CONTROSTORIA DELLO STIVALE CHE NEL 1940 NON FECE LA GUERRA

Un Destino che amava l’Italia, come Prometeo amò gli uomini contro gli Dei, dette il 10 giugno 1940 al sovrano sabaudo il supremo coraggio di far arrestare il Duce -o di avvelenarlo, come si faceva nel Rinascimento- tre anni prima che il 25 luglio 1943 (quando il re rischiò davvero, ma gli andò bene).
Ci volle ben più coraggio nel 1940 per abbattere il capo del Regime: le città non erano distrutte dai quadrimotori, tutte le battaglie non erano state perdute, la resa incondizionata non incombeva. Tant’è, fantastichiamo che le Parche figlie di Zeus avessero scritto nel Libro della Sorte cose diverse da quelle, luttuose, che conosciamo.

Almanacchiamo dunque che il Sabaudo abbia deposto, o avvelenato, un triennio prima il dittatore ammattito. Da quel momento l’Italia fascista, oltre a scampare all’immediata perdita dell’Impero dell’Africa orientale e degli altri possedimenti, non si è inflitta nel Mediterraneo l’impari scontro con la flotta britannica, allora ancora per un po’ prima al mondo. In più, forte della neutralità e del proprio ricco retaggio mercantile, si è messa a rifornire in tutto -armi, munizioni, finanza e moda comprese- sia il Terzo Reich col Sol Levante, sia la Gran Bretagna coll’ecumene plutocratico e col resto del pianeta. Il business complessivo è stato smisurato, senza confronto più vasto dell’Orbe commerciale di Augusto e dei Cesari suoi successori. Il business è stato ovviamente più colossale di quello che la Spagna prostrata dalla guerra fratricida riuscì a fare grazie al geniale rifiuto di Francisco Franco di ricambiare con Hitler l’aiuto ricevuto per vincere la Guerra civile. Il Caudillo fu ingrato col Führer, ma autenticamente misericordioso verso gli spagnoli.

Anche re Vittorio Emanuele II fu ingrato nel 1870 con Napoleone III: non accorse a soccorrere il Secondo Impero che gli aveva dato la ricca Lombardia e l’aureola del vincitore. Ma la guerra voluta dagli sventati megalomani parigini fu la più imbecille delle imprese, dunque i cortigiani e maggiorenti torinesi fecero benissimo a trattenere il Re Galantuomo dalla follia di marciare contro Bismarck e Moltke.

Deponendo (o uccidendo) il Duce che ha perso il senno, prima che si sognasse di annettere un po’ di Francia, di resuscitare il Mare Nostrum e di co-soggiogare l’Europa, il nipote del Padre della Patria ha trasformato lo Stivale in una gigantesca Svizzera o Svezia, nella maggiore di tutte le potenze neutrali del pianeta (all’epoca gli USA di Franklin e Eleanor Roosevelt non erano più davvero neutrali). L’Italia che il terzo Vittorio Emanuele ha salvato dalla sciagura ha profittato del titanico affare della neutralità per passare da regno ancora straccione a potenziale rivale in benessere dell’Inghilterra. Perchè no, degli USA, ai cui milioni di disoccupati del 1940 il glorioso ma sfortunato New Deal rooseveltiano ha dato poco più che un rancio caritatevole. Manco a dirlo, lo Stivale repentinamente ricco ha sviluppato in grande il proprio Mezzogiorno e le aree alpine e appenniniche, allora non molto più prospere del Sud cafone.

Eliminando il Duce impazzito, i nuovi governanti sabaudo-fascisti hanno aperto un ciclo nuovo, potenzialmente plurisecolare, del Regime monarco-littorio; un’età magari longeva come il Sol Levante, la cui dinastia vanta, in precedenza degli imperatori umani, varie generazioni di sovrani divini, tra i quali Amaterazu, dea del sole. Non è affatto detto che il ciclo sabaudo-fascista sarebbe stato precario o breve. Gli abitanti dello Stivale che nel 2019 declamano il loro invincibile antifascismo, parte integrale del DNA nazionale; gli ialiani capeggiati da due sindaci di Milano e da una frotta di innamorati della libertà (spiccano i persuasori dei grandi media, alcune canzonettiste democratiche e i diadochi di Roberto Benigni); tali italiani dicevamo si trovano oggi costretti dalla non-guerra del 1940 a continuare a indossare la camicia nera, col tempo illegiadrita dall’estro dei nostri stilisti. Del colore nero si è spontaneamente invaghita la moda, sommo vanto dello Stivale.

Il colpo di Stato 1940 di re Vittorio ha incatenato i duri dell’antifascismo, cominciando da Giuseppe Sala, Ezio Mauro e Francesco Merlo, nonché da molti altri pennivendoli dei media, a restare quasi forever sottomessi al regime fondato dal Predappiese. Sottomessi perché il Regime, pur privato di Benito Mussolini, gode oggi di un consenso persino maggiore che al tempo della conquista dell’Etiopia. La neutralità non ha fatto ricchissimo lo Stivale coi suoi non infimi possedimenti? Non si sono risparmiati il sangue e i beni di tanti? Non sono cospicue le possibilità di lavoro e di business nelle colonie libica, etiopica, eritrea e somala, oltre che nel Dodecanneso, quest’ultimo acquisito per buona misura dalla impresa libica del grande Giolitti? E soprattutto, forse che il non stupido uomo della strada dalle Alpi al Lilibeo non intuisce quanto sgradevoli sarebbero state le due o tre repubbliche della demoplutocrazia partitica fondata dai mitra partigiani, però molto benvista dai grandi patrimonii?

Insomma, facendo fuori in anticipo Benito Mussolini il terzo re Vittorio, imperatore di Etiopia eccetera, non solo ha conservato le corone per sé e per i suoi discendenti, ma si è fatto perdonare la sua parte del nefando crimine del 1915. Quell’anno il consorte di Elena del Montenegro, sobillato da Gabriele d’Annunzio ma, ben peggio, dai due guerrafondai di provincia Salandra e Sonnino, si macchiò della delittuosa guerra “per coronare il Risorgimento”. Un secolo dopo quella sciagurata “vittoria” gli altoparlanti degli stadi muggiscono ancora ‘Marcia Reale’ e ‘Giovinezza’. Ma almeno gli italiani si salvano da ‘Bella ciao’.

A.M.Calderazzi

MORBO RADICAL CHIC: OGGI PIU’ INGUARIBILE DI QUANDO A PARK AVE. LO STUDIO’ TOM WOLFE

E' abitudine della pratica medica di indicare questa o quella patologia col cognome dello scienziato che la scoprì o approfondì (p.es: "un caso di Alzheimer"). Non è andata così per Tom Wolfe, uno tra gli scrittori statunitensi più famosi. Egli è sì riconosciuto come il fortunato definitore del bugiardo sinistrismo alto-borghese: però la seria malattia che studiò non ha preso il suo nome. Nessuno ha mai chiamato "un caso di Wolfe" il morbo che p.es. da non molto ha colpito Giuseppe Sala, sindaco di Milano e terrore del fascismo. 

Ma non era giusto che i cognomi di benemeriti della scienza fossero fatti turpi dalle malattie su cui si erano impegnati, purtroppo né debellandole né attenuandole. Quando Tom Wolfe morì, nel maggio 2018, i necrologisti ricordarono, a titolo di gloria, il libello "Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers" che gli editori newyorkesi Farrar, Straus and Giroux pubblicarono nel 1970. Mezzo secolo fa Wolfe derideva in particolare quella schiera di percettori di molti dollari che nelle loro principesche sale di Park Ave. procombevano in dure battaglie dalla parte degli ultimi.
'Ultimi' peraltro né sottomessi né inermi.

Lo storico scritto di Wolfe esordiva col folto ricevimento dato da Leonard Bernstein (West Side Story) e dalla consorte Felicia Montealegre per raccogliere fondi a favore delle Pantere Nere. La causa dei neri statunitensi era già abbastanza lanciata se, anni dopo, la nazione allora egemone del cosmo non trovò un presidente bianco al posto del semikeniota Barack Obama, fiorito a Honolulu; e, se oggi, quella nazione non avverte il ridicolo di attribuire alla signora Michelle Obama il pensiero di poter asserire meglio di Hillary Clinton i diritti sulla Casa Bianca delle consorti presidenziali, grondanti meritocrazia.

Esilarante com'era la cronaca di Wolfe del party fondativo del radicalismo chic planetario, in Italia non fece abbastanza scalpore.
Come avrebbe potuto, in un paese avvezzo da millenni ai 'mores' disinvolti della bella gente?
In compenso, quando lo scettro del 'Corriere della Sera' passò all'ereditiera Giulia Maria Crespi, il parteggiare di non pochi milanesi ricchi per i lumpenproletari, o quanto meno per i partiti beneficati delle vittorie partigiane, si erse minaccioso.

Indro Montanelli pagò per primo, estromesso dall'augusto quotidiano.
Altri alto-benestanti fecero molto più della Crespi: finanziarono la nascita di 'Repubblica', oggi sommo usbergo del sinistrismo di gamma (nei fatti indistinguibile dal destrismo). Gli editoriali della galassia di testate di Carlo De Benedetti gridano all'unisono che il fatturato forte ha il cuore a sinistra, dunque parteggia a parole per i diseredati di tutti i continenti.

La Park Ave. di Tom Wolfe aveva un debole, oltre che per le Pantere Nere, per i raccoglitori latini dell'uva californiana. Persino per gli immigrati dalle isole Samoa, descritti da Wolfe con ventri e polpacci smisurati.
Chi potrebbe negare l'empito giustizialista degli epigoni di donna Giulia Maria? Tom Wolfe ha schernito per sempre il fatuo engagement di tutte le varianti indoeuropee del sansculottismo ad alto reddito: Esquerda Esquisita, o Festiva; Champagne/Caviar/Chardonnay Socialism; et cet.
In tedesco troviamo non solo Salonbolschevismus, ma persino Toskana Fraktion. Qui il riferimento è alla propensione dei meglio intellettuali germanici -quelli ben pubblicati- per i cipressi, le colline e i capalbi della terra di Dante e Roberto Benigni: cantore l'Alighieri del guelfismo un po' ghibellino, il secondo della Costituzione partitocratica, placenta o utero della peggiore politica d'Occidente.

La fissazione più recente del Salonbolschewismus nazionale è lo jus soli: come se lo Stivale non fosse troppo sovrapopolato per necessitare di africane o sudamericane a gestazione avanzata.
Ma bisogna ammettere che Tom Wolfe aveva scelto bersagli migliori di Giulia Maria e di Ezio Mauro per i suoi lazzi irriverenti ma sofisticati: i miliardari di Manhattan che singhiozzavano per i mestizos raccoglitori d'uva californiana.

A.M.Calderazzi

BALLATA TEDESCA DELLA GUERRA E DELLA PACE

L’opposizione della satira colta ai valori dell’età guglielmina, poi alle ipocrisie di Weimar, a Hitler, ora all’era demoplutocratica, è tra le gesta che la Germania moderna può vantare. I grandi cantori di questa sardonica saga tedesca restano Brecht e Grosz, ma molti sono gli altri bardi.
Per impegno morale gli uomini (e qualche donna) che in Germania hanno combattuto col disegno politico e con ogni tipo di satira non sono secondi a nessuno: da Otto Dix e da A.P. Weber agli artisti e agli intellettuali operanti nelle riviste storiche (in testa ‘Simplicissimus’ e ‘Eulenspiegel’).
Attraverso una breve ricostruzione della battaglia civile della satira germanica, si vuole mettere in risalto la forza e la passione di un volto meno noto della coscienza tedesca.
Riassumiamo qui il testo introduttivo del libro del 1965 “Ballata tedesca della guerra e della pace”, autore A.M. Calderazzi, Leonardo da Vinci editrice, Bari.

E’ dai fermenti del naturalismo e dell’espressionismo, dal travaglio dell’età di Weimar e dalla tragedia del hitlerismo che alla satira politica germanica discendono i suoi caratteri: la forza invincibile; la sensibilità non estetizzante ma popolaresca (e peraltro il suo rifiutare i miti che ingannano i popoli); l’affrontare gli aspetti più neri della condizione dell’uomo e del tedesco; la rinuncia allo humour distaccato; la capacità di non disgiungere dallo scherno le passioni e le idee. Pure allorché è meno distaccata, la satira germanica è sempre fatta di passioni e di idee, carnosa, rivolta piuttosto alle grandi realtà e ai sentimenti profondi che ai freddi o cinici giochi d’intelligenza. Anche il cinismo, quando c’è, è intriso di amore: come in un didascalico pensiero di Brecht sulla bontà: “L’uomo è buono, il vitello è saporito “: un po’ il motto di questa ‘Ballata tedesca’.

I giovani non sono i soli tedeschi che non hanno imparato abbastanza da una tragedia durata sui fronti di guerra dal 1914 al 1945, ma nelle menti e nei cuori ancora dura. Certo, i giovani sono la delusione più grave, coloro che con la coscienza vergine dovrebbero odiare maggiormente le cose che i loro padri e nonni non seppero odiare. Alcuni milioni di proletari spartachisti, di combattenti riformisti, di accesi sindacalisti, di militi delle avanguardie che precorsero l’antifascismo, lottarono da eroi, fino all’ultimo, col nome di Hitler nei cuori. Perché, come i milioni che lottarono nei ranghi nemici, non seppero rifiutare le guerre e le patrie. I capi guerrafondai britannici, francesi, americani o sovietici non furono meno macellai di popoli dei campioni del militarismo germanico e del miserabile militarismo dei paesi satelliti del III Reich. Se in Germania si è potuto parlare di un ‘tradimento dei giovani’, ancora di più tradirono i grandi settori del fronte antimilitarista: la leadership riformista, il proletariato industriale, la borghesia progressista, gli intellettuali. Gli stessi grandi settori che tradirono in ogni altro paese che non si negò alla guerra.
Il patriottismo è una schiavitù planetaria, una sciagura dell’umanità intera. Finché il genere umano non si rivolterà contro le patrie, quando le patrie ingiungono di uccidere e di farsi uccidere, le guerre continueranno, e le loro giustificazioni resteranno sempre abiette.

Carl Sternheim (1878-1942) scrisse una trilogia antiborghese (le tre commedie, o piuttosto drammi, ‘Le Mutande’, ‘Lo Snob’, ‘1913’), e poi altri lavori di teatro nei quali sono i dettami di una grammatica e di un’estetica dell’utilizzazione a fini sociali dell’umorismo crudo e violento. E’ appunto in questo ambito che si trovano gli spunti più validi della satira politica tedesca. Si prenda Maske, uno dei personaggi più veri di Sternheim.
Figlio dell’impiegato Teobaldo Maske, la cui moglie Luisa era stata protagonista, col suo allegorico indumento, della prima commedia della trilogia (Le Mutande). Maske junior corona l’opera del suo arrivismo quando sposa un’aristocratica e, per apparire perfetto agli occhi della sua preziosa consorte, afferma appena pervenuto al letto nuziale d’essere nato da un adulterio di sua madre (morta) con un nobile.
L’adulterio era inventato. Questo tipo di borghese pronto a tutto, anche ad insozzare la memoria della madre, pur di diventare, come diventa, capitano d’industria, sembra uscito dalle pagine di ‘Simplicissimus’.
Un altro spunto dell’attualità di Sternheim: la satira di questo maestro dello scherno si rivolse anche alla retorica, ai maneggi e ai compromessi del partito socialdemocratico del suo tempo, già corrotto o svirilizzato dal riformismo e dall’accettazione del paternalismo.

Dopo Sternheim e dopo altre figure di transizione esplose la Grande Guerra e in quell’atroce tragedia si levò il canto alto e doloroso dell’Espressionismo, che fu conquista spirituale anche perchè fu moto di orrore di fronte al conflitto, presa di coscienza della fraternità degli uomini che si uccidevano, visione degli sconvolgimenti e degli orrori futuri. La guerra era la crudele conferma delle verità e degli assurdi che la satira letteraria, teatrale e giornalistica aveva detto profeticamente con le parole e le immagini grafiche.
L’Espressionismo, che aveva innalzato la bandiera del rifiuto e del superamento della realtà -quanto meno della realtà dei positivisti- si dimostrava, così, inserito nel vivo e nel profondo della realtà, attuale, verissimo. Liberando gli slanci veementi e visionari, acuendo l’istinto e la sensibilità, esaltando ogni forma spirituale idonea a valorizzare le conquiste fantastiche, l’Espressionismo non poteva non allargare le prospettive e il materiale a disposizione dei disegnatori satirici colti.

E che l’Espressionismo potesse fornire nuovi mezzi a uomini le cui armi erano le immagini grafiche, che potesse essere loro congeniale, lo diceva l’origine stessa della parola Espressionismo, che era un’origine pittorica: era il titolo di un gruppo di quadri esposti a Parigi nel 1901, al Salone degli Indipendenti, dal pittore J.A.Hervé. E infatti l’Espressionismo divenne un po’, in tutta Europa, un importante momento della storia della pittura e delle altre arti figurative; ebbe cioè ancora più fortuna che nella letteratura, dove si impose solo in Germania. Poco più tardi doveva arrivare il grande momento del cinema espressionista tedesco.

Molti fra gli spunti più autentici e accesi dei disegni politici tedeschi rivelano una componente espressionistica; cioè l’ispirazione di tante immagini di contenuto politico, sociale e morale è nell’intensa stagione dell’Espressionismo. Da essa derivano a quei disegni, litografie, ecc. le caratteristiche che li distinguono dai prodotti della satira grafica e dell’umorismo politico stranieri, dai cartoon anglo-americani ai disegni, spesso di perfetta intelligenza, fatti in Francia, in Italia e altrove.

E’ dal travaglio culturale della Germania della Grande Guerra e di Weimar -travaglio che continua, sia pure contrastandolo, quello del naturalismo o almeno degli spunti dinamici di quest’ultimo – che discendono ai disegni tedeschi il loro carattere drammatico, la loro forza, quel loro affrontare gli aspetti più ingrati della condizione dell’uomo e del tedesco, quella loro rinuncia al sorriso e allo humour distaccato (spesso fatuo) quali obiettivi unici della satira. La satira di questa particolare tradizione germanica è sempre battaglia e scontro di idee, anche quando è meno aggrottata, anche quando non investe frontalmente i grandi problemi; ed è particolarmente intensa quando tratta del destino, della guerra, della fame, della morte.

La morte è spesso presente nelle vicende, nelle fantasie e nelle opere d’arte nordiche; la temperie del settentrione è ancora per molti aspetti medievale, e nel Medio Evo si pensava alla morte più che nel nostro tempo. Per molti uomini la vita stessa era veramente preparazione alla morte, perché solo con la morte cominciava la vita. Ma non è quest’ultima morte, la morte di colui che crede, che è spesso evocata dalla satira d’arte germanica; é invece la nera avversaria dell’ultima partita a scacchi, è la nemica inesorabile che spegne le creature intorno a sé. Come nelle danze macabre dipinte nelle chiese e negli ossari riddano tutti i tipi umani della società medievale – scheletri con la corona di re, scheletri con la mitra di vescovo, scheletri coi brandelli dei panni sontuosi di cui si vestivano i banchieri e i ricchi mercanti, scheletri con le armature dei guerrieri, scheletri di giullari e di folli, di miserabili servi e di mendicanti – così nella fosca satira tedesca compaiono i poveri uomini-numero e, assieme, quasi sempre in una luce sinistra, i potenti che decidono il destino delle nazioni, che stregano i popoli per portarli alla sciagura e al dolore; sono i guerrieri, i generali, i governanti. i demagoghi, i mercanti di cannoni.

I secoli della satira letteraria germanica

Dicevamo di un’ispirazione culturale, soprattutto naturalista ed espressionista, del moderno disegno satirico in Germania. Meglio ancora bisognerebbe parlare di una nativa sensibilità dei disegnatori influenzata dalla cultura tedesca postbismarckiana (la quale poi, pur nei suoi aspri contrasti, è un po’ come se fosse un nuovo Sturm und Drang, un nuovo Romanticismo, un ritorno alla temperie di prima della rivoluzione industriale e anzi prima del razionalismo e del nuovo umanesimo).
Una sensibilità nativa la quale interpreta e riprende motivi, temi e modi che derivano da un patrimonio nazionale antico di secoli. I disegni del “Simplicissimus” , quelli più significativi in quanto più tedeschi, sono come sono perché prima di loro c’è stata nella cultura germanica una ricca vena satirica, a volte popolaresca, a volte letterata, e più spesso l’una e l’altra; c’è stata anzi quella che suol chiamarsi la letteratura popolare.

C’è stata la tradizione di Eulenspiegel e di Hans Sachs, di Fischart e di Moscherosch, di Grimmelshausen e anche di Heine, di Hascek – che non è tedesco, ma il cui soldato Schweyk ci rammenta che la sua patria boema fu parte del Sacro Romano Impero fin dalle origini – e di Bertolt Brecht.
C’è un’innegabile continuità in questa successione di letterati, cantastorie e poeti i quali anche alla satira affidarono il loro messaggio. Lo Schweyk di Hascek e di Brecht è un po’ anche il Simplicius Simplicissimus di Grimmelshausen ed è anche Till Eulenspiegel. E’ pure, perché no, quel calzolaio Voigt che sotto Guglielmo II si inventò capitano dell’esercito, si fece prendere sul serio dalle autorità e dai cittadini di Koepenick nel Brandeburgo e così ebbe la soddisfazione di mandare ad effetto una beffa storica, a memorabile scorno dei generali, dei pezzi grossi e di un pubblico pecorone. Il calzolaio Voigt arrivò a ordinare l’arresto del borgomastro “per avere rubato il denaro del popolo”.

Forse questi personaggi, prima d’essere creazioni letterarie e figure dell’arte, sono un po’ maschere nazionali ed espressione della peculare ironia dei tedeschi, così poco humour, non propriamente sottile e però tanto carnosa, irruenta e robusta, tanto rivolta alle grandi realtà e ai profondi sentimenti della vita più che ai giochi d’intelligenza e agli estetismi. L’ironia tedesca non è aristocratica e sottile come quelle di Francia e di Inghilterra, bensì plebea; però in essa è una forte componente ideologica e morale. E al popolano, Simplicius come Schweyk, ingenuo, bislacco e nel fondo acuto e savio, che si fanno muovere gli assalti alle storture della società e del costume. Peraltro non sono da popolano le cose che dicono, i problemi che pongono, la casistica che impongono. In verità nel popolano di questo tipo sono anche idealmente il dotto, il pensatore, lo scopritore dei segreti dell’uomo e del mondo, il Faust.

Il quale ultimo, per parte sua, è uomo del popolo e non aristocratico esteta, peccatore combattuto, non beneficiario del virtuoso equilibrio del saggio. Sono i contrasti tipici di un popolo geniale e brutale, spiritualmente coraggioso e poi torvo, di un popolo che è ancora – nelle sue pieghe più riposte, nell’inclinazione al pensiero e nella barbara cecità medievale, una stirpe in cui la forza d’animo, il coraggio di guardare in alto e anche l’abiezione, la fierezza e la prostrazione servile sono sempre termini obbligati della vicenda umana. Sono ancora le forti ed aspre realtà che esaltarono ed oppressero l’uomo del Medio Evo, quando le certezze dell’età feudale e tomistica e le intuizioni destinate a generare la Rinascenza e la Riforma si scontravano, negli uomini che presentivano il futuro, si scontravano, come correnti marine in uno stretto. Fu soprattutto del Medio Evo la durezza del dilemma fra Dio e il mondo, fu soprattutto del Medio Evo la certezza della presenza di Satana nella vita dell’uomo.

Continuità dunque e ripresa di temi e di spunti che prima d’essere trattati da un poeta erano stati trattati, con diversa sensibilità, da un altro poeta e prima da un altro ancora, decenni e secoli più avanti; e tutti si sono rifatti a un grande patrimonio, l’anima popolare tedesca.
E’ stato scritto, acutamente: “In Germania gli atteggiamenti, le stratificazioni successive, dei momenti letterari come, potremmo dire, di qualsiasi altra espressione di vita, mantengono una singolare vitalità: i vari problemi interiori, i vari moduli espressivi di un’epoca non sono mai compiutamente superati e conclusi, sembrano anzi ribellarsi ad una conclusione e passano ancora vitali e inquieti nell’epoca successiva, intrecciandosi con gli orientamenti nuovi in una caratteristica esuberanza di motivi sempre attuali. Di qui una maggiore lentezza del processo di evoluzione, ma anche una maggiore intensità, vorremmo dire una maggiore drammaticità: Medio Evo, Rinascimento, lluminismo rimangono nell’animo tedesco ancora aperti, drammi tuttora incompiuti” (Ugo Déttore, Introduzione allo ‘Avventuroso Simplicissimus di H.J.C. Grimmelshausen’, Milano, Mondadori, 1954, p.8).

Si usa pensare, con buone ragioni, che sui tedeschi non è mai scesa la benefica grazia dello humour; che l’umorismo germanico se non è barbaro è brutale; che in questa nazione non è pensabile un umorista del garbo di Molière; che una commedia tedesca si può dire non sia mai esistita (con le eccezioni della ‘Minna von Bernheim’ di Lessing, in ‘Der zerbrochene Krug’ di Heinrich von Kleist (scrittore non sereno: finì suicida), di ‘Weh dem, der luegt’ di F. Grillparzer, in ‘Der Schwierige’ di H. von Hoffmannsthal e di poche altre cose). Eppure il filone della satira e della polemica, ridanciane ma fustigatrici e moraleggianti, risale ben lontano nella storia della letteratura germanica, risale – se non alle origini remotissime dei tempi merovingi, delle tradizioni orali e dei primi componimenti scritti in caratteri runici – alla grande fioritura letteraria trovadorica, a quell’età degli Hohenstaufen – dal quarto decennio del sec.XII al sesto del XIII – che fu aurea per la poesia e per la prosa scritte in lingua ormai nazionale, tedesca.

Walther von der Vogelweide, il maggiore dei poeti della Germania medioevale, nato nei pressi di Bolzano, scrisse magnifiche canzoni su temi politici e d’interesse contemporaneo e perciò conferì al genere della poesia civile dignità e nobiltà d’arte; così fu subito sancita la legittimità estetica della “vocazione” della letteratura germanica alle cose della società e del costume. Del resto anche il “Parzival” di Wolfram von Eschenbach, poeta e cavaliere, vibrava di una ricca problematica morale, nel contrasto tra alti ideali e impulsi peccaminosi. Che il secolo svevo fosse per la poesia germanica il momento della libertà creativa lo confermava l’alta statura artistica di due poeti che sono considerati minori di fronte a Wolfram e a Walther von der Vogelweide, ossia di Gottfried von Strassburg, autore di un grande poema su Tristano e Isotta, e di Hartmann von Aue, il cavaliere svevo che scrisse “Der arme Heinrich”.

La meravigliosa fioritura sveva finì col secolo XIII. Dal 1300 al 1500 la produzione letteraria fu cortigiana ed aristocratica e quasi solo gli argomenti religiosi, mitici e cavallereschi furono ritenuti degni d’essere divulgati e tramandati coi manoscritti. Ma nel regno di Massimiliano I si aprì l’era del libro stampato e cominciò il rapido declino dell’epica cavalleresca, sostituita dalla narrazione in prosa. Allora le forme comiche e satiriche che già si erano affermate nel Medio Evo acquistarono nuova popolarità; essa durerà, vedremo, fino alla fine del ‘500. Degli ultimi anni di quest’ultimo periodo, che non è ancora Rinascenza ed è piuttosto tardo Medioevo, è una grande collezione di racconti su Till Eulenspiegel, ormai figura nazionale.

Particolare fortuna ebbe nel ‘500 il genere dello Schwank, aneddoto o breve storia arguta con intenzioni satiriche e morali; cospicui sono i meriti letterari degli Schwaenke scritti dal più famoso dei Meistersinger, Hans Sachs (il quale però solo lateralmente si inserisce nella grande tradizione satirica di quel secolo). Venne pure in auge la favola di tipo esopico, anche essa moraleggiante e satirica; anzi essa contribuì a dare un tono a tutto il movimento letterario del Cinquecento tedesco, tanto diverso da altri Cinquecenti. Con la favola “La volpe Reynard”, scritta in basso tedesco da Heinrich von Alkmar (1498) e con la satira “Das Narrenschyff” (La nave dei pazzi) di Sebastian Brant, apparsa nel 1494, si annuncia la netta prevalenza degli elementi satirico-didascalici nella letteratura in volgare del secolo XVI. Abbiamo detto satirici e didascalici; va ribadito che la seconda di queste componenti è essenziale alla satira tedesca e si confermerà ed esalterà nel grande e aspro erede moderno di questo retaggio: la poesia di Brecht è ben spesso didascalica.

Fu una satira, le brucianti ‘Epistulae obscurorum virorum’, scritte contro gli ecclesiastici dall’umanista Johannes Reuchlin, a spianare la strada all’opera impetuosa di Lutero. Lutero scatenò una tal guerra tra fazioni e uomini della letteratura che per tutto il secolo XVI questa fu dominata dagli scritti polemici e satirici. Le maggiori figure letterarie del secolo furono impegnate nelle battaglie politiche, teologiche e culturali. Creatori originali non furono: la rinascenza letteraria fu in Germania un periodo di laboriosa imitazione e di lenta preparazione. Non è stato forse notato che fra l’uno e l’altro dei momenti di grazia della letteratura germanica passano sei secoli (i freschi primordi merovingi intorno al 600 d.C., la fioritura epico-lirica del Duecento svevo e trovadorico, le glorie romantiche dei decenni attorno al 1800). Tuttavia, se grandi non furono, i polemisti e i satirici del Cinquecento ebbero statura maggiore rispetto agli altri umanisti i quali, disdegnando l’impegno nelle questioni del loro tempo, risultarono in definitiva dei retori.

Nel polemizzare contro Lutero riuscì a Thomas Murner, monaco francescano, di utilizzare felicemente taluni spunti spesso ricorrenti nella letteratura e nelle tradizioni popolari, gli spunti cioè connessi con la pazzia e con i matti. Ne derivò il più fortunato e incisivo degli assalti letterari contro Martino e contro la Riforma: il “Von dem grossen lutherischen Narren” (!522). Nel campo avversario, protestante, era un altro gran polemista e scrittore di satire, Johann Fischart, il quale rivolse quasi tutti i suoi scritti contro i gesuiti: anche se la controversia religiosa non era la sola materia della produzione di Fischart. Gettando luce sulla società e sulla cultura del suo tempo, egli faceva rivivere una folla di tipi umani e così adempiva all’ufficio della satira, che è di rappresentare attraverso la distorsione taluni aspetti della realtà. L’ufficio dettato dall’antico ‘Castigat ridendo mores’, che poi è il motto di Simplicissimus: ‘Ridendo raccontare la verità’.

Il primato degli interessi sociali, politici, religiosi e di costume, che era rifiuto della torre d’avorio da parte dei più vivi fra gli intellettuali tedeschi, finì col secolo XVI: col Seicento fioriscono la poesia lirica e quella di edificazione. Ormai si faceva sentire in pieno, col ritardo caratteristico di questo paese, l’influsso del Rinascimento europeo. Poi venne la lunga e violenta tempesta della Guerra dei Trent’anni: fuoco che bruciò o lambì tutti gli alberi della grande foresta germanica. La seconda metà del Seicento vide l’affermarsi della narrativa, in parte per influssi stranieri.
Per esempio il romanzo picaresco di Spagna ebbe parecchi imitatori in Germania. Una delle maggiori opere narrative fu nel 1669 “L’Avventuroso Simplicissimus” di Hans Jakob Christoph von Grimmelshausen, romanzo di costume e realistica descrizione delle cose della Guerra dei Trent’anni. Un’opera che affonda le sue radici in quel Medio Evo in cui lo spirito tedesco si formò, ma che ricrea il clima ‘moderno’ che circondò Simplicius, protagonista non più epico ma quasi borghese. Si caccia in tante situazioni difficili, si beffa di tanti personaggi e tanti valori e al tempo stesso sente i fermenti e le gioie della cultura umanistica e razionalista. I suoi erano tempi di forti contraddizioni. Dopo un tremendo trentennio di guerra fratricida, molte decine di piccole corti tedesche si misero a scimmiottare Versailles e la Francia. Poche cose al mondo erano più estranee dei francesismi alle realtà e alle tradizioni dei paesi tedeschi governati da quelle corti, paesi che magari non erano la vasta Baviera né il forte Brandeburgo, erano solo il Cleves-Juelich o lo Schaumburg-Lippe.

Agli inizi dell’Ottocento arriviamo all’animosa battaglia di Heinrich Heine, condotta soprattutto attraverso le intenzioni della satira contro quelli che considerava gli aspetti deteriori dei tedeschi e della loro patria.
Fu considerato un sovvertitore, eppure era profondamente tedesco e il suo dileggio era mosso da amore. Così è per tutta la satira germanica: critiche e atti d’accusa contro la nazione le quali in realtà sono delle confessioni, degli autodafé, delle macerazioni, degli sforzi di contrizione. Con Christian Friederich Hebbel, che dal 1840 e il ’63 scrisse numerose tragedie, comincia l’era del dramma borghese: esso inevitabilmente motivò e influenzò la satira nazionale.

Monaco, la capitale bavarese in cui nel 1896 uscì la rivista ‘Simplicissimus’, era la sede naturale per uno sforzo progressista. I suoi regnanti, i Wittelsbach, avevano fatto della città un centro di cultura moderna e di arti figurative. Lì agiva la grande editoria e vigevano una particolare tradizione locale e un’atmosfera ‘meridionale’. Di Monaco Thomas Mann scrisse che “L’arte allunga sopra la città il suo scettro recinto di rose, e sorride”.
E Carlo Levi, andato a Monaco alcuni anni dopo la fine del nazismo, vi andò in cerca dei Rilke, dei George, dei Wedekind, dei fratelli Mann, degli Ibsen, dei Daubler, dei Kurt Eisner e degli altri intellettuali ed artisti di quel mondo che tanto spesso scandalizzava i borghesi.
Purtroppo da Monaco prese le mosse il nazismo: ma questo è il meno del paradosso tedesco.

Oggi la Germania è il Quarto Reich. La nozione di Reich non implica più quella di grande impero. Implica solo una Germania che esprima tutto il vigore e la capacità d’asserzione di cui è storicamente dotata.
Il riscatto dei tedeschi dai tiranni e dai sovrani di due millenni fu dall’età guglielmina il sogno della satira colta e della cultura germaniche.
Un popolo tedesco rinsavito che abbia orrore di due carneficine mondiali e della progressiva degenerazione delle coscienze dal regno dell’ultimo Kaiser a quello di Adolf Hitler. Della temperie degli anni di lotta non tutto è finito nel nostro tempo, in cui tanto scemate sono la tensione e la carica polemica del progressismo germanico. Non è stata inutile la battaglia naturalista ed espressionista di oltre un secolo e mezzo fa. Non sono stati inutili gli anni di combattimento della satira politico-sociale: dalla parte dell’uomo.

Antonio Massimo Calderazzi

PER UNA POLITICA ECONOMICA CHE SIA VERAMENTE TALE IN ITALIA E IN EUROPA

Le accese polemiche che si sono susseguite in questi ultimimesi intorno alla manovra economica approntata dal nostro Governo e appena approvata dalle Camere, e le serrate trattative con la Commissione europea sul livello di deficit strutturale ammissibile, ci dovrebbero indurre a compiere alcune riflessioni, innanzitutto sul ruolo della politica economica e sull’obiettivo prioritario che essa ha il compito di perseguire.

Mi sembra doveroso, a questo proposito, partire dalla lezione di Federico Caffè. Come ebbe modo di scrivere in diverse occasioni, rifacendo sia quanto aveva già messo in rilievo Gustavo Del Vecchio (1883-1972)[1], scopo precipuo della politica economica è quello di far uso della conoscenza come guida dell’azione e i soggetti destinatari di tale indirizzo non sono solo gli organi di governo, ma anche gli altri operatori economici, siano essi pubblici o privati, interni o internazionali. Occorre però un’importante precisazione: “uno studio inteso a essere di guida all’azione non può confondersi o identificarsi con l’azione stessa. Questa, mentre da un lato implica poteri di decisione che mancano di regola (e comunque non sononecessari) a chi attenda a compiti soltanto di studio, dall’altra richiedegeneralmente l’integrazione degli utili elementi per tal via ottenuti conconsiderazioni di diversa natura e provenienza, a opera appunto di chi abbia il potere e la responsabilità di decidere”[2].

In tal modo Caffè sottolineava come non potesse mai venir meno il ruolo dei responsabili politici, ai quali soltanto spetta di adottare le decisioni inerenti alle azioni di politica economica da intraprendere, assumendosene l’onere. Il compito dello studioso (o del “tecnico” se così vogliamo chiamarlo) deve limitarsi ai suggerimenti o indicazioni per i problemi concreti, con l’avvertenza che essi comunque avranno un carattere inevitabilmente parziale, non potendosi delineare “quel prolungamento della conoscenza nell’azione (…) come predisposizione di categoriche norme e di conclusivi precetti, pronti per l’uso”[3], che lungi dall’avere una valida portata sistematica si rivelerebbero soggetti ad una rapida obsolescenza. Né, tantomeno, si può identificare la scienza economica in modo esclusivo con un determinato indirizzo “attribuendo ad esso una posizione di egemonia che, di fatto, non ha[4].

Già all’epoca, infatti, Caffè metteva in guardia dal “riflusso neoliberista”, che acriticamente sottolineava “la validità del mercato, come forma organizzativa dell’assetto sociale, senza tener conto delle numerose dimostrazioni fornite, attraverso il tempo, dei «fallimenti del mercato». (…) Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[5]. Ovviamente anche l’azione della mano pubblica non è esente da errori e fallimenti, ma è anacronistico trattare le imperfezioni del mercato come aventi un carattere del tutto secondario rispetto a quelle dell’intervento pubblico.

Quanto all’obiettivo generale che deve perseguire la politica economica, non vi è dubbio che esso debba risiedere innanzitutto nell’accrescere il benessere umano. Caffè, richiamando un intervento tenuto nell’aprile 1963 a Roma dall’economista olandese Jan Tinbergen (1903-1994) durante la conferenza L’organizzazione dell’attività produttiva al servizio dell’uomo[6] annotava che “assumendo il benessere umano come obiettivo generale da massimizzare con le misure di politica economica, il Tinbergen considera che ne formino elementi costitutivi non soltanto i beni materiali, ma tutti quegli elementi – ideali, educativi, culturali – che riflettono i valori umani della nostra epoca storica”[7]. Tale impostazione era pienamente condivisa da Caffè, il quale era ugualmente consapevole del fatto che i diritti fondamentali sanciti nella nostra Costituzione dovessero rappresentare il quadro di riferimento a cui si doveva conformare anche la politica economica, che deve perseguire i propri obiettivi al fine di assicurare appunto il benessere generale e non gli interessi di pochi: “quando manchi l’organizzata volontà umana programmatrice, inevitabilmente gli interessi sezionali finiscono per prevalere su quelli della collettività”[8]. Il suo impegno in questa direzione è tra l’altro testimoniato dalla partecipazione ai lavori della Commissione economica del Ministero della Costituente, presieduta da Giovanni Demaria (1899-1998), il cui Rapporto in 12 volumi rappresenta il più alto contributo degli economisti italiani dell’epoca alla formulazione della carta costituzionale repubblicana.

D’altra parte lo stesso Demaria era fermamente convinto che lo Stato dovesse farsi promotore del miglioramento sociale, essere cioè fattore di produzione ossia “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo. Quando lo stato operi lungo la linea ascendente del progresso dell’umana personalità agisce certamente come fattore di produzione, perché se l’organizzazione statale produce sempre qualche cosa (…), solo quando innalza la vita privata e sociale ad un piano storicamente superiore rispetto a posizioni spirituali, economiche e politiche arretrate può dirsi fattore di produzione rilevante per il patrimonio dei valori morali e materiali”[9]. Lo stato sociale moderno avrebbe dovuto quindi agire per limitare al minimo le diseguaglianze economiche e sociali, assicurare un certo grado di “benessere organico”, costituito da tutto ciò che è necessario alla vita dei singoli per renderla anzitutto possibile e poi piacevole, dal momento che “un benessere collettivo che comportasse la povertà di una parte della popolazione degraderebbe il povero e infetterebbe con la sua degradazione l’intero ambiente in cui vive, e tutto ciò che può degradare un paese può degradare un continente”[10]. Parole quanto mai profetiche rispetto alla situazione attuale dell’Europa.

Tali premesse erano necessarie per capire di cosa dovrebbe veramente occuparsi la politica economica e non è difficile capire che in questi ultimi tre decenni poco si è fatto sia in Italia sia in Europa per avvicinarsi a questi scopi. È del tutto attuale pertanto l’amara constatazione di Tullio Bagiotti (1921-1983) riguardo alla legislazione economica del nostro paese (che si potrebbe ben estendere a quella europea): “una legislazione da bottegai (…) avversata o sostenuta da una critica economica da bottegai. I propositi della Costituzione (…) sono stati disinvoltamente pretermessi. Il tutto a pregiudizio dei diritti dell’uomo, di libertà, e opportunità, che la Costituzione formalmente garantisce. E indubbiamente a pregiudizio della società, cui i diritti individuali sono fondamento e premessa”[11].

La politica economica nell’ambito dell’Unione Europea, a partire dal Trattato di Maastricht (1992) e ancor più dopo l’inizio della crisi finanziaria del 2007-08, è stata plasmata al solo fine di perseguire il rispetto dei parametri fissati dal trattato medesimo (i valori-soglia del rapporto deficit/PIL e di quello debito/PIL[12]), una disciplina di bilancio finalizzata al pareggio[13] e il mantenimento della stabilità dei prezzi[14] (ossessione tutta tedesca). Questa tendenza si inserisce nell’alveo della tradizionale attenzione che il diritto comunitario ha sempre dedicato allo sviluppo del mercato unico e alla conseguente tutela della libertà di concorrenza e della libera circolazione delle merci, dei servizi e delle persone.

L’attuazione e la protezione dei diritti sociali è stata subordinata a questi obiettivi. Infatti, sebbene l’art. 3 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) affermi, al paragrafo 1, che essa “si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, subito dopo (paragrafo 3) precisa che “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”. Dall’impostazione di questa norma si evince come la piena occupazione e il progresso sociale svolgano un ruolo secondario rispetto allo scopo principale della crescita equilibrata e della stabilità dei prezzi. Né deve trarre in inganno l’espressione “economia sociale di mercato”, concetto di derivazione tedesca[15], volto a precisare come l’apporto dello Stato debba limitarsi ai soli interventi strettamente indispensabili a evitare i fallimenti di mercato, cui è stato aggiunto il correttivo “fortemente competitiva” per sgombrare il campo da eventuali equivoci, ribadendo la supremazia dell’approccio liberista.

Ciò è ulteriormente confermato dalle disposizioni del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Anche qui l’art. 9 afferma solennemente che “nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione tiene conto delle esigenze connesse con la promozione di un elevato livello di occupazione, la garanzia di un’adeguata protezione sociale, la lotta contro l’esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute umana” e il medesimo principio è ribadito all’art. 151, che apre il Titolo X del TFUE, intitolato “Politica sociale”, in cui si legge che “l’Unione e gli Stati Membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali, (…) hanno come obiettivi la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione[16].
Ma già nel successivo comma 2 è contenuta la significativa precisazione che nel porre in atto tali scopi l’Unione deve tener conto della “necessità di mantenere la competitività dell’economia” e l’art. 119, paragrafo 2, stabilisce chiaramente che le politiche economiche generali nell’Unione sono sostenute “conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”, fatto salvo l’obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi .

Consideriamo infine la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata il 7 dicembre 2000 e adottata nel 2007, e ora inserita a pieno titolo tra le fonti normative dell’Unione in virtù del richiamo operato dall’art. 6 del TUE[17]. Nonostante il notevole progresso rappresentato dal fatto che nel Preambolo si afferma che l’Unione “pone la persona al centro della sua azione istituzionale”, anteponendo tale principio alla salvaguardia della “libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali”, la tutela approntata per i diritti sociali, di cui si occupa prevalentemente il Titolo IV (Solidarietà) appare piuttosto debole e meno incisiva rispetto alle disposizioni costituzionali di molti Stati membri.

Queste sono le fondamenta su cui è stato successivamente costruito, con vari interventi regolatori tra il 1997 e il 2013[18], il Patto di Stabilità e Crescita, ossia l’edificio di controlli preventivi e interventi correttivi demandati alla Commissione europea, che ha il compito di vigilare sul rispetto dei parametri stabiliti dalle norme dell’Unione e di proporre al Consiglio l’adozione di eventuali sanzioni nei confronti degli Stati membri inadempienti[19].

Un sistema di restrizioni che si inserisce nella cornice di un’unione monetaria rimasta largamente incompleta. Come è stato sottolineato da più parti non è possibile, mediante il bilancio dell’Unione, attuare politiche di stabilizzazione anticiclica; non sono consentiti trasferimenti tra gli Stati membri per colmare differenziali di competitività, né per intervenire in caso di squilibri delle bilance commerciali (notoriamente la Germania registra consistenti avanzi nei confronti dei paesi della zona Euro con effetti negativi su questi ultimi[20]); infine la BCE non può ricoprire il ruolo di prestatore di ultima istanza, in quanto espressamente vietato dall’art. 123 TFUE[21]. Tali criticità espongono a gravi rischi tutte le economie dei paesi dell’Unione Economica e Monetaria, soprattutto di quegli Stati il cui debito pubblico è più elevato e detenuto in misura consistente da investitori stranieri. Essi sono così in balia degli umori dei mercati finanziari e delle valutazioni, tutt’altro che disinteressate, delle agenzie di rating. Il caso della Grecia è esemplare e avrebbe dovuto far riflettere i responsabili politici europei sui rimedi da adottare, ma così non è stato. Piuttosto che affrontare i problemi irrisolti dell’area valutaria europea, si è preferito ricorrere a odiosi programmi di aggiustamento macroeconomico, che hanno gravemente impoverito la popolazione[22]. È così che si persegue il benessere dei popoli?

Un respiro completamente diverso, invece, hanno le disposizioni della nostra Costituzione, ispirate ad un progetto ambizioso di Stato sociale, in cui il benessere della persona umana assume una posizione centrale e in cui, conseguentemente, il rispetto e la realizzazione dei diritti sociali hanno un ruolo preminente, a cui vanno subordinati i principi dell’organizzazione economica. Ciò si evince fin dall’art. 1, dove si proclama che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (si veda su questo tema quanto ho già scritto nell’articolo “Le radici della Repubblica”); dall’art. 3 che solennemente afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; dall’art. 4 in base al quale “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Ricordiamo infine tutte le fondamentali norme contenute nel Titolo III (Rapporti economici) della I Parte della Costituzione, riguardanti sempre il lavoro (artt. 35, 36, 37), l’assistenza sociale (art. 38), l’organizzazione sindacale e il diritto di sciopero (artt. 39 e 40), l’iniziativa economica privata, la quale è libera, ma che, come sottolinea l’art. 41, comma 2, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, la proprietà sia pubblica che privata e i limiti di quest’ultima “allo scopo di assicurarne la funzione sociale” (art. 42), il diritto, “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro”, dei lavoratori di collaborare alla gestione delle aziende (art. 46), l’incoraggiamento e la tutela del risparmio in tutte le sue forme, l’accesso alla proprietà dell’abitazione, e l’investimento azionario, diretto o indiretto, nei grandi complessi produttivi del paese (art. 47).

In questo quadro si innesta la recente revisione degli artt. 81, 97 e 119 Cost. (legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1), che ha introdotto il cosiddetto vincolo del pareggio di bilancio. Sono ormai note le circostanze che hanno portato tra il 2011 e il 2012, nel breve volgere di pochi mesi, senza quasi alcun dibattito, all’adozione del provvedimento. Nel clima di incertezza generale provocato dalla crisi dei debiti sovrani, sicuramente decisiva fu la lettera, del tutto irrituale, che il 5 agosto 2011 Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (l’uno governatore uscente, l’altro entrante della BCE) indirizzarono al Governo italiano e nella quale, tra le altre cose, statuivano che “a constitutional reform tightening fiscal rules would also be appropriate”[23]. In realtà la missiva riecheggiava, anche se in maniera più drastica, quanto già stabilito dal Patto Euro Plus del marzo dello stesso anno[24], ma senza dubbio essa produsse una forte accelerazione nell’avvio dell’iter di approvazione della nuova disciplina. Nonostante le evidenti pressioni provenienti da Bruxelles, è bene sottolineare che la scelta di procedere mediante revisione della Costituzione fu squisitamente politica (pertanto non imposta dalla normativa UE come si volle far credere all’epoca[25]), giustificata dalla nostra classe dirigente con la necessità di dare un “segnale forte” ai mercati e ristabilire la “buona reputazione” del nostro Paese, che, è il caso di ricordare, fin dalla nascita dello Stato unitario nel 1861 ha sempre onorato il proprio debito pubblico, diversamente dall’ “affidabile” Germania[26].

Molti hanno contestato, a vario titolo, l’introduzione di tale principio nella nostra Costituzione. Tuttavia occorre notare che la formulazione originaria dell’art. 81 e in particolare l’ultimo comma che recitava “ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte” aveva, secondo alcuni Costituenti, proprio lo scopo di assicurare il tendenziale pareggio del bilancio[27].

