SARA’ INTERMINABILE IL CREPUSCOLO DEGLI DEI GERMANICI?

Nell’aprile del 1990 mi fu chiesto, in un luogo dell’Ontario confinante coll’Upstate dello stato del New York (Ontario dove la gente è poco sensibile ai problemi degli altri continenti) come vivevamo in Europa l’evento della riunificazione tedesca, dell’annessione a Bonn dell’Est comunista: “Non potrebbe succedere di tutto?  Un Reich tornato egemone non tenterebbe almeno di riprendersi la Slesia, Danzica, il Sudetenland?”.  Risposi in termini vaghi.  Non mi aspettavo questa premonizione di destino in uno dei contesti meno nevrotici del pianeta. Poche settimane dopo provai a dare una risposta più riflettuta in una nota per “Prudentialetter”, trimestrale di una grande compagnia d’assicurazione; titolo “Grande Germania: quale Germania?”.

Al momento che accadde la riunificazione, ultimo tornante della storia tedesca, poté far sorgere attese magari ossessive in chi meditasse sui drammi del secolo aperto dalla funesta conferenza di Versailles.
Già allora il veterano di fanteria Adolf Hitler prese a caricarsi d’odio e di satanica creatività.  Nel Primo conflitto mondiale la Germania non fu più sanguinaria delle altre potenze (compresa l’Italia di Cadorna). Nei due secoli che precedettero la Grande Guerra la stirpe tedesca, divisa in una moltitudine di stati, aveva goduto di una reputazione che risaliva a Tacito, secondo il quale niente sorpassava l’eticità dei Germani. ‘Probo come un prussiano’ si usava dire nel secolo XVIII: ma anche ‘probo come un sassone, come un renano, come un turingio’. Le ferocie dell’esercito del Kaiser in Belgio e in altri paesi occupati furono soprattutto un’invenzione della propaganda alleata. Le crudeltà del tempo di Hitler non saranno mai più cancellate, e certo coinvolsero troppi tedeschi.  Ma nel 1945 l’umanità fece bene a non marchiare per sempre la razza di Arminio e di Lutero. L’umanità sapeva di tante altre crudeltà dei millenni, tra le ultime quelle di Stalin, del terrorismo, delle pulizie etniche, degli scannamenti tribali, delle foibe, dei crimini partigiani. Persino del Vincitore Buono, Dwight Eisenhower, sappiamo che in ultimo trattò senza pietà i prigionieri tedeschi.

Oggi che la Germania ha pienamente espiato, siamo certi che l’appartenenza all’Unione europea protegggerrà i Laender tedeschi da tentazioni demoniache. Ma il pericolo è che questa Germania dei trionfi materiali e dei sopravventi gestionali venda la primogenitura che le spetta. Essa è la nazione che dovrà condurre l’Europa a divenire pari agli imperi statunitense, cinese e russo, e rispetto ad essi assai più nobile.
Tra i popoli d’Europa quello germanico si affermò primo, abbattendo l’impero di Roma, poi assumendone l’eredità. La sua leadership finì presto, con la fine del Medio Evo: altre nazioni, più immeritevoli, si divisero il mondo moderno. Eppure dalla sfera germanica sono venuti a favore del mondo alcuni dei massimi impulsi, dalla Riforma al grande pensiero filosofico, ai messaggi vertiginosi della musica.  La componente germanica ha più volte guidato il moto della civiltà umana, persino attraverso i ‘cattivi’ come Nietzsche o come Ernst Junger, quest’ultimo uno dei più odiati tra i pensatori moderni in quanto eroe e cantore della guerra, oltre che dell’anelito verso una forma superiore dello spirito. Se tutto ciò sembrò annunciare il nazionalsocialismo, si ricordi che Junger rifiutò le profferte di Hitler con tanta durezza che, a quanto si dice, Goebbels e Himmler chiesero contro di lui l’ergastolo.  Il Führer non permise, e fu il solo privilegio assegnato dal nazismo a questo aristocratico profeta di una Morte dionisiaca.

Divenuta più ricca e più ragionevole, oggi la Germania  sembra non emettere luce nuova, quasi sia un pianeta invecchiato. Appare aver dimenticato la veemenza ideale del passato.  Crea più eccellenze materiali che idee.  Ciò poteva ancora andare per le istanze non smisurate della Repubblica di Bonn.  Ma oggi il  paese di Wagner e di Hölderlin è sfidato a una missione  -fare dell’Europa il Sacro Romano Impero del terzo millennio- che non ha confronti coi compiti di altre nazioni, per possenti che siano o siano state. E’ possibile uno sprigionarsi di genio germanico che ringiovanisca e migliori il Vecchio Continente, dunque il mondo.
La resurrezione dell’energia tedesca, nel dopoguerra, fu miracolosa.
Lo scatto con cui la Bundesrepublik si prese la Germania orientale fu felino: si predicava gradualità, invece Bonn volle tutto e subito, senza esitare di fronte al costo. La parità tra i due marchi attestò non solo riflessi fulminei, anche ‘classe’, ossia accettazione degli obblighi della grandezza.
Il Sacro romano imperatore (tedesco) non era il capo di uno Stato materialmente onnipossente, era un principe che aveva più dignità e più doveri degli altri prìncipi.  La DDR andava recuperata a qualunque prezzo: qui nacquero i più grandi del passato, compreso Lutero.

Mille volte meglio se quel poco di valido che resta dell’esperienza comunista dei Laender orientali -Brandeburgo, Mecklenburgo con Schwerin, Sassonia, Turingia- aiuterà i tedeschi tutti a resistere all’omologazione capitalista e iperconsumista del numinoso paese  di Goethe e di Schiller.
Sarà un antivirus assoluto contro la degenerazione che sta uccidendo la troppo breve grandezza degli Stati Uniti. L’Ovest della Germania rischiò di americanizzarsi nel profondo, ma il Geist tedesco è sereno e immortale: vivificherà l’Europa rifatta Sacro Romano Impero.

Antonio Massimo Calderazzi

ARRIVA LA DEMOCRAZIA SENZA ELEZIONI – SARA’ SELETTIVA E RANDOMCRATICA

Sotto un titolo insignificante (‘Votare non è un gioco’) l’editoriale del Corriere 2 settembre firmato Angelo Panebianco elenca alcune dolorose constatazioni che per l’immobilismo costituzional-conservatore dell’A. sono devastanti.
La prima: “Non c’è stato un momento, in tutta la sua storia, in cui la democrazia rappresentativa abbia subito attacchi come nella fase attuale, non solo in Italia”.
La seconda: “Il Parlamento è oggetto di derisione e disprezzo”.
La terza: “Stiamo squalificando in un colpo solo Parlamento, elezioni, principio rappresentativo”.
Quarta: “Si sono fatti molti ragionamenti tesi a rafforzare, in chiave antiparlamentare, il ruolo del referendum popolare”.
Quinta: “A certe condizioni la proposta di ridurre il numero dei parlamentari può essere una buona idea nel quadro di una complessiva revisione costituzionale.  Altrimenti è solo un attacco, simbolico e pratico, alla democrazia rappresentativa.  In nome ovviamente della democrazia diretta, alla quale la Rete ha offerto opportunità storicamente inedite”.

Dalla democrazia diretta imposta dal futuro il prof. Panebianco teme  “cittadini disinformati che dicono la loro su cose di cui nulla sanno, manipolati dal primo demagogo che passa”. Egli vuole il contrario del principio ‘uno vale uno’, e  ‘di ciò che da quel principio consegue: i ‘ ludi elettronici’.

Tuttavia sbaglia  Panebianco a sminuire quelle che chiama ‘certe proposte che circolano fra gli studiosi occidentali’.  Esse  significano una cosa precisa e determinante: fra gli studiosi occidentali non ci sono quasi più difensori (come lui e come Giovanni Sartori, lo scomparso teologo del  ‘doppio turno alla francese ‘)  del parlamentarismo/partitismo/professionismo dei politici a vita.  Invece proliferano le proposte e le ipotesi di democrazia diretta le quali escludano che uno valga uno.  Le preoccupazioni di Panebianco hanno perso fondamento.

Una delle opzioni di democrazia diretta-ma-selettiva è stata formulata nell’anno 2000 da chi scrive, di concerto con una ‘unità di ricerca sulla randomcrazia’: un gruppo di giovani italiani e canadesi.
Quell’anno  compilarono un  ‘Dossier sulla tecnocrazia selettiva’, titolato ‘Il Pericle elettronico,  sottotitolato “Materiali anglo-americani sulla superfluità dei politici professionisti. La soluzione randomcratica: una Nuova Polis sovrana di supercittadini scelti a turno dal sorteggio”.
Il profilo randomcratico  del dossier fu il particolare contributo di un giovane ingegnere, oggi cattedratico in un’importante università di Olanda. Produsse idee il tecnico pugliese Gabriele Stecchi.

La democrazia diretta sarà l’opposto della sovranità “di  tutti gli aventi diritto”,  cioè dell’intera Anagrafe.  L’Anagrafe farà altro.
Abolite le elezioni, spariranno gli ‘aventi diritto ad eleggere’.  Nascerà un corpo politico ristretto , una nuova Polis sovrana, p.es. mezzo milione di italiani, fatta di “cittadini attivi” o supercittadini, selezionati dal sorteggio per un turno di sovranità -p.es. una volta all’anno- SE saranno in possesso di qualificazioni oggettive fissate dalla legge: chi proverà una laurea, oppure avere esercitato un’attività legale per abbastanza anni.
Naturalmente  saranno sorteggiati coloro che faranno risultare qualificazioni superiori al minimo.

In conclusione saranno scelti random come supercittadini le persone che risulteranno ‘migliori’ degli altri iscritti all’anagrafe. La democrazia dei migliori, visto che la democrazia dei tutti (dogma delle sinistre buone a niente) ha avuto come risultato che i ricchi sono più ricchi di prima.

Inevitabilmente saranno escluse vaste categorie: la maggioranza dei lavoratori manuali dipendenti, delle  casalinghe, degli inattivi, dei pensionati, degli studenti che non hanno completato gli studi, degli sportivi di mestiere, di coloro che svolgono attività non dimostrabili come socialmente utili.  Mezzo milione, non 60 milioni, di cittadini sovrani. Queste ed altre esclusioni non faranno danno se non a quanti assegnano i loro voti in cambio di contropartite.  Ai giovani non in possesso di particolari qualifiche basterà impegnarsi per conseguire queste ultime al più presto.  Nel frattempo troveranno compensi, p.es. ludici, al fatto che la nuova Polis ateniese non potrà non essere fatta di piccoli numeri.  Le decine di milioni di votanti non sono una Polis, sono una massa soggetta alle manipolazioni dei politici di mestiere. La Nuova Polis nascerà quando sarà fatta dei pochi, i migliori.

Che le società avanzate si tengano ancora un congegno di delega concepito nel secolo XVIII è un enigma, un’apoteosi dell’irrazionale.
Andiamo su Marte, creiamo la vita in laboratorio, pratichiamo la comunicazione istantanea e planetaria, diamo uno smartphone alle moltitudini, ma affidiamo il governo dei tutti ai furfanti espressi dalle urne e dai partiti. Anche gli avversari dell’innovazione, i misoneisti alla Solaro della Margarita, ammettono che la tecnopolitica selettiva cancellerà il vecchiume degli ordinamenti imposti dal passato e ribaditi dalle Costituzioni come la nostra, redatta dai giuristi dell’oligarchia pervenuta al potere grazie al crimine bellico del Duce, il 10 giugno 1940.

Antonio Massimo Calderazzi

IL MEIN KAMPF DI DONALD TRUMP

Ora che l’uomo della Casa Bianca ha chiesto il secondo mandato -la tradizione è che lo riceva- rileggiamo insieme il Corano del 45mo Presidente. E’ il libro “Crippled America: How To Make America Great Again”, pubblicato da Simon and Schuster alla vigilia delle elezioni del 2015. Nell’orrore di tutti i semisinistristi del pianeta, quelle elezioni lo portarono al potere. E’ obbligatorio avvertire che se parliamo di Mein Kampf non intendiamo stabilire alcun parallelo, nemmeno scherzoso, tra il Nostro e il Fuehrer; che inoltre non ci proponiamo di latrare, meno che mai mordicchiare, all’indirizzo dell’autore di “Crippled America”.

E un fatto: Trump vinse le elezioni, sbaragliando i competitori e umiliando detrattori senza numero, ricchi in indignazioni e sarcasmi, però duri a capire perchè il trionfo dell’iper-palazzinaro di Manhattan, promotore-impresario di grattacieli; più ancora, di abominevoli golf courses.
Gli americani accettarono tutto, pur di avere qualcosa di diverso.

La lettura del Mein Kampf vandeano-populista esige abnegazione.
Non si contano le volte che il futuro Presidente ripete di essere: costruttore di towers iperboliche; fondatore dei campi da golf più importanti del globo; lanciatore di business orgogliosi; progettista di brand di lusso; pagatore di stipendi, salari e liquidazioni; in breve, incarnazione di ogni virtù di quando l’America era grande: “I’am a winner, I have experience in winning.
“That’s what we call leadership (…) The image I created enabled me to build on the greatest luxury brands in the world (…) I’ve got billion of dollars. My children are highly intelligent and accomplished executives who work for me (…) I started in a small real estate company based in Brooklin and made more than $10 billion. I now live on what is considered the best block of real estate anywhere in the world: Fifth Ave between 56th St. and 57th St., right next to Tiffany’s. I’m rich. I mean, I’m really rich. I am the richest presidential candidate in history. I am the greatest cheerleader for America- the America that won.

Vanti di portata cosmica, superumana. Volgari, forse veri forse no.
Hanno funzionato in grande nel novembre 2015. Ciò non toglie che l’eloquenza di Trump possa risultare pesante, col risultato di rifiutare di leggere. Non sempre gli imperatori scrivono elegante. Comunque, per quello che un pamphlet elettorale vale, “Crippled America: how to make America great again” annuncia agguerriti propositi d’azione. “Immigration: good walls make good neighbors. Foreign policy: operate from strength. If we’re going to continue to be the policemen of the world, we ought to be paid for it. It’s no wonder nobody respects us. It’s no surprise that we never win.
It really is time the rest of the world paid their fair share. And remember: the Chinese need us as much as we need them.”
All’America occorre “the most advanced and muscular military of the planet. E occorre che i paesi da noi protetti paghino la loro parte dei costi. Un passaggio di “Crippled America” specifica tali paesi: Arabia Saudita, Corea del Sud, Germania, Giappone, Gran Bretagna.
Stop: niente resto d’Europa!

Per la sanità, ecco il succo della proposta Trump: “You want better plans at a better price. Increase competition for customers. The government doesn’t belong in health care except as the very last resort”.
Il capitolo “It’s still the economy, stupid” addita come strada maestra per arricchire l’America il diffidare dei politici, degli esperti professionali e degli intellettuali: “We need someone who is a tough negotiator and a real leader”.
Quanto al diritto degli americani di portare armi, “The Second Amendment is clear to me: ‘A well regulated militia being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear arms shall not be infringed’. Period”.

Insomma, il Mein Kampf del populismo promise di raddrizzare tutti i cammini dell’America, in forza di pochi fattori miracolosi: ipernazionalismo, americanismo, disprezzo per le correttezze e le convenzioni politiche, fede assoluta nel mercato, superiorità del successo imprenditoriale su ogni altra virtù della funzione politica.

In teoria quasi tutte le proposte di Trump sono dimostrabili fallaci ai sensi di questo o quel trattato politologico. In pratica, tale dimostrazione non c’è stata, per la gioia dei più; non solo dell’America blue collar e talebana della ricchezza. Al momento la smisurata legione degli avversari del trumpismo, dei pasdaran dell’accoglienza e del primato dell’ONU è un esercito di fuggiaschi: tale è l’esasperazione nei confronti sia della classe di governo tradizionale, sia dei sommi articoli della fede liberal-democratica.
Un giorno un campione della riscossa legittimista-semisinistrista potrà dimostrare scorretti i principi, gli slogan, persino i vanti catastali dell’imperatore del real estate e dei luxury brands. Ma difficilmente quel campione sarà un progressista all’antica, cioè truffaldino, alla Hillary Clinton, incarnazione di tutte le bugie del professionismo politico planetario.

A. M. Calderazzi

BALLATA TEDESCA DELLA GUERRA E DELLA PACE

L’opposizione della satira colta ai valori dell’età guglielmina, poi alle ipocrisie di Weimar, a Hitler, ora all’era demoplutocratica, è tra le gesta che la Germania moderna può vantare. I grandi cantori di questa sardonica saga tedesca restano Brecht e Grosz, ma molti sono gli altri bardi.
Per impegno morale gli uomini (e qualche donna) che in Germania hanno combattuto col disegno politico e con ogni tipo di satira non sono secondi a nessuno: da Otto Dix e da A.P. Weber agli artisti e agli intellettuali operanti nelle riviste storiche (in testa ‘Simplicissimus’ e ‘Eulenspiegel’).
Attraverso una breve ricostruzione della battaglia civile della satira germanica, si vuole mettere in risalto la forza e la passione di un volto meno noto della coscienza tedesca.
Riassumiamo qui il testo introduttivo del libro del 1965 “Ballata tedesca della guerra e della pace”, autore A.M. Calderazzi, Leonardo da Vinci editrice, Bari.

E’ dai fermenti del naturalismo e dell’espressionismo, dal travaglio dell’età di Weimar e dalla tragedia del hitlerismo che alla satira politica germanica discendono i suoi caratteri: la forza invincibile; la sensibilità non estetizzante ma popolaresca (e peraltro il suo rifiutare i miti che ingannano i popoli); l’affrontare gli aspetti più neri della condizione dell’uomo e del tedesco; la rinuncia allo humour distaccato; la capacità di non disgiungere dallo scherno le passioni e le idee. Pure allorché è meno distaccata, la satira germanica è sempre fatta di passioni e di idee, carnosa, rivolta piuttosto alle grandi realtà e ai sentimenti profondi che ai freddi o cinici giochi d’intelligenza. Anche il cinismo, quando c’è, è intriso di amore: come in un didascalico pensiero di Brecht sulla bontà: “L’uomo è buono, il vitello è saporito “: un po’ il motto di questa ‘Ballata tedesca’.

I giovani non sono i soli tedeschi che non hanno imparato abbastanza da una tragedia durata sui fronti di guerra dal 1914 al 1945, ma nelle menti e nei cuori ancora dura. Certo, i giovani sono la delusione più grave, coloro che con la coscienza vergine dovrebbero odiare maggiormente le cose che i loro padri e nonni non seppero odiare. Alcuni milioni di proletari spartachisti, di combattenti riformisti, di accesi sindacalisti, di militi delle avanguardie che precorsero l’antifascismo, lottarono da eroi, fino all’ultimo, col nome di Hitler nei cuori. Perché, come i milioni che lottarono nei ranghi nemici, non seppero rifiutare le guerre e le patrie. I capi guerrafondai britannici, francesi, americani o sovietici non furono meno macellai di popoli dei campioni del militarismo germanico e del miserabile militarismo dei paesi satelliti del III Reich. Se in Germania si è potuto parlare di un ‘tradimento dei giovani’, ancora di più tradirono i grandi settori del fronte antimilitarista: la leadership riformista, il proletariato industriale, la borghesia progressista, gli intellettuali. Gli stessi grandi settori che tradirono in ogni altro paese che non si negò alla guerra.
Il patriottismo è una schiavitù planetaria, una sciagura dell’umanità intera. Finché il genere umano non si rivolterà contro le patrie, quando le patrie ingiungono di uccidere e di farsi uccidere, le guerre continueranno, e le loro giustificazioni resteranno sempre abiette.

Carl Sternheim (1878-1942) scrisse una trilogia antiborghese (le tre commedie, o piuttosto drammi, ‘Le Mutande’, ‘Lo Snob’, ‘1913’), e poi altri lavori di teatro nei quali sono i dettami di una grammatica e di un’estetica dell’utilizzazione a fini sociali dell’umorismo crudo e violento. E’ appunto in questo ambito che si trovano gli spunti più validi della satira politica tedesca. Si prenda Maske, uno dei personaggi più veri di Sternheim.
Figlio dell’impiegato Teobaldo Maske, la cui moglie Luisa era stata protagonista, col suo allegorico indumento, della prima commedia della trilogia (Le Mutande). Maske junior corona l’opera del suo arrivismo quando sposa un’aristocratica e, per apparire perfetto agli occhi della sua preziosa consorte, afferma appena pervenuto al letto nuziale d’essere nato da un adulterio di sua madre (morta) con un nobile.
L’adulterio era inventato. Questo tipo di borghese pronto a tutto, anche ad insozzare la memoria della madre, pur di diventare, come diventa, capitano d’industria, sembra uscito dalle pagine di ‘Simplicissimus’.
Un altro spunto dell’attualità di Sternheim: la satira di questo maestro dello scherno si rivolse anche alla retorica, ai maneggi e ai compromessi del partito socialdemocratico del suo tempo, già corrotto o svirilizzato dal riformismo e dall’accettazione del paternalismo.

Dopo Sternheim e dopo altre figure di transizione esplose la Grande Guerra e in quell’atroce tragedia si levò il canto alto e doloroso dell’Espressionismo, che fu conquista spirituale anche perchè fu moto di orrore di fronte al conflitto, presa di coscienza della fraternità degli uomini che si uccidevano, visione degli sconvolgimenti e degli orrori futuri. La guerra era la crudele conferma delle verità e degli assurdi che la satira letteraria, teatrale e giornalistica aveva detto profeticamente con le parole e le immagini grafiche.
L’Espressionismo, che aveva innalzato la bandiera del rifiuto e del superamento della realtà -quanto meno della realtà dei positivisti- si dimostrava, così, inserito nel vivo e nel profondo della realtà, attuale, verissimo. Liberando gli slanci veementi e visionari, acuendo l’istinto e la sensibilità, esaltando ogni forma spirituale idonea a valorizzare le conquiste fantastiche, l’Espressionismo non poteva non allargare le prospettive e il materiale a disposizione dei disegnatori satirici colti.

E che l’Espressionismo potesse fornire nuovi mezzi a uomini le cui armi erano le immagini grafiche, che potesse essere loro congeniale, lo diceva l’origine stessa della parola Espressionismo, che era un’origine pittorica: era il titolo di un gruppo di quadri esposti a Parigi nel 1901, al Salone degli Indipendenti, dal pittore J.A.Hervé. E infatti l’Espressionismo divenne un po’, in tutta Europa, un importante momento della storia della pittura e delle altre arti figurative; ebbe cioè ancora più fortuna che nella letteratura, dove si impose solo in Germania. Poco più tardi doveva arrivare il grande momento del cinema espressionista tedesco.

Molti fra gli spunti più autentici e accesi dei disegni politici tedeschi rivelano una componente espressionistica; cioè l’ispirazione di tante immagini di contenuto politico, sociale e morale è nell’intensa stagione dell’Espressionismo. Da essa derivano a quei disegni, litografie, ecc. le caratteristiche che li distinguono dai prodotti della satira grafica e dell’umorismo politico stranieri, dai cartoon anglo-americani ai disegni, spesso di perfetta intelligenza, fatti in Francia, in Italia e altrove.

E’ dal travaglio culturale della Germania della Grande Guerra e di Weimar -travaglio che continua, sia pure contrastandolo, quello del naturalismo o almeno degli spunti dinamici di quest’ultimo – che discendono ai disegni tedeschi il loro carattere drammatico, la loro forza, quel loro affrontare gli aspetti più ingrati della condizione dell’uomo e del tedesco, quella loro rinuncia al sorriso e allo humour distaccato (spesso fatuo) quali obiettivi unici della satira. La satira di questa particolare tradizione germanica è sempre battaglia e scontro di idee, anche quando è meno aggrottata, anche quando non investe frontalmente i grandi problemi; ed è particolarmente intensa quando tratta del destino, della guerra, della fame, della morte.

La morte è spesso presente nelle vicende, nelle fantasie e nelle opere d’arte nordiche; la temperie del settentrione è ancora per molti aspetti medievale, e nel Medio Evo si pensava alla morte più che nel nostro tempo. Per molti uomini la vita stessa era veramente preparazione alla morte, perché solo con la morte cominciava la vita. Ma non è quest’ultima morte, la morte di colui che crede, che è spesso evocata dalla satira d’arte germanica; é invece la nera avversaria dell’ultima partita a scacchi, è la nemica inesorabile che spegne le creature intorno a sé. Come nelle danze macabre dipinte nelle chiese e negli ossari riddano tutti i tipi umani della società medievale – scheletri con la corona di re, scheletri con la mitra di vescovo, scheletri coi brandelli dei panni sontuosi di cui si vestivano i banchieri e i ricchi mercanti, scheletri con le armature dei guerrieri, scheletri di giullari e di folli, di miserabili servi e di mendicanti – così nella fosca satira tedesca compaiono i poveri uomini-numero e, assieme, quasi sempre in una luce sinistra, i potenti che decidono il destino delle nazioni, che stregano i popoli per portarli alla sciagura e al dolore; sono i guerrieri, i generali, i governanti. i demagoghi, i mercanti di cannoni.

I secoli della satira letteraria germanica

Dicevamo di un’ispirazione culturale, soprattutto naturalista ed espressionista, del moderno disegno satirico in Germania. Meglio ancora bisognerebbe parlare di una nativa sensibilità dei disegnatori influenzata dalla cultura tedesca postbismarckiana (la quale poi, pur nei suoi aspri contrasti, è un po’ come se fosse un nuovo Sturm und Drang, un nuovo Romanticismo, un ritorno alla temperie di prima della rivoluzione industriale e anzi prima del razionalismo e del nuovo umanesimo).
Una sensibilità nativa la quale interpreta e riprende motivi, temi e modi che derivano da un patrimonio nazionale antico di secoli. I disegni del “Simplicissimus” , quelli più significativi in quanto più tedeschi, sono come sono perché prima di loro c’è stata nella cultura germanica una ricca vena satirica, a volte popolaresca, a volte letterata, e più spesso l’una e l’altra; c’è stata anzi quella che suol chiamarsi la letteratura popolare.

C’è stata la tradizione di Eulenspiegel e di Hans Sachs, di Fischart e di Moscherosch, di Grimmelshausen e anche di Heine, di Hascek – che non è tedesco, ma il cui soldato Schweyk ci rammenta che la sua patria boema fu parte del Sacro Romano Impero fin dalle origini – e di Bertolt Brecht.
C’è un’innegabile continuità in questa successione di letterati, cantastorie e poeti i quali anche alla satira affidarono il loro messaggio. Lo Schweyk di Hascek e di Brecht è un po’ anche il Simplicius Simplicissimus di Grimmelshausen ed è anche Till Eulenspiegel. E’ pure, perché no, quel calzolaio Voigt che sotto Guglielmo II si inventò capitano dell’esercito, si fece prendere sul serio dalle autorità e dai cittadini di Koepenick nel Brandeburgo e così ebbe la soddisfazione di mandare ad effetto una beffa storica, a memorabile scorno dei generali, dei pezzi grossi e di un pubblico pecorone. Il calzolaio Voigt arrivò a ordinare l’arresto del borgomastro “per avere rubato il denaro del popolo”.

Forse questi personaggi, prima d’essere creazioni letterarie e figure dell’arte, sono un po’ maschere nazionali ed espressione della peculare ironia dei tedeschi, così poco humour, non propriamente sottile e però tanto carnosa, irruenta e robusta, tanto rivolta alle grandi realtà e ai profondi sentimenti della vita più che ai giochi d’intelligenza e agli estetismi. L’ironia tedesca non è aristocratica e sottile come quelle di Francia e di Inghilterra, bensì plebea; però in essa è una forte componente ideologica e morale. E al popolano, Simplicius come Schweyk, ingenuo, bislacco e nel fondo acuto e savio, che si fanno muovere gli assalti alle storture della società e del costume. Peraltro non sono da popolano le cose che dicono, i problemi che pongono, la casistica che impongono. In verità nel popolano di questo tipo sono anche idealmente il dotto, il pensatore, lo scopritore dei segreti dell’uomo e del mondo, il Faust.

Il quale ultimo, per parte sua, è uomo del popolo e non aristocratico esteta, peccatore combattuto, non beneficiario del virtuoso equilibrio del saggio. Sono i contrasti tipici di un popolo geniale e brutale, spiritualmente coraggioso e poi torvo, di un popolo che è ancora – nelle sue pieghe più riposte, nell’inclinazione al pensiero e nella barbara cecità medievale, una stirpe in cui la forza d’animo, il coraggio di guardare in alto e anche l’abiezione, la fierezza e la prostrazione servile sono sempre termini obbligati della vicenda umana. Sono ancora le forti ed aspre realtà che esaltarono ed oppressero l’uomo del Medio Evo, quando le certezze dell’età feudale e tomistica e le intuizioni destinate a generare la Rinascenza e la Riforma si scontravano, negli uomini che presentivano il futuro, si scontravano, come correnti marine in uno stretto. Fu soprattutto del Medio Evo la durezza del dilemma fra Dio e il mondo, fu soprattutto del Medio Evo la certezza della presenza di Satana nella vita dell’uomo.

Continuità dunque e ripresa di temi e di spunti che prima d’essere trattati da un poeta erano stati trattati, con diversa sensibilità, da un altro poeta e prima da un altro ancora, decenni e secoli più avanti; e tutti si sono rifatti a un grande patrimonio, l’anima popolare tedesca.
E’ stato scritto, acutamente: “In Germania gli atteggiamenti, le stratificazioni successive, dei momenti letterari come, potremmo dire, di qualsiasi altra espressione di vita, mantengono una singolare vitalità: i vari problemi interiori, i vari moduli espressivi di un’epoca non sono mai compiutamente superati e conclusi, sembrano anzi ribellarsi ad una conclusione e passano ancora vitali e inquieti nell’epoca successiva, intrecciandosi con gli orientamenti nuovi in una caratteristica esuberanza di motivi sempre attuali. Di qui una maggiore lentezza del processo di evoluzione, ma anche una maggiore intensità, vorremmo dire una maggiore drammaticità: Medio Evo, Rinascimento, lluminismo rimangono nell’animo tedesco ancora aperti, drammi tuttora incompiuti” (Ugo Déttore, Introduzione allo ‘Avventuroso Simplicissimus di H.J.C. Grimmelshausen’, Milano, Mondadori, 1954, p.8).

Si usa pensare, con buone ragioni, che sui tedeschi non è mai scesa la benefica grazia dello humour; che l’umorismo germanico se non è barbaro è brutale; che in questa nazione non è pensabile un umorista del garbo di Molière; che una commedia tedesca si può dire non sia mai esistita (con le eccezioni della ‘Minna von Bernheim’ di Lessing, in ‘Der zerbrochene Krug’ di Heinrich von Kleist (scrittore non sereno: finì suicida), di ‘Weh dem, der luegt’ di F. Grillparzer, in ‘Der Schwierige’ di H. von Hoffmannsthal e di poche altre cose). Eppure il filone della satira e della polemica, ridanciane ma fustigatrici e moraleggianti, risale ben lontano nella storia della letteratura germanica, risale – se non alle origini remotissime dei tempi merovingi, delle tradizioni orali e dei primi componimenti scritti in caratteri runici – alla grande fioritura letteraria trovadorica, a quell’età degli Hohenstaufen – dal quarto decennio del sec.XII al sesto del XIII – che fu aurea per la poesia e per la prosa scritte in lingua ormai nazionale, tedesca.

Walther von der Vogelweide, il maggiore dei poeti della Germania medioevale, nato nei pressi di Bolzano, scrisse magnifiche canzoni su temi politici e d’interesse contemporaneo e perciò conferì al genere della poesia civile dignità e nobiltà d’arte; così fu subito sancita la legittimità estetica della “vocazione” della letteratura germanica alle cose della società e del costume. Del resto anche il “Parzival” di Wolfram von Eschenbach, poeta e cavaliere, vibrava di una ricca problematica morale, nel contrasto tra alti ideali e impulsi peccaminosi. Che il secolo svevo fosse per la poesia germanica il momento della libertà creativa lo confermava l’alta statura artistica di due poeti che sono considerati minori di fronte a Wolfram e a Walther von der Vogelweide, ossia di Gottfried von Strassburg, autore di un grande poema su Tristano e Isotta, e di Hartmann von Aue, il cavaliere svevo che scrisse “Der arme Heinrich”.

La meravigliosa fioritura sveva finì col secolo XIII. Dal 1300 al 1500 la produzione letteraria fu cortigiana ed aristocratica e quasi solo gli argomenti religiosi, mitici e cavallereschi furono ritenuti degni d’essere divulgati e tramandati coi manoscritti. Ma nel regno di Massimiliano I si aprì l’era del libro stampato e cominciò il rapido declino dell’epica cavalleresca, sostituita dalla narrazione in prosa. Allora le forme comiche e satiriche che già si erano affermate nel Medio Evo acquistarono nuova popolarità; essa durerà, vedremo, fino alla fine del ‘500. Degli ultimi anni di quest’ultimo periodo, che non è ancora Rinascenza ed è piuttosto tardo Medioevo, è una grande collezione di racconti su Till Eulenspiegel, ormai figura nazionale.

Particolare fortuna ebbe nel ‘500 il genere dello Schwank, aneddoto o breve storia arguta con intenzioni satiriche e morali; cospicui sono i meriti letterari degli Schwaenke scritti dal più famoso dei Meistersinger, Hans Sachs (il quale però solo lateralmente si inserisce nella grande tradizione satirica di quel secolo). Venne pure in auge la favola di tipo esopico, anche essa moraleggiante e satirica; anzi essa contribuì a dare un tono a tutto il movimento letterario del Cinquecento tedesco, tanto diverso da altri Cinquecenti. Con la favola “La volpe Reynard”, scritta in basso tedesco da Heinrich von Alkmar (1498) e con la satira “Das Narrenschyff” (La nave dei pazzi) di Sebastian Brant, apparsa nel 1494, si annuncia la netta prevalenza degli elementi satirico-didascalici nella letteratura in volgare del secolo XVI. Abbiamo detto satirici e didascalici; va ribadito che la seconda di queste componenti è essenziale alla satira tedesca e si confermerà ed esalterà nel grande e aspro erede moderno di questo retaggio: la poesia di Brecht è ben spesso didascalica.

Fu una satira, le brucianti ‘Epistulae obscurorum virorum’, scritte contro gli ecclesiastici dall’umanista Johannes Reuchlin, a spianare la strada all’opera impetuosa di Lutero. Lutero scatenò una tal guerra tra fazioni e uomini della letteratura che per tutto il secolo XVI questa fu dominata dagli scritti polemici e satirici. Le maggiori figure letterarie del secolo furono impegnate nelle battaglie politiche, teologiche e culturali. Creatori originali non furono: la rinascenza letteraria fu in Germania un periodo di laboriosa imitazione e di lenta preparazione. Non è stato forse notato che fra l’uno e l’altro dei momenti di grazia della letteratura germanica passano sei secoli (i freschi primordi merovingi intorno al 600 d.C., la fioritura epico-lirica del Duecento svevo e trovadorico, le glorie romantiche dei decenni attorno al 1800). Tuttavia, se grandi non furono, i polemisti e i satirici del Cinquecento ebbero statura maggiore rispetto agli altri umanisti i quali, disdegnando l’impegno nelle questioni del loro tempo, risultarono in definitiva dei retori.

Nel polemizzare contro Lutero riuscì a Thomas Murner, monaco francescano, di utilizzare felicemente taluni spunti spesso ricorrenti nella letteratura e nelle tradizioni popolari, gli spunti cioè connessi con la pazzia e con i matti. Ne derivò il più fortunato e incisivo degli assalti letterari contro Martino e contro la Riforma: il “Von dem grossen lutherischen Narren” (!522). Nel campo avversario, protestante, era un altro gran polemista e scrittore di satire, Johann Fischart, il quale rivolse quasi tutti i suoi scritti contro i gesuiti: anche se la controversia religiosa non era la sola materia della produzione di Fischart. Gettando luce sulla società e sulla cultura del suo tempo, egli faceva rivivere una folla di tipi umani e così adempiva all’ufficio della satira, che è di rappresentare attraverso la distorsione taluni aspetti della realtà. L’ufficio dettato dall’antico ‘Castigat ridendo mores’, che poi è il motto di Simplicissimus: ‘Ridendo raccontare la verità’.

Il primato degli interessi sociali, politici, religiosi e di costume, che era rifiuto della torre d’avorio da parte dei più vivi fra gli intellettuali tedeschi, finì col secolo XVI: col Seicento fioriscono la poesia lirica e quella di edificazione. Ormai si faceva sentire in pieno, col ritardo caratteristico di questo paese, l’influsso del Rinascimento europeo. Poi venne la lunga e violenta tempesta della Guerra dei Trent’anni: fuoco che bruciò o lambì tutti gli alberi della grande foresta germanica. La seconda metà del Seicento vide l’affermarsi della narrativa, in parte per influssi stranieri.
Per esempio il romanzo picaresco di Spagna ebbe parecchi imitatori in Germania. Una delle maggiori opere narrative fu nel 1669 “L’Avventuroso Simplicissimus” di Hans Jakob Christoph von Grimmelshausen, romanzo di costume e realistica descrizione delle cose della Guerra dei Trent’anni. Un’opera che affonda le sue radici in quel Medio Evo in cui lo spirito tedesco si formò, ma che ricrea il clima ‘moderno’ che circondò Simplicius, protagonista non più epico ma quasi borghese. Si caccia in tante situazioni difficili, si beffa di tanti personaggi e tanti valori e al tempo stesso sente i fermenti e le gioie della cultura umanistica e razionalista. I suoi erano tempi di forti contraddizioni. Dopo un tremendo trentennio di guerra fratricida, molte decine di piccole corti tedesche si misero a scimmiottare Versailles e la Francia. Poche cose al mondo erano più estranee dei francesismi alle realtà e alle tradizioni dei paesi tedeschi governati da quelle corti, paesi che magari non erano la vasta Baviera né il forte Brandeburgo, erano solo il Cleves-Juelich o lo Schaumburg-Lippe.

Agli inizi dell’Ottocento arriviamo all’animosa battaglia di Heinrich Heine, condotta soprattutto attraverso le intenzioni della satira contro quelli che considerava gli aspetti deteriori dei tedeschi e della loro patria.
Fu considerato un sovvertitore, eppure era profondamente tedesco e il suo dileggio era mosso da amore. Così è per tutta la satira germanica: critiche e atti d’accusa contro la nazione le quali in realtà sono delle confessioni, degli autodafé, delle macerazioni, degli sforzi di contrizione. Con Christian Friederich Hebbel, che dal 1840 e il ’63 scrisse numerose tragedie, comincia l’era del dramma borghese: esso inevitabilmente motivò e influenzò la satira nazionale.

Monaco, la capitale bavarese in cui nel 1896 uscì la rivista ‘Simplicissimus’, era la sede naturale per uno sforzo progressista. I suoi regnanti, i Wittelsbach, avevano fatto della città un centro di cultura moderna e di arti figurative. Lì agiva la grande editoria e vigevano una particolare tradizione locale e un’atmosfera ‘meridionale’. Di Monaco Thomas Mann scrisse che “L’arte allunga sopra la città il suo scettro recinto di rose, e sorride”.
E Carlo Levi, andato a Monaco alcuni anni dopo la fine del nazismo, vi andò in cerca dei Rilke, dei George, dei Wedekind, dei fratelli Mann, degli Ibsen, dei Daubler, dei Kurt Eisner e degli altri intellettuali ed artisti di quel mondo che tanto spesso scandalizzava i borghesi.
Purtroppo da Monaco prese le mosse il nazismo: ma questo è il meno del paradosso tedesco.

Oggi la Germania è il Quarto Reich. La nozione di Reich non implica più quella di grande impero. Implica solo una Germania che esprima tutto il vigore e la capacità d’asserzione di cui è storicamente dotata.
Il riscatto dei tedeschi dai tiranni e dai sovrani di due millenni fu dall’età guglielmina il sogno della satira colta e della cultura germaniche.
Un popolo tedesco rinsavito che abbia orrore di due carneficine mondiali e della progressiva degenerazione delle coscienze dal regno dell’ultimo Kaiser a quello di Adolf Hitler. Della temperie degli anni di lotta non tutto è finito nel nostro tempo, in cui tanto scemate sono la tensione e la carica polemica del progressismo germanico. Non è stata inutile la battaglia naturalista ed espressionista di oltre un secolo e mezzo fa. Non sono stati inutili gli anni di combattimento della satira politico-sociale: dalla parte dell’uomo.

Antonio Massimo Calderazzi

Il giurista ‘liberale’ Scotti Camuzzi nell’età dell’imperialismo del mercato

In forma abbreviata si intitola “Dopo il secolo breve” il più recente saggio di Sergio Scotti Camuzzi, avvocato milanese importante e fino a poco fa ordinario di diritto all’Università Cattolica; il titolo non potrebbe essere più elegante e promettere più sguardi nel futuro. Ma la cogenza e la concretezza si dilatano assai se si legge intero il titolo: “Dopo il secolo breve l’età dell’imperialismo del mercato”.

Le sopraffazioni del mercato sono il vero nucleo del libro (Editore Giuffré, 2018). I condomini del mercato sono per l’Autore “quella classe di grossi borghesi che, ormai quasi impotente, vive soltanto in se stessa, in una vecchia cultura, sordida cupida e altera, pronta all’adulazione e al tradimento. Costoro pensano ancora che i giovani ambiscano ad entrare nelle loro cerchie, mentre è fuori, negli spazi che essi hanno creduto di occupare con le loro fabbriche inquinanti e con le loro case popolari, con la loro speculazione su ogni bene, che vive il tempo presente”.
Per essere un accademico e un professionista del diritto, Scotti Camuzzi si rivelò dotato di virtù profetica quaranta anni fa (1978) quando sotto lo pseudonimo Antoine A. de Tocqueville pubblicò a Milano una “Esortazione alla Democrazia Cristiana affinché lasci il governo in Italia e passi all’opposizione”.

Io sottoscritto recensore di questo recente scritto del Nostro non potrei essere più avvinto dall’avveramento della sua profezia; tentai anch’io, tra il 1965 e il 1970, di additare ai vertici di un grande partito, il PCI, la via della salvezza: abbandonare in tutto la strada storica, abiurare il marxismo, rifiutare la fedeltà a Mosca; facendo subito queste cose, non alcuni lustri troppo tardi. La DC di De Mita e il Pci di Berlinguer e Napolitano credettero di poter disprezzare i profeti, ma pagarono caro: i loro partiti si sono estinti. Se si preferisce, dovettero autoaffondarsi come fece la flotta imperiale germanica nel 1919, dopo la disfatta, a Scapa Flow (il racconto della Scapa Flow comunista è stato pubblicato in questo stesso “Internauta”, alcuni giorni fa).

Oggi Scotti Camuzzi sente di poter affermare che non solo la struttura economica del nostro paese, ma anche il sistema globale sono a un passo dal collasso: “Sono tre le grandi faglie all’origine della crisi del sistema liberal-capitalista esteso all’ambito globale. La prima, di lasciare che la competizione assunta a totem si focalizzi sui costi della produzione dei beni, e cioè divenga sfrenato sfruttamento del lavoro e/o dell’ambiente.
La seconda faglia è il lasciare che il tradimento del risparmio popolare sia impunito. La terza è l’eccesso delle disuguaglianze. Un sistema dove 100.000 di ricchezza è distribuito per 90.000 a 5 persone e per 10.000 a 995 persone non può funzionare. Non gira”.

Quanto al quesito se la globalizzazione economica sovranazionale sia negativa o positiva, Scotti Camuzzi considera non si possa essere pro o contro. “Sono enfatiche e astratte ambedue le posizioni: che la globalizzazione sia negativa perché la democrazia può vivere solo nello Stato nazionale; dunque la globalizzazione, negando gli Stati, nega la democrazia. All’estremo opposto, si osanna alla globalizzazione: affermando universalmente la libertà economica essa afferma l’affrancamento dell’uomo dalla schiavitù nei confronti dello Stato sovrano e autoritario. Additando il modello dell’American way of life, la globalizzazione rende felice l’umanità”. Per il professore della Cattolica la globalizzazione va valutata con senso critico, al fine di chiedersi se occorra indirizzarla. “Per ora sappiamo che ‘questa’ globalizzazione nega i valori democratici e liberali. Ciò che si vede è la presa del potere sul mercato, a livello globale e a livello locale, da parte dei signori del mercato; e che ciò si accompagna alla presa di potere del mercato nello Stato e sullo Stato. Parallelamente, la classe imprenditoriale entra direttamente in politica.
Gli Stati nazionali -le ‘Poleis’- sono così aggrediti, dall’esterno e dall’interno, dalla classe dei mercanti. La politica è gestita, in nome della libertà (un vessillo traente), dai signori del mercato”.

Una conclusione è ineludibile: “La globalizzazione guidata dalle grandi imprese multinazionali, e dai governi nazionali espressi dalla classe imprenditoriale (peggio, dai grandi finanzieri) non può essere, di per sé, democratica”. Quest’ultimo giudizio, osserva il recensore, in altri tempi sarebbe bastato per ostracizzare senza scampo la globalizzazione.
Oggi però il disincanto investe anche i valori democratici.

Torniamo all’Autore: “Se ci si dovesse rassegnare all’asservimento degli Stati al mercato, e all’imperialismo degli Usa come risposte alle sfide della globalizzazione, ne deriverebbe la fine delle ‘Poleis’, e cioé la fine della politica, col ritorno ad un ‘età del ferro, a un’epoca di guerre: guerre civili locali e/o di religione; guerre ‘globali’ di affermazione dell’autorità imperiale”.

Per fare due esempi, l’Autore deplora l’estensione all’acqua del dominio del
mercato: “L’acqua, così come il lavoro, non è una merce, ma è un bene comune. Lo è a livello locale, lo dovrà essere a livello globale”. Inoltre, “è sempre più diffusa in Occidente la monetizzazione delle sanzioni per i comportamenti illeciti e socialmente dannosi delle imprese. Questo è un principio deleterio e ingiusto. E’ un’autorizzazione a inquinare a pagamento. Se ne varranno le imprese più grandi”. Il nostro giurista ‘liberale’ respinge la dottrina dell’analisi economica del diritto, la quale tende a costruire le norme giuridiche sulla base del loro ‘significato economico’. ” Il diritto può dover porre limiti all’espansione economica, la quale non è il valore preminente. E’ fazioso e volgare dare all’economico il compito di produrre ricchezza e al giuridico quello di distribuirla”.
Scotti Camuzzi conclude l’analisi della globalizzazione rilevando che essa chiama “alla lotta per la giustizia estesa a tutte le terre, lotta per i diritti e contro la povertà”.

Le “dissertazioni critiche di un giurista liberale ” (è il sottotitolo del libro) si conclude con un paragrafo che definisce il nostro sistema tributario “inadeguato al dettato costituzionale che impone la progressività”: da noi la progressività cessa dove dovrebbe vigere. “Oltre un certo reddito l’aliquota resta fissa; così la tassazione diventa proporzionale, non progressiva.
Ciò accade per l’imposizione dei poteri forti e dei loro servitori”.

A questo punto siamo in grado di capire in che senso il Nostro si definisce -coraggiosamente, va detto – ‘liberale’. Nel senso più alto possibile: nel senso del giudizio morale.

Antonio Massimo Calderazzi

IL TIGRE CLEMENCEAU AGGIUNSE UN ANNO ALLA GRANDE GUERRA

Mai “giustizia poetica” fu fatta in terra come il 18 febbraio 1921 a Versailles, quando il Parlamento francese elesse a capo dello Stato Paul Deschanel, un modesto presidente della Camera, invece che Georges Clemenceau: l’ancòra dittatore della politica transalpina, il ‘president de la Victoire’, il maggiore governante della Grande Guerra, il trionfatore del trattato di pace e delle più recenti elezioni generali. Al poco più che carneade Deschanel andarono 734 voti, a un Nessuno supplementare di nome Jonnart 66 voti, allo Jupiter della politica parigina 56 voti. Quel 18 febbraio la Terza Repubblica, destinata ad essere uccisa nel maggio 1940 dalla Wehrmacht, trovò la forza morale di ripudiare il Clemenceau che era stato ‘l’altra belva francese della Grande Guerra’ oltre a Raymond Poincaré. La Francia fu capace di vendicarsi dell’immane violenza sofferta a causa di un sistema costituzionale autoritario. I francesi credevano che la loro Rivoluzione repubblicana li avesse liberati per sempre della monarchia assoluta, padrona in tutto della pace e della guerra; e invece la decisione più tragica della loro storia millenaria, quella del primo conflitto mondiale, l’avevano presa nel campo francese qualche decina di oligarchi guerrafondai, altrettanto temerari quanto i cattivi consiglieri del Re Sole: al culmine dei suoi tanti trionfi militari il più importante sovrano del pianeta fu costretto a implorare le Potenze per ottenere le paci di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714). Il lungo regno di Luigi XIV collezionò glorie ma avvicinò la Francia alla bancarotta. Pessimi furono anche i cortigiani e i marescialli che nel 1870 forzarono un Napoleone III malato alla rovinosa guerra con la Prussia.

La guerra del 1914 fu le mille volte più cruenta delle imprese di Luigi XIV. Dalla parte francese fu voluta dalla fazione revanscista allora capeggiata dal capo dello Stato Raymond Poincaré. Verso la fine del 1917 avrebbe potuto essere chiusa da un compromesso. Fece qualche passo Carlo I, successore dell’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, ma si oppose vittoriosamente il Tigre, Georges Clemenceau, messo a capo del governo nel novembre 1917 dal supremo bellicista Poincaré.

Clemenceau non era stato in prima fila nella congiura bellicista del 1914; non era dunque tra gli autori diretti della conflagrazione. Invece, scoppiato il conflitto, il Tigre si rivelò l’assertore più intransigente della vittoria militare a qualunque costo. Tutti gli storici concordano che nell’autunno 1917 il presidente della Repubblica Poincaré non aveva che due opzioni politiche per l’Esecutivo: o Clemenceau, l’uomo abbastanza implacabile da concepire solo il trionfo sul campo; oppure Joseph Caillaux il quale, autore di un accordo importante con Berlino nel 1911 quando capeggiava il governo, avrebbe alla testa di altri pacifisti, tra cui Aristide Briand, favorito ogni occasione di un accordo di pace. Coerente col proprio revanscismo, Poincaré proclamò l’impossibilità di dare il governo a Caillaux. Insediato al potere, Clemenceau esigette dalla magistratura che Caillaux fosse arrestato e incriminato per intese col nemico: in sostanza per alto tradimento, pena massima la morte. L’ex-presidente del Consiglio restò in carcere ben oltre un anno. Fu condannato, meno pesantemente, dall’Alta Corte di Giustizia nel 1920; fu amnistiato nel 1925. Finchè restò in carica, il Tigre infierì su altri fautori della pace: rassegnò le dimissioni il giorno che una misteriosa giustizia della storia volle il carneade Deschanel all’Eliseo.

A fine 1917 si consumarono le responsabilità di Clemenceau come allungatore per un anno della Grande Guerra; restano infatti senza numero le manifestazioni del suo efferato impegno per vincere la guerra. In passato non fu cieco assertore delle imprese militari. Non amò le conquiste coloniali che Parigi moltiplicò a fine secolo XIX. Fu un sofisticato umanista; brillante e assai nota la sua opera “Le Grand Pan”, gonfia di Ellade. Idolatrava il retaggio greco, così come detestava quello romano (tra parentesi detestava l’Italia del suo tempo).
Nato in una famiglia agiata e accesamente ‘republicaine’ della Vandea, prima di darsi alla politica era stato medico, poi giornalista, con proprie testate, quasi tutta la vita. Altrettanto fermo il suo ateismo. Nell’età giusta fece molta mondanità ed ebbe varie storie femminili. Fu soprannominato con successo “Tigre” da un suo capo di gabinetto Emile Buré (per come aveva “sbranato” e messo alla porta nel 1906, da ministro dell’Interno, un malcapitato prefetto); in precedenza era stato conosciuto come ‘Dandy’, tanto puntiglioso era il suo impegno sartoriale.

Jean-Baptiste Duroselle, dell’Institut, è l’autore della più autorevole e monumentale biografia del Tigre (1077 pagine). Mette così, apoditticamente, la questione del crudele prolungamento della carneficina nel tardo 1917: “La pace non era possibile perché la Germania non avrebbe restituito l’Alsazia-Lorena”. Posto che ciò fosse vero -ma anche il Reich era estenuato, nonostante le vittorie ad Est- il punto era che l’Alsazia-Lorena non meritava un anno supplementare di strage. Anzi non avrebbe meritato alcuna Revanche. La Francia aveva perso l’Alsazia-Lorena -un acquisto recente (1648, trattato di Utrecht), una terra dove la maggior parte dei cognomi sono ancora oggi tedeschi- in quanto nel 1870 aveva mosso una guerra temeraria e insulsa alla Prussia e ai suoi alleati.

La verità è che se il regno di Sardegna prima, quello d’Italia poi, infine l’impero di Mussolini persero guerre, la Francia del 1914 e del 1939 non aveva imparato niente da Waterloo, anzi dalle sconfitte di Spagna, dalla battaglia di Lipsia, dalla disfatta della Grande Armée in Russia. L’intelligenza e la logica cartesiana, vanti della civiltà francese, non seppero salvare il paese dal grottesco infortunio del 1870: il puntiglio sul futuro della corona di Spagna. Quando, nel 1868, la politica spagnola aveva deciso la deposizione della regina Isabella II, il candidato a succederle con le maggiori chances era risultato il tedesco Leopoldo di Hohenzollern, di un ramo laterale della dinastia di Prussia. Parigi aveva apposto un veto immediato, per non confinare a Sud come a Nord con monarchie germaniche. Il padre del principe aveva prontamente ritirato la candidatura del figlio, ma l’ambasciatore di Parigi aveva tentato di ottenere di più: una garanzia personale del re di Prussia rafforzante la rinuncia dell’aspirante Hohenzollern. Un’infernale astuzia del cancelliere Bismarck conseguì l’effetto di attirare Parigi nell’imboscata di dichiarare guerra alla Prussia, colpevole di avere attentato al prestigio dell’ambasciatore di Parigi, conte Benedetti.

Nel giudizio dell’imperatore Napoleone III, venuto al fronte quale comandante supremo, l’esercito francese non era pronto e non era all’altezza dell’avversario. Due battaglie campali bastarono per annientare, in due settimane, l’armata dell’imperatore. Fatto prigioniero a Sedan, quest’ultimo fu immediatamente deposto a Parigi, mentre la Troisième Republique fu proclamata nel 1875. Un grave soprassalto di questi eventi fu la Commune rivoluzionaria parigina, le cui vittime si contarono a molte migliaia, passate per le armi o massacrate dai cannoni francesi.

Nel novembre 1918 il bellicismo francese capeggiato dal Tigre e da Poincaré conseguì l’agognata vittoria militare: la Germania e l’Austria-Ungheria soccombettero all’estenuazione di tutte le risorse materiali e umane. Tuttavia il conflitto mondiale riprese un ventennio dopo. Nel maggio 1940 la Francia fu costretta alla resa, per rialzarsi alla vittoria degli anglo-americani quale modesta potenza ausiliaria. Dagli onnipotenti vincitori i francesi furono ammessi a presidiare una delle zone d’occupazione dell’ex-Terzo Reich. Dopo d’allora tentarono solo di scongiurare la perdita delle colonie. Nei giorni stessi della liberazione della metropoli, i caccia-bombardieri di Parigi attaccarono in Tunisia la folla che manifestava per l’indipendenza. Gli anni che seguirono furono segnati dal fallimento di tutte le inprese di repressione coloniale: Madagascar, Marocco, Algeria, Indocina e luoghi minori. L’impresa d’Indocina risultando impossibile -Dien Bien Phu!- essa fu appaltata agli Stati Uniti, e tutti conoscono l’epilogo, quando si dovettero autoaffondare gli elicotteri che dovevano mettere in salvo gli ultimi occupatori Usa e i loro principali collaborazionisti vietnamiti.

Una volta distrutto a Waterloo il mito di Napoleone, la Francia guerriera ha compiuto soprattutto imprese coloniali, o suicide (due guerre mondiali) o velleitarie, degne di Mussolini. La Grande Guerra costò ai francesi un milione e mezzo di morti, terribili costi economici, nonché un secondo conflitto mondiale che le inflisse l’occupazione germanica, le devastazioni dal cielo e dal mare, il Maquis e le rappresaglie: nell’assieme, la più grave sconfitta della storia.

Ebbene Georges Clemenceau è entrato nella storia per lo sforzo forsennato di dimostrare che la Francia ‘doveva vincere’ perché il diritto era dalla sua parte, e perché la stirpe francese -lui la chiamava orgogliosamente “race”- era eroica e guerriera. Chissà se queste ragioni consolavano vedove, orfani e ogni altro francese schiacciato dalla ragion di Stato.

Scrive J.B,Duroselle, il maggiore biografo del Nostro: “Parce qu’en 1917-18 Clemenceau serà ‘ l’homme qui fait la guerre”, on pourrait penser qu’il aurait mené, de 1906 à 1909, une politique violemment anti-allemande et preparé une Revanche afin d’opérer la reconquete de l’Alsace-Lorraine par la force. Ce serait une immense erreur. La politique étrangere du premier gouvernement Clemenceu fut modérée. Il etait anti-allemand, mais désirait la paix”.

Arrivò il 1914 e divampò nel Tigre l’entusiasmo “face à l’heroisme des soldats dans la bataille.” Si scatenò la sua tempra di uomo d’azione. Divenne naturalmente ” “l’homme de la victoire que les autres pays, l’Allemagne en tete, ont envieé a la France”. Si può dire che nei primi tre anni della guerra scrisse un editoriale al giorno per esigere “un gouvernement d’acier, indéfectible, armature inflexible d’une des plus noble races de l’histoire”. Quando l’Italia entra in guerra a fianco della parte che promette di più, l’editoriale del grande bellicista approva: “L’Italie, hesitante, a reconnu que son histoire ne lui permettait pas d’etre absente d’un combat qui etait de l’umanitè tout entiére”. Attribuzione, al mondo intero, che non poteva essere più menzognera. L’intervento italiano fu altrettanto criminale quanto quello francese l’anno prima.

Il 15 agosto 1915 l’editorialista al potere esigeva ancora una volta, egli settantaquattrenne, che les enfants de la France si sacrifichino per la gloria: “La France crie qu’elle a besoin pour vivre que ses enfants donnent leur vie”. In compenso il Tigre amava liricizzare il resoconto delle sue assidue visite al fronte, quando semplici poilus gli offrivano fiori (per gratitudine d’essere stati prescelti a forse morire): “La rude main présent un petit bouquet de fleur crayeuses, augustes de misère et flamboyantes de volonté”.

Duroselle sottolinea continuamente “le formidable combat que Clemenceau menait contre le pacifisme, qu’il assimilait à la trahison”. Intanto, appena insediato, si mise alla caccia degli imboscati (“ogni giorno arrivavano al ministero della Guerra, che aveva riservato per sé, le lettere di raccomandazione dei parlamentari. Il suo sforzo fu aspro, gli imboscati erano tutti ‘figli di arcivescovi’ e del voto dei parlamentari aveva bisogno). Sempre nell’ambito della lotta al pacifismo, il Tigre proibì ai socialisti francesi di partecipare a un congresso in Svizzera che poteva illudersi di promuovere la pace. Si destituirono senza complimenti i generali che non nascosero il proprio pessimismo nei momenti durissimi come la grande offensiva germanica della primavera 1918, offensiva resa possibile dalla resa della Russia. Il Tigre deplorò la riluttanza del gen. Petain a muovere attacchi sanguinosi ed inutili. Arrivò a pensare di sostituirlo.

Categoricamente ostile a qualsiasi accorciamento del conflitto, il capo del governo rifiutò di autorizzare i contatti che potevano portare il proprio fratello Paul, importante ingegnere, fino al nuovo imperatore austro-ungarico, Carlo d’Asburgo. Delle due figlie di un introdotto giornalista liberale Moritz Szeps. una Sophie, era cognata di Clemenceau. L’altra, Berta Zuckerkandl, aveva su consiglio dell’amico scrittore Hugo von Hofmannsthal, avviato nella primavera 1917 degli approcci, collegati ai tentativi di pace dei due principi Sisto e Saverio di Borbone Parma, cognati dell’imperatore Carlo. Berta incontrò a Vienna il ministro degli esteri imperiale Czernin. Il governo tedesco fu informato di questi passi, così come lo fu Paul Painlevé, predecessore del Tigre a capo del governo. Al Tigre si attribuì l’intenzione di far arrestare la moglie di suo fratello. L’affetto fraterno finì per sempre.

Manco a dirlo, Clemenceau avversò duramente i tentativi pubblici di pace dei Grandi della terra: del presidente Wilson nel dicembre 1916 e nel gennaio successivo; di papa Benedetto XV nell’agosto 1917; di varie personalità anche francesi. Ancora più contrario ai tentativi segreti, che coinvolsero Aristide Briand, undici volte presidente del Consiglio, 15 volte ministro degli Esteri. Fautore come Caillaux di una storica riconciliazione con la Germania, Briand firmerà con Berlino il trattato di Locarno (1925). Premio Nobel della Pace l’anno dopo.

Il 2 aprile 1918 il ministro degli Esteri rivelò in pubblico che sia Vienna, sia Berlino inclinavano a un accordo di pace. Clemenceau, come Poincaré, pose un veto assoluto. Il Tigre accusò l’imperatore austriaco di mentire. Tutta la vita l’imperatrice Zita, consorte di Carlo I, odiò il Tigre, anche per il suo ruolo nella fine dell’Austria.
De Gaulle e Adenauer dimostreranno che nel futuro di Francia e Germania non c’è che l’imperativo della pace definitiva, alla testa del Continente. Almeno i francesi negarono al president de la victoire la gloria e la pensione dorata dell’Eliseo.

Antonio Massimo Calderazzi

Eccessivo e ipercostoso il Quirinale per il Badante della Repubblica

Non usa scrivere male dei tre patrigni della patria attuale, De Gasperi Nenni, Togliatti. Del primo soprattutto, il quale, relativamente longilineo, austero e intabarrato di indumenti gualciti (cioè da persona seria, non da italiano) faceva figura di patriota irredento, quasi un Cesare Battisti per sempre, scortato alla forca da sbirri absburgici. La figura di Alcide si presta poco alla satira, meno che mai al cachinno. Tra l’altro a sparlare del primo dei premier repubblicani si sono rischiate per settant’anni le intemerate di Maria Romana De Gasperi, figlia e talare custode della gloria paterna. Alcide non aveva una cattiva fama; e quando la figlia novantaquattrenne ebbe a ricordare in un’intervista che la salma del genitore, morto nel 1954, viaggiò dal Trentino a Roma “tra ali di folla inginocchiata”, toccò una corda commovente.

Tuttavia il Nostro, come il maggiore dei tre caporioni che fondarono la repubblica del 1946, fu anche il più colpevole della conformazione del potere seguito al fascismo. A Regime cancellato, la nazione avrebbe dovuto organizzarsi in una repubblica doverosamente virtuosa e sobria, fermissimamente decisa a cancellare dal proprio volto le macchie del passato disonorevole, papale del Rinascimento, sabaudo e fascista. Invece i Triumviri del postfascismo presero la più diseducativa e stupida delle decisioni fondative: non uno Stato incarnante i valori e i modi di una sobrietà repubblicana, dati i tempi, obbligata e benefica; bensì una versione spoil system del fasto protervo delle monarchie mediterranee.

