LE RICERCHE PER CAMBIARE DEMOCRAZIA LA DANNO VINTA AL SORTEGGIO DIGITALE

Nel pezzo “Tempo di democrazia semidiretta” (Internauta gennaio) si sostiene che in Italia la rappresentanza della sovranità popolare attraverso le elezioni sta agonizzando. Tra l’altro la XVI Indagine Demos per ‘Repubblica’ ha accertato, secondo Ilvo Diamanti, che per il 42% del campione la democrazia può funzionare senza i partiti; che oltre il 30%  ritiene si possa rinunciare del tutto alla democrazia; che solo il 7,1% ha fiducia nel Parlamento, il 5,1% nei partiti.  Si è sostenuto che queste risultanze non sono negative, visto che la nostra non è una democrazia ma una oligarchia di ladri. Nei maggior paesi dell’Occidente le prospettive del sistema parlamentare sono alquanto meno nere perché i contesti non sono altrettanto corrotti o malati.

Questo non vuol dire che all’estero non si aspiri a migliorare la democrazia. Infatti è fuori d’Italia che sta avanzando l’esplorazione di alternative al parlamentarismo deteriore, alternative che si riassumono in numerose varianti della democrazia semidiretta praticata 25 secoli fa nelle città del ‘sistema’ di Atene. Sono varianti -una di esse vige in Svizzera- realizzabili, verosimilmente in ambiente digitale, nelle condizioni del III millennio.

Gli USA aprirono per primi questa esplorazione “neo-ateniese” ventidue anni fa, quando Ross Perot si presentò candidato ‘third party’ alla Casa  Bianca con la proposta “se sarò eletto esporrò alla Tv le questioni su cui decidere direttamente ai cittadini; essi ‘who own America‘ esprimeranno la loro volontà con tutti i mezzi disponibili, tra cui la Tv interattiva (Internet non esisteva-NdR), e il mio governo attuerà. I parlamentari che contrasteranno la volontà popolare non saranno rieletti.

Ross Perot non andò alla Casa Bianca, però ottenne metà dei voti del presidente uscente (Bush senior) e il mondo seppe che la fede degli americani nel meccanismo elettorale non era più inconcussa. Quasi tutti i media internazionali dibatterono le ipotesi di democrazia diretta profilatesi a valle di Perot. Un politico  ambizioso, il vicepresidente Al Gore, additò la prospettiva di una ‘Neo-Athenian democracy”. Poi sembrò non accadere più nulla. L’esplorazione apparve finita. Eppure oggi:

-49 su 50 Stati dell’Unione sanciscono in linea di principio la superiorità del referendum sulle assemblee legislative;

– 24 Stati riconoscono a questa o quella istanza di democrazia diretta il potere di emendare i testi costituzionali e/o legislativi;

-una ventina di Stati attribuiscono ai cittadini il diritto di revocare (recall)  gli eletti;

-nel New England numerose piccole municipalità mantengono in vita l’istituto del “town meeting”: tutti i residenti deliberano direttamente.

Dovunque nel mondo i numeri della demografia siano troppo elevati per un ‘ritorno ad Atene’, una parte della teoria politica nordamericana ed europea è pervenuta a configurare la “soluzione randomcratica”, cioè il sorteggio a caso (random) di campioni di popolo detentori della sovranità: così come nei paesi evoluti l’amministrazione della giustizia penale spetta al popolo, il quale la esercita -a parte la funzione tecnica dei giudici togati- attraverso giurie sorteggiate tra tutti i cittadini in possesso di determinati requisiti. La giuria, non il magistrato, decide guilty/not guilty. Negli USA si è posta l’attenzione sul concetto di “macrogiuria” detentrice della sovranità al posto degli eletti. In Europa si è escogitata la formula del “minipopulus”.

In più gli Stati Uniti hanno allargato la ricerca e il dibattito sulla E-Democracy (democr.dir. elettronica o digitale). Il Florida Institute of Technology ha già implementato software che consentono la deliberazione simultanea di tutti i cittadini.

In almeno due dozzine di paesi del mondo sono state avviate iniziative più o meno sperimentali, propagandistiche o pre-operative, di E-democracy: tra gli altri Irlanda, Canada, Regno Unito, Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Svezia, Finlandia, Russia, Ungheria, Grecia, perfino Uganda. La Svizzera è a parte: si definisce da sempre costituzionalmente una democrazia semidiretta (è sovrano il popolo non il parlamento); ma non si sottrae alla ricerca degli aggiornamenti imposti dall’era di Internet.

La bibliografia internazionale in argomento è ormai vasta. Riferiremo prossimamente su iniziative -prima fra tutte quella dei “Kleroterians” riguardanti in particolare il sorteggio, cioè la soluzione randomcratica. L’Italia è molto indietro: solo un po’ di libri, piccoli conati qua e là schiacciati dagli scherni di un pensiero unico di matrice cinico-ignorante. Tra le disfunctional democracies  è la peggiore. D’altra  parte l’Italia ha fama o pretesa d’essere stata nei millenni spiccatamente creativa. In effetti inventò parecchio: dall’impero romano all’opera lirica, da questa o quella pratica mercantile/bancaria al Rinascimento (con relativi pontefici imparentati con Satana), dall’estro speciale degli stilisti omosessuali al fascismo (fece scuola). Oggi la Penisola è accreditata di poco più della progettazione  del berlusconismo/antiberlusconismo: forse si riscatterà.

Chi scrive fu, salvo errore, primo nello Stivale a ipotizzare anni fa una soluzione randomcratica basata su una “ipercittadinanza” (‘attiva’, o ‘sovrana’) ristretta, composta cioè di circa mezzo milione di supercittadini  sorteggiati (per turni brevi da un computer centrale della magistratura, quindi a rotazione ravvicinata) tra persone in possesso di requisiti voluti. Tali supercittadini, oltre ad essere sorteggiabili in grado secondo, terzo, etc. -secondo il crescere e la rarità delle qualificazioni possedute- per funzioni deliberative e di governo sempre più esigenti-parteciperebbero per via telematica alla deliberazione. Eliminata in toto la delega elettorale e azzerati i politici professionali, si ricreerebbero le condizioni che fecero fiorire la Polis retta a democrazia diretta.

Al cuore di qualsiasi assetto randomcratico è dunque il sorteggio tra i più qualificati, oggettivamente meritevoli (p.es., chi ha fatto vero volontariato per almeno ‘x’ anni). Come vedremo, sul sorteggio –sortition, lottery e varianti-si concentra tra Dublino, Londra e Parigi, Londra e Dublino la ricerca degli accademici Peter Stone, Oliver Dowlen e Gil Delannoi e Stone (continua).

A.M.Calderazzi

L’ORA DELLA DEMOCRAZIA SEMIDIRETTA: QUELLA RAPPRESENTATIVA AGONIZZA

Certe disfatte del regime, somiglianti a Caporetto, meglio farle raccontare a ‘Repubblica’ che è il ‘Voelkischer Beobachter’ (l’organo del partito nazional-socialista) o la ‘Pravda’ della partitocrazia. Dunque, lo sapete già: “Gli italiani confermano la loro sfiducia nel sistema dei partiti. Sono le indicazioni che vengono dalla XVI indagine Demos per ‘Repubblica’”. Per il curatore, professor Ilvo Diamanti, “il distacco profondo dalle istituzioni politiche e di governo non è un fatto nuovo, ma colpisce per le proporzioni che ha assunto”.

“Le sedi del governo centrale e locale, rispetto a un anno fa, hanno perso ulteriormente credito, come il presidente della Repubblica (quasi 6 punti in meno). E se il parlamento e gli stessi partiti hanno perduto pochi consensi è solo perché non hanno più molto da perdere. Non deve sorprendere allora che si parli in modo aperto di crisi della democrazia rappresentativa, visto che i partiti e il Parlamento appaiono delegittimati. D’altra parte quasi metà degli italiani pensa che la democrazia sia possibile anche senza i partiti. Forse, implicitamente, che gli stessi partiti siano un problema per la democrazia. Mentre oltre il 30% ritiene che si possa rinunciare alla democrazia”.

Ancora: “Il bilancio tratteggiato dagli italiani intervistati da Demos appare drammatico più che serio, sotto tutti i profili. Se le attese per l’anno che verrà sembrano (un po’) migliori, probabilmente è perché sperare non costa niente. E comunque, peggio di così…”.

“Da ciò il paradosso: una società effervescente e in movimento in un Paese senza riferimenti, sfiduciato di fronte a istituzioni senza fiducia. Ma il contrasto è solo apparente. La mobilitazione della società costituisce in parte una reazione “alla” sfiducia. Riflette la ricerca di risposte attraverso l’impegno personale e collettivo. Senza rassegnarsi. Insieme. La mobilitazione dei cittadini sottende anche una reazione “di” sfiducia: contro gli attori e le istituzioni della democrazia rappresentativa. Un fenomeno canalizzato, alle elezioni politiche, dal M5S”.

“Dietro a tanto ‘movimento’ della società si intuisce il vuoto lasciato dagli attori e dalle istituzioni rappresentative. Non a caso 3 italiani su 4 si dicono d’accordo coll’elezione diretta del presidente della Repubblica. Il clima ‘antipolitico’ che invade l’Italia in questo passaggio d’anno (e, forse, d’epoca) evoca il vuoto di politica e, al tempo stesso, evoca una domanda di politica molto estesa. E altrettanto delusa. Non può durare ancora a lungo, tutto ciò, senza conseguenze”.

Infine: “I nemici della democrazia rappresentativa non sono solo coloro che la osteggiano apertamente. Ma soprattutto coloro che la tradiscono. Perché la rappresentano in modo irresponsabile (…) A differenza del passato, non solo recente, oggi non si salva nessuno. E nessuno ci salva. Non cè più un Presidente a cui affidarsi”. Fin qui le testuali valutazioni di Ilvo Diamanti. Quella che fa più sensazione è “Oltre il 30% ritiene che si possa rinunciare alla democrazia”.

Aveva la voce spezzata stamattina una beghina, o talebana, della Costituzione che alla RAI telefonava il suo orrore: “La democrazia è un bene supremo!” Lo strazio è comico, però sarebbe giustificato se ciò che abbiamo fosse la democrazia. Invece è l’estremo dell’impostura, è un saccheggio ininterrotto da 68 anni, è una gomorra e camorra disgustosa. Chi si straccia le vesti non si accorge del ridicolo che produce. La ricerca Demos ha chiesto al campione “Quanta fiducia prova nei confronti dei partiti?”. Risposta: “il 5,1%”. Altri sondaggi hanno dato il 2%. Le beghine/talebane lo sanno da molti anni. Si torcono le mani disperate, ma è una finta.

Magari non è tutta colpa degli attuali appaltatori del sistema: anche dei millenni della nostra storia. Una micidiale vignetta di Ellekappa dice: “Sorge un dubbio inquietante: è l’Italia che fa l’uomo ladro?”. In qualche misura sì, è l’Italia. Come guariremo l’Italia: con dei girotondi? con la comicità da orticaria di Benigni? moltiplicando le primarie? coi quaresimali furfanteschi del Colle?

Spiegava Giovanni Giolitti: “Se sono sarto e viene un cliente gobbo, gli faccio la giacca con la gobba”. Chi prenderemo sul serio, le beghine/talebane della Costituzione (un lillipuziano tot delle quali si immolerebbe a difesa delle urne, come a Masada fecero gli Zeloti), oppure quel 95 o 98% degli italiani cui l’andazzo  non potrebbe fare più schifo?

Il rilassante Giovenale alla tisana che si firma Massimo Gramellini constata: “Non ci si indigna più neppure di fronte agli  scandali più clamorosi. E’ come fossimo anestetizzati. Anche andando indietro negli anni ci imbattiamo sempre in storie di scandali, tangenti e ruberie. L’esercizio del potere corrompe”. Per non conturbare il suo immenso pubblico di panciafichisti subalpini, Giovenale addita “l’unica soluzione realistica e non demagogica: limitare il tempo in cui uno svolge determinate funzioni. Come succede in altri paesi, si sta  al servizio della comunità al massimo per 10 anni”.  Cioè: i nostri politici ladri sfiguriamoli coll’acido muriatico, diluito però quanto basta perché  la distruzione dei tessuti si limiti a un leggero prurito.

Scandali tangenti ruberie. Questo essendo la ns/democrazia rappresentativa, è logico che gli italiani se ne curino sempre meno. Non potendo cambiare gli italiani, non resta che cambiare democrazia. E’ vitale che non sia più rappresentativa, cioè frode dei professionisti delle urne. Volendo scartare la dittatura, che altro potrà essere la democrazia di ricambio se non semi-diretta? Rifiutando di sperimentarla ci condanneremmo all’alternativa tradizionale rispetto alla necrosi: il golpe militare.

Nelle ultime settimane, è vero, ha preso piede -poco: un piedino- l’ipotesi “leaderistica”: un assetto basato sul ruolo eminente di un gestore che sia forte com’è forte il regista di un film. Lo si è fatto più volte, da prima di Pericle a de Gaulle. Però faremmo meno fatica a cancellare la delega elettorale e ad azzerare i politici di carriera. Come? Scegliendo a sorte dall’anagrafe un’élite (p.es. cinquecentomila persone) di “supercittadini” (cittadini attivi o sovrani) per turni brevi, e facendoli ruotare al potere, sempre per mandati di pochi mesi non rinnovabili. Governerebbero e legifererebbero sotto il controllo permanente di altri supercittadini anch’essi scelti a sorte e a turno, nonché di chiunque sappia digitare su un computer.

Il diritto pubblico definisce la Svizzera una democrazia semi-diretta, con prestazioni insolitamente buone. Muovere dall’esperienza elvetica per spostare avanti l’innovazione, prendendo atto delle conquiste telematiche, non sarebbe il meno temerario degli esperimenti veri?

Antonio Massimo Calderazzi 

PIUTTOSTO CHE GRILLO, MEGLIO LA CASTA

Dopo 20 anni di Berlusconismo, di politica peggio che miope, di irrazionalità economica e legislativa, di sfascio di ogni tentativo di approfondimento e reale conoscenza dei problemi, di mancate riforme, di promesse mai mantenute, di figuracce internazionali, dopo 20 anni di schifo insomma, prendersela con Berlusconi prima e con la casta politica poi è molto comodo ma scorretto. Come sempre, se si cerca un colpevole basta guardarsi allo specchio. Chi ha qualche anno di più forse dovrebbe guardarsi con cipiglio più severo. Perché chi ebbe le colpe di consentire quel degrado, in molti casi ora ha la colpa di aver individuato una toppa peggiore del buco.

Prima degli ultimi avvenimenti politici, diciamo fino ancora a poco più di due anni fa, sembrava legittimo voler cambiare alla radice il funzionamento del sistema, aumentare il tasso di democrazia diretta, accompagnandolo ad una miglior selezione meritocratica anche della rappresentanza politica, sembrava che la distruzione dell’esistente fosse auspicabile per poter finalmente tornare a respirare, senza il peso soffocante sul petto delle incrostazioni accumulatesi negli anni passati.

Poi è cambiato tutto. Quelle bandiere, che ad alcuni sembrava giusto impugnare e sventolare in nome di un ritorno ad una politica più illuminata, lungimirante, razionale, “migliore” diciamo, sono state raccolte dalla più becera e diffusa forma di populismo che l’Italia abbia conosciuto dai tempi del fascismo: il Movimento 5 Stelle. Tale e tanto è stato l’orrore che l’ignoranza, il qualunquismo e l’aggressività di questa accozzaglia di persone per bene, ignoranti in buona fede e imbecilli patentati (tutti accomunati dall’essere niente senza il loro capopopolo che insuffla il verbo e il consenso dentro di loro) da rendere giustificata una reazione opposta a quella immaginata in principio.

Addio progetti di riforma del sistema democratico, addio vento del cambiamento rivoluzionario. Se le mani che si immergeranno nella cosa pubblica per sconvolgerla e riformarla saranno quelle di Grillo, Casaleggio e dei suoi scherani, preferiamo tenerci l’esistente: ai pazzi vanno preferiti i corrotti. Alle forche in piazza vanno preferite le mazzette, con buona pace dei moralisti e dei tribuni che affollano televisioni e giornali.

Piuttosto che i barbari, che sfruttando idee sulla carta valide, pensano di trasformare la Repubblica in una dittatura del popolo bue, la democrazia in un sistema in cui la mia opinione di profano ha lo stesso peso di quella di un esperto – “tanto gli esperti sono tutti prezzolati” -, piuttosto che questa deriva protofascista e neo-luddista, tanto vale tenersi la casta e le sue nefandezze.

Certo, sarebbe auspicabile che una via di mezzo venisse trovata. Ma nell’impossibilità di affidarsi a persone che hanno già ampiamente dimostrato la propria pochezza politica, e la potenziale pericolosità della loro cieca obbedienza al capo (liste di proscrizione, censura del dissenso, culto del leader, infallibilità del suddetto, squadrismo verbale contro l’avversario etc), la via che si intravede come più probabile è che siano proprio i corrotti epigoni della casta a fare qualcosa di buono, pungolati da questi barbari (che almeno in negativo sembrano avere un qualche ruolo utile).

Insomma, l’ultima speranza per l’Italia non risiede certo nel grillismo, ma nel fatto che il resto del sistema politico – che per contrasto sembra ora meno indecente -, spaventato dal mostro, faccia finalmente qualcosa di utile.

Muscardins

PURCHE’ RENZI NON LO SPOLPINO I PIRAGNA DEL SISTEMA

Premessa: il Pd non poteva non darsi al Gonfaloniere fiorentino. Avesse preferito Cuperlo, sarebbe stato un testamento col notaio al capezzale, un’ultima volontà dettata prima della mummificazione.

Tuttavia abbiamo poche certezze su quelle che saranno le opere, anzi le gesta del Sindaco. Forse ci sarà la rottamazione degli oligarchi, comprese le Finocchiaro, le Pollastrini, molti altri ufficiali e sottufficiali dell’intendenza. Forse: solo se resterà un unicum il patteggiamento con d’Alema che ha elevato Cuperlo a presidente del partito. Come lancio di un’impresa di valore storico, il compromesso con la nomenclatura – perchè non si senta umiliata e non seceda- è poco promettente.

Si vedrà ciò che risulterà di Renzi, se e quando si metterà veramente fine al sostentamento dei partiti a carico dei contribuenti. Dal Rottamatore era logico attendersi un’abolizione immediata, non differita e smussata. In ogni caso non si potrà dare merito al solo Renzi se un giorno finirà l’aspetto più disgustoso -in quanto legale e coattivo- di una delle rapine degli appaltatori delle urne. Quanto al Senato, esso va semplicemente cancellato, non recuperato come camera delle autonomie, cioè come l’ennesima istituzione afflittiva e ipercostosa.

Più gloria si meriterà l’eresiarca da Firenze se riuscirà a costringere la classe politica a restituire una parte di quanto rubato a partire dal 1945. Questo esigerebbe il capovolgimento copernicano promesso da Renzi. Nulla sarebbe più razionale della confisca immediata di metà dei beni, ufficiali e non, di ciascun partito, nonché degli attivi futuri. Ovvio che i tesoretti e le refurtive della nostra politica sono pressocché irraggiungibili; ma almeno andrebbe assicurato alla collettività qualcosa degli introiti futuri della cleptocrazia. Idem sui beni personali di quei politici che hanno maneggiato più degli altri.

Al “simbolo dell’apparato Pd”, senatore Ugo Sposetti, un intervistatore di ‘Repubblica’ ha chiesto: “Lei da tesoriere gestisce ancora il patrimonio dei Ds: vale un miliardo”. Ha risposto, il più tracotante degli assertori  del diritto dei partiti sul  denaro pubblico, che “il patrimonio è il frutto delle fatiche di generazioni di militanti del Pci, del Pds, dei Ds. E in queste sedi oggi il Pd svolge la sua attività. I 22 dipendenti sono il mio primo pensiero”. Le fatiche di generazioni di militanti non hanno mai fruttato da sole, senza apporti da varie fonti, tangenti e ruberie, i patrimoni dei partiti. E la sorte dei dipendenti, che sembra angustiare la corporazione dei tesorieri, non merita alcun particolare riguardo. Chi perderà lo stipendio di partito, al massimo meriterà lo stesso sussidio di sopravvivenza che andrà doverosamente garantito a tutte le famiglie con bambini che resteranno senza reddito. Per trovare coperture si aboliscano i voli di Stato, specie quelli per insulse cerimonie funebri in  casa d’altri. Si vendano all’asta gli arazzi del Quirinale. Si venda il Quirinale stesso. Altrimenti si quotino i parlamentari.

Di tutte le riforme che gli ottimisti attendono da Renzi la meno importante è un nuovo metodo elettorale. Intanto è una correzione invocata da tutti, non dal solo Sindaco di Firenze. Poi nessun metodo elettorale è veramente migliore degli altri. Sono tutti congegni per spogliare il popolo della sua sovranità,  e per frodarlo. Sono le elezioni stesse, non questo o quel metodo elettorale, che occorre azzerare. Ormai quasi tutti ammettono che la democrazia delle urne è un malato terminale. E’ di un paio di giorni fa la valutazione di un guru autorevole (salvo errore, Tito Boeri): hanno stima del nostro sistema politico il 2% degli italiani, cioè i soli politicanti.

Se questo è vero, o si avvicina alla verità, è grottesco continuare a discutere su questa o quella delle tradizionali tecniche di usurpazione e impostura. La svolta vera sarà mettere fine alla delega elettorale. Sono quasi tre lustri che è cominciato il Terzo Millennio. Negli Stati Uniti e altrove sono stati messi a punto vari progetti di democrazia diretta selettiva, supportata dalla telematica e praticata da cittadini qualificati, scelti dal sorteggio non dalle urne.

Sono queste grandi novità -un nuovo continente politico-  che Matteo Renzi dovrà esplorare e tentare di conquistare, se vorrà deviare la storia di una democrazia occidentale sbagliata. Probabilmente non farà questo: si farà cooptare nella corporazione degli impostori.                            

A.M.C.

L’ITALIA NON E’ PIU’ LA GRANDE PROLETARIA MA LETTA FA BENE A NON FIDARSI

Precisi centodue anni fa Giovanni Pascoli, il vate dell’Italia sottonutrita e tubercolotica, tenne un’orazione al teatro di Barga, in Garfagnana, dove oggi dorme il sonno eterno. Titolo: “La Grande Proletaria si è mossa”. Il testo è nelle antologie. L’illustre successore di Carducci nella cattedra di letteratura a Bologna additava le promesse dell’impresa libica per i connazionali poveri. Forse erano promesse ingannevoli. Però nella fase in cui le potenze ultime arrivate dovevano avere colonie, la conquista l’aveva voluta -e realizzata: Bush Jr non ce l’avrebbe fatta- un governante serio, Giovanni Giolitti. Chissà, se fosse riuscito a tenerci fuori di quella Grande Guerra che rifiutava, non solo avremmo evitato   il fascismo e il secondo conflitto mondiale, ma ci saremmo tenuti la Libia dove forse avremmo finito col trovare il petrolio.

Quel 26 novembre 1911 Pascoli lanciò una caratterizzazione dell’Italia, ‘la Grande Proletaria’, che avrebbe attecchito. Il proletariato non l’avevano inventato Marx ed Engels. Nella Roma di Servio Tullio era l’ultima delle classi sociali, quella che possedeva solo prole. Anche Lord Byron ci aveva chiamati la Gran Proletaria.

Oggi che Pascoli e Byron ci definirebbero la Grande Monoproprietaria, oppure Gran Condòmina, il potenziale insurrezionale che è implicito nella nozione di proletariato è fatto per crescere, non diminuire. Possedere in condominio costa sempre di più. I condòmini possono farsi cattivi. Quelli italiani devono mantenere con le tasse milioni di connazionali: i troppi dipendenti pubblici, i politici tutti ladri ed estortori, i pascià della burocrazia in pensione e le loro vedove, i minatori del Sulcis, i metalmeccanici di Irisbus, gli autisti dei trasporti urbani, le maestranze,  quadri e  manager delle aziende che chiudono ogni giorno dell’anno. Che farà la Gran Condomina, titolare di prima casa, quando le imposte aumenteranno troppo?

Alla domanda ha risposto giorni fa dalla Germania il Presidente del Consiglio: “Se aumentiamo le tasse Grillo arriva al 51%”. Chissà, forse il 51% è troppo. Ma quando dovessimo, doverosamente, garantire il pane a un paio di milioni in più di famiglie senza reddito, nonché far fronte a “enne” impegni nuovi, magari da riscaldamento del clima, un 33% a Grillo sarebbe verosimile: Verosimile un altro 33% a Matteo Renzi, e saremmo a due terzi dello Stivale che non ne possono più. Renzi non minaccia gli sfracelli delle 5Stelle, però qualcosa di grosso dovrebbe farla, in alleanza o no con Grillo, pena il colpo di stato di un colonnello giustizialista o parasocialista alla Nasser. Domanda, come cambierebbe la Grande Monoproprietaria? Beh, potrebbe addirittura crollare la repubblica truffaldina eretta tra il 1945 e il ’47.

I vuoti di cassa e la sofferenza dei nullatenenti si farebbero feroci al punto di dover amputare la spesa pubblica, e non dare sforbiciate qua e là. Cosa macellare in primis se non le spese militari, la diplomazia e lo sfarzo delle Istituzioni dal Quirinale in giù? Come dare sussidi a  vari milioni di indigenti senza decapitare le grandi fortune, i redditi e le pensioni esorbitanti, senza cancellare i diritti acquisiti,  senza uscire dal liberismo capitalista poco dopo che vi era entrato Massimo D’Alema comprando la tenutella in Umbria?

Non sarebbe uno scherzo il 51% evocato da Enrico Letta, aggiunto alle malefatte del Fiorentino. Prima che sia tardi il sistema si affretti a corrompere Grillo e Renzi come corruppe Napolitano.

Porfirio

GENOVA LABORATORIO O SCUOLA D’ACCATTONAGGIO?

“Laboratorio Genova” è l’allarme -per alcuni il grido di speranza- che si è diffuso sulle tastiere degli opinionisti il terzo o quarto giorno dello sciopero (selvaggio, cioè penalmente perseguibile) del trasporto urbano. La metropoli della Riviera -un po’  immelensita, va detto, dai troppi pensionati, velisti da diporto e altri gagà- è stata vicina all’infarto e a qualcuno è sembrata avvisaglia di insurrezione: insurrezione non solo in quello che fu il nostro grande polo portuale ma anche nel migliaio abbondante di città che nello Stivale gestiscono tram, autobus e funicolari attraverso proprie società; il 40% delle quali vengono dette sul punto di portare i libri in tribunale: tecnicamente fallite.

Allora ci si chiede, Genova laboratorio di che? La risposta istintiva sarebbe: laboratorio di risposta anticapitalista alla grande crisi. Ma no: i più riluttano a ricorrere ai termini e ai concetti imparentati con la rivoluzione. Non sarà, piuttosto che un piano di rivolta, la reiterazione di un corso di accattonaggio per estorcere fondi a Roma? Nel suo Notre Dame de Paris  Victor Hugo faceva svolgere nella Corte dei miracoli di un Medioevo fantastico e pauroso dei veri e propri seminari di mendicità: i veterani insegnavano ai giovani come mendicare con successo. A questa didattica ci sembrano assomigliare i Vespri genovesi.

A suo tempo tumultuarono i camalli, gelosi dei privilegi che conservavano e contribuivano a dirottare i flussi di traffico su altri porti. Oggi, meno anacronisticamente, il ferro di lancia del combattimento genovese sono i conducenti dei  mezzi pubblici e altri comparti che da un’eventuale privatizzazione temono la perdita di job, fatturato e  larghezze. Per chi il posto lo conservasse,   ci sarebbe la minaccia alle molte dolcezze di una gestione egemonizzata dai partiti. In tutte le imprese di questo tipo i politici, dal 1945, comprano i voti a spese dei bilanci, cioè dei contribuenti.

Il trasporto urbano, quando gli addetti sono troppi e i biglietti si vendono a prezzi parapolitici, accumula passivo quasi dovunque: a Genova debiti per 400 milioni, a Roma per 1600 milioni. Ai Ciompi genovesi le perdite non interessano: il contribuente intervenga, cioè ripiani i debiti. In questi giorni si è affermato “la popolazione genovese solidarizza coi tranvieri”. Forse  non è vero. Se invece fosse vero, sarebbe la manifestazione di una malattia tra le più gravi. Vorrebbe dire che la metropoli è ai piedi di Cristo, appesa a un filo.

Ancora verso la fine del Novecento era caposaldo del Triangolo industriale e il gigante degli scali italiani. Nel passato remoto aveva finanziato gli exploit della Spagna quando era prima in Europa e dominava il Nuovo Continente dal Messico e dalla Florida in giù. Tra l’anno Mille e gli inizi del secolo XV la Superba aveva messo insieme un piccolo impero nel Levante e nel Tirreno. Perse il gusto della potenza nel 1401, quando fu conquistata da Carlo VI di Francia. Il grande Andrea Doria avtebbe restituito ai genovesi una sia pur circoscritta sovranità nella sfera spagnola. Nel 1815 il congresso di Vienna liquidò le illusioni assegnando Genova ai Savoia.

Fino a qualche decennio fa continuavamo ad ammirarne il grande scalo e un polo di industrie. Oggi Genova si è ridotta a vivere sulle buste paga e sull’indotto di entità declinanti, quando non tenute vive nel polmone d’acciaio. Di suo, oggi, mette quasi niente. E’ un continuo chiedere allo Stato, cioè alle tasse e alle accise di tutti.

Non saranno teneri con Marco Doria, il loro successore vendoliano, il doge verdiano Simon Boccanegra, protagonista del Trecento, e il grande antenato Andrea Doria. Vedremo gli sviluppi. Per ora il Marco che si ispira a Nicky e piace alle vedove scervellate proprietarie dei bei palazzi della Genova “camalla e borghese”, ha rinnegato il proposito di privatizzare, cioè di risanare. In conformità all’insegnamento del suo mentore, il vezzoso governatore barese, il Doria minore sembra darla vinta agli ultrà cui i conti della loro impresa non interessano.

Essi non fanno proposte operative. Non accettano di campare coi sussidi che bisognerà tassativamente garantire a tutti i disoccupati, e ottenere i quali sarà una vittoria grossa. Meno che mai gli ultrà pretendono la proprietà e la responsabilità dell’azienda (infatti Vendola e il Doria minore sanno come finì sotto il sardonico Giolitti l’occupazione gramsciana delle fabbriche a Torino). I lottatori della fu Superba si contentano di poco: restare a libro di un’azienda che passi le perdite agli altri.

Porfirio

PER UNA VOLTA SARTORI PREDICA VERITA’

Il noto politologo toscano Giovanni Sartori, a dire di alcuni il maestro di quasi tutti i nostri politologi, fa da decenni l’illustratore per le masse di una situazione ingrata: che essi politologi non hanno niente di nuovo da dire. Per loro l’Occidente si è fermato alla Magna Charta, o se si preferisce allo Statuto elargito da Carlo Alberto: eleggete pure dei deputati. Peccato che oggi 43 su 60 eletti al parlamentino regionale ex-sabaudo sono indagati per questa o quella forma di ladrocinio.

Il magistero di Sartori può riassumersi così: fin quando il pensiero politico non si convertirà al doppio turno alla francese, la nostra Polis resterà sciamannata e oppressa da presagi di morte. Il demonio peggiore, il vero e proprio Anticristo, che complotta la perdizione della Res publica, è per Sartori “il direttismo”. Marchia così l’infamia di considerare moribonda, e fetida di necrosi, la democrazia rappresentativa. Peraltro il prof.Sartori assevera con la sua autorità tecnica che oggi, uscite di scena la monarchia e l’aristocrazia ereditarie, questa o quella formula di democrazia diretta assistita dall’elettronica è la sola alternativa al parlamentarismo cleptocratico che saccheggia lo Stivale più che ogni altro reame d’Occidente.

Di questa certificazione o expertise siamo naturalmente grati noi tutti -pochi o tanti si vedrà sulla distanza- che detestiamo la democrazia rappresentativa appaltata ai politici professionisti (del furto). Tuttavia sappiamo, sull’esperienza di molti decenni, che l’antidirettismo è un’ossessione che dementa il Nostro. Di fatto lo fa campione e cantore della peggiocrazia trionfante. Negli anni della guerra la rubrica radiofonica del ‘microfono del Duce’ Mario Appelius terminava coll’imprecazione “Dio stramaledica gli Inglesi”. Sartori, nato in Toscana come Appelius, non manca quasi mai l’invettiva contro il direttismo.

Ma giorni fa il suo editoriale nel ‘Corriere’ “Una modernità fuori misura”, sovratitolato “Gli eccessi che la Terra non sopporta” meriterebbe d’essere inciso nel bronzo e premiato col Nobel: “Predichiamo un progresso senza limiti, una crescita senza limiti, uno sviluppo senza limiti e, ancor peggio, una popolazione senza limiti. E’ demenza ipotizzare una crescita infinita in un pianeta che ha dimensioni finite e perciò stesso anche risorse finite (…) Il rimedio vero sarebbe una drastica riduzione delle nascite (specialmente in Africa) che ci restituirebbe un pianeta vivibile. A questo effetto le maggiori responsabilità sono della Chiesa cattolica. Per ora papa Francesco si è limitato a carezzare molti bambini, a stringere molte mani e a distribuire in piazza San Pietro la “Misericordina” che poi, aperta la scatolina, è un rosario (…) Ripeto, l’unica cura ancora a nostra disposizione è ridurre la popolazione. I combustibili fossili vanno messi al bando, mentre noi continuiamo allegramente a incendiare i nostri boschi senza che mai un incendiario sia preso e condannato. (…) Che vergogna. E anche che incoscienza”.

Direte: riesce un politologo a ragionare così bene? Di solito no. Ma se una volta enuncia verità assolute perdoniamogli la politologia incapace di pensiero.

Porfirio

GRAMELLINI VUOLE ESTIRPARE IL BUBBONE: FACCIA COME D’ANNUNZIO A FIUME

Per Gramellini, amato confidente e guida  di molti tra noi, “il bubbone italiano è tutto nella danza che i potenti ballano tra loro. E’ un bubbone incurabile. Si può soltanto estirpare, sostituendo radicalmente la classe dirigente italiana ogni 10 anni. Prima che si formi il nuovo bubbone”. Alla buonora, sostituire tutti magari dimezzando i 10 anni! Forse è la prima volta in mezzo secolo che una geremiade sulla Grande Malata contiene un’indicazione pratica, una prospettiva salvifica: azzerare.

E tuttavia: a chi si rivolge il maitre-à-penser subalpino per ottenere che qualcuno estirpi? Ai suoi lettori, si sa, non basta. Ai potenti stessi che ballano tra loro? Ai beniamini vecchi e nuovi dei media? Il vicedirettore de La Stampa non è scemo: sa che né i potenti né i conduttori dell’opinione si curano di alcun rimprovero, di alcun quaresimale. Allora chi estirperà, i macchinisti delle larghe intese? la cupola dalemiana del Pd? il presidente della repubblica, della Casta e del Bubbone? Il mezzo milione di humans che vivono di sola politica e fanno il grosso del bubbone?  Gramellini ci faccia capire chi sarà il Dracone capace di azzerare la classe dirigente.

Se non lo sa, conclami che i prominenten italiani, anzi tutta la democrazia rappresentativa e l’intero sistema della proprietà e del mercato a norma della Costituzione non vogliono e non sanno emendarsi in nulla. Possono solo essere demoliti con la dinamite come costruzione abusiva, come ecomostro.

Giorni fa abbiamo visto le desolanti immagini di papa Bergoglio in visita di Stato al Quirinale. In un salone chilometrico, nereggiante di abiti da cerimonia e punteggiato di onorificenze gaglioffesche,  il Vescovo di Roma che aveva promesso di incarnare lo Scandaloso di Assisi si lasciava rivolgere remissivo frasi di circostanza che lo compromettevano in un’ufficialità sciagurata. Non si è alzato, il pontefice più sovvertitore del mezzo millennio seguito a Lutero, a fustigare la gentaglia che aveva di fronte, che mirava a cooptarlo e che una volta Gesù scacciò dal Tempio. Non ha fustigato, perché la prassi delle visite tra pseudo sovrani non consente. Più ancora, non ha fustigato perché finora, di rivoluzionario, Francesco ha fatto solo allusioni, mossette e carezze ai bambini, più (ieri) la distribuzione dell’incredibile farmaco spirituale ‘Miracolina’. Eppure il suo uditorio e il salone chilometrico erano il bubbone stesso da estirpare, assieme a centinaia di figuri non presenti  quel giorno.

Papa Francesco è il solo personaggio all’orizzonte dello Stivale e del pianeta che potrebbe suscitare, senza ricorso alla forza, l’opera di giustizia invocata da Gramellini. Tolto lui, nessuno. Allora proviamo noi a dire al pensatore ex-sabaudo quello che dovrebbe fare per non moraleggiare nel vento. Volti le spalle alla letteratura, passi all’azione. Faccia come D’Annunzio a Fiume, come Kurt Eisner in Baviera (nel novembre 1918 divenne capo del Land trasformato in repubblica bolscevica). Persuada, sobilli, plagi un giovane colonnello dei carabinieri, dei paracadutisti, dei guastatori, dei nostri Navy Seals, a irrompere nel palazzo istituzionale giusto, Quirinale in primis, coi suoi fegatosi a mitra spianati. Faccia crepitare le armi contro i candelabri ufficiali. Oppure alla parata del militarismo democratico, il 2 giugno, punti i cannoni dei suoi carri sulla tribuna delle autorità supreme: una sola salva d’avvertimento basterà a far crollare il regime bubbonico e ad accendere la gioia selvaggia dello Stivale; i giornalisti e gli intellettuali democratici si allineeranno prontamente, le Camere e la Corte della manomorta costituzionale verranno chiuse e immesse sul mercato immobiliare, i furfanti della tribuna faranno un esteso soggiorno di lavoro manuale nell’Appennino.

Se non vorrà fare il Catilina, Gramellini si acconci a restare un quaresimalista come gli altri, benché più garbato e più arguto. Si contenti di stendere moralità edificanti, tutte molto lette e tutte senza speranza.

A.M.C.

CUPERLO “BELLO DEMOCRATICO” E IMBALSAMATORE

Quando l’ultimo capo della FGCI, la gioventù comunista per bene, azzanna Renzi per aver voluto una definitiva Leopolda senza alcun simbolo o icona del Pd; quando chiede minaccioso “che partito ha in mente Matteo?”, fa una schermaglia di corrente, anzi di fazione, ovviamente legittima, ma esiziale se prevalesse. Valgano le sue parole d’ordine: “Le bandiere sono importanti. Fidiamoci della nostra gente. Il popolo che ama la Costituzione deve restare unito. La Costituzione è la Bibbia laica. Sua bellezza e luminosità. Senza sinistra il Pd non esiste. Vivere la passione politica (la militanza di partito). Voler bene ai simboli. Riscoprire l’appartenenza. Assomigliare un po’ più a ciò che i Padri Costituenti avevano immaginato  di noi”.

Bravo questo trascinatore di tesserati e di inattivi anagrafici, che un delizioso slogan della macchina dalemiana ‘vintage’ ha proiettato nelle pre-primarie come “bello e democratico”!

Tuttavia Cuperlo è tecnicamente perseguibile per apologia di reato, reato di partitismo. Egli si ammanta di tuniche e scialli partitici, ma sa benissimo che i partiti sono stati e restano la nostra sciagura. Sono stati e restano il Mob di gangster che negli anni Venti spadroneggiò a Chicago. Egli sa benissimo che tutte le ‘forze politiche” sono sfacciatamente usurpatrici e ladre; che l’antipolitica è un ciclone in avvicinamento; che Renzi è diventato grande per essersi presentato -quanto sinceramente si vedrà- come antagonista della politica e degli schieramenti. Per aver fatto  sperare che demolirà le rocche del partitismo.

E’ di questi giorni la milionesima conferma dell’ininterrotto saccheggio  operato dall’Arco costituzionale. Secondo i magistrati inquirenti, all’Atac di Roma, con 12.000 dipendenti forse la maggiore impresa europea di trasporti urbani, la combutta degli amministratori di partito,  sinistra o destra non importa, rubava sfacciatamente e in grande. Si parla di 70 milioni l’anno, un terzo forse del ricavato complessivo della vendita di documenti di viaggio. I 70 milioni sarebbero stati ottenuti vendendo a beneficio degli amministratori e dei loro partiti biglietti clonati, cioè falsi, e non mettendone a bilancio il ricavato. A suo tempo sapremo se gli inquirenti hanno ragione. Sulla scala italiana si tratta di un episodio minore: un nonnulla rispetto alla grassazione permanente cominciata il giorno che i partiti democratici subentrarono, a bandiere costituzionali spiegate, a quello fascista.

Gianni Cuperlo, designato dall’apparato gerontocratico, ripropone alla lettera -con più garbo- l’antica minaccia di D’Alema allo Stivale: “Non ti libererai mai di noi”. E invece l’antipolitica e l’ammutinamento contro i partiti sono la grande novità dell’avvio del Terzo Millennio. Ogni giorno i media recano le prove di un odio all’oppressione dei politici professionali che nel mezzo secolo precedente covava, cresceva ma non si manifestava.

Matteo Renzi, quale che sia la sua sincerità, quali che siano le carenze della sua proposta (v. Internauta “Forse Renzi spianerà la via” ), mostra di avere ascoltato il grido di dolore degli italiani. Non solo ha annunciato che rottamerà i pluridecennali gestori della ditta di sinistra. Ha pure lanciato il rifiuto al patriottismo di partito, anche perché esso condanna le schiere del rinnovamento a restare minoranza. Non conta, dice Renzi, recuperare i sinistri delusi, conta guadagnare i non sinistri. Dovesse il Pd darla vinta al delfino di D’Alema Bersani Finocchiaro e Bindi, Matteo dovrebbe voltare le spalle alla fabbrica della sclerosi e rivolgersi alla gente, alla maggioranza sociologica. Tra l’altro liberarsi dei nostalgici sarebbe l’occasione di mettere in moto davvero l’annunciato caterpillar delle novità. Proclami subito, non dopo matura riflessione, le svolte grosse che sente necessarie. Il continuismo cuperlista è una tecnica di imbalsamazione.

A.M.C.

NON SARA’ CONGENIALE ALL’EUROPA IL SEMISOCIALISMO DEL NOSTRO FUTURO

Ci sarà pericolo per l’Europa -hanno ammonito Enrico Letta ed altri- se le elezioni di maggio daranno ai partiti del cosiddetto populismo antieuropeo un quarto del Parlamento di Strasburgo. I sondaggi dicono che in vari paesi dell’Unione le propensioni di questo tipo si aggirano sul 20%, con qualche punta più alta. Per molti di noi che dal giorno del Trattato di Roma, anzi dalla fine della guerra, abbiamo sognato una patria continentale sono notizie molto cattive.  Tuttavia:

1) non è certo che l’integrazione europea resterà per sempre nelle mani di conduttori per burla come Lady Ashton e Van Rompuy; oppure dei burocrati brussellesi di sempre. Non è probabile, ma potrà sorgere un vero leader, capace di iniziative che infiammino i cuori;

2) più ancora, non è detto che l’Europa che conosciamo sia quella giusta per tutti. Forse i paesi più minacciati dal declino e dalla concorrenza globale non potranno permettersi indefinitamente il liberismo, la proprietà individuale, il perseguimento della crescita, le altre deità adorate nell’Unione.

Si prenda l’Italia (o la Grecia o il Portogallo, nazioni in vario grado povere di quel ‘grasso’ rappresentato dalle risorse naturali). Se le cose continuassero come sono, l’emergenza sociale diverrebbe tale da esigere questa o quella forma di semisocialismo, di neo-collettivismo, di comunitarismo spinto. Andrebbero rimosse o almeno accantonate le componenti fondamentali del mercato occidentale: iniziativa privata, proprietà, diritti acquisiti, dialettica/combutta tra imprese e sindacati, giochi parlamentari, meccanismi elettorali e partitici, libertà di manifestare, scioperare, ed altro.

L’Europa è ancora condizionata dalla fede nella democrazia rappresentativa. Invece gli italiani, forse, si ricorderanno d’essere stati spesso nella storia più creativi degli altri;  dovranno perciò riaprire il laboratorio dell’innovazione e adottare/additare modalità di democrazia opposte a quelle, decrepite, delle urne elettorali e degli impostori della politica come professione e come rapina.

Sempre che la decadenza produttiva/competitiva continui, come si potrebbero garantire 700 euro al mese a tutti i disoccupati con famiglia -disoccupati ed esuberi di qualsiasi livello: alti burocrati e generali compresi (spariscano i diritti acquisiti!)- senza espropriare proprietà e redditi al di sopra dei livelli che oggi consideriamo medi? Come scongiureremmo la rivolta o anche solo la disgregazione sociale senza sospendere buona parte delle leggi del mercato? Esempi: oggi le banche sono protagoniste, domani potrebbero diventare marginali e ausiliarie. Oggi gli investimenti privati sono incentivati il più possibile, domani si ridurrebbero a rivoli. Oggi non è pensabile una realtà economica senza liberi professionisti (avvocati, commercialisti, ingegneri), domani nascerebbero servizi pubblici i cui laureati fossero pagati dalla collettività e operassero come i medici delle ASL, con segmenti di prestazioni libere  per i soli solventi facoltosi.

Il passaggio al ‘semisocialismo in un paese solo’ implicherebbe centinaia di svolte non rivoluzionarie ma crude: riduzione a un quinto di bilanci tradizionali come difesa, diplomazia, prestigio delle Istituzioni (inclusa la Più Alta), costi della politica; cancellazione dei trattamenti e delle pensioni dei livelli superiori (le funzioni  più elitarie non sarebbero retribuite, e tanto meglio se alti personaggi lasciassero). In breve si imporrebbero un considerevole livellamento delle condizioni e una sostanziale politica di decrescita. Tutto ciò contrasterebbe con gli indirizzi e gli imperativi dell’Unione Europea; dunque implicherebbe l’uscita dal Mercato comune e persino una parziale autarchia.

Messa così, non risulterebbe eccessivo prendere sul tragico l’ipotetica uscita dall’Unione di uno Stivale comunitarista spinto? L’integrazione continentale quale è, modellata sulle istituzioni capitalistiche e sulle priorità economiche, non tollererà le deviazioni o sperimentazioni semisocialiste. Ma, come si diceva sopra, situazioni come la nostra -se  si aggraveranno- non permetteranno di restare nell’area del liberismo e della proprietà privata above all.

A.M.C.

IMPEACHMENT PERCHE’ UN ATTO DOVUTO

Inveire contro il Similmonarca del colle, come pure proporne l’impeachment, è correzione fisiologica all’anomalo entusiasmo con cui fu rieletto. Napolitano acquistò meriti importanti quando destituì il Lubrico e insediò Mario Monti. In seguito fece alcune cose ‘irrituali’, cioè non previste dalle regole della combutta tra partiti usurpatori:  anche qui fece bene. Tuttavia le grida ostili che si levano oggi sono salutari. Moralmente l’impeachment  è già aperto.

Il capo d’imputazione vero  non può essere il decisionismo ‘menomatore della sovranità del parlamento’. Sono secoli che si maledicono i parlamenti. L’augusto Senato che tentò di fermare il Giulio Cesare dittatore democratico era l’organo dell’egoismo patrizio. Oggi è benemerito tutto ciò che indebolisce la collegialità omertosa della cupola cleptocratica. Il guaio è che l’uomo del Colle non solo presiede la Casta, ma la incarna. Ha fatto cadere Mario Monti appena costui ha creduto di poter attuare un proprio programma. Peraltro Monti non può lamentarsi. Le regole d’ingaggio dettate dal Similmonarca erano state chiare: scongiurare la bancarotta, poi riconsegnare il gioco a  una partitocrazia da non scalfire in nulla.

Voler perpetuare il regime di cui è capo è la meno grave delle colpe di cui il Gerontocrate dovrà rispondere. Egli, un ex-togliattiano cioè stalinista, ha rinnegato nei fatti le coerenze che lo avevano propulso in alto. Più ancora, è diventato atlantista, ascaro di Washington, al punto di proclamare ‘giusta’ un’impresa nell’Afghanistan oggi deprecata pressocchè da tutti. Peggio, ha preso sul serio il ruolo operettistico di comandante supremo delle Forze armate. Non perde occasione per farsi  fotografare tra le uniformi dei feldmarescialli e le corazze delle temibili  ‘Guardie del Presidente’.

Fin qui, comportamenti sbagliati ma indultabili. L’atlantismo e la solidarietà con gli assassinii a mezzo droni sono scelte indotte dall’ideologia o dalla diplomazia. Le quali hanno entrambe caratteri incerti, discutibili, quasi sempre trovano giustificazioni e camuffamenti. Assai più determinante è il concreto agire a livelli minori, circoscritti e specifici.

Ecco: eletto capo dello Stato, il quasi-dinasta non trova difficoltà -egli che da comunista aveva fatto la scelta di campo dalla parte dei proletari- a insediarsi in quella reggia pontificio-sabauda che avrebbe dovuto aborrire. Il Quirinale è la prova monumentale della ferocia classista di un papa rinascimentale, cioè pagano. Fare così sontuosa quella residenza del vicario di Cristo fu un crimine. I tesori che vi si investirono erano rubati ai poveri. I Savoia, quando si insediarono,   erano sovrani di un paese straccione, abitato da plebi malnutrite, perseguitate dalla pellagra e dalla tubercolosi. La virtuosa Repubblica fondata sul lavoro, in realtà sul sangue e sui delitti dei partigiani, non si fece scrupolo a riconoscersi nel fasto ereditato  dalle monarchie.

E’ ancora perdonabile che tutto ciò non contasse per un neoeletto capo dello Stato per mezzo secolo appartenuto al vertice del Partito dei proletari. Ma due anni dopo arriva la Grande Crisi che riconsegna alla povertà qualche milione di famiglie, annerisce il presente e il futuro dei giovani, cancella i fondi per riparare i tetti delle scuole. Ebbene Napolitano non si vergogna dei costi che impone per la sua reggia. Non ascolta le voci che gli suggeriscono una scelta simbolica forte e, per un ex-comunista e antimonarchico, doverosa: chiudere e vendere il Quirinale. Il palazzo è stupidamente fastoso, più oneroso delle regge delle monarchie sopravvissute e delle più possenti tra le repubbliche. La gente d’onore arrossirebbe dei sacrifici addossati su esodati e su precari. Arrossirebbe se ritenesse che due metri di corazziere, moltiplicati per chissà quanti, aggiungono prestigio a una repubblica piena di debiti e malata di Parkinson. Certo prestigio è come il corso d’equitazione per le figlie di piazzisti.

Nei frangenti in cui si arriva a cancellare i soccorsi agli invalidi totali e ai morenti di SLA, gli ori, gli arazzi, i ciambellani e gli altri lacché del Quirinale sono altrettanti corpi di reato. L’impeachment non verrà da Napoletano vivo. Verrà dopo, perché sarà giusto.

l’Ussita

SCENARI MESSIANICI LA SANTA UTOPIA DELLA RIGENERAZIONE CULTURALE

Entrati nel Terzo Millennio e tramortiti dal falso trionfo del Mercato, più che mai abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale. Ma, fatti accorti della colossale truffa del tardo-maoismo, la sola rivoluzione che possiamo concepire è rigenerarci in spirito. La rivoluzione all’antica, quella delle bandiere rosse e delle stragi, è il nulla. Invece il ‘Regeneracionismo’, movimento intellettuale di fine Ottocento, fu la pagina più alta della Spagna moderna.

La rigenerazione è una prospettiva d’utopia, proprio perché grandiosamente profetica. Per noi italiani, come per ogni altra società di industrializzazione matura, rigenerarci è ammutinarci contro i nostri idoli e contro noi stessi. E’ irrompere fuori della cultura del benessere, della proprietà individuale, del capitalismo, del lavoro al di sopra di tutto, delle conquiste sindacali, della ripresa della crescita e dei consumi, dell’edonismo.

Una prospettiva utopica dunque: ma chiamarla messianica è meglio. Il Paese d’Utopia non nacque mai. Invece un Messia deviatore della storia potrebbe sorgere. Sorse Cristo; sorse Maometto che costruì l’Islam, muovendo da un grumo di tribù cammelliere e analfabete.

Restringiamoci all’Italia. In apparenza basterà il poco e il vano, basterà una rianimazione del Pil, perché passi la Grande Paura e quasi tutto torni come prima. Le masse, i grandi numeri, si contenteranno.

Tuttavia anche lo scenario opposto è verosimile. Se le chiusure di imprese e i licenziamenti aumenteranno -qualcuno ha previsto tra pochi anni l’uscita dell’Italia dai 20 paesi più industrializzati- l’esplosione sociale non è obbligatoria. Il colpo di stato sì. Esso è una via maestra del dinamismo. Il processo democratico-parlamentare, dopo un paio di secoli di conati, non è più in grado di produrre alcun cambiamento e nemmeno di sopravvivere.

Uno Stivale terrorizzato dal declino applaudirà quasi unanime all’azione di un Demagogo di razza, capace di trascinare, non solo di praticare le astuzie animali che producono voti. Ma altrettanto e più efficace, sul piano immediato, sarà il golpe militare alla Miguel Primo de Rivera. L’avvento (1923) della sua Dittatura fu salutato festosamente da quasi tutte le fazioni di una Spagna costernata dai fallimenti del costituzionalismo liberale e dall’accelerazione del crollo nazionale. Con gli strumenti autoritari della disciplina militare Primo de Rivera poté attuare nel primo quinquennio di potere opere molto importanti: avviò la modernizzazione, irrobustì le attività economiche e le opere pubbliche, azzerò il monopolio dei politici liberali cioè dei ceti abbienti, avviò un rudimentale Welfare State, primo della storia iberica; costruì case e ambulatori per i poveri. In breve si fece amico il popolo, esasperò le  classi alte cui apparteneva da generale marchese e che alla fine lo deposero.

Primo de Rivera non era un grand’uomo, nemmeno un grande militare. Semplicemente ebbe il talento di organizzare la congiura giusta contro le istituzioni legali, di vincere in poche ore senza usare le armi. Ebbe anche la tempra di rischiare: per i capi dei ‘pronunciamientos’ che fallivano usava spesso  la fucilazione. In più di altri il generale marchese aveva mente aperta verso il futuro e disprezzava l’egoismo degli altri Grandi di Spagna che affamavano i braccianti dei loro latifondi.

I governanti repubblicani che gli succedettero, sinistristi, produssero solo lacerazioni, dunque la Guerra Civile.  Dopo la quale il potere  fu intero di  un generale tutt’altro che generoso come Primo ( però a modo suo Francisco Franco aprì le porte al progresso  economico e  alla modernità). In qualche misura i governanti d’oggi, qualunque il loro partito, profittano nel gestire la Spagna dei correttivi di sistema introdotti novant’anni fa da un dittatore militare, erede del dispotismo illuminato di Carlo III e di altri Borboni.

L’ipotetico gestore militare di una parentesi del nostro avvenire potrà tradire la sua missione governando nell’interesse del capitalismo e del classismo tradizionale, come fece Pinochet (in un Cile, peraltro, oggi più prospero e più ricco di futuro). Oppure al contrario facendo come Ataturk, che seppe rompere quasi tutti gli stanchi equilibri della Turchia ottomana. O facendo come Nasser, che gettò le basi di un “socialismo arabo”, poi degenerato in oligarchia conservatrice. Oppure infine imitando altri condottieri del passato che, da Giulio Cesare in poi, deviarono la storia disponendo della forza armata contro l’inerte immobilismo delle istituzioni, contro la manomorta della legalità.

Ecco uno scenario messianico per lo Stivale. Un militare emulo di Ataturk, di Nasser, degli ufficiali giustizialisti della ‘rivoluzione dei garofani’ in Portogallo, si impadronisce del potere -con facilità estrema e senza sparare, date le circostanze di crisi grave e di odio per i politici nelle quali  agisce- e demolisce tutto ciò che va abbattuto. Destituisce gli eletti, i cooptati e ogni altro gerarca, cancella la Costituzione partitocratica, chiude e vende il Quirinale, taglia di un quarto i dipendenti, oblitera le istituzioni e i meccanismi di regime, avvia l’unico congegno politico alternativo al morente parlamentarismo: la democrazia diretta selettiva. Un assetto in cui la deliberazione e il governo appartengano per turni brevi a pochi cittadini sovrani, selezionati dal sorteggio e non dalle urne. E’ stato calcolato che oggi oltre un milione di italiani vivono solo della politica e la gestiscono da soli a loro profitto. Tanto vale far avvicendare nel potere, per scaglioni, un milione di supercittadini individuati e controllati dal computer.

Scacciati i mercanti dal Tempio, il Giustiziere si allea con una personalità spirituale di statura eccezionalmente alta per assalire insieme il capitalismo/sviluppismo/consumismo/edonismo. Una specie di Bergoglio (il quale però non rinunci come ora al suo vasto potenziale; il quale compia atti concreti invece che solo esclamare e solo gesticolare), una specie di Bergoglio  riesce a indebolire alquanto le millenarie strutture del materialismo. La parte più coltivata della società si convince che una genuina svolta semisocialista e avversa all’economicismo, o se si preferisce un rafforzamento spinto del comunitarismo solidale, non è una vittoria delle sinistre insincere e inconcludenti, ma è il progresso

Così l’alleanza tra il Distruttore della partitocrazia ladra e una Guida morale sovverte i mortiferi assetti attuali. I redditi più alti vengono decapitati per dare pane ai senza lavoro. La proprietà risulta indebolita. I diritti acquisiti vengono nanizzati. Le masse si persuadono che nell’Occidente lo sviluppo ininterrotto è finito; che occorre accettare la decrescita e viverla in termini positivi; che quasi tutto il non essenziale va respinto; che si può vivere di poco come i più facevano fino a un paio di generazioni fa.

Compiuta la bonifica, attuato il compito di braccio secolare della Guida delle coscienze, il Giustiziere lascia il potere, spontaneamente come i dictatores della repubblica romana antica, oppure congedato dai conduttori della Democrazia Diretta  (il Duce fu congedato da un pugno di alti gerarchi, più un re). Guarito dalle infezioni più gravi lo Stivale prende a reggersi senza classe politica, scommettendo sul senso di responsabilità e sull’intelligenza dei migliori, nonché sulla consultazione permanente del popolo attraverso la telematica.

Tutto ciò è utopia, certo. Ma senza un’attesa messianica il futuro è desolato. Meglio il sisma della Rigenerazione, aspra come una rivoluzione del passato.

l’Ussita

TOGLIATTI E PCI, RIFIUTATE SE GLI DEI VI VOLESSERO RISORTI. QUI VA MALE

II Corriere della Sera ha pubblicato giorni fa brani di un libro di Emanuele Macaluso, sodale dell’Oligarca-in-chief lassù sul Colle. Il sodale rivendica per i vegliardi del Pci -alcuni novantenni come lui, altri quarantenni come Cuperlo, tutti variamente riferiti a Togliatti- il diritto d’essere conclamati artefici della Repubblica.

Bella perfidia tardomigliorista ai danni del retaggio staliniano del Pci, assegnare al Migliore Palmiro la mezza paternità della quasi rantolante Italia d’oggi! Sono mesi, è qualche anno, che i pianti funebri sul nostro declino si fanno più lugubri. Una maramaldata tirar fuori il brevetto di Togliatti e del Pci su un’invenzione così scadente. Quella che è la reputazione del comunismo, degenerazione gramsciana dell’ideale della giustizia sociale, lo ha dimostrato il mondo quasi intero, e più ancora quello che fu il campo comunista (odia il marxismo al di là del ragionevole).

Se gli Dei beffardi facessero risorgere dall’avello il Pci, le conseguenze sarebbero ultrasicure. Lo Stivale si darebbe in toto al turpe Berlusconi (il sondaggio più recente lo dà in vantaggio) e lo esigerebbe al Quirinale, benché vestito della sartoriale casacca di ergastolano. A palazzo Chigi, sempre in caso di resurrezione comunista, il popolo pressocché unanime reclamerebbe la sua amante/badante di età adolescente, F.sca Pasquale (alcuni retroscenisti la dicono ormai sultana della corte e del Pdl oltre che prima baiadera del gineceo).

E se i suddetti Dei resuscitassero davvero il capo del più possente Pc d’Occidente, egli sarebbe primo tra gli zombi blscevichi  a inorridire della repubblica nata dalla Resistenza, repubblica prima quasi-gappista, poi fanfaniana-dorotea, oggi prediletta da Obama, il presidente dei drones assassini. Perché inorridirebbe?

Giudicate voi. Il presidente della Confindustria dice che il paese è a un passo dal baratro. Un guru di via Solferino, E.Galli della Loggia, scrive oggi 20 ottobre un editoriale fatidico che è un referto da obitorio. Sostiene che l’intero organismo italiano (politico sociale economico umano mentale) è talmente invaso dalla necrosi- “a partire dal triennio terribile 1992-94”- da essere inconcepibile alcuna guarigione. Tutto finirà perché quasi niente è ancora sano. Non basterà nemmeno cambiare la classe politica e quella imprenditoriale. Occorrerebbe una storia diversa.

A Togliatti vogliamo dare un consiglio filiale: dagli Dei beati ma un po’ carogne non si faccia risuscitare. Come numero Due del Comintern, come fiduciario di Stalin nella guerra civile di Spagna, nelle terribili  purghe e nei genocidi dell’Urss, egli era un duro, fibra forte. Ma potrebbe non reggere a ciò che troverebbe. E potrebbe non reggere all’inevitabile incontro con Roberto Benigni, il pagliaccio ufficiale delle Botteghe Oscure. Poichè i sovrani più biechi tolleravano tutti i lazzi dei loro buffoni, a Benigni fu permessa la sghignazzata suprema in vernacolo toscano: definì la Costituzione ‘la più bella del mondo’. La repubblica generata e gestita dalla Più Bella manda già lezzo di piaghe purulente. Non è sicuro che il Migliore reggerebbe.

In ogni caso lo humour e la faccia di Benigni allegano i denti. Il Migliore accampi pretesti per scansare il clown, così come i superstiziosi stupidi evitano l’infelice reso martire dalla fama di iettatore. Alla Costituzione Più Leggiadra Benigni la jella l’ha già portata: non c’è più nessuno che non ammetta, come mormora Emanuele Macaluso, “la necessità di adeguarne alcuni articoli”. Invece altri propongono il cassonetto ad hoc: la Carta redatta dai giuristi della partitocrazia ladra è causa e radiografia della nostra malasorte.

Il ventriloquo del presidente della Casta, uno dei recensori della “doppiezza di Togliatti rimasta viva fino a Berlinguer e rimossa nell’89” (la descrizione è del Corriere della Sera), ha l’ebetaggine di scrivere che la Costituzione ha rappresentato “il terreno su cui condurre la battaglia democratica per avanzare lungo la via italiana al socialismo”. Che ve ne pare, abbiamo avanzato ‘lungo la via’, oppure la distanza tra ricchi e poveri è aumentata in grande? oppure decliniamo in fretta? oppure ci governa l’oligarchia peggiore e più corrotta d’Occidente?

Palmiro Togliatti, non farti fregare dagli Dei beffardi. Stattene alla larga dallo Stivale-suole-e-tomaie bucate. Resta dove ti ha messo il Ventriloquo: “nel Pantheon di ogni forza che abbia la Carta nel proprio DNA”.

DNA della malasorte per noi.

Porfirio

LARGHE INTESE E GRANDI COALIZIONI

Noi e gli altri. Nel momento in cui la diversità italiana minaccia di sfociare, una volta di più nella storia nazionale, in esiti catastrofici, può sembrare ozioso ovvero maniacale e persino masochistico insistere a paragonare la situazione del paese con quelle altrui. Eppure continua invece ad apparire utile, e comunque quasi obbligatorio a causa di straordinarie coincidenze temporali che propongono vistosi contrasti tra somiglianze non sempre solo esteriori e, appunto, differenze talvolta macroscopiche

Fino a non molti giorni fa, rispetto al momento in cui scrivo, si levava immancabile sui media il pianto greco per il confronto con la Spagna in fatto di spread. Il nostro tornava a salire e il loro cominciava a scendere dando luogo ad un ennesimo sorpasso ai nostri danni da parte di un paese economicamente più debole del nostro e più duramente colpito dalla crisi sotto ogni aspetto. La cugina latina, certo, pare stia già uscendo dalla recessione e riprendendo a crescere mentre per noi, nonostante i conclamati segnali di svolta, questa tarda ad avverarsi.

Ma è ancora più certo, e del resto risaputo, che la causa principale dell’incongruenza è un’altra. Con tutti gli errori anche molto gravi compiuti dai suoi governanti nel passato recente e meno recente, la Spagna beneficia di un sistema politico funzionante che non ha subito mutamenti di rilievo in tutto il tempo trascorso dalla morte del caudillo Francisco Franco e conseguente avvento di un regime democratico. In poco meno di quarant’anni si sono alternati al potere a Madrid i due partiti maggiori, più o meno di destra l’uno e di sinistra l’altro, secondo uno schema predominante da ancora più decenni quando non (Gran Bretagna) da secoli nell’Europa occidentale come negli Stati Uniti.

Qualcuno potrebbe obiettare che la stabilità troppo prolungata genera immobilismo e sclerotizzazione, ostacolando i necessari rinnovamenti. Dovrebbe però indicarci quali tangibili vantaggi l’Italia abbia ricavato dalla sua peculiare forma di creatività. Grazie ad essa neppure nella cosiddetta Seconda repubblica i governi sono riusciti a durare per intere legislature, mentre ci si accorge non senza sorpresa che il partito più anziano è la Lega Nord, peraltro puntualmente dilaniata dai contrasti intestini, già ridotta ai minimi termini e forse non lontana da un decesso relativamente precoce.

Resta naturalmente da vedere se la Spagna ben più stabile politicamente saprà davvero risollevare in modo durevole un’economia troppo presto e con troppa leggerezza coralmente esaltata come un modello, rivelatosi quasi di colpo fasullo. Un’affidabilità di base continua a meritarsela, benchè rischi di finire smentita da operazioni avventate come l’acquisto dell’italica Telecom da parte della sua ancor più indebitata Telefònica.

Il caso limite agli effetti del confronto non è però la repubblica iberica bensì, verso l’altra estremità del Mediterraneo, sofferente su ogni sua sponda, quella ellenica. Vittima di un collasso ancora peggiore di quello spagnolo, la culla della democrazia ne offre oggi una versione non certo esemplare. Tra i partiti maggiori che l’hanno interpretata non è mancata, ad Atene come a Madrid, una normale ma per nulla salutare alternanza, che non ha impedito l’accumularsi di comuni e gravi responsabilità, anche di rilevanza morale e penale, per la crisi abbattutasi sul paese.

Benchè si tratti del membro economicamente più fragile dell’Europa occidentale e sulla cui capacità di risalita dal baratro permangono forti perplessità, leggiamo adesso, per dire, sul “Wall Street Journal” che la situazione greca desta minori preoccupazioni di quella italiana. Se osservatori così competenti possono arrivare a tanto, lo si deve evidentemente al fatto che i due partiti di cui sopra si stanno sforzando di salvare il paese (e con ciò stesso, se si vuole, di redimersi) collaborando con apparente convinzione nel quadro di un’alleanza governativa pur aggressivamente contestata da robuste opposizioni di destra e di sinistra.

C’è naturalmente modo e modo di uscire dalle crisi, compreso quello di far quadrare i conti appagando Olli Rehn e Wolfgang Schäuble ma mantenendo alta o gonfiando ulteriormente la disoccupazione (in Spagna tradizionalmente almeno doppia di quella italiana), affamando grosse fette di popolazione nonchè falcidiando, come in Grecia, servizi e dipendenti pubblici e permettendo invece ai più facoltosi (neppure ad Atene e dintorni mancano i nababbi) di mettere in salvo offshore i loro capitali.

Qualche residuo credito quanto meno di buona volontà va comunque concesso ai governanti di Atene come a quelli di Madrid prima di procedere con i confronti. Mentre a Roma la coalizione delle larghe intese, claudicante da subito, ha cominciato a traballare dopo solo pochi mesi, forme analoghe di connubio tra le maggiori forze politiche sono in procinto di nascere o di prorogarsi altrove senza bisogno di gravi o gravissime emergenze nazionali. Avviene in Germania, isola di buona salute in un’Europa più o meno seriamente malata, e nella piccola Austria, che non è da meno della grande vicina settentrionale e per qualche aspetto addirittura la supera; ad esempio, con una disoccupazione e un debito pubbilco ancora più bassi.

Sono due casi parzialmente diversi. In Austria la “grande coalizione” tra socialisti e popolari presenta un carattere quasi istituzionale avendo governato, dal 1945 a oggi, per periodi più lunghi di quelli coperti da gabinetti monocolori o alleanze governative meno ampie. La sua funzione è stata, dapprima, quella di puntellare la solidarietà nazionale, dopo il ritorno all’indipendenza perduta con l’annessione al Terzo Reich, durante l’occupazione militare del paese (fino al 1955) da parte dei vincitori della seconda guerra mondiale, seguita dalla neutralità obbligatoria tra Est e Ovest durante la “guerra fredda”.

Dopo la caduta della “cortina di ferro”, che rimosse gli ostacoli all’adesione alla Comunità e poi Unione europea, una sua ragion d’essere è stata ritrovata  nell’esigenza di fronteggiare l’indebolimento di entrambi i partiti maggiori e la corrispondente ascesa di vecchie e nuove formazioni soprattutto di estrema destra all’insegna del populismo e dell’antieuropeismo, vistosamente confermata anche dalle recenti elezioni. Non manca tuttavia, né a Vienna né altrove, chi addebita almeno in parte il declino dei due grandi alleati proprio ad una consociazione logorata dal tempo e da cattive abitudini agevolate dalla detenzione troppo prolungata del potere.

A Berlino, come prima a Bonn, la risorsa della “grande coalizione” tra cristiano-democratici e socialdemocratici è stata utilizzata molto meno che a Vienna, ossia solo per periodi relativamente brevi e in fasi di particolare difficoltà interna o esterna per la Repubblica federale, prima e dopo la riunificazione nazionale. O, semplicemente, per rimediare sempre in via provvisoria a risultati elettorali tali da non consentire la conferma o la nascita di coalizioni meno ampie e più omogenee, come potrebbe accadere dopo la netta vittoria della CDU-CSU di Angela Merkel, privata però dell’appoggio del partito liberale che il voto del 26 settembre ha escluso dal Bundestag.

Simili funzioni sono state assolte in modo nel complesso soddisfacente per tutti, tanto da conferire alla Grosse Koalition il rango anche qui quasi istituzionale di carta da giocare pressocchè automaticamente quando necessario, senza entusiasmo da parte di nessuno ma neppure con soverchi patemi. La Merkel, accusata da qualche parte di essersi spostata un po’ troppo verso sinistra nel corso dell’ultima legislatura, avrebbe certamente preferito continuare con il sostegno della FDP e il conseguente vantaggio di poter scaricare su di essa la colpa, addebitatale da parti opposte, di qualche eccesso destrorso. Ma non ha fatto drammi, pronta del resto a trattare eventualmente anche con i Verdi, fino a ieri considerati quasi più a sinistra della SPD.

Non occorre abbracciare la visuale di Beppe Grillo (PD=PDL senza L) per rendersi conto che il quadro politico italiano, a ben vedere, non è poi così radicalmente diverso da quello tedesco, guardando ai programmi, alle posizioni e agli orientamenti dei partiti maggiori sulle tematiche concrete, da precludere costruttive ancorché temporanee convergenze almeno quando si tratta di scongiurare l’ennesima catastrofe nazionale. Le diversità e, se si vuole, inconciliabilità delle ispirazioni di fondo non sono verosimilmente scomparse ma non sembrano arrivare al punto da renderla più appetibile di qualche compromesso.

Assistendo (sempre più malvolentieri) allo spettacolo ormai inqualificabile dei talkshow televisivi si ha persino l’impressione, talvolta, che l’ormai abituale gazzarra nella quale affoga la stessa comunicabilità sia proprio il frutto della comune difficoltà di differenziarsi gli uni dagli altri, sui problemi di sostanza, abbastanza per guadagnarsi le preferenze degli elettori. Quando le distanze tra gli antagonisti erano molto maggiori, tra la DC di De Gasperi o di Moro e il PCI di Togliatti o di Berlinguer il confronto-scontro era più serrato ma più civile, più aspro ma più credibile, e comunque non precludeva responsabili convergenze di portata persino epocale.

Adesso succede il contrario di quanto sarebbe sensato aspettarsi. Anzichè limitarsi a fare lo stretto necessario per superare l’emergenza o lo stallo e per aggiustare le regole del gioco ci si pongono obiettivi più ambiziosi straparlando, almeno da una parte, di pacificazione nazionale dopo una guerra civile ventennale pensando sempre e solo, o soprattutto, ai consensi popolari. Ed escludendo peraltro dai programmi, qui chiaramente di comune ancorché tacito accordo (e non senza la prevalente connivenza dei media) le doverose e urgenti risposte a quanto il popolo, benchè ancora parecchio accecato, altrettanto chiaramente chiede votando in gran numero per i pentastellati: la ripulitura della politica e degli affari dopo gli scandali a valanga, la decimazione dei privilegi della casta, una lotta a fondo contro corruzione e criminalità.

Avevo cominciato questo articolo prima dell’impareggiabile sequenza di colpi di scena che ha portato al salvataggio di un governo delle larghe intese apparentemente destinato a cadere. Che si tratti di un salvataggio relativamente duraturo rimane quanto meno dubbio, e il dubbio non è dei più angosciosi dato quanto si è visto fino a ieri. Altrettanto incerto è che il massimo statista della seconda repubblica, l’uomo che per naturale generosità e puro patriottismo più fortemente di tutti ha voluto le larghe intese, sia stato messo davvero al tappeto per la conta finale dai colpi della magistratura prima che da quello di grazia infertogli, forse, dagli emuli del Gran Consiglio di 70 anni fa. Che peraltro, giova ricordarlo, disarcionò il Duce ma non al cento per cento.

Se il mago di Arcore finirà effettivamente giubilato, può darsi che il governo delle larghe intese riesca a dimostrare, come molti sperano, un minimo di credibilità e costruttività cancellando così una delle tante e più importanti anomalie della politica italiana. Beninteso, non è il caso di farsi soverchie illusioni. Sono anomalie, con le conseguenti disfunzioni e inadempienze, che hanno salde radici nel passato anche lontano e che il maggiore protagonista dell’ultimo ventennio non ha estratto dal suo cilindro ma  solo ingigantito ed esasperato. Dopotutto, era già un’anomalia che in un simile personaggio la maggioranza degli italiani abbia creduto così a lungo, pur con qualche momento di perplessità, e lo è ancor più che una parte tuttora cospicua di essi continui a credergli.

Franco Soglian

L’ANCIEN REGIME DEI GIULIANI AMATI RESISTE MA CROLLERA’

Quando il Quirinale ha insediato Giuliano Amato nella Corte della manomorta costituzionale si è preso atto che Napolitano sta  rafforzando la presa sua e della Casta che presiede sul peggiore assetto politico dell’Occidente. Fin qui, poco da aggiungere: il potere si difende. F.D.Roosevelt fece una grossa infornata di giudici suoi partigiani nella Corte Suprema. La vulgata è che il suo New Deal vinse la Grande Depressione. Invece questa si trascinò fino ai grandi programmi di riarmo, quando Washington riuscì a provocare Pearl Harbor. Fu la guerra a cancellare la disoccupazione, più la quasi-miseria dei farmer (anche canadesi).

E’ più importante mettere in luce  nella nomina di Amato un aspetto laterale, la sfrontatezza dei privilegi che si accompagnano alle carriere ai vertici della società politica. Una stima dei giorni scorsi fa ascendere l’assieme delle pensioni ed emolumenti di Amato a circa 69.000 euro al mese, quasi tutto denaro del contribuente. Chi percepisce più o meno quanto 140 pensionati al minimo è certamente un prodotto d’eccellenza della meritocrazia. Ma c’è dell’altro, che disonora la nostra Polis. Alcune migliaia di individui di meriti non eccezionali, ciambellani e ras burocratici compresi, godono di trattamenti analoghi a quelli dell’ex-notabile craxiano (del quale si dice abbia sollecitato interventi pubblici o parapubblici a favore del tennis club di Orbetello, che presiede; la tradizione era che sganciasse il tennista presidente).

Le retribuzioni dell’alto management privato si sono anch’esse impennate, anzi sono impazzite, sui modelli delle corporations USA. Dicono che Dick Fuld, l’ex capo della Lehman Brothers la cui bancarotta nel 2008 avviò la crisi mondiale, è stato sì condannato a pene pecuniarie (non devastanti), però ha percepito in un dodicennio poco meno di  mezzo miliardo  di dollari. America docet.

Restiamo allo Stivale. Qualcuno crede che il nostro congegno politico-culturale potrà un giorno esprimere un Dracone o un Licurgo, individuale o collettivo, capace di fare giustizia delle iniquità e brutture peggiori? Risposta: per come è la nostra politica, nessuno crede. La sinistra gauchiste è sempre stata una frangia lunatica, che non conterà mai nulla. A poco meno di un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre, a un secolo e mezzo dall’apparizione dell’anarchismo, la gente preferirà sempre il Borbone, oppure il Vizioso da Arcore, oppure chiunque altro si qualifichi antibolscevico.

La sinistra razionale, teoricamente a vocazione maggioritaria, è capeggiata da un ex-stalinista circospetto, oggi guadagnato al liberismo, alla difesa  della proprietà e in più innamorato dello sfarzo della reggia pontificia-sabauda e del militarismo atlantico. Nei giorni in cui il mondo viene folgorato dall’utilitaria R4 e da altre scelte o mosse pauperistiche di papa Francesco, Napolitano rifiuta di chiudere il Quirinale e di ridurre il costo delle Forze armate di cui è comandante supremo; cioè si proclama conservatore Tory.

Qualcosa di simile fa, in pratica, l’alta gerarchia del Partito democratico impersonata da Massimo D’Alema. Il più ricco tra i plutocrati del pianeta potrebbe affidare il suo patrimonio alla società di gestione postcomunista D’Alema-Finocchiaro-Cùperlo & Associati. C’è la possibilità che il Pd  si dia a Matteo Renzi e dunque ‘asfalti’ o comunque batta la destra berlusconiana. Ma Renzi ha promesso di  portare al Pd la maggioranza sociologica, non di rilanciare l’equità; e non la rilancerà.

Nessuno sa ciò che faranno le Cinque Stelle. La lotta alle diseguaglianze e ai soprusi dovrebbe essere una loro ragion d’essere; ma non è detto. E’ certo che se non saranno all’altezza un’altra, più efficace, forza antagonista dovrà nascere. La protesta sociale si allargherà perché la ripresa sarà debole. Un grosso settore dell’elettorato finirà col preferire all’astensione o alla rassegnazione il sostegno a un movimento migliore  delle 5Stelle. Se l’insurrezione spontanea sarà insufficiente un Conduttore, demagogo o no, dovrà levarsi a guidare l’azione popolare.

Ricapitolando. La politica di questa Terza Repubblica che nasce malata oncologica non potrà nulla contro la feudalità dei partiti, dei poteri forti, della Costituzione scritta dai giuristi della cleptocrazia, dell’ipercapitalismo, dei sindacati parassitari, dei ‘diritti’ zapateristi, degli intellettuali opportunisti, delle disuguaglianze che crescono, dei privilegi vecchi e di quelli di nuova generazione. Il Paese dovrà insorgere, da solo o dietro un leader anti-sistema che sia mosso più da impulsi neo-etici che dalle morenti categorie del sinistrismo. Per salvarsi, il berlusconismo-dopo-Silvio continuerà a fomentare, persino a finanziare il sinistrismo. Ma alla fine la gente capirà. Chiuderà d’impeto l’ultima fase dell’Ancien Régime dei profittatori della Resistenza.

Porfirio

FORSE RENZI SPIANERA’ LA VIA AL GRANDE RIFORMATORE DEL FUTURO

Oltre che strumenti democratici sbagliati, i nostri partiti sono bande di usurpatori, sono gli appaltatori ladri del peggiore sistema politico d’Occidente; e da noi la cleptodemocrazia elettorale è impostura più grave che altrove. Tuttavia, a conti fatti, il Partito Democratico è meno stomachevole e porcino del Pdl. Potenzialmente il Pd rappresenta la maggioranza sociologica. Però è gestito da una gerontocrazia conservatrice, prigioniera di un retaggio detestato (il PCI), tramortita da una successione di sconfitte, inebetita dalle consuetudini e dalle assuefazioni.

Quando si alzò lo sfidante Matteo Renzi con la proposta brutalmente geniale di rottamare i gerontocrati, fu subito evidente che se il Pd avesse accettato, affidandosi a lui, avrebbe vinto le elezioni. Invece prevalsero le cariatidi, i registi dell’insipiente settarismo di una base senile. Da qualche mese il partito della maggior parte degli italiani è stato ridotto dal Colle all’umiliazione di puntellare un appalto governativo controllato dai plutocrati dell’One per Cent.

Che dobbiamo aspettarci, oggi che esistono le condizioni per la rivincita del Rottamatore? Quando avrà sgominato o almeno giubilato i vecchi gruppi di potere -i D’Alema, i Napolitano, i Bersani, gli Epifani, le Finocchiaro e le Sereni- verosimilmente Renzi andrà al governo. Se attuerà il programma fatto balenare, o meglio se non sorprenderà andando ben oltre quel programma, egli non risulterà il Demolitore/Ricostruttore che il Paese attende per guarire. Però ne sarà il Precursore: e anche così farà opera storica. Spianerà la strada a Uno più grande di lui.

A leggere il programma di Renzi, nell’inadeguata formulazione che conosciamo, sembra giusto definirlo un grosso piano di sgombero di cose rotte, tarlate e inutili, non un progetto di audace costruzione. Però, se realizzato, un piano importante, anzi dirompente. Sarà uno sbarco di garibaldini che almeno abbattono il Regno del Borbone.

Renzi non promette la Città Futura, ma cose grosse per il presente o per l’avvenire vicino. Intanto, in linea di massima, cancellare le eredità e le tradizioni: testi, bandiere, parole d’ordine, mobilitazioni, glorie, pseudo-glorie come la Resistenza sicaria, le iperconquiste sindacali che producono desertificazione. Renzi sostiene che rifiuterà le battaglie di retroguardia; che trasformerà un partito di ‘compagni’ in un’aggregazione della gente quale è, quasi del tutto indifferente alle nostalgie e ai tic di sinistra. Un secolo e mezzo abbondante di lotta politica, non solo in Italia of course, avendo dimostrato che il sinistrismo è velleità, Renzi incoraggerà l’ala passatista ad abbandonare il Pd. In cambio affluiranno gli ampi consensi che finora, andando alla Circe di Arcore, hanno reso immobile la politica dello Stivale.

Solo così verranno le cose annunciate dal sindaco di Firenze e da altri innovatori. Il Nostro promette -piuttosto vagamente- di mettere fine al bicameralismo perfetto, al finanziamento pubblico dei partiti e delle loro testate; di abolire o almeno ridimensionare le province; di vendere quelle proprietà pubbliche che costano invece di fruttare; di “ridurre l’intermediazione politica delle risorse collettive”; di sfoltire i ruoli dirigenziali del pubblico impiego; di portare  dal 12 al 40 per cento la quota dei bambini negli asili pubblici; di introdurre liberalizzazioni che facciano scendere le tariffe;  di combattere le rendite di posizione; altre cose moderatamente virtuose.

Sono razionalizzazioni che figurano bene in qualsiasi programma liberal-sociale dei nostri tempi. La condizione perché, nei loro limiti, si attuino è che le sinistre all’antica e le burocrazie partitiche catafratte vengano messe fuori gioco, l’ala sinistrista confinata  nell’irrilevanza di una o più frange lunatiche. Questa sarà, forse, la missione del Renzi precursore di Colui che ingaggerà le battaglie grosse: colpire sul serio la proprietà, i poteri forti, il turbocapitalismo, i redditi esorbitanti dei manager anche della mano pubblica, degli alti burocrati e dei parassiti d’alto bordo; abbattere i costi tradizionali dei poteri classisti, cioè indifferenti all’equità;: aggredire gli eccessi e le deviazioni del mercato e dell’impianto individualistico della società; azzerare le spese militari e diplomatiche; guidare la transizione verso la crescita zero e la protezione dell’ambiente; combattere il consumismo fomentato dal capitale; avviare il passaggio dal parlamentarismo tossico a questa o quella formula di democrazia diretta. In sostanza saranno le battaglie egualitarie oggi propugnate a chiacchiere dalla Gauche: ma le condurrà un Riformatore dalle mani forti, la mente e il cuore sgombri da legami ideologici.  Se non cancellerà il passatismo che blocca il Pd, Renzi sarà sprecato.

Se prevarrà, se spianerà la strada al Riformatore, il Nostro risulterà un protagonista storico del tipo di papa Bergoglio: non il pontefice rivoluzionario che la Chiesa anzi il mondo meritano, ma il Battista che apre le vie del Signore.

A.M.C.

ROTTAMARE TUTTI NON BASTERA’ IL PD SI LIBERI DI CAPALBIO

Nel versare il secchio della carta nel cassonetto ad hoc mi cade l’occhio su ‘Venerdì di Repubblica’, luglio di quest’anno. Cover story: “Ultima spiaggia a sinistra”. Recupero prontamente il rotocalco: una lagna similsinistrista in più non guasta, anzi favorisce la salivazione.

Apprendo che “Ultima Spiaggia” è anche il nome dello stabilimento balneare di Capalbio, il litorale prediletto dalle Prominenzen ex-comuniste ed equiparate. Capalbio è la risposta progressista al vicino lussuoso Argentario e “da 33 anni la sede della più grande transumanza estiva della sinistra intellettuale italiana”. Oggi in testa alle Prominenzen è probabilmente il pittoresco Stefano Rodotà.

Dall’occhiello leggo: non è certo che “tutti i sogni di gloria del Pd si sono sgretolati”; e che permangono “i mitici ozi capalbiesi della crema della sinistra”. Enrico Deaglio, autore del reportage principale, la mette così: “Quando la sinistra riesce a perdere le elezioni che aveva in saccoccia; quando il Pd si fa umiliare da Beppe Grillo; quando il Pd  governa pappa e ciccia con Berlusconi, beh si può vederla in due modi: 1) la sinistra italiana è arrivata all’ultima spiaggia  2) è al potere, appagata. Quale delle due?”.

Deaglio fornisce a sfottere l’attesa risposta: “Le mie impressioni, dopo una puntata a Capalbio, è (sic) che la sinistra in Italia stia molto meglio di quanto si pensi. Certo, le idee che circolano sono un po’ datate, ma non tutte. Per esempio si è, finora, impedita la costruzione di una stupida autostrada; per esempio due cineasti cosmopoliti hanno convinto i gestori di un ristorante a cambiare ogni volta l’olio quando preparano il fritto di calamari e gamberi”. Altro tocco di malizia: “Venire a Capalbio è come fare un salto nel salotto della zia marxista”

Scherzi a parte, il cognato della ex-ministra Fornero non vuole alimentare illusioni nel popolo della primarie: “Insomma questa zona mi è sembrata un buon pezzo d’Italia civile. La politica però è un’altra cosa”.

Qualche paragrafo prima ha infierito: “Ai tempi in cui un terzo degli italiani votavano per il Pci, l’ultimo segretario Achille Ochetto combinò un disastro. Si lasciò convincere da una famosa fotografa a scambiare un bacio sulla bocca, nella sua dacia qui, con una molto bella Aureliana Alberici, sua legittima consorte e parlamentare del Pci” (parlamentare come la Jotti di Togliatti, aggiungiamo noi, come Teresa Noce di Luigi Longo, come -obbligatoriamente- molte altre consorti di compagni di rango). Continua Deaglio: “Ci furono elezioni subito dopo e il Pci perse un sacco di voti. Si disse che quel bacio evocava depravazione e mollezze borghesi”.

Richiamare il bacio balneare è qualcosa di più che onestà intellettuale. E’ andare al  cuore del problema. La sinistra perde colpi, il marxismo è morto perché da noi sono come sono: implausibili; insinceri cioè lontani dalla gente; finti votati al sociale; una pochade elaborata a Capalbio: anche ora che il mattatore di quella spiaggia non è più il latin lover della Bolognina.

A fine agosto i sondaggisti danno possibile, alcuni probabile, una prossima vittoria elettorale del Pdl: benché posseduto da un pluricondannato lubrico, capelli falsi nero corvino e gridi di battaglia ancora una volta calcistici (“Forza Italia di nuovo in campo”), ossia plebei da stomacare la plebe onesta. E’ giocoforza concludere che, se i sondaggisti non sono usciti di senno, lo Stivale accetta tutto, persino il Senilcavaliere, persino un giorno il ritorno del papa-re, pur di sfuggire all’alternativa di queste sinistre. Ergo i politici di Capalbio, specie se innestati all’intellettuale (“ti indicano ancora l’ombrellone di Napolitano, neanche tanto tempo fa”) devono sparire tutti fino all’ultimo.

Non solo. Il Pd deve fare l’outing definitivo: dissociarsi da Gramsci, dall’operaismo, dalle glorie partigiane, dallo sviluppo, dall’idolatria del Pil, dall’atlantismo Prodi-D’Alema- Napolitano, dal rodo-boldrinismo.

In più deve disfarsi di Capalbio. Sul piano immobiliare si è valorizzato in grande. Lo si venda, ora che i tesserati, spesso sfigati e/o pensionati, scarseggiano di cash; e ora che il finanziamento pubblico tende a scemare. Il Nazzareno farebbe un figurone a rinunziarvi. In ogni caso  dovrà disfarsi di Capalbio se vorrà competere con la calciopolitica del risessualizzato Voronoff.

Porfirio 

I GIORNALISTI DIVINIZZARONO IL DUCE ANCHE A NOME DEI COLLEGHI D’OGGI

“Tra il 1925 e il ’40 gli italiani furono, se non proprio fascisti, quasi tutti mussoliniani. Fu necessaria la tragedia di una guerra perduta per trasformare il Duce d’Italia, fino allora potente come un monarca e infallibile come un papa, nel cav. Benito Mussolini. Non erano le cartoline precetto, come piace lasciar credere oggi, a radunare in piazza le folle oceaniche. Il fascismo e il mussolinismo affondavano le radici in un humus profondo”.

Dino Biondi, professionista di lungo corso della carta stampata, premetteva queste  righe a un suo volume La fabbrica del Duce, ed. Vallecchi, di cui il francese Jean-Francois Revel scrisse: “Non avevo mai letto prima un libro che restituisse così bene il clima eroicomico, un po’ folle, così misteriosamente buffo e grandioso, che ha caratterizzato l’era mussoliniana”. E nella loro Storia del fascismo Salvatorelli e Mira rilevarono che l’esaltazione del Duce “non era tutta finzione e adulazione, ma rispondeva a un’effettiva infatuazione popolare”.

Noi qui cogliamo, dalla vasta congerie di articoli della stampa nazionale raccolta da Biondi, alcune citazioni sintomatiche dell’idolatria mussoliniana. Lo facciamo per ricordare alle grandi firme democratiche d’oggi quello che avrebbero scritto se fossero vissute nell’Era Fascista. E quello che scriveranno il giorno che un altro duce potrà prendere il potere, applaudissimo dalla maggior parte della nazione, stanca fradicia della democleptocrazia. Coll’occasione richiamiamo il fatto che il 29 marzo 1911 il Corriere della Sera, a firma Luigi Einaudi, aveva auspicato “nuovi selvaggi da mettere al posto dell’attuale degenere classe politica”. Più di un secolo dopo, i ‘selvaggi’ non ci servonovolte di più?

In occasione del trasferimento del Duce a palazzo Venezia, il Corriere della Sera così descrisse una giornata del Nume: “Dalle 9 del mattino alle 24 Egli lavora, e porta nel lavoro il fervore della sua fede e il segno del suo genio, che ha messo al servizio della Patria. Il  Duce  legge tutto. Non v’è pubblicazione, italiana o estera, che non conosca; non v’è movimento politico o letterario che non segua; non v’è articolo o semplice notizia di cronaca che gli possa sfuggire. Tutto il mondo gli appare, inquadrato nella potenza irresistibile del suo genio. A un gerarca ha detto: “Non sai che leggo ogni giorno 350 quotidiani?”.

Il 7 novembre 1938 il sommo Corriere della Sera pubblica il reportage di una visita del DUCE (da tempo per Lui meglio usare le maiuscole), firmato Guido Piovene: “Questo è il racconto di un’apparizione di Mussolini, fulminea come tutto quello che è suo. Si pensa con sgomento a Mussolini solo, in un luogo qualunque ignaro della sua presenza, e vede che tutto parla di lui, tutto è storia sua, mito suo. Dai muri gli parla un suo detto, con la sua firma imperiale; lo incita la sua parola di un momento fatale. Credo che il DUCE, vedendo come l’Italia sia piena della sua opera tangibile e porti scritto da lui tutto il proprio futuro, debba provare travaglio più che riposo, quasi sopraffatto dalla propria grandezza”. In un’altra occasione Piovene scriverà che “Mussolini è più prossimo a Pascal che a Mazzarino” e che “la sostanza  dell’uomo e la sua politica sono sempre poesia”.

Il 22 novembre 1942, quando la guerra si mette al peggio, il Corriere della Sera deplora i cuori deboli che si sfilano il distintivo: “Anche in tempi normali il distintivo del Partito Nazionale Fascista va considerato quale segno di ferma opinione politica; ma oggi, in modo particolare, esprime tutti i migliori sentimenti del cittadino italiano e fascista. Eppure v’ha taluno che non sente questo orgoglio e toglie dall’occhiello questa piccola e pur così grande insegna di una fede!”.

Pochi mese dopo arriva il 25 luglio e il popolo compatto, guidato dalla grande stampa e dagli intellettuali alla Piovene (solo un pugno di professori aveva declinato di giurare al Regime) si ricrede sul DUCE. Nel Ventennio quegli intellettuali non hanno smesso un istante di agognare libertà e democrazia. I migliori, capeggiati da Togliatti e in sott’ordine da Giorgio Napolitano, le hanno invocate e ricevute da Giuseppe Stalin.

Porfirio

B.SPINELLI: SOMIGLIAMO A WEIMAR

Il 24 luglio 2013 ‘Repubblica’ recava un editoriale che le regole del pugilato definirebbero ‘peso mosca’ (sino a Kg.50,802) e una requisitoria di Barbara Spinelli, che rientrerebbe tra i medio-massimi (sino a Kg.79,276). L’editoriale peso mosca faceva rimpiangere d’averlo letto: non tanto perché firmato da Ezio Mauro, non un vero e proprio maitre-à-penser; piuttosto in quanto sinistramente intitolato LA VERA RIFORMA E’ ABOLIRE IL PORCELLUM. Di quanto poco si contenta il direttore della maggiore testata di regime! Ci occorrerebbe la pioggia di fuoco che cancellò Sodoma/Gomorra, e Mauro sogna i ritocchi che un giorno forse il disonorevole parlamento apporterà al congegno della frode elettorale. Mauro finge di non capire che non la legge elettorale, bensì le elezioni stesse, la Costituzione e i partiti andrebbero aboliti per bonificare il peggiore sistema politico d’Occidente. Abolite in pro di una delle formule, già ingegnerizzate nel Nord America e altrove, di democrazia diretta selettiva, liberata dall’impostura elettorale-legittimista.

“Se la stabilità diventa idolatria” si chiama la catilinaria di Barbara Spinelli contro le larghe intese. E’ irriguardosa nei confronti del presidente della Casta, il quale le ha imposte dal Colle. Tale irriverenza costituisce un titolo di merito: attenua l’inspiegabile imprudenza, meglio impudenza. di deplorare “chi non si fida degli Stati con Costituzioni nate dalla Resistenza”;  e di rimpiangere il “momento magico del Cln, della Costituzione repubblicana”: bizzarro rimpianto di un momento che il settantennio cleptocratico ha screditato all’estremo e per sempre:

Con qualche fondamento Barbara sostiene che le grandi coalizioni, le strane maggioranze “sono sempre state di ripiego, votate all’instabilità (…) In Germania le riforme decisive vennero fatte dalla sinistra o dalla destra quando governavano da sole. Furono labili e piene di disagio le coabitazioni francesi. Le unioni sacre immobilizzano la politica”. Tuttavia questa avversaria dell’immobilità avrebbe fatto meglio a indicare quale ‘mobilità’ vorrebbe: quella della foto di Vasto, cioè la promozione di Vendola a secondo console? quella che il maniaco dirittista Rodotà avrebbe scatenato dal Quirinale, luogo del vituperio? Perché no, l’avvento a capo della maggioranza di un esponente gay and lesbian, coronante una svolta persino più storica del portafoglio ministeriale di una oculista dimostratasi indifferente ai tracomi del Congo?

Invece Barbara fa benissimo a chiederci di ricordare la Grande Coalizione che fu tentata dalla repubblica di Weimar: essa sì la dimostrazione crudele dell’inanità della liberaldemocrazia di fronte

ai sentimenti e ai furori del popolo, quando a interpretarli sorga il Grande Demagogo. Gli anni 1928-30 , del governo socialdemocratici-destre-Zentrum- furono effettivamente  una fase “di tensioni indescrivibili che accelerarono la fine della democrazia. I nazisti non superavano il 2,6% dei voti nel ’28, nel ’30 raccolsero il 18,3%, nel ’33 il 43,9%. L’ultimo governo parlamentare di Weimar, diretto dal socialdemocratico Hermann Mueller, si infranse su scogli che riecheggiano i nostri in maniera impressionante: un’austerità dettata dai vincitori della Guerra mondiale, la disoccupazione, i vacillamenti sull’acquisto di costosi armamenti (la corazzata A), l’insanabile conflitto su tasse e sussidi ai senza lavoro: ecco i veleni che uccisero Weimar, e paiono riprodursi in Italia. A quel tempo, fuori dai palazzi del potere rumoreggiavano i nazisti sempre più tracotanti, i comunisti sempre più costretti da Mosca a imbozzolarsi nella separatezza. Il movimento di Grillo imita quell’imbozzolamento”.

Il riferimento al decesso di Weimar è sacrosanto. Con tanti politologi che ci affliggono, ci voleva una solitaria, una specie di laica Caterina da Siena, per farci ricordare. Oggi come allora il parlamentarismo muore, perché merita di morire. Oggi come allora le nozze Democrazia-Liberismo falliscono. C’è differenza tra il conato Letta-Napolitano e i conati Ebert, Rathenau, Cuno, Mueller, Braun, Schleicher, Bruening?

Questi personaggi furono annichiliti dallo sdegno di un grande popolo, sdegno purtroppo interpretato e messo a fuoco da un genio del male. La Weimar italiana, prigioniera del Pil e asservita a Washington più di quanto Erzberger e Rathenau -entrambi assassinati ‘per conto del popolo’- si fossero arresi alle imposizioni dei Vincitori del ’18- è minacciata dalla collera degli italiani, ormai vicina all’invincibilità.

Non è dato sapere se da noi sorgerà il Distruttore -magari non criminale come quello del 1933 ma efficiente, bonario e, nei primi anni, amato come quello di Spagna del 1923: quel Miguel Primo de Rivera che spazzò via, in poche ore e senza sparare un colpo, gli oligarchi di allora. Non erano peggiori, semmai meno ladri, dei nostri che usurpano dal 1945.

A.M.C.

“LABORATORIO ITALIA O MORTE!”

“Roma o morte”  fu il grido di lotta del risorgimentale Partito d’azione, quando negli otto anni tra Aspromonte e Porta Pia caldeggiò la conquista dell’Urbe. Qui spieghiamo perchè riaprire il secolare laboratorio della creatività nazionale. A chi dalle nostre parti non è capitato di sentire “Non sono mai stato all’estero, ma l’Italia è il più bel paese al mondo”? Chi ormai non trova strano il vanto “Sono fiero d’essere italiano”? Almeno un paio di volte per millennio dovremmo fare l’inventario degli svarioni, feticci e ubbie del nazionalismo. Le pretese sceme vanno sfatate: siamo all’incirca come gli altri dell’Occidente. Per qualche aspetto siamo meno degli altri.

E tuttavia: chi può negare che nello Stivale siano nati pensieri e accadute cose quali la Scandinavia, la piana sarmatica o il subcontinente sud-americano non hanno mai conosciuto? Non è detto valga ancora il giobertiano Primato degli Italiani; però non abbiamo l’obbligo di considerarci nient’altro che un dipartimento, un cantone di contesti più larghi: l’Europa, l’Occidente, l’Umanità. E’ incontestabile: negli ultimi diecimila anni lo Stivale ha prodotto da solo più bene e più male che interi sottocontinenti. Uno di noi che abbia vissuto al riparo di uno scudo chiamato ‘senso critico’ deve chiedersi almeno una volta se non ha ecceduto in understatement.

E’ stato bene eccedere, però attenzione. Questo Stivale ha secreto più succhi e più tossine di altre nazioni. Ha inventato, oltre alla mafia e all’obbedienza a tutti i padroni (Francia o Spagna purché se magna), anche l’impero romano, il papato prevaricatore, il Rinascimento glorioso e figlio di puttana, le dolcezze e gli ululati dell’opera lirica, le fisse del pallone e della moda, il futurismo, il fascismo, Gabriele d’Annunzio, e non è finita.. Ebbene, se non si dimostra che siamo invecchiati più di altre stirpi, ci corre l’obbligo di restare inventivi; di non imitare e basta; di porci  domande che altrove tramortirebbero. In politica, per esempio.

Settant’anni fa, quando la sconfitta militare e la fine del fascismo si fecero sicure, i carpetbaggers che aspiravano all’eredità credettero di costruire un audace Stato Nuovo coi progetti, i materiali e gli stili di oltre un secolo prima: urne, parlamenti bicamerali, partiti predatorii. Per il ritardo culturale e il dolo dei padri/nonni Costituenti ci troviamo col peggiore dei congegni occidentali. Non è grottesco che, con la nomea di estrosi che ci portiamo addosso, non ci venga in mente di farla finita con istituzioni e concetti  venuti in voga due secoli e mezzo fa?

Riproponiamo dunque con forza la questione “laboratorio Italia”. Abbiamo tanto poco da perdere che ci conviene sperimentare. Il rifiuto della democrazia rappresentativa e del parlamentarismo ha ormai una storia molto lunga: in Francia, p.es., lunga quanto la Terza e la Quarta Repubblica; taciamo sull’Europa orientale, Russia in testa.

Da noi quasi nessuno crede più nella democrazia dei partiti e delle urne. Non si profila altra alternativa che il passaggio a questa o  quella formula di democrazia diretta/elettronica, più o meno selettiva. E’ disdoro del regime sorto nel 1945 e della sua cultura inerte se l’unica disordinata ipotesi di democrazia diretta e stata fatta propria da un movimento strampalato: Le sue prime iniziative politiche, dopo un’affermazione folgorante, si presentano illogiche. La più  bislacca è la scelta di puntare sul Parlamento, laddove il M5S ha senso solo come forza frontalmente antiparlamentare e anti-istituzionale. Le vie del Signore essendo infinite, è possibile che quanto resterà del  Movimento consegua qualche risultato, a giustificazione della strategia parlamentare. Ma lo scetticismo è lecito.

Un sentiero è stato aperto quando il grillismo ha avviato la pratica della deliberazione via Web; ha inoltre reso brevissimi gli incarichi quali le presidenze dei gruppi parlamentari. Se resteranno trimestrali, si confermerà il proposito di contrastare almeno una parte delle prassi che fanno professionale, carrieristica e cleptocratica l’attività politica. Tuttavia il disegno di prosciugare dall’interno l’acquitrino, anzi le sabbie mobili, della democrazia truffaldina risulterà velleitario. Anche perché la compattezza, la disciplina e il disinteresse degli eletti sono esposte ai rischi più gravi. Il Movimento avrebbe dovuto assalire le istituzioni per demolirle, non per gestirle.

Eppure non è chi non veda il potenziale  dell’opposizione di sistema mossa dal M5S, per la prima volta dal 1945. Sin da subito il popolo del Web potrebbe essere associato alla funzione legislativa. Si parlava da molti anni di democrazia elettronica e da noi non accadeva niente. Con tutti i suoi errori, Grillo ha mosso qualcosa.

L’obiezione tradizionale alla proposta di ‘tornare ad Atene’ è che Atene negava l’appartenenza alla Polis alle donne, agli schiavi, ai meteci. La Polis era ristretta. Ebbene, il concetto di democrazia neoateniese che Internauta ha ricevuto da un piccolo nucleo di ‘progettisti’ milanesi – v. Internauta Ottobre 2012, “Blueprint: la Democrazia Neo-Ateniese Selettiva”– si basa sulla pregiudiziale che la Polis autogovernata del futuro sia ristretta. Circa 500-600 mila supercittadini  che si avvicendano a turni di “servizio politico” di non oltre un anno. Abolite le elezioni, si diventa supercittadini per estrazione a sorte, non all’interno dell’intera Anagrafe ma di un Ruolo di Selezionati.  Sorteggi di secondo e terzo grado assegnerebbero gli incarichi oggi elettivi ai supercittadini nell’anno di turno politico.

In aggiunta alle persone con elevate benemerenze civiche (il volontariato in primis) e oggettive esperienze culturali e lavorative (non solo imprenditori o accademici di livello, anche capi operai, coltivatori diretti, etc.), il Ruolo dei Sorteggiabili  potrebbe accogliere anche chi dimostri con un esame d’essere in grado di fare il supercittadino per un anno, se scelto dal sorteggio.  Un organismo della magistratura gestirebbe le selezioni e i sorteggi: sempre col limite massimo di un anno per turno. I politici di carriera sparirebbero. Al più modesto dei coltivatori dell’Attica poteva accadere di fare l’arconte, magari per un giorno.

Concludendo: ciascuno di noi abitatori di questa ‘Saturnia tellus magna parens frugum’ si senta sfidato a pensare a qualcosa di diverso da ciò che abbiamo. Sfidato a progettare, a ingegnerizzare una Polis meno scadente della nostra. Come società civile non stimiamo più il nostro assetto. Concepiamone uno migliore. Oppure deponiamo il vanto della fantasia creativa.

A.M.C.

LA RISCOSSA DELLA SINISTRA

Forse Antonio Massimo, che sa essere flessibile e pragmatico, avrà già impartito il proverbiale “contrordine compagni”. Ordinato, cioè, di soprassedere per il momento al reclutamento di qualche cacciatore di teste per individuare l’alto ufficiale o prelato più idoneo a promuovere, in Italia e al limite nell’universo intero, quel rivolgimento rivoluzionario ancorchè semi-conservatore che lui auspica e che le sinistre nazionali, estreme e quindi fuori dal mondo oppure moderate e quindi abbarbicate al sistema vigente, hanno dimostrato di non sapere o volere attuare. La dimostrazione definitiva sarebbe venuta, come sanno i nostri lettori, dal decesso ormai acclarato della sinistra nostrana mainstream, ovvero il non compianto Partito democratico.

Come tutti sanno o dovrebbero sapere, invece, il presunto defunto ha dato, certo tra la sorpresa generale, uno squillante segno di vita, sia pure ricalcando se si vuole le strofe iniziali di uno storico inno nazionale: la Polonia non è ancora morta finchè noi siamo vivi. Anche il PD, infatti, sembra assomigliare tuttora ad un fantasma mentre si sono rivelati ben vivi e vegeti diecine o centinaia di suoi singoli militanti più o meno dichiarati o confessi nonchè milioni di suoi elettori. Guarda caso, incidentalmente, quello polacco è l’unico inno nazionale in cui si menziona un altro paese ossia proprio l’Italia, dalla quale mossero alla riscossa due secoli fa i legionari del generale Dombrowski.

Anche l’Italia da qualche tempo dà segni piuttosto marcati di necrosi, benchè la  salute fisica della sua popolazione risulti, dalle classifiche ufficiali, inferiore nel mondo solo a quella di Singapore e migliore rispetto a Svizzera, Finlandia, ecc. Ma la salute, com’è noto, non è tutto, sebbene la sua importanza sia primaria. Politicamente ed economicamente siamo stati peggio di adesso, dopo la seconda guerra mondiale, solo durante quest’ultima. La cui fine, però, prometteva di per sè un risollevamento che infatti, per molti versi, si realizzò, mentre adesso incombono solo una serie di incognite per nulla rassicuranti. A cominciare da quella rappresentata da una classe politica la cui inadeguatezza rispetto alle avversità del momento è solo la più banale delle sue pecche.

Può anche darsi che Antonio Massimo abbia ragione, ossia che per rimettere il paese in carreggiata si rivelino necessari estremi rimedi come il rivolgimento sopra accennato o comunque radicale. Io continuo invece a pensare che ci si debba accontentare di qualcosa di meno ambizioso ma anche meno rischioso e meno gravido di incognite. Non vedo perché proprio l’Italia, fra tutti, debba cimentarsi in salti nel buio piuttosto che insistere nello sforzo, per quanto anch’esso già arduo, di portarsi al livello di altri paesi, quelli con cui generalmente si confronta. I quali, a loro volta, si trovano di fronte a problemi più o meno seri quando non gravi ma non languono nelle condizioni del nostro, afflitto, oltre che da malanni antichi mai veramente curati, da una multiforme crisi cronica ormai ultraventennale.

Si tratta di uno sforzo che fino e ieri poteva sembrare disperato, dopo il sostanziale fiasco, politico più che economico-finanziario, del governo Monti, l’uomo che secondo qualche osservatore straniero prometteva di salvare addirittura l’Europa. Dopo l’esito disperante delle elezioni parlamentari di febbraio, utile sì a far trillare più sonoramente che mai, col clamoroso successo del movimento Cinque stelle, il campanello d’allarme per l’emergenza nazionale, ma tale da non assegnare automaticamente a nessuno il compito di affrontarla finalmente senza più indugi e remore. E dopo, naturalmente, la penosa vicenda dell’elezione presidenziale con i suoi seguiti, apparentemente rovinosi senza scampo proprio per il partito che bene o male aveva conquistato la maggioranza relativa in parlamento.

Ad una simile mazzata si è cercato di ovviare varando il governo cosiddetto delle larghe intese, fortemente voluto soprattutto dal Quirinale ma tutt’altro che equiparabile ad un’infallibile panacea, anche se il condottiero del centro-destra l’ha salutato come storica sepoltura di una lunga guerra civile. Indubbiamente, però, la sua nascita ha premiato un Silvio Berlusconi quasi universalmente ammirato per avere resuscitato un PDL in stato comatoso e inflitto invece il terzo smacco consecutivo ad un PD in piena deriva.

Che poi il governo Letta-Alfano fosse privo di alternative immediatamente praticabili dal punto di vista degli interessi, oggettivi e pressanti, del paese può essere senz’altro vero e comunque sostenibile. Non ne consegue tuttavia alcunché di rassicurante riguardo sia alla sua tenuta sia ad un minimo di adempimenti, a cominciare dalla modifica (per assurda che possa suonare nell’attuale situazione una simile priorità) la modifica di un sistema elettorale tanto grottesco quanto pesantemente condizionante.

Su questo sfondo è sopravvenuto quell’autentico colpo di scena che è stata la travolgente affermazione del PD e del centro sinistra in generale nelle recenti elezioni amministrative. Elezioni precedute dalla loro ulteriore perdita di consensi attestata dai sondaggi insieme con l’ulteriore ascesa del centro-destra. Elezioni solo parziali, certo, ma che hanno visto quello schieramento politico trionfare ovunque, dalla capitale tramortita dalle prodezze di Batman alla Siena pur macchiata da quelle di Rocca Salimbeni, dalla Treviso dello sceriffo Gentilini alla Brescia del Trota, dall’Imperia di Scajola alla Sicilia dove in passato era accaduto una volta che i berluscones sconfiggessero la concorrenza per 60 a 0.

Ciò nonostante, a livello sia politico che mediatico, compresi settori dello stesso schieramento vittorioso, è subito partita la corsa al ridimensionamento dell’evento sotto ogni possibile profilo. Un’operazione, del resto, non dissimile da quella precedentemente effettuata nell’interpretare i risultati della consultazione parlamentare di febbraio. Nella quale il partito di Bersani aveva indubbiamente patito una delusione anche cocente (quanto, inutile negarlo, meritata), ma dopotutto aveva perso un terzo dei voti ottenuti nel 2008 contro la metà perduta dal PDL, e insieme ai suoi alleati avrebbe probabilmente potuto governare, con un sistema elettorale meno folle, conquistando meno seggi alla Camera ma di più al Senato.

Di Bersani si è invece parlato a profusione come di un più o meno grande sconfitto, ignorando la legge dei numeri (che in democrazia conta) e non senza il parziale contributo dell’interessato, mentre si è celebrata da ogni parte la straordinaria bravura del suo principale rivale a rovesciare ancora una volta in extremis i pronostici risalendo la china benchè solo rispetto ai sondaggi, non a dati reali, e abbindolando nuovamente la parte più credula dell’elettorato con la promessa di sopprimere l’IMU (la cui introduzione era stata avviata dal suo stesso governo) e stavolta addirittura di restituire il malpagato. Il tutto, comunque, di nuovo senza vincere la gara, come nel 2006, pur soccombendo solo di stretta misura.

Mentre, inoltre, si sottolineava l’ennesima prova dell’incapacità del centro-sinistra di mettere fuori gioco Berlusconi con i voti popolari e senza l’aiuto della magistratura, non si risparmiavano gli elogi per il senso di responsabilità e il  patriottismo dimostrati dal Cavaliere col propugnare e consentire la formazione del governo di grande coalizione. Sorvolando, così, sull’assenza di alternative per il centro-destra e dimenticando che l’inesauribile personaggio, apparentemente orientato a congedarsi dalla politica, aveva repentinamente deciso di scendere ancora una volta in lizza all’indomani di una cocente e forse inaspettata condanna giudiziaria, dando ragione a quella giornalista americana che aveva ammonito a non considerare spacciata l’italica controfigura della “signora grassa che continua a cantare”.

Chissà se Berlusconi sarebbe stato così responsabile e patriottico se dalla lotteria dell’elezione presidenziale fosse uscito vincitore Romano Prodi, la cui candidatura aveva spaventato a morte il PDL. Giustamente, se vogliamo, e non perché il premier dell’Ulivo fosse e sia davvero quell’orco assetato di sangue che la stampa di centro-destra si è affrettata a bollare. E neanche perché si tratta dell’uomo che era riuscito nell’impresa, epica soprattutto per chi non la gradiva, di sconfiggere due volte Berlusconi alle urne. Ma perché la sua candidatura, sostenuta o accettata dalla maggioranza del PD, compreso l’astro nascente Matteo Renzi, piaceva anche ai grillini, e se avesse avuto successo avrebbe, forse se non probabilmente, aperto la strada ad una convergenza governativa tra centro-sinistra e Cinque stelle.

Una possibilità, questa, la cui comparsa veniva tra l’altro a smentire quel sempre diffuso e debolmente contrastato luogo comune dell’incrollabile, quasi genetica preponderanza in Italia del centro-destra, dal momento che il Movimento cinque stelle si dimostrava un’entità sostanzialmente di sinistra (una “costola della sinistra”, come D’Alema aveva definito, meno attendibilmente, la Lega Nord), e sia pure una sinistra alquanto anomala e con vari tratti inediti, a cominciare da un’accentuata aggressività nei confronti del sistema vigente impropriamente bollata dagli altri come “antipolitica”.

La tempra di Berlusconi non è stata tuttavia messa alla prova grazie ai franchi tiratori del PD e con grande sollievo dei “poteri forti” e della stampa ad essi più vicina, visibilmente e palpabilmente timorosi di una sterzata a sinistra del baricentro politico nazionale. La soluzione in chiave di larghe intese del problema governativo, da essi fortemente caldeggiata, li ha almeno momentaneamente tranquillizzati, al punto che anche gli osservatori più seri, da sempre vigili sul classico pericolo che le grandi coalizioni favoriscano la contestazione più radicale del sistema, in Italia appena clamorosamente esplosa, se ne erano un po’ dimenticati.

E’ andata bene anche a loro, in quanto il grillismo, anziché crescere a dismisura, ha cominciato a sgonfiarsi prima del previsto. E’ andata bene ma solo in parte e in modo effimero, perché la sua perdita di incidenza politica e di consensi, per questi ultimi ben più che fisiologica, è stata coronata da un esito delle elezioni comunali che oltre a decimare i Cinque stelle rispetto all’exploit parlamentare ha messo al tappeto anche il centro-destra, riaccendendo un allarme da poco smorzato.

Si è quindi dovuto correre di nuovo ai ripari cercando di ridimensionare e sminuire la riscossa del centro-sinistra col ricorso ad ogni possibile appiglio. Primo fra tutti, l’ulteriore calo dell’affluenza alle urne, ormai così bassa da accreditare l’immagine di una vittoria effettiva di un nuovo ed inedito partito, quello degli astenuti. Un’immagine, in realtà, di puro comodo per quanto suggestiva. Sul significato dell’astensionismo si è detto e scritto di tutto e di più, ma agli effetti concreti non vedo come si possa negare che vince chi ottiene più voti dei concorrenti, specie se sono tanti di più, e non chi diserta la gara. Gli assenti, come si sa, hanno sempre torto, anche se possono accampare qualche buona ragione per il proprio comportamento.

Di recente un nuovo sindaco è stato eletto col 19% di votanti a Los Angeles, che conta cinque volte più abitanti di Roma (e alcuni milioni più di tutta la Lombardia), dove Ignazio Marino ha spodestato Alemanno prevalendo tra il circa 50%. Nessuno, in California e negli USA, ha drammatizzato quella cifra, pur trovando necessario fornirne qualche spiegazione. Se è vero d’altronde che oltre oceano, come anche molto più vicino a noi, le usanze elettorali sono diverse dalle nostre, e altrettanto vero che da qualche tempo la diversità si andava riducendo per causa nostra senza provocare eccessiva nostalgia per i tempi della “prima repubblica”, quando l’affluenza alle urne era regolarmente massiccia ma il voto provocava mutamenti quasi sempre irrilevanti.

Altro appunto, la concorrenza. Sia i grillini sia il PDL, si è detto, sono scarsamente forti e organizzati sul territorio, dove il PD, invece, avrebbe salde radici in quanto erede del PCI e di una parte della DC. Ma come si spiega allora che sia crollata anche la Lega Nord, sempre considerata fortissima sul territorio, e che anni fa il centro-destra abbia invece stravinto certe elezioni regionali costringendo D’Alema a dimettersi da premier? E infine, collegato a questo, l’argomento principe, sulla bocca in particolare (ma non solo) dei berluscones: non c’era in campo il Cavaliere, a differenza di due mesi prima.

Se ne dovrebbe dedurre che la prossima volta, se il centro-destra intende davvero vincere, il suo leader dovrebbe candidarsi in tutti i comuni d’Italia da Roma a Trepalle, assicurando di essere deciso ad amministrarli tutti personalmente (cosa che sarebbe anche capace di dire, quanto meno), anzichè limitarsi a qualche esaltante comizio nei più grossi per sostenere seguaci che da soli, evidentemente, non sono in grado di farcela. La conclusione da trarne non suonerebbe molto lusinghiera neppure per la sua statura di capo supremo.

La conclusione mia, comunque, è che il successo del PD è dei suoi alleati è indiscutibile anche nel suo significato politico, al di là delle rituali e per la verità oziose distinzioni più o meno sottili tra consultazioni nazionali e locali. Ed è tanto più indiscutibile e significativo in quanto colto in una situazione quasi desolante in particolare del maggiore partito di centro-sinistra in fatto di orientamenti strategici e tattici come di comportamenti dei suoi dirigenti o massimi esponenti e di loro interrelazioni.

In altri termini, da un lato non è proprio il caso di interpretare il duplice voto di maggio-giugno come espressione di piena e addirittura straordinaria (date le dimensioni del successo) fiducia dell’elettorato o di una sua parte in quei dirigenti ed esponenti nonchè di approvazione del loro operato, diciamo pure per mancanza o evanescenza dell’oggetto. Dall’altro si può semmai leggervi, in aggiunta alla chiara manifestazione di sfiducia nelle controparti, un corale appello a fare di più e di molto meglio per trarre il paese fuori dalle secche in cui si trova incagliato onorando una vocazione politica e, perché no?, ideologica nella quale evidentemente molti ancora credono malgrado tutto e quasi eroicamente.

Più di un vincitore di singole tenzoni ha dichiarato o lasciato intendere di avercela fatta non grazie al partito ma nonostante il partito. Tra loro anche il più importante o più in vista di tutti, il chirurgo Marino, che ha parlato, opportunamente, di affermazione di valori più che di una compagine politica. Non si tratta di fare rivoluzioni, totali o parziali, come sembra avere capito anche il magistrato Ingroia che abbandona la toga per dedicarsi non più ad una Rivoluzione ancorché civile, visti anche certi risultati, ma ad una più modesta Azione civile. In determinate circostanze, possono promettere ed ottenere effetti rivoluzionari anche solo la difesa e la promozione di valori vecchi e nuovi, specifici di una parte politica o più largamente condivisi.

Franco Soglian 

MARIO MONTI RIAVREBBE UN SENSO SOLO CONTRO IL SISTEMA

Fino a qualche mese fa si poteva pensare che lo statista più fallito della storia contemporanea d’Europa fosse stato, nella Spagna degli anni Trenta, Manuel Azagna. Non aveva fondato da solo la Seconda Repubblica iberica -la Prima, del 1873, era morta due anni dopo- però arrivò a impersonarla (così come Francisco Franco riuscì in pochi giorni  a farsi egemone della ribellione militare). L’ascesa di Azagna, un saggista con pochi lettori e il leader di un piccolo partito, era stata meteorica. Nemmeno tre mesi dopo essere diventato capo del governo si fece eleggere presidente della Repubblica. Da quel momento, 10 maggio 1936, e per tutta la Guerra civile Manuel Azagna fu una non-presenza. Nel suo campo fecero tutto gli altri: Largo Caballero, Negrin, Dolores Ibarruri, per ultimo Togliatti e altri emissari moscoviti. Alla morte della Repubblica riparò in Francia a piedi, confuso nel mare dei fuggiaschi.

Era pensabile che nessuno avrebbe battuto in negatività il governante che alla vigilia della tragedia aveva così riassunto la terribile vicenda della sua nazione: “La classe lavoratrice spagnola è materiale grezzo per un artista”. E, appena nata la Repubblica: “Brucino tutte le chiese di Spagna piuttosto che si rompa la testa a un repubblicano”.

Ma venendo a noi,  che pensare di Mario Monti? All’avvio della sua azione era apparso il Superuomo, capace di deviare la storia, l’artefice di un’alternativa epocale: i signori del know how al posto dei politici truffaldini. Oggi l’ex-Gran Visir della dottrina e della conduzione, lo statista di rango continentale, risulta miniaturizzato. Ridotto a misura poco più che lillipuziana. Un Luigi Facta (tentò di fermare la Marcia su Roma) di novant’anni dopo. In teoria, un giorno potrà  rivelarsi la grande riserva della nazione (così de Gaulle designava Pompidou), persino dell’Europa. Al presente è come non esistesse. Precipitato dai cieli come Lucifero.

Mario Monti si è letteralmente cancellato per aver creduto che il dilemma italiano avesse solo due corni: bancarotta o salvezza, nella continuità  istituzionale. Invece si offriva una terza strada, la forzatura della legalità nel superiore interesse del Paese. Il Mario Monti del 2011 era da solo un Comité de Salut public, come nel 1793 rivoluzionario. Era il Demiurgo, l’uomo che senza pieni poteri non aveva senso. Insediato a palazzo Chigi dal calcolo volpino di chi temeva, oltre al disastro alla greca, un 25 luglio della partitocrazia, Mario Monti avrebbe dovuto trovare la tempra dei tempi eccezionali: disobbedire alle regole d’ingaggio; superare le limitazioni del potere esecutivo; governare, non riferire alle Camere. In caso di improvvisa sciagura nazionale non avrebbe trascurato le prassi e le regole, non avrebbe sospeso il parlamento e altre istituzioni di manomorta?

La Carta costituzionale avrebbe vietato, ma la cosa non doveva contare. Summum jus summa iniuria. Nell’ora del pericolo le tavole della legge si accantonano. Quando ricorreva al Dictator, la Roma dei Quiriti sospendeva tutte le magistrature. E sono pari a quelli di un sovrano, in caso di necessità, i poteri del presidente USA (alcuni Padri Fondatori lo avrebbero voluto Re, un re da secolo XVIII).

Monti il legalitario credette di poter governare, nella sostanza, contro i partiti padroni delle istituzioni e dei meccanismi, cioè del regime, col sostegno di essi partiti. L’equivoco è durato pochi mesi, dopo di che la cosa pubblica è stata riconsegnata in toto ai suoi devastatori, essi sì fuorilegge e potenziali imputati di Norimberga.

Un aggravamento estremo dell’economia potrà forse richiamare in servizio il generale sconfitto. Ma dovrà rifiutare, se il mandato non sarà opposto a quello che lo condannò alla disfatta.

Antonio Massimo Calderazzi

PRESIDENZIALIASMO MARIUOLO MEGLIO CHE TENERCI LA ‘COSTITUZIONE PIU’ BELLA’

Il presidente della Castocrazia intima giornalmente dalle sciabole dei Corazzieri che si facciano le riforme (manco a dirlo, in questo guadagna benemerenze). Il suo premier di fiducia, Nipote dello Zio, è addirittura sbottato con la foga di un ardito di F.T. Marinetti: “Mai più un capo dello Stato eletto come l’ultima volta” (l’ha detto in modo slightly different, ma il senso è questo). Istituiremo il semipresidenzialismo, annuncia l’ala marciante dei novatori.  Ci regalano qualche novità?

La risposta giusta la dette Laocoonte, il sacerdote di Apollo a Ilio, nel rimirare il Cavallo di legno regalato dagli achei: “Timeo Danaos et dona ferentes” . Ne riferiamo le parole nella lingua di Virgilio (Eneide, II, 49), in quanto ignoriamo l’idioma dei troiani, ellenofoni fino a un certo punto. Dal dono degli elleni sarebbero usciti i distruttori di Ilio. E’ naturale che oggi noi piccoli laocoonti temiamo la fregatura. Oltre a tutto sappiamo quanto al Sacerdote andò male per aver capito: dal mare emersero due grossi serpenti mandati da Atena, dea nemica, e stritolarono lui e due figli innocenti (v. la famosa scultura ellenistica).

Con tutti i suoi limiti – ne ha eccome- il semipresidenzialismo nelle mani di de Gaulle fu il maglio che in un colpo solo sfasciò la Quatrième République, meno deteriore delle nostre due o tre malerepubbliche ma comunque pessima. Nelle mani dei cleptocrati di qui, si può dubitare che esso sarebbe la scialuppa di salvataggio per il sistema voluto dalla Più Bella delle costituzioni?

Un manipolo capeggiato da Rosy Bindi si dispone a perire con le armi in pugno pur di fermare il semipresidenzialismo. Noi odiatori del regime, fautori della democrazia diretta, potremmo dover dare ragione alla  oltranzista del partitismo? Il pericolo c’è. L’effetto combinato del retaggio italiano, dei precetti della Più Bella e della vocazione fraudolenta della nostra politica potrebbe far sì che ci teniamo tutte le magagne del parlamentarismo ladro più gli scontri d’interesse tra le vecchie aggregazioni di potere e quelle nuove suscitate dalle ‘riforme’. I partiti e le lobbies sono tornati a co-gestire la Francia nonostante i portati positivi del semipresidenzialismo e della Quinta Repubblica. Non per niente a Parigi, scomparso De Gaulle, hanno governato una successione di partitòcrati travestiti da grandi manager (Pompidou) o da intellettuali machiavellici (Mitterrand). Su Hollande, vedremo. Da noi, il meno male sarà forse  Enrico Letta, il Venerdì del Robinson Crusoe del Colle.

A farla breve. La sola esperienza storica di semipresidenzialismo è la Francia. Ma la Francia, attraverso il Generale, inventò il congegno per abbattere la Quatrième, non per puntellarla. Se da noi servirà per  codificare la via Napolitano (=più potere a un fiduciario monocratico della Casta piuttosto che al collettivo dei capipartito) invece che per demolire e poi riedificare, che affare avremo fatto?

Tuttavia non è escluso che qualche modico miglioramento, non voluto,  si possa conseguire. Messa così, assodato che tutto è meglio di questo Esistente, ben venga il presidenzialismo alla romana: truffaldino, ma pur sempre meritevole. Meritevole di che?

Di cominciare a smascherare la bruttezza della Più Bella.

Porfirio