La norma era stata fortemente voluta da Luigi Einaudi, il quale riteneva che l’iniziativa in materia di bilancio dovesse essere limitata al Governo, negandola ai membri delle Camere. Egli infatti temeva che i deputati, per rendersi popolari, potessero proporre “spese senza nemmeno rendersi conto dei mezzi necessari per fronteggiarle”[28]. L’on. Ezio Vanoni appoggiò questa tesi, affermando esplicitamente che essa era una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che fosse opportuno che anche dal punto di vista giuridico il principio fosse sempre tenuto presente alla mente di coloro che proponessero nuove spese: “Il Governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agita nel Paese e che avanza proposte che comportino maggiori oneri finanziari”[29].

Nella concezione di Einaudi (e di altri economisti dell’epoca) il pareggio tendenziale di bilancio era una questione di buon senso e assumeva una dimensione morale, equiparando in questo caso l’azione dello Stato a quella prudente del buon padre di famiglia che ha un dovere verso i figli, verso le generazioni future[30]. È significativo quanto egli scriveva in una lettera del 13 dicembre 1948 indirizzata al Ministro del Tesoro Giuseppe Pella: “Se si suppone che l’ultimo comma dell’art. 81 non possa disgiungersi dal bilancio, ossia dal pareggio, se ne deduce la conseguenza che il legislatore costituente abbia voluto affermare l’obbligo di governi e parlamenti di fare ogni sforzo verso il pareggio. (…) Se si suppone invece che si tratti soltanto di un divieto “di non alterare in peggio”, non si consacra quasi, almeno per l’esercizio in corso, la permanenza del disavanzo? Non si riconosce in questa maniera ai disavanzi previsti al principio dell’anno, quasi un diritto a perpetuarsi? Che cosa si direbbe di un padre di famiglia il quale, malauguratamente per lui, al principio dell’anno prevede di avere un reddito di 50000 lire al mese ed una spesa di 70000; ma, poiché durante l’anno le sue entrate crescono da 50000 a 55000 lire al mese, si dimentica delle 20000 lire di vuoto che ha nel suo bilancio ed allegramente seguita a far debiti per 20000 lire consacrando le 5000 lire di maggior reddito a portare il totale delle sue spese da 70000 a 75000 lire? Si direbbe che costui è assai imprevidente, ed un po’ per volta il credito verrebbe a mancargli, così che ben presto sarebbe costretto forzatamente a ridurre le sue spese nei limiti della disponibilità. Lo stato si può comportare diversamente? (…) Se così fosse, il valore dell’articolo 81 non si ridurrebbe a nulla?”[31].

Il dispositivo del quarto comma dell’art. 81 che, secondo l’intendimento di Einaudi, mirava a garantire l’equilibrio del bilancio con l’obbligo del pareggio della spesa incrementale, si sarebbe però presto dimostrato insufficiente a governare il complesso sistema finanziario di una democrazia sociale, che come abbiamo prima visto si era posta scopi assai ambiziosi.

Tale problema era stato invece ben compreso da Demaria e dalla già menzionata Commissione economica da lui presieduta in seno al Ministero della Costituente. Nel quinto volume del suo Rapporto, dedicato alla Finanza, sui temi relativi al bilancio aveva adottato un’altra prospettiva, ritenendo che la solidità della situazione finanziaria non potesse poggiare unicamente su un equilibrio formale tra spese ed entrate, bensì su un “più profondo e sostanziale equilibrio tra attività finanziaria e attività economica in genere”[32].

Il fenomeno finanziario doveva essere messo in relazione con l’intera attività economica del paese. Solo in tal modo sarebbe stato possibile accertare se la politica delle entrate e delle spese fosse ben indirizzata, il pareggio di bilancio effettivo e valutare le ripercussioni dell’attività finanziaria, con tutte le sue complessità, sul reddito reale della collettività. “L’attività dello Stato in materia economica ed i relativi interventi – si legge nella relazione – si svolgono non soltanto attraverso la diretta gestione statale, ma più spesso mediante enti economici, variamente organizzati sicché è indispensabile tener conto non solo direttamente delle entrate e delle spese statali, quali risultano dal bilancio, e delle relative conseguenze, ma altresì della complessa attività e della gestione di tutte queste forme di amministrazione indiretta, la cui importanza diventa di giorno in giorno più evidente. Si tratta pertanto di sostituire sempre più ad un semplice bilancio finanziario un vero e proprio bilancio economico”[33].

Nel Rapporto si faceva riferimento anche allo strumento dei bilanci pluriennali, dal momento che l’attività statale “si svolge nel tempo senza soluzione di continuità”, così che “le conseguenze della spesa pubblica impiegano un certo intervallo di tempo per spiegare i loro effetti. Da ciò deriva, secondo alcuni, che è artificioso richiedere che l’equilibrio di bilancio si consegua puntualmente in ciascuno esercizio e non piuttosto in periodi più lunghi, tanto più che la vita economica (di cui il bilancio statale è, come è noto, un fattore nello stesso tempo determinato e determinante) non si svolge come un flusso uniforme, ma è caratterizzato da ondate alterne di prosperità e di depressione”[34].

In quest’ultimo caso, in particolare, poteva essere necessario abbandonare il canone di un bilancio in equilibrio, “dovendosi rinviare a periodi più prosperi” il proposito di ristabilirlo, con l’importante precisazione che “l’entità del reddito reale collettivo costituisce il limite della politica congiunturale la quale, pertanto, mentre deve preoccuparsi di attuare una accorta redistribuzione degli oneri derivanti dalla congiuntura, deve avere come fine precipuo, attraverso la politica delle entrate e delle spese, di incrementare appunto il livello del reddito predetto”[35].

Non lontano da questa impostazione si pongono le sentenze della Corte costituzionale che, a partire dagli anni ’60, hanno definitivamente escluso che l’art. 81 potesse contenere un obbligo giuridico al pareggio di bilancio[36]. Nella famosa sentenza n. 1 del 1966 la Corte infatti stabilì che “il precetto costituzionale attiene ai limiti sostanziali che il legislatore ordinario è tenuto ad osservare nella sua politica di spesa, che deve essere contrassegnata non già dall’automatico pareggio di bilancio, ma dal tendenziale conseguimento dell’equilibrio tra le entrate e la spesa”, tenendo conto dell’ “insieme della vita finanziaria dello Stato, che (…) non può essere artificiosamente spezzata in termini annuali, ma va, viceversa, considerata nel suo insieme e nella sua continuità temporale” in un’epoca in cui “i traguardi (…) che la comunità nazionale assegna a se stessa, impongono previsioni che vanno oltre lo stretto limite di un anno e rendono palese la necessità di coordinare i mezzi e le energie disponibili per un più equilibrato sviluppo settoriale e territoriale dell’intera collettività”. Questa interpretazione “estensiva” era ritenuta maggiormente rispondente alla lettera e allo spirito della Costituzione e in ultima analisi, aggiungo, capace di garantire l’effettiva attuazione del progetto di economia autenticamente sociale disegnato dalla nostra carta fondamentale e la messa in pratica di una politica economica coerente con esso[37].

Può dirsi la stessa cosa dell’art. 81 così com’è formulato oggi? Il testo attuale, in realtà, non parla espressamente di pareggio di bilancio, bensì del fatto che “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. Per capire meglio il concetto di equilibrio occorre rifarsi alla legge cosiddetta rinforzata (legge 24 dicembre 2012, n. 243), approvata ai sensi del comma 6 dell’art. 81[38]. Da essa si ricava che “l’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo di medio termine” (art. 3, comma 2, l. 243/2012). Questo a sua volta equivale al “valore del saldo strutturale individuato sulla base dei criteri stabiliti dall’ordinamento dell’Unione europea” (art. 2, comma 1, lett. e), vale a dire al “saldo del conto consolidato corretto per gli effetti del ciclo economico al netto delle misure una tantum e temporanee” (art. 2, comma 1, lett. d). Si tratta quindi di usare un metodo di calcolo piuttosto complesso, non esente da critiche e in fin dei conti discrezionale (non sarebbe di certo piaciuto a Einaudi)[39]. La conclusione pratica è che l’equilibrio di bilancio si diversificherà a seconda che si sia in presenza di una fase avversa o favorevole del ciclo economico, e ciò ovviamente non corrisponde ad un pareggio del bilancio. Non sembra ci si discosti molto, quindi, dall’interpretazione data dalla Corte Costituzionale del testo pre-vigente dell’art. 81.

Passando al secondo comma, scopriamo che esistono solo due casi in cui è possibile ricorrere all’indebitamento (deficit di bilancio):  a) “al fine di considerare gli effetti del ciclo economico”, quindi per attuare politiche anticicliche; b) “previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Questi, in base all’art. 6 della legge 243/2012, la quale non fa altro che riprendere quanto già stabilito nei regolamenti UE, sono “periodi di grave recessione economica relativi anche all’area dell’euro o all’intera Unione europea” ed “eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali, con rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria generale del Paese”. Rimane invece vietato il ricorso all’indebitamento “per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie[40]”, tranne nel caso in cui si verifichino gli eventi eccezionali di cui sopra (art. 4, comma 4, legge 243/2012).

Da quanto sin qui detto, dunque, anche in base all’attuale formulazione dell’art. 81 sembrano esserci sufficienti margini di flessibilità, tali da non rendere incompatibile la nuova disciplina di bilancio con l’impianto generale della nostra Costituzione e in particolare con la tutela dei diritti sociali. Tanto più che la legge costituzionale 1/2012 fa un’importante precisazione, laddove prescrive che “lo Stato, nelle fasi avverse del ciclo economico o al verificarsi degli eventi eccezionali (…) anche in deroga all’art. 119 Cost., concorre ad assicurare il finanziamento, da parte degli altri livelli di governo, dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali” (art. 5, lett. g).

Bisogna però tener presente che l’intera materia va interpretata in base al diritto UE, il quale, oltre ad operare all’interno del nostro ordinamento in virtù degli artt. 11 e 117, comma 1, della Costituzione[41], viene espressamente richiamato a più riprese dalla legge 243/2012 e soprattutto da altri due articoli della Carta costituzionale novellati dalla riforma del 2012: l’art. 97, comma 1, nel quale si legge che “le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico” e l’art. 119, comma 1, per cui Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane “concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”.

Tutto questo significa che gli elementi di flessibilità prima individuati in realtà vanno letti alla luce dei regolamenti e delle direttive che nell’ambito dell’UE si occupano delle politiche di bilancio, dei possibili scostamenti dai valori di riferimento e delle procedure attraverso le quali questi vanno eventualmente corretti. Tornando, ad esempio, al concetto di equilibrio di bilancio, come abbiamo visto esso corrisponde all’obiettivo di medio termine (OMT), che in base al regolamento 1466/97, è specifico per ogni Stato membro, rivisto ogni tre anni e volto a conseguire un disavanzo strutturale inferiore all’1% (art. 2-bis). Questo limite è abbassato allo 0,5% per i paesi aderenti al Fiscal Compact, tra cui il nostro. Inoltre per gli Stati che non hanno ancora raggiunto il loro OMT è previsto un percorso di avvicinamento con cadenza annuale. In tal caso “la crescita annua della spesa non supera un tasso inferiore al tasso di riferimento a medio termine del potenziale di crescita del PIL, a meno che il superamento non sia coperto da misure discrezionali sul lato delle entrate” (art. 5.1, comma 3, lett. b).  Deviazioni temporanee sono ammesse solo in caso “di importanti riforme strutturali idonee a generare benefici finanziari diretti a lungo termine, compreso il rafforzamento del potenziale di crescita sostenibile, e che pertanto abbiano un impatto quantificabile sulla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche” (art. 5.1, comma 7) oppure in caso di eventi eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro (art. 5.1, comma 10, e art. 6.2, comma 4).

Infine in base all’art. 4 del Fiscal Compact l’Italia, essendo uno dei paesi con rapporto debito/PIL superiore al 60%, ha l’obbligo di operare “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno” di tale parametro. L’esistenza di un eventuale disavanzo eccessivo “dovuto all’inosservanza del criterio del debito sarà decisa in conformità della procedura di cui all’articolo 126 TFUE”.

Come si vede i vincoli per il mantenimento dell’equilibro di bilancio sono molto più rigorosi e la flessibilità che si poteva desumere dal testo dell’art. 81, reinterpretata sulla base del diritto dell’Unione, risulta fortemente ridimensionata. Occorre anche tener presente che la sorveglianza di tali parametri e il ricorso ad eventuali sanzioni rimane pur sempre affidata ad organi quali la Commissione (composta esclusivamente da tecnici) e il Consiglio (che ha natura politica e decide discrezionalmente sulle proposte della Commissione), privi entrambi di legittimazione democratica. In merito al Consiglio, inoltre, bisogna notare che l’incertezza derivante dall’arbitrarietà dei metodi con cui viene calcolato il saldo strutturale, può far sì che l’attuazione delle politiche economiche dipenda in ultima analisi da trattative che riflettono i rapporti di forza esistenti tra i paesi UE e le alleanze che si vengono a creare tra essi di volta in volta. Si potrebbe quindi verificare il caso che non sia possibile attuare politiche economiche vitali per il miglioramento del benessere della popolazione in virtù degli stringenti obblighi di rispetto dell’equilibrio di bilancio e per intervento di organi che non rispondono ad alcun corpo elettorale e agiscono su presupposti del tutto estranei al nostro ordinamento costituzionale.

Sembra quindi giustificato il sospetto che la revisione del 2012 abbia introdotto nella nostra Costituzione, per il tramite del rinvio alle norme UE, un principio in netto contrasto con lo spirito della nostra Carta fondamentale, il quale antepone le esigenze di carattere economico-finanziario a quelle della persona umana, che ci dice che il rapporto debito/PIL o deficit/PIL o l’equilibrio di bilancio sono più importanti che “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che (…) impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, che subordina ad un paradigma economico (quello liberista o neoliberale che dir si voglia) e ai rapporti di forza tra paesi europei il benessere dei cittadini, contravvenendo al volere dei nostri Costituenti. Esso non può essere accolto, in quanto stravolgerebbe la gerarchia di valori presente nel nostro ordinamento costituzionale, snaturandolo completamente[42].

L’impressione complessiva che si trae dall’analisi delle norme sin qui viste è che la classe dirigente europea abbia costruito una gabbia in cui auto-imprigionarsi, erigendo un complicato intreccio di vincoli, parametri e procedure che di fatto hanno finito per rendere asfittica la crescita economica del continente. Sembra che essendo incapaci di adottare iniziative politiche in grado di far ripartire il processo di integrazione europeo e ridare slancio alla crescita economica, i politici europei si siano affidati agli automatismi di un meccanismo perverso che sta progressivamente annientando il progetto di Europa unita, così com’era stato concepito dai suoi padri fondatori subito dopo la fine della II guerra mondiale.

L’adozione in vari paesi europei, in particolare in quelli maggiormente colpiti dalla crisi economica (i c.d. GIIPS)[43], di una politica economica ispirata al modello dell’ “austerità espansiva”, che coniuga i tagli della spesa pubblica con riforme strutturali principalmente nel campo delle pensioni e del mercato del lavoro[44], ha inciso negativamente sui consumi interni, segnato un indebolimento della protezione sociale, aumentato il numero di nuclei familiari che vivono al di sotto della soglia di povertà e determinato un peggioramento dei livelli del debito[45]. È anche importante ricordare che l’esplosione del debito pubblico di molti paesi europei dopo il 2007 non è stata certo dovuta alla spesa sociale, bensì al salvataggio delle banche, che avevano improvvidamente acquistato titoli “tossici” ed erano quindi prossime al fallimento. Come ha messo in rilievo Luciano Gallino (2013)[46] il debito aggregato dei paesi UE tra il 2007 e il 2010 è aumentato del 20%. L’Irlanda, ad esempio, in seguito agli interventi per il salvataggio delle banche ha visto quintuplicare il suo debito pubblico.

La perdita di potere d’acquisto da parte di ampi strati sociali in molti Stati europei, in seguito alla recessione e alle politiche restrittive, sta alimentando il risentimento di una quota consistente della popolazione nei confronti della classe politica al governo, ridando fiato a partiti di orientamento populista o sovranista (ma sarebbe meglio dire nazionalista). Un processo simile, sotto molti aspetti, a quello che si verificò nel primo dopoguerra e che fu all’origine del fascismo e del nazismo, con le conseguenze che ben conosciamo.

Si impone quindi un deciso cambio di rotta. Non è possibile concepire la politica economica come un mero strumento per tenere sotto controllo sterili valori numerici o, ancora peggio, per implementare teorie di dubbia efficacia. Se così fosse non sarebbe di alcuna utilità, in quanto non illuminerebbe più – utilizzando una frase di Tullio Bagiotti – “i grandi problemi dell’intelletto e della convivenza”. Essa deve primariamente rispondere ai bisogni reali delle persone. A cosa serve avere un rapporto debito/PIL prossimo al 60%, come nel caso della Germania, se poi 16 milioni di tedeschi vivono al di sotto della soglia di povertà?[47]

La lezione che una volta di più bisogna trarre da quanto detto è che quando l’economia tenta di scimmiottare le scienze esatte porta a risultati disastrosi, in particolare quando ci ammannisce previsioni e modelli che sono completamente avulsi dalla realtà. Non bisogna infatti mai dimenticare che l’economia ha a che fare con gli esseri umani e che le politiche economiche si misurano sugli effetti che esse avranno sul loro benessere. 

Il Governo e il Parlamento italiano si dovrebbero impegnare concretamente affinché questo stato di cose termini. In ambito europeo, ciò significa agire per far riemergere quelle che sono le vere priorità della politica economica e rimettere al centro dell’operato delle istituzioni europee la persona umana, arricchendo l’esperienza politica europea con il portato della nostra Costituzione. Non va dimenticato infatti che “i diritti fondamentali (…) risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali” (art. 6.3 TUE) e che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”(art. 2 TUE). Occorre dare il giusto rilievo a queste disposizioni, anteponendole alle questioni di carattere economico.

Bisogna anche recuperare il senso della solidarietà tra gli Stati membri, i quali hanno tutti pari dignità. Non è ammissibile il preconcetto, fondamentalmente razzista, per cui ci sarebbero i “primi della classe” (tipicamente i paesi del Nord Europa) e i “cattivi” (i paesi del Mediterraneo), che vanno puniti e sottomessi. A prescindere dalle responsabilità politiche interne, non è concepibile abbandonare a se stesso un paese in forte difficoltà, come ad esempio la Grecia e, invece di alleviare le sofferenze della popolazione, aggravarle mediante l’imposizione di politiche economiche draconiane. Il mutuo aiuto dovrebbe costituire un pilastro incrollabile dell’architettura istituzionale dell’UE, gli egoismi nazionali e i pregiudizi andrebbero accantonati dal momento che nel nostro continente non hanno prodotto altro che morte e distruzione.

In ultima analisi è indispensabile muovere un passo deciso verso l’integrazione federale, se si vuole portare avanti fattivamente il progetto europeo, e completare la costruzione della moneta unica, dotando le istituzioni europee degli strumenti per governare la politica economica, dando loro la legittimazione democratica necessaria e rendendole responsabili del loro operato davanti al Parlamento europeo.

Quanto all’Italia, sarebbe opportuno un bagno di umiltà per la nostra classe politica e per tutti noi, e prendere atto che quanto sosteneva Einaudi sulle responsabilità verso le generazioni future è sacrosanto. Se da un lato quindi non è accettabile sottostare a valori confliggenti con il nostro ordinamento costituzionale, che sviliscono l’importanza della persona umana, dall’altro, nell’adottare le decisioni di spesa, si devono soppesare con attenzione i benefici che ne potranno trarre non solo coloro che attualmente vivono, ma anche coloro che verranno dopo di noi. Occorre adottare una prospettiva simile a quella delle società africane, espressa magistralmente in questa massima di un antico capo nigeriano: “Io concepisco che la terra (ossia il nostro benessere, la nostra ricchezza) appartiene ad una vasta famiglia, della quale numerosi membri sono morti, pochi sono vivi e innumerevoli non sono ancora nati”.

GIUSEPPE PRESTIA

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[1]  Gustavo Del Vecchio, Lezioni di economia politica,  2ª ed., Cedam, Padova, 1957, in particolare p. 131: “I problemi ultimi dell’economia, come di ogni scienza sociale, e in realtà di ogni scienza, si imperniano su due punti e sulle loro reciproche relazioni: primo, comprendere e spiegare determinati fenomeni, secondo, far uso della conoscenza come guida dell’azione”.

[2]  Federico Caffè, Politica economica, 1: Sistematica e tecniche di analisi, 2 ª ed., Boringhieri, Torino, 1971, p. 15.

[3] Ibidem.

[4] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Edizione riveduta e aggiornata a cura di Nicola Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p. 17. Il corsivo è dell’autore.

[5] Ivi, p. 18. Il corsivo è dell’autore.

[6] Jan Tinbergen, “Réponse et synthése générale”, in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 2-3, pp. 419-429.

[7] Federico Caffè, Politica economica, cit., p. 170, nota 40. Tinbergen nel suo intervento di sintesi generale seguito alla discussione del Rapporto da lui predisposto (il cui testo integrale è riportato in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 1, pp. 103 e ss.) aveva affermato “Le but général se traduit: porter au maximum le bien-être humain, qui doit être défini aussi largement que possible. Il y a parmi nous un accord général pour dire que ce bien-être ne dépend pas seulement  des biens matériels à notre disposition, mais également de l’éducation disponible, d’éléments de culture en général et encore de la distribution de tout cela et d’éléments comme la démocratie – bref de toutes ces valeurs humaines pour lesquelles nous avons lutté depuis un siècle ou plus” (J. Tinbergen, cit., p. 419. Il corsivo è dell’autore).

[8] Federicco Caffè, “Economia di mercato e socializzazione delle sovrastrutture finanziarie”, in Un’economia in ritardo, Boringhieri, Torino, 1976, p. 39.

[9] Giovanni Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa editrice ambrosiana, Milano, 1946, p. 35.

[10]  Ivi, p. 299.

[11] Tullio Bagiotti, “Come un economista cresce: Giovanni Demaria”, in Giornale degli economisti e annali di economia, Anno 38, n. 9/12, 1979, p. 611.

[12] Come è noto il Protocollo n. 12 sulla procedura per i disavanzi eccessivi, allegato ai Trattati UE e TFUE, stabilisce che il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il PIL ai prezzi di mercato non deve eccedere il 3%, mentre il rapporto tra il debito pubblico e il PIL sempre ai prezzi di mercato non deve essere superiore al 60%. Si veda anche il regolamento 479/2009 relativo all’applicazione del protocollo in questione.

[13] La risoluzione del Consiglio europeo sul patto di stabilità del 17 giugno 1997 prevedeva al punto I l’impegno per gli Stati Membri “a rispettare l’obiettivo, indicato nei loro programmi di stabilità o di convergenza, di un saldo di bilancio a medio termine prossimo al pareggio o positivo ed ad adottare le misure correttive del bilancio che ritengono necessarie per conseguire gli obiettivi dei programmi di stabilità o convergenza, ogniqualvolta dispongano di informazioni che indichino un divario significativo, effettivo o presunto rispetto a detti obiettivi”.  Tale statuizione venne poi codificata nell’art. 3, comma 2, lett. a) del regolamento 1466/97 per cui il programma di stabilità di ogni Stato Membro avrebbe dovuto includere “l’obiettivo a medio termine di una situazione di bilancio della pubblica amministrazione con un saldo prossimo al pareggio o in attivo e il percorso di avvicinamento a tale obiettivo”. Nel 2005 la definizione venne riveduta inserendo l’indicazione che il saldo di bilancio andava considerato in termini corretti per il ciclo, al netto delle misure temporanee e una tantum (Regolamento (CE) 1055/2005 del Consiglio).

[14] In base agli artt. 127 e 282 TFUE l’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE) è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Il Consiglio direttivo della BCE nel 1998 ha precisato che si deve trattare di “un aumento sui 12 mesi dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC) per l’area dell’euro inferiore al 2%”. Successivamente nel maggio 2003 il medesimo organo ha stabilito che l’inflazione deve essere mantenuta su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo.

[15] L’espressione “economia sociale di mercato” è stata coniata dall’economista tedesco Alfred Müller-Armack (1901-78), collaboratore del ministro dell’Economia Ludiwig Erhard (si veda A. Müller-Armack, “SozialeMarktwirtschaft”, in Handwörterbuch der Sozialwissenschaften, vol. 9, Gustav Fischer Verlag, Stuttgart, 1956, pp. 390-92). I concetti che ne sono alla base risalgono alla scuola di Friburgo (detta anche ordoliberale), che si sviluppò negli ultimi anni della Repubblica di Weimar e di cui fecero parte gli economisti Walter Eucken (1891-1950), Leonhard Miksch (1901-1950), Alexander Rüstow (1885-1963), Franz Böhm (1895-1977) e Wilhelm Röpke (1899-1966). Come spiega Alessandro Somma questi studiosi “volevano che la mano visibile dei pubblici poteri intervenisse per sostenere e pacificare il mercato e dunque affermavano la supremazia della politica sull’economia, ma ritenevano anche che la prima dovesse operare per imporre le regole mutuate dalla seconda: per trasformare le leggi del mercato in leggi dello Stato” (A. Somma, “Economia sociale di mercato e scontro tra capitalismi”, in Francesco Macario, Marco Nicola Miletti (a cura di), La funzione sociale nel diritto privato tra XX e XXI secolo, Roma Tre Press, Roma, 2017, p. 190). Nell’ordinamento europeo il riferimento all’economia sociale di mercato compare per la prima volta nel Trattato di Lisbona del 2007.

[16] L’art. 151 effettua un rimando ai diritti sociali così come sono definiti nella Carta sociale europea, firmata a Torino il 18 ottobre 1961, e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, dichiarata a Strasburgo il 9 dicembre 1989. Da ultimo possiamo ricordare il Pilastro europeo dei diritti sociali, approvato il 17 novembre 2017 nell’ambito del vertice sociale europeo. Esso non è giuridicamente vincolante per gli Stati membri dell’UE, ma testimonia lo scarso equilibrio ancora oggi esistente tra diritti sociali collettivi e le libertà tutelate in ambito europeo (libera concorrenza, libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali). Si prenda ad esempio l’art. 5 (Occupazione flessibile e sicura) in cui alla lettera b) si dice che “Conformemente alle legislazioni e ai contratti collettivi, è garantita ai datori di lavoro la necessaria flessibilità per adattarsi rapidamente ai cambiamenti del contesto economico” oppure l’art. 6 (Retribuzioni), lettera b) che recita “Sono garantite retribuzioni minime adeguate, che soddisfino i bisogni del lavoratore e della sua famiglia in funzione delle condizioni economiche e sociali nazionali, salvaguardando nel contempo l’accesso al lavoro e gli incentivi alla ricerca di lavoro”.

[17] Esso stabilisce al suo primo paragrafo che “L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati”.

[18] Nel 1997 sono stati adottati i due atti costitutivi del Patto di Stabilità e Crescita, i regolamenti 1466/97 e 1467/97, emendati una prima volta nel 2005. Nel 2011 sull’onda della crisi dei debiti sovrani è stato adottato il cosiddetto Six pack, un pacchetto di 5 regolamenti (1173/11, 1174/11, 1175/11, 1176/11, 1177/11) e una direttiva (2011/85/UE), che hanno sostanzialmente allargato le competenze delle istituzioni europee in materia di politiche economiche e finanziarie. Nel 2013 è stato varato il Two pack (regolamenti 472/13 e 473/13) che ha ulteriormente compresso le prerogative in materia di bilancio degli Stati membri. A tale quadro normativo si affianca il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria (c.d. Fiscal Compact) sottoscritto nel marzo 2012 ed entrato in vigore nel gennaio 2013. Esso detta disposizioni ancora più stringenti in materia di bilancio ma, come espressamente previsto dall’art. 2, riveste una posizione subordinata rispetto ai Trattati e alla legislazione derivata dell’UE. A questo proposito l’art. 16 dispone che “al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate (…) le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea”. La Commissione europea ha quindi presentato una proposta di direttiva a tale scopo (COM(2017) 824 final 2017/0335) che è stata però rigettata dalla Commissione problemi economici e monetari del Parlamento europeo nella seduta del 27 novembre 2018.

[19] Senza scendere troppo nei particolari si può distinguere: a) una disciplina preventiva, incentrata sull’art. 121 TFUE, sul regolamento 1466/97 e successive modificazioni e sul Fiscal Compact, volta a prevenire il formarsi di deficit eccessivi; b) una disciplina correttiva, disciplinata dall’art. 126 TFUE e dal regolamento 1467/97 e modificazioni successive che ha il compito di contrastare e correggere i deficit eccessivi qualora si siano formati. Si noti che per entrambe le discipline, le decisioni inerenti interventi correttivi, raccomandazioni e sanzioni sono adottate sempre dal Consiglio, organo eminentemente politico, su proposta della Commissione. Tuttavia il Six Pack ha introdotto il voto a maggioranza qualificata inversa (reverse majority voting) per cui le proposte della Commissione in materia di bilancio si intendono adottate a meno che il Consiglio non le respinga a maggioranza qualificata. Per approfondimenti si vedano Renzo Dickmann, “Le regole della governance economica europea e il pareggio di bilancio in Costituzione”, in Federalismi.it, n. 4/2012 e Gian Luigi Tosato, La riforma costituzionale del 2012 alla luce della normativa dell’Unione: l’interazione tra i livelli europeo ed interno, relazione presentata al Seminario “Il principio dell’equilibrio di bilancio secondo la riforma costituzionale del 2012”, Roma, Palazzo della Consulta, 22 novembre 2013.

[20] La Germania registra da molti anni consistenti avanzi della bilancia commerciale. Questo perché i suoi prodotti sono più competitivi grazie alla politica di moderazione salariale attuata internamente e alla svalutazione del tasso di cambio dell’Euro avvenuta negli ultimi anni. Ciò non consente ad altri paesi europei della zona Euro di essere altrettanto competitivi, a causa dei differenziali salariali, ed essi sono così indotti ad importare prodotti dalla Germania, indebitandosi. Da parte sua la Germania, dati i deboli consumi interni e il basso livello di investimenti, non utilizza i consistenti surplus accumulati, ad esempio, per importare di più dagli altri paesi europei, riequilibrando la bilancia commerciale. In sostanza il modello di crescita tedesco basato sulle esportazioni avviene a spese degli altri Stati Membri dell’area Euro. La Commissione europea, per evitare questi inconvenienti, nell’ambito della procedura per la sorveglianza macroeconomica, istituita dal regolamento 1176/2011, ha chiesto alla Germania di intervenire per ridurre il surplus della bilancia commerciale, ma senza ottenere alcun risultato. Tra i parametri della procedura, infatti, le partite correnti sono oggetto di segnalazione se nei 3 anni precedenti la media mobile del loro saldo supera la soglia superiore del + 6% in rapporto al PIL o quella inferiore del -4%. La Germania, da parecchi anni, supera costantemente il limite superiore (+8%). Nella medesima situazione si trovano i Paesi Bassi e la Danimarca (che non fa parte dell’Eurozona).

[21] L’art. 123, comma 1, TFUE dispone che “sono vietati la concessione di scoperti di conto e qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (…) a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali”. Il divieto è ribadito dall’art. 21.1 dello Statuto del SEBC e della BCE, che però all’art. 18.1 stabilisce che “al fine di perseguire gli obiettivi del SEBC e di assolvere i propri compiti, la BCE e le banche centrali nazionali hanno la facoltà di: operare sui mercati finanziari comprando e vendendo a titolo definitivo (a pronti e a termine), ovvero con operazioni di pronti contro termine, prestando o ricevendo in prestito crediti e strumenti negoziabili, in euro o in altre valute, nonché metalli preziosi”. È sulla base di tale disposizione che la BCE ha potuto fare ricorso alle cosiddette misure non convenzionali, tra cui l’alleggerimento quantitativo (quantitative easing).

[22]  È bene ricordare che la crisi greca prese avvio dalla scoperta nel 2009 della falsificazione dei dati di bilancio ad opera del Governo greco, con la complicità di Goldman Sachs (sul punto si veda Mauro Megliani, “Verso una nuova architettura finanziaria europea: un percorso accidentato”, in Diritto del commercio internazionale, I, 2013, pp. 67-108). Per evitare la bancarotta furono negoziati a più riprese una serie di prestiti sia da parte dell’UE che del FMI sottoposti ad una rigorosa ed inflessibile condizionalità. I consistenti tagli alla spesa pubblica (tra cui, ad esempio, la riduzione delle pensioni e i licenziamenti di dipendenti pubblici) e l’aumento della tassazione determinarono un netto peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, che perdura ancora oggi. L’ultima parte dei finanziamenti alla Grecia è stata gestita a partire dal 2012 dal Meccanismo europeo di stabilità (MES), istituito nel 2011. Si tratta di un trattato intergovernativo, esterno rispetto ai Trattati UE, anche se collegato con essi (come il Fiscal Compact), che affida alla Commissione europea, alla BCE e al FMI (la c.d. troika) la gestione dei finanziamenti concessi ai paesi che ne fanno richiesta. È affatto singolare che il MES possa acquistare titoli del debito pubblico del paese in difficoltà anche sul mercato primario, stante il divieto di queste operazioni per la BCE, come visto poc’anzi.

[23] Il testo completo della lettera si può leggere in Elisa Olivito, “Crisi economico-finanziaria ed equilibri costituzionali. Qualche spunto a partire dalla lettera della BCE al Governo italiano”, in Rivista AIC, n. 1, 2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/1_2014_Olivito.pdf).

[24] Nel Patto Euro Plus (Allegato I alle Conclusioni del Consiglio europeo del 24-25 marzo 2011) si stabiliva infatti che “Gli Stati membri partecipanti si impegnano a recepire nella legislazione nazionale le regole di bilancio dell’UE fissate nel patto di stabilità e crescita. Gli Stati membri manterranno la facoltà di scegliere lo specifico strumento giuridico nazionale cui ricorrere ma faranno sì che abbia una natura vincolante e sostenibile sufficientemente forte (ad esempio costituzione o normativa quadro)”.

[25] A parte la lettera Trichet-Draghi, che ovviamente non poteva essere giuridicamente vincolante per il nostro Paese, né il Patto Euro Plus, come visto nella precedente nota, né il Fiscal Compact (il quale all’art. 3.2 stabilisce che “le regole enunciate al paragrafo 1 producono effetti nel diritto nazionale delle parti contraenti (…) tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale – o il cui rispetto fedele è in altro modo rigorosamente garantito lungo tutto il processo nazionale di bilancio”) imponevano l’adozione del procedimento di revisione costituzionale.

[26] La Germania è andata in default tre volte nel secolo scorso, nel 1932, nel 1939 e nel 1948.

[27] La norma in questione non era una novità nel nostro ordinamento giuridico. Essa fu introdotta con la legge 22 aprile 1869 n. 5026 (c. d. legge Cambray Digny), che costituisce la prima normativa organica sulla contabilità dello Stato. Successivamente venne trasfusa nel r. d. 18 novembre 1923 n. 2443 (legge sulla contabilità generale dello Stato) il cui art. 43 prevedeva appunto che “nelle proposte di nuove e maggiori spese occorrenti dopo l’approvazione del bilancio, devono essere indicati i mezzi per far fronte alle spese stesse”.

[28] Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, Seconda Sottocommissione, Resoconto sommario della seduta del 24 ottobre 1946, p. 419. Questo punto specifico era stato dibattuto anche dalla Commissione economica del Ministero della Costituente presieduta da Demaria, giungendo alla medesima conclusione, per cui si riteneva “indispensabile prescrivere nella carta costituzionale (…) che le nuove o maggiori spese debbono essere fronteggiate con determinati cespiti di entrata, in modo che l’attività parlamentare trovi un qualche freno all’allargamento delle spese” (Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, vol. V, Finanza, I. Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, p. 61).

[29] Assemblea Costituente, cit., p. 420. La formulazione originaria dell’ultimo comma dell’art. 81, proposta da Vanoni e da Costantino Mortati, aveva una formula più drastica, prevedendo che “le leggi le quali comportino maggiori oneri finanziari devono provvedere ai mezzi necessari per fronteggiarli”. Ritenuta troppo rigida dall’on. Tomaso Perassi, ne fu scelta una in cui più genericamente si parla di indicare i mezzi, parafrasando la norma contenuta nel r. d 2443/1923.

[30] Nella prefazione del libro intitolato Prediche, Einaudi aveva scritto: “La scienza economica è subordinata alla legge morale e nessun contrasto vi può essere tra quanto l’interesse lungi veggente consiglia agli uomini e quanto ad essi ordina la coscienza del proprio dovere verso le generazioni venture” (L. Einaudi, Prediche, Bari, Laterza, 1920, p. VII)

[31] Luigi Einaudi, “Sulla interpretazione dell’articolo 81 della Costituzione”, in Id., Lo scrittoio del Presidente, Einaudi, Torino, 1956, pp. 205-206.

[32] Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, cit. p. 34.I corsivi sono nel testo originale.

[33] Ivi, p. 36.

[34] Ibidem.

[35] Ivi, p. 38.

[36] In questo senso si era espressa anche la dottrina prevalente. Per Valerio Onida, per esempio, “tutto il sistema del nostro bilancio prescinde da un ipotetico vincolo giuridico al pareggio, che è sempre stato considerato un fatto di natura politica, il quale investe la responsabilità essenzialmente politica dei massimi organi che intervengono nell’elaborazione e approvazione del bilancio, Governo e Parlamento” (V. Onida, Le leggi di spesa nella Costituzione, Giuffrè, Milano, 1969, p. 458).

[37] Più recentemente nella sentenza n. 250/2013 la Corte ha ribadito che “il principio dell’equilibrio tendenziale del bilancio, già individuato da questa Corte come precetto dinamico della gestione finanziaria, consiste nella continua ricerca di un armonico e simmetrico bilanciamento tra risorse disponibili e spese necessarie per il perseguimento delle finalità pubbliche. (…) Il principio dell’equilibrio di bilancio, infatti, ha contenuti di natura sostanziale: esso non può essere limitato al pareggio formale della spesa e dell’entrata”. L’orientamento della Corte non sembra essere mutato neanche in seguito alla novella costituzionale del 2012, con particolare riferimento ai diritti sociali. Nella sentenza 275/2016 la Corte ha infatti stabilito che “è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

[38] L’art. 81, comma 6, stabilisce che “il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale”.  In virtù della particolare maggioranza richiesta, la legge 243/2012 attuativa di tale comma è detta per l’appunto rinforzata.

[39] Per un approfondimento sui metodi di calcolo del saldo strutturale dei bilancio si veda Andrea Boitani, Lucio Landi, “Regole europee: la lunga strada per uscire dalla stupidità”, in lavoce.info, 22/6/2014 (disponibile al seguente link: https://www.lavoce.info/archives/20661/regole-europee-bilancio-psc-output-gap/).

[40] Le partite finanziarie comprendono acquisizioni o cessioni di partecipazioni al capitale di società, concessioni o rimborsi di prestiti, aumenti o diminuzioni di depositi bancari.

[41]Con l’art. 11 l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. L’art. 117, comma 1, prevede invece  che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

[42] Su questo punto si veda anche Daniela Mone, “La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ed il potenziale vulnus alla teoria dei controlimiti”, in Rivista AIC, n. 3/2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/3_2014_Mone.pdf).

[43] GIIPS è l’acronimo per indicare i cinque paesi dell’UE ritenuti economicamente più deboli: Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna. Questi sono spesso denotati con l’abbreviazione PIIGS, ritenuta da molti offensiva in quanto rimanda al vocabolo inglese “pigs” (maiali).

[44] Secondo i teorici di questo modello, sviluppato a partire dagli anni ’90 (soprattutto ad opera di economisti italiani come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina), le aspettative giocano un ruolo importante. Infatti se i tagli della spesa pubblica sono sufficientemente ampi e persistenti, gli individui, che hanno aspettative razionali, li intenderanno come il segnale di un futuro abbassamento delle imposte. I consumatori si aspetteranno quindi in futuro un reddito più elevato e tenderanno ad aumentare i consumi correnti e futuri. Inoltre se si verifica un miglioramento dei conti pubblici (riduzione del disavanzo e del debito pubblico) i tassi di interesse si ridurranno e ciò stimolerà gli investimenti delle imprese e conseguentemente cresceranno reddito e occupazione. Infine le riforme strutturali, tramite la deflazione interna (riduzione dei salari) serviranno a far recuperare competitività al paese. Per una rassegna su queste teorie si vedano Carmelo Petraglia, Francesco Purificato, “Moneta unica e vincoli sovranazionali alle politiche fiscali nell’Eurozona alla prova della crisi”, in Rivista economica del Mezzogiorno, XXVII, 4, 2013, pp. 1065-1090; Sebastian Dellepiane Avellaneda, “The Political Power of Economic Ideas. The Case of ‘Expansionary Fiscal Contraction’ ”, in British Journal of Politics and International Relations, vol. 17, n. 3, 2014; Suzanne J. Konzelmann, “The political economics of austerity”, in Cambridge Journal of Economics, 38, 2014, pp. 701-41.

[45] Per un’analisi in questo senso si veda Luigi Campiglio, La teoria dell’austerità nel sistema economico europeo, Quaderno n. 77, febbraio 2016, Istituto di Politica economica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. Di segno contrario invece Alberto Alesina, Omar Barbiero, Carlo Favero, Francesco Giavazzi, Matteo Paradisi, The Effects of Fiscal Consolidations; Theory and Evidence, Working Paper, 2017. Il dibattito tra i sostenitori dell’austerità e i suoi detrattori è ancora molto acceso e non esistono evidenze empiriche certe. Gran parte della diatriba si è consumata sui valori del moltiplicatore, che misura gli effetti delle politiche di consolidamento fiscale sul reddito. Ad esempio un moltiplicatore uguale a 1,5 vorrebbe dire che un aggiustamento fiscale pari all’1% del PIL provocherebbe una riduzione dello stesso dell’1,5%. Secondo uno studio del FMI il moltiplicatore ha valori superiori a 1 per cui le politiche di austerità sono sicuramente dannose (Olivier Blanchard, Daniel Leigh, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, IMF Working Paper 13/1, IMF, Washington, 2013). Secondo altri lavori esso è invece inferiore all’unità per cui gli effetti dell’austerità sarebbero molto meno negativi (Lucyna Gornicka, Christophe Kamps, Gerrit Koester, Nadine Leiner-Killinger, Learning about fiscal multipliers during the European sovereign debt crisis: evidence from a quasi-natural experiment, ECB Working Paper Series, No. 2154, ECB, Frankfurt am Main, 2018).

[46] Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013.

[47] Sulla povertà in Germania si veda Der Paritätische Gesamtverband, Wer die Armen sind. Der Paritätische Armutsbericht 2018, Berlin, 2018 (il rapporto è scaricabile dal sito del Paritätische Gesamtverband al seguente link: https://www.der-paritaetische.de/fileadmin/user_upload/Schwerpunkte/Armutsbericht/doc/2018_armutsbericht.pdf). È interessante notare che tra coloro che rientrano nella categoria dei poveri, ben il 41% sono persone che hanno un lavoro a tempo pieno (i c.d. working poors), mentre il 25% sono pensionati.

Il PCI uccise la rivista “Il Confronto” perche’ gli additava come sopravvivere

Affermo che l’autodistruzione del maggiore partito comunista d’Occidente – destinato a prendere (precariamente) il governo e presto condannato ad annullarsi- cominciò all’incirca quando, nel 1970, Botteghe Oscure decise di respingere in toto le proposte di linea del mensile Il Confronto, che facevo a Milano con altri, a partire dal 1965.  Avevo presentato tali proposte direttamente a Giorgio Amendola, dopo contatti preliminari con Gianni Cervetti, uno dei suoi luogotenenti in Lombardia. Erano proposte di linea ingenuamente temerarie: però i fatti le dimostrarono profetiche. Verosimilmente il possente PCI non sarebbe finito se avesse dato ascolto a un piccolo manipolo di indipendenti.

La rivista Il Confronto era nata nel 1965 in quanto dieci ricercatori o collaboratori dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, palazzo Clerici, Milano) si erano tassati per diecimila lire mensili a testa per pagare il tipografo. Tutti scrivevano gratis. L’editore barese e amico Diego De Donato, che cominciava ad affermarsi con collane di elevato livello, offriva un sostegno laterale prezioso.

Dietro di me, che con le proposte di cui sopra esigevo tanto -lo vedremo più avanti- c’era poco. Una laurea in storia a vent’anni; una modesta intrinsichezza con Aldo Moro, allora mio professore di Filosofia del diritto; l’appartenenza, come ricercatore stabilizzato, all’ISPI. Una borsa del governo americano mi aveva dato modo di frequentare la University of California. Va detto che allora l’ISPI era un’istituzione rispettata, ma non godeva come oggi della reputazione di think tank di prima grandezza.

Le proposte: il Partito comunista italiano doveva uscire dal campo marxista-leninista, liquidando anche l’operaismo e la fissazione rivoluzionaria di Gramsci; rinnegando il settarismo di Togliatti e dei suoi. Doveva rompere con Mosca dichiarando un vero scisma umanista e liberale. Doveva cercare l’alleanza con partiti non comunisti e con il dissenso cattolico, seppellendo in particolare il proprio ateismo. In un paio di incontri Giorgio Amendola rispose sì che le mie proposte non avevano fondamento e andavano  attenuate, accettando la guida e gli indirizzi dei responsabili del Partito. Una rottura aperta coll’Unione Sovietica era assurda, pur non essendo inconcepibile sulla distanza.

Per altro nell’immediato poteva aprirsi la collaborazione di esponenti nazionali del Pci alla rivista “Il Confronto”, collaborazione che avrebbe comportato il coinvolgimento di altri partiti di sinistra e di minoranze cattoliche.

Non ricordo se i contatti con Giorgio Amendola furono preceduti o seguiti da due brevi contatti, a Milano e a Roma, con Giorgio Napolitano, il futuro presidente, allora leader con Amendola dell’ala migliorista del Pci. Uno degli incontri con Napolitano avvenne a un tavolino all’aperto del caffè Zucca, o altro bar della via Orefici a Milano.
Napolitano mi aveva convocato attraverso Gianni Cervetti, anch’egli presente al caffé. Mentre scandiva le sue direttive, l’onorevole partenopeo, lanciato giovanissimo da Palmiro Togliatti, non cessava di ammirarsi in un’ampia specchiera esterna del caffè. Il coinvolgimento del Pci nella rivista che mandavo avanti si confermò attraverso contatti con lo scrittore Davide Lajolo (Ulisse nella Resistenza), con Elio Quercioli, direttore della”Unità” e con Aldo Tortorella, responsabile del Pci in Lombardia. Nel gennaio 1969 Lajolo aveva illustrato nella rivista un principio ispiratore, cui i leader miglioristi dicevano di guardare con interesse: “Chi sta al centro di ogni conquista socialista deve essere l’uomo. Questo l’interesse superiore, l’unico. Non ve ne possono essere altri che lo sovrastino: né quelli del partito, né quelli della classe”.

Nel Confronto dell’ottobre 1968 io insistevo sull’imperativo della rottura con Mosca: “La repressione a Praga ha distrutto la funzione di guida dell’Urss. Oggi abbiamo la nostra Caporetto, senza nostra colpa, noi impotenti di fronte alle rozze scelte dei depositari ufficiali del retaggio leninista…
Nel nome ormai falso della dittatura del proletariato, Mosca rifiuta di chiudere l’età ferrea del comunismo, quella leninista-stalinista; rifiuta di introdurre nel suo sistema il pluralismo. Convinciamoci: fondare la libertà sulla dittatura del proletariato, cioè sul regime, è impossibile. Per salvare il comunismo va ripudiato il regime, nonché quasi intera l’ortodossia marxista. E’ necessaria una svolta clamorosa, drammatica: Il Pci (e il Pc francese) devono portare alle conseguenze estreme la via di Dubcek: fare né più né meno che lo scisma del comunismo umanistico e liberale.
Una secessione per cambiare tutto: il comunismo non dovrà restare quello di prima. Dovrà convertirsi alla libertà, cambiare teorie, metodi, linguaggio simboli. Dovrà liberarsi di chi non accetterà il Nuovo Comunismo.

Dopo mezzo secolo di illusioni, decidiamo di imboccare un’altra strada.
Il comunismo di  Lenin, Stalin, Brezhnev, Gomulka andrà bene per una parte dei militanti – una parte, non tutti – ,  non va bene per la gente, che è la maggioranza della società.
Pur di non avere quel comunismo essa accetta tutto: il capitalismo, De Gaulle, la Fiat, il Vietnam, Humphrey. Poiché la gente non possiamo trasformarla con la forza -è più forte di noi, ricordiamocelo- è il comunismo che deve trasformarsi.  Per non restare minoranza, mero gruppo di pressione”.

Nella primavera del 1969 Il Confronto pubblicò una propria “Piattaforma programmatica per la Nuova Sinistra”, le cui proposte ruotavano attorno a concetti spregiudicati quali p.es. “Le soluzioni puramente interne all’assetto vigente, più o meno si equivalgono; le formule tradizionali della sinistra sono sterili”. Oppure: “Il rispetto letterale della Costituzione può essere un impedimento. Attuare la Costituzione è ormai ilvecchio, non basta più”.

