DIALOGO SU GRILLO E SULL’ANTIPOLITICA

QUASI NULLA SARA’ COME PRIMA QUANDO L’ANTIPOLITICA TRIONFERA’

Valga la confessione di uno tra i giornalisti più fradici di vecchia politica legittimista, persino capo di una lista elettorale, cioè aspirante gerarca. Curzio Maltese ha asseverato la realtà in modo impeccabile: “La professione politica ha fallito”. Bravo Maltese che non ricorre ai consueti giochi di mano, tre o più carte, per nascondere la sconfitta  propria e dell’intellettualame intero. E che ammette la fondamentale falsità di un settantennio di vanti del pensiero democratico unico.

Le cose stanno veramente come dice il Nostro.  L’esplosione antipolitica degli ultimi anni è il fatto storico più importante dalla caduta delle dittature nazista, fascista e comunista. I popoli si affrancano, insorgono, e i padroni cui si rivoltano sono i professionals dei partiti, gestori della frode elettorale  a mezzadria col denaro e con la corruzione. Settant’anni troppo tardi, Curzio Maltese scopre che la democrazia rappresentativa e la Carta costituzionale sono il nemico. Constata che nell’assetto postfascista/postcomunista il Demos non conta nulla, si è spossessato a favore dei Proci usurpatori e saccheggiatori.

Occorrerebbe -si rassegna ad ammettere il capolista ‘Tsipras’- tornare a un assetto ‘ateniese’, nel quale tutti i cittadini (quelli qualificati, degni del nome -NdR) fanno le loro normali occupazioni; si trasformano a turno (soprattutto attraverso il sorteggio/sortition -NdR) in legislatori e governanti pro tempore; poi tornano alle loro occupazioni. Un po’ come il servizio militare degli svizzeri.  L’esperienza dei parlamentarismi partitocratici, specialmente in Italia Francia Spagna Portogallo Grecia, ha dimostrato al di là di ogni dubbio che la delega elettorale esprime una classe di potere immancabilmente deteriore e ladra.

Ecco perché l’Antipolitica è la svolta più epocale dal 1945 in Italia, da un quarto di secolo nell’ex campo socialista. Onore e riconoscenza a tutto ciò che ha mosso la frana antipolitica. Da noi il grillismo, sgradevole o equivoco quanto si vuole, ha fatto da grimaldello, da maglio, da indispensabile ostetrica di una nascita gioiosa. Ha articolato in schiamazzi, sbraiti e vaffa un sentimento di fondo che era inespresso in quasi tutti. Oggi che è un movimento temibile gli si imputa che ‘non costruisce’. Forse è così. La lunatica strategia di vincere per la via parlamentare potrà fallire. Dovesse un giorno trionfare, c’è il pericolo che degeneri in partito, solo momentaneamente meno putrido degli altri segmenti della Casta. Ora come ora il movimento è un pesante martello demolitore, indispensabile per abbattere l’abusivo ecomostro; un piede di porco senza il quale non si schioda il sistema.

Questo invoca -di fatto- il sunnominato giornalista della cleptocrazia. Questa è la logica dell’insurrezione antipolitica. Oggi un tot di tizi qualsiasi, più o meno individuati dalla Rete, si sono trovati parlamentari, aspiranti guastatori, pedine di un gioco troppo grande per loro in quanto dominato da croupiers farabutti. Oggi possono solo intralciare, sabotare, fare cagnara. Un giorno, forse non troppo lontano, i tizi qualsiasi reclutati dal Web saranno -se qualificati, se veramente cittadini- sorteggiati per esercitare brevemente la sovranità al posto dei lenoni e degli spacciatori della delega elettorale. Spesso, ogni volta che sarà necessario, saranno giudicati dal referendum telematico: i pochi, quasi nessuno, che non possiederanno un computer, un tablet, un telefonino riceveranno gratis una monocellula elettronica, valore un euro, capace di registrare e trasmettere solo Sì/No.

Questo è, al fondo di tutto, il senso del vincere dei populismi antipatici e contraddittori ma sacrosanti. Sono l’avanguardia dell’insurrezione antipolitica generale e della democrazia diretta, parzialmente elettronica, alternativa obbligata allo sfascio in grande.

Antonio Massimo Calderazzi
GRILLO E LA SUA ANTI-POLITICA NON DEVONO PASSARE

A dispetto di quanto sostiene l’amico Calderazzi qui sopra, non mi sembra ragionevole ritenere che dal grillismo dilagante possa mai nascere niente di buono. La democrazia diretta, internet, la partecipazione dei cittadini e via dicendo sono drammaticamente e semplicemente i fronzoli piacioni di un movimento che altrimenti apparirebbe per quel che è: leaderista quanto il peggior stalinismo, sfascista e cripto-fascista, plutocratico e promotore dei più beceri rigurgiti di ignoranza e anti-intellettualismo.

Le votazioni sul blog di Grillo riguardano un numero ridicolo di persone (decine di migliaia, a fronte di quasi dieci milioni di elettori), la loro regolarità non è accertata da alcun ente terzo e manca – ma questa è una battaglia propria di Internauta – un qualsiasi criterio di selezione e di merito per i contributi e le eventuali cariche. Già anni fa Isaac Asimov metteva in guardia «dall’idea sbagliata che in democrazia la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza». Un insegnamento a cui gli scherani del comico genovese sembrano immuni.

Il danno che questa masnada di aspiranti sudditi di due aspiranti dittatori (che più inquietante di Grillo è il suo sodale Casaleggio) stanno facendo all’idea di democrazia diretta neo-ateniese, o random-crazia, è incalcolabile. Per gli anni a venire le pur buone proposte che potrebbero nascere in questo ambito saranno squalificate agli occhi delle persone non attirate nella trappola dell’anti-politica grillina. La reazione del sistema a Grillo – che per il principio azione/reazione ci sarà di sicuro – travolgerà anche quei buoni concetti, usati dal M5S come orpelli, che avrebbero meritato miglior fortuna. Prendere le distanze dall’antipolitica e dal grillismo mi pare doveroso per chiunque non voglia veder morire con le fortune del comico-urlatore anche le speranze di un miglioramento della nostra forma democratica. Perché se lo scontro si polarizzasse tra la “casta” e questi sedicenti movimentardi, lunga vita alla casta. Meglio i corrotti dei pazzi.

Tommaso Canetta

SORTITION WILL HAVE TO WAIT FOR A GREAT LEADER WHO WILL RENEGE THE BALLOT DEMOCRACY

Choosing the Head of State in a parliamentary republic is a contradictory endeavour. Said kind of republic stays in a smallish number of countries. Yes, it flourishes in such an important system as Germany, with the ancillary context of Austria, then in some fifteen nations of Europe. Most Latin-American systems are modelled after the United States, the foremost among presidential republics; there the head of state leads the government too. So in non-parliamentary systems the popular vote elects a very relevant officer, who fully heads the Executive branch of government.

In a parliamentary republic the President (First Citizen) is the adjourned version of a constitutional (non-absolute) monarch, the one who reigns but doesn’t govern. He is a hybrid statesman who is not supposed to lead the majority party or coalition, so he can counterbalance the head of government (in case of need even topple him). Usually he is a high ranking but not dominant politician, who is prestigious enough as to be elected, however not in control of the political scene. The present First Citizen of Italy (Giorgio Napolitano) is exceptionally influential because of special circumstances. At 88, he will probably leave in a few months -this being the reason why here we deal with his office.

Not to have to choose this kind of president (i.e. a republican term-monarch) is one of the reasons why so many modern and advanced nations such as Japan, Britain, Sweden, Norway, Danemark, Netherland, Belgium, Luxemburg stick to the hereditary monarchy. Nowaday such hereditary monarchy is of course a perfectly illogical istitution, in view of the inferior quality of so many kings and queens of history. But those countries detest elected presidents.

In parliamentary Italy the perfect preconditions are given, theoretically, so that sortition should prevail as the way to choose a First Citizen:

a) our republic is demonstrably the worst political mechanism in the Western world. Changing it is imperative -most oligarchic politicians admit, or pretend to admit, this;

b) Italy is presently governed by a very brilliant, young (39) “turboPremier”, named Matteo Renzi. He has already proved to possess the will and the capability to radically renovate, even revolutionize the institutions. He undertook to abolish the Senate as a true chamber of Parliament.

We should reconsider the political role of great personalities against, say, the role of the collective will or of the Zeitgeist. Prophet Mohammed was able to invert history alone -his Islam transformed the disconnected, primitive, predatory tribes of Arabia into an imperial nation and into a great civilization. In our time a strongwilled Italian statesman could make the difference for sortition, should he decide to renege representative democracy. The combination on said preconditions might convince the Italian oligarchs to let a domineering Premier to introduce sortition, if only to select a First Citizen. Otherwise, in the absence of somebody resembling Mohammed, many decades will be needed for sortition to win.

Perfect parity among citizens to be sorted is impossible, given the chance that the lot chooses a simpleton or a criminal, or an otherly unqualified person. Therefore sortition should inevitably involve a restricted number of first-class citizens. For instance, if all of them were university principals, high judges or top administrators, nobody could oppose that the president choosen by lot were an ignorant.

However, we are dreaming. The chances are minimal that prime minister Renzi will decide to break the rules concerning the choice of the head of state. Other priorities will prevail. Sortition can only follow the utter discredit of entrenched habits, institutions, political climate and culture. Robber oligarchs must decide to accept the cancellation of representative democracy. Up to that moment their caste will go on bargaining the choice of heads of state who either are professional politicians or are coopted in the caste. Going to sortition can only be a Copernican revolution.

A.M.Calderazzi and Associates of www. Internauta online

DIFENDONO UN SENATO DA AZZERARE GLI AGONIZZANTI DEL SINISTRISMO FATUO

Uno spagnolo di grosso calibro, che ai suoi pari preferiva i popolani, chiamava i notabili liberal-conservatori che aveva sbaragliato “los politicastros”. Come non denominare “los profesorastros” la manciata di attempati accademici di sinistra, più una malcapitata sacerdotessa, che hanno levato l’allarme sullo smottamento della democrazia se finirà il bicameralismo perfetto? Di veramente perfetto c’è piuttosto la comicità delle cose che dicono e fanno los profesorastros.

Augusto Barbera, senatore PC per 18 anni, ministro per 4 giorni con Ciampi, soprattutto ordinario costituzionalista a Bologna, non ha usato mezzi termini per ridicolizzare le sentinelle della democrazia (Rodotà, Zagrebelski eccetera): “Non vedo proprio cosa ci sia di autoritario nella riforma Renzi. Quattro costituzionalisti non rappresentano i circa duecento costituzionalisti italiani. Sono sbalordito a sentire che il monocameralismo depotenzierebbe il parlamento. Parte della sinistra vuole rafforzare non il parlamento ma i suoi poteri di veto: ai quali poteri le due Camere si prestano in modo eccellente. (…) Facciamo una Camera sola. A costo di dare ragione a Berlusconi, bisogna riconoscere che tra i premier europei l’italiano è quello che ha meno potere”.

Il professore Arturo Parisi, anch’egli ex-ministro, ha liquidato così il conato dei talebani della Più Bella: “Gente che dopo la rottura del 1993 ha lavorato per la continuità, anzi per la restaurazione”. Per il cattedratico Gian Enrico Rusconi “le tante belle parole dei professori non hanno prodotto nulla. Non è così che si convince una generazione che si sente presa in giro dalla politica”.

Il rigetto più articolato del Non Possumus dei profesorastros lo si deve all’accademico Luca Ricolfi, coll’articolo “I feticci abbattuti dal Premier” (La Stampa). Per Ricolfi non sono solo feticci, anche “dogmi pregiudizi miti totem e tabù” che imprigionano i vati della cultura progressista, i “venerati maestri” come li chiamava Edmondo Berselli. “Se oggi l’Italia è profondamente diseguale, con una frattura micidiale tra garantiti e non garantiti, è perché per decenni ci siamo tenuti questa sinistra miope e conservatrice. Nel loro desiderio d’essere ascoltati dal Principe, i professori tipo vate si stupiscono che la politica non abbia bisogno di loro. Ma a volte è stato un bene che la politica non abbia ascoltato i narcisisti e gli ingenui”.

Massimo Gramellini, senz’essere un accademico, non ha negato il suo cachinno alla “conventicola di intellettuali che da decenni dice no a qualsiasi tentativo di cambiare questo sistema sclerotico (e che oggi si stringe come una vecchia cintura di castità intorno al povero Tsipras”). Coll’occasione segnaliamo che Gramellini si è ascritto a una faceta congregazione dei “boldrinologi”. La loro taumaturga è un caso limite di engagement da vaudeville.

Fin qui abbiamo lasciato fare ad altri, tanto più illustri, il lavoro perditempo e innecessario di criticare con le buone maniere i bonzi della Sinistra degli Avelli. Per conto nostro crediamo non ci sia scherno che basti a dire agli isterici e ai fissati il fatto loro. Sono gli ultimi zelatori/zeloti di una causa che hanno fatto morire senza gloria col settarismo praticato dai giorni della “vittoria” del 1945. Il comunismo degli intellettuali è una delle imprese fallite con più disonore in assoluto; laddove il quasi-comunismo caritatevole dettato dall’anelito religioso è ben vivo, anzi si rafforza: dal cattolicesimo di base al solidarismo dei Fratelli musulmani. Quanto alla carità dei laici, essa non esiste.

Esiste l’esilarante deplorazione della Boldrini che il lussuoso Grand Hotel di prossima apertura a Torino, 5 stelle, si chiamerà Gramsci (in quell’edificio il Fondatore ebbe l’alloggio, la redazione di Ordine Nuovo e la plancia-comando della Occupazione delle fabbriche (1921), prova generale a Torino della rivoluzione dei soviet operai fantasticata da Gramsci e seguita, of course, dalla Marcia su Roma). La bluebell di Montecitorio ha stigmatizzato la profanazione, facendo capire che in futuro scenderà col suo compagno solo in dormitori low cost, o in agriturismi per immigrati cingalesi.

Nel passato la spocchia dei sinistristi intellettuali ha dato potere e ricchezza a loro; nulla alla loro causa, che infatti rantola. In quasi un secolo di cultura ‘aggiornata’ la spocchia non ha prodotto alcun costrutto. In compenso ha contribuito in grande a far detestare dalle masse, persino odiare, i valori e gli obiettivi della sinistra. Oggi il berlusconismo sopravvive solo perché esistono zattere di naufraghi comunisti; perché sono stati troppi i vanti bugiardi della cultura marxista (spesso rappresentata da gente dello spettacolo e da orecchianti); perchè non si spengono i ricordi dei misfatti bolscevichi, staliniani, partigiani, et cet.

Pervenuto, per gli errori dei suoi avversari, a successi insperati e implausibili, il comunismo è morto dopo pochi decenni di potere e di vanagloria, laddove le grandi idee-forza durano millenni. Gli ultimi comunisti invasati si sono ridotti al calvinismo da ridere dei diritti e alla socialità burlesque della Boldrini.

Per queste amare riflessioni di chi, assieme a innumerevoli milioni di illusi, aveva sperato nel comunismo degli ideali, lo spunto era il Senato. Ma non merita che ne ragioniamo. Il doppione Senato va semplicemente cancellato in tutto, in simultanea al dimezzamento della Camera superstite e alla nanizzazione di stipendi, pensioni, vitalizi e fringe benefits. Ai dipendenti di ogni grado della Camera Superflua, così come a quelli del CNEL (che non è una camera ma un ripostiglio istituzionale, per il quale dobbiamo gratitudine eterna ai Costituenti del 1948) non andrebbe assicurata alcuna ricollocazione, solo un soccorso alimentare, 700 mensili.

Quando Dio vorrà nemmeno una monocamera sarà elettiva; ‘elettiva’ è una parola sporca, da non pronunciare a tavola: vuol dire prodotta dalla frode dei politici professionisti. Un giorno sarà il sorteggio, non il meccanismo della spoliazione elettorale, a reclutare i legislatori, i patres conscripti ( si chiamarono così i senatori dopo che la riforma di Servio Tullio ammise in Senato i maggiorenti plebei). Nei secoli della gloria, di Roma come della repubblica di Venezia, i parlamenti manco a dirlo erano monocamerali.

Porfirio 

ARGUMENTS TO WIN MINDS AND HEARTS TO SEMIDIRECT DEMOCRACY BY SORTITION

The hard truth is: in those advanced societies whose parliamentary/electoral mechanisms are long established , the immediate prospects of sortition are either next to nihil ,or very slight. The consensus still goes to passing sovereignty to elected, professional representatives. The technology to cancel such delegation to politicians is now available. It’s public psychology that lags.

Instead semi-direct democracy, either selective or not, is the intuitive alternative to both electoralism and autoritarian rule in countries that, in a definition of Oliver Dowlen, are “modern cases of extreme democratic breakdown”. If democratic breakdown is meant in a symbolic rather than strict way, then nations such as Italy, Spain, Portugal, Greece, Argentina, many additional Latin American republics are places where sortition has some mid-term opportunities.

In these cases, the proponents of change should assign first priority to showing the failures of electoral democracy rather than to defending the superiority of any particular version of direct democracy. Sectarian infighting among advocates of sortition is worse than wrong, is self-defeating. So it’s perhaps pertinent that we list a number of common argumentations on the senility of the electoral process and philosophy.

 

Traditional democracies cannot be participatory. Active participation requires the trust that participating is likely to produce results. Over time democracy has been degraded to rule by career politicians. They do what they want and hold the people in irrelevance. The government has become so arrogant and overwhelming that we lack real liberty. People have literally nothing to say about public affairs.

It is now possible to contact and involve huge numbers of citizens who do not have access to the communication resources traditionally possessed by the established mass parties. The high likelihood of interactive links in all homes in the Western societies enhances the prospects of some kind of direct democracy. Sortition promises to be a very efficient mechanism for the selection of deliberators and of operational officers.

It’s not logical nor admissible that, 14 years into the Third Millennium, the political process stays unchanged as it was in the18th century. When Thomas Jefferson was president of the United States the trip from Monticello, his estate in Virginia, to the White House took three days on horseback. In 1831 the federal employees were in the U.S. 11,491; today they are several millions. And Internet is able to turn any giant nation into the cyber-equivalent of the Greek city-state. Rather than propping up tyrants, Internet can totally empower the citizens.

Direct democracy should be each citizen personally controlling the government from his home through a secure interactive network. Instead partisan politics, special interests and money behind them and behind candidates excavate beneath popular sovereignty. It empties it. In fact, direct (also semi-direct) democracy should be eliminating professional politicians, partisan politics, corruption and the role of money.

The enemies of change are used to warn that direct democracy is a highway to despotism. But history and political science suggest that common man, given the right circumstances, can be rational and discerning enough.

A geological change has happened in Western politics- the dramatic obsolence of the traditional institutions: political parties, establishment media, parliaments, lesser assemblies. Technology makes it possible to bypass them. Traditional mechanisms were deliberately designed three centuries ago so that popular passions were filtered before they could become legislation. Additional filters were added. Most filters are now superannuated. The parties are moribund, Parliaments are ponds of stagnant water.

 

The Fishkin theory

In 1992 James S.Fishkin, professor, Univ. of Texas, offered a scheme whereby randomly chosen citizens would be given the opportunity to deliberate. Fishkin proposed “a full-scale national random sample of 600 people gathered to a single site where they could question the presidential candidates”. In his opinion, that random sample would be a scientifically representative microcosm of citizens deliberating on issues. The precondition would of course be that a small group can be an accurate barometer of the public sentiment. Such a completely new form of semi-direct democracy supported by information technology would have randomly chosen average citizens doing the hard work of democracy that most of us don’t have the time, or will, or knowledge to do. It’s the way the jury system works. The 600 people could be described as a macro-jury, but the macrojury could be much larger, could be f.i. 600 thousand.

Twenty years ago, more or less, the American business magazine “Forbes” recapitulated: “Technology has rendered totally out of date the idea that authorities can control morality and culture. Politicians may still give speeches about everything noble, bur everyone knows that the talk is just reactionary gabble. The old political carnival, the old game of big promises on election day, soon forgotten in the enjoyment of power, is over”.

Futurologists Alvin and Heidi Toffler argued that “spectacular advances in communication technology open, for the first time, a mind-boggling array of possibilities for direct citizen participation in political decision-making. We the people must begin to shift from depending on representatives to representing ourselves”.

In conclusion, with most homes in advanced countries having a modem, the decline of the polling place is at hand. And when we can vote from home, it’s hard to believe that choosing candidates won’t be expanded to choosing politics.

A.M.Calderazzi and Associates of www.Internauta online 

CONGIURANO PER UCCIDERE RENZI. MA PUGNALARE CESARE SERVI’?

Per una volta è giusto prendere le mosse dal Pensiero di Alessandro Sallusti. La cosa non è bella, visto che il direttore del ‘Giornale’ è ex officio, cioè necessariamente, uno di quei liberti, o schiavi, o eunuchi di palazzo che, sotto cattivi imperatori o sotto sultani inebetiti dalle fatiche di harem, pervennero a potenza e più ancora a ricchezza irraggiungibili da personaggi di calibro e di anima più alti. Ma una volta che il liberto di Arcore dimostra più talento di altri persuasori professionali, giù il cappello.

Sallusti ci ha ricordato che alle Idi di marzo di duemilasettanta anni fa i 60 senatori di Giunio Bruto e Gaio Cassio decisero di pugnalare Giulio Cesare: dittatore democratico, nel senso di amato dal popolo, stava demolendo la componente oligarchica ossia senatoriale della sovranità romana (la quale si definiva SPQR, Senatus Populusque Romanus/i). Ammazzare Cesare non servì. Un paio d’anni di guerra civile e il nipote Caio Giulio Cesare Ottaviano trionfò, primo imperatore dinastico. La Repubblica degli Ottimati morì davvero.

Ora il presidente della Camera si fa per dire Alta, prestanome dei Sessanta nuovi anticesariani anzi dell’intera Casta presieduta dal Colle, prova a trafiggere Renzi, troppo simpatico al popolo. Ma anche la repubblica di 2070 anni dopo quelle fatali Idi, la Repubblica dei Pessimati, sta morendo. L’hanno condannata i suoi appaltatori ladri, la rimpiangono Rodotà, Zagrebelski e altre salme.

Riuscissero i congiurati ad abbattere l’uomo del Nuovo Rubicone, la guerra civile potrebbe anche non scoppiare, tale è la nostra vocazione panciafichista. Ma chi può dubitare che il trionfo dei Pessimati sarebbe effimero, e dopo si ergerebbe il vero Distruttore della cleptocrazia, l’Ottaviano Augusto capace di trattare i renzicidi con l’efferatezza di quel direttore vichingo dello zoo di Copenhagen che sopprime miti giraffe e leoni anche cuccioli?

Molti pensano che Renzi sia l’ultima speranza del malsistema sorto tra il 1945 e il ’48. Se il puledro toscano si farà scozzonare (=aggiogare al carro o all’aratro) tanto prima del previsto, sulla questione della Camera Inutile, contestualmente si spegnerà l’ultima speranza del regime. Se invece il premier salverà la faccia avendo lottato più a lungo, il risultato sarà uguale: il Malsistema è come ammalato di SLA, non può non morire.

Bruto e Cassio fecero male i conti. Sconfitti in battaglia a Filippi due anni dopo avere pugnalato Cesare, si uccisero entrambi e l’impero che avevano tentato di esorcizzare durò quasi cinque secoli in Occidente, più o meno il triplo in Oriente. Giovanni Boccaccio fece venire di moda la loro esaltazione come tirannicidi e campioni della libertà. Ma Boccaccio, si sa, aveva l’immaginazione ludico-salace. In realtà Bruto parricida (Tu quoque fili!) tentò con Cassio di procrastinare la fine del Vecchio Ordine. Lo stesso tentano, non disinteressatamente, i congiurati di Grasso salma-in-chief e le prèfiche della Più Bella delle Carte da parati.

Che alla combutta di questi ultimi si sia unito il furibondo Grillo, che sbraita a difesa della Costituzione dei Pessimati, sembra buffo. Invece è logico. Vuole far crollare il Regime (alla lunga ha ragione; nell’immediato si schiera con le salme) e l’eventuale renzicidio avvicinerà l’ora del crollo.

A.M.Calderazzi

QUANDO LO STIVALE SI SALVERA’ COME BENE CONDOMINIALE U.E. ARTE MODA CALCIO BALNEAZIONE

“No puede lograrse nada bueno aquì; el Pais se va a desgarrar en los anos venideros (anni venturi)”. Può sembrare il giudizio che dell’Italia darà J.L.Rodriguez Zapatero, l’ex premier spagnolo, dopo che -fallita la crociata di Matteo Renzi e arrivato il default- egli avrà governato qualche settimana la Penisola su nomina dell’Europa (anche Barroso è un ex-primo ministro iberico). E invece no. “No puede lograrse” lo disse il duca d’Angouleme figlio del re di Francia Carlo X, dopo aver invaso nel 1823 la Spagna alla testa dell’armata dei Centomila Figli di San Luigi, che restaurò l’assolutismo di re Fernando VII.

Perché il sottoscritto Porfirio presagisce che la Repubblica nata dalla Resistenza e svaligiata dalla Casta dei Ladri finirà protettorato o dominion dell’Unione Europea? Risposta, perché è un ottimista. Prevede che alla sconfitta di Renzi, dagli opinion makers dei media additato come l’ultima chance o spiaggia, non seguirà una débacle alla greca o, peggio, la fine drammatica di Weimar. La storia si sforza di non ripetersi. Perciò Francoforte pagherà il nostro debito fino all’ultimo Tallero (nuova denominazione della valuta unica, adottata dopo le ripetute affermazioni elettorali dei populisti/euroscettici).

Porfirio dunque prevede che da noi prevarrà il Bene invece che un generale golpista; e che il Bel Paese, accertato junk e inidoneo all’indipendenza, sarà dichiarato territorio federale (=condominiale) dell’Europa. Così la capitale degli Stati Uniti non sorge in Virginia o in altro Stato confinante, ma è District of Columbia, proprietà comune di tutti gli Stati dell’Unione. E così Puerto Rico è un “commonwealth”, non una colonia, degli USA.

L’annessione (a statuto speciale) all’Unione metterà in fuga il Peggio e sarà salutata dal tripudio irresistibile di decine di milioni di cittadini, etnici compresi. Così come nel 1860 fecero i regnicoli delle Due Sicilie, i sudditi del Granduca e del Papa, eccetera. Vasto e orgiastico giubilo provocherà la destinazione al macero della Più Bella delle Costituzioni, vantaggiosamente sostituita da una direttiva della Commissione di Bruxelles, redatta dal vicepresidente emerito Olli Rehn, assistito da un manipolo di giuristi estoni del tutto indifferenti al retaggio del diritto romano e alle sentenze della disciolta Consulta.

Dicevamo della sfrenata esultanza per la macerazione di milioni di copie della Più Bella. Finora ogni focolare domestico custodiva come dolce e sacro heirloom (cimelio di famiglia) un esemplare della detta Più Bella. Dal punto di vista dell’Ambiente l’estinzione della Repubblica dei partiti e dei furti con destrezza sarà un’insperata sopravvenienza attiva: milioni di alberi saranno salvati dal recupero della carta fisica. In più gli impetuosi avanzamenti tecnologici consentiranno di neutralizzare le sciocchezze e le false promesse (p.es. “il diritto al lavoro” o “la Repubblica ripudia la guerra”) che con inchiostri esiziali inquinano il supporto cartaceo della Più Bella.

Felicità generale, dunque. Le autorità miste, iberico-estoni ma anche veneto-lucane, del Protettorato proclameranno un intero mese di festeggiamenti. Purtroppo un’isolata, dolorosa Masada turberà per pochi secondi l’esultanza collettiva: un pugno di fan di Roberto Benigni, più una masnada di ammiratori acritici di Napolitano e, contati sulle dita di una mano, i nostalgici della Parata militare ai Fori Imperiali, si asserraglieranno in più di un agriturismo di Capalbio (Grosseto) e lì si immoleranno a ricordo della perduta Indipendenza (resuscitata dalla Resistenza e assassinata dalla Cleptocrazia). Alle vedove, compagne ambosessi e aventi causa degli Immolati di Capalbio il Protettorato assegnerà generosi vitalizi. Gli oneri saranno coperti dagli espropri a carico dei parlamentari e consiglieri di tutte le legislature repubblicane.

Non è chi non veda i benefici della totale perdita di sovranità, rispetto al presente e ad ogni soluzione autoritaria della mortale crisi della creatura di De Gasperi Togliatti e altri nonni e zii della Patria.

Porfirio

ROSS PEROT UNINTENTIONAL PROGENITOR OF E-DEMOCRACY AND SORTITION

If we can envisage the day when democracy will go from representative to deliberative, i.e. the day when sortition will substitute elections, it’s because in the 1992 U.S. presidential campaign an independent serious candidate named Ross Perot advanced the bold challenge to tradition: if  elected, I will not govern with Congress, but with you the American people. On all outstanding issues I, or the members of my Cabinet, will address the Nation through Tv and all available media, detailing terms of problems and prospective solutions: you the citizens, as the Owners of America, will let me know your choice via phone, mail, interactive Tv, any other legal mean. Abolishing Congress it’s too difficult, also cumbersome and controversial. However Senators and Representatives will not dare to disregard the will of the Nation, out of fear of not getting re-elected. Not a sophisticated scheme, but a revolutionary one. Revolutions are never sophisticated.

In 1992 America and the world were impressed. Opinion makers either sounded the grave alarm or applauded. For first time in history, Man in the street was confronted with the choice, experimenting new ways or going along as usual. The latter prevailed of course. Ross Perot, a very successful businessman, was not elected (while winning the same number of votes, more or less, of incumbent president George Bush the Elder -as we said, Perot was a serious candidate. No maverick). However at that time Vice-President Al Gore uttered historic words, better noises, about “forging a new Athenian age of Democracy”. In fact ancient Athens did become the queen of the debate. In the days of Pericles the society that was the Intelligence of the West did practice direct democracy.

The main argument against going back to Athens was that common man, if politically empowered, would not be responsible enough as to resist the influence and propaganda of pressure groups, media, other powers; that man in the street would not be as capable of wisdom as the politicians are. Thus Ross Perot was depicted as a prospective Big Brother exercising control and suasion from the White House. At that time the Big Brother contention supported the predominant theses against deliberative, partially electronic participation. To day, twentytwo years and giant leaps of the technology later, the Big Brother argument is almost dead. Nobody seriously believes any more in the omnipotence of the media masters. Today the consensus, and the evidence, are that the true enemies of direct democracy are tradition, i.e. entrenchment of old habits, and simple inertia. Man in the street doesn’t trust himself enough.

“The Economist” against the old ways

In that context the London weekly Economist started carrying articles and “specials” which frontally  opposed the distrust in common man:

“The overdue change is a shift from representative democracy to direct democracy. In the intervals between elections it is representatives who take all decisions. There are three reasons for thinking that this is going to change. One is the growing inadequacy of representative democracy. The voter will be increasingly angry when he discovers how much influence the special-intererst propagandists are now able to wield over parlamentarians. The voter is liable to conclude that direct democracy is better.
“The second reason for thinking there is going to be a change in the way democracy works, is:  there is: no longer so much difference, in wealth and education, between voters and their elected representatives. People are better equipped for direct democracy. Third reason: the disappearance of ideology weakens the chief source of opposition to the new sort of democracy- the political parties, who have most to lose.
“Direct democracy works. If democrats have spent much of the 20th Century telling fascists and communists that they ought to trust the people, can they, the democrats, now tell the people themselves that this trust operates only every few years (at elections)?
(…) The question arises: why having elected representatives at all? Will representative democracy prove to be merely intermediate technology, a bridge between the direct voting of ancient Greece and the electronic voting?”.

Back to the dawn of the public discourse on changing democracy. For the rest of the Nineties the emphasis was on the civic use of electronics, in view of the day when the entire population would join the political process. So the key words were “digital politics, cyberpolitics, politics in cyberspace, cyberpower, technology and change, e-democracy”, and, why not, “total overhaul of politics”. As candidate Perot had proposed the phone, the Tv and the computer as instruments of communication between citizens and government, “telephone democracy, call-in Presidency, teledemocracy, democracy on-line, hyperdemocracy”  became bywords too. Sortition was not a subject at that time, simply because the distant prospect appeared to be the involvement in government of entire citizenships. Consequently, first priority was not given to the quality of deliberation. Today such quality is paramount, this being the reason why the real dichotomy  appears to be elections vs/ sortition.

“The Economist” again: “What’s gone wrong with democracy?”

The first March 2014 issue of the British-American weekly included an additional essay on the malaise of the Western political society. While recommending that the Economist theses are read in their entirety, we shall simply list hereinafter the main formulations.

“Flaws in the system have become worrying visible and disillusion with politics is rife. Democracy’s advance has come to a halt and may even have gone into reverse. Many nominal democracies have slid towards autocracy. Democracy has too often become associated with debt and dysfunction.
“The Internet makes it easier to organise and agitate; in a world where people can participate in reality-Tv votes every week, the machinery and institutions of parliamentary democracy look increasingly anachronistic.
“Cynicism towards politics (is) growing. Party membership is declining: only 1% of Britons are members of political parties, compared with 20% in 1950. A survey of seven European countries in 2012 found that more than half of voters “had no trust in government” whatsoever. A YouGov opinion poll agreed that “politicians tell lies all the time”. Political systems have been captured by interest groups.
“In the mid-1970s Willy Brandt, the former German chancellor, pronounced that “Western Europe has only 20 or 30 more years of democracy left in it”. The combination of globalization and digital revolution has made some of democracy’s most cherished institutions look outdated. Established democracies need to update their own political systems.
“An online hyperdemocracy where everything is put on an endless series of public  votes would play to the hand of special-interest groups. But technocracy  and direct democracy can keep each other in check. California’s system of direct democracy allows its citizens to vote. Similarly the Finnish government is trying to harness  e-democracy. Many more such experiments are needed  -combining technocracy with direct democracy”.

In an age when mankind is planning to colonize Mars, or to mine asteroids for metals, it will probably become clear the silliness of electing representatives (in fact lifetime career politicians)  the same way the British colonists did three centuries  ago in America.

A.M.Calderazzi and Associates of  www. Internauta online.com

SE FINIRA’ PERDENTE, RENZI NON MOLLI CHIAMI IL POPOLO CAMBI DEMOCRAZIA

E’ eccellente che il Premier fiorentino tenti di abbattere i bastioni del passatismo. Che aspiri a deviare il fiume della nostra storia, dal declino al rifiorire. Però il sistema, il vecchiume, il contesto, la corrente del fiume saranno più forti di lui, alla fine, se vorrà agire solo entro le regole e le prassi della Costituzione. In ultima analisi la legalità è dalla parte dei nemici suoi e nostri.

Un esempio marginale: il presidente del Consiglio dice di voler muovere guerra ai mandarini inamovibili e detentori di troppo potere; più in generale, guerra alla burocrazia deteriore. Ma assicura che sarà guerra “rispettando i diritti acquisiti”. Ebbene, se non cancellerà i diritti acquisiti -in barba alla Consulta, ai Tar, alle corporazioni, alle lobbies, più ancora in barba al Codice civile, il presidente del Consiglio potrà solo esonerare i burocrati grossi e piccoli mantenendo loro paghe, privilegi, possibilità di sabotare. Che guerra sarà?

Il presidente del Consiglio annuncia riforme e iniziative immediate, da un centinaio di miliardi. Ma non le compirà senza rotture aspre, tutt’altro che condivise: aggressioni ai grandi patrimoni e ai redditi superiori, sconsacrazione e vendita di pagode della Repubblica: cominciando dalla Reggia pontificia-sabauda, dalle ambasciate e perché no, trasferendo in periferia i sommi palazzi, Chigi compreso. Attendono Matteo Renzi le dodici fatiche d’Ercole, ma egli non è il figlio di Zeus, che quand’era in fasce strozzò due serpenti mandati contro di lui da una dea gelosa. E’ solo un politico della Malarepubblica, dieci volte più brillante, cento volte meno spregevole degli altri.

Lo stato presente dell’Italia è più o meno quello, grave, della Germania 1923, schiacciata dalle Riparazioni di Versailles e soccorsa alquanto dall’americano Piano Dawes; quello agonico della Spagna (dilaniata dal conflitto sociale, dagli omicidi politici, dal coma del parlamentarismo dei notabili) alla vigilia della salvifica dittatura di Miguel Primo de Rivera; del Portogallo nell’imminenza del golpe militare e dell’ascesa di Salazar; della Grecia sconfitta e umiliata da Ataturk.

La compagine di Renzi farà quello che potrà, ma le condizioni generali dell’organismo Italia resteranno tali da frustrare perlomeno i programmi più ambiziosi. A quel punto, elezioni o no, puniti o no coloro che avranno contrastato i conati di rinnovamento, Renzi sarebbe supposto di ritirarsi a favore di un federatore della vecchia politica.

Oppure… Oppure dovrà mettere da parte gli scrupoli legali e le maniere educate. Dovrà impiegare con ancora più crudezza le tecniche che in tre mesi stupefacenti gli hanno dato prima il suo partito, poi il governo. Dovrà forzare o ripudiare le regole del gioco che da un settantennio la danno vinta all’usurpazione partitico-cleptocratica.

Tornare al regime che ci ha portato dove siamo è inconcepibile. Saranno le famiglie senza pane, i giovani senza speranza, le legioni dell’antipolitica a insorgere contro tale ritorno. L’insurrezione cruenta non sarà l’unico ricorso. Potranno prevalere senza violenza quelle forze antisistema che promettano di operare le rotture cui Matteo Renzi non sarà riuscito. La legalità non merita di prevalere ad ogni costo: solo se è capace di soluzioni positive. Senza eversione è impossibile innovare.

Oggi Renzi appare l’ultima cartuccia del sistema sorto nel 1945 e codificato dalla Carta di tre anni dopo, sistema evidentemente non imperituro. Eppure potrà essere lui stesso, ipoteticamente fatto naufragare dalla vecchia politica, a inventare i modi per liquidare la democrazia rappresentativa, a galvanizzare il popolo contro l’oppressione dei peggiori. Per l’uomo che ha saputo ascendere come nessuno in Europa, galvanizzare non sarà troppo arduo.

Oppure sarà altri, portato sugli scudi e reso irresistibile dall’esasperazione collettiva, a condurre le masse. Condurle nel passaggio da una democrazia rappresentativa che agonizza, a questa o a quella formula di democrazia randomcratica e digitale, senza urne, senza politici di professione, con partiti ridotti da “forze” a “non entities”.

Siamo entrati nel Terzo Millennio, i fideismi di un tempo meritano di spegnersi.

Antonio Massimo Calderazzi

AN ITALIAN ROAD TO RANDOMCRACY

If some ‘laws of History’ could be taken seriously, in Italy we  should feel predestinated to be first in conceiving a better democracy. Not because of the glories of our remote past, rather for the simple fact that our democracy is more disfunctional than other ones  in the West.

The tribes of our peninsula did invent things that resulted very important, both good and evil -the Roman empire, the medieval city-states, the Renaissance, the Antichristian popes of said Renaissance,  Grand Opera, Gabriele d’Annunzio, Fascism, et cet. Today we are forced to change dramatically.

The most relevant among possible changes is demolishing our political system, based on domineering parties and on lifetime careers of lousy politicians. The way to achieve their annihilation is shifting from elections to sortition.

Elections were and are for oligarchy. Sortition shall be again the ultimate way to enfranchise the people, as it was in the city-states of the Athenian system.

We, a  Milan small group called Research Unit on Direct Democracy, were first in Italy to develop a tentative scheme for Randomcracy in a country such ours. In the year 2000 the scheme was outlined in a report by the title Il Pericle elettronico (http://www.internauta-online.com/2011/03/pericle-elettronico/). As for sortition, we value and fully accept the findings of the Kleroterian scholars Stone, Dowlen and Delannoi, the authors of the report The Lottery as a Democratic Institution.

As Western representative democracy is a joint venture between plutocracy and political professionalism, i.e. between money and career,

man in the street is a non-entity. The average citizen has no more say on how his or her government should govern than a dog has in making requests to his master. The electoral mechanism is fully responsible for the usurpation by an oligarchy of lifelong politicians who are normally corrupt, or corruptible.

The radical alternative to pluto-klepto-democracy should be (in due time will be) direct democracy, i.e, going back to Athens. However the Athenian direct democracy implied very small numbers of full, male citizens. In colossal countries of today the right thing to do is canceling the electoral process (voting should stay in referenda only) and reducing the sovereign citizens to a “macro-jury” made of a small percentage of the entire population. Such percentage should be selected by sortition and should rotate permanently, say every six months.

Hereinafter we offer a  few additional remarks as to the possible operational ways of a system based onsortition.

We insist that the right formula for sortition would not be a lottery in the general population. In ancient Athens as in modern Switzerland, direct democracy asks for small numbers. The median qualifications of the entire population are too low everywhere. The future Polis, i.e. the political body, should consist of approximately half a million, rotating, term hypercitizens, randomly selected for six months out of the better qualified part of the population: out of the persons who are more educated, or more work-experienced, or more motivated and aware, or more civic/humanitarian-minded than the average. Anybody should be included who can prove by exams to be fit to act as “term sovereign citizen”. A high body of the judiciary should decide whether persons  not possessing factually demonstrable qualifications should, on application and exam, be included in the roll of rotating hypercitizens. In a nation of 60 million, a rough half would possibly be the right section from which to draw the basic class of  half-million hypercitizens.

The six month term of moderately paid “political service” would be renewable only once or twice.

Two or more successive random selections might be held  among the hypercitizens, so the political body would result as made up by three, four or more classes, each of whom providing ascending levels of random selected officials. Members of parliament would be drawn in the intermediate class or order. Ministers of the central  government would be drawn in the top class: f.i. a Treasury secretary should be found in a very small number of top bankers, economists, heads of large corporations, outstanding thinkers, other highly successful individuals. For the office of mayor or councilperson in a small town, a member of the bottom class would be adequate.

A. Massimo Calderazzi and the team of Internauta

TRA I PRIMI SCACCHI DI RENZI NON NANIZZARE I FONDI AL QUIRINALE

Mentre si avvicina l’uragano sociale, Dio sa quanto sarebbe giusto si facessero economie là nella casa condominiale degli Italiani, dove Partenopeo veglia sui nostri destini, detta condoglianze a vedove e orfani dei suicidi per debiti, autorizza commesse per droni, ordina rilucidature alle argenterie e alle sciabole dei corazzieri. Ogni milione che si risparmiasse nei superbi palazzi e tenute presidenziali (che, non dimentichiamolo, possediamo in comproprietà) produrrebbe Niagara di investimenti nei comparti in sofferenza, persino nella moda e nelle altre nostre eccellenze fetide. Però toglietevi la pubblica parsimonia dalla testa.

Non sappiamo se il “Corriere” di un tempo, quando non era House Organ del lusso e delle tendenze, avrebbe intitolato una colonnina “Quirinale: 27 milioni di risparmi in tre anni”, come ha fatto l’8 febbraio. Il titolo induceva a pensare a tagli per 27 milioni. Invece no. Sul Colle più erto (che un tempo i romani chiamavano, salvo errore, Magnacavallo o Magnanapoli) non si è deciso di abbassare la spesa. Si è rinunciato ad alzare di 27 milioni la voce Retribuzioni e Pensioni, in prima linea quelle dei padreterni del Palazzo: il Segretario Generale e i Consiglieri del Presidente della Repubblica.

Il bilancio di previsione per il 2014, “al netto dei fondi di riserva e degli effetti contabili delle partite di giro, ammonta a 236,9 milioni”. I poveri, i malati, i disperati del Bel Paese non diano troppo peso alle proprie sventure. Si rallegrino del signorile decoro, con alloggio in reggia e usufrutto dei giardini tra i più belli del mondo, con cui trattiamo i cortigiani di Partenopeo. Per le sventure, sperino negli effetti contabili delle partite di giro.

Quanto in particolare ai Consiglieri di palazzo, non si capisce perché il Similsovrano non debba pagare da sé i loro consigli. Non elabora senso democratico dello Stato da quando, poco più che ventenne, piacque al luogotenente di Stalin Palmiro Togliatti, e così partì un cursus honorum -mai gratuito per l’erario e non terminato- sessantacinquennale? E poi: può necessitare di consigli (fattura ai contribuenti) un vegliardo prenovantenne che serve il popolo dai giorni aurorali in cui nacque la Prima Repubblica? Non sarebbe più lieto il popolo se il Vegliardo del sommo Colle destinasse ai reparti di oncologia pediatrica ciò che costano i suoi consiglieri? Si può capire che i giganteschi corazzieri siano indispensabili alla protezione del Sommo Inquilino (anche se lo Stato destina in più a detta protezione centinaia di militari e poliziotti che gravano su altri bilanci). Ma i Consiglieri, con un Principale così sapiente, non portano vasi a Samo e nottole ad Atene?

Quali che siano i giri di parole e le bugie del mandarino quirinalizio, lingua ben più altera del burocratese delle Poste o delle Ferrovie, l’ Arcipresidenza continua a dilatare i suoi costi. Esigerebbe 9 milioni all’anno in più se la collera di decine di milioni di potenziali sanculotti ucraini non cominciasse a farsi minacciosa.

Si aggrava dunque l’esposizione politica, anzi penale, dei capi dello Stato e del governo (per non parlare di varie Procure della Repubblica) ad accuse di violazione dell’obbligo di cancellare lo squilibrio tra il superbo trattamento del primo Cittadino, con la sua corte, e le risorse della collettività al sesto anno di recessione. Qualsiasi avvocato di provincia, specie se esperto di class action, potrà sporgere denuncia di reato, con qualche prospettiva di successo.

E’ illegale, oltre che immorale, imporre a una delle nazioni più indebitate della storia oneri di rappresentanza e spocchia nettamente superiori a quelli accettati da Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, tanto più ricchi della Terra dei Precari. Le cui plebi cominciarono nel modo peggiore a lesinare sul cibo perché la Reggia risplendesse: nel 1870 il neonato Regno della pellagra e della tbc si dette una capitale che da quindici secoli si accresceva del fasto temporale della Chiesa. Fasto talmente delinquenziale da essere ripudiato dal Papa d’oggi. Fecero la loro parte i Savoia, Mussolini, i costruttori della repubblica fondata sul lavoro e redimita degli allori partigiani bella ciao.

Matteo Renzi ha già cominciato a mancare ai suoi doveri, in ogni caso alle sue promesse, non mettendo in programma di miniaturizzare la prima di tutte le spese improduttive, Quirinale e dipendenze. E’ al di là di ogni dubbio: le funzioni del capo dello Stato possono essere svolte con il 25% dei fondi attuali. Tre quarti degli ambienti fisici della Reggia, nove decimi degli addetti sono superflui. Una delle ville romane, o un palazzetto d’epoca di dimensioni medio- piccole, è sufficiente. I ricevimenti fastosi, soprattutto se diplomatici, vanno aboliti. I corazzieri, che hanno la sola mansione di torreggiare (alla sicurezza seria provvede la Questura) siano sostituiti da gigantografie low cost made in Taiwan. Tutto il resto va liquidato. Per un minimo di rappresentanza costano meno le agenzie di PR e catering.

E’ ozioso elencare le opere giuste che si compiranno amputando di 180 milioni il bilancio del Quirinale. Ed è inutile aggiungere che le residenze già pontificie- sabaude-malarepubblicane saranno, coi loro arazzi e opere d’arte, il più ricco di carati dei gioielli da offrire sul mercato, mettendo in concorrenza i nouveaux riches del pianeta.

Per Partenopeo è troppo tardi, ma Matteo Renzi potrà salvarsi dalla class action, o peggio. Un suo collega persino più brillante, Manuel Godoy primo ministro di Carlo IV re di Spagna a 25 anni, sfuggì per miracolo alla plebe decisa a linciarlo. Accadde ad Aranjuez, un’altra reggia. Matteo, pensa a figli e moglie precaria. Non impietosirti per il leasing BMW dei cortigiani del Colle, mettili sul lastrico con ogni possibile corazziere, palafreniere e lacché!

Poche ore fa un panettiere campano si è ucciso per una sanzione del Fisco. Quanto durerà la mansuetudine degli italiani, la riluttanza a fare come gli ucraini?

Porfirio

CROLLINO QUESTE ISTITUZIONI COME LE MURA DI GERICO

Si rampogna, ci si straccia le vesti, per le Offese alle Istituzioni. Ma esse che sono, come sono? Leggiadre come le Grazie, ossia le tre Càriti dei greci (Eufrosine, Aglaia e Talia, figlie, tanto per cambiare, di uno Zeus più infaticabile di D.Strauss-Kahn)? Illibate come le sei Vestali, che se perdevano la verginità prima d’aver servito trent’anni nel tempio di Vesta venivano seppellite vive? Sororali e pie come le compagne di Maria ai piedi della Croce?

Abbiamo abbellito troppo. Le nostre Istituzioni sono le deformi cariatidi che puntellano la Più Bella delle costituzioni: parlamento a due Sentine; centinaia di presidenze, consulte, consigli; migliaia di collettori periferici di tangenti e acque reflue; una partitocrazia sfrontata; metà di tutta la corruzione d’Europa; la peggiocrazia al potere; i diritti delle frange trasgressive piuttosto che i sentimenti dei più. Le Istituzioni statuiscono le nostre sventure.

Sono il riferimento finale delle imprese che chiudono (mille al mese, contando le piccole), i saccheggi e i furti con destrezza dei politici, dei boiardi, dei mandarini infedeli. Alle Istituzioni devono riconoscenza i ricchi se diventano sempre più ricchi. Esse sono i top manager superpagati laddove dovrebbero lavorare gratis, come fece Lee Iacocca per tenere in vita Chrysler. Alle Istituzioni devono riconoscenza i poveri sempre più poveri.

Di Josè Antonio Primo de Rivera, fondatore del falangismo sociale, fu detto e scritto dai settari -dagli altri no- tutto il male possibile. Ma che avesse più cuore dei nostri intellettuali di sinistra, lo dica questo suo brano: “Si vive Usted en un Estado democratico (lui aveva scritto ‘liberal’), procure ser millionario, y guapo, y listo (furbo), y fuerte. Pero ay de los millones de seres (esseri) mal dotatos! Para esos el Estado democratico es feroz. Para esos -sujetos de los derechos mas sonoros y mas irrealizables- seran el hambre (fame) y la miseria. Vosotros, ciudadanos pobres, si no aceptàis las condiciones que nosotros os impongamos. morireis de hambre, rodeados de la maxima dignidad democratica!” Superfluo aggiungere che lui Josè Antonio, marchese e figlio del Dictador, era “guapo y fuerte”.

Le Istituzioni sono quasi tutti i volti del nostro Stato canaglia, forte solo coi deboli. Sono i faccendieri, i portaborse, i signori delle tessere e delle urne, i trombati preposti agli enti inutili, i quirinalisti e gli altri giornalisti di palazzo, i tanti parassiti e  farabutti che manteniamo signorilmente. Sono la Rai invincibilmente scroccona e pullulante di parenti. Sono Berlusconi, Boldrini e altri figuri da vituperio. Sono le scuole che non possono fare manutenzione né comprare la carta igienica. Sono i vitalizi camorristici dei bonzi di Stato, degli ‘ndranghetisti mimetici, dei consiglieri di tutte le Regioni. Sono i disoccupati senza soccorsi -se non ci fossero le mense dei preti, i loro figli non mangerebbero- laddove i cassintegrati iperprotetti percepiscono per lunghi anni.

Le Istituzioni sono un debito pubblico che si ingrossa laddove lo si era dichiarato criminalmente alto. Sono le troppe tasse sui morti di fame.     Sono i miliardi per gli F35, le fregate, i droni, le altre super-armi che deliziano il similsovrano Partenopeo e i suoi feldmarescialli a quattro stelle. I quali ultimi fanno di noi la più implausibile delle nazioni mercenarie al servizio -non retribuito- degli USA. Anche i generali egiziani sono asserviti al Pentagono, ma da esso si fanno pagare.

Le  Istituzioni sono le menzogne sfrontate: che la mano pubblica possa riaprire le fabbriche che chiudono, creare posti di lavoro, trattenere le imprese che preferiscono la Polonia. Sono le maestranze delle fabbriche senza mercato: fingono di lottare per la dignità del lavoro, in realtà  pretendono il benessere piccoloborghese a spese dei contribuenti.

Le Istituzioni sono tagliare i reparti di oncologia pediatrica invece che  le ambasciate, che centinaia di altre cattedrali della vanagloria, che altri lupanari del malcostume.  Sono il non chiudere il Quirinale grosso corpo del reato, reggia dei peggiori papi della storia, oggi quasi tutti residenti all’Inferno. Sono agghindare i Due Marò, per le telecamere, con uniformi sartoriali da fotomodelli, e ciò per alludere alle eccellenze della nostra moda pederasta. Sono la fecalità del contesto e della temperie.

Insomma chiunque viva nella Malarepubblica, o ci abbia a che fare, conosce gli sconci che sono la realtà delle Istituzioni. Che scempiaggine è ergersi alla loro difesa, laddove sono da abbattere?

L’odio del popolo sta montando. Se la congiuntura economica si farà misericordiosa, le Istituzioni otterranno uno o più rinvii dell’esecuzione,

quelli che ottengono gli inmates dei bracci della morte statunitensi. Ma condannati sono,  gli inmates come le Istituzioni. Che crollino, come le mura di Gerico agli squilli delle trombe di Giosuè, il successore di Mosè. Con o senza l’impulso di un pugno di eversori di genio, il popolo si liberi delle Istituzioni.

Siamo entrati nell’era dei prodigi tecnologici.  Progettiamo di estrarre minerali dagli asteroidi e da Marte. Quasi nulla è più impossibile alle genti che decidano di gestirsi da sé: democrazia diretta o semidiretta. Che ambiscano a impadronirsi delle poche Istituzioni giuste: perché divengano l’opposto  delle nostre.

Porfirio

“SORTITION”, CIOE’ RANDOMCRAZIA NELL’ELABORAZIONE DEI KLEROTERIANS

L’articolo “La ricerca per cambiare democrazia la dà vinta al sorteggio digitale” (‘Internauta’, gennaio) sottolineava l’ormai conseguita vastità della bibliografia internazionale su quella via maestra alla democrazia semidiretta che è la selezione per sorteggio di campioni sovrani della popolazione (randomcrazia). E si segnalava perciò che sul sorteggio (sortition, lottery) si concentra da qualche anno la ricerca dei professori Peter Stone (Trinity College, Dublino), Oliver Dowlen (Queen Mary University, London) e Gil Delannoi (Sciences Po, Parigi).

A coronamento di alcuni seminari e di altre attività di ricerca, i tre accademici hanno organizzato a Dublino (ottobre 2012) il workshop “Lottery as a Democratic Institution“, che ha visto gli interventi e i contributi di una trentina di accademici e di studiosi indipendenti. Molti tra essi si sono collegati in un gruppo di lavoro che si è dato il nome “The Kleroterians” (dal greco indicante l’estrazione a sorte).

Il rapporto conclusivo -68 pagine- steso da Stone, Dowlen e Delannoi rappresenta una summa: la più sistematica e aggiornata esplorazione/sistemazione concettuale di quella arteria (la randomcrazia) che porta al superamento del sistema rappresentativo-parlamentare. Oggi tale sistema figura aver trionfato sul pianeta: in realtà  in tre quarti degli Stati è una burla o un’oscenità; nel rimanente quarto è una gestione oligarchica del potere.

“The careful use of random selection -assumono i tre relatori- might contribute to the revitalization of democracy in the XXI century…a way to restore life to dysfunctional democracies in the wake of corrent crises”.  Il riferimento se non obbligato, naturale, è la giuria, metodo iper-sperimentato per selezionare random alcuni cittadini perché decidano su questioni vitali a nome del  corpo politico intero, cioè della Polis. Per inciso, anche un recente saggio su “The Yale Law Journal” ha segnalato che la selezione per sorteggio è “an alternative combining features of four traditional egalitarian systems: voting, lottery, quota and rotation”

Il Rapporto Stone-Dowlen-Delannoi addita “at least eight potential contributions to the political process: descriptive representation; prevention of corruption and/or domination; mitigation of elite-level conflict; control of political outliers; distributive justice; participation; rotation; psychological benefits”. Sono categorie politologiche che nel lettore non producono entusiasmo. Tuttavia la seconda (prevention of corruption and/or domination), presentata dagli autori come la più significativa,  si presenta da sé: è molto più arduo corrompere sorteggiati scelti a caso e limitati a turni di servizio assai brevi, che politici professionali a vita: in Italia più che altrove mentitori e ladri.

“Random selections prevailed up until the 18th century. Indeed Aristotle  famously proposed that elections were inherently aristocratic, while selection by lot was the democratic way of filling public offices”. Negli scorsi anni, rileva il Rapporto, l’interesse degli studiosi per l’ipotesi randomcratica è andato aumentando, come ha dimostrato p.es. uno studio di Vergne (2010). A prima vista la selezione per sorteggio può apparire assurda; “at a second thought is obvious. At a seminar of the university of Geneva it was commented that sortition was one of the sexiest ideas in political theory today”. Non solo today se, come il Rapporto sottolinea, ad Atene un membro della Bulé era sorteggiato quotidianamente per fare da arconte, cioè da capo nominale dello Stato per un giorno; e se nella repubblica di Venezia la nomina del Doge per sorteggio è rimasta in vigore cinquecento anni. Oggi, nota ancora il Rapporto, è probabile che siano le strutture federali decentrate quali Stati Uniti e  Germania le realtà che offrono le opportunità migliori per la sperimentazione della sortition a livello centrale piuttosto che periferico.

Inoltre: “John Burnheim in his book Is Democracy possible?  (2006)

defends sortition from a pool of volunteers as a way of ensuring that those who care the most(…) are the ones who make decisions”. L’accademico americano Fishkin, il quale ricevette molta attenzione, sia verso il 1992 (epoca della clamorosa proposta di democrazia diretta di Ross Perot, candidato alla Casa Bianca (v. succitato articolo di ‘Internauta’), sia con un lavoro del 2009, ha ingegnerizzato un vero e proprio progetto. Tra l’altro valorizza un aspetto particolare: le figure pubbliche scelte dal sorteggio possono venire agevolmente addestrate e documentate per lo svolgimento delle loro funzioni.

La democrazia rappresentativa è un ossimoro: questa la tesi avanzata in varie sedi da Etienne Chouard. Molti Kleroterians hanno insistito in varie sedi sul potenziale del sorteggio di spezzare il millenario legame tra classe di governo e  potere economico.

“Lottery as a Democratic Institution” contiene molti riferimenti a posizioni di pensiero estranee alle proprie linee di ricerca. Cita per esempio “the magnitude of the perceived need for sortive measures” evidenziata  da studiosi quali Mueller et al. (1972), Sutherland (2004), Callenbach & Phillips (2008).  Addita punti di vista divergenti: ci sono politologi che considerano ottimale, al vertice delle istituzioni deliberative, la convivenza tra una Camera eletta e un’altra sorteggiata. Barnett e Carty  (2008) ipotizzano che in futuro siano i Lords a spartire con un’assemblea randomcratica la funzione legislativa (analoga proposta ha fatto recentemente il costituzionalista italiano Michele Ainis, non sappiamo se solo sul “Corriere della Sera” o anche, come è verosimile, in sede scientifica). Nel 2008 Callenbach e Phillips sostennero essere la statunitense House of Representatives l’assemblea  idonea ad essere in futuro composta di sorteggiati. Altri (Goodwin, 2005), riflette che sono le assemblee costituenti che sarà opportuno siano reclutate  random.

Il Rapporto sottolinea che “the main line of critical thought, from  Michels in 1915 (dimostrò l’inevitabile involuzione oligarchica del sistema dei partiti) to Schumpeter (2010) is that liberal democracy encourages government, not by the people, but by competing elites”. Instead “sortition brings participation, is corruption-proof, is anti-factional and anti-partisan”.

Il prof. Peter Stone, oltre a partecipare dal Trinity College di Dublino alla stesura del Rapporto sul sorteggio, ha riferito sul progetto irlandese “We the Citizens”, illustrato da Farrell e Sutter. Più ancora, ha annunciato il progetto del governo dell’Irlanda di convocare un’iniziativa ufficiale: una ‘Convention’ di 66 membri sorteggiati e 33 membri elettivi del Parlamento che delibererebbe su una serie di questioni politiche: l’abbassamento a 17 anni dell’età per votare, l’accorciamento da 7 a 5 anni del mandato del presidente della Repubblica, ed altre.

E’ stata anche menzionata l’attività in Belgio del G1000 Forum, iniziativa che sembra particolarmente valorizzare le possibilità politiche dei media elettronici. In questa sede non disponiamo di altre informazioni sul G1000; in particolare non sappiamo se affronta o no le possibilità, ormai mature e vaste, di realizzare per via telematica la partecipazione politica di segmenti più o meno larghi di popolazione. Non sarebbe incompatibile col funzionamento di assemblee o organismi  sia elettivi, sia espressi dal sorteggio.

Abbiamo riferito in modo più episodico che sistematico sul lavoro dei Kleroterians, sul Workshop di Dublino sulla sortition e sul rapporto “The Lottery as a Democratic Institution” prodotto da Stone, Dowlen e Delannoi. Il blog del coordinatore irlandese è:     Segnaliamo anche il sito   http:// equalitybylot. wordpress.com/

L’impegno dei Kleroterians è stato finora scientifico: la necessaria e propedeutica definizione dottrinale. Essi non hanno ancora tentato di individuare le condizioni nelle quali la sortition potrà essere promossa come concreto obiettivo politico. I Paesi in cui agiscono i tre autori del Rapporto sono contraddistinti da assetti forti e saldi. E’ probabile  che le condizioni decisive per il deperimento della democrazia rappresentativa saranno offerte dalle evoluzioni economico-sociali, nonché dalle crisi di uno o più paesi a vocazione innovativa più spiccata, o ad assetto politico meno stabile.

In un senso come nell’altro potrà risultare in prima fila il paese, l’Italia, che è retto dal peggiore tra i sistemi politici dell’Occidente; e che ha fama d’essere inventivo, ma finora ha contribuito meno all’elaborazione di un pensiero sulla democrazia semidiretta, ossia vera.

A.M.Calderazzi

LE RICERCHE PER CAMBIARE DEMOCRAZIA LA DANNO VINTA AL SORTEGGIO DIGITALE

Nel pezzo “Tempo di democrazia semidiretta” (Internauta gennaio) si sostiene che in Italia la rappresentanza della sovranità popolare attraverso le elezioni sta agonizzando. Tra l’altro la XVI Indagine Demos per ‘Repubblica’ ha accertato, secondo Ilvo Diamanti, che per il 42% del campione la democrazia può funzionare senza i partiti; che oltre il 30%  ritiene si possa rinunciare del tutto alla democrazia; che solo il 7,1% ha fiducia nel Parlamento, il 5,1% nei partiti.  Si è sostenuto che queste risultanze non sono negative, visto che la nostra non è una democrazia ma una oligarchia di ladri. Nei maggior paesi dell’Occidente le prospettive del sistema parlamentare sono alquanto meno nere perché i contesti non sono altrettanto corrotti o malati.

Questo non vuol dire che all’estero non si aspiri a migliorare la democrazia. Infatti è fuori d’Italia che sta avanzando l’esplorazione di alternative al parlamentarismo deteriore, alternative che si riassumono in numerose varianti della democrazia semidiretta praticata 25 secoli fa nelle città del ‘sistema’ di Atene. Sono varianti -una di esse vige in Svizzera- realizzabili, verosimilmente in ambiente digitale, nelle condizioni del III millennio.

Gli USA aprirono per primi questa esplorazione “neo-ateniese” ventidue anni fa, quando Ross Perot si presentò candidato ‘third party’ alla Casa  Bianca con la proposta “se sarò eletto esporrò alla Tv le questioni su cui decidere direttamente ai cittadini; essi ‘who own America‘ esprimeranno la loro volontà con tutti i mezzi disponibili, tra cui la Tv interattiva (Internet non esisteva-NdR), e il mio governo attuerà. I parlamentari che contrasteranno la volontà popolare non saranno rieletti.

Ross Perot non andò alla Casa Bianca, però ottenne metà dei voti del presidente uscente (Bush senior) e il mondo seppe che la fede degli americani nel meccanismo elettorale non era più inconcussa. Quasi tutti i media internazionali dibatterono le ipotesi di democrazia diretta profilatesi a valle di Perot. Un politico  ambizioso, il vicepresidente Al Gore, additò la prospettiva di una ‘Neo-Athenian democracy”. Poi sembrò non accadere più nulla. L’esplorazione apparve finita. Eppure oggi:

-49 su 50 Stati dell’Unione sanciscono in linea di principio la superiorità del referendum sulle assemblee legislative;

– 24 Stati riconoscono a questa o quella istanza di democrazia diretta il potere di emendare i testi costituzionali e/o legislativi;

-una ventina di Stati attribuiscono ai cittadini il diritto di revocare (recall)  gli eletti;

-nel New England numerose piccole municipalità mantengono in vita l’istituto del “town meeting”: tutti i residenti deliberano direttamente.

Dovunque nel mondo i numeri della demografia siano troppo elevati per un ‘ritorno ad Atene’, una parte della teoria politica nordamericana ed europea è pervenuta a configurare la “soluzione randomcratica”, cioè il sorteggio a caso (random) di campioni di popolo detentori della sovranità: così come nei paesi evoluti l’amministrazione della giustizia penale spetta al popolo, il quale la esercita -a parte la funzione tecnica dei giudici togati- attraverso giurie sorteggiate tra tutti i cittadini in possesso di determinati requisiti. La giuria, non il magistrato, decide guilty/not guilty. Negli USA si è posta l’attenzione sul concetto di “macrogiuria” detentrice della sovranità al posto degli eletti. In Europa si è escogitata la formula del “minipopulus”.

In più gli Stati Uniti hanno allargato la ricerca e il dibattito sulla E-Democracy (democr.dir. elettronica o digitale). Il Florida Institute of Technology ha già implementato software che consentono la deliberazione simultanea di tutti i cittadini.

In almeno due dozzine di paesi del mondo sono state avviate iniziative più o meno sperimentali, propagandistiche o pre-operative, di E-democracy: tra gli altri Irlanda, Canada, Regno Unito, Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Svezia, Finlandia, Russia, Ungheria, Grecia, perfino Uganda. La Svizzera è a parte: si definisce da sempre costituzionalmente una democrazia semidiretta (è sovrano il popolo non il parlamento); ma non si sottrae alla ricerca degli aggiornamenti imposti dall’era di Internet.

La bibliografia internazionale in argomento è ormai vasta. Riferiremo prossimamente su iniziative -prima fra tutte quella dei “Kleroterians” riguardanti in particolare il sorteggio, cioè la soluzione randomcratica. L’Italia è molto indietro: solo un po’ di libri, piccoli conati qua e là schiacciati dagli scherni di un pensiero unico di matrice cinico-ignorante. Tra le disfunctional democracies  è la peggiore. D’altra  parte l’Italia ha fama o pretesa d’essere stata nei millenni spiccatamente creativa. In effetti inventò parecchio: dall’impero romano all’opera lirica, da questa o quella pratica mercantile/bancaria al Rinascimento (con relativi pontefici imparentati con Satana), dall’estro speciale degli stilisti omosessuali al fascismo (fece scuola). Oggi la Penisola è accreditata di poco più della progettazione  del berlusconismo/antiberlusconismo: forse si riscatterà.

Chi scrive fu, salvo errore, primo nello Stivale a ipotizzare anni fa una soluzione randomcratica basata su una “ipercittadinanza” (‘attiva’, o ‘sovrana’) ristretta, composta cioè di circa mezzo milione di supercittadini  sorteggiati (per turni brevi da un computer centrale della magistratura, quindi a rotazione ravvicinata) tra persone in possesso di requisiti voluti. Tali supercittadini, oltre ad essere sorteggiabili in grado secondo, terzo, etc. -secondo il crescere e la rarità delle qualificazioni possedute- per funzioni deliberative e di governo sempre più esigenti-parteciperebbero per via telematica alla deliberazione. Eliminata in toto la delega elettorale e azzerati i politici professionali, si ricreerebbero le condizioni che fecero fiorire la Polis retta a democrazia diretta.

Al cuore di qualsiasi assetto randomcratico è dunque il sorteggio tra i più qualificati, oggettivamente meritevoli (p.es., chi ha fatto vero volontariato per almeno ‘x’ anni). Come vedremo, sul sorteggio –sortition, lottery e varianti-si concentra tra Dublino, Londra e Parigi, Londra e Dublino la ricerca degli accademici Peter Stone, Oliver Dowlen e Gil Delannoi e Stone (continua).

A.M.Calderazzi

L’ORA DELLA DEMOCRAZIA SEMIDIRETTA: QUELLA RAPPRESENTATIVA AGONIZZA

Certe disfatte del regime, somiglianti a Caporetto, meglio farle raccontare a ‘Repubblica’ che è il ‘Voelkischer Beobachter’ (l’organo del partito nazional-socialista) o la ‘Pravda’ della partitocrazia. Dunque, lo sapete già: “Gli italiani confermano la loro sfiducia nel sistema dei partiti. Sono le indicazioni che vengono dalla XVI indagine Demos per ‘Repubblica’”. Per il curatore, professor Ilvo Diamanti, “il distacco profondo dalle istituzioni politiche e di governo non è un fatto nuovo, ma colpisce per le proporzioni che ha assunto”.

“Le sedi del governo centrale e locale, rispetto a un anno fa, hanno perso ulteriormente credito, come il presidente della Repubblica (quasi 6 punti in meno). E se il parlamento e gli stessi partiti hanno perduto pochi consensi è solo perché non hanno più molto da perdere. Non deve sorprendere allora che si parli in modo aperto di crisi della democrazia rappresentativa, visto che i partiti e il Parlamento appaiono delegittimati. D’altra parte quasi metà degli italiani pensa che la democrazia sia possibile anche senza i partiti. Forse, implicitamente, che gli stessi partiti siano un problema per la democrazia. Mentre oltre il 30% ritiene che si possa rinunciare alla democrazia”.

Ancora: “Il bilancio tratteggiato dagli italiani intervistati da Demos appare drammatico più che serio, sotto tutti i profili. Se le attese per l’anno che verrà sembrano (un po’) migliori, probabilmente è perché sperare non costa niente. E comunque, peggio di così…”.

“Da ciò il paradosso: una società effervescente e in movimento in un Paese senza riferimenti, sfiduciato di fronte a istituzioni senza fiducia. Ma il contrasto è solo apparente. La mobilitazione della società costituisce in parte una reazione “alla” sfiducia. Riflette la ricerca di risposte attraverso l’impegno personale e collettivo. Senza rassegnarsi. Insieme. La mobilitazione dei cittadini sottende anche una reazione “di” sfiducia: contro gli attori e le istituzioni della democrazia rappresentativa. Un fenomeno canalizzato, alle elezioni politiche, dal M5S”.

“Dietro a tanto ‘movimento’ della società si intuisce il vuoto lasciato dagli attori e dalle istituzioni rappresentative. Non a caso 3 italiani su 4 si dicono d’accordo coll’elezione diretta del presidente della Repubblica. Il clima ‘antipolitico’ che invade l’Italia in questo passaggio d’anno (e, forse, d’epoca) evoca il vuoto di politica e, al tempo stesso, evoca una domanda di politica molto estesa. E altrettanto delusa. Non può durare ancora a lungo, tutto ciò, senza conseguenze”.

Infine: “I nemici della democrazia rappresentativa non sono solo coloro che la osteggiano apertamente. Ma soprattutto coloro che la tradiscono. Perché la rappresentano in modo irresponsabile (…) A differenza del passato, non solo recente, oggi non si salva nessuno. E nessuno ci salva. Non cè più un Presidente a cui affidarsi”. Fin qui le testuali valutazioni di Ilvo Diamanti. Quella che fa più sensazione è “Oltre il 30% ritiene che si possa rinunciare alla democrazia”.

Aveva la voce spezzata stamattina una beghina, o talebana, della Costituzione che alla RAI telefonava il suo orrore: “La democrazia è un bene supremo!” Lo strazio è comico, però sarebbe giustificato se ciò che abbiamo fosse la democrazia. Invece è l’estremo dell’impostura, è un saccheggio ininterrotto da 68 anni, è una gomorra e camorra disgustosa. Chi si straccia le vesti non si accorge del ridicolo che produce. La ricerca Demos ha chiesto al campione “Quanta fiducia prova nei confronti dei partiti?”. Risposta: “il 5,1%”. Altri sondaggi hanno dato il 2%. Le beghine/talebane lo sanno da molti anni. Si torcono le mani disperate, ma è una finta.

Magari non è tutta colpa degli attuali appaltatori del sistema: anche dei millenni della nostra storia. Una micidiale vignetta di Ellekappa dice: “Sorge un dubbio inquietante: è l’Italia che fa l’uomo ladro?”. In qualche misura sì, è l’Italia. Come guariremo l’Italia: con dei girotondi? con la comicità da orticaria di Benigni? moltiplicando le primarie? coi quaresimali furfanteschi del Colle?

Spiegava Giovanni Giolitti: “Se sono sarto e viene un cliente gobbo, gli faccio la giacca con la gobba”. Chi prenderemo sul serio, le beghine/talebane della Costituzione (un lillipuziano tot delle quali si immolerebbe a difesa delle urne, come a Masada fecero gli Zeloti), oppure quel 95 o 98% degli italiani cui l’andazzo  non potrebbe fare più schifo?

Il rilassante Giovenale alla tisana che si firma Massimo Gramellini constata: “Non ci si indigna più neppure di fronte agli  scandali più clamorosi. E’ come fossimo anestetizzati. Anche andando indietro negli anni ci imbattiamo sempre in storie di scandali, tangenti e ruberie. L’esercizio del potere corrompe”. Per non conturbare il suo immenso pubblico di panciafichisti subalpini, Giovenale addita “l’unica soluzione realistica e non demagogica: limitare il tempo in cui uno svolge determinate funzioni. Come succede in altri paesi, si sta  al servizio della comunità al massimo per 10 anni”.  Cioè: i nostri politici ladri sfiguriamoli coll’acido muriatico, diluito però quanto basta perché  la distruzione dei tessuti si limiti a un leggero prurito.

Scandali tangenti ruberie. Questo essendo la ns/democrazia rappresentativa, è logico che gli italiani se ne curino sempre meno. Non potendo cambiare gli italiani, non resta che cambiare democrazia. E’ vitale che non sia più rappresentativa, cioè frode dei professionisti delle urne. Volendo scartare la dittatura, che altro potrà essere la democrazia di ricambio se non semi-diretta? Rifiutando di sperimentarla ci condanneremmo all’alternativa tradizionale rispetto alla necrosi: il golpe militare.

Nelle ultime settimane, è vero, ha preso piede -poco: un piedino- l’ipotesi “leaderistica”: un assetto basato sul ruolo eminente di un gestore che sia forte com’è forte il regista di un film. Lo si è fatto più volte, da prima di Pericle a de Gaulle. Però faremmo meno fatica a cancellare la delega elettorale e ad azzerare i politici di carriera. Come? Scegliendo a sorte dall’anagrafe un’élite (p.es. cinquecentomila persone) di “supercittadini” (cittadini attivi o sovrani) per turni brevi, e facendoli ruotare al potere, sempre per mandati di pochi mesi non rinnovabili. Governerebbero e legifererebbero sotto il controllo permanente di altri supercittadini anch’essi scelti a sorte e a turno, nonché di chiunque sappia digitare su un computer.

Il diritto pubblico definisce la Svizzera una democrazia semi-diretta, con prestazioni insolitamente buone. Muovere dall’esperienza elvetica per spostare avanti l’innovazione, prendendo atto delle conquiste telematiche, non sarebbe il meno temerario degli esperimenti veri?

Antonio Massimo Calderazzi 

PIUTTOSTO CHE GRILLO, MEGLIO LA CASTA

Dopo 20 anni di Berlusconismo, di politica peggio che miope, di irrazionalità economica e legislativa, di sfascio di ogni tentativo di approfondimento e reale conoscenza dei problemi, di mancate riforme, di promesse mai mantenute, di figuracce internazionali, dopo 20 anni di schifo insomma, prendersela con Berlusconi prima e con la casta politica poi è molto comodo ma scorretto. Come sempre, se si cerca un colpevole basta guardarsi allo specchio. Chi ha qualche anno di più forse dovrebbe guardarsi con cipiglio più severo. Perché chi ebbe le colpe di consentire quel degrado, in molti casi ora ha la colpa di aver individuato una toppa peggiore del buco.

Prima degli ultimi avvenimenti politici, diciamo fino ancora a poco più di due anni fa, sembrava legittimo voler cambiare alla radice il funzionamento del sistema, aumentare il tasso di democrazia diretta, accompagnandolo ad una miglior selezione meritocratica anche della rappresentanza politica, sembrava che la distruzione dell’esistente fosse auspicabile per poter finalmente tornare a respirare, senza il peso soffocante sul petto delle incrostazioni accumulatesi negli anni passati.

Poi è cambiato tutto. Quelle bandiere, che ad alcuni sembrava giusto impugnare e sventolare in nome di un ritorno ad una politica più illuminata, lungimirante, razionale, “migliore” diciamo, sono state raccolte dalla più becera e diffusa forma di populismo che l’Italia abbia conosciuto dai tempi del fascismo: il Movimento 5 Stelle. Tale e tanto è stato l’orrore che l’ignoranza, il qualunquismo e l’aggressività di questa accozzaglia di persone per bene, ignoranti in buona fede e imbecilli patentati (tutti accomunati dall’essere niente senza il loro capopopolo che insuffla il verbo e il consenso dentro di loro) da rendere giustificata una reazione opposta a quella immaginata in principio.

Addio progetti di riforma del sistema democratico, addio vento del cambiamento rivoluzionario. Se le mani che si immergeranno nella cosa pubblica per sconvolgerla e riformarla saranno quelle di Grillo, Casaleggio e dei suoi scherani, preferiamo tenerci l’esistente: ai pazzi vanno preferiti i corrotti. Alle forche in piazza vanno preferite le mazzette, con buona pace dei moralisti e dei tribuni che affollano televisioni e giornali.

Piuttosto che i barbari, che sfruttando idee sulla carta valide, pensano di trasformare la Repubblica in una dittatura del popolo bue, la democrazia in un sistema in cui la mia opinione di profano ha lo stesso peso di quella di un esperto – “tanto gli esperti sono tutti prezzolati” -, piuttosto che questa deriva protofascista e neo-luddista, tanto vale tenersi la casta e le sue nefandezze.

Certo, sarebbe auspicabile che una via di mezzo venisse trovata. Ma nell’impossibilità di affidarsi a persone che hanno già ampiamente dimostrato la propria pochezza politica, e la potenziale pericolosità della loro cieca obbedienza al capo (liste di proscrizione, censura del dissenso, culto del leader, infallibilità del suddetto, squadrismo verbale contro l’avversario etc), la via che si intravede come più probabile è che siano proprio i corrotti epigoni della casta a fare qualcosa di buono, pungolati da questi barbari (che almeno in negativo sembrano avere un qualche ruolo utile).

Insomma, l’ultima speranza per l’Italia non risiede certo nel grillismo, ma nel fatto che il resto del sistema politico – che per contrasto sembra ora meno indecente -, spaventato dal mostro, faccia finalmente qualcosa di utile.

Muscardins