UNA VOLTA CHE IL MANIFESTO NON VANEGGIA

Stranamente, uno scritto del quotidiano comunista (Guido Viale, 20 ottobre 2010) mi è parso contenere spunti interessanti; e l’interesse è stato ingigantito dal fatto che l’articolo ha suscitato la riprovazione retro di Rossana Rossanda, veneranda musa e nonna degli intransigenti. ‘Invece di combattere la battaglia della Fiom vuoi chiudere la produzione auto’, questa all’incirca la rampogna all’antica della nostra Rosa Luxemburg.

Ha argomentato Viale: la riconversione ecologica del sistema produttivo e del modello di consumo è un’utopia concreta ….. prima o poi il pianeta Terra entrerà in uno stato di sofferenza irreversibile. Continuare con l’attuale regime produttivo sarà impossibile. La Fiat è destinata a cadere. L’industria dell’auto non ha avvenire, dovrà convertirsi a produzioni completamente diverse, soprattutto in campo energetico. “Se la Fiat non è in grado di garantire diritti e occupazione passi la mano, accollandosi almeno in parte i costi della riconversione”. Molti altri ambiti produttivi esigeranno un cambio di rotta. Chi farà tutto ciò? Viale: “Occorre una nuova classe dirigente, quella attuale non è all’altezza”.

E’ simpatica, per dire, la proposta che Marchionne si accolli costi prima di passare la mano. Detto questo, non conosco, né conoscono i lettori/zelatori del Manifesto, su quali conti Viale basi la proposta di passare a un progetto radicalmente alternativo allo stato di cose esistente. Il progetto prevede, al posto dell’auto col suo indotto, gli impianti di microgenerazione diffusa, le turbine eoliche, microidrauliche e marine, le pompe geotermiche, i pannelli fotovoltaici, gli impianti solari termici e termodinamici. In più Viale addita conversioni da attuare in altri settori: agricoltura; industria alimentare; edilizia; assetti urbani; mobilità; gestione dei rifiuti, delle acque, del territorio; scuola, ricerca e formazione.

Molte di queste visioni ed aspirazioni sono ben più intelligenti e nobili che la difesa dei diritti attraverso le minacce di scioperi generali (per poco Landini, il capo Fiom, non precisava, sorelianamente, ‘scioperi rivoluzionari’). Idee ben più rispettabili che i richiami a leggi obsolete tipo Statuto dei lavoratori, o che i comici sospiri alla Costituzione. Ai fini che ci interessano la Carta del 1948 è rilevante ed utile almeno quanto il codice di Hammurabi o un’orazione di Marco Tullio Cicerone.

Tuttavia la logica e il senso etico avrebbero dovuto indurre Viale a corredare la sua ‘utopia concreta’ con l’invito a tutti coloro che vogliano la rimonta della socialità a dimenticare gli alti Pil e a rinunciare ai livelli di consumi cui eravamo arrivati. Per bene che vadano le riconversioni, è verosimile che i posti di lavoro produttivo diminuiscano; che i pannelli fotovoltaici si facciano soprattutto in Cina e nel Madagascar; che dovremo riscoprire la parsimonia e la vita semplice. Per dirne una e per di più marginale, le vacanze in campeggio o presso i parenti, invece che le crociere oggi offerte da ogni supermarket (discount) per proletari. E il lavoro in tuta invece che in colletto bianco.

L’imperativo è che ‘la nuova classe dirigente’, giustamente liberata dal dogma liberista della Thatcher, si disfi anche di molti dogmi sinistristi; che sappia imporre la cogestione al posto delle lotte; che riesca a redistribuire quote di ricchezza, per esempio addossando ai redditi medio-alti e a quelli astronomici i costi della solidarietà con i bisognosi meritevoli: i ricchi che si indigneranno espatrino, perdendo metà dei beni. Per fare queste cose occorre guadagnare la gente, i molti, non mobilitare i vari ‘popoli’, conciliaboli e girotondi di sinistra. Al pari della Fiom e del Manifesto, conteranno sempre meno.

Jone

“GUIDO ROSSI: BASTA CON LA POLITICA BARBARICA” E POI?

Milano può diventare un laboratorio nazionale per la democrazia partecipata

Quasi un’intera pagina del Corriere della Sera (31 ottobre’10) per un’intervista del vicedirettore G.G.Schiavi al giurista Guido Rossi, “il gran borghese che dalla Consob alla Telecom ha collezionato presidenze e dimissioni”. La lettura di questa pagina è come un quotidiano esperimento di laboratorio, al tempo stesso fruttuoso e frustrante come tanti sforzi di ricerca: molti spunti e verifiche cui quasi mai segue la grande scoperta.

Vediamo. “Milano, dice il giurista, può diventare il fortino presidiato da un sussulto di civismo che crea partecipazione, reinventando un modello di democrazia dal basso, quella dei cittadini (…) Oggi Milano manda un messaggio preciso al paese, indica la nascita di una democrazia dal basso che si nutre di partecipazione e di ascolto (…) Si può cambiare in meglio rilanciando la democrazia della discussione al posto della democrazia del voto”. E ancora: “Per Rossi è arrivato il momento di rompere il circolo vizioso che ha avvelenato i pozzi della democrazia partecipativa. Si comincia dalla Polis per arrivare allo Stato, visto che a livello nazionale non c’è una democrazia deliberativa”.