Io persistetti per anni ad additare nello Scisma da Mosca la necessità ineludibile per il Pci. Invece i responsabili del Partito andarono perseguendo l’adesione a un Confronto da loro controllato di settori del PSI e della sinistra della DC. Verso la fine del 1969 gli esponenti del migliorismo precisarono il loro aperto interesse acché un Confronto da essi gestito si qualificasse come “una prova di collaborazione operante tra gruppi marxisti e cattolici, senza escludere elementi di altra estrazione”. 
Pertanto offrirono di sostenere i costi tipografici del Confronto, a valle della dichiarata immissione nella rivista di personalità del Pci, del Psi e della sinistra democristiana. Il nuovo corso si aprì dunque coll’ingresso nella compagine di controllo di una ventina di dirigenti di primo piano dei partiti suddetti e della corrente democristiana capeggiata a Milano dal deputato Granelli. 

Per conto del Pci figuravano innanzitutto Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano il futuro capo dello Stato, Elio Quercioli, Davide Lajolo, Aldo Tortorella responsabile lombardo del Pci, nonché Orazio Pizzigoni, ex corrispondente dell’Unità da Praga (le cui autorità lo avevano dichiarato non gradito). Nell’aprile 1945 Pizzigoni, partigiano adolescente, era stato ferito in modo grave da un veterano germanico della campagna di Russia. Per il Psi partecipavano, tra gli altri, Beniamino Finocchiaro presidente della Rai; Michele Achilli futuro sottosegretario o ministro; più di in futuro ministro socialista.

I pochi numeri pubblicati dal “nuovo” Confronto furono prevalentemente redatti o controllati da dirigenti comunisti, in particolare da Elio Quercioli.  Presto quest’ultimo mi impose di cancellare  la dicitura “Nuova Sinistra”, sin dall’origine esplicitata sotto la testata. Io, rimasto proforma direttore responsabile, temporaneamente mi sottomisi, in vista del rilievo nazionale che il Pci conferiva al Confronto, nato come piccolo periodico indipendente e autofinanziato.

Ma presto arrivò il momento di decidere se ai contenuti editoriali e politici dettati dalle gerarchie partitiche potevano aggiungersi, marginalmente, gli scritti di esponenti del dissenso comunista. Proponevo in particolare quelli offerti dal filosofo Roger Garaudy, conosciuto a livello internazionale come il maggiore teorico marxista di Francia. Lo avevo incontrato a Parigi e lo avevo convitato a casa mia a Milano. Garaudy aveva già inviato alcuni testi. Stranamente mi aveva (o avrebbe a giorni) inviato una lunga lettera politica, manoscritta, a torto ipotizzando che avessi tali entrature nel vertice del Pci da poter trasmettere a Enrico Berlinguer alcune  formulazioni proprie contro  l’osservanza tardo-stalinista del partito comunista francese.

Quando comunicai a Quercioli che intendevo pubblicare, oltre a un articolo di Garaudy, anche quello di uno storico austriaco che era stato ministro nell’abortita repubblica ‘dei soviet’ sorta a Vienna al crollo dell’Impero asburgico, il veto di Quercioli fu totale. Seguì un’aspra discussione a tre nell’ufficio di Aldo Tortorella, capo del Partito in Lombardia. Come direttore responsabile del periodico e come animatore del comitato proprietario della testata comunicai alla fine che senza  alcune testimonianze del dissenso da Mosca e dalla continuità stalinista, cioè senza qualche manifestazione di pluralismo, Il Confronto non sarebbe più uscito.

Alla sudditanza completa preferimmo che Il Confronto morisse. Il Partito si concesse così un ulteriore allungamento del conformismo togliattista.
Ma questo, nel piccolo, aggravò le sue patologie. Enrico Berlinguer era già al comando del Partito dal momento dell’ictus del segretario generale, l’ultrastalinista Luigi Longo. La decisione di catturare il piccolo Confronto, cancellando gli ognimargine di libertà, non attestò certo alcun influsso benefico sui gerarchi milanesi da parte di Enrico Berlinguer.

Più tardi quest’ultimo assurse alla gloria quale artefice di un”eurocomunismo” quasi liberaleggiante. La gloria si dilatò quando anche Berlinguer fu ucciso dall’ictus. Il Confronto non ebbe occasione di accorgersi che il successore di Luigi Longo rappresentava, con la sua facies disantità laica, l’opposto della durezza “bolscevica” di Luigi Longo, conclamata dalle spietatezze da lui compiute o ordinate nella guerra di Spagna e, più ancora, nella Resistenza italiana.

Forse, se Berlinguer fosse vissuto più a lungo, il Pci avrebbe provato a cambiare, a redimersi dagli istinti che risalivano ai misfatti del bolscevismo, dello stalinismo, del Maquis comunista e di quello italiano; perché no, del togliattismo. A me resta, da qualche parte, una laconica lettera di Berlinguer in risposta a un mio appello: “Caro Calderazzi, Ti informo che abbiamo delegato ai compagni Tortorella e Quercioli ogni questione relativa a Il Confronto”.

Il Confronto non dové nulla a Enrico Berlinguer. Il Partito impose la sua logica burocratico-autoritaria. Il risultato del suo monolitismo sistematico lo conosciamo: dopo essersi camuffato da ‘Democratico’, non esiste più. 
E’ morto nel disonore, e lo rimpiange solo la borghesia di gamma alta.
Nella sua modestia, aveva ragione “Il Confronto”.

Antonio Massimo Calderazzi

MA COME: PER CANCELLARE IL 4 MARZO LA RIMILITANZA ROSSA NON BASTA?

Il quotidiano leader della Milano leader ha pubblicato tre pensose meditazioni (su dove siamo e dove andiamo) nei giorni stessi che il deprecato governo degli incompetenti concordava coll’Europa una manovra italiana accettabile per tutti e accettata dai più.
Mauro Magatti ha sostenuto il 15 dicembre che “serve un nuovo rapporto tra economia e società. Occorre vincere la stessa sfida di Keynes nel naufragio degli anni 30.

Innanzitutto bisogna essere consapevoli che tutte le democrazie sono investite oggi dalla protesta dei perdenti/scontenti, i quali non credono più che la salvezza possa venire dalla crescita. Siamo usciti dall’immaginario della crescita illimitata. La quota di benessere in cui si può sperare è modesta. Ancora: “le sinistre di potere, ormai guadagnate al liberismo, sembrano incapaci di mediare tra le vite individuali e i processi associati alla globalizzazione. Efficace uno dei manifesti dei Gilet Gialli ‘Le elite pensano alla fine del mondo, noi alla fine del mese’.
Il cambio delle condizioni storiche rende difficile assicurare benessere e felicità per tutti (…) Allora il rischio di un repentino rovesciamento autoritario, in forme inedite, diventa più realistico.
Occorre tornare a interrogarsi su come sia possibile tenere insieme, oggi, la crescita e la democrazia. Occorre “riconnettere in modo nuovo, intelligente e non regressivo, economia e società”. Magatti non dice come si possa riuscire a riconnettere, con gli strumenti ereditati dai governanti del passato.

La meditazione di Stefano Passigli, il 18 dicembre, intitolata “Qualsiasi paese ha bisogno di una classe dirigente ” si concentra sul quesito se “la competenza sia o no insostituibile”. Egli sembra spiegare “la fragilità del nostro sistema politico con la scarsa legittimità riconosciuta alle istituzioni espresse dai partiti che condividevano i valori della democrazia rappresentativa”.
Nelle ultime quattro elezioni il turnover quanto a età media, permanenza nel mandato, precedenti esperienze anche professionali, nel nostro Parlamento è stato triplo che nei parlamenti di Francia, Germania e Inghilterra. “Al ricambio graduale delle elite si è sostituito lo tsunami di un mutamento quasi totale del personale politico. E’ fortemente sceso il numero di parlamentari provenienti dall’università, dalle professioni o dal’imprenditoria. Sono demonizzati i concetti stessi di esperienza, competenza e di relazioni, anche internazionali”.

L’Autore non spiega perché la competenza e le relazioni sociali, anche internazionali, hanno smesso di gestire il sistema politico. Il terzo clinico chiamato a consulto dal Corriere, Franco Arminio, si focalizza sull’anima: “Il paese è più depresso. Almeno gli intellettuali dovrebbero allarmarsi. Invece restano inerti”. La speranza di Arminio va a coloro ‘che si fanno coinvolgere, che fanno il bene’. Il conflitto non è più tra destra e sinistra, ma tra tirchi e generosi, tra cinici e appassionati.
“Nessuno sa come andrà a finire. Dipende dai sogni che proveremo a realizzare”. Sembra, diciamo noi, una predicazione missionaria o una moralità: ma le idealità e i sentimenti sono proposte meno inconsistenti di nessuna proposta.

Veniamo però alla circostanza della sincronia tra queste meditazioni piene di destino e l’intesa raggiunta coll’Unione dal governo degli improvvisati, così povero di superiore sapienza e del consenso dei quartieri alti che sorreggevano i consueti detentori del potere. Il sopraggiunto Conte è risultato meno re Travicello. I due consoli, soprattutto, sono stati meno bislacchi del temuto. E’ un fatto: la compagine moderata dell’Avv. Prof. del Gargano ha ottenuto a Bruxelles più o meno quanto conseguivano gli statisti del vecchio corso, i Fanfani, i Craxi, i Gentiloni. Magari, si vedrà, qualcosa di più a favore della plebe malandata.
Si dirà: sono gli alti gradi dei ministeri che, conoscendo le pieghe della spesa, hanno scongiurato la procedura d’inflazione e raffrenato l’incoscienza dei politici di turno. Giusto: ma i tecnici dei dicasteri e della burocrazia brussellese non hanno sempre sopperito all’inevitabile ignoranza specifica dei leader politici assurti a ministri?

Allora, se i governanti gialloverdi hanno dimostrato di non conculcare il know how dei tecnici, cos’hanno meno dei politici (magari di risulta dal fallito PC) oggi rimpianti dagli alti redditi e loro signore e vedove?
Magari l’assetto del momento degenererà anch’esso in malcostume; oggi solo gli spodestati e gli annientati giudicano rovinosa l’alternativa espressa il 4 marzo. Quest’ultima andrà combattuta appena inizierà a somigliare troppo al Settantennio.
Resta, a tutto disdoro degli intellettuali che pontificavano dagli ombrelloni di Capalbio, che hanno indirizzato male i gestori insediati nei giorni di Enrico De Nicola, di Ferruccio Parri e del colonnello Valerio.
Le ideologie, le categorie e i precetti ereditati da quei giorni boccheggiano quasi tutti. Che senso ha glorificare le immaginarie virtù della democrazia rappresentativa e i padri nobili della Costituzione-manomorta (destinata alla discarica), se oggi le grandi masse non se ne curano più, al contrario?

Il divertente è che questo o quel nostalgico del Pci fallito nel disonore e della scornata egemonia di Repubblica si alza a invocare la resurrezione di una forza capace di riprendere il governo. Come riprenderlo?
La ricetta: ringiovaniti fiotti di fedeltà ai valori, agli ormoni e ai canti di guerra di una volta. I tipi come D’Alema si trastullano con farnetichi quali una rifondazione del partito di Gramsci, Stalin e Nilde Iotti. Bravi! Disseppelliscano temi e slogan del passato e, come quegli apostoli del Nazareno che di mestiere pescavano, isseranno reti strabocchevoli di voti. Rilancino le lotte e i diritti, confezionino striscioni e bandiere coi relativi fischietti e tamburi di latta, e i lavoratori rifluiranno al Pd, oppure alle parecchie ‘cose di sinistra’. Il segreto per riuscirci sarà nel rimpiangere i tempi di Di Vittorio, il digrignare di denti e di mitra del partigiano Giorgio Bocca, l’esclamare rosso dei cineasti alla Nanni Moretti: risultato, il populismo spirerà, la concorrenza globalizzata sarà sgominata, i mercati globali torneranno nostri.

A.M. Calderazzi

LUNGA VITA AL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

Un problema di economia ne richiama altri, concettualmente prossimi o lontani. Una misura di politica economica non può essere pensata – e ancor meno applicata – senza tenere conto dei molteplici effetti che avrà sulla realtà sulla quale vuole incidere.

Nel mondo dei fenomeni economici nessun evento è isolato; lo stesso identico fenomeno ha valenze,peso, conseguenze diverse da Paese a Paese e richiede quindi una speciale attenzione e decisioni ad hoc. In modo un po’ semplicistico, ma realistico, non è sbagliato assimilare il sistema economico al corpo umano. Per guarirlo se è malato, e per prevenire l’insorgere delle malattie se è sano, non possiamo contare su rimedi validi per ogni situazione.

La medicina per il singolo e la politica economica per la collettività, non sono scienze ma arti, che si servono di varie scienze per poter bene operare, adattando a ciascun caso il rimedio appropriato. Queste considerazioni valgono anche per la questione del debito pubblico, e può essere utile fornirne alcuni esempi.

I titoli del debito pubblico di un Paese povero – dove quindi la capacità di risparmio è modesta o quasi inesistente – per poter essere venduti a risparmiatori situati al di fuori dei suoi confini, vengono emessi in una valuta straniera e a tassi piuttosto elevati per compensare il rischio derivante dalla possibilità che il Paese non riesca ad onorare gli impegni assunti all’atto dell’emissione dei titoli. Ne discende che, per pagare gli interessi pattuiti e rimborsare il debito alla scadenza, ciascuno di questi Paesi dovrà procurarsi la valuta straniera necessaria a far fronte ai propri impegni, e potrà farlo soltanto in due modi: con le esportazioni e/o con la vendita a stranieri di beni dei quali il Paese sia proprietario all’interno o all’esterno dei propri confini; di conseguenza il debito pubblico dei Paesi poveri è a tutti gli effetti debito estero.

Un caso opposto è quello del Giappone, detentore del debito pubblico più alto del mondo in termini pro-capite: 92 mila dollari (2016), pari a circa 83 mila euro; eppure il fatto di detenere questo record non è una ragione di allarme. I titoli del debito pubblico giapponese infatti sono emessi nella valuta locale (yen), hanno tassi di rendimento piuttosto bassi, sono interamente o quasi sottoscritti da cittadini giapponesi i quali hanno una capacità di risparmio elevata e sono motivati a questo comportamento perché consapevoli di operare a beneficio della collettività della quale fanno parte.

L’enorme debito pubblico degli Stati Uniti d’America ammonta a 62 mila dollari pro-capite e i titoli che lo rappresentano non potrebbero essere assorbiti dai residenti a causa della inadeguata capacità di risparmio delle famiglie americane. I Treasury Bond, in $ USA, vengono quindi venduti soprattutto ad acquirenti esteri. Si può osservare che gli Stati Uniti sarebbero l’unico Paese al mondo ad avere un’alternativa valida al debito pubblico: stampare moneta. Il manuale di economia però afferma categoricamente che ciò provocherebbe inflazione, ma questa presa di posizione meccanica e apodittica è fuorviante; la risposta “giusta”anche in questo caso – come sempre in economia – è DIPENDE.

I titoli del debito pubblico di ciascuno dei Paese dell’Unione europea che abbia adottato l’euro come moneta nazionale sono di solito emessi nella valuta comune. La Germania ha un debito pubblico pro-capite di 25 mila euro, la Francia di 34 mila e l’Italia di 37 mila: come si vede i divari in proposito non sono poi così abissali. L’emissione di titoli del debito pubblico di ogni Paese euro deve sottostare a regole note come “parametri di Maastricht” le quali fissano soglie che non devono essere superate. Non è questo il luogo per muovere qui una critica alla natura di questi parametri – istituiti nel 1992 e divenuti operativi l’anno dopo – se non per dire in termini generali che sono soprattutto fondati su equivoci, errori e rapporti di forza ineguali tra i firmatari del documento che li ha istituiti.

Basti dire, a titolo di esempio, che uno di questi parametri gravati da errore esprime in termini percentuali la correlazione che dovrebbe esserci tra l’ammontare del debito pubblico di un Paese e il valore monetario del suo Prodotti Interno Lordo (PIL); questo valore non dovrebbe superare la soglia stabilita per questo parametro.

L’errore sta nell’aver messo in correlazione due entità eterogenee, l’una FONDO (debito pubblico totale) e l’altra FLUSSO (PIL di un certo anno) che non possono in alcun modo essere reciprocamente correlate perché appartenenti a due sfere concettualmente e metodologicamente differenti.

Il DEBITO PUBBLICO del Paese nel suo insieme (il cui ammontare è calcolabile in un qualsiasi preciso momento) può essere posto in relazione soltanto con l’entità ad esso omogenea e cioè la RICCHEZZA della popolazione del Paese (che pure può essere calcolata in un momento preciso), ma non con il REDDITO nazionale (o PIL) che non può essere calcolato in un preciso momento dato che il calcolo, per la natura FLUSSO di questa entità, richiede di essere fatto su un arco temporale, che di solito è l’anno. A scanso di equivoci è bene precisare che la RICCHEZZA (sinonimo di patrimonio o di capitale) privata delle famiglie italiane, è composta da beni immobili (edifici e terreni), beni mobiliari (azioni e obbligazioni italiane ed estere),opere d’arte, gioielli, denaro contante, beni capitali o strumentali (per produrre beni o servizi destinati alla vendita), beni durevoli di consumo(mezzi di trasporto per uso privato, elettrodomestici, attrezzature per uso personale o familiare).

L’entità FLUSSO rappresentata dal PIL – che non può essere posta in correlazione con l’entità FONDO costituita dall’ammontare totale del debito – deve essere invece correlata ad un altro concetto FLUSSO: il servizio del debito (debt service). Questo è costituito dalla somma degli interessi pagati in un certo anno su tutti i titoli esistenti in quell’anno, più l’importo del rimborso dei titoli che scadono in quell’anno. L’ammontare del servizio del debito moltiplicato cento e diviso per il PIL, rappresenta il tasso del servizio del debito (debt service ratio),una entità dotata di un suo preciso significato e che soddisfa i criteri metodologici della razionalità economica.

Dopo questa noiosa ma doverosa digressione passiamo a due punti cruciali: le RAGIONI del debito pubblico e la vera NATURA del debito pubblico.

RAGIONI DEL DEBITO PUBBLICO

I Governi, per poter conseguire gli obiettivi che si propongono, dovrebbero contare sulle entrate fiscali. Tuttavia, se il costo delle politiche da attuare è superiore a quello consentito dalle entrate ordinarie, il Governo può decidere di aumentare la pressione fiscale con nuove imposte e/o con aliquote più pesanti delle imposte e tasse in vigore.

Un’alternativa più equa,soddisfacente e consona allo Stato sociale moderno, è il ricorso all’indebitamento.I prestiti necessari all’azione di governo potranno essere ottenuti da istituzioni creditizie esistenti all’interno del Paese, o provenire dall’estero (altri Governi o privati), oppure essere concessi da istituzioni sopranazionali o internazionali. Tuttavia, ove la capacità di risparmio dei cittadini lo consenta, la via più naturale è quella di rivolgersi a loro quali finanziatori del debito pubblico del proprio Paese. Naturalmente la mano pubblica si impegnerà a remunerarli con interessi adeguati (tali da convincerli all’acquisto dei Buoni del Tesoro Poliennali o BTP) garantendo loro nel contempo la restituzione alla data pattuita delle somme prestate.

Questa soluzione è di gran lunga più soddisfacente di quella dell’incremento della pressione fiscale,anche perché mentre l’aumento di imposte e tasse – essendo un atto d’imperio della mano pubblica – costituisce un ordine delle autorità che se trasgredito verrà punito, il ricorso al credito concesso dai residenti allo Stato si fonda invece sulla libera volontà dei cittadini che acquisteranno i BTP o altri titoli del debito pubblico nazionale.

Il ricorso al credito concesso dal singolo cittadino-risparmiatore al Tesoro del proprio Paese, al fine di finanziarne volontariamente il debito pubblico, ha come conseguenza immediata quella di trasformare il risparmio liquido delle famiglie in titoli pubblici che vengono così ad essere parte della ricchezza dei cittadini sottoscrittori. 

NATURA DEL DEBITO PUBBLICO NEL CASO ITALIANO

I BTP e gli altri titoli del debito pubblico acquistati dai cittadini italiani divengono in questo modo parte della loro RICCHEZZA dalla quale deriverà un REDDITO rappresentato dagli interessi maturati ogni anno e regolarmente incassati dai proprietari dei titoli.

Il debito pubblico del Paese assume così il significato e i connotati di una “partita di giro”. Siamo infatti in presenza di una quantità economica che da un lato rappresenta il debito di un’entità astratta dalla durata di vita illimitata – e comunque non prevedibile, come è quella di uno Stato sovrano – mentre dall’altro costituisce una parte della ricchezza della quale gode la famiglia che ne è proprietaria, e che potrà trasmetterne la proprietà agli eredi.

Se questa è – come di fatto è – la inconfutabile realtà, sostenere che sul bambino che nasce oggi grava un debito pubblico creato dai suoi maggiori (genitori, nonni, bisnonni, ecosì via) che egli un giorno sarà costretto a ripagare rimborsandolo (ma a chi?), è un’affermazione priva di senso. Chi ha investito i suoi risparmi nel debito pubblico italiano lo ha fatto soprattutto perché questo investimento genera un reddito. La certezza che il debito del Tesoro verrà onorato con il rimborso alla scadenza ne è ovviamente un presupposto essenziale. Questo presupposto ha sempre trovato riscontro nella realtà italiana da quando (1861) esiste lo Stato unitario, lo stesso non si può dire per la Germania. Per la maggior parte dei detentori di titoli pubblici italiani al rimborso ottenuto seguirà l’acquisto di nuovi titoli emessi nel frattempo dalla mano pubblica.

Due terzi del debito pubblico nazionale sono oggi nelle mani di istituzioni e famiglie italiane, che ne possedevano la quasi totalità prima della liberalizzazione del movimento dei capitali iniziata a metà degli anni Ottanta. In compenso (a riprova della nostra eccezionale sebbene declinante capacità di risparmio) è bene sottolineare che una quota del debito pubblico di altri Paesi (quali Stati Uniti, Germania, Francia, Svezia, ecc.) è stata acquistata da italiani e fa parte del patrimonio delle famiglie italiane.

Il debito pubblico italiano non può quindi in alcun modo essere visto come un disastro nazionale al quale rimediare a costo di qualsiasi sacrificio. Sicuramente si dovrà operare per eliminarne i numerosi sprechi e per ridurne l’entità, al fine di indirizzare il risparmio nazionale verso impieghi destinati a imprese (per sostenere e ampliare la loro capacità produttiva) e alle famiglie bisognose di credito per acquistare ciò che ne possa migliorare le condizioni di vita.

OSSERVAZIONI IMPORTANTI

Gli interessi derivanti dai titoli posseduti da residenti sono gravati da un’imposta chiamata “cedolare secca” che ammonta al 12,5%. Quindi, il debito pubblico italiano sottoscritto dai residenti permette all’erario un risparmio del 12,5% sulla spesa per interessi. Sia d’esempio il caso del BTP trentennale con scadenza nel 2023 e interesse al 9%. La sua gestione non costa all’erario il 9% annuo, bensì il 7,875% che corrisponde all’interesse netto percepito dal residente in Italia che lo possiede.

L’importo degli interessi pagati ai sottoscrittori italiani non accresce soltanto il loro reddito (di una porzione esente da qualsiasi ulteriore imposta), ma costituisce per il sistema economico nel suo complesso una possibilità di spesa e di risparmio aggiuntivi (rispetto ad altri investimenti di tipo mobiliare) che favorisce il buon andamento dell’economia nazionale.

Al contrario, l’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano da parte di non residenti ha due controindicazioni rilevanti:

1) costringe l’erario a pagare per intero l’interesse stabilito, senza detrarne il 12,5%;

2) rende i corsi dei titoli più soggetti alla mera speculazione, che si esercita attraverso una continua compravendita dei titoli – con interventi massicci delle principali società finanziarie che operano a livello mondiale – allo scopo di alterarne i corsi per ragioni di interesse privato che non possono avvantaggiare il nostro sistema economico.

Per esempio, la massiccia e improvvisa vendita dei titoli pubblici italiani da parte delle istituzioni economiche e finanziarie della R. F. Tedesca – in un momento di accesa speculazione diretta contro il nostro Paese anche per motivi politici, come accadde nell’autunno del 2011 – fece scendere rapidamente i corsi dei nostri titoli. Questa repentina variazione negativa provocò nei piccoli e medi possessori di questi titoli dei timori che si tradussero in vendite che, sommate alle precedenti, causarono un ulteriore abbassamento dei corsi. Chi aveva dato l’avvio a questa manovra poté così fare lauti guadagni ricomprando poi a prezzi più convenienti i titoli che, passata la febbre ribassista, tornarono alle quotazioni precedenti.