Uguale stronzata avevano fatto nel 1931 i padri della seconda repubblica di Spagna, festeggiatissima al momento della nascita, ma che più fallita non poteva risultare: durò un quinquennio in mezza Spagna, immediatamente seguita da una dittatura pretoriana imbellettata di cerone monarchico-clericale. I fondatori della repubblica spagnola anticiparono la stronzata dei Triumviri del nostro Stivale nel 1946. Stronzata in senso letterale. Il dizionario Devoto Oli dice: “Stronzo, escremento solido a forma di cilindro. Fig.: frequente come ingiuria rivolta a persona inetta o stupida, oppure infida, malvagia o spregevole”. Dunque i gloriosi artefici della repubblica spagnola installarono il loro capo di Stato nello sfarzoso palazzo dello scacciato Borbone, erede di una successione di malefatte dinastico-cortigiane.

Forse i maestri madrileni dei nostri carpet-baggers del 1946 riuscirono a ridurre a termini più modesti il cattivo esempio dato ai trionfatori antifascisti nazionali: non destinarono ai presidenti repubblicani spagnoli anche una superba tenuta estiva tipo San Rossore, per il legittimo sollievo dalla canicola dei cortigiani, portaborse, lacchè e parenti del nuovo corso giacobino.

Nei giardini dell’ex-reggia madrilena, Manuel Azagna, il più fallito degli statisti repubblicani, finì coll’incenerire la propria scadente reputazione dedicandosi personalmente a potare le rose e a disegnare le uniformi della Guardia presidenziale, mentre gli spagnoli si sgozzavano nella guerra civile, fatta inevitabile anche dal settarismo ateo-azionista del signor presidente.

Gli inquilini romani del Quirinale sono stati tanto meno scalognati del disastroso Manuel. Nemmeno uno ha subito dispiaceri come l’impeachment. Taluni di loro sono incorsi in malevolenze più o meno fondate: l’ultimo caso è stato la conversione all’atlantismo dell’ex gerarca-stalinista Giorgio Napolitano, conversione corredata dalla testuale dichiarazione che l’impresa bushiana nell’Afghanistan era una “guerra giusta”. Ma mentre Manuel Azagna pagò caro per i suoi peccati (nel 1939 dovette rifugiarsi in Francia a piedi, confuso tra le torme smisurate degli sconfitti da Franco; alcuni mesi dopo morì ‘di crepacuore’ nel lacrimevole esilio) i suoi colleghi e discepoli italiani sono scampati in grande alla vergogna dell’impeachment. Deposti avrebbero dovuto essere tutti gli usufruttuari delle fughe di sale, degli arazzi, dei corazzieri, dei lacchè del Quirinale. Il palazzo del disonore papale, sabaudo e giacobino ci costa almeno 200 milioni di euro ogni bilancio; e guai se la repubblica di Benigni non fosse ‘fondata sul lavoro’ e sinistroide; in un settantennio, sono stati circa 18 i miliardi di euro, più gli interessi, di sole erogazioni dirette. In più gli oneri della sicurezza e i carichi dei ministeri militari.

Che le recenti proposte di fare del Quirinale il Louvre più importante al mondo, e il più produttivo di introiti, siano tutte cadute, è una infamia di Regime. Oggi che vige l’antiregime dei populisti, sul Quirinale tutto tace. Di questo passo detto antiregime non meriterà meno disprezzo che il triumvirato postfascista De Gasperi Nenni Togliatti. Esso decise che per il Badante della Repubblica -quest’ultima è abbastanza malandata da richiedere badante- occorra una delle regge più disonorate del pianeta.

Un giorno ci vergogneremo di aver fatto tanto onore agli ipernotabili di un regime nient’affatto migliore della Seconda spagnola e della Quatrième francese, quest’ultima imbalsamata da Charles de Gaulle.

A.M.Calderazzi

Senza la pazzia della guerra, secolare longevità del Regime e dell’Impero

Il 13 giugno 1940 capovolse la Storia. In quel terzo giorno dal nostro ingresso nel Secondo conflitto mondiale un Putsch a palazzo Venezia risultò nella cattura del Duce e nel suo momentaneo internamento in un istituto psichiatrico segreto. Il colpo fu compiuto da ufficiali dei corpi d’élite -paracadutisti, assaltatori dei ‘maiali’, piloti da caccia – capeggiati da Luigi Durand de la Penne e da Junio Valerio Borghese. In un breve ma violento scontro con pugnali e altre armi bianche caddero la maggior parte dei Moschettieri del Duce. Il vuoto di potere fu provvisoriamente riempito, sotto la nominale presidenza di Donna Rachele Mussolini, da un energico maresciallo Pietro Badoglio, allora non investito da accuse per la rotta di Caporetto.

La maggiore decisione fu la revoca immediata dello stato di guerra con Francia e Gran Bretagna, seguito da un trattato d’amicizia perpetua. Il Reich minacciò di invadere la Valle Padana, ma subito prevalse il sollievo per la rinuncia italiana a combattere. L’Alto Comando germanico convinse il Führer che l’Italia era più utile come fornitrice di vettovaglie d’eccellenza: anche se le partite sarebbero andate anche agli Alleati.

La terapia psichiatrica al Duce, diretta dal magiaro Pal Attila Haitx-Equord, massimo frenologo d’Ungheria, fece miracoli: venti giorni dopo Benito Mussolini lasciò la clinica segreta completamente guarito dalle pulsioni belliciste e invece deciso a imitare l’accorta e proficua ‘non belligeranza’ del Caudillo spagnolo, Francisco Franco.

Ripreso il suo posto a palazzo Venezia il Duce espresse il suo vivo elogio (“Avete guarito me e fatto felice l’Italia”) ai congiurati del maresciallo Badoglio (dietro il quale era stato in realtà il Re e Imperatore, Vittorio Emanuele III). Solo allora la Nazione apprese l’accaduto, perciò l’ammirazione e il caldo affetto per il Duce, intensissimi dal tempo della conquista dell’Etiopia, superarono ogni livello immaginabile. Gli osservatori e gli statisti furono pressoché unanimi nel prevedere che, avendo scelto la pace, il Regime avrebbe raggiunto e agevolmente superato il secolo. L’ingresso nel secondo conflitto mondiale era -ed è- la sola colpa grave addossata dagli italiani al Fascismo.

Questo spiega che il Regime abbia già oltrepassato i novantacinque anni e che giorni fa abbia annunciato l’istituzione del ministero Millenario. Missione, celebrare nel 2022 il primo secolo dalla Marcia su Roma.

La peculiare diarchia italiana -coesistenza Dittatura del Littorio/Monarchia- vige più che mai, peraltro avendo acquistato caratteristiche innovative. Lo smisurato merito acquistato da Sua Maestà il Re Imperatore nel rovesciare il 13 giugno 1940 la storia dello Stivale si è tradotto nell’attribuzione alla Dinastia di Umberto Biancamano della facoltà di revocare lo Statuto Albertino, octroyé nel 1848 da Carlo Alberto. Inoltre tutti i maschi di Casa Savoia hanno acquisito il diritto di sposare una Mussolini di Predappio, quello di sedere nel Gran Consiglio del Fascismo; quello di capeggiare, se desiderato, i ranghi previdenziali e ricreativi del PNF. Dal canto loro i massimi gerarchi del regime sono autorizzati a istituire ordini cavallereschi parificati a quello di Malta. Altri aggiornamenti sono intervenuti nella diarchia Corona-Fasci. Saranno prossimamente passati in rassegna da Internauta.

L’uscita fulminea dell’Italia dal secondo conflitto mondiale produsse effetti portentosi. Le nostre città non furono distrutte. Mantenemmo l’Impero, Dodecanneso compreso, e lo allargammo al Kenya (lo comprammo a comode rate dal Regno Unito, ormai rassegnato a perderlo nonostante la prode resistenza della Raf contro la Luftwaffe). La nostra flotta e la nostra Aeronautica risultarono talmente superflue che ne mettemmo all’asta i tre quarti (in larga misura prenotati dalla Catalogna che intendeva fermamente dominare il Mare Nostrum), mantenendo il restante per le parate nei genetliaci dei principi del sangue e del podestà di Predappio. Il petrolio, il gas e l’uranio scoperti nelle colonie fecero dell’Italia un colosso degli idrocarburi e d’ altro. I nostri giovani trovarono eccellenti jobs permanenti nelle colonie di proprietà nazionale. Infine dopo il 13 giugno 1940 facemmo affari lucrosissimi con gli scervellati belligeranti, tutti condannati a destini infausti per non avere imitato l’Italia.

Soprattutto stupefacente il destino politico della Nazione littoria. Cessato, per la metempsicosi pacifista del Duce, il pericolo di coinvolgimenti in altri conflitti, il fascismo si confermò il credo imperituro di tutti gli italiani. Una sparuta minoranza di antifascisti -alcune dozzine di individui- si organizzò in una compagnia di comici che batté le piazze internazionali, con premi Oscar e straordinari successi di pubblico e di critica. Parte degli incassi delle tournées furono devolute ad opere irrigue nell’Acrocoro etiopico.

Gli italiani, che già avevano dato l’oro alla Patria e avevano praticato la fede fascista nel primo diciottennio del regime, decretarono l’apoteosi a Mussolini, cioè lo divinizzarono. Per la fase aperta dalla miracolosa guarigione pacifista del collega di Jupiter, i filosofi della storia hanno adattato la formula, cara a Friedrich Nietzsche, della “trasfigurazione del Nous creatore”.

Quasi tutti gli intellettuali, che fuori dell’Impero littorio sono prevalentemente di sinistra, nello Stivale & Colonie fanno propria la felice sintesi tra totalitarismo e liberalismo demoplutocratico: il tutto a valle del ripudio definitivo della guerra, anticaglia novecentesca. Gli arbori bellicisti del primo quarantennio del secolo XX si sono placati. Dal 13 giugno 1940 i Fasci non si chiamano più “di combattimento”, bensì “di intrattenimento”.

Porfirio

La Frontiera e il West, sole vittorie degli USA    

L’America che in un tempo lontano fu la Fidanzata del mondo, oggi ripugna per molti suoi lineamenti: cominciando dal bellicismo, al tempo stesso permanente e frustrato. Ambirebbe a impiegare una forza che nella storia non fu mai data altrettanto smisurata. Non può perché precipiterebbe nell’abiezione, si confermerebbe il più canagliesco degli imperi. Ha il pugno proibito, come un pugile professionale.

Peraltro, da qualche anno, si dubita addirittura sia ancora un impero, con tanti fallimenti più o meno gravi. Trionfarono nel 1945; da allora non hanno più vinto un confronto militare. Nel Vietnam, in Cambogia, nel Laos non avrebbero potuto farsi sconfiggere più ignominiosamente. In più pareggiarono spesso la ferocia delle SS e dei boia di Stalin.

Tuttavia chiudere così il bilancio di un’esperienza nazionale che fu grande è una perdita netta per l’umanità. Dallo sbarco dei Pilgrim Fathers l’America visse tre secoli di avanzamenti e conquiste. Poi l’intervento nella Grande Guerra –imposto dal catastrofico Woodrow Wilson a un popolo che voleva restare coerente con se stesso e col retaggio di G. Washington e di Jefferson – dilaniò la giovinezza dell’America. Un ventennio dopo il guerrafondaio F.D.Roosevelt completò la costruzione dell’impero planetario, al tempo stesso ponendo le premesse per l’ignominia e i fallimenti in Cina, in Corea, in Indocina. Non si dimentichi che lo scontro frontale coll’espansionismo nipponico fu giustificato da FDR coll’intento di estendere l’impero alla Cina. Però l’impresa portata a termine a Hiroshima risultò inutile: la Cina passò a Mao. Hanno aggravato la disfatta le spedizioni coloniali in Somalia, Irak, Afghanistan, altrove.

Uno come me che sbarcò la prima volta a New York da uno degli ultimi transatlantici, deve cercare nella memoria lontana per trovare i bei momenti dell’America: il viaggio del Mayflower, la ribellione a Giorgio III, la conquista della Frontiera e del West. Quest’ultima certo implicò lo sterminio dei nativi. Ma non esistono nazioni che siano diventate grandi senza spargere il sangue dei vinti e quello proprio. In più le stirpi più bellicose degli Indiani furono corresponsabili con gli invasori del genocidio che subirono.

La colonizzazione bianca non era incompatibile con la sopravvivenza dei nativi. Quando potettero, le tribù indiane esercitarono ferocie estreme, che attirarono rappresaglie spietate. Le ferocie non erano obbligate; era fatale che popolazioni tanto esigue e arretrate fossero costrette a consegnare il continente agli invasori. In quel passato lontano il Nord America aveva posto anche per i conquistatori bianchi. Le stragi compiute dai pionieri, dai cowboys e dai reggimenti di cavalleria furono all’incirca come quelle delle SS, della Wehrmacht, dei russi nel Caucaso, dei turchi in Armenia: le quali sarebbero state meno atroci se non avessero agito i partigiani, i guerriglieri, gli estremisti del patriottismo. Se questi ultimi non avessero ucciso non ci sarebbero state le rappresaglie odiose, le Oradour, le Fosse Ardeatine, le Sant’Anna di Stazzema. Meglio avrebbero fatto i Sioux, gli Apache, i Comanchi ad essere pacifici.

Nonostante tutto, la conquista del West resta una pagina grandiosa.  Alla ricerca delle fasi ‘buone’ della vicenda americana, scavo nella mia memoria di farmer dodicennale di una contea ontariese confinante coll’Upstate New York – anche per la suggestione degli insegnamenti di Thomas Jefferson faceva il libero ‘yeoman – e trovo un mese da me passato a Austin, capitale del Texas, quando un rodeo era un evento ben più sentito che un’Olimpiade o che un’assemblea generale dell’ONU. Il rodeo celebrava la bravura e il coraggio del cowboy, e il cowboy era un eroe americano assai più autentico che un equipaggio di astronauti.

Nel Nord America, Canada compreso, è archeologia accademica anche lo scavo nel basement di una capanna di minatore dell’Ottocento. All’università di Austin la punta di diamante delle investigazioni storiche più originali e più convinte, è la riflessione sul grande allevamento bovino, sui ranch, sulle cavalcature degli Apache, sui pozzi per abbeverare il bestiame e gli uomini, sul filo spinato, sulle ferrovie, su tematiche affini. Gli storici “western” ancora oggi rievocano il tentativo fatto da Jefferson Davis segretario alla Guerra (il futuro presidente della Confederazione sudista), di introdurre il cammello nel Sud per i trasporti dell’Esercito.

Nel 1931 un cattedratico dell’università del Texas, Walter Prescott Webb, pubblicò un libro di 472 pagine per descrivere nel concreto più dettagliato e quotidiano “la svolta che prese la civiltà americana quando nella sua avanzata verso Ovest essa, civiltà, uscì dalla foresta e popolò le pianure”. Aveva ragione: gli Stati Uniti nacquero dai boschi come Afrodite dal mare di Cipro. Presero ad adulterarsi, a perdere innocenza, quando divennero una nazione di città, inevitabilmente corrotte. Si rigenerarono quando sboccarono nel West.

Per il nostro storico indagare su quella svolta volle dire ripensare la scure, il fucile, il cavallo, la barca, gli altri mezzi coi quali il pioniere e il cowboy conquistarono la Frontiera. Anzi, era essenziale accertare che fu il six-shooter (il revolver Colt) a trionfare nei pascoli del West.

Uno dei molti duri condizionamenti cui i pionieri dovettero adattarsi per sopravvivere furono i venti caldi: almeno una volta i treni della Southern Pacific furono fermati perché il “chinook” aveva distorto le rotaie.

Un detto comune da quelle parti recita che un jackrabbit mangia quanto un cavallo. Questo roditore faceva tanti danni alle colture che ad una delle battute contro esso parteciparono 700 persone, che uccisero o catturarono 20.000 bestie. Tra il 1888 e il 1897 le battute uccisero mezzo milione di grandi lepri. Impressionante il numero dei bisonti. Una mandria particolarmente grossa poteva contare mezzo milione di capi. Nel 1880 gli USA vantavano 40 milioni di bovini. All’Ovest un grande ranch copriva l’area di un migliaio di fattorie contadine.

