FACCHI SCANZONATO MAITRE-à-PENSER

Paolo Facchi è uno dei capiscuola della filosofia del linguaggio, con maestri, allievi e sodali di qualità. L’ha insegnata trent’anni all’università di Trieste; più ancora l’ha professata nei circoli del sapere in Europa e fuori. Alcuni suoi lavori hanno fatto testo, e ancora mantengono rilevanza. Si vedano “La propaganda politica in Italia”, ed.Il Mulino; “La Sinistra democristiana, storia e ideologia” (con Giorgio Galli), ed. Feltrinelli; “Dialoghi a Vizzolo, inchiesta sull’opinione di base”, “Il Confronto”, novembre 1967; “Il potere economico: la condizione dell’uomo nella società industriale”, ed. Dedalo Libri; “Conflittualità balcanica- integrazione europea”, ed. Editre, Trieste. Ma forse soprattutto vale la sapienza disseminata (=ben seminata) dal Nostro in centinaia di collaborazioni, sia scientifiche sia divulgative, a una schiera di periodici colti di gran parte dell’ecumene occidentale.

Alcune delle nove Muse, figlie di Zeus, hanno con amore sorvegliato dall’Elicona lo scrivere di Paolo Facchi, facendolo insolitamente leggibile, incisivo e piano, come di solito non è lo scrivere dei filosofi in titolo. Molto hanno aiutato talune dialettiche biografiche che di solito rifuggono dall’accompagnare il cammino dei dotti e dei pensatori. Il Nostro, compagno di strada di perentori intellettuali di inclinazioni al minimo illuministiche, quando non rivoltose, è nato e vive in una delle grandi ville che costellano la Lombardia: però sottolinea d’avere barattato saggezza coi semplici contadini di Casatenovo e di Rovello Porro, nella Brianza allora più amabile di oggi. Bambino fu portato alle ricche villeggiature alpine, viaggiando in tiri a quattro padronali. Non furono le consuete vacanze dei futuri studiosi delle rivolte delle masse. Facchi vanta divertito che un suo antenato morì sulla forca: l’Egidio Osio che portò alla perdizione Virginia di Leyva, la Monaca di Monza. A Milano la Loggia degli Osii testimonia l’importanza della famiglia nel secolo dodicesimo.

La madre del Nostro aveva un padre, il generale Carlo Porro, che veniva subito dopo Luigi Cadorna nella feroce regìa della Grande Guerra.
Questo nonno si illuse d’essere promosso maresciallo come il suo collega che ordinò le decimazioni; comunque fu gratificato con la nomina a ministro di Stato, oltre che con un seggio a vita in Senato.
Sua figlia Alessandra Porro fece fino in fondo la crocerossina nel carnaio delle trincee; fu fidanzata di un eroe tra i più fulgidi, martoriato dalle ferite come Ernst Junger; sposò in prime nozze Ludovico Toeplitz, figlio del capo della Commerciale la maggiore banca d’Italia; sotto d’Annunzio partecipò alla geniale ‘festa di Fiume’. Insomma Paolo Facchi vide quasi tutti i colori e le luci della Lanterna magica che fece vivida l’Italia del Novecento.
E con un padre Gaetano Facchi, buon editore degli anni Venti o Trenta, visse la familiarità di autori brillanti, ancor più che doverosamente dotti.

Paolo Facchi ha partecipato ai congressi internazionali di filosofia, con relazioni quali “The quest for certain communication outlines of a theory”, “Il dialogo nella società contemporanea”, “La semeiotica cognitiva di Peirce”, “Le concept de l’Europe dans le processus de la CSCE”, “Pragmatismo e operazionismo de rebus”, “Du temps et de l’atome-instant”, “Une guerre, pourquoi?”.
Ma Facchi non si è sottratto all’esigenza di prender posizione su fatti contemporanei, anche per conservare per sé e per gli altri riflessioni e sentimenti colti sul nascere. Di qui una nutrita serie di operette ben lontane dai gerghi dei filosofi. Leggiamo in “Berlu Berlu il grande Biancatore” del 2010: “Si può definire delirante un parlare che si riferisce continuamente a se stesso. Berlu Berlu è un capo d’azienda, ogni decisione è un comando.
E’ parte della vita aziendale il culto del Capo, perché mette i soldi”.
E inoltre: “E’ rimasta poco chiara l’origine di tanti suoi finanziamenti; nessuno sa quante ville, palazzi, aerei possieda, dato che molti non se li deve essere intestati (ha già brillantemente superato il sultano del Marocco, che ha solo quattro palazzi reali in diverse città). Le persone con le quali più Berlu si trova sono gli avvocati. Come i calciatori, sono una sua specie protetta. Non ha ancora fatto senatore o ministro uno del Milan, forse gli è stato ricordato che Caligola fece senatore il proprio cavallo. Se c’è qualcuno che rimane indifferente al suo denaro, “è un comunista”.
Come si dice nella sua cara Milano, ‘Chi comanda paghi, ma anche chi paga comandi’. ‘Gli italiani mi amano’ lo sentiamo ripetere sovente. Se gli italiani godono di una certa simpatia, e anche stima, tra i popoli del mondo è per la loro capacità d’essere attivi nella trasgressione. Celebre la battuta di un gerarca fascista, nel ricevere il testo delle leggi in difesa della razza: ‘Il Duce non sarà mai tanto disobbedito come in questa occasione’.
I consensi del nostro Berlu si possono spiegare col fatto che ha saputo abolire qualsiasi barriera di gergo tra sé e i suoi ascoltatori.”

Paolo Facchi ha anche steso una ‘autobiografia filosofica’, col titolo “Hostinato rigore”. L’ha pubblicata nel 2018 Mimesis Edizioni (Milano-Udine), di concerto col Centro internazionale insubrico. Il Centro, che si richiama a Carlo Cattaneo e a Giulio Preti, ha sede a Varese, parte dell’Università dell’Insubria. Il direttore scientifico del Centro, Fabio Minazzi, ha personalmente rivisto una vasta bibliografia ragionata degli scritti di Facchi. Il catalogo Mimesis copre, tra i filosofi, personalità quali Geymonat, Gilbert Simondon, Giovanni Vailati, Giulio Preti e il Kant epistemologo. Mimesis ha anche edito testi storici di Antonio Banfi, Italo Calvino, Fabio Minazzi, Mario Dal Pra. Dell’ultimo decennio è una serie di ‘Quaderni di Appunti’: figurano ancora Giulio Preti, Carlo Cattaneo, Antonio Banfi, Mario Dal Pra, Edmund Husserl, Immanuel Kant. Si adunano così maestri e compagni del sagace sapiente europeo nato a Casatenovo, uno dei cui meriti -non esigui- fu di non curarsi della ‘grandezza’ di Umberto Eco e di Alberto Moravia.

A. M. Calderazzi

TORNERA’  GRANDE  SENZA  SFORZO  L’EUROPA QUANDO  SI  UNIRA’

Giorni fa si è attribuito anche ad Enrico Letta, ex presidente del Consiglio e politologo accademico, il ragionamento “il Regno Unito se n’è andato, non è solo male: ora potremo raddrizzare le vie dell’Europa, come Londra non ci ha mai permesso di fare’.  In molti la pensiamo come Letta, ma egli ha aggiunto una proposta concreta: i membri della Commissione chiamiamoli ministri. Il fine della proposta è chiaro: incoraggiare la convinzione che l’Unione abbia a Bruxelles un vero governo, che cioè si sia intrapresa la strada che porterà all’unificazione politica del Continente più o meno intero. ‘Ministri’ suggerisce un inizio effettivo.

Gli ex commissari e gli ex presidenti della Commissione fanno un bel numero. Se ciascuno di essi facesse una proposta di dettaglio, magari soprattutto propagandistica, l’avanzamento dell’unità sarebbe avvantaggiato. Quando faranno questo i vari Juncker, Prodi, Moscovici, più altri che a Bruxelles abbiano maneggiato materie importanti e che contino ancora? Ovviamente le questioni grosse sono altre che i nomi delle cariche dei commissari. Il macigno più gigantesco da rimuovere è il diritto di veto dei membri meno volenterosi e meno responsabili dell’Unione.
Oggi in teoria Malta e mezza Cipro hanno gli stessi diritti di base della Bundesrepublik. E’ vero che da qualche tempo si sono trovati piani sui quali i voti dei paesi membri si ponderano e non sono uguali, ma in linea di massima l’Europa attuale funziona sul grottesco principio dell’unanimità.

L’Unione avrà un vero governo quando l’unanimità sarà cancellata e i membri minori dovranno delegare buona parte della sovranità; dovranno obbedire. Obbedire sostanzialmente all’asse Berlino-Parigi, asse qualche volta allargato a Roma: ma solo qualche volta.  Aggiungere alla plancia comando la repubblica cara a Benigni imporrebbe di placare lo sdegno di Polonia, Spagna, Svezia, Olanda, Belgio, oltre che di un’eventuale aggregazione baltica, il giorno che le tre orgogliose repubbliche si risolvessero a fondersi. Finora non si è trovata soluzione al sovranismo dei soci minori, anche se spesso questi ultimi hanno dato prova di responsabilità, accodandosi alle scelte dei grandi partner. Ha agito una cabina di regia, ma se il sistema ha funzionato è in quanto l’Unione ha rinunciato ad affrontare le sfide massime: non si è unificata; non ha tentato di affrancarsi dagli USA; non ha accettato gli obblighi verso l’umanità povera che incombono sulle nazioni ricche e perdipiù eredi di tradizioni coloniali.

Per il futuro si danno solo due strade: o i soci minori accetteranno di farsi guidare, oppure l’Europa dovrà ridursi in estensione, dovrà rinunciare a trattenere le componenti non guadagnabili ai grandi destini di un protagonista planetario quale l’Europa. Si adopera l’aggettivo ‘planetario’ non perchè la Magna Europa abbia necessità di competere coi tre colossi del pianeta sui piani da essi dominati. All’Europa basterà restare all’altezza dei retaggi delle sue componenti maggiori. Sono retaggi che hanno fatto il mondo, nel bene come nel male. L’Europa sarà grande e spiritualmente prima per il solo fatto di unirsi, sottraendosi alla sopraffazione di Washington. L’Europa è stata ombelico del mondo: ciò le darà uno status tale da non esigere antistorici sforzi di recupero sui piani materiali. L’Europa gran signora sarà per natura superiore ai rivali in termini di legittimità. I Tre Colossi stanno già pagando e più  pagheranno,  in termini di contraddizioni e di disarmonie, per gli oneri delle posizioni raggiunte.

Non resta che il quesito se il primato continentale spetti prevalentemente alla Germania.  Ma la Francia non è stata alla propria altezza da quando Charles de Gaulle decise l’alleanza perpetua con la Germania. Da allora la Germania non ha fatto che rafforzare la vocazione a primeggiare,  laddove la leadership francese  è rimasta un avanzo devitalizzato del passato.

A.M.Calderazzi

IL ‘ME DUELE ESPAGNA’ CHE DILANIO’ MIGUEL DE UNAMUNO

Quando nel 1930 Unamuno rimpatriò dal mite esilio inflittogli sei anni prima dal generale Primo de Rivera -un dittatore bonario che governò la Spagna meglio di decine di predecessori e successori- , l’accoglienza che gli fecero le moltitudini degli ammiratori e dei seguaci fu trionfale al punto che molti, specialmente all’estero, presero a considerarlo un Mosè spirituale, o almeno il sommo eccitatore degli spagnoli, incarnazione come nessun altro di visioni e sentimenti iberici, in una fase che già volgeva a tragedia. Miguel de Unamuno visse, scrisse, insegnò fino all’ultimo giorno del 1936. Però non assurse a vero condottiero o pastore della nazione.

Fece impressione quando, mesi prima di morire, si erse in una cerimonia all’università di Salamanca di cui era ‘Rector perpetuo’ contro l’estremismo combattentistico-falangista del generale Millàn Astray. Astray aveva condensato nella formula “Viva la Muerte” la sua fede di grande mutilato guerriero; e aveva aggiunto ‘Mueren los intelectuales’. Unamuno oppose sdegnato le ragioni dell’intelligenza contro quelle dell’eroismo soldatesco: “Avete la forza e vincerete, ma non convincerete”. Lo calmò e protesse donna Carmen Franco, moglie del Caudillo: gli offrì il braccio e lo portò via dalla grande aula magna (Paraninfo) dove la schiera dei legionari di Astray rumoreggiava minacciosamente. Quella volta Unamuno si riaffermò politico e pensatore intransigentemente libero: aveva aderito alla ribellione dei generali, ma contrastò uno dei miti dei futuri vincitori della Guerra Civile. Francisco Franco lo destituì. Cattedratico a 27 anni alla più illustre delle università spagnole, era stato eletto rettore a 36 anni.