Per le suddette ragioni mantenere in mani italiane i titoli del debito pubblico del nostro Paese significa non soltanto contribuire alla stabilità e alla prosperità dell’economia nazionale, ma anche permettere alle famiglie italiane di avere un reddito dai loro risparmi, cosa ormai impossibile con i depositi in conto corrente a causa del cartello bancario, illegale perché viola le norme sulla concorrenza, ma di fatto operante. I clienti vengono indirizzati verso impieghi più profittevoli (per le banche) e così fanno i promotori finanziari sconsigliando i titoli pubblici italiani “che non rendono nulla e sono insicuri”. La falsità di questa affermazione è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare ai fatti concreti. Il rendimento dei titoli pubblici italiani è significativo (come si mostrerà più avanti), la sicurezza è provata dal fatto che negli ultimi 157 anni non è mai venuta meno, a differenza di quanto è avvenuto in Germania, dato che negli ultimi 147 anni è stata smentita dai fatti almeno una volta.  

UNA POSTILLA DALL’ATTUALITA’

Al fine di investire i propri risparmi in modo oculato e redditizio (favorendo nel contempo il nostro sistema economico)sarebbe bene guardare ai CIR (Conti individuali di risparmio) https://financecue.it/i-cir-conti-individuali-di-risparmio/12668/ di probabile imminente creazione ed entrata in vigore.

In attesa che i CIR siano disponibili, osserviamo come possibili destinatari di investimenti redditizi i seguenti BTP, con durate comprese tra i 20 e i 50 anni, e verifichiamo quale è nel dicembre 2018 il rendimento che effettivamente finisce nelle tasche deipossessori di questi titoli senza che vi siano ulteriori conseguenze fiscali:

BTP 1ST2040 5% (-cedolare secca=4,375%) al corso di 118 rende il 3,708%

BTP 1AG2039 5% (-cedolare secca=4,375%) al corso di 119 rende il 3,677%

BTP 1ST2044 4,75% (-cedolare secca=4,156%) al corso di 116 rende il 3,583%

BTP 1FB2037 4% (-cedolare secca=3,5%) al corso di 107 rende il 3,271%

BTP 1MZ2048 3,45% (-cedolare secca=3,01875%) al corso di 96 rende il 3,145%

BTP 1ST2046 3,25% (-cedolare secca=2,84375%) al corso di 94 rende il 3,025%

BTP 1MZ2067 2,8% (-cedolare secca=2,45%) al corso di 83 rende il 2,952%

Guardando con attenzione questi dati ci si dovrebbe chiedere perché mai siano da preferire le alternative di investimento che vengono proposte da banche e promotori finanziari di ogni tipo, dato che alla prova dei fatti queste alternative(azioni, obbligazioni societarie e titoli esteri) si sono rivelate meno redditizie e tutt’altro che esenti da rischi. In proposito varrebbe la pena dileggere con attenzione quanto qui esposto: https://scenarieconomici.it/si-cambi-subito-il-meccanismo-dasta-dei-titoli-pubblici-di-f-dragoni-e-a-m-rinaldi/

Esaminiamo ora con occhio critico alcuni contenuti del supplemento “Plus24” de Il Sole 24 Ore di sabato 8 dicembre 2018. Nell’articolo “Valutare le capacità non (solo) i costi” l’autore Christian Martino scrive: Secondo i calcoli di Aipb Prometeia dal 2010 i clienti privati hanno ottenuto performance medie annue pari all’1,9% contro l’1% delle famiglie servite dal sistema bancario nel suo insieme.

Come si vede si tratta di rendimenti (lordi) notevolmente più modesti di quelli (netti) realizzati investendo nei titoli pubblici italiani sopra citati, operazione semplicissima da eseguire, e che non richiede l’aiuto di terzi, oneroso o gratuito che sia.

In questa situazione confusa ad arte, che favorisce soprattutto gli azzeccagarbugli dalla parlantina suadente, la lingua sciolta, la scrittura convincente, sembra che faccia capolino la ragionevolezza, e che stiano per diventare (o tornare) di moda iBTP nostrani.

Questa tendenza traspare nelle parole (comunque discutibili) di Francesco Paglianisi in: ZONA BUND “La tendenza? E’ restare liquidi” dove si dice che …i player finanziari attendono una brusca frenata della crescita e non escludono più una recessione per il 2019-2020. … Il risultato è un veloce allontanamento dal mercato azionario, un riposizionamento sugli asset obbligazionari e un aumento della liquidità. Non si riesce a stimare quanto durerà questa fase, masi percepisce che ora è importante dare la precedenza a conservare il patrimonio piuttosto che cercare la performance. Il successo del Bund, che è ritornato vicino ai minimi dell’anno, è frutto di questa esigenza. Nessuno ritiene che sia un ottimo affare una remunerazione del Bund a quota 0,25% per dieci anni, soprattutto a pochi giorni dalla fine del Qe, ma i money manager devono scegliere fra il male minore. Chi cavalca la volatilità sta invece lavorando su asset come i bond italiani, dove si rileva un cambio di scenario.I bond italiani hanno metabolizzato uno scenario di predefault, che sul breve non è più attuale. Se cambia lo scenario devono cambiare anche i prezzi. Se lo spread BTp-Bund scenderà sotto i 280 punti base potremmo assistere a un recupero prolungato dei Btp e Cct.

Che cosa si può ricavare dalla lettura di queste righe? Osservare in primo luogo che l’ipotesi di un possibile “fallimento” delle finanze di un Paese come l’Italia era ed è semplicemente inconcepibile. Rilevare poi una gravissima omissione, continuando a tacere su un punto cruciale: acquistando i Bund – come hanno fatto e continuano a fare molti italiani sviati dalle argomentazioni degli “esperti” – si finanzia gratuitamente il Tesoro del governo tedesco, dato che nessuna remunerazione o compenso viene riconosciuto ai sottoscrittori. Ne risulta che a causa di infondate dicerie acquistiamo i Bund tedeschi che rendono lo 0,1% lordo mentre veniamo scoraggiati dall’investire nei BTP italiani sebbene rendano il 3% netto.

In questo modo il Tesoro italiano si indebita con un onere pari a oltre trenta volte quello tedesco; il risparmiatore italiano che compra i Bund non incassa nulla; il Tesoro tedesco si finanzia senza alcun onere usando i nostri risparmi, e rimproverandoci pure di essere degli spendaccioni.

Gianni Fodella

già docente di Politica economica internazionale nella Università degli Studi di Milano 

Fede dolorosa di un Papa

“Grido a Dio: non permettere mai più una cosa simile!”. Papa Ratzinger è stato importante teologo, oltre che forse il testimone più intenso della tragedia vissuta da quei pontefici di tutti i tempi che hanno tentato di redimere le sconfitte della fede. E’ sconvolgente che il 28 maggio 2006 egli abbia urlato contro Dio. Egli grande teologo sa che il Dio Perfezione e il Dio Onnipotenza non può permettere Auschwitz nemmeno un volta. Se una volta ha permesso, il papa non può assolvere Dio.

E’ vero che Ratzinger si rifà alle tante invettive contro Dio nel Vecchio Testamento, per far risultare che non esiste fede senza accuse al Nume: “Dove era Dio in quei giorni?” ha scandito il papa nel Lager. “Perché ha taciuto? Come potè tollerare questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell’Israele sofferente: Svegliati, perché dormi, Signore?”.
Ad Auschwitz Ratzinger si avvalse del diritto di rivendicare che né egli, né alcun capo di alcuna fede possiede gli argomenti a difesa del Dio ‘onnipotente e perfettamente giusto’. Lo smarrimento del Sommo Pontefice è quello dell’ultimo dei fedeli.

Ad Auschwitz il papa germanico non poté non proclamare ‘sono qui come figlio del popolo tedesco’, così come non poté non difendere quel popolo annientato dalla ferocia: “Su quel popolo un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, a nome di prospettive di grandezza, di recupero dell’onore, di benessere: e anche mediante il terrore e l’intimidazione; cosicché il nostro popolo poté essere usato come strumento della loro smania di distruzione”.

Inevitabilmente, le volte che andò a quel Lager -nel 1979 e nel 1980, prima che nel 2006- dovette riconoscere : ‘Non possiamo scrutare il segreto di Dio: vediamo solo frammenti e ci sbagliamo a farci giudici di Dio e della storia…dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio “Svegliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo”. In questa occasione papa Benedetto XVI affermò che “il Dio nel quale crediamo è un Dio della ragione”. Ma fece anche proprie le parole terribili del Salmo 40:”Siamo messi a morte, come pecore da macello”.

Ratzinger disse ancora altre parole di verità: “Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano strappare anche la radice su cui si basa la fede cristiana… Volevano far scomparire un intero popolo (i nomadi) classificato come ‘lebensunwertes Leben’, una vita indegna d’essere vissuta”; e che i soldati russi “sacrificarono sì un immenso numero di vite per liberare i popoli da una dittatura, ma anche sottomettendo gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell’ideologia comunista”.

Quando Benedetto XVI fece la gran rinuncia, di scendere dal Soglio, si addussero varie spiegazioni , ciascuna delle quali in sé convincente: la stanchezza umana, l’indebolirsi delle forze, le sordità, le fazioni e le ferocie all’interno della Curia. Forse occorreva chiederci anche se egli non concluse di non potere più restare il capo dei cattolici, laddove nemmeno lui sperava di “scrutare il mistero di Dio”.
Nelle sue parole -ripetiamo, ad Auschwitz- “Dove era Dio in quei giorni?” Nelle parole del Salmo, lamento dell’Israele sofferente: “Signore, perché nascondi il tuo volto?”.

La fede è immortale?

SUPERIORITA’ DEI CINESI E INSENSATEZZA DEI GOVERNI (SENZA ALCUN RIFERIMENTO ALL’ATTUALITA’)

Per parlare della superiorità tecnologica e produttiva dei cinesi occorre ricordare che i governi d’Europa, insieme con quelli delle colonie di popolamento bianco, hanno dominato il mondo per meno di due secoli, e cioè da quando è venuta meno, nell’Ottocento, la superiorità economica e tecnologica dei cinesi che nel 1830 producevano tre volte i manufatti prodotti dagli inglesi, mentre gli indiani nell’India soggetta al Raj britannico (British Rule), ne producevano il doppio degli inglesi.

La “superiorità” delle Grandi Potenze (e la Cina non era tra queste) risiedeva soltanto negli strumenti di morte più efficienti, decisivi per sottomettere un Paese che sopravanzava ogni altro avendo anticipato di secoli alcune delle invenzioni tecnologiche più importanti per la vita dell’uomo.

Come per qualsiasi altro Paese la Cina, se esiste come entità politica che si concretizza nel suo Governo, non esiste veramente nella realtà ma è il frutto dei pensieri umani che l’hanno così battezzata. I cinesi però esistono, e nel loro insieme formano la popolazione cinese. Questo formidabile gruppo di individui (il più formidabile di tutti quelli che vivono sul pianeta Terra) ha delle caratteristiche sue proprie che è difficile riscontrare presso altri gruppi sociali che dalla civiltà sinica non siano stati influenzati. Che differenza c’è tra i cinesi del Sichuan o dello Yunnan e quelli di Taiwan, Hong Kong, Macao, Singapore, Malaysia, Indonesia? I cinesi che risiedono all’estero – overseas Chinese (huáqiáo 華僑) – restando uniti nella loro comunità non cessano di essere e sentirsi cinesi anche se vivono in Italia.

I cinesi sono sorprendenti per come ricreano in ogni luogo il gruppo sociale al quale appartengono. Si potrebbe dire a ragion veduta che Cina è là dove vi sia un gruppo di cinesi che, per quanto piccolo, è destinato ad allargarsi per fecondità endemica o per l’apporto di nuovi venuti, parenti, amici e compaesani. I cinesi sono contadini, artigiani o mercanti? Soprattutto contadini, ma anche artigiani e mercanti (si veda Mariella Giura Longo, CONTADINI, MERCATI E RIFORME La piccola produzione di merci in Cina (1842-1996), Franco Angeli, Milano 1998). Non sono soldati, non amano le armi e le usano soltanto in casi estremi, soprattutto per difendere i loro cari e ciò che hanno. Nella loro tradizione il miglior generale è colui che non ha mai sostenuto una battaglia, e che è in grado di vincere una guerra senza colpo ferire e senza distruggere gli averi del nemico. Presso quale altro gruppo sociale nel mondo esiste un simile ideale, sovente divenuto realtà?

I cinesi, con i greci, hanno dato vita alle migliori forme di governo del Pianeta. Il Figlio del Cielo è in fondo un sacerdote che ha dei precisi doveri, e anche dei diritti che tuttavia esercita con il consenso dei suoi Ministri. Il dispotismo – che è ben illustrato nel film di Bernardo Bertolucci 1941 L’ultimo imperatore (1987) – è un derivato delle forme di governo d’Europa, molto più dispotiche e arroganti di quelle che hanno quasi sempre caratterizzato la Cina. Il governo delle provincie cinesi è affidato a funzionari scelti in base a esami pubblici, istituzione di invenzione cinese che permette ai meritevoli e capaci, per quanto di umili origini, di salire nella scala gerarchica fino al livello massimo di ascoltato consigliere dell’Imperatore nutrendone il potere e l’azione diretta di governo.

Il loro modo di allargare il territorio nel quale vivono non è attraverso la guerra, ma la pace, che favorisce i rapporti umani e fa emergere i più solerti e industriosi. Così è accaduto nelle provincie cinesi di mezzogiorno e ponente, nei Paesi del Sudest asiatico dove in alcuni casi da minoranza si sono trasformati in maggioranza come a Singapore e in Malaysia, e a differenza di quanto è accaduto nelle città di San Francisco, New York, Londra, Milano, Prato, dove sono rimasti (almeno per ora) minoranza.

I cinesi non sono razzisti, sono cinesi. Chi comunica in cinese – e cioè legge e capisce, scrive e parla questa lingua – è cinese. Edoarda Masi 1927-2011 scriveva nel suo libro PER LA CINA Confuciani e proletari (Mondadori, 1978), che andrebbe utilmente letto oggi: da venticinque anni subisco l’invito continuo e pressante a sinizzarmi, che è offerto apparentemente come il solo modo per conoscere; lo accetto e nello stesso tempo lo rifiuto. Mi ostino a ricercare la possibilità di un rapporto senza pretendere di misurare una diversa civiltà col metro europeo, ma senza perdere la mia identità europea.

Della superiorità tecnologica dei cinesi abbiamo ormai analisi storiche inconfutabili di ogni tipo, e basterebbe fare riferimento all’opera ciclopica coordinata dallo scienziato inglese Joseph Needham 1900-1995 Science and Civilisation in China, Cambridge University Press 1954 (e disponibile in parte anche in italiano: Scienza e civiltà in Cina, Volume primo, Lineamenti introduttivi, Giulio Einaudi editore, 1981, pp. 296~301 dell’edizione italiana) dove, nel capitolo dedicato al flusso delle tecniche provenienti dalla Cina, si fa un interessante e lungo elenco che mostra la profusione di applicazioni che raggiunsero l’Europa e altre regioni in epoche varianti tra il I e il XVIII secolo [in parentesi è indicato il ritardo approssimativo, misurato in secoli, nella trasmissione all’Occidente delle tecniche prodotte dalla Cina]:

a) pompa a catena a palette quadrate [15 secoli] …

c) macchine soffianti per la lavorazione dei metalli azionate da forza idraulica [11 secoli] …

e) mantici a pistoni [circa 14 secoli]

f) telaio per tessitura a disegni [4 secoli]

g) macchinari per la lavorazione della seta … [3~13 secoli]

h) carriola [9-10 secoli]

i) carro a vela [11 secoli] …

o) trivellazione profonda [11 secoli]

p) ghisa [10~12 secoli] …

t) chiuse per canali [7~17 secoli] …

y) carta [10 secoli]

z) porcellana [11~13 secoli].

A proposito della porcellana sarebbe bene ricordare che questo importantissimo manufatto (che richiedeva forni di cottura capaci di temperature che i forni europei non erano in grado di raggiungere) venne prodotto in Europa per la prima volta soltanto nel 1707 a titolo sperimentale, e a partire dal 1711 a fini produttivi, dopo secoli di nostri vani tentativi tesi a imitarla. Una tendenza, questa dell’imitazione, che vorremmo attribuire agli altri, per esempio ai giapponesi piuttosto che agli europei, ritenuti superiori a tutti (per ragioni basate sul RAZZISMO) plagiando in questa infondata opinione persino i colonizzati che si erano rassegnati ad essere “inferiori”.

Dati gli scritti (soprattutto inglesi) in lode del white man’s burdern costretto (!) a gravarsi del “fardello dell’uomo bianco” e quindi della missione civilizzatrice propria di chi sovrasta gli altri e la sente come un dovere (noblesse oblige), la superiorità non soltanto economica della Cina e dei cinesi sembra difficile da provare, ma è invece testimoniata da numerosi anche se brevi scritti di mercanti mediterranei in merito all’esperienza di commercio con quelle terre. D’altra parte dagli abitanti dell’Europa settentrionale, ricca soprattutto di ristrettezze, il resoconto di Marco Polo non venne creduto al momento della sua pubblicazione, e così per molti secoli a venire. Non potevano neppure immaginare che le descrizioni delle prospere città cinesi contenute ne Il Milione corrispondessero al vero. Vennero quindi ritenute frutto della fantasia e dell’immaginazione dell’autore o del suo amanuense.

Non così a Venezia, e nel Mediterraneo in genere, dove le persone che conoscevano il mondo erano numerose, anche se non scrivevano libri perché impegnate nel loro lavoro di mercanti o di missionari che li assorbiva completamente. Marco Polo aveva potuto dar vita a quest’opera perché si trovava in prigione e non aveva di meglio da fare che dettarla a Rustichello da Pisa, come lui in carcere.

Nell’Europa settentrionale invece soltanto nell’Ottocento si credette finalmente al viaggiatore veneziano, sebbene in Cina la pressione demografica crescente avesse fatto ormai abbassare enormemente il tenore di vita dei cinesi, la maggior parte dei quali era afflitta dalla miseria più nera. Ma le vestigia della passata prosperità restavano, ed erano sotto gli occhi di tutti.

All’opera di Marco Polo credette pienamente due secoli dopo un altro mediterraneo, fino a farne il principale stimolo al suo viaggio verso Ponente per raggiungere le Indie. Nel volume Scopritori e viaggiatori del Cinquecento, a cura di I. Luzzana Caraci, Ricciardi, Milano – Napoli 1996, T. II pp. 922-932 (segnalatomi dal professor Claudio Zanier dell’Università degli Studi di Pisa) si dice: Scrive Filippo Sassetti 1540-1588 a Bernardo Davanzati sul finire del 1585, alludendo al fatto che se non si dispone d’argento è inutile pensare di commerciare con la Cina: “Alla Cina reali e non altro...”. E aggiunge, descrivendo gli arrivi a Cochin da Oriente: “…la nave o le navi della Cina compariscono più tardi; portano tutte le cose che si possano imaginare, fuori delle spezierie;… di là viene la seta, i drappi, tutta la sorte di metalli, argento vivo, rame, ottone, e oro in tanta quantità quanta si vuole, perché basta portarvi capitale [intende: argento, soprattutto i reali, reales de a ocho coniati nell’impero spagnolo, accettati in tutto il mondo come strumenti di pagamento] per comprarlo che se ne caricherebbe una nave… ed è mercanzia tale che… si guadagna sessanta per cento. Viene di là allume di rocca senza fine, galanga [radice medicinale], cinabro, canfora, le porcellane, che sono grandissima mercanzia, legnami dorati per gran somma, sete ricamate finissimamente, pitture e tutto insomma quello che si sa dimandare di là viene, perché, se…manca […] qualche cosa che altri desideri, sapendola…[far]… loro intendere, la fanno [venire]; e in ogni genere di mercanzie che di là venga… si raddoppia, quando non si fa di uno in tre. E veramente che se non fusse questo negozio [= commercio con la Cina] in questa parte…tutto sarebbe in terra...”

Lo storico economico Carlo M. Cipolla 1922-2000, nel suo scritto Conquistadores, pirati, mercatanti. La saga dell’argento spagnuolo (Bologna, 1996), osserva (pp. 58-63) “che l’argento [reali] serviva agli europei per acquistare merci sui mercati extraeuropei dove non c’era alcun interesse per i prodotti dell’Europa. … Tutte queste monete, ed i reales in modo particolare, aprirono alle nazioni europee l’opportunità di espandere notevolmente il loro commercio con l’Oriente. … Possenti forze li calamitavano… Ma la marcia verso Oriente dei reales de a ocho non si fermò in Persia. Nel primo decennio del secolo XVII la marcia …[dei reali] era giunta ad invadere anche l’India e la Cina…il fatto [è] che gli europei, … non avevano nulla però da offrire in cambio, perché né l’India né la Cina avevano interesse ai prodotti dell’Europa. I tentativi per migliorare la situazione non si contano. … Se gli europei volevano commerciare con l’India e con la Cina non avevano altra scelta che offrire a questi due paesi dell’argento…. [Inoltre] l’Europa…venne a conoscere prodotti orientali che prima non conosceva. Esempio classico il tè, … che nel 1720 arrivò a soppiantare decisamente la seta come principale merce di importazione della Compagnia [inglese delle Indie Orientali]. Di conseguenza il saldo positivo della bilancia commerciale cinese continuò a crescere.” Cipolla ricorda (pp. 66-67) che “il mercante portoghese Gomes Solis poteva scrivere nel suo Arbitrio sobre la plata (Discorso sull’argento) pubblicato a Londra nel 1621 che “l’argento vaga traverso tutto il mondo nelle sue peregrinazioni, per poi finire in Cina, dove rimane come al suo centro naturale”.

Gli inglesi, così conclude Cipolla (pp. 75-76), trovarono nel commercio dell’oppio che facevano coltivare in India il rimedio al “grave deficit della bilancia commerciale inglese con la Cina. …a partire dal 1776 la quantità di oppio esportata dagli inglesi in Cina crebbe… soprattutto negli anni 1830-1840…in misura eccezionale… Un funzionario cinese in un suo memoriale scriveva in quegli anni che “Il Celeste Impero permette la vendita di tè e di rabarbaro che servono a tenere in vita i popoli di quelle nazioni…, e tuttavia questi stranieri non dimostrano alcuna gratitudine, ma contrabbandano, invece, l’oppio che avvelena il Paese; quando il cuore riflette su questa condotta ne è disturbato e quando la ragione la considera, la trova irrazionale.” Il governo cinese…tentò di correre ai ripari ma…si arrivò… nel 1839 alla famosa guerra dell’oppio in cui la Cina fu sconfitta ed umiliata...”. Il testo della lettera scritta nel 1839 dal magistrato 林則徐 Lín Zéxú 1785-1850 e indirizzata alla regina Vittoria (non sappiamo se fu mai portata alla sua conoscenza) è un documento che mostra come fosse difficile il dialogo tra la civiltà che soccombe – piena di stupore per la violazione delle elementari regole della convivenza fra i popoli – e la barbarie che trionfa senza ragione se non quella della forza bruta, contravvenendo alle leggi della Natura che (in Cina) vede l’uomo come un essere buono, che quando sbaglia può sempre essere educato ad emendarsi.

Concludiamo citando un noto proverbio che la dice lunga sul modo dei cinesi di intendere le cose divine e le cose terrene. Lassù vi è il Cielo, quaggiù sono Suzhou e Hangzhou , shàng yǒu tiān táng, xià yǒu Sū Háng. Con Sū  (ora si intende la città di Sūzhōu 苏州 e con Háng  la città di Hángzhōu 州. Il regno Celeste di lassù sarà bello (dicono i cinesi), ma qui abbiamo città impareggiabili per splendore come Sūzhōu 苏州  e Hángzhōu . La citazione è di Eileen Power 1899-1940 nell’avvincente capitolo su Marco  Polo in Medieval People (Vita nel medioevo, Einaudi, Torino 1966).

Brano (con lievi modifiche) tratto da:

Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, dicembre 2017 (IV edizione) pp.58-62

Dovrà essere economia di guerra

Questa Repubblica, sorta malata dalla Resistenza, se vorrà mettere in sicurezza viadotti, scuole, interi quartieri e città; se dovrà provare a scongiurare la bancarotta, ad allontanare lo smantellamento industriale e a rallentare l’ingrossamento del debito pubblico; se sarà obbligata a partecipare a un gigantesco “piano Marshall” dei paesi ricchi contro la miseria dell’Africa; se vorrà dare un sussidio alimentare alle famiglie dei senza reddito; se vorrà smettere di vivere alla giornata: ebbene questa Repubblica dovrà fare un’abiura colossale. Dovrà spezzare la continuità. Dovrà rinnegare se stessa, compresi i suoi valori. Dovrà passare a una mezza rivoluzione.