Nel 1874 fu venduto il primo rotolo di filo spinato. Il filo spinato chiuse l’era della libertà assoluta: pascolare ovunque, non riconoscere diritti altrui, non rispettare leggi, non permettere l’insediamento di contadini stanziali. Condizioni dure ma seducenti, che non potevano durare. I cowboys e i ranchmen erano una genia rozza e affascinante, il cui vigore e spirito d’avventura stregava gli abitanti dell’Est.

In dieci anni una mandria di 100 vacche poteva raggiungere 1428 capi, senza contare i maschi destinati a rifornire di carne le città dell’Est. Si vendettero mandrie e diritti di pascolo a speculatori di buona parte del mondo. Un trafficante si fece ricco collocando diritti di pascolo nel New Mexico sulle sponde del Pecos River. Arrivò a sostenere che sul fiume facevano servizio regolare cinque vapori, e non era vero.

Nel 1885 venne una crisi drammatica: esaurimento dei pascoli, ondate di freddo terribile. Un solo grande ranch del Texas perdette 15 mila capi su 25 mila. Segui un decennio di sciagure, poi i tempi tornarono euforici. Il cowboy divenne una figura leggendaria: coraggio, forza, somma maestria nel cavalcare.

Sono pochi gli storici accademici del West che non abbiano dovuto indagare sugli aspetti più materiali e tecnici dell’espansione verso Occidente: da come cavalcare e come stendere recinzioni, a come costruire mulini a vento per attingere acqua, a come gestire gli ‘stampedes’ (le fughe improvvise di grandi mandrie).

Il West fu l’affermazione dell’Americano primigenio: inglese, scozzese, irlandese. I tedeschi dell’Illinois e dell’Iowa non raggiunsero le Grandi Pianure occidentali, cioè non fecero i cowboys e i ranchmen. Soprattutto nel Sud-Ovest arido si impose il primo ceppo americano – i Jones, i James, gli Smith, i McDonald. I neri non si spinsero oltre il 98° meridiano, gli esteuropei non vollero andare dove non pioveva, i cinesi restarono sulla costa del Pacifico. Gli immigrati di fine Ottocento-primo Novecento si addensarono negli slum sull’Atlantico, dunque non conobbero il West. Messa così non furono veri americani gli italiani, gli esteuropei, i neri, altri.

Theodore Roosevelt fu l’ultimo leader nazionale che, oltre a impersonare la Frontiera vera nell’immaginazione letteraria e politica – pur essendo nato in una famiglia patrizia del New York – si sforzò di difendere la vocazione Western dell’America come l’autentico e il più nobile destino nazionale. Gli succedette Woodrow Wilson, il quale rappresentò un’America catturata dall’Europa, dal suo urbanesimo, dalle sue guerre e trame diplomatiche: tutto ciò che George Washington e Thomas Jefferson avevano respinto nel nome dell’autenticità e dell’innocenza americane. L’intervento nella Grande Guerra, imposto da Wilson e dai circoli guerrafondai, snaturò la logica della Prima America, tutta vocata all’emisfero occidentale.

Wilson, antagonista simbolico di Theodore Wilson e insulso rettore di un college per ragazze ricche, fu anche il liquidatore morale dell’avventura Western, nonché dei suoi valori più alti. Con Franklin Delano Roosevelt, un protetto di Wilson, si aprì l’equivoca era imperiale dell’America, diametralmente opposta ai modelli dei Padri Pellegrini, della Frontiera e del West.

I successori di Wilson, incluso John Fitzgerald Kennedy finto campione di democrazia, in realtà condottiero della plutocrazia, del militarismo, della degenerazione dello Spirito americano, non hanno più conseguito vittorie. Hanno invece aperto l’età del disonore, non solo avviando la turpe guerra d’Indocina ma anche perdendola nella vergogna. Con Kennedy si aprì il declino americano, che mezzo secolo dopo non accenna a chiudersi.

Niente di ciò che l’America consegue oggi è paragonabile alle gesta dei pionieri e dei conquistatori del West. Quella che fu la più giovane, la più vigorosa e “morale” delle nazioni è oggi il più gigantesco degli Stati-canaglia.  Più nessuna gloria e invece odii o malanimi dal pianeta intero.

A.M. Calderazzi

GROTTESCA DIARCHIA BERGOGLIO-BERTONE ALLA GUIDA DELLA CRISTIANITA’

Infuria nelle conventicole dei letterati e nei retrobottega dei librai la zuffa, a chi spetti tra i Grandi dei generi burlesco, satirico, rozzamente fescennino, di celebrare in versi il gran fatto ìlare dell’ultima quindicina dell’anno: il cardinale Tarcisio Bertone dona centocinquantamila ducati all’Ospedale Bambin Gesù, il polo d’eccellenza della pediatria, insidiato sì dalle ruberie però salvato dalla munifica donazione. Spetterà di poetare a Plauto o a Giovenale, al Berni, a Folgore di San Gimignano che in forme vernacolari si esprimeva su toni bassi? Piuttosto a Boccaccio, al Ruzzante, al Pietro Aretino del Dialogo delle Cortigiane? All’erede di tutti, Dario Fo?

La quale munifica donazione avviene, come tutti sanno, in quanto il porporato non si era accorto che, a Sua insaputa, somma equivalente era stata trasferita dal c/c del Polo d’eccellenza alla ristrutturazione della francescana porziuncola di Sua Eminenza. Rubare a favore di Bertone corrisponde, in circostanze cambiate, al largheggiare del Cinquecento per il Quirinale e per le principesche fortune dei parenti, figli compresi, di plotoni di papi . Tutti, allora come oggi, rubarono a Cristo cioè ai poveri.

Tuttavia le potenzialità di grottesco della generosa donazione non attengono tanto ai problemi di coscienza del principe della Chiesa. Errare è umano, restituire è ammirevole. Le potenzialità carnascialesche prorompono dalle modalità della donazione: “a rate e dai miei risparmi”! A riflettere, non sarebbe stato meglio se l’Eminenenza avesse confessato e basta? ‘Dai miei risparmi’ è enorme! Se il successore di un apostolo straccione ha risparmi, vuol dire che ottiene redditi eccedenti quanto occorre per sostenersi ai livelli di sobrietà intimati dal papa argentino. Sono redditi leciti a norma di Vangelo, oppure l’arrivo di Francesco ha solo increspato in superficie le acque stagnanti della Chiesa? Il pontefice che si era annunciato come rivoluzionario, quando cancellerà il trattamento sfarzoso dei sommi prelati? Quando amputerà il benessere dei gerarchi di Curia, quando li costringerà a cristiane ristrettezze? Infine, quando lascerà Roma col suo complessivo retaggio di infamie?

Più probabilmente, il ‘nuovo corso’ di Bergoglio andrà avanti per formule vuote e per esortazioni che scorrono come acqua sul marmo. I promotori di giustizia vaticani perseguiranno solo i giornalisti sicofanti e questo o quello dei malfattori talari? non chiederanno mai conto allo stesso sovrano del male di produrre parole invece che fatti? Oggi la Chiesa storica vanta numeri mirabolanti di fedeli che fotografano coi telefonini e pregano/salmodiano in centinaia di “lingue della Cristianità” (‘dallo svahili all’idioma del

Kerala’ si compiace Aldo Cazzullo). Tuttavia c’è una minoranza di cattolici semiprotestanti, cioè ecumenici sul serio, i quali si castigano nell’attesa di una nuova Pentecoste (attesa assente dai tripudi di piazza San Pietro); ecumenici che si fanno coraggio nella ricerca di un divino ignoto e negli struggimenti della liturgia. Questa minoranza meriterebbe qualche segnale di speranza. Invece questo papa parla solo agli innocenti inconsapevoli, alle badanti, ai consumatori di prodotti mediatici, ai bisognosi di messaggi ingannevoli, tipo “Abbandoniamo ogni forma di paura perché non si addice a chi è amato”.

Cosa sanno le grandi firme atee, che quasi danno del tu al Papa ma entrano in chiesa solo per affreschi; cosa sanno i miscredenti e gli ultralaici, che vociano anzi declamano nel momentaneo inneggiare al Giubileo e al suo Promotore (così in gamba nell’abbellire il look pubblico); cosa sanno i corifei, dell’invocazione drammatica Vieni Gesù nei canti giovani d’oggi?

La realtà colpirà duro la trovata di far passare le formule per parole di vita. La Chiesa come pugno di discepoli del Nazareno sta morendo. Si mantiene in salute la Mala Ecclesia che piace agli inviati speciali, ai paparazzi, ai laudatori senza coscienza. Quando anche Bergoglio passerà, inutile come tutti i predecessori dell’ultimo paio di secoli (pur tanto migliori di quelli del Rinascimento e del Medioevo di ferro), quando anche Bergoglio sarà passato invano, irromperà lo sgomento cattolico. Si spegnerà l’illusione che sia l’Istituzione romana, con le sue gerarchie e le sue prassi proterve, a portare la Luce.

Antonio Massimo Calderazzi

L’equivoco della lotta ai “cambiamenti climatici”

Chi, come me, è nato prima della guerra (quale guerra – chiederà qualcuno – dato che l’unico periodo di relativa pace tra il 1945 e oggi è stato quello della “guerra fredda”) ha personalmente sperimentato il cambiamento climatico.

In ogni inverno a Vercelli (dove sono nato) nevicava, e non era raro avere un metro di neve nelle strade. La fioca dicembri(g)na la sta tre meis an’sla casi(g)na dice un eloquente proverbio locale in uso fino a 60-70 anni fa, oggi quasi certamente dimenticato e comunque privo di relazioni con la realtà delle cascine di oggi. Queste, del resto, sono in buona parte scomparse o divenute – come dice il mio amico Piero Morseletto – dei deposti (parola da lui coniata da tradursi displaces in inglese) edifici abbandonati nelle campagne e pian piano riconquistati dalla natura.

In una grande tela ad olio – ospitata nel ristoro (ora sostituito da un bar con le macchinette mangiasoldi o slot machines) della stazione ferroviaria – si vedevano i pesanti carri da trasporto trainati da una o due pariglie di cavalli che attraversavano la Sesia completamente ghiacciata.

Da non molto tempo si è constatato (forse sarebbe meglio dire scoperto) che – grosso modo tra la metà del XIV e la metà del XIX secolo – ha avuto luogo una piccola età glaciale la cui esistenza è stata indirettamente provata dalla variazione nell’estensione delle terre coltivate e dalle colture ivi praticate. Ma pochi storici (per non dire degli economisti che poco o nulla sanno di storia) ancora oggi ne tengono conto per interpretare i fatti accaduti nel passato.

Che sia in atto un riscaldamento dovuto ai naturali (ancorché misteriosi) cicli climatici della Terra non soltanto è probabile, ma è addirittura certo. Se così è l’azione umana non ha modo di mutare le cose. Tuttavia, le esperienze vissute dal genere umano (non accumulate dall’uomo, dato che non siamo in grado di farlo se non per la durata della nostra vita e in parte per quella dei nostri genitori e nonni) che possiamo verificare grazie ai resti degli insediamenti umani che siamo andati scoprendo con l’archeologia, mostrano che i nostri progenitori (tutti analfabeti perché la scrittura era di là da venire) si comportavano in modo molto più razionale di noi.

Prova ne sia che non costruivano abitazioni nei fondivalle, o su pendii scoscesi, o sulla riva dei fiumi, dei laghi e del mare. Talvolta le abitazioni stavano su palafitte costruite nei laghi, spesso non lontane dalla costa, ma normalmente erano situate in luoghi naturalmente protetti e avevano caratteristiche legate al clima del luogo sia per i materiali naturali impiegati sia per l’orientamento delle aperture di accesso. Quindi le tecnologie usate erano tutte legate a ciò che la natura offriva localmente e alle condizioni concrete dell’ambiente circostante.

Così le abitazioni delle zone calde e umide erano diverse da quelle costruite nelle zone calde e secche, per non parlare delle abitazioni di pianura o di montagna delle zone temperate fredde. I cambiamenti climatici, per loro natura lenti, non trovavano mai impreparati i nostri progenitori: le abitazioni si adeguavano alle trasformazioni dell’ambiente e così le abitudini alimentari. Anche le credenze religiose mutavano pian piano nei contenuti. Quando i comportamenti degli uomini non erano più in linea con i mutamenti dell’ambiente circostante il gruppo umano era costretto a migrare oppure si estingueva. Abbiamo di tutto ciò prove evidenti anche relativamente recenti, per esempio riguardanti alcune popolazioni dell’America pre-colombiana.

Come ci comportiamo invece noi, che crediamo di essere “evoluti”? Fidando nella tecnologia – che reputiamo sempre positiva per il genere umano – costruiamo ormai lo stesso tipo di abitazione ovunque nel mondo, con conseguenti enormi sprechi di materiali ed energia.

Per fare un piccolo esempio concreto prendiamo il Polo di Sesto San Giovanni dell’Università degli studi di Milano. Esso è stato costruito di recente, con edifici che devono essere riscaldati o raffrescati per tutto l’anno, come se non fossimo a Milano ma a Chicago, dove le temperature invernali possono superare i 30° sotto lo zero e quelle estive i 35° con un tasso di umidità molto elevato. In California, dove gli inverni sono miti e le estati asciutte, si sono costruiti edifici identici a quelli di Chicago (e di Milano). Costruendo in modo appropriato, in California (e a Milano) si potrebbe fare a meno dell’aria condizionata, dato che esiste già quella incondizionata, che la natura ci offre in abbondanza illimitata e dal costo nullo. A Milano, con edifici costruiti con criteri appropriati, basterebbe il riscaldamento per pochi mesi invernali.

Le sponde e le aree golenali dei fiumi, i terreni in pendio, le rive di laghi e mari, le aree interessate da eruzioni vulcaniche, hanno visto sorgere nel corso del XX secolo edifici di ogni tipo e dimensione. In questo modo anche i movimenti orogenetici, che non interessavano i ritmi di vita dell’uomo “primitivo” e non lo danneggiavano, finiscono per avere oggi in quelle aree degli effetti catastrofici permanenti.

In Giappone la “fragilità” di montagne e colline di formazione geologica relativamente recente (come le nostre Alpi e Prealpi), unita alle precipitazioni piovose periodiche (tsuyu) e intense, hanno contribuito alla “sacralità” delle alture più impervie impedendo di fatto gli insediamenti umani. Ciò ha evitato che questi fossero danneggiati da frane e smottamenti provocati da colline e montagne private del manto forestale. Inoltre, i villaggi costieri venivano costruiti sulle alture rocciose prospicienti il mare, non in prossimità della spiaggia; così non ci si curava dei maremoti (tsunami = onda di porto) dato che non mettevano in pericolo persone e cose non provocando disastri.

Quando tutto ciò – nella felice e progredita era tecnologica che stiamo vivendo – è stato dimenticato nel Paese ritenuto il più “tecnologico” del mondo, le conseguenze veramente disastrose dello Hanshin jishin, terremoto che ha interessato l’area di Osaka-Kobe, verificatosi il 17 gennaio 1995 alle ore 5:46 e della durata di 20 interminabili secondi, sono state raccapriccianti. Il terremoto ha fatto 6434 vittime (secondo la stima definitiva di 11 anni dopo, il 22 dicembre 2005), anche per la chiara incompetenza e disorganizzazione dei giapponesi ritenuti a torto in grado di far fronte a questi fenomeni, così frequenti nel loro arcipelago, nel modo più appropriato. In termini economici il valore dei danni subiti è stato pari al 2,5% – e cioè a un quarantesimo – del Prodotto Interno Lordo giapponese.

Considerazioni analoghe devono essere fatte circa le conseguenze catastrofiche (ancora più gravi) del maremoto di Fukushima dell’11 marzo 2011: almeno 15.700 i morti, oltre 4.600 i dispersi (quindi un totale di oltre 20mila morti), 130mila gli sfollati, 332mila gli edifici distrutti, nonché innumerevoli strade, ponti e ferrovie distrutte dalla forza dell’onda. I giapponesi – facendo uso della saggezza derivante dall’esperienza dei loro antenati – avrebbero dovuto evitare di costruire edifici e vie di comunicazione sulla costa, per non parlare delle centrali nucleari, che allora non esistevano essendo una felice invenzione dei nostri tempi.

