COME EVOLVERA’ LA MONARCOREPUBBLICA FONDATA DA RE GIORGIO&RENZI

La ‘cronaca dell’imminente’ che qui segue riprende la narrazione, sempre di Porfirio, “Il regime boccheggiava ma lo salvano re Giorgio&Renzi”. Vi si riferiva dell’idea concepita da Quei Due per scongiurare la morte del regime: lo Stivale non ne può più della repubblica partitica e ladra, facciamola evolvere in monarco-repubblica a impianto semidinastico. Non più la brusca cesura del 2 giugno 1946, non più il baratro tra la livida repubblica dei mitra partigiani e un passato non indegno che fece l’Unità. Bensì una Regia Repubblica capace di mondarsi degli errori e così ricacciare l’ondata antipolitica, tanto intrisa di populismo e di invidia sociale.

A questo Grande Disegno che dà vita alla Quinta Italia (pendant  cisalpino della gollista Cinquème  republique, però ingentilito dal recupero dei Troni) l’irresistibile Matteo apporta l’eccezionale talento di rottamare tutto senza actually  cambiare niente. L’anziano monarca partenopeo conferisce la sua biografia di multa passus. Iperprofessionista della politica politicienne, le ha passate tutte, dallo stalinismo al fermo impegno nord-atlantico circonfuso di gloria afghana e coronato di droni, dalla milizia proletaria a quella liberista baciata dalla caduta del Muro).

Per riassumere: la Repubblica dei ladri ha esasperato il popolo, allora abbelliamola con un controllato recupero del retaggio monarchico, quando la classe di governo era ricca di suo e rubava meno. La propedeutica di questo recupero è stata appunto il senso dell’ultimo biennio di Giorgio. E Renzi è confluito.

La transizione alla Monarcorepubblica comincia con chi succede a re Giorgio (e ha  accettato le regole d’ingaggio). Essa transizione troverà pieno compimento allorché il dominus di palazzo Chigi subentrerà al successore -uomo, donna o in between che sia- di re Giorgio. In omaggio al dettato costituzionale che al Quirinale esige un almeno cinquantenne, l’ascesa al trono di Matteo non potrà avvenire all’esatto termine del Settennato che seguirà al Novennato mergellino; bensì tre anni dopo. Quest’ultima difficoltà sarà agevolmente aggirata: a) implorando l’Uscente di restare per i tre anni che mancheranno al Fiorentino, oppure b) accorciando il mandato di chi seguirà al successore che conosceremo a giorni, accorciandolo attraverso dimissioni spontanee o incoraggiate; in alternativa, ricorrendo ad uno dei mezzi innumerevoli volte impiegati nel Rinascimento nostra gloria (veleno o pugnale).

Insediandosi sul Colle, re Matteo sarà il quarto della dinastia dei Giorgidi (terzo se non contiamo il fondatore, il consorte di Clio). E tuttavia: nella nuova legittimità istituzionale e storica sarà ingiusto e contraddittorio, date le note finalità, escludere le case regnanti ante- 1860. Pertanto lo schema Renzo&re Giorgio prevede di affiancare a ciascun  futuro capo dello Stato un vice capo-coronato espresso dalle dinastie pre-unitarie. Un Savoia innanzitutto: non lo screditato ramo Carignano di Vittorio Emanuele IV, bensì uno collaterale, un Aosta, un Savoia-Genova, un Savoia-Abruzzi dell’Esploratore polare.

Più delicato catapultare al vice-Quirinale uno dei Visconti, Sforza o Gonzaga che pullulano nel Nord assieme ai rampolli della nobiltà dogale di Venezia e di Genova. Un posto è assolutamente da garantire a un Asburgo-Lorena, a un Asburgo-Este e soprattutto a un Borbone (regnarono in Toscana, a Modena-Reggio e, tutt’altro che least, a Napoli).

Volendo affiancare ad ogni futuro presidente un portatore di legittimismo, con mandati di sette anni ciascuno le possibilità di rotazione sarebbero esigue. Il rimedio sarà di nanizzare il mandato del vicepresidente dinastico.

Soluzione migliore sarà di riservare alle dinastie cessate i governi locali. Fioriscono i progetti che rimaneggerebbero Regioni e Province: cosa di più naturale che far rivivere gli Stati principeschi anteriori alle usurpazioni dei plebisciti 1860? Restituendo Mantova a un Gonzaga, Bologna a un Bentivoglio, la Romagna al cardinale legato, le Due Sicilie a un Borbone, il distacco tra popolo e Istituzioni si ridurrebbe a poca cosa.

Un caso a sé sarebbe la Sicilia. I Borboni di Napoli non si identificarono abbastanza con la Trinacria. Forse andrebbe fatto un sorteggio tra le grandi case isolane. Potrebbe così avere una chance il nostro Raimondo Lanza di Trabia, da poco corrispondente di ‘Internauta’ da San Pietroburgo. Volendo una donna, ci sarebbe la nostra Monica Amari: non solo è nipote di Michele, senatore, ministro e  massimo storico degli Arabi di Sicilia, ma alla lontana è saracena di rango essa stessa.

Porfirio

IL REGIME BOCCHEGGIAVA MA LO SALVA LA PENSATA DI RE GIORGIO&RENZI

Per un tot di settimane e mesi, magari anni, il marasma preagonico del sistema risulterà fermato, persino mai cominciato. Trovato a giorni il Novello Sire, i giornaloni alla testa di tutti i media intoneranno Te Deum esultanti. Sembravamo perduti, invece abbiamo imboccato la strada della salvezza. Ce l’ha aperta un’idea di Quei Due: la repubblica ha tediato, semi-restauriamo il Regno.  Saldiamo il ciclo repubblicano a quello sabaudo della nostra storia; amalgamiamo la Più Bella delle costituzioni allo Statuto Albertino. Si fa una continuità ragguardevole, 167 anni. Il Risorgimento idolatrato dai nostri nonni più la belluina audacia della Resistenza, più le conquiste dei cassintegrati. 167 anni unificati sotto il bianco Stellone d’Italia.

Sorto monarchico (J’attends mon astre  fu antica divisa sabauda), lo Stellone -ricordiamolo- è nello stemma della Repubblica. Quest’ultimo non dovremo nemmeno cambiarlo, salvo ritocchi, se ufficialmente torneremo a Carlo Alberto (‘Anch’egli è morto, Dio, per l’Italia’  poetòCarducci). Di Statuti albertini ne avemmo addirittura due: il primo,  che Carlo Alberto  aveva octroyé da reggente di Sardegna, fu cancellato con sdegno da re Carlo Felice. Internauta ne celebrerà il bicentenario nel 2021.

Nessuna torsione eversiva in questa ricostruzione della nostra vicenda nazionale. Semplicemente Re Giorgio&Renzi profittano della lungimiranza dei padri e nonni Costituenti. Quelli avevano previsto che dopo settant’anni  lo Stivale non ne avrebbe potuto più dei partiti usurpatori e ladri della Casta; pertanto i loro giuristi scrissero una Costituzione manomorta, immodificabile, immarcescibile, ma pensata in modo da non farci correre il rischio di qualche correzione e novità. La Carta manomorta ha questo di provvidenziale: il popolo non sopporta più i politici che elegge (peggio per lui che li elegge, sapendoli farabutti e Proci), ma il congegno consente che essi governino senza consenso, contro il popolo.

Tale congegno, quasi il top della stabilità/governabilità, è stato testato con risultati lusinghieri nel biennio finale di Napolitano: al Paese, alla Plebe inferocita, si sono dati in pasto tre governi-kamikaze (Silvio-Monti-Letta) per poi insediarne un quarto senza confronti più gradevole, elettrizzante per chi volesse novità e rassicurante per chi le rifiutasse. Un’operazione degna del ‘connubio’ Cavour-Rattazzi (1853), premessa e anticamera  dell’Unità.

Renzi è lo statista occidentale che ha fatto più strada quasi senza  muoversi di un passo. Riforme una più clamorosa dell’altra, però impercettibili. Bizzeffe di innovazioni virtuali senza toccare una virgola della Costituzione; piuttosto valorizzando le prerogative monarchiche del Quirinale. Che c’è di strano o di male? Nel 1789 alcuni Fondatori cercarono sul serio di proclamare George Washington re degli Stati Uniti.

Tra un certo numero di giorni il connubio Renzi-re Giorgio verrà hopefully  allungato di sette anni. Colui/colei che salirà al trono sarà proclamato Risorsa della Patria, e per un po’ il Paese si calmerà. I media descriveranno la Risorsa come il compendio di quasi tutte le virtù, tempra, sapienza, calore umano, congenialità agli intonachisti come alle élites. Molti italiani patriottici alla Aldo Cazzullo riscopriranno lo Stellone ingiustamente dimenticato, così come nella limitrofa Francia è tornata di moda Marianna, giovane dea repubblicana, patrona tra l’altro dei vignettisti blasfemi e dei transgender del globo.

Il presupposto di sviluppi così costruttivi: la Casta si è ricompattata, superando le sue divisioni. La mano ferma e la moral suasion  le ha messe re Giorgio, il resto l’ha conferito Renzi. Minacciando di smantellare non tutto ma molto, poi non smantellando niente, Renzi ha rafforzato gli ormeggi e riparato le falle del traghetto “La Casta”. Ora galleggia bene, non minaccia più di affondare. Resterà quanto basta in cantiere, poi riprenderà il mare, più superbo di prima. L’unità dei politici di professione fa la forza.

Il colpo di genio è stato  far risultare che una componente monarchica fa bene alla repubblica. I partiti maneggiano e rubano, i politici peggio, ma nella Reggia sul Colle c’è  con la sua corte un dinasta che vigila e corregge. Perché correre l’avventura di istituzioni nuove, perchè rinunciare alle dolci certezze e magagne delle urne? Perché fare a meno delle prassi, delle tradizioni, convenzioni e concertazioni, degli andazzi persino? Le scarpe sformate sono le più comode.

Niente salti nel buio. Renzi ha dimostrato possibile di galvanizzare gli animi senza cambiare nulla: non un super o mini burocrate licenziato, non un vitalizio negato, non un

gioiello venduto, non un reato da carcere duro in meno. Questo l’apporto di Matteo; re Giorgio ha dato fideiussione di correttezza istituzionale. In compenso molti tratti stilistici sono cambiati: fresche Veneri capeggiano dicasteri e diplomazie  con guance tirabaci e glutei da paradiso delle urì, dunque nessuno sostenga che non accade nulla. Le riforme di Renzi, sempre integrali anzi micidiali, sempre rassicuranti, cambiano tutto senza cambiare nulla. Se arriverà il Quantitative Easing, cioè la Ripresa, il gioco sarà fatto.

La repubblica ‘alla monarchica’ di Adolphe Thiers dette alla Francia, sorella latina, un settantennio di Belle Epoque e prosperità. Se il nostro settantennio repubblicano si salderà

al Regno dei Savoia e al sesquimillennio di governo pontificio, sfuggiremo alle incognite delle novità grosse, terrorizzanti: in primis quella scelleratezza della democrazia diretta, senza urne, senza politici ladri e a vita!

Porfirio

UN PRIMO CITTADINO A TURNO E NO QUIRINALE AL POSTO DEI MONARCHI DA STRAPAZZO

C’è un altro ruolo da rottamare, quello del presidente della repubblica. Lo derivammo, così spropositatamente lungo – sette anni, laddove consoli da 12 mesi fecero grande Roma e ad Atene c’erano arconti da un giorno- dalla Costituzione francese del 1875. Era stata votata da una maggioranza parlamentare monarchica, e monarchico dichiarato fu il secondo presidente della Troisième République, Mac-Mahon. L’ultimo monarca di Francia era stato Napoleone III, nipote del Grande. Eletto presidente della Seconda repubblica nel l848, si era trasformato in imperatore quattro anni dopo. Non aveva regnato male: capiva i proletari e, pur amando di più la borghesia che industrializzava il paese, li aveva qua e là sostenuti. Ebbe la sventura di farsi coartare a muovere guerra alla Prussia (in pratica alla Germania prossima ad unificarsi e a diventare possente). Fu sconfitto rovinosamente.

La repubblica che era seguita alla disfatta e alla Comune parigina si rialzò in fretta: ricca di capitali, divenne il secondo più vasto impero coloniale al mondo. Seguirono due guerre mondiali (la seconda apportatrice di una sconfitta definitiva) e venne una Quarta Repubblica con i difetti più gravi della Terza, in primis il parlamentarismo estremo. Alla fine la Francia fu salvata, per mano di un generale, da una Quinta repubblica mondata delle lebbre della Quarta e della Terza.

I Costituenti italiani del 1947, più sconsiderati di quelli domati da de Gaulle. vollero un capo dello stato apparentemente forte -in realtà comandavano i partiti prevaricatori- e per un mandato troppo lungo, laddove nel 2002 la carica del presidente francese sarà opportunamente accorciata a 5 anni. Eletto dal popolo e largamente responsabilizzato, il presidente francese è uno statista migliore del nostro, eletto dalla Casta nella più completa irrilevanza dei cittadini. Fino alla crisi del 2007-08 il nostro presidente è stato un vaso di coccio tra  ferrei vasi partitici. Fu il fallimento del governo Berlusconi a trasformare Napolitano in un decisore forte e persino arbitrario: re Giorgio.

Oggi la Casta si trova di fronte alla scelta di un capo di stato che,  secondo come evolverà la crisi dell’economia e del regime, potrà risultare o no qualcuno; oltre a tutto dipenderà dal fattore forse nuovo, forse no, rappresentato da Matteo Renzi. Il successore di Napolitano sarà probabilmente scelto perchè non intralci il Rottamatore in una fase iniziale. Dopo, potrà accadere di tutto: dalla crisi di regime acuta e duramente rinnovatrice alla ricaduta nei giochi esiziali del partitismo cleptocratico. In un caso come nell’altro il ruolo del capo dello Stato resterà scadente, bisognoso di un ripensamento integrale. L’eventuale continuità col settantennio della Casta sarà micidiale.

In un ordinamento razionale la mezzadria tra due personalità costituzionalmente forti al vertice dello Stato non avrà senso. Piuttosto dovrà rafforzarsi nettamente il capo del governo, trasformato in Cancelliere espresso dal popolo. In tal caso dovranno ridursi sia le prerogative del capo dello Stato, sia quelle del potere legislativo (il parlamentarismo è un fatto degenerativo).

Sarebbe giusto che il presidente della repubblica perdesse quasi tutti i poteri che ricordano quelli del monarca. Gli resterebbero le funzioni cerimoniali e protocollari, quelle che non meritano di impegnare il Cancelliere espresso dal popolo.  Nella regia forte di tale cancelliere, a lui spetteranno quasi tutte le funzioni assegnate al capo dello Stato da una carta statutaria oggettivamente pessima: ha fatto sorgere un ordinamento stimato solo dai farabutti che lo sfruttano. La fiducia nelle Istituzioni volute nel 1947 si è ridotta a percentuali da farsa.

Per la funzione nominale che è opportuno resti al Primo Cittadino non va cercato un protagonista, una personalità con un passato e un’ambizione importanti. Dovrebbe bastare la rotazione annuale tra personaggi degni di onorabilità, scelti per sorteggio in un ruolo di soggetti dotati di determinati requisiti oggettivi, p.es. magistrati o studiosi di alto livello, benemeriti del volontariato e simili. Il Primo  Cittadino non dovrebbe essere rieleggibile né essere prescelto per altri ruoli politici.

Dovrebbero essere imperativi l’abbandono della reggia del Quirinale e la scelta di una sede decorosa ma senza alcuno sfarzo, con un bilancio e un personale non superiori al decimo degli attuali. Tutti i presidenti repubblicani finora eletti andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede in un edificio che è la negazione assoluta della sobrietà e della moralità repubblicane. I loro beni e quelli lasciati agli eredi dovrebbero essere confiscati per indennizzare i contribuenti degli oneri loro imposti dal Quirinale e sue dipendenze. Uguale procedimento dovrebbe avocare gli eccessi di reddito dei professionisti politici -e loro eredi- di carriera pubblica insolitamente lunga. Per esempio il sessantaduennio di parlamento, poi di Quirinale, originariamente imposto per Giorgio Napolitano dal Partito comunista andrebbe sanzionato come un sopruso e un sovraprofitto di regime.

A.M.C.

DECRESCERE NON SARA’ TORNARE MISERI, CI SALVERA’ DAL PORCILE DI CIRCE

“Un po’ d’ossigeno contro chi esalta la decrescita felice”. Apre così Pierluigi Battista del ‘Corriere’ uno sfogo liberatorio contro quanti abiurano la fede nello sviluppo. Battista si dichiara rinfrancato dalla pubblicazione di un libro Contro la decrescita  “che andrebbe consigliato a chi non riesce a capacitarsi che un passato di penuria e miseria, dolore e rassegnazione, possa essere indicato come un’Età dell’Oro. Un manuale utile per rintuzzare le solite, lugubri geremiadi contro il consumismo”. Da qui Battista procede a rievocare com’era grama, a volte drammatica, la condizione della maggioranza sociologica del pianeta  prima dell’industrializzazione, del rigoglio tecnologico-scientifico, delle vaccinazioni, degli altri miracoli della medicina. Prima della perfetta felicità in cui viviamo, oggi che il progresso non la dà vinta ad alcuna malattia e il mercato sana tutte le afflizioni.

Gli anatemi del Nostro contro la Carboneria  antisviluppista sono ovviamente giusti: purché possa sostenere che l’anticonsumismo e l’elogio della sobrietà vogliono il ritorno all’infelicità dei miseri, alle ristrettezze estreme, allo strazio della mortalità infantile, il ritorno alle  tragedie senza numero di quando la scienza medica conosceva quasi solo salassi e  clisteri,  e l’arte del vivere non aveva raggiunto l’inimitabile sofisticazione d’oggi.

Va data ragione a Battista: sempre che l’Età dell’Oro sia il consumismo; che la diffusione del benessere non abbia comportato alcun costo e alcuno scompenso; che la redditolatria non abbia allargato i divari sociali,  devastato l’ambiente, comprato le anime. Basterà dare queste dimostrazioni e il buon diritto di Pierluigi Battista trionferà. Emergerà che il perseguimento di sempre più reddito non è  né ossessivo, né corruttore. Che i consumi sono tutti sacrosanti. Che i benestanti di un tempo sbagliavano a contentarsi di ciò che avevano, che i benestanti d’ oggi fanno bene a esistere per arrivare allo yacht.

Basterà convincerci che gli imprenditori suicidatisi nel Nord-Est si sono immolati per l’Ideale; che gli intonachisti non devono fare a meno del Suv per trasportare secchi e fustini; che l’operaio d’oggi sarebbe un reietto se ciascun familiare adulto non possedesse un’auto propria e non facesse crociere in navi alte dieci piani. Basterà convincerci che, in virtù delle rising expectations, i rappresentanti del popolo e i servitori della collettività  non esigono più tangenti di un tempo. Che è fisiologico lo straripamento in sovraricchezza dell’One per Cent. Che i mali e le storture dell’ipereconomicismo sono immaginari. Che insomma gli Dei ci vogliono così: invasati di cupidigia.

Eppure Battista finge di non sapere che chi propone la decrescita non addita l’idillio dell’Eden, né suggerisce di regredire a quando pellagra e Tbc infierivano sui poveri. Apertosi il terzo millennio, e a valle di una crisi grossa, decrescita vuol dire semplicemente rinuncia alla crescita. Basta crescita: ci siamo sviluppati fin troppo. Gli imperativi e le aspirazioni sono cambiate. Retrocedere a come eravamo vent’anni fa non sarebbe straziante. I privilegi di quando i paesi industrializzati erano allo zenit della prosperità erano insostenibili: i nodi sarebbero venuti al pettine anche senza la caduta di Lehman Brothers. In più si è dispiegata la capacità competitiva dei più vitali tra i paesi poveri. Oggi che la Cina produce beni essenziali per il mondo intero, in astratto non ha più senso che la merce X venga fabbricata, metti, in Italia. Quando i costi di produzione cinesi si impenneranno, altre società ex-arretrate toglieranno mercati ai prodotti occidentali.

Decrescita vorrà dire adeguamento alla realtà, valorizzazione di quelle positività che riusciremo a difendere.

Si indeboliranno le spinte che avevano portato a livelli di reddito innaturali, ma la decrescita non ci immisererà. Perdere un decimo o un quinto di redditi gonfiati non sarà miseria, se politiche redistributive aiuteranno i più deboli. Si abbasseranno gli stili di vita. Si attenueranno l’adorazione della carriera, la sacertà stessa del lavoro. Si indebolirà l’identificazione tra felicità e possesso individuale. La decrescita riabiliterà la vita semplice, riabiliterà persino alcune ristrettezze: ci affrancheranno da alcuni dei costi del consumismo e dell’edonismo.

Questi due idoli non hanno portato in tribunale un’Infanta di Spagna, figlia e sorella di Re, sotto l’accusa di avere frodato il contribuente, quasi essa fosse un normale impostore della democrazia rappresentativa, questa sì Paradiso in terra?

Porfirio

SVUOTA IL MARE COL SECCHIO CHI CREDE RISANABILE LA DEMO-PLUTO-CLEPTOCRAZIA

Chi si scandalizza per Mafia capitale -modica cosa rispetto alla lebbra nazionale della corruzione- porta vasi a Samo e civette ad Atene. Uno che invece non si scandalizza è Antonio Padellaro, direttore del ‘Fatto Quotidiano’. Sa  che la gestione di Roma, o meglio della repubblica intera, è “una cloaca maxima”; sa che “l’emorragia sta dissanguando una delle democrazie più partecipate, la quale oggi langue nell’astensione di massa”; anche lui, come tutti, avverte che  “l’incazzatura collettiva può superare il livello di guardia” e rompere gli argini; annuncia che “possono arrivare i latrati di un giustiziere in camicia nera”. Per riassumere, ha intitolato ‘Suicidio della democrazia’ un editoriale ad hoc.

Fin qui niente di speciale. Sono anni che si levano questi allarmi. Che così non andrà avanti molto a lungo lo sentono tutti. E molti convengono che un colpo di stato non solo non incontrerebbe alcuna resistenza seria -a parte qualche girotondo e un po’ di cagnara- ma sarebbe accolto nel sollievo più aperto. Andò così nel 1923: nessuno storico nega che nei primi due-tre anni la Spagna gioì del golpe e del governo di Miguel Primo de Rivera.

Un cane che morde l’uomo non fa notizia, la fa l’uomo che morde il cane. A questa logica cristallina obbedisce su ‘Repubblica’ Ezio Mauro. Tutti sanno che la nostra politica è tra le più fecali del pianeta, e che fa Mauro? Preconizza che la nostra  politica ritrovi se stessa. Bravo Mauro che fa scoop mordendo lui personalmente il cane! Chi ci aveva pensato che per combattere il crimine gli USA avrebbero fatto meglio a incaricare Dillinger e Al Capone di guidare la self-redenzione dei criminali? Chi ci aveva pensato che per nettàre le stalle di Augia re degli Elei -vi teneva tremila buoi ma non le puliva da trent’anni- non serviva una delle Fatiche d’Ercole? Ercole le nettò deviando due fiumi e facendoli passare attraverso dette stalle. Ma il Goebbels della democrazia dello Stivale avrebbe fatto meglio: avrebbe convinto Augia ad autoguarirsi della spilorceria di risparmiare sulle pulizie.  Analogamente, Mauro ha trovato la soluzione che ci salverà: i politici più furfanti dell’Occidente plutodemocratico si diano all’autoterapia. Suggeriamo la tecnica dell’autoctisi (nell’attualismo di Giovanni Gentile è l’autocoscienza con cui lo Spirito produce se stesso).

Ora parliamo di un opinionista serio. Michele Salvati, primo dei progettisti del Pd, scriveva sul ‘Corriere’, saggiamente: ”Né Renzi né chiunque altro potrebbe guarire d’incanto il malato italiano: troppo profondi i guasti ereditati dal passato. Il normale processo democratico, il normale funzionamento delle Istituzioni non generano risposte efficaci al ristagno economico e all’insoddisfazione dei cittadini (…) Non sono in grado di aggredire i fattori profondi che trascinano il Paese verso il declino (…) La democrazia rappresentativa impedirebbe anche a un nuovo Alessandro di recidere il nodo gordiano con la spada”. Salvati aggiunge che “i tre anni e più che ci separano dalla scadenza naturale della legislatura sono i peggiori per Renzi (…) con un Paese che presto si stancherà di annunci e promesse di miglioramento. Sarebbe meglio per lui e per il Paese se potesse arrivare a nuove elezioni prima che il consenso che ha raccolto si esaurisca”.  Se potesse iniziare “un quinquennio di riforme senza l’assillo di altre elezioni”.

Ci permettiamo di correggere: non un quinquennio; un cinquantennio senza elezioni. L’ha scritto Salvati: la democrazia rappresentativa è negata per le realizzazioni. Peggio, precisiamo noi: la democrazia rappresentativa comporta i partiti e i politici di professione, cioè i  perpetratori del male che sta uccidendo la repubblica. In testa ai perpetratori sono il Colle, il parlamento, la Consulta, le Istituzioni, la Costituzione, gli altri agenti patogeni.

Se la dottrina Salvati ha una logica, la salvezza verrà dalla fine della democrazia rappresentativa, una fine che spazzi via i professionisti delle urne, i cleptocrati. Non si tratterà di ripulire la classe politica che abbiamo o di reclutarne una nuova, ma di cancellarla. Non di lavare con una candeggina lustrale i lutulenti del più malfamato dei mestieri in assoluto -nessuno escluso- ma di recintarli in campi di lavoro, perché scontino le malefatte cominciate nel 1945. I gerarchi del Ventennio espiarono. Perché no quelli del Settantennio? Perché, in particolare, non avviare quei procedimenti sui profitti di regime che frutterebbero ricavi importanti?

Se non sarà amputata, questa repubblica lebbrosa morirà. L’amputazione la libererà delle elezioni e degli eletti. Ma non ci consegnerà ai ‘latranti fascisti’ che spaventano il surriferito Padellaro. Lo strumento randomcratico del sorteggio -tra quanti posseggano più conoscenze, o più esperienza, o più meriti umani e civili della media: si pensi al volontariato- permetterà di strappare la deliberazione e la gestione ai cleptocrati. La funzione del controllo e la difesa della legalità potranno essere affidate, grazie soprattutto alla rete e agli arcangeli  tecnologici, alla cittadinanza intera (consultazioni e referendum frequenti, soprattutto da casa).

Mai più saranno consegnate alle istituzioni e agli organismi di tipo parlamentare, anche se i loro membri si avvicenderanno per turni brevi e per selezioni random. La legalità che la Carta ci impone è la nostra lebbra. Va demolita.

A.M.C.

FA STRAGE A SINISTRA LA DEMENZA PANDEMICA

Due immani cetacei, un capodoglio e un’orca assassina, boccheggiano sulla spiaggia dello Stivale dove si sono arenati. Avendo ancora residui di vita, gli spasmi della loro agonia fanno impressione. In acqua erano ferocissimi, sterminavano la fauna, dilaniavano le balene, rovesciavano le baleniere, divoravano gli equipaggi. Ora muoiono.

Il capodoglio è il sinistrismo. Con Gramsci fu similbolscevico, cioè rivoluzionario a parole; divenne stalinista;  poi comunista da Cinecittà; oggi  è ridotto a patrocinare  ardite innovazioni erotico-coniugali. Le grandi opere egualitarie di sinistra sono fallite tutte: da quelle europee del socialismo reale manu militari  a quelle asiatiche del trionfo capitalista in costume Mao. I popoli del pianeta che conobbero il potere marxista lo odiano persino al di là del giusto.

L’orca è il sindacalismo finora consociato al potere. La killer whale  faceva strage di foche cioè di imprese, piccole medie grandi. Se  soccombono tante di queste ultime, se i jobs spariscono a milioni, se gli investitori si dileguano, è soprattutto grazie a settant’anni di  ‘conquiste’  che esportano il lavoro invece che i prodotti. I giovani che il presente e il futuro sgomentano sanno che pagheranno sempre più caro il benessere quasi-borghese conseguito dai padri iperorganizzati, quando le vacche erano grasse e contrastare i sindacati era addirittura reato.

Il sindacalismo viene detto novecentesco, però la sua parabola è durata più di un secolo. La Confederazione generale del lavoro nacque solo nel 1906, ma la redenzione del proletariato cominciò nell’Ottocento. L’assalto al potere padronale fu sacrosanto allora; nel secondo dopoguerra divenne esercizio di privilegi e di omertà. Più tardi, di fronte al prorompere della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione, il sindacalismo si è dato al killeraggio delle imprese occidentali (che pure hanno le loro colpe).

Oggi il sinistrismo e il sindacalismo dell’Occidente propugnano solo cause perse. Fagocitati dal lifestyle consumista, i lavoratori non sono più disponibili per la Rivoluzione, che era la loro arma di deterrenza assoluta. Togliendo i mercati all’Occidente, con ciò stesso la globalizzazione cancella la ragion d’essere del sinistrismo e del sindacalismo. La storia non è finita, come almanaccava quel Fukuyama. E’ certamente finita la commedia della conflittualità rampante. Manifestare con fischietti e avvolti di rosso è sempre più cretino.

A questo punto scoppia l’autentica pandemia di casa nostra: sinistrismo parlamentare e sindacalismo escono di senno. Il 25 ottobre 2014 sono entrati in una guerra che non potranno non perdere. Era già meno folle l’intervento di Mussolini, il 10 giugno 1940.

Più i due ismi attaccheranno, più saranno sbaragliati. Uno sciopero generale moltiplicherà i voti di Renzi e lo divinizzerà come asfaltatore di confederazioni. A sinistra si interstardiranno a esigere ‘politiche per il lavoro’ le quali, richiedendo risorse, sono perfettamente inconcepibili. Nell’ordine capitalista i salari e i ‘diritti’ che si vogliono difendere presuppongono gli imprenditori; gli imprenditori presuppongono i mercati; i mercati sempre più vanno ai produttori nuovi, quelli che non pagano salari a noi.

Tutto ciò il sinistrismo e il sindacalismo lo sanno, perciò invocano gli investimenti pubblici che sono impensabili senza aggravare le tasse su tutti. “Non su tutti, solo sui ricchi” protesta la Camusso. Ma la patrimoniale grossa sui soli ricchi, pur santa,  implica l’uscita dal liberismo, dal Codice civile, dall’Europa, dalle ìstituzioni della repubblica a presidenza monarchica-atlantista-obbediente agli USA-fanatica di quello sfarzo ufficiale che costa più della manutenzione di scuole e torrenti.

Dunque gli investimenti pubblici che creino lavoro sono asini che volano. Che i Fassina e le Camusso credano di proporli – non a chiacchiere innocue come di norma, ma con le lotte dure, con lo sciopero generale, addirittura coll’occupazione delle fabbriche- è prova che a sinistra si è persa la ragione. L’occupazione delle fabbriche, poi, è una trovata neo-gramscista che sembra uscita dalla comicità al semolino di Erminio Macario.

Giorni fa il guru Massimo Cacciari ha rimproverato a Matteo Renzi d’avere annunciato un’epocale fine del posto fisso senza curarsi dello sgomento suscitato. Ma per chiudere la bocca a questo Renzi che si vuole thatcherizzato occorrerebbe saper fare la rivoluzione. La sanno fare Cacciari Camusso Fassina Landini? Se sì-ehm- diranno ai milioni di seguaci immaginari che dopo la rivoluzione non ci saranno né buste paga né conquiste né diritti: solo distribuzione di utili eventuali e magri (l’Asia sempre più produrrà per il pianeta intero)?

Diranno ai  loro guerrieri che, mancando la rivoluzione, la salvezza verrà solo da una Mitbestimmung assai meno dolce per i lavoratori di quella germanica?

Diranno che il benessere anni Ottanta è da dimenticare, la decrescita forte da accettare, le umili virtù e le scodelle di minestra di padri e nonni da riscoprire?

A.M.C.

IL CORRIERE RINGIOVANITO COME PUO’ APPREZZARE I VECCHIUMI?

Non sappiamo perché, ma il Codice canonico impone, perché una causa di beatificazione si concluda, la “ricognizione delle spoglie di un servo di Dio”. Nemmeno sappiamo che tanfo, o al contrario che olezzo di santità, si diffonda all’apertura dei venerati sepolcri.

Ogni fragranza è da escludere, ove si faccia ricognizione dei precetti politici di Claudio Magris. Giacciono in un articolo -meglio, un avello-  comicamente intitolato “Salvate i parlamentari da tentazioni populiste”: quasi i parlamentari siano quei giovani ateniesi destinati ogni anno alle fauci del Minotauro (il mostro nato dall’adulterio con un toro dell’integerrima Pasife, moglie di re Minosse). Salvate dunque i martiri giovinetti di Montecitorio/Montemadama!

Poche scoperchiature di bara prendono alla gola quanto il più recente pensiero del Magris statista, fatto di zaffate secoli XVIII-XIX. Egli esordisce definendo tacitiana un’operetta di Bruno Visentini. A stare a lui, Visentini era un imprenditore/pensatore talmente proiettato nel futuro da non avere alcunché da dire al presente (si ricordano di lui un tot di giornalisti in quiescenza; più un collega-pensatore quale Carlo De Benedetti). Claudio Magris, che divenne un divo con Danubio –libro geniale- si conforma questa volta a modi mentali da autodidatta. Elogia la “bruciante pregnanza” della posizione Visentini sulla questione istituzionale di 68 anni fa, monarchia o repubblica. Non voleva che a decidere  fosse un referendum: popolo di ebeti. “Il plebiscito, e le varie forme di democrazia diretta, sono democratiche ed educatrici nei Paesi di coscienza politica molto evoluta”.  Era necessario “il filtro di una classe politica”.

Oggi, passato un settantennio di scandali dal bruciore della dottrina Visentini, il prof.Magris ha il greve imbarazzo di  dover riconoscere: “La democrazia parlamentare si trova in una crisi assai grave; cresce la tendenza alla democrazia diretta e all’insofferenza per il filtro della classe politica”. Nel suo smarrimento, il discepolo di Visentini si aggrappa a  Ferruccio De Bortoli “le cui critiche a Renzi erano fondate su quelle al dilagare della democrazia diretta  e sull’eclissi della democrazia parlamentare”. Utile testimonianza sul marasma pre-agonico delle Istituzioni ancien-régime.

Audacemente fresco, anzi avveniristico, il rimpianto del liberalismo, “calibrato meccanismo di pesi e contrappesi”; dobbiamo salutarlo con la riverenza del tempo quando ci si toglieva il cappello al passaggio dei funerali. Gli scherni al liberalismo fervevano già un secolo e mezzo fa, allo zenith del parlamentarismo francese, così pochade. Il quale perdette la Troisième République nel 1940, la Quatrième nel 1958, quando quest’ultima dovette arrendersi a un generale (ma de Gaulle era più in gamba di quel suo predecessore, Georges Boulanger, che arrivata la prova aspra si suicidò sulla tomba dell’amata).

2014: il parlamentarismo è screditato e maledetto come più non si potrebbe. “In Italia, Magris riconosce, la situazione è drammatica, anche per l’indecente degenerazione morale e civile di quella classe politica cui si richiamava Visentini”. E’ da chiedere: che senso ha per Magris ipotizzare che “nasca una nuova classe politica degna di questo nome e non di quello di casta: termine anzi troppo lusinghiero”. Che senso ha quando, se si guarda intorno, Magris non vede che uno smisurato ‘filtro’ di soli ladri e imbroglioni? Si vedano in proposito le fiere proteste di innocenza di un Galan, che poco dopo patteggia una pena non leggera.

Magris farà un gran bene al Paese quando lo avvertirà dell’avvenuta nascita di una classe politica interamente composta -com’egli rimpiange non sia- “dei Catoni e dei Bruti”, cioè di maestoso senso dello Stato. L’avessero assegnata, la questione istituzionale del 1946, al quadrumvirato Catone-Bruto-Visentini-Magris! Sarebbe stata repubblica, of course: ma quanto sarebbe assomigliata all’Empireo, il più esterno dei cieli, il solo immobile secondo le antiche teorie astronomiche! L’Alighieri, com’è noto, vi alloggiò i beati; esso cielo consisteva di ‘luce intellettual piena d’amore’, emanante direttamente da Dio e non dalla concertazione tra partiti, sindacati e poteri forti. Se si incaponirà a cercare il perfetto Stato liberale, Magris non dovrà risalire alla Scolastica  tomista. Gli basterà fermarsi ai tempi umbertini, quando la classe degli ottimati liberali dette le sue  ultime prove di nobile disinteresse: si veda l’affare della Banca Romana e quello dell’Ospedale Mauriziano a Torino.

L’avvertenza l’avevamo  fatta nell’incipit: a scoperchiarli, i sarcofagi possono dare olezzo di santità, ma anche fetore di vecchiume, o peggio.

Porfirio

LE RIFORME SARANNO ESILI, QUASI NON CE NE ACCORGEREMO

La scorsa mattina ‘Repubblica’, il Volkischer Beobachter  della cleptocrazia nata dalla Resistenza, si scopre nauseata, anzi desolata, di un fatto tutto considerato quasi marginale: i vitalizi agli ex-consiglieri regionali, compresi o no altri bricconi, ci costano 170 milioni l’anno; ma la cosa peggiorerà, per un meccanismo fatevelo spiegare dal Beobachter.

Volessimo contare le altre espressioni di sdegno stampate o recitate nello Stivale, solo a partire da Mani Pulite, sarebbe come numerare le stelle  del cielo o i granelli di sabbia del mare. I luoghi e le occasioni della malvivenza dei politici sono sterminati: dalle migliaia di miliardi elargite in settant’anni per dare voti ai partiti grandi e minimi, alle spese immorali per il Quirinale e per non una ma tre dimore presidenziali extra (San Rossore, Castelporziano, villa Rosebery).

Le prospettive dell’etica pubblica e della salvezza della Polis sono fecali. ‘Repubblica’ ci dirà chi farà la Liberazione dai ladri, ben più sacrosanta di quella di 69 anni fa? Matteo Renzi? Ma per gli orbaci del Regime, Renzi è una specie di Dillinger, un Pericolo pubblico numero Uno, perdipiù appestato di ebola. Nella logica delle Istituzioni e con la loro omertà troveranno modo di liquidarlo.

Esiste un altro protagonista da cui attenderci qualcosa? Non a destra; a sinistra c’è una combutta di conservatori tetragoni, perfettamente congeniali alla teologia di “Repubblica”, che è progressista solo quando si tratti di dissacrare  costumi millenari, p.e. le nozze riproduttive,  e di difendere i privilegi medio-altoborghesi.

‘Repubblica’ non sa vergognarsi del regime alla cui cupola appartiene: e questo è logico. Non è logico che non additi una via di fuga dalla palude mefitica in cui siamo. Se la sente ‘Repubblica’ di proporre un’ulteriore apertura di credito a favore dei Proci che gozzovigliano? Nessun paese civile  è stato governato così a lungo dai ladri. ‘Repubblica’ finge di non sapere  che il nostro assetto di sistema è stato fissato in modi che lo fanno immodificabile.  La Costituzione, le Istituzioni, la Consulta, le garanzie, le prassi, i diritti acquisiti, le logiche delle corporazioni, le varie sottosovranità, imprigionano tutto in una manomorta invincibile.

‘Repubblica’ è capozelota della demoplutocrazia dei partiti. Come tale è impossibilitata a vedere le altre realtà e le altre opzioni cui molti nel mondo guardano. La più minacciosa è, inevitabilmente, uno Stato autoritario sì ma meno lordato dalla corruzione, più esattamente dal denaro. Un’altra, destinata a vincere un giorno, è il passaggio a questa  o quella formula di democrazia diretta, una che azzeri il meccanismo della rappresentanza,  quella delega ai politici che spoglia i cittadini e perpetua l’usurpazione.

‘Repubblica’ è incapace di capire che non le riforme ‘possibili’ ma la bonifica integrale e le demolizioni nette redimeranno la nostra politica. Le riforme sono un mantra scadente, ormai svuotato di efficacia. Da qualche tempo il più alto dei bonzi del tempio proclama indispensabili le innovazioni. Per una volta dice giusto: ma quasi nessuno lo prende sul serio. Questa repubblica è un edificio da abbattere, per ricostruirlo tutto diverso.

A.M.C.

J-M COLOMBANI, I DOLORI DEL LEGITTIMISMO

Nel 1830 légitimisme era proclamare che il trono di Francia spettava al solo ramo primogenito della casa di Borbone. Se passava a un Orléans (come passò) si uccideva il diritto divino. Oggi, un po’ meno di due secoli dopo, legittimitàè per Jean-Marie Colombani, già direttore di Le Monde  e maitre-à-penser del passatismo elegante, esecrare ‘l’oltranzismo democratico’. “C’è chi pensa -ha scritto su Sette– che le decisioni vadano prese dalla Rete o per sorteggio. Così cresce anche l’aspirazione all’autorità”.

Nel 1830 quelli del Vecchio Ordine propugnavano il principio che i re di Francia li aveva scelti Dio una volta per tutte. Colombani sostituisce detto principio con “la democrazia rappresentativa, quella che pratichiamo attraverso le elezioni, quella che non viene vissuta per quello che è, una conquista. Qui e là c’è addirittura chi, a destra come a sinistra, rimette in discussione le elezioni. Un po’ dappertutto si sollevano dubbi sul concetto stesso di rappresentanza”.

Nei loro castelli in campagna les légitimites si scandalizzavano perché la corona dei 18 re Luigi andava a un Luigi Filippo. J-M Colombani si addolora perché Eric Cantor, “numero Due del partito repubblicano USA, parlamentare per otto mandati consecutivi”, è stato sconfitto da uno sconosciuto alle primarie del suo partito. “Il fenomeno è parte della vasta e pericolosa corrente anti-élite che serpeggia in Occidente”. Ha ragione: come osa uno sconosciuto  battere un Numero Due, un eletto otto volte? Dove andremo a finire se non si rispetteranno i prominenti? Non andrà a repentaglio l’ordine stesso dei corpi celesti?

Non la mette proprio così il giornalista-principe. Tuttavia addita “la crisi attraversata dai nostri sistemi democratici, che potrebbe condurre a un’era post-democratica, meno democratica. Con lo sviluppo delle nuove tecnologie assistiamo a una sorta di nuovo  entusiasmo libertario. E’ un po’ come se rinascessero le polis greche. Questo fenomeno ha un rovescio: la democrazia rappresentativa non è più data per scontata. Si sollevano dubbi sul concetto stesso di rappresentanza. E’ il ritorno all’idea che su qualunque tema si debba ricorrere a un referendum (…) Al contempo in alcuni paesi lo scenario politico si radicalizza. Negli Stati Uniti la paralisi è dietro l’angolo e l’estremismo ancora più vicino.  L’oltranzismo democratico può danneggiare la democrazia. E fa temere che la democrazia d’opinione, nella quale siamo entrati, si trasformi nella negazione della democrazia”.

Insomma, a suo tempo l’ex-direttore di Le Monde dovette prendere cappello perché il treno sostituiva la diligenza. Come lui facevano Joseph comte de Maistre e Klemens von Metternich-Winneburg. Come lui fanno, in tanti, gli odiatori del nuovo. Basta esperimenti, gli antenati ancien-régime ci mostrarono la via e la verità!

Però ci corre l’obbligo di ringraziare Jean-Marie: egli attesta, informato e autorevole com’è, che sono più numerosi di quel che credevamo quanti non vedono l’ora di chiudere le urne, di passare al sorteggio. Finirono i re per diritto divino, boccheggia la democrazia rappresentativa. Negli USA la paralisi è addirittura dietro l’angolo.

Si facciano una ragione gli opinion leader di palazzo, da Colombani a Scalfari, a Ezio Mauro, a qualsiasi altro laudator temporis acti.  Detta nella lingua di Jean-Marie, Celui qui fait l’éloge du temps passé. Défaut, ordinaire aux vieillards, de dénigrer le présent, au profit du passé.

Porfirio

PROPONIAMO CIO’ CHE SI FECE CONTRO IL FASCISMO: AVOCAZIONE DEI PROFITTI DI REGIME DAL 1945

Il D.L. Lgt. 27 luglio 1944, n.159, stabilì l’avocazione allo Stato -poi inquadrata nell’assetto  tributario del D.L.Lgt. 26 marzo 1946, n.134- degli extraprofitti derivati “dalla partecipazione o adesione al regime fascista”. Considerata quale imposta straordinaria, colpiva tutti coloro che durante il fascismo avevano coperto certe cariche e svolto determinate attività previste dalla legge; genericamente, quanti avevano conseguito arricchimenti  dall’appartenenza al fascismo. Erano dunque “profitti di regime” gli incrementi nei patrimoni e negli stili di vita delle persone sopra indicate, a partire dal 28 ottobre 1922, o dall’assunzione delle cariche.

Giusto. Bene così. Però la stessa cosa andrà fatta quando Dio vorrà, per giustizia storica come per le esigenze dell’Erario, sui vasti profitti realizzati a partire dal 25 aprile 1945. Cioè sugli incrementi di ricchezza ottenuti, legalmente, da partiti, organizzazioni, persone -dai capi di stato agli attivisti di sezione- che hanno ricoperto cariche o svolto attività politiche o favorite dalla politica, nei decenni del regime demo-clepto-partitocratico.  Molti dei profittatori di regime sono morti, dunque l’avocazione dovrà colpire i loro eredi e gli eredi degli eredi, sempre che si riesca a identificarli e che siano solvibili. Queste ultime difficoltà si porranno meno per i partiti e le altre entità favorite dal regime.

Colpire i profitti della partitocrazia implicherà l’accertamento non di reati (questo è ambito della magistratura) bensì, in parallelo alle finalità dei decreti legge succitati, la semplice “partecipazione o adesione ai partiti” del sistema sorto a partire dal 25 aprile 1945. Nel concreto, un’imposta straordinaria a carico di quanti, persone o entità, hanno tratto benefici “legali” dalla politica.

Data la difficoltà di individuare e quantificare i profitti del partitismo consociato alla plutocrazia, andranno induttivamente configurate un certo numero di personaggi e categorie di profittatori: parlamentari, altri eletti e nominati, manager di imprese pubbliche, intermediari, procacciatori, fornitori di beni e servizi alla politica. A ciascuna categoria o figura si applicheranno imponibili e aliquote probabilmente forfettarie.

Andranno colpiti stipendi, pensioni, vitalizi, dividendi, incrementi patrimoniali superiori a determinate soglie, per esempio all’equivalente di mezzo milione di euro. Mezzo milione è quanto finora hanno percepito ogni anno numerosi gerarchi del Regime (tra gli altri i molti presidenti della Corte costituzionale) con vitalizi commisurati. Poichè in Italia il trattamento dei partiti, dei sindacati, della stampa di regime, degli eletti, degli alti burocrati civili e militari, dei boiardi, dei faccendieri, dei consulenti introdotti in politica è di regola molto più generoso che all’estero, andrà  considerata profitto di regime l’intera parte alta dei redditi. Convenzionalmente tale parte potrà essere quella al di sopra delle retribuzioni occidentali relative a funzioni analoghe: appartenenza ad assemblee e ad organismi, esercizio di cariche esecutive o gestionali, consulenze, eccetera.

Non dovranno applicarsi le regole e le procedure della giustizia ordinaria, semmai quelle degli accertamenti fiscali e delle valutazioni sommarie. Andranno ridotte al minimo le esigenze di garanzia, gli obblighi del contraddittorio e simili. Il ruolo di avvocati, commercialisti e periti dovrà risultare ridotto al minimo.

L’avocazione allo Stato dei profitti del regime fascista non sembrava, di fatto, prevedere l’istituto della prescrizione. Lo stesso dovrà farsi per i profitti del regime seguito al fascismo, ossia della gestione pubblica più corrotta e dissipatrice della storia contemporanea. Negli uffici delle Camere ci sono sottomandarini che guadagnano, legalmente, oltre il doppio del Presidente degli USA.

Trattandosi di una settantina d’anni i profittatori di regime, non considerando i pesci piccoli, saranno centinaia di migliaia. Ma lo Stato sa cavarsela con le decine di milioni.

Antonio Massimo Calderazzi

GLI ULTIMI GIORNI DELLA POMPEI DEMOPARLAMENTARE

Si lamenta, Michele Ainis, che siamo alla “Fine silenziosa del referendum” (Corriere della Sera, editoriale 15 luglio). Si aspettava qualche impulso al futuro, cioè alla democrazia diretta selettiva, da parte di un Demiurgo fiorentino il quale -ove riesca- salverà il sistema del passato, dunque della Casta capeggiata dal monarca del Colle? La maggior parte delle persone raziocinanti si augurano che Matteo Renzi non fallisca; con loro c’è anche chi scrive, anche se meno benpensante di loro. Ma l’auspicato successo di Renzi non sfiorerà nemmeno l’ambito della democrazia diretta e del referendum, visto che allontanerà di un tempo X la fine della delega elettorale ai grassatori della Cleptocrazia.

“Le Costituzioni, scrive Ainis, invecchiano come le persone. Però a differenza di noialtri possono ringiovanire (…)  C’è nella gente voglia di decidere. Di qui la crisi delle assemblee parlamentari è un fenomeno mondiale, non solo italiano. Negli USA Benjamin Barber propone di rimpiazzarle con i sindaci. La Primavera araba le ha sostituite con le piazze. In Europa il ritiro della delega si esprime con la diserzione delle urne e con la domanda di Democrazia Diretta. Ecco perché ovunque si moltiplicano le consultazioni online dei cittadini, sugli argomenti più svariati. Ed ecco perché i referendum sono in auge dappertutto”.

In proposito il costituzionalista dell’università Roma3 fornisce notizie significative. “Fino al 1900 nel mondo vennero celebrati 71 referendum. Nel mezzo secolo successivo se ne aggiunsero 197; 531 dal 1951 al 1993; ormai non basta il pallottoliere per contarli”. Tuttavia -è sempre Ainis- “su questo versante la riforma nega un’iniezione di gioventù alla nostra Carta. Gli unici due strumenti di democrazia diretta introdotti dai Costituenti furono le leggi popolari e il referendum abrogativo. Senonché le prime si sono rivelate altrettante suppliche al sovrano, che non le ha mai degnate di uno sguardo. Il secondo, è stato generato con 22 anni di ritardo, senza mai diventare adulto”.

Lasci perdere, Ainis. Non invochi più “qualche correzione” da parte del governo. Smetta di confidare nelle Istituzioni. Il sovrano ‘che non degna di uno sguardo le leggi popolari’ è da noi una classe politica camorristica. La democrazia rappresentativa vive dovunque una vecchiaia estrema. In Italia appare resistere, pur in vari segni di catalessi: infatti i cleptocrati saccheggiano più che mai, uno scandalo al dì. Ma il coma del parlamentarismo si avvicina anche altrove. Gli immensi balzi in avanti della tecnologia rendono logica e agevole come mai nella storia la chiamata di molti cittadini a condurre la Polis in proprio.

A.M.C.

I PROCI DI ULISSE MORIRONO TUTTI: PER I NOSTRI SERVIRA’ DRACONE NON RENZI

Nell’amministrazione comunale di Rovigo (che è Veneto non Campania né Calabria) i 16 dirigenti si sono spartiti 70 mila euro extra bilancio ordinario nelle 5 ore intercorse tra caduta del sindaco e nomina di un commissario prefettizio. Il sottosegretario Chiarini ha parlato di ‘insulto al buon senso’. Ma si può parlare di buonsenso, quando si tratti dei (modesti) mariuoli  rovigotti, di quasi tutti i politici della Penisola o dei disgustosi 1500 dipendenti di Montecitorio? Questi ultimi stavano ammutinandosi perché la presidente Boldrini, prima buona azione dal giorno dell’insediamento, provava ad applicare loro il tetto dei €240 mila per i burocrati apicali, e riduzioni proporzionali per gli altri. Non solo gli apicali, anche la bassa corte dei commessi, elettricisti e parrucchieri,  si sono erti a fiera difesa della ‘autodichia’ del sommo tra gli organi costituzionali. Nello stralunamento di Rodotà e Beppe Grillo, detti orghen  sono palladio di libertà e democrazia.

Alzi la mano chi non è stomacato, o tentato di sparare. Nel momento più basso della stima popolare per il sistema politico elargito dalla Resistenza, nel nadir delle  prospettive dei giovani, €240 mila sono il quintuplo del giusto. Peraltro: come non capire lo sdegno dei millecinquecento mandarini, commessi, elettricisti ed altri sacerdoti di libertà e democrazia? Il loro capobonzo, il segretario generale, superava di molto i 400 mila annui. I sottobonzi chiamati ‘consiglieri’ arrivavano a 300 mila, i parrucchieri e gli elettricisti a 90 mila. Qualsiasi decurtazione è of course sacrilega, fra l’altro vulnera la  bellissima Costituzione di Benigni, Fiorito e Galan.

Ma per Sergio Rizzo (Corriere 26 luglio) la situazione è molto più orrenda:”Compensi astronomicamente ingiusti. Privilegi inenarrabili. Folli automatismi: una generosissima scala mobile e un meccanismo di scatti capace di far salire anche del 400% lo stipendio netto. Regimi pensionistici che non hanno pari nel lavoro pubblico e privato. Lo stipendio medio di un dipendente di Camera e Senato supera €150 mila lordi l’anno, mentre quello del loro collega della Camera dei Comuni britannica si aggira attorno ai €40 mila. Quattro a uno”.

“ Le segretissime tabelle retributive del Senato informavano nel 2008 che la retribuzione di un commesso (livello inferiore della scala) raggiungeva a fine carriera €159 mila lordi. Quello di uno stenografo al quarantesimo anno di attività 289 mila, tremila in meno dell’appannaggio annuale del Re di Spagna. Il segretario generale del Senato Antonio Manaschini percepiva €485 mila l’anno quando è uscito da palazzo Madama; pochi anni dopo viaggiava sui 550 mila. Nel 2012 ha reso nota la sua pensione: €519 mila, quasi il doppio dell’indennità di Barack Obama”.

“L’esempio delle Camere ha prodotto guasti a cascata in molte regioni. Nel 2012 i venti Consigli regionali italiani spendevano per il personale quasi 360 milioni. Secondo il governatore della Sicilia, Crocetta, la retribuzione del segretario generale dell’Assemblea regionale sarebbe addirittura più alta dei suoi colleghi di Montecitorio e palazzo Madama. Il personale consiliare siciliano costa 86,6 milioni contro i 20,8 della Lombardia”.

Sergio Rizzo, obbedendo alla consegna ferrea delle Grandi Firme nostrane, non scrive una parola su che fare di fronte a tanto parossismo di saccheggio “nella realtà di un Pil crollato del 10%, di una povertà che cresce a livelli vertiginosi, di una speranza per i giovani di trovare lavoro che è semplicemente inesistente. Questa vecchia impalcatura di privilegi va solo smantellata”. Non dice, Sergio Rizzo, chi la smantellerà e come. Furibonda la denuncia, misteriosa la soluzione.

I Proci di Itaca, che rubavano infinitamente più in piccolo che i nostri politici e i loro correi – burocrati, mandarini, boiardi-  furono scannati senza pietà, dal primo all’ultimo, dall’arco possente di Odisseo. Il popolo italiano, per una discutibile convenzione, non può fare come Odisseo. Non può nemmeno mandare ai lavori forzati. Allora è certissimamente sicuro che nessun nuovo Renzi, anche assai più cattivo di Matteo, saprà farsi vendicatore e giustiziere se non romperà la legalità con la dinamite. Il quadro istituzionale imprigionerebbe chicchessìa, peggio di Prometeo incatenato sul Caucaso perché benefattore degli uomini.

Non sarà Matteo Renzi a dare ciò che merita alla gentaglia che ci opprime. Per esempio quella che tentò di esonerare la Rai da un piccolo sacrificio. P.es. i troppi strapagati, pubblici e privati, che abusano di quella mostruosità  etica che è l’istituto giuridico dei diritti acquisiti. Nulla sarà mai compiuto senza abolire i diritti acquisiti di gamma alta.  Non sarà il Rottamatore circospetto a cancellare i suddetti fecali diritti. Servirà Dracone, onde scongiurare un Pol Pot, beninteso meno assassino. Dracone non è sicuro sia veramente esistito, ma a lui si usa attribuire il primo, inesorabile corpus legislativo ateniese prima di Solone.

Il mite Rottamatore fiorentino affronterà i nostri tumori con le pomate galenicotelevisive invece che con i bisturi e con spietate seghe per ossi. Peccato: si era presentato come l’unica figura di Rigeneratore apparsa nel settantennio demo-cleptocratico della malasorte.

Porfirio

ISTITUZIONI-CANAGLIA A NORMA DI LEGGE

Sui sessanta milioni di abitatori dello Stivale, non più di cinque-settecentomila persone -meno di quelle che  vivono di sola politica-, più i parenti e le compagne, si indignano se si dice loro che si fanno mantenere da uno Stato canaglia, le cui Istituzioni sono tra le peggio gestite d’Occidente. Tutti gli altri Stivalioti non si indignano, perché sanno.

Dodici anni dopo Mani Pulite il malaffare è cresciuto.  Il centro storico di Napoli ha migliaia di edifici privati bisognosi di manutenzione, ma le istituzioni non sono in grado di sussidiare. Esse esistono per  perpetuare i furti e gli sprechi, i peggiori dei quali ultimi sono i loro, quelli ‘istituzionali’. Poco male se un calcinaccio ha ucciso un adolescente in via Toledo. Le istituzioni non hanno risorse per mettere in sicurezza migliaia di case e di scuole.

I poteri pubblici  spendono in modo irresponsabile o ladro forse un terzo dei bilanci. Primo tra gli sprechi-simbolo, il Quirinale esige il decuplo di quanto sarebbe giusto per alloggiare il capo dello Stato e i suoi dipendenti veramente necessari ( quasi tutti i  mandarini quirinalizi potrebbero essere prestati dai ministeri); questo allorquando alcuni milioni di  italiani non hanno alcun reddito. Se un padre di famiglia spendesse per il proprio abbigliamento una parte esorbitante di quel che guadagna, sarebbe passibile di interdizione, e peggio. Le spese voluttuarie dello Stato sono, tra l’altro, i palazzi principeschi e cardinalizi, le ambasciate sfarzose e inutili, le Forze armate da grande potenza, il trattamento da corte zarista degli alti burocrati. L’ultimo Zar fece in modo da farsi trucidare, con la famiglia allargata e la monarchia, dalla Rivoluzione. Da noi, nessuna speranza.

Prendiamo una delle istituzioni, la Camera: ha non solo 635 deputati quando ne basterebbero 150, ma anche 1475 dipendenti, col livello di spreco che tutti conosciamo. Il sito ufficiale della Camera ha la sfrontatezza di scrivere: ”Per mantenere il potere d’acquisto della dotazione del 2008, sarebbe necessario aumentare la dotazione attuale”, . Se Pol Pot non fosse troppo terribilmente sanguinario, a lui andrebbe affidata la bonifica  della Camera.

Dal sito ufficiale apprendiamo che le pensioni  dei dipendenti assorbono oltre un quarto del bilancio. Alla voce Cerimoniale figurano euro 740 mila. Per Affitto palazzi Marino, 41,4 milioni nel 2014, 42,06 milioni l’anno prossimo. Per Rimborso viaggi deputati cessati,

800 mila. Per Spese di trasferimento, 715 mila. Per Spese di mobilità da e per la Camera,1,3 milioni. Corsi di informatica e lingue straniere per deputati, 400 mila. ‘Corsi di formazione dei  dipendenti, 700 mila. Pubblicazioni della Camera, 334 mila. ‘Iniziative di comunicazione istituzionale’ (ruberie più grosse del solito), 345 mila. Abbonamenti a giornali, 313 mila. Abbonamenti a fonti d’informazione giornalistica, 2.850.000. Manutenzione degli arredi,  945 mila.

E’ palmare: deputati e dipendenti dovrebbero essere un quarto, le retribuzioni degli uni e degli altri andrebbero dimezzate, i vitalizi cancellati (previa abolizione generale  di tutti quei ‘diritti acquisiti’ che costano troppo).  Le pensioni dei dipendenti vanno falcidiate, gli uffici dei deputati e dei funzionari nanizzati, i rimborsi  viaggi ‘ai deputati cessati’ – essendo un insulto- dovrebbero sparire fino all’ultimo euro, così come le spese di mobilità da e per la Camera (bastano le biciclette: così fanno i  Lords).  I corsi dovrebbero pagarseli i beneficiari. E così per quasi tutto.

La seconda Camera va cancellata.  I palazzi -Madama prima, Montecitorio al più presto- andrebbero venduti ai migliori offerenti, anche stranieri; per il parlamento futuro basterebbe un solo edificio, ben più modesto e semiperiferico. Tutti i bilanci delle istituzioni dovrebbero dimezzarsi nelle voci attuali, al contrario ingrossarsi per voci nuove: assegni di sopravvivenza, contributi alla manutenzione degli edifici privati, aiuti ai miseri delle nazioni povere (distribuiti direttamente dai bersaglieri, non consegnati alle autorità  locali, la cui sovranità merita noncuranza).

Ma è stolto attendersi alcunché dalle Istituzioni-canaglia. Forse Matteo Renzi farà qualcosa,  di modesto: alla fine sarà sconfitto, o sedato con concessioni secondarie. Le Istituzioni-canaglia e i Proci della politica permetteranno solo i cambiamenti esigui. Quando re Giorgio abdicherà, la Casta che presiede si consoliderà in un Establishment un po’ meno disgustoso; i poteri forti si faranno imbattibili; i divari sociali si allargheranno. La cleptocrazia vittoriosa vanterà di garantire il progresso senza avventure. Tagliando qua e là le tasse, i Proci banchetteranno più spensierati sulla ricchezza pubblica: più protetti dalla nostra Costituzione camorristica.

A meno che. A meno che qualcosa di grosso e di aspro, l’azione di duri congiurati, non abbatta le Istituzioni-canaglia.

A.M.C.

SARKOZY & CO: THE FELONIES OF ‘DEMOCRACY’ OPEN THE ROAD TO SORTITION

They have quasi-arrested, however shortly, former president Sarkozy -which is very good. But they, better all of us, should do much more: should cancel professional politics. No country will ever clear its politics of corruption without shutting and sealing the ballot-boxes for good.

Three, even four centuries of electoral democracy in North America have proved beyond any doubt that money rules the political system of the West. If you cannot invest a lot of money you don’t even conceive to be elected a representative of the ‘sovereign’ people, at any level. If you are not a millionaire, you must either offer yourself to Big Money, or you must convince a great many electors to be silly enough to donate small amounts to your election fund. In both cases you will be under the obbligation to return the gifts in some way. Politics, that is capturing votes, is so expensive that truly honest politicians do not exist -cannot exist.

Only exceptions, those few abnormally wealthy persons who will enter politics for innocent ambition rather than illegitimate designs. Sometimes, not at all always, said tycoons can be said to have become politicians out of respectable intentions. A number of plutocrats did so in history, from Pericles to scores of optimates of our days. Unfortunately the business of plutocrats is plutocracy, i.e. strengthening the egemony of money.

Needless to say, the greed of politicians does not stop at simply paying the bill of campaigns and electioneering. Most professionals of representative democracy are soon enticed by the prospect of becoming rich, of upgrading their station in life, from eager fortune-seekers to millionaires. Italy of course has got the distinction of possessing the most avid caste of politicians in the Western world. Practically all members of the Italian regional legislatures and administrations are presently under judicial investigation for embezzlement and other crimes. Every Italian professional of democracy has his price.

The salvation is Sortition, of course. One day members of assemblies and other officials will be selected by the lot, for short terms of office. The need for them to spend, in order to be elected will disappear. Randomcracy (direct, selective democracy) will substitute our rotten institutions. Sometimes it will occur that the lot selects the wrong persons, but their terms will not be long, their harm will be tiny. Above all, they will not have political debts to repay. Sortition is the only conceivable protection against venality and other felonies by normally putrid career-politicians.

Italia docet  (if you prefer, Sarkozy docet): hoping that career-politicians will redeem themselves from the bondage of sin, and will become honest, is worse than naive, is stupid. They simply go on being dishonest. In America several politicians stay in office for their entire adult life. Their silly electors keep voting them indefinitely. Very often their scions and heirs do the same.

That France has exposed corruption in the highest place (presidents Chirac, Giscard d’Estaing, even Mitterrand, can be also mentioned) is splendid news. Sortition will never have a chance, worldwide, if something really enormous doesn’t happen to lay open the absurdity of remain enslaved to the mechanism of election with built-in corruption. It was in a distant, totally different age, that we could not do without representation of the parliamentary type. It was so when the mass of citizens were poor, ignorant and feeble in front of sovereigns and aristocracies;  when they did not travel, did not speak languages, did not communicate, were not part of a global, hypertechnological community. Today a great many electors are more educated or qualified than their elected delegates.

We now live in a future ‘which has already begun’. In order to get rid of elected politicians we shall have to rely to ever increasing disclosures of political crimes and misconducts. Only such crimes will someday force us to stop staying subjected and spiritless. To the effect of such rebellion we shall want hundreds of behaviors the likes of the  French presidents’, better, of the typical Italian elected rascals’. Their malfeasances will bring Randomcracy nearer. Monsieur Sarkozy and his peers deserve our applause: they will be our Liberators.

A.M.Calderazzi & Associates of www.Internauta-online.