F35, GUAI A FARNE A MENO

Volevamo, io tra i primi, i tecnici al governo? E Mario Monti ha preso a ministro della Difesa l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Nessuno più tecnico specifico di lui, che ha prontamente provato a proteggere da tagli le spese militari. Ci riuscirà? Non ce la farà?

Avere civili a capo del dicastero un tempo ingenuamente chiamato ‘della Guerra’ era stata un’improvvida conquista liberale, persino popolare. Oggi un corteggio di ex ministri civili, comprendente guerrieri quali Parisi, Martino e La Russa, subisce la mortificazione che sotto Monti un loro successore non sia stato espresso dalla milizia partitocratica ma dai  guerrieri difensivi con greca e stelle da ammiraglio. E’ tempo che il Sindacato degli ex-ministri bellici (si vis pacem para bellum) si appelli al Comandante supremo delle Forze Armate, lassù sul Colle, perché fermi in tempo la degenerazione a danno dei borghesi RAM (ridotte attitudini militari). Quando l’ammiraglio lascerà, nessun gallonato si faccia strane idee; dovrà toccare a un politico di lungo corso e soprattutto puro, nel senso che sappia fare solo politica.

Non solo. Visto che oggi la nostra macchina da guerra è composta anche da donne, amazzoni procacette in vario grado imbattibili nel combattimento, è giusto che alla sommità del dicastero della Difesa Pacifica si alternino politici dei due/tre sessi oggi riconosciuti. A questo fine il solco è stato tracciato in Spagna da J.L. Rodriguez Zapatero. Non solo sovrappose a tutti i mariscales y almirantes la donna politica Chacon, ma esigette che volasse in Afghanistan ad ispezionare il contingente spagnolo col pancione di gestante. Non se n’è parlato molto, ma il Ministerio de la Defensa dové ordinare un piccolo stock di giubbotti antiproiettile/antimissile, sia della misura Lieta Attesa, sia di quella Neonatale, putacaso la ministra venisse colta dalle doglie nelle truci valli talebane.

Purtroppo l’anelito femminista di Zapatero non ha portato fortuna alla Chacon. Perso per la deplorata vittoria di Rajoy il Ministerio, la molto onorevole Chacon è stata anche sconfitta da un maschio nella contesa per il ruolo di capo del Partido socialista obrero. Non un buon precedente per le nostre -Santanché Melandri Craxi Finocchiaro Rosy Bindi- che aspirano a succedere all’Ammiraglio quando il 2013 avrà restituito la Patria ai partiti.

 

Parliamoci chiaro. Se mai si può parlare di un momento in cui la Repubblica è sotto la minaccia di potenze nemiche, e deve prepararsi a combattere nel nome della pace e della ‘più bella delle Costituzioni’, il momento è questo. Le minacce sono sì invisibili, ma proprio per questo più pericolose.

Nessuno può escludere p.es. che i Talebani cerchino una spiaggia o un porticciolo velico qualsiasi dalle Alpi al Lilibeo per rifarsi delle sconfitte subite dai Navy Seals. Non ci sono parole che bastino per descrivere la sfida delle divisioni aviotrasportate e delle squadre navali talebane. E chi può escludere la rabbiosa vendetta dell’Estonia, della Repubblica Dominicana, di altre potenze, per le volte che gli atleti azzurri sbarrarono loro questa o quella strada olimpica?

Le minacce che incombono sono tali da richiedere, oltre alla militarizzazione degli storici opifici d’armi bresciani, un extra sforzo produttivo sia delle fabbriche Finmeccanica, sia dei colossi degli armamenti dell’intero campo demoplutocratico. In più si dovranno prevedere acquisti si-vis-pacem in Cina e in altri paesi emergenti o emersi. Nessun sistema d’arma o macchina ossidionale andrà trascurato, tanto multiformi e polidirezionali presentandosi le minacce.

Con alcuni millenni di conquiste, o almeno di spedizioni, dietro di noi, diciamo la verità. Abbiamo nemici su tutti i quadranti dell’orizzonte. Perché non potremmo subire un furioso contrattacco di Cartagine dopo i colpi subiti da ben quattro Scipioni -Africanus, Asiaticus, Aemilianus e Nasica detto Corculo- delle cui devastazioni la Repubblica nata dalla Resistenza è responsabile, non solo civilmente? Forse che il Tesoro è assicurato contro una possibile querela di Zagabria per la distruzione della capitale dei Dalmati, attribuita al predetto Nasica Corculo?

La Gallia, l’Ispania Betica e quella Tarraconensis, la provincia Retica, la terra dei Parti e varie altre ex-colonie di Roma pullulano di teste calde intente a scatenare class actions. Non parliamo di etnie che i nostri bisnonni oppressero di recente. Non solo, è chiaro, gli abissini di Ras Tafari e gli ottomani del Dodecanneso, anche gli stessi Shqipetari d’Albania. Tutti gli aventi causa delle genti da noi sopraffatte nei secoli potrebbero unirsi a nemici d’oggi, questi ultimi tanto più pericolosi in quanto fingono di non esistere.

Bando ai mezzi termini: non ci sono divisioni corazzate, portaerei e flotte da battaglia che bastino. Abbiamo sommergibili inadeguati, capaci di operare solo in acque costiere, lagune e acquitrini; tra l’altro non si vede perché i nostri U Boote non debbano essere propulsi al più presto dalla fissione dell’atomo, come quelli non solo delle superpotenze ma, chi può escluderlo, di Ceylon e dell’Ecuador. Che media potenza siamo se non aggiorniamo incessantemente la panoplia termonucleare, purtroppo ancora in divenire?

 

E’ vero, un recente vertice tra gli arazzi, i corazzieri e i lacché della Casa di tutti gli Italiani ha dovuto, a causa dello spread, esaminare tagli semisimbolici alle commesse miliardarie per F35 ed altri armamenti di punta. Ma si è trattato di un momentaneo, rischiosissimo smarrimento dei supremi decisori: ricattati da jene e sciacalli del rating, incalzati dal populismo demagogico, insidiati dalla tentazione pacifista. Se non avessimo una cornucopia di generali a quattro stelle saremmo perduti. E poi: per un paese che adempia agli Obblighi delle Alleanze, la venticinquina di miliardi della spesa militare è il minimo assoluto. Mancasse la venticinquina, i guerrieri del Senusso emetterebbero sconci crepitii al nostro indirizzo.

Quello dei crepitii è una brutta abitudine della Quarta Sponda; contagiò anche il normanno Ruggero signore della Sicilia. Scrive lo storico arabo Ibn Al-Athir: “Quando il suo parente Re Baldovino mandò a Ruggero una delegazione per proporgli la conquista della costa d’Africa, Ruggero, levata una gamba, fece una gran scorreggia. Poi dichiarò: ‘Affè mia, questa vale più di codesta vostra proposta’ (da ‘Storici arabi delle Crociate’ a cura di Francesco Gabrieli, Torino. Einaudi, 1963). Per completezza, riportiamo dal dizionario Devoto-Oli la definizione della particolare risposta di Ruggero ‘levata una gamba’: ‘Emissione di gas intestinali dall’ano’.

 

Contro i possibili crepitii dei Senusso servono gli F35, servono 17 nuove fregate della classe FREMM, nonché batiscafi, palloni frenati e molto di più. Su questo i feldmarescialli del Consiglio supremo non transigeranno, oppure sì ma passata la sobrietà si rifaranno.

 

Che poi detti feldmarescialli non sono né belluini, né senza cuore. La nostra Difesa Pacifica, oltre a corrispondere stipendi, vitalizi, rimborsi viaggi e convegni, vacanze ristoratrici e rette dei collegi militari, deve anche alloggiare i guerrieri, le famiglie, le coppie di fatto, i pensionati con badanti, le vedove, le figlie nubili. Deve sussidiare il personale che voglia comprare l’alloggio occupato ma non disponga di credito bancario. La trasformazione delle Forze in una realtà solo volontaria ha accresciuto ‘a dismisura’ -sottolinea un documento ufficiale della Camera dei Deputati da noi sbirciato su Internet- il fabbisogno di alloggi. Nel 2011 si valutava ne servissero 51 mila, contro una disponibilità di 18 mila. Il resto è da costruire o reperire, con una spesa non indifferente cui dovremo a tutti i costi far fronte (nuove carceri e ostelli per barboni attendano). Gli alloggi dei generali ed ammiragli sono sontuosi, ma quelli dei marescialli d’alloggio spartani.

Sbaglia di grosso chi crede che le FF.AA. servano solo a presidiare confini, a pattugliare cieli e oceani. Nessuno si sogna di gareggiare col Pentagono per dovizia di trattamenti alle famiglie degli Invincibili. Ma ci sono standard da rispettare perché i combattenti  alloggino decorosamente, dimodoché sempre più amino la Più bella delle Costituzioni.

Porfirio

IL SUD PROPULSORE DEL RISORGIMENTO

Ma quando un nuovo scatto?

L’impegno divulgativo della produzione storiografica contemporanea profuso da Paolo Mieli sul “Corriere della sera” è sicuramente meritorio, anche e soprattutto quando dà conto (sempre ampio e accurato) di studi e ricerche italiane e straniere che mettono in discussione e magari fanno giustizia di più o meno vecchi miti,  luoghi comuni e consolidate versioni di vicende vicine e lontane nel tempo. La verità storica, ammesso che possa mai essere appurata fino in fondo, non lo è comunque mai in modo definitivo e il revisionismo di per sé non è certo  peccaminoso. A patto, naturalmente, che non lo si pratichi per partito preso, senza pezze d’appoggio adeguate e interpretando fatti e dati con troppa disinvoltura.

Ciò vale senza riserve anche per le ormai numerose opere riguardanti un tema reso ancor più delicato dalle sue connessioni con l’attuale problematica politica nazionale: quello della collocazione del Mezzogiorno nel Risorgimento e nella gestazione dell’Italia unita. Lo abbiamo già affrontato nel nostro bilancio a puntate del Centocinquantenario, ma la recensione che Mieli, appunto, ha dedicato il 10 gennaio scorso ad un saggio di recentissima pubblicazione ci induce a riparlarne. Intitolato “Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (1830-1861)” e firmato da Eugenio Di Rienzo, esso focalizza in particolare il ruolo dell’Inghilterra nella distruzione di quel regno.

Un ruolo notoriamente molto importante, che questo autore sembra ritenere addirittura determinante e del quale sottolinea e documenta le motivazioni di fondo: la difesa con ogni mezzo dell’egemonia inglese nel Mediterraneo e le conseguenti  reazioni all’ingratitudine del re Ferdinando II  per il sostegno di Londra ai Borboni nell’era napoleonica, alle sue mosse per liberarsi da ogni tutela e interferenza esterna e qualche gesto ostile compiuto dallo stesso sovrano di Napoli, prima con il rifiuto nel 1834 di accodarsi a Londra nel conflitto per la successione al trono di Spagna e poi impedendo nel 1855 la partecipazione di volontari siciliani alla guerra di Crimea in una legione anglo-italiana.

Tra le altre manifestazioni della multiforme politica antiborbonica dell’Inghilterra ancor prima dell’impresa dei Mille Di Rienzo annota l’appoggio fornito alla spedizione di Pisacane a Sapri nel 1857 e alcune pretese intimidatorie avanzate dopo il suo rapido fallimento. Non avendo ancora letto il libro non sappiamo se esso menzioni un precedente di segno opposto, ovvero le informazioni da fonte inglese che permisero al governo borbonico di stroncare su due piedi l’analogo tentativo dei fratelli Bandiera nel 1844.

Ma lasciamo da parte i dettagli e andiamo al nocciolo della questione. L’autore non manca di rilevare che la suddetta politica, legata ai nomi di Palmerston e Gladstone, venne poi apertamente criticata se non sconfessata da successivi governanti inglesi. Mostra tuttavia di escludere che fosse ispirata almeno in parte da considerazioni diverse dalla pura Realpolitik e quindi di dare poco o nessun credito alle vibranti denunce londinesi del carattere disumano del regime borbonico, stigmatizzato da Gladstone come “negazione di Dio”.

Un’apparente insensibilità, questa, che si estende al di là del rapporto Napoli-Londra. Nell’introduzione del libro il Di Rienzo si dice consapevole del rischio che il suo racconto possa essere “forse tale da portare acqua al mulino di quell’Anti Risorgimento vecchio e nuovo” contro cui ha recentemente tuonato in un altro libro anche il presidente Napolitano da lui di seguito citato. Ciò nonostante quest’acqua poi la porta eccome, e non solo oggettivamente.

Non si limita infatti a censurare il comportamento inglese nel suo complesso come “una delle prime e più gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea”. Cita altresì un collaboratore di Benjamin Disraeli secondo il quale, contribuendo all’annessione del Meridione al Piemonte, “il Regno Unito aveva prostituito la sua politica estera appoggiando un’impresa illegittima e scellerata che aveva portato all’instaurazione di un vero e proprio regno del terrore”. Tutto ciò, precisa l’autore, aiuta a “ricordare che l’unione politica del Sud al resto d’Italia avvenne senza il consenso ma anzi contro la volontà della maggioranza delle popolazioni meridionali” e che “quell’unione, che per vari decenni successivi al 1861 non fu davvero mai ‘unità’, sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale”.