Infatti, ad aggravare il bilancio del maremoto (la parola tsunami è divenuta di uso corrente per qualsiasi cosa, disastrosa o sorprendente che sia), alla centrale nucleare Fukushima Dai-ichi si è verificato il peggiore incidente nucleare mai verificatosi fino ad ora (di livello 7, come quello di Chernobyl, Ucraina, del 26 aprile 1986, che ha portato all’evacuazione di 336mila persone e che ha fatto aumentare di molto i casi di tumore alla tiroide). Conseguenze analoghe, sia detto per inciso, ha avuto l’incidente nucleare di Three Mile Island (Pennsylvania, USA, 28 marzo 1979) in seguito al quale il tasso di mortalità tra i bambini sotto l’anno di età è cresciuto del 28% rispetto al 1978, mentre per gli infanti sotto il mese di età l’aumento è stato del 54%. Tornando a Fukushima (significa Isola della Buona Sorte) un bilancio delle vittime potrà essere fatto soltanto tra alcuni decenni, e comunque molto tempo ci vorrà per capire quanto già è stato osservato circa l’aumento dei tumore alla tiroide e la virulenza di altri effetti imputabili alle radiazioni.

E’ quindi importante riflettere su ciò che sta accadendo ora, ma partendo da un momento preciso della nostra storia recente: gli albori della cosiddetta rivoluzione industriale. Nonostante sia ancora oggi indicato come un fenomeno positivo, si è trattato di uno dei periodi più bui della storia umana, nel corso del quale la maggioranza della popolazione che viveva in un determinato territorio interessato da questo fenomeno ha conosciuto livelli di vita così miserabili da non avere eguali nella storia umana di cui ci sia giunta notizia. Almeno ai nostri giorni – non più offuscati dalla cieca fede nel “progresso” – dovremmo prenderne atto, ma così non è.: storici ed economisti perseverano nell’errore, non avendo probabilmente mai letto le grandi opere letterarie dell’Ottocento.

In conseguenza della cosiddetta rivoluzione industriale si è avviato da circa due secoli un processo di avvelenamento dell’atmosfera e (più di recente) delle terre coltivabili, dei fiumi, delle acque interne e dei mari che è andato aggravandosi sempre più con il trascorrere del tempo. Il progresso tecnologico che ha interessato la produzione ha ingigantito questi effetti perniciosi fino al punto da renderli forse irreversibili.

L’uso del carbone, del petrolio e del gas naturale nei processi produttivi e distributivi ha riversato nell’atmosfera masse crescenti di anidride carbonica e di ossido di carbonio che prima si trovavano imprigionati nella sostanza organica che, fossilizzatasi in milioni di anni, si era trasformata in idrocarburi. Le necessità di legna da ardere e di legname da opera ha poi ridotto – e riduce ogni giorno di più – il patrimonio forestale del Pianeta ignorando nei fatti e nei comportamenti ciò che sappiamo benissimo dagli studi (palesemente inutili) che ci dicono come sia la fotosintesi clorofilliana a fissare il carbonio liberato nell’atmosfera grazie agli alberi.

Non sono quindi i cambiamenti climatici – che non possiamo in alcun modo impedire o regolare perché insiti nella natura dinamica del Pianeta sul quale viviamo – ma è soltanto l’azione dell’uomo che oggi sempre più avvelena l’atmosfera e – attraverso la tecnologia universalmente lodata come benefica – anche la terra coltivabile e l’aria che respiriamo ormai ricca di sostanze nocive che provengono dal degrado fisico delle materie di ogni tipo create artificialmente dall’uomo e che il sia pur grande potere della natura non riesce a trasformare in qualcosa di utile alla vita.

L’aumento delle neoplasie e delle allergie di ogni tipo è una eloquente avvisaglia del futuro che ci attende e che è già cominciato, di ciò che ormai consapevolmente, perché scientificamente provato, ci stiamo preparando da soli. Un futuro caratterizzato da una vita sempre più impoverita e dove la malattia sarà per gli uomini la norma e la salute, per pochi e sempre meno numerosi, l’eccezione.

Sarebbe un gravissimo errore ritenere che la crescita della speranza di vita alla nascita – e cioè della vita media – che ha caratterizzato gli ultimi decenni, sia una tendenza destinata a durare nel tempo. Infatti, coloro che raggiungono oggi la tarda età sono nati e cresciuti in un ambiente fatto esclusivamente di sostanze naturali, privo di materie plastiche di ogni tipo create dall’uomo con la petrolchimica. A ciò si aggiungano le conseguenze dell’estrazione dei materiali fossili (non soltanto combustibili) giacenti nel sottosuolo da milioni di anni. Stiamo riversando nella biosfera tutta l’anidride carbonica fissatasi nella sostanza organica fossile durante i 60 milioni di anni del Carbonifero.

Si tratta di frutti che hanno cominciato ad avvelenarci subdolamente già quando i miei nonni erano giovani. Ci sono poi volute due generazioni per capirne la gravità e la portata. Perché nei miei anni giovanili la parola allergia era sconosciuta? Ora non vi è quasi più famiglia nella quale almeno un membro non sia colpito da questo tipo di per ora blanda anomalia, ma che prelude a ulteriori cadute delle naturali difese immunitarie degli organismi umani. Il passo di questi tipi di patologie che divengono generalizzate sembra ancora lento, ma tutti i processi patologici hanno questa caratteristica: dalla latenza in casi sporadici si passa alla generalizzazione del fenomeno che assume poi rapidamente una diffusione di massa irreversibile.

Dobbiamo renderci conto che siamo entrati in una fase che anticipa la prospettiva ormai tangibile di una accelerazione catastrofica per la nostra salute. La crescita delle neoplasie di ogni tipo che denota questo stato non può essere combattuta con i farmaci, ma deve essere affrontata dagli economisti affinché suggeriscano metodi produttivi che ripristino condizioni di vita dove l’uso di sostanze e di materiali creati dall’uomo sia bandito e siano invece impiegati soltanto materiali naturali sani e innocui per l’uomo, per le piante e per gli animali dei quali si ciba.

Le costruzioni, la fabbricazione e l’uso di mezzi di trasporto voraci di energia derivante da risorse finite non rinnovabili è il vero punto nodale che richiede non l’approfondimento di un’analisi che chiunque di noi è in grado di fare, ma l’attuazione di MISURE CONCRETE E NON UTOPISTICHE per poter fin da subito ridurre e poi annullare questi effetti che in breve tempo non potranno portare che all’estinzione di ogni forma di vita sulla Terra.

Riflettiamo sul fatto che, senza i comportamenti concreti dei nostri simili (ignoranti e primitivi) nell’era pre-tecnologica, il genere umano forse si sarebbe già estinto.

Un CITLUVIT (Cittadino Luna in visita d’istruzione sulla Terra espressione coniata da Fosco Maraini), guardando a ciò che sta accadendo da noi, non sarebbe ottimista. Abbiamo un arsenale nucleare che ci può annientare in un momento, stiamo riempiendo il suolo degli impalpabili e invisibili frammenti delle sostanze che abbiamo estratte dalla terra o che abbiamo creato con la chimica e le inaliamo quotidianamente in misura più o meno grande a seconda di dove trascorriamo i nostri giorni …

L’importante dunque è cominciare, al più presto sebbene con cautela. Anche in questo caso tuttavia, e nonostante l’urgenza, la fretta può essere cattiva consigliera e non deve dare origine a misure affrettate delle quali ci si potrebbe pentire. I governi nazionali hanno dimostrato di non essere in grado di attuare misure efficaci, di non essere in alcun modo all’altezza del compito. Ci si è limitati a convegni e a raccomandazioni. Nulla di concreto è stato fatto.

Se il compito venisse affidato alle comunità locali forse si potrebbero ottenere in tempi brevi dei risultati. Non si è ancora fatto, ma si potrebbe provare.

Gianni Fodella

SANTITA’, SONO VANI ANGELUS E GIUBILEI. ABBANDONA ROMA, ASCOLTA I CRISTIANI DELLE PARROCCHIE

Quando apparve J.M.Bergoglio, uno di Internauta sostenne, nella sua nullità, che un papa col suo profilo aveva il potenziale da una parte, l’obbligo dall’altra, di andare ben oltre il ruolo dei suoi predecessori: di diventare il conduttore del mondo, il Mosè della rigenerazione non solo cristiana. A condizione che facesse il rivoluzionario vero, il distruttore nei fatti e non nelle enunciazioni. Il più convincente degli atti che gli spettavano era ripudiare Roma, col suo retaggio e il suo presente. Abbandonare l’Urbe fisicamente. Portare il vertice della Chiesa e una Curia umiliata e ridotta ai minimi termini in un monastero di montagna. Viene in mente l’abbazia di Montecassino, oggi quasi vuota di monaci. E’ sì aperta ai visitatori, ma che senso c’è a visitarla se così poche delle sue pietre scamparono alla polverizzazione bellica? E se a un suo ex-abate è stato sequestrato mezzo milione?

Abbandonare Roma per rifiutare venti secoli di continuità quasi tutta antievangelica. L’avesse fatto, Bergoglio avrebbe coll’esaltante novità della sua azione folgorato il pianeta intero, non la sola Cristianità. Sarebbe stato accettato come Guida e Maestro da gran parte dei viventi. Ovviamente non l’ha fatto, ed ecco oggi Bergoglio incatenato al male di Roma come Prometeo alla montagna. Però egli è immeritevole di tanta espiazione, non avendo fatto molto a favore degli uomini, che Prometeo amò al punto di sfidare gli Dei.

Il male di Roma, solo in apparenza è Mafia capitale, è migliaia di burocrati cariati, di politici e faccendieri che delinquono ogni giorno, è caput della oligarchia/cleptocrazia nazionale. E’ più ancora una Curia verminosa: farabutti con o senza porpora che agiscono come quei predecessori di cinquecento anni fa, quando a Lutero fu facile dimostrare che il papa era l’Anticristo. E si prese l’Europa del nord, che aveva la coscienza più pulita.

Oggi i credenti dovrebbero essere primi, ben avanti agli anticlericali e agli atei, ad esigere che Francesco sia spietato, non misericordioso, con quanti fanno del Vaticano una sentina.

Se non sarà spietato, risulterà in combutta con quelli. Non ci sono parole per dire la sozzura di successori degli Apostoli che rubano ai poveri e ai malati. Lo faceva quel papa che volle il Quirinale così sfarzoso.

Giorni fa il Pontefice ha creduto di ribadire che la Chiesa non può vendere i palazzi e le opere d’arte perché sovvengono ai bisogni delle Missioni, nonché alle “necessità della struttura”. Ebbene, la struttura dovrebbe abbatterla. I cardinali andrebbero aboliti e i prelati che maneggiano il denaro, sostituiti con quelle suore arcigne che gestiscono oscuri economati conventuali e ospedalieri. La Curia è un pozzonero da sigillare con cemento e catrame. La Chiesa si monderà, risorgerà, se volterà le spalle a un’Urbe che era malata già sotto gli Scipioni, figuriamoci dopo secoli di basso impero e dopo così lungo papato temporale. Duemila anni di nequizie.

Nell’immediato, quanto meno Francesco faccia fare gli straordinari alla Gendarmeria, indaghi e metta in carcere i mariuoli. Appena possibile, venda i Palazzi apostolici, offra all’asta San Pietro (non mancano le basiliche sane) , ascolti noi cristiani delle parrocchie che ancora prendiamo alla lettera il Vangelo. Il suo gregge è minacciato da grossi branchi di lupi affamati.

E per salvare vite umame disdica questo vano Giubileo.

Jone

Intervista al Duo PERSONИE dopo il successo al premio di Poggio Bustone

Grazie alla liberalità di questo giornale, dove si discute di tutto, sono felice poter pubblicare la mia prima intervista al duo musicale PERSONИE. Sul loro profilo facebook, si definiscono così: PERSONИE è ognuno, quindi nessuno, in ognuno siamo maschera in persona. Siam PERSONИE (in francese “nessuno” nda).

Internauta li ha invece scovati e ha dato loro un volto e un nome: Andrea Astolfi, voce e Manuel Borgia che scrive i testi (d’ora in avanti essenzializzati ad A e M). A e M sono una vera promessa della musica italiana: il 4 Settembre 2015 si classificano secondi al prestigioso premio di Poggio Bustone, città che ha dato i natali a Lucio Battisti. Dopo le interviste rilasciate a 4arts, e a Yeah, una piattaforma online per artisti emergenti, è la volta di Internauta. Il loro primo singolo, Signore e Signora, (quasi 3.000 visualizzazioni su YouTube) con il quale si sono classificati secondi è misterioso, mistico, nuovo…

Ascoltarli è davvero interessante: i testi, come la voce, sono cangianti, a volte seri, a volte surreali, divertenti, dissacranti ma mai, mai noiosi o già sentiti. Per questo auguriamo loro ogni successo.

Voi siete intellettuali a tutto tondo. Perché vi esprimete in musica e non in altre forme?

A: A tutto mondo più che altro, “la dismisura della dismisura”.
Non c’è confine.
Il perché della musica si risolve nel come: lo facciamo bene, nevvero?
Il cantautorato elettronico entro cui grosso modo ci muoviamo – aborriamo l’idea esclusivista di “genere” e chi ne fa motivo d’orgoglio – ha dei metri molti diversi dalla poesia e dalla letteratura.
Di certo ci sono dei rimandi e rimbalzi da entrambi le parti. Ma più per affezione che per altro.
Lavorare con le lettere è un altro discorso.
C’è chi scrive canzoni e chi scrive poesie. Son 2 cose estremamente diverse. Direi quasi opposte.
La trita retorica del cantautore-poeta è chiacchiera da giornalettisti.
E poi a scriver poesie non si parla troppo alla gente. Si ri-parla ad un pubblico di – passatemi il termine – già inziati o curiosi.
La poesia è un linguaggio. Qualche sera fa se ne parlava a riguardo, proprio con un mio caro amico poeta – è considerato uno dei più importanti poeti italiani contemporanei degli anni ’80 – e si diceva:
I poeti scrivono per i morti. I parolieri per i vivi.
E si sente. con le canzoni si canta la vita, si canta la gente, alla gente.
Noi proviamo a fare questo, e bene.

M: Noi “intellettuali a tutto tonto”!
No, no, io personalmente non mi ritengo un intellettuale, semmai un “curioso”…
Comunque, abbiamo scelto la Musica, in particolare la musica leggera, perché ti permette di arrivare davvero ad un pubblico più ampio e in maniera più diretta.
E soprattutto sincera.
Questo si sa.
Inoltre la Musica è il linguaggio artistico (ma anche oltre l’Arte) che più abbiamo a cuore, credo.
Ci siamo scelti spontaneamente. Come Io e Andrea…
E sia…

Definitevi in 3 aggettivi

A: indefinibili³ = PERSONИE

M: pazzi – sinceri – brillanti

Che rapporto c’è fra musica e testo?

A: L’uno porta all’altro vicendevolmente, in ogni testo c’è già dentro una melodia.
Ed ogni melodia, detiene in sé un dettato, una grammatica, è come se si ergessero assieme, mano a mano.
Io person(n)almente poi, credo che oggidì, il testo non sia così preminente come poteva esserlo negli anni addietro.
Ovvero, il testo è importante di certo, ma in un certo senso è come se fosse un pre-testo (non pretestuoso).
Io credo che il grosso stia nell’intenzione, nell’interpretazione del cantato e nella musica.
Composizione musicale che non deve essere complicata. Anzi, se non lo è, è meglio.
Devi farti viaggiare, questo sì.
Ecco: musica e interpretazione nella giusta intenzione.
Il testo come pre-testo, inteso come già detto, inteso viene rielaborato, ri-scandito.
Le canzoni appunto sono il canto della vita nella vita: non sono così lontane quindi.
E poi il gigantissimo Lucio Dalla cantò in un canzone – nell’album “Anidride Solforosa” – pure i valori di borsa.
Lì c’era lo zampino del poeta Roversi, come si sa. Ecco: si possono cantare e musicare pure i valori di borsa. Credo sia indicativo, anzi infinito. Lucio Dalla lo è .Noi vogliamo declinarci al presente: siamo ora.

