PRODURRE ACQUA

Rapporto di “Fortune” sul balzo in avanti delle tecnologie

Per un milione degli abitanti di Città del Messico c’è solo acqua trasportata dalle autocisterne. Sappiamo tutti che la risorsa idrica si assottiglia sul pianeta: 13 milioni di assetati nel Corno d’Africa; oltre un miliardo di persone non hanno accesso ad acqua pulita.

Invece sappiamo in pochi che il business dell’acqua industriale sta ingigantendosi, grazie al crescere degli investimenti e, più ancora, al velocizzarsi delle avanzate tecnologiche. Sono ormai disponibili filtri capaci di purificare, in parte anche potabilizzare, le acque più luride. A Singapore un quinto dell’acqua potabile viene ricavata dalle fogne.

La novità è dunque l’ingrossarsi del trattamento industriale, col dilatarsi del relativo, vasto indotto. Nel 2010 il fatturato complessivo è stimato da ‘Fortune’ a 508 miliardi di dollari; cresce di oltre il 6% annuo. I colossi del settore sono Veolia (francese, leader mondiale, fatturato 17 miliardi di dollari), Suez ($8,9 miliardi), ITT (3,4 miliardi), United Utilities (3,1 miliardi). I primi due servono i servizi municipali di varie nazioni da più di un secolo. Altri attori di rilievo sono Thames Water, American Water Works, GE Water, Siemens Water Technologies, quest’ultima operativo da poco; fornisce soprattutto membrane per la purificazione.

Sui $508 miliardi del mercato globale i comparti più importanti sono la distribuzione e gli impianti di trattamento ($226 miliardi); le fogne, la lavorazione dei fluidi, il riciclo ($170 mld); l’imbottigliamento ($59 mld);  la fornitura alle industrie ($28 mld); i filtri e le apparecchiature ($15 mld); i prodotti per l’irrigazione ($1O); l’agricoltura consuma i sette decimi delle risorse idriche mondiali. I prezzi dell’acqua ai consumatori vanno da 1 US cent ogni 100 galloni da 3,78 litri a Buenos Aires,  a 46 cent a Tokyo, a $1,35 ad Oslo, a $3,03 a Copenhagen.

Il maggiore dei progetti idrici  avviati nel mondo è cinese: dirotterà acqua da quattro fiumi meridionali verso il Nord-Est arido del paese. Richiederà 62 miliardi di dollari e fino a 50 anni per posare 2900 km di condotte. A grande distanza vengono altri programmi: negli USA per il progetto Carlsbad nel Sud-Ovest e per quello della Tampa Bay (Florida) sono preventivati $900 milioni. L’India spenderà 128 milioni per il programma irriguo Karnataka. Le opere per addurre acqua al mare di Aral (Kazakhstan/Uzbekistan) costeranno 86 milioni di dollari e avranno ricadute benefiche sull’agricoltura.

Jone

VOLONTARIATO, LA SCOPERTA DI TERRE E CIELI NUOVI

Il volontariato caritatevole dei grandi numeri, non solo delle élites, è per consenso generale il fenomeno dell’ultimo cinquantennio: al di là delle apparenze, una novità dirompente come e più che l’avvento del computer, dei voli low cost e delle energie rinnovabili. Io conosco da vicino un angolo di volontariato a Milano, una mensa di francescani, periferia Sud. Anni fa essa era in due stanzoni del convento di S.Angelo. Ma si trovava in uno dei quartieri più costosi della metropoli; gli stanzoni e i suoi avventori distavano pochi passi da uno dei massimi palazzi dello Stato Maggiore bancario, coi suoi generali e colonnelli della finanza. I condomini di gamma alta che incombevano sulla mensa avevano lottato decenni per liberarsi dei pezzenti che la mensa sfamava. I pezzenti erano brutti, vociavano, rissavano, disseminavano cartacce oleose prima e dopo i pasti, urinavano e peggio. Alla fine la mensa traslocò lontano, nell’ex-edificio scolastico che un volitivo ed efficiente padre Clemente aveva saputo ottenere e ristrutturare.

Oggi la mensa serve due-trecento poveri per pasto, due volte al giorno, tutti i giorni dell’anno. Gli ambienti sono accoglienti, pieni di luce. Al piano superiore dormono giovani, immigrati o no, e persone che la risacca della vita deposita ai margini della grande città: quasi sapendo, la risacca, che ci sono i frati e ci sono i volontari ad accogliere, ad aiutare come possono.

Lo spirito samaritano soffia dovunque sulla cristianità e su tutte le religioni. Fuori di questo ecumene di persone che credono, o si struggono per non riuscire a credere, non risulta un granché di filantropia, né atea né agnostica. Soprattutto non sembra esistere un volontariato operoso, di pane indumenti e piccole cose, tra i teorici e i militanti del sinistrismo sia rispettabile sia antagonista, essi che si vantano compagni di lotta degli ultimi e dei reietti (invece sono a fianco dei sindacalizzati iperprotetti o degli aspiranti alla protezione).

Essi, i militanti e i teorici, vanno a cortei convegni girotondi e sit-in, troppo protagonisti e troppo attivisti per pulire i tavoli alle mense e prodigarsi ai dormitori, alle stazioni ferroviarie, ai marciapiedi dove dormono i barboni. La fraternità delle cose umili, cioè vere, non si addice ai rigorosamente laici e ai commissari ideologici delle lotte. La carità, anzi, la stigmatizzano. Vogliono ben altro, vogliono capovolgere il mondo pur essendo certi d’esserne incapaci. In attesa di capovolgere, o meglio di analizzare e denunciare, si alzano tardi la mattina e nei bar e ristoranti non fanno rinuncie. Il cilicio e i fioretti non sono per loro, rivoluzionari di abitudini ceto medio. Nel preparare l’apoteosi proletaria non si avvicinano troppo ai proletari senza bidet e senza dopobarba.

La mensa che conosco, a via Saponaro, è fatta essenzialmente di un frate, sostenuto dal suo convento, e di un drappello di volontari. Prevalgono i pensionati, modesti o di qualche livello, che rinunciano alla bocciofila o alle passeggiate in collina; e prevalgono le casalinghe con laurea, o che hanno viaggiato e sanno rivolgersi in inglese agli immigrati; qualcuna potrebbe servire minestre con la chevalière ma signorilmente non lo fa; qualcuna ha un marito ex-manager che non fa fatica a passare 100 euro al  frate. All’occorrenza, quando gli telefonano che un volontario ha il dentista, l’altra deve gestire i nipotini, l’altra ancora coll’influenza, il marito ex-manager indossa il grembiale e dà una mano al banco della mensa. Un tempo i samaritani lavavano i piatti oltre a riempirli di pasta; ora che ci sono le grosse lavatrici allestiscono bicchieri, posate e stoviglie di plastica, servono risotti e frutta, nettano vassoi e tavoli degli avanzi sgradevoli dei pasti.

I volontari mettono anche da vent’anni ininterrotti l’abnegazione ostinata, due o tre volte alla settimana; fanno chilometri di città e di periferia perché la mensa non chiuda. Ci sono quelli che rispondono immancabilmente sì ad ogni richiesta di accorrere fuori turno.  Il frate assilla le autorità e i benefattori. Un suo fiduciario organizza tutto come il nostromo di una nave. Un immigrato ventennale dal Maghreb batte ogni giorno supermercati panifici fabbrichette di buondì per raccogliere partite piccole o grosse di alimentari e qualsiasi altro donativo. Uno che ha espiato duramente in carcere si incarica di imporre disciplina ai riottosi.

Non sembrerebbe, ma il volontariato non è fatto solo di idealisti e di dame di carità. E’ fatto anche di poco sentimentali esercenti, dirigenti e professionisti che hanno compassione dei poveri e stima per chi si adopera gratis. Perciò, per esempio, quei negozianti e manager donano a furgoni interi viveri, magari prossimi a scadere di validità legale e peraltro perfettamente commestibili. Medici e avvocati aiutano in altri modi.

Il volontariato è questo, un intenso convergere di bontà, chiamiamole col loro nome deamicisiano. Bontà non solo di settantenni con l’artrite, di donne che antepongono gli altri a mariti e a nipoti, di gente valida che lavora per aiutare non per guadagnare. Altruisti cui non basta la sola mensa ma aggiungono questa o quella charity. Bontà anche di non pochi giovani i quali trascurano le occasioni e le piacevolezze di un’età che, come l’acqua del fiume, passa e non torna più. Il volontariato, insomma, è tutta la generosità di cui noi, i più, non siamo capaci.

‘I too have a dream’: che un giorno le nostre società trarranno le conseguenze di questa immensa scoperta del volontariato, scoperta che tanti sono migliori di quel che credevamo, per stanchezza o per sfiducia. Esiste un’umanità che non conoscevamo buona. E’ una scoperta che dovrebbe cambiarci la vita. Un giorno forse prenderemo decisioni ardite. Per dirne una, affideremo a quelli del volontariato di amministrare loro, direttamente, buona parte della cosa pubblica. La cosa pubblica va tolta ai politici, dei quali sappiamo con certezza assoluta che rubano, frodano, malversano, nella più benevola delle ipotesi agiscono in funzione della carriera propria e dei parenti. Degli uomini e delle donne del volontariato sappiamo, con ancora più certezza, che vivono per dare, non per prendere.

Un giorno andrà creato un elenco di chi avrà fatto volontariato per, diciamo, due-tre anni. E da quell’elenco estrarremo a sorte un ruolo più ristretto di Benemeriti dal quale trarre, secondo le capacità e disponibilità, i più tra gli amministratori e i rappresentanti. Per un mandato breve, non a vita come accade attraverso il congegno della truffa elettorale. Da come sono fatti quelli del volontariato, potremo non pagarli. Oppure pagarli francescanamente. Quanti piccioni prenderemo con una sola fava!

JJJ

DRACONE FACCIA I PRIMI DRENAGGI

Il banchetto dei Proci nella casa di Ulisse, cioè del Popolo, non è fatto solo degli usurpatori e dei ladri di una classe politica da cancellare intera. E’ fatto anche di un mandarinato parecchio meno meritocratico di quello dell’Impero celeste. Burocrati senza la cui complicità le tangenti, i favoritismi, il malaffare sarebbero più difficili.

Sbaragliare la Casta non basterebbe. Per cominciare, i burocrati di fascia alta -militari, diplomatici e paramagistrati compresi- sono strapagati per ciò che danno. I generali, gli ammiragli, i diplomatici vengono trattati sontuosamente anche quando fanno canagliate come comprare cacciabombardieri, ordire spedizioni belliche produttrici di salme,  aggiungersi indennità.

Poche settimane fa abbiamo appreso degli stanziamenti per abbellire o mantenere lussuosi alloggi ‘di servizio’ assegnati a Roma e altrove non solo agli alti gradi militari, onusti di glorie belliche inesistenti  (oltre 300 mq per l’appartamento di un feldmaresciallo da pochade), ma anche alla  caposegretaria di non so quale ministro. Quasi tutti i dirigenti di rango, i magistrati della fascia amministrativa superiore, i consiglieri di Stato e molti altri bonzi ricevono assai più di quanto meritano. Di questo si parla poco.

Ossia: non solo la politica è marcia, anche la top dirigenza di tutti gli organismi pubblici, dal centro ai Comuni, agli enti territoriali, economici e non, necessari oppure odiosamente inutili. C’è poi lo scandalo dei compensi quasi delittuosi ai grandi manager pubblici e privati (i quali ultimi privati non sono affatto, se fanno andare banche imprese società che senza i soldi del contribuente si afflosciano di colpo). Oggi si aggiunge la grande crisi a giustificare, nelle strutture pubbliche ma non solo, l’abbattimento generalizzato e progressivo di compensi, pensioni  e liquidazioni dal livello medio-alto in su, per esempio oltre i centomila lordi annui. Si giustifica l’indilazionabile cancellazione, a tutti i livelli, dei diritti acquisiti.

Si giustifica infine la decimazione nei ranghi superiori: uno su dieci semipadreterni andrebbe destituito o degradato random, cioè a sorte, perché con la sua sventura ammonisca i suoi pari, nonché gli inferiori. Su ogni decimato ricadrebbe l’onere di dimostrare le eventuali benemerenze oggettive che, a suo tempo, dessero adito a un reintegro a mezza paga. Qualche know-how e qualche esperienza si perderebbe, ma i rincalzi più giovani che sostituissero i decimati avrebbero idee fresche, e certo esigerebbero meno €.

Nelle forze armate, fatta la decimazione (da esse peraltro inventata), dovrebbero seguire misure rivoluzionarie: uscita dalla Nato; fine delle missioni all’estero, tranne le improbabili necessità di interventi strettamente umanitari -inondazioni terremoti epidemie-  soltanto in paesi confinanti o quasi; cancellazione di ogni capacità offensiva e ridimensionamento delle stesse capacità difensive (da quale Slovacchia o Yemen ci sentiamo minacciati?); divieto definitivo di nuovi equipaggiamenti aeronavali, corazzati e simili; vendita all’estero di navi, aerei, carri e di ogni materiale non richiesto dalla protezione dell’ordine pubblico; importanti tagli su tutti gli organici; dismissione della maggior parte degli immobili; miniaturizzazione del Ministero, degli Stati Maggiori e delle loro sedi fisiche. Insomma le residue Forze armate dovrebbero diventare una riserva back-up dei Carabinieri e di altre polizie. Il bilancio della Difesa andrebbe ridotto di tre quarti.

La rappresentanza all’estero è forse la più superflua e la meno produttiva delle funzioni pubbliche, senza confronti meno importante che la manutenzione di scuole, argini e tombini. Lo Stivale dovrebbe uscire da tutte le convenzioni diplomatiche, non importa quanto secolari; rinunziare alle reciprocità e alle competizioni nel fatuo (‘il mio garden party deve essere più elegante del garden party dell’Austria o della Colombia’). Dovremmo chiudere quasi tutte le ambasciate, cominciando dai paesi membri dell’Unione europea e dalla Santa Sede. In qualche caso, non sempre, attribuiremmo scarni compiti diplomatici ai consolati generali (uno per paese). I cognomi patrizi, oggi senza vergogna lardellanti i ranghi della ‘Carriera’, dovrebbero attirare i licenziamenti: in tal caso la decimazione potrebbe essere più clemente.

La partecipazione ai pochi organismi internazionali che risultino veramente utili non dovrebbe comportare sedi permanenti ed alteri dignitari, bensì modesti uffici tecnico-operativi, con prevalenti compiti di promozione economica. Abili piazzisti un po’ tamarri  sostituirebbero con vantaggio signorili consiglieri di legazione con ottimo tight, impareggiabili a far ballare le mogli dei ministri finlandesi. Anche il bilancio degli Esteri andrebbe ridotto di tre quarti, tra l’altro vendendo la Farnesina. Il Quirinale, se nessuno  vorrà comprarlo in quanto abitato male nei secoli da Papi, da Monarchi poco amanti del popolo e da Primi Cittadini ingolositi dal fasto tanto quanto i papi e i monarchi, meglio regalarlo  per fare economia.

I bilanci di questa e di ogni altra Somma Istituzione   -includendo il Parlamento, le Regioni ecc., che sono per niente sommi- andrebbero sventrati. Delle Province, tutte da abolire, resterebbero le sole sigle sulle targhe e negli indirizzi. A tutto il personale da licenziare -un paio di milioni di persone- dovremmo assicurare un assegno di sopravvivenza rapportato non alle retribuzioni precorse bensì alle necessità poco più che alimentari delle famiglie di ceto medio-popolare.

Tutto ciò, ed ogni altra vera riforma, richiederà la riscrittura della Costituzione, del Codice civile, degli statuti regionali in genere scritti da giuristi di fiducia della Casta. Richiederà il passaggio da questa democrazia parlamentar-truffaldina e dall’iperliberismo a un congegno selettivo di democrazia diretta e al semisocialismo, con più doveri che diritti, e forte di poteri draconiani.

Se no, tenetevi il peggior sistema d’Occidente.

AMC

RICORDATE GUIDO UCCELLI DI NEMI

Credo che alla maggior parte dei milanesi il nome Guido Ucelli di Nemi dica poco o nulla. Ed, invece, si tratta di una persona che è bene conoscere, perché la sua opera in Milano e per Milano è stata assai rilevante.

È giusto che essa entri a far parte della memoria storica della nostra città. A rimediare a tanta dimenticanza giunge, ora, un libro dal titolo “Guido Ucelli di Nemi”, industriale, umanista, innovatore; curato dall’Associazione Guido Ucelli, dagli Amici del Museo nazionale delle Scienze e della Tecnologia Leonardo da Vinci e dal Centro per la cultura d’impresa ed edito da Ulrico Hoepli di Milano.

Si tratta di un bel libro a più voci che scandaglia, in profondità, la multiforme personalità ed opera di Guido Ucelli, con una introduzione di Giulio Giorello (unico appunto: libri di questo tipo e qualità non dovrebbero più essere licenziati senza un indice generale analitico dei nomi). Accanto alla persona di Guido il libro fa conoscere il profilo della moglie Carla, fedele, appassionata e competente compagna e collaboratrice. Giustamente, quindi, Guido e Carla sono rappresentati insieme anche nel bassorilievo in bronzo che li ricorda, appena varcato l’ingresso, al Museo nazionale della Scienza e della Tecnologia.

Guido Ucelli nasce a Piacenza il 25 agosto 1885, quarto di cinque fratelli. Si trasferisce a Milano per frequentare il Politecnico dove si laurea in Ingegneria elettrotecnica nel 1909. Subito dopo la laurea, Guido Ucelli inizia a lavorare alla Riva, uno dei più antichi stabilimenti industriali in Lombardia, che già si era imposto come il primo produttore italiano di turbine idrauliche. Guido Ucelli conquista rapidamente la fiducia di Alberto Riva e nel 1915 (a trent’anni) è già consigliere di amministrazione e vicedirettore generale della Riva e assume la responsabilità della conduzione industriale e della strategia di sviluppo. Inizia così un grande impegno imprenditoriale che lo accompagnerà per tutta la vita, grazie al quale l’impresa diventerà una realtà industriale sempre più importante. Dal 1911, su sua iniziativa, inizia anche la produzione di pompe idrauliche, mentre nel 1923 Guido ideò e perfezionò l’accordo tra la Riva e la bolognese Calzoni dando vita alla Riva – Calzoni, della quale divenne amministratore delegato e, poi, anche socio importante.

Ma non voglio percorrere la sua luminosa carriera di imprenditore, bensì sottolineare la ricchezza della sua personalità e di quella della moglie Carla. Questa era figlia di Franco Tosi, grande industriale di Legnano, ucciso da un dipendente nel 1898. Si sposarono nel 1914 dando vita ad una storia d’amore e di collaborazione coniugale esemplare. Lei morì nel 1963, un anno prima delle nozze d’oro, e lui un anno dopo, nel 1964. Guido però non si appaga di diventare, rapidamente, un imprenditore di grande successo e di costituire una solida e bella famiglia. Egli si impegna, instancabilmente su una gamma sempre più vasta di attività, di contenuto civico, scientifico, formativo, sociale.

Tra le sue grandi iniziative certamente la più grande è la creazione del Museo nazionale della Scienza e della Tecnica, inaugurato a Milano il 15 febbraio 1953. L’idea era nata in lui al tempo in cui, ancora studente al Politecnico di Milano, aveva visitato l’Esposizione internazionale del Sempione a Milano nel 1906. Inizia allora, con altri allievi del Politecnico, a studiare il progetto di un “Museo delle Arti e delle Industrie”, incoraggiato da vari docenti del Politecnico. La convinzione che lo guida è quella dell’importanza di una cultura scientifica e tecnica diffuse. Egli si innesta così nel grande filone della cultura lombarda ed in particolare milanese, quella che si collega direttamente a Carlo Cattaneo, alla Società d’Incoraggiamento Arti e Mestieri (al cui direttivo partecipò dal 1932 all’anno della morte nel 1964), alla straordinaria attività dell’ingegnere Giuseppe Colombo, “venerato maestro” di Alberto Riva al Politecnico.

Fu solo con il governo fascista che l’idea di Guido Ucelli inizia il suo faticoso e lento cammino. Il 1 gennaio 1928 il capo del governo, Benito Mussolini, indirizza a Guglielmo Marconi, in qualità di presidente del Consiglio nazionale delle Ricerche (nato da soli cinque anni) un messaggio programmatico, nel quale afferma: “Occorre sistemare in Italia laboratori di ricerca ben attrezzati e Musei viventi, dove i progressi della scienza, della tecnica e della industria siano resi evidenti. Un Paese non spende invano in queste opere di progresso”. È l’idea di Guido Ucelli. Ed a Milano il messaggio a Marconi trova due grandi sostenitori: il podestà, duca Marcello Visconti di Modrone, e l’amministratore delegato della Ditte Riunite A. Riva e A. Calzoni, ingegner Guido Ucelli.

Nel 1930 il podestà di Milano istituisce una apposita commissione per studiare la realizzazione del nuovo Museo tecnico-scientifico e chiama Guido Ucelli a presiederla. Inizia così un lungo e tormentato iter, nell’ambito del quale si guarda, come modello, soprattutto al Deutsches Museum di Monaco. Seguire questa vicenda vuol dire seguire anche le vivacissime vicende politiche, amministrative, culturali di Milano, per un lungo periodo. Guido Ucelli mostra qui non solo le sue capacità ma soprattutto la sua tenacia. Senza entrambe e senza l’appoggio di Marconi, il progetto ben difficilmente sarebbe sopravvissuto agli infiniti siluri della burocrazia romana ed ai tentativi politici di trapiantare il progetto a Roma. Perciò è giusto che il merito della realizzazione del progetto sia attribuito soprattutto a Guido Ucelli.

Dopo la guerra il progetto, già ben avanzato, riprende e si completa sia sotto il profilo giuridico (creazione della Fondazione come Ente morale nel 1947), sia nella identificazione e ricostruzione della sede nell’ex monastero olivetano di via San Vittore (identificato da Ucelli), sia nel collegamento con Leonardo attraverso la Mostra della Scienza e Tecnica di Leonardo del 1953. Sarà Ucelli a proporre l’unione tra l’istituendo Museo e la Mostra di Leonardo. Sicché il 15 febbraio 1953, nel grandioso complesso del convento di San Vittore, restaurato su progetto degli architetti Piero Portalupi, Ferdinando Reggiari ed Enrico Griffini, vengono inaugurati insieme il Museo nazionale della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci” e la Mostra della Scienza e della Tecnica di Leonardo.

L’avvenimento ha portata nazionale. Sono presenti il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, membri del governo, della Camera, del Senato, il sindaco di Milano Virgilio Ferrari, altre autorità cittadine ed esponenti del mondo culturale, scientifico, tecnico, imprenditoriale. Il sogno di Ucelli nasce sui banchi del Politecnico nel 1908: si concretizza nel 1953; 45 anni nel corso dei quali ci sono due guerre, un regime fascista, la crisi economica e finanziaria degli anni ’30 e tante altre vicende sconvolgenti. Credo che queste date siano più che sufficienti per testimoniare la tempra dell’uomo ed il fatto che se Milano e l’Italia hanno un importante, anche se non sufficientemente valorizzato, Museo della Scienza e della Tecnica, esse lo devono in massima parte all’intelligenza e volontà dell’ingegnere Guido Ucelli.

