PERCHE’ L’ANTISLAMISMO E’ ANIMALESCO

Tutte le volte che sappiamo di eccidi tra musulmani, specialmente ma non solo tra sunniti e sciiti; e tutte le volte che veniamo incitati ad odiare gli islamici quali nemici ereditari ed eterni del cristianesimo, dunque dell’ebraismo, e dell’Occidente, dovremmo sentire il bisogno di uscire un po’ più dall’ignoranza della storia dell’Islam. Una storia non di compattezze, ma di frequenti conflitti tra credenti seguaci dello stesso Profeta. Scrive Ibn Al-Athir (1160-1233), il più celebrato di tre fratelli d’una famiglia intellettuale mesopotamica: “I Franchi si installarono da padroni in alcune terre dell’Islam allorché gli eserciti e i sovrani islamici si combattevano l’un l’altro”. Ne conseguirono coalizioni franco-musulmane che combattevano altre coalizioni franco-musulmane.

Le divisioni nel campo anticristiano agevolarono ai Crociati la conquista, anche se pure gli iniziali vincitori si scontrarono spesso: grandi condottieri come Baldovino di Edessa e Tancredi di Antiochia non esitarono a partecipare ai conflitti tra emiri rivali. Ed ecco, narra Al-Athir, “Kawasìl, un armeno signore di varie rocche a nord di Aleppo, che aveva con sé una quantità di rinnegati dell’Islam, aiutare in guerra uno dei maggiori conti cristiani”. Poco dopo un gran numero di musulmani cercarono rifugio presso Baldovino e Jocelin, i quali li trattarono benignamente, curarono i feriti, rivestirono gli ignudi e li avviarono ai loro paesi”.

Inutile dire che le cronache della Crociata e dell’Anticrociata sono fitte di stragi efferate, le quali contrastano e smentiscono gli episodi cavallereschi. Lo scontro tra Cristianesimo e Islamismo avvenne tra due civiltà, in quel momento fondate su principi sostanzialmente uguali eppure contrapposte fanaticamente. Oggi, un millennio dopo, le contrapposizioni sono cadute, salvo che per pochi lunatici. Anzi, constatava 55 anni fa l’illustre arabista Francesco Gabrieli, “è divenuto quasi di moda, da parte cristiana e cattolica, un atteggiamento comprensivo e conciliante, appunto, verso l’Islam”. Gabrieli sottolineava che le Crociate colpirono l’Islam in un momento critico della sua storia, “quando l’ondata araba si era arrestata, o rifluiva, e quella turca si andava ancora affermando. L’attacco in forze dell’Occidente latino colse di sorpresa una società musulmana politicamente divisa.

Verso la metà del sec-XII la resistenza musulmana si è irrigidita. L’arabismo come forza politica è ormai passato in seconda linea e sono turche le dinastie che conducono la lotta. Il grande Saladino, curdo di stirpe, muove dall’Egitto (da lui riportato all’ortodossia) per abbattere il regno latino di Gerusalemme. La cancellazione degli Stati cristiani che resistevano sulla costa sarà l’opera dei sultani mamelucchi, che alla metà del sec.XIII si insediano in Egitto soppiantando gli ultimi Ayyubiti. I rozzi soldati mamelucchi rafforzano il feudalesimo militare già introdotto dai Selgiuchidi, respingono verso il 1260 l’invasione dei Mongoli e liquidano le Crociate. Il papato, che aveva deviato le crociate contro i battezzati Albigesi e Svevi, deve rassegnarsi alla definitiva riscossa islamica”. Da parte musulmana, insegna ancora Gabrieli, non si parla di pace con i cristiani, ma solo di momentanea tregua. Molti islamici contrastarono la più famosa delle tregue tra i due campi, quella del 1192 tra il Saladino, sultano di Egitto e Siria, e Riccardo Cuor di Leone, molto prode ma non poco meno nobile e generoso del suo grande avversario, “l’optimus princeps dei musulmani, ricco di slanci più pietistici che cavallereschi”. Peraltro furono frequenti le “empie alleanze” tra credenti di fedi opposte contro nemici di entrambe le fedi.

I contrasti interni all’Islam cominciarono negli anni a ridosso del Profeta: lo scisma sciita risale al suo cugino e genero Alì ibn Abi Talib. E nei tempi che seguirono le divisioni anche atrocemente sanguinose tra credenti sia in Cristo, sia nel Profeta confermano crudamente l’impotenza delle fedi di fronte ai contrasti di interessi, agli odi politici e nazionalistici, ai particolarismi tra detentori del potere, ai materialismi, agli edonismi. Eppre mai come in questo avvio del terzo millennio d.C. le fedi -tutte- hanno il potenziale di esprimere direttrici e conduttori per società che hanno perso sia la maggior parte dei valori tradizionali, sia le guide ideologiche che sembravano reggere la modernità. Erano soprattutto le guide laiciste: capitalismo, liberalismo, comunismo. Tutte finite o morenti. Nei paesi più direttamente riferiti alle grandi religioni, le dottrine laiciste hanno dimostrato di non possedere più capacità propulsiva. Di qui nei paesi islamici la prevalenza, anche nelle prove elettorali, dei partiti e movimenti di ispirazione religiosa. Le fedi, che non hanno mai saputo impedire odii, guerre e sciagure, risultano in quanto ideologie terrene ben più vive ed efficaci delle idee laiche che, almeno in Occidente, dominarono l’Ottocento e il Novecento.

l’Ussita

FORTUNE: THE ECONOMY STINKS

“Absent substantive changes, federal debt will soon rocket to levels no country can bear. By far the largest elements of unsustainable spending are Medicare and Social Security. If you get the right people in the room, you can solve Social Security in 15 minutes, says former Fed chairman Alan Greenspan; Medicare is a far tougher challenge. (…) The largest element of spending after social insurance is defense. Its budget can and should be cut. It is greater than the combined defense spending of the next 15 biggest defense spenders. In May the House of Representatives voted to give the Defense Department some $3 billion more than the $519 billion it requested for 2013. It’s time for Members to think less about directing pork to their districts and more about the nation’s future”.

Sono alcune valutazioni delle due principali firme di ‘Fortune’, Geoff Colvin e Allan Sloan, cui la rivista ha affidato il pezzo portante del proprio Speciale Elezione, titolo: “Hey, Washington: enough already”. Come si vede, nessun dubbio sulla patologia bellicista dell’America: “Defense budget can and should be cut”. Se la Camera  assegna più di quanto il Pentagono ha chiesto è perché i Rappresentanti pensano a ingrossare il ‘pork’ (=’Money, position or favors obtained from the government, as a result of political patronage’). In altre parole, commesse militari per essere rieletti. L’elettoralismo è il peccato mortale della democrazia rappresentativa.

Più scabrosa la soluzione dei due guru di ‘Fortune’ per Medicare:

“The biggest problem is the endgame -when people enter their final descent and are kept alive, expensively. So we would restrict the end-of-life care that Medicare will pay for. In 2006, the last year for which data are available, more than 25% of all Medicare spending went for people in their last year of life (only 5% of the covered population”). Insurance companies, hugely important players in our health care system, already heavily restrict the procedures they pay for. Taxpayers, collectively, should do the same”.

Ulteriore, non sentimentale ma apprezzabile chiarimento:

“We propose that if you want to use heroic measures to keep yourself or any other Medicare or Medicaid recipient alive, either you spend your own money or buy supplemental end-of-life policy from the market”. In aggiunta a tanta (logica) franchezza, Colvin & Sloan chiedono che la copertura sanitaria costi di più ai fumatori, agli obesi e agli assistiti a più alto reddito; e che l’età della pensione venga alzata.

In ultima analisi i due si dichiarano ottimisti:

“Major reforms happened under presidents Kennedy and Reagan; if our country gets a big enough scare, they could happen again. These things have their moments. As  the economy cries for help, just maybe the moment has arrived”.

Un anno fa uno dei due, Allan Sloan, chiamava “American Idiots” la classe politica “che stava distruggendo l’economia con l’accanimento delle posizioni”. Individuava il problema centrale nel “takeover of the economic debate by fanatics who are up to no good”. Questo un anno fa. Oggi ‘Fortune’ non si attende più propensione alle intese bipartisan: “If Obama is elected, he’s likely to stop making concessions to the GOP, and to force a confrontation”. Questo non porta necessariamente a prevedere sviluppi positivi dall’eventuale vittoria di Romney. Né peraltro ad anticipare vere accentuazioni destrorse a seguito dell’inserimento di Paul Ryan nel ticket repubblicano: “History tells us that vicepresidents are more about politics than policy”.

La copertina dell’Election Special di ‘Fortune’ reca due slogan speculari: ‘Don’t vote for Romney’ e ‘Don’t vote for Obama’.

J.J.J.

QUANDO GOVERNERA’ IL PARTITO DI REPUBBLICA

Il 23 maggio la Repubblica- che oltre ad essere una testata è un partito, come lo fu l’Uomo Qualunque- pubblicò una ‘peroratio’ del suo terzo leader dopo De Benedetti e Scalfari. Titolo, ‘Per chi suona la campana’. La leggemmo rigo per rigo, per avere la premonizione di come sarà lo Stivale dopo che laRepubblica avrà preso il potere. E ricavammo la certezza che lo Stivale resterà scadente tale e quale. Sola differenza, le decisioni saranno prese a Capalbio invece che, fino al novembre 2010, nei board Fininvest. Le diagnosi del 23 maggio garantiscono che quando laRepubblica capeggerà il governo cambieranno solo i modi di dire e di vestire. Stesse insipienze della stagione Prodi, stesse ricreazioni da primarie, stesse euforie da ‘cambi della guardia’ (il Ventennio chiamava così gli avvicendamenti tra alti gerarchi). Nulla di nuovo.