M: Basta pensare che la voce, ovvero Andrea, si muove all’interno del brano come uno strumento e non solo come Qualcuno che parli di Qualcosa.
Musica e parole devono crescere insieme perfettamente per il senso ultimo da raggiungere.
E’ questa la formula più efficace nella Canzone.
Le note portano le parole, e queste le note..
Quali sono i vostri prossimi obiettivi professionali?

A: Vogliamo partecipare a qualche altro concorso nazionale destinato alla canzone d’autore e far bene anche lì. Poi, entro dicembre 2015, uscirà il nostro primo E.P. “IN VERSO”.

M: Emergere e farci conoscere.. nella maniera più dignitosa e giusta per noi.
E per loro.

Quando uscirà il vostro primo album e come si potrà entrarne in possesso?

A: il nostro primo E.P. in uscita entro la fine del 2015 si chiamerà “IN VERSO” e conterrà in totale 5 canzoni più una traccia sui generis.
6 tracce dunque.
2 già pubblicate: “Signore, Signora” e appunto “IN VERSO” e altri 4 inediti.
il titolo è indicativo.
“IN VERSO” difatti significa naturalmente “al contrario” “all’opposto”.
tuttavia gergalmente la parola “inverso” in alcune zone del nord-Italia significa anche arrabbiato o meglio, incazzati!, nonostante non sia un album incazzato, ma di certo cazzuto: l’incazzatura, il nervosismo ci appartengono abbastanza e credo appartenga anche a quella che è la nostra generazione. La rabbia nei confronti d’un mondo – in parte – allo sfacelo e soprattutto la difficoltà a partecipare – almeno in Italia – al nuovo scenario, al nuovo mondo che si sta iniziando.
Ecco, “IN VERSO” è anche questo: cantare in parte lo sprofondamento del vecchio mondo e la sconfitta d’un certo modo di pensare (borghese? sempre coi borghesi ce la prendiamo) che noi detestiamo fino al midollo (troppo crudele? Beh, beh…)
Porsi altrove. Porsi in altro senso. Sbandare.
Se vuoi, dislocarsi. E senza romanticismi, né paradisi tropicali. Ma con un fortissimo tentativo di autenticità, di veridicità.
“IN VERSO” si potrà acquistare in tutti i migliori e-stores e si potrà ascoltare sulle piattaforme di Spotify e Youtube. sarà anche su iTunes.
Stiamo pensando di stampare anche qualche copia cartacea e con una certa cura.
Pensiamo di stamparne poche copie. Per i più affezionati. Per i curiosi. Per le teste matte, a noi simili.

M: L’album si chiamerà “Inverso” e sarà disponibile in tutti i distributori digitali (You Tube, iTunes, Spotify, ecc..), naturalmente verranno stampate le copie..
Sarà un EP che presenterà innanzitutto il nostro modo di concepire oggi la musica leggera e così anche la poesia “mainstream”.
Comincerà con una preghiera e si concluderà con un monologo interiore.
Certo.
Ma nell’intermezzo si esplode.

…buon ascolto!

Raimondo Lanza di Trabia

LE AUTOBIOGRAFIE POSSONO SERVIRE POCO MA AL PEGGIO INCURIOSISCONO

Se un bello spirito si metta in testa di argomentare contro il genere dell’autobiografia, è possibile che scelga come bersaglio “Confronting History- A Memoir” di George L. Mosse, pubblicata nel 2000 dall’Università del Wisconsin, tradotta da Laterza col titolo “Di fronte alla storia”. Secondo il suo seguace Emilio Gentile, autore di una Premessa all’edizione italiana, Mosse fu “uno dei più originali e innovativi storici dell’età contemporanea. Renzo De Felice molto lo ammirava. Credo si possa parlare, senza esagerazione, di una ‘rivoluzione mossiana’ nella storiografia sul fascismo e sul nazionalismo. Mosse sfidava gli approcci e le interpretazioni storiche convenzionali, operando da ‘agente provocatore’ per sfidare e violare pregiudizi, tabù, conformismi; convinto che la storia deve demistificare la realtà, indagare e penetrare i miti di cui gli esseri umani vivono.

Mosse, continua il professor Gentile, ha studiato il fascismo il nazionalismo il razzismo sforzandosi di situarsi all’interno di questi movimenti. Mosse:”Sono fermamente convinto che per comprendere il passato uno storico debba empatizzare con esso, in modo da vedere il mondo attraverso gli occhi dei suoi attori”.

Dal canto suo Walter Laqueur, che ha scritto la prefazione a “Di fronte alla storia”, sottolinea che Mosse divenne una leggenda quando era ancora in vita (morì nel 1996). Lacqueur vanta di avere cofondato e codiretto con Mosse il ‘Journal of Contemporary History’: ‘George era per temperamento un radical, ma in lui c’era uno spirito di tolleranza raro tra i ribelli. Incoraggiava i suoi studenti a leggere Marx in un’epoca in cui questo era nettamente fuori moda, ma pretendeva che leggessero anche i pensatori della destra. Non aveva la minima simpatia per gli atteggiamenti radical chic e per la correttezza politica.

Abbiamo azzardato che queste Memorie di Mosse facciano il gioco di chi voglia sconsigliare qualsiasi autobiografia, in quanto esse spronano sì a leggere le due dozzine di lavori di Mosse, ma non informano sui suoi particolari contributi alla storia del fascismo e del nazismo. Piuttosto “Di fronte alla storia” racconta, fin troppo, la storia interiore di George Mosse attraverso le vicende e le occasioni, grandi e spesso piccole, della sua esistenza quale individuo. Come malignerebbe un immaginario avversario di tutte le memorie, la ‘storia di se stesso’ è troppo poco per conoscere il concreto pensiero di uno storico.

Per esempio: Mosse racconta per filo e per segno il suo girovagare nel mondo, il suo cambiare alloggio; il suo ascendere in dettaglio nelle comunità accademiche delle università dell’Iowa, del Wisconsin e della Hebrew University di Gerusalemme; chi erano e come erano gli uomini e le donne- soprattutto docenti ma anche consorti, bibliotecarie, segretarie- che punteggiarono il suo gradus ad Parnassum. Ci descrive affettuosamente gli alloggi che abitò. Soprattutto ci informa spesso, quasi incessantemente, che è ebreo, che è omosessuale, di come evolvettero nei decenni la condizione e la psicologia di lui accademico, omosessuale ed ebreo.

Tutto questo non manca di un certo interesse; ma non ci aiuta in modo diretto e aperto a pensare meglio il fascismo, il nazismo, le società guadagnate al fascismo, la natia Germania e quello che Mosse chiama il pensiero ‘voelkisch”.

Le circostanze della sua vita sono certamente insolite. Nato nel 1918, rampollo di una famiglia molto ricca dell’alta borghesia ebraica, negli anni di Weimar fu educato nel rigido collegio Schloss Salem, talmente esclusivo da avere tra i discepoli il principe Filippo, futuro consorte della regina Elisabetta. Oltre a possedere tenute, grandi case e complessi immobiliari nel centro della capitale guglielmina, il padre del Nostro, Rudolf Markus Mosse, fondò la più grossa azienda pubblicitaria del Secondo Reich; in più un impero editoriale il cui fiore all’occhiello era il ‘Berliner Tageblatt’. All’avvento di Hitler la famiglia Mosse era già riparata a Parigi; il quindicenne Georg viaggiò da solo per raggiungerla. Seguirono gli studi a Cambridge, Harvard e altrove, poi l’emigrazione negli Stati Uniti e l’avvio di una carriera di didatta universitario molto dotato. Gli studenti accorrevano in massa alle sue lezioni, gli allievi migliori pubblicavano e ottenevano cattedre. L’evento più singolare, per un intellettuale ‘liberal’ sfuggito per un soffio al campo di sterminio, fu che alla caduta del comunismo si vide restituire gran parte dell’ingente fortuna dei Mosse.

L’Italia è stato il paese nel quale il Nostro si è affermato di più: anche se, all’inizio, la sua interpretazione del fascismo come manifestazione di una “nuova politica” (il suo libro più noto fu “Nazionalizzazione delle masse”) fu unanimemente respinta dalla storiografia progressista nostrana. Poi il perbenismo antifascista è molto cambiato: oggi pochi collocherebbero a destra George Mosse, come fecero i censori allineati.

Jone

1921: IL GRANDE GIOLITTI BATTUTO DAI LILLIPUZIANI. ACCADRA’ A RENZI, PER L’IDENTICO ERRORE

Quasi opposte come sono le figure politiche e umane di Giovanni Giolitti e di Matteo Renzi, probabilmente le loro parabole storiche risulteranno pressoché uguali. Il secondo è, tra i politici delle due/tre repubbliche dello Stivale unito, il più brillante, il più assertivo, il più rinascimentale; in ogni caso, il solo che abbia provato ad innovare. Giolitti fu il maggiore dei primi ministri del Regno tra Cavour e Mussolini. Aggiornò il sistema liberal-capitalista, scongiurando che restasse un’oligarchia di notabili reazionari e che fosse abbattuto, come altre monarchie, dalla Grande Guerra e dalle ondate rivoluzionarie che seguirono.

Tuttavia, dopo avere imperato sulla politica italiana del primo quindicennio del secolo, lo statista piemontese subì la sua più grave disfatta nel maggio 1915, quando fu soverchiato dall’infatuazione guerresca della piccola borghesia interventista stordita dai lirismi di d’Annunzio, dalle suggestioni progressiste, dal denaro della propaganda franco-britannica. Il ‘dittatore parlamentare’ della Terza Roma non riuscì a difendere la nostra sacrosanta neutralità. Risultato, seicentomila morti, tragedie smisurate, i conati di bolscevismo, dunque il fascismo; poi le sciagure del secondo conflitto mondiale, la caduta del Paese ai partiti rapinatori: masnade dei peggiori professionisti dell’impostura elettorale sulla scala dell’intero Occidente.

Giolitti sembrò rialzarsi e rifulgere con le luminose, dure verità del ‘discorso di Dronero’, il 12 ottobre 1919. Umiliato nel 1915, tornò al potere nel giugno 1920, alla caduta di F.S.Nitti. A Dronero, il suo collegio elettorale, aveva ripreso il suo ruolo di primo tra i governanti italiani pronunciando una dura requisitoria contro i responsabili della tragedia bellica, nonché contro l’aggravamento delle storture del nostro sistema. Così la riassumono gli storici francesi Pierre Milza e Serge Berstein, autori di ‘Le fascisme italien’: “Denunciando i vizi del sistema oligarchico che aveva gettato l’Italia in guerra contro la volontà del popolo, Giolitti formulò a Dronero un programma neo-liberale adatto alla situazione. Bisognava che in futuro, con una modifica dello Statuto albertino, il Parlamento potesse pronunciarsi sui trattati e sulle dichiarazioni di guerra. Bisognava liquidare il passato, aprire una ‘inchiesta solenne’ sulla guerra, sulla condotta delle operazioni, sui grandi contratti di forniture, per far sapere al Paese come erano stati sprecati miliardi. Giolitti proponeva forti tagli alle spese militari, un’imposta progressiva sui redditi e sulle successioni, un prelievo eccezionale sui patrimoni e sui profitti di guerra. Le classi privilegiate che avevano condotto l’umanità al disastro non potevano essere più sole a dirigere il mondo, i cui destini sarebbero stati ormai nelle mani del popolo”.

A destra si levò contro il Nostro l’accusa di sinistrismo: qualcuno parlò di ‘bolscevico dell’Annunziata’ (pedestre riferimento all’Ordine cavalleresco dell’Annunziata che innalzava i pochi insigniti a ‘cugini del Re’). Le elezioni del 16 novembre 1919 dettero ragione a Giolitti: vittoria incontestabile per le forze di sinistra e per gli avversari della guerra. Giolitti sembrò aver salvato la democrazia liberale. Invece fu presto abbattuto dalla vecchia politica: da quel parlamentarismo e partitismo che in passato aveva padroneggiato e fatto docile. Le elezioni del maggio 1921 tradirono in pieno le sue attese: si dimise il 1° luglio. Le divisioni tra le consorterie di notabili menomarono per sempre la fiducia del popolo nelle istituzioni. Inevitabilmente trionfò il fascismo.

Il parallelismo con la parabola di Renzi è impressionante. La logica del sistema generato dal settarismo della Resistenza e della Costituzione partitocratica farà fallire la maggior parte dei grandi progetti del Rottamatore; così come quasi un secolo fa il parlamentarismo disfece lo statista di Mondovì. Giolitti aveva sopravanzato tutti; le sue proposte erano le più idonee ad affrontare la grave crisi sociale, a sventare le minacce del bolscevismo velleitario di Gramsci e dei socialisti massimalisti, a contenere le ben più concrete violenze del fascismo. Ma fece l’errore di continuare a credere nella via legale nelle virtù delle urne, laddove i Parlamenti e il liberalismo erano morenti: non solo in Italia. Poco dopo l’avvento di Mussolini ci furono quello di Salazar in Portogallo, quello di Miguel Primo de Rivera in Spagna, entrambi accolti entusiasticamente dai cittadini. Giolitti non si era accorto di quanto cambiavano i tempi. Cominciava l’agonia di Weimar. Le soluzioni più o meno autoritarie si profilavano o prevalevano altrove: Pilsudski in Polonia, Horthy e il conte Bethlen in Ungheria, Avarescu in Romania, monsignor Seipel a Vienna.

Dunque la fase aperta dalla Grande Guerra era congeniale alle soluzioni anti-demoplutocratiche, antiparlamentari e giustizialiste. Giolitti voleva conciliarle in Italia coi giochi di un parlamentarismo che boccheggiava tra le occupazioni delle fabbriche e delle terre e le sopraffazioni squadristiche. Avrebbe dovuto puntare non su don Sturzo e su Turati, bensì sui metodi spicci dei capi militari, in quel momento circonfusi di prestigio per aver finito col vincere la guerra. Per esempio sul ruvido ligure Enrico Caviglia, che aveva comandato l’Ottava Armata e a cui Giolitti affiderà di liquidare in poche ore la sedizione di d’Annunzio a Fiume. Scelse invece, forse per una precoce senilità di settantottenne, il vecchio strumento del notabilato oligarchico: elezioni anticipate per rafforzare l’esecutivo. Invece le urne frantumarono lo schieramento rinnovatore che vagheggiava. Il ‘Dittatore parlamentare’ che non si fece Dictator vero -quello della Roma repubblicana nei momenti duri- fu annientato da un parlamentarismo che nell’emergenza del 1920-21 egli avrebbe dovuto spazzare via.

Uguale sarà il destino di Matteo Renzi. Ha creduto di poter rottamare la vecchia politica in alleanza con quest’ultima: con Montecitorio, con palazzo Madama, con la Corte costituzionale bastione del partitismo, col Quirinale pinnacolo e vertice della Casta, con le bande della cleptocrazia. Il gattamelatesco Fiorentino sta facendo a 39 anni lo stesso sbaglio del vegliardo che a Dronero era apparso un gigante (e che Georges Sorel, il teorico dello sciopero rivoluzionario, aveva immaginato volesse instaurare e capeggiare una Repubblica).

Matteo Renzi ci fece credere che volesse raddrizzare la vecchia politica. Governando ci ha chiarito che intende fare l’eversore perbene col consenso delle Istituzioni. E’ certo che si illude. Farebbe ancora in tempo a ibernare for good dette istituzioni. Come? Motivando e guidando un pugno di giovani ufficiali giustizialisti: le occasioni non mancheranno perchè, emuli dei capitani portoghesi che nel 1974 rovesciarono senza sparare il regime salazarista, ci liberino della partitocrazia ladra. Poche ore fa i furfanti del parlamento hanno votato per riprendersi un finanziamento pubblico che speravamo abolito. Il sistema non punisce quei ladri di Stato. Lo facciano i centurioni di un Renzi che apra gli occhi. Magari svegliato dalle Afroditi che illegiadriscono il governo.

A.M.C.