Non si tratterà di aggiornare le prassi del Settantatreennio demo-clepto-plutocratico. Non si tratterà nemmeno di decidere questa o quella patrimoniale. Occorrerà rovesciare i tavoli da gioco e bruciare i mazzi delle carte. Per tagliare di otto decimi la spesa militare e quella diplomatica bisognerà uscire dalla Nato, rifiutare la solidarietà occidentale, affrancarci finalmente dagli Stati Uniti. Dovremo proclamare decaduti imperativi tradizionali come patria, onore, valori della Costituzione, diritti inalienabili, conquiste per sempre.

Occorrerà avviare una lotta senza quartiere a tutti gli sprechi: cominciando dalle istituzioni obsolete o apertamente nocive, le Camere e la Corte costituzionale per cominciare. Il Quirinale va chiuso (venduto al migliore offerente, per straniero che sia, oppure convertito nel Louvre più importante del pianeta). Il bilancio della presidenza della repubblica va miniaturizzato; il numero dei dipendenti deve diventare trascurabile. I palazzi del prestigio meglio chiuderli. Le grandi opere siano ridotte all’essenziale; alla compagnia di bandiera è saggio rinunciare. Andrà proibito di considerare “strategici” beni e programmi finora classificati ‘indispensabili a un grande paese’: il ‘grande paese’ si acconci a ciò che può permettersi.

Il Codice civile va riscritto in alcune parti: per esempio i “diritti acquisiti” che cessino di imperversare e di bloccare quasi ogni iniziativa di riforma. Essi assegnano trattamenti privilegiati non solo ad alti burocrati (che a volte vantarono meriti) e a generali e ammiragli senza vittorie, ma anche alle loro vedove. Se mai certe carriere furono rispettabili, nessun ruolo ebbero in esse le consorti. Le pensioni esagerate e le ricche liquidazioni vengano avocate a fini di giustizia. Non si temano le accuse: pauperismo, giacobinismo, etc. Non si facciano più salvataggi industriali: le manifatture che producono beni rifiutati dal mercato chiudano; a stipendi e salari si sostituiscano sussidi alimentari eguali per tutti. Gli alti manager vivano anch’essi del molto poco.

Dopo il settantennio della grande illusione, le istituzioni repubblicane andranno ridimensionate : cominciando dal parlamento e dalle altre assemblee elettive. La democrazia delle urne non ha più senso: andrà sostituita dal sorteggio all’interno di corpi politici ristrettti e qualificati. In condizioni normali, quasi tutto ciò che diciamo è utopia. Ma le condizioni non saranno più normali quando il fabbisogno aggregato esploderà a varie migliaia di miliardi. Accantonata la speranza della crescita e della rigenerazione, la nostra sarà un’economia di guerra e di rivoluzione. Dovranno tornare vari stenti del passato.
Chi non è d’accordo, abolisca la globalizzazione.

Antonio Massimo Calderazzi 30 giugno 2018

Le gramaglie del Pensiero Unico

Nessuno sa per certo se davvero nasce la Terza Repubblica. Se sì, va detto che essa si libererà quasi da sola dall’occupazione usurpatrice, cominciata nel 1945-48. E sarà brava, come bravi furono gli jugoslavi di Tito: seppero cacciare in proprio l’occupante tedesco-italiano, laddove l’intero Maquis europeo non seppe mai prevalere sulla Wehrmacht (prevalsero i quadrimotori che si adunavano a stormi mostruosi per devastare Reich e dipendenze).

Nessuno sa per certo. E’ però un fatto lo spleen, lo sgomento, la sommessa mestizia dell’Occupatore dello Stivale, cioè del Regime nato tra il 1945 e il ’48. Fu un anno bifronte il 1948, dalle nostre parti. Per un verso nacque la sublime Costituzione che farà delirare di ammirazione il pensatore guitto Roberto Benigni. Per un altro verso il ’48 vide il 18 aprile, primo dei grandi rovesci del comunismo planetario. Si vedrà se il 4 marzo di quest’anno ha veramente segnato la disfatta definitiva dei poteri che hanno imperversato settantatré anni. Si prenda a caso una delle grandi firme di ‘Repubblica’. Finora agivano da piccoli Goebbels della comunicazione di regime. Il 4 marzo li ha talmente contristati che le loro analisi e riflessioni d’oggi suonano altrettanto malinconiche quanto i pensieri dell’imperatore Giuliano quando concepiva il proposito di farsi l’Apostata, quando sentì di dovere restituire l’Impero romano e il suo ecumene agli antichi Dei.  Per Flavio Claudio Giuliano, sovrano intellettuale e spirito sensibile (figlio di quel Giulio Costanzo che era stato assassinato da uno zio), l’avvento del credo cristiano era stato il più grave dei traumi. Era certo che il venerato Olimpo fosse stato espugnato da forze demoniache, anzi animalesche. Trasferito adolescente dalla Cappadocia a Costantinopoli, poi a Nicomedia, Giuliano ebbe maestri che rafforzarono le sue certezze etiche e gli facilitarono di onorare in segreto gli Dei beati. Divenuto imperatore nell’anno 350, rilanciò con veemenza i valori e i riti dell’ellenismo. Perseguitò i cristiani, ma senza ferocia, da uomo giusto che era.

Forse facciamo troppo onore ai piccoli Goebbels di ‘Repubblica’, accostandoli a Giuliano l’Apostata, che fu uomo di principii, fin troppo coerente coi suoi ideali. Meriterebbe ben altra reputazione, non foss’altro che per l’altezza dei suoi scritti morali e filosofici, per le vittorie che conseguì sui Persiani e per la sua prodezza di combattente: morì in battaglia, trafitto da un giavellotto. Ma tant’è: dal 4 marzo le geremiadi dei giornalisti in orbace rossastro rappresentano in pieno lo sgomento dei personaggi del regime che abbiamo subito dal 1945-48.

Il duro settario in capo Ezio Mauro, un Mario Appelius reincarnato, lo abbiamo sentito quasi singhiozzare che si è aperta (parole nostre) un’età di ferro, un’era di nequizie, un vituperio senza attenuanti, uno strazio inconsolabile: e questo perché sono stati stracciati i valori e i modelli della sua parte. In più il Partito del quale Carlo De Benedetti, suo datore di lavoro, prese la tessera numero Uno, è stato non solo dilaniato dalle jene delle urne, ma anche ristretto alla sua vera natura di consorteria di notabili e di percettori di vitalizi e tangenti. Peggio, il partito della Nostalgia è stato condannato a un ruolo metternichiano di ultrà della conservazione e del parlamentarismo, di sabotatore di ogni novità.

E questo è il meno per Appelius. Il più è che il Pensiero Unico a trazione giacobina-radical chic-buonista è improvvisamente uscito di moda: è addirittura fuori corso, come una ‘lira vecchissima’, come un marco di Weimar prima del lavoro di Hjalmar Schacht. L’Appelius rossastro ha ragione: il Pensiero Unico sta perdendo corso, è vicino a tramontare. Si avvia a diventare ‘di nicchia’, a vigere solo nelle conventicole democratiche, nei festival letterari, tra le sdraio di Capalbio, nei retrobottega dei librai sessantottini. Si geme: Il Pensiero Unico morirà a soli 73 anni? La vita si è allungata solo per i pensionati Inps e non per una grande conquista della Repubblica nata dalla Resistenza?

Risposta: sì. D’ora in poi sarà osabile l’inosabile. Si potrà anche scriverlo. Nelle bibliografie come nella vita dovrete fare posto a chi, dovendo scegliere tra mali, preferisce piuttosto gli epigoni di Umberto Bossi e i fotomodelli di Casaleggio a voi azzimati orbaci che avete infierito dal 1945.

E’ logico e giusto, è secondo natura, che vi devasti dentro il rimpianto della “douceur de vivre” prima del 1789. Lo sappiamo, era bella prima del 4 marzo la Potsdam dei re di Prussia, era bella la Racconigi dei sovrani di Sardegna. Erano belli i saloni e gli arazzi del Quirinale dei pontefici anticristiani e dei presidenti ex-comunisti. Era bello per Parigi possedere il Tonkino e la Cocincina prima di Dien Bien Fu. Era bello quando le auto erano poche, solo le nostre. Era bello quando alla attraente partigiana Nilde Jotti era bastato far perdere la testa a Palmiro Togliatti per essere eletta arcideputata a vita (una dozzina di legislature: allora). Era trattata da Altezza Reale e le si intestavano fondazioni e strade. Era bello quando si inneggiava all’amore tra pederasti. Quando le lotte e le vittorie in fabbrica non preludevano alla chiusura delle stesse.

Nostalgici del Settantatreennio; legittimisti; lettori in chiave marxiana di de Bonald e di de Maistre; seguaci di Clemens von Metternich e di Clemente Solaro della Margarita, fatevene una ragione: il Pensiero Unico chiude. C’è un mondo che muore ed è il vostro, il mondo dell’usurpazione. Finirà persino la tracotanza degli intellettuali democratici. Le parole d’ordine e gli imperativi della vostra Belle Epoque vanno ad esaurimento. Arrivano giorni aurorali per i vostri avversari. Ad essi spetta giubilare alla Ulrico di Hutten, il Cavaliere della Riforma luterana che fece risorgere il Cristianesimo dai sarcofagi del papismo rinascimentale:

“O tempora, o mores, juvat vivere!”

Antonio Massimo Calderazzi

La guerra, delitto e castigo della Terza Repubblica di Francia

Giorni fa Internauta  (“De Gaulle insegnò: le Costituzioni scritte dai partiti si stracciano”) segnalava le conturbanti affinità tra i dissesti della repubblica di De Gasperi e Benigni e quelli della Quatrième francese (1946-58); e rilevava che se quest’ultima meritò d’essere spenta dall’asserzione ‘monarchica’ di un generale de Gaulle povero di vittorie militari ma ricco di acume, oggi lo Stivale dovrebbe incoraggiare, lungi dal combattere, un leader capace di farsi, a modo suo, de Gaulle. La nostra repubblica è stata finora una specie di Quatrième: e lo Stivale meriterebbe di meglio.

Va tuttavia precisato che se la Quatrième spirò bambina, essa morì dei mali inguaribili della Troisième: parlamentarismo, partitismo, ipertrofia delle prassi rappresentative, onnipotenza delle oligarchie tradizionali, corruzione. Fu un regime abbastanza longevo -dal 1875 all’inferno del 1940; cioè visse il quintuplo della Quatrième- ma in sostanza nei suoi ultimi vent’anni aveva sofferto, anzi rantolato: nonostante le sontuose apparenze della coda della Belle Epoque.

La Terza sorse sulla disfatta di Sédan, che nel 1870 cancellò il Secondo Impero del Napoleone minore. Conseguì rapidamente l’opulenza finanziaria e in più si fece un vasto impero coloniale. Però si suicidò con due guerre mondiali, la seconda ancora più dissennata della prima. In ogni caso, si consegnò a una classe politica tra le più rovinose. All’aprirsi del secolo XX la Francia era un colosso finanziario, ma nel 1914 scelse di puntare tutto su una Revanche e su una dilatazione del prestigio che più non potevano costarle: nel maggio 1940 fu annientata dalla più grave disfatta della storia.

Nei 65 anni della sua esistenza, la Troisième contò 107 governi, quasi due all’anno: fu il parossismo del parlamentarismo. Dell’ultimo dei governi anteriori alla sfida al III Reich, presieduto da Gaston Doumergue ex capo dello Stato, fecero parte sette ex-presidenti del consiglio. Vuol dire che le crisi e gli intrighi di consorteria, dovuti soprattutto all’onnipotenza della Camera dei deputati, furono persino peggiori che nel nostro settantennio repubblicano. Del resto l’instaurazione della Terza repubblica fu approvata (30 gennaio 1875) con la maggioranza di un voto: 353 a 352. Quando il successivo 14 luglio 1886, alla festa della presa della Bastiglia, risultò che il brillante ministro della Guerra il Gen. Georges Boulanger era veramente amato dai francesi, si temette per gli equilibri, i contrappesi e le anchilosi ‘républicains‘.  Il Senato fu sul punto di processarlo costituendosi in Alta Corte; Boulanger riparò in Belgio (dove si suicidò sulla tomba dell’amante, morta di tbc).

Seguirono negli anni i conflitti con la Chiesa, l’affare Dreyfus e una sequela di scandali di ogni genere. Quando (il 16 febbraio 1899) un capo dello Stato morì improvvisamente per attacco cardiaco, si divulgò che ore prima era stato visitato nel suo ufficio dalla giovane e bella moglie di un pittore. Una vicenda personale; però un giornale accusò di omicidio ‘gli ebrei’ (erano i tempi dell’affare Dreyfus). Qualcuno richiese la deportazione di tutti i residenti ebrei. Fu una delle numerose volte che la repubblica apparve in pericolo. Il Senato costituito in corte di giustizia esiliò per dieci anni Paul Déroulède, micidiale oppositore del sistema.

Dalla nascita della Troisième la Francia visse -senza troppi traumi, va detto-  una crisi politica permanente. All’inizio della Grande Guerra c’erano già stati una cinquantina di governi, che erano durati mediamente un anno. Dopo la “vittoria” del 1918 la durata si dimezzò. Le crisi divennero più frequenti; ma i ministri non sparivano quasi mai. Aristide Briand fu membro di 25 gabinetti. Vari altri personaggi furono ministri una ventina di volte. Dall’aprile 1925, quando cadde il Cartel des Gauches di Edouard Herriot, al luglio 1926 il Parlamento rovesciò sette gabinetti (durarono 3 mesi ciascuno).

Se la Francia fu annientata dal Secondo conflitto mondiale, dal Primo restò prostrata. Quasi un milione e mezzo di morti, oltre due milioni di nati in meno, distruzioni di ricchezza per 134 miliardi di franchi oro. Alla conferenza della pace la Francia mancò in pieno di saggezza; col risultato che la pace durò meno di vent’anni. Il dominio di Parigi a Versailles ebbe come risultati diretti l’avvento di Adolf  Hitler e il secondo conflitto mondiale.

La decadenza finale della Terza Repubblica iniziò poco dopo la proclamazione della Victoire. Varie distorsioni strutturali logorarono la Troisième specialmente nel suo ultimo quindicennio. Sempre più numerosi furono i francesi per i quali le istituzioni parlamentari non erano più idonee a governare il paese. Alla caduta (luglio 1926) dell’ottavo governo di Aristide Briand il Tesoro era vuoto. Il Parlamento si affidò a Raymond Poincaré, lo statista che più di ogni altro aveva voluto la Grande Guerra. Da capo dello Stato, nonostante l’esiguità dei suoi poteri costituzionali, era riuscito a realizzare quell’olocausto. Aveva un talento tale che la sua gestione finanziaria, tornato primo ministro, fece miracoli. Si aprì una  ‘prospérité Poincaré’ che ricordava  i fasti della Belle Epoque. Ma era un inganno: la Grande Guerra aveva dissanguato la Francia al di là dei troppi morti e dell’immenso indebitamento.

La Troisième segnò lo zenit delle Duecento Famiglie che “possedevano”  l’economia. Le oligarchie controllarono ‘tutto’. Le politiche pubbliche apparvero concepite per arricchire ulteriormente i ricchi. I panneggi democratico-liberali occultarono i lineamenti reali di una società dominata in politica dai conservatori fino al 1936 (vittoria del Front Populaire). Se questo valeva per tutto l’Occidente, specifico della Francia era il giacobinismo ‘républicain’, guerrafondaio ed espansionistico, che si ispirava a Valmy, alle vittorie militari del 1793 e, beninteso, ai folgoranti trionfi napoleonici. Si aggiungevano le residue spinte Ancien Régime. Così la Troisième controllata dai conservatori volle, subito dopo la disfatta del 1870, la rinascita di un apparato militare molto potente. Poi, con Poincaré, esigette la Grande Guerra. Ma la République del Fronte popolare arrivò a destinare al riarmo l’85% del bilancio 1937.

La Terza repubblica fu anche una successione di scandali: canale di Suez, canale di Panama, Stavisky, Hanau e molti altri, sessuali compresi. Il denaro, pressocché sempre protagonista. Il 6 febbraio 1934, quando il paese apparve sul punto di cadere alle Leghe semifasciste, gli attivisti di destra che tentavano di espugnare le istituzioni lottavano su parole d’ordine quali “abbasso i ladri”. Ottantaquattro anni dopo, noi sappiamo che i politici italiani 1945-2018 sono stati più ladri di quelli francesi.

Altro fallimento della Troisième: possedeva il secondo più grande impero del mondo ma rinunciò a valorizzarne in grande le risorse, sempre per votarsi alla preparazione di una nuova guerra contro la Germania. Parigi dedicò un decennio alla costruzione di una linea Maginot – 7 piani di caverne! – talmente costosa da non essere propriamente alla sua portata. Tutti sanno che l’opera titanica risultò militarmente inutile. Dal momento stesso del trionfo a Versailles, la Francia fu prigioniera dell’ossessione di respingere la prevedibile vendetta germanica. Parigi accettò di farsi docile ausiliaria della diplomazia britannica, pur di poter contare sull’alleanza londinese. Fu un sacrificio inutile.

L’alternativa Caillaux

Un paese meno posseduto dagli imperativi sciovinistici avrebbe colto qualcuna delle opportunità -che esistevano- di arrivare a una composizione duratura del secolare scontro con la Germania. Nel 1911 il breve governo a Parigi di Joseph Caillaux (in precedenza importante leader radicale, di tendenza progressista) dimostrò nel concreto -con un trattato diplomatico e con la cessione a Berlino di una parte del Congo francese, in cambio del riconoscimento tedesco dell’egemonia francese sul Marocco- che le possibilità di pace vera col secondo Reich erano vaste e serie. Per il presidente Caillaux quello doveva essere solo l’inizio di una partnership franco-tedesca anticipatrice di quella che sarà fondata per sempre da de Gaulle e Adenauer.

La Troisième sconfessò nettamente Caillaux per scegliere Poincaré, cioè lo sciovinismo. Seguirono due conflagrazioni mondiali. Se nel 1870 la Francia fu duramente sconfitta, non fu solo perché i suoi governanti e generali furono surclassati dal genio di Bismarck e di Moltke. Fu anche in quanto l’opinione pubblica soccombette alla malattia del patriottismo sciovinista. I patrioti smaniarono per avere la guerra alla Prussia, in un delirio tale che si consentì loro di cantare la Marsigliese (vietata da vari decenni) nelle vaste manifestazioni antitedesche che le autorità parigine favorirono. Si credeva che il glorioso esercito fatto invincibile dal generale Bonaparte fosse non solo possente ma anche pronto a combattere. “Tutto a posto fino all’ultimo bottone delle ghette” aveva assicurato il maresciallo Leboeuf, ministro della guerra. Il duca deGramont, ministro degli esteri, indicò il Lussemburgo come prezzo minimo di evitare il conflitto. Il primo ministro Emile Ollivier dichiarò che affrontava la guerra “a cuore leggero”.

Invece la mobilitazione andò male e lo scontro sul campo assai peggio. Risultato, la guerra, scoppiata il 19 luglio, era già perduta pochi giorni dopo – a Wissenburg, a Fröschwiller e a Metz – prima ancora che a Sédan l’imperatore in persona fosse costretto a capitolare, fosse fatto prigioniero e, il 4 settembre, deposto. Seguirono i terribili due mesi della Comune parigina: centomila morti di cui ventimila passati per le armi. 35 mila processati, 13 mila condannati, di cui 3 mila deportati. Il primo capo provvisorio dello Stato repubblicano, Adolphe Thiers, era stato solo nel parlamento a chiedere ‘un istante di riflessione’ a quanti invocavano il conflitto.

La Troisième, che arricchì largamente la grossa borghesia, dette al paese vaste colonie e una lunga serie di scandali. Quello riferito al canale di Panama -vide 104 imputati che avevano pagato o ricevuto tangenti e rovinò innumerevoli risparmiatori-  non fu che una delle tante manifestazioni del malaffare. E all’occorrenza le conquiste coloniali esigettero l’impiego di mezzi spietati.  Scrive lo storico Marc Ferro (‘Storia della Francia da Vercingetorice a Chirac’): “Intere popolazioni passate a fil di spada o arse vive (Bugeaud in Algeria e anche Gallieni… Nel 1845 il generale Pelissier affumicò un migliaio di arabi nella grotta di Dahra. Il pantheon dei generali conquistatori -Joffre in Sudan, Gallieni in Madagascar, Gouraud in Dahomey, Lyautey in Marocco- compensò i fallimenti politici del sistema.”Fu grottesco che i maggiorenti parigini credettero di poter perpetuare, finita la Seconda guerra mondiale, quel parlamentarismo che aveva fatto degenerare la storia di Francia a partire dal 1870.

La Terza modernizzò il paese e soprattutto lo fece ricco. Tuttavia perdette le grandi sfide, cominciando da quella di rinnegare i foschi retaggi del patriottismo bellicista. Perdette soprattutto la sfida di fare quella pace definitiva con la Germania che era stata la proposta del solitario Joseph Caillaux. La catastrofe che venne nel 1914 fu prevalentemente il crimine del revanscismo ipernazionalista: prostrò la nazione irrimediabilmente e rese certa la ripresa del conflitto mondiale nel 1939.

Messa così, i peccati che nel 1958 uccisero la Quarta repubblica furono quasi veniali rispetto a quelli di una Troisième che non aveva imparato nulla dai fallimenti dei due Napoleoni. La Quarta repubblica trovò in de Gaulle il giustiziere che la abbatté senza sforzo. La repubblica precedente era apparsa trionfare con la vittoria del 1918 e con le sopraffazioni e gli errori di Versaglia: ma trovò il proprio giustiziere atroce in Adolf Hitler settantotto anni fa.

Antonio Massimo Calderazzi

De Gaulle insegnò: le Costituzioni scritte dai partiti si stracciano

Giorni fa il Corriere della Sera (Gerardo Villanacci) ragionava: “In questi lunghi anni di crisi, culturale prima ancora che economica, la politica si è arresa sì al mercato, ma soprattutto allo strapotere dei partiti”. Tuttavia, sostiene il Villanacci, questo momento di grande difficoltà può essere un punto di ripartenza della politica (…) Non si esclude che “in una prospettiva futura possa esservi democrazia a prescindere dai partiti”. L’Autore non prova nemmeno a sostenere che la democrazia sia essenziale al superamento delle attuali crisi di sistema. E’ possibile, diciamo noi, che essa democrazia sia addirittura nociva. La Cina trionfatrice e le nazioni neo-industriali si curano della democrazia?

Matteo Renzi sembrò vagheggiare in segreto di emulare a suo modo il de Gaulle del 1958: e non si può dire fosse solo un velleitario. Il suo successo iniziale non era stato cosa da poco. Persino Mario Monti si era trovato a disporre in un frangente grave delle possibilità che avevano fatto trionfare de Gaulle. L’abbattimento della Quarta repubblica fu l’unico successo pieno del Generale: la vittoria del 1944 sull’occupatore germanico non spetta né a lui, né al Maquis, bensì ai marescialli di Eisenhower).

A Matteo Renzi, come a Mario Monti, mancò la fede in sé stesso. Non capì che la sua missione grossa avrebbe dovuto essere di liberare lo Stivale dai Proci, non solo di rottamare i più marpioni. Gli mancò l’audacia di cancellare la Quatrième italiana, la repubblica più oligarchica e più tangentocratica del mondo occidentale.  Nel ’58 de Gaulle vinse perché osò abbattere le istituzioni del parlamentarismo. Il Generale capì ciò che Monti e Renzi non intuirono: che le malerepubbliche si possono/devono sovvertire, per il bene della nazione. La condizione ha da essere il prescindere dalla legalità, dalle Carte e dalle Corti, tutte controllate in esclusiva dai politici professionali.

Forse Monti e Renzi potrebbero ancora tentare, magari insieme. E forse sovvertire la nostra Quatrième risulterà sorprendentemente facile: come facile fu nel 1923 il sorgere della bonaria Dictadura spagnola di Miguel Primo de Rivera. Il plauso del popolo, in primis gli operai e i contadini, durò almeno un quinquennio, nel quale l’economia spagnola intraprese il cammino che la porterà ai successi di 95 anni dopo.

Da noi quasi nessuno si spinge a proporre di capovolgere la nostra storia contemporanea. Eppure tutto sarà meglio che oggi, se un uomo superiore agli altri rimuoverà lo scadente nostro meccanismo di democrazia rappresentativa. Intanto lo Stivale non cresce da un quarto di secolo: non è sicuro ma è probabile che mortificando i partiti e i politicanti, il veicolo Italia avanzi meglio. Andò così in Francia sessant’anni fa: stracciata la Costituzione del 1946, assegnati i pieni poteri a un uomo, la Francia riprese lena. Senza le sacrosante demolizioni del Generale, la Quatrième si sarebbe rassegnata a finire come noi. Noi siamo peggio della Quatriéme. Essa è passata alla storia come un’epoca di instabilità politica e di conflitti sociali.