E così anche lo storico serio e scrupoloso scivola nella teoria dell’intrigo, che nella fattispecie necessiterebbe di ben altri elementi probatori e, come spesso avviene in casi del genere, rimane sospesa nell’oscurità allusiva. Quale altra potenza partecipò al “complesso e non trasparente” complotto oltre all’Inghilterra? Mistero. Come può il favoreggiamento dell’impresa dei Mille da parte inglese, marginale benché non trascurabile, spiegare la conquista garibaldina di metà del regno borbonico quasi senza colpo ferire e il fatto che le camicie rosse, poco più di un’armata Brancaleone sia pure con un eccezionale condottiero, incontrò un’apprezzabile resistenza finale solo dopo la caduta anche di Napoli? Nessuno l’ha ancora spiegato, e una spiegazione alternativa è stata semmai ventilata chiamando in causa tradimenti o cedimenti interni al regno stesso.

Allo stesso modo, anziché “ricordare” che l’unione del Sud al resto d’Italia sarebbe avvenuta senza il consenso e anzi contro la volontà della maggioranza della sua popolazione, bisognerebbe dimostrare che le cose siano andate davvero così e, prima ancora, semmai, che porsi il relativo problema sia sensato. Forse che il regno delle due Sicilie era il prodotto di una consapevole scelta popolare cementata da un genuino sistema democratico? Quando fu abbattuto esso non si trovava certo all’avanguardia nel mondo, ma semmai all’estrema retroguardia, del processo evolutivo che doveva portare alla consacrazione, peraltro ancor oggi non integrale né incondizionata, del principio dell’autodeterminazione dei popoli.

Quel tanto di “diritto pubblico europeo”, ovvero diritto internazionale, di cui si poteva parlare nel cuore dell’Ottocento, conservava come soggetti predominanti monarchie ereditarie fondate su un “diritto divino” molto più che su una “volontà della nazione”, e l’ordine che regnava nel continente era ancora, in gran parte, quello dinastico-feudale della Restaurazione celebrata dal Congresso di Vienna dopo la tempestosa parentesi napoleonica. Tra le eccezioni alla regola non figurava certo lo Stato borbonico, che resisteva alle minacce anche interne solo grazie alla protezione assicuratagli dalla Santa Alleanza. E’ possibile condannare oggi il suo abbattimento in quanto “grave violazione” di quell’ordine, e quindi negare implicitamente, supponiamo in nome del legittimismo di allora, la legalità oltre che la legittimità storica di tutte le successive trasformazioni del sistema internazionale?

Nel contestare l’approccio di Di Rienzo possiamo però, anzi dobbiamo andare ben più in là. Gli si può senz’altro concedere che l’annessione del Meridione al Regno di Sardegna sia avvenuta senza il consenso della maggioranza della sua popolazione, non diversamente da altre parti d’Italia. Sappiamo da sempre che i famosi, o se si vuole famigerati, plebisciti inscenati per legittimare l’unificazione nazionale, con le loro più che “bulgare” maggioranze favorevoli, altro non furono che uno dei primi esempi di montatura democratica destinati a fare scuola su vasta scala fino a tutt’oggi. Per lo stesso motivo, tuttavia, non è neppure lecito affermare che l’unificazione sia avvenuta contro la volontà di popolazioni in gran parte analfabete e comunque incapaci di capire di cosa si trattasse e quale fosse la posta in gioco.

Ancor oggi, d’altronde, la scena mondiale continua ad offrirci esempi vistosi di grandi rivolgimenti prodottisi per scelta e per mano di minoranze persino esigue. Nella Russia del 1917 si insediò quasi senza colpo ferire un regime comunista ad opera di un minuscolo partito rivoluzionario, lo stesso che 74 anni più tardi, benché cresciuto a dismisura, venne spodestato in modo pressocchè analogo, ossia con minimo coinvolgimento popolare e nessuna tangibile espressione di volontà popolare. A provocare la svolta epocale bastò che a Mosca scendessero in piazza contro il golpe anti-Gorbaciov alcune migliaia di persone più o meno vogliose di democrazia e che Boris Elzin salisse su un carro armato per arringare la folla e rimandare i militari golpisti nelle caserme; l’appello allo sciopero generale restò praticamente inascoltato e il resto del paese rimase in attesa degli eventi.

Se questo avvenne nel 1991 in una grande potenza altamente industrializzata e culturalmente progredita, cosa ci si poteva aspettare dalle miserabili masse contadine e sottoproletarie che costituivano la schiacciante maggioranza del regno borbonico? Al massimo, quello che effettivamente avvenne: una parte di esse, specie in Sicilia, accolse Garibaldi come un messìa o un liberatore, e una parte  più numerosa si rivoltò contro lo Stato sabaudo o si diede al brigantaggio quando si accorse che il nuovo regime, ciecamente e anche brutalmente repressivo come usava allora e quanto meno maldestro, per quanto le riguardava non era migliore del vecchio e poteva apparire persino peggiore.

Di Rienzo, dunque, non va certo fuori strada allorchè afferma che l’unione non si tradusse in vera unità “per vari decenni successivi al 1861”. Forse esagera nel conteggio, perchè già con l’avvento al potere della sinistra la compartecipazione meridionale al governo dell’intero paese divenne massiccia e sistematica. Ha invece gravemente torto quando mostra di ignorare un fatto di capitale importanza e di grande rilievo storico simboleggiato, volendo, dalla stessa figura di uno dei maggiori protagonisti di questa compartecipazione. Quella cioè del marchese Antonio di Rudinì, che prima di capeggiare due volte il governo di Roma verso la fine del secolo, divenuto in giovane età sindaco di Palermo dopo l’unificazione, nel 1866 difese per tre giorni con le armi quel municipio assediato dalle bande di rivoltosi che avevano conquistato il resto della città, liberata in seguito dalle truppe di Raffaele Cadorna.

Quello del nobiluomo siculo sarà anche stato un caso limite, che tuttavia può ben considerarsi rappresentativo di una parte cospicua e probabilmente maggioritaria di un’élite socioculturale e quanto meno potenziale classe dirigente del Mezzogiorno che da vari decenni era ai ferri corti con il governo borbonico. Quando non lo combatteva apertamente con il favore delle circostanze lo sopportava sognando o lavorando per un’alternativa dentro o fuori dei confini del regno. Allo scoccare dell’ora fatidica non gli prestò alcun apprezzabile appoggio, lo tradì disertando o complottando oppure si schierò decisamente con i vincitori, magari anche solo per opportunismo, come suggestivamente raccontato da scrittori dell’epoca o più moderni quali Federico de Roberto e Giuseppe Tommasi di Lampedusa.

In attesa della pur contrastata evoluzione generale in senso democratico, accompagnata da un’altrettanto lenta ma progressiva acculturazione e presa di coscienza da parte delle masse popolari, solo una simile élite poteva avere titolo a rappresentare un popolo nelle sue aspettative e al limite nella sua volontà, nel Mezzogiorno come nel resto dell’Italia, dell’Europa e del mondo. Che essa sapesse sempre rappresentarlo in modo adeguato, al di là dei propri particolari interessi ed esigenze di classe, può certo essere contestato e spesso negato. Nella fattispecie, sono ben note sia le buone intenzioni che animarono gli sfortunati capi e sostenitori della repubblica napoletana nel periodo napoleonico sia l’autocritica di cui furono capaci quanti di loro sopravvissero alla repressione.

E’ da quel periodo, comunque, che si deve partire per mettere a fuoco il ruolo del Mezzogiorno nel Risorgimento. Finiti al patibolo nel 1799, i vari Carafa, Serra di Cassano, Caracciolo, Pagano, Fonseca Pimentel, ecc. non costituivano quella sparuta pattuglia di rivoluzionari, isolati dal popolo e forti solo delle armi francesi, di cui generalmente si parla nella vulgata della storia nazionale. Così come, all’inverso, il cardinale Ruffo, il principe di Canosa e i loro simili non possono considerarsi l’unico specchio fedele dei sudditi dei Borboni. I primi avevano invece dietro di sé un ceto neoborghese in ascesa e, nel tempo, anche il vigoroso riformismo del ministro Tanucci e l’apertura della grande cultura partenopea del Settecento.

Prima e dopo la loro sconfitta, la partita non si giocò, sul campo, solo tra opposti eserciti stranieri e le bande dei sanfedisti o lazzari antirivoluzionari, né i rivoluzionari poterono contare su un certo seguito solo nella capitale del regno. Al contrario, fu semmai in periferia e in particolare in Puglia che infuriarono aspri scontri, al limite della guerra civile, anche tra intere città schierate con i repubblicani o con i borbonici. In aggiunta ai fattori locali, il terreno era stato preparato, tra l’altro, da un’attiva propaganda massonica e da quella giansenista, di ispirazione democratica oltre che religiosa.

Quella che è stata definita la “prima sanguinosa pagina del Risorgimento italiano” poichè “una tradizione rivoluzionaria italiana del Risorgimento s’inizia proprio con i patriotti della Partenopea” (così lo storico Niccolò Rodolico), anche se in gioco non era ancora la causa nazionale, sfociò in un esodo dei vinti qualitativamente importante e non irrilevante neppure numericamente. Già nei primi anni dell’800 parecchie centinaia di esuli trovarono rifugio a Milano, e la loro stessa presenza nella capitale della Repubblica cisalpina e poi del Regno d’Italia fondati dal Buonaparte contribuì a promuovere quella causa. Un altro centro di immigrazione nonché laboratorio di italianità soprattutto, ma non solo, culturale divenne poi anche Firenze, capitale dello Stato italiano più liberale dopo la definitiva caduta di Napoleone.

Tra gli esuli napoletani a Milano spicca la figura di Vincenzo Cuoco, capostipite, si può dire, dei profeti del riscatto nazionale proprio sulla base di un’analisi critica di un’esperienza anche personale nel suo “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli” (1801), che lo condusse a coniare il celebre motto “L’Italia farà da sé”. Il suo pensiero, diffuso anche per via giornalistica, influì su Manzoni e il giovane Mazzini. Ma il profeta si rivelò tale anche in patria. Un eminente  promotore del patriottismo italiano a Napoli durante la Restaurazione fu Basilio Puoti, famoso per la sua pedanteria non meno che per la sapienza linguistico-letteraria (pare che in punto di morte sussurrasse “me ne vo, ma si può dire anche me ne vado”), maestro di numerosi conterranei tra i quali Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini, al quale confidava l’auspicio che gli italiani “parlassero come il Machiavelli ed operassero come il Ferruccio”.

Politicamente più diretto e attivo fu naturalmente l’impegno della Carboneria, sfociato a sua volta nel primo tentativo insurrezionale, sempre in Campania, nel 1820. Benché facilmente stroncato anche a causa della concomitante rivolta in Sicilia, ancora di tipo eminentemente separatista e quindi combattuto a mano armata dagli stessi insorti napoletani, esso servì da esempio e sprone al successivo moto dei liberali piemontesi (1821), divampato sia pure con esito ugualmente negativo in uno Stato italiano ancora più reazionario del Regno delle due Sicilie, tanto da riuscire sgradito persino a Metternich. L’animatore del moto torinese, Santorre di Santa Rosa, definì entrambi parti di un’unica rivoluzione, “la prima che si sia fatta in Italia da molti secoli senza il soccorso e l’intervento degli stranieri” ad opera di “due popoli italiani che dalle due estremità della penisola – dalla Sicilia al Piemonte – rispondono l’uno all’altro”, per concludere che nonostante la momentanea sconfitta l’Italia era “conquistata, non sottomessa”.

In realtà i tentativi e il comune insuccesso erano destinati a ripetersi nel 1848, con il là, comunque, dato nuovamente dal Sud. A muoversi per prime, stavolta, furono, anzi già nel 1847, Sicilia e Calabria (a Reggio l’ennesima richiesta di una Costituzione si levò all’insegna del tricolore), provocando un effetto domino che a ricominciare da Napoli mise a soqquadro, nell’anno fatidico per mezza Europa, l’intero paese. A Palermo, in una lezione all’università, un economista aveva lamentato alla vigilia che “oggidì è un vezzo dell’Alta Italia il raccomandare a noi moderazione e pazienza, il consigliarci di attendere; ma, oh Dio! Ho passato metà della mia vita senz’altro aver fatto che attendere”.

Malgrado il nuovo fallimento le premesse per l’affermazione, in un modo o nell’altro, della causa nazionale si stavano ormai creando anche nel Meridione oltre che sul piano internazionale. Le sollevazioni avevano assunto dimensioni e forza d’urto molto maggiori che in precedenza, come controprovato dalle varie migliaia di successive condanne a morte (peraltro commutate per lo più in ergastoli). Nel Napoletano liberali e democratici avevano fatto breccia in tutte le classi sociali, la Sicilia era stata liberata quasi interamente prima di soccombere, vittima anche della rivalità franco-britannica.

Partenopei e siculi parteciparono all’estrema difesa delle repubbliche di Roma e Venezia, alcuni perdendovi la vita. Un siciliano dei più illustri, lo storico dei Vespri Michele Amari, finì col convertirsi da un patriottismo prevalentemente insulare all’unificazione nazionale sotto la monarchia sabauda, aderendo, come altri due autorevoli liberal-democratici moderati del Sud quali Silvio Spaventa e Luigi Settembrini, all’indirizzo propugnato dal veneziano Daniele Manin. Amari, in verità, avrebbe preferito un’Italia, se non federalista, almeno con adeguate autonomie regionali, che lo Stato nato dalle annessioni del 1861 ritenne invece di non dover concedere.

Una scelta iniziale, questa, modificata molto e probabilmente troppo più tardi e che insieme con altre ma forse più di altre ha pesato sulle sorti del Mezzogiorno, non proprio “magnifiche e progressive”, fino ai giorni nostri, e quindi anche su quelle del paese nel suo complesso. Il tutto, però, a lungo andare, con preminenti, benché certo non esclusive, responsabilità delle classi dirigenti meridionali, alle quali in 150 anni non sono sicuramente mancati i modi e le occasioni per difendere i diritti e promuovere gli interessi delle loro terre e dei loro popoli anzichè privilegiare i propri come sono spesso sembrate fare. Nuovi scatti come quello di cui sono state capaci nella prima metà dell’Ottocento, insomma, sarebbero stati assai opportuni. Ma finora non ve n’è stata traccia.