Ho sintetizzato i due contributi più importanti di Guido Ucelli a Milano, come imprenditore e come fondatore del Museo della Scienza e della Tecnica. Ma molti altri sono i capitoli della sua attività che meritano attenzione ed approfondimento. Dalla tecnicamente straordinaria operazione per far riemergere dal fondale del Lago di Nemi le importanti navi romane che giacevano sul fondo; dalla intensa attività nel campo della formazione tecnica; dalla straordinaria capacità di fondere cultura tecnica e cultura umanistica; dalla opposizione alle leggi razziste e conseguente prigionia; dall’aver sempre coltivato un alto senso di responsabilità personale e di spiritualità, con un atteggiamento che è ben documentato nelle parole che egli pronunciò, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche in occasione della consegna del premio Rezzana (1964):

“È ben noto che ogni giorno di più le scienze fisiche si distaccano dalle ristrette concezioni materialistiche per accettare concetti che sembrano tendere quasi ad una nuova spiritualità: ogni scoperta fa intravedere nuove vie senza fine, sconfinati orizzonti, e sembra costituire una rivelazione dell’ordine instaurato nell’universo. La scienza sembra così avvicinare sempre più l’uomo alle soglie del divino mistero, alla nozione della sintesi essenziale, alla conoscenza dell’assoluto che si cela al di là degli schemi e delle teorie caduche, mentre nella acquisita certezza della misteriosa armonia universale e nell’inesausto anelito della conoscenza del vero, si rispecchia la visione dell’alta missione, dell’arcano destino dell’umanità: una sempre più alta evoluzione civile; una sempre più alta evoluzione spirituale”.

Ripercorrere le pagine di questo libro vuol dire anche immergersi in un esempio di quegli imprenditori che seppero essere veramente classe dirigente, non solo come capacità realizzatrice, ma come cultura, esempio morale, sobrietà di vita, senso alto della responsabilità nei confronti di tutta la comunità. Imprenditori che sono veri costruttori, perché non costruiscono solo oggetti ma cultura. Nell’ambito del libro, Giorgio Bigatti (docente di Storia economica all’Università Bocconi) dedica un saggio molto bello ed approfondito a Guido Ucelli come imprenditore, che intitola: “Storia di un imprenditore” e nel quale conclude:

“Il carattere che meglio restituisce il senso dell’esperienza umana e imprenditoriale di Guido Ucelli è, a mio avviso, la sua inattualità. Cosa di più inattuale, in un mondo che avanza a passo spedito verso una crescente frammentazione dei saperi, che postulare la necessità di una nuova sintesi tra arte e scienza? O ancora, per una stagione come l’attuale nella quale ormai la comunicazione ha trasformato il vuoto in evento, praticare la virtù della discrezione mirando alla sostanza delle cose? Da questo punto di vista la paziente tessitura per arrivare a dare corpo al progetto del Museo della Scienza e della Tecnica è esemplare. A muoverlo non era la ricerca di un ritorno di immagine o di un guadagno ma solo il desiderio di contribuire al progresso civile del paese. Sono in fondo le stesse motivazioni che si ritrovano nel suo essere imprenditore. Secondo una matrice cattolica di lontana derivazione giansenista, presente anche in altri imprenditori – si pensi ad Alberto Pirelli – Ucelli, coadiuvato in questo dalla moglie Carla, ebbe sempre un’acuta consapevolezza dei suoi doveri verso la società”.

Sono conclusioni che bene riassumono il personaggio di Guido Ucelli. Eppure non concordo con l’amara riflessione sulla sua “inattualità”. La verità è che la Grande Crisi, nel mezzo della quale ci troviamo, ci manda invece, un messaggio di grande attualità di imprenditori e uomini come Guido Ucelli. Abbiamo bisogno di reagire contro la frantumazione dei saperi, di realizzare nuove sintesi tra arte e scienza, di riconquistare la virtù della discrezione e della integrità intellettuale e morale, di ritornare ad un’imprenditoria sobria e solida, a ricominciare a comunicare tra noi in spirito di verità e non per soddisfare esigenze mediatiche. È un grande e difficile sforzo quello che dobbiamo fare, in relazione al quale, la Grande Crisi nel mezzo della quale ci troviamo, ci dice: se non riuscirete a realizzarlo sarete perduti.

Per questo rievocare personaggi come Guido e Carla Ucelli è di grande attualità.

di Marco Vitale

da allarmemilano-speranzamilano.it

DISMISSIONI DI CUI NON SI PARLA

Che altro dovrebbe vendere il governo Monti in aggiunta a caserme, a edifici sfarzosi di funzione obsoleta -cominciando dal Quirinale-, a caseggiati residenziali che, pagata la manutenzione, non fruttano niente (= affittati a parenti di politici da cacciare e di alti burocrati, ammiragli compresi, da decimare senza sangue)? Risposta: dovrebbe vendere tutti gli asset del Bel Paese che trovino un mercato.

Per cominciare, i cacciabombardieri più ogni altro aereo da guerra. Quanto ai primi, dovremmo sbarazzarci non solo di quelli criminalmente comprati pochi mesi fa, anche gli altri coperti da indulto. Il globo terracqueo conta abbastanza governi spiantati che volentieri compreranno l’usato come nuovo. Per non parlare di governi invece ricchissimi da petrolio etc. che nell’espandere i loro fetidi apparati militari non dimentichino del tutto il dovere di risparmiare per aiutare i poveri.

Faremmo bene a cedere la portaerei “Garibaldi” o la “Cavour”, pallido ricordo di quando la Monarchia, prima ancora del bellicismo mussoliniano, si compiaceva di possedere parecchie corazzate che mai servirono. Per la verità sembra che gli esperti chiamino la Garibaldi o la Cavour “incrociatori tuttoponte”, qualcosa parecchio più modesto delle maestose aircraft carriers che secondo Hollywood dettero  al Giappone la punizione per Pearl Harbor. Povera ‘Garibaldi’ resa ridicola dall’unica missione che ha compiuto, attraversare oceani per portare aiuto ad Haiti allorquando i noli marittimi erano a buon mercato, perciò mandare per soccorsi un mercantile o anche una nave da crociera sarebbe stato un affare, e il vessillo avrebbe garrito lo stesso.

Quasi tutta la flotta andrebbe venduta, visto che dovremmo farla finita con la tradizione della marina da guerra (alle maestranze degli arsenali, agli equipaggi, agli ufficiali così eleganti nelle divise sartoriali, un assegno di disoccupazione uguale per tutti). Dovremmo  conservare solo naviglio leggero, con navi comando non oltre il dislocamento della corvetta. Alla nostra flotta dovrebbe restare la sola missione di pattugliare le coste e salvare naufraghi. Sempre più ci mancheranno i fondi per scortare le navi civili che solcano mari infestati di pirati, figuriamoci poi se dovremmo mantenere una forza sottomarina!

Se il concetto è “piuttosto che finire accattoni meglio vendere i gioielli di famiglia”, non sono ‘eccellenze’, cioè cose da mettere sul mercato, anche la moda, il design, il calcio stadi compresi? Non sono i prodotti del nostro estro, specializzato sì nel superfluo ma fortunatamente scarso nei coreani, che poveretti primeggiano solo nel costruire cose serie, veicoli e navi? Se fossimo in guerra non azzereremmo il Milan, il Chievo e altre 500 società più o meno quotate in borsa? Non nazionalizzeremmo le Case del fashion, che nei paesi dell’Opec andrebbero a ruba? Siamo in guerra, dobbiamo duemila miliardi, allora accontentiamo i Nuovi Ricchi -Cina India Brasile e Paradisi fiscali delle Antille- che scalpitano per investire in Dolce&Gabbana, Miou Miou, e più ancora Emporio Armani?  Dicono che il vezzoso Giorgio abbia fatto molto per Milano. In effetti giorni fa vi ha aperto un altro albergo di lusso, e ama Milano così selvaggiamente da emettere la seguente storica dichiarazione: “Milano deve vivere anche di notte”. Lucrezio, Jacques-Bénigne Bossuet, Albert Schweitzer e svariati grandi moralisti non avrebbero saputo dire un pensiero così spirituale. Perché negare a Seul l’occasione d’essere adorata e beneficata dal famoso stilista dal volto di bambolo vizioso?

Obietterete: le fabbriche del glamour e gli opifici del palleggio non appartengono al Demanio come le caserme, bensì ai loro azionisti e impresari, come potrebbe Super Mario venderle? Replichiamo: non demmo in un’altra occasione l’oro alla Patria? Vogliamo farLa soccombere nel 151° genetliaco? Dunque il provvidenziale Mario espropri l’Italian Excellence insieme ad altri patrimoni nazionali, e faccia cassa.

Un altro Bene Nazionale da collocare è Giuliano Ferrara, pila atomica di vis polemica e roboanza. Con le sceneggiate romane contro Sarko e, più ancora, coi suoi esilaranti annunci che la controffensiva di primavera farà il Cav più mattatore e vincitore di prima, il pazzo di Silvio ha dilatato da par suo la propria quotazione di aedo, imbonitore e rodomonte. Volete che non troviamo un Lukashenko o un presidente africano bisognoso di un cantore della propria grandezza? Chi meglio di Giuliano il quale, peggio vanno le cose, più grosse le spara a gloria del suo Idolo e Re?

Tornando al Quirinale con le sue dépendances Villa Rosebery, Castelporziano etc., è evidente che il ricavato salirebbe alle stelle se lo vendessimo  ‘a cancelli chiusi’, cioè con tutto quanto contiene, arazzi lacché corazzieri ciambellani giuridici compresi. Coi progressi della telematica Lukashenko o il presidente africano regnerebbe benissimo dal palazzo dei Papi, mariuoli quanto e più di loro. Pensate al prestigio che Bielorussia/Nigeria acquisterebbe se  insediasse il Primo Cittadino sul più alto dei Sette  Colli! Sommità che, assieme all’area limitrofa e alle residenze estive, potremmo pure cedere in piena sovranità ed extraterritorialità. L’Urbe è già capitale di due Stati. Perché non Tre (o più, se altre Potenze  si  comprassero Montecitorio, Madama (palazzo e villa), Giustiniani, Consulta,  etc.)?

JJJ

L’ECONOMIA E’ PER GENTE PER BENE

La lezione dei Fratelli Panini

L’Europa discute su come ricapitalizzare le sue banche, stremate dalle conseguenze del debito di Atene e di mille speculazioni azzardate. Lo spettacolo non è esaltante, ma di tanto in tanto un sorriso puo’ rimpiazzare il pianto da tragedia greca. Ascolto una radio francese (per la cronaca si tratta del canale pubblico France Info) e scopro che l’Europa sta celebrando in pompa magna un anniversario di eccezionale importanza : il mezzo secolo trascorso dalla nascita delle mitiche e magiche « figurine Panini ».

Le figurine hanno cinquant’anni, ma i loro fondatori Giuseppe, Benito, Umberto e Franco (ovviamente tutti di cognome Panini) non immaginavano che avrebbero cambiato la storia europea e mondiale, commercializzando nel 1961 il primo album di fotografie dei calciatori. Io avevo allora tredici anni e come i miei coetanei cominciai ad appassionarmi per le immagini dei giocatori. Possedere la figurina era quasi come parlare con l’idolo dei propri sogni. Completare una pagina consentiva in un certo senso di sentirsi azionisti di una squadra. Terminare l’album, cosa assai complessa e difficile, era un’impresa “storica”. Si andava a scuola, ma buona parte delle cose che veramente si apprendevano (e che si tenevano a memoria) venivano dalle magiche figurine, sfornate dalla benemerita società Fratelli Panini di Modena. A scuola si imparava l’aritmetica, base del commercio. Pero’ il commercio vero, quello destinato a contare per tutta la vita, lo si imparava comprando e soprattutto negoziando le magiche figurine dei calciatori. Per comprarle bisognava risparmiare: prima lezione di economia. Per scambiarle occorreva conoscerne il valore di mercato. Seconda fondamentale lezione. Chi più era abile nel far salire i prezzi delle proprie figurine doppie (da cedere) e nel mascherare i propri appetiti per le figurine mancanti era nelle migliori condizioni per avanzare con l’album. Lezione numero tre.

Il successo italiano consenti’ mezzo secolo fa ai fratelli modenesi di espandersi in Europa, continente in cui il calcio fa battere i cuori e sognare le menti. Solo che li’ è successo l’imprevisto dalle conseguenze devastanti. La generazione di ragazzini-negoziatori di figurine è andata avanti con gli anni. Come dire “Piccoli Panini crescono”. I ragazzini di ieri sono andati a lavorare in banca e la loro propensione allo scambio li ha portati davanti al computer come traders di Société Générale, di UBS e via dicendo. Hanno scambiato allegramente i miliardi di (nostri) euro o si sono dilettati ad acquistare “subprime” americani, CDS (i certificati d’assicurazione sull’ipotetico fallimento degli Stati, di cui oggi nessuno conosce la quantità circolante nel mondo e di cui temo si parlerà molto nei prossimi mesi) e altri prodotti finanziari più o meno sofisticati. Invece di barattare Nils Liedholm con Cudicini padre, hanno pagato miliardi di dollari per strani certificati il cui valore reale è talvolta inferiore a quello delle figurine. Le cifre passavano sul loro computer e non c’era neppure bisogno di discutere all’uscita di scuola, come facevamo noi nell’improvvisata Borsa, sotto i portici, davanti alle Medie di Galliate, ridente e operoso borgo sulla riva piemontese del Ticino.

Il trader Jérôme Kerviel, della banca francese Société Générale, ha perso tra il 2007 e il 2008 la bella cifra di cinque miliardi di euro (ovviamente non suoi). Il mese scorso Kweku Adoboli, trader del gruppo UBS (Unione di Banca Svizzera) è finito in carcere a Londra per aver perso due miliardi di dollari giocherellando al computer con l’acquisto e la vendita di prodotti finanziari neppure troppo sofisticati. Come dire che il vertice della banca avrebbe potuto perfettamente controllare la sua azione e ha scelto di chiudere gli occhi (anche se adesso declina ogni responsabilità).

Cari Fratelli Panini, vedete dove siamo arrivati? Voi avete illuso generazioni di giovani europei sul fatto che l’economia fosse una cosa da ragazzi, ma avete dimenticato di spiegarci che dovrebbe essere soprattutto una cosa da gente per bene. Le cose sono ancora peggiorate dopo l’epoca aurea delle vostre figurine. Gli undicenni della generazione nata negli anni Settanta hanno perso la testa per il “game boy” invece che per l’album dei calciatori. Passavano ore ed ore su quella macchinetta pigiando un tasto dietro l’altro: proprio la stessa cosa che fanno oggi sui computers delle banche, cercando di pescare l’attimo fuggente in cui i derivati sugli affitti delle case di Hong Kong si rivalutano rispetto ai prodotti finanziari scaturiti dal commercio dell’immagine di Biancaneve a Eurodisney. I Sette nani stanno a guardare. Chiacchierano in allegria tra una birra e l’altra. Pare che la loro riunione porti il nome di G7.

Alberto Toscano

IL PARTITO DEGLI IMPRENDITORI? CI È BASTATO BERLUSCONI

Ci vorranno cento anni per smaltire i veleni e i danni iniettati nel Paese dal berlusconismo. Ecco perché diciamo di no ai segnali lanciati da alcuni imprenditori che bramano di scendere nell’arena politica. Gli imprenditori, che devono anche farsi perdonare di avere sostenuto così a lungo, così acriticamente, così ciecamente, così appassionatamente, così collusivamente, Berlusconi, pensino invece a rifondare un’economia seria, pulita, produttiva..

Quando lanciammo un sondaggio tra i nostri lettori, chiedendo quanto tempo sarebbero durati i veleni ed i danni iniettati nel Paese dal berlusconismo, la maggioranza rispose: dieci anni. Ora il vescovo di Mazara del Vallo – dichiarazione che pubblichiamo a parte – parla di quaranta anni. Chi scrive pensa che l’unità di misura corretta sia quella del secolo. Anche se la forbice dell’indicazione quantitativa può essere molto ampia, esistono ormai pochi dubbi, nella maggioranza dei cittadini, compresi molti dei suoi servi più fedeli, che i danni causati al Paese dall’imprenditore Berlusconi sono altissimi, e che il peso della c.d. tassa Berlusconi è più elevato di qualsiasi possibile imposta patrimoniale si sia mai vista sulla faccia della terra.
Una parte di questa gigantesca imposta è riconducibile al genio, in un certo senso, unico di Berlusconi. Ma un’altra parte, non piccola, è direttamente legata proprio al suo essere imprenditore, ed è su questo aspetto che vogliamo riflettere.

Se ci sforziamo di ricordare la figura di qualche imprenditore che abbia svolto, con successo duraturo, una importante funzione di guida politica, ben pochi o nessuno ci viene alla mente nella storia moderna di tutti i paesi. Certo non furono gli imprenditori a guidare la ricostruzione europea dopo la seconda guerra mondiale, i cui artefici si chiamavano Churchill, Adenauer, Schuman, De Gasperi. Né furono gli imprenditori a guidare la ricostruzione degli USA dopo la grande crisi degli anni Trenta, quando la leadership fu assunta da Roosevelt. Né furono gli imprenditori a guidare il processo di unificazione italiana i cui alfieri si chiamavano Cavour, Garibaldi, Mazzini. Né furono gli imprenditori a svolgere una funzione guida nel processo di unificazione europea, al quale, anzi, molti di loro si opposero a lungo.

Ogni tanto troviamo qualche imprenditore che assunse la responsabilità di ministro. Alcuni svolsero, in questa veste, un’azione politica rilevante. Tra tutti, in primo luogo, Walther Rathenau (1867-1922), imprenditore, dirigente industriale (era figlio di Emil il fondatore della AEG) ma anche statista, filosofo sociale, scrittore, pioniere degli studi sulla responsabilità sociale d’impresa, ministro della Ricostruzione nel 1921 e poi ministro degli Esteri dal gennaio 1922 sino a quando fu assassinato da appartenenti alle formazioni giovanili di destra. Un personaggio poliedrico, colto, eminente. Eccellente ministro delle Finanze fu, nel 1925, l’imprenditore e finanziere Giuseppe Volpi, nominato dal fascismo Conte di Misurata (per i meriti acquisiti come governatore della Tripolitania), la cui politica del debito pubblico e delle riforme fiscali andrebbe, ancora oggi, studiata a fondo. Ma molto più numerose sono le figure di imprenditori o alti dirigenti d’impresa che, come ministri, fecero molto male. Come McNamara, grande ed ottimo dirigente industriale, che fu un pessimo ministro della Difesa di Kennedy, come Hank Paulson, grande dirigente bancario, uno degli uomini più ricchi d’America e catastrofico ministro del Tesoro del presidente Bush; come il nostro Lunardi, disastroso ministro dei Lavori pubblici di Berlusconi, il teorico della convivenza con la mafia.

Perché dunque è così difficile che un, pur bravo, imprenditore sia anche un buon politico? Lo spiegarono, con formula assai concisa, i veneziani nel 1534, quando, riferendosi ad Alvise Gritti, dissero criticamente: “Ille vult esse dominus et simul vult esse mercator; esse autem dominus et mercator impossible est”. Il tema è stato analizzato da Ludwig von Mises nel 1922 nel suo libro “Socialismo”, uno dei libri fondamentali del ‘900, che ha spiegato, con un anticipo di 70 anni, perché le economie centralizzate non potevano funzionare: “L’intero scopo dell’imprenditore è di adattarsi alle contingenze economiche del momento. Il suo scopo non è di combattere il socialismo, ma di adattarsi alle condizioni create da una politica che tende alla socializzazione. Non ci si deve attendere che gli imprenditori o qualsiasi altro gruppo nella società debbano, al di là del proprio interesse, fare dei principi generali di benessere la massima della loro propria azione. Le necessità della vita li spingono a trarre il massimo da ogni circostanza data. Non è affare degli imprenditori dirigere la lotta politica contro il socialismo; tutto quel che li riguarda è adattarsi nei confronti della socializzazione, in modo da trarre il massimo profitto possibile nelle condizioni in cui si trovano”.

Lo ha sostenuto, sin dal 1954, Peter Drucker, il massimo cantore dell’impresa e della responsabilità imprenditoriale:

“Solo a questo punto si può affrontare il problema delle responsabilità che la classe dirigente industriale dovrebbe assumersi, essendo uno dei gruppi-guida della società moderna, responsabilità che trascendono quelle di natura puramente aziendale. Non passa giorno, senza che un portavoce dell’industria non affermi l’esistenza di una qualche responsabilità nuova di questo genere. Si è sentito dire che l’industria, e per essa i suoi dirigenti, dovrebbero essere responsabili della sopravvivenza degli studi classici nelle università, della istruzione economica dei lavoratori, della tolleranza religiosa, della libertà di stampa, del rafforzamento o della abolizione delle Nazioni Unite, e della “cultura” nel senso più ampio e della protezione delle varie arti.

Non c’è alcun dubbio che l’essere un gruppo guida comporti delle gravi responsabilità e che nulla è più distruttivo che l’evitare tale responsabilità. Del pari, però, nulla è altrettanto distruttivo quanto rivendicare delle responsabilità che un gruppo non ha; nulla è più pericoloso che l’usurpare delle responsabilità. Il modo con cui la classe dirigente industriale d’oggi ha affrontato il problema, tende a commettere ambedue questi errori, a evitare, cioè, delle responsabilità reali e a usurpare delle responsabilità che non esistono e non devono esistere.

Infatti, chiunque parli di “responsabilità”, afferma implicitamente anche l’esistenza di una “autorità”. Affermare che la classe dirigente industriale ha delle responsabilità in un determinato campo, significa anche affidarle un’autorità in quel campo. C’è, forse, una qualche ragione per credere che in una libera società, una classe dirigente dovrebbe avere autorità in campo universitario, artistico, educativo o in merito alla libertà di stampa o in politica estera? Sollevare il problema significa dargli l’unica soluzione possibile: un’autorità del genere sarebbe inammissibile. Affermazioni del genere non dovrebbero essere concesse neppure alla foga oratoria dei discorsi di apertura dei “picnic” che le aziende, per antica abitudine, tengono ogni anno.

Le responsabilità pubbliche della classe dirigente industriale dovrebbero quindi essere limitate a quelle aree, in cui essa può, legittimamente, invocare autorità”.

Infine la dimostrazione definitiva dell’incompatibilità tra la mentalità, la cultura, la metodologia dell’imprenditore e quelle dell’uomo politico, ci è stata offerta proprio da Berlusconi, la cui azione (a prescindere da tutte le valutazioni di carattere morale) si è dimostrata una delle più inefficienti, inefficaci ed inconcludenti della storia italiana, proprio perché “Ille vult esse dominus et simul vult essere mercator; esse autem dominus et mercator impossibile est”.

Anche chi scrive è stato ed è da una vita un cantore dell’impresa, dello spirito imprenditoriale e della responsabilità imprenditoriale e pensa che il ruolo che lo spirito d’impresa può e deve avere per la decisiva partita in corso per salvare e ricostruire il Paese dai disastri del berlusconismo e della Lega congiunti, sia molto importante. Ma ognuno nel proprio ruolo, facendo le cose che sa fare, assolvendo bene alla sua missione.