Notizie grosse, no? Concetti alti. Si comincia dalla Polis. E qual è il fatto nuovo e costitutivo? Guido Rossi: “Milano con le sue primarie e il dibattito che si può creare sul futuro ha l’occasione per diventare un modello, per costruire un nuovo meccanismo di democrazia. Qualcuno dirà che siamo ancora nel campo delle utopie, e un po’ è vero. Ma nella storia le utopie hanno realizzato tante cose. A volte bisogna crederci: la paura del futuro si può vincere solo con un soprassalto di partecipazione”.

L’utopia di Guido Rossi principe del foro e boiardo delle presidenze è tutta qui, le primarie. Può darsi siano uno sconcio minore rispetto alle cooptazioni, usurpazioni e combini delle cupole partitiche. Ma restano un vecchio arnese di tutte le Tammany Hall, una trovata, un gioco di mano per rappresentare meno disgustoso il congegno dell’elettoralismo.

Ma almeno con le primarie d’oltre Atlantico si gioca a carte scoperte, non si imbelletta la furbizia col cerone. Così come le lobbies sono legali, i lobbisti si registrano presso il Congresso federale e presso i campidogli locali a decine di migliaia, per le primarie si investe apertamente in dollari e in cacce e seduzioni agli elettori, talché esse primarie non risultano altro che l’atto primo della tonnara elettorale. Sostiene Guido Rossi che da noi sarà puro confronto di idee, anzi di idealità? I concorrenti metteranno solo la loro bellezza, come tre Dee fecero con Paride?

Il profetico annuncio dell’ex-presidente della Consob è come una lunga giornata siccitosa di agosto: il cielo brontola di tuoni incessanti, si alzano venti minacciosi e umidi, non cade una goccia. Il maestro del diritto, l’araldo della democrazia partecipata, non dovrebbe andare sul concreto, spiegare che le elezioni, primarie comprese, sono reti a strascico per pescare sardine a tonnellate, panie per invischiare merli a migliaia? Esattamente quella “politica barbarica” e quella “democrazia del voto” alle quali ha detto basta?

JJJ

NÉ EROI NÉ MERCENARI

Rubrica: per capirci meglio.

Altri quattro militari italiani sono caduti in Afghanistan. Il contrasto tra opposte reazioni è stato stavolta meno assurdamente aspro che in precedenti occasioni analoghe. Non è però mancato del tutto e si ripeterà con ogni probabilità nel prossimo futuro, benché non sia il caso di augurarselo. Eppure dovrebbe essere chiaro a qualsiasi mente serena che le vittime dell’interminabile conflitto asiatico possono essere esaltate come eroi o bollate come mercenari solo ai fini della più cinica strumentalizzazione. Da parte, rispettivamente, dei sostenitori e degli avversari della nostra partecipazione ad esso, identificabili o meno come guerrafondai incalliti gli uni e pacifisti ad oltranza gli altri. Meritavano di essere almeno onorati come eroi o martiri i soldatini di leva semi analfabeti della prima o anche seconda guerra mondiale retribuiti con cinque sigarette (della peggiore qualità) al giorno e mandati tranquillamente al macello spesso senza sapere perché e contro chi; capitava del resto anche nella più evoluta Francia ed è accaduto più di recente tra gli invasori sovietici della Cecoslovacchia nel 1968. Oggi al loro posto si trovano militari di professione per libera scelta, muniti come minimo di licenzia media e retribuiti con regolare stipendio, sensibilmente aumentato in caso di missioni belliche o parabelliche all’estero. Verosimilmente ben consapevoli, inoltre, dei rischi che corrono, peraltro pur sempre molto inferiori a quelli dei fanti lanciati dal maresciallo Cadorna all’assalto frontale di massa nelle undici offensive per conquistare Gorizia. Si arruolano, di regola, non per patriottismo o per amore delle armi ma per sbarcare il lunario o comprarsi la casa, cioè per finalità non particolarmente nobili ma del tutto legittime, specialmente laddove la disoccupazione giovanile dilaga, come nel nostro Mezzogiorno, e spesso le uniche alternative ad un lavoro onesto sono offerte dalle mafie. Quando perdono la vita, meritano dunque cordoglio e rispetto esattamente come le vittime del lavoro in generale; né di più, né di meno. Quanto poi alla guerra in questione, è un altro discorso.

Nemesio Morlacchi

BESTSELLER SENZA OBBLIGO DI IDEE

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Mi imbatto in un vecchio libro di Gian Antonio Stella, Lo Spreco. Italia: come buttare via due milioni di miliardi, Baldini & Castoldi, 2^ ediz., 1998 (tutte le malefatte espresse in lire). “Il più duro atto d’accusa -recita il risvolto di copertina- mai scritto contro le scelleratezze della pubblica amministrazione. Un reportage agghiacciante”. La copertina avverte che “la composizione di una mappa dettagliata degli sprechi è temeraria, se non proprio impossibile”. Ogni riga del libro, si può dire, è uno scandalo repubblicano. A circa 33 righe per pagina, su 368 pagine, Lo Spreco potrebbe risultare il catalogo di dodicimila scandali, più o meno. Ma l’editore ha ragione, enumerare le malefatte di regime è come contare le stelle del cielo.