Franco Soglian

DELENDA RAI

E io insisto che il Servizio ‘Pubblico’ va cancellato, non riformato. Delenda Rai. Come la faccenda è andata in Italia, il servizio pubblico è irriformabile. Il massimo che si possa conseguire è un ingozzarsi meno porcino dei partiti nel truogolo del canone e della pubblicità; ed una ‘più equa’ spartizione tra bande rivali.  E’ il concetto della radiotelevisione pubblica che occorre cancellare punto e basta.

Lo Stato si riservi solo, d’imperio cioè senza addossarsi costi, un ristretto spazio per annunci di pubblica utilità e per quella parte dei programmi culturali e civici che sia assolutamente certo non verrebbe accolta dai media privati.  Al posto della Rai Grande Meretrice, una Bacheca Ufficiale dell’etere, secca, secchissima. Soltanto le notifiche dovute a norma di legge, i preavvisi di calamità e pandemie,  gli auspicabili esperimenti di partecipazione dei cittadini alla conduzione della Polis. Per risparmiare, sostituire con uno spot di 10 secondi  l’allocuzione di capodanno del Capo dello Stato/Comandante supremo delle mai sconfitte Forze Armate. Divieto assoluto di pubblicità; assunzioni quante le dita di due mani; stipendi da settore scuola.

Tutta la Rai, spazi, frequenze, patrimonio, risorse umane -a canone abolito- va messa sul mercato, smembrata o in blocco, l’importante è che trovi acquirenti, non importa quali. Con ogni mezzo vanno incoraggiate le offerte straniere: compri chi offre di più,  quale che sia il continente o il colore. Penalizzati con extra prelievi fiscali gli acquirenti, nazionali o stranieri, che già controllino segmenti di media italiani. E se nulla riuscisse a scoraggiare le lobbies e i poteri forti di casa nostra, poco male. A canone cancellato, padroni gli acquirenti di dissanguarsi a pagare le migliaia di dipendenti Rai; oppure padroni di licenziarli, sostituendoli con call centers bengalesi. Uno Stato che nega una branda al coperto ai down-and-out e il pane alle famiglie dei carcerati non deve sentire alcun obbligo verso zerbinotti e scrocconi del canone. Attingano al benessere conseguito a partire dalla “Liberazione” del 1945: allora i dipendenti dell’Eiar (regime precedente) non trovarono compassione (né la meritavano).

Il sacrosanto è che i contribuenti non sostengano più -col canone, coi sussidi, col ripianamento dei debiti- la propaganda di regime, i circenses (intrattenimento, glutei delle pornovallette, moda, sport, guitti e cantautori impegnati, et cet.), la cultura di tendenza, i sociologismi di comodo, le lacrime sul disagio riganti guance radiotelevisive niente affatto smunte, tutti gli altri orrori di una televisione ormai inguardabile, escrementizia. Quando si tagliano sanità, pensioni, asili nido e peggio, è grottesco, è osceno finanziare l’imbonitura di regime e anche la ricreazione nazionalpopolare. Abolita la Rai, un pachiderma imbizzarrito che sarebbe stato già abbattuto se la nostra fulgida Costituzione avesse imposto il rispetto dei pronunciamenti referendari, pesino sugli acquirenti privati, non sui contribuenti, i costi dei programmi ebetizzanti. Se la volontà popolare contasse, un referendum ‘Volete abolire il Canone e vendere la Rai’ sarebbe un’esplosione liberatrice, come la cadura del Muro di Berlino.

Caso mai nessuno si comprasse le tre reti-bidoni, più le superfetazioni Rai-Quirinale. Rai planetaria, Rai metafisica, Rai iperborea, Rai calcistica ed altre, avremmo comunque fatto tre affari: risparmiare soldi, cancellare uno sconcio, garantire con un antivirus assoluto -l’assassinio del servizio ‘pubblico’- l’intelligenza del popolo.

A.M.Calderazzi

STELLA, LA CASTA E DUE IMPRUDENZE

E’ una settimana che Stella -insuperabile nel genere che gli appartiene: denunciare le ruberie della Casta senza mai additare una via per sgominare la Casta- si impegna in un genere non suo. Gli ascoltatori di ‘Prima Pagina’, spesso precari, a volte tormentati dalla disoccupazione, lamentano le loro condizioni. Il noto editorialista, facendo forza sui propri istinti solidali, deve rispondere: non ci sono soldi, non possiamo garantire il posto di lavoro, non possiamo chiudere le frontiere ai prodotti che fanno chiudere le nostre fabbriche.

Qualcuno o qualcuna tra quegli infelici non si rassegna, insiste. Allora Stella si  libera degli scrupoli specialistici e tira fuori le unghie dell’imperativo politico. Stamane una insegnante lo ha investito: ‘mi si dice di riqualificarmi per un altro lavoro, ma mi sono laureata per insegnare, un altro lavoro non lo so fare’. Al che Stella ha gettato alle ortiche la severa tonaca della coerenza non-ci-sono-soldi-dimentichiamo-il-posto-fisso e con voce veemente si è lanciato nella proposta politica: “Uno Stato serio deve fare in modo che chi ha studiato da matematico lavori da matematico, chi da archeologo faccia l’archeologo”.

Ammirevole Gian Antonio, è un tenero, un cor cordium, e in qualche caso i piedi gli si staccano da terra e si libra. Dimentico delle centinaia di atenei che producono aspiranti a lavori da sogno, matematico archeologo musicologo cineasta, ingiunge ai governanti di ‘fare in modo’. Non ci sono soldi ma la collettività faccia in modo. Come, se non moltiplicando ‘n’ volte gli stipendi da matematico et cet?

Già più facile moltiplicare gli stipendi da archeologo, il nostro sottosuolo essendo ricchissimo anzi uberrimo di siti & reperti, basta scavare. Idem a favore di chi abbia fatto tesi musicologiche, metti, “Il canto gondoliero a Venezia dopo la serrata del Maggior Consiglio” o “L’arpa nei millenni”: uno Stato serio faccia proliferare cattedre, case discografiche, auditori, scuole di canto gondoliero e di conseguenza squeri per gondole, dimodochè ogni musicologo si realizzi, nel contempo percependo.

Il grido di battaglia di stamane me ne ricorda un altro di vari mesi fa. Per risolvere il problema, tremendo a Milano come a Helsinki, di integrare gli immigrati p.es. dall’Africa, Gian Antonio enunciò con bell’impeto: “Non lasciare che si formino ghetti periferici di sole etnie povere ma sparpagliare, sparpagliare gli immigrati nelle metropoli”. Chi deve sparpagliare se non questo o quel potere pubblico? Quindi, se nel tal quartiere le case quotano 14 mila/mq, comprarle e immettere gli immigrati. Se gli immessi non ce la fanno con le spese condominiali, subentrare.

In effetti dov’è il problema? Sparpagliare, immettere. Se i morti di fame si addensano agli orli delle periferie, anzi delle borgate sottoproletarie, è una bruttura che la collettività seria cancelli. Domanda,  non s’era detto che non ci sono soldi? Gian Antonio: no comment. Ma condòmini e inquilini delle case decenti, a molti euri/mq, saranno lieti degli sparpagli e delle immissioni? Li si possono requisire o espropriare? Riserbo di Gian Antonio.

Ecco perché osiamo auspicare: nessuno, salvo Sergio Rizzo, è stato migliore di Stella nell’investigare la Casta. Investighi sempre più, magari avanzi proposte antiCasta, e lasci a Monti Giarda Fornero e Passera i problemi mastodontici: i precari, gli immigrati, gli ultimi, i non graditi. Traduzione in lingua moderna del pliniano ‘Ne sutor ultra crepidam’: ‘Cordonnier, pas plus haut que la chaussure’ oppure ‘Pasticciere fa’ il tuo mestiere’.

Soldi e spread permettendo, i quadrumviri Monti Giarda Fornero e Passera faranno tesoro del pensiero di Gian Antonio e sparpaglieranno, punteggeranno lo Stivale di scavi archeologici e anche di squeri per gondole.

Porfirio

SE SARA’ ECONOMIA DI GUERRA

La crescita non solo non è desiderabile, forse è anche impossibile. Il governo lavora a misure di sviluppo, ma la prosperità la fa il mercato, controparte sgradevole e niente affatto provvidenziale. Le misure  d’imperio producono finta crescita, poca crescita o nessuna crescita.

Diciamo che un tot di fabbriche, invece di portare i libri in tribunale, ingrossino la produzione: dove saranno i nuovi mercati di collocamento? La globalizzazione non ci è amica. Sul piano interno le misure espansive potranno stimolare alcuni consumi. Ma perché abbiano qualche effetto a breve dovranno indebolire il risanamento avviato, con circospezione eccessiva, da Mario Monti; cioè dovranno aprire nuove falle, nel momento stesso che il servizio del debito si farà costoso al limite dell’insostenibilità. Chi di noi non ama il benessere e lo sviluppo ininterrotti non avrà di che preoccuparsi di un pronto ritorno alle vacche grasse. E non è detto che il governo delle eccellenze tecniche -grazie a Dio sostituito alle diseccellenze, mariuolerie e ladrerie politiche- passi incolume attraverso le imboscate dei partiti.

L’uragano finanziario potrà lasciare i cieli dell’Occidente, ma un nuovo rigoglio della ricchezza è improbabile. La squadra di governo farà bene ad allestire un piano B, uno C ed anche altri: che fare in caso di nessuna crescita, di più decrescita, di maremoto grave.

Se le cose si metteranno male si andrà a un’economia di guerra: non rilancio dei consumi ma razionamento dei beni essenziali e calmierati. Requisizioni secondo necessità. Patrimoniale per tutti, minima sui poveri, sempre più alta sui ricchi (e il lusso, l’alta gamma e l’edonismo deperiscano, periscano). La tassazione dovrà essere espropriatrice oltre un certo livello. Verso la fine del secondo conflitto mondiale il  fisco degli USA arrivò a prelevare su certi redditi oltre il 90%, cioè ad avocare.

Innumerevoli proprietà ipotecate, cominciando dagli alloggi, andranno all’incanto: qualche controllo dovrà stroncare gli sciacallaggi e regolare le non evitabili vendite agli stranieri.  Quanti perderanno casa, bottega e lavoro andranno aiutati ad unirsi in comunità (un po’) assistite, in gilde e  in kibbuz, sole alternative alla miseria disperata. Le spese non indispensabili né urgenti andranno fermate, cominciando da sport, arte, cultura e turismo elitario. I bilanci militari e diplomatici quasi cancellati, bisognerà ripudiare trattati, convenzioni e alleanze di civiltà. Se l’Europa protesterà, si dovrà fare a meno dell’Europa. Le spedizioni militari, solo se sovrafatturate agli USA: mercenari e armi, a loro carico integrale.

Queste ed altre misure draconiane sono state e sono alla portata di qualsiasi governo di tipo democratico-liberale. Tuttavia in caso di emergenza estrema, coi barbari alle porte, ogni forma tradizionale, cioè obsoleta, di  democrazia e di libertà andrà accantonata. Gli scioperi, le lotte e le cagnare, manco a dirlo. L’assetto generale dell’economia e della società dovrà evolvere verso questa o quella forma di semi-socialismo e di disciplina collettiva, accettando arretramenti  e riscoprendo pratiche del passato. Per negare la necessità di queste ed altre cose occorrerà confidare nei miracoli. Cambierà la vita, e non in peggio.

Ione  

RIFLESSIONI CRISTIANE SU DUE DELITTI DELLA CHIESA

Il giorno delle Ceneri, 8 marzo, dell’anno giubilare 2000 fu, per volontà di Giovanni Paolo II, l’occasione di un solenne atto di penitenza: la Chiesa chiedeva perdono al mondo per i peccati storici -duemila anni- suoi e dei cristiani. Fu l’iniziativa più importante e innovativa del pontificato polacco.

Fu anche la più contrastata. Woitila aveva messo cinque anni per prevalere sui dubbiosi e sui contrari nella Curia e nella Chiesa, cominciando nel novembre 1994 con la lettera apostolica “Tertio Millennio adveniente”. Aveva istituito una commissione di studio teologico-storica, la quale convocò due colloqui internazionali, sull’antigiudaismo e sull’Inquisizione. “La Chiesa sente il dovere di riconoscere le colpe dei propri membri e di chiederne perdono” affermò il papa. Addusse alcuni esempi: le colpe cattoliche nella divisione tra i cristiani; l’uso della forza al servizio della fede: i battesimi coatti; i tribunali dell’Inquisizione; il mancato contrasto alla tratta degli schiavi (nostra nota: nel 1442 il pontefice incoraggiò il sovrano portoghese a praticare quel commercio) e allo sterminio degli ebrei. “La considerazione delle circostanze attenuanti non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi profondamente per le debolezze di tanti suoi figli”.

Le obiezioni a Giovanni Paolo furono pronte e significative. Il cardinale segretario di Stato, Sodano, osservò che un riesame globale della storia della Chiesa era ‘questione difficile e delicata’, stanti le perplessità dei cardinali (la maggior parte di essi, secondo i resoconti di stampa sul concistoro straordinario del giugno 1994). Vari porporati misero in guardia il papa dal rischio che il mea culpa apparisse una resa alla propaganda dei laicisti, dei comunisti, dei fondamentalisti islamici, dei sionisti. Si disse che  tra i principali avversari  fossero Ratzinger e Ruini, che il card. Biffi negava si potesse parlare di colpe della Chiesa, bensì di uomini di Chiesa. Un vescovo, Alessandro Maggiolini, deplorò ‘uno sprofondarsi in mea culpa che frastorna i fedeli’.