Ecco una delle analisi di laRepubblica, a valere come punto programmatico: “L’impoverimento progressivo della politica ha prodotto negli ultimi anni solitudini civili sparse, smarrimenti individuali del sentimento di cittadinanza”. Come desiderare prospettive più concrete di azione quando si promettono psicologismi e gassosità quali “autonomia e libertà della politica, aperta alla società e alla sua disponibilità a trovare nuove forme di coinvolgimento, di responsabilità e di impegno”?

Non una parola sulla natura cleptocratica della nostra democrazia. Ezio Mauro sembra ignorare che i politici della sua parte saccheggiano il paese dal 1945, come saccheggiano quelli avversari. Ha ogni ragione a dare per spacciato il Pdl, dopo una fortuna indegna. Ma che promette agli italiani? “Il Pd resiste più degli altri partiti perché ha una naturale capacità di coalizzare a sinistra, con Di Pietro e Vendola” e perché “dopo l’anomalia berlusconiana, in un sistema che funziona dovrebbe essere la sinistra ad avvantaggiarsi direttamente della scomparsa della destra”.

Di fronte alle sfide della globalizzazione non potrebbe essere più bismarckiano, cioè irresistibile e travolgente, il manifesto del Repubblica-partito: “La vera domanda è una domanda di lavoro, e cioè di obbligazione reciproca davanti alla necessità di legame sociale, di dignità e di responsabilità”. Con idee così perforanti e insolite, come dubitare che le elezioni del 2013 daranno il meritato suggello alla superiorità concettuale della sinistra? A condizione di “ridare un senso alla politica, alla funzione democratica dei partiti”. L’antipolitica, accusa l’aspirante Premier, “genera storie più che biografie, personaggi più che uomini di Stato”. E dice bene: il partitismo ha figliato statisti sub specie aeternitatis a bizzeffe del calibro di D’Alema, Casini ed Ezio Mauro. “L’antipolitica. spiega il Nostro, è sempre la spia dell’indebolimento di un sentimento pubblico e di una coscienza nazionale”. Ed ecco l’imperativo assoluto, arra di salvezza: “L’establishment italiano deve rendere conto di questo deficit complessivo di rappresentanza, di questo impoverimento del sistema-Italia, dello smarrimento di ogni spirito repubblicano condiviso”.

Non potrebbe essere un progetto di salvezza più circostanziato: programmi, circostanze, numeri. Nulla manca per articolare, nero su bianco, il piano d’azione del movimento che spazzerà via il deficit di rappresentanza, farà ricco il sistema-Italia e ricatturerà ogni spirito repubblicano condiviso.

Tuttavia. E’ stato accertato che i nostri politici sono i più disonesti ed avidi in assoluto (per la verità lo sono sempre stati, per lo meno da quando il propretore Verre saccheggiava la Sicilia e Cicerone lo metteva in croce). Dunque sono i peggiori. Che farà il premier Mauro, li espellerà dalla vita pubblica, cominciando dai quaranta-novantenni che sono in politica dai giorni della scuola dell’obbligo? Oppure farà come si è sempre fatto, ostracizzare solo gli avversari della cleptocrazia figlia della Resistenza, chi non ammira i divorzi facili e le nozze omosessuali, chi ama entrare in chiesa più che nelle sale-convegno, chi detesta i consumi edonistici che hanno fatto la fortuna di Scalfari e De Benedetti, in definitiva chi non si entusiasma per le conquiste laicoprogressiste? Ancora: guadagnano troppo i politici, gli alti burocrati, i boiardi e i top manager del capitalismo privato: in gran parte gente che si dà l’aria della modernità leggendo laRepubblica (la legge anche la piccola borghesia stracciona però aperta ai tempi). Mauro confischerà i sovraprofitti di regime? Poi: spendiamo troppo per lo sfarzo ufficiale, per darci un tono con i saloni e i corazzieri. Mauro taglierà con la  mannaia? Infine: tre quarti dei nostri bilanci militari sono superflui e nocivi, Repubblica li sventrerà, oppure li manterrà per preservare la capacità dello Stivale democratico di compiere spedizioni contro l’oscurantismo islamico, nonché per non danneggiare lavoratori, tecnici e tangentisti di Finmeccanica, gente moderna che legge le testate del gruppo Espresso?

Affrontare i mali qui esemplificati non sembra degno dell’engagement del gabinetto Mauro. Piuttosto assegnerà la priorità allo ‘spirito repubblicano condiviso’. Le Camere e ogni altra assemblea di lestofanti saranno abitate dalla stessa fauna che guarda alla Costituzione. Poco male. L’importante è che trionfi il progresso,  cominciando dalle nozze gay&lesbian.

Basilio

ROBERTO VACCA: PUBBLICITA’ ED ECONOMIA

“Per assicurare il successo a un libro, quanto sono utili le recensioni sui giornali, le interviste e la pubblicità su periodici, in radio e televisione,?”

Un editore mi propose –una trentina di anni fa – di fare una ricerca per rispondere all’interessante quesito. Chiesi che mi fornissero: testate, date di pubblicazione, testi di articoli e copy di inserzioni e, d’altra parte, numero di copie vendute settimana per settimana.

I dati su recensioni, interviste e pubblicità  erano disponibili. Invece il numero di copie vendute non era disaggregato per settimana, ma solo anno per anno per ciascuna opera. Non c’era possibilità di correlare le iniziative promozionali con le vendite. Lasciammo perdere.

I numeri bruti dicono poco anche su grande scala. Fra il 2000 e il 2011 il Prodotto interno lordo italiano (PIL) era intorno a 1500 miliardi di euro e gli investimenti in pubblicità erano la metà dell’uno per cento del PIL, cioè circa 7 miliardi. La correlazione statistica fra le due grandezze in quegli 11 anni era il 97%. Crescevano e calavano insieme, ma i numeri non ci dicono se la pubblicità più intensa fa crescere il PIL o se si spende di più in pubblicità quando il prodotto lordo è più alto – le cose vanno meglio. Un’alta correlazione statistica fra due grandezze non vuol dire affatto che una sia la causa dell’altra. Sembrava pensare il contrario Henry Ford che disse: “Chi smette di fare pubblicità per risparmiare soldi, somiglia a chi blocchi le lancette dell’orologio per risparmiare tempo. La pubblicità è l’anima del commercio.”

Però Jerry W. Thomas, Presidente di DecisionAnalyst (azienda attiva in ricerche di mercato e sondaggi), scrisse nel 2008: “Il settore della pubblicità ha sempre un grande potenziale, ma controlla la propria qualità peggio di ogni altro settore. Solo la metà della pubblicità che viene diffusa ha effetti positivi. In parecchi casi ha effetti controproducenti.”

Valutare l’efficacia di messaggi pubblicitari, singoli o facenti parte di una campagna, è arduo. L’andamento delle vendite, infatti, dipende da tanti altri fattori: prezzi, azioni della concorrenza, efficacia della distribuzione (non si vende, se gli stock sono esauriti), tempo atmosferico e così via. Gli effetti della pubblicità non sono istantanei. Si possono manifestare dopo mesi. Dunque sappiamo bene che in certi casi estremi la pubblicità ha impatti forti e drammatici. Misurare gli impatti medi o deboli è un compito molto difficile. Certe grosse aziende specializzate in sondaggi sostengono di saperlo svolgere in modo scientifico. Vi dicono quante persone hanno visto il vostro messaggio, quante lo ricordano a distanza di tempo e quante ne sono state convinte, di che percentuale ha fatto crescere le vostre vendite – e così via. Sono credibili?

Forse io non sono un campione rappresentativo dei bersagli cui mira la pubblicità, ma non credo di aver comprato un’auto, un libro, un paio di scarpe, una bottiglia di vino dopo averne visto uno spot o un’inserzione. Ricordo la serie di vignette per la reclame della Guinness. La didascalia era sempre la stessa: “My Goodness, my Guinness!”, e la birra veniva portata via a un personaggio da elefanti, scimmie, rapinatori. Chiedevo ad amici ingegneri: “Dell’aria a 2 atmosfere si immette in fondo a un recipiente pieno di un liquido: quando arriva alla superficie del liquido gorgoglia alla pressione di 3 atmosfere. Che liquido è?”  La risposta era: “Vecchia Romagna Buton Cognac – il cognac che crea un’atmosfera.” Però in vita mia ho bevuto solo una Guinness e comprato una sola bottiglia di Vecchia Romagna.

Forse le pubblicità troppo intelligenti sono quelle meno efficaci. Dopo tanti anni ricordo bene Massimo Lopez di “una telefonata ti allunga la vita”, che rimandava la sua fucilazione con lunghe chiacchiere al telefono. Sorrido di Marzocca che fa la mamma di Garibaldi [“Giuseppe passa un momento difficile – risponde!”] ma dubito che abbiano fatto salire di un euro il fatturato della SIP e poi della Telecom Italia.

In TV usano spesso, dopo un programma che si spera sia stato gradito, comunicare: “Questo programma offerto da  xxxx”. Non so quanto possa essere efficace.  Quanto meno si evita così l’irritazione o l’avversione evocata dalla ripetizione eccessiva di certi spot. Se sono decenti causano, comunque, negli ascoltatori la sordità a quel messaggio. Se sono spiacevoli, possono causare nla decisione di rifuggire dal prodotto. Sarebbe bene ricordare cheil tempoin cui gli spot in TV interrompono il film che stiamo vedendo, coincide spesso coniltempo perandare al bagno.

Devo ammettere, in fine, che l’idea stessa di convincere tanta gente a fare certe cose è attraente e divertente. La creazione dei messaggi – scritti, detti, in video – è attività stimolante. Nel 1933 Dorothy L. Sayers pubblicò uno dei suoi gialli – “Muder Must Advertise “, Harcourt,  Brace – col personaggio di Lord Peter Wimsey che investigava assassini nell’Agenzia pubblicitaria Pym – e intanto progettava una forte campagna a premi per le sigarette Whiffle. Molto divertente.