Non così arduo, invece, derivare un catasto delle ruberie dalle 16 pagine del capitolo XIV, “I privilegi della classe politica”. Un capitolo precursore, apre i sentieri alla “Casta”, il prodigioso bestseller di G.A.Stella e Sergio Rizzo. Qui, a differenza degli altri capitoli, il tutto è focalizzabile su pochi esempi. “Il senatore Arturo Guatelli non mise mai piede a palazzo Madama. Riceve un vitalizio di oltre 39 milioni netti all’anno, senza avere posato nemmeno per un minuto le terga sul suo seggio virtuale” (spiegazione: la legislatura finì’ poche ore dopo la nomina quale primo dei non eletti). Guatelli:”Non sono abituato a buttare i soldi dalla finestra. Capisco che si tratta di un privilegio ma la legge non l’ho inventata io”.
Giovanni Valcavi, altro peon della Camera Alta, vi sedette per tre mesi. Assegno a vita, 3 milioni al mese. Nel 1996, riferisce Stella, gli ex senatori a riposo erano 752, più 391 vedove o eredi di defunti. I pensionati d’oro della Camera, 1188. Dice la legge che un parlamentare può andare in pensione a 60 anni se ha fatto una legislatura, a 45 se ne ha fatte quattro. A tutti i non eletti viene data una ‘indennità di reinserimento’ (quasi fossero ex detenuti, nota faceto l’Autore). .

Al Parlamento europeo i nostri deputati non sfigurano: .

Il sommo bonzo repubblicano Oscar Luigi Scalfaro in gioventù fece il magistrato per quattro anni, poi passò in politica; nell’aspettativa raggiunse il massimo della carriera togata. La somma tra indennità quirinalizia, poi di senatore a vita, più i vari vitalizi, è impressionante, protetta da un velo di segreto secondo Stella. Il deputato Mirko Tramaglia tuonò: “Da 40 anni in Parlamento, Scalfaro ha continuato a percepire lo stipendio di giudice ed è andato in pensione come presidente di Cassazione” (leggiamo sempre ‘Lo Spreco’).

Il suggestivo capitolo si chiude con Affittopoli: . Manca, osserviamo noi, il principesco appartamento di Nilde Iotti. Se non ricordiamo male, superava alquanto i mq di De Mita; ma anche i suoi emolumenti e appannaggi reggono bene il confronto: eletta ventiseienne nel 1946 e sempre rieletta fino al 1992. Una vita di abnegazione e lotte proletarie.

Basta, tutti sconci ben noti. Dai giorni de “Lo Spreco” è scorso un vasto fiume, gonfio di acque, liquami e relitti della virtù repubblicana. Si diano pace coloro che morirono (e uccisero) per abbattere quell’altro regime. Poi è venuta la requisitoria terribile della “Casta” ma il male ha ulteriormente trionfato: oggi qualche politico ottiene le case in proprietà, non in affitto.

Più nessuno ignora che la ricchezza nazionale è alla mercé di politici, burocrati e boiardi mostruosamente voraci. La bulimia (=fame insaziabile) ha colpito duro: mezzo milione di persone, dai leader eccelsi all’ultimo portaborse, ultimo consigliere di zona, ultimo geometra di ufficio tecnico comunale. Mezzo milione di ladri. La libertà e la democrazia sono beni incommensurabili ma hanno un costo: les voleurs che eleggiamo o ingaggiamo, più parenti e compari. Sono i nostri narcos, solo che delinquono in modi diversi dalla Colombia e dal Messico.

Tuttavia. Chiuso “Lo Spreco”, una domanda. Perché non un rigo, nel libro, su come liberarci? Siamo condannati senza speranza? Non eravamo una nazione di intelligenti, sprizzanti genio latino? Oppure i grandi giornalisti sono esenti dall’obbligo di avere idee?
Al contrario della rassegnazione dei grandi giornalisti, affermiamo che la salvezza è possibile. La professione di politico andrà cancellata. I burocrati e i boiardi andranno “decimati”: uno ogni dieci licenziato e spogliato di tutti (gli altri nove capiranno). Beninteso, purché si cancellino i diritti acquisiti, si correggano i codici e gli stipendi tornino ai livelli di quando Giovanni Lanza, presidente del Consiglio (1869-73), andava in persona ad aprire la porta di casa.

Le leggi del mercato non permetteranno? Infatti: un po’ dovremo uscire dal mercato, svezzandoci dal benessere e dagli alti consumi.

A.M.C.