In quel momento di riflessione su due millenni si menzionò poco il temporalismo, ossia la cupidigia di potere e di ricchezza, che si fece soverchiante a partire quanto meno dalla ‘donazione di Sutri’, ottenuta da Gregorio II nel 728. Alcuni secoli dopo venne il tempo ‘glorioso’ di Gregorio VII e di Innocenzo III, due tra i massimi pontefici della storia. Con loro la Chiesa proclamò che il papa era sovrano sopra i sovrani, superiore dunque all’imperatore; e non arretrò di fronte a nulla pur di imporsi suprema.

Riprovevole com’era dal punto di vista evangelico, la teocrazia non era ripugnante,  aveva pur sempre qualche giustificazione politica. Invece il nepotismo, l’altro delitto di cui si parlò poco nel 2000, fu odioso all’estremo: fu spogliare i poveri per fare ricchi e potenti i parenti, i nipoti, i figli dei papi. I papi con figli erano abbastanza numerosi, soprattutto nel Rinascimento: ostentati, onorati, di norma accasati nelle dinastie, nell’alta nobiltà o là dov’erano grandi ricchezze.

Vari storici fanno risalire l’aumento del nepotismo al secolo XII. In realtà la degenerazione era già forte nel sec.IX, quando sorse la leggenda della papessa Giovanna: una donna di Magonza, oriunda inglese, che si travestì da uomo e, ascesa nella Curia romana, sarebbe riuscita a salire sul soglio pontificio. Spesso  il nepotismo cominciava con l’elevazione al cardinalato di ventenni, di adolescenti, sedicenni persino. All’inizio del XI secolo tutti i membri della Curia erano parenti degli Alberici, conti di Tuscolo. Numerose grandi famiglie contarono vari papi. Così i Colonna, gli Orsini, i Medici, i Borgia, i Fieschi.

San Girolamo, celebrato in tanti dipinti nell’ eremo a tradurre la Bibbia, con un leone accucciato ai  piedi, era stato cardinale  di Curia. Si rifugiò in Palestina per non diventare ricco come il  papa Damaso I di cui era stato consigliere intimo. La Camera apostolica cominciava ad essere ‘Mater pecuniarum’.

Tre secoli prima di Lutero, San Bonaventura cardinale e generale dei francescani definiva Roma la ‘meretrice dell’Apocalisse’. Lo stesso nome, meretrice di Babilonia, le davano gli eretici albigesi, che pervennero ad essere la metà degli abitanti del Midi francese. La Crociata contro di loro, ordinata da Innocenzo III, fu inesorabile, 20.000 morti solo a Béziers, centinaia di migliaia in totale. Imprecò il ghibellino Guglielmo Figueica o Figueira: “Roma traditrice, l’avidità vi perde, tosate troppo a raso la lana delle vostre pecore. Alleggerire i prelati delle loro ricchezze sarebbe  un atto di carità”.

Il papato degenera  nella fase che in Italia segue alla scomparsa di Carlo Magno; ma già nel VI secolo a Roma Gregorio Magno ha preso il posto dell’imperatore. Ugolino dei conti di Segni, divenuto Gregorio IX attorno al 1170, assegnò ai cardinali un terzo delle entrate dello Stato ecclesiastico, e nel 1288 Niccolò IV accrebbe l’elargizione alla metà. I cardinali, a volte di origini modeste, lasciavano alle famiglie superbi palazzi e possessi. Il francescano Pietro di Giovanni Olivi, una delle guide dei francescani Spirituali (morirà due anni prima del Giubileo di Bonifacio VIII) contò tre età del papato. Nella prima, terminata con papa Silvestro e coll’impero di Costantino, i pontefici erano poveri; nella terza sarebbero tornati poveri. Ci fu chi profetizzò che il papa Santo degli Ultimi Tempi sarà un monaco ‘uscito da una grotta’.

Niccolò III Orsini, messo da Dante nell’Inferno dei nepotisti, secondo le profezie escatologiche degli Spirituali aprì la successione dei papi più malvagi. Nota la ‘Cronaca’ del Villani (libro VII, capit.54): “Fu de’ primi papi nella cui corte si usasse palese simonia per gli suoi parenti”. Erano gli Orsini, che allargarono molto i loro domini a nord-ovest di Roma. Onorio IV, nipote di Onorio III cui succedette, aggiunse ai dominii del casato Savelli tre città e vari castelli. I Colonna fecero il loro balzo sotto Niccolò IV, nel cui regno la quota dei cardinali sulle entrate dei domini della Chiesa fu allargata da un terzo alla metà. Grazie ai papi della famiglia i Colonna giunsero a possedere 50 castelli, con le annesse proprietà terriere. Uno di tali papi, Oddo, era figlio di un cardinale.

Il papato raggiunse l’apice della potenza medievale con Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni). Fece morire centinaia di migliaia di Albigesi. Si proclamava rappresentante di Dio anche nella sfera temporale, perciò poteva nominare e deporre i re e l’imperatore stesso, poteva annullare le leggi civili quali la Magna Charta. Creò dal nulla la grossa fortuna dei parenti Conti nella Campagna romana. Era collegato alla dinastia degli Alberici di Tuscolo, cui appartennero 13 papi, 3 antipapi e 40 cardinali.

Autore della ‘Unam Sanctam”, manifesto della teocrazia su scala mondiale (”Chi non si assoggetta al Papa non ha salvezza”),  fu Bonifacio VIII, fondatore della dinastia Caetani. In collaborazione coi parenti, col prestigio del suo grado, con la violenza, col raggiro, pezzo per pezzo, creò la vasta signoria familiare che all’epoca garantiva potenza al papa, in un assetto curiale dove i cardinali basavano la propria influenza sui possessi e le ricchezze. I più gravi rivolgimenti del papato medievale si collegavano ad antagonismi personali e familiari. Per questo gli Spirituali, fedeli all’ideale di libera povertà che era stato lo spirito dei primi tempi francescani, rifiutavano come peccato la temporalità della Chiesa,  consideravano illegittimo Bonifacio VIII, che aveva forzato alla rinuncia il suo santo predecessore Celestino V.

Per Bonifacio VIII il Giubileo del 1300, coi suoi ingenti introiti, fu una straordinaria operazione finanziaria. L’avidità fu il suo vizio  principe, infatti figura nell’Inferno dantesco. Alla morte di Bonifacio i Caetani, in precedenza un casato non grande, contano 20 castelli e 3 cardinali nipoti, Invece che pastore, Bonifacio fu canonista e uomo di potere.  Fu anche un libertino: ebbe come amanti simultanee una donna sposata e sua figlia. Per combattere i Colonna, che aveva scomunicato, indisse una crociata cui concesse le stesse indulgenze dei crociati di Terrasanta.

Scrisse il cardinale Matteo d’Acquasparta: “Il papa è supremo tra tutti gli uomini: le nazioni del mondo gli obbediscono. E’ sovrano spirituale e temporale sopra tutti, in luogo di Dio”. Di uno dei suoi successori, Bonifacio XI (ultimo papa che portò il nome Bonifacio), si affermò che fu il più grande simoniaco della storia: vendette al migliore offerente tutte  le prebende, cioè le rendite dei benefici ecclesiastici. “Nessun beneficio ecclesiastico si può avere a Roma senza denaro” scriverà Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II.

Grazie ai redditi curiali e ai benefici le famiglie di papi e cardinali raggiungevano l’insuperata ricchezza dei magnati toscani e padani, protagonisti assoluti della finanza e dell’impresa a quel tempo.  Verso la fine del Medioevo la Chiesa possedeva da un quinto a un terzo della terra, e in linea di massima non pagava tasse.

Ad Avignone, dove il papato si trasferì per un settantennio (1303-77) il malcostume della Curia non si attenuò. Alcuni cardinali arrivarono a collezionare  400, persino 500 prebende. E Clemente VI, quarto papa avignonese, ebbe vari figli che, secondo l’uso, erano chiamati nipoti. Fece cardinali tre figli e altri sei parenti. Dicono fosse figlio suo quel Pietro Riario avuto da una sorella.

 

Abominio nel Rinascimento

I primi dodici secoli della Chiesa mostrano come il temporalismo e il nepotismo, più altri peccati mortali dell’istituzione, cominciarono assai prima del Rinascimento. Ci furono certo le anime grandi, come il santo arcivescovo di Firenze Antonino Pierozzi. Ma mai come nel Rinascimento aveva trionfato l’indifferenza dell’alta gerarchia all’insegnamento evangelico, anzi l’aperta scelta del male. Pietro Bembo, uomo dottissimo, dopo avere conosciuto a fondo la Curia quale cardinale e segretario di Leone X, scrisse che Roma era una cloaca piena degli uomini peggiori, la cloaca di tutta la terra. E uno sconosciuto ammonì: “Voi che volete vivere santamente, partite da Roma. Questa città est facta meretrix. Itali rident nos quod credimus resurrectionem. A Roma ‘buon cristiano’ viene usato in ironia”.

Leone X Medici, di cui si sostenne che aveva tentato di comprare Lutero con un cappello cardinalizio, fu uno dei massimi scialacquatori delle ricchezze della Chiesa. Uno scandaloso arcivescovo di Mainz gli promise 10.000 ducati in cambio della licenza di tenere tre vescovati. E verso il 1450 il vescovo di St.Asaph (Inghilterra) aveva introitato grosse somme dai suoi preti vendendo loro licenza a tenere concubine.

Tra le passioni terrene di Leone X va ricordata la caccia, che anteponeva alle funzioni religiose, al punto da portare frequentemente lunghi stivali venatori. Come scrisse il von Pastor, massimo storico dei papi, l’avvento di Leone fu una delle prove più severe cui Dio avesse sottoposto la Chiesa. Lutero ebbe buon gioco a denunciarne le colpe e a mettere alla gogna il domenicano Silvestro Prierias, il quale aveva proclamato “la Chiesa non può errare quando si pronuncia sulla fede e sui costumi”. Non mancò nemmeno la congiura di alcuni cardinali per avvelenare papa Leone. Il quale era stato eletto al soglio che non aveva 37 anni. Per le esigenze della sua politica temporalistica, Leone nominò 37 cardinali in un solo giorno. Fu insaziabile di interessi e passioni mondane.

Suo cugino Giulio de’ Medici divenne Clemente VII dopo avere ottenuto privilegi e incarichi da Leone X. Fino all’ultimo istante di vita si adoperò per  gli interessi della sua famiglia. Ancora von Pastor: “Dopo due papi Medici gli abusi nella Chiesa sono diventati scandalosi. Paolo III (Alessandro Farnese), successore del secondo papa Medici, era diventato cardinale a 25 anni e aveva avuto quattro figli da una donna che viveva nel suo fastoso palazzo all’Arenula. La sua corte era ‘regale’: 226 persone. I quattro saranno legittimati da Giulio II (Giuliano della Rovere), ‘uomo terribile’. Uno dei quattro, Pier Luigi, definito ‘feroce’, si vide assegnato lo stato di Parma e Piacenza. Nel caso di Paolo III bisogna parlare di figlismo, invece  che di nepotismo.Lo zio di Giulio II, Sisto IV (Francesco della Rovere), papa politico come pochi, principe più che pontefice, è restato nella storia come nepotista all’estremo.

Anche Paolo II (Pietro Barbo, 1417-71) aveva, come numerosi altri pontefici,  ereditato la tiara: era nipote di Eugenio IV). Ma almeno ebbe il merito religioso di avversare gli umanisti paganeggianti, cominciando dal Platina. Di Innocenzo VIII Cybo, simoniaco aperto, eletto nel 1484 (sposò il figlio Franceschetto ad una Medici) si disse che con lui il papato aveva raggiunto il punto più basso. Ma otto anni dopo ci sarebbe stato l’avvento di Rodrigo Borgia, Alessandro VI, nipote del  primo papa Borgia, Callisto III.

Le scelleratezze di Alessandro VI, che dopo avere comprato la tiara non cambiò la vita depravata all’estremo, sono talmente note che qui non vengono trattate. Ricordiamo solo: condannò a morte San Girolamo Savonarola, fece in modo che il figlio Cesare, cardinale giovanissimo e delinquenziale, costituisse un proprio stato nelle Romagne allargate; che la spregiudicata figlia Lucrezia, dapprima sposa a Giovanni Sforza duca di Pesaro, poi a Alfonso d’Aragona duca di Bisceglie (fatto assassinare dal fratello Cesare Borgia, il quale aveva anche sterminato vari signori dello Stato della Chiesa), infine al duca Alfonso d’Este, nella cui reggia ferrarese si fece ammirare ‘per bellezza, eleganza e cultura’.

Così era il Rinascimento. Così era la Chiesa del Rinascimento. Essa si  riassunse in Alessandro VI, ma molti altri “servi servorum Dei” gareggiarono nel male con  lui.

Ulrico di Hutten, il cavaliere e umanista della Riforma, sostenne che l’Imperatore germanico, se avesse tolto ricchezze e potere temporale alla Chiesa e respinto le pretese teocratiche, l’avrebbe liberata e purificata. Dopo Lutero, che aveva annunciato “Eravamo tutti hussiti senza saperlo”, si concluse che l’anima tedesca era la più profonda perchè si ribellava a Roma. E il Riformatore aveva chiesto: “se castighiamo i ladri con la gogna e i grassatori con la spada, perché non assaliamo piuttosto questi mostri di perdizione della Sodoma romana, essa che corrompe la gioventù e la Chiesa di Dio?”.