Nel mio romanzo UNA SORTA DI TRADITORI ci ho messo un ex terrorista che si mette a fare il pubblicitario e inventa una campagna per diffondere l’uso del bidet nei paesi anglosassoni. Gli attribuisco anche un’astuta persuasione occulta che fu davvero usata con successo da un noto tycoon passato alla politica, ma ormai avviato al tramonto. (Real cowboys never die – they fade away.)

Roberto Vacca

ALTI INSEGNAMENTI DEL PENSIERO GRAMSCISTA – CRITICA A LUCIANO CANFORA

Membro non solo di un organismo autorevole, Institute for the Classical Tradition, ma anche di un altro così così, la romana Fondazione Istituto Gramsci, il brillante filologo e storico Luciano Canfora si è lanciato tempo fa sul ‘Corriere’ in un autentico esercizio di bravura: dire e non dire, vilipendere e difendere i ‘topoi’ del presente e morente discorso politico. Una volta mi scrisse d’essere stato rallegrato da un opuscolo “il Pericle elettronico” che a lui studioso della grecità avevo mandato, opuscolo che denigrava il più accanitamente possibile le istituzioni e le idee obbligate del marasma politico a noi contemporaneo. E’ dunque certo che al prof. Canfora l’ideologia demoparlamentare piace come al cane la cipolla. Però deridere apertamente la convenzione risalente ai Padri costituenti non si usa, o costa fatica. Ed ecco che Luciano Canfora lascia che lo si pensi condividere la critica tradizionale alla  “tirannia dei molti”, cioè ad ogni possibile formula di democrazia diretta, ormai matura e attuale dopo un paio di secoli di tedio del parlamentarismo. Canfora stesso appare riferirsi più volontieri alle conquiste dell’arcontato di Solone (594/3) che a quelle della Seconda Repubblica italiana.

Il filologo della Fondazione Istituto Gramsci premette ad altri ragionamenti un plauso a Solone per avere insegnato “che non si deve rischiare di cadere in schiavitù per debiti”. Questo rischio non è oggi molto attuale, però il plauso a Solone gli viene utile per poter deplorare “i finanzieri del tempo nostro, nonché i responsabili delle strutture bancarie, che sull’altrui indebitamento prosperano”. Altra scappellata al politicamente corretto: “Una forte corrente di pensiero politico moderno nella seconda metà del sec.XX, su impulso di una figura notevole come F.Mitterrand, pose il problema della cancellazione del debito di alcuni paesi del Terzo e Quarto mondo”. Canfora sorvola sulle spese militari, sulla corruzione e sul saccheggio dei politici che hanno fatto gigantesco il debito del Terzo e Quarto mondo.

Messa a verbale la propria conformità alla “forte corrente di pensiero politico moderno”, Canfora ammette che “tirannide è parola dal significato in origine non negativo” e che era stato il demo di Atene (il popolo sovrano) “ad attribuire all’abile demagogo Pisistrato una guardia del corpo armata come strumento e garanzia di potere”. Sottolinea pure “che la tirannide nascesse da un significativo consenso popolare era però fenomeno imbarazzante”. E inoltre: “La diretta gestione del potere da parte dei detentori della piena cittadinanza è tutt’altra cosa rispetto alla procedura elettiva che .produce una rappresentanza”. E qui uno si aspetterebbe -abbiamo detto sull’esperienza di due millenni e  mezzo dopo Solone- la pura e semplice constatazione che la “procedura elettiva” perpetua l’oligarchia della Casta: il Mob o Mafia dei politici di professione. Invece il discorso di Canfora trascolora nella descrizione dei ‘doppi negativi di forme politiche positive (monarchia/tirannide, aristocrazia/oligarchia; democrazia/oclocrazia), col risultato di non dire ciò che andava detto: che il meccanismo elettorale è fraudolento,  attribuisce tutto il potere ai professionals della raccolta dei voti.

E d’altra parte Canfora riconosce che “questo arrovellarsi intorno al modo in cui la volontà popolare può lasciarsi deviare fino ad autodistruggersi è problematica nostra e sommamente moderna”. Cioè (interpretiamo noi): il congegno partitico-parlamentare non potrebbe essere più truffaldino; ma Canfora non insiste. Preferisce ricordare che “i critici della procedura decisionale a maggioranza, cioè democratica, opponevano la questione della competenza alla legge del numero”. Ecco completato così il recupero da sinistra dell’argomentazione oligarchica: dobbiamo gestire noi che sappiamo farci eleggere. Non abbiamo alcuna competenza aggiuntiva rispetto ai molti, moltissimi, che oggi studiano, viaggiano, forniscono saperi, intraprendono, dunque potrebbero esercitare la sovranità diretta; però noi sappiamo farci eleggere e sappiamo cooptare coloro che sapranno farsi eleggere. Canfora obietta qualcosa a questo autoperpetuarsi dei professionisti della rappresentanza? Sì: solo che le codificazioni costituzionali del secondo dopoguerra stiano “cedendo il passo al ritorno in grande stile al predominio di coloro che, intrinseci al mondo arduo della finanza, si pretendono competenti”.

Canfora sa benissimo che se il gioco politico tornerà presto in toto ai partitocrati, il risultato sarà ancora più cleptocrazia. Ma non lo dice: non è appropriato dirlo quando si appartiene alla Fondazione Istituto Gramsci, dove si suppone che il Profeta sardo non approverebbe il chiamare pane il pane e ladro ciascun professionista delle urne.

Che si impara infine da un maitre-à-penser gramscista? Che va bene tutto, compreso il predominio della finanza internazionale, purché non si intacchi il ruolo dei politici amici della sinistra intellettuale di Capalbio.

A.M.C.

DUE CONTRANNIVERSARI

Quest’anno abbiamo due ricorrenze meno innocue del 150.mo dell’Unità; due ricorrenze che il Colle festeggerà con meno passione. Fanno 67 anni che Napolitano entra nel Pci, diventa segretario della federazione napoletana e si identifica col togliattismo. Soprattutto fanno tre quarti di secolo che il terrore staliniano si fa estremo. Quell’anno, 1937, Palmiro Togliatti è secondo segretario del Comintern, cioè il numero Due dell’organizzazione comunista internazionale; e il capo del partito italiano identifica se stesso e i suoi seguaci con i delitti di Stalin. Quei delitti in particolare che finiscono coll’annientare fisicamente l’intera leadership espressa dalla Rivoluzione d’Ottobre e decimano i quadri direttivi del comunismo centro-europeo.

Gli storici fanno ascendere a vari milioni le vittime totali dello stalinismo. Togliatti è certo innocente della fame che sterminò i contadini e delle forzature inumane della collettivizzazione (nel 1928 le aziende collettivizzate erano l’1,7%; nel marzo 1930 erano il 58%; nel 1940, il 97%) e dell’industrializzazione accelerata. E’ innocente della schiavizzazione dei 24 milioni di russi trasferiti nelle città e delle disuguaglianze all’interno della classe operaia, superiori che in qualsiasi altro paese. Forse è innocente dell’universo dei gulag. Non è innocente delle purghe nel partito comunista tedesco e in quello polacco, quest’ultimo addirittura disciolto. E delle ferocie che seguirono fino alla morte del Hitler georgiano.

Nel giugno 1934 un decreto dispose l’arresto dell’intera famiglia nel caso uno dei suoi componenti venisse smascherato come ‘nemico del popolo’. Nel dicembre successivo, l’assassinio di Kirov, capo del partito a Leningrado, scatenò un’ondata di esecuzioni e deportazioni. Nell’agosto 1936 furono fucilati 16 nemici del popolo tra cui Zinoviev e Kamenev. Nel gennaio 1937 muoiono Radek, il maresciallo Tuchacevskij, molti generali e ventimila ufficiali. Nel 1938 l’ultimo dei grandi processi: mettendo a morte Bucharin e altri 17 dirigenti,  Stalin ha distrutto l’intero gruppo degli artefici della Rivoluzione. Un’immensa rete di gulag imprigiona milioni di persone, molte delle quali non sopravvivono. Le grandi purghe fanno morire numerosi comunisti stranieri riparati in Urss, tra i quali due-trecento italiani.

A partire dalla promozione a secondo segretario del Comintern Palmiro Togliatti è consapevole di abbastanza crimini di Stalin da risultare egli stesso un criminale. Egli non poteva non sapere, dunque era corresponsabile. Non raggiungeva gli estremi di ferocia degli Jesov e dei Manuilski: ma non rifuggiva dall’inneggiare al corso atroce dello stalinismo. L’uomo che in Occidente la cultura di sinistra ancora esalta come un raffinato intellettuale si identificava con le azioni più scellerate. Per esempio Togliatti fu presente alla riunione del Presidium che condannò Bela Kun, l’uomo della repubblica dei soviet ungheresi. Togliatti firmò col proprio nome alcune delle esaltazioni più smaccate delle atrocità staliniste. Scriveva nell’ottobre-novembre 1936: “E’ appunto perché l’Urss è il paese della democrazia più conseguente, che i partiti estremisti della reazione e della guerra  concentrano contro l’Unione Sovietica attacchi furiosi. I banditi terroristi, smascherati grazie alla vigilanza degli organi di sicurezza dello stato proletario e annientati dalla giustizia proletaria, non furono altro che lo sviluppo della lotta disperata contro l’Urss. Coloro che hanno annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte all’umanità intera. Il processo di Mosca è stato un atto di   difesa della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione (…) Non esiste al mondo che un solo tribunale i cui componenti e la legge cui si conforma offrano una garanzia assoluta di equità: è il tribunale proletario, opera giuridica della Rivoluzione” (Da l’Internationale Communiste , n.10-11, oct.-nov. 1936, Bureau d’Editions, Paris). La stessa crudeltà metterà il Migliore nel magnificare gli omicidi dei gappisti, specificamente quello che uccise il filosofo Giovanni Gentile.

 

Nel 1953 Palmiro Togliatti definirà Stalin “un gigante del pensiero: col suo nome sarà chiamato un secolo intero”. Fino al 1964, quando  Togliatti morì, il primo ventennio della carriera comunista di Giorgio Napolitano si svolse interamente nel quadro del togliattismo. Nel 1956 il Capo promosse il giovane deputato napoletano nel Comitato Centrale. Il 1956 fu anche l’anno in cui l'”Unità” togliattiana definì “teppisti” gli insorti ungheresi e Napolitano elogiò l’intervento dei carri sovietici (“Ha contribuito non solo a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma anche alla pace del mondo”). Pietro Ingrao testimonierà sulla “soddisfazione” di Togliatti per l’invasione dell’Ungheria. Più tardi il Migliore proverà a scusarsi: “Si sta con la propria parte anche quando sbaglia”.

Tra cinque anni si compirà un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre. A Napolitano auguriamo una vita abbastanza lunga e vegeta da poter sovrintendere, da presidente rieletto oppure emerito, a un ciclo di grandi celebrazioni, adeguate alla portata decisiva dei cento anni in cui campeggiarono Stalin e Togliatti,  L’Uomo del Colle garantirà senza dubbio l’obiettività dei festeggiamenti. Henry Kissinger non lo definì “my favourite Communist”? Ed Egli stesso non usa dichiarare “giusta” la guerra dei droni americani nell’Afghanistan, altrettanto utile alla pace mondiale quanto l’intervento sovietico in Ungheria?

A.M.C.

CHIUDERE ILVA, ALCOA, CARBOSULCIS E SAPER VIVERE CON 700 Euro

Mai siamo stati confrontati più brutalmente dal dilemma se chiudere o no un impianto industriale che produce stipendi, perdite e tumori. A chi non padroneggi gli aspetti tecnici -è veramente possibile disinquinare in grande la siderurgia di base? è cosa fattibile senza fermare la produzione?- non resta che considerare tassativo l’obbligo di chiudere l’Ilva di Taranto. E’ mostruoso esigere la perpetuazione del disastro ambientale -delle patologie gravi- perché non si sospendano i redditi. E non ha senso chiedere al contribuente, come all’imprenditore, di mantenere alcuna fabbrica che non ha mercato o produce perdite. Se anche non inquinasse, l’impianto sardo di Alcoa non andrebbe salvato, come non andava salvato Termini Imerese. Carbosulcis è rifiutato dall’Enel, unico cliente concepibile, e la Regione Sardegna non ce la fa più a sussidiare una produzione inventata o allargata in un contesto d’autarchia.

Invece tutti i lavoratori dei livelli modesto e medio, anche dell’indotto, che non siano protetti da questa o quella provvidenza, vanno certamente sussidiati a medio termine, due-tre anni. P.es. 700 euro per famiglia, con una piccola aggiunta per ogni figlio minore. La metà per il lavoratore single (ma non inferiore l’aggiunta per ogni figlio minore). I sussidi dovrebbero essere uguali per tutti, dall’ultimo operaio al dirigente, sempre che quest’ultimo non sia anche azionista, nel qual caso niente 700 euro. Dunque molti dovranno cambiare stile di vita, in modo da campare con 700 al mese (ottenere i quali sarà conseguimento non da poco). Dimenticare gli agi e le fissazioni del passato, per modeste che fossero le villette, le vetture e i consumi proletari. A quelli del ceto medio  sventurato non resta che accettare il regresso nella povertà. I disoccupati che si associassero per sopravvivere, magari per intraprendere insieme, andrebbero aiutati come possibile.

Per dirne una. Chi perderà il reddito di lavoro e riceverà il solo sussidio non sarà in grado di pagare il mutuo o l’affitto della casa. Dovrà ‘scendere di casa’, rinunciare alla rispettabilità piccoloborghese dell’alloggio individuale con soggiorno, cucina e servizi propri, magari con garage o posti macchine. L’alloggio individuale di oggi, al livello minimo tanto meno spartano che un tempo, costa troppo. Per non cadere nella mendicità o nella disperazione i disoccupati definitivi si associno in progetti abitativi parzialmente comunitari. Magari su terreni o in capannoni dismessi dalle aziende -i capannoni hanno sfigurato il Paese, meriterebbero l’abbattimento- sono spesso possibili progetti di multihousing: ciascuna cellula abitativa individuale prevederebbe  solo ambienti notte, con una cucina abitabile minima e un WC-doccia elementare. 25 mq totali invece di 80 consentirebbero soluzioni abitative economicamente possibili,  persino più gradevoli che in passato, grazie alla messa in comune di ambienti soggiorno, cucine moderne, lavanderie, veri bagni e simili. Turni di utilizzazione scongiurerebbero i mali, anche gravi, della convivenza. Peraltro se una sala soggiorno comune assomiglia a una hall alberghiera, l’utilizzazione insieme non è impossibile. In comune anche un limitato numero di mezzi di trasporto: non auto individuali, ma un ristretto numero di auto condivise a turno, con risparmi ingenti. Una parte importante degli acquisti essenziali va fatta collettivamente, comprando all’ingrosso o alla  fonte. Gli inoperosi loro malgrado dovranno ingegnarsi per sopravvivere.

Per i senza lavoro long term le alternative all’alloggio di tipo solidale (semicomunitario) sarebbe solo l’ospitalità caritatevole di parenti, amici e benefattori: prospettiva veramente ardua, precaria all’estremo. Non è soluzione tenere aperte manu militari Ilva Alcoa e Carbosulcis.  Che poi, verosimilmente la grande siderurgia e altre produzioni inquinanti o antieconomiche spariranno in ogni caso da paesi  come il nostro, sovrapopolati e dai costi non competitivi. Meritano la solidarietà caritatevole i sottoproletari del Bangladesh, non i semi-borghesi Ilva Alcoa Carbosulcis.  Segmenti sociali non piccoli dovranno ripensare la vita, tenendo presente come si campava un tempo. La difesa tradizionale del job e del tenore di vita sarà cosa del passato.

Bologna, ancora una volta, è pioniera con un’interessante valorizzazione della struttura condominio. Lì cinquanta o sessanta condominii funzionano già come semi-comunità: o hanno istituito il/la badante condominiale (chi ne usufruisce paga in rapporto alle ore utilizzate), oppure fanno in comune il grosso della spesa (con risparmi del 40%). Onore al senso pratico e alla vocazione comunitaria dei bolognesi.

l’Ussita

ROBERTO VACCA – DIARIO DEL SETTEMBRE 1943

Avvenimenti del Settembre 1943 seguenti l’armistizio – visti da Roberto Vacca sedicenne da via Ruggero Bonghi a circa 700 metri dal Colosseo.

 

8 settembre

Ore 13 – voci sull’Armistizio

Ore 20 – Notizia ufficiale dell’armistizio [Generale Badoglio a Radio Roma]

 

9 settembre

Ore 2 – rumore lontano di colpi di cannone o scoppi di mine a intervalli di pochi secondi che durano più o meno fino alle ore 16

Ore 13 – notizie di sbarco americanoa Napoli– notizie da ambienti del Ministero Cultura Popolare (in Via Veneto) di sbarchi americani a Genova, Livorno, Civitavecchia. Al Reparto Medio Oriente dello stesso  Ministero viene bruciato l’archivio-

Ore 18 – voci di movimentitedeschi eamericani verso Roma. Rumore più vicino di spari (cannoni). Voci di combattimenti fra soldati italiani contro fascisti e tedeschi. Voci di occupazione tedesca dei Castelli. Passaggio di truppe.

Ore 22 – Manifestini inglesi esortano a combattere contro i tedeschi. Bombe forse tedesche su Piazza dei Siculi (vicina, fortissima), via Sisto V, Castro Pretorio – reazione al bombardamento. Allarme aereo che dura dino alle 22.

 

10 settembre

Ore 10 – spari più vicini (Ostiense, San Paolo). Passaggio di truppe italiane motorizzate e corazzate

Ore 12 – 13 – spari sempre piùvicini eforti – voci di disfatta italiana alla Cecchignola. Comunicato (forse falso) del Gen. Caviglia  che assicura vita normale a Roma. Continui spari. Allarme aereo fino alle 15. Scoppia uno shrapnel molto vicino: pallette in cortile e in terrazza.

Ore 15-16 – Militari e civili in fuga. Combattimenti a San Paolo (1) – linea alla Piramide Cestia. Spari, bombe e motori per tutte le strade vicine.I tedeschisarebbero entrati in città. Arriva alla scuola Ruggero Bonghi il colonnello di cavalleria Nisco  con 4 cavalleggeri, gli ultimi del suo squadrone. (2) Èrosso econgestionatissimo in faccia. I cavalleggeri si fanno dare abiti borghesi. Il colonnello non si levala divisa.  Icavalli saranno portati via due giorni dopo. Spari, colpi di pistola e bombe a mano per le strade fino alle:

ore 19:30 – Radio Roma annuncia un accordo italo-tedesco firmato dal Gen. Calvi di Bergolo e Kesselring che assicura la cessazione delle ostilitàe passaggiodei tedeschi fuori dall’Urbe. Voci di occupazione tedesca diMilano ealtre città del Nord. Seguitano sparivicini elontani

ore 21:30 – spari più lontani che finiscono alle 22

 

11 settembre

Il Gen Calvi di Bergolo ha assunto il comando  del Governo Libero di Roma alleato dei tedeschi che hanno in città l’ambasciata, l’EIAR e la centrale telefonica. Le truppe tedesche non passeranno per l’Urbe. Continuano sparivicini erari e cannonate lontane non molto frequenti.

 

12 settembre

I tedeschisisono insediati in Italia come in territorio occupato. In Italia vigono le leggi di guerra tedesche. Tutto dipende da loro.Calvi eisuoi uomini collaborano coi tedeschi.

 

24 settembre

Calvi di Bergolo con il suo aiutante è asportato dai tedeschi nel suo ufficio e portato via per ignota destinazione. (3)

 

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(1)    Fra i combattenti a Porta San Paolo anche: Sandro Pertini, Ugo La Malfa, Bruno Buozzi.

(2)      Il Tenente Colonnello Enzo Nisco dopo aver combattuto a Porta San Paolo, si era ritirato probabilmente dopo l’arrivo dei blindati tedeschi.

(3)      Calvi (genero dire Vittorio EmanueleIII) fu tenuto prigioniero deitedeschi eliberato dagli Alleati  entratia Romail 5 Giugno 1944. Morì nel 1977.

ATTILA AMMANSITO

Il Re degli Unni, che campeggia nella saga nibelungica e viene raffigurato dall’Edda  come eroe forte e valoroso, è nella tradizione cristiana il Conquistatore selvaggio, il Flagello di Dio. Solo l’intervento divino permise a papa Leone Magno nel 452 di fermare la sua spietata avanzata e dissuaderlo dal devastare la penisola italiana. Evidente ed eroico il coraggio, leonino appunto, del  pontefice: il sovrano unno avrebbe potuto far divorare dai cani l’indifeso pastore della cristianità; e forse i più antropofagi tra i suoi guerrieri turcomongoli avrebbero conteso ai molossi le povere carni del  santo da Volterra. Purtroppo tre anni dopo Leone Magno non riuscì a scongiurare il sacco di Roma ad opera dei Vandali di Genserico.

Un fosco condottiero ma in fondo ammansibile è l’Unno della Bocconi, il famoso ateneo turcomongolo, reputato a livello di Yale. Minacciava ferocie e sfracelli inauditi contro una spesa pubblica che fa incombere  il concordato preventivo. Annunciava la tabula rasa della realtà italiana, e a poco sarebbero servite le prodezze della Nazionale di Prandelli&Cazzullo. Ma è bastato un Leone Magno per fare quasi  innocuo il capo unno, che mangia la carne cruda come i suoi invincibili arcieri a cavallo, disdegnosi di selle. Attila Monti aveva decretato la devastazione dei bilanci improduttivi o dannosi. Con la sua pesante spada avrebbe decapitato il Parlamento dei Gaglioffi, azzerato le province, cancellato mezzo milione di emolumenti, miriadi di consulenze truffaldine. A molti wishful thinkers dello Stivale aveva fatto sperare che cancellasse l’ordine degli F35, magari passandone la fattura al Pentagono, nel cui esclusivo interesse i servili Prodi Parisi D’Alema Berlusca e La Russa avevano ordinato i possenti cacciabombardieri. L’Unno aveva promesso, oltre a vaste dismissioni di immobili pubblici, un impegno implacabile sul fronte dell’equità (sacrifici sui contribuenti morti di fame ma sacrifici più dolorosi sui privilegiati, addirittura una patrimoniale da levare la pelle). Implicitamente aveva anticipato altre scorrerie nello stile devastatore degli Unni. Le categorie ridotte in miseria dal Salva Italia avevano estratto a sorte un Kamikaze in chief che fermasse Attila o morisse.

Quasi tutte le minacce sono sparite dalla spending review e da altri piani di battaglia dello Stato Maggiore turco-mongolo. Giulio Terzi di Sant’Agata,  raffinato ministro del Devastatore unno,  ha potuto dare ottime notizie sugli F35 ai padroni dell’aerospaziale USA, divenuti suoi amici sui campi da golf della capitale stellata. Gli storici si sono scatenati: chi è stato il Leone Magno che ha affrontato e ammansito Attila? Qualcuno ha banalmente azzardato Squinzi, il capitano d’industria bergamasco che senza peli sulla lingua aveva definito ‘boiata’ la riforma del mercato del lavoro. Qualcuno dà merito al leader dei presidenti di provincia, federatisi in patto di sangue per scongiurare l’abolizione delle loro mangiatoie. Cento e cento altre congetture.

La rivelazione è venuta dallo stesso crudo ma austero condottiero venuto dall’Asia estrema: “Mi sono arreso alle grazie di uno stuolo di olgettine ed escort,  capeggiate dallo stesso Silvio Magno”. Palazzo Grazioli ha confermato: Attila non ha saputo contrastare un’improvvisa pulsione erotica, prontamente sfruttata dall’abilissimo Cavaliere attraverso Lele Mora. Gli F35, le grandi fortune, le comunità montane del Tarantino sono salve. Attila si è ritirato in Pannonia, e di lì proseguirà per i monti Altai.

Porfirio

ERA MALMOSTOSA, ORA STRARIPA DI ORGOGLIO L’ITALIA DI CAZZULLO E DEL COLLE

Noi studiosi del pensiero di Cazzullo e del Colle sapevamo quello che avrebbero enunciato, dopo la vittoria di una nazionale spagnola che, come con virile severità ha deplorato il Primo, “ha infierito” su di noi. Sapevamo che avrebbero alzato i ditirambi patriottici di quando compimmo i 150, un sesquisecolo articolato in quattro fasi luminose: sabauda, fascista, gappista-terrorista, demoplutocleptocratica. Citiamo Cazzullo: “Non divenne Campione d’Europa per caso l’Italia del 1968. Una grande generazione di calciatori era l’immagine dell’Italia uscita dal boom, approdata all’industria e al benessere dopo secoli di ristrettezze rurali. Una partita di calcio non cambia certo il destino (…) ma può segnare uno spartiacque”.

Cazzullo esalta la “gioia dei giorni scorsi, il senso di riscatto, l’orgoglio con cui in tanti stringevamo una bandiera a lungo dimenticata e cantavamo un inno sino a poco fa negletto. Ricorderemo queste notti come il momento in cui l’Italia cambiò umore. In cui un Paese spaventato e malmostoso ritrovò il sorriso e la fiducia in se stesso. E si rese conto che poteva riconquistare un posto tra le nazioni”. Interrompiamo brevemente per precisare: non è il figlioletto cinquenne di Cazzullo che scrive, bensì il Papà. Riprendiamo a riferire: “(E si rese conto) che poteva essere considerato per quello che è: la capitale dell’estro, della fantasia, della creatività. Ricorderemo con tenerezza e rimpianto l’estate del 2012, quando ci rendemmo conto chi siamo davvero e cosa possiamo fare. Gli italiani si riconoscono in questa Nazionale. Abbiamo ritrovato il sorriso e la fiducia in noi stessi”.

Uno che non abbia ritrovato quanto sopra si vergogni. Ma andiamo avanti a impatriottarci: “Certo, i quattro gol della Spagna bruciano. Ma prevalgono i sentimenti espressi dal Quirinale: orgoglio, fiducia in se stessi, senso ritrovato dell’unità. Non è un caso che sia di nuovo la figura di Napolitano a sintetizzare emozioni e valori comuni (…) Il principale merito della Nazionale è stato rappresentare il Paese che le sta dietro, interpretare il momento della storia dell’Italia. Avevamo davvero bisogno di un’iniezione di buonumore, ottimismo, consapevolezza di noi stessi. Ci fa bene ricordare che nel mondo globale non siamo sconfitti in partenza. Anzi la fantasia, l’estro, il genio rappresentano armi formidabili (…) Era inevitabile che da un Europeo carico di simboli uscissero significati validi anche per la nostra vita pubblica e per le nostre vite private. Possiamo andare fieri di noi stessi, di quello che sappiamo e possiamo fare”.

Difatti, diciamo noi, fu questo l’errore di Mussolini: per pervenire alla grandezza puntò su otto milioni di baionette, laddove avrebbe dovuto capitalizzare sulla Nazionale,  arma ben più formidabile delle portaerei nemiche. “Comunque vada la finale” il Bardo torinese assicurò il 29 giugno “usciamo vincitori dall’Europeo”. Precisando, profeticamente: “Nel calcio comandiamo noi”.

 

Se Cazzullo è l’aedo, il rapsodo del patriottismo (se non l’ha già fatto, il Quirinale dovrebbe assumerlo come ghost writer delle allocuzioni chauvinistes, così da alleggerire la fatica dell’insigne 87enne), Giorgio Napolitano fa sintesi più sofisticate. Però anch’egli ha un cuore, anzi è ‘cor cordium’. Secondo un cronista del ‘Corriere’, “al capo dello Stato viene un groppo in gola” nel confessare ai calciatori da lui ricevuti solennemente tra gli arazzi e i lacché “che non ha mai giocato al pallone”. Ma si discolpa: “Ho colto la passione che vi ha guidato, il senso della Nazione, l’amore per l’Italia”. La linea l’aveva tracciata il giorno fatidico che gli Azzurri avevano pareggiato a Danzica: “Nel modo in cui la Nazionale si è impegnata è una conferma dello spirito di dignità e consapevolezza nazionale che io e le istituzioni abbiamo voluto diffondere nel celebrare i 150 dell’unità d’Italia”.

Il Capo dello Stato dixit. Le Roi le veut. I valori calcistici e quelli nazionali si giustappongono, anzi sono tutt’uno. La squadra vince o pareggia, ed è la civiltà italiana che si asserisce e prorompe. La squadra perde,  e l’Italia si stringe ai ragazzi (che si immolano nelle Termopili di questo o quello stadio) e ritrova il senso della missione. Gli Undici, più il CT, le riserve, i massaggiatori e gli inservienti hanno compiuto il miracolo che proietta il Paese nella gloria. Là dove migliaia di menti creative/direttive della Penisola e delle Isole sono state umiliate e sconfitte, riescono 22 polpacci d’oro, 22 ghiandole surrenali e il genio strategico di Prandelli. Fortuna per il generale Bonaparte, poi imperatore di mezza Europa, che la coppa Europea non fosse cominciata. Quante umiliazioni si risparmiò!

Un ultimo punto. Al fischio di fine partita con la Roja i ragazzi di Prandelli non hanno tripudiato d’essere assurti alla gloria sbirciata da Cazzullo, e dunque di avere insaccato d’orgoglio 60 milioni di italiani. Si sono abbandonati ai singhiozzi, le guance rigate di lacrime, le gole strozzate dall’angoscia. Altro che Muro del Pianto! Altro che cordoglio dei nordcoreani alla morte del Caro Leader! I volti e i petti dilaniati dallo strazio hanno of course intenerito Cazzullo: “Non sono cinici miliardari”. Nostra traduzione: benché strapagati dai club, dagli sponsor e dalla pubblicità, i Lohengrin del calcio hanno un’anima, non solo le surrenali. Così non fosse, noi italiani non saremmo egemoni dell’estro, dello slancio e della creatività. Gli aveva dato di volta il cervello a Mario Monti, quando invocava un paio d’anni di sospensione del calcio plurimiliardario? Rischiò di farci cadere in depressione!

Torniamo allo Juvat vivere di Cazzullo. Abbiamo il sistema politico peggiore d’Occidente; l’etica pubblica più cariata al mondo; gli eletti quasi tutti ladri; un contesto che consente al Lubrico da Arcore, il governante più implausibile in assoluto, di “tornare”; abbiamo i corazzieri e i palazzi presidenziali più inutili; neghiamo i fondi all’oncologia pediatrica per non rinunciare agli F35; in definitiva abbiamo quasi tutte le turpitudini. Però il calcio, la dottrina Cazzullo e il Colle ci invasano di orgoglio: ci era mai capitato nei giorni di Augusto e di Nerva?

A.M.Calderazzi

I SEGNALI DI FUMO DI UN’ESTATE ITALIANA

Iniziata male, con la minacciata ridiscesa in campo di Berlusconi, l’estate italiana doppiamente di fuoco rischia di finire peggio, anche se si riusciranno a domare almeno gli incendi a catena eufemisticamente addebitati ai cosiddetti piromani. Problemi boschivi a parte, chissà quanti, connazionali e non, si saranno sentiti rassicurati dalle assicurazioni dell’ex ministro Martino, celebrato Chicago boy e nuovo buttafuori dell’ex premier, secondo cui il Cavaliere sarebbe seriamente impegnato a migliorare la propria preparazione economica in vista di uno sperato o temuto ritorno a furor di popolo a Palazzo Chigi.

In un consulto con sommi economisti internazionali per lui appositamente organizzato avrebbe infatti ascoltato tutti con grande attenzione e preso gli appunti del caso come un bravo scolaretto, senza farsi distrarre dal pensiero di altri passatempi, compreso quello di trovare un nuovo nome per il suo partito (o, in alternativa, fondarne un secondo ancora più personale) e magari una nuova candidata a first lady come gli suggerisce l’on. Santanchè, giustamente preoccupata di renderlo meno diversamente sobrio e monogamo dal suo successore.

Peccato che intanto, mentre i suoi deputati continuano a votare più o meno disciplinatamente a favore delle decisioni governative, obbedendo alle sue ribadite e responsabili direttive anziché ascoltare le voci sempre più critiche e insofferenti di molti sottocapi, i giornali di famiglia non abbiano invece mai cessato neppure per un solo giorno di sparare a zero su tutto ciò che fanno e dicono Monti e i suoi ministri lasciando così intuire come la pensi anche lui e che cosa ci si debba quindi aspettare qualora tornasse alla guida del paese.

O bisogna piuttosto credere che Sallusti, Feltri e Belpietro facciano tutto di testa loro, a sua insaputa come l’on. Scaiola per il quartierino davanti al Colosseo oppure con la sua severa ma rassegnata disapprovazione? Da non dimenticare, peraltro, che anche lui qualche sua periodica zampatina non ha mancato di allentarla, invitando ad esempio la Germania ad andarsene lei dall’Eurozona mentre “Libero” (o il “Giornale”, ma fa lo stesso) festeggiava il trionfo dell’Italia pallonara sul nemico secolare sbeffeggiando a caratteri cubitali la “culona” di Berlino, già da lui squalificata agli effetti erotici venendone ricambiato con gli ormai famosi sorrisini di dileggio in combutta con Sarkozy.

Come che sia, sembra difficile dubitare che tutto ciò abbia contribuito non poco a rendere lo spread così restìo a ridiscendere decisamente a livelli non più allarmanti nonostante l’austerità (non di tutti, peraltro), il gran daffare di Monti in giro per il mondo e l’abnegazione salvifica di Draghi. Tanto più che contributi analoghi sono venuti anche da parti opposte, preparando il terreno al gran finale che a quanto pare ci riserverà l’estate ormai agli sgoccioli. Forse galvanizzato dalla vittoria di Hollande a Parigi e dall’avanzata di partiti socialistici in altri paese europei, a rompere il ghiaccio dell’appoggio incondizionato al governo tecnico è stato, nel centro-sinistra nostrano, il giovane leone del PD Stefano Fassina, dichiarando praticamente, senza venire smentito dal suo capo: Monti faccia pure tutto quello che crede, poi ci penseremo noi a cambiare strada appena torneremo al governo come ci promettono i sondaggi.

Quanto questa ed altre simili esternazioni possano avere incoraggiato gli operatori di borsa a comprare titoli italiani anziché olandesi o slovacchi e agevolato gli sforzi dei due Supermarii per convincere tedeschi, finlandesi, ecc. a puntellare l’euro non lesinando gli aiuti ai PIGS o PIIGS in maggiore difficoltà, dovrebbe essere evidente a chiunque. Di pari passo, crescevano inoltre le proteste ormai praticamente corali contro il ritardo del governo, in carica da sette-otto mesi, ad affrontare il nodo cruciale della crescita ovvero di un’ultradecennale stagnazione, come se questa fosse da mettere in conto ad esso anziché alle forze politiche dominanti nella Seconda repubblica e se l’emergenza finanziaria che l’aveva fatto nascere fosse ormai alle spalle e non restasse invece la sfida ancora prioritaria. Del resto, alle dichiarazioni governative via via più ottimistiche circa  l’avvicinarsi dell’uscita dalla crisi iniziata nello scorso autunno si tendeva a rispondere dalle file della “maggioranza anomala”, senza distinzioni di rilievo e con la coerenza che ci si può aspettare dagli impudenti, esprimendo un disdegnoso scetticismo.

Si è arrivati così alla fine di un agosto fortunatamente esente dai paventati sconquassi sui mercati finanziari benchè costellato quasi giornalmente da esplosioni e rivelazioni di magagne, disfunzioni e patologie del sistema paese, che riescono ancora a sorprendere, malgrado l’assuefazione, per numero e gravità. Con la prospettiva, però, di un ulteriore, generale aggravamento per effetto della vera e propria bagarre scoppiata in campo politico. La tediosa litania delle accuse reciproche tra centro-destra e centro-sinistra di lavorare per elezioni anticipate è infine sfociata in un apparente rovesciamento di posizioni, con il primo più propenso ad attendere la normale scadenza della legislatura, nonostante il ripetersi di periodiche minacce di non votare più la fiducia a Monti in determinati casi, e il secondo divenuto repentinamente smanioso di liquidare quanto prima il suo governo anche se non (o non ancora) apertamente ansioso di andare alle urne a novembre, che sarebbe tra l’altro una primizia nell’Italia repubblicana.

Il tutto, beninteso, all’insegna di perduranti e semmai acuite divergenze nel partito di Pier Luigi Bersani, causate anche di un’altrettanto consueta difficoltà di scegliere in modo chiaro tra le possibili alleanze. La sua rottura degli indugi, giustificata in primo luogo con una sacrosanta esigenza di ristabilire il primato della politica, colpisce soprattutto per le più concrete motivazioni addotte, che si ritrovano concentrate nelle cronache del “Corriere della sera” del 26 agosto. L’agenda per la crescita approvata dal Consiglio dei ministri (e giudicata troppo ambiziosa da Sergio Romano rispetto ai pochi mesi disponibili) è stata definita dall’”Unità” un “elenco di proposte senza alcun piano concreto” e da Fassina “una lunga lista di misure futuribili per incidere sulla questione vera che è l’economia reale”; quella dello spread, tutti lo sanno, è una questione falsa.

L’ex ministro Damiano, più moderato, si accontenta di notare che “su sviluppo ed equità sociale l’azione del governo appare ancora lenta” e che “non si può sacrificare tutto alla logica del puro rigore dei conti”. Nessuno ignora, certo, con quanta fulmineità e perizia i governi precedenti, consapevolmente eletti dal popolo, abbiano saputo promuovere uno sviluppo impetuoso, socio- ed eco-compatibile pur mantenendo i conti in regola senza eccedere nel rigore. Un altro ex ministro generalmente considerato ancor più moderato, Beppe Fioroni, incita tutti a muoversi per “ridurre i danni” che l’azione del governo potrebbe arrecare al PD (quanto alla nazione, pazienza) e conia a questo fine una nuova formula: la “non sfiducia”, da sostituire alla fiducia finora troppo generosamente accordata alla sprovveduta e nociva compagine di tecnici.

Al pur giovane e scalpitante  Matteo Renzi che risulta il solo, tra quanti alzano la voce, a difendere e fare propria l’agenda Monti, replica su due piedi ancora Fassina proclamando che “la nostra priorità sarà l’agenda Bersani, che parte dall’economia reale”, mica da quisquilie come il rischio di default ancora non del tutto scongiurato; agenda che naturalmente basterebbe a risolvere tutti i problemi nel giro di qualche settimana. L’attuale Migliore (persona umanamente simpatica, bisogna dire), ringalluzzito dall’atmosfera della festa dell’”Unità”, non si è fatto pregare a candidarsi a guidare un nuovo risorgimento oltre che a tuonare contro il “fascista” Grillo e a mollare definitivamente (?) il vecchio ma intrattabile alleato Di Pietro. Ha infatti inneggiato all’“Italia che deve alzare la testa” (anziché piegarla, si presume, davanti alle culone) e gridando che “ora tocca alla politica, non si può sospendere la democrazia”, senza tema di fare il verso a politici e commentatori dell’altra sponda. E, purtroppo, anche senza tema di gettare presumibilmente nel panico quanti all’estero si sforzano di venire incontro alle esigenze di un paese spesso definito too big to fail (ma lo si diceva anche della Lehmann Brothers) e di incentivare gli operatori finanziari a sbarazzarsi dei suoi titoli di Stato.

Perché è vero che all’estero si paventa soprattutto una resurrezione di Berlusconi, che pure nel misurarsi con i dirigenti stranieri era molto più disarmato e remissivo di Monti e ciò nonostante riusciva a fraternizzare solo con Putin. In una recente corrispondenza del settimanale tedesco “Die Zeit” da Bologna, la sua inviata si è intrattenuta con la vedova del muratore appiccatosi il fuoco nello scorso marzo a causa di un grosso debito col fisco. Dopo qualche esitazione la donna, disperata come il defunto marito, confessa di confidare nel ritorno di Berlusconi al governo in quanto capace di alleviare le pene dei contribuenti. Sarà, conclude l’inviata malgrado tutta la comprensione, mandando però lo Stato in bancarotta. E tuttavia non è certo solo una simile eventualità che nel suo ultimo abboccamento con Monti ha spinto la cancelliera, dopo avere riempito di lodi l’Italia e il suo attuale governo per come stanno combattendo la crisi, a domandargli preoccupata che cosa succederà dopo le elezioni.

Bersani, Fassina e C. saranno anche animati dai più sani propositi ma di tutto possono sentirsi sicuri salvo che di vincere le elezioni, in autunno o in primavera, ovvero di vincerle in misura sufficiente per poter governare più comodamente ed efficacemente di Prodi nel 2006-2008, quando il nascente PD era ancora in grado di raccogliere il 34% dei voti. Oggi potrebbe doversi accontentare anche di un 10% in meno, con l’unica eventuale consolazione di superare ciò malgrado l’avversario principale. Che peraltro potrebbe rivelarsi, secondo i sondaggi da tempo correnti, non il PDL bensì il Cinque stelle di Grillo, ossia il campione della cosiddetta antipolitica forse capace di sovvertire ancora una volta il quadro della politica tradizionale.

L’espediente con il quale i due partiti finora maggiori si mostrano fiduciosi di poter rimediare al suddetto pericolo oltre che al proprio comune indebolimento è quello di una nuova legge elettorale, persino più truffaldina di quella di Scelba nel 1948, comportante un premio di maggioranza ancora imprecisato ma in ogni caso eccezionalmente munifico nonchè uno sbarramento ugualmente penalizzante per i partiti minori. Come riscossa della democrazia non c’è male, ma il peggio è che neppure così sarebbe assicurata in partenza la governabilità di un paese nel quale le diverse leggi elettorali non sono mai servite a nulla. E tanto meno servirebbero oggi, con un quadro politico più precario che mai anche a prescindere dal fattore Grillo.

Non passa giorno senza che si preannunci o si ventili la discesa in campo, oltre a Berlusconi, di nuovi partiti o movimenti o semplici liste, magari unicamente finalizzati di fatto a fruire di pubbliche sovvenzioni, destinate sotto la pressione popolare ad un taglio quasi risibile analogamente al numero dei parlamentari. Le ultime new entries sono un partito dei sindaci, un PD del nord anti Lega e formazioni guidate dall’ex ministro Tremonti, da Emilio Fede e da tale Davide Fabbri, star dell’Isola dei famosi e pronipote di Mussolini. Per non parlare di quelle che nella sempre fertile Trinacria nascono come funghi e dei seguaci o teste d’uovo di Montezemolo.

Gli stessi due partiti finora maggiori, d’altronde, non sono affatto sicuri di arrivare intatti e illesi alla prova delle urne, perché già il suo anticipo rischierebbe (o prometterebbe) di provocare un totale rimescolamento delle carte. Con tanti saluti a tutti i calcoli preventivi sulla distribuzione dei seggi, alle pretattiche sulle alleanze e, nella misura in cui la cosa può interessare ai fautori della riscossa della politica, alle sorti del paese cominciando da quanto di esse dipende dallo spread e dalla Buba, dal Nasdaq e dalle agenzie di rating. Ma già, quella che conta è l’economia reale.

Nemesio Morlacchi     

IL FUTURO E’ DI UN NUOVO ETHOS

“Non si avverte il bisogno di un nuovo partito cattolico. Viceversa di una nuova voce cristiana, dunque anche cattolica, di un’iniziativa politica alta che rechi il segno di quell’ispirazione, l’Italia ha sicuramente bisogno. Oggi davanti alla Repubblica sta una difficile via modellata su un abito nuovo di serietà e di sobrietà: una via fatta anche di spirito di sacrificio, di rinunce a traguardi che sembravano acquisiti per sempre. Sarebbe davvero singolare che l’ethos cristiano -ma vorrei dire religioso in genere-, che a dispetto di ogni secolarizzazione permea ancora di sé vaste masse di italiani, restasse estraneo proprio rispetto a questa sfida”.

Dice giusto E.Galli della Loggia (Corriere, “L’irrilevanza dei cattolici- Il vuoto tra società e politica”). Però non dice giusto quando si chiede se l’Udc è o no un partito cattolico.. Domanda oziosa, l’Udc essendo il cascame di una formazione intimamente non cattolica quali la Dc fu. Infatti finì nel disonore di Mani Pulite, dopo avere per poco meno di mezzo secolo capeggiato una gestione prevalentemente cleptocratica. Domanda fuorviante dunque. Tanto più in quanto Galli della Loggia addita quello che dovrebbe essere il significato non tanto di un partito confessionale ma di “un grande spazio, vitalmente necessario, di mobilitazione, di ricerca, di analisi, di proposte che è fuori della politica”. Attendersi questa “mobilitazione eccetera, fuori della politica” da alcuna masnada di politicanti Udc o da un’ipotetica nuova schiera col segno della croce è sorprendentemente ingenuo. GdL ha l’aria di trascurare un’esperienza storica che risale al patto Gentiloni e poi a don Sturzo: nulla possono o sanno fare i notabili cattolici se non è il vertice della Chiesa, il papa, a cambiare; oppure una grande mente cristiana a compiere opere prodigiose.

Il papa, buono o cattivo che sia, ha il prestigio del monarca. Un grande cristiano avrà il carisma del genio e della vera fede. I politici alla Gentiloni, alla De Gasperi, alla Casini o alla qualsiasi capopartito che possa sorgere, non sono né monarchi né riformatori. Ma ha ragione GdL: “L’ethos religioso permea ancora vaste masse”. Anzi: è tale la desolazione del campo ideologico planetario -a liberalismo, marxismo e illuminismo laicista morti o morenti- che l’ethos religioso campeggerà di nuovo. Per parlare più chiaro: se comparisse o un papa rivoluzionario, o una grande guida religiosa come Lutero o come Maometto, Zarathustra e Buddha, egli trionferebbe, conduttore di una svolta epocale. Nel confronto coi maggiori governanti del mondo, questo papa rivoluzionario o questa grande mente religiosa risulterebbe la guida dei nuovi tempi. La novità di un pontefice di rottura o di un creatore di valori etici nuovi sarebbe talmente sensazionale che ne sarebbero folgorati anche gli agnostici e gli atei, oggi smarrite pecore senza pastore, oppure adoratori di feticci degradanti: consumismo, edonismo, carrierismo e il resto.

Allora non di questo o quel notabile cattolico, aggregatore di prof.avv., sindacalisti e banchieri clericali c’è bisogno, ma di un uomo eccezionale che compia opere straordinarie. Se papa, che abbandoni Roma per un convento di montagna, dichiari finita la continuità bimillenaria e la Chiesa temporale, sciolga la Curia dei cardinali e dei prelati, e riscopra il grande dimenticato, il Vangelo. Se non sarà un pontefice ma una grande anima religiosa, non è detto debba essere cattolica: anche protestante, musulmana, buddhista o di altro credo genuino. Lo Spirito soffia dove vuole.

L’Ussita

IN RICORDO DI ENRICA PISCHEL – APPELLO A PISAPIA

Alberto Toscano, già presidente a Parigi dei corrispondenti stranieri, ha proposto al Sindaco Pisapia di sponsorizzare un convegno su Enrica Collotti Pischel, che illustrò Milano come studiosa dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), poi come cattedratica dell’Università statale.

“Internauta”, che annovera alcuni ex-esperti dell’ISPI, aderisce volentieri all’iniziativa di Toscano, proprio apprezzato collaboratore. Enrica fu tra i principali osservatori italiani della realtà cinese: quali che siano state le interpretazioni sull’ultimo maoismo e sulla Rivoluzione culturale.

ROBERTO VACCA: BOSONE DI HIGGS, NON CI SARA’ MAI UN’ULTIMA SCOPERTA (per fortuna)

Nel 1948 furono inventati i transistor: “Piccoli elementi solidi atti a costituire circuiti elettronici, in cui fluivano quantità minime di energia”. Ci si sarebbero realizzati radio, televisori, forse computer. Un ingegnere che conoscevo era scettico:

“Quando mai? È un’esagerazione giornalistica!”

Poi si convinsero tutti. Ci fu una invasione di radioline. Pochi anni dopo vennero i grandi computer allo stato solido sempre più veloci. L’impatto della scienza sulla tecnologia fu rapido. Gli utenti finali non si chiedevano come funzionassero transistor e radio, ma gli ingegneri lo capivano bene. Gli elettronici di oggi conoscono teoria e pratica di transistor e chip.. Costruiscono televisori, computer, robot e i gadget che usiamo e di cui si parla di continuo. I progressi sono continui, tangibili. Le loro genesi e meccanismi sono familiari almeno a parecchi esperti. Sono intuiti, in modo superficiale, anche da una parte del pubblico. La fisica dello stato solido (dei transistor, dei chip) è complessa, ma “si capisce”.

Invece è estremamente più arduo capire i progressi della fisica moderna. Al CERN di Ginevra è stato rilevato il bosone di Higgs, uno dei 6 bosoni elementari. La sua esistenza fu arguita nel 1964: doveva esistere per spiegare la coerenza di altre osservazioni fatte, ma non era stato ancora osservato.

Da Planck in poi i fisici si sono scostati nettamente dal principio di Galileo “Ciò che l’esperienza e i sensici dimostrano, devesi anteporre a ogni discorso ancorchè ne paresse assai fondato.” Prima si definisce la natura di oggetti che, soli, possono spiegare processi complessi. Poi, vengono osservati e misurati. Fermi definì nel 1934 il neutrino, la cui emissione avrebbe spiegato come un neutrone decada producendo un protone e un elettrone: i neutrini furono osservati da F. Reines nel 1958. Abdus Salam definì nel 1968 i bosoni “gauge” W+, W e Z che mediano la forza nucleare debole: furono osservati da Rubbia nel 1983. Questi scienziati ebbero tutti il Premio Nobel.

Taluno dice: “Ora che si è “visto” il bosone di Higgs, si è capito tutto. Non ci saranno più scoperte.” La frase non ha molto senso. Certo la scoperta avrà conseguenze interessanti, anche tecnologiche – in avvenire. Ora, soprattutto, i fisici d’avanguardia capiscono meglio quale sia l’origine della massa delle particelle elementari. Ma già questa affermazione per essere capita impone a ogni non esperto, di studiare a lungo solo per capire la definizione degli enti di cui parliamo:

“I bosoni sono particelle a spin intero (non frazionario). Sono governati dalle statistiche di Bose-Einstein, non da quelle di Fermi-Dirac. Sono bosoni: i mesoni, i fotoni, i gluoni e i nuclei con numero di massa pari (come quello dell’elio), i 4 bosoni gauge, il bosone di Higgs e i gravitoni.”

E che c’è da scoprire ancora? Quasi tutto. Molti fisici pensano che esistano i multiversi. Sono ipotetici insiemi di universi multipli coesistenti in diverse dimensioni dello spazio o a distanze enormi gli uni dagli altri. Ciascuno avrebbe, come il nostro, tre dimensioni spaziali (o forse di più) e una temporale. Non sono osservabili. Altri fisici famosi  dicono che l’universo è fatto di stringhe. Sarebbero entità a una dimensione, cento miliardi di miliardi di volte più piccole di un nucleo atomico. Neanche le stringhe sono osservabili, ma taluno – ardito – sostiene che con la teoria delle stringhe si dimostra che i multiversi sono reali e che il nostro mondo ne è una proiezione olografica. Molti premi Nobel dissentono: quella teoria non ha basi sperimentali.

Il fisico Brian Greene ha pubblicato sull’argomento La realtà nascosta: Universi paralleli e le profonde leggi del cosmo”. Una teoria dei multiversi fu esposta già nel 1957 da Hugh Everett. Un elettrone ha una probabilità p di emettere un fotone e una probabilità (1-p) di non emetterlo, ma un evento non escluderebbe l’altro: se nel nostro universo lo emette, subito si creerebbe un universo alternativo in cui non lo emette. Ogni processo subatomico soggetto alla elettrodinamica quantistica sdoppierebbe l’universo – ne esisterebbero, quindi, tanti paralleli e in ciascuno avverrebbero cose diverse. La elettrodinamica quantistica in base a relazioni matematiche probabilistiche permette di prevedere i risultati di esperimenti ancora non effettuati con la precisione di una parte su 100 miliardi. Non consente, però, di prevedere eventuali effetti di fenomeni subatomici su oggetti macroscopici e certo non sull’intero universo. Queste teorie non possono essere confermate, né falsificate dall’esperienza: vanno considerate come “vaccinate”, cioè non dibattibili, nè interessanti. Come scrisse Feynman:”Abbiamo bisogno dell’immaginazione, ma costretta in una terribile camicia di forza”.

Greene arguisce anche: se l’universo è infinito deve contenere copie del nostro sistema solare, della Terra, di noi stessi che differiscano fra loro solo per qualche dettaglio. Lascia freddi questa ipotesi: se queste copie esistono a miliardi di anni luce da noi non possiamo saperlo e non ci fa differenza.

Non ci attendiamo scoperte straordinarie solo in fisica. Gli strumenti della fisica stanno permettendo di studiare e capire il funzionamento del cervello umano: l’oggetto più complesso, interessante e ancoranon bene noto dell’universo. Potremo capire chi siamo, come siamo fatti, come possiamo curarci meglio. Ogni giorno i panorami delle cose nuove da scoprire e da capire si rivelano più vasti e interessanti. I grandi scienziati  ci possono sembrare troppo eccelsi e irraggiungibili. Anche ciascuno di noi, però, sa bene che, se ci prova, può aprire la sua mente a capire le discipline antiche, anche umanistiche, e quelle moderne: nanotecnologie, biofisica, cosmologia, biologia molecolare, scienza dei computer. Non c’è limite – e, dove non riusciamo ad arrivare, esortiamo i nostri figli a provarci.

Roberto Vacca

UN PAPA SI FACCIA NUOVO MAOMETTO RIFONDATORE DI CIVILTA’

Non le tribolazioni e i rimorsi della storia cattolica, e nemmeno gli scandali dei nostri giorni, ma una visione di futura grandezza muoverà un papa rivoluzionario a ripudiare il passato, a smantellare la Curia, ad abbandonare Roma col suo retaggio, ad aprire un nuovo millennio cristiano e, più ancora, a guidare la rigenerazione di una modernità che non è amica dell’uomo. Pensieri come questi possono suonare farneticanti. Ma si rifletta, fuori degli schemi tradizionali. Cinquecento anni dopo la rivolta luterana la Chiesa cattolica è di nuovo sulla soglia delle scelte fatali. E’ stata un organismo prodigiosamente, animalescamente vitale: nessun impero lo è stato altrettanto. Ma un destino di decadenza è segnato: non reagire sarebbe certezza della fine. Reagire comporterà il coraggio di cambiare “tutto”, non di emendare questo o quell’errore. Si tratta di non perire.

In più c’è la crisi sempre più buia del contesto cui la Chiesa appartiene, il mondo moderno egemonizzato dal mercato. Sono nel marasma i grandi antagonisti del cristianesimo: il marxismo morto, il capitalismo minacciato. In Occidente va aprendosi un vuoto immenso. L’Islam è di nuovo in cammino, ma non gli sarà facile annettersi i territori culturali e umani che ripudieranno la continuità. Il campo laicista, sia liberale sia sinistrista, non ha più niente da proporre dopo tre secoli di conati dell’Illuminismo e del socialismo. La deificazione della modernità consumistico-edonistica è uno spasimo estremo che ricorda Giuliano l’Apostata. In questo nuovo crepuscolo dell’Occidente il  solo antagonista del cristianesimo è l’Islam (che in verità non è un vero nemico).

I valori e i progetti laicisti vanno verso l’irrilevanza e la paralisi. Le grandi religioni dell’Asia non danno segni di risorgenza vicina. Le fedi cristiane protestanti sono state la verità e la via cinquecento anni fa; oggi mancano di massa critica, di vocazione centralizzatrice, di spirito di conquista. La Chiesa cattolica, nonostante tutto, è una bestia immane, un potenziale possente. Un papa, o un grande capo religioso, che abbia tempra di abbattere e di riedificare, risulterà by default ‘il’ protagonista. Le sue schiere resteranno padrone del campo. Questo leader dell’unica grande forza organizzata dell’Occidente si imporrà come nuovo Carlo Magno, anzi come nuovo  Maometto, per il solo fatto di tramortire con atti di rottura temeraria. Se sarà papa, o un cristiano veramente grande; se abbandonerà Roma come caput Ecclesiae; se scioglierà la Curia e manderà nelle diocesi e nelle parrocchie i prelati (cominciando da quelli italiani); se metterà la sua sede in un monastero tra i boschi; se annuncerà un migliore e più alto umanesimo; se aggredirà implacabilmente incrostazioni e degenerazioni, il movimento neo-religioso e spiritualista sarà impetuoso. Questa sua rivoluzione farà di lui la guida dell’Occidente intero, credenti e soprattutto non credenti, nella lunga marcia verso la rigenerazione.

La società occidentale è un gregge senza pastore: un distruttore della Chiesa vecchia risulterebbe tale pastore, capace di condurre il gregge -la nostra civiltà- verso pascoli nuovi e lontani. L’Occidente tutto ha altrettanto bisogno di palingenesi quanto il cattolicesimo. L’idolatria del denaro e dei consumi; l’edonismo; i feticci quali gli sport, la moda, la carriera, il successo; i cancri della corruzione e dell’ingiustizia stanno consegnando il mondo all’irrazionale e all’inumano. La modernità, contro tutte le apparenze, ha fame di valori generali nuovi: fondarli esige una mente a misura di molti secoli. Il distruttore/ricostruttore del cattolicesimo sarebbe guida anche per i non credenti.

Sarebbe il nuovo Maometto, autore di un miracolo quale fu l’esplosione della grandezza araba nel secolo VII. Maometto non condusse spedizioni di conquista, non vinse le grandi battaglie che dettero alle tribù arabe un impero pari a quello di Roma. Invece creò lo spirito che fece i credenti invincibili. Altri, cominciando da Omar il secondo califfo, conseguirono le vittorie e le conquiste. Il Profeta creò l’uomo nuovo, il musulmano. Migliorare la civiltà occidentale è l’opera che attende un grande cristiano rivoluzionario. Sarà più forte se sarà papa.

l’Ussita