FINITE LE SINISTRE, CHI GUIDERA’ LA SANTA INSURREZIONE

Proprio per avere trionfato troppo e troppo a lungo, il liberismo/capitalismo è più esposto di prima all’attacco dei suoi nemici. Gli imperi soccombettero tutti, per vecchiaia o per superiore forza dei loro avversari; accadrà anche all’impero del denaro. Un Paese come il nostro dovrebbe essere primo in Occidente -per alcuni suoi primati del passato, come per il fatto d’essere sottomesso alla peggiore delle repubbliche- ad aggredire l’Esistente: i grandi patrimoni, le eredità, i diritti acquisiti, i redditi non guadagnati, i vitalizi, i guadagni eccessivi del management, degli alti burocrati, di altri servi-padroni. Si imporranno larghe avocazioni ai danni della gamma medio-alta.

Ma nulla di tutto ciò accadrà se a contrastare l’esistente resteranno le sinistre, cioè il nulla. Se le sinistre non dichiareranno forfait, l’esistente si perpetuerà. La maggioranza sociologica detesta le sinistre al punto di darla vinta al peggio del peggio: da noi al berlusconismo, in Francia alle Duecento Famiglie, all’eterno establishment britannico, germanico, etc., oltre che ai nuovi ricchi di mezzo mondo.

Di quali sinistre parliamo? Di tutte. Da noi non c’è solo la necrofilia dei ‘comunisti’, una parte dei quali, annientati come Rifondazione, hanno creduto di illeggiadrirsi come Sel. Umiliati anche come vendoliani, da qualche settimane si aggrappano all’ultima delle scemenze: quella che il fissato Stefano Rodotà, il Camille Desmoulins di Cosenza, e Maurizio Landini possano condurre alla riscossa un’altra ‘cosa rossa’. Il vero Desmoulins, montagnard forsennato, finì sul patibolo della Révolution, come del resto Hébert, Danton e altri ultras. Il patibolo di Rodotà sarà un agiato retirement pluripensionato. Quanto all’ipersindacalista Fiom, vittorioso estromissore dalla Penisola della grande industria, dovrà vedersela coi tanti che grazie a lui avranno perso il lavoro.

Al di fuori della nicchia del marxismo de cuius, ad intermittenza epilettica o semplicemente comica, c’è la sinistra mainstream: la balena pigmea dei Bersani Letta Epifani, da sempre alla ricerca di farsi perdonare la vocazione ai Palazzi, ai poteri forti e ai bonifici bancari. Farsi perdonare come? Imbellettandosi con la foto di Vasto, con le similnozze homo, con lo jus soli, con la marsina ministeriale alla Kenge (oculista sì, ma non per curare i tracomatosi del Congo), con decine di altri atteggiamenti, ceroni e costumi di scena.

E’ il corpo semi-paralitico della sinistra non lunatica, maggioritaria nel Pd ma eternamente minoritaria nel Paese: incapace di capire, di accettare che se vuol bene al popolo dovrà dichiarare forfait, sciogliersi, togliersi di mezzo. Il capobonzo del Colle ha precettato il Pd a governare in società col Cav, ma questo non lo salverà, continuando la sceneggiata zapaterista. La gente non sopporta più nemmeno la sinistra benpensante. Non la stima, sa che, in aggiunta all’inefficienza, essa è bugiarda e ladra. In sessantasette anni di repubblica, la sinistra di regime non ha fatto, al meglio, che confermarsi erede del sinistrismo fallimentare 1919-22. Per il resto ha malversato  e rubato come la destra. Dai tempi di Togliatti, poi a partire dal compromesso storico, si è fatta malvolere al punto di risultare oggi impotente di fronte alle prevaricazioni del sistema: anche perché è parte del sistema.

Chi allora farà la Santa Insurrezione contro l’oligarchia capitalistico-cleptocratica? Gli eventi dovranno avere  una valenza sismica, ma meglio  non parlare di rivoluzione. Sì di insurrezione, di cacciata dei feudatari e degli usurpatori. La rivoluzione è stata annunciata a vanvera troppe volte. E poi molto, dell’ordine delle cose generato dai millenni, andrà  difeso anzi rilanciato.

In prima linea nell’insurrezione dovrà essere la società, la gente. Dicendo no a tutti i partiti e a tutti gli agglomerati di potere, i cittadini dovranno darsi un Nuovo Ordine, basato sulla democrazia diretta e su un inedito neo-collettivismo solidale, antiliberista ma libero e amico dell’uomo. I cittadini sono di solito amorfi, bisognosi di una guida. I movimenti di contestazione frontale tipo Cinque Stelle, coi loro difetti e contraddizioni, contribuiranno a scalzare gli assetti. Ma l’ ispirazione, l’impulso etico, verrà probabilmente da un grande leader non politico ma religioso. Se tale leader esiste già e si chiama Francesco lo sapremo abbastanza presto, dai fatti dirompenti e concreti non dalle allocuzioni e dai gesti, in sé entusiasmanti. Altrimenti dovrà sorgere un Maestro e  Condottiero che oggi non conosciamo. Quanto agli annunci di cambiamento dai Palazzi istituzionali, essi valgono meno di zero.

Un’avvertenza. Le novità più incisive saranno probabilmente contrastate dall’Europa dell’immobilismo. All’occorrenza bisognerà prescindere dall’Europa e denunciare le alleanze di sottomissione agli USA.

A.M.C.

PERCHE’ NON POSSIAMO DIRCI “GRILLINI”

Quando sento Beppe Grillo berciare di democrazia diretta e democrazia elettronica non posso fare a meno di sentire un brivido di orrore corrermi lungo la spina dorsale. Qui su Internauta sono alcuni anni che affrontiamo questi temi e alcuni dei nostri autori non sembrano immuni al fascino delle assonanze tra alcune delle proposte del Movimento 5 Stelle e le nostre idee.

Ma a parere di chi scrive noi non possiamo dirci grillini, né le nostre proposte possono in fondo essere assimilate a quelle del comico genovese. Anzi, personalmente ritengo che la democrazia diretta Grillo-style stia alle nostre idee come il nazismo sta all’assolutismo illuminato.

Il perché è presto detto. Per prima cosa, il modello di nuova democrazia che noi proponiamo funziona se applicato a un intero corpo elettorale (un Comune, una Regione, uno Stato), non ad un partito. In secondo luogo, i cittadini chiamati a governare dovrebbero essere estratti a sorte, non selezionati da una votazione tra “fanatici” dove viene premiato chi fa sfoggio di maggior purezza ideologica. Infine manca completamente nella teoria grillina il procedimento di selezione, che è indispensabile in un sistema randomcratico di democrazia diretta perché le cose funzionino. Ai più alti livelli decisionali del ministero della Sanità, ad esempio, non può finire un pur illuminato agricoltore. E nei gangli vitali dell’economia e della finanza, non possono essere messi dei volenterosissimi laureandi in beni culturali. Democrazia diretta e selezione oggettiva dei migliori contributi devono marciare di pari passo.

Nel sistema alla Grillo invece la selezione manca, la qualità viene vista con sospetto (non a caso le idiozie nei vari meet-up su internet si sprecano, e le rare voci che provano a ricondurre la discussione su un piano ragionevole vengono schernite e ghettizzate) e all’imparzialità del caso viene sostituita la cieca fedeltà al mantra collettivo ispirato dal Capo (in questo caso, leggi Casaleggio).

Il Movimento 5 Stelle potrebbe, nella migliore delle ipotesi, essere un utile pungolo per le altre forze politiche, ammalate al contrario di ingessamento cronico e rifiuto della novità. Ma non ci si può fare affidamento perché ne mancano i presupposti. E anche le teorie più rivoluzionarie e scientificamente approfondite sulle nuove forme di democrazia rischiano di scolorare nel ridicolo, o nell’inquietante, se intinte nella retorica piazzereccia e proto-fascista di Grillo.

Solone X

ROBERTO VACCA – DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE

“La democrazia è la peggiore forma di governo – eccetto per tutte le altre forme che sono state provate di tempo in tempo [che sono ancora peggio]” – disse Winston Churchill alla Camera dei Comuni l’11 novembre 1947.

Chi ha vissuto al tempo del fascismo ricorda che allora si stava peggio. Poca cultura (tranne eccezioni note e quasi mai dovute al regime) – giustizia coartata – libertà assente – decisioni governative improvvisate e sbagliate che portarono al disastro. Ora viviamo in democrazia e vediamo bene i difetti del sistema cui alludeva Churchill. Non dimentichiamo, però, i guai più gravi che conseguirebbero a innovazioni che aboliscano la elezione di rappresentanti senza vincolo di mandato (v. Art.67 della Costituzione). Le maggioranze bulgare del 99% puzzano orrendamente. Taluno mira a realizzarle qui oggi e vorrebbe anche vincolare i deputati con votazioni/sondaggio fatte via Internet, ma non sa definire modi di prevenire brogli e messaggi falsi. Si parla di una democrazia non fatta col voto, ma con la partecipazione diretta. Questa è un’idea che suona attraente, ma è illusoria: chi partecipa può farlo solo con le conoscenze e le competenze che ha. Se sono troppo scarse, procede a caso.

Anche se leggi e mozioni in Parlamento talora sono confuse, sono scritte seguendo regole funzionanti. Chi le propone ha il dovere di renderle univoche e comprensibili. La partecipazione a blog o social network si esprime, invece, con testi corti, “tanto si sa di che cosa stiamo parlando”. Le implicazioni inespresse sono manipolabili e portano a polemiche. La media dei cittadini non ha cultura adeguata a decidere questioni che abbiano aspetti tecnici, legali, costituzionali, scientifici. Neanche i deputati sono tutti esperti: dovrebbero studiare e chiedere aiuto a esperti credibili.

Sarebbe meno rischiosa la cogestione aziendale da parte dei dipendenti. Ha il vantaggio che i lavoratori sono chiamati a partecipare a decisioni su argomenti di cui hanno conoscenza diretta. È cominciata in Germania (Mitbestimmung) ed è adottata, ma non generalmente anche in Svezia, Olanda e Repubblica Ceca.

È ingenua l’idea che con Internet ed e-mail risolveremmo ogni problema politico di informazione, correttezza, ottimizzazione delle decisioni, tempestività. Potremmo solo aprire canali su cui tutti ricevano informazioni e notizie – ma questi ci sono già. Poi chiunque potrebbe esprimere pareri o voti – di scarso valore se sono pilotati da riassuntini e twitter che ha appena ricevuto.

Allego estratto di un mio articolo di 12 anni fa in cui sostenevo che l’uso di reti telematiche è opportuno per diffondere conoscenza – non come strumento politico. Credo abbia ancora qualche interesse

 

GLOBAL FORUM SU E-GOVERNMENT  (1)- ILMATTINO        13/3/2001

“Saremmo tutti anarchici, se l’anarchia funzionasse anche con i grandi numeri. Invece non funziona e la vita associata di milioni di persone ha bisogno di strutture, registrazioni, imposte, leggi e anche di regolamenti. Non sempre questi vincoli sono studiati e applicati bene. I casi in cui ci opprimono troppo sono ben noti a ciascuno – e sono stati descritti in modo angoscioso da tanti scrittori. ——

Dispiace che gruppi di giovani, certo animati da buone intenzioni, manifestino contro fattibili innovazioni informatiche. Credo che abbiano capito male e che immaginino strutture miranti a rafforzare le disparità, a favorire chi ha più familiarità con la tecnologia ed è più ricco, ad asservire il nostro Paese a nazioni più avanzate. Uno degli obiettivi, invece, è proprio la riduzione del divario fra paesi ricchi e poveri. Ma i disinformati temono eventi non pericolosi e non pensano nemmeno ai rischi veri.

Io credo che sia opportuno riprogettare e modernizzare (certo! ricorrendo alla tecnologia) i grandi sistemi pubblici e privati in modo integrato per cooperazione fra governi, banche, aziende e scuole. Il fine non è quello di ricreare un’economia di tipo sovietico, ma un’arena in cui discutere le priorità della società per offrire agli utenti scelte più variate a livelli di qualità più alti. Ciò richiede che si addestri anche il pubblico: è in questa direzione che l’impegno è ancora inadeguato. In tutta Europa, e in Italia peggio, mancano esperti in reti telematiche nei settori di progetto e pianificazione, realizzazione, manutenzione e gestione. Uno studio commissionato da CISCO e redatto da International Data Corporation stima che nel 2002 la carenza in Europa occidentale sarà di 600.000 addetti (di cui 60.000 in Italia). Altro studio analogo condotto da Accenture è più pessimista e indica per l’anno prossimo la carenza in Europa in 2 milioni di esperti. I rischi implicati da questa situazione sono ovvi. Mentre i nuovi strumenti telematici e in generale di alta tecnologia innalzano i rendimenti di ogni attività umana e, quindi, offrono una migliore qualità della vita, un eventuale strozzatura nel loro sviluppo dovuta alla mancanza di esperti in numero sufficiente, vanificherà sviluppi positivi e manterrà il nostro Paese a un livello di sviluppo basso e antiquato. Anche peggiore sarà la situazione di paesi che cercano di emergere e che noi stessi non saremo in grado di aiutare.

Ogni innovazione di funzioni del Web  deve essere supportata da piani concreti per creare con urgenza molte scuole avanzate in cui ai nostri giovani si insegnino ad alto livello scienza, informatica, alta tecnologia.

La ricerca e la tecnologia moderne ci hanno allungato la vita, ci hanno dato occasioni (non immaginate fino a tempi recenti) di scelte non solo pratiche e utilitarie, ma anche culturali e spirituali. È un falso altruista chi le rifiuta in nome di una vita semplice e bucolica, ma disastrata per troppi individui mantenuti nell’ignoranza e privi di scelte ed esposti a flussi di informazione precotta e fornita sotto forma di slogan.”

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(1)  Scrissi questo pezzo durante il Terzo Global Forum sull’E-Government, tenutosi a Napoli nel Marzo 2001.

RANTOLA L’ITALIA DELLA COSTITUENTE

Giorni di lutto vive nell’Aldilà la Trimurti usurpatrice De Gasperi/Nenni/Togliatti, cui risale il potere che domina lo Stivale. Qui, sulla Terra, i più credono si avvicini la fine di una fase: la Seconda/ Terza repubblica, il bersanismo, il centrismo, i Democrat grande forza compatta, i ponti verso destra, l’antiberlusconismo che ancora fa la fortuna del Cavaliere, altre parentesi transeunti per definizione. Invece nell’Aldilà la Trimurti sa, con la certezza spettante ad ogni onnisciente divinità, che non una fase o una stagione agonizza, ma l’intero sistema nato tra il 1945 e il ’47. Agonizza la democrazia rappresentativa, posseduta dai Partiti, dagli appaltatori delle urne, dai saccheggiatori della ricchezza nazionale.

Perché la Trimurti la chiamiamo usurpatrice? Perché gli italiani, avendo pagato caro il misfatto della guerra del ’40, speravano che almeno la sconfitta li liberasse dalle turpitudini di regime. Invece i possenti ma sprovveduti vincitori credettero di far bene a consegnare il paese ai furfanti del CLN, improvvisatisi liberatori e statisti. Sessantasei anni da allora hanno dimostrato che l’assetto congegnato dai Costituenti è altrettanto esiziale, in modi diversi, quanto quello che faceva capo a palazzo Venezia. Il Sessantaseiennio non è stato né più virtuoso né più amabile del Ventennio. Nel concreto la realtà dell’oligarchia ladra non è preferibile a quella del Littorio.

In più, i giorni dell’elezione del dodicesimo capobonzo dello Stato ci hanno fatto vivere una kermesse farsesca/grottesca, un festival del fescennino, dell’atellana, della commedia dell’arte. I momenti più esilaranti non sono stati i voti dei più sardonici tra i ‘Grandi’ Elettori a favore di Valeria Marini o di Veronica Lario. Sono state le impagabili imprecazioni bolscevizzanti dei gauchistes furibondi. La più veemente, vocalizzata da un’assaltatrice del Palazzo d’Inverno: “Volete  capirlo o no, Sinistra vuol dire Rivoluzione”. Deliziosa scemenza allorquando a) la Rivoluzione è affidata ai professori Rodotà e Zagrebelski, due pensionati alla fame, aderenti all’anarco-insurrezionalismo,  b) la Rivoluzione è una moneta fuori corso da quasi un secolo,  c) la sanculotta che urla ‘Rivoluzione!’ tacerà immediatamente appena trovato lo stipendio fisso che paghi il mutuo, le rate dell’auto e le vacanze in villaggio turistico.

La commedia dell’arte è divertente, è il nostro retaggio (infatti si prese a chiamare ‘all’italiana’); ma torniamo a noi.  Ci circondano le macerie non di questo o quello stabile crollato ma di una smisurata Cartagine o Gomorra, annichilita dallo sdegno divino. Sta rantolando l’intero sistema eretto dalla Costituente. Non si tratta più di cambiare qua e là, di riformare questa o quella istituzione. La democrazia dei partiti, delle urne e delle bande di saccheggio è un malato terminale. Questa politica non si riformerà mai. I fenomeni tipo Cinquestelle, i tumulti dei Ciompi informatici, i conati di altri Cola di Rienzo non conseguiranno successi definitivi. Probabilmente occorrerà il Grande Eversore che abbatta il parlamentarismo e rifondi la Polis: qualificata, ristretta, ininterrottamente rigenerata dal sorteggio e corroborata dal referendum informatico continuo.

Lo Spirito dei tempi nuovi impedirà la sopravvivenza del Vecchio, cominciando dalle istituzioni geriatriche più riverite. Svolte del genere accadranno anche in altri paesi: lo Stivale che oggi boccheggia aprirà la strada. Nel 1812 non fu la Spagna arretrata a lanciare da Cadice il progressismo liberale e l’ondata delle Costituzioni?

Antonio Massimo Calderazzi

UN GIORNO SARA’ REATO DA IMPEACHMENT NON CHIUDERE E VENDERE IL QUIRINALE

Se è vero che due eventi grossi -l’insurrezione in Italia di un quarto degli elettori, più altrettanti astenuti; l’avvento di un Papa che predica e forse praticherà la povertà- hanno aperto prospettive inattese, forse cominciano tempi nuovi. Improvvisamente la moralità e la parsimonia, finora non-valori, si impongono come obblighi. I vertici della partitocrazia parlano come se volessero tagliare i costi dello Stato e della politica. Non vanno creduti, però è insolito il fatto che almeno alludano al bene. Se le regole del gioco vanno mutando, se di colpo il Palazzo sente di dovere accettare obblighi finora inconcepibili, allora il personaggio cui spetta di cambiare strada per primo è il prossimo Presidente della repubblica.

L’Uscente avrebbe dovuto prendere decisioni clamorose almeno un lustro fa, quando si aprì la crisi economica. Per non averle prese risponderà agli storici; non è azzardato prevedere che condanneranno. Nei prossimi giorni l’uomo del Colle potrebbe ancora compiere in extremis un gesto rivoluzionario: chiedere scusa per non avere ingiunto di chiudere e vendere il più grosso dei gioielli inutili della Repubblica. I poteri li aveva.

La dotazione della Presidenza assorbe da sola un 230 milioni; ulteriori oneri sono su altri bilanci. Se essa Presidenza prendesse atto dei tempi nuovi e gravi; se si trasferisse in una palazzina senza fasto, oppure si restringesse in una modesta sezione della reggia (la Repubblica non ha necessità di una reggia intera); se si liberasse di un migliaio di dipendenti, necessari solo al fasto e mangiapane a tradimento; se  chiudesse le residenze estive, alla sede del capo dello Stato basterebbero 30 milioni. I 200 milioni risparmiati darebbero 10 mila euro/anno a 20 mila famiglie di disoccupati con figli. E se il valore di mercato del Quirinale più dipendenze, con le relative opere d’arte, arazzi, arredi, cavalli e giardini , fosse di almeno 20 miliardi, ci sarebbero 10 mila euro una tantum per 200 mila famiglie di disoccupati con figli.

Più ancora di  altri beni importanti della Nazione, il Quirinale potrebbe, nelle more della vendita a condizioni di mercato, essere offerto in garanzia alla finanza internazionale contro prestiti  non tiranneggiati dallo spread. Sull’esempio trascinatore del Capo dello Stato, tutti gli altri organismi pubblici dovrebbero alleggerirsi di beni non essenziali. Questi ultimi andrebbero trasferiti per la vendita a un organismo centrale ad hoc, modellato sull’istituzione germanica che commercializzò il patrimonio della DDR, Repubblica democratica tedesca. L’alienazione della parte non essenziale del nostro patrimonio pubblico abbatterebbe in misura importante il debito dello Stato, e questo sì darebbe respiro alle famiglie e alle imprese.

L’obiezione passatista, secondo cui lo Stato e le entità pubbliche hanno irrinunciabili esigenze di rappresentanza e prestigio, disonora chi l’avanza. In tempi nuovi in cui un cardinale può volare low cost e usare la bicicletta per recarsi in conclave, al limite per diventare papa; in cui il neoeletto pontefice può lasciare in garage la limousine ammiraglia targata SCV1 e andare a dir messa fuori Vaticano in una qualsiasi quattroporte da ceto medio inferiore; in cui vari governanti non portano più la cravatta, i discorsi sulla rappresentanza, sul prestigio e sul protocollo sono tali da marchiare da parvenu e da incolto chi li fa. Il fasto tradizionale, l’ostentazione di ricchezza spesso celante povertà, sono un fatto del passato e del demi-monde. Corre voce che papa Francesco, nel declinare dopo l’elezione la mantellina rossa bordata di ermellino, abbia spiegato allo sbigottito monsignore del cerimoniale: “E’ finito il Carnevale. La mantellina la metta lei”. Se la voce è fondata, Francesco non poteva emettere uno statement  più severo e più gravido di futuro. Il Carnevale non è finito solo per il vertice della Chiesa. Molto più, naturalmente, per vertici assai più modesti quale quello della repubblica.

Qualsiasi museo di carrozze esibisce cocchi di gala di ambasciatori, vescovi, ciambellani e principi, ciascuno dei quali cocchi costava nel Settecento quanto un piccolo ospedale di allora. Ma i tempi sono cambiati e condannano senza appello lo sfarzo del Quirinale. Per le villeggiature del capo dello Stato ci sono gli agriturismi, e paghi di tasca sua.. Per la sua sicurezza i corazzieri sono superflui, oltre che ridicoli. Alla fine di quest’anno i poveri assoluti supereranno in Italia i quattro milioni; poi ce ne sono innumerevoli milioni oltremare. I poveri assoluti di casa nostra apprezzeranno un sussidio assai più, p.es., dell’orgoglio che il loro Stato mantenga ambasciate tra le più eleganti del pianeta. La Gran Bretagna, fino all’anteguerra massima tra le potenze coloniali e navali, per economizzare ha ormai una Royal Navy minuscola,  più nessuna colonia vera e non poche sedi diplomatiche in meno.

Se l’Italia figlia della Resistenza (nelle intenzioni semibolscevica) volesse imitarla, come dovrebbe, dimezzerebbe le ambasciate, i diplomatici, le flotte, gli stormi, le brigate corazzate altrettanto inutili e facili da sbaragliare quanto le ambasciate, le flotte e gli stormi. Con un Comandante supremo come l’Uscente, le Forze Superflue, i diplomatici boriosi e altri parassiti sono stati protetti. Forse il Successore dell’Uscente giudicherà l’interesse e la dignità del Paese con mente più moderna, con cuore più fraterno, anche con la prudenza di non rischiare l’impeachment.

A.M.Calderazzi

BARBARA SPINELLI: E’ UN TITANIC LA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA. TORNIAMO ALL’AGORA’!

I Giovani Turchi devono essere vicini a prendere il potere a ‘Repubblica’, se il 20 marzo sono riusciti a pubblicare una sfrontata eresia rispetto al misoneismo del loro Fondatore, Eugen Scalfar-Metternich (v. in ‘Internauta’ di marzo “Nonno contro nipoti: Scalfari proibisce il futuro”). La eresiarca è Barbara Spinelli con lo scritto ‘Se la politica torna all’agorà’, talmente blasfemo dal punto di vista del Legittimismo che ne riproduciamo esultanti ampi brani.

Come premessa, la Tizzona d’inferno definisce solida ma ottusa la democrazia imposta da Adenauer a un popolo vinto: “Nel fondo dell’anima tedesca, questa paura dell’esperimento non svanisce”. E prosegue: “La democrazia è dovunque in frantumi. Politici e cittadini sono scollegati. Oggi è più che mai tempo di esperimenti, proprio nella sfera della democrazia. E’ tempo di disabituarci a schemi cui politici e giornalisti restano, per pigra convenienza, aggrappati (…) O innovare o perire. I custodi del vecchio ordine non vedono il nesso tra le varie crisi: dell’economia, dell’Europa, del clima, delle democrazie. Gli sdegni cittadini non dicono loro nulla, anche se il segnale è chiaro: la democrazia rappresentativa è un Titanic che sta schiantandosi.  La cittadinanza vuole svegliarsi, sondare altre strade, ricominciare la democrazia”.

“Oggi l’Italia è a un bivio, Gli abitudinari gridano all’ingovernabilità. E’ dagli anni ’70 che si esercitano ad averne paura, a non vedere le crepe che fendono la stabilità cui dicono di anelare. Per 541 giorni il Belgio restò senza governo. Ben presto si vide che a traballare era l’impianto stesso della democrazia rappresentativa. Molti luoghi comuni si sfaldarono. Un tempo riforma significava miglioramento (ma immediato: se no meglio la rivoluzione), oggi vuol dire peggioramento. L’ingovernabilità (in Belgio) non fu stasi, ma occasione e svolta. In assenza di governo, il re decise che per gli affari correnti sarebbe rimasto il governo battuto alle urne. L’ordinaria amministrazione presto si rivelò poco ordinaria. I poteri del governo si estesero. Quella amministrazione servì a sventare quel che gli immobilisti consideravano da sempre la mostruosa causa dell’ingovernabilità: il ‘sovraccarico’ delle domande cittadine”.

“Ma l’esperienza belga produsse al contempo novità enormi. Cosciente che era in gioco la democrazia, la cittadinanza si mosse. Prese a sperimentare soluzioni antiche come l’agorà greca che delibera, o l’Azione popolare auspicata da Salvatore Settis, che risale alle actiones populares del diritto romano: i cittadini possono far valere un interesse della comunità, ed essendo titolari della sovranità in democrazia, saranno loro a inventare agende centrate sul bene comune. Non c’è altra via per battere l’antipolitica vera: il predominio dei mercati. Lo Statosiamonoi  dice M5S: è l’idea del movimento scaturito dal non-governo belga. G1000 è il nome che si diede, e nacque durante l’ingovernabilità. Il Manifesto fondativo denuncia le faglie della democrazia rappresentativa e suggerisce rimedi”.

“I Mille estratti a sorte delegarono le proposte a 32 cittadini- il G32- come già aveva fatto l’Islanda per la riscrittura della Costituzione, prima discussa in rete poi affidata a un comitato di 25. Non si tratta di togliere lavoro ai partiti, scrive il Manifesto. Quel che deve finire è lo status quo: la partitocrazia e, in era Internet, il giornalismo tradizionale. In tutti i campi l’innovazione è stimolata, salvo che in democrazia. Quando si tratta di organizzare la società facciamo ancora appello all’800.

E’ uno dei primi esempi europei di democrazia deliberativa (il Brasile iniziò nei primi anni ’90). Azione Popolare ha già una storia. Deliberare è più efficace dei referendum. Il fenomeno è continentale, non solo italiano. Avrà il suo peso, si spera, alle elezioni del Parlamento europeo nel maggio 2014″.

“E’ difficile sperimentare, ricominciare. (…) L’unica cosa impraticabile è dire no agli esperimenti, comportandosi come Adenauer da sconfitti. Che altro fare, se non sperimentare quel che la cittadinanza attiva chiede si provi. Se il nuovo Papa torna alle origini, chiamandosi Francesco, forse anche per la politica è ora di tornare all’agorà di Atene, all’Azione Popolare di Roma antica”.

Venendo dalla Madame de Stael dei nostri giorni, il messaggio non potrebbe essere più significativo, anzi esplosivo: l’esatto contrario del legittimismo ‘custode del vecchio ordine’, abitudinario’, ‘immobilista’, ‘cui politici e giornalisti restano, per pigra convenienza, aggrappati’. Brava Barbara. Cui oltre a tutto dobbiamo le particolari parole di saggezza sulla ‘paura dell’esperimento che non svanisce nel fondo dell’animo tedesco’. Come la prima baronessa de Stael, la figlia del grande Jacques Necker, Barbara sa l’orrendo o l’immenso che viene dall’interiorità germanica.

Sacrosante sono le intuizioni: ‘a traballare è l’impianto stesso della democrazia rappresentativa’; ‘oggi sperare nelle riforme significa accettare il peggioramento’; ‘saranno i cittadini, titolari della sovranità, a inventare agende centrate sul bene comune’; ‘i Mille estratti a sorte’; ‘quel che deve finire è lo status  quo: la partitocrazia e il giornalismo tradizionale; ‘se il nuovo Papa torna alle origini, anche per la politica è ora di tornare all’agorà di Atene’.

Era Barbara, non Boldrini antemarcia del Vecchio, che andava scelta.

A.M.C.

ORAZIO PIZZIGONI – CRISI DELLA DEMOCRAZIA

La crisi della democrazia incalza. I segni sono evidenti. In Italia ma anche nel resto del mondo, almeno di quel mondo che alla democrazia si affida. Una ragione di sofferenza per chi crede nei valori di libertà. E di angoscia. Un motivo per parlarne. Anche se, con tutta probabilità, non servirà a nulla. La democrazia oggi non garantisce. (…)

(PER LEGGERE L’INTERO PAMPHLET CLICCA QUI)

NOBILTA’, IN REALTA’ FURTI, DELLA POLITICA

“Sembra finalmente arrivata l’ora dei tagli alla politica”. Che Massimo Teodori abbia ragione, contro le apparenze che invece fanno pensare a  sforbiciate lievissime? Ad ogni modo Teodori ha fatto molto bene a concentrare in marzo un suo vice-editoriale del Corriere della Sera, invece che ad analisi e a sociologie, a un solo punto: togliere soldi alla Casta. Fa seguire un decalogo dettagliato: abrogare il rimborso spese elettorali, i contributi ai gruppi parlamentari e a quelli consiliari, i finanziamenti ai giornali di partito e simili; dimezzare le indennità dei parlamentari eliminando tutti gli accessori; pagare direttamente i collaboratori parlamentari; abolire tutti i benefit (staff, appartamenti, auto blu) ai presidenti di Camera Senato Corte costituzionale; abbassare i vitalizi parlamentari, cancellare quelli regionali. Infine disciplinare rigorosamente i denari pubblici e privati che vanno alle fondazioni politiche e parapolitiche. Piccola svista: nessun accenno all’abolizione di una Camera o alla falcidia dei parlamentari.

Secondo Teodori,  la maggiore voce  nascosta oggi sono le “centinaia di fondazioni che drenano miliardi di euro fuori di ogni regola e controllo a beneficio di capi e capetti corrente (vedi, ad es. i bilanci Finmeccanica, Eni…). Molti ignorano che la vera idrovora che succhia soldi per i partiti sono le fondazioni che istituzionalizzano corruzione e comparaggio’. Il Nostro propone altresì di sequestrare i tesori costituiti con i denari pubblici versati a partiti fantasma tipo Margherita, An, Pds, Idv, etc.; e conclude: “‘Tagliare le basi materiali su cui la Casta fonda il potere nei partiti e sui partiti”.

Tutto vero naturalmente. Ma Teodori avrebbe assai più meriti se, considerati sessantotto anni di saccheggio della ricchezza nazionale da parte dei partiti, azzardasse una spiegazione su un fatto grottesco: le insistite asserzioni dell’Uomo del Colle, da quando sorse  l’odio per i partiti e i loro mestieranti, sulla “nobiltà della politica”. Egli non si riferiva alla politica come categoria ideale, come passione,  partecipazione e Ars..  Si riferiva  alla nostra politica, notoriamente la più detestabile e camorristica d’Occidente. Il detto Uomo aveva fatto per una trentina d’anni il gerarca culturale del Pci, una setta che era riuscita ad egemonizzare la repubblica delle lettere e il demi-monde  dei giornali, dello spettacolo, degli editori, degli altri mercati e marciapiedi di spaccio della cultura. Come aveva, come ha il Defensor nequitiae, il coraggio di dire nobili i furti, i borseggi, le tangenti, le frodi quasi settantennali della consorteria cui gli Alleati vincitori consegnarono lo Stivale? Si farebbe psicanalista per farci capire il professor Teodori?

A.M.C.

ROBERTO VACCA: Nuovo Ordine Mondiale di incultura e chiacchiere – senza distintivo

Il comico inglese con bastoncino, baffetti e bombetta era più bravo di quello genovese coi capelloni. Il Grande Dittatore aveva un simbolo con doppia croce invece della svastica: distintivi riconoscibili, anche se insensati. Invece le 5 icone di M5S ricordano alberghi di lusso e contraddicono gli slogan di risparmio e rifiuto contributi pubblici. I messaggi programmatici del movimento, poi, sono in gran parte vuoti. I contenuti mancanti non vengono surrogati dalle urla nelle piazze, né da tante parole disseminate in rete con video, chat, twitter. I toni ieratici e la preminenza di personalità individuali ricordano tristemente la Dianetica dello scrittore di FS Ron Hubbard, movimento trasformato in Scientology (chiesa condannata per vari reati, ma che soprattutto ha diffuso confusione di idee inutili).

Pare che una delle basi culturali di M5S sia un video pretenzioso (su Youtube e su Gaia Casaleggio) che si chiama NWO, New World Order e descrive il nuovo ordine mondiale. Usa molta grafica: icone animate, foto ferme e carte geografiche. La voce inglese, chiara e assertoria, informa che il 14/8/2004 è cominciata la rivoluzione della conoscenza. Ne elenca i precursori:

L’Impero Romano: aveva 100.000 kilometri di strade, percorse non solo da messaggeri e anche da commercianti e da legioni. Le orde di Gengis Khan si concentravano contro un nemico dopo l’altro in base alle informazioni trasmesse da staffette veloci. Savonarola e Lutero diffondevano i loro messaggi riformatori in molte copie. Diderot e D’Alembert, con l’Enciclopedia, e Voltaire con il Dizionario Filosofico, disseminarono l’illuminismo. Mussolini usò la radio per indottrinare e arruolare gli italiani. Hitler si assicurò il successo con i film di Lena Riefenstahl. Clinton e Obama diventarono Presidenti usando TV e Internet. Al Gore non riuscì a essere eletto Presidente, col suo movimento internazionale massmediologico blaterava di disastri – riscaldamento globale antropico – e prese un premio Nobel finto. Beppe Grillo adottò pesantemente la comunicazione online e nelle piazze e urlando chiacchiere si è affermato nelle elezioni. Il video glissa su quei personaggi che fecero ben presto una brutta fine e passa a profetizzare gravi crisi dei paesi occidentali, di Cina, Russia e Medio Oriente.

Poi vaticina che nel 2020 scoppierà la Terza Guerra Mondiale. Le armi nucleari e batteriologiche uccideranno miliardi di persone. Ne resterà in vita solo un miliardo e farà grandi passi verso la rivoluzione della conoscenza collettiva. Spariranno libri, giornali, radio, TV: saremo tutti uniti in rete. È vitale comunicare in rete, a parte i contenuti. [Molti decenni fa, lo aveva già detto Marshall McLuhan: “The Medium is the Message”: il Messaggio è il Mezzo, e, già allora, era un’asserzione irrilevante].

Così comunicheremo di continuo manifestando le nostre idee [quali?] e i nostri desideri realizzando nel 2040 la “Net democracy” – democrazia in rete. Nel 2047 Google, che avrà comprato Microsoft, realizzerà “Earthlink” la nostra identità online – chi non l’avrà non esisterà più. Nel 2050 l’intelligenza collettiva in rete risolverà i problemi più difficili con una struttura chiamata “braintrust”. Nel 2051 sarà abolita ovunque la pena di morte. Nel 2054 ci sarà GAIA [1] – il governo mondiale senza partiti, né religioni, né ideologie. Saremo tutti liberi e parteciperemo della “collected knowledge” – conoscenza raccolta. Con tutta questa conoscenza, un altro video apre con; MAN IS GOD di stantio sapore Nietzschano.

Questa accozzaglia informe denota la incapacità di distinguere un belin da una cattedrale, come si dice a Genova. Meno volgarmente proviamo a raccogliere almeno qualche brandello comprensibile di discorso.

Per parlare di conoscenza bisogna averla – e si ottiene studiando. Questi M5S e il loro ispiratore pubblicitario non hanno studiato. Usano un linguaggio scheletrico e invece di descrizioni e analisi riesumano “catchword” [neologismi di moda] prendendole in prestito ovunque senza discriminazione. Da Alvin Toffler riprendono l’affermazione che non ci saranno più produttori e consumatori: saremo tutti “prosumer” (productor + consumer). Però manca ogni riflesso degli acuti ragionamenti di Toffler: le idee sono dimenticate e resta solo un nominalismo inefficace.

Da Second Life, video giochetto del 2003 rapidamente declinato, si trae la convinzione che nel 2027 Prometeus, altra enorme risorsa online descritta sempre vagamente, ci darà SPIRIT. È un trucco online che permetterà a ciascuno di noi di diventare chi vuole: crearsi una nuova personalità e avere nuove esperienze nel tempo e nello spazio. Esempi: assistere a eventi sportivi e rivivere guerre, rivoluzioni, cerimonie.

Queste aperture sono presentate come prodotti originali, personalizzati – ottenuti da attività cooperative in rete. Non sarebbe così. Creare animazioni è un lavoro altamente professionale eseguito da persone addestrate. Anche questi prodotti sofisticati hanno qualità variabile. Occorre valutare e controllare la qualità: prescrizione alla base dei successi della tecnologia, dell’innovazione, dell’alto rendimento di gruppi umani organizzati. Questi sedicenti guru sembrano credere che diffondere conoscenza sia un lavoretto facile da realizzare con sapienza in pillole, slogan, icone, schemini, video. Non hanno mai sentito dire che “Ars longa”.

Un obiettivo importante del nuovo ordine mondiale è l’abolizione dei diritti d’autore. Al copyright si sostituisce il “copyleft”. Tutti possono copiare  e disseminare ogni scritto, ricetta o formula. Questo accadeva nei tempi antichi e giravano testi apocrifi, degradati, centonati.   Liberalizzare tutto è concetto molto attraente, ma non è un modo di ottimizzare la qualità. Fra gli esempi citati, c’è la “Opencola” una lattina vuota su cui è stampata la ricetta della CocaCola. Ognuno se la può fare da sé. Non solo. Saranno libere le ricette delle medicine, anche queste ce le faremo da noi. È facile prevedere che sprecheremmo tempo e denaro, ottenendo risultati spesso inefficaci e anche letali.

Un altro video presenta l’arma segreta per assicurarsi i vantaggi delle comunità online. Sono gli “influencers”, gli influenzatori: giovani persone che indagano su quali siano le scelte migliori e convincono il pubblico a uniformarsi con recensioni e con tweet. Le comunità impareranno a scegliere teorie, credenze, vestiti, gadget, luoghi per le vacanze. Trarranno cultura e saggezza da Wikipedia, competenze professionali da Linkedin, amicizie da Facebook.

In questi ambienti, dunque, girano poche idee, ma confuse. Non è vero che qualunque cosa abbia spazio on line abbia anche significato e valore notevoli. Non sono sullo stesso piano Google, Wikipedia, Linkedin, Facebook.

Google è un ottimo motore di ricerca che permette in tempi minimi di reperire informazioni di ogni tipo. Lo usi gratis – e non ti aspetti che sia un distributore di verità assolute. Gli inventori, Larry Page e Sergej Brin sono diventati miliardari con la pubblicità, ma vanno considerati benefattori, oltre che innovatori straordinari.

Wikipedia è un’opera di notevole valore, anche se molto ineguale. Chi collabora gratuitamente a disseminare proprie conoscenze su questa enciclopedia aperta compie una buona azione.

Linkedin permette di contattare persone interessanti professionalmente in vari campi. Appartenere a Linkedin non è una patente di competenza professionale.

Facebook permette di comunicare con amici vecchi e nuovi, non registra dati né conoscenze e serve anche a trasmettere notizie neutre o pettegolezzi.

Concludo: il mezzo non è il messaggio. I messaggi seri, interessanti, utili non si improvvisano. Aiutare il pubblico e i giovani ad acquisire buoni criteri di giudizio è meritevole e necessario, ma la scuola lo sta facendo troppo poco.

Chi è a favore della rivoluzione M5S farebbe bene a meditare su quanto ho scritto e ad informarsi.

Mi sembra probabile che M5S sia un fuoco di paglia. Nel 1946 il Movimento dell’Uomo Qualunque di G Giannini mandò in Parlamento 30 deputati. In Francia nel 1956 Poujade protettore dei piccoli artigiani, ne mandò 52 all’Assemblé Nationale. Durarono poco.

Roberto Vacca
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[1] Il nome Gaia ricalca quello ideato nel 1979 da James Lovelock per indicare la Terra (in greco Gea o Gaia) vista come un organismo vivente autoregolante. Nel 2012 Lovelock rivide questa concezione ammettendo di esser stato troppo allarmista sui temi ambientali e in particolare sul riscaldamento globale antropico. Lovelock riconobbe per primo gli effetti avversi dei fluoroclorocarburi che degradano la presenza dell’ozono ad alta quota (favorendo il buco dell’ozono).

 

LA MORALE GRILLINA CI INGANNA SULLE VERE PRIORITA’

Arrotondiamo per eccesso: ci sono 1000 parlamentari che guadagnano 15.000 euro al mese. Quindi, contando tredicesime e quattordicesime, lo Stato spende per loro 210 milioni di euro all’anno. Se dimezzassimo i parlamentari e gli riducessimo a un quarto dell’attuale lo stipendio, otterremmo un risparmio di oltre 180 milioni di euro. A prima una vista una cifra ragguardevole, specie se consideriamo che il budget attuale serve a sfamare gente come Scilipoti. Ma il gravissimo danno che la morale grillina sta causando al Paese, è la mistificazione sistematica sugli ordini di grandezza del problema.

Uno Stato che spende ogni anno per la Sanità una cifra intorno ai 110 miliardi di euro, e che di quei 110 miliardi potrebbe risparmiarne 10 solo portando ad uno standard medio di efficienza le Regioni dove invece lo spreco e la bassa qualità del servizio sono la regola, non può illudere i cittadini che la soluzione dei problemi passi dalla lotta ai privilegi della casta. C’è una sproporzione di quasi 50 a 1 tra i risparmi che si ottengono accanendosi sugli stipendi degli onorevoli e quelli che si otterrebbero accanendosi sugli sprechi della Sanità.

Si dirà che i due problemi non sono scindibili, che il motivo per cui la sanità spreca tutti quei soldi è che è collusa col potere politico. Questa affermazione purtroppo non è strettamente vera, ed è dimostrato dal fatto che la Lombardia è una delle Regioni con il sistema sanitario al contempo più efficiente e più colluso con la politica. Ovvio che si debba intervenire sul tema della nomina dei primari, dei dirigenti, delle clientele etc. Ed è una priorità “etica”. Ma non si può pensare che basti questo a risolvere il problema macroeconomico dello Stato.

Un’altra questione che viene sbandierata come discriminante per l’attuale fase politica è quella dei rimborsi elettorali. Nessuno nega che i politici che impongono misure lacrime e sangue al Paese dovrebbero essere i primi a dare l’esempio ed imporsi una cura dimagrante. Ma ancora una volta si ingannano i cittadini sulle proporzioni della questione: 250 milioni di euro (in cinque anni) che vanno ai partiti (di nuovo arrotondiamo per eccesso) non sono rilevanti per uno Stato che deve pagare 80 miliardi di euro all’anno di interessi sul proprio debito pubblico. Abbattere quel debito sì che è una priorità. E proporre l’uscita dall’euro o un non meglio precisato reddito di cittadinanza (da tenere ben distinto dal reddito minimo garantito, provvedimento di assoluto buonsenso ed equità) non sono misure che vadano nella giusta direzione.

Insomma la casa sta crollando. Invece di ascoltare gli ingegneri che chiedono preoccupati di risistemare le fondamenta, rafforzare i pilastri portanti  e riparare il tetto, ci stiamo lasciando abbindolare dall’arredatore che la priorità sia sbarazzarci degli arazzi polverosi (oggettivamente orribili) che infestano tutta la casa, piantare le margherite nel giardino e ridipingere la facciata di uno spensierato color pistacchio. E che questo dovrebbe bastare ad impedire il crollo…

Tommaso Canetta

RIFERITI A METTERNICH IL PENSIERO E L’AZIONE DEGLI SCALFAREGGIANTI

Ci furono i Flagellanti, confraternite laiche che compivano viaggi penitenziali di trentatré giorni, con più sferzate al dì col flagello, strumento di autosupplizio e disciplina. Furono condannati nel 1349 da Clemente VI, il quale prima appoggiò, poi scomunicò Cola di Rienzo. Uomo di cultura, protettore di Petrarca, era un papa cui non andavano a genio i fondamentalisti della fede, detti appunto Flagellanti.

Oggi si animano gli Scalfareggianti. Chi sono? Niente di penitenziale, al contrario. Sono gli opinion leaders gregari del potente Eugenio Scalfari (Civitavecchia 1924), al quale fanno capo le vaste masse degli edonisti di sinistra. Nel 1976 il movimento venne lanciato in orbita dalla fondazione del quotidiano La Repubblica. Il grande successo della testata si dové al suo proporre valori trasgressivi e modelli consumistici elitari ai ceti piccolo-borghesi in passato rassegnati alle ristrettezze, e -sempre in passato- ingenuamente inclini all’egualitarismo d’ispirazione socialista. La laicità neo-illuministica e libertina è efficace lievito del moderno radicalismo chic.

Di recente, nell’agonia della Seconda Repubblica e nel mortale pericolo che incombe sulla partitocrazia nata dalla Resistenza, Eugenio Scalfari -abbiamo visto pensatore principe della sinistra filoplutocratica- è andato sviluppando un severo rifiuto dei conati ostili all’ordine costituito, in particolare di ogni malinteso passaggio alla Democrazia Diretta. Ha suscitato e fatto implacabile lo sdegno di Scalfari l’iconoclastico movimento 5Stelle, sobillato da un Catilina genovese di formazione comica. Gli opinionisti e i politici che, accettando il carisma di Scalfari, si schierano a difesa delle Istituzioni e delle Prassi cleptocratiche consolidate, si configurano appunto come Scalfareggianti, nemici giurati del disordine e dell’antipolitica. Scalfareggia, orgogliosamente, chi non tollera gli scherni, lazzi e cachinni che si indirizzano al benemerito assetto oligarchico, a partire dai risultati riprovevoli delle recenti legislative.

Ergendosi farinatescamente contro la sollevazione dei ciompi e dei sanculotti antiregime, il Fondatore di Repubblica viene a giusto titolo portato sugli scudi quale capofila di un vigoroso neo-legittimismo italiano, storicamente più giustificato di quelli d’Oltralpe. In  apparenza  il backlash  degli Scalfareggianti si rifà al conte Monaldo Leopardi, inflessibile genitore del dolce innamorato di Silvia e autore (Monaldo) di un manifesto iperconservatore firmato ‘don Muso Duro’. Invece il Fondatore  non nasconde che il suo combattimento contro le perniciose novità si ispira direttamente a Clemens von Metternich. L’ingratitudine dei sediziosi viennesi nei confronti di un titano che aveva torreggiato sull’Europa (nella rivoluzione del 1848 costrinsero il principe a mettersi in salvo a Londra; quando rimpatriò non gli restituirono il suo eccelso rango), l’ingratitudine dicevamo motiva oggi il Fondatore  all’intransigenza: nessuna debolezza verso i contestatori della democrazia rappresentativa e dei partiti cui si deve il presente splendore repubblicano.

Autorevoli esponenti neo-legittimisti a Vienna e nelle altre capitali dove si rimpiangono le dinastie storiche hanno già avviato l’iter per l’aggiunta al cognome civitavecchiese del superbo patronimico Metternich. Non è chi non veda l’apporto che la caratterizzazione metternichiana darà all‘engagement  degli scalfareggianti contro i perturbatori dell’ordine demopartitico. La presente irresponsabile insurrezione fu vaticinata nel 1997 da una bieca vignetta di Vincino dal titolo “Natura Morta”: raffigurava ” fiasco di vino con pera mela grappolo banana e copia della Costituzione italiana”.

Eugen Clemens Scalfar-Metternich non è uomo da lasciare impuniti il ‘Vaffa’ alle Istituzioni e il ”Tutti a casa’ ai rapprentanti della Nazione che se li guadagnò con le lotte!

Porfirio

M5S PDL ASTENSIONE: TUTTO TRANNE IL PARTITO DEMOGERIATRICO

Comunque andranno le cose, da noi si chiude il secolo della sinistra bacchettona, protesa un tempo a sovvertire, oggi a difendere l’esistente. Lo prova lo sgomento dei cappellani intellettuali, e più ancora dei burocrati, del postcomunismo di fronte alle novità: tutte le novità, non solo quella delle Cinque Stelle. Oltre metà del Paese, tra astenuti e voti per Grillo e altri, non ne può più del perbenismo riciclato Bersani D’Alema Napolitano Finocchiaro (come del destrismo volgare). Non ne può più delle superstizioni: democrazia rappresentativa, fedeltà alla Costituzione oligarchica, glorie resistenziali e sindacali, diritti, fedeltà europea (in realtà atlantica), patriottismo di partito, obbedienza al mercato. Oltre metà del Paese ha capito che i mantelli, le stole e i paramenti rosso-stinto addobbano una realtà Ancien Régime.

Provò il sindaco di Firenze con la sua geniale rottamazione a trasformare il Pd nel partito delle novità, dunque potenzialmente della maggior parte degli italiani. Gerarchi, pensionati, sagrestani e bizzochi serrarono i ranghi a difesa e il Vecchiume vinse. Il trionfatore delle primarie credette di garantirsi l’apoteosi prendendo al suo fianco un vezzoso governatore similbolscevico da Terlizzi (Bari): al partito degli sperimentati e dei responsabili avrebbe apportato estro e spirito cor cordium.

Il Vezzoso apportò solo il tre per cento dei voti, facendo fuggire un multiplo dell’apporto. Il rimmel sinistrista non  fece maliosi, bensì cisposi gli occhidei candidati Pd. Ancora una volta è confermata una verità sancita già nel 1948 (per non parlare dell’Ottocento e del  primo  Novecento): il grosso degli italiani non vuol sentir parlare sinistrese. Consigliò ‘Internauta’: se vogliono bene al popolo le sinistre cambino connotati, si diano altre bandiere, oppure si sciolgano. E’ quel che faranno, abbastanza presto.

Il 25 febbraio 2013 è venuto il Dies irae. Lo Stivale ha espresso una collera che nessun sondaggio aveva previsto. Per odio al sinistrismo ha persino imposto un immorale ritorno di Silvio, ritorno impensabile quando la premiata Casa di riposo di largo Nazzareno appariva destinata a ereditare la Repubblica. Un tot non piccolo di elettori ha stranamente valutato i peccati della Destra meno gravi di quelli del duo Bersani-Vendola. Il Muro di Berlino è già caduto da un quarto di secolo ma molti -esagerando- non vogliono sdoganare gli innocui ex-comunisti.

Oggi Grillo è sospettato di affari in Costarica. Ma il Movimento non è solo Grillo. Le 5 Stelle vittoriose sono accusate di lavorare per il tanto peggio. Ma come negare al loro disegno una coerenza vantaggiosa per tutti? Hanno saputo compiere l’exploit prodigioso di avvicinare il 25 luglio dei partiti. Perché non dovrebbero andare fino in fondo, puntare al potere? La furibonda sobillazione del Genovese ha felicemente osato l’inosabile, convincere le moltitudini che lo Stato è loro, non dei partiti e dei loro furfanti; che i Proci possono essere sterminati da un Ulisse che impersona il Popolo e lo vendica.

Più di un punto programmatico del M5S appare delirante: far abortire l’Europa, per dirne uno. Potrà essere lasciato cadere senza danno. Peraltro, quanto al fronte internazionale, non si può del tutto escludere che questo o quell’esperimento del laboratorio Italia (v. il presente Internauta) possa riprodursi altrove, dentro o fuori l’Unione. Esperimento audacissimo sarà, se sarà, ridurre i partiti a club di discussione, da bande di oligarchia e rapina che sono.

Ancora più audace sarà, se sarà, velocizzare l’ineluttabile passaggio alla Democrazia Diretta, come i Fati esigono.

A.M.C. 

ORAZIO PIZZIGONI – PERCHE’ RISCRIVERE LA COSTITUZIONE

Le ragioni del cambiamento

I parrucconi sono ancora fra noi. Tenaci. Insofferenti. Pronti a scendere in campo con tutta la faziosità (e non è poca) di cui sono capaci. L’ultima occasione l’ha offerta (e la offre) la Costituzione. Attorno alla legge fondamentale dello Stato si sta sviluppando una feroce querelle solo per il fatto che qualcuno ha sostenuto che bisognerebbe metterci mano per adeguarla ai cambiamenti intervenuti nella società italiana in questo ultimo mezzo secolo. Dal I948 (anno della sua entrata in vigore) molta acqua è passata sotto i ponti. I mutamenti intervenuti nel corpo del nostro paese sono risultati sempre più rapidi. Oggi sono addirittura incalzanti. E domani? Domani chi può dirlo. Nessuno è in grado di prevederlo. Quali saranno i ritmi del cambiamento fra cinque, dieci, cinquanta, cento anni è difficile, per non dire impossibile, immaginarlo.

Eppure, nonostante l’incertezza che domina il futuro, c’è chi, con ostinazione, e rabbia, si rifiuta di prendere in considerazione l’idea che sia giunto il momento di mettere in discussione la Costituzione. Insomma la questione sta sollevando un vespaio di polemiche. C’è chi vorrebbe intraprendere un percorso che consenta di avviare l’adeguamento della Costituzione ai cambiamenti che sono intervenuti nella società italiana e chi, invece, si dichiara assolutamente contrario ritenendo ogni tentativo in questa direzione un vero e proprio attentato al carattere democratico del nostro paese. Gli accenti sono alti, a volte addirittura furiosi. I parrucconi di tutte le tinte alzano alte grida per denunciare chi si muove sulla strada del cambiamento della legge fondamentale dello Stato. Il senso di queste polemiche (vere e proprie risse senza esclusioni di colpi) sta nelle passioni che hanno caratterizzato e caratterizzano settori non piccoli della società civile e che, dalla fine della seconda guerra mondiale, hanno imperversato in ogni comparto della vita coinvolgendo un grande numero di persone. Una società quella italiana vocata come e più delle altre a scendere in campo con violenza? Difficile sostenerlo senza rischiare di apparire faziosi o, comunque, di parte. Un rischio, diciamolo senza falsi pudori, che corriamo tutti. Per una ragione fondamentale: che il coinvolgimento non dipende solo da noi ma dalle vicende in cui, volenti o no, finiamo. E’ la storia che ci portiamo dietro, con tutte le sue implicazioni, che detta i nostri comportamenti. Ecco perché ci troviamo spesso, per non dire sempre, al centro di un groviglio di problemi che non è facile, per la loro complessità, districare. D’altra parte non è forse proprio la complessità delle questioni che siamo chiamati ad affrontare a dare senso (e sale) alla nostra vita? Non sta in queste difficoltà il significato più profondo del percorso che ognuno di noi ha deciso di scegliere assumendosi tutte le responsabilità che ogni scelta comporta?

Domande retoriche. Ma allora perché meravigliarsi se, dopo oltre mezzo secolo di vita, in un mondo che sta segnalando mutamenti straordinari (straordinari rispetto all’idea che ce ne eravamo fatti), c’è chi sostiene che è arrivato il momento di riscrivere la Costituzione. Oggi. In attesa di doverlo rifare fra venti, quaranta, sessant’anni. Per un tempo infinito. Tutto invecchia. Anche la Costituzione.

(PER LEGGERE L’INTERO PAMPHLET CLICCA QUI)

PER PUNTELLARE LA LORO REPUBBLICA I GRANDI MEDIA SOSTENGANO GRILLO

Con un plumbeo editoriale di P.L.Battista (“Un monarca nelle piazze”) Il Corriere della Sera si dice costernato per il possibile successo elettorale del Movimento 5 Stelle. Il noto columnist mostra di rivolgere l’indignazione più verso i partiti che contro lo stesso Pericolo Pubblico. Li accusa di rassegnarsi al ‘quasi certo exploit di  Grillo’ e, peggio, di ‘lavorare per lui’: “In un anno e mezzo di inattività, affidata a un governo tecnico la missione di far uscire l’Italia dai guai, non hanno nemmeno cominciato a ridurre sul serio i costi esorbitanti della politica, regalando fertile terreno all’antagonismo polemico del Mov.5 Stelle. Non potranno lamentarsi quando, a urne aperte, si scoprirà l’effettiva dimensione del consenso grillino e dovranno sperare, per il dopo, che Grillo commetta molti errori per permettere loro di tirare un po’ il fiato”.

E lui, il columnist legittimista, è sicuro di non avere lavorato, assieme all’arciconfraternita degli opinionisti di palazzo, a favore dell’Antagonismo polemico? All’inizio dell’ascesa di Grillo  l’arciconfraternita  reagì coll’espediente di liquidarlo come ‘un comico’, invece di spiegare perché solo da un comico venivano proposte nuove. Tacendo per decenni sui crimini della casta (prima di emozionarsi nel 2012) i pensatori cesarei hanno semplicemente coonestato il saccheggio e il lungo scempio del Paese da parte della politica. Una Banca centrale che omette di controllare gli istituti bancari viene crocifissa se manca al suo dovere di ispezionare. La stampa di prestigio dovrebbe essere una centrale di controllo della vita pubblica. Oltre a informare, dovrebbe guidare l’opinione.

Quando gli opinionisti come Battista, dopo avere tardivamente denunciato, hanno anche additato le soluzioni? Milioni di parole sul disgusto degli italiani per la loro politica. Ma mai l’arciconfraternita delle grandi firme si è spinta fino a scrivere le parole di verità che non potevano non essere spietatamente propositive: che le istituzioni e le prassi sorte nel 1945 non sono riformabili, dunque vanno abbattute; non sono riformabili perché possono farlo solo i loro appaltatori/usurpatori, i quali mai sopprimeranno se stessi; che la Costituzione è la blindatura che protegge l’impunità del cartello dei politici; che i discorsi sul cambiamento sono bugiardi by default; che la sovranità di popolo è un’impostura; che semplicemente la politica dei partiti è un monopolio assegnato ai peggiori, e va cancellata.

Invece i grandi media hanno sempre sparato a salve. Mai  un vero colpo in canna. Di fatto tutte le loro requisitorie hanno proposto l’assoluzione: i capi-cloaca dei partiti non l’avevano mai fatta abbastanza turpe (infatti il 25 febbraio si reinsedieranno tali e quali come prima). I grandi media avevano dato ad intendere che a valle dei loro rimproveri la cloaca si sarebbe nettata, le malefatte sarebbero scemate. Tra l’altro i politici di più lungo corso sarebbero spariti, non insediati in una greppia quale, p.es. il CNEL: e gli enti di Stato.

Siamo alla battuta di caccia del 24 febbraio 2013 e nessuno dei ras uscirà di scena. Peraltro: perché il Corriere della Sera si rattrista dell’avanzata di Grillo? E’ un segno di vita. Non ci fosse, la morte della  Repubblica del malaugurio sarebbe certa. Nella sostanza le svolte invocate da Grillo sono prudenti. Solo demolizioni marginali, più numerose misure razionalizzatrici e non estremistiche. Il Parlamento non rappresenta i cittadini ma i partiti, va soppiantato dai referendum anche propositivi (senza quorum) e dalla partecipazione della gente via Web. Abolire le province, i rimborsi elettorali e i vitalizi per i politici, abbassarne le retribuzioni, limitarne la carriera a due mandati, proibire loro il cumulo delle cariche e l’esercizio di altre attività. Istituire il ‘politometro’ per monitorare la ricchezza di politici, alti burocrati e boiardi di Stato. Accorpare i Comuni sotto i 5000 abitanti. La pretesa incompetenza dei grillini è smentita da un certo numero di idee settoriali che essi enunciano in dettaglio.

Al di là della sua vistosa esagitazione, Grillo impersona il buonsenso della gente, contrapposto alla nequizia dei Proci usurpatori. I media di sistema avrebbero dovuto appoggiare, non irridere o ignorare. Se un miracolo realizzasse le circospette svolte delle 5 Stelle, è innegabile che le oscenità  si attenuerebbero e avrebbe un po’ meno senso il nostro invocare il sisma distruttore della Repubblica. I philosophes dei grandi media hanno mai provato a pensare con meno inibizioni, come fa l’Eversore temperato da Genova?

A.M.C.

SI VEDA IL BLUFF DI GRILLO

Mai governi coi partiti, si sgolava fino a ieri. Mai fiducia a governi tecnici, strilla oggi. Beppe Grillo, sempre più calato nei panni del politico navigato, sta giocando la sua partita e la sta giocando abbastanza bene. Manda in giro (poco, a dire il vero) i suoi a sproloquiare sui 20 punti del programma, gli fa eleggere i capigruppo per alzata di mano in puro stile okkupazione del liceo, si diverte – probabilmente – a vedere quanta attenzione mediatica si crei intorno alle uscite infelici dei suoi neoparlamentari (l’ultima sul fascismo è degna di Berlusconi). Intanto lui gioca la partita vera, l’unica che in fondo gli interessa: quella per il potere.

Beppe Grillo ha capito che lo straordinario successo del suo movimento rischia di essere spazzato via in un battito di ciglia perché per i consensi, così come per i soldi, vale il detto “presto vinti presto persi”. Ha accumulato un grande capitale su presupposti effimeri e se i cittadini italiani dovessero avere il sentore che tutti quei “vaffa” e tutte le promesse roboanti della campagna elettorale altro non sono che una variante del solito spettacolo, lo punirebbero immediatamente. Non potendo Grillo ancora attuare il suo programma (posto che ne abbia uno), non può in alcun caso partecipare alla politica attiva dei prossimi mesi. Non può pretendere che i suoi elettori gli perdonino quello che non hanno perdonato agli altri politici: la trattativa, il compromesso, “l’inciucio”.

Non potendo quindi intervenire nella politica per evitare un crollo dei consensi, sono due le mosse del suo gioco immediatamente evidenti: evitare da un lato il logoramento della sua truppa parlamentare (Grillo già mette le mani avanti su un 15% di Giuda) per evitare un effetto “scilipoti” sull’elettorato, dall’altro evitare il logoramento della sua base elettorale. Questo secondo fronte è particolarmente insidioso, e chi ha giocato col fuoco del qualunquismo per anni lo sa di sicuro. Ed ecco la mossa cinica del politico scafato: rendere inevitabile (o quasi) l’accordo Pd-Pdl, così da poter monopolizzare l’opposizione, urlare all’ennesimo inciucio della casta che difende se stessa dal nuovo e lucrare consenso su una situazione di crisi economica e sociale destinata a durare ancora per mesi.

Alle elezioni successive, scacco matto. Con ogni probabilità il Movimento 5 stelle sarebbe in grado di aggiudicarsi il premio di maggioranza alla Camera e forse di conquistare il Senato (sempre che non si sia cambiata la legge elettorale nel frattempo). E Grillo avrebbe vinto la sua partita, ovvero avrebbe finalmente conquistato il potere.

Ma tutta questa strategia si regge su un colossale bluff: convincere i partiti che tornare al voto sarebbe peggio per loro (e incidentalmente per il Paese). Ma questo non è necessariamente vero. “Meglio” e “peggio” sono termini relativi, non assoluti. E non c’è verso che un governo di un populista dal linguaggio violento, dagli intenti semisconosciuti e dal programma economico catastrofico sia “meglio” di altri mesi di instabilità politica e recessione economica durante la (nuova) campagna elettorale. I partiti, e in particolar modo il Pd, abbiano il coraggio di andare a vedere quel bluff. Osino sfidare Grillo sul terreno dei contenuti, invece di scimmiottarlo o trattarlo con sufficienza, e dimostrino di aver imparato la lezione. Una nuova strategia e una nuova coerenza sarebbero il miglior viatico possibile per un differente risultato elettorale.

Tommaso Canetta

IMITANDO DISRAELI E CERTI GRANDI TORIES MONTI AIUTI I POVERI. A SINISTRA NON LO FARANNO

Giorni fa un economista ha osservato che, oltre a un popolo di lavoratori precari, c’è un popolo di aziende precarie; e che queste ultime, messe in pericolo a tempo indeterminabile, rilutteranno a dare lavoro anche quando il peggio sarà passato.

Dunque la questione sociale si farà seria: già ora centinaia di migliaia di dipendenti pubblici minacciati  dalla scadenza dei contratti a termine, un alto numero di aziende in crisi, da quelle grandi -le Ilva, Fiat, Sulcis, Alcoa, Irisbus- ai negozietti da una commessa, che hanno chiuso o farebbero bene a chiudere. A parte l’ipotetica ripresa, la questione sociale quale si pone oggi non ha che una soluzione, una svolta solidaristica e redistributiva. Per ora l’Agenda Monti non la prevede, se non minima. Ancora meno c’è da attendersi da un governo del Pd, se Bersani manterrà la rotta tradizionale, se cioè dipenderà dai Vendoli/Fassini/Landini, i quali mai avranno forza per redistribuire. L’Agenda Monti, se sarà applicata, apporterà questa o quella razionalizzazione semplificazione modernizzazione. Nessuna svolta.

Intanto la disoccupazione sale, il non-lavoro giovanile batte ogni record e non ha toccato il fondo. Ci viene detto che i pilastri dell’Agenda Monti sono il consolidamento dei conti e la crescita: niente novità grosse.  Ci si dice che la morsa del rigore potrebbe a tempo debito essere allentata, sempre che lo spread si stabilizzi in basso. Potrebbero essere addolciti gli scaglioni dell’Irpef, potrebbero arrivare vantaggi fiscali per le imprese che fanno innovazione e si internazionalizzano (e i negozietti da una commessa?). Il più ambizioso dei capitoli dell’Agenda è quello delle liberalizzazioni ideate da Passera: professioni, servizi, energia, gas, trasporti, utilities. Se anche tutte si realizzassero, allevierebbero le difficoltà del momento, ma non ridurrebbero un indebitamento patologico.

La spesa pubblica potrà un giorno ridursi, con la lesina tradizionale,  di un ventesimo, da circa 800 a 760 miliardi. Ma ove si dovessero garantire mediamente sei-settecento euro al mese a 4 milioni di famiglie senza reddito, la spesa sociale diretta crescerebbe di una trentina di miliardi all’anno: quasi niente andrebbe ad abbassare l’indebitamento. Conseguenza: a volere dimezzare quest’ultimo entro un decennio, la lesina tradizionale non basterà mai. Occorrerà lo sventramento rivoluzionario dei conti. In aggiunta al mantenimento dei prelievi straordinari quali l’Imu, si imporranno le avocazioni dei redditi più alti, gli espropri a carico delle grandi fortune e di quanti esporteranno illegalmente i capitali, l’esilio dei nemici più accaniti del nuovo corso. Né un ipotetico Pd tutto guadagnato al sinistrismo, né un futuro Fronte popolare più assertivo di quelli francese e spagnolo degli anni Trenta saprebbero fare tali avocazioni, espropri ed esilii, costituendo questi ultimi una rivoluzione non violenta. Nello stantio gioco della democrazia elettorale perderebbero presto il potere.

Le sinistre tradizionali non tenteranno mai la rivoluzione non violenta. Faranno come Léon Blum e Mitterrand in Francia, Azagna e Zapatero in Spagna: novità nelle sole mode e nei soli linguaggi della politica, ribaltamento dei costumi, dilatazione dei diritti e dei contesti più o meno innocui, ma quasi nessun livellamento delle condizioni. Peraltro il probabile naufragio dei conati sinistristi e l’ennesima controffensiva del mercato non vorranno dire il ritorno al benessere edonistico e agli alti consumi. Le condizioni per questo ritorno non ci saranno, vietate dalla globalizzazione.

Resta invece la teorica possibilità che, in tempi molto difficili, un nuovo Disraeli o un nuovo Giolitti, di nome Monti, politicamente più fortunato del Monti del 2012, riesca da destra a scompaginare i vecchi giochi. Se rimediasse agli errori ed omissioni del 2012, Mario Monti sarebbe certamente in grado di farsi Disraeli o Giolitti, dal Luigi Facta che appariva al momento delle dimissioni indotte dal malanimo berlusconiano. Benjamin Disraeli, da premier come da capo dell’opposizione di Sua Maestà come da romanziere, operò coerentemente per fare più aperto e più provvido il conservatorismo britannico. In questo lavoro di correzione riuscì solo in parte, ma mostrò la strada a vari successori, p.es. ai tre autorevoli tories da Birmingham: Joseph Chamberlain e i suoi figli Austen e Neville seppero parlare ai popolani. Seppero ottenerne abbastanza consensi da attestarsi ai vertici del governo. Vent’anni prima di diventare primo ministro, Neville realizzò la costruzione di quasi un milione di case popolari. Harold Macmillan figlio di un grande editore, genero del duca del Devonshire governatore generale del Canada, infine primo ministro dopo Anthony Eden, governò sei anni da prudente ‘riformatore sociale’: “Non siete mai stati così bene” poteva dire ai proletari. Quanto a Giovanni Giolitti, sappiamo tutti che se i massimalisti pappagalli di Marx&Engels non avessero vietato, egli avrebbe allargato la sua larga maggioranza ai socialisti di Turati. Forse non avremmo avuto il fascismo e le guerre.

Mario Monti dovrebbe imitare i Disraeli d’ogni tempo e nazione, dimenticando Goldman Sachs e altri operatori di iniquità. Dovrebbe farsi paterno, all’occorrenza paternalistico, coi poveri cui le sinistre non sapranno dare nulla di importante. Se il Bocconiano non avrà voluto accettare la particolare lezione del torismo britannico, altri farà al suo posto. Forse sarà un grande uomo di religione (o di tensione ideale, che è la stessa cosa).

Anthony Cobeinsy

MARCO VITALE: APPELLO PER AMBROSOLI

Milano, 21 febbraio 2013

A TUTTI COLORO CHE HANNO ADERITO E SEGUITO LA CAMPAGNA PER UMBERTO AMBROSOLI, PRESIDENTE ALLA REGIONE LOMBARDIA

 

“Non usate Dio per ragioni di potere”

Papa Ratzinger

 

Sembra che la possibilità di salvare la nostra cara Lombardia dall’ignominia leghista, alleata organica del corrotto formigonismo, e dal dannoso ed inquietante equivoco del montismo, rappresentato in Lombardia da Albertini, l’anziano sindaco berlusconiano di Milano quello dei parcheggi  e dei grattacieli selvaggi, sia in vista.

Comunque vada a finire si ê trattato di un grande impegno morale e intellettuale che ha coinvolto gran parte del popolo lombardo contro il tentativo di umiliarne e soffocarne gli spiriti vitali, e la sua grande vocazione libera ed europea. Questo impegno non andrà comunque perduto e darà buoni frutti, ben oltre le prossime elezioni.

Ci tengo a esprimere a tutti coloro che hanno partecipato a questo impegno la mia più viva gratitudine e i miei più profondi ringraziamenti.

Lo faccio inviando i miei ultimi due contributi (uno scritto per Arcipelago e l’altro per l’Eco di Bergamo), nei quali mi sforzo di guardare oltre le elezioni.

In  Lombardia  può  nascere  una  nuova  politica  economica  insieme  ad  un  rinnovato  spirito democratico, che riaccendano la speranza per tutto il Paese.

Da questa vicenda emerge comunque una lezione fondamentale valida per tutti: non possiamo interessarci dei nostri problemi comuni e di chi ci amministra solo in occasione delle elezioni. Non possiamo affidare iI nostro futuro e la nostra Regione solo a professionisti della politica, molti dei quali profondamente corrotti.

Facciamo allora an ultimo grande sforzo per portare alla presidenza della nostra Regione un giovane presidente, certo poco esperto di politica ma integro e bandiera di una generazione di amministratori per bene non abituati a servirsi delle istituzioni ma a servirle.

Grazie a tutti

Marco Vitale

www.marcovitale.it

GRILLO, I GIOVANI E UN PAESE DA RIGENERARE

Mi concedo una piccola nota autobiografica; è per mettermi alla berlina, non per pavoneggiarmi. Una trentina abbondante di anni fa scrissi un fondo di quotidiano in cui spiegavo come e perché Ronald Reagan non poteva diventare presidente degli Stati Uniti anche se il suo rivale, Jimmy Carter, non mi sembrava un genio. E che se per caso, invece, lo fosse diventato sarebbe stata una disastrosa pagliacciata (un’ “americanata”, come si soleva dire una volta) per il suo paese e per l’orbe terracqueo. Devo confessare che delle prestazioni dell’uomo come governatore della California, mica del Molise, non sapevo moltissimo, cosicché dal mio punto di vista si trattava essenzialmente di un attore di Hollywood, e neppure di un grande della categoria.

Probabilmente non riusciva a farmisi luce nel cervello l’idea che almeno nella Repubblica stellata, con le sue peculiarità socio-culturali e del sistema politico, chiunque potesse ascendere al vertice del potere, e in qualche modo cavarsela, indipendentemente dal suo curriculum. Come tutti sanno, non solo Reagan stracciò Carter, andò alla Casa bianca e ci rimase per otto anni, ma operò in modo da farsi generalmente giudicare uno dei migliori presidenti americani. Una valutazione, questa, che in verità stento non poco a condividere, ma per motivi diversi dalla difficoltà di ammettere di avere preso a suo tempo un bel granchio.

La nota mi serve comunque come premessa per un paio di considerazioni sull’attualità, profondamente dolorosa ma improvvisamente un po’ illuminata, almeno ai miei occhi, della nostra più o meno cara ma inguaiatissima patria. Fino a qualche settimana fa progettavo di scrivere due righe sul fenomeno Grillo, più che altro per paragonarlo a quello a prima vista analogo di Poujade, l’agricoltore francese che negli anni ’50, sullo sfondo di un’acuta crisi economica, sconvolse la scena parigina irrompendo a Palazzo Borbone alla testa di varie diecine di deputati e all’insegna di motti antipolitici ovvero qualunquisti. E contribuendo così ad aggravare una crisi anche politica superata alla fine solo con il ritorno al potere del generale de Gaulle, la “riserva della repubblica” ovvero l’ “uomo forte” che qualcuno invoca oggi anche per salvare l’Italia dalla perdizione.

Poi mi sono reso conto che le analogie tra il poujadismo e il movimento Cinque stelle sono meno sostanziose delle diversità, compresa quella derivante dalla superiore capacità di presa del secondo sull’elettorato. Sulla base dei sondaggi non si esclude infatti che possa arrivare addirittura al 20%, lasciandosi alle spalle formazioni più grosse o più accreditate, e prestandosi quindi al paragone, semmai, con un altro recente mattatore sulla scena transalpina, quel partito lepenista uscito un po’ ridimensionato solo dalle ultime elezioni.

Va tuttavia precisato che il poujadismo e il lepenismo godevano o godono in Francia solo del favore dei loro rispettivi affiliati, sostenitori o simpatizzanti dichiarati, mentre per le altre formazioni politiche più o meno tradizionali costituivano o costituiscono uno spauracchio, una minaccia più o meno temibile e allarmante, comunque qualcosa di decisamente negativo. Del grillismo in Italia non si può dire lo stesso. Anche chi non apprezza l’oratoria, il frasario, insomma lo stile del suo creatore e animatore, e/o rimprovera al suo movimento le carenze agli effetti costruttivi, spesso se non sempre conviene almeno sul fatto che la sua comparsa non debba suscitare brividi di terrore bensì vada accolta come qualcosa persino di salutare per ciò che significa e per i positivi contraccolpi che, a rigore di logica, dovrebbe provocare.

Per quanto qualunquistico e demagogico, “antipolitico” o nichilistico, culturalmente sprovveduto e programmaticamente inconsistente possa apparire, e magari sia davvero, un simile movimento, anche tutte le sue pecche vanno pur sempre rapportate al contesto in cui è nato e si muove. Ovvero, in primo luogo, alla situazione in cui versa il paese interessato nonché al bilancio, alle credenziali e ai comportamenti delle forze politiche che l’hanno finora governato. Se c’era bisogno di una conferma, l’attuale campagna elettorale, francamente desolante  e non di rado indecorosa, ha confermato che tutti questi indici difficilmente potrebbero essere peggiori. Una situazione, insomma, tale da rendere sacrosanta, benemerita e indispensabile un’energica reazione anche di sola protesta ovvero puramente distruttiva.

La reazione del Cinque stelle, del resto, non lo è, benchè alcune sue proposte e iniziative sicuramente valide e meritorie (come la rinuncia esemplare a beneficiare di stipendi assurdamente lauti elargiti da regioni e altri enti di governo ai rappresentanti del popolo) siano controbilanciate e magari sopraffatte da altre insensate e potenzialmente deleterie (come il referendum per sbarazzarsi dell’euro o la soppressione di Equitalia). Il movimento, comunque, sta già avendo modo di svelare eventuali capacità costruttive grazie ai clamorosi successi ottenuti a livello locale e a quelli che si appresta a cogliere in sede centrale. E poiché esso sta altresì acquistando dimensioni di massa, si direbbe che le maggiori attese dovrebbero concentrarsi non sul suo capo carismatico o sull’eminenza grigia che lo affianca ma piuttosto sul personale più o meno anonimo che opera sul campo e che nei singoli casi già potuti osservare non sembra assomigliare molto al modello di vertice.

Ammettiamo pure, tuttavia, che non sia proprio il caso di aspettarsi troppo, che sarebbe una straordinaria sorpresa se il comico genovese o chi per lui rivelasse insospettabili doti di statista, se smentisse clamorosamente le previsioni di osservatori incauti come già Ronald Reagan. O se, addirittura, dimostrasse di saper adempiere lui ad una missione salvifica simile a quella di Gaulle nella Francia destabilizzata anche da Poujade, oltre che dalle guerre coloniali, anziché limitarsi a spianare indirettamente la strada all’avvento di un emulo italiano del generale con la croce di Lorena sul petto e la grandeur nel cuore. L’Italia odierna è una malata molto più grave della “sorella” transalpina di allora e il suo salvataggio da parte di un outsider tra i più inopinati costituirebbe un autentico miracolo, che non si può mai escludere ma sul quale non può seriamente contare neppure chi magari crede ancor oggi nel mitico “stellone”.

Occorre già una buona dose di ottimismo per confidare che Grillo e i suoi riescano a dare almeno la sveglia al paese, a smuovere quella che è o dovrebbe esserne la classe dirigente dalla sua incredibile cecità, insensibilità e inerzia. A provocare, soprattutto, quella mobilitazione della società civile tanto evocata e invocata da varie parti, ma finora più che altro nella retorica elettoralistica di ogni parte, e indispensabile tuttavia per qualsiasi soluzione duratura, non improvvisata né superficiale, dei mali nazionali.

Che una simile funzione il movimento Cinque stelle la possa svolgere sembra comunque legittimo quanto meno augurarselo, e a sperare che questo mezzo miracolo si avveri incoraggia un dato tra i pochi non deprimenti offerti dalla contabilità politica di questi giorni. Dai conti firmati Mannheimer apprendiamo che la creatura di Beppe Grillo raccoglie quasi il 19% dei consensi tra i giovani di età tra i 24 e i 25 anni, superata soltanto,ancorché largamente, dal PD (31%). E che sale addirittura al primo posto, col 30% e rotti, nelle preferenze degli ancora più giovani (18-23 anni), distaccando sia pure di poco lo stesso PD.

Che dire? Ammesso che il tutto venga all’incirca confermato dal responso delle urne, è doveroso ipotizzare che le risorse istrioniche e la carica vitalistica del comico-nuotatore-arruffapopolo pesino in una certa misura (evito di proposito l’ormai dilagante “in qualche modo”) sulle valutazioni delle due classi più giovani di elettori. Ma anche altri dati alimentano la fiducia che non sia questa l’unica né la principale spiegazione. Vitalismo e istrionismo, come sappiamo, non fanno difetto, quanto meno al vertice, neanche al PDL, che però entrambe le graduatorie citate danno irrimediabilmente relegato al terzo posto. Un partito ruspante come la Lega Nord, che coltiva per sua natura il populismo e non disdegna il turpiloquio, langue appena al di sopra del 2% tra i più giovani e dell’1% dei meno giovani in questione.

Se il centro-destra nel suo insieme, dunque, gode soprattutto del favore dei più attempati, quasi soltanto questi ultimi risultano abbacinati dal miraggio della Padania indipendente. Se è vero poi che i giovani sono tradizionalmente più attratti degli anziani dagli opposti estremismi, ora non appaiono sedotti più di tanto né da quello di destra né da quello di sinistra. A meno che non si consideri senz’altro di sinistra, come si tende generalmente a fare, lo stesso M5S, che però delle varie sinistre in campo sarebbe sicuramente la meno tradizionale e tutto sommato la più sovversiva, se l’abusata qualifica di “antipolitico” che gli si assegna significa qualcosa.

Un’altra possibile obbiezione alla valenza degli orientamenti giovanili è che, invecchiando, i giovani perdono via via le pulsioni rivoluzionarie e palingenetiche trasformandosi spesso in conservatori tutti d’un pezzo quando non ferventi reazionari. E’ altrettanto vero, però, che tutte le generazioni si rinnovano comprese le ultime arrivate, i cui orientamenti possono mutare anche di molto rispetto alle precedenti come sembra stia accadendo attualmente in Italia, sotto la spinta di situazioni oggettive a loro volta così mutevoli, incidendo inevitabilmente sia sugli orientamenti delle generazioni più anziane sia sul complessivo impatto di entrambi.

Il rischio di riesumare involontariamente il “largo ai giovani” caro alla dottrina fascista esiste, come pure quello di passare per corifei del rottamazionismo renzista. Varrebbe tuttavia la pena di correre entrambi se diventasse definitivamente chiaro che soltanto i giovani, non tutti bamboccioni o fiaccati dalla disoccupazione forzata, avvertono l’esigenza pressante di cambiare davvero il paese. O quanto meno la avvertono in misura largamente superiore ai meno giovani, sia pure dimostrandolo attraverso una discutibile adesione al grillismo in mancanza di diverse alternative.

“E’ ora di rigenerare l’Italia”, ci dice un sacrosanto appello recente degli architetti ai politici che non vale solo per la problematica urbanistico-ambientale, anche perché neppure questo settore sarebbe rigenerabile al di fuori del suo contesto generale. E poiché si tratta di un compito di lunga lena oltre che di ampio respiro la sua attuazione è impensabile senza la mobilitazione e il contributo dei giovani, più portati per natura a guardare al futuro e a lavorare per costruirlo. Tanto più quando la fiducia con cui lo guardano i meno giovani viene dimostrata mettendo al mondo sempre meno figli, col rischio in questo caso di far scomparire a lungo andare la materia stessa di cui ci si occupa, spesso senza accorgersene..

Nemesio Morlacchi

LA CASTA STA TRIONFANDO: CONVINCIAMOCI A ODIARE QUESTA DEMOCRAZIA

Non poteva andare peggio a noi millenaristi imbecilli, a noi messianici ebeti che abbiamo preso sul serio gli opinionisti dei grandi media, soci in affari degli oligarchi. Per uno sforzo di umiltà avevamo anteposto al nostro il loro giudizio: più che sbagliato, truffaldino. Scrivevano sapendo di mentire. Soprattutto agli inizi del 2012 annunciavano che la partitocrazia e il malaffare nati dalla Resistenza erano spacciati, che la Seconda Repubblica moriva e con essi quasi un settantennio della nostra storia, prevalentemente dominato dalle malazioni. Fingevano di credere che la peggiore classe politica e le peggiori istituzioni del mondo occidentale fossero condannate dal disprezzo del Paese. Noi imbecilli abbiamo dato credito ed ora ci constatiamo frodati. La confederazione dei ladri impostori si è rialzata di colpo, così come un pugile al tappeto ritrova miracolosamente le forze.

La Terza repubblica comincia uguale alla Seconda e alla Prima. Tutto il potere torna ai partiti  delinquenziali. Più che mai i grandi media pendono dalle labbra dei segretari, portavoce e capigruppo. Niente tagli ai costi della politica, niente paletti contro i reati, niente crepuscolo degli Dei. Business as usual. Il prossimo 25 febbraio mille gaglioffi  si insedieranno e passeranno alla cassa per percepire la quota legale del bottino; per quella illegale daranno tempo al tempo. Nessuno dei vecchi ceffi sparirà, nessun ladrocinio sarà fermato, gli elettori non si ammutineranno. Al ristorante gli opinionisti delle grandi testate sghignazzeranno di soddisfazione coi segretari, portavoce, capigruppo.

Dalla sventura impariamo almeno una lezione. Il regime resiste, catafratto. I nostri connazionali sono lemmings spensierati: programmati a obbedire agli istinti, enzimi ed ormoni, non si fanno domande, accettano tutto, votano. Questo vuol dire una cosa sola: il sistema sorto nel 1945 e difeso dalla peggiore tra le Cartestracce costituzioniali non è risanabile. Un giorno un manipolo di militari giustizialisti, guidato da un uomo di fegato, dovrà abbatterlo come fecero gli ufficiali portoghesi del 1974. Imprescindibile il possesso delle armi, ma da noi basterà la minaccia delle armi. Quasi nessuno si leverà a difesa di una legalità data in appalto ai fuori legge.

Il 2012 dimostra che l’esperimento di un governo tecnico insediato anche perché ripristinasse la razionalità non ha neanche scalfito la politica delinquenziale. Nulla mai migliorerà finché le Istituzioni non saranno messe fuori gioco, visto che questa legalità difende i saccheggiatori. Anche se era prevedibile, è drammatico che un governante emergenziale come Monti abbia visto fallire o decomporsi ogni tentativo di risanamento (ma le regole d’ingaggio ricevute dal Colle -salvare la partitocrazia- non gli lasciavano scampo). Se non ci resta che sperare in un manipolo di congiurati giustizialisti è perché  verosimilmente la minaccia della forza taglierà il nodo che ci imprigiona.

La democrazia delle urne non vale niente. Chi sa immaginare una prospettiva non eversiva? Una volta che reparti d’elite, carabinieri paracadutisti eccetera, avranno fisicamente chiuso i portoni delle Camere, delle assemblee, delle istituzioni, degli uffici che erogano i fondi a centomila gerarchi, il regime non troverà seguaci e i giustizieri/demolitori avvieranno la Seconda Ricostruzione.

Il governo dell’eccezione militare sarà breve: il tempo di radere al suolo gli assetti sciagurati e di aprire una fase costituente gestita in compartecipazione con la gente: gli strumenti ora ci sono, collaudati e credibili. L’ideale, verosimile, sarebbe andare verso l’instaurazione di una delle varie formule di democrazia diretta selettiva. Ma sarebbe pur sempre una bonifica salutare se, dopo la parentesi di governo riformatore armato, si riaprissero i giochi convenzionali, però drasticamente risanati, amputati, asportati quanto basti. Il parlamento potrebbe diventare monocamerale, perdere l’ottanta per cento dei membri, essere in parte reclutato col sorteggio. Le Regioni e ogni altro organismo elettivo verrebbero risanati e ridotti a tutti i livelli. Cento altre riforme sarebbero varate dai militari. I consulenti, meglio stranieri. Esclusi tutti i politici professionisti e invece inclusi i cittadini individuati dal sorteggio. Prima di rientrare nelle caserme i reggitori giustizialisti dovrebbero almeno impostare le draconiane riforme di struttura richiedenti tempi più lunghi. Mancherebbero di sofisticazione costituzionale, ma meglio così. La più imperativa delle misure sarebbe rendere meno immorali e costose tutte le istituzioni e le funzioni pubbliche.

Questo e altro farebbe la gestione dei bonificatori militari, grazie alla minaccia delle armi di cui sono detentori unici, e grazie all’appoggio di settori sociali votati al cambiamento vero, non quello dei cartelloni elettorali. Nulla di rispettabile verrà mai dalla casta dei politici.

A.M.C.

‘NON POSSUMUS’: SCALFARI SDEGNATO COME PIO IX CON LE IDEE NUOVE

“Buffalo Bill, Toro Seduto e l’Arbitro al Quirinale”: l’editoriale di ‘Repubblica’, il 13 gennaio, ha questo di diverso dagli altri: ti lascia in dubbio se Scalfari l’abbia scritto nella sua qualità di Fondatore, o piuttosto in quella di controfigura di D’Alema o di Napolitano nel colossal legittimista di Cinecittà, ‘Non Possumus’. Nell’enciclica omonima, Pio IX ( ‘cittadino Mastai’ Carducci lo apostrofò perché levasse il bicchiere) scandì l’intransigenza verso le nuove idee liberali. Logico: si era visto togliere Romagna (1859), Umbria e Marche (1860) e la stessa Roma (1870).

Perché ci interroghiamo sull’animus di Scalfari il 13 gennaio? Perché in altre domeniche il Fondatore ci era parso più sciolto, quasi sbarazzino, aperto alle sperimentazioni. Questa volta, quale controfigura di D’Alema o Napolitano, il Nostro ha sillabato l’orrore per le novità. Papa Mastai-Ferretti non avrebbe fatto meglio. “A quanto -si è chiesto il Nostro- può arrivare il consenso che uscirà dalle urne alle varie forme di demagogia che si vale, ciascuna, di imbonitori ben collaudati? All’ingrosso, almeno 40% nel loro complesso. Marciano separati ma colpiscono insieme. Dunque la minaccia è forte”.

Che minaccia? “Non hanno programmi, salvo quello di mandare all’aria tutte le strutture esistenti, la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto, la Corte costituzionale, le imposte che devono essere ridotte al minimo. E ovviamente la politica e i partiti”. Così parlò Eugenio il Legittimista (dizionario= ‘fautore di un sistema costituzionale decaduto’) dell’Anno. Oppure, vista la sua passione per l’Esistente, il Coprofilo dell’Anno.

Una delle eresie esecrate da Mastai-Scalfari è la società civile. “Non si sa cosa rappresentino queste due parole, quale sia il nuovo che esse esprimono e il vecchio che condannano”. Forse, opina il Misoneista dell’Anno, “la novità consiste nel rifiutare il concetto (intendeva il Dogma) di democrazia delegata. Il più coerente da questo punto di vista è il grillismo, che prevede i referendum come unici strumenti di governo; peggio, prevede gestori della cosa pubblica guidati da capi pro tempore, in carica per pochi mesi a rotazione. Una sorta di condominio al posto dello Stato, cioè il peggio del peggio”. Il Solaro della Margarita dell’Anno dixit.

Se le varie formazioni antipolitiche e populiste, stima Non Possumus, avranno attorno al 40%, rimane il 60% per le formazioni “che si propongono il cambiamento e la modernizzazione per rinnovare le istituzioni senza distruggerle”. Questa sì è una notizia: sotto l’egida p.es. della Bindi le istituzioni saranno rinnovate! E quali sono queste formazioni? Risposta, il Pd, “il solo in tutto il panorama attuale che sia un vero partito e non si vergogni di dirlo, anzi lo rivendichi con orgoglio”. Quanta fierezza in questa riproposizione da Sillabo (sempre Pio IX, però 1864) dell’inoppugnabilità/nobiltà della partitocrazia!

Ci sarebbe, ammette Non Possumus, anche il centro di Mario Monti, a riscuotere una parte del 60%. Però, avverte, c’è un problema “estremamente inquietante. Se al Senato sarà necessaria un’alleanza tra il centrosinistra e i montiani, questi ultimi pretenderanno di prendere tutto il piatto della partita: un governo guidato da Mario Monti  e strutturato a sua immagine”. Non Possumus non esclude che “ad elezioni avvedute i montiani si ravvedano”. Teme sì che “possano proporre la medesima soluzione a un Berlusconi che sarebbe sicuramente molto più arrendevole alle loro richieste”. Però conclude con virile speranza: “Non andrà così. Per fortuna dell’Italia c’è un arbitro al Quirinale”.

Anche questo è uno scoop. Apprendiamo che l’Arbitro, tra il 25 febbraio e il giorno della scadenza del Settennato. riuscirà a dare allo Stivale un Successore partitocratizzante. Non dovesse riuscirci, forzerà il Successore antipatico a pensarla come lui & Scalfari  almeno per le prime settimane d’arbitraggio.

Le cose potranno andare come legittimamente auspica il Misoneista. Ma noi, non siamo legittimati a chiederci perché il Rinnovatore-delle-istituzioni-senza-distruggerle, dominus di un giornale che adora la modernità, si allinea al conservatorismo di D’Alema & Co., per i quali guai a toccare l’assetto incrostatosi in un sessantottennio di malazioni? Alla pari di D’Alema & Co., Scalfari ragiona e agisce come fosse un émigré a Coblenza in odio alla Rivoluzione.  Gli émigrés avevano ottime ragioni, ghigliottina compresa, per non rimpatriare. Ma l’Inquilino del Colle, il Velista da Gallipoli (ora agroristoratore in Umbria) e il Fondatore non guadagnerebbero qualcosa se si dissociassero dai pochi che ancora credono nelle verità del 1947?

Perché imitano gli ultimi monarchici che andavano a Cascais a baciare la mano all’ultimo Re?  E’ vero, D’Alema  e Scalfari incarnano un passato non onorevole: però si riscatterebbero se dessero un’occhiata al futuro. Sanno d’essere co-imputabili d’avere ridotto la repubblica a una Gomorra, anzi Geenna. Ma gli italiani brava gente perdonerebbero.

Un ultimo nostro dubbio. Con un titolo modernissimo -dentro ci sono anche Buffalo Bill e Toro Seduto- Scalfari non avrebbe potuto essere meno rancoroso con Santoro, colpevole sì di avere rilanciato Berlusconi ma pur sempre gran tenore della sinistra? “Showman di provato talento, venditore di bubbole che rimonta in ogni occasione il vecchio film in cui Totò vende la Fontana di Trevi a Peppino De Filippo”: così Santoro è stato crocifisso da Non Possumus.

Ohibò.

Porfirio

BERSANI STUDI DA DEPRETIS E GIOLITTI: CON RENZI POTREBBE FARCELA

In sé Pierluigi Bersani non è che il Proco buono. Uno dei pochi vassalli di Itaca che avrebbero potuto essere risparmiati dall’implacabile arco di Odisseo. Bersani è, tra i capibanda della nostra camorra partitica, forse quello che ha le mani e l’anima meno sporche. Appartiene al Mob di Chicago, ma è un fatto che ha vinto bene le primarie ed ora è premier in pectore, fa visite di presentazione alle cancellerie, compila liste di ministri. Gli ha giovato esser figlio del Benzinaio di Bettola, comune piacentino che ha la fortuna d’essere scambiato per la giurisdizione di don Camillo & Peppone, la prediletta tra le piccole patrie italiane. Anzi, se ci saprà fare, lui next premier fonderà in sé, casalingo centauro metà uomo metà cavallo, i cromosomi e i Dna dell’arciprete che fu cappellano d’artiglieria e dell’unico gerarca simpatico di provenienza Pci.

Persino con questi atouts il successore di Monti rischia grosso. Rischia di risultare nient’altro che uno dei tanti pari grado di Rumor e Forlani. A Monti questo è già capitato, per aver deciso di rispettare le regole dell’oligarchia e il mandato del Colle. In più Bersani non ha dietro di sé un partito di potere vero, quale era la Dc di Rumor e Forlani. Ma se il rischio è grande, grandi sono anche le opportunità. Potrebbe andargli meglio del previsto. Di seguito elenchiamo le cose che gli occorrono per fare il gran salto, da comprimario a mattatore.

1. Liquidare Vendola, of course. Lo indennizzi facendolo ambasciatore all’inutile Onu, oppure ad Ottawa onde avvicinare al luogo natio il convivente il cui nome ci sfugge. Potrebbe anche, con la minaccia di un’uscita dell’Italia dal Palazzo di Vetro, ottenere per l’Esodato da Terlizzi la copertina di ‘Time’ o di ‘Vanity Fair’. Sempre facendo la voce grossa, potrebbe fargli assegnare il Nobel per l’affabulazione lirica o, a scelta, per il massimalismo da macchietta.

2. Destinare Matteo Renzi a n° 2 del governo, oltre che Mario Monti al Quirinale. Così le vittorie elettorali sarebbero schiaccianti e il Pd si ergerebbe a partito di quasi tutti gli italiani: non degli astenuti, delle schede bianche e nulle, dei grillini, dei padani, delle amazzoni pdl e di un po’ di lunatici.

3. Realizzare le promesse e mezze promesse mancate da Mario Monti: equità dei sacrifici, tagli brutali ai costi della politica, cancellazione di una Camera e delle province, dimezzamento dei compensi ad alti burocrati e a boiardi, dismissione di beni pubblici, eccetera. In più, rottamazione dei vecchi gerarchi e volti nuovi. La crescita, Monti non l’ha mai veramente promessa; per Bersani-Renzi non è tassativa, né del resto è realizzabile attraverso ‘politiche industriali’ o ‘di sviluppo’.

4. Una volta che il compimento dell’agenda Monti abbia rafforzato il nuovo corso, lanciare e imporre l’agenda Bersani-Renzi: passaggio a uno Stato social-liberale, o liberal-sociale, le cui priorità siano un certo livellamento delle condizioni e la graduale evoluzione del sistema in senso tendenzialmente collettivistico. I contenuti popolari dell’agenda Bersani-Renzi otterranno un vasto consenso, coll’inoperante opposizione delle columns di Piero Ostellino, delle invettive di Oscar Giannino e di altri nostalgici del liberismo. Dovranno seguire la patrimoniale e le immediate rettifiche della politica estera: ritiro di tutte le operazioni militari, uscita dalla Nato, miniaturizzazione dei bilanci della difesa. Obbligatoria la chiusura e vendita del Quirinale coi suoi arazzi e le dipendenze estive.

Direte: sono discorsi semiseri. Tuttavia ammetterete che, combinando i vari fattori -l’agenda Monti, le novità di Renzi, l’affidabilità del figlio del Benzinaio, la bonomia di don Peppone, le direttive di Bruxelles, le esigenze dei mercati- i futuribili qui esposti si fanno verosimili. Storicizzando, diciamo che a Bersani, se farà i compiti a casa, potrebbe arridere la fortuna che andò ad Agostino Depretis e a Giovanni Giolitti. Le loro furono le strade maestre della politica italiana tra l’Unità e il fascismo.

Mazziniano in gioventù e pro-dittatore in Sicilia nel 1860, Depretis dominò la scena tra il 1875 (discorso di Stradella) e  la morte nell’87. Presidente del Consiglio per undici anni, è deprecato come l’inventore del Trasformismo. Ma il Trasformismo non fu solo inciucio e connubio. Fu anche fine del monopolio della Destra agrario-preindustriale, confluenza di tradizioni, gestione condominiale della realtà di un regno appena unificato. Di Giolitti, il maggiore governante italiano tra gli anni di Cavour-Garibaldi e quelli di Mussolini, tutti sanno tutto. Va solo ricordato a Bersani, quando le prime difficoltà lo deprimeranno, che l’avvio del trentennio giolittiano non fu fortunato (scandalo della Banca Romana, fuga del Nostro in Germania). Successivamente Giolitti torreggiò come ‘dittatore parlamentare’ e artefice della trasformazione del liberalismo, da notabilato dei ceti alti a grande forza centrista, conduttore naturale della nazione. La sola dura sconfitta dell’Uomo da Mondovì fu il non essere riuscito a scongiurare l’intervento del 1915.

Nonostante gli anatemi di rito alla Salvemini, il trasformismo e il giolittismo restano riferimenti obbligati per la prossima fase. Il Partito democratico deve trasformarsi, e insieme al Pd deve trasformarsi lo Stivale. Depretis e Giolitti non erano pensatori, ma statisti del concreto. Nemmeno Bersani e Renzi sono pensatori; statisti del concreto possono diventarlo (Teodorico, Carlo Magno e il sassone Ottone il Grande non sapevano né leggere né scrivere). Non è chi non veda le affinità delle circostanze politiche tra i tempi Depretis-Giolitti e i nostri. Non è evidente il potenziale sincretico tra il vinattiere di Stradella il deputato di Dronero e ‘quei Due’?

Porfirio

ORAZIO PIZZIGONI: CRISI DEI PARTITI CRISI DELLA DEMOCRAZIA E’ VERAMENTE COSI’?

La democrazia è in crisi. Tutti si stracciano le vesti. Accusandosi a vicenda per lo stato comatoso dei partiti, che della democrazia moderna sono la struttura portante. Per non parlare del cosiddetto centro, di cui Casini si è arrogato la rappresentanza; egli si tira fuori della questione e non si capisce perché. Nessuno offre una soluzione. Una crisi allora senza speranza? Siamo arrivati alla fine di un’epoca? La democrazia moderna chiude qui il suo ciclo vitale? Al di là delle ripicche che dominano la vita politica, gli approfondimenti sulle ragioni della crisi sono pressoché inesistenti. La verità è che essa ha ragioni lontane. Affonda le sue radici nella seconda guerra mondiale, che mise alla prova le vecchie logiche democratiche segnalandone, di fronte all’irruzione sulla scena delle grandi masse popolari, le insufficienze e i limiti. La partecipazione attiva di milioni di civili alla lotta contro il nazismo e il fascismo ha modificato i vecchi assetti istituzionali. La delega, considerata strumento esclusivo della democrazia secondo le vecchie logiche di potere, ha mostrato la corda. Chi si era impegnato, in armi o no, contro le concezioni autoritarie di nazismo e fascismo, chiedeva, in termini più o meno precisi, di poter essere protagonista anche in tempo di pace. Ma come? Utilizzando quali strumenti? Facendo riferimento a quali progetti?

Nessuno disponeva di progetti. Né a destra, né a sinistra. Mancanza di intelligenza politica? Scarsa fantasia istituzionale? Al di là delle insufficienze delle forze politiche, la crisi metteva allo scoperto un problema più profondo. Quello della sofferenza non di questo o quell’aspetto ma della medesima logica di potere che in passato risultava funzionale alle classi dirigenti, le quali selezionavano chi assumeva posizioni di responsabilità. Attacco non a questo o a quel caposaldo, ma al cuore del sistema stesso. L’adeguamento della democrazia moderna alle nuove esigenze delle società uscite dalla guerra implicava un passaggio verso nuove forme di rappresentanza, che richiedevano un salto di qualità nel senso della partecipazione. Ed è proprio sulla partecipazione che la democrazia, così come concepita sin lì, manifestava i suoi limiti organici. Di qui il disagio che ha pervaso quasi tutti i paesi, in modo particolare nella vecchia Europa. Un disagio che si va estendendo e rende vani (o quasi) gli aggiustamenti, i rattoppi, gli interventi chirurgici ora qui ora lì. Che fare allora? Quali le prospettive in un mondo che reclama in termini sempre più precisi ed estesi il coinvolgimento della società civile? Sono i quesiti che tormentano il nostro tempo. Destinati ad aggravarsi se non troveranno risposte.

Orazio Pizzigoni

 

PIU’ INVESTIMENTI  PIU’ DISOCCUPAZIONE?

L’idea, accettata da quasi tutti, che basti investire per ridare fiato all’economia, si scontra con una verità solare: che gli investimenti si fanno (quasi) sempre col proposito di ridurre i costi di produzione, con particolare riguardo per quello del lavoro. Più macchine e più innovazione significano organici più magri. Nell’Inghilterra del Settecento gli operai reagirono distruggendo le macchine. Siamo di fronte al medesimo dilemma? Direi di no. Ma certo è impossibile negare che gli investimenti, invocati come la panacea, comportano la drastica riduzione dell’occupazione. Allora non ci sono prospettive per lo sviluppo? La disoccupazione è la sola alternativa alla crisi? Che dobbiamo metterci l’anima in pace e accettare le ferree leggi del mercato.? No. Bisogna cercare nuove strade, scatenando la fantasia e l’intelligenza. Mi domando per esempio se una di queste strade non sia rappresentata (aprendo una nuova fase epocale) dalla riduzione dell’orario di lavoro: da otto a sette ore, e quindi via via a sei, a cinque. Secondo filosofie che tengano conto dei mutamenti intervenuti in tutti i campi.

o.p.

SE AMANO LA CAUSA DEL POPOLO LE SINISTRE SPARISCANO or LASCINO LA POLITICA

Quale più quale meno, i paesi del Vecchio Continente avrebbero bisogno di socializzare ricchezza e povertà. Di mettere in comune le risorse e redistribuirle con meno iniquità. Non solo Grecia Spagna Portogallo Italia; anche Gran Bretagna, Germania, Scandinavia, più l’intero campo ex-comunista. A termine non immediato l’Europa tutta è minacciata dall’ergersi di competitori che non esistevano quando essa raggiunse il benessere generalizzato. Per non diluire il discorso, non parliamo del resto del mondo, cui pure il discorso neocollettivistico -ma amico dell’uomo- varrebbe.

Non saranno le forze conservatrici a fare la svolta socializzante di cui sopra; e questo è naturale. Non è naturale, anzi è mostruoso, che (tutti sappiamo) non saranno nemmeno le forze di sinistra. Si prenda l’Italia. Ovviamente né il recidivo Berlusca né chiunque gli succederà alla guida del campo conservatore attueranno mai le opere di giustizia e di razionalizzazione. E’ altrettanto certo -ma in teoria è contro natura- che senza Matteo Renzi non le attuerà Bersani, because of the funny Character da Terlizzi (Ba). Che anzi, più si rafforzeranno nel campo Pd le linee massimaliste, meno ricchezza sarà ridistribuita, meno opere di equità verranno compiute. Più la pace sociale sarà investita dalla militanza gauchiste, meno si allenterà la presa del capitalismo. Non per colpa dell’idea egualitaria; per colpa degli  uomini che ne sono portatori.

Spiegazione. Coloro che propongono di svoltare a sinistra sono (dai più) disistimati sospettati detestati oggi come lo furono un secolo fa, quando eccedettero nella Rivoluzione d’Ottobre; e come lo furono nei successivi settantacinque anni di stalinismo, di socialismo ‘realizzato’, di conati qua e là di presa del potere, di settarismo in armi, di pretese di sopraffazione ideologica e di coazione morale. Nel 1919-21 italiano provarono a imporsi con gli scioperi, l’occupazione delle fabbriche, lo sventolio di tessuti rossi, gli insulti ai sentimenti della gente. Il Fronte popolare francese naufragò in una dozzina di mesi. Quello spagnolo resse 16 settimane, poi fu abbattuto dalla Guerra civile. La mite repubblica di Weimar, prevalentemente governata dai socialisti, cercò l’appoggio dei Corpi Liberi prenazisti contro i tentativi rivoluzionari. Lo scontro sociale in mezzo mondo non fece mai avanzare la causa popolare, al contrario. Nel 1948 ci si illuse in Grecia di vincere coi mitra guerriglieri, in Italia con la ripresa delle mobilitazioni del 1919-21.

Tutto ciò è stato abbandonato con la morte dell’Urss e delle democrazie popolari, odiate dai popoli come pochi altri regimi della storia (oggi l’ex campo comunista è una marmaglia di satelliti degli USA). Tuttavia quasi dovunque sono rimasti nel business dell’opposizione i luogotenenti dei rivoluzionari e dei sobillatori del trentennio che finì nel 1948, poi degli agitatori disarmati del sessantennio successivo. Perché i popoli che difendono i propri retaggi avrebbero dovuto, perché dovrebbero, accettare una proposta sinistrista sempre accompagnata dalla pretesa di una (cervellotica, cioè falsa) superiorità culturale e morale? Si usa ripetere che sarebbe innaturale che le sinistre rinunciassero ad essere se stesse. Innaturale forse, utile sicuro. Restando sinistre le sinistre vengono regolarmente battute, anche là dove vincono le elezioni. Dopo Mitterrand la Francia fu più, non meno, prigioniera delle Duecento Famiglie. Idem la Spagna dopo Zapatero, l’Italia dopo Romano Prodi e Fausto Bertinotti, il Vendolo d’antan.

E’ ineluttabile. Se amano la causa del popolo, gli uomini di sinistra abbandonino la politica. Lascino che le svolte e i raddrizzamenti dei sentieri le facciano uomini e pensieri nuovi, mai identificati coi fatti e le illusioni del secolo che si aprì nell’Ottobre rosso; mai attivi a sinistra. Ogni volta che i reduci del detto secolo tentano la riscossa, la loro causa arretra.

Allora nessuna speranza per l’ecumene dei poveri? Qualcuna sì: che sorga e si metta in azione qualche apostata del credo capitalistico, qualche transfuga del liberismo, qualche riformatore energico e spregiudicato del vecchio ordine. Bismarck in Germania, Ataturk in Anatolia, Miguel Primo de Rivera in Spagna, i miliardari F.D.Roosevelt e Harold Macmillan in USA e Gran Bretagna, Charles de Gaulle in Francia -per non parlare di una schiera di governanti autoritari che erano colonnelli, persino sergenti, e per non parlare di alcuni leader religiosi- fecero nel concreto a favore della giustizia, quali che fossero le loro bandiere, molto più che tutti gli agitatori e i teorici rossi che conosciamo. Gli uomini che additiamo furono tutti vituperati dai duri e puri della lotta di classe (ma i perdenti furono questi ultimi). Il meglio sarebbe un grande papa che si facesse rivoluzionario. Un papa può dirsi ed essere rivoluzionario, con effetti sismici. Un personaggio di sinistra, no.

Conseguenza terra terra: ogni scheda deposta nell’urna color rosso rafforza l’Impero del Denaro, cioè del male. Nulla inganna di più che l’euforia da primaria progressista. E’ facile farla ai lettori di ‘Repubblica’ e di ‘Manifesto’, a quanti pensano all’unisono di Santoro e di Landini, a quanti si twittano l’un l’altro per inneggiare ai bagni di gauchisme.

l’Ussita