 

Il ‘piccolo’ nepotismo 

l documento ‘Admonet nos’ di san Pio V Ghislieri condannò ufficialmente il nepotismo: e in effetti si chiuse quello che gli storici chiamano  “nepotismo maggiore”, per il quale i parenti di pontefici e cardinali si costituivano in dinastie ricche e sovrane di stati territoriali. I papi non conferirono più ai parenti feudi e signorie, ma cariche e benefici molto lucrosi. Fino al1870 l’aristocrazia romana traeva metà dei suoi introiti dalla rendita agraria dei latifondi -in genere ottenuti dalla Chiesa- l’altra metà dalle cariche, benefici e affari vaticani.  Fossero introiti importanti: lo dicono, soprattutto a Roma e nel Lazio, i palazzi principeschi, i giardini, i castelli, le ville che portano i nomi di papi e di cardinali.

Fu il cosiddetto piccolo  nepotismo praticato specialmente da Paolo IV Carafa, Paolo V Borghese, Urbano VIII Barberini (che però tentò di risuscitare il grande nepotismo), Innocenzo X Pamphili. La degenerazione nepotista declinò sensibilmente nel Settecento e quasi scomparve nell’Ottocento. Ci fu un modesto riaffioramento con Pio XI, che assegnò un marchesato ereditario a Francesco Pacelli, fratello di Eugenio Pacelli (Pio XII), cardinale e già designato segretario di Stato. Il marchese fratello ricevette da re Vittorio Emanuele il titolo di principe per sé e per i discendenti. Crediamo di ricordare che il principe Pacelli ricevette altre posizioni, tra le quali la presidenza della LAI. Linee Aeree Italiane (la futura Alitalia). Però NON abbiamo verificato.

L’ultimo pontefice a fare nepotismo su scala gigantesca fu Urbano VIII (1623-44). Gli undici anni del suo successore Innocenzo X Pamphili videro le lotte armate con i Barberini e i Farnese (guerra di Castro), nonché il singolare legame del papa con la cognata donna Olimpia, la persona più importante della Curia, cui andarono accuse di immoralità. Il nepotismo di Pio IV aveva almeno prodotto due grandi cardinali, Carlo e Federico Borromeo. Nel 1605, cinque anni dopo la morte sul rogo di Giordano Bruno, ci fu anche il breve papato di un altro Medici.

Sotto Gregorio XIV Ludovisi governava il cardinale nipote Ludovico, efficace promotore degli interessi familiari. Non dimenticarono i parenti Alessandro VII Chigi, morto nel 1667, e Clemente IX Rospigliosi. Clemente X Paluzzi-Altieri mantenne la tradizione di far governare al cardinale nipote. Innocenzo XI Odescalchi nepotizzò poco, combatté il lusso e le pompe, però gli Odescalchi divennero principi e duchi in Ungheria. Succedette Alessandro VIII che arricchì i parenti Ottoboni, mentre ebbe  qualche efficacia la bolla contro il nepotismo (1692) di Innocenzo XII Pignatelli. Gli Albani divennero potenti dopo la morte di Clemente XI. Peraltro furono molti i papi eletti in quanto appartenenti a famiglie ricche e potenti. P.es.nel Mezzogiorno i Pignatelli, i Caracciolo, gli Imperiali avevano possessi così vasti da richiedere piccoli eserciti privati.

Finalmente Pio VIII Castiglioni, eletto nel 1809, proibì ai parenti di venire a Roma. Probabilmente fu il primo così severo nella storia della Chiesa temporale. Per quasi un millennio e mezzo  la consegna era stata “bisogna far per la famiglia”.

Tra il 1215 e il 1512 si contarono nove grandi Concili per riformare la Chiesa, ciascuno attestante il fallimento del concilio precedente. Il concilio di Trento avrebbe confermato il fallimento di tutti e nove. Nel mezzo millennio che seguì il clero italiano fece pesare la sua assoluta preponderanza a danno delle altre nazioni cristiane: fatto evidentemente assurdo. Niccolò Machiavelli, maestro pessimo col suo “Principe”, aveva nondimeno ragione a scrivere che il papato romano aveva scristianizzato gli italiani. In effetti aveva insegnato loro, dopo lo smarrimento delle invasioni barbariche e le durezze dell’alto  Medioevo, che il potere fine a se stesso era più importante che la salvezza dell’anima. La nostra coscienza morale era morta. Per i secoli a venire la scelleratezza si era configurata come “il modo di vedere italiano”.

Tutto ciò, oltre a spiegare l’indifferenza degli italiani alla Riforma, aggravava il giudizio del mondo sulla pratica millenaria e perfettamente ingiustificata di riservare il papato a potenti ecclesiastici italiani, quasi tutti con un parentado da arricchire e da portare al rango di principi. I palazzi, i castelli, i cardinalati, i pontificati delle famiglie principesche, quasi tutte italiane, che vantarono papi dicono la storia del nepotismo con la forza assoluta delle cose.

 

In conclusione. Il rapido incanaglimento della massima Chiesa della storia, nata da una mangiatoia, dal rivoluzionario Discorso delle Beatitudini e dal Golgota, degenerata nel temporalismo e nella rapina dei poveri per arricchire i parenti è un’immensa tragedia che non ha trovato il suo Eschilo o il suo Shakespeare. Per non meno di dodici-quattordici secoli i vertici della Chiesa hanno tradito Cristo in molti modi. Temporalismo e nepotismo sono stati tra i delitti più gravi, anche se c’è l’uso di parlare piuttosto dell’intolleranza, dei roghi dell’Inquisizione, delle molte guerre dei papi. Le turpitudini della Chiesa di vertice sono tra i grandi drammi della vicenda umana: non meno gravi delle guerre e della miseria. Inutile dire che le plebi sottoposte alle  signorie nepotistiche erano tra le più povere e ignoranti.

Nulla potrà sminuire il senso drammatico del mea culpa di Giovanni Paolo II, l’8 marzo dell’anno giubilare 2000.

A.M.Calderazzi

SFOLGORERA’ A VILLA LUBIN LA VERA GRANDEZZA

Non parleremo del Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, per profferire indignazione contro un ente inutile: ad intermittenza profferisce la grande stampa, tutti sanno tutto. Forse Monti, se si sentirà temerario, tenterà di abolirlo.

Ricordiamo solo che il Cnel nacque nel 1957 per il dettato dell’art.99 della Costituzione (‘la più bella al mondo’ dicono con gli occhi lucidi i suoi innamorati). Sancisce il detto articolo che il Cnel è organo di consulenza delle Camere e del Governo: esprime pareri non vincolanti e può proporre leggi. 121 i consiglieri, nominati per cinque anni, senza limitazioni al numero delle riconferme. Raffaele Vanni, remoto leader della Uil, è in carica senza interruzioni dal 1958. Il consigliere Santaniello ha 92 anni. Non essendoci obbligo di frequenza, l’assenteismo è molto alto, ma l’emolumento viene pagato a prescindere. I dipendenti sono un’ottantina. 62 consiglieri sono o sono stati sindacalisti, 37 sono esponenti delle imprese, 10 del Terzo Settore, 12 professori o esperti. L’attuale presidente, l’ex-ministro Antonio Marzano, percepisce 160 mila euro l’anno, il decuplo del ragionevole, così come decupla del giusto è la prebenda dei consiglieri, non è chiaro se 1200 0 1500 euro mensili.

I giudizi dell’opinione pubblica non possono non essere condizionati dal fatto che da circa mezzo secolo nessuno chiede i pareri del Cnel. Nel 1997, quarantennale dell’Organo, i senatori Urbani e Vegas presentarono alla Bicamerale proposta di cancellazione dell’art.99 al fine di sopprimere il Cnel. Si levò il prevedibile sdegno e fu la Bicamerale a chiudere. Consiglieri e dipendenti vengono mensilmente consolati in euro del sommesso ma costante vilipendio nei confronti di questa che era stata pensata, non proprio come una terza Camera ma almeno come uno Sgabuzzino. Per somigliare un po’ alle legislature del parlamento, ogni quinquennio del Cnel si chiama, bizzarramente, ‘consigliatura’.

Non c’è dileggio che venga risparmiato allo Sgabuzzino costituzionale: ‘casa di riposo’, ‘ulteriore TFR per ex-sindacalisti, politici trombati, professori a caccia di consulenze’, ‘cimitero degli elefanti’, ‘cariatidi’, ‘circolo per il tressette di vegliardi’ (non è dato sapere se dotato o no di sala di rianimazione). ‘Lettera 43’, un quotidiano online, ha invocato: almeno gli esponenti delle imprese, che non hanno bisogno dell’emolumento e certo non hanno tempo di frequentare, diano l’esempio, si dimettano, chissà avvicinino la fine.

Abolire l’Organo è troppo complicato, occorre legge costituzionale. Il presidente della Repubblica è intervenuto in gran sussiego all’inaugurazione della Consigliatura corrente. Si vuole che il pontifex maximus del culto della Costituzione attenti ad una creatura dei Padri Costituenti? Eppure…Mai dire mai.

Veniamo al perché ragioniamo del Cnel. La sua sede è in una raffinata palazzina, opera di un importante architetto del 1908, sontuosamente arredata, nel cuore di Villa Borghese,  vicino al tempietto di Esculapio. Si chiama villa, o palazzo, Lubin, dal nome di un riccone nordamericano, un ebreo oriundo polacco, il quale nel 1908 convinse Vittorio Emanuele III a farsi patrocinatore dell’Istituto Internazionale di Agricoltura, una cosa allora seria, poi fagocitata dalla Fao. Il riccone donò la villa all’Italia. Se il capo dello Stato volesse ancora più bene all’Italia che, assieme a super Mario, ha intrapreso a salvare e a fare sobria, non dovrebbe trasferirsi a villa Lubin, in modo da mettere sul mercato il Quirinale, immobile di cattiva reputazione però valevole quanto un grande piano Nuove Carceri più vasti aiuti agli affamati del  Sahel?

Era più o meno una villa Lubin l’edificio che ospitava i presidenti della Bundesrepublik quando la capitale era a Bonn. Imitare Bonn non sarebbe un gesto sublime, tale da proiettare il Capo dello Stato nell’Empireo, il più alto dei cieli, immobile secondo le antiche dottrine?

Direte: a palazzo Lubin agiscono un paio di centinaia di persone, non c’è capienza per i duemila del Quirinale. Appunto, alleviare il Paese sofferente di circa 1800 mangiapane sarebbe la grandezza di re Giorgio. Direte: e le scuderie? Anch’esse liquidate, in pro del contribuente e a fomento della generale sobrietà. Giorgio e Donna Clio non cavalcano, e i suoi ciambellani si abbonino a un maneggio, non con la credit card della Presidenza.

Direte ancora, obiezione assai più grave: il Presidente è il comandante supremo delle Forze Armate; villa Lubin non ha spazi e non è ‘wired’ per la sala operazioni degli Stati Maggiori. Dove si impartirebbero gli ordini per la flotta di battaglia, per le divisioni corazzate dei nostri sfondamenti, per gli stormi di F-35 e di altri strumenti di pace previsti dalla più bella delle Costituzioni? Risposta: e il presidente USA non porta con sé una centrale operativa dovunque si rechi, in visita a Tokyo o a sciare nel Colorado? A bordo dell’Air Force One c’è tutto quanto serve per scatenare l’Armageddon nucleare. Sulla terraferma il Sommo posto mobile di comando di BushObama è su ruote. Da noi la Irisbus, industria di Stato, è senza commesse: le si ordini un Furgone Supremo per il Capo e i suoi marescialli. Quanto ai Corazzieri, essi sono rotti a tutte le asprezze. Montino tende nella location più vicina. Meglio ancora, siano mandati  a regolare il traffico.

Oh Presidente del 150°, compia il gesto che farà di Lei l’emulo di Cincinnato,  Marco Attilio Regolo, Pietro Micca, G.Garibaldi e di un ristretto manipolo di supplementari anime grandi!

Porfirio

UN PAPA ALLA LUTERO AMPUTERA’ L’IPERCAPITALISMO

A tentare di combattere il mercato, cioè il mondo come è, non abbiamo che un rimasuglio, la minoranza d’una minoranza: gli ultimi nostalgici o recidivi del comunismo; pazzi malinconici, lunatici assoluti. La sinistra raziocinante quale la conosciamo non esiste più come alternativa,  è rassegnata all’ipercapitalismo. Allora è vietato sperare?

E’ vietato disperare. Sorgerà una grande guida, capace di chiamare tutti, non una fazione. Non la esprimerà la politica, altrettanto fallita quanto la sua componente più cervellotica e settaria. La politica ha mancato tutte le sue prove. La esprimerà la metapolitica, un convergere di ideali, slanci ed  energie: svolgerà il ruolo che aveva la religione nei secoli lontani, partendo cinque e più millenni fa. Potrà esprimerla direttamente, magari non da sola, la religione moderna, se si rigenererà. Nonostante tutto la religione esiste, con un potenziale ingente, mentre le grandi ideologie del passato sono morte. Nell’Occidente religione vuol dire cristianesimo e, più concretamente, cattolicesimo. Se quest’ultimo farà la sua rivoluzione, la sua redenzione, riuscirà a ricacciare indietro l’ipercapitalismo. Tutte le altre ipotesi saranno cadute.