UNA RICETTA CHE AVVELENA

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Quel giorno di agosto un’ascoltatrice affranta telefona a Sergio Rizzo, conduttore di una rassegna dei giornali a Radio Tre: l’Italia è la sentina di tutti i mali, mai la politica è stata così costosa e sporca, dovunque guardi è desolazione, non esiste un partito o un personaggio che sia migliore degli altri, che devono fare i cittadini? Laconica risposta del celebre giornalista: “votare”. Poi, per spiegarsi meglio, “votare”.

In mancanza di interpretazioni autentiche, il ‘votare’ di Rizzo vuol dire negare il voto al partito X e darlo a quello Y. Ora, Sergio Rizzo ha conseguito fama e meriti imperituri scrivendo con G.A.Stella un libro, La Casta, che ha avuto un successo fenomenale, sbaragliando ogni record di vendita. Ingenuamente, in molti credemmo che la requisitoria di Rizzo e Stella avrebbe ferito gravemente il regime. Invece il regime ha incassato tutto senza un ematoma, senza un’escoriazione. Le ruberie si sono ingrossate.

E questo passi: con tutte le sue tabi, l’impero d’Oriente durò mille anni. La Chiesa romana, con tabi più gravi, duemila e va verso il terzo millennio. La partitocrazia/cleptocrazia italiana appartiene alla stessa categoria, organismi molto malati, però perenni. Rizzo e Stella dunque hanno tentato una missione impossibile. La Casta è stato uno sforzo prodigioso e senza speranza. Questo sì. Ma che dire di quel precetto ‘votare’ emesso nel 2010, a metastasi cancerosa conclamata? Che pensata è punire i farabutti X della Casta e premiare i farabutti Y? Cosa succede a Sergio Rizzo?

La verità è che l’intero pensare politico italiano è, ai piani alti, perfettamente incapace di concepire alternative a ciò che ci affligge, e nemmeno vie di fuga. Le analisi dei nostri mali sono realistiche, anche condivise. Soluzioni nessuna, per alto che sia il rango dei politologi. Si sentono troppo soci e mezzadri del potere. Quasi che l’Ancien Régime sorto nel 1945-47 sia una categoria eterna.

Eterna non è. Il congegno montato da De Gasperi Togliatti e Nenni è persino più precario del Muro di Berlino.

A.M.C.

SINDACATI NEMICI DEL POPOLO

Il capitalismo ha vinto troppo, per l’insipienza o la follia delle varie sinistre. Sarebbe giusto che appena possibile gli alti redditi fossero semiconfiscati con le patrimoniali, coll’umiliazione dell’alto management, con la persecuzione degli yacht e delle banche offshore, con il licenziamento a titolo d’esempio di un burocrate e di un boiardo su dieci.

Al tempo stesso occorrerebbe che il diritto del lavoro alla italiana/francese venisse riformato, che i fossero depenalizzati e il diritto di licenziare allargato; che trionfasse la cogestione, implicante la partecipazione dei lavoratori alla gestione -profitti e perdite- delle imprese. Dimostra una volta di più quest’ultimo aspetto l’economia tedesca: con la Mitbestimmung, cioè con la sterilizzazione dei contenziosi industriali, essa avanza impetuosa anche nel 2010, laddove i concorrenti stranieri si indeboliscono.

Oggi che la globalizzazione fa chiudere le imprese incapaci di abbassare i costi, risulta ancora più dimostrato che le conquiste sindacali rafforzano il capitalismo e impoveriscono i poveri. Charles de Gaulle cadde anche perché i francesi nelle loro fissazioni e abitudini non capirono la sua Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Ma aveva ragione lui. Più ancora: aveva avuto ragione Miguel Primo de Rivera, benevolo dittatore della Spagna tra il 1923 e il ’30. Imponendo l’arbitrato obbligatorio attraverso organismi paritari imprenditori/lavoratori, azzerò una conflittualità esasperata che aveva fatto scorrere non poco sangue e reso necessario il governo militare. Tutti indistintamente gli storici ammettono che sotto Primo de Rivera la condizione dei lavoratori migliorò, anche perché nacque il primo Welfare State della storia nazionale. Con Primo (che i suoi pari Grandi di Spagna combatterono) collaborò apertamente il socialista di sinistra Francisco Largo Caballero, futuro primo ministro della Repubblica in guerra contro Franco.

Oggi c’è l’attacco sinistrista alla Fiat, nel nome dei diritti. Ma è lampante che le nostre leggi sul lavoro, deformate negli anni Settanta, vanno riscritte: sono squilibrate, privilegiano i pochi ai danni dei molti, fanno espatriare le industrie. Se a Melfi e a Pomigliano vincesse la Fiom con l’ufficiale giudiziario e l’appoggio degli intellettuali con ombrellone a Capalbio, il logico risultato sarebbe, prima del previsto, il trasloco delle linee in Serbia, nel Michigan, persino nel Baden-Wuerttemberg dove impera la cogestione. Se altre toghe sentenzieranno ai sensi degli anni Settanta, Marchionne esulterà. Riuscirà a restare grande produttore fabbricando nel mondo, non dove esige la carta da bollo.

