SVUOTA IL MARE COL SECCHIO CHI CREDE RISANABILE LA DEMO-PLUTO-CLEPTOCRAZIA

Chi si scandalizza per Mafia capitale -modica cosa rispetto alla lebbra nazionale della corruzione- porta vasi a Samo e civette ad Atene. Uno che invece non si scandalizza è Antonio Padellaro, direttore del ‘Fatto Quotidiano’. Sa  che la gestione di Roma, o meglio della repubblica intera, è “una cloaca maxima”; sa che “l’emorragia sta dissanguando una delle democrazie più partecipate, la quale oggi langue nell’astensione di massa”; anche lui, come tutti, avverte che  “l’incazzatura collettiva può superare il livello di guardia” e rompere gli argini; annuncia che “possono arrivare i latrati di un giustiziere in camicia nera”. Per riassumere, ha intitolato ‘Suicidio della democrazia’ un editoriale ad hoc.

Fin qui niente di speciale. Sono anni che si levano questi allarmi. Che così non andrà avanti molto a lungo lo sentono tutti. E molti convengono che un colpo di stato non solo non incontrerebbe alcuna resistenza seria -a parte qualche girotondo e un po’ di cagnara- ma sarebbe accolto nel sollievo più aperto. Andò così nel 1923: nessuno storico nega che nei primi due-tre anni la Spagna gioì del golpe e del governo di Miguel Primo de Rivera.

Un cane che morde l’uomo non fa notizia, la fa l’uomo che morde il cane. A questa logica cristallina obbedisce su ‘Repubblica’ Ezio Mauro. Tutti sanno che la nostra politica è tra le più fecali del pianeta, e che fa Mauro? Preconizza che la nostra  politica ritrovi se stessa. Bravo Mauro che fa scoop mordendo lui personalmente il cane! Chi ci aveva pensato che per combattere il crimine gli USA avrebbero fatto meglio a incaricare Dillinger e Al Capone di guidare la self-redenzione dei criminali? Chi ci aveva pensato che per nettàre le stalle di Augia re degli Elei -vi teneva tremila buoi ma non le puliva da trent’anni- non serviva una delle Fatiche d’Ercole? Ercole le nettò deviando due fiumi e facendoli passare attraverso dette stalle. Ma il Goebbels della democrazia dello Stivale avrebbe fatto meglio: avrebbe convinto Augia ad autoguarirsi della spilorceria di risparmiare sulle pulizie.  Analogamente, Mauro ha trovato la soluzione che ci salverà: i politici più furfanti dell’Occidente plutodemocratico si diano all’autoterapia. Suggeriamo la tecnica dell’autoctisi (nell’attualismo di Giovanni Gentile è l’autocoscienza con cui lo Spirito produce se stesso).

Ora parliamo di un opinionista serio. Michele Salvati, primo dei progettisti del Pd, scriveva sul ‘Corriere’, saggiamente: ”Né Renzi né chiunque altro potrebbe guarire d’incanto il malato italiano: troppo profondi i guasti ereditati dal passato. Il normale processo democratico, il normale funzionamento delle Istituzioni non generano risposte efficaci al ristagno economico e all’insoddisfazione dei cittadini (…) Non sono in grado di aggredire i fattori profondi che trascinano il Paese verso il declino (…) La democrazia rappresentativa impedirebbe anche a un nuovo Alessandro di recidere il nodo gordiano con la spada”. Salvati aggiunge che “i tre anni e più che ci separano dalla scadenza naturale della legislatura sono i peggiori per Renzi (…) con un Paese che presto si stancherà di annunci e promesse di miglioramento. Sarebbe meglio per lui e per il Paese se potesse arrivare a nuove elezioni prima che il consenso che ha raccolto si esaurisca”.  Se potesse iniziare “un quinquennio di riforme senza l’assillo di altre elezioni”.

Ci permettiamo di correggere: non un quinquennio; un cinquantennio senza elezioni. L’ha scritto Salvati: la democrazia rappresentativa è negata per le realizzazioni. Peggio, precisiamo noi: la democrazia rappresentativa comporta i partiti e i politici di professione, cioè i  perpetratori del male che sta uccidendo la repubblica. In testa ai perpetratori sono il Colle, il parlamento, la Consulta, le Istituzioni, la Costituzione, gli altri agenti patogeni.

Se la dottrina Salvati ha una logica, la salvezza verrà dalla fine della democrazia rappresentativa, una fine che spazzi via i professionisti delle urne, i cleptocrati. Non si tratterà di ripulire la classe politica che abbiamo o di reclutarne una nuova, ma di cancellarla. Non di lavare con una candeggina lustrale i lutulenti del più malfamato dei mestieri in assoluto -nessuno escluso- ma di recintarli in campi di lavoro, perché scontino le malefatte cominciate nel 1945. I gerarchi del Ventennio espiarono. Perché no quelli del Settantennio? Perché, in particolare, non avviare quei procedimenti sui profitti di regime che frutterebbero ricavi importanti?

Se non sarà amputata, questa repubblica lebbrosa morirà. L’amputazione la libererà delle elezioni e degli eletti. Ma non ci consegnerà ai ‘latranti fascisti’ che spaventano il surriferito Padellaro. Lo strumento randomcratico del sorteggio -tra quanti posseggano più conoscenze, o più esperienza, o più meriti umani e civili della media: si pensi al volontariato- permetterà di strappare la deliberazione e la gestione ai cleptocrati. La funzione del controllo e la difesa della legalità potranno essere affidate, grazie soprattutto alla rete e agli arcangeli  tecnologici, alla cittadinanza intera (consultazioni e referendum frequenti, soprattutto da casa).

Mai più saranno consegnate alle istituzioni e agli organismi di tipo parlamentare, anche se i loro membri si avvicenderanno per turni brevi e per selezioni random. La legalità che la Carta ci impone è la nostra lebbra. Va demolita.