Non abbiamo un de Gaulle, naturalmente. Ebbene, proviamo a darcelo. Non criminalizziamo, bensì sosteniamo chi riesca ad imporsi sulla consorteria dei politicastri.

Nel momento che la Quarta nacque, de Gaulle profetizzò: “Non sarà nemmeno un governo d’assemblea, ma da birreria”. Si rivelò subito una dittatura dei partiti. I partiti, che Pétain aveva soppresso, apparivano l’essenza stessa della libertà e dell’antifascismo. Chi su questo avanzava riserve era immediatamente bollato ‘cesarista’ e ‘bonapartista’. Ma andò esattamente come aveva previsto il Generale: “Quando si scatenerà la burrasca verranno a rifugiarsi sotto la mia ala. Potrò dettare le mie condizioni”.

Tra il 1947 e il 1951 il partito comunista di Maurice Thorez, con 814 mila iscritti e cinque milioni di elettori, è la prima forza politica e soprattutto esercita una specie di monopolio dell’intelligenza francese. L’economia va molto forte ma ai francesi non basta: la Quarta è detestata come il regime dell’instabilità, dell’impotenza, dell’inettitudine a gestire l’immenso capitale accumulato dalla Francia nel suo impero coloniale, secondo solo a quello britannico.

Tra il 1950 e il 1956 la Quatrième ebbe 12 governi. Vogliamo elencarli tutti, a disdoro della classe politica insediata dalla Costituzione  del 1946: G. Bidault, R. Pleven, H. Queuille, R. Pleven, A. Marie, E. Faure, A. Pinay, R. Mayer, J. Laniel, P. Mendès-France, E. Faure, G. Mollet. Nel 1953 l’elezione del presidente della Repubblica richiese 13 scrutini.

Quando il 3 giugno 1958 de Gaulle entra a palazzo Matignon, chiamato dal capo dello Stato René Coty in quanto “il più illustre dei francesi”, i partiti capitolano. Ricevuti in tutta legalità i pieni poteri, de Gulle stende la Costituzione della Quinta repubblica, al cui centro è la fine dell’egemonia dei partiti e l’esautorazione del Parlamento. Tutti i partiti si oppongono, in testa quello che era stato il possente PCF, ma il referendum del 28 ottobre 1962 approva col 62% dei voti.

Il Generale dimostrerà di essere non il solito dittatore, bensì il grande riformatore che occorreva alla Francia -e all’Italia di sessant’anni dopo- dimettendosi nel 1969, il giorno stesso che conobbe il risultato del referendum del 27 aprile. I partiti ebbero la loro vendetta, ma la Quinta Repubblica resta iper-presidenziale.

Anche l’Italia dovrà liberarsi delle istituzioni imposte dai partiti: dovrà liberarsi dalla democrazia rappresentativa. L’Italia non soffre dei duri problemi coloniali della Francia -l’Algeria!- e non dispone del personaggio della croce di Lorena. In compenso i politici italiani sono ‘N’ volte più corrotti e più corruttibili di quelli francesi del 1958. Il suo retaggio storico – dalle guerre civili di Roma al potere temporale dei Papi e all’asservimento a tutti gli stranieri – è tra i più inquietanti. Un giorno un uomo di tempra dovrà abbattere questa repubblica.

E’ quasi certo che non occorreranno i carri armati: gli italiani gioiranno. Si aprirà la conversione a quella delle varie formule di democrazia semi-diretta che prometterà di bloccare il ritorno dei Proci  usurpatori.

Antonio Massimo Calderazzi

La gloria falsa di Churchill e quella vera di Caillaux pioniere dell’asse franco-tedesco

Farabutti e carnefici, macellai di popoli, furono senza eccezioni i governanti che centoquattro anni fa vollero la Grande Guerra; guerra che riprese nel 1939 dopo una tregua ventennale. Parliamo innanzitutto di Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese nel 1914, nonché dei tanti suoi modesti imitatori e seguaci: per esempio gli italiani Antonio Salandra, presidente del Consiglio (nelle Memorie  lamenterà che la guerra non gli aveva fruttato un titolo nobiliare); per esempio Sidney Sonnino, negoziatore del patto di Londra; più ancora Vittorio Emanuele III, accanito custode delle tradizioni militaresche dei Savoia (i quali, bisogna ammetterlo, erano stati bravi a farsi, da Medii feudatari alpini, sovrani di rango). Di Gabriele d’Annunzio tacciamo. Invocò la mattanza, contribuì a renderla inevitabile ma fece questo in quanto poeta epico-lirico, sfortunatamente preso in parola da tanti aspiranti cadaveri del Carso.

Ma addirittura pazzi furono coloro che, invasati di autodistruzione, vollero l’immane carneficina sapendo o intuendo che essa, oltre a cancellare i loro troni, avrebbe spento se stessi nonché le loro famiglie. Tra le teste coronate il perfetto suicida fu perciò lo zar Nicola II. Le cronache dicono che nel firmare l’ordine di mobilitazione generale contro Austria-Ungheria e Germania scandì parole che attestavano presentimenti luttuosi. Ma firmò, plagiato in particolare da un ministro degli Esteri, Sergjei Dmitrovic Sazonov, che lo dominava.

Lo aveva convinto che l’impero russo non poteva rinunziare a quell’ineguagliabile occasione di raggiungere le estreme mete occidentali: l’egemonia nei Balcani e nell’Est Europa, la leadership panslava, la tradizionale aspirazione al mare caldo. Sazonov – spalleggiato da uno Stato Maggiore umiliato sì di recente dal Giappone ma singolarmente fiducioso di vincere un confronto bellico con gli Imperi Centrali – era un mestatore nel torbido, scellerato in cilindro come i suoi pari del tempo, rotto a qualsiasi canagliata sulle vite di milioni di sudditi, pur di conseguire le spregevoli glorie del mestiere diplomatico. La Russia era talmente immensa da non avere necessità di conseguimenti geopolitici. Nicola firmò, con la mobilitazione, la propria condanna a morte. In piena coerenza i trionfatori bolscevichi passarono per le armi l’intera famiglia dello Zar. L’eccidio fu, con la cancellazione dell’impero, l’esito obbligato della più folle delle imprese belliche dei Romanov. La guerra di Sazonov portò una rivoluzione incapace di misericordia.

Nel 1914 solo la Spagna tra le grandi nazioni europee ebbe la saggezza di rifiutarsi al conflitto mondiale. Presiedeva il governo il conservatore Eduardo Dato, ed egli riuscì a far fallire i conati di alcuni circoli radicaleggianti -includenti il futuro padre della fallita repubblica Manuel Azagna- : invocavano che la Spagna si unisse alla crociata  dell’Intesa in quanto più progressista di quella di Berlino e Vienna. Non era tanto più progressista, e in ogni caso la nazione spagnola non aveva alcun motivo per combattere. La sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti aveva cancellato nel 1898 le ultime ragioni perché la Spagna cercasse di conservare qualcosa dell’antico ruolo planetario.

A Madrid prevalse il senso comune: la neutralità consentì al regno borbonico di fare eccellenti affari vendendo a tutti i belligeranti, e in più di avviare la sua prima industrializzazione. Se oggi la Spagna è nel gruppo di testa delle società moderne, lo deve a non essersi dissanguata nella Grande Guerra.

Assai più sventurato fu l’altro regno iberico, il Portogallo, che partecipò al conflitto dalla parte degli Alleati, degli inglesi in particolare. Fu succube per la sola ragione che le sue vicende politiche non gli consentivano una politica estera autonoma. Nel 1917 il governo che aveva voluto la guerra fu rovesciato, ma il contingente portoghese non fu ritirato dal fronte. Invece nel secondo conflitto mondiale Lisbona riuscì a sottrarsi al destino di fornire carne da cannone.

Pagarono carissimo per i mercanteggiamenti di morte dei loro governanti i paesi minori che non sfuggirono alla sventura di guerreggiare. Ma almeno la Romania conseguì quella volta cospicui vantaggi territoriali (al prezzo di oltre trecentomila morti). I lutti del secondo conflitto mondiale furono nell’assieme ancora più gravi. Comprendendo i vari olocausti si arriva a parlare di cinquanta milioni di morti.

L’aspetto più drammatico fu che la terribile esperienza 1914-18 (ma si continuò a morire per qualche anno, magari di malattie) insegnò quasi niente ai popoli come ai governi. Non erano passati sedici anni da quando gli europei avevano fermato il massacro quando si ebbe la prova che niente era cambiato nel pensiero sulla guerra e sulla pace.

La Germania umiliata da Versailles si era data un dittatore per la vendetta, e nel 1935 il dittatore aveva sfidato il trattato di pace ordinando alle sue truppe di attestarsi in Renania, territorio germanico. Questo scatenò nei circoli nazionalistici francesi, e non solo francesi, un autentico parossismo antigermanico: in pratica si esigeva che i vincitori del 1918 riprendessero subito le armi per stroncare sul nascere il revanscismo tedesco. I vertici francesi e britannici dovevano imporre ai loro popoli un immediato ‘casus belli’. Come se un’intenzione di vendetta, da parte germanica, fosse la stessa cosa di una vendetta effettiva, talmente grave da giustificare una ripresa della strage. Col senno di poi, forse sarebbe stato meglio tentare di soffocare al primo vagito l’espansionismo hitleriano. Ma tanta prontezza nel riaprire una lotta armata straordinariamente atroce, era ragionevole?  Non era piuttosto assurdo dare per scontata la riduzione a zero dell’orgoglio tedesco?

In Francia, i politici che sbraitarono di più nel pretendere risposta fulminea alla rimilitarizzazione della Renania furono Paul Reynaud e Georges Mandel. Oggi quasi nessuno li conosce. Ma Mandel divenne presto ministro ed esponente dei più accaniti tra i fautori dello scontro (finirà assassinato). Quanto a Reynaud, nel 1940 ascese a capo del governo allorquando l’esercito francese, allora considerato il più potente al mondo, fu sbaragliato in poco più di una settimana dalla Wehrmacht e dalla Luftwaffe. Reynaud avrebbe dovuto riflettere prima di assumere le posizioni estreme. Per qualche giorno egli tentò di fare il Churchill francese: annunciò che avrebbe trasferito il governo in Africa per continuare la guerra dall’impero coloniale. Nessuno lo prese sul serio, dovette dimettersi; il maresciallo Petain ottenne i pieni poteri, chiese l’armistizio al vincitore e cancellò la Terza Repubblica. Gli irriducibili parigini mancarono di realismo.

 

Winston Churchill è stato consegnato alla storia come il più glorioso dei lottatori. In effetti nessuno è stato più combattivo di lui, che non aveva mai rinunciato a sperare che il presidente F.D. Roosevelt costringesse il popolo degli Stati Uniti -in maggioranza isolazionista- a entrare nel conflitto per salvare la Gran Bretagna (e per passare l’impero mondiale agli USA). Churchill credette di dover perseguire la vittoria finale senza curarsi dei costi. Costi che furono terribili.

I fatti sono quelli che sono. Churchill fu l’inglese che più di ogni altro volle e condusse il secondo conflitto mondiale. Però nel 1939 il Regno Unito era la maggiore potenza imperiale al mondo. Nel 1945, a guerra vinta, la leadership era sparita -anche dagli oceani-, l’economia era dissanguata, la struttura industriale in pericolo;  la Germania, il Giappone, persino l’Italia si sarebbero rialzati prima e meglio che la superba ex superpotenza. In più si apriva il rapido smantellamento dell’Impero. La fine della grandezza non avrebbe potuto essere più brutale. Si può sostenere che la patria britannica sarebbe stata sommamente fortunata se non fosse stata guidata dal belluino Winston Churchill, assetato di grandi spedizioni aeronavali. Nel 1915 volle quella disastrosa dei Dardanelli, da lui ideata contro il parere degli ammiragli suoi dipendenti. Tentò anche di organizzare una spedizione contro i sovietici, ma questa non gliela permisero, tanto sangue erano costati i gloriosi Dardanelli. Era tale la sua voluttà guerriera che provò a partecipare in persona allo sbarco in Normandia, in divisa di tenente colonnello. Volle comunque, non sappiamo dove, sparare personalmente alcuni colpi di cannone.

Questo vuol dire che non l’epico duello col Reich, bensì una transazione semi-amichevole avrebbe salvato la grandezza britannica. Si è accertato che Hitler non voleva lo scontro frontale con la Gran Bretagna. Nei giorni della trionfale conquista della Francia il Führer spiegò così ai suoi generali la propria decisione di non annientare l’armata britannica a Dunkerque: “Ammiro l’Impero britannico. La sua esistenza è utile al mondo tanto quanto la sua opera di civiltà. Io domanderò alla Gran Bretagna di riconoscere la preminenza della Germania in Europa.  La restituzione delle nostre colonie sarebbe desiderabile, non essenziale…Sono pronto ad offrire all’Inghilterra, se si trovasse in difficoltà, il sostegno del mio esercito. Desidero una pace con la Gran Bretagna su basi compatibili col suo onore”.

Dunque il Führer non mirava ad umiliare il Regno Unito. Voleva mano libera nell’Europa orientale e, senza insistere troppo, voleva una grossa colonia. Da come sono andate le cose, è oggettivo che a Londra sarebbe convenuto addomesticare o placare la belva germanica e quella nipponica, piuttosto che affrontare una guerra disastrosa, piuttosto che accettare la perdita del primato mondiale e del più grande degli imperi.

Anche la Francia del 1939 possedeva un grande impero: e anche alla Francia sarebbe ampiamente convenuto cedere parte di un dominio intercontinentale inutilmente vasto, che Parigi non aveva saputo valorizzare, piuttosto che subire dal Terzo Reich la più grave disfatta militare della storia. Oltre a tutto Parigi si fece imporre la seconda guerra mondiale da un fatto artificioso all’estremo quale un dubbio trattato diplomatico con Varsavia. Versailles aveva innalzato una Polonia gigantesca perchè molestasse da est la Germania. Negli Anni Venti Parigi aveva scopertamente gestito, con un generale francese, il sorgere di un apparato militare satellite polacco, sempre in odio alla Germania. Però la garanzia militare che Francia e Gran Bretagna vollero dare a questa Polonia intesa come ausiliare e sicaria antigermanica era irrealistica. Infatti la Polonia fu annientata in pochi giorni, in totale assenza di soccorsi occidentali; il suo mandante parigino avrebbe avuto un destino terribile pochi mesi dopo. Quasi nessun francese e nessun inglese fu disposto a “morire per Danzica”.

Meglio avrebbe fatto Parigi, già nel momento che Berlino si sottometteva (novembre 1918) a moderare il proprio trionfo, a non infierire sull’avversario sconfitto. Meglio avrebbe fatto Parigi a imboccare la strada dell’intesa duratura con la Germania. La Francia aveva avuto nel 1911 un primo ministro, Joseph Caillaux, che incarnava quella strada. Quell’anno Caillaux aveva scongiurato un conflitto con Berlino a proposito del Marocco (crisi di Agadir); la formula trovata era consistita in uno scambio territoriale nel Congo francese inteso a normalizzare possibilmente per sempre il rapporto col “nemico ereditario”. Ma quello stesso anno un capriccio del catastrofico parlamentarismo Terza Repubblica scalzò dal potere Caillaux e insediò il suo perfetto contrario: Raymond Poincaré, massimo esponente del revanscismo francese, presto elevato a capo dello Stato e a sommo tra i guerrafondai del 1914.

La linea Caillaux -l’intesa di fondo con la Germania guglielmina- fu stroncata duramente. Venne la Grande Guerra. Verso la fine del 1917, col grosso della strage già consumato, con varie divisioni francesi e con alcune unità germaniche prossime all’ammutinamento, e con le Potenze Centrali disposte a cercare con qualche anticipo le vie della pace, l’ex-presidente del Consiglio Caillaux fece qualche passo in Germania in vista di un negoziato che avvicinasse la fine del massacro. Lo scoprì il capo del governo Georges Clemenceau, il “Tigre”, divenuto il terribile demiurgo della guerra ad oltranza. Caillaux fu arrestato coll’accusa d’alto tradimento.

Tenuto in carcere, benché ex-presidente del Consiglio e figlio di un ministro particolarmente autorevole, Caillaux rischiò seriamente la condanna capitale: tale era l’accanimento di Clemenceau contro i “disfattisti” cioè tutti coloro che invocavano o suggerivano la fine dell’eccidio. Nel 1920 l’Alta Corte condannò l’ex primo ministro per  ‘corrispondenza col nemico’  ma non per alto tradimento. Cinque anni dopo il Nostro fu amnistiato. Ma aveva rasentato la fucilazione, o magari la ghigliottina. Fu dunque il martire di una causa -l’amicizia con la Germania- che trionferà quando     Charles De Gaulle e Konrad Adenauer decideranno di capovolgere la storia.

 

In conclusione. Winston Churchill figura ancora ammantato di gloria guerriera. Ma è una gloria non solo sinistra, anche oggettivamente falsa: la guerra di Churchill distrusse la grandezza britannica. Non andò molto meglio dell’impresa dei Dardanelli.  Una gloria ben più vera, voluta dal futuro, spetta a Joseph Caillaux, che anticipò nel concreto l’asse franco-tedesco e, come tale, fu premessa di Europa.

Antonio Massimo Calderazzi

La salvezza, solo metapolitica

“In Europa il livello di spesa degli Stati è insostenibile. A un certo punto arriverà il crollo”.

Cercheremo di mostrare, per esempio, come gli USA guidano sì le economie di mercato in una crociata antistatalista, ma le guidano verso la sconfitta. Il successo è impossibile. Valga una fosca previsione dell’olandese Jan Timmer, al tempo capo del colosso elettronico Philips: “Il futuro del nostro continente quale entità industriale fa paura”.

La malattia europea dell’assistenzialismo è così grave che già vent’anni fa un belga poteva teoricamente percepire cinquecento euro al mese come disoccupato, e questo dalla maggiore età al momento della pensione;  che un po’ dovunque gli studenti trovano inammissibili lavori manuali estivi molto ambiti dai coetanei americani; che i lavoratori non qualificati lasciano agli extracomunitari quelle mansioni umili che i loro padri accettavano pienamente; che i contribuenti mantengono i milioni di lavoratori delle aziende che producono merci rifiutate dal mercato.

Sempre un po’ dovunque le pensioni, le vacanze generose, le casse integrazione, le attività ricreative e circenses sostenute dalla mano pubblica, le burocrazie troppo vaste mettono a repentaglio la tenuta delle gestioni statali. Il Welfare va alla deriva: tuttavia è inattaccabile. Si invocano tagli, ma nessuno prevede che saranno drastici. L’ offensiva contro l’ipertrofia della spesa è destinata a spegnersi, più o meno presto. Nei contesti politici più diversi si conclude che la solidarietà è un valore irrinunciabile e un alibi perfetto; che il dissesto dei conti è un costo della democrazia avanzata.

In altre parole. La spesa sociale si può persino devastare in circostanze straordinarie, una guerra per esempio; non si può riformare. A ciò il processo politico tradizionale e la finanza ordinaria sono impotenti. Il Welfare ipertrofico lo si contiene solo nel quadro di un assalto ‘barbaro’ al treno di vita cui ci siamo avvezzi. Solo se si accetta una ragionevole regressione nella povertà. A quel punto la massa dei cittadini manterrà le coperture e i diritti per i bisogni essenziali, ma rinunzierà al di più. Per non fallire l’imprenditore svenderà la villa. Per pagarsi le stupide terme l’operaio urbano rinuncerà alla bici da corsa, ai guanti e ai caschi tecnologici che costano quanto la bici da corsa. Queste cose i sindacati gliele avevano elargite con ‘le lotte’.  Risultato, il pubblico che ragiona compra cinese.

La sola razionalizzazione possibile della spesa ha contorni comunemente giudicati irrazionali.  Esige una specie di ‘guerra santa’, né laica né garantista, su quasi tutti i fronti: contro le combutte,  gli sprechi a giustificazione sociale, le spese per il prestigio all’estero, gli obblighi da trattato, i malaffari delle campagne elettorali, la legalità della Costituzione megera imposta dai partiti tutti defunti (Pci Dc Psi Pri Democrazia del lavoro, etc),  contro la concertazione e contro il consenso.

Mancando l’emergenza spaventosa, il riformismo non ha speranze: le ha solo la brutalità, solo l’attitudine a osare l’inosabile: tagliare il 10% non si può, occorre tentare di tagliare il 50%.  Al prezzo di rinnegare i valori condivisi, la Costituzione, la modernità. Al prezzo di cambiare la vita, di tornare agli onesti stenti dei nostri nonni. Il pane quotidiano dei miseri verrebbe dagli espropri a carico delle fortune ereditate; e tutti stringeremmo la cinta, visto che molti capitali fuggirebbero e diremmo addio alla prosperità. Quando era cancelliere Helmuth Kohl infuriò i sindacati rimbrottando: “I tedeschi credono di poter vivere in un Luna Park”. Ma mettere giudizio, voltare le spalle al Luna Park, non sarebbe sufficiente. Gli USA, per esempio, dovrebbero declassarsi da superpotenza planetaria; altrimenti farebbero risparmi irrisori, oppure nessun risparmio.  Qualcosa otterrebbero sventrando il ruolo dello Stato: prospettiva ritenuta sacrilega.

Anche l’Italia, non riuscendo a fare le cose relativamente indolori, dovrebbe affrontare quelle enormi. Dovrebbe vendere il Quirinale al miglior offerente straniero, garantendogli licenza per farne un bed&breakfast da centomila letti. Dovrebbe chiudere le ambasciate e le missioni militari nel mondo, rinunciare alla flotta e all’arma aerea, sostituire i cannoni con gli idranti antisommossa e con le brande per i senzatetto. Dovrebbe miniaturizzare i costi della politica, tra l’altro sostituendo le elezioni col sorteggio e il parlamentarismo con la democrazia elettronica. Insomma bisognerebbe azzerare a centinaia i programmi che fanno il nostro orgoglio di ‘grande paese’. A quel punto si riuscirebbe a limare secondo saggezza i programmi impossibili da obliterare.

In conclusione. Si possono concepire i cataclismi, non le riforme. La spesa pubblica andrebbe abbattuta dovunque, ma le probabilità che ciò avvenga in circostanze normali sono nulle. I processi politici tradizionali non offrono alcuna soluzione, comunque si chiami il partito al potere. Occorrerebbero situazioni eccezionali quali nessuna delle formazioni e delle ideologie attuali sa o vuole determinare. Essendo arte del possibile, la politica è fuori gioco: abbassare la spesa pubblica è l’Impossibile. E la democrazia è una solfatara spenta da troppo tempo.

Non resta che l’ipotesi teorica di uno sconvolgimento delle coscienze provocato dal sorgere di una personalità ‘universale’ capace di deviare la storia ben al di là della politica. Dal sorgere di un nuovo Maometto, o Lutero, o almeno Savonarola, demiurgo metapolitico, portatore di un messaggio totale. Però Egli farebbe trionfare il fideismo, non l’agognata razionalità. Meno che mai la laicità.

L’Occidente vivrebbe un’esperienza in qualche misura analoga al fondamentalismo; ma forse la sua storia, il suo umanismo, le sconfitte stesse della modernità, della permissività e del cinismo mitigherebbero le ferocie estreme del fanatismo. Inevitabilmente fanatici sarebbero i fautori più ardenti del Demiurgo: non alcun politico ma una Grande Guida, operatrice di opere sovrumane. Sovrumano sarebbe disamorare le maggioranze dal benessere, anzi dalla crapula. Sovrumano sarebbe strappare le masse all’idolatria della ricchezza. Sovrumano farle vergognare delle cupidigie animalesche: denaro, edonismo, sport, moda, Tv, altri cascami, altre carie o lebbre dell’anima.

Questi o altri sconvolgimenti sono improbabili, dunque l’Occidente e le parti di mondo che esso ha contagiato cancellando l’aspirazione a svolte metapolitiche si terranno la spesa pubblica impazzita, assieme agli altri mali incurabili.

Tuttavia non è impossibile che le società laiche, moderne, liberaldemocratiche, fatte momentaneamente ricchissime dall’esplosione dei consumi, siano un giorno rovinate dalla globalizzazione. Come escludere in assoluto che l’intero sistema della modernità possa decadere come l’Inghilterra dell’età di Vittoria?  Com’è noto, nulla è impossibile agli Dei. Specie a quelli ancora da nascere.

Antonio Massimo Calderazzi