Il politico Unamuno fu contraddittorio tutta la vita. Si era imposto nel 1924 come immediato oppositore del colpo di stato di Primo de Rivera.
Il dittatore lo aveva condannato al confino a Fuerteventura.
Lì la sorveglianza poliziesca non fu abbastanza serrata da impedirgli una fuga in Francia, organizzata e finanziata da un editore francese molto interessato alla pubblicità propiziata dalla ‘persecuzione’ dell’oppositore già famoso in Europa. Forse Unamuno era al corrente, forse no, che il Dictador lo aveva già indultato. Il fuggitivo visse e operò prima a Parigi, a contatto con i maggiori intellettuali, poi si installò a Hendaye, città francese unita da un ponte alla città spagnola dello stesso nome. Lì redasse un periodico politico in collaborazione con un altro esule, Ortega y Gasset, fratello del filosofo Josè, uno dei fondatori – presto deluso- della Repubblica.

Poco dopo la neonata Seconda Repubblica assegna riconoscimenti e onori all’accanito oppositore di re Alfonso XIII: è reinstallato rettore a Salamanca; viene eletto alle Cortes (caratteristicamente, egli che si era professato socialista non è collegato ad alcun partito). Ma presto il cielo della Repubblica si fa tempestoso: arriva la Guerra Civile a straziare Unamuno. Eppure aveva o avrebbe sostenuto essere quella civile l’unica guerra degna di combattere. Tutte le altre, imposte da monarchie o da repubbliche o dal patriottismo o da questa o quella Causa, erano indegne: e aveva ragione.

Va rilevato però che la repubblica sognata da Unamuno, da José Ortega y Gasset e da tanti altri era tutt’altra cosa da quella costruita dai gerarchi del nuovo regime. Il maggiore tra questi ultimi, Manuel Azagna prima ministro, poi capo del governo, infine sciagurato capo dello Stato, fece l’errore capitale di attribuire priorità assoluta alle iniziative ed asserzioni laiche e costituzionali, invece che a mitigare la miseria del proletariato e che a soffocare la violenza settaria, fatta soprattutto di assassinii.
Nata il 12 aprile 1931, mesi dopo la Repubblica era già devastata.
Le istituzioni crollarono non solo per i cannoni delle divisioni nazionaliste, anche per la loro sostanziale irrilevanza. Aveva ragione Unamuno a rifiutare le parole d’ordine dei progressisti oltre che gli estremismi dei seguaci di Franco. La gloria dei grandi intellettuali spagnoli nulla poté contro la ferocia delle contrapposizioni. Se il ruolo politico del più famoso degli spagnoli colti fu irrisorio, fallirono tutti gli altri che tentarono di edificare un sistema migliore della monarchia. Novant’anni dopo, la Spagna ha ancora un Re e una Corte di aristocratici. Il bagno di sangue è stato inutile.

Miguel de Unamuno fu poeta, romanziere e filosofo oltre che bardo di una Spagna ideale, anelito e dolore della sua esistenza: “me duele Espagna”. Non spetta a chi scrive accennare alla produzione letteraria (anche se ad essa il Nostro dovette tanta parte della sua fama). Si è parlato di un Unamuno esistenzialista, oppure mistico e irrazionale, di un ‘gemellaggio’ con Antonio Machado, di una matrice romantica. Filiazioni di tale matrice furono in Unamuno l’anti-intellettualismo, la sfiducia nella ragione, nella tecnologia e nella scienza. Egli scandiva spesso ‘mi agonia, mi lucha por el cristianismo, la agonia del cristianismo en mi, su muerte y su resurreccion’. Per tutta la vita diffidò dell’entusiasmo per il progresso, dello scientismo, della scienza stessa ‘fattasi religione per tanti’. Quasi tutti i critici e gli esegeti additano nel Nostro lo stoicismo tragico, l’iperindividualismo, l’intimismo impudico, l’ossessione iberista. Ancora di più additano lo spasimo religioso, l’attrazione della teologia, le imboscate della fede contrapposta alla ragione. Per uno studioso autorevole, José Luis Aranguren, Unamuno anelava ad una ‘civilizaciòn del cristianismo’; meglio ancora, per una ‘ecclesiastizaciòn del pueblo cristiano’.
Per lui l’ateismo è ‘un lusso’ e gli atei ‘vivono parassitariamente nelle società cristiane’. A questo punto si spiega meglio l’adesione del socialista antimonarchico Unamuno all’insurrezione dei generali contro la Repubblica. Non aveva Manuel Azagna asserito “la Spagna ha smesso d’essere cattolica”?

Questi e molti altri moti dell’animo unamunesco non erano fatti per essere apprezzati dalle schiere più “loiche” della cultura spagnola. Il loro capo, José Ortega y Gasset, polemizzò accanitamente con ‘l’energumeno’ e ‘gigantista’ Unamuno. Lo accusava di esprimersi e di agire oltremisura, con spiriti eccessivi, irrazionali, emotivi, persino demoniaci: si veda la famosa esclamazione in favore della guerra civile. C’è da dire che i molti lamenti sul fratricidio rientrano nella più larga meditazione poetica del Nostro su Caino, l’assassino di Abele, e sulla ‘envidia’: “Lo mas del llamato en Espagna tradicionalismo no es sino cainismo”. Ortega mantenne la sua critica persino nel necrologio che scrisse in morte di Unamuno la prima notte del 1937, ‘anno terribile, anno di purificazione, anno di cauterizzazione’. Ortega ricordò che la morte fu “su perenne amiga-enemiga. Toda su vida, toda su filosofia han sido, come las de Spinoza, una ‘meditatio mortis’. Anche nell’occasione luttuosa, Ortega non rinunciò a puntualizzare il ‘feroz dinamismo’, unito al ‘coraggio senza limiti’ del ‘Gran Celtibero, il rettore a vita. E insisté: “Su pretension de ser poeta lo hacia evitar toda doctrina”, allorquando “la mission inescusable de un intelectual es ante todo tener una doctrina taxativa, inequìvoca y, a ser posible, formulada en tesis rigurosas, facilmente inteligibles.
Porque los intelectuales no estamos en el planeta para hacer juegos con las ideas y mostrar a las gentes los bìceps de nuestro talento, sino per encontrar ideas con las cuales puedan los demas hombres vivir. No somos juglares, somos artesanos, como el carpintero, como el albagnil.” Il giudizio di Ortega y Gasset restò dunque severo anche nella chiusa del necrologio sul suo più fortunato competitore per l’amore degli spagnoli e non solo: “La voce di Unamuno ha risuonato senza mai interrompersi per un quarto di secolo. Al suo tacere per sempre temo che vivremo un’era di silenzio atroce”.

Molti titoli delle opere del rettore sono intensi, pregnanti, pieni di destino. Alcuni: ‘Del sentimiento tràgico de la vida.’ La agonìa del cristianismo. ‘En torno al casticismo. ‘Vide de Don Quijote y Sancho. ‘Andanzas y visiones espagnolas. ‘Contra Esto y Aquello. ‘Paisajes del alma. ‘ Paz en la Guerra. ‘ San Manuel Bueno martir.

I fatti della vita di Unamuno impressionano. Nato a Bilbao il 29 settembre 1864, vince la cattedra di greco alla prima università del Paese, Salamanca, a 27 anni; ne diventa rettore a 36. Viene destituito nel 1914, nel 1923, poi almeno altre due volte. Condannato al confino nel 1924, dopo quattro mesi viene indultato ma decide di esiliarsi: prima a Parigi, poi a Hendaye sul confine con la Spagna. Sei anni dopo rimpatria e passa a insegnare Storia della lingua spagnola. Con la nascita della Repubblica riprende il rettorato a Salamanca, presto proclamato rettore a vita e onorato coll’istituzione di una cattedra al suo nome. Scoppiata la Guerra Civile, Unamuno accusa il governo repubblicano di avere “infranto il sogno di una repubblica libera e liberale, di avere consegnato il potere nelle mani dei pistoleros”.
Destituito da rettore a vita, è reintegrato dalle autorità franchiste.
Si oppone clamorosamente al generale Millàn Astray fondatore della Legione. Perde ancora una volta la carica di rettore. Muore l’ultimo giorno del fatale 1936.

Sappiamo che Unamuno fu uomo di antagonismi. Per dirne solo uno, egli basco definì più volte il ‘vascuense’ una lingua “rural y archeologica, incapaz de convertirse en lengua de cultura”. Non riconosceva il ‘diritto’ dei catalani di affrancarsi dalla gloriosa tradizione dello spagnolo; tradizione che si identifica con ciò che nei secoli fece la Castiglia. La Castiglia impose certamente la sua egemonia: non è detto comunque che il grande basco accettasse un giudizio di Carlo V: ‘El idioma castellano ha sido hecho por hablar con Dios’. José Luis Aranguren chiuse un suo saggio “Unamuno y nosotros” esaltando in Lui il pensatore anticonformista che si oppose alle derive del pensiero moderno: “omogeneizzazione, integrazione, adattamento”.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO LE POTENZE SI ACCINGEVANO A SPARTIRSI LA CINA

Negli ultimi anni dell’Ottocento sembrava suonata l’ora della fine per l’Impero di Mezzo. Per cominciare, la Gran Bretagna ne dominava l’economia -quasi i tre quarti del commercio e della navigazione- e si era insignorita di regni che erano stati satelliti di Pechino: il Tibet, sottomesso alla Cina nel 1751, e la Birmania. Londra cominciò a prendere quest’ultima nel 1853: la aggiunse al proprio impero nel 1886. Nel 1897 gli inglesi ottennero la rettifica che chiedevano alla frontiera birmana, come pure il diritto di estendere le ferrovie fino allo Yunnan cinese ‘quando fosse arrivato il momento opportuno’. Vincendo due ‘guerre dell’oppio’ la Gran Bretagna umiliò duramente l’Impero Celeste, aprendo una lunga fase di trattati ineguali per i quali i cinesi subivano vari soprusi.

La Francia completava l’impossessamento dei regni dipendenti d’Indocina (Vietnam, Laos, Cambogia); anche se, come scrive lo storico di Harvard, William L. Langer, “sarebbe ingiusto imputare ai francesi di aver dato l’esempio per lo smembramento della Cina (…) Peraltro furono in testa nello strappare concessioni”.

La Russia zarista mirava tra l’altro a costruire un grande porto sul Pacifico, da raggiungere con una ferrovia attraverso Manciuria e altre regioni cinesi. In più aveva l’ambizione di scalzare la Gran Bretagna dal controllo delle risorse economiche dell’Impero Celeste. Nel 1689 Pechino era riuscita a contenere l’aggressività dei russi estromettendoli dal bacino dell’Amur (Heilong Jiang in Cinese, река Амур in Russo).
Il Giappone aveva da poco sgominato la Cina con una guerra per preparare l’impossessamento del regno di Corea, satellite della Cina. L’impossessamento riuscì; Pechino dovette pagare un pesante risarcimento bellico. Il trattato di Shimonoseki decretò il distacco immediato della Corea dalla Cina; in più quest’ultima cedette al Giappone la penisola di Liaotung (Liaodong), la grande isola di Formosa e le Pescadores (Penghu). Conclamata la debolezza della Cina, la Russia ottenne diritti ferroviari in Manciuria; la Germania si assicurò il possesso di Kiaochow (Jiaozhou); la Francia guadagnò Kwan-Chow Wan (Guangzhouwan); la Gran Bretagna si assicurò l’affitto di Weihaiwei (Weihai) e l’allargamento della colonia di Hong Kong.