Per questo guardo con crescente e doppia inquietudine ai segnali che vedono alcuni imprenditori bramosi di scendere nell’arena politica. Parlo di doppia inquietudine, perché il rischio che corriamo di un’azione di questo tipo è doppio. Rischiamo di avere nuovi governanti pessimi, come sono, salve rarissime eccezioni, gli imprenditori quando scendono (non si dice mai: quando salgono) in politica. Rischiamo di avere nuove forme di conflitti di interesse e di confusioni di ruolo che tolgono alla categoria imprenditoriale, nel suo insieme, quella credibilità necessaria per pesare, come corpo imprenditoriale, nel processo di disinquinamento e ricostruzione del Paese. Un ruolo molto importante spetta agli imprenditori associati nella battaglia per la rifondazione di un’economia seria, pulita, produttiva. Ma proprio per questo dobbiamo dire no al partito o ai partiti degli imprenditori. Qui abbiamo già dato e gli imprenditori devono anche farsi perdonare di avere sostenuto così a lungo, così acriticamente, così ciecamente, così appassionatamente, così collusivamente, Berlusconi. È giusto perdonarli. Ma che non “scendano”in politica, ma piuttosto “salgano” come responsabilità pubblica. Per gli imprenditori in politica abbiamo già dato. E ad occhio e croce, per un centinaio di anni dovrebbe bastare.

Marco Vitale

da www.allarmemilano-speranzamilano.it

CONTROCANTO A INTERNAUTA: PARLA UN MODERATO

Consapevole d’essere spesso tentato dal messianismo, peraltro come parecchi altri humans, sono andato a fare domande a un uomo di cui conosco la costante medietà: la condizione di ciò che si pone tra gli estremi, l’eccesso e il difetto. Goffredo Giovannetti, uno che diffida dei voli fantastici, è stato per molti anni direttore di “Europa Domani”, mensile di economia e finanza, un po’ anche di cultura non intellettualistica. Lombardo di padre toscano e madre veneta, conosce a fondo il meccanismo che forza i media a caricare le notizie di elementi a sensazione.

Gli chiedo quanto è reale la crisi del capitalismo occidentale. Come mi aspettavo, risponde: “Apocalisse, nessuna. C’è stata una crisi finanziaria importante, difficile, provocata dal mondo anglosassone. Dopo avere investito le banche americane prima, poi quelle britanniche, la crisi ha aggredito i debiti pubblici. Non c’è stato un crac complessivo, però hanno operato fattori che determinano psicosi. Ha agito negativamente l’oligopolio, anche questo anglosassone, delle Agenzie di rating. Detengono un potere assurdo, laddove hanno commesso errori clamorosi, tipo Lehman Brothers. Non avevano capito la bolla finanziaria. Alle Agenzie di rating fa gioco dilatare le difficoltà. Io spero che le Borse continuino a non curarsi dei Soloni del rating, come fanno da qualche giorno” (è l’11 ottobre, poco prima del nuovo monito di Jean-Claude Trichet: ‘Le cose sono peggiorate nelle ultime tre settimane’).

Per Giovannetti il panorama non è drammatico. Non è drammatica in particolare la situazione dell’Italia: “Abbiamo un deficit attorno al 3,5 per cento. Ma in Gran Bretagna è l’8%. Per me è truffaldino il meccanismo angloamericano del ‘leverage’: su una singola operazione creditizia esso carica sette, otto, dieci prodotti derivati. Comunque, a smentire gli eccessi di pessimismo c’è il fatto che le banche americane hanno già rimborsato i grossi prestiti ricevuti dal governo di Washington. Non farlo costava troppo per interessi. Le banche hanno preso varie misure, hanno fatto tagli e messo su ‘bad banks’, e le cose sono tornate alla normalità”.

Il mio interlocutore precisa di non essere un ottimista per principio o per indole: “Sto ai fatti, per semplice buon senso”. In mancanza di fatti sufficienti e concreti non si pronuncia sugli allarmi che si levano su problemi americani quali il crescere dei poveri e la perdita di competitività di grandi settori manufatturieri. Ammette che le economie avanzate non possono continuare a crescere indefinitamente. “Però non è detto nemmeno che la delocalizzazione dall’Occidente verso paesi meno avanzati debba continuare col ritmo di prima. Il nostro Nord-Est si era messo a trasferire produzioni in Romania e altrove. Erano stati istituiti due voli al giorno, Venezia-Timisoara e ritorno. Ora ci sono vari rientri, per questa o quella ragione”.

Il discorso si sposta sulle nostre crisi, per esempio le navi e gli autobus che non si vendono. Giovannetti è guardingo: “Non dimentichiamo la grande tradizione della nostra cantieristica. Non è spacciata. Per le grandi navi da crociera è stata leader mondiale. Oggi il momento non è favorevole; si vedrà. Prendiamo un altro caso particolare, le concerie. Qualche decennio fa, dalle nostre parti sembravano condannate, anche perchè molto inquinanti. Oggi il settore è abbastanza florido. Le cose cambiano. La società cambia”.

Tutto  bene allora? Non tutto bene. “Manchiamo completamente di grandi industrie di base. La finanza ha quasi distrutto la nostra chimica, responsabilità anche della Fiat. Tuttavia, come dicevo, non possiamo pensare a una crescita che non si ferma più. E dovremo creare cose completamente nuove, tentando di imitare Steve Jobs”.

Quanto alle cose da fare per le fabbriche senza mercato, Giovannetti non ha dubbi: quando i dati sono sicuri vanno chiuse, garantendo ai lavoratori meno giovani lo scivolo verso la pensione. Assicurare 1200 euro al posto di una paga di 1500 non è detto debba costare alla collettività più che sussidiare le fabbriche perché producano perdite. Il guaio è che milioni di persone, specialmente ma non solo nel Sud, si sono abituate a vivere nel largo dei sussidi pubblici. E’ una fortuna che l’euro ci vieti di largheggiare ulteriormente. Però il buon senso ci vieta anche di vedere tutto nero”.

Su  questi consigli di prudenza noi messianici rifletteremo: ce lo impone la logica, anche se sono tante le voci che proibiscono l’ottimismo della speranza. In ogni caso non rinunciamo a sperare di liberarci un giorno da un ipercapitalismo consumista le cui magagne crescono. Se volete, il nostro è messianismo, attesa di cose radicalmente nuove, visto che le vecchie si decompongono.

A.M.C.

MIRACOLO ADDIO? I CONTI IN ROSSO DEL 150°

Non solo quelli economici…

Conclusioni sull’Unità d’Italia (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V)

Il cammino compiuto in 150 anni dall’Italia unita e indipendente è stato tanto e complessivamente proficuo, come abbiamo cercato di chiarire a puntate a partire dallo scorso aprile (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V). Lo è stato sia rispetto alle condizioni in cui versava il paese prima del 1861 sia in ciascuna fase successiva dell’intero percorso rispetto alla precedente, compreso, almeno per alcuni aspetti importanti, anche il pur relativamente breve e funesto periodo fascista. Per l’ultima (o, se si preferisce, penultima) fase, quella iniziata nel 1945, si è parlato spesso e volentieri di miracolo italiano, benché con prevalente riferimento allo sviluppo economico.

Oggi però l’insieme di ogni conquista appare per la prima volta in pericolo, inclusa al limite l’unità nazionale. Possiamo perciò renderci conto più e meglio di prima che un alcunché di portentoso debba essere intervenuto davvero, e non solo per un paio di decenni dopo la seconda guerra mondiale. Al tempo stesso, l’inedito stato di pericolo avverte che sui miracoli, ovvero su quello che una volta si chiamava lo “stellone”, non si può fare assegnamento ad oltranza. Non più, d’altronde, che sull’ineluttabilità delle “magnifiche sorti e progressive” di cui già dubitava Giacomo Leopardi.

Come non definire miracolosa, comunque, l’ascesa ai più alti livelli planetari di benessere e progresso compiuta da un paese forte sì di un patrimonio culturale con pochi e forse nessun uguale al mondo ma praticamente privo di ricchezze naturali? Da uno Stato nazionale nato sì con ambizioni persino smodate (e recidive) ma anche con radicati complessi di inferiorità, semmai via via acuiti, rispetto ad altre “potenze” ben più solide? Da un popolo, soprattutto, che non ha mai mostrato soverchia fiducia ed apprezzamento verso i propri dirigenti e che, in effetti, raramente è stato governato con perizia ed efficienza dando spesso l’impressione, anzi, di avere conseguito successi più o meno mirabolanti non grazie ai suoi reggitori ma malgrado essi?

Un’impressione, questa, che potrebbe trovare qualche conforto nell’attuale esempio del Belgio, capace di resistere alla crisi mondiale meglio di altri paesi e anzi di migliorarsi rispetto al proprio recente passato pur in assenza di un vero governo da oltre un anno. Ci siamo già soffermati, tuttavia, sul fatto che la classe dirigente italiana non viene da Marte ma è espressione più o meno genuina di un popolo certamente dotato di non poche qualità e meriti ma gravato da almeno altrettanti e ben noti difetti o, meglio, vere e proprie patologie, a cominciare da una vitalità spesso rivolta al male piuttosto che a fini costruttivi e da una reattività non meno frequentemente distorta.

Indro Montanelli sosteneva che governare gli italiani non è impossibile ma è inutile. Può darsi, ma per rendere utile il possibile occorrerebbero almeno dei tentativi improntati a sufficiente coraggio, costanza e lungimiranza. Un impegno di grande respiro, cioè, mirato in modo particolare ad estirpare o quanto meno ridimensionare le manifestazioni più macroscopiche, devastanti o paralizzanti delle suddette patologie: corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, illegalità pluriforme e dilagante. Un simile impegno è sinora mancato, e mentre sono svanite ben presto le illusioni che lo sviluppo economico potesse bastare ad eliminarle, di fatto è avvenuto semmai il contrario: il boom ne ha favorito l’ampliamento e l’approfondimento. Per di più mascherandole, in una certa misura, fino a quando l’accentuato peggioramento dei conti nazionali non ha richiamato l’attenzione anche su queste sue cause certo non secondarie.

Alle quali, tuttavia, vanno aggiunti la cronica litigiosità della classe dirigente, l’endemico frazionismo anche all’interno dei singoli partiti, l’incapacità di mantenere lo scontro politico entro limiti ragionevoli e di accettare l’alternanza al potere come un fatto naturale in democrazia anziché una sciagura e un torto imperdonabile, quando ai voti vince l’altro. Tutto ciò spiega una ben nota e tradizionale anomalia italiana come la cronica instabilità governativa, risalente all’unificazione e interrotta soltanto dal ventennio fascista. Nonostante la camicia di forza imposta per mezzo secolo dal contesto internazionale con conseguente esclusione dal potere del grosso dell’opposizione parlamentare, essa continuò infatti a caratterizzare anche il periodo repubblicano, con una durata media dei governi rimasta inferiore a due anni, e addirittura a uno contando i più gabinetti consecutivi capeggiati dalla stessa persona.

Nel periodo monarchico, agitato da ripetute crisi, turbolenze e cambiamenti di scena, persino uno statista di vaglia come Giolitti ricorreva all’espediente di temporanei ritiri per calcolo tattico non sempre azzeccato. Dopo il 1945, a movimentare non solo superficialmente la lunga egemonia democristiana e ad ostacolare la necessaria continuità di qualsiasi azione governativa provvidero le rivalità personali e i contrasti fra le varie correnti del partito di maggioranza relativa, che coinvolgevano anche i suoi mutevoli alleati.

Tutto ciò, a sua volta, contribuisce a spiegare l’altra e ancor più vistosa anomalia italiana, sempre rispetto ai paesi generalmente assunti come termine di paragone. Nessuno di questi ha subito, nella sua storia recente, tre tracolli del sistema politico nazionale attribuibili ad una sua fragilità di fondo e a sue disfunzionalità oltre che a cause esterne o piuttosto che ad esse. Non la Gran Bretagna, dove la continuità politico-istituzionale non è mai venuta meno malgrado la perdita dell’impero e il conseguente declassamento internazionale. Neppure la Francia, dove la terza repubblica è stata abbattuta dalle armate naziste lasciando però il posto ad una quarta largamente simile e dove la transizione alla quinta è avvenuta sì in circostanze drammatiche ma senza bruschi strappi.

La Germania, messa in ginocchio a breve distanza di tempo da due disastrose sconfitte militari inframezzate da una micidiale crisi economica, si è riscattata dall’onta di avere generato uno dei regimi più criminali della storia umana sfoderando quasi un modello di democrazia stabile ed efficiente, che non ha risentito scosse di rilievo per oltre sessant’anni. Anche la Spagna, dopo la tragedia della guerra civile, ha saputo uscire in modo indolore dalla susseguente dittatura franchista e adottare un sistema democratico funzionale, capace di modernizzare il paese promuovendone un rapido sviluppo e di padroneggiare poi con relativo successo, almeno sinora, l’attuale crisi economica.

Tutti questi paesi hanno dovuto affrontare come l’Italia, nella seconda metà del 20° secolo e all’inizio del 21°, sfide interne ed esterne più o meno temibili, comprese alcune forme di contestazione extraparlamentare. Le hanno però superate o almeno arginate senza gravi difficoltà, mantenendo fermi, a differenza dell’Italia, sistemi politici di tipo bipolare contrassegnati anzi, con la sola eccezione della Francia prima della svolta gollista, da una naturale, fisiologica e persino salutare alternanza al potere di due grandi partiti, uno più o meno conservatore, di destra o centro-destra, e l’altro più o meno progressista, di sinistra o centro-sinistra.

L’Italia, per contro, non ha visto solo la resa dello Stato liberale e almeno parzialmente democratico, all’assalto fascista, praticamente senza combattere e per di più non in seguito ad una sconfitta militare ma dopo una vittoria sia pure assai sudata e costosa; né soltanto, poi, il crollo della dittatura mussoliniana definibile, volendo, come un virtuale suicidio in quanto provocato dalla disfatta subita in un conflitto in cui quel regime si era lanciato nel più gratuito e irresponsabile dei modi. E’ stata altresì teatro di un terzo ribaltone, quello dei primi anni ’90, certo meno catastrofico dei precedenti ma ugualmente stravolgente nonchè classificabile come esito fallimentare di un’intera stagione o esperienza politica, di una certa gestione del sistema paese. Ad affossarla  concorsero, come si sa, un insieme di fattori: la fine della contesa planetaria tra Est e Ovest; l’usura del lungo predominio democristiano; l’offensiva della magistratura, finalmente risvegliatasi da un altrettanto lungo torpore, contro il malaffare che pervadeva i partiti, la pubblica amministrazione e il mondo economico; e, infine, la rivolta del Nord  contro il potere centrale.

Dalle macerie della cosiddetta prima repubblica ne è nata, sostengono i più, una seconda, diversa almeno in quanto gestita da formazioni politiche e protagonisti in gran parte nuovi ma soprattutto perché animata da diffuse aspettative di mutamenti in meglio. Di due, in particolare, apparentemente condivisi in larga misura: una gestione della cosa pubblica in generale meno infestata da abusi, pratiche illecite e affarismo dopo il drastico repulisti giudiziario, per un verso, e più stabile a livello governativo, per un altro, grazie all’instaurazione di un sistema bipolare e magari tendenzialmente bipartitico.

In entrambi i casi, sfortunatamente, le speranze si sono rivelate illusorie, al punto anzi da trovarsi di fronte a ulteriori e vistosi deterioramenti su tutta la linea. La corruzione e gli altri tipi di malaffare non hanno tardato a risollevarsi dai colpi ricevuti da Mani pulite, ad espandersi (come provato dal succedersi quasi quotidiano dei relativi scandali, utili peraltro, si direbbe, solo a confermare la diffusione del fenomeno) e ad aggravare la loro incidenza sui conti del paese. Il che non stupisce, e men che meno può stupire quanti denunciano a gran voce la cosiddetta supplenza della magistratura, ossia la sua pretesa invasione di un campo altrui. E’ vero infatti che, fermo restando il dovere di procuratori e giudici di perseguire ogni singolo reato, il compito di affrontare e se possibile risolvere il problema nel suo complesso toccherebbe alla politica. La quale, però, non ha mosso un dito, e semmai l’ha mosso in direzione opposta.

Quanto al bipolarismo, si è ben presto dimostrato precario, sterile e persino dannoso. Nel giro di 17 anni si è votato cinque volte per il rinnovo del parlamento di cui due per elezioni anticipate a causa della frana di una coalizione di centro-destra (1996) e di una di centro-sinistra (2008). Solo due legislature su cinque, insomma, hanno raggiunto la prevista durata quinquennale, e al momento attuale pare improbabile che possano diventare tre con l’arrivo di quella in corso alla normale scadenza del 2013.

Si parla spesso e volentieri di periodo complessivamente dominato dalla figura di Silvio Berlusconi, che ne sarà sicuramente stato il personaggio di maggiore spicco, in senso però anche, se non soprattutto, negativo. In realtà il Cavaliere è stato battuto due volte ai voti dal suo rivale Romano Prodi, sia pure solo di strettissima misura e con effetto effimero, la seconda volta (2006), e comunque al termine di un quinquennio, l’unico completato sinora dal governo di centro-destra, caratterizzato dall’inconcludenza e da un bilancio non meno deludente di quello dei governi di centro-sinistra nel quinquennio precedente, se si esclude l’ingresso in zona euro. In altri termini, il periodo diciamo pure berlusconiano si chiuderà, salvo sorprese, senza che il suo denominatore abbia ottenuto un solo rinnovo immediato dei propri tre mandati.

Nulla di paragonabile, quindi, alla durata in carica e alle pur sempre discutibili realizzazioni di altri mattatori della scena politica europea negli ultimi decenni, quali ad esempio Margaret Thatcher e Tony Blair in Gran Bretagna, Kohl e Schroeder in Germania, Mitterrand in Francia e lo stesso Zapatero ora dimissionario in Spagna. Tutti sostenuti, costoro ed altri, da maggioranze relativamente solide ed omogenee, che sono invece mancate a Berlusconi, al di là delle vantate apparenze numeriche, per non parlare di Prodi, prima sloggiato da un complottino paratrasversale D’Alema-Bertinotti-Cossiga e poi vanamente cimentatosi nel compito proibitivo di rendere operante e tenere insieme una coalizione superaffollata di gente di ogni colore. Il suo rivale, invece, poco dopo avere smentito le previsioni sbaragliando la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto praticamente all’indomani della propria “discesa in campo”, incassò l‘abbandono da parte della Lega Nord, che in seguito ripristinò l’alleanza iniziale avendo già dato però un primo segnale della difficoltà di contemperare il proprio particolarismo regionale con le istanze e le esigenze di un grande partito nazionale come Forza Italia.

Per alcuni anni sembrò peraltro che a questo riguardo le cose si potessero in qualche modo aggiustare, ma il peggio per il centro-destra doveva arrivare proprio col tentativo di entrambi gli opposti schieramenti di rafforzare il bipolarismo. Il buon esempio venne dal centro-sinistra con la fusione tra DS e Margherita dopo la caduta del secondo governo Prodi, ma alla pur onorevole sconfitta del neonato Partito democratico nelle elezioni del 2008 seguì la sua progressiva perdita di consensi e di credibilità a causa della manifesta e crescente disarmonia tra la componente post-comunista e quella di ispirazione cattolica.

Berlusconi si era affrettato a replicare con l’unificazione tra Forza Italia e la post-neofascista Alleanza nazionale nel Popolo della libertà, la cui prima ripercussione fu il distacco dal blocco di centro-destra dell’UDC di Casini. Due anni più tardi è stata la volta di Gianfranco Fini, presidente del Senato e già leader di AN, a rompere con il premier e a fondare un suo partitino, simmetrico a quello cui aveva appena dato vita, uscendo a sua volta dal PD, Francesco Rutelli, già candidato premier del centro-sinistra sconfitto da Berlusconi nel 2001. Nel frattempo il PD subiva una certa emorragia anche sul versante opposto a vantaggio della più forte formazione, capeggiata dal “governatore” della Puglia Nichi Vendola, emersa dall’ennesimo rimescolamento dell’estrema sinistra dopo la disfatta nelle elezioni del 2008 con conseguente esclusione dal parlamento.

La confluenza di Casini, Fini e Rutelli in un terzo polo quanto meno embrionale ridimensionava già di per sé i due maggiori, il cui concomitante indebolimento veniva messo in ulteriore risalto dal succedersi dei sondaggi d’opinione che confermavano l’avvento di un nuovissimo partito di maggioranza relativa: quello idealmente formato dalla parte più delusa dell’elettorato che si rifiutava di esprimere qualsiasi preferenza. Un’altra bocciatura, dunque, del bipolarismo, la cui crisi coincideva con quella della coalizione governativa, che la sola defezione finiana bastava a far barcollare malgrado la decantata maggioranza “bulgara” di cui godeva in parlamento. 

Berlusconi si è salvato, sinora, recuperando una parte dei seguaci di Fini e prezzolando in vario modo un certo numero di disertori di altri partiti e di deputati indipendenti, a dispetto delle promesse ed aspettative di una politica più pulita e trasparente che avevano accompagnato la discesa in campo di un imprenditore straricco anche contro i politici di professione. Aspettative analoghe sono state inoltre frustrate dalla sempre più copiosa divulgazione dei costi della politica, ossia degli spesso smisurati emolumenti e privilegi  accumulati dalla “casta” di gestori eletti e non eletti della cosa pubblica, al centro come in periferia e senza distinzioni di colore. Costi, naturalmente, tanto più ingiustificabili in una fase in cui la crisi economica impone pesanti sacrifici al comune cittadino, già colpito dal continuo aumento della pressione fiscale (anche qui, contrariamente ad enfatiche e ribadite promesse), e in particolare al contribuente onesto o senza via di scampo, vittima indiretta della massa impunita degli evasori.

Berlusconi è stato messo altresì alle strette dalla lamentata persecuzione giudiziaria, forse davvero tale in qualche misura ma pur sempre da rapportare all’eccezionalità del personaggio, con il suo plateale conflitto di interessi, impensabile in qualsiasi altro paese democratico, il suo disinvolto approccio allo Stato di diritto e i suoi comportamenti pubblici e privati. Dannosi fra l’altro, questi ultimi, per l’immagine del paese soprattutto oggi che esiste un particolare bisogno dell’altrui solidarietà e comprensione.

L’Italia politica, in verità, non ha mai goduto di molta considerazione all’estero; i suoi sforzi per farsi accettare da inglesi, francesi e tedeschi come partner paritario nella guida dell’Europa più o meno unita, ad esempio, si sono sempre scontrati con un malcelato fastidio risultando spesso patetici oltre che vani. Ma ormai si è arrivati all’emarginazione pressocchè totale, e per di più con modi bruschi, cosicchè un premier crociato dell’anticomunismo deve accontentarsi dell’amicizia del russo Putin, campione della democrazia “guidata” e un po’ nostalgico dell’URSS.

La resistenza di Berlusconi alle multiformi pressioni per un suo “passo indietro” è d’altronde agevolata dalla persistente pochezza dell’alternativa offerta dal centro-sinistra, sempre incerto innanzitutto se identificarsi più come centro oppure come sinistra. Ma anche se quelle pressioni avranno comunque successo e se, ad esempio, un eventuale governo tecnico riuscisse a sventare le minacce contingenti che incombono sul futuro del paese in campo economico-finanziario, nessuno dovrebbe illudersi e men che meno cantare vittoria: i problemi nazionali di fondo che si trascinano da un secolo e mezzo o che sono sorti più di recente resterebbero tutti sul tappeto.