Peraltro è vero: più Capalbio gargarizzerà dalla parte delle maestranze con tessera sindacale, cioè contro i precari e i senza lavoro, meglio andrà a Berlusconi, a chi farà le sue veci, alla dittatura dei capitali. Se dovrà esserci una rimonta della socialità contro la ricchezza, occorrerà che il sindacato e il gauchisme vengano messi fuori gioco.

Jone

PROCREAZIONE ASSISTITA: LA VOLONTÁ POPOLARE NON SI É ESPRESSA

A seguito dell’assegnazione del premio Nobel a Robert Edwards, padre della fecondazione in provetta, e soprattutto dopo il recente ricorso alla Consulta sulla Legge 40/04 (o su ciò che ne resta), si è riaperto in Italia il dibattito sulla procreazione assistita.

Tralasciando quelle che possono essere le opinioni personali sul tema, quello che è stupefacente è l’argomento utilizzato dai sostenitori della legge in questione. Secondo costoro, politici o prelati, non si può “sovvertire la volontà popolare” che si manifestò tramite il referendum del 2005. Un tale assunto è assurdo sia da un punto di vista costituzionale, sia da un punto di vista logico-politico.

In primo luogo, in Italia vige una gerarchia delle fonti normative, per cui la Costituzione è sovraordinata alla legge ordinaria. Se una legge ordinaria è in contrasto con la Costituzione, va abrogata. L’organo competente è la Corte Costituzionale. E’ assurdo dunque stigmatizzare preventivamente l’intervento della Corte come se fosse un’indebita interferenza del potere giudiziario nella sfera di quello legislativo. Si tratta, al contrario, del dispiegarsi del normale bilanciamento dei poteri nello Stato.

In secondo luogo, da un punto di vista logico-politico l’argomento dei paladini della legge 40 è ancor più ipocrita e imbecille. Come si può sostenere che la volontà popolare degli Italiani si sia espressa in un referendum a cui ha partecipato il 25% del corpo elettorale? Bisognerebbe essere privi di cervello, o di scrupoli, per sostenere che il 75% che si è astenuto ha voluto manifestare la propria contrarietà al referendum. La verità è che, grazie alle indicazioni del clero e del ceto politico cattolico, alla percentuale dei contrari si è aggiunta quella dei disinteressati, rendendo impossibile quantificare gli uni e gli altri. L’unico dato certo è che al 25% degli Italiani il tema interessava, e che la grande maggioranza di questi erano favorevoli all’abrogazione della legge.

Per evitare in futuro simili confusioni, e soprattutto per non assassinare l’istituto del referendum, si impone oggi un ripensamento del quorum. In un Paese che vede l’affluenza alle urne in costante calo, ormai sotto l’80%, non ha più senso il mantenimento dell’asticella al 50%+1 degli aventi diritto al voto. A meno che non ci sia l’intento inconfessabile di sterilizzare uno dei pochi strumenti di democrazia diretta previsto nel nostro sistema.

Tommaso Canetta

LA PATRIMONIALE, PERCHÉ NO?

Insieme a sfracelli ed angosce solo in parte rientrati, la crisi economica mondiale ha generato non pochi ripensamenti e riesumazioni. Tra le meno prevedibili (ma forse a torto) di queste ultime si annovera l’imposta patrimoniale, uno strumento fiscale che sembrava pressocchè dimenticato e comunque irrimediabilmente anacronistico nell’era della new economy, della deregulation, dei Chicago boys e così via. In Italia la sua sepoltura era stata in certo qual modo suggellata dall’estromissione dal parlamento dei partiti di estrema sinistra, gli ultimi a rivendicarla come un’irrinunciabile ma ormai esclusiva bandiera. Bandiera di classe? Non necessariamente, visto che “la patrimoniale”, in passato, era stata considerata legittima e auspicabile anche da autorevoli studiosi ed esperti per nulla marxisti; qualcuno era arrivato a definirla un’imposta tipicamente liberale.

Negli ultimi decenni, comunque, era di fatto quasi scomparsa oltre a diventare un tabù in sede politica e scientifica. Sopravvive tuttora in Francia, dove l’aveva introdotta Mitterrand all’inizio degli anni ’80 e non è stata soppressa dai successivi governi di centro-destra, e dove però penalizza la ricchezza in misura molto modesta, non riguarda i patrimoni societari e serve più che altro a controbilanciare idealmente la preponderanza (caso unico in Europa) delle imposte indirette sulle dirette. In Germania è stata affossata nel 1995, benché non formalmente abrogata, da un verdetto della Corte costituzionale, in quanto lesiva, nella specifica versione tedesca, di alcuni principi basilari della Grundgesetz.

Altrove non esiste o incide in misura trascurabile, sempre che si parli della patrimoniale in senso stretto e non del complesso delle imposte che colpiscono direttamente o indirettamente i patrimoni nelle loro diverse componenti. Nel secondo caso può stupire che percentuali superiori al 10% sul totale del prelievo fiscale e dei contributi assistenziali si registrino (cifre OCDE del 2008) soltanto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, con il Giappone appena al di sotto di quella quota. Ma nei primi due paesi la cosa si spiega con il peso eccezionale dell’imposta fondiaria, principale fonte di finanziamento dei servizi comunali. Negli altri paesi membri dell’OCDE la stessa percentuale scende anche molto al di sotto della media (5,6), e in quasi tutti il calo è stato più o meno sensibile nel corso del primo decennio del secolo.