La Germania fu la meno rapace tra le Potenze intente a depredare l’Impero cinese. E’ quasi certo che nelle stanze romane dove si faceva diplomazia velleitaria e si progettavano imprese coloniali, non mancarono personaggi che farneticavano di anticipare i giorni gloriosi di Tientsin (Tianjin), quando reparti scelti sabaudi avrebbero punito le aspirazioni dei rivoltosi Boxer. Tientsin, oggi vari milioni di abitanti, era il secondo porto della Cina. Fu occupata militarmente da Gran Bretagna e Francia nel 1860; successivamente vi ottennero concessioni territoriali il Giappone, la Germania, la Russia, l’Austria-Ungheria, il Belgio, persino l’Italia. Finché nel 1911-12 la dinastia mancese crollò e Sun Yat Sen (Sun Yi Xian) divenne presidente della neonata Repubblica cinese.

I piani di rapina delle Potenze non erano i mali più gravi del Paese. Esso aveva un bisogno disperato di modernizzarsi, di darsi vaste riforme di struttura (che apparivano impossibili: l’intero sistema era marcio). In più, in quegli anni di pericolo estremo infuriava la corruzione dell’alta burocrazia mandarinale e dei circoli di potere. Di Li Hung Ciang (Li Hong Zhang), una specie di vicerè o di potente maestro di palazzo, si sapeva che fosse divenuto ricchissimo -uno dei patrimoni privati più cospicui al mondo- intascando tangenti anche ai livelli sommi della politica internazionale. Era risaputo in particolare che i vertici diplomatici di San Pietroburgo avevano istituito un fondo segreto (non abbastanza segreto) per guadagnare agli interessi russi sia Li Hung Ciang, sia altri esponenti dell’alto mandarinato. In una specifica occasione i russi offrirono al reggente Li un milione e mezzo di dollari. Anche la dispotica Imperatrice-madre partecipava ai proventi della grande corruzione. Quando il Reggente fece ritorno da una fase di negoziati con le Potenze, Sua Maestà provò ad esigere la sua parte -si parlò di 800 mila dollari- delle ‘dazioni’ straniere.

Il 4 maggio 1895, poco dopo la fine della guerra sino-giapponese, il primo ministro britannico Lord Rosebery ammise in un discorso alla Royal Academy che la questione estremo-orientale, prima di tutto il destino della Cina, era talmente grave (‘troppo complessa per la nostra immaginazione’) che ‘dobbiamo ridimensionarla onde correre ai ripari’.
Il disegno londinese di usare la Cina come difesa contro le vaste ambizioni asiatiche della Russia si rivelava sbagliata. Negli anni 1896-97 San Pietroburgo raggiunse, coll’appoggio di Parigi, il massimo dell’influenza a Pechino. Nessuna potenza le stava alla pari. Dunque un secolo e mezzo fa, più o meno, era la Cina il Malato d’Asia, dal corpo quadruplo di quello del Malato del Levante su cui regnava il Sultano turco.
Le Potenze si preparavano a dividersi l’eredità.

Oggi la repubblica imperiale e ‘comunista’ di Xi è la superpotenza che compete con gli USA. Un suo dittatore ‘vero’ sarebbe onnipotente.
Come non chiederci cosa accadrebbe se uno degli spietati massacratori novecenteschi di popoli -risalendo nel tempo: Hitler, Stalin, Mussolini, i militaristi giapponesi, F.D.Roosevelt, Churchill, Raymond Poincaré che più di ogni altro volle la Grande Guerra, Clemenceau che la allungò di un anno, i pessimi consiglieri dello zar Nicola, i nanogovernanti della Serbia, gli arciduchi e i diplomatici viennesi, gli altri- cosa accadrebbe se uno dei mostri qui elencati risorgesse a Pechino invece che altrove?

A.M.Calderazzi

SE 1 ITALIANO SU 2 ATTENDE L’UOMO FORTE LA DEMOCLEPTOCRAZIA CADRA’

Negli ultimi tempi i tentativi dei sicofanti e pennivendoli del Regime, di esigere ancora che i contribuenti finanzino la politica, suonano come rantoli d’agonia. Appaiono rassegnati, i pensatori e i monatti di palazzo, acché la fine si avvicini, i popoli dello Stivale siano gonfi di rancore e di brutti propositi; acché essi popoli inneggino alla cacciata dei Proci oppressori/saccheggiatori dal 1945; che non il sostegno bensì la lapidazione dei politici sia la brama dei cittadini.

Attesta ciò, una volta di più, il mesto Ezio Mauro, massima préfica dei bei tempi che non torneranno. Su ‘Repubblica’ -il Voelkischer Beobachter del compianto banchetto dei partiti- Mauro ha lamentato giorni fa: “Salvini ha decretato lo stato d’eccezione, vorrebbe ‘spezzare l’ordinamento’, ha invitato i parlamentari a ‘alzare il culo’, ‘non è facile rintracciare nella storia della Repubblica una simile dichiarazione di disprezzo di un uomo di governo nei confronti dell’istituzione parlamentare’.
Che sempre Salvini ‘sfidi ad uno ad uno tutti i tabù della Repubblica’, che tenti di abbattere ‘la costrizione delle regole, l’equilibrio dei poteri, i controlli di legittimità, i vincoli costituzionali; che vagheggi di trasformare il Paese in una repubblica presidenziale’.

Il capo-singhiozzatore sul Bengodi che minaccia di non tornare più, sui diritti, sulle istituzioni vilipese, lacrima (sempre Mauro) che “si è scelto di cavalcare il risentimento e la rabbia dei cittadini spiaggiati dall’onda alta della mondializzazione, senza filtrare politicamente questo stato d’animo anzi trasformandolo in odio, ripulsa, rigetto, cioè antipolitica”.
Mauro è terrorizzato che si ripudi “il meccanismo democratico articolato nel libero gioco dei diritti, del diritto, delle istituzioni”. Peggio: si aggiunge la proposta di un potere finalmente pieno (…) nello spirito autocratico annunciato da Putin: la democrazia liberale non è l’unico modello possibile e nemmeno il più efficace, anzi funziona solo in anni di abbondanza delle risorse. E’ la teoria Orban”.

Ora: si illude l’ex-direttore del Voelkischer Beobachter romano, che il futuro Giustiziere risulti Salvini, un politico come gli altri, solo più vicino alla gente. Sarà invece Dracone, il primo e il più severo dei legislatori di Atene. Ci rallegriamo di aver fatto dire all’Appelius democleptocratico ciò che spettava a noi: posto che il più recente rapporto Censis sia attendibile, il 48% degli italiani attende l’Uomo forte; molto più del 48% -il 67%- é la voglia di vendetta nella classe operaia, che un tempo si lasciava guidare dai comunisti, i più sussiegosi tra gli appaltatori del regime sorto nel 1945 e oggi comatoso. Oltre a tutto metà degli elettori non intendono votare; considerano le urne le ‘slot machines’ dell’usurpazione. Se molti tra Alpi e Lilibeo condividono gli istinti politicìdi descritti dal lacrimoso Mauro e asseverati dal Censis, è concepibile che l’Itala Gens tolleri ancora discorsi tipo ‘la politica ha un costo’, ‘inevitabile aggiungere un sussidio legale alla rapina praticata dal 1945’? La realtà è piuttosto che avrà buon gioco quell’Eversore che un giorno proclami: lungi dall’amnistiare i partiti, sciogliamoli e perseguiamone penalmente i capi presenti e passati, più eredi e aventi causa, per lo smisurato danno erariale arrecato allo Stivale in tre quarti di secolo.

Dunque se il rapporto Censis ha suscitato tanto scalpore è in quanto attesta che l’uomo della strada vuole il rovesciamento del sistema, cominciando dalla Costituzione e dalle Istituzioni, soprattutto quelle di vertice. Alcuni osservatori hanno avvertito, oltre all’odio ormai acerrimo contro i politici, anche un dissesto spirituale confinante con un furore metafisico. Ne sarebbero sintomi l’ossessiva dipendenza degli italiani dai cellulari, il crescere del ricorso ai farmaci ansiolitici, altre manifestazioni di infelicità.

Sia chiaro che l’avversione all’oligarchia partitica non è rimpianto del Duce. Con la guerra del 10 giugno 1940 -non col totalitarismo né con le leggi razziali- il Duce condannò per sempre l’Impero coloniale, il Regime, se stesso e la sua memoria. Fino all’impresa etiopica le cose gli andarono bene: gli italiani approvavano. Tra l’altro non ci impose troppo i propri congiunti, a parte qualche grosso favore al genero Galeazzo. Invece col processo di Verona Benito si rivelò sanguinario e spietato, anche con Galeazzo. Così oggi sono pochi coloro che rimpiangono la dittatura ducesca. Coloro che attendono l’Uomo forte aspirano a un congegno che si contrapponga alla Malarepubblica: a un governo molto più coeso, più efficiente, meno succube delle bande partitiche, dei sindacati, delle lobbies. Magari si contenterebbero di un presidenzialismo alla Erdogan/Orban: allora non siamo alla tentazione fascista. Si vorrebbe lo spossessamento delle istituzioni e delle prassi dettate da partiti insolitamente rapaci e corrotti. Il parlamentarismo, nato liberal-notabilesco ed evoluto in progressista, ha funzionato passabilmente solo nelle società prospere da molto tempo e spiccatamente equilibrate, nel senso di ‘calme’. La nostra società non è nè prospera nè calma, dunque i giochi parlamentari vengono rifiutati. Se la democrazia rappresentativa e ladra non ha espresso nulla di meglio che le urne truffaldine e gli andazzi partitici, molti anelano a cancellare brutalmente almeno gli assetti peggiori.

L’alternativa a ciò che abbiamo non è il fascismo.
Per liberarci dell’oligarchia non c’è altro che una democrazia non elettorale ma semidiretta, fatta di pochi cittadini resi ‘sovrani’ dal sorteggio, non da un suffragio universale rivelatosi impotente, in Italia, da almeno un secolo, in Gran Bretagna da almeno due. Però gli usurpatori installati nel 1945 dai quadrimotori angloamericani non si fidino troppo che un nuovo Mussolini non si profili. Un altro Duce, magari guerriero, non è indispensabile per liberarci: la democleptocrazia le ha fatte troppo sconce.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO SI POTRA’ ABBATTERE LA RAI VERGOGNA NAZIONALE

Quando il viadotto dell’economia comincerà a crollare, e un manipolo di giustizieri capeggiato da Dracone prenderà il potere, quel giorno la demolizione della Rai grassatrice sarà tra le opere da compiere per prime: assieme alla cancellazione della Costituzione manomorta, del Parlamento pessimo quale è, delle urne spacciatrici di falsa democrazia, di altre istituzioni e male azioni del Regime dei cleptopartiti.

La Fondazione Agnelli ha appena pubblicato il suo Rapporto annuale: per risanare e mettere in sicurezza i nostri edifici scolastici occorreranno 200 miliardi, che non abbiamo. Aggiungendo le aree terremotate. le montagne che franano sulle strade, i nuovi sismi nostri e quelli albanesi, l’Ilva, l’Alitalia e 160 ‘tavoli’ di crisi aziendali, gli sperperi irresponsabili come la Rai, il fasto regale del Quirinale, le spese per l’insulso prestigio diplomatico, gli F35 e le spedizioni militari risultano nauseabondi come i personaggi che ne sono responsabili. Nel suo spregevole piccolo, il servizio radiotelevisivo di Stato si guadagna il massimo del vituperio; per questo parliamo di Rai grassatrice (grassazione: rapina a mano armata). I Proci che ci opprimono da tre quarti di secolo hanno saccheggiato lo Stivale innanzitutto attraverso la Rai. La Rai rapinatrice risulterà tra gli errori peggiori che si potevano commettere: errori tragici come la vendita all’ingrosso delle indulgenze in Germania ordinata da papa Leone X. Le indulgenze costarono alla Chiesa la Germania ed altri regni. La camorra italiana dei partiti sarebbe odiata/disprezzata parecchio di meno se i ‘vincitori’ del 1945 non si fossero spartiti la Rai tra le bande: democristiani, comunisti, socialisti.

Quelle bande si sono sformate o boccheggiano, tuttavia la Rai dissangua i contribuenti persino più che alle origini. Il servizio pubblico resta un misfatto altrettanto serio quanto ai giorni aurorali della cleptocrazia.
La Rai paga coi soldi dei contribuenti, e sulla povertà degli incapienti, da 12 a 15 mila persone, all’origine quasi soprattutto figli, parenti e compari dei gerarchi del regime. Si aggiungono 10 o 11 mila collaboratori esterni, dai semplici attrezzisti ai ‘grandi’ presentatori. Quasi tutte le retribuzioni sono eccessive. Molti i favoriti del palazzo che ricevono oltre 240 mila euro: sarebbe il massimo di legge per i servitori di vertice dello Stato. Bianca Berlinguer, un cognome che gronda idealismo e lotte dalla parte del popolo, supera 300 mila euro all’anno. I casi più osceni sono naturalmente Fabio Fazio (2.240.000 euro) e Bruno Vespa (1.930.000, poi tagliato del 30%). Questi ed altri personaggi si considerano eccelsi al punto che nessun limite è concepibile ai loro emolumenti. Ma essi saranno puniti senza pietà quando la crisi economica si aggraverà, non saranno più tempi da fiction, sociologismi, narcisismi e grassazioni Rai.

Allora: quando i giustizieri di Dracone prenderanno il potere, cancelleranno i nove decimi del servizio pubblico, programmi, pretese, dipendenti, finanziamenti. Per un minimo di informazioni e prestazioni essenziali, un decimo basterà. Lo spettacolo e l’intrattenimento -due idrovore da spegnere- li facciano altre emittenti, magari straniere, a loro spese e rischio. Degli ‘approfondimenti’ e delle futilità facenti capo alla cupola dei partiti non avremo più bisogno. Tre quarti di secolo della Rai ci hanno insegnato come faremo a meno della informazione e dell’imbonitura demo-cleptocratiche. I nove decimi dei dipendenti, collaboratori, consulenti e altri convitati del banchetto andranno licenziati o disdettati. I meno pagati tra essi riceveranno un sussidio di sopravvivenza, non superiore alla media delle nostre pensioni basse. Non riusciranno a ricorrere ad alcuna corte internazionale, ad alcun Tar: i giustizieri sapranno fare il loro mestiere.
I beni che eccedano le modeste necessità di una radiotelevisione di Stato saranno avocati: per riparare scuole, strade e ponti.

I giornalisti Rai, oggi almeno 1760 a libro- di cui 210 caporedattori e 300 capiservizio- provino in proprio lo strazio degli ultimi, dei sottoproletari e dei migranti sui quali ingrassano dal 1945. Tra l’altro, disponendo di tanti pennivendoli, la Rai è ultima per le news online. Secondo la classifica Audiweb, Rai News ha 180 mila ‘utenti unici giornalieri’, contro duemilioni 519 mila del Corriere, tre milioni 58 mila di Repubblica. Per la sciagura di perdere un giorno la cuccagna ssssssssssse la prendano coi Padri Costituenti che, nell’impossessarsi di tutto nello Stivale, consegnarono alle bande dei partiti il monopolio radiotelevisivo. Fecero molto male: sbagliarono come Leone X, che credette di poter vendere le indulgenze in Germania.

Antonio Massimo Calderazzi

IL MAESTRO DEGLI STORICI TEDESCHI SUI MISFATTI DEL NEPOTISMO PAPALE

Leopold von Ranke, iniziatore della scienza storica moderna, si guadagnò ammirazione anche dagli studiosi cattolici per l’imparzialità e il rigoroso vaglio delle fonti che mise nell’opera “Storia dei Papi”, pubblicata in italiano da Sansoni nel 1959.
L’originale tedesco aveva un titolo (“Die römischen Päpsten in die letzten vier Jahrhunderten“) che puntualizzava  l’ambito principale dell’investigazione:  i gravissimi mali del nepotismo papale nei quattro secoli includenti intero il  Settecento.
Il nepotismo sulla scala massima non solo devastò il cattolicesimo, ma divenne un fattore geopolitico: più di un pontefice si sforzava di trasformare il nipote in sovrano di un piccolo stato della Penisola.
In ogni caso i papi affidavano ai parenti, di norma fatti cardinali anche in età adolescenziale, il potere esecutivo nello stato pontificio.
Gli ambasciatori delle grandi potenze cercavano con cospicui doni di guadagnare l’amicizia di un cardinale nipote.

Un oratore al concilio di Basilea (1431-49) teorizzò così la torva morale dei papi del suo tempo: “Non è tanto male se un papa ha dei figli che possono portargli aiuto”.  Da allora questo  concetto è stato alla base delle giustificazioni del nepotismo e di altre condotte vituperevoli dal punto di vista cristiano. Von Ranke ricorda una lettera di Lorenzo dei Medici a Innocenzo VIII, uno dei nepotisti peggiori: “Il papa può chiamare  sua proprietà soltanto l’onore e i benefici che ha fatto ai suoi”.
Sisto IV provò a fondare in Romagna un principato per il nipote Girolamo Riario. Scomunicò i veneziani quando smisero di favorire i disegni del nipote.  In più perseguitò i nemici Colonna  ‘con furore selvaggio, arrivando a far uccidere il protonotario Colonna’.  Con una bolla Sisto IV definì ‘figlio del Maligno’ un personaggio che aveva criticato l’assegnazione della Penitenzieria (dicastero che concedeva dispense) a un nipote.
Calcò spietatamente le orme di questo papa Cesare Borgia, figlio di Alessandro VI: fece uccidere suo fratello, il duca di Gandia, e un cognato.  Ammazzò Peroto, un favorito del padre mentre si stringeva a lui; il sangue spruzzò fin sul volto del Santo Padre.  Il quale ultimo morirà del veleno da lui preparato per uno dei cardinali più ricchi.
Giulio II riuscì a soddisfare le pretese della  sua famiglia sul principato di Urbino. Amava le imprese militari per ingrandire lo Stato della Chiesa al punto di andare egli stesso al  campo, indossando la corazza.
Papa Leone X  (Giovanni dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico) prediligeva i piaceri -pur meno orribili di quelli di Alessandro VI- a tal punto che il card. Bibbiena gli scrisse “A noi qui manca solo una corte di dame”.

Quando Adriano di Utrecht, cardinale di Tortosa e precettore di Carlo V, arrivò a Roma come Adriano VI, trovò una cultura pagana trionfante e un mecenatismo che disapprovava: “Sono accadute molte cose abominevoli. Attorno alla Santa Sede tutto si è volto al male. La corruzione si è diffusa dal capo alle membra. Dal papa ai prelati non c’è nessuno, nemmeno uno, che abbia agito bene”. Tentò di abolire certi diritti di Curia che considerava simonia, ma non riuscì: avrebbe danneggiato troppo quanti avevano comprato le cariche.
Sappiamo che  Giulio dei Medici, cugino di Leone X, non arrivò a duca di Milano, però divenne Clemente VII; di lui si disse che fu il più sventurato dei papi: subì il Sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi di Georg Frundsberg. Per riportare i  Medici a Firenze si servì degli stessi lanzi che avevano saccheggiato  Roma.

Secondo Ranke, Paolo III (Alessandro Farnese ) fece la sua cosa migliore, appena eletto, accogliendo nel Collegio dei cardinali uomini degni e non troppo lontani dal protestantesimo. Ma, cardinale a 27 anni, e con due figli naturali, fu più mondano di tutti i predecessori.  Iniziò la costruzione di palazzo Farnese perchè amava il fasto. Fece cardinali due nipoti talmente giovani da suscitare le rimostranze dell’Imperatore asburgico.
Rispose che in passato divennero cardinali bambini che erano ancora in culla.
Ranke: “Paolo III predilesse la famiglia più degli altri papi. Intrecciava sempre le questioni generali con gli affari privati.  Occupò Camerino per il  nipote Ottavio, ottenne Novara per il figlio PierLuigi. Combinò le nozze della figlia naturale Margherita e di una nipote Vittoria (quest’ultima con un principe reale di Francia, il duca di Vendome). Cercò di maritare una nipote all’erede della Savoia. Orazio Farnese fu fidanzato con una figlia naturale di Enrico II di Francia. Alla fine Pier Luigi Farnese divenne duca di Parma e Piacenza. In conclusione, Paolo III per innalzare i nipoti si attirò il biasimo universale. Morì nel 1549.
Giulio III che gli successe l’anno dopo non visse abbastanza per ingrandire i parenti Del Monte. Poi Marcello II fu papa per soli ventidue giorni: aveva suscitato grandi speranze facendo qualche economia, progettando riforme della Chiesa, soprattutto vietando ai nipoti di venire a Roma.

Paolo IV Carafa, un rigoroso settantanovenne, promosse a cardinale il nipote Carlo, un brutale militare di cui lo stesso zio disse che aveva immerso il braccio nel sangue fino al gomito, però lo lasciò governare anche gli affari religiosi. Condivise le tendenze mondane che in astratto condannava.
Paolo IV considerava i nipoti strumenti di lotta contro la Spagna.
Quando divennero inutili, li punì duramente per certe loro azioni (ad eccezione di un pronipote cui aveva dato il cappello cardinalizio a 18 anni).  Il successore Pio IV (Giov. Angelo Medici) aiutò in modi legittimi i nipoti Federico e Carlo Borromeo, pur amando lo splendore e le feste della corte. Invece Pio V (Michele Ghislieri) quando era frate domenicano viaggiava sempre a piedi, col sacco sulle spalle. Di lui papa si conoscono altre storie edificanti. Da Inquisitore a Roma fu intransigente: fece processare e condannare l’arcivescovo di Toledo, Carranza, primate di Spagna.
Tenne a bada i parenti.  Cacciò immediatamente il padre di un nipote, che aveva accolto nel Sacro Collegio per l’opportunità ‘tecnica’ di trattare coi principi.  Nel giudizio di von Ranke, con papa Ghislieri la religione dell’innocenza e dell’umiltà, la vera pietà, si fecero persecutrici  verso i protestanti.  Nella guerra di religione in Francia il pontefice impartì l’inaudito ordine ‘non fare prigionieri,  passare  per le armi gli ugonotti catturati’. Non fu provato che sapesse dei preparativi per la Notte di San Bartolomeo, ma è verosimile avrebbe approvato.

Prima di entrare nella Chiesa e di diventare Gregorio XIII il bolognese Ugo Boncompagni aveva avuto un figlio naturale, Giacomo.
Di Sisto V (Silvio Peretti) si disse che combatté il nepotismo, però fece nobile e ricco un nipote che fondò una casa principesca.  Peraltro nello scorcio del Cinquecento la corruzione e il malcostume  avevano preso a scemare alquanto a Roma.
Nel 1621 muore Paolo V Borghese. Da poco eletto, aveva fatto decapitare ‘ per lesa maestà’  il Picconardi, povero autore di un manoscritto contro un altro papa.  Il cardinale nipote Borghese, controllando la maggioranza nel Collegio, fece votare Alessandro Ludovisi (Gregorio XV), un vecchio cadente completamente dominato da un nipote. Con Urbano VIII Barberini riprese in grande il nepotismo, inteso come arricchimento dei familiari più che con intenti dinastico-politici.
Alcuni papi si giustificavano: se non avevano pronunciato  voti di povertà, erano padroni delle eccedenze delle rendite; Ranke stima che in 13 anni Clemente VIII donasse ai parenti oltre un milione in valuta del tempo.
Un cardinale, Scipione Caffarelli Borghese, mise insieme prebende per centocinquantamila scudi annui.  Marco Antonio Borghese ebbe dal papa il principato di Sulmona, più palazzi e ville.  Acquistando un’ottantina di proprietà nella Campagna romana, più altre in zone lontane, i Borghese divennero ricchissimi.  Idem i Barberini: a Roma si disse malinconicamente “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini”.
Carlo, fratello di Urbano VIII, spiegò. “E’ la ricchezza che distingue dal volgo. Non è conveniente che i parenti del papa si trovino in ristrettezze dopo la di lui morte”.

Nel 1640 fu insediata una commissione che si pronunciasse sulla  legittimità dei favoritismi estremi. Sancì che la qualità di sovrano era inseparabile da quella di pontefice, talché il papa poteva donare ai congiunti ciò che economizzava sulle entrate dello Stato. Il generale dei Gesuiti  approvò; così -commenta Ranke- sempre nuove famiglie salivano al rango di dinastie. Tra i Barberini e i Farnese scoppiò una piccola vera guerra, con  molte centinaia di cavalieri e di fanti. Quando papa Urbano fu preso da nuovi scrupoli, i teologi sentenziarono: “Dato che i nipoti di Sua Santità si erano fatti tanti nemici, il Soglio pontificio doveva concedere loro di che conservare la loro posizione dopo la morte del papa”.
Quando essa venne (1644) i  nipoti controllavano 48 cardinali creati dallo Zio.

Eletto nel 1655, Alessandro VII Chigi abbandonò presto il proposito di non volere parenti a Roma; essi scesero in massa e nacque un’altra possente famiglia principesca. Salito al trono Clemente IX (1667) i tesori della Chiesa stavano esaurendosi, quindi le nuove famiglie pontificie fecero un po’ più fatica ad arricchirsi. Però nell’alta società si rafforzò il sentimento di aver diritto ai privilegi e a quelle disponibilità finanziarie  che eccedessero i bisogni della Chiesa secondo la morale tradizionale. Si rafforzò inoltre la concezione temporalistica: Ranke la riferì così: “Una delle istituzioni più savie volute dalla Provvidenza era l’attribuzione al papa di uno Stato, perché la Chiesa conservasse la sua libertà”.
Un paio di secoli più tardi Emil Gregorovius, un altro noto storico tedesco, vide coi suoi occhi passare a Roma la carrozza del principe ‘pontificio’ Boncompagni Lodovisi: era un tiro a sedici, forse addirittura a diciotto cavalli.  Di solito i maggiori sovrani europei non andavano oltre la metà dell’equipaggio che sbalordì Gregorovius.

Conclusione nostra.  Con i princìpi e i codici penali d’oggi il nepotismo porterebbe i papi all’iniezione letale, alla sedia elettrica, al carcere a vita, ‘fine pena mai’.  Troppi secoli di rapina sui beni della Chiesa, che erano soprattutto denari dei poveri di Cristo, oppure ricavato della vendita di  indulgenze che ‘salvavano’ gli agiati, purtroppo anche i miseri, dai tormenti del Purgatorio, forse addirittura dell’Inferno. Nei quattro secoli presi in esame da von Ranke il nepotismo era legale, e ciò non era solo colpa dei pontefici.  Era il risultato di una lunga, incessante degenerazione spirituale del cattolicesimo.
La rivolta luterana della stirpe tedesca rifondò la fede cristiana.

Antonio Massimo Calderazzi

 

 

‘QUEI’ CARDINALI, PRINCIPI DI UNA CHIESA DEGENERATA AL CRIMINE DEL NEPOTISMO

Ora che papa Bergoglio ha creato sedici nuovi cardinali, che può fare un cattolico dilaniato dal rimpianto di una Chiesa nata dal Vangelo e poi guastatasi,  se non ripiegarsi sui tradimenti dei vertici della massima tra le potenze spirituali della storia?  Sedici cardinali in più (magari persone degne), laddove abolire i cardinali dovrà essere in futuro una delle opere di redenzione della Chiesa attaccata dall’irrilevanza, sempre più minacciata dalla fine. Senza dubbio abolire i cappelli rossi non sarà la più urgente tra tali opere. Ben più vitale sarà ripudiare la continuità, rifiutare un retaggio millenario nel quale il male ha superato il bene.
Ben più vitale sarà abbandonare Roma, chiudere il Vaticano e i palazzi delle alte gerarchie onde ricominciare dal poco, come dal nulla cominciarono i Discepoli.
Ben più importante sarà vendere i tesori artistici e i pacchetti azionari, per sfamare i miseri del mondo.  Eppure, cancellare un po’ in anticipo il Sacro Collegio, una delle miriadi di superfetazioni della storia ecclesiastica, non sarebbe un segno di speranza?

Aver fatto nuovi cardinali significa confermare la vocazione temporale dell’Alta Gerarchia, quella per cui il papa, quali che fossero le sue nequizie, si diceva sovrano del mondo cristiano, superiore a tutti i sovrani (però nessuno sa quanti papi sono nelle fiamme dell’Inferno).
Oggi la Chiesa di Roma è in ritirata su tutti i fronti. Di conseguenza si aggrappa alle posizioni, magari molto deboli, conquistate in passato nel Terzo Mondo dalle missioni, dalle imposizioni di conquista, da altre forme di espansionismo romano. Sempre meno protagonista nel contesto che fu cristiano ed oggi è laico, la Chiesa si asserraglia nelle ex- colonie: dove però signoreggiano o competono altre religioni. E dove, di necessità, il Vaticano deve trovare intese e subire compromessi coi poteri locali, quasi sempre disonorevoli.  In queste condizioni, assegnare un cardinalato a paesi di altri continenti è anche una mossa di potere, oppure diplomatica: così come lo è, spesso, proclamare un nuovo santo. Di norma, un nuovo santo promuove i fini terreni, anche legittimi, di un ordine religioso o di un diverso ambito ecclesiastico. In proposito, c’è chi opina che anche negare, o ritardare, la porpora ad arcivescovi importanti -in Italia, Milano Torino Firenze Palermo- sia oggi una strategia di aggiornamento, fermi restando gli indirizzi temporalistici.

Non si usa più come una volta assalire il ruolo, l’operato e pure  i costumi dei cardinali.  Negli ultimi tempi non pochi tra essi hanno bene agito per la rigenerazione della Chiesa, apportando energia e prestigio.  Ma su come ancora erano molti cardinali di curia in tempi già moderni, a valle della rivoluzione francese e di Napoleone, valgano le constatazioni di Stendhal, che tra il 1828 e il ’29 visse a Roma da osservatore smaliziato sì, non però troppo anticlericale.  Nelle sue “Passeggiate romane” riconosce che i tempi luridi della Curia rinascimentale sono passati” e che “oggi i cardinali sono poveri.  La profonda immoralità che nel Sacro Collegio regnava ancora nell’anno 1800 è a poco a poco sparita”. Tuttavia scrive pure (la ‘povertà’ dei cardinali è un fatto relativo): “A Roma fioriscono tante corti -degne per sfarzo a quelle dei parenti del re- quanti sono i cardinali”.

Nello Stato pontificio dell’epoca di Stendhal -poco dopo di Napoleone- retto a monarchia assoluta, “tutto il potere è detenuto dai cardinali. Però non ci sono più porporati feroci come Ippolito d’Este, che fece strappare gli occhi, in sua presenza, al  fratello naturale Giulio d’Este, per una questione di donne”. Se ciò fu terribile  -notiamo noi- non meno orrendo fu il nepotismo, il crimine millenario che infamò la Chiesa dall’inizio della degenerazione costantiniana al sec. XIX.
Ancora nel Novecento papa Pacelli fece principe un suo fratello, o diversamente congiunto. A metà dell’Ottocento il grande storico Emil Gregorovius vide passare a Roma lo sfarzoso equipaggio del principe Buoncompagni Ludovisi, della famiglia fatta ricchissima dal parente Gregorio XIII: era una carrozza a  sedici cavalli, laddove i re non superavano di solito otto cavalli. A quell’epoca nelle grandi città dell’India si raccoglievano ogni mattina i cadaveri dei miserabili che vivevano sulle strade; del resto i contadini dell’Agro Romano, quasi interamente posseduto dalla grande nobiltà pontificia, erano i più miseri d’Italia.
E’ facile immaginare l’indigenza dei sottoproletari ai giorni del tiro  a sedici del principe, tiro pagato col denaro che gli agiati lasciavano ‘ai poveri di Dio’ per salvarsi l’anima.  Il crimine del grande nepotismo papale va giudicato tra i più gravi in assoluto.

Stendhal rievocò le brutture dei conclavi dove i cardinali erano supposti di scegliere un nuovo papa ‘illuminati dallo Spirito Santo’.
Il conclave adunato nel 1492, alla morte di Innocenzo VIII  (lo scrittore francese precisò che nella vita intera il defunto “aveva coltivato solo l’erotismo”). In quel conclave votarono 23 cardinali, e ciascuno di essi giurò che se diventava papa non avrebbe creato nuovi cardinali senza il consenso degli altri 22;  ciò per non assottigliare il privilegio degli elettori del papa: monetizzare il voto.  Stendhal sul passato lontano: “Tutti i cardinali godevano di immense ricchezze. Tra loro la fede scarseggiava, era comune l’ateismo (…). Il card.Rodrigo Borgia, nipote di Callisto III, prima di entrare in conclave assommava le rendite di tre arcivescovati, di vari vescovati, e di un gran numero di benefici ecclesiastici.  Il cardinale Sforza, fratello di Ludovico il Moro, votò per il cardinale Borgia dietro la promessa di una carica altissima, che gli avrebbe fruttato forti rendite. I cardinali meno agiati furono comprati direttamente per contanti; p.es. il  patriarca di Venezia ricevè centomila ducati.  Il card. Orsini ottenne il palazzo romano di Rodrigo Borgia,  con tutto il mobilio”. Anche i cardinali esercitavano il nepotismo.

I cardinali creati da papa Bergoglio saranno probabilmente arcangeli di virtù, confrontati a quasi tutti quelli del nepotismo colossale, delle tiare e dei cappelli rossi comprati dal denaro, del mecenatismo artistico a danno dei miserabili, di molte altre colpe.  La storia meno vicina di molti, troppi  ‘principi della Chiesa’ non potrebbe essere peggiore.  Si salvano, e vanno ammirati, i pochi che furono uomini di pensiero e di studio, o i grandi operatori della carità. Tuttavia era giusto, quest’anno, crearne altri sedici?  Lo si è fatto per rendere più facile la vittoria nel conclave prossimo di un ‘Santo Padre’ di tendenza?  Il risultato, in ogni caso, è di fare più deludente l’operato di un pontefice che il mondo intero aveva accolto con un’esplo-sione di gioia,  nel nome delle ‘rivoluzioni’ che avrebbe compiuto.

Antonio Massimo Calderazzi

ARRIVA LA DEMOCRAZIA SENZA ELEZIONI – SARA’ SELETTIVA E RANDOMCRATICA

Sotto un titolo insignificante (‘Votare non è un gioco’) l’editoriale del Corriere 2 settembre firmato Angelo Panebianco elenca alcune dolorose constatazioni che per l’immobilismo costituzional-conservatore dell’A. sono devastanti.
La prima: “Non c’è stato un momento, in tutta la sua storia, in cui la democrazia rappresentativa abbia subito attacchi come nella fase attuale, non solo in Italia”.
La seconda: “Il Parlamento è oggetto di derisione e disprezzo”.
La terza: “Stiamo squalificando in un colpo solo Parlamento, elezioni, principio rappresentativo”.
Quarta: “Si sono fatti molti ragionamenti tesi a rafforzare, in chiave antiparlamentare, il ruolo del referendum popolare”.
Quinta: “A certe condizioni la proposta di ridurre il numero dei parlamentari può essere una buona idea nel quadro di una complessiva revisione costituzionale.  Altrimenti è solo un attacco, simbolico e pratico, alla democrazia rappresentativa.  In nome ovviamente della democrazia diretta, alla quale la Rete ha offerto opportunità storicamente inedite”.

Dalla democrazia diretta imposta dal futuro il prof. Panebianco teme  “cittadini disinformati che dicono la loro su cose di cui nulla sanno, manipolati dal primo demagogo che passa”. Egli vuole il contrario del principio ‘uno vale uno’, e  ‘di ciò che da quel principio consegue: i ‘ ludi elettronici’.

Tuttavia sbaglia  Panebianco a sminuire quelle che chiama ‘certe proposte che circolano fra gli studiosi occidentali’.  Esse  significano una cosa precisa e determinante: fra gli studiosi occidentali non ci sono quasi più difensori (come lui e come Giovanni Sartori, lo scomparso teologo del  ‘doppio turno alla francese ‘)  del parlamentarismo/partitismo/professionismo dei politici a vita.  Invece proliferano le proposte e le ipotesi di democrazia diretta le quali escludano che uno valga uno.  Le preoccupazioni di Panebianco hanno perso fondamento.

Una delle opzioni di democrazia diretta-ma-selettiva è stata formulata nell’anno 2000 da chi scrive, di concerto con una ‘unità di ricerca sulla randomcrazia’: un gruppo di giovani italiani e canadesi.
Quell’anno  compilarono un  ‘Dossier sulla tecnocrazia selettiva’, titolato ‘Il Pericle elettronico,  sottotitolato “Materiali anglo-americani sulla superfluità dei politici professionisti. La soluzione randomcratica: una Nuova Polis sovrana di supercittadini scelti a turno dal sorteggio”.
Il profilo randomcratico  del dossier fu il particolare contributo di un giovane ingegnere, oggi cattedratico in un’importante università di Olanda. Produsse idee il tecnico pugliese Gabriele Stecchi.

La democrazia diretta sarà l’opposto della sovranità “di  tutti gli aventi diritto”,  cioè dell’intera Anagrafe.  L’Anagrafe farà altro.
Abolite le elezioni, spariranno gli ‘aventi diritto ad eleggere’.  Nascerà un corpo politico ristretto , una nuova Polis sovrana, p.es. mezzo milione di italiani, fatta di “cittadini attivi” o supercittadini, selezionati dal sorteggio per un turno di sovranità -p.es. una volta all’anno- SE saranno in possesso di qualificazioni oggettive fissate dalla legge: chi proverà una laurea, oppure avere esercitato un’attività legale per abbastanza anni.
Naturalmente  saranno sorteggiati coloro che faranno risultare qualificazioni superiori al minimo.

In conclusione saranno scelti random come supercittadini le persone che risulteranno ‘migliori’ degli altri iscritti all’anagrafe. La democrazia dei migliori, visto che la democrazia dei tutti (dogma delle sinistre buone a niente) ha avuto come risultato che i ricchi sono più ricchi di prima.

Inevitabilmente saranno escluse vaste categorie: la maggioranza dei lavoratori manuali dipendenti, delle  casalinghe, degli inattivi, dei pensionati, degli studenti che non hanno completato gli studi, degli sportivi di mestiere, di coloro che svolgono attività non dimostrabili come socialmente utili.  Mezzo milione, non 60 milioni, di cittadini sovrani. Queste ed altre esclusioni non faranno danno se non a quanti assegnano i loro voti in cambio di contropartite.  Ai giovani non in possesso di particolari qualifiche basterà impegnarsi per conseguire queste ultime al più presto.  Nel frattempo troveranno compensi, p.es. ludici, al fatto che la nuova Polis ateniese non potrà non essere fatta di piccoli numeri.  Le decine di milioni di votanti non sono una Polis, sono una massa soggetta alle manipolazioni dei politici di mestiere. La Nuova Polis nascerà quando sarà fatta dei pochi, i migliori.

Che le società avanzate si tengano ancora un congegno di delega concepito nel secolo XVIII è un enigma, un’apoteosi dell’irrazionale.
Andiamo su Marte, creiamo la vita in laboratorio, pratichiamo la comunicazione istantanea e planetaria, diamo uno smartphone alle moltitudini, ma affidiamo il governo dei tutti ai furfanti espressi dalle urne e dai partiti. Anche gli avversari dell’innovazione, i misoneisti alla Solaro della Margarita, ammettono che la tecnopolitica selettiva cancellerà il vecchiume degli ordinamenti imposti dal passato e ribaditi dalle Costituzioni come la nostra, redatta dai giuristi dell’oligarchia pervenuta al potere grazie al crimine bellico del Duce, il 10 giugno 1940.

Antonio Massimo Calderazzi

GIOVANNI MAGNIFICO VANTO PUGLIESE COME G. CONTE E COME ALDO MORO

Nei giorni che vedono confermato al pugliese Giuseppe Conte il rango di uomo di Stato, sia o no egli destinato a governare a lungo, è giusto additare un’altra figura di primo piano, anch’essa espressa dalla Puglia: peraltro con meriti scientifici molto superiori a quelli dell’accademico oggi a Palazzo Chigi.  Si tratta dell’economista Giovanni Magnifico, nato o fiorito a Bari.  Nel declinare del Novecento ci fu una fase in cui la stampa più importante e qualificata d’Europa e del mondo anglosassone, e più ancora la letteratura economica, davano grande risalto ai contributi alla teoria monetaria di Magnifico, membro del vertice della Banca d’Italia. Magnifico era forse il più noto tra i monetaristi italiani Nulla di simile può vantare, a livello internazionale, l’attuale presidente del Consiglio (come del resto lo stesso Aldo Moro, prima di assurgere alla gloria e al martirio).

Giovanni Magnifico si rivelò negli anni Cinquanta come vincitore del prestigioso riconoscimento assegnato dall’Istituto d’emissione a un giovane economista, nel nome di Bonaldo Stringher, primo governatore della Banca centrale.  Entrato autorevolmente nell’Istituto, Magnifico raggiunse l’alta posizione di consigliere, proiettato verso gli incarichi più alti. Al di là dei conseguimenti di carriera -il Nostro pervenne alla presidenza di una banca milanese- sono da sottolineare la sua reputazione internazionale e i molti rapporti con le personalità che dominavano la scienza monetaria occidentale. Chi scrive ebbe l’onore di conoscere Magnifico alla vigilia di un suo trasferimento negli Stati Uniti. Sempre chi scrive dovette più tardi a Magnifico la presentazione a Robert Mundell, cattedratico alla Columbia University, il quale contava tra i propri discepoli alcuni tra i principali esponenti della scienza monetaria statunitense. Tutti sanno che Mundell è pervenuto al premio Nobel per l’economia, ma in più occasioni egli ebbe a dichiarare a chi scrive l’alto apprezzamento che sentiva di dovere all’acuto studioso venuto dalla Puglia. Tra l’altro Mundell mi disse queste cose nel raccoglimento della sua storica villa senese, che era stata una rocca rinascimentale.

La Puglia aveva dato allo Stivale anche un predecessore purtroppo importante di Magnifico, di Aldo Moro e di Conte: il malaugurato Antonio Salandra, presidente del Consiglio nel 1915, quando un destino infausto volle vincente il leader dell’ala conservatrice e guerrafondaia del partito liberale,  su Giolitti che tentava di sventare il nostro intervento nella Grande Guerra.  Affiancato dal ministro degli Esteri Sidney Sonnino, Salandra impegnò l’Italia a entrare nel conflitto a fianco di Gran Bretagna e Francia. I due governanti della mala sorte fecero ciò che fecero nella cupidigia di conquistare territori e colonie. I seicentomila morti che soffrimmo non bastarono a farci conseguire gli obiettivi additati dall’imperialista Salandra, nato a Troia provincia di Foggia.  Invece furono sufficienti a provocare l’avvento di Mussolini e la catastrofe del Secondo conflitto mondiale. Salandra fu il figlio degenere di quella che era stata la Secunda Regio nell’impero di Ottaviano Augusto e, a fine vita, la terra prediletta di Federico II, imperatore svevo.  A Foggia lo Svevo tenne corte magnifica in un palazzo oggi distrutto. La vicina Lucera si erge oggi a testimonianza dello splendore dello Svevo.

L’elenco delle pubblicazioni di Magnifico è troppo lungo e irto per questa sede.  Citiamo di passaggio “Il sistema europeo di banche centrali. Problemi di transizione e di gestione”, edito nel 1990 dalle Edizioni Scientifiche Italiane. Nell’opera “Squilibri finanziari e spiragli di soluzione”, Luiss 2008, Magnifico individua nella normativa europea sulle finanze pubbliche nazionali alcune carenze e i possibili miglioramenti.  Per esempio, il deficit eccessivo è trattato allo stesso modo in contingenze di segno opposto. L’ambito di riflessione è sempre l’economia dell’intera area europea. Magnifico propone un’agenzia di raccordo tra i gestori dei debiti pubblici nazionali.

I meriti scientifici di Giovanni Magnifico e quelli ideali di Aldo Moro hanno onorato la Puglia; il governo di Giuseppe Conte potrà forse onorarla, a compenso delle sciagure inflitte da Antonio Salandra: il quale ultimo lamentò nelle Memorie di non essere stato insignito di un titolo nobiliare, dopo avere tanto beneficato la Patria!

Antonio Massimo Calderazzi

IN QUANTO UNA GUERRA IN PIU’, RIPUDIARE LA RESISTENZA

Un libro di Aldo Cazzullo, il bardo del volenteroso ottimismo da Centocinquantesimo anniversario, si intitola “Viva l’Italia”.
Fin qui, non molto da obiettare (a parte che molti di noi riluttiamo a inneggiare con l’Autore: assai discussa è la reputazione della Saturnia Tellus) . Però, sotto il titolo figura la seguente asserzione: “Risorgimento e Resistenza, perché dobbiamo essere orgogliosi della Nostra Nazione”.

E’ d’obbligo la confutazione: il Risorgimento è una cosa, la Resistenza è un’altra, di fatto opposta. La Resistenza fu la guerra voluta da una fazione contro tedeschi e fascisti. Una guerra in più, dopo i criminali bellicismi del nostro secolo XX: Vittorio Emanuele III, Salandra, Sonnino, Cadorna, Mussolini, persino Giolitti per la Libia. Una guerra in più, dopo che le decine di milioni di caduti di due conflitti mondiali ci avevano forzati a non volere più alcuna guerra. Nessuna in assoluto. Avevamo capito: no alle motivazioni ideologiche, no ad ogni altra motivazione, patriottismo compreso.
Le patrie erano costate in un secolo molte decine di milioni di caduti.

Allora la Resistenza, in quanto una guerra in più, è da rifiutare in toto.
Chi volle la Resistenza volle innumerevoli nuovi morti e nuovi drammi, dopo quelli del 1914-45. Non si osi più dichiarare efferati i crimini dei germanici e dei repubblichini, legittimi e sacrosanti i crimini della guerriglia. Questi ultimi furono atti di una guerra mossa da una schiera bellicista. Le rappresaglie tedesche furono sempre provocate da attentati ed esecuzioni dei partigiani. Non ci furono rappresaglie dove mancarono gli attentati e le esecuzioni.
Tutti gli eserciti occupatori della storia ricorsero a rappresaglie per difendersi da guerriglieri che si confondevano nelle popolazioni e se ne facevano scudo, mai offrendo se stessi per risparmiare gli innocenti.
Gli attentatori di via Rasella si misero in salvo e incassarono premi; pagarono i massacrati delle Fosse Ardeatine.
Si guardarono efficacemente dai guerriglieri solo i vincitori del passato molto lontano -tra gli altri, i vincitori dell’Antico Testamento- i quali a volte spegnevano TUTTI i vinti.

Il “Viva l’Italia” di Aldo Cazzullo è, tra le altre cose, un lungo elenco di eroismi partigiani; nessun accenno ai mitra e al tritolo di una parte di tali eroi.
Ipotizzo che nel foro della sua coscienza il Nostro si vergogni di tale omissione integrale, oggi che le ideologie istigatrici della guerriglia partigiana sono rovinosamente fallite (l’ispirazione comunista), oppure sono in caduta libera (l’ispirazione liberaldemocratica, parlamentarista e/o patriottarda dei partigiani non comunisti).
Il fascismo che volle le sue guerre fu esecrabile e vergognoso.
Per la guerra supplementare del 1944-45 l’antifascismo fu altrettanto esecrabile e vergognoso.

Quanto al precetto d’essere ‘orgogliosi della nostra Nazione’, come non ricordare che le istituzioni e le prassi del Settantaquattrennio -malate di corruzione, malcostume e partitocrazia- hanno composto un regime tra i più disonorevoli del mondo occidentale?
Per tacere sul dettaglio che la repubblica nata sinistroide è sempre asservita a Washington. E che i suoi bonzi più alti non si vergognano di tenere corte sontuosa nella reggia costruita col denaro dei poveri dai papi meno cristiani della storia. Poi abitarono il Quirinale, prima dei nostri presidenti, quei sovrani sabaudi che la Resistenza fu supposta di combattere.
Muoia l’Italia che entusiasma Cazzullo.

Antonio Massimo Calderazzi

FUSTEL DE COULANGES: BISMARCK NON PIU’ BELLICISTA DELLA FRANCIA DEL RE SOLE E DI LOUVOIS

Quanto ci siamo commiserati per le sfortune, o le grandi tragedie, inflitte allo Stivale da governanti mediocri, o pazzoidi, o semplicemente criminali? I drammi più gravi, naturalmente, risalgono alle colpe di Vittorio Emanuele III, alla coppia maledetta Salandra-Sonnino, a Gabriele d’Annunzio (grande poeta e grande vittima di estetismi e deliri). Infine risalgono al folle intervento in guerra di Mussolini.
Quante volte abbiamo concluso che lo Stellone d’Italia è stato un astro luttuoso, al contrario del ruolo provvidenziale che ci immaginiamo?

Tuttavia le grandi nazioni d’Europa hanno pagato più duramente di noi per le scelleratezze dei loro governanti. Nella Grande Guerra la Francia perdette un milione e mezzo di uomini, e nel conseguente Secondo conflitto mondiale subì la più immane delle disfatte.
La cosiddetta, e infausta, “grande leadership” di Winston Churchill costò alla Gran Bretagna la perdita del primato mondiale e dell’impero.
Adolf Hitler portò la Germania sul punto di sparire dalla faccia della terra. Lenin e Stalin condannarono a morire il comunismo internazionale.
A modo suo, lo Stivale è stato fortunato!

Al confronto di queste e di altre apocalissi, la disfatta del Secondo Impero francese, nel 1870, fu un episodio minore e quasi grottesco.
Grottesco in particolare fu l’impegno di Numa Denys Fustel de Coulanges, allora forse il maggiore storico di Francia, luminare della Sorbona e dell’Ecole Normale, impegnato contro la Germania e colpevole d’avere vinto.
Singolare fu il fatto che Coulanges attaccò i ‘ministri del culto evangelico dell’Armata del Re di Prussia’ perché non predicavano la carità ma l’odio e la guerra. “Voi invocate il Dio delle battaglie. Nel nome di Cristo preparate i vostri soldati all’assalto contro Parigi”. Lo storico cesareo esaltò il popolo della Commune parigina “che impugnava le armi per difendere l’onore e l’interesse della Francia, forse nello stesso tempo l’onore e l’interesse dell’Europa”. Il Nostro ammetteva che la guerra era stata voluta e dichiarata dalla Francia e che la Francia era stata semplicemente vinta: “Ma voi ministri di Cristo, invocate il Dio delle battaglie. Noi, impugnando il fucile, invochiamo il Dio della pace”.

Stupidaggini, come si vede. Fustel de Coulanges sapeva benissimo che la guerra alla Prussia fu voluta dai ministri, marescialli e ciambellani di Napoleone III -non dall’imperatore ormai malato- per la più insensata delle ragioni: per punire Bismarck che aveva provocatoriamente rifiutato all’ambasciatore francese un’ulteriore udienza del sovrano.
Parigi dichiarò la guerra -la guerra!- per l’offesa all’ambasciatore “cioè l’onore della Francia”. In due o tre settimane la guerra era già perduta nella catastrofica battaglia di Sedan. La classe di governo della Francia era caduta nella trappola di Bismarck, il quale aveva valutato esattamente di poter profittare del velleitarismo e della debolezza militare di Parigi.
I responsabili del Secondo Impero inflissero alla Francia un’avventura altrettanto fallimentare e turpe quanto le imprese imperialistiche di Crispi, Salandra, Sonnino e Mussolini. Perdendo l’Alsazia e parte della Lorena la Francia si costrinse a una ‘Revanche’ orrenda, la Grande Guerra, alla quale non poté non seguire la guerra di Hitler, Churchill e Roosevelt.

Andò così che lo storico ufficiale del Secondo Impero, nel colpevolizzare la Germania vincitrice, additò senza mezzi termini le responsabilità di F.M. Le Tellier, marchese di Louvois, per l’accanito bellicismo della Francia del Secolo di Luigi XIV, l’età che si usa chiamare ‘la più gloriosa’ dei francesi.
Il Sole di Luigi non fu più benefico del nostro Stellone…

A.M. Calderazzi

LA DEMOCRAZIA DI WEIMAR MORI’ PER LE LEBBRE DELLA DEMOCRAZIA

Sulle disgrazie della repubblica di Weimar sappiamo/crediamo di sapere talmente tanto che è logico pensare non valga la pena di aggiungere altro. Peraltro ci sono aspetti particolari che mantengono qualche pregnanza, nonostante quella repubblica sia stata dichiarata morta ottantasei anni fa, se non prima. Per esempio: Adolf Hitler conquistò il potere (17,2 milioni di voti, 288 seggi al Reichstag) solo cinque anni dopo che le politiche del 1928 avevano dato al suo partito un irrisorio 2,6% dei voti. Ciò non può non farci riflettere sull’attendibilità della democrazia rappresentativa. A Weimar, poi a Berlino, le formule del parlamentarismo non avrebbero potuto essere più insignificanti.

I padri fondatori della Repubblica germanica ritennero che il sistema da erigere sulle macerie dell’impero Hohenzollern, militarista e monarco-autoritario (non macerie della Germania: nel 1918 essa era affamata, non devastata fisicamente come sarà nel 1945) fosse il parlamentarismo liberal-democratico. Visti i risultati, fu il peggiore degli errori.
La Costituzione promulgata l’11 agosto 1919, pur congegnata dalla sapienza
del giurista Hugo Preuss, era troppo garantista/legalista per saper stroncare sul nascere i corpi armati dei partiti: le SA naziste, gli Elmi d’acciaio (Stahlhelme) degli ex-combattenti di destra, il Reichsbanner socialdemocratico, il Rotkämpferbund dei reduci rossi. Le milizie di partito, cominciando da quella nazista, portarono la guerra civile a livelli tali che Hitler non poteva non trionfare, forte del consenso della gente.

C’è da chiederci se un regime semi-autoritario quale quello di Kemal Ataturk, o di Putin, o di Erdogan, non sarebbe stato più idoneo a scongiurare, quanto meno a mitigare, i combattimenti nelle strade, le stragi di dimostranti e di scioperanti, i tentativi rivoluzionari o secessionisti, dalla Baviera e dalla Renania alla Sassonia e alla Turingia. C’è da chiederci se una gestione governativa diretta della Reichswehr, dopo la fuga in Olanda del Kaiser, non sarebbe stata preferibile alla successione dei cancellierati “merovingi” dei vari Ebert, Scheidemann, Cuno, Mueller, Brüning, von Papen, von Schleicher (Max del Baden, l’ ultimo cancelliere imperiale, quello che offrì la resa della Germania, fu in realtà un reggente, un capo dello Stato, per la sparizione dell’imperatore). Friedrich Ebert provò a convincerlo ad assumere ufficialmente il titolo di reggente. La cosa perdette rilevanza quando Ebert fu eletto presidente del Reich.

Furono schiacciate con le armi le insurrezioni di sinistra in Sassonia e in Turingia. Quando venne promulgata la Costituzione repubblicana, il giorno fu dichiarato festivo. Ma nel tredicennio di vita della repubblica la Carta costituzionale venne commemorata nella sempre più larga indifferenza del popolo. I 181 articoli del testo prevedevano un sistema normativo fin troppo perfetto, cioè astratto. Emerse presto la vanità della teorica eccellenza dell’impianto istituzionale demoliberale. La scarsità del consenso popolare fu la più grave delle malattie di Weimar.

Fino a tutto il 1923 la prima fase della repubblica fu drammatica: alle crisi economiche, finanziarie e monetarie si aggiunsero il separatismo renano e bavarese, i tentativi di Putsch, gli scontri di fazione, le repressioni con centinaia di morti, gli assassinii politici. Caddero Rathenau, Erzberger e i tre capi dello spartachismo Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg e Leo Jogiches. In Renania il generale Mangin, comandante del corpo d’occupazione francese, fomentò il tentativo secessionista di Dorten, che proclamò una repubblica renana. Nell’ottobre 1923 l’esercito schiacciò le insurrezioni di sinistra in Sassonia e in Turingia. Nell’Alta Slesia i ‘corpi franchi’ (ex- combattenti armati) repressero nel sangue il tentativo della minoranza polacca di non accettare il risultato, favorevole alla maggioranza tedesca, del referendum imposto dal trattato di Versaglia.

Annientati i vari conati rivoluzionari e secessionisti, le destre cominciarono a vincere le elezioni e mossero con più forza all’attacco contro la Repubblica. Lo sconfitto partito socialdemocratico uscì dal governo; fu sostituito dal Zentrum confessionale e da altri gruppi non di sinistra.
La guerra civile fece migliaia di vittime; in particolare i corpi franchi di Noske uccisero sistematicamente. Fallirono i tentativi comunisti di far nascere piccole repubbliche dei soviet. Persino di mobilitare all’azione la classe operaia a Berlino, ad Amburgo, altrove. A fine 1923 la repubblica appariva agonizzante. Invece col nuovo anno l’economia reagì positivamente al dissesto politico, la crisi finale delle istituzioni fu rinviata. Ci fu un quinquennio di ripresa. La catastrofe monetaria cessò per la creazione di una nuova moneta, il Reichsmark. Nel quinquennio 1924-29 i progressi dell’economia furono importanti: la Germania riprese il rango di grande potenza produttiva.

Invece il sistema politico non seppe ritrovare vitalità, condizionato dalle inefficienze della democrazia rappresentativa, basata sul parlamentarismo e sul gioco dei partiti. Presto il processo politico degenerò nello scontro finale tra la maggioranza riformista-centrista e le due estreme: reazionari /nazisti e comunisti. Dopo varie insignificanti elezioni generali, un debole tentativo razionalizzatore venne col cancellierato Brüning (Zentrum), seguito a una successione di esecutivi falliti (l’ultimo dei quali capeggiato dal socialdemocratico Hermann Müller). Brüning sopravvisse circa due anni senza disporre di una maggioranza, ma governando per mezzo di ordinanze del capo dello Stato, previste dall’art. 48 della Costituzione nei casi di minacce alla sicurezza dello Stato. Di fatto il parlamento fu messo fuori gioco, soppiantato dal “Presidialregierung” (governo del presidente).

La Grande Depressione mondiale del 1929 colpì con particolare durezza la Germania, più dipendente di altri paesi dalla prosperità degli Stati Uniti. Nel terribile inverno 1931-32 la disoccupazione tedesca raggiunse i 6 milioni. Gli imprenditori e la finanza abbandonarono Brüning.
Quando nell’aprile 1932 il maresciallo Hindenburg fu rieletto capo dello Stato con 19,3 milioni di voti, Hitler ne ottenne 13,4 e il candidato comunista Thälmann 3,7 milioni. Hindenburg risiedeva sempre più a lungo a Neudeck, la grande tenuta che gli agrari e altre destre gli avevano donato, facendo di lui un altro agrario in politica, più o meno solidale con le mene reazionarie del figlio Oskar.

Il 2 giugno 1932 la cancelleria del Reich passò brevemente a Franz von Papen, poi per 57 giorni al generale von Streicher. Nelle elezioni che seguirono in luglio il partito di Hitler passò da 107 a 230 deputati, i comunisti da 77 a 89. Questo Reichstag fu sciolto dopo poche ore, giusto il tempo di eleggere il proprio ufficio (la presidenza dell’assemblea andò a Hermann Göring). Adolf Hitler giurò come cancelliere il 30 gennaio 1933; alla morte di Hindenburg divenne capo dello Stato. In poche settimane trasformò quest’ultimo nel Terzo Reich nazista. Il sistema di Weimar crollò, al di là della crisi economica e della vendetta collettiva contro il trattato di Versailles, per il finale rifiuto dei tedeschi nei confronti della democrazia rappresentativa: partiti, parlamento, elezioni.

Lo avevamo sottolineato nell’incipit: sbagliarono in pieno nel 1919 i fondatori della repubblica a valutare che la democrazia liberale basata sulle elezioni, dunque sui partiti, fosse l’opzione giusta nelle condizioni rivoluzionarie della sconfitta e del crollo della monarchia. E’ verosimile che un governo militare avrebbe assicurato una transizione migliore verso un sistema nuovo. La fissazione di entrare nell’ecumene dell’Occidente demo-plutocratico condannò all’insuccesso una costruzione politica peraltro erede di un plurisecolare retaggio di contraddizioni e di incoerenze.
Alla metà del XIII secolo, con la fine degli Hohenstaufen, la Germania smise di capeggiare il Sacro Romano Impero e i portati disgregatori dell’assetto feudale bloccarono la nascita di una Nazione. Molti secoli dopo il Secondo Reich di Otto von Bismarck non compattò veramente uno Stato unitario.
Poi il Reich d’impronta liberal-democratica fu dilaniato dalle tabi del parlamentarismo.