C’è un precedente storico che supporta questa previsione: la rivolta luterana. Martino Lutero ci insegna che cancellare quindici secoli di continuità è non solo possibile, ma facile. Affisse a Wittenberg le 95 Tesi contro le indulgenze, scritte nel latino dei teologi di allora, il 31 ottobre 1517. Entro la fine di dicembre apparvero e si diffusero edizioni delle Tesi a Lipsia Norimberga Basilea. Subito seguirono varie traduzioni in tedesco. Un partigiano di Lutero arrivò a scrivere: “Non erano passate due settimane che le 95 Tesi erano conosciute  ovunque in Germania, e in altre due settimane in tutta la Cristianità”. Iperbole, certo. Comunque Martino confessò che avrebbe scritto in modo diverso, meno accademico e non in latino, se avesse potuto prevedere tanto successo.

Entro il marzo 1518 stese in tedesco il “Sermone sulle indulgenze e sulla grazia”, vero e proprio manifesto operativo della Riforma protestante, sermone che ebbe una quindicina di ristampe nel solo anno successivo alle Tesi. Gli studiosi hanno calcolato che nei primi dieci anni della Riforma circolarono 7 milioni di opuscoli luterani. Le confutazioni dei papisti moltiplicarono l’efficacia degli scritti di Martino, i quali erano letti e commentati avidamente nelle case e nei luoghi pubblici, birrerie, botteghe, sedi delle gilde, veri e propri opifici. La Riforma trionfò sì per la personalità di Lutero, ma più ancora per la forza rivoluzionaria della sua causa, per l’assalto alla continuità del male.

Identica, anzi più irresistibile, causa avrà dalla sua il grande spirito che lancerà la rivoluzione cattolica del ritorno alle origini. Lo scalpore sarà enorme di fronte a un giovane pontefice mai entrato prima nei palazzi vaticani, demolitore di molte istituzioni, convinzioni, tradizioni stanche. Niente sarà più come prima per l’arrivo di un papa di rottura, il quale si senta destinato all’azione invece che alle allocuzioni sempre uguali, sempre inutili. Un giovane papa che voglia la Nuova Chiesa quasi opposta alla Vecchia, perciò fatta per conquistare il futuro, non per continuare a deperire. Una Chiesa che compia fatti, trasformazioni emozionanti, non operazioni mediatiche o raduni oceanici di fedeli. Che riproponga la povertà cristiana invece che il benessere consumistico e che, guadagnando prima le élites poi le masse alla povertà, cambi i valori e la vita a noi tutti. Un giovane condottiero che si senta figlio di Girolamo Savonarola  martire ribelle e poi santo, non di Pacelli e Montini.

La Chiesa della palingenesi cattolica sarà, anche per il suo passato di massima potenza religiosa della storia, senza confronti più possente delle 95 Tesi. Ma dovrà offrirsi come macchina d’assalto contro i misfatti antichi e moderni: ingiustizia, capitalismo, consumismo, edonismo, trasgressioni, dissacrazioni, miseria ideale, esasperazione dei divari sociali, guerre. Una Chiesa risorta -irriconoscibile per alcuni aspetti, fedelissima per altri-, impetuosa, non più identificabile con Roma, in qualche misura opposta ai propri due millenni, sbalordirà il mondo più di quanto fece un agostiniano d’eccezione che all’inizio scriveva in latino, per qualche decina di teologi.

Si usa sottolineare che la ribellione luterana trionfò perché trovò un’alleata tecnologica preziosa, la stampa, inventata pochi decenni prima. Ma la Rivoluzione cattolica si alleerà con altre e più  irresistibili tecnologie. I computer hanno già cominciato a deviare la storia e ad abbattere regimi.

l’Ussita

LETTERA DA UN CENOBIO

Caro Amico,

quella volta che entrammo insieme nella Thomaskirche di Lipsia, ti osservai attentamente. Non mi apparisti né il semplice turista coltivato, né il melomane in pellegrinaggio alla tomba di Johann Sebastian. Piuttosto l’ostaggio della fede/della ricerca della fede (sono la stessa cosa: lo ha sanzionato Ratzinger teologo in chief).

Passarono 43 anni, e poche settimane fa parlavamo tu ed io di casi foschi del nostro tempo. Dovetti dire qualcosa di nichilista, cui rispondesti con voce quasi inaudibile. Afferrai solo “Chiesa”. Non ebbi il coraggio di incalzarti.

Così ti faccio oggi la domanda grossa: ti aspetti qualcosa, oggi, dal senso religioso della vita? Se sì, come azzardo, ecco che sei un testimone decisivo. Nessuno che io conosca o immagini è più di te posseduto dalla ragione critica; nessuno è più vigile contro gli slanci e gli empiti. Allora ti tocca rispondere: cos’è, oggi, il senso religioso del vivere? Cos’è in particolare per un chierico, per un laico?

Quanto a me, è come se vivessi uguale dal giorno che Martino agostiniano affisse le tesi a Wittenberg; anzi dai giorni di Jan Hus, di Wycliffe, dei bogumili, di cento altri eretici: avvinto dall’epifania cristiana, dalle sue liturgie, però odiatore dei troppi secoli della Chiesa sfrontata signora delle cose del mondo. Forse ricordi certe pagine del Confronto: tra l’altro si parteggiava per i francescani disobbedienti di ‘Frères du Monde’, figli di Michele da Cesena. Quarantasei anni dopo, le volte che per volontà di umiliarmi mi inginocchio davanti al confessore, mi professo protestante di rito cattolico. Non vengo sgridato. Una volta sola l’assoluzione fu sostituita da un paterno ‘Buona Pasqua’.

In questo quadro clinico, è logico per me sentire commiserazione per gli atei, per gli indifferenti assoluti, per quanti si fermano all’evidenza della Chiesa grande e torva centrale di potere. Senza capire che persino quest’ultima colpa potrebbe realisticamente destinare il cattolicesimo a grosse cose, di nuovo, come ai tempi di Ildebrando da Soana.

Mai come oggi, spente le ideologie che imperversarono, il pensiero religioso (o la semplice tenerezza per la fede di due millenni e, perché no, dei millenni precursori, di Dei pagani) ha la chance di alzarsi dalla prostrazione, di offrirsi come guida e come riferimento. Molte pecore smarrite accorrerebbero. Molti giovani gioirebbero di salvarsi dal nulla. Molti odifreddi arrossirebbero d’essere miscredenti in modo così banale.

Caro Amico, hai più dottrina e più carisma di molti. Vorresti esprimerti, anche insegnare, su perché non darla vinta né ai tersiti odifreddi, né al materialismo consumista ed ebete? Vorresti, tra l’altro, utilizzare l’umile Internauta per una ‘collana’ di riflessioni (di chi volessi) sul ritorno del Numinoso, magari più fatto di ditirambi a Pan che di novene, più di Cibele e di padre Kolbe che di Padre Pio?

Quanto a me, metterei ancora più lena a scrutare l’orizzonte, se arrivi un papa trentenne mai entrato nella Curia, sovvertitore della continuità dunque rivoluzionario, dunque rifondatore del Cristianesimo.

Ma se questo mi assegnerai, compilerò cronache annalistiche sui copti, sui catari o sui miei compaesani hussiti.

Ove vorrai dire no, meglio tu me lo dica a casa mia, così ci beviamo sopra in agape.

Antonio Massimo

tuo seguace nel cenobio in Tebaide

OLIMPIADI 2020: POSSIAMO PERMETTERCI DI SPRECARE L’OCCASIONE?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Paese è pervaso da una oscura e crescente sindrome depressiva che inibisce ogni iniziativa, ogni speranza, ogni sogno, ogni volontà di riscatto e di rinascita. Il decreto sulle liberalizzazioni è un provvedimento serio e contiene anche un paio di cose importanti. Ma non è accettabile far credere che questo sia lo strumento per far rinascere il nostro Paese. Occorre invece far emergere la voglia di accettare le sfide, di reagire alla depressione contabile, di rimettere al centro dell’interesse non i contabili dei costi ma i creatori, i produttori, gli ingegneri, gli scienziati, i giovani, gli sportivi. E quindi: possiamo permetterci le Olimpiadi 2020 a Roma? La risposta è: non possiamo permetterci il lusso di non partecipare.

“Sono gli uomini che fanno la polis, non le mura o le navi deserte”
(Generale ateniese Nicia 413 a.C. dopo la disfatta della spedizione ateniese in Sicilia)

“Vorrei sapere che cosa pensa della partecipazione di Roma alla gara per le Olimpiadi 2020? Possiamo permetterci questo lusso con i tempi che corrono?”. Chi mi fa questa domanda al telefono è un bravo giornalista. Cerco di intuire che tipo di risposta si aspetti da me, forse negativa, ma non ne sono certo. In ogni caso la mia risposta è immediata e senza incertezze. Gli rispondo: non possiamo permetterci il lusso di non partecipare. Ed è una risposta che si inquadra nella mia visione del Paese in questa fase storica.
La principale malattia del nostro Paese è, oggi, la oscura sindrome depressiva che sta montando giorno dopo giorno. Da un Paese, in parte, pieno di irresponsabili e spericolati spacconi, del tipo comandante Schettino, ci stiamo, giorno dopo giorno, trasformando in un Paese di contabili dei costi, ossessionati dalla sindrome contabile, che il maestro di economia Caffè criticò, con preveggenza, in alcuni dei suoi ultimi scritti. Intendiamoci: che dobbiamo tutti fare un grande sforzo per controllare e, in parte, riequilibrare i nostri deficit, pubblici e privati, va da sé. Ma che lo dobbiamo fare recitando, tra le lacrime e strappandoci i capelli, un lacrimoso “confiteor”, schiacciati da una cappa depressiva che ci inibisce ogni iniziativa, ogni speranza, ogni sogno, è una malattia contro la quale è necessario reagire. Ma soprattutto è grave malattia mentale pensare sempre e solo ai costi e mai ai ricavi.

È così infatti che matura la convinzione “non possiamo permetterci il lusso” di partecipare alla gara per le Olimpiadi 2020; di realizzare l’Expo 2015; di investire nei nuovi stadi (come hanno fatto tutti i Paesi europei); di investire nella ricerca scientifica; di rinnovare il centro delle nostre grandi città; di investire nelle scuole, sviluppando nelle stesse programmi di musica, sport, lingue; di investire negli asili nido dei quali c’è una carenza drammatica a prezzi ragionevoli, almeno nelle grandi città; di rammodernare i nostri porti; di produrre programmi televisivi culturali o, comunque, decenti e tante altre cose che servono per migliorare il presente e preparare il futuro, per difenderci contro l’ebetismo totale che rischia di travolgerci tutti, per alimentare i sogni e le speranze dei giovani.

Io ero giovane quando assistetti a tutte le olimpiadi romane del 1960, le ultime olimpiadi umane della storia. Ricordo benissimo quanto enorme entusiasmo sollevarono in noi, giovani di allora, queste meravigliose olimpiadi, il grande volo di Berruti, la scoperta di Cassius Clay, le lunghe gambe nere della Rudolf, ma anche l’orgoglio che tutto questo avvenisse da noi, nella nostra bellissima Roma e che ci fosse tanta gente che imparava, così, cosa era Roma e l’Italia! Io ricordo benissimo il contributo straordinario che quelle Olimpiadi diedero per trasformare Roma da una sonnacchiosa città di ministeriali e di preti in una metropoli moderna.

Ma davvero crediamo veramente che lo sviluppo ed il lavoro per i giovani verrà da 500 notai in più, da qualche taxi in più, da qualche avvocato che non è più tenuto ad applicare le tariffe ufficiali? Lo sviluppo verrà solo realizzando tutti gli investimenti necessari, alimentando i sogni dei giovani, investendo in ricerca e innovazione, cioè facendo esattamente tutte le cose che la sterminata corte di contabili dilettanti che ha invaso l’Italia, ci dice essere un “lusso che non possiamo permetterci”. Ed invece il vero lusso che non possiamo permetterci è spendere 30 miliardi di euro ogni anno per prepararci ad una guerra che non combatteremo; lasciare infiltrare, in misura ormai allarmante, nella nostra sanità centinaia e migliaia di ladri e di incompetenti che offuscano e umiliano i tanti bravissimi operatori sanitari che, come angeli civili, tengono su la baracca, e che spingono all’emigrazione i nostri giovani più in gamba; alimentare un costo della politica tra i più alti ed oppressivi del mondo; tollerare senza combatterla una corruzione che non ha eguali tra i Paesi ad economia sviluppata; svendere continuamente il nostro territorio e il nostro patrimonio naturale e culturale alla speculazione immobiliare.

Mettiamo, dunque, mano a queste ed altre vere e proprie piaghe bibliche del nostro Paese e vedrete che potremo partecipare alla gara per le Olimpiadi 2020, ed a tanti altri investimenti, che alimentano speranza e sviluppo.

Jean Gimpel è uno storico francese che si è dedicato soprattutto agli sviluppi tecnologici e industriali del Medio Evo. Il suo denso libretto – “La révolution industrielle du Moyen-Âge “(Éditions du Seuil, 1975) – è ancora oggi una miniera di notizie e di stimoli importanti. Gimpel illustra lo straordinario sviluppo economico europeo nei primi tre secoli dall’inizio del millennio e ne individua le radici nel fervore operativo che dominava in tutto il continente, trainato dal nuovo spirito imprenditoriale e dagli sviluppi tecnologici (l’albero a camme è del X secolo e poi seguono, tra gli altri, i mulini di ogni tipo, i caminetti, gli occhiali, l’uso del carbone per l’industria, l’orologio astronomico, l’impiego del cavallo in agricoltura, la bussola). È l’epoca in cui, in genere, anonimi architetti costruiscono le più importanti cattedrali d’Europa, capolavori artistici e tecnologici.

Gimpel analizza poi il lungo periodo di decadenza dell’economia europea, dovuto a bruschi cambiamenti climatici che causarono diffuse carestie, la peste nera (portata in Europa da mercanti genovesi nel 1347), le continue svalutazioni e le crisi finanziarie con il fallimento di molti banchieri, la guerra dei cento anni, la spaccatura della cristianità. E come conseguenza di tutto ciò il montare della demoralizzazione e la graduale perdita di interesse per l’innovazione e per la tecnologia: “Un des grands malheurs de l’histoire de l’humanité est qu’une société vieillissante, dans son désire de jouir de la paix, se détourne de la technique”.

Forte di questa affascinante strumentazione concettuale, messa a punto nel corso dei suoi studi sullo sviluppo economico e tecnologico nella Francia medioevale, Gimpel, nel 1956, tenne una memorabile conferenza a Yale nella quale predisse che, negli anni Settanta gli Stati Uniti sarebbero entrati in una era di declino, che il dollaro sarebbe stato svalutato e che la leadership tecnologica sarebbe stata assunta da altri popoli. Nessuno lo prese seriamente, ma a metà degli anni Settanta fu rinvitato negli Stati Uniti per spiegare come aveva fatto a prevedere ciò che si era poi verificato. E Gimpel documentò la sua posizione con una serie di fatti che segnalavano il crescente disimpegno del popolo americano dall’innovazione e dalle grandi sfide tecnologiche:

«Dès mon arrivée aux États-Unis je remarquais que le dynamisme traditionnel de ce pays déclinait rapidement. L’idéal américain de la libre entreprise et l’hostilité au pouvoir central étaient partout battus en brèche. Des groupes de plus en plus nombreux faisaient appel au gouvernement fédéral. Le nombre de fonctionnaires – fédéraux, des états et locaux – dépassait 7 millions. I y avait proportionnellement, moins de self-made men car de plus en plus de fils héritaient des affaires de famille. Les hommes d’affaires faisaient des déjeuners de plus en plus longs. Les Américains n’avaient plus cette ambition, souvent caractéristique des nations jeunes, de construire toujours plus grand ou plus haut, de battre des « records du monde ». L’esthétique du Lever House Building contrastait avec l’Empire State Building. Les Américains, à cette date, étaient moins passionnés par de nouveaux gadgets et le culte du neuf avait moins de prise sur eux. Ce déclin du dynamisme influait et pesait sur le développement technologique du pays sans que la population elle-même, et les étrangers en visite soient conscients de cette évolution».

Il neocapitalismo reaganiano reagirà a questa involuzione, ma spostando tutto il potere sul fronte della finanza invece che sul fronte dell’industria e della tecnologia, preparerà le basi del disastro scoppiato nel 2008.

La rilettura di Gimpel mi ha riportato a rileggere anche la stupenda relazione che Carlo Cattaneo tenne alla Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri di Milano, nel 1845, dal titolo: “Industria e Morale”. Cattaneo rivolge qui un vigoroso invito agli italiani ed ai milanesi a impegnarsi sul fronte dell’innovazione e della tecnologia, a credere al moto e non alla quiete, a osare, a “permettersi il lusso” di erigere i propri templi, e conclude con parole che dobbiamo tutti rileggere e meditare:

“Pur troppo vi è chi collocando la felicità delle genti non nel moto, come è il desiderio dell’universa natura, ma nella quiete della fossa, vorrebbe che le cose umane fossero tutte con inviolabile norma prefinite. Vorrebbe dunque un magisterio d’arte che numerasse i fili d’ogni tessuto; vorrebbe un’architettura che comandasse anzitempo a tutte le combinazioni della vita; vorrebbe un grado di dovizia perpetuo nelle famiglie; una filosofia di sillogismi perenni, ai quali attingere tutti i particolari della scienza; un dizionario infine nel quale s’impietrisse perfino la parola; sicché un’inesorabile predestinazione aggravasse tutti i pensieri e tutte le speranze dell’uomo. Ma infelice quella generazione che si proponesse d’essere in tutto come furono i suoi padri! Poiché, quando quelli avessero pure sfolgorato d’ogni valore e d’ogni gloria, i figli, finché nulla aggiungessero alle loro imprese, rimarrebbero tanto da loro degeneri, quanto l’inerzia è diversa dall’opera, quanto l’immobilità è diversa dal moto…. Quindi è necessità, necessità morale, che ogni generazione inalzi i suoi templi e i suoi archi, e modelli le sue sculture, e apra nuove vie per alpi e per lagune, e inarchi nuovi ponti non solo ormai sui fiumi, ma sui laghi, ma sui mari, e non solo sopra lo specchio delle aque, ma fin per disotto ai tetri loro gorghi. È mestieri che a forza d’ardimenti e di temerità l’uomo si trovi di repente dubitoso e smarrito a fronte d’immediati ostacoli, affinché il genio allora si svegli, e si avvegga di sé, e affronti con nuovi pensamenti la vecchia natura. E perché questa salutevole palestra delli animi dia nervo a tutto un popolo, e diffonda perfino nell’ultima famigliola il polso d’una vita sollecita e intensa, bisogna che tutta la legione delle arti utili si rinovelli a ora a ora dietro i quotidiani della scienza”.

Sotto la pressione del gigantesco esercito persiano, gli ateniesi dovettero sgombrare Atene, nel 480 a.C., favoriti dal sacrificio degli spartani di Leonida che alle Termopoli guadagnarono un po’ di tempo prezioso, e permisero agli ateniesi di rifugiarsi nelle isole. Dopo la gloriosa e mirabile vittoria di Salamina gli ateniesi ritornarono nella loro città. Nelle discussioni sul da farsi ci fu chi propose che la prima grande cosa da fare fosse quella di erigere un grande tempio sull’Acropoli per ringraziamento agli dei e per ricostruire il grande tempio precedente, innalzato da Pisistrato, e distrutto da Serse. Ma all’Areopago dissero: non ci sono i soldi. Allora Pericle si offrì di finanziare personalmente il tempio. Ma l’Areopago gli negò questa possibilità, dicendo che il tempio era un bene cittadino e che, come tale, doveva essere finanziato da tutta la città. E così l’Areopago si ingegnò, i soldi vennero fuori ed all’umanità fu donato il Partenone.

Forse la nostra Italia non può costruire il Partenone, non per mancanza di architetti di talento, né per mancanza di soldi perché, alla fine, i soldi vengono sempre fuori (persino in Grecia dove, oggi, il Partenone lo affittano), ma per mancanza di cervello, di volontà, di morale. È questo ciò che, innanzi tutto, dobbiamo ricostruire. La voglia di accettare le sfide, di reagire alla depressione contabile, di rimettere al centro dell’interesse non i contabili dei costi ma i creatori, i produttori, gli ingegneri, gli scienziati, i giovani, gli sportivi. Tutto ciò che è vita, speranza, sogno, desiderio, volontà di riscatto e di rinascita. Il decreto sulle liberalizzazioni è un provvedimento serio e da approvare e contiene anche un paio di cose importanti. Ma far credere che questo sia lo strumento per fa rinascere il nostro Paese , questo no, non è accettabile.

Non esauriamo le nostre risorse intellettuali ed emotive in queste che sono, in gran parte, battaglie di retroguardia. Come la penosa battaglia dei taxi. Pensiamo alto, pensiamo in grande, pensiamo alle cose che i contabili ci dicono essere “un lusso che non possiamo permetterci”. Come le Olimpiadi a Roma nel 2020.

Marco Vitale
da AllarmeMilanoSperanzaMilano 

THE HOUSE OF FREEBOOTERS

Premessa l’irrilevanza assoluta, ai fini della bonifica del Paese, della legge elettorale, dunque della proibizione del referendum che voleva cambiarla, sono due gli interrogativi che ci confrontano, densi di destino: 1) ci salveremo dal default?;  2) il detenuto, più o meno temporaneo, Nicoli Cristiani Franco, quanti uomini politici italiani incarna, pochi parecchi  quasi tutti?

Proviamo a rispondere al 2: qui abbiamo le certezze che mancano all’1. Nicoli Cristiani è stato incarcerato con un’accusa di tangenti circostanziata, altrimenti la limitazione della libertà non sarebbe stata concessa. Mantiene la qualifica di eletto del popolo, nobilitante per alcuni (pochi) bamba, infamante per i più, compreso chi scrive. I legali hanno sostenuto con la carta bollata che il loro assistito ha comunque diritto a una liquidazione di 340 mila euro, più un vitalizio mensile di 3700 euro, quest’ultimo da ricevere con decorrenza immediata. Per la loro azione i suddetti legali vanno accreditati di un doppio merito: a) far risaltare l’assurdità del vitalizio per gli eletti, b) contribuire a dimostrare la necessità di cancellare (al di sopra del livello dei sottoproletari) i ‘diritti acquisiti’.

I diritti acquisiti sono un baluardo, un Vallo Atlantico, a difesa della malavita politica. Mai il letamaio sarà svuotato se resteranno i diritti acquisiti, la sovranità del parlamento, i precetti della Costituzione.  Al punto cui siamo, il sistema delle leggi imposte dal Mob è nemico dell’uomo e del popolo. Summum Jus Summa Iniuria. Per esempio, il caso Malinconico e il caso Patroni Griffi confermano che anche la burocrazia di vertice è malata, esposta alle tentazioni, al meglio inaffidabile. Andrebbe sottoposta a una terapia shock: il Terrore.

Da quando è nato, Internauta propone spesso la decimazione dei  mandarini: destituire un burocrate su 10, sull’ipotesi di corruzione; salvo, a cose fatte, il diritto del decimato di dimostrarsi innocente. Il monito ai nove scampati sarebbe infallibile, e i vuoti nel Civil Service sarebbero colmati da elementi più giovani, meno costosi ed efficacemente ‘programmati’ ad essere onesti.

In attesa della riforma rivoluzionaria che abolisca le elezioni, dunque il mestiere della politica, anche i suoi professionisti andrebbero decimati da subito. Oltre a tutto i procedimenti o i sospetti a loro carico sono così numerosi che la decimazione andrebbe più sul sicuro, rischierebbe meno di colpire ingiustamente.

Torniamo al consigliere regionale dell’incipit. Quanti politici italiani incarna, pochi parecchi quasi tutti? Nessuno ha la risposta esatta. Però è sicuro che, specie dopo il no ‘ndranghetesco della Cupola dei deputati all’arresto di uno di loro, chiesto dalla magistratura, per l’uomo della strada il politico è un poco di buono. La più recente ricerca Demos, diretta da Ilvo Diamanti, attesta una fiducia del Paese nei partiti scesa sotto il 4%. Il voto sull’arrestabilità di un deputato ha confermato che il parlamento delibera su categorie, riflessi e istinti delinquenziali, in funzione esclusiva degli interessi partitici e personali. Testualmente questo ha dichiarato il 13 gennaio il politologo Carlo Galli: i partiti e il parlamento hanno perso ogni capacità e funzione politica. Rimane loro solo il basso potere.

Quale altra prova ci manca per convincerci che i vari Nicoli Cristiani rappresentano quasi tutti i politici di carriera? Che le Camere ed ogni altra assemblea vanno svuotate di questi  ultimi e-previe le sacrosante correzioni, mutilazioni, avocazioni ed altre misure draconiane- andrebbero reclutate per sorteggio e per turni molto brevi tra cittadini qualificati, anch’essi passibili di decimazione?

Anche per colpa nostra, abbiamo una classe politica di farabutti. Nel definire il farabutto “individuo capace di ogni malazione”, il vocabolario Devoto-Oli gli fa troppo onore rimarcando che la parola deriva dal basso tedesco Freibeuter, predone. Troppo onore pure dal Webster’s Dictionary: “Freebooter, D, da Vrijbuiter, One who goes about plundering”. I pirati e predoni del passato meritavano qualche simpatia (v.Salgari) perché quando catturati venivano subito appesi a un pennone. Il nostro freebooter, a fine carriera, rischia al più la presidenza di un ente sfigato. Ma il vitalizio, segno di apprezzamento per i servizi resi, resta e li consola cash.

A.M.C.

SE IL PAPA LASCIASSE ROMA

La discontinuità più sacrosanta

Sessant’anni fa, 28 maggio 1951, due preti  operai furono arrestati a Parigi per atti di violenza durante una  manifestazione contro il generale americano Ridgway. Fu forse la situazione limite di un impegno a sinistra di segmenti del clero francese, impegno che aveva ricevuto sostegno da due cardinali e da vari prelati minori. Quell’anno stesso il nunzio apostolico a Parigi card. Marella notificò a 26 vescovi la soppressione totale dei preti operai. Del resto il 28 giugno 1949 il Santo Uffizio aveva decretato la scomunica per tutti coloro che diffondevano le dottrine materialiste del comunismo.

Passò una dozzina d’anni, venne il Concilio e udimmo il cardinale tedesco Agostino Bea, una delle guide del rinnovamento, affermare in un discorso pubblico: “La libertà dell’uomo vuol dire il suo diritto di decidere del proprio destino liberamente, secondo la propria coscienza. Da questa libertà nascono il dovere e il diritto dell’uomo di seguire la propria coscienza, al quale dovere e diritto risponde il dovere dell’individuo e della società di rispettare questa libertà e autodecisione”.

Gli ambienti conservatori insorsero: il porporato germanico era andato oltre la carità verso l’errore, aveva affermato insindacabile la coscienza individuale; laddove il cattolico aveva sempre dovuto inchinarsi alla Chiesa, interprete unica della Parola Rivelata. La tradizione della Chiesa non ammetteva la libertà dell’errore e del male. Ma il card. Bea andò per la sua strada.

Alla fine del 1963 lo sentii precisare, nella sala affrescata dal Tiepolo del palazzo dell’Ispi dove lavoravo, che chi erra in buona fede, anche in materia religiosa, adempie di fatto la legge morale e quindi la volontà di Dio, secondo la propria retta coscienza. Di fatto il cardinale rivendicava il valore universale della più alta tra le enunciazioni di Lutero suo conterraneo: il rifiuto dell’intermediazione ecclesiastica, per di più autoritaria, tra l’uomo e il Padre.

Sono trascorsi 49 anni. I Pontefici hanno ripetutamente ammesso che la Chiesa può sbagliare proprio là dove insegna: per esempio condannò Galileo, per esempio mise a morte cristiani che ora veneriamo come santi. Il cardinale germanico ha vinto. Un cristiano di oggi, che può fare se non prendere in parola sia il porporato tedesco che riabilita la conquista centrale della Riforma luterana, sia i papi che chiedono perdono per la Chiesa?

Ed ecco una delle conseguenze che discendono dal sessantennio di riflessione cristiana seguito alla scomunica di cui sopra: è giusto sostenere che il Papato dovrebbe abbandonare Roma e alzare la Tenda biblica altrove. Meglio fuori d’Italia, dove troppi misfatti furono commessi al vertice della Chiesa. Che la gestione del cattolicesimo sia stata appaltata soprattutto all’alto clero italiano, espresso prevalentemente dal patriziato nazionale, è un drammatico, lunghissimo errore che presto un pontefice confesserà. Abbandonare Roma avrà il senso di ripudiare nel concreto- non solo con le parole lette davanti alle telecamere- una tradizione bimillenaria di Chiesa principesca, non evangelica, a lungo turpe, sempre mondana.

Sarà un trasloco sofferto oltre che materialmente difficile, ma una nuova vita nascerà. Presto la Chiesa avrà vergogna dei palazzi che sono il suo passato. La Chiesa avrà orrore di quel cognome arrogante “Burghesius” fatto scolpire a lettere gigantesche da Paolo V, un fuoriclasse del crimine di nepotismo, sulla facciata di San Pietro, la meno santa di tutte le basiliche. ‘Burghesius’ farà  un figurone come insegna dello shopping center più fastoso della terra che si aprirà nel chiesone di Paolo V Borghese, dopo la vendita a chi paga meglio e dopo il trasloco del Servo dei Servi di Dio. Troppo tardivamente Paolo VI vendette per beneficienza il Triregno, la tiara delle usurpazioni.

Qualunque altro angolo della cristianità andrà bene per la tenda del Vicario. Tenda, non reggia. E’ buona cosa che in quell’altra reggia, sul Quirinale, sieda un caponomenclatura invece che un papa.

l’Ussita

(trascrivendo dal settimanale SVOLTA, 1997)

CORTINA INSEGNA: ORA LEGGI SUNTUARIE

“La ricchezza non va demonizzata. La ricchezza è un valore”. Il presidente Monti la mette così, ed è il verbo Bocconi/Yale. Ma è un verbo da respingere. La brama della ricchezza è la condanna che l’uomo si porta addosso dal giorno della Creazione.

In astratto questo discorso non potrebbe essere più banale. Calato nel concreto, banale non  è. I media liberalplutocratici si sono chiamati a crociata contro i blitz dell’Agenzia delle Entrate a Cortina, a Portofino, ad altri santuari della fede edonista-tamarra. Le parole d’ordine: no alla demagogia, al pauperismo, allo stato di polizia, all’invidia sociale, eccetera. Persino Radio 24, voce della Confindustria, ha sentito il dovere di contrastare questa mobilitazione contro il Fisco: le retate alla Cortina, ha argomentato, non sono contro la ricchezza, sono contro l’evasione delle tasse, che è un reato e un danno agli altri contribuenti.

Brava Radio confindustriale, il suo è un intento altamente civico. Però se i blitz alle pagode di Mammona devono avere una valenza didascalica contro l’ideologia del lusso, non vanno limitati al perseguimento della renitenza fiscale. Il possesso e l’ostentazione  della Porsche della Barca e del Suv vanno colpiti anche in chi non evade. Il rifiuto del superfluo egoista non è invenzione moderna. Lo sappiamo dalla terza elementare che le società antiche imponevano leggi suntuarie, il cui fine non era tanto di allargare gli introiti fiscali, quanto di moralizzare il comportamento dei ricchi.

Quelle della repubblica romana antica furono una cosa seria, sorta nel contesto virtuoso dei quiriti contadini e guerrieri vittoriosi.  Non avrebbero costruito l’impero senza il nerbo della morale pubblica. La difesa dei costumi, difesa anche dalle tentazioni del lusso, era tra i compiti principali dei due censori, al vertice della classe di governo. Fino al 350 furono esclusivamente patrizi, scelti tra personalità che avevano raggiunto il consolato.

Oggi, nella fase più matura cioè senile dell’ipercapitalismo consumista, combattere gli eccessi di elitismo e di ostentazione ha un senso che va oltre la lotta all’evasione. Meritano la gogna anche quanti le tasse le pagano ma scelgono di contrapporsi alla misura, alla sobrietà, alla coscienza ecologica del ceto medio-modesto, la ‘classe generale’ delle società occidentali.

Nell’economia italiana le produzioni legate al lusso, alla moda, agli sport venali e volgari sono egemoni, ma ciò è patologico. Vanno tollerate solo in quanto alimentino correnti d’esportazione; sul piano interno andrebbero disincentivate. Chi produce alcoolici, tabacco, caffè e farmaci , non si presume consumi poco i suoi prodotti?

Plauso altissimo dunque ai blitz quotidiani. Avranno effetti recessivi nei comparti meno onorevoli, ma faranno bene all’anima. E a nessun lavoratore del lusso si neghi un modesto sussidio, uguale  per tutti, quando perde il lavoro.

Porfirio

EROI POSITIVI, NEGATIVI E PUTATIVI

Per capirci meglio

Beato quel paese che non ha bisogno di eroi, avvertiva Bertolt Brecht. Se davvero è così, abbiamo una buona ragione in più per considerare l’Italia lontana da uno stato di beatitudine. Il nostro fabbisogno di eroi deve infatti essere elevatissimo a giudicare da quanto si legge sulla stampa e si vede o si sente per radio e alla TV. Quel titolo d’onore viene assegnato con tanta frequenza da far credere, in certi momenti, di essere tornati ai tempi in cui Omero cantava da par suo la guerra di Troia. E, beninteso, da consolarci almeno in parte per l’impressione altrettanto frequente di vivere in un’epoca brulicante di antieroi.

Qualche esempio dalle cronache più recenti. Tutti ormai sanno tutto dell’eroe positivo del naufragio della Costa Concordia, il capitano Gregorio Maria De Falco, che oltre a fronteggiare con energia e abnegazione il disastro dell’isola del Giglio ha avuto il merito di dire il fatto suo all’eroe negativo della stessa vicenda, l’altro capitano di cui è superfluo declinare le generalità, ormai familiari dal Nebraska alla Cocincina. Eppure il positivo è anche il primo, giustamente, a schermirsi, sostenendo di avere fatto soltanto il proprio dovere, magari con un po’ di enfasi in più, giustificata peraltro dalle circostanze. Ma quello che fare il proprio dovere tenda a diventare eroico sembra più di un sospetto.

Quanto alla controparte, come scandalizzarsi, nella fattispecie che il “capitan codardo” costituisca solo l’ultimo e clamoroso caso di mostro sbattuto in prima pagina dai media di tutto il mondo? Certo un po’ si esagera, almeno quantitativamente, dimenticando che anche i mostri hanno diritto a qualche difesa, almeno giuridicamente parlando, e che l’accanimento su un singolo individuo rischia di mettere in ombra altre corresponsabilità. Accade però che il personaggio venga difeso a spada tratta dai suoi concittadini sorrentini e addirittura esaltato a sua volta come eroe per nulla negativo, contro ogni evidenza e logica.

Tanto più, allora, sembra inevitabile disperare delle patrie sorti, anche senza tirare in ballo Brecht, tenendo conto che il caso non è affatto inaudito. I precedenti di solidarietà a prescindere non si contano, dai compaesani toscani di Silvano Moggi che sfilavano a lume di candela, come i pacifici rivoluzionari di Praga nel 1989, per manifestare la loro devozione al direttore sportivo che comprava arbitri e truccava partite per far vincere la Juventus, alle donne napoletane che gettavano corpi contundenti sulla polizia a caccia di camorristi nei quartieri spagnoli.

Per non parlare, naturalmente, della politica, dove rimarrà negli annali il voto con cui la vecchia maggioranza governativa proclamò compatta che l’ex premier credeva davvero che un’allegra ragazzotta marocchina a lui cara fosse la nipote del poi malcapitato Mubarak. Guarda caso, tuttavia, il sullodato ex premier appartiene a quel Partito popolare europeo i cui rappresentanti al parlamento di Strasburgo si sono schierati a difesa di Viktor Orban, suo ex omologo ugualmente affiliato al PPE e impegnato a smantellare la democrazia ungherese dopo avere combattuto il regime comunista.

Mal comune? Solo fino ad un certo punto, perché sempre a Strasburgo Mario Borghezio, ben noto gladiatore leghista nonché “uomo di grandi valori, posato ed affabile” (così si legge sul web), ha superato tutti invitando Orban, xenofobo oltre che autoritario, a venire in Padania dove sarebbe ospitato “come un eroe”. Allegria.

Nemesio Morlacchi

RE GIORGIO TI CHIAMANO? E TU PROCLAMATI

Anticipiamo un po’ il bilancio del settennato Napolitano. Una cosa davvero storica ha fatto Giorgio: dopo avere regnato all’unisono con la casta che lo elesse e i cui misfatti omise di punire: ha deposto il Cagliostro di Arcore, ha insediato Mario Monti, ha lanciato il superiore concetto di governo dei tecnici. Orbene, qui e lì, grande stampa internazionale compresa, si è preso a chiamare ‘re Giorgio’ chi ha compiuto queste eccellenti azioni.

Se mi si consente di fare più ariosa l’analisi politica, vedo con favore qualche prossimità tra Giorgio e Luigi Napoleone, figlio di un quadriennale re d’Olanda. Egli figlio il 10 dicembre 1848 fu eletto presidente della repubblica francese, ma il 2 dicembre 1851, una settimana prima che gli scadesse il mandato, fece il colpo di stato. Arrestò i principali avversari, sciolse l’Assemblea nazionale, indisse un plebiscito che ratificò il suo operato -7,5 milioni di suffragi allora erano tanti- e gli conferì i pieni poteri (senza pieni poteri Mario Monti si troverà a zappare senza zappa). Ancora poche settimane e una nuova Costituzione prolungò a Luigi Napoleone il mandato per dieci anni. Il 2 dicembre un altro plebiscito lo proclamò imperatore dei francesi.

Giorgio perché non farebbe qualcosa di simile? Per avere giurato fedeltà alla Costituzione? Anche Luigi Napoleone aveva giurato. Per mancare dell’eccezionale legittimazione che a Luigi veniva dall’essere un Napoleonide? Ancora più forte sarebbe la legittimazione di volere scacciare i Proci usurpatori e salvare la Patria, anzi di avere già cominciato a salvarla scongiurando o rinviando il default. Altrimenti è certo che i capitribù parlamentari staccheranno la spina a Monti appena proverà a essere Monti sul serio. La logica del nuovo corso vorrebbe i pieni poteri al governo. Se re Giorgio indirà un paio di referendum bonapartisti, con gli indici di popolarità che si ritrova, e con l’odio che sta montando verso la politica che ci opprime, chi non crede che trionferà?

Non si curi, il Predestinato a salvarci, della consuetudine di chiamare autoritario e bancario-borghese il terzo Napoleone. Imprese belliche e macchinazioni diplomatiche a parte, il presidente divenuto Empereur autoritaire non fece il monarca scaldatrono: “Pour se ménager l’appui des classes laborieuses, il entreprit de nombreux travaux publics, encouragea l’agriculture, l’industrie et le commerce, créa des institutions de bienfaisance et de credit, etc”. Nell’esilio inglese di Chislehurst, dopo la disfatta di Sedan, la prigionia e l’abolizione dell’Empire, fantasticava piani per sollevare le sorti dei proletari, scriveva operette in proposito. Non era un reazionario. Se tiene alla sua reputazione, Giorgio si preoccupi piuttosto di farsi perdonare il vituperevole appoggio alla guerra coloniale afghana di Bush&Obama.

Se da democratico d’antan e da ex-sottoleader operaio non ama l’idea di restaurare la monarchia, ecco la soluzione che piacerà ai guardiani delle moderne libertà come ai cultori delle memorie repubblicane antiche: previo il benemerito arresto (con villeggiatura a Campo Imperatore) di un tot di caporioni di partito, ripristini la proto-repubblica gloriosa, quella uccisa da Caio Giulio Cesare e da Ottaviano Augusto. Faccia rivivere il consolato. I consoli erano due: Giorgio e Mario Monti. Più coerenza repubblicana di così? Non lo chiameremmo più re, ma per i fan più entusiasti resterebbe Primo Console.

Qualcuno dubiterebbe del trionfo referendario-elettorale della coppia Giorgio-Mario? Il ritorno al consolato repubblicano SPQR è il giusto mezzo tra ritorno alla monarchia e macerazione nella palude mefitica. L’Italia non è canapa, rifiuta di macerare. L’hanno affermato Giorgio&Mario.

Porfirio