Franco Soglian

AGIOGRAFIA DI G. FERRARA

Jacopone da Todi non amava Gesù come Ferrara ama GW Bush e Dick Cheney (un po’ meno forse ama Rumsfeld, colui che divise l’Europa in ‘new’ e ‘old’, così come Geova divise la terra dalle acque). Ex aequo il dominus de Il Foglio ama perdutamente Berlusconi.

Abbiamo letto sulla ‘presidenza combattente’ di Bush parole così intense che Ferrara deve averle scritte col petto rotto dai singulti, in stato di invasamento, come a Delfi la profetessa Pizia quando le esalazioni dalla voragine del dio Apollo erano entrate in lei e la squassavano. Un paio di settimane fa un Ferrara ancora squassato martellava che la guerra all’Irak fu “una risposta necessaria, dolorosa e generosa, nel nome della Costituzione (?) e della libertà dei popoli. Non fu una carneficina inutile, bensì l’esportazione del rischio e della democrazia, la prova che eravamo in vita, che la battaglia sarebbe stata lunga e dolorosa ma degna d’essere combattuta (…) una guerra di liberazione in cui i liberatori ci mettono la faccia, la vita, l’immensa fatica di pacificare e di ricostruire (…) L’attacco sanguinoso al cuore del capitalismo liberale doveva trovare una replica di peso storico. La strategia di Bush Cheney e Petraeus era all’altezza dell’11 Settembre, e i Berlusconi e i Blair lo capirono e pagarono il costo di una decisione difficile. Tutto il resto era fanfaluca, timore reverenziale, islamosudditanza nel nome della rinuncia occidentale a difendere la libertà dei cittadini, delle donne, delle minoranze oppresse”.

Ha ragione, fu una carneficina proprio indispensabile. Notare l’aggiunta di Blair ai Tre Moschettieri ‘del rischio e della democrazia’. Tutto il resto, cioè quella vasta maggioranza della popolazione del pianeta che non si è unita a Bush e a Giuliano, è fanfaluca. Anche voi lettori siete islamosudditi. Quando Ferrara riscriverà, per migliorarlo, l’Inferno dantesco dovrà dilatarlo alla misura della sua poiesi immensa, perchè possa accogliere, esso Inferno, circa sei miliardi di humans che furono sordi al grido di battaglia di Bush e di lui stesso, l’aedo del combattimento liberalcapitalista. E come azzannò Obama, Giuliano Ferrara, appena cominciata la gazzarra araba, perché non mandava la VI flotta a schiacciarla!

Dicevamo che il cosmo di Giulianoferr è vasto abbastanza da includere un’extra nebulosa di lodi a Berlusconi. Trascriviamo qui uno scampolo di ditirambo da ‘Panorama’, 21 settembre. Elenca alcune (poche, per la tirannia dello spazio assegnato alla ‘column’ giulianesca, ‘L’Arcitaliano’) delle doti di natura assegnate dagli dei a Berlusconi: “Candida (alle elezioni) le Belle e Brave”. Esercita “una superba libertà psicologica da ogni costrizione formale: fare quello che gli pare è il suo crisma. E’ un grandissimo monello”.

L’11 agosto l’Arcitaliano aveva stoppato il chiacchiericcio sul dopo-Monello: “Ben venga un governo tecnico. Ma c’è già: a guidarlo è l’istinto imprenditoriale di Berlusconi”. E il 7 agosto: “Con la stessa energia che ha tappato la bocca ai suoi nemici coll’approvazione della manovra triennale, Berlusconi dovrebbe guidare comunque, Tremonti o no”. In effetti la torma dei nemici del Monello, tutti con la bocca tappata, la vedete lì ammutolita, impotente, scornata.

Non crediate, peraltro, che lo Jacopone-folle-del-Cav sia sempre posseduto dall’invasamento. Possiede riserve di fredda, perforante penetrazione, di visione notturna, di raggi X che attraversano masse per tutti noi opache. Leggete l’Arcitaliano del 21 settembre e ditemi se egli non è il grande Sintetizzatore. Titolo: “Dico che Napolitano non è un avversario di Berlusconi ma invece una figura istituzionale che lo sta aiutando a governare”. Leggete, perché è stato scritto fuori invasamento da una Pizia che non si cura più di Apollo. Questa volta Ferrara ha ragione; i media che stanno alle apparenze, torto.

Già il 31 agosto l’Arcitaliano, messi bismarckianamente da parte i sentimentalismi, aveva alzato il più alto degli encomi a Napolitano in quanto allievo “di quella scuola politica che fu il Pci, per decenni inquinata dall’ideologia ferrigna del comunismo novecentesco, ma nella sua versione nazionale, togliattiana”. E cosa porta avanti l’Allievo? “L’esclusione per principio di ogni interferenza moralistica nella politica, arte specifica del possibile”.

E’ un merito immenso pure secondo noi, visto che lasciata a se stessa la politica italiana partirebbe per la tangente del rigorismo strenuo e dell’idealità sfrenata. Se c’è una pecca del nostro retaggio nazionale è la troppa etica, l’eccesso di spiritualità, di disinteresse, di misticismo al limite. Non fosse stato per la vigilanza dell’Arcitaliano, del Colle e di quel sant’uomo di Palmiro Togliatti -che dal Paradiso dei miti assassini di G. Gentile ci corregge e protegge- la politica italiana avrebbe preso la strada pericolosa e giansenista delle eroiche carmelitane di Port Royal.

G. Ferrara elogia che il Cav, con istinto che non perde un colpo, abbia capito e doverosamente apprezzato il contributo del Colle post-togliattiano all’arte del governo: “Avrebbe potuto fare dell’elezione partigiana di Napolitano un classico tema di propaganda nel senso della rottura istituzionale. Ma se ne è guardato bene”. Era ‘insana’ la tentazione di fare a meno della nobile lezione di Togliatti, il vice-Stalin in Spagna e Italia.  Ferrara: “Oggi il Cav è in grado di parlare sia la lingua del contrasto alla politica professionale vecchia scuola, sia la lingua del funzionamento regolare della Repubblica. E può farlo perchè è passata l’elettricità con una figura tanto diversa dalla sua. Una benedizione”.

Elogio supplementare al Colle più alto dell’Urbe: “Il gioco di squadra di governo, Quirinale e Bankitalia è la buona notizia di questa stagione triste. Istinto (di B) energia istituzionale (Colle) e alta burocrazia bancaria (palazzo Koch) sono le nostre vere risorse. Siamo messi molto meglio di quanto fanno credere gli scommettitori ribassisti”.

Capito? Lo Jacopone del Foglio non è solo pazzo di Silvio come l’omonimo di Todi era di Dio. E’ anche capace del crudo realismo di Machiavelli. E’ noto che per il Segretario fiorentino il perfetto Principe era Cesare Borgia duca di Valentinois. Risulta anche dall’ammirazione con cui l’acclamato maestro dell’ars politica italiana scrisse la celebre operetta del 1503 “Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nell’ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini”. Sappiamo che per buona misura il Borgia ammazzò altra gente, tra cui Alfonso d’Aragona, secondo marito di sua sorella Lucrezia, integerrima madre del cardinale Ippolito d’Este; sui giardini del figlio della Borgia sorge il Quirinale, tempio dell’antimoralismo togliattiano.

Messo così, l’ego di G.Ferrara è ampio abbastanza da accogliere, oltre alla mistica di Jacopone, alla leonina ferocia di Cheney e all’amoralismo di Machiavelli, anche i sentimenti pre-bushiani di Clemente Solaro della Margarita (per il quale Cavour era un mezzo carbonaro); oppure, meglio, il fideismo di Joseph de Maistre, il savoiardo teorico della Restaurazione. E’ verosimile che l’Arcitaliano, ateo devoto, apprezzi in de Maistre anche lo sfortunato propugnatore del ritorno al Papato delle altre chiese cristiane.

Quante sono le anime di G. Ferrara! Ne abbiamo richiamate alcune, le più corrusche. Ma, a pensarci meglio, Egli non è solo il ‘ferrigno’ estimatore di chi mise a morte Vitellozzo et cet., nonché della lezione del Migliore. In varie espressioni del Nostro traspare anche un’altra gloria italiana, la vena burlesca di Cecco Angiolieri, il gaudente senese del Duecento che cantò sensualmente la sua donna Becchina (sbagliamo, o anni fa Giulferr tenne un corso di  sesso?). Traspare anche lo sperimentalismo linguistico del Pulci, di Matteo Bandello e, più ancora, del Burchiello (1404-49). Con la sua narrazione bizzarra il Burchiello anticipò l’estroso poliedro Giuliano: al tempo stesso Jacopone; sodale di  Bush, Cheney e Berlusconi; reincarnazione di de Maistre e Togliatti; infine sapido affabulatore burchiellesco.

l’Ussita

IL TOGLIATTISMO PRECORSE L’ETICA BERLUSCONIANA?

Solo un’ipotesi di lavoro. Il berlusconismo è un assetto segnato, oltre che dal leader carismatico, da un sistema di potere diffuso, da un ampio conformismo, da una struttura di  gravi disvalori. Ma tra il 1944 (rientro dall’Urss di Palmiro Togliatti), il 1964 (sua morte a Jalta) e il crollo della Prima repubblica la nostra sinistra ha conosciuto un leader carismatico, il Migliore; un sistema di potere diffuso; un pesante conformismo; una struttura di disvalori che il tempo, cioè la storia. ha messo duramente a nudo.

Ecco un’enunciazione a caso degli ideali di Togliatti. L’ilarità che la sua lettura suscita oggi, superiore allo sdegno, non può mascherare l’infamia dei principi affermati.  Nell’ottobre-novembre 1936 il n.10-11 de ‘L’Internationale Communiste’ recava l’articolo “Gli insegnamenti del processo di Mosca”: “E’ perché l’Unione Sovietica è il paese della democrazia più conseguente, dove i privilegi di classe sono stati distrutti, che i partiti estremisti della reazione e della guerra concentrano contro l’Unione Sovietica gli attacchi furiosi della loro stampa, si sforzano di distruggere la sua autorità sempre crescente, servendosi dei mezzi più ignobili e loschi. I banditi terroristi, smascherati grazie alla vigilanza degli organi di sicurezza dello stato proletario e annientati dalla giustizia proletaria, non furono altro che lo strumento della lotta disperata diretta dai fascisti contro l’Urss”. I banditi terroristi sono i trotzskisti  e i zinovievisti. “Qual è l’operaio, qual è l’amico sincero della libertà e della pace, che non capisce ciò che avrebbe significato per tutta l’umanità la realizzazione dei piani criminali di Trotski e degli altri banditi? La restaurazione del capitalismo in Russia! Coloro che hanno smascherato e annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte all’umanità intera. Il processo di Mosca è stato un atto di difesa della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione”.

“Ora, vi sono taluni che hanno osato parlare in difesa dei banditi terroristi, che hanno reclamato per essi delle ‘garanzie giuridiche’, che hanno tentato di strapparli alla condanna meritata che tutto il popolo esigeva contro di essi. Delle garanzie giuridiche? Non esiste al mondo che un solo tribunale il quale offra una garanzia assoluta di equità: è il tribunale proletario, opera giuridica della rivoluzione, che ha soppresso le radici di tutte le ingiustizie. Le masse operaie comprendono le necessità che impone la lotta internazionale del proletariato. Capiscono che la resistenza dei residui delle classi privilegiate sconfitte e distrutte assume forme particolarmente disperate, proprio quando le vittorie della classe operaia rendono inevitabile la loro definitiva scomparsa”.

La firma sotto queste affermazioni non era di un qualsiasi funzionario del Comintern, ma di uno dei suoi massimi esponenti, Palmiro Togliatti capo del Pci, prossimo a diventare il fiduciario di Stalin nella guerra di Spagna, e poi fino all’ultimo il luogotenente forse più vicino allo Zeus del comunismo mondiale. A Stalin si attribuiscono alcuni milioni di morti. Fece ammazzare in particolare tutti i capi della Rivoluzione d’Ottobre e numeri altissimi di dirigenti, di militanti russi e stranieri, di ufficiali dell’Armata Rossa compreso il suo capo, maresciallo Tuchaceskij. I processi di Mosca furono solo una delle molte stagioni del Terrore staliniano, chiuso, entro certi limiti, solo dalla morte del Generalissimo.

Lo stesso Togliatti che nel 1936 esaltava l’annientamento degli avversari ad opera del “tribunale proletario, opera giuridica della rivoluzione, l’unica corte al mondo che offra una garanzia assoluta di equità” è l’appena insediato ministro del governo Badoglio a Salerno il quale, pochi giorni dopo l’assassinio (Firenze, 15 aprile 1944) di Giovanni Gentile, scrisse sulla ‘Unità’ di  Napoli una nota in cui definiva il filosofo ‘traditore volgarissimo’, ‘bandito politico’, ‘camorrista’, ‘corruttore di tutta la vita intellettuale italiana’, “Parlando di Giovanni Gentile, condannato a morte dai patrioti italiani e giustiziato cone traditore della patria, non riesco a prendere il tono untuoso di chi, facendo il necrologio di una canaglia, dissimula il suo pensiero e la verità col pretesto del rispetto ai morti”.

Togliatti, ha osservato in proposito l’amb. Sergio Romano, non si limitò a questo. Affinché il suo giudizio su Giovanni Gentile divenisse il giudizio della cultura comunista, egli volle che ‘Rinascita’ pubblicasse un articolo di Concetto Marchesi preceduto da una nota intitolata ‘Sentenza di morte’: l’articolo elogiava la sentenza “eseguita da giovani generosi. Per volere ed eroismo di popolo, giustizia è stata fatta”. L’eroismo di popolo si spinse a chiedere al filosofo, che rientrava a casa senza scorta, ‘Lei è Giovanni Gentile?’ Alla risposta, la giustizia proletaria del Gap fiorentino  ‘annientò’. Peccato che Enzo Enriques Agnoletti, a nome del CLN fiorentino, condannò senza mezzi termini l’uccisione di un filosofo insigne il quale si era ripetutamente adoperato a favore di avversari del fascismo morente.

Lo stile maramaldesco con cui Togliatti inneggiò al crimine di Firenze rafforza la sua immagine  quale uno dei massimi luogotenenti e sicari di Stalin in Italia, Spagna e altrove. Quasi un vice-Stalin fuori dell’Urss. Sergio Romano rimarcò che nella stessa primavera del 1944 Togliatti aggiunse un’azione “non meno brutale e spregiudicata” contro Benedetto Croce. “Brutalità e spregiudicatezza erano necessarie al disegno di Togliatti, perché dall’idealismo gentiliano e crociano si apprestava a recuperare materiali importanti per la variante italiana del marxismo-leninismo”. Quanto a brutalità l’uomo di Arcore, pur così lestofante, non è stato all’altezza del Precursore.

L’ex-ambasciatore a Mosca, naturalmente, sbagliava a considerare il comunismo stalinista una cosa del passato. Dimenticava che i popoli dell’Urss e dell’intero campo socialista planetario vivono un acerbo rimpianto del comunismo stalinista, di cui Togliatti fu quasi numero Due. E che alla prima occasione tenteranno di restaurare il regno della rivoluzione proletaria, munito di giustizia annientatrice come a Mosca nel 1936 e a Firenze nel ’44.

A partire dal secondo gabinetto De Gasperi,  Togliatti non fu più ministro (della Giustizia: non era stato un’autorità in materia di giustizia proletaria e di processi benemeriti?) ma il suo potere persino aumentò. Sistemò migliaia di suoi e sue nella cosa pubblica, facendo in modo che ci restassero in grande nei 47 anni che seguirono la sua morte a Jalta. Lo spirito/carisma del Migliore aleggia ancora sui massimi palazzi della Repubblica: non uno escluso.

Togliatti non dimenticò la sua signorile compagna Leonilde Iotti. Deputata alla Costituente a 26 anni (1946) e poi sempre rieletta, in totale 53 anni di carica, fino all’anno della morte (record assoluto); presidente della Camera tra il 1979 e il ’92, riverita da ogni parte quale First Vedova e come Signora della Politica. Nei nostri giorni di odii alla Casta, Nilde sarebbe un caso estremo di conflitto d’interessi, baronato, familismo, ecc.

Ma, per tornare al nostro incipit, quanti suoi e sue non ha innalzato l’Integerrimo da Arcore?

A.M.C.

SCOOP: LA DIVINA COMMEDIA SARA’ RISCRITTA

Anticipiamo per primi che l’Unesco, l’Accademia degli Imbronciati e il dipartimento d’Italianistica della Lennox University, coordinati dal Re di Danimarca, indiranno a giorni il concorso internazionale per la riscrittura della Divina Commedia, capolavoro sì ma bisognevole di aggiornamenti. Il concorso sarà tripartito: il termine per l’Inferno è il 2020, 699° anniversario della morte del Sommo fiorentino; il 2021 per il Purgatorio; per il Paradiso più in là (il Re a Copenhagen si riserva di decidere, sentito Giuliano Ferrara capo dei consulenti di corte. In proposito si sono già levate le accuse di conflitto d’interessi, essendo il capo-consulente uno dei concorrenti di peso per l’aggiudicazione del titolo di ‘Dante bis’, valevole per varie supplenze e non poca vanagloria. Il premio in palio consisterà, oltre che nel suddetto titolo, in una corona d’alloro da portare anche dormendo (foglie ingualcibili); di una cospicua somma una tantum; nel pacchetto di maggioranza della Fondazione Amici dell’Unesco, comportante il diritto di deridere impunemente il detto Unesco.

Pur essendo sottinteso che il Concorso è una formalità (il vincitore essendo già nella terna Umberto Eco-Giuliano Ferrara-Conchita De Gregorio) il sottoscritto amanuense di ‘Internauta’ sarà tra i concorrenti senza speranza però ostinati. ‘Internauta’ è in grado di presentare in anteprima uno schizzo di scaletta per il solo Inferno, scaletta non definitiva né vincolante bensì ‘in fieri’ e aperta a ogni sviluppo. I gironi e le bolge infernali potranno non coincidere con quelli dell’Alighieri, considerati sia i mutamenti del costume tra l’età di Beatrice e quella della Prestigiacomo, sia le incessanti innovazioni in campo etico-tecnologico.

Nella domiciliazione dantesca dei dannati (derivata da Aristotele, da San Tommaso e dal ‘De officiis’ ciceroniano) campeggiavano colpe come incontinenza (lussuriosi, golosi, avari, prodighi), malizia, frode, ignavia, eresia, violenza (eretici, bestemmiatori, sodomiti, usurai, fraudolenti – 10 bolge). L’ultimo cerchio dell’Inferno imprigionava in eterno, confitti nelle acque gelide del fiume Cocito, i Traditori, vedremo quali. 

Varie novità saranno nell’Inferno rimaneggiato dal sottoscritto scrivente. P.es.: al posto dei lussuriosi,  i casti,  moralisti e  pauperisti. Al posto dei golosi, i fissati del bio e dell’acqua minerale che vi fa puliti dentro e belli fuori. Al posto degli avari i consumisti e quanti fanno il passo più lungo della gamba. Al posto dei prodighi, coloro che si oppongono alla lievitazione della spesa pubblica. In area Violenza gli eretici, finalmente trasferiti nella terza Cantica (Paradiso), saranno soppiantati dai pedissequi alle gerarchie vaticane e ai moniti del Colle; i bestemmiatori da chi non intercala il discorso pubblico con nomi degli apparati genitali; e così via aggiornando e dando rilevanza.

Previsto uno speciale risalto al depennamento, con lavaggio d’ogni colpa, dei sodomiti: saranno trasferiti in Paradiso in quanto titolari di presidenze regionali. Gli usurai verranno proposti per posizioni d’alto management, con solenni conferimenti di cavalierati del Lavoro dalle mani di altissimi cestisti del Quirinale fasciati di innocue corazze, così necessarie a proteggerli da ordigni talebani. Non ancora messa a punto la collocazione dei fraudolenti: quella più probabile è nella bolgia dei politici di professione, imbattibili come operatori di furti con destrezza e recidivi long term.

Altresì da designare la popolazione dell’ultimo cerchio infernale, quello dei traditori, che Dante, come ricordiamo, distribuì nelle seguenti categorie: traditori dei parenti, della patria, degli ospiti, dei benefattori. Per il grande Fiorentino il rappresentante massimo di questa malvagità era Lucifero, traditore di Dio, raffigurato a spolpare incessantemente i crani di Giuda, traditore di Cristo, poi di Bruto e  Cassio, traditori dell’Impero. Chi mettere al posto di Lucifero, sarà la scelta più ardua, tanti essendo i meritevoli del supplizio più estremissimo, peraltro accompagnato da eccelsa autorità su tutti gli altri dannati. E’ una parola sceverare tra 1000 criminali e guerrafondai del XX sec. più un undicennio del XXI! Ci sono Hitler, Stalin col suo vice Togliatti, FD Roosevelt, Churchill, Raymond Poincaré (volle una Grande Guerra da 15 milioni di morti,  per riconquistare l’Alsazia e così facilitare una Seconda guerra mondiale da 50 milioni), Mladic e perché no, Mao, più 993 altri conti palatini di Satana.

Ma forse sarà bene volare più basso: scegliere tra gli assai più malfattori le cui mani sono lorde non di sangue ma di soldi e di altri sudiciumi del male. Ci sono i miliardari di tante società blue chips, ci sono i re della droga e molti altri cui sarebbe ingiusto negare la top carica della prima Cantica. Ci sono i campioni della corruzione, del consumismo e dell’impostura democratica, inventori/distruttori della repubblica che ci fece liberi.

Ancora, ci sono coloro che hanno depravato Milano da capitale morale a capitale della Moda, della finanza cariata e del calciomercato. E’ vanto di Bordeaux Berlino e Madrid di non doversi identificare nei defilé, nello sport venale e nei derivati tossici. Milano lo fa, e chi deve risponderne è giusto competa per il posto di Lucifero. Ricapitolando, la Moda come vituperio peggiore della Borsa e delle Ferrari ai calciatori con Rolex.

Ad ogni modo, il termine per consegnare la Commedia Bis, col nome dell’Ipermalvagio assoluto, è tra 9 anni. Potranno emergere peccatori anche più turpi dei sullodati.

Amanuense

SERVE UN’ALTRA CHIESA, NON UN ALTRO PARTITO

Si ventila un ritorno politico dei cattolici:  che farebbe di importante un loro partito? Abbiamo avuto la Dc per mezzo secolo e, a parte alcuni aspetti di speciale vicinanza alle  posizioni  ecclesiastiche, la Dc ha agito nel bene come nel male come se fosse laica. Oggi, dalle voci di un partito religioso, emerge solo il disegno di negare voti confessionali ai partiti esistenti. Troppo poco, quasi niente. La forma-partito è tale che tutte le formazioni che la condividono non possono non essere nocive. E comunque, se una nuova entità cattolica producesse effetti sui raccolti elettorali dei partiti esistenti, i cronisti e i notisti si emozionerebbero, ma l’eccitazione sarebbe solo loro, in più durerebbe poco.