Con lo scatenarsi della crisi planetaria, tuttavia, il vento è cambiato, quanto meno nel senso che dell’imposta patrimoniale propriamente detta si è tornati a parlare come di un’opzione non più inconcepibile o impraticabile bensì raccomandabile o addirittura ineludibile. In Italia, come ben sanno i frequentatori della rete, l’hanno fatto, già lo scorso anno, personaggi di spicco quali Giuliano Amato e Carlo De Benedetti, prontamente rimbeccati da un esperto come Oscar Giannino e dalla sua squadra. Più di recente, per citare un altro esempio, l’economista Alberto Quadrio Curzio ha spezzato una lancia a favore dell’introduzione dell’imposta in Grecia per parare anche con mezzi di emergenza il rischio della bancarotta statale e al tempo stesso le reazioni popolari ad un piano di austerità male calibrato. In linea generale l’efficacia dello strumento è stata invece negata, tra gli altri, dall’attuale numero uno della Banca mondiale, l’americano Robert B. Zoellick, contrario anche all’innalzamento delle imposte sul reddito.

Un possibile rilancio in piena regola a livello politico, ma non solo, si è profilato in Germania. Rovesciando l’indirizzo dell’ex cancelliere Schroeder, i nuovi dirigenti della socialdemocrazia hanno inserito il recupero della patrimoniale nel programma del partito varato nel congresso dello scorso novembre. Ciò è avvenuto dopo la dura sconfitta elettorale che ha relegato la SPD all’opposizione, ma le sue successive riscosse regionali e il precoce indebolimento della coalizione cristiano-liberale guidata da Angela Merkel lasciano presumere che non si tratti di un’emarginazione duratura. Nel contempo, voci favorevoli al recupero si sono levate da parte dell’episcopato, aggiungendosi ad uno schieramento che già comprende ambienti sindacali e dell’estrema sinistra, la Linke entrata un anno fa nel parlamento federale.

Novità vengono però anche dal campo delle vittime predestinate di un eventuale ripristino dell’imposta. Qualche mese addietro in Italia si faceva del sarcasmo su un facoltoso psichiatra tedesco in pensione, dipinto come probabile disturbato mentale per colpa dello statalismo imperante (?), il quale aveva reclamizzato in un talk-show televisivo l’idea balzana di fondare un movimento di benestanti favorevoli al ripristino, ritenuto necessario per aiutare ad impedire un tracollo economico rovinoso per tutti, ricchi e poveri, e a mantenere quindi la pace sociale. Accade tuttavia che questo movimento sia davvero nato e conti già una cinquantina di membri; forse ancora un po’ pochi, benchè, volendo proseguire sul filo del sarcasmo, ne basterebbe qualcuno di più per avvicinare la cifra di quanti in Italia denunciano redditi tali da garantire una certa agiatezza, tra la prevalente indifferenza della pubblica opinione.

Il numero dei teutonici votati al sacrificio dovrebbe comunque crescere parecchio. Secondo una recente rilevazione, effettuata su un campione di 500 detentori di patrimoni, due terzi di questi darebbero volentieri un maggiore contributo fiscale al benessere collettivo. Nel frattempo, del resto, al di là dell’Atlantico un mostro sacro come Bill Gates, ormai dedito alla filantropia intesa in senso molto ampio, è impegnato insieme ad altri celebri miliardari per assoggettare la categoria ad una drastica imposta di successione e/o patrimoniale.

E’ appena il caso di ricordare, in conclusione, che non sono certo immaginarie né trascurabili le molteplici difficoltà pratiche che si frappongono, insieme a qualche controindicazione ugualmente seria, all’introduzione o reintroduzione di un’imposta tradizionalmente controversa a tutti i livelli. Chi non dispone di conoscenze adeguate per approfondire l’argomento può limitarsi ad osservare che, esistendo un’ovvia differenza tra imposta permanente e imposta straordinaria, ovvero una tantum, almeno quest’ultima potrebbe risultare funzionale, in un adeguato contesto, ai fini di un abbattimento di debiti pubblici tanto onerosi quanto pressocchè inattaccabili prima ancora della crisi planetaria. Dopotutto, utili esperienze del genere sono già state fatte, in Germania come in Italia, ma anche altrove, intorno alla seconda guerra mondiale e dopo la crisi economica degli anni ’30, secondo molti meno grave dell’attuale.

Licio Serafini

DEAR YOUNG ITALIANS ABROAD

I’m writing you a letter because nowadays the epistolary form seems to be the most appropriate when it comes to expressing moral outrage.