Un secolo dopo non si contano le analisi delle sconfitte dei sistemi demo-liberali. Valga una delle più recenti: l’editoriale del Corriere della Sera (16 maggio 2019), titolo “La grande fragilità della nostra democrazia”, firmato da Mauro Magatti ordinario di sociologia. L’autore definisce generale “l’inefficienza delle istituzioni in diversi paesi. A incidere sul giudizio nei confronti della democrazia è soprattutto l’incapacità delle istituzioni di ottenere risultati in termini di bene comune (…) Il vero terreno su cui occorre misurarsi è proprio la cronica e diffusa inefficienza istituzionale (…) Se si vuole essere realisti occorre riconoscere che non siamo lontani dal punto di non ritorno (…) Una larga fetta di popolazione pensa d’essere danneggiata dal fatto di vivere in una democrazia”.

A Weimar i distruttori della democrazia furono ben più possenti e feroci dei gruppi che oggi osteggiano il sistema demoliberale in Italia e altrove. Tuttavia è un fatto: furono entusiasti del Führer decine di milioni di tedeschi che nella parentesi di Weimar avevano creduto nelle formule, anzi nelle fole, della democrazia. E quando i trionfi di Hitler cessarono, i tedeschi in uniforme -magari figli dei socialisti e degli spartachisti- combatterono fino all’ultimo per non tradire il Capo e la sua truce visione della Patria. Le parole d’ordine e le ubbie che portarono Hitler al potere sopravvissero alle prime e dure sconfitte militari del Führer: tanta era stata la disistima, il vero e proprio rigetto, nei confronti della democrazia, dei modelli politici dei vincitori del 1918, delle chimere e dei settarismi della Costituzione del 1919.

Chimere e settarismi, peraltro, meno gravi di quelli della Carta italiana del 1948, imposta da una classe politica ben più furfantesca e più accanitamente corrotta di quella che da Weimar fece credere di legiferare nello spirito dei due numi locali, Goethe e Schiller.

Antonio Massimo Calderazzi

CONTROSTORIA DELLO STIVALE CHE NEL 1940 NON FECE LA GUERRA

Un Destino che amava l’Italia, come Prometeo amò gli uomini contro gli Dei, dette il 10 giugno 1940 al sovrano sabaudo il supremo coraggio di far arrestare il Duce -o di avvelenarlo, come si faceva nel Rinascimento- tre anni prima che il 25 luglio 1943 (quando il re rischiò davvero, ma gli andò bene).
Ci volle ben più coraggio nel 1940 per abbattere il capo del Regime: le città non erano distrutte dai quadrimotori, tutte le battaglie non erano state perdute, la resa incondizionata non incombeva. Tant’è, fantastichiamo che le Parche figlie di Zeus avessero scritto nel Libro della Sorte cose diverse da quelle, luttuose, che conosciamo.

Almanacchiamo dunque che il Sabaudo abbia deposto, o avvelenato, un triennio prima il dittatore ammattito. Da quel momento l’Italia fascista, oltre a scampare all’immediata perdita dell’Impero dell’Africa orientale e degli altri possedimenti, non si è inflitta nel Mediterraneo l’impari scontro con la flotta britannica, allora ancora per un po’ prima al mondo. In più, forte della neutralità e del proprio ricco retaggio mercantile, si è messa a rifornire in tutto -armi, munizioni, finanza e moda comprese- sia il Terzo Reich col Sol Levante, sia la Gran Bretagna coll’ecumene plutocratico e col resto del pianeta. Il business complessivo è stato smisurato, senza confronto più vasto dell’Orbe commerciale di Augusto e dei Cesari suoi successori. Il business è stato ovviamente più colossale di quello che la Spagna prostrata dalla guerra fratricida riuscì a fare grazie al geniale rifiuto di Francisco Franco di ricambiare con Hitler l’aiuto ricevuto per vincere la Guerra civile. Il Caudillo fu ingrato col Führer, ma autenticamente misericordioso verso gli spagnoli.

Anche re Vittorio Emanuele II fu ingrato nel 1870 con Napoleone III: non accorse a soccorrere il Secondo Impero che gli aveva dato la ricca Lombardia e l’aureola del vincitore. Ma la guerra voluta dagli sventati megalomani parigini fu la più imbecille delle imprese, dunque i cortigiani e maggiorenti torinesi fecero benissimo a trattenere il Re Galantuomo dalla follia di marciare contro Bismarck e Moltke.

Deponendo (o uccidendo) il Duce che ha perso il senno, prima che si sognasse di annettere un po’ di Francia, di resuscitare il Mare Nostrum e di co-soggiogare l’Europa, il nipote del Padre della Patria ha trasformato lo Stivale in una gigantesca Svizzera o Svezia, nella maggiore di tutte le potenze neutrali del pianeta (all’epoca gli USA di Franklin e Eleanor Roosevelt non erano più davvero neutrali). L’Italia che il terzo Vittorio Emanuele ha salvato dalla sciagura ha profittato del titanico affare della neutralità per passare da regno ancora straccione a potenziale rivale in benessere dell’Inghilterra. Perchè no, degli USA, ai cui milioni di disoccupati del 1940 il glorioso ma sfortunato New Deal rooseveltiano ha dato poco più che un rancio caritatevole. Manco a dirlo, lo Stivale repentinamente ricco ha sviluppato in grande il proprio Mezzogiorno e le aree alpine e appenniniche, allora non molto più prospere del Sud cafone.

Eliminando il Duce impazzito, i nuovi governanti sabaudo-fascisti hanno aperto un ciclo nuovo, potenzialmente plurisecolare, del Regime monarco-littorio; un’età magari longeva come il Sol Levante, la cui dinastia vanta, in precedenza degli imperatori umani, varie generazioni di sovrani divini, tra i quali Amaterazu, dea del sole. Non è affatto detto che il ciclo sabaudo-fascista sarebbe stato precario o breve. Gli abitanti dello Stivale che nel 2019 declamano il loro invincibile antifascismo, parte integrale del DNA nazionale; gli ialiani capeggiati da due sindaci di Milano e da una frotta di innamorati della libertà (spiccano i persuasori dei grandi media, alcune canzonettiste democratiche e i diadochi di Roberto Benigni); tali italiani dicevamo si trovano oggi costretti dalla non-guerra del 1940 a continuare a indossare la camicia nera, col tempo illegiadrita dall’estro dei nostri stilisti. Del colore nero si è spontaneamente invaghita la moda, sommo vanto dello Stivale.

Il colpo di Stato 1940 di re Vittorio ha incatenato i duri dell’antifascismo, cominciando da Giuseppe Sala, Ezio Mauro e Francesco Merlo, nonché da molti altri pennivendoli dei media, a restare quasi forever sottomessi al regime fondato dal Predappiese. Sottomessi perché il Regime, pur privato di Benito Mussolini, gode oggi di un consenso persino maggiore che al tempo della conquista dell’Etiopia. La neutralità non ha fatto ricchissimo lo Stivale coi suoi non infimi possedimenti? Non si sono risparmiati il sangue e i beni di tanti? Non sono cospicue le possibilità di lavoro e di business nelle colonie libica, etiopica, eritrea e somala, oltre che nel Dodecanneso, quest’ultimo acquisito per buona misura dalla impresa libica del grande Giolitti? E soprattutto, forse che il non stupido uomo della strada dalle Alpi al Lilibeo non intuisce quanto sgradevoli sarebbero state le due o tre repubbliche della demoplutocrazia partitica fondata dai mitra partigiani, però molto benvista dai grandi patrimonii?

Insomma, facendo fuori in anticipo Benito Mussolini il terzo re Vittorio, imperatore di Etiopia eccetera, non solo ha conservato le corone per sé e per i suoi discendenti, ma si è fatto perdonare la sua parte del nefando crimine del 1915. Quell’anno il consorte di Elena del Montenegro, sobillato da Gabriele d’Annunzio ma, ben peggio, dai due guerrafondai di provincia Salandra e Sonnino, si macchiò della delittuosa guerra “per coronare il Risorgimento”. Un secolo dopo quella sciagurata “vittoria” gli altoparlanti degli stadi muggiscono ancora ‘Marcia Reale’ e ‘Giovinezza’. Ma almeno gli italiani si salvano da ‘Bella ciao’.

A.M.Calderazzi

MORBO RADICAL CHIC: OGGI PIU’ INGUARIBILE DI QUANDO A PARK AVE. LO STUDIO’ TOM WOLFE

E' abitudine della pratica medica di indicare questa o quella patologia col cognome dello scienziato che la scoprì o approfondì (p.es: "un caso di Alzheimer"). Non è andata così per Tom Wolfe, uno tra gli scrittori statunitensi più famosi. Egli è sì riconosciuto come il fortunato definitore del bugiardo sinistrismo alto-borghese: però la seria malattia che studiò non ha preso il suo nome. Nessuno ha mai chiamato "un caso di Wolfe" il morbo che p.es. da non molto ha colpito Giuseppe Sala, sindaco di Milano e terrore del fascismo. 

Ma non era giusto che i cognomi di benemeriti della scienza fossero fatti turpi dalle malattie su cui si erano impegnati, purtroppo né debellandole né attenuandole. Quando Tom Wolfe morì, nel maggio 2018, i necrologisti ricordarono, a titolo di gloria, il libello "Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers" che gli editori newyorkesi Farrar, Straus and Giroux pubblicarono nel 1970. Mezzo secolo fa Wolfe derideva in particolare quella schiera di percettori di molti dollari che nelle loro principesche sale di Park Ave. procombevano in dure battaglie dalla parte degli ultimi.
'Ultimi' peraltro né sottomessi né inermi.

Lo storico scritto di Wolfe esordiva col folto ricevimento dato da Leonard Bernstein (West Side Story) e dalla consorte Felicia Montealegre per raccogliere fondi a favore delle Pantere Nere. La causa dei neri statunitensi era già abbastanza lanciata se, anni dopo, la nazione allora egemone del cosmo non trovò un presidente bianco al posto del semikeniota Barack Obama, fiorito a Honolulu; e, se oggi, quella nazione non avverte il ridicolo di attribuire alla signora Michelle Obama il pensiero di poter asserire meglio di Hillary Clinton i diritti sulla Casa Bianca delle consorti presidenziali, grondanti meritocrazia.

Esilarante com'era la cronaca di Wolfe del party fondativo del radicalismo chic planetario, in Italia non fece abbastanza scalpore.
Come avrebbe potuto, in un paese avvezzo da millenni ai 'mores' disinvolti della bella gente?
In compenso, quando lo scettro del 'Corriere della Sera' passò all'ereditiera Giulia Maria Crespi, il parteggiare di non pochi milanesi ricchi per i lumpenproletari, o quanto meno per i partiti beneficati delle vittorie partigiane, si erse minaccioso.

Indro Montanelli pagò per primo, estromesso dall'augusto quotidiano.
Altri alto-benestanti fecero molto più della Crespi: finanziarono la nascita di 'Repubblica', oggi sommo usbergo del sinistrismo di gamma (nei fatti indistinguibile dal destrismo). Gli editoriali della galassia di testate di Carlo De Benedetti gridano all'unisono che il fatturato forte ha il cuore a sinistra, dunque parteggia a parole per i diseredati di tutti i continenti.

La Park Ave. di Tom Wolfe aveva un debole, oltre che per le Pantere Nere, per i raccoglitori latini dell'uva californiana. Persino per gli immigrati dalle isole Samoa, descritti da Wolfe con ventri e polpacci smisurati.
Chi potrebbe negare l'empito giustizialista degli epigoni di donna Giulia Maria? Tom Wolfe ha schernito per sempre il fatuo engagement di tutte le varianti indoeuropee del sansculottismo ad alto reddito: Esquerda Esquisita, o Festiva; Champagne/Caviar/Chardonnay Socialism; et cet.
In tedesco troviamo non solo Salonbolschevismus, ma persino Toskana Fraktion. Qui il riferimento è alla propensione dei meglio intellettuali germanici -quelli ben pubblicati- per i cipressi, le colline e i capalbi della terra di Dante e Roberto Benigni: cantore l'Alighieri del guelfismo un po' ghibellino, il secondo della Costituzione partitocratica, placenta o utero della peggiore politica d'Occidente.

La fissazione più recente del Salonbolschewismus nazionale è lo jus soli: come se lo Stivale non fosse troppo sovrapopolato per necessitare di africane o sudamericane a gestazione avanzata.
Ma bisogna ammettere che Tom Wolfe aveva scelto bersagli migliori di Giulia Maria e di Ezio Mauro per i suoi lazzi irriverenti ma sofisticati: i miliardari di Manhattan che singhiozzavano per i mestizos raccoglitori d'uva californiana.

A.M.Calderazzi