Perchè un’aspirazione cristiana si delineasse occorrerebbe che cambiasse drammaticamente la Chiesa, nel senso di togliere legittimità ai comportamenti odierni dei cattolici. Essi si conformano quasi in tutto ai valori contemporanei, che sono non-cristiani. Se nella Chiesa avvenisse qualcosa di grande, una rottura copernicana, una parte non piccola dei cattolici si farebbero coinvolgere.

Conosciamo la Chiesa da duemila anni. Sappiamo in particolare ciò che ci dice a valle di un Concilio che ha modificato qualcosa per mantenere immutato tutto il resto. Perché dovremmo attenderci un messaggio innovativo in mancanza di una svolta? La Chiesa è una tra le realtà più importanti in assoluto, per retaggio e per messaggio. Proprio il fatto di possedere questi ultimi da venti secoli esclude che essa possa darsene di nuovi senza trasformarsi drasticamente. Gli aggiustamenti e i ritocchi impercettibili restano inoperanti. Le novità dovrebbero essere radicali, clamorose, capaci di turbare. Novità teologiche anzitutto. Non dovrebbero partire dalle verità rivelate ma dall’umile constatazione che gli uomini non sanno fare a meno del sovrannaturale, del non razionale e non  quotidiano,  delle struggenti emozioni liturgiche che l’ateismo e il materialismo non sanno dare. Pertanto gli uomini non hanno mai rinunziato a darsi una speranza: a concepire, cioè inventare, manifestazioni del Divino.

Potrebbe una Chiesa sorta con Cristo e nel nome di Cristo prescindere da Cristo? Risposta: Cristo è imprescindibile, però Egli non dettò per i millenni la propria identificazione con una particolare esperienza di culto. Allora la Chiesa, massima organizzazione religiosa della storia, non perderebbe bensì accrescerebbe credibilità se evolvesse nella direzione di un sincretismo sincero, proteso a nuove conquiste spirituali.

Meglio fermare qui un annaspamento teologico forse giustificato, forse no. Resta la Chiesa come testimonianza in divenire e più ancora, come dicevamo, la massima costruzione religiosa dell’umanità. Nessuno potrebbe negare il valore anche di una palingenesi puramente umana, cioè storica. La Chiesa che conosciamo è schiacciata dal peso di un passato al tempo stesso glorioso e turpe. Se si contrapponesse a una parte almeno delle turpitudini, non riguadagnerebbe in tutto o in parte il carisma che ha perduto?

Una scelta piena di simbolo e dirompente sarebbe l’abbandonare Roma, con ciò stesso ripudiando il vituperio passato. Se un Papa votato alla rigenerazione mettesse la sua sede in un monastero incontaminato, se proclamasse la povertà evangelica vendendo migliaia di beni comprese le troppe opere d’arte, tagliando centinaia di uffici prelatizi e destinando miliardi ai poveri, per il mondo sarebbe un cataclisma benefico, l’avvento di una nuova era, visto che le ideologie laiche che hanno imperversato negli ultimi tre secoli, liberalcapitalismo compreso, sono morte o agonizzano. L’agnosticismo e l’indifferenza arretrerebbero. I giovani, credenti o no, saprebbero di aver trovato una grande guida e un Pensiero attendibile. Vacillerebbero le certezze negative e le antinomie generate dai secoli, da quando cioè l’eroismo del primo cristianesimo si spense e la Chiesa imboccò la strada che la portò ad essere Impero ricchissimo e piramide d’indegnità.

Le cronache fosche dell’alto Medioevo attestano a Roma infamie che anticiparono di mezzo millennio quelle del Rinascimento miscredente. Dieci secoli fa il Papato  era stato espropriato dal patriziato locale. Fu la fase degenerata di Teofilatto, di Marozia sua figlia indegna e di fatto proprietaria della Santa Sede, del vizioso nipote Ottavio, fatto signore della città ‘santa’ (Giovanni XII) quand’era poco più che adolescente; poi dei Crescenzi e dei conti di Tuscolo, parentadi che espressero una successione di pontefici spregevoli in un’epoca in cui tutti credevano nelle fiamme eterne dell’Inferno. Quando la Chiesa si liberò, precipitò nel trionfalismo temporale dei grandi sovrani mitrati, da Ildebrando da Soana  a Bonifacio VIII. Quando poi vennero i tempi vergognosi dei papi per così dire ‘umanisti’ si fecero irresistibili le eresie prima, infine la santa ribellione luterana.  Però il nepotismo durò a lungo. L’elevazione a principe di un fratello di Pio XII, successore del Cristo degli umili, fu cosa, diciamo così, dei nostri giorni.

Anche queste cose essendo il passato della Chiesa, la continuità col passato è la sua maledizione.  Ne consegue imperiosa la necessità che un Pontefice rifondatore rifiuti la continuità, anzi vi si  contrapponga. Fin quando questo non avverrà la Chiesa continuerà a deperire e non sarà un partito cattolico in più a rilanciare i valori cristiani; in qualche misura li indebolirà ulteriormente.

Ad ogni modo, ove nasca un partito cattolico, almeno non sia troppo laico. I cattolici, con una Dc finita in Mani pulite, hanno già dato alla laicità più del giusto. Un po’ di fondamentalismo sarebbe il minimo.

Trappista

DIALOGO SULLA GUERRA E SULLA PACE

Le tre persone che qui conversano, Candido, Cinico, Celestina, pensano, come quasi tutti i viventi, che un conflitto armato fra popoli e nazioni sia un avvenimento eccezionale. E pensano questo malgrado nei libri di storia che hanno letti i periodi di pace vengano inquadrati come poco più che intervalli fra una guerra e l’altra. C’è una storia nera e una storia bianca. E la prima, che occupa tanti anni meno, è tanto più narrata e tanto più estesa della seconda. Anche la storia bianca è zeppa di avvenimenti significativi e determinanti, e sarebbe anche possibile ricondurre ad essi le truci vicende della storia nera. Dovendo stabilire delle dipendenze si potrebbe concludere che la nera dipende dalla bianca assai più che questa da quella. Si fanno le guerre in conseguenza della pace che c’era assai più che non si faccia la pace in base alla guerra che l’ha preceduta.

“Candido”. Delle guerre si parla tanto, nella storia come nei romanzi, perché una guerra la si deve giustificare; e la giustificazione si fa in parole, che si sentono, si vedono, e non possono restare nel privato. Le guerre non si giustificano da sole. Chi va in giro con elmo e corazza ha da dire perché, diversamente dal civile che, straccione o elegante, non è tenuto a dir niente a nessuno. E se anche è un guerriero dei tempi moderni, con le sue tute a macchia e quei bizzarri segnetti, o patacche, dovunque, ha un bel dire che servono a mimetizzarlo; lo si nota molto di più.
“Celestina”. Quei tipi alteri, quel vestire insolito, alle donne fanno impressione. C’è anche, o forse c’era, più di oggi, un’eleganza militare. Quelli alti in grado dovevano far impressione, con bandoliere, coccarde, pennacchi. Dai marescialli di Napoleone a oggi, è stato tutto un semplificare.

“Cinico”. Ma non sarà stato per far impressione alle donne che ci si vestiva in quel modo. Bisognava farsi riconoscere dai sottoposti, dai soldati, i quali in battaglia potevano sbandarsi se non vedevano il superiore. C’era sempre un problema di visibilità. Il diplomatico può anche nascondersi, ma il guerriero deve farsi vedere. Lo si vede oggi anche in certe divise di certi corpi speciali. La divisa ha sempre fatto eleganza.

“Celestina”. Se però non la usi. Se sei stato in battaglia e torni a casa tutto sporco e magari anche di sangue, magari anche non del tuo sangue, non mi direte che fa un bel vedere. Ma così conciati non si fanno vedere mai. Li vedono soltanto le crocerossine.

“Candido”. Il sangue, il sangue, è proprio questo che eccita! È il “segno rosso del coraggio”, così si è detto. Ma noi sappiamo anche che è il segno rosso della morte, del dolore, della sfortuna.
“Cinico”. Sangue, sangue, sangue! E violenze, e distruzioni, e crudeltà! Tutto questo eccita, e fa sentire al centro di quello che è successo. “Una notte di Parigi rimedierà a tutto questo”, sembra abbia detto Napoleone per un momento esitante. E anche il cinico Mussolini ebbe a dire che aveva bisogno di cinquantamila morti per contare qualcosa al tavolo della pace. Dunque i morti si rimediano, o rendono, per certi tipi!

“Celestina”. Che le guerre siano violenza e crudeltà, che distruggano e impoveriscano anche i vincitori lo sanno tutti. Ma io, donna, mi chiedo “perché non se lo dicono”, i signori maschi che fanno le guerre.

“Candido”. Non se lo dicono perché molte volte non sanno immaginarsi qualcosa di diverso. E d’altra parte, quando compare uno come Hitler, che cosa vuoi fare?

“Celestina”. Se un popolo si sente superiore non troverà qualcuno che gli spiega che questa superiorità se davvero esiste, finisce per affermarsi? Furono i Greci vinti che conquistarono i Romani! Le guerre sono una scorciatoia, uno di quei sentieri che ti fanno scivolare nel fosso. La pace, la pace, è la strada maestra. Ascoltate noi donne, che non siamo gente di guerra.

“Cinico”. In questo mi piace dire che noi italiani siamo stati maestri. Passato il medio evo, passato il quattrocento, abbiamo esportato la nostra civiltà senza farla precedere da armati. Gli italiani sanno far tante cose, ma non la guerra! Così la pensava anche Churchill!

“Celestina”. Hai ragione. Anche i nostri condottieri erano più bravi a trattare che a vincere. Andrea Doria, grande ammiraglio genovese, faceva capire che avrebbe potuto vincere, ma poi trattava. Non aveva, come Napoleone, la passione della vittoria. E quando hai ben ben vinto, che fai? Ti trovi con il vinto da mantenere!

“Candido”. A molti piace fare la faccia feroce. E dopo non son più capaci di tornare quello che erano prima.

“Cinico”. E invece proprio di aver fatto la faccia feroce dovrebbero vergognarsi. Ma c’è questo culto della cattiveria, che io non comprendo. I cattivi diventano eroi. Del troiano Ettore, eroe degli eroi, non si dice che prima di sacrificarsi al suo destino ne aveva accoppati tanti, soldati e forse anche non. Se poi è stato ucciso lui pure, sarebbe da dire che ha avuto in fondo quel che si meritava. La stessa cosa io direi per Achille.

“Celestina”. Tutti maschiacci, non son questi che piacciono a noi.

“Cinico”. Gente che la guerra, prima di farla, se la inventa. Io non sono uno che ama la violenza perché la violenza sarebbe sincera. Non esiste una violenza sincera. C’è sempre la menzogna che viaggia con lei. Ho scoperto che già i re assiri giustificavano la guerra. La presentavano come un comando di Dio. Al quale poi rendevano conto con delle lettere, che erano cosa molto simile ai bollettini ufficiali delle guerre moderne, redatti per informare il popolo. Al quale veramente quel che era davvero accaduto non si poteva dire, o andava travisato; le famose “ritirate strategiche” dei bollettini tedeschi. Bisognava figurar bene con il dio che ti aveva mandato ad uccidere, non diversamente che ai popoli, sedicenti che ti hanno mandato.

“Celestina”. Già “menteur comme un bullettin” si diceva in Francia. E anche reticente; la reticenza è menzogna?

“Cinico”. Io direi di sì, se taci qualcosa che avresti il dovere di dire. Chi ha deciso una guerra non lo può certo dire. Deve presentarsi come uno che fa qualcosa che non potrebbe non fare. Ma poiché son decisioni che non si possono tenere nascoste, perché una guerra segreta non è possibile, una ragione ci vuole. I re, forse, non ne avevano bisogno, come quel Federico II di Prussia: “quando muovo i miei eserciti, il popolo non se ne deve accorgere”. Già, ma ne avrà pur subito le conseguenze! Perché la prima menzogna è quella sui costi, e quelli li pagano tutti.

“Celestina”. Si racconta della prima guerra mondiale italiana la presa di Gorizia, sottratta agli austriaci dopo lunghi e sanguinosi combattimenti. Ma non si racconta di quell’ufficiale italiano che vide un’anziana donna piangente e si prese l’iniziativa di redarguirla:

– Ma come, lei non partecipa al generale contento?
– Vede quel mucchio di mattoni e di pietre? Era la mia casa.
– Ma signora, ne faremo una di più nuova e più bella.
– E’ che sotto a quei mattoni, a quelle pietre, c’è sepolto mio figlio; e io dovrei gioire che siete arrivati voi?

Non si sa che cosa abbia risposto l’ufficiale, ma c’è da augurarsi abbia avuto la dignità di non farsi più vedere.

“Candido”. Il punto è che di una guerra non si dice mai tutto.

“Cinico”. Reticenza e menzogna. Reticenza su quello che accade, menzogna sui propositi che l’hanno fatto accadere. E tanta censura, per noi e sugli altri. La censura segue la menzogna, naturalmente, perché poi bisogna essere coerenti. Oppure è la menzogna che rende necessaria la censura.

“Candido”. L’una cosa e anche l’altra. E’ a cominciare dalle intenzioni che bisogna mentire. C’è sempre qualcuno che tira il primo colpo. Ma non vorrà mai dire che è stato lui. Fu l’artiglieria austriaca, tirando su Belgrado, che diede inizio alla prima guerra mondiale. Ma a quell’iniziativa ci si disse costretti, per difendere la dignità dell’impero dalle provocazioni di un piccolo popolo. Provocazioni che non furono mai dimostrate, come si dovette riconoscere che di armi non riconosciute non ne furono trovate in Iraq.

“Cinico”. Si inventa qualcosa che ha preceduto la tua decisione.

“Candido”. Bisogna rispondere alla domanda “perché”? Le risposte son di due tipi: Uno: “è successo qualcosa che mi ha ‘costretto’ a sparare”. Due: “se l’ho fatto avevo le mie buone ragioni”. Cause e ragioni si alternano, ma sono diverse, molto diverse l’una dall’altra.

“Cinico e Celestina”. ??? spiegati meglio.

“Candido”. Quando invoca una causa , uno si presenta come passivo. Se proprio non è come il lampo, che succede al tuono perché sono la stessa cosa, è un poco come bagnarsi quando piove e non si ha l’ombrello. La pioggia è la causa e tu con i tuoi vestiti bagnati siete l’effetto. L’azione compiuta diventa un fatto naturale, necessario.

“Cinico e Celestina”. Continua.

“Candido”. Quando presentarsi come determinati non è possibile, allora si invoca una ragione: “perdevo la faccia, non sarei più stato io se non avessi deciso di sparare”.

“Cinico e Celestina”. Che cosa significa “non sono più io”?

“Candido”. Significa che io mi sono fatto corrispondere a talune regole, o valori, non rispettando i quali non esisto nemmeno più; non sono più riconoscibile, non sono più io; io stesso non mi riconosco più. E ognuno ha bisogno di riconoscersi.

“Cinico”. Ma qui bisogna stare attenti, perché uno queste cose se le può anche inventare.

“Candido”. Ma poi se ne dimentica, e ci rimane attaccato come fossero sempre esistite prima di lui.

“Celestina”. Ma ci sarà ben qualcosa.

“Cinico”. Il guaio è che non lo sappiamo. Il sacro si traveste, è sempre un’altra cosa che ti viene incontro. E’ sempre un’altra cosa che si presenta al tuo animo.

“Celestina”. Proprio sempre sempre? Io non dispero.

“Cinico”. C’è anche una violenza individuale, fra persone singole, e questa riesce a nascondersi. Ma quando diventa pubblica, collettiva, la violenza non si può nascondere. Allora si deve giustificare. O anche, e questa è la situazione più difficile, travestire. Per esempio si traveste da eroismo, che è già qualcosa di cui ci si può vantare. Ma io vorrei sapere che eroismo c’è a montare su di un aereo carico di bombe e lasciarle cadere su di un villaggio pieno di supposti guerriglieri; semmai son quelli gli eroi. Dopo che è venuta fuori l’artiglieria era questa che faceva più danni; ma gli artiglieri eran quelli che rischiavano di meno, perché restavano indietro. Un altro bel travestimento è il sacrificio, altra parola positiva. Poi c’è il rischio. Chi rischia e si sacrifica diventa un eroe, a spese di altri, quasi sempre. Avevano ragione i fantaccini della prima guerra mondiale, che non amavano quelli che gli arrivava la medaglia; loro morivano e il capitano si prendeva la medaglia. Aggiungiamoci anche il dovere, la solidarietà e altre cose. Tutti travestimenti.

“Celestina”. Queste belle cose, e altre ancora, son fatte per quelli che non combattono, per le donne ad esempio. E se quelli che combattono avessero il coraggio di disertare farebbero un servizio a tutti. Potrà sembrare una provocazione, ma io darei un premio ai disertori. O comunque li lascerei in pace, come accade a quelli che si chiamano “obiettori”.

“Candido”. Questa sì che è un’idea brillante. Ma come la si concilia con tutto il discorso “la Patria chiama”, “il dovere impone” e cose simili?

“Cinico”. E’ appunto sul clima guerrafondaio, così penso si possa dire, che vorrei soffermarmi. A tutti quelli che in guerra non andavano, ma si chiedeva che fossero d’accordo, si rendeva più omaggio qualche guerra fa, che non nelle recentissime. Sono spariti i bollettini di guerra. Perché non ci vien detto niente di ufficiale su ciò che accade in Afghanistan, in Libia e in tanti altri luoghi?

“Celestina”. Ah! Questa sarebbe bella!

“Candido”. Le guerre di oggi son camuffate da operazioni di polizia. E la polizia non dà bollettini, semmai riferisce alla magistratura, secondo certe regole; perlopiù a cose fatte. Ma il poliziotto che insegue un malfattore non può accopparlo lui direttamente; è soltanto autorizzato ad acciuffarlo. Ma queste di oggi son guerre senza prigionieri! Si ammazza e basta.

“Cinico”. Fra le spiegazioni-giustificazioni delle quali abbiamo detto mi viene alla mente un caso particolare, che conseguenze gravissime. E’ quando si invoca una causa che non è accaduta ma si dà per certo, per scontato, che accadrà. E’ una causa possibile, data per necessaria e inevitabile. Questo atteggiamento è all’origine delle “corse al riarmo”, come vengono chiamate. Il mio vicino costruisce navi corazzate, si arricchisce di mitragliatrici e cannoni. Finirà con l’usarle, e contro di me. Allora devo essere pronto, con più corazzate, più canoni ecc. Così si è arrivati a primo conflitto mondiale, fra Germania e Inghilterra. Invece con la “guerra fredda” fra URSS e Stati Uniti uno dei due ha mollato. E così siamo tornati alla guerre locali.

“Candido”. Ma questa mania del riarmo alcune guerre, guerre locali, le ha fatte succedere. Dove si provano queste armi? Non possiamo con il grosso? Proviamo sul piccolo, vedi Vietnam, Corea, Etiopia e tante altre. Così si fanno anche soldi, perché naturalmente ai minori, ai poveri, le armi si vendono.

“Cinico”. E’ così che nascono le cosiddette “guerre legali”. Son quelle guerre che si dice di fare a vantaggio di coloro che le subiscono. Ad esempio la repressione del brigantaggio dopo l’unità d’Italia, che fu più sanguinosa delle guerre che l’avevano preceduta; ma era sangue “impuro”, sangue di fuorilegge.

“Celestina”. Le armi, gli aerei da combattimento e simili invecchiano, più rapidamente di ogni altro prodotto industriale. Però non si possono buttare, sono costati molto. E allora contro chi usarli, se non chi ne ha altri ancora più vecchi? I fucili dei briganti sparavano male, al confronto con quelli dell’esercito regolare.

“Candido”. E’ certa una cosa, che se questa storia della corsa alle armi venisse a cessare si risparmierebbero tanti soldi, da usare per l’umanità. Ci deve essere qualcosa di sbagliato in queste guerre di polizia. A proposito, il famigerato Pol Pot l’ha acchiappato qualcuno?

“Cinico”. Più che acchiapparli, isolarli si dovrebbe, fargli il vuoto attorno. Far capire alla gente che nessuna causa, anche buona, può servirsi di mezzi cattivi. Un’umanità civile è quella che sostiene le proprie cause con mezzi che consentono il rifiuto, che sono la parola, il denaro, il confronto, la persuasione. La violenza è una scorciatoia che squalifica e fa danni subito, rimandando i risultati; quando hanno capito questo anche le Chiese sono diventate non violente; non è bruciando gli eretici che si combattono le eresie.

“Candido”. La corsa agli armamenti è micidiale perché fa sentire costretti quando invece si ha scelto. L’altro ha un cannone più di te? Lascia che sua lui a tenerselo pulito. A che cosa ha servito la famosa Grosse Berte (il cannone tedesco che arrivava fino a Parigi nella prima guerra mondiale)?

Che cosa c’era nel suo passato? E’ spesso così, nelle cose germaniche; non si sa mai che passato abbiano. Non basta l’artiglieria a vincere le guerre; ci vuole la volontà degli artiglieri. A Caporetto i cannoni italiani c’erano, ma non hanno sparato; e la spiegazione c’è, ma si dovrebbe avere il coraggio di andare a cercarla nel posto giusto, nell’animo dei comandanti e degli artiglieri.

“Celestina”. Avere più armi può essere utile a far ammazzare più gente. Ma quando la mattanza è finita, restano le baionette; e su queste non ti puoi sedere. E alla fine il vincitore è quello che ti ha messo un cuscino sotto il sedere.

“Cinico”. E’ così che nascono le cosiddette “guerre contro l’altro, ma ad uso interno”. Servono a militarizzare la nazione, e la nuova disciplina militare si rimangia tutti i diritti civili faticosamente conquistati e dolorosamente concessi. L’operaio in divisa non sciopera più. Il soldato deve soltanto “krepieren”, come fa dire il soldato Sc’veik al maresciallo austriaco Conrad. Ecco un bel tema per la prossima volta.

Paolo Facchi

CONCHITA, PREFICA DEL SOCIALISMO ‘MAGICO’

Giornate quasi luttuose, agosto 2011, per lo Stivale, per l’Occidente, per il Mercato, eccetera. Ma gli Dei benigni ci donano una parentesi lieta, il mesto articolo “Adios Zapatero. Sogno infranto” di Conchita De Gregorio (Repubblica). Spiega il sommario: ‘Errori e crisi economica hanno infranto il sogno del socialismo magico’.

Non rinunciamo ad additare a titolo preliminare la deliziosa, femminea immagine del socialismo ‘magico’. Non avrebbe saputo dir meglio Sibilla Aleramo. Oppure quel dolce affabulatore, estremista lirico con judicio, rivoluzionario estatico per signora, che è il governatore di Apulia ridens. In tempi di degrado profondo del nome Socialismo, chiamarlo magico è un altro e lene modo per dire Non socialismo o De cuius socialismo. Sono però possibili altre accezioni: Socialismo vezzoso, delle bambole, del Lsd, della cipria o del mascara, e così via.

Unico dubbio: che c’era di propriamente magico, vezzoso ecc. nella partitocrazia PSOE: signori delle tessere, auto blu, giochi correntizi, tangenti, elettoralismi spinti, e così via? Direte, sono così i conservatori del Partido Popular, e ogni altro partito del mondo libero. Giusto. Ma allora perché non parlare anche di liberalismo magico, reazionarismo magico, cleptocrazia magica?

“Sogno infranto” è lettura euforizzante per chi, come me, per sette anni è andato chiedendosi perché Zapatero e la sua compagine operavano come operavano. Perché pensavano di imporre a una nazione orgogliosa, straricca di retaggio, memore dei guasti repubblicani e dei drammi della Guerra civile, un corso accelerato e obbligatorio di dottrina trasgressiva, progressista ma non proletaria, soprattutto anticlericale e iconoclasta. Manuel Azana e una parte degli intellettuali che con lui avevano deposto re Alfonso XIII e proclamato la repubblica tentarono la stessa operazione iperlaicista e giacobino-borghese. La congiuntura politica e la malattia sociale, con la tentazione rivoluzionaria dei socialisti e degli anarchici, scatenarono subito la violenza: incendi di chiese, assassinii, controviolenze della destra fascisteggiante; finché esplose la Guerra civile.

Nel 1919, crollato l’impero guglielmino, lo scrittore spartachista Kurt Eisner aveva provato ad instaurare una repubblica dei soviet nel più conservatore dei Laender, la Baviera cattolica. Lì la temerarietà dell’impresa fu messa a nudo immediatamente: l’immensa forza di un esercito mai sconfitto ebbe ragione in pochi giorni del tentativo rivoluzionario. Eisner fu assassinato.

Azana, il modello di Zapatero, non era né rivoluzionario né marxista; tra il 1931 e il ’36 ebbe il torto di indulgere sulle violenze anarchiche, di atteggiarsi a fazioso, soprattutto di non affrontare se non svogliatamente una riforma agraria che aveva l’obbligo di considerare sacrosanta. Mise una veemenza acre nell’assalire le tradizioni religiose: ‘La Spagna ha cessato d’essere cattolica’ proclamò. Sorprendentemente Zapatero ha creduto di potere riprendere l’opera di Azana, il più sconfitto degli statisti, finito a piedi in una marea di fuggiaschi che cercavano di riparare in Francia.

Conchita De Gregorio non si dà pace: “Una cosa inconcepibile, contro le ragioni del tempo. Come se i nonni ereditassero il paese dai nipoti. Ci abbiamo provato, abbiamo perduto. E’ stata una lunga allegria, poi una lunga agonia. Non bisognerebbe mai illudersi. Rajoy, l’erede di Fraga, potrebbe trovare un varco nel disorientamento del paese, nella disillusione (…) Zp aveva 40 anni -veramente ne aveva 43. Che tocco delicato, togliere anni a un maschio; il quale peraltro, per aver voluto tante donne nel governo, si è quasi amalgamato ad esse, perciò meritando da Conchita tre anni di extra giovinezza- quando è arrivato al governo promettendo la rivoluzione gentile, il sogno, la cimosa che cancella la lavagna e la lascia vuota per chi ha coraggio e talento, le donne, i giovani, la nuova Spagna”. Il rimpianto acre di Conchita va alla legge d’eccezione contro la violenza maschilista, al divorzio rapido, all’aborto delle minorenni, al matrimonio gay and lesbian, ai baci in bocca tra efebi in canottiera ciclamino. Peraltro la sacerdotessa del socialismo magico ha l’aria di insinuare che sarebbe stato giusto uno Zp acclamato alla testa sia degli Indignados, sia della nuova rivolta del paese. Tacendo che sia gli Indignados sia il paese si rivoltavano, per cominciare, contro chi era al governo da sette anni.

Ma ecco l’analisi politica, senza sconti, al posto dell’elegia: “Zp ha creduto davvero di poter fare da solo (per poi) piegarsi alle ragioni della grande finanza. La rivolta giovanile sta riconsegnando il paese ai 60enni, 70enni, un paradosso. Per sette anni la Spagna e il mondo hanno conosciuto il socialismo magico, un sortilegio per cui all’improvviso la Spagna non aveva paura a sfidare il Papa con la legge sul matrimonio tra omosessuali, a sfidare la cultura cattolica, il machismo, l’ordine sociale fondato sul buon padre di famiglia e sul franchismo ancora sotto traccia (…) Un paese così diventa il posto dove il Codice penale è più severo con gli uomini violenti che con le donne, pazienza per la Costituzione, si tratta di parità sostanziale”. Pazienza per la Costituzione…

Singhiozza la Prèfica: “Quella notte che Zp vinse le elezioni Madrid impazzì di felicità (…) Ma la Chiesa ha portato in piazza le moltitudini, la Spagna è Opus Dei, è le signore con le perle vestite di marrone, madri di otto figli. ‘Il problema è stato aver chiamato matrimonio le nozze gay’ mi disse allora il vescovo di Valencia. Ma Zp, l’uomo dagli occhi di Bambi, rispose l’AMORE NON CONOSCE REGOLE (…) Il socialismo magico dava guerra al clero e gli spagnoli, i nipoti del franchismo, erano lì (…) E’ nella seconda legislatura, cominciata nel 2008, che Bambi diventa Mr Bean. L’ingenuità infantile è diventata difetto senile. La straordinaria campagna ostile di Cadena Cope, potente radio dei vescovi, ha condotto l’opposizione che la destra non riusciva a fare (…) Socialista nei criteri di spesa, conservatore nei criteri di entrata, Zp promuoveva leggi sulla Memoria storica, abbatteva le statue del franchismo e intanto il fiume carsico dell’antica destra era lì che scorreva e aspettava. Il giorno fatale è stato il 15 maggio 2010 quando la Cee, il Fmi, i grandi poteri economici hanno preteso e ottenuto che il socialismo magico smettesse di giocare con la realtà. Tagli pesantissimi, fine dello Stato sociale, testa china alle banche. Fine del socialismo dei cittadini. Inizio di Mr Bean. I vecchi signori delle tessere hanno ricominciato a lavorare nell’ombra, lasciandolo giocare ancora un po’ col suo femminismo, con la sua ingenuità già sconfitta (…) Ha dovuto ritirarsi per la richiesta delle banche. Il veliero del tempo è fermo, prua al vento. Socialismo del popolo arrivederci. Zapatero, adios”.

Finisce qui il lamento per l’Eroe caduto, femminista (l’eroe) quasi al punto dell’androginia, anello d’unione tra laicismo e amore che non conosce regole. Per carità progressista Conchita non fa che un accenno alla circostanza che la Spagna di Zp si era data senza ritegno al turbocapitalismo. E, sempre per carità progressista, nessun rimprovero allo Zp che prese a modello Manuel Azana. Come sappiamo, Azana mise tutto il suo talento a combattere preti e suore, ma dei braccianti e degli altri proletari non si curò, perciò essi si dettero a quel ribellismo anarchico che egli Azana, l’intellettuale radical-benestante, detestava.

Zapatero e Azana si immolarono nell’asserzione di cause di minoranza, contro i sentimenti della gente. Che guastatori intrepidi, caduti nella lotta. Ma che dolce consolazione, i singhiozzi della Prèfica!

A M Calderazzi

DALLA PRIMA ALLA SECONDA REPUBBLICA

A rischio il consuntivo dei 150 anni

Dei 150 anni finora trascorsi dall’unificazione dell’Italia in uno Stato nazionale indipendente la prima metà abbondante sfociò nella catastrofe materiale e morale del secondo conflitto mondiale, la cui responsabilità ricade sul regime fascista generato dalla precedente “grande guerra” (vedi in proposito l’Internauta di luglio-agosto). Altri conflitti pur meno immani, partecipati o ingaggiati dal giovane Stato, già avevano contribuito non poco a turbarne più o meno gravemente la vita. Si può ben dire quindi che dalla cessazione di impegni bellici per di più prevalentemente fallimentari sul piano militare potevano derivare solo vantaggi, anche se i fallimenti erano a loro volta attribuibili almeno in parte a carenze di quello che oggi si chiama sistema-paese.

Non sembra comunque un caso che i progressi maggiori, veri e propri salti di qualità e conquiste storiche, come il raggiungimento di un relativo benessere e l’eliminazione dell’analfabetismo, siano stati compiuti nel periodo posteriore al 1945, caratterizzato da una lunga pace sul fronte esterno benché resa precaria e persino “calda” dalla cosiddetta guerra fredda tra Est e Ovest con annessa e costante minaccia di un apocalittico conflitto termonucleare. Questo stesso contesto internazionale, come sappiamo, era così fortemente condizionante da scoraggiare qualsiasi iniziativa e tentazione bellica anche a carattere locale o comunque limitato, che tornarono infatti ad agitare la scena europea (altrove non vi fu stasi) solo dopo la fine di quell’epocale confronto.

Altri risvolti favorevoli di un simile contesto si ritrovano nell’interesse degli Stati Uniti, leader dello schieramento occidentale, a rafforzare sotto ogni aspetto i paesi alleati, compresi quelli appena vinti in guerra, per meglio fronteggiare insieme la sfida del mondo comunista, e nell’interesse degli stessi alleati a stringere i loro legami al medesimo scopo. L’Italia potè così fruire prima degli aiuti economici e finanziari americani dispensati nel quadro del Piano Marshall ai fini della ricostruzione post-bellica e del decollo del proprio sviluppo, e poi dei molteplici vantaggi ricavati dalla partecipazione al processo di integrazione economica dell’Europa occidentale.

Non va inoltre dimenticato che in Italia, come in tutto l’Occidente, la suddetta sfida giocò un ruolo tutt’altro che secondario nel rafforzare la spinta a promuovere, insieme allo sviluppo economico, anche adeguate soluzioni dei problemi spesso gravi di giustizia sociale per non lasciare fianchi troppo scoperti alla contestazione e agli allettamenti del grande avversario politico e ideologico, reso tanto più temibile dalla potenza militare dell’Unione Sovietica almeno fino a quando le molteplici pecche del “primo Stato socialista del mondo” non divennero sempre più evidenti anche agli occhi di chi soggiaceva più ciecamente al suo fascino.

In Italia, anzi, questo fattore fece sentire il suo peso più che altrove data la complessiva, maggiore arretratezza e fragilità rispetto ai paesi con i quali essa generalmente si confrontava e si confronta, con conseguente e imponente presenza di quello che diventò e rimase per decenni il maggiore partito comunista del mondo occidentale. Naturalmente, e per contro, ciò conferiva una particolare asprezza alla dialettica politica interna, che rischiò infatti a più riprese, soprattutto nella fase iniziale del dopoguerra, di sconfinare in scontro aperto, al limite in una nuova guerra civile.

Se questo pericolo, tuttavia, fu scongiurato, lo si dovette non soltanto agli oggettivi condizionamenti di cui sopra ma anche alla capacità dimostrata dai capi degli opposti schieramenti di padroneggiare una problematica così ardua con senso di responsabilità, reciproca moderazione al di là delle violenze polemiche e una disponibilità al compromesso anche costruttivo, quando necessario, come nel caso della Costituzione democratica e repubblicana del 1947-48. La lezione di De Gasperi e Togliatti, in qualche modo emuli, nella fase più difficile, di Giolitti e Turati mezzo secolo prima, non venne dimenticata e fu semmai ulteriormente sviluppata dai rispettivi successori, però in forme e con percorsi più tortuosi ed ambigui, anche a causa della comparsa di un’aspirante terza forza rappresentata dal partito socialista di Craxi.

Il grande compromesso storico preconizzato da Gramsci e rilanciato in qualche modo da Berlinguer verso la fine degli anni ’70 non giunse comunque mai in porto anche perché se ne sentiva sempre meno il bisogno, in un contesto internazionale ormai avviato a cambiare radicalmente. Il tracollo finale del blocco orientale ebbe il duplice effetto di minare sia le fondamenta quanto meno storiche dell’egemonia democristiana sul vittorioso schieramento anticomunista sia la consistenza e il credito di un’alternativa comunista quantunque riveduta e corretta. La susseguente crociata anticorruzione di Mani pulite spazzò via il PSI e mise in ginocchio la DC fino a frantumarla ma non bastò a consegnare il potere alla sinistra, vecchia o nuova che fosse.

Nata dunque da una duplice scossa tellurica e mai riuscita poi a liberarsi da una cronica instabilità e sostanziale inconcludenza, la cosiddetta seconda repubblica doveva in realtà scontare l’eredità per molti aspetti pesante della prima oltre alle svariate asperità del nuovo ordine internazionale e, naturalmente, alle proprie carenze congenite o sopravvenute in aggiunta a tradizionali difetti o vere e proprie tare nazionali.

Difficile dire se nel bilancio consuntivo della classe politica che gestì la prima repubblica prevalsero i meriti oppure i demeriti. In testa ai primi campeggia quello di aver saputo guidare il paese in un processo di crescita senza precedenti in ogni settore malgrado la profonda spaccatura politico-ideologica della sua anima. Ma non meno meritorie furono la conduzione di una politica estera tendenzialmente equilibrata ed aperta pur nel quadro dell’appartenenza all’alleanza atlantica, la graduale benché a tratti estremamente contrastata acquisizione al gioco democratico anche della rappresentanza solo inizialmente modesta dei nostalgici del fascismo e, a cura delle intere maggioranze governative, la preservazione della laicità dello Stato malgrado la professione cattolica del partito dominante.

In campo economico, tuttavia, la crescita procedette con slancio solo finchè propiziata, insieme agli altri fattori esterni già menzionati, dal basso prezzo di una fonte energetica essenziale come il petrolio. Tenuto conto delle ingenti accise imposte sulla sua commercializzazione, non si mancò di ironizzare sulla repubblica fondata su di esso, anziché sul lavoro come voleva la Costituzione. Non a caso i dolori cominciarono negli anni ’70, quando il mondo dovette subire due crisi consecutive provocate da bruschi rincari dell’”oro nero”.

L’Italia, in particolare, le scontò con un sensibile rallentamento della crescita e il divampare di un’inflazione che giunse a superare il 20%. A smorzarla concorsero in seguito soprattutto ulteriori mutamenti esterni, che non bastarono però ad impedire un nuovo e più duraturo sbandamento, mai veramente combattuto e perciò via via aggravatosi: l’accumulazione di un gigantesco indebitamento pubblico, senza uguali tra i grandi paesi più avanzati con la sola eccezione del Giappone. Sulla scia di una crisi planetaria di cui ancora non si intravede l’esaurimento, esso fa incombere addirittura lo spettro della bancarotta di Stato.

L’aumento delle difficoltà economiche frenò, comprensibilmente ma forse non del tutto inevitabilmente, la riduzione del divario tra Nord e Sud, inizialmente agevolata dalla massiccia emigrazione interna dalle terre meridionali in concomitanza con l’imponente attività della Cassa del Mezzogiorno, uno strumento concettualmente appropriato per promuovere lo sviluppo ma usato con criteri e finalità specifiche (come l’industrializzazione indiscriminata) per lo meno discutibili quando non inficiati dal clientelismo sistematico, dalla corruzione e dai compromessi con la criminalità organizzata.

Col passare del tempo il processo si arrestò e addirittura si invertì, mentre crebbero parallelamente i traffici delle mafie, il loro controllo sul territorio e la protervia della loro sfida ad uno Stato troppo spesso, come minimo, tollerante, assente o imbelle. Da ultimo, il complessivo aggravamento della questione meridionale contribuì alla comparsa di una questione settentrionale, sollevata da una Lega nord ondeggiante tra autonomismo e separatismo ma comunque lanciata a colmare in qualche misura il vuoto lasciato dalla DC.

Un altro antico male nazionale, l’evasione fiscale, dilagata anch’essa di pari passo con la crescita economica e mai programmaticamente combattuta come del resto la corruzione, è ovviamente divenuto tanto più deleterio quando si è dovuti passare a difendere dalle successive crisi i progressi compiuti negli anni ’50 e ’60 e a parare la minaccia di ricadute all’indietro. E qui, per la verità, la classe politica, con tutte le sue manchevolezze, ha dovuto fare i conti con un paese forse complessivamente migliore di lei ma per certi aspetti o in certi momenti peggiore, al di là del fatto lapalissiano di averla espressa, ormai da molti decenni, libero da presenze e imposizioni straniere.

Quasi esplicitamente approvata dall’attuale presidente del Consiglio, l’evasione fiscale non suscita particolare scandalo presso l’italiano medio anche quando si lamentano sperequazioni tra le diverse categorie di contribuenti. Certo ne suscita meno che altrove, dove sarebbe difficile trovare equivalenti del vecchio adagio nazionale “piove, governo ladro”. Lo stesso vale, anzi vale ancor più per la corruzione, che vede l’Italia ai primissimi posti nell’Europa occidentale e che sembra attirare scarsa o nessuna attenzione anche da parte dell’opinione pubblica più o meno qualificata e dei media che denunciano quotidianamente gli inverosimili privilegi e l’insaziabilità della “casta”. E ciò mentre un paese come l’India, a proposito di caste, contro la corruzione inscena oggi una sollevazione popolare.

Si tratta di abiti ovvero storture mentali per le quali si possono trovare le più diverse spiegazioni più o meno persuasive, compresi un atavico fatalismo, la rassegnazione, il cinismo, ecc. Esistono però anche altre singolarità nazionali, ugualmente negative ma di tipo diverso se non opposto. Come spiegarsi il terrorismo di estrema sinistra scatenatosi negli anni ’70, sulla scia della contestazione giovanile del ’68, e protrattosi molto più a lungo ma soprattutto con dimensioni molto più ampie e con un bilancio di sangue molto superiore rispetto ad altri paesi occidentali? I suoi capi incitavano, invano, alla rivoluzione proletaria, proprio mentre il vituperato regime reazionario adottava uno Statuto dei lavoratori che innalzava la tutela dei loro diritti a livelli senza uguali, si scioperava sempre più senza freni, si voleva rendere il salario variabile indipendente e si discettava spesso su quello del tempo libero come un problema prioritario.

Non stupisce perciò la ricerca, peraltro vana, di ispirazioni e finalità del fenomeno diverse da quelle dichiarate, di mandanti nascosti e più o meno insospettabili; lo sforzo, insomma, di smascherare quelle “trame oscure” e quei complotti che in qualche altro caso, in effetti, furono anche appurati, ma quasi mai in misura del tutto esauriente e senza mai uscire da un clima morboso al limite della paranoia. La grande maggioranza del paese, in compenso, conservò nonostante tutto, come si usa dire, i nervi saldi, continuando anzi a dare ulteriori prove di multiforme e costruttiva vitalità e mostrandosi impermeabile alle suggestioni estremistiche di qualsiasi colore. Facilitò così la resistenza praticamente compatta e alla fine, se si vuole, vittoriosa che la classe politica riuscì ad opporre all’offensiva terroristica, pur con qualche dissenso al vertice in alcuni momenti culminanti come l’assassinio di Aldo Moro e malgrado il troppo tempo occorso per stroncarla.

Ancor più tempo dovette trascorrere, invece, affinché il governo potesse vantare successi di qualche rilievo nella repressione della criminalità organizzata. Una lotta, in verità, mai sembrata abbastanza risoluta e limpida in ogni sua fase ed aspetto (basti ricordare le ombre addensatesi sull’assassinio del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino), e successi che mai sono parsi definitivi o anche solo tali da avvicinare la soluzione del problema. Il quale, già reso più complesso dall’apparente conversione delle mafie a pratiche più sfuggenti e sofisticate, più di recente si è semmai ampliato geograficamente, all’insegna dell’affarismo, con il loro insediamento in varie aree del Settentrione.

Confrontata anch’essa con questo autentico flagello nazionale come con gli altri, la seconda repubblica presenta un bilancio complessivo ancora provvisorio la cui voce più positiva è una pace interna pur sempre relativa ma comunque migliorata rispetto al passato ed anche in confronto ad altri paesi. Una pace, tuttavia, accompagnata da perduranti o nuove turbolenze e sulla quale soprattutto incombono una serie di minacce anche esterne. Nel ventennio a cavallo del cambio di secolo il successo più vistoso, del paese e dei suoi governanti, è stato il laborioso ingresso nella zona euro, benché vecchi vizi nazionali abbiano fatto sì che se ne sia largamente e impunemente approfittato per raddoppiare i prezzi.

L’adozione della moneta unica doveva aiutare a far quadrare i conti statali malgrado l’onere del debito pubblico ed in effetti ha assolto questa funzione ma, in modo rassicurante, solo fino a quando la bufera finanziaria ed economica scatenatasi in tutto il mondo occidentale ha finito con l’investire la moneta stessa. Il superamento della crisi tuttora in corso richiede non solo la sua tenuta, a sua volta condizionata dalla coesione dell’eurogruppo, ma anche un adeguato sforzo individuale di risanamento da parte di un paese in oggettiva difficoltà come l’Italia. Una sfida, questa, che l’attuale coalizione governativa ha affrontato sinora con determinazione e razionalità quanto meno dubbie.

Il risanamento dei conti, tra l’altro, presuppone (a quanto generalmente si sostiene e ammonisce, benchè la cosa non sia del tutto pacifica) la ripresa della crescita, che in Italia langue ormai da tempo più che altrove e per rilanciare la quale urgerebbero riforme tuttora latenti. Una prospettiva tutt’altro che implausibile resta perciò, semmai, quella di una inarrestabile decrescita, già minacciata, prima ancora dell’attuale crisi, dalla perdita di competitività del paese sull’arena internazionale.

Sarà possibile scongiurarla con una classe politica renitente a combattere la corruzione perché troppo facile essa stessa ad incapparvi? Chiaramente restìa a ridimensionare i proventi di deputati a Roma e al Lussemburgo, senatori e consiglieri regionali ecc., ingiustificabilmente superiori a quelli di quasi tutti i loro omologhi europei (per di più molto meno assenteisti di loro); a tagliare spese sontuarie come le ambasciate regionali all’estero e a sfoltire il personale spesso pletorico delle amministrazioni locali specie nel Meridione (Napoli con più dipendenti di New York ecc.)? Clamorosamente incapace di porre fine ad emergenze già di per sé inconcepibili come quella dei rifiuti a Napoli e di utilizzare i fondi per le aree più depresse stanziati dall’Unione europea? Messa in grave e multiforme difficoltà da un’immigrazione di gran lunga inferiore a quella accolta dalla Svizzera?

Qui il dubbio, ovviamente, è tanto più di rigore. Resta solo da rilevare che una larga parte delle pecche e macchie appena menzionate chiamano in causa le responsabilità sia dell’attuale maggioranza di centro-destra sia dell’opposizione di centro-sinistra. Entrambe, tra l’altro, hanno concorso a vanificare il vantaggio minimale promesso al paese dalla seconda repubblica rispetto alla prima (e anche al passato prefascista): una maggiore stabilità governativa in virtù di un bipolarismo non anomalo, ossia zoppo, come il precedente e, nelle aspettative, più funzionale di esso.

Un po’ di maggiore stabilità in effetti vi è stata (due sole elezioni anticipate in meno di un ventennio…) ma il bipolarismo non ha tardato a dimostrarsi fasullo, prima da una parte e poi dall’altra, e comunque inefficace e inconcludente. Ha persino consentito, anzi, se non favorito, il profilarsi, per la prima volta dal 1861, di un rischio di disintegrazione del paese, con l’avanzata a lungo impetuosa della Lega almeno potenzialmente e a tratti apertamente secessionista, al nord e la comparsa di speculari tentazioni al sud. Un rischio accresciuto piuttosto che allontanato, si direbbe, da quel tanto di cosiddetto federalismo sinora introdotto o messo in cantiere, anche con la collaborazione del centro-sinistra.

Franco Soglian

ORA SCRIVONO CHE LA NOSTRA POLITICA BALLA SUL TITANIC

Mai sirene d’allarme avevano ululato tanto. Mai campane avevano suonato a martello come nelle ultime settimane. I grandi media del Regime nato dalla Resistenza e ingrassato dal Boom si sono accorti che le cose vanno veramente male. Non solo quelle dell’economia. Tutte le cose, cominciando dall’anima fatta lercia dalla corruzione dei politici. I giornalisti Grandi Firme, che avevano dato del tu a generazioni di inquilini del Colle per aver cantato i fasti repubblicani, hanno scoperto che la nostra celebrata democrazia è un assetto cleptocratico, e che in cleptocrazia si ruba. In più, incombe il Default.

Quando le Grandi Firme del Regime hanno aperto gli occhi si erano appena spente le celebrazioni del Sesquicentenario dell’Unità, compunte e un po’ pompate (benché immalinconite dal quasi nullo sventolio di tricolori, nonché dalla certezza che nessun cittadino raziocinante si è curato di dare un’occhiata alla Carta costituzionale, dalle Grandi Firme lodata come una delle più mirabili del globo per sapienza e vicinanza al comune sentire). Dunque non stiamo parlando delle vili imboscate delle agenzie di rating, ma della decomposizione causa furti del sistema politico fondato da De Gasperi e Togliatti: con tutta l’eccellenza della Costituzione che lo ha gestito.

Il florilegio delle geremiadi è impressionante. Ecco qui elencate a caso alcune delle più diffuse in questi giorni sui media che avevano raccontato il crescere della Repubblica, da vezzosa bambina a
escort e donna del Mob.

Siamo ormai alla tragedia. Unanime l’esecrazione per la classe politica. E’ in gioco la sopravvivenza nazionale (G.Napolitano). Questa politica è una fogna morale. L’indignazione è morale, purtroppo non si organizza. I nostri politici sono i più pagati e i più indagati al mondo. Mezzo milione, un milione vivono sulla politica, a carico degli italiani. Forti analogie col crollo della Prima Repubblica. La classe dirigente non riformerà nulla perché prigioniera di una rete di rendite, privilegi, interessi. Voltare le spalle a tutti i partiti. Non si intravede via d’uscita. Non era mai accaduto che tutte le forze sociali invocassero un nuovo corso. La corruzione è strabiliante, peggiore che al tempo di Mani Pulite. Contestualmente ai duri tagli della manovra Tremonti i parlamentari hanno esentato dai tagli i loro vitalizi. I pagamenti ai partiti, vietati dal popolo con un referendum, si ingrossano. Se la classe politica non si ravvederà il crollo sarà clamoroso. Tremonti avrebbe dovuto sapere che il nostro Titanic sbatteva contro un iceberg. La gente è pronta a impugnare i forconi. I più sfrontati tra i furfanti asseriscono d’essere in politica per spirito di servizio. Ogni mese il deputato riceve 3690 euro per il portaborse, che di solito è moglie figlio compagna oppure è un precario a euro ottocento, il resto nelle tasche del deputato. La giusta sede delle nostre istituzioni è un penitenziario, il braccio A per la maggioranza, il B per l’opposizione (Vincino). Sono giorni neri nella storia della Repubblica. Il berlusconismo è al tracollo, il PD è parte integrante di una Casta impunita. No, non possiamo chiedere ancora ai cittadini di fidarsi della classe dirigente. Per mantenere i politici ciascun italiano spende euro 27,40 all’anno, ciascun americano 5,10. C’è rischio che la polveriera salti in aria (Rizzo e Stella). A chi elargisce ai partiti il fisco dà sconti 51 volte più alti che per le donazioni alla ricerca sulle malattie gravi dei bambini. I più stretti collaboratori di Obama sono pagati 118 mila $ o Euro, 15 mila meno di quanto prendeva 40 anni fa uno dei 15 (o 19) barbieri del Senato. La deriva antipolitica è giustificata da comportamenti che mettono in pericolo l’idea stessa della rappresentanza, della democrazia. Sola divinità è il denaro (P.L.Battista). I moderati si sentiranno pronti all’insurrezione. Nemici sono sia il governo, sia l’opposizione. O si va avanti, o si va a fondo (G.Tremonti). Nella Repubblica erano Lord rispetto a Quelli di oggi (A.Di Pietro). Siamo già nella Nuova Tangentopoli. 7.000 società partecipate dagli enti locali hanno assunto 25 mila consiglieri. Se si continua così è la rivoluzione. Certe cose si respirano nell’aria: il nostro futuro è il declino. Il comune sentire è fatto di scoramento e sfiducia (E.Galli della Loggia). La crisi morale è superiore ai tempi di Enrico Berlinguer (W:Veltroni).

Idee su che fare, nessuna. Le Grandi firme, abituate a pensare allo stesso modo che piaceva al Colle & altri Palazzi, comunque a credere immutabile e dunque accettabile l’ordine delle cose, non arrivano a concepire che detto ordine -demoplutocrazia, materialismo, edonismo, partitocrazia, impostura democratica, corruzione- possa essere sovvertito. Le Firme in orbace bella ciao considerano esaurito il loro compito, e combattuta la giusta battaglia, stendendo filippiche che impressionino per una mattina gli Inquilini dei Palazzi, magari li inducano a ravvedersi.

Ma gli Inquilini hanno dimostrato, questa estate, che se i politici di carriera sono gentaglia, i loro leader sono persino peggiori. Non riformeranno niente, non si emenderanno mai. Attendere da loro la bonifica della palude mefitico-malarica è come delegare alla Mafia la distruzione della Mafia. La democrazia fondata sulle elezioni e sui partiti non potrà che perpetuare l’esistente. Le eventuali correzioni fatte dai politici riprodurranno i vecchi mali. Le differenze migliorative saranno irrisorie; le altre saranno peggiorative.

Allora la salvezza sta nel sorgere di un grande uomo, o manipolo di uomini, ancora più ispirato di Mosé, che ci guidi verso orizzonti opposti a quelli che abitiamo; e in una crisi collettiva di coscienza, indotta o no da un duro trauma sociale, la quale ribalti le certezze e ci affranchi dalle dipendenze: dal denaro innanzitutto.

La rigenerazione della politica verrà da un sommovimento spirituale, non da alcun congegno democratico. Le eventuali formule dei politici -nessuno, proprio nessuno escluso- le rifiuteremo, anche se travestite da riforme. Meno che mai accetteremo le proposte travestite da riforme che vengano dagli eredi degli storici fallimenti: marxismo, liberalismo, democrazia sconciata dal fimo elettorale, dal suffragio universale, dal laicismo-radicalismo dissacratore, dal cinismo che favorisce tutte le devianze e le trasgressioni.

Allora la salvezza non è vicina. Verrà da una palingenesi ardua. Dal concorrere di due fatti epocali, rari nella storia: il sorgere di un grande uomo, o manipolo di uomini, più ispirato di Mosè, il quale ci guidi verso orizzonti lontani da quelli che abitiamo; e una crisi collettiva di coscienza che rovesci le nostre certezze, ci affranchi dalle nostre dipendenze. Dal denaro e dai consumi, innanzitutto.

La rigenerazione della politica verrà solo da un sommovimento spirituale. Dopo la disfatta miseranda della triade Marx Lenin Mao non è più comparso un grande rivoluzionario. Eppure dovrà sorgere, immensamente più puro di cuore. Guai se sarà solo uno statista: corromperà (cominciando dal corrompere se stesso), opprimerà, muoverà guerre ‘giuste’.

I modelli del Ricostruttore saranno piuttosto i lottatori dell’ideale e gli operatori del bene: il Tolstoji socialista cristiano, l’Albert Schweitzer che ha pietà dei lebbrosi, il Giovanni Bosco che porta a dignità i figli dei poveri ed accoglie i più sventurati di tutti, gli errori della natura, i mostri. Più lontano dalla santità, il Ramiro de Maeztu che predica il ritorno al solidarismo delle confraternite o gilde medievali (Guild Socialism).

Quando sapremo rivoltarci contro gli eccessi del mercato, con ciò stesso vorremo il ritorno agli ideali della condivisione e della carità. Per averlo questo ritorno, pessimo errore guardare alle sinistre che conosciamo: sono quasi due secoli che le sinistre falliscono, oppure tradiscono. Dovremo invece sostenere qualche raro eretico della destra il quale, come Maeztu, disprezzi le tradizionali scelte di campo della sua parte. Un secolo fa Ramiro de Maeztu prese la guida in Gran Bretagna del Guild Socialism, un movimento di ispirazione antica contro le degenerazioni e i misfatti dell’ordine plutocratico. Un uomo venuto dalla cultura di destra aveva maledetto il cieco egoismo di tutte le destre.

In Gran Bretagna prevalse invece il laburismo, moderna espressione social-burocratica destinata all’ignominia di Harold Wilson e Tony Blair. Maeztu fu sconfitto: morì fucilato dai repubblicani spagnoli, benemeriti maestri degli assassini di un fascista rispettabile di nome Giovanni Gentile. Ma la storia fa molte prove e giravolte prima di vincere.

l’Ussita

IL CETO MEDIO, LA MANOVRA CHE MERITA

“Tutto nella manovra sembra congiurare contro quel ceto che è così ‘medio’ da non avere alcuna rappresentanza, nessuna ‘Conf” che lo protegga (…) Gente senza nome e senza volto come gli statali, che per decenni si sono tenuti lo Stato come datore di lavoro e ora ne pagano il fio. Perdono il Tfr per due anni e perdono pure i ‘ponti’: i veri poveri i ponti li fanno a casa, i veri ricchi li fanno quando vogliono, ma è il ministeriale che vive sui ponti”.

Insomma per Antonio Polito (Corriere della Sera 14 agosto) la cancellazione dei ponti è ‘la vera grande riforma di questa manovra, se mai sopravviverà all’ira popolare e all’iter parlamentare’. Ha ragione, nel dubitare che la cancellazione dei ponti sopravviverà, e più ancora nel considerarla, a Dio piacendo, la sola vera riforma. Quel ‘ministeriale che vive sui ponti’ è degno di ogni elogio. Sul presupposto di considerare ministeriali, a fini di ponti, quelle altre legioni di bancari e assimilabili -pagati abbastanza ma non troppo, un po’ straccioni come me, ma all’opposto di me consumisti e assidui davanti ai teleschermi- che all’imbocco dei ponti si mettono al volante dei loro camper, coll’aria intensa di chi va incontro al Destino. Il borghese piccolo piccolo dei nostri giorni ha il camper accessoriato, in ogni caso pensa con le categorie del camperista.

Quando si arrabbiava coi francesi, Charles de Gaulle li bollava ‘una nazione di épiciers’, stirpe negata all’epica. Dovremo interrogarci, fino a che punto vogliamo intenerirci sul ceto medio dello Stivale? Ci siamo tutti dentro, certo, ma differenze ci sono. Il grosso del ceto era entusiasta del Duce un tempo, oggi del gruppo Fininvest o del gruppo De Benedetti, copia conforme del primo. Piangeremo sulle sue sventure? Inerte e plagiabile com’è, ha ciò che si merita. Non che lo stesso ceto sia migliore in Gran Bretagna, o in Norvegia con le sue fissazioni monarchiche o macrobiotiche o femministiche. Anche in Gran Bretagna o in Norvegia il borghese piccolo piccolo entra docile nel parco buoi e ci permane appagato.

Dal capitalismo, dal libero mercato, dal furbo progressismo alla Venerdì di ‘Repubblica’ il ceto medio ha ricevuto una felicità dei consumi quale i nostri padri non avrebbero osato sognare. E’ logico ne paghi i costi. Nascesse una schiera di grandi maestri, di Mosé, di guide spirituali, a proporre il ripudio del benessere consumistico, il ceto medio li crucifiggerebbe, inneggiando al Barabba micro-edonistico.

Chi altro incolpare, come ‘utile idiota’ del Male che modella e governa il mondo in cui viviamo -la fame e le troppe nascite degli africani, le spese militari e il lusso in crescita, l’idiozia del tifo calcistico, i redditi sconci dei top manager, l’importazione di badanti e di schiavi da pomodori- se non il ceto medio di tutti i continenti? Sotto i ceti medi ci sono le turbe di tubi digerenti, impossibilitati a pensare ma idonei (qualche volta) ad essere sobillati. Al sopra i ricchi e i dritti, i quali semplicemente esercitano il diritto dei grandi carnivori di mangiare gli erbivori leggeri (i pachidermi no, né i bufali cafri).

Noi, il ceto medio minoritario, dovremmo voler condurre la Polis e il resto dell’ecumene umano. Invece no, lasciamo tutto ai carnivori grandi e piccoli, tra i quali ultimi imperversano i politici di professione. Allora è naturale, nonostante le voci che si levano a nostra difesa, che le leve fiscali siano manovrate in modo da colpire innanzitutto noi. Se ci autogovernassimo, con questo o quel congegno di democrazia diretta, decideremmo noi non i carnivori.

La spesa pubblica sarebbe più leggera -niente spese militari e di prestigio, niente sfarzo, niente sprechi, solidarietà forte solo con gli infelici meritevoli, decimazione dei burocrati, cancellazione dei politici, avocazione dei redditi osceni- e il ceto medio non sarebbe più vittima sacrificale. E non avrebbe più alibi. Il male è che il ceto medio, edonistico come può, agogna alla ricchezza anche quando sa che non l’avrà mai. Fa come gli italiani quando fecero il successo di ‘Quattroruote’: allora non possedevano l’automobile ma la sognavano.

Pereat il ceto medio degli edonisti da strapazzo. Piuttosto: l’interrogativo finale dello scritto di Antonio Polito è: “La manovra d’agosto segna l’inizio di un’era nuova nella politica italiana. Ora che è stato tradito, che farà il ceto medio?” Già, che farà se non avviticchiarsi al camper? Francia o Spagna, purché si edonizzi.

A.M.C.

LA PADANIA NON ESISTE, MA…

Per capirci meglio

Massimo Gramellini è un genio assoluto della satira giornalistica. Riesce ad essere godibile anche quando denuncia le peggiori nefandezze del nostro tempo. Aldo Grasso è un autorevole esperto, alle volte un po’ cattivello, ad altre fin troppo compiacente (si tratta pur sempre di gusti personali, però), ma sulle questioni più serie anche non di TV raramente sbaglia un colpo. Tutti i due hanno sparato a zero sul giro ciclistico di Padania; e come si potrebbe eccepire? L’inedita gara patrocinata dal Trota, contestata ad ogni tappa e vinta alla fine da Ivan Basso, ormai incapace di vincere i grandi giri storici, è l’ennesima brillante trovata della Lega, impegnata adesso a recuperare il terreno inopinatamente perduto nelle ultime elezioni locali. Pare in realtà che ne stia perdendo ancora, malgrado l’apertura a Monza, Villa Reale, di un paio di sezioni ministeriali strappate a Roma ladrona.

Attenzione, però. Gramellini e Grasso, come tanti altri, si uniscono per l’occasione al coro di quanti, da tempo, gridano che la Padania (o Padanìa, secondo qualcuno, che forse dice anche la PDL) non esiste. D’accordo, naturalmente; ma sbagliano lo stesso. Quello che non esiste oggi, infatti, potrebbe esistere domani o posdomani. Il quadro geopolitico dell’Europa e del mondo non è immutabile, anzi cambia in continuazione. Stati e nazioni nuovi nascono quasi ogni mese. Non è di per sè un bene ma neppure un male. Dopotutto, poco prima di unificarsi anche l’Italia veniva sbeffeggiata dal principe di Metternich come una pura espressione geografica, ed erano in molti, non solo all’estero, a condividere.

Ora, difficilmente sarà il giro della Padania a risollevare le sorti del partito di Bossi e a rimetterlo in corsa per diventare la principale forza politica del Norditalia. Solo qualora raggiungesse questo obiettivo la questione potrebbe diventare seria, e noi ci auguriamo, con Gramellini, Grasso, ecc., che non ce la faccia. Quando non c’è oppressione o prevaricazione interna od esterna, restare uniti è meglio che dividersi, tanto più in un’Europa che da decenni si sforza di integrarsi,e non senza successi. Il cosiddetto federalismo, ovvero le autonomie più ampie possibili, può servire a risolvere certi problemi di convivenza nazionale purchè impostato razionalmente, di comune accordo e senza secondi fini.

La priorità spetta però, oggi, al problema di scongiurare la bancarotta o un declino inarrestabile dell’intero paese col responsabile contributo di tutti. Se non ci si riuscisse, diventerebbe più facile frantumarlo, per un verso. Per un altro, non è detto che la frantumazione sarebbe indolore come, ad esempio, quella della Cecoslovacchia dopo il crollo del regime comunista. Potrebbe invece assomigliare di più a quella della Jugoslavia orfana di Tito, tenuto conto anche del fatto che una grossa fetta dei, pardon, padani è costituita da italiani del sud o oriundi meridionali e da famiglie miste. Anche scongiurare una simile evenienza rientra comunque, chiaramente, nelle responsabilità di chi della Padania non vuole sentir parlare come di chi la sogna.

Nemesio Morlacchi

IRRIDERE O NO LE BUSINESS SCHOOLS?

Appreso che il governo di Pechino si propone di aprire presto 40 nuove business   Appreso che il governo di Pechino si propone di aprire presto 40 nuove business schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

JJJ

LA DANNAZIONE BELLICA NELLA STORIA D’ITALIA

Guerre coloniali e guerre mondiali

Ripercorrendo le vicende dell’Italia unita nel suo primo mezzo secolo abbondante di vita (Vedi Internauta di aprile, maggio e giugno) abbiamo appena accennato alle imprese belliche, militarmente poco felici oppure fin troppo facili, ma comunque coronate da successo, che consentirono di estendere il giovane Stato fin quasi a quelli che vengono generalmente considerati i suoi confini naturali. Purtroppo la sua debolezza o, se si preferisce, relativa inefficienza militare doveva trovare ulteriori e penose conferme. Diciamo purtroppo non perché la potenza delle armi costituisca un valore assoluto e primario, così come non lo è il pacifismo ad oltranza, ma perché quello Stato, già nato all’insegna di ambizioni spesso smodate, ancora in tenera età non tardò a voler gareggiare con nazioni ben più consolidate e robuste sotto ogni aspetto benché non necessariamente più attempate (vedi la Germania guglielmina); e ciò con esiti puntualmente disastrosi o quanto meno deludenti e comunque a danno di altre esigenze prioritarie e semmai preliminari.

Passi per Giuseppe Mazzini, promotore di complotti e sommosse, ma profeta e precursore di un nazionalismo italiano non ostile a quelli altrui e offerto anzi come modello ad altri popoli in fase risorgimentale e anelanti ad un’emancipazione che in effetti sarebbe avvenuta guardando spesso all’esempio dato dallo Stivale. Ma che dire di un Vincenzo Gioberti, filosofo e capo di governo sabaudo, cattolico e addirittura papalino, autore di una celebre opera intitolata “Il primato civile e morale degli italiani”, in cui propugnò, prima del “tradimento” di Pio IX, una confederazione italiana presieduta dal pontefice come perno e guida di una confederazione europea? Cavour, che pensava piuttosto a costruire ferrovie e migliorare le tecniche agricole, si guardava bene dal coltivare sogni proibiti e, se fosse sopravvissuto all’unificazione, avrebbe certamente evitato passi più lunghi della gamba. Ma alla tentazione di interpretare la rinascita nazionale richiamandosi all’antica Roma, o almeno alla respublica christiana del Medioevo, molti altri cedevano con grande facilità.

 

Non riusciamo a concordare con Gianni Fodella (vedi l’Internauta dello scorso marzo) che bolla la precoce vocazione colonialista dell’”Italietta” prefascista come uno dei tanti frutti avvelenati dell’unificazione nazionale. A cimentarsi a sua volta nelle imprese coloniali il nuovo Stato fu ovviamente stimolato dagli esempi altrui, ma nulla lo obbligava a farlo per prevalenti motivi di malinteso prestigio e per di più con le conseguenze perniciose inoppugnabilmente sottolineate da Fodella.

 

Nel denunciare la recente partecipazione italiana all’intervento militare occidentale in Libia (Corriere della sera, 6 maggio) due eminenti africanisti,  Giampaolo Calchi Novati e Pierluigi Valsecchi, hanno lamentato che nelle celebrazioni del 150° sia stata trascurata un’esperienza coloniale “che ha avuto una parte così importante nel definire l’identità nazionale e a cui l’Italia dopo tutto deve il suo status di potenza”. Sembrerebbe opportuno precisare che si è trattato di una definizione in senso negativo e che quello status era in realtà fasullo.

 

In Africa, come tutti sanno, ci si dovette accontentare degli avanzi della colonizzazione altrui. La conquista dell’Eritrea, oltre a non apportare alcun vantaggio tangibile, mise l’Italia in rotta di collisione con l’Etiopia che le inflisse l’umiliante disfatta di Adua, gravida di ripercussioni anche in politica interna. Meno contrastata fu l’acquisizione della Somalia, perduta poi durante la seconda guerra mondiale, riacquistata sotto forma di amministrazione fiduciaria su mandato dell’ONU, divenuta infine indipendente ma oggi caso più unico che raro di paese incapace di reggersi come Stato e in balìa di moderni pirati.

 

Anche la conquista della Libia, strappata al decrepito Impero ottomano, fu relativamente agevole. Salutata da Giovanni Pascoli, poeta socialisteggiante, con il festoso annuncio che “la grande proletaria si è mossa”, non tardò però a rivelarsi superficiale e costosa a causa dell’accanita e prolungata resistenza delle tribù interne all’occupazione, con conseguente repressione spesso feroce. Risultò inoltre deludente sia perché le sabbie della “quarta sponda” dovevano svelare la loro ricchezza petrolifera soltanto dopo la fine del dominio italiano sia perché “Tripoli bel suol d’amore” (come si cantava allora) e dintorni non potevano proficuamente ospitare più di alcune migliaia di coloni con relative famiglie e dare quindi un contributo più che modesto allo smaltimento del surplus demografico nazionale.

 

D’altra parte, l’appropriazione della Tripolitania e della Cirenaica doveva in qualche modo compensare la “perdita” (per così dire, all’uso americano) della Tunisia, corteggiata e colonizzata da parte italiana prima che la Francia ingorda ce la soffiasse da sotto il naso con grande scandalo nazionale e, anche in questo caso, con pesanti contraccolpi in politica interna ed estera. La vicenda concorse infatti a provocare un’aspra crisi nei rapporti tra Roma e Parigi, già intensi in ogni campo, sfociata nel rovesciamento delle alleanze, mediante adesione italiana alla Triplice con gli Imperi centrali, e in una vera e propria guerra doganale con la stessa Francia inevitabilmente dannosa soprattutto per la parte più debole.

 

La vecchia collocazione internazionale del paese si ristabilì dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, che offrì l’occasione per completare l’unificazione nazionale con la “redenzione” delle due città-simbolo di Trento e Trieste. Un’occasione, peraltro, che  avrebbe potuto essere sfruttata in modo diverso dalla partecipazione al conflitto a fianco delle potenze dell’Intesa. Così la pensava, tra gli altri, lo statista più autorevole e collaudato di cui disponesse l’Italia: Giovanni Giolitti, secondo il quale dall’Austria-Ungheria si poteva ottenere “parecchio” in cambio della neutralità. Benché ancora molto influente, “l’uomo di Dronero” fu però travolto dalla cieca infatuazione bellicista che colpì il paese e che portò a preferire le munifiche ricompense territoriali (a spese e insaputa altrui) promesse dai nuovi alleati e comprendenti, oltre a mezza Dalmazia, persino un pezzo di Asia minore.

 

La guerra iniziata nelle “radiose giornate di maggio” del 1915 si protrasse molto più a lungo del previsto, costò parecchie centinaia di migliaia di morti e duri sacrifici per tutti (salvo gli immancabili speculatori) e per di più rischiò, con la rovinosa rotta di Caporetto, di risolversi in una catastrofe. Ci salvarono, certo più che il dubbio talento dei comandanti e gli stessi aiuti militari e finanziari degli alleati, l’abnegazione o quanto meno la capacità di sopportazione della truppa, per quanto mandata spensieratamente al macello, specialmente prima della resistenza sul Piave, e soprattutto il progressivo cedimento dello schieramento nemico, in crescente difficoltà sugli altri fronti e indebolito, in particolare sul nostro, dall’incipiente disintegrazione dell’Impero asburgico.

 

Ma se quella di Vittorio Veneto non fu una vittoria delle più fulgide, decisamente funesti furono i suoi seguiti. La prova comunque durissima del conflitto fece esplodere con violenza i contrasti politico-sociali interni, acuiti da influenze e suggestioni esterne a cominciare da quelle della rivoluzione bolscevica in Russia. Contrasti che, tuttavia, si sarebbero forse potuti superare, con le già sperimentate forme di mediazione e compromesso, se agli altri fattori destabilizzanti non si fosse aggiunta l’arrembante campagna soprattutto fascista, ma più in generale ultranazionalista, contro i responsabili, interni ed esterni, della “vittoria tradita”, “mutilata”, ecc.

 

I governanti stranieri, con in testa il presidente americano Wilson, vennero infatti esecrati per il mancato mantenimento di quanto promesso negli accordi di alleanza, addebitando corrispettivamente agli esponenti democratici domestici una difesa non abbastanza  ferma dei veri o presunti interessi nazionali. Si creò così un clima propizio al successo finale del partito fondato e capeggiato dall’ex socialista Benito Mussolini, ancorchè agevolato fin che si voglia dalla sua sottovalutazione anche da parte di personaggi come lo stesso Giolitti, dalle paure o dai calcoli dei ceti più abbienti e/o più reazionari, dalla pavidità di Vittorio Emanuele III, e così via.

 

Tra gli interessi nazionali propugnati dall’estrema destra poteva legittimamente rientrare la rivendicazione della città di Fiume, l’odierna Rijeka croata abitata allora da una maggioranza italiana e la cui annessione al regno non era stata tuttavia prevista dal patto segreto di Londra. Gli alleati obiettarono, non a torto, che l’Italia pretendeva qui l’applicazione del principio di nazionalità, particolarmente caro a Wilson, dopo avere chiesto ed ottenuto il Sud Tirolo o Alto Adige, a maggioranza tedesca allora schiacciante, in base al criterio del confine naturale. Il governo di Roma non insistette e stroncò con la forza, e con qualche vittima, il tentativo di Gabriele d’Annunzio e dei suoi legionari di creare il fatto compiuto occupando la città contesa.

 

Nonostante questa lacerazione intestina, Fiume finì ugualmente in mano italiana col consenso più o meno forzato della neonata Jugoslavia, che in compenso ottenne la riduzione delle acquisizioni italiane in Dalmazia alla sola città di Zara e ad un paio di isole. Ma neppure un simile frutto della vittoria, definitivamente formalizzato con il fascismo ormai al potere, parve soddisfacente agli ultranazionalisti nostrani, tanto che lo stesso governo di Mussolini fu accusato dagli irredentisti più accesi di avere tradito una causa sacrosanta. Da notare, al riguardo, che con il nuovo assetto territoriale rimasero al di là del confine solo poche diecine di migliaia di italiani, mentre vennero a trovarsi in Venezia Giulia oltre 400 mila sloveni e croati contro meno di mezzo milione di italiani. Compresa Zara, la minoranza slava sarebbe poi scesa a malapena al di sotto del 40%, secondo il censimento del 1939, malgrado le persecuzioni e la politica di snazionalizzazione.

 

Come la pensasse su tutto ciò il futuro Duce l’aveva chiarito senza mezzi termini durante una visita alle terre orientali nel settembre 1920: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo si possano sacrificare 500 mila slavi barbari a 50 mila italiani”. Dopo la Marcia su Roma il nuovo regime tenne peraltro a freno la propria vocazione espansionistica nell’area balcanica, dove imboccò anzi un indirizzo alquanto contraddittorio fomentando e sostenendo anche materialmente il nazionalismo e separatismo croato, cioè del diretto e principale antagonista, contro l’egemonismo serbo nella Jugoslavia monarchica. Certo ciò contribuì a facilitare il crollo di quest’ultima durante la seconda guerra mondiale, che vide tuttavia nascere lo Stato croato degli ustascia, satellite soprattutto del Reich nazista e pronto a sfruttare, nel 1943-1945, l’occasione sia pure effimera, per esso, di regolare i conti storici con l’Italia.

 

Artefice di una rivincita nazionale sarebbe stata invece la Jugoslavia comunista, nata da una vigorosa resistenza sul campo alle armate naziste e ben piazzata, dunque, per guadagnarsi al termine del conflitto, con l’appoggio della potenza sovietica, la restituzione, dal punto di vista dei vicini orientali, di quasi tutto ciò che l’Italia sconfitta aveva tolto loro vent’anni prima. Per non parlare, naturalmente, delle annessioni seguite all’invasione del 1941 e comprendenti persino l’odierna capitale slovena, Lubiana, ridotta a capoluogo di una nuova provincia del regno benché totalmente priva di qualsiasi presenza italiana. E qui, almeno, i facili conquistatori fascisti, a differenza di quelli tedeschi impadronitisi del grosso della Slovenia, ebbero il buon senso di lasciare municipi e scuole in mano locale, anche se ciò non bastò ad ingraziarsi una popolazione fieramente nazionalista la sua parte. Tanto nazionalista, anzi, da lamentare poi la “perdita”, per la seconda volta, di Trieste, spesso descritta anche più di recente come la propria maggiore città benché abitata solo da una minoranza slovena piccola ma superiore, un tempo, alla popolazione di Lubiana. Trieste, infatti, fu quasi tutto ciò che l’Italia post-fascista riuscì a salvare, a fatica, da rivendicazioni jugoslave a loro volta tendenzialmente insaziabili.

 

Effimera fu naturalmente anche l’annessione dell’Albania, sottomessa senza colpo ferire alla vigilia dello scoppio del conflitto mondiale e già in un clima di ansiosa competizione espansionistica con la Germania di Hitler. Alla quale l’Italia di Mussolini, peraltro, si stava via via legando a doppio o triplo filo sin dalla breve guerra coloniale con la quale, pochi anni prima, aveva conquistato l’Etiopia, vendicando così Adua, realizzando il sogno imperiale insito nell’ideologia del regime e però compromettendo i rapporti con le altre potenze europee e privandosi in tal modo della libertà di manovra vitale per una potenza che restava, malgrado le spacconate del Duce, di serie B.

 

Che quello italiano fosse un imperialismo di cartapesta, o nella migliore delle ipotesi un aspirante sub-imperialismo, lo dimostrò platealmente il fallimento dell’attacco alla Grecia (che da una efficace resistenza passò addirittura alla controffensiva penetrando in territorio albanese), giustificabile solo con l’insensato anelito ad emulare le imprese della Wehrmacht, dopo l’analogo insuccesso militare della “pugnalata alla schiena” inferta alla Francia ormai agonizzante.  Già le prime battute dello scontro bellico evidenziarono per il resto la scontata inferiorità navale ed aerea nei confronti della Gran Bretagna, che si manifestò presto anche sul fronte terrestre nordafricano, dove neppure il soccorso tedesco e le prodezze di un fulmine di guerra come il generale Rommel bastarono a scongiurare il tracollo finale.

 

Nel frattempo, qualche episodica dimostrazione di valore e capacità militari (la tenace difesa dell’Amba Alagi al comando del duca d’Aosta in Etiopia, quella dell’oasi di Giarabub in Libia,  l’ultima resistenza delle divisioni del maresciallo Messe nella ridotta tunisina contro preponderanti forze anglo-americane) non aveva potuto impedire la rapida perdita di tutte le colonie vecchie e nuove. Dal canto suo, l’inutilmente massiccia partecipazione alla campagna di Russia aveva messo nuovamente in luce, di positivo, soltanto la forte fibra e le qualità umane dei nostri soldati, alpini ma non solo, documentate nelle pagine indimenticabili di Mario Rigoni Stern. Soldati che combattevano, in condizioni estreme, non per spazzare via il bolscevismo bensì per “tornare a baita”.

 

Ogni voglia di lottare praticamente cessò, tuttavia, quando il poderoso schieramento avversario, che un Mussolini ormai vaneggiante prometteva di bloccare sul “bagnasciuga” siciliano, portò la guerra sul suolo nazionale, contrastato per quanto possibile solo da parte tedesca. E qui iniziò il capitolo finale dell’avventura bellica, rovinoso in termini materiali e ancor più indecoroso politicamente e moralmente. Nell’estate del 1943 il sovrano e la sua corte trovarono finalmente il coraggio per rovesciare la dittatura con la collaborazione dei vertici dello stesso partito fascista e delle forze armate e quindi troncare il legame con la Germania. Il modo irresponsabile in cui venne attuata la scelta armistiziale sotto ogni aspetto, compresi i comportamenti individuali quale la precipitosa fuga da Roma della famiglia reale e del maresciallo Badoglio nuovo capo del governo, lasciando esercito e marina senza direttive adeguate e abbandonando di fatto il paese alla sua sorte, mise a nudo il vuoto che si celava sotto gli orpelli del caduto regime ma squalificò in partenza anche gli uomini ed ambienti che l’avevano liquidato.

 

Fu in sostanza una rinuncia all’esercizio del potere che diede a luogo ad un generale si salvi chi può e poi alla guerra civile, nel nord in mano nazista, tra le formazioni partigiane mobilitatesi contro l’occupante e la “repubblica sociale” con cui Mussolini tentò di resuscitare il fascismo, mentre più a sud truppe italiane agli ordini del governo monarchico combattevano a fianco degli alleati lentamente avanzanti. L’epilogo era scontato, ma per arrivare alla pace e al definitivo  esaurimento dell’esperienza autoritaria e ultranazionalista, macchiata tra l’altro dall’adesione all’antisemitismo genocida del Reich, dovettero trascorrere quasi due anni di lutti e distruzioni, anche ad opera di micidiali bombardamenti anglo-americani su obiettivi civili, che colpirono duramente, ad esempio, il centro storico di Milano.

 

Una delle peggiori catastrofi della storia nazionale segnava così la conclusione di un’era ultraventennale il cui bilancio, peraltro, sarebbe stato prevalentemente negativo anche se si fosse chiuso prima della fatale estate del 1940. Il regime fascista ebbe indubbiamente la sfortuna di doversi misurare con la Grande depressione mondiale, che non poteva ovviamente risparmiare un paese economicamente fragile come l’Italia. Ma ad aggravare i danni di origine esterna sopraggiunse l’autolesionistimo di una politica autarchica che, incoraggiata quanto si voglia dal contesto internazionale, un paese privo di materie prime poteva permettersi meno di qualsiasi altro e che invece adottò anche perché consona ai suoi indirizzi di politica estera.

 

Crescita e modernizzazione, certo, proseguirono e anzi si accentuarono. L’apparato industriale si rafforzò, la rete stradale e quella ferroviaria si estesero sensibilmente e così pure l’elettrificazione. L’urbanizzazione continuò malgrado il divieto ai contadini (decretato nel 1930 quasi ad imitare l’esempio di Stalin in Russia) di abbandonare le campagne senza il permesso dei prefetti; Roma e Milano raggiunsero nel 1943 una popolazione superiore di circa sette volte a quella del 1871. Le legislazione sociale fece ulteriori progressi benché sbilanciata a favore della promozione della natalità, che rimase però deludente almeno agli occhi del Duce, convinto che il numero garantisse potenza.

 

Una delle realizzazioni più imponenti del regime furono le opere di bonifica delle terre improduttive, già in corso a partire dal 1870 ma effettuate per l’80%, fino a tutto il 1937, dopo il 1923. Ciò consentì il raddoppio della produzione di grano, tra il 1870 e il 1939, e la riduzione del 75% della sua importazione. Il tutto, però, a caro prezzo, perché il cereale domestico costava il doppio di quello americano e la priorità conferitagli danneggiò altri prodotti agricoli importanti. D’altra parte, la quota del latifondo rimase elevata, quella dei braccianti pure e le retribuzioni dei contadini in generale diminuirono analogamente ai consumi alimentari.

Nel 1936, su una popolazione attiva appena superiore al 43%, gli addetti all’agricoltura (48%) superavano ancora largamente la manodopera industriale (29%), e il divario, ormai quasi annullato nel Nord computando anche i trasporti e le comunicazioni, rimaneva invece assai ampio nel Centro e nelle isole e parecchio superiore al doppio nel Sud. I salari dei lavoratori italiani, nel 1930, risultavano essere i più bassi dell’Europa occidentale, mentre l’analfabetismo si era sensibilmente ridotto ma restava ancora ben presente.

 

Le condizioni di vita in cui l’Italia fascista e imperiale venne lanciata ad affrontare le sfide anche tecnologiche di un nuovo immane conflitto si trovano descritte nel bel libro di Marco Innocenti sull’anno 1940: “La gente, a corto di sogni,vive alla giornata, e la vita è così grama, così diversa da come la raccontano i giornali. Povera Italia di povera gente: per tanti la carne è un lusso, la frutta pure, i figli mettono gli abiti rivoltati dei genitori, cuciti di sera nelle macchine Singer a pedali, il ballo, grave peccato sociale, è proibito, il freddo delle case nelle mattine d’inverno è assassino, l’odore di minestra riempie le soffitte, la puzza di cipolla è puzza di miseria e nei campi c’è chi lavora ancora la terra con l’aratro di legno come ai tempi di Cristo”. In simili condizioni, fu già un miracolo che il paese riuscisse a risollevarsi relativamente presto dallo sfacelo in cui precipitò. Merito dello “stellone” di cui si parlava un tempo? Il miracolo, comunque, non sarebbe rimasto l’unico.

 

Franco Soglian

ABOLIRE L’ESAME DA AVVOCATO

Ripubblichiamo qui due articoli già pubblicati in passato, che hanno l’amaro sapore delle verità di Cassandra. Sono stati sufficienti pochi giorni perché la discussione sulla liberalizzazione dell’accesso alla professione forense generasse la prevista reazione della Gilda dei legulei. “O quelle norme spariscono, o noi affossiamo tutto, dalla manovra economica al governo”, avrebbero intimato i molti azzeccagarbugli della maggioranza, in barba alla speculazione internazionale che stava (e sta) massacrando il Paese.

Così i provvedimenti liberalizzatori sono spariti dall’agenda del governo e le tante cariatidi della professione hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. In quei pochi giorni però, in tanti ci avevano sperato.

1 LUGLIO 2011

È una proposta, un’ipotesi. Una bozza di un’ipotesi. Insomma praticamente per ora non c’è nulla, ma è stato sufficiente che si azzardasse l’idea di abolire l’esame da avvocato per scatenare il panico nelle stanze sfarzose dell’Ordine.

Secondo la proposta di legge delega, per ora, sarebbero sufficienti due anni di pratica per poter ottenere il titolo e poter esercitare la professione. “Sono sconcertato e allibito”, dichiara Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense. “Si vuole delegittimare l’avvocatura. Una simile liberalizzazione ucciderebbe il settore invece che offrire opportunità”.

E, si noti bene, non è in discussione l’abolizione dell’ordine professionale. Qui si parla dell’abolizione di un meccanismo diabolico e inefficiente qual è l’esame di Stato da avvocato. Chiunque conosca lo svolgimento di tale esame sa che se fosse gestito dalla camorra funzionerebbe in modo più equo. La correzione dei compiti è fatta in totale assenza di trasparenza, il tasso di aleatorietà è superiore che in un casinò di Las Vegas, porcherie di ogni sorta sono state testimoniate a più riprese. Eppure si ritiene che sia più efficace mantenere questa specie di ordalia, con tanto di intervento divino in forma di “manine” amiche, che non abolirla.

Certo si dirà che è l’articolo 33 della Costituzione che prescrive gli esami di Stato per le professioni. Se per questo l’articolo 68 dava l’immunità ai parlamentari, eppure lo si è potuto cambiare. Qualcun altro dirà che se l’esame funziona male si deve riformare l’esame, non abolirlo. Certo, ma per riformare l’esame si dovrebbe riformare la testa degli avvocati e degli italiani in generale. Un’impresa decisamente più difficile che non l’abolizione.

Considerato il numero di giovani che, senza demerito o colpa, restano arenati molto più a lungo del necessario in un praticantato sottopagato (vista l’impossibilità di passare con la sola preparazione l’esame di Stato), il provvedimento sarebbe utile e giusto. Tanto gli avvocati sono in sovrannumero già ora. Che la selezione la operi il mercato,  e non quel mostro ibrido al guinzaglio della gilda (metà  “concorso Bisignani”, metà scommessa sulle corse degli struzzi) che è oggi l’esame di avvocatura.

4 LUGLIO 2011

Si è già scritto della paventata abolizione dell’esame da avvocato e oggi, sul Corriere della Sera, Gian Antonio Stella ci emula parlando della situazione generale degli Ordini professionali. Pur trattando solo marginalmente la questione dell’esame da avvocato, dall’articolo emergono alcune considerazioni.

Primo, i problemi dell’esame dipendono soprattutto da un conflitto di interessi tra esaminatori ed esaminati. In Gran Bretagna, ci informa Stella, ai vertici dell’Ordine stanno anche studenti e, soprattutto, consumatori. In Italia ci sono quelli che hanno tutto l’interesse ad escludere concorrenti più giovani e più bravi dal mercato.

Insomma, l’Ordine andrebbe riformato se lo si vuole mantenere, e con esso l’esame di Stato. Non lo si vuole fare? Almeno si abolisca l’esame, e se si è tanto in pena per l’eventuale ingresso in massa di avvocati “peones” sul mercato, con rischi per l’affidamento dei consumatori, allora si riformino le facoltà di Giurisprudenza, introducendo il numero chiuso come già avviene per Medicina. Un test accademico fatto da accademici (puri se possibile, cioè non anche avvocati) sarebbe sicuramente più oggettivo, anche se non sarebbe ovviamente esente dai mali endemici di qualsiasi esame si tenga in Italia. Con tutto che, come dimostrato da un’indagine de il Sole 24h (“Classe forense, i numeri da sfatare”, 28 aprile 2009), in Italia non è che ci sia un numero di avvocati così smodatamente più alto che nel resto di Europa (ad eccezione della sempre citata Francia).

Ma ecco perchè queste riforme non si faranno mai. Su 952 parlamentari 134 sono avvocati. Una lobby di tutto rispetto. Toccare uno degli Ordini professionali, significa mettere in fibrillazione anche tutti gli altri. Stante che i liberi professionisti iscritti agli ordini sono poco meno di 4 milioni di persone (un partito quindi che raggiunge quasi il 10% dell’elettorato), quale partito potrebbe affrontare di petto il problema? Tanto per non essere stupidamente ottimisti, nessuno. Nessuno potrebbe resistere al fuoco di sbarramento di una simile macchina da guerra.

A meno che la pressione dell’opinione pubblica non diventi tale da rendere “politicamente” conveniente fare le riforme.

Tommaso Canetta

 

LO SBIGOTTIMENTO DI ANTONIO GRAMSCI

Noi diversamente giovani ci ricordiamo di com’era il Pci. Era più male che bene quando Togliatti e luogotenenti lo mantenevano stalinista. Poi si aprì una lunga presa di coscienza, un revisionismo troppo guardingo ma orientato nella direzione giusta. Si rifiutavano le ubbie rivoluzionarie e operaiste, però si era attenti a non rinnegare proprio tutto: per esempio un anticolonialismo moderato, per esempio la vigilanza contro la degenerazione bellicista che andava facendo degli Stati Uniti la società più militarista della storia, la più condizionata dall’ossessione dell’overkill  (la capacità di distruggere il nemico N volte, quando una sola volta basterebbe). Il Pci commetteva errori, però otteneva rispetto.

Stringe il cuore, oggi, ascoltare gli ex del Pci. La Lega, che non è una falange di idealisti, e parecchi altri  tentano di proporre il ritiro dalle nostre missioni all’estero, imposte da un Pentagono potentissimo ma poi incapace di fare da solo le sue spedizioni. Chi risponde il no più netto? Gli ex-maggiorenti dell’ex-Pci, ex-Pds: Napolitano, Bersani, i gerarchi in sottordine come la Finocchiaro, i D’Alema non in sottordine ma anch’egli un pasdaran del Patto Atlantico, un transfuga della buona causa.

Quando torneranno a palazzo Chigi, che potranno attendersi gli ingenui che avranno sperato nel cambiamento? Il posto internazionale dell’Italia resterà quello dell’armistizio di Cassibile: legato al carro del vincitore. Eppure il mondo è diventato multipolare, potremmo stringerci all’Europa, non a Rasmussen. Che deprimente in questi giorni la giaculatoria dei pentiti dell’opposizione a Foster Dulles e a Lyndon Johnson: “Siamo legati all’Alleanza”.

Chi dice che non potremmo slegarci? Lo sbarco delle divisioni USA non sarebbe il caso di temerlo: l’ultimo decennio di guerre ha dimostrato la loro inefficienza. L’Italia non è un osso duro come, metti, la Somalia; i brandelli di una Wehrmacht quasi senza carburante ci soggiogarono in pochi giorni. Ma agli Stati Uniti, per punirci, servirebbero i milioni di guerrieri e i trilioni di dollari che non hanno. Idem quanto alla capacità di castigarci con le rappresaglie economiche: i mercati si sono allargati troppo perché Wall Street resti egemone. Non sarebbe una catastrofe se il nostro settore del lusso e alcuni comparti marginali perdessero i clienti che obbediscono a Michelle. Perderemmo sì l’ombrello atomico del Pentagono, ma sono decenni che l’ombrello non serve. Nemmeno per sogno dovremmo spendere di più, come blatera la destra irascibile, per proteggerci da soli: mancando il terribile aggressore dovremmo  invece ridurre ai minimi termini, in ogni caso, il bilancio della Difesa.

Ricapitolando. Il ministro Frattini, la Lega, l’Avvenire e molti altri invocano una tregua in Libia, e chi si erge contro? Napolitano e i rimasugli della schiera un tempo capeggiata da Antonio Gramsci.  Costui fondò L’Ordine Nuovo novantadue anni fa. Che commenti farà con Giovanni Giolitti, Mussolini, Luigi Sturzo e altri pensionati del Regno dei Cieli? 

A.M.C.