Just like you, I’ve read Pier Luigi Celli’s letter in La Repubblica, encouraging his son to emigrate, to wander off into the horizon in search for a better future. Just like you, I’ve read the Time magazine article informing its readers (and anyone willing to listen) about the troubles a young Italian with a university degree encounters when searching for a job. And just like you, I’ve seen a variety of Facebook friends tag that YouTube video playing the scene from La Meglio Gioventu’ in which a professor exhorts his young(ish) student to leave Italy because ‘dinosaurs’ like him are running the country into the ground. But, perhaps, unlike you, I am not willing to resign myself to the doomsday analyses and pessimist outlooks and continual laments many find convenient when times are tough. The grass may be greener on the other side, but the question they must be asking themselves now is “What have we done in order to cultivate a better lawn in our own backyard?”

I observe with ‘nativist’ amusement the rush of Italians swarming New York City’s streets, the same streets in which I grew up, and wonder from where their indiscriminate passion for this city stems. When I wrote ‘10 Reasons to Hate New York’, the most virulent protests against my piece came from the Big Apple’s Italian residents, their deafening outcries shouting in defense of their adoptive city. Young Italians love New York because it’s dynamic, because it’s diverse, because it offers a sense of possibility around every corner, because for them it’s everything Italy isn’t. But New York hasn’t carried this aura of invincibility across the centuries because it’s inherently a great place or because confidence flows through the city’s sewers or because the air smells better or because the people are nicer. New York is both home to the Wall Street goon and the Mexican busboy, but both operate within the city’s confines with the necessary ‘can do’ optimism that allows them to dream big while being small, to construct a future from raw will. At least, that is the fuel that New York and America have run on throughout their brief histories. Nonetheless, it’s a fuel that is both generated and consumed by the inhabitants, the people, the man and woman on the street. New York is but a stage upon which the player’s existential buoyancy is lived. To make a long story short, New York is such a thriving place because New Yorkers make it so. A little bit of will power goes a long way.

But not for the Italians.

Italians suffer from negativist exceptionalism. Ask a young Italian how things are going in Italy, and they will most likely reply that the situation is ‘horrible.’ They will compare Rome’s political milieu to that of the most downtrodden African country… and say Italy is worse off. They will say the economy is on the down-and-outs, that society is crumbling in the face of mysterious organizations like the P2 or the P3. They will point to corruption, sexism, television, organized crime, tax evasion, vandalism, and nepotism as the nefarious evils slowly devouring the country from the inside-out like furious worms. And they will pretend that there is nothing they can do about it. That these are crimes being perpetrated against them; that they are unwilling participants in an Italian farce, victims being taken along for a ride.

So, it perplexes me to see the very same Italians, so helpless at home in Italy, undergo a rebirth in New York. Suddenly, those same people, who months before complained about the social torpor of Florence or Rome or the provinces, rediscover their enthusiasm, creativity, imagination, ideas, business plans, and social awareness. Suddenly, they stop complaining and ‘start doing’, because, as everyone knows, New York has no time for whiners. If only they ‘started doing’ in Italy, too.

Professor Celli’s letter and the anecdote from La Meglio Gioventu’ have gotten it all wrong. Young Italians don’t need to flee Italy, escaping to Berlin, New York, and beyond. They need to stand up, take action and claim what’s rightfully theirs. Instead of complaining, or drawing up anachronistic theories that assign blame for Italy’s long and lazy decline, they need to understand that it’s time to shut up and get to work. It’s time to jettison the existential desperation, the ‘everything is impossible’ attitude, and seize the opportunity to rebuild from the ashes of their fathers. It’s time to crowdsource the creativity of those Young Italians living in Williamsburg, the entrepreneurial skills of those working in London, and the brains of those who’ve gleaned MBAs and PhDs from Harvard and LSE and Princeton and find and impose solutions into and onto the Italian context. Italy cannot become a dynamic and progressive society if its most dynamic and progressive citizens escape without giving a fight. And, signing petitions and demonstrating in squares and grumbling on Facebook can lead nowhere if they are not backed up with credible, bottom-to-top alternatives.

I’m writing this letter as an appeal, not a complaint; it should serve as a stimulus, not an offense. Let’s begin the crowdsourcing here and now and start sifting through ideas that can serve as the new foundation for an optimistic and dynamic Italy- a New York-style Italy that offers opportunity for everyone.

How Would You Change Italy For the Better?

A. Giacalone

Original articles can be found here:
http://www.nuok.it/2010/10/dear-young-italians-abroad/
http://www.nuok.it/2010/10/cari-giovani-italiani-all-estero/

IL PAPA DEMOLITORE CHE RIFONDERÁ IL CATTOLICESIMO

Straordinaria l’importanza, nella luce come nelle ombre, dell’articolo “L’immutabile destino della Chiesa: trionfante e sofferente insieme” di Vittorio Messori (Corriere della Sera, 7 luglio 2010). Messori è intimo di Benedetto XVI (“Quando mi descriveva la situazione”; “Una volta, a tavola, gli sentii sfuggire una confidenza”).

Le sue enunciazioni sono, questa volta in ogni caso, ammirevolmente oneste: “Il Dio di Gesù sembra eclissarsi”. “La Chiesa sarà sempre viva e feconda e, al contempo, come agonizzante”. “Clero indegno, tra abusi sessuali e affarismi? Nessuna sorpresa, essendo (la Chiesa) sia casta che meretrix”. “Decadenza numerica? Il suo destino, come prevede il Vangelo, è di essere piccolo gregge, lievito, sale, granello di senape”. E soprattutto:”Nulla può turbare il Pastore se regge la fiducia nell’esistenza di Dio. Nulla può stare in piedi, invece, se ci si convince che ci sono Caso, Materia, Evoluzione cieca al posto di Dio (…), che la Chiesa è una multinazionale affaristica o, a essere benevoli, la maggiore delle Ong”. “Per due volte, negli ultimi mesi, Benedetto XVI ha ripetuto: “La fede rischia di autoestinguersi, come una fiamma che non trova più alimento” e “Oggi, in Occidente, chi mi stupisce non è l’ incredulo, è il credente”.

Grandezza di riconoscere la verità, in Ratzinger come in Messori. Ma sorprendentemente angusta, anzi cieca, nel secondo la visione dell’avvenire immediato. La salvezza, per Messori, verrà dall’istituzione del nuovo Pontificio Consiglio per la la rievangelizzazione dell’Occidente secolarizzato, “affidato a un arcivescovo come Rino Fisichella, cardinale se farà bene”. Verrà soprattutto dalla riscoperta di quel “lavoro di ricerca della credibilità della fede, quell’accordo tra il credere e il ragionare che è sempre esistito nella Chiesa, e che dopo il Concilio era stato abbandonato (…) E’ tempo insomma di ritorno all’apologetica (oggi si preferisce chiamarla (…)Ci vorranno nuovi apologeti, rispettosi di tutti e al contempo coriacei”.

Dunque, secondo Messori, nessuna esplorazione in terre nuove. Invece ritorno a ciò “che è sempre esistito nella Chiesa” e rifiuto di “molta teologia infida che insinua il dubbio e mina le certezze”, di “tanta esegesi biblica che disseziona la Scrittura con un metodo creato nel Novecento da atei o da protestanti secolarizzati”. Rifiuto, infine, “di tanta pastorale che nega le basi dell’etica cattolica”.

Se questo è il pensiero, oltre che di Messori, anche di Ratzinger, la Chiesa non ha speranza. Un cattolico praticante come chi scrive sente che la Chiesa dovrà fare l’esatto contrario che il ritorno a Bellarmino. Questo esatto contrario lo farà un papa non riformista, ma rivoluzionario. In nulla espresso dalla Curia, dal management e dalla diplomazia (persino Roncalli, un nunzio, era sbagliato), e invece “fatto” nelle parrocchie, nelle cappelle delle carceri e degli ospedali, nelle clausure dei cenobi. Un papa santo-estremista, più deciso di Lutero, che demolisca quasi tutto, abolisca i cardinali e i prelati burocrati, sciolga la Città del Vaticano, ripudi non i soli crimini del Medioevo e del Rinascimento ma tutti gli errori e i misfatti di 17 secoli di glorie, fasti e ricchezze temporali.

Una Chiesa che lasci Roma e venda, oltre a San Pietro e ai Sacri Palazzi, le banche, le holding finanziarie, gli imperi immobiliari e universitari, si scoprirà nella sua cruda povertà -il ricavato, ai poveri del mondo- l’unica superpotenza spirituale e ideologica del pianeta. Sulle macerie e i cadaveri del marxismo, del capitalismo liberale, del laicismo progressista/trasgressivo, oltre che del cattolicesimo alla romana, la Chiesa della rivoluzione si ergerà come vera vincitrice. Il più alto dei fari. La più possente delle centrali del pensiero religioso, e non solo.

l’Ussita

LETS RENEGE THE IDOLATRY OF GROWTH

Like many pro-market economists, prof. Krugman has inveighed against the present attitude of the German political-economic school, which advocates austerity and fiscal sanity as the right ways to confront the international crisis. Krugman too believes that budget cuts are dangerous, they can suffocate the infant recovery. In the United States president Obama should do the opposite of what president Hoover did: when, at the beginnings of the Thirties, the Great Depression appeared on the verge of recovery, the White House and the leaders of the financial and banking community thought it wise to stop supporting the economy through federal incentives. The disastrous result, according to Krugman, was that in the U.S. the Depression went on for the whole of the Thirties. Only the Second World War, calling to arms 10 millions Americans and requiring weapons on a giant scale, solved the problem of American unemployment. Facts went that way indeed. Pearl Harbor rather F.D.Roosevelt’s New Deal ended the Great Depression.

If the economy is the science of wealth, the ill-boding of prof. Krugman may possibly prove right. But is the perennial quest of wealth the supreme goal of the society of man? Growth is not the Absolute Good. In the West today we know much better than in the past. We have experienced a half century of affluence, and we have learned the misery of affluence: so many millions are very poor. We now understand the advantages of simple life. We suffer the remorse and barbarous inhumanity of wealth. We know many achievements, beyond becoming richer, which would make us happier.

So we should not share the logic of the vast legion of market economists. We should refuse it. We should say no to perennial growth. Just one goal is mandatory -guaranteeing with heavier taxes on the rich a vital minimum to the deserving poor. Globalization will multiply the unemployment, so the market dogmas must give way to social justice.

A. A. Cobeinsy