A.M.C.

FA STRAGE A SINISTRA LA DEMENZA PANDEMICA

Due immani cetacei, un capodoglio e un’orca assassina, boccheggiano sulla spiaggia dello Stivale dove si sono arenati. Avendo ancora residui di vita, gli spasmi della loro agonia fanno impressione. In acqua erano ferocissimi, sterminavano la fauna, dilaniavano le balene, rovesciavano le baleniere, divoravano gli equipaggi. Ora muoiono.

Il capodoglio è il sinistrismo. Con Gramsci fu similbolscevico, cioè rivoluzionario a parole; divenne stalinista;  poi comunista da Cinecittà; oggi  è ridotto a patrocinare  ardite innovazioni erotico-coniugali. Le grandi opere egualitarie di sinistra sono fallite tutte: da quelle europee del socialismo reale manu militari  a quelle asiatiche del trionfo capitalista in costume Mao. I popoli del pianeta che conobbero il potere marxista lo odiano persino al di là del giusto.

L’orca è il sindacalismo finora consociato al potere. La killer whale  faceva strage di foche cioè di imprese, piccole medie grandi. Se  soccombono tante di queste ultime, se i jobs spariscono a milioni, se gli investitori si dileguano, è soprattutto grazie a settant’anni di  ‘conquiste’  che esportano il lavoro invece che i prodotti. I giovani che il presente e il futuro sgomentano sanno che pagheranno sempre più caro il benessere quasi-borghese conseguito dai padri iperorganizzati, quando le vacche erano grasse e contrastare i sindacati era addirittura reato.

Il sindacalismo viene detto novecentesco, però la sua parabola è durata più di un secolo. La Confederazione generale del lavoro nacque solo nel 1906, ma la redenzione del proletariato cominciò nell’Ottocento. L’assalto al potere padronale fu sacrosanto allora; nel secondo dopoguerra divenne esercizio di privilegi e di omertà. Più tardi, di fronte al prorompere della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione, il sindacalismo si è dato al killeraggio delle imprese occidentali (che pure hanno le loro colpe).

Oggi il sinistrismo e il sindacalismo dell’Occidente propugnano solo cause perse. Fagocitati dal lifestyle consumista, i lavoratori non sono più disponibili per la Rivoluzione, che era la loro arma di deterrenza assoluta. Togliendo i mercati all’Occidente, con ciò stesso la globalizzazione cancella la ragion d’essere del sinistrismo e del sindacalismo. La storia non è finita, come almanaccava quel Fukuyama. E’ certamente finita la commedia della conflittualità rampante. Manifestare con fischietti e avvolti di rosso è sempre più cretino.

A questo punto scoppia l’autentica pandemia di casa nostra: sinistrismo parlamentare e sindacalismo escono di senno. Il 25 ottobre 2014 sono entrati in una guerra che non potranno non perdere. Era già meno folle l’intervento di Mussolini, il 10 giugno 1940.

Più i due ismi attaccheranno, più saranno sbaragliati. Uno sciopero generale moltiplicherà i voti di Renzi e lo divinizzerà come asfaltatore di confederazioni. A sinistra si interstardiranno a esigere ‘politiche per il lavoro’ le quali, richiedendo risorse, sono perfettamente inconcepibili. Nell’ordine capitalista i salari e i ‘diritti’ che si vogliono difendere presuppongono gli imprenditori; gli imprenditori presuppongono i mercati; i mercati sempre più vanno ai produttori nuovi, quelli che non pagano salari a noi.

Tutto ciò il sinistrismo e il sindacalismo lo sanno, perciò invocano gli investimenti pubblici che sono impensabili senza aggravare le tasse su tutti. “Non su tutti, solo sui ricchi” protesta la Camusso. Ma la patrimoniale grossa sui soli ricchi, pur santa,  implica l’uscita dal liberismo, dal Codice civile, dall’Europa, dalle ìstituzioni della repubblica a presidenza monarchica-atlantista-obbediente agli USA-fanatica di quello sfarzo ufficiale che costa più della manutenzione di scuole e torrenti.

Dunque gli investimenti pubblici che creino lavoro sono asini che volano. Che i Fassina e le Camusso credano di proporli – non a chiacchiere innocue come di norma, ma con le lotte dure, con lo sciopero generale, addirittura coll’occupazione delle fabbriche- è prova che a sinistra si è persa la ragione. L’occupazione delle fabbriche, poi, è una trovata neo-gramscista che sembra uscita dalla comicità al semolino di Erminio Macario.

Giorni fa il guru Massimo Cacciari ha rimproverato a Matteo Renzi d’avere annunciato un’epocale fine del posto fisso senza curarsi dello sgomento suscitato. Ma per chiudere la bocca a questo Renzi che si vuole thatcherizzato occorrerebbe saper fare la rivoluzione. La sanno fare Cacciari Camusso Fassina Landini? Se sì-ehm- diranno ai milioni di seguaci immaginari che dopo la rivoluzione non ci saranno né buste paga né conquiste né diritti: solo distribuzione di utili eventuali e magri (l’Asia sempre più produrrà per il pianeta intero)?

Diranno ai  loro guerrieri che, mancando la rivoluzione, la salvezza verrà solo da una Mitbestimmung assai meno dolce per i lavoratori di quella germanica?

Diranno che il benessere anni Ottanta è da dimenticare, la decrescita forte da accettare, le umili virtù e le scodelle di minestra di padri e nonni da riscoprire?

A.M.C.

IL CORRIERE RINGIOVANITO COME PUO’ APPREZZARE I VECCHIUMI?

Non sappiamo perché, ma il Codice canonico impone, perché una causa di beatificazione si concluda, la “ricognizione delle spoglie di un servo di Dio”. Nemmeno sappiamo che tanfo, o al contrario che olezzo di santità, si diffonda all’apertura dei venerati sepolcri.

Ogni fragranza è da escludere, ove si faccia ricognizione dei precetti politici di Claudio Magris. Giacciono in un articolo -meglio, un avello-  comicamente intitolato “Salvate i parlamentari da tentazioni populiste”: quasi i parlamentari siano quei giovani ateniesi destinati ogni anno alle fauci del Minotauro (il mostro nato dall’adulterio con un toro dell’integerrima Pasife, moglie di re Minosse). Salvate dunque i martiri giovinetti di Montecitorio/Montemadama!

Poche scoperchiature di bara prendono alla gola quanto il più recente pensiero del Magris statista, fatto di zaffate secoli XVIII-XIX. Egli esordisce definendo tacitiana un’operetta di Bruno Visentini. A stare a lui, Visentini era un imprenditore/pensatore talmente proiettato nel futuro da non avere alcunché da dire al presente (si ricordano di lui un tot di giornalisti in quiescenza; più un collega-pensatore quale Carlo De Benedetti). Claudio Magris, che divenne un divo con Danubio –libro geniale- si conforma questa volta a modi mentali da autodidatta. Elogia la “bruciante pregnanza” della posizione Visentini sulla questione istituzionale di 68 anni fa, monarchia o repubblica. Non voleva che a decidere  fosse un referendum: popolo di ebeti. “Il plebiscito, e le varie forme di democrazia diretta, sono democratiche ed educatrici nei Paesi di coscienza politica molto evoluta”.  Era necessario “il filtro di una classe politica”.

Oggi, passato un settantennio di scandali dal bruciore della dottrina Visentini, il prof.Magris ha il greve imbarazzo di  dover riconoscere: “La democrazia parlamentare si trova in una crisi assai grave; cresce la tendenza alla democrazia diretta e all’insofferenza per il filtro della classe politica”. Nel suo smarrimento, il discepolo di Visentini si aggrappa a  Ferruccio De Bortoli “le cui critiche a Renzi erano fondate su quelle al dilagare della democrazia diretta  e sull’eclissi della democrazia parlamentare”. Utile testimonianza sul marasma pre-agonico delle Istituzioni ancien-régime.

Audacemente fresco, anzi avveniristico, il rimpianto del liberalismo, “calibrato meccanismo di pesi e contrappesi”; dobbiamo salutarlo con la riverenza del tempo quando ci si toglieva il cappello al passaggio dei funerali. Gli scherni al liberalismo fervevano già un secolo e mezzo fa, allo zenith del parlamentarismo francese, così pochade. Il quale perdette la Troisième République nel 1940, la Quatrième nel 1958, quando quest’ultima dovette arrendersi a un generale (ma de Gaulle era più in gamba di quel suo predecessore, Georges Boulanger, che arrivata la prova aspra si suicidò sulla tomba dell’amata).

2014: il parlamentarismo è screditato e maledetto come più non si potrebbe. “In Italia, Magris riconosce, la situazione è drammatica, anche per l’indecente degenerazione morale e civile di quella classe politica cui si richiamava Visentini”. E’ da chiedere: che senso ha per Magris ipotizzare che “nasca una nuova classe politica degna di questo nome e non di quello di casta: termine anzi troppo lusinghiero”. Che senso ha quando, se si guarda intorno, Magris non vede che uno smisurato ‘filtro’ di soli ladri e imbroglioni? Si vedano in proposito le fiere proteste di innocenza di un Galan, che poco dopo patteggia una pena non leggera.

Magris farà un gran bene al Paese quando lo avvertirà dell’avvenuta nascita di una classe politica interamente composta -com’egli rimpiange non sia- “dei Catoni e dei Bruti”, cioè di maestoso senso dello Stato. L’avessero assegnata, la questione istituzionale del 1946, al quadrumvirato Catone-Bruto-Visentini-Magris! Sarebbe stata repubblica, of course: ma quanto sarebbe assomigliata all’Empireo, il più esterno dei cieli, il solo immobile secondo le antiche teorie astronomiche! L’Alighieri, com’è noto, vi alloggiò i beati; esso cielo consisteva di ‘luce intellettual piena d’amore’, emanante direttamente da Dio e non dalla concertazione tra partiti, sindacati e poteri forti. Se si incaponirà a cercare il perfetto Stato liberale, Magris non dovrà risalire alla Scolastica  tomista. Gli basterà fermarsi ai tempi umbertini, quando la classe degli ottimati liberali dette le sue  ultime prove di nobile disinteresse: si veda l’affare della Banca Romana e quello dell’Ospedale Mauriziano a Torino.

L’avvertenza l’avevamo  fatta nell’incipit: a scoperchiarli, i sarcofagi possono dare olezzo di santità, ma anche fetore di vecchiume, o peggio.

Porfirio

LE RIFORME SARANNO ESILI, QUASI NON CE NE ACCORGEREMO

La scorsa mattina ‘Repubblica’, il Volkischer Beobachter  della cleptocrazia nata dalla Resistenza, si scopre nauseata, anzi desolata, di un fatto tutto considerato quasi marginale: i vitalizi agli ex-consiglieri regionali, compresi o no altri bricconi, ci costano 170 milioni l’anno; ma la cosa peggiorerà, per un meccanismo fatevelo spiegare dal Beobachter.

Volessimo contare le altre espressioni di sdegno stampate o recitate nello Stivale, solo a partire da Mani Pulite, sarebbe come numerare le stelle  del cielo o i granelli di sabbia del mare. I luoghi e le occasioni della malvivenza dei politici sono sterminati: dalle migliaia di miliardi elargite in settant’anni per dare voti ai partiti grandi e minimi, alle spese immorali per il Quirinale e per non una ma tre dimore presidenziali extra (San Rossore, Castelporziano, villa Rosebery).

Le prospettive dell’etica pubblica e della salvezza della Polis sono fecali. ‘Repubblica’ ci dirà chi farà la Liberazione dai ladri, ben più sacrosanta di quella di 69 anni fa? Matteo Renzi? Ma per gli orbaci del Regime, Renzi è una specie di Dillinger, un Pericolo pubblico numero Uno, perdipiù appestato di ebola. Nella logica delle Istituzioni e con la loro omertà troveranno modo di liquidarlo.

Esiste un altro protagonista da cui attenderci qualcosa? Non a destra; a sinistra c’è una combutta di conservatori tetragoni, perfettamente congeniali alla teologia di “Repubblica”, che è progressista solo quando si tratti di dissacrare  costumi millenari, p.e. le nozze riproduttive,  e di difendere i privilegi medio-altoborghesi.

‘Repubblica’ non sa vergognarsi del regime alla cui cupola appartiene: e questo è logico. Non è logico che non additi una via di fuga dalla palude mefitica in cui siamo. Se la sente ‘Repubblica’ di proporre un’ulteriore apertura di credito a favore dei Proci che gozzovigliano? Nessun paese civile  è stato governato così a lungo dai ladri. ‘Repubblica’ finge di non sapere  che il nostro assetto di sistema è stato fissato in modi che lo fanno immodificabile.  La Costituzione, le Istituzioni, la Consulta, le garanzie, le prassi, i diritti acquisiti, le logiche delle corporazioni, le varie sottosovranità, imprigionano tutto in una manomorta invincibile.

‘Repubblica’ è capozelota della demoplutocrazia dei partiti. Come tale è impossibilitata a vedere le altre realtà e le altre opzioni cui molti nel mondo guardano. La più minacciosa è, inevitabilmente, uno Stato autoritario sì ma meno lordato dalla corruzione, più esattamente dal denaro. Un’altra, destinata a vincere un giorno, è il passaggio a questa  o quella formula di democrazia diretta, una che azzeri il meccanismo della rappresentanza,  quella delega ai politici che spoglia i cittadini e perpetua l’usurpazione.

‘Repubblica’ è incapace di capire che non le riforme ‘possibili’ ma la bonifica integrale e le demolizioni nette redimeranno la nostra politica. Le riforme sono un mantra scadente, ormai svuotato di efficacia. Da qualche tempo il più alto dei bonzi del tempio proclama indispensabili le innovazioni. Per una volta dice giusto: ma quasi nessuno lo prende sul serio. Questa repubblica è un edificio da abbattere, per ricostruirlo tutto diverso.

A.M.C.

J-M COLOMBANI, I DOLORI DEL LEGITTIMISMO

Nel 1830 légitimisme era proclamare che il trono di Francia spettava al solo ramo primogenito della casa di Borbone. Se passava a un Orléans (come passò) si uccideva il diritto divino. Oggi, un po’ meno di due secoli dopo, legittimitàè per Jean-Marie Colombani, già direttore di Le Monde  e maitre-à-penser del passatismo elegante, esecrare ‘l’oltranzismo democratico’. “C’è chi pensa -ha scritto su Sette– che le decisioni vadano prese dalla Rete o per sorteggio. Così cresce anche l’aspirazione all’autorità”.

Nel 1830 quelli del Vecchio Ordine propugnavano il principio che i re di Francia li aveva scelti Dio una volta per tutte. Colombani sostituisce detto principio con “la democrazia rappresentativa, quella che pratichiamo attraverso le elezioni, quella che non viene vissuta per quello che è, una conquista. Qui e là c’è addirittura chi, a destra come a sinistra, rimette in discussione le elezioni. Un po’ dappertutto si sollevano dubbi sul concetto stesso di rappresentanza”.

Nei loro castelli in campagna les légitimites si scandalizzavano perché la corona dei 18 re Luigi andava a un Luigi Filippo. J-M Colombani si addolora perché Eric Cantor, “numero Due del partito repubblicano USA, parlamentare per otto mandati consecutivi”, è stato sconfitto da uno sconosciuto alle primarie del suo partito. “Il fenomeno è parte della vasta e pericolosa corrente anti-élite che serpeggia in Occidente”. Ha ragione: come osa uno sconosciuto  battere un Numero Due, un eletto otto volte? Dove andremo a finire se non si rispetteranno i prominenti? Non andrà a repentaglio l’ordine stesso dei corpi celesti?

Non la mette proprio così il giornalista-principe. Tuttavia addita “la crisi attraversata dai nostri sistemi democratici, che potrebbe condurre a un’era post-democratica, meno democratica. Con lo sviluppo delle nuove tecnologie assistiamo a una sorta di nuovo  entusiasmo libertario. E’ un po’ come se rinascessero le polis greche. Questo fenomeno ha un rovescio: la democrazia rappresentativa non è più data per scontata. Si sollevano dubbi sul concetto stesso di rappresentanza. E’ il ritorno all’idea che su qualunque tema si debba ricorrere a un referendum (…) Al contempo in alcuni paesi lo scenario politico si radicalizza. Negli Stati Uniti la paralisi è dietro l’angolo e l’estremismo ancora più vicino.  L’oltranzismo democratico può danneggiare la democrazia. E fa temere che la democrazia d’opinione, nella quale siamo entrati, si trasformi nella negazione della democrazia”.

Insomma, a suo tempo l’ex-direttore di Le Monde dovette prendere cappello perché il treno sostituiva la diligenza. Come lui facevano Joseph comte de Maistre e Klemens von Metternich-Winneburg. Come lui fanno, in tanti, gli odiatori del nuovo. Basta esperimenti, gli antenati ancien-régime ci mostrarono la via e la verità!

Però ci corre l’obbligo di ringraziare Jean-Marie: egli attesta, informato e autorevole com’è, che sono più numerosi di quel che credevamo quanti non vedono l’ora di chiudere le urne, di passare al sorteggio. Finirono i re per diritto divino, boccheggia la democrazia rappresentativa. Negli USA la paralisi è addirittura dietro l’angolo.

Si facciano una ragione gli opinion leader di palazzo, da Colombani a Scalfari, a Ezio Mauro, a qualsiasi altro laudator temporis acti.  Detta nella lingua di Jean-Marie, Celui qui fait l’éloge du temps passé. Défaut, ordinaire aux vieillards, de dénigrer le présent, au profit du passé.

Porfirio

PROPONIAMO CIO’ CHE SI FECE CONTRO IL FASCISMO: AVOCAZIONE DEI PROFITTI DI REGIME DAL 1945

Il D.L. Lgt. 27 luglio 1944, n.159, stabilì l’avocazione allo Stato -poi inquadrata nell’assetto  tributario del D.L.Lgt. 26 marzo 1946, n.134- degli extraprofitti derivati “dalla partecipazione o adesione al regime fascista”. Considerata quale imposta straordinaria, colpiva tutti coloro che durante il fascismo avevano coperto certe cariche e svolto determinate attività previste dalla legge; genericamente, quanti avevano conseguito arricchimenti  dall’appartenenza al fascismo. Erano dunque “profitti di regime” gli incrementi nei patrimoni e negli stili di vita delle persone sopra indicate, a partire dal 28 ottobre 1922, o dall’assunzione delle cariche.

Giusto. Bene così. Però la stessa cosa andrà fatta quando Dio vorrà, per giustizia storica come per le esigenze dell’Erario, sui vasti profitti realizzati a partire dal 25 aprile 1945. Cioè sugli incrementi di ricchezza ottenuti, legalmente, da partiti, organizzazioni, persone -dai capi di stato agli attivisti di sezione- che hanno ricoperto cariche o svolto attività politiche o favorite dalla politica, nei decenni del regime demo-clepto-partitocratico.  Molti dei profittatori di regime sono morti, dunque l’avocazione dovrà colpire i loro eredi e gli eredi degli eredi, sempre che si riesca a identificarli e che siano solvibili. Queste ultime difficoltà si porranno meno per i partiti e le altre entità favorite dal regime.

Colpire i profitti della partitocrazia implicherà l’accertamento non di reati (questo è ambito della magistratura) bensì, in parallelo alle finalità dei decreti legge succitati, la semplice “partecipazione o adesione ai partiti” del sistema sorto a partire dal 25 aprile 1945. Nel concreto, un’imposta straordinaria a carico di quanti, persone o entità, hanno tratto benefici “legali” dalla politica.

Data la difficoltà di individuare e quantificare i profitti del partitismo consociato alla plutocrazia, andranno induttivamente configurate un certo numero di personaggi e categorie di profittatori: parlamentari, altri eletti e nominati, manager di imprese pubbliche, intermediari, procacciatori, fornitori di beni e servizi alla politica. A ciascuna categoria o figura si applicheranno imponibili e aliquote probabilmente forfettarie.

Andranno colpiti stipendi, pensioni, vitalizi, dividendi, incrementi patrimoniali superiori a determinate soglie, per esempio all’equivalente di mezzo milione di euro. Mezzo milione è quanto finora hanno percepito ogni anno numerosi gerarchi del Regime (tra gli altri i molti presidenti della Corte costituzionale) con vitalizi commisurati. Poichè in Italia il trattamento dei partiti, dei sindacati, della stampa di regime, degli eletti, degli alti burocrati civili e militari, dei boiardi, dei faccendieri, dei consulenti introdotti in politica è di regola molto più generoso che all’estero, andrà  considerata profitto di regime l’intera parte alta dei redditi. Convenzionalmente tale parte potrà essere quella al di sopra delle retribuzioni occidentali relative a funzioni analoghe: appartenenza ad assemblee e ad organismi, esercizio di cariche esecutive o gestionali, consulenze, eccetera.

Non dovranno applicarsi le regole e le procedure della giustizia ordinaria, semmai quelle degli accertamenti fiscali e delle valutazioni sommarie. Andranno ridotte al minimo le esigenze di garanzia, gli obblighi del contraddittorio e simili. Il ruolo di avvocati, commercialisti e periti dovrà risultare ridotto al minimo.

L’avocazione allo Stato dei profitti del regime fascista non sembrava, di fatto, prevedere l’istituto della prescrizione. Lo stesso dovrà farsi per i profitti del regime seguito al fascismo, ossia della gestione pubblica più corrotta e dissipatrice della storia contemporanea. Negli uffici delle Camere ci sono sottomandarini che guadagnano, legalmente, oltre il doppio del Presidente degli USA.

Trattandosi di una settantina d’anni i profittatori di regime, non considerando i pesci piccoli, saranno centinaia di migliaia. Ma lo Stato sa cavarsela con le decine di milioni.

Antonio Massimo Calderazzi

GLI ULTIMI GIORNI DELLA POMPEI DEMOPARLAMENTARE

Si lamenta, Michele Ainis, che siamo alla “Fine silenziosa del referendum” (Corriere della Sera, editoriale 15 luglio). Si aspettava qualche impulso al futuro, cioè alla democrazia diretta selettiva, da parte di un Demiurgo fiorentino il quale -ove riesca- salverà il sistema del passato, dunque della Casta capeggiata dal monarca del Colle? La maggior parte delle persone raziocinanti si augurano che Matteo Renzi non fallisca; con loro c’è anche chi scrive, anche se meno benpensante di loro. Ma l’auspicato successo di Renzi non sfiorerà nemmeno l’ambito della democrazia diretta e del referendum, visto che allontanerà di un tempo X la fine della delega elettorale ai grassatori della Cleptocrazia.

“Le Costituzioni, scrive Ainis, invecchiano come le persone. Però a differenza di noialtri possono ringiovanire (…)  C’è nella gente voglia di decidere. Di qui la crisi delle assemblee parlamentari è un fenomeno mondiale, non solo italiano. Negli USA Benjamin Barber propone di rimpiazzarle con i sindaci. La Primavera araba le ha sostituite con le piazze. In Europa il ritiro della delega si esprime con la diserzione delle urne e con la domanda di Democrazia Diretta. Ecco perché ovunque si moltiplicano le consultazioni online dei cittadini, sugli argomenti più svariati. Ed ecco perché i referendum sono in auge dappertutto”.

In proposito il costituzionalista dell’università Roma3 fornisce notizie significative. “Fino al 1900 nel mondo vennero celebrati 71 referendum. Nel mezzo secolo successivo se ne aggiunsero 197; 531 dal 1951 al 1993; ormai non basta il pallottoliere per contarli”. Tuttavia -è sempre Ainis- “su questo versante la riforma nega un’iniezione di gioventù alla nostra Carta. Gli unici due strumenti di democrazia diretta introdotti dai Costituenti furono le leggi popolari e il referendum abrogativo. Senonché le prime si sono rivelate altrettante suppliche al sovrano, che non le ha mai degnate di uno sguardo. Il secondo, è stato generato con 22 anni di ritardo, senza mai diventare adulto”.

Lasci perdere, Ainis. Non invochi più “qualche correzione” da parte del governo. Smetta di confidare nelle Istituzioni. Il sovrano ‘che non degna di uno sguardo le leggi popolari’ è da noi una classe politica camorristica. La democrazia rappresentativa vive dovunque una vecchiaia estrema. In Italia appare resistere, pur in vari segni di catalessi: infatti i cleptocrati saccheggiano più che mai, uno scandalo al dì. Ma il coma del parlamentarismo si avvicina anche altrove. Gli immensi balzi in avanti della tecnologia rendono logica e agevole come mai nella storia la chiamata di molti cittadini a condurre la Polis in proprio.

A.M.C.

I PROCI DI ULISSE MORIRONO TUTTI: PER I NOSTRI SERVIRA’ DRACONE NON RENZI

Nell’amministrazione comunale di Rovigo (che è Veneto non Campania né Calabria) i 16 dirigenti si sono spartiti 70 mila euro extra bilancio ordinario nelle 5 ore intercorse tra caduta del sindaco e nomina di un commissario prefettizio. Il sottosegretario Chiarini ha parlato di ‘insulto al buon senso’. Ma si può parlare di buonsenso, quando si tratti dei (modesti) mariuoli  rovigotti, di quasi tutti i politici della Penisola o dei disgustosi 1500 dipendenti di Montecitorio? Questi ultimi stavano ammutinandosi perché la presidente Boldrini, prima buona azione dal giorno dell’insediamento, provava ad applicare loro il tetto dei €240 mila per i burocrati apicali, e riduzioni proporzionali per gli altri. Non solo gli apicali, anche la bassa corte dei commessi, elettricisti e parrucchieri,  si sono erti a fiera difesa della ‘autodichia’ del sommo tra gli organi costituzionali. Nello stralunamento di Rodotà e Beppe Grillo, detti orghen  sono palladio di libertà e democrazia.

Alzi la mano chi non è stomacato, o tentato di sparare. Nel momento più basso della stima popolare per il sistema politico elargito dalla Resistenza, nel nadir delle  prospettive dei giovani, €240 mila sono il quintuplo del giusto. Peraltro: come non capire lo sdegno dei millecinquecento mandarini, commessi, elettricisti ed altri sacerdoti di libertà e democrazia? Il loro capobonzo, il segretario generale, superava di molto i 400 mila annui. I sottobonzi chiamati ‘consiglieri’ arrivavano a 300 mila, i parrucchieri e gli elettricisti a 90 mila. Qualsiasi decurtazione è of course sacrilega, fra l’altro vulnera la  bellissima Costituzione di Benigni, Fiorito e Galan.

Ma per Sergio Rizzo (Corriere 26 luglio) la situazione è molto più orrenda:”Compensi astronomicamente ingiusti. Privilegi inenarrabili. Folli automatismi: una generosissima scala mobile e un meccanismo di scatti capace di far salire anche del 400% lo stipendio netto. Regimi pensionistici che non hanno pari nel lavoro pubblico e privato. Lo stipendio medio di un dipendente di Camera e Senato supera €150 mila lordi l’anno, mentre quello del loro collega della Camera dei Comuni britannica si aggira attorno ai €40 mila. Quattro a uno”.

“ Le segretissime tabelle retributive del Senato informavano nel 2008 che la retribuzione di un commesso (livello inferiore della scala) raggiungeva a fine carriera €159 mila lordi. Quello di uno stenografo al quarantesimo anno di attività 289 mila, tremila in meno dell’appannaggio annuale del Re di Spagna. Il segretario generale del Senato Antonio Manaschini percepiva €485 mila l’anno quando è uscito da palazzo Madama; pochi anni dopo viaggiava sui 550 mila. Nel 2012 ha reso nota la sua pensione: €519 mila, quasi il doppio dell’indennità di Barack Obama”.

“L’esempio delle Camere ha prodotto guasti a cascata in molte regioni. Nel 2012 i venti Consigli regionali italiani spendevano per il personale quasi 360 milioni. Secondo il governatore della Sicilia, Crocetta, la retribuzione del segretario generale dell’Assemblea regionale sarebbe addirittura più alta dei suoi colleghi di Montecitorio e palazzo Madama. Il personale consiliare siciliano costa 86,6 milioni contro i 20,8 della Lombardia”.

Sergio Rizzo, obbedendo alla consegna ferrea delle Grandi Firme nostrane, non scrive una parola su che fare di fronte a tanto parossismo di saccheggio “nella realtà di un Pil crollato del 10%, di una povertà che cresce a livelli vertiginosi, di una speranza per i giovani di trovare lavoro che è semplicemente inesistente. Questa vecchia impalcatura di privilegi va solo smantellata”. Non dice, Sergio Rizzo, chi la smantellerà e come. Furibonda la denuncia, misteriosa la soluzione.

I Proci di Itaca, che rubavano infinitamente più in piccolo che i nostri politici e i loro correi – burocrati, mandarini, boiardi-  furono scannati senza pietà, dal primo all’ultimo, dall’arco possente di Odisseo. Il popolo italiano, per una discutibile convenzione, non può fare come Odisseo. Non può nemmeno mandare ai lavori forzati. Allora è certissimamente sicuro che nessun nuovo Renzi, anche assai più cattivo di Matteo, saprà farsi vendicatore e giustiziere se non romperà la legalità con la dinamite. Il quadro istituzionale imprigionerebbe chicchessìa, peggio di Prometeo incatenato sul Caucaso perché benefattore degli uomini.

Non sarà Matteo Renzi a dare ciò che merita alla gentaglia che ci opprime. Per esempio quella che tentò di esonerare la Rai da un piccolo sacrificio. P.es. i troppi strapagati, pubblici e privati, che abusano di quella mostruosità  etica che è l’istituto giuridico dei diritti acquisiti. Nulla sarà mai compiuto senza abolire i diritti acquisiti di gamma alta.  Non sarà il Rottamatore circospetto a cancellare i suddetti fecali diritti. Servirà Dracone, onde scongiurare un Pol Pot, beninteso meno assassino. Dracone non è sicuro sia veramente esistito, ma a lui si usa attribuire il primo, inesorabile corpus legislativo ateniese prima di Solone.

Il mite Rottamatore fiorentino affronterà i nostri tumori con le pomate galenicotelevisive invece che con i bisturi e con spietate seghe per ossi. Peccato: si era presentato come l’unica figura di Rigeneratore apparsa nel settantennio demo-cleptocratico della malasorte.

Porfirio

ISTITUZIONI-CANAGLIA A NORMA DI LEGGE

Sui sessanta milioni di abitatori dello Stivale, non più di cinque-settecentomila persone -meno di quelle che  vivono di sola politica-, più i parenti e le compagne, si indignano se si dice loro che si fanno mantenere da uno Stato canaglia, le cui Istituzioni sono tra le peggio gestite d’Occidente. Tutti gli altri Stivalioti non si indignano, perché sanno.

Dodici anni dopo Mani Pulite il malaffare è cresciuto.  Il centro storico di Napoli ha migliaia di edifici privati bisognosi di manutenzione, ma le istituzioni non sono in grado di sussidiare. Esse esistono per  perpetuare i furti e gli sprechi, i peggiori dei quali ultimi sono i loro, quelli ‘istituzionali’. Poco male se un calcinaccio ha ucciso un adolescente in via Toledo. Le istituzioni non hanno risorse per mettere in sicurezza migliaia di case e di scuole.

I poteri pubblici  spendono in modo irresponsabile o ladro forse un terzo dei bilanci. Primo tra gli sprechi-simbolo, il Quirinale esige il decuplo di quanto sarebbe giusto per alloggiare il capo dello Stato e i suoi dipendenti veramente necessari ( quasi tutti i  mandarini quirinalizi potrebbero essere prestati dai ministeri); questo allorquando alcuni milioni di  italiani non hanno alcun reddito. Se un padre di famiglia spendesse per il proprio abbigliamento una parte esorbitante di quel che guadagna, sarebbe passibile di interdizione, e peggio. Le spese voluttuarie dello Stato sono, tra l’altro, i palazzi principeschi e cardinalizi, le ambasciate sfarzose e inutili, le Forze armate da grande potenza, il trattamento da corte zarista degli alti burocrati. L’ultimo Zar fece in modo da farsi trucidare, con la famiglia allargata e la monarchia, dalla Rivoluzione. Da noi, nessuna speranza.

Prendiamo una delle istituzioni, la Camera: ha non solo 635 deputati quando ne basterebbero 150, ma anche 1475 dipendenti, col livello di spreco che tutti conosciamo. Il sito ufficiale della Camera ha la sfrontatezza di scrivere: ”Per mantenere il potere d’acquisto della dotazione del 2008, sarebbe necessario aumentare la dotazione attuale”, . Se Pol Pot non fosse troppo terribilmente sanguinario, a lui andrebbe affidata la bonifica  della Camera.

Dal sito ufficiale apprendiamo che le pensioni  dei dipendenti assorbono oltre un quarto del bilancio. Alla voce Cerimoniale figurano euro 740 mila. Per Affitto palazzi Marino, 41,4 milioni nel 2014, 42,06 milioni l’anno prossimo. Per Rimborso viaggi deputati cessati,

800 mila. Per Spese di trasferimento, 715 mila. Per Spese di mobilità da e per la Camera,1,3 milioni. Corsi di informatica e lingue straniere per deputati, 400 mila. ‘Corsi di formazione dei  dipendenti, 700 mila. Pubblicazioni della Camera, 334 mila. ‘Iniziative di comunicazione istituzionale’ (ruberie più grosse del solito), 345 mila. Abbonamenti a giornali, 313 mila. Abbonamenti a fonti d’informazione giornalistica, 2.850.000. Manutenzione degli arredi,  945 mila.

E’ palmare: deputati e dipendenti dovrebbero essere un quarto, le retribuzioni degli uni e degli altri andrebbero dimezzate, i vitalizi cancellati (previa abolizione generale  di tutti quei ‘diritti acquisiti’ che costano troppo).  Le pensioni dei dipendenti vanno falcidiate, gli uffici dei deputati e dei funzionari nanizzati, i rimborsi  viaggi ‘ai deputati cessati’ – essendo un insulto- dovrebbero sparire fino all’ultimo euro, così come le spese di mobilità da e per la Camera (bastano le biciclette: così fanno i  Lords).  I corsi dovrebbero pagarseli i beneficiari. E così per quasi tutto.

La seconda Camera va cancellata.  I palazzi -Madama prima, Montecitorio al più presto- andrebbero venduti ai migliori offerenti, anche stranieri; per il parlamento futuro basterebbe un solo edificio, ben più modesto e semiperiferico. Tutti i bilanci delle istituzioni dovrebbero dimezzarsi nelle voci attuali, al contrario ingrossarsi per voci nuove: assegni di sopravvivenza, contributi alla manutenzione degli edifici privati, aiuti ai miseri delle nazioni povere (distribuiti direttamente dai bersaglieri, non consegnati alle autorità  locali, la cui sovranità merita noncuranza).

Ma è stolto attendersi alcunché dalle Istituzioni-canaglia. Forse Matteo Renzi farà qualcosa,  di modesto: alla fine sarà sconfitto, o sedato con concessioni secondarie. Le Istituzioni-canaglia e i Proci della politica permetteranno solo i cambiamenti esigui. Quando re Giorgio abdicherà, la Casta che presiede si consoliderà in un Establishment un po’ meno disgustoso; i poteri forti si faranno imbattibili; i divari sociali si allargheranno. La cleptocrazia vittoriosa vanterà di garantire il progresso senza avventure. Tagliando qua e là le tasse, i Proci banchetteranno più spensierati sulla ricchezza pubblica: più protetti dalla nostra Costituzione camorristica.

A meno che. A meno che qualcosa di grosso e di aspro, l’azione di duri congiurati, non abbatta le Istituzioni-canaglia.

A.M.C.

SARKOZY & CO: THE FELONIES OF ‘DEMOCRACY’ OPEN THE ROAD TO SORTITION

They have quasi-arrested, however shortly, former president Sarkozy -which is very good. But they, better all of us, should do much more: should cancel professional politics. No country will ever clear its politics of corruption without shutting and sealing the ballot-boxes for good.

Three, even four centuries of electoral democracy in North America have proved beyond any doubt that money rules the political system of the West. If you cannot invest a lot of money you don’t even conceive to be elected a representative of the ‘sovereign’ people, at any level. If you are not a millionaire, you must either offer yourself to Big Money, or you must convince a great many electors to be silly enough to donate small amounts to your election fund. In both cases you will be under the obbligation to return the gifts in some way. Politics, that is capturing votes, is so expensive that truly honest politicians do not exist -cannot exist.

Only exceptions, those few abnormally wealthy persons who will enter politics for innocent ambition rather than illegitimate designs. Sometimes, not at all always, said tycoons can be said to have become politicians out of respectable intentions. A number of plutocrats did so in history, from Pericles to scores of optimates of our days. Unfortunately the business of plutocrats is plutocracy, i.e. strengthening the egemony of money.

Needless to say, the greed of politicians does not stop at simply paying the bill of campaigns and electioneering. Most professionals of representative democracy are soon enticed by the prospect of becoming rich, of upgrading their station in life, from eager fortune-seekers to millionaires. Italy of course has got the distinction of possessing the most avid caste of politicians in the Western world. Practically all members of the Italian regional legislatures and administrations are presently under judicial investigation for embezzlement and other crimes. Every Italian professional of democracy has his price.

The salvation is Sortition, of course. One day members of assemblies and other officials will be selected by the lot, for short terms of office. The need for them to spend, in order to be elected will disappear. Randomcracy (direct, selective democracy) will substitute our rotten institutions. Sometimes it will occur that the lot selects the wrong persons, but their terms will not be long, their harm will be tiny. Above all, they will not have political debts to repay. Sortition is the only conceivable protection against venality and other felonies by normally putrid career-politicians.

Italia docet  (if you prefer, Sarkozy docet): hoping that career-politicians will redeem themselves from the bondage of sin, and will become honest, is worse than naive, is stupid. They simply go on being dishonest. In America several politicians stay in office for their entire adult life. Their silly electors keep voting them indefinitely. Very often their scions and heirs do the same.

That France has exposed corruption in the highest place (presidents Chirac, Giscard d’Estaing, even Mitterrand, can be also mentioned) is splendid news. Sortition will never have a chance, worldwide, if something really enormous doesn’t happen to lay open the absurdity of remain enslaved to the mechanism of election with built-in corruption. It was in a distant, totally different age, that we could not do without representation of the parliamentary type. It was so when the mass of citizens were poor, ignorant and feeble in front of sovereigns and aristocracies;  when they did not travel, did not speak languages, did not communicate, were not part of a global, hypertechnological community. Today a great many electors are more educated or qualified than their elected delegates.

We now live in a future ‘which has already begun’. In order to get rid of elected politicians we shall have to rely to ever increasing disclosures of political crimes and misconducts. Only such crimes will someday force us to stop staying subjected and spiritless. To the effect of such rebellion we shall want hundreds of behaviors the likes of the  French presidents’, better, of the typical Italian elected rascals’. Their malfeasances will bring Randomcracy nearer. Monsieur Sarkozy and his peers deserve our applause: they will be our Liberators.

A.M.Calderazzi & Associates of www.Internauta-online.

IL TERRORE DEL 1793 E QUELLO INCRUENTO CHE COMPETEREBBE A MATTEO RENZI

Dove vi siete nascosti, perché siete ammutoliti, voi che credevate nella risanabilità del Sistema? Voi che avevate orrore dei giustizialismi, che confidavate nei passi graduali, nