotta la meno giustificabile di tutte le spese risulterà il bilancio del Quirinale, da ridurre a un decimo come tutti gli altri costi della politica. Lo stato di calamità legittimerà la sospensione della Costituzione, della Consulta, delle assemblee legislative, dei relativi stipendi, rimborsi, vitalizi. Quasi tutti i responsabili della cosa pubblica dovranno prestare opera gratuita.  In questo contesto ridurre a un decimo il bilancio del Quirinale sarà il minimo. Che il Paese, ex-povero ed ora di nuovo minacciato, tratti il Primo Cittadino col fasto criminale dei papi del Rinascimento e di Umberto I (sovrano di un regno di tubercolotici, tanto buono da usare l’artiglieria contro i popolani del ’98. Suo padre, Vittorio Emanuele II, non abitò mai il Quirinale) è canagliesco. E’ anche tamarro, se la regina d’Inghilterra esige meno. In questi 150 anni tutti i capi dello Stato, monarchici e assai più repubblicani, avrebbero dovuto rifiutare tanto sfarzo. Lo Stato italiano, che non era e non è in grado di trattare con umanità una parte non infima della popolazione, metti i detenuti e le loro famiglie, si macchia di crimini se continua ad assegnare 235 milioni al bilancio del Quirinale. Ventitre milioni  sarà il giusto, e questo comporterà la chiusura e la vendita del Palazzo con le sue residenze estive.

Quanto a dove trasferire il capo dello Stato, il nostro Jone fa una proposta in questo Internauta (v. “Rifulgerà a villa Lubin la vera grandezza”).

JJJ

UN MILIONE DI NAUFRAGI

Chiunque in Italia abbia ancora un minimo di senso della correttezza si è ormai indignato per la gogna mediatica a cui da giorni è sottoposto Francesco Schettino, capitano della nave Costa Concordia, la quale, nonostante gli ingenti danni subiti, è stata condotta con la massima destrezza a spiaggiarsi placidamente nei bassi fondali prospicienti l’isola del Giglio.

Schettino, vittima designata della caccia alle streghe orchestrata da una certa Sinistra, ha visto la sua privacy, garantitagli per legge, sistematicamente e immotivatamente violata durante tutta la notte tra il 13 e il 14 gennaio, con il risultato che le sue conversazioni personali con gli amici della Capitaneria di Porto, piene di battute e scherzi da guascone, estrapolate dal loro contesto, e che mai sarebbero dovute uscire dalle Procure, sono ormai scandalosamente a disposizione di chiunque, tanto su internet quanto su tutti i giornali vicini agli invidiosi nemici del capitano. Forse a qualcuno non è andato giù il fatto che la grande nave sia stata affidata proprio a questa persona? Ebbene, che questi omuncoli rancorosi si mettano il cuore in pace, perché Francesco Schettino è stato regolarmente scelto come capitano dalla compagnia Costa Crociere, e quindi ha il diritto e il dovere di condurre un transatlantico, senza dover dimostrare a nessuno, e men che mai a loro, di esserne in grado. Potranno manipolare l’informazione fino al punto di insinuare che il capitano non è stato improvvisamente sbalzato in mare durante una cena elegante, ma ha anzi consapevolmente abbandonato per primo il suo stesso vascello, lasciando passeggeri ed equipaggio al proprio destino; potranno trasformare i pochi istanti che Schettino si è saggiamente preso per riflettere lucidamente sul da farsi in un’ingiustificabile ora di ritardo nel dare l’allarme, così da trasformare il salvatore di molti nel carnefice di pochi; potranno chiamarlo inadeguato, sconsiderato, incapace, ma egli rappresenta alla perfezione, e certo meglio di loro, il popolo italiano, e l’abilità dell’uomo medio nella guida dei grandi traghetti: Francesco è un uomo come noi, è colui che ci rappresenta veramente, e ha agito come avrebbe agito ciascuno di noi se si fosse improvvisamente ritrovato al comando di una nave lunga 300 metri e pesante 115.000 tonnellate.

Pensano forse che un comunista alla guida della Costa Concordia avrebbe saputo fare di meglio? Pensano che la fraterna amicizia con capitani di navi il cui nome è immortalato dalla Storia, come il Bounty, il Titanic, la Moby Prince, non basti a certificare l’immenso spessore di Schettino come capitano di vascello e come uomo? La piantino dunque le solite Cassandre della Sinistra di urlare alla tragedia, citando chissà quali morti e dispersi, riempiendosi la bocca di parole come merito, capacità, professionalità, dedizione e senso del dovere: non c’è nessun naufragio, il peggio è alle spalle, e il nostro capitano non ci sta conducendo agli scogli, ma a un radioso futuro di mari aperti, brezze frizzanti e tramonti sull’orizzonte. Francesco resisterà alla persecuzione dei giudici, resisterà agli insulti e alle maldicenze; Francesco continuerà a pilotare le navi, e lo farà per tutti noi!

Orbene, sapendo come stanno veramente le cose, voi esitereste forse a salire ancora, e ancora, su una nave comandata da Francesco Schettino? Se l’idea continua a procurarvi una certa inquietudine, può darsi che abbiate appena capito perché è fondamentale che il popolo italiano non abbia mai più a esprimere un Governo per suffragio universale…

PS: Lat. gubernator, -oris, m., timoniere, pilota; fig. amministratore, governatore (di uno stato).

Francesco Soldani

da laStecca

GIOLITTI PENSO’ DI FONDARE LA REPUBBLICA?

Il 1° ottobre 1920 una testata francese autorevole, Journal des Débats,  pubblicò un articolo sensazionale firmato da   Auguste Gauvin, storico e corrispondente dall’Italia, secondo il quale “M.Giolitti a résolu de faire de la démagogie. Avant 1914 pendant sa longue dictature il a décomposé les forces morales du pays. Maintenant il s’attache à détruire l’organisation industrielle et la propriété (…) On va jusq’à dire, dans l’armèe surtout, que M.Giolitti médite de renverser la royauté et de se faire proclamer president de la République. Il n’a jamais caché son intention de prendre sur la Couronne sa revanche de mai 1915”.

E’ proprio vero, naturalmente, che Giolitti aveva ogni motivo per condannare l’operato della Corona nelle drammatiche giornate che determinarono il nostro intervento nella Grande Guerra. Re Vittorio Emanuele aveva respinto ogni tentativo di pace del maggiore governante italiano dopo Cavour, dello statista liberale che aveva chiuso l’era del liberalismo indifferente alle aspirazioni dei lavoratori. Giolitti voleva scongiurare la guerra e la Corte scelse la strada del bellicismo: quello torvo dei Salandra e dei Sonnino e quello lirico di d’Annunzio (rifiutare la guerra era riuscito invece ai governanti conservatori spagnoli, mentre Manuel Azagna e l’opposizione progressista avevano tentato di ingaggiare la Spagna a fianco dell’Intesa). Re Vittorio aveva anche respinto l’indicazione contro la guerra espressa dagli importanti gruppi politici che seguivano Giolitti. Il maggiore statista del tempo perdette la battaglia e fece la figura del nemico della grandezza nazionale. Nelle piazze si arrivò a gridare “A morte Giolitti”.

Passati cinque anni dal fatidico maggio 1915, la situazione dell’Italia improvvisatasi grande potenza per la ‘gloria di Vittorio Veneto’ (in realtà Austria e Germania avevano esaurito le ultime scorte per combattere, anzi per alimentarsi) stava precipitando: occupazione di fabbriche e di terre, violenze crescenti. Qualche storico sosterrà che Giolitti sopravvalutò la quasi-insurrezione socialista. Altri, all’opposto, che l’ex presidente del Consiglio cercava sia di scongiurare la guerra civile, sia di far emergere dalle cose che il movimento dei proletari, messo a gestire le fabbriche occupate e persino il Paese, non sarebbe stato all’altezza e avrebbe perso forza.

Fatto sta che Giolitti, tornato a presiedere il governo per la quinta volta il 15 giugno 1920, nel settembre successivo firmò il decreto che chiudeva l’agitazione dei metallurgici, culminata nell’estate coll’occupazione delle fabbriche a Torino. Il decreto istituiva una commissione di industriali e sindacalisti delegata a concordare la riorganizzazione delle industrie sulla base di una profetica partecipazione dei lavoratori  alla gestione delle aziende.

Auguste Gauvin, il corrispondente dei “Debats”, concluse che Giolitti aveva accettato l’esperimento dei consigli di fabbrica in modo avventato. Ma il vertice della Fiat aveva offerto di cedere la gestione della fabbrica ai lavoratori; essi non avevano accettato. In quei frangenti Giolitti aveva teorizzato che il movimento sindacale avrebbe attenuato le posizioni massimalistiche se fosse stato realmente coinvolto nelle sorti delle imprese. Questa linea aggravò il risentimento dei moderati, anche in Francia. Del resto il ritorno al potere di Giolitti, dopo sei anni, era stato preceduto da quel famoso discorso di Dronero nel quale lo statista aveva fatto il bilancio della sua azione politica e delineato il programma del suo prossimo governo. Tra le affermazioni che a destra apparvero infauste: ‘se non sarà all’altezza delle sue responsabilità, la borghesia sarà travolta’.  Per qualche piccolo gruppo liberale, questa valutazione implicava sbarazzarsi della monarchia. La proposta giolittiana di una grande inchiesta parlamentare sulle origini e responsabilità del conflitto era apparsa una dichiarazione di guerra al trono .

Il ritorno politico di Giolitti, a 78 anni, non fu fortunato: troppo grave la situazione per le formule che in passato gli avevano dato tanto successo, facendolo ‘dittatore parlamentare’. Si dimise a fine giugno 1921, e negli ultimi sette anni di vita non svolse più un ruolo alla sua altezza. La voce di un suo progetto repubblicano si spense. Forse era infondata, però non assurda: troppo gravi le responsabilità della monarchia  per una guerra tremenda che all’Italia  non aveva dato nulla più di quanto Giolitti aveva garantito  prima del 24 maggio 1915, avendo negoziato con gli emissari di Vienna e di Berlino. Insomma, da come le cose sarebbero andate, Vittorio Emanuele avrebbe potuto essere deposto ventiquattro anni prima. Chissà come sarebbe stata la nostra storia. Forse non avremmo avuto il fascismo. Meglio ancora, non avremmo avuto l’antifascismo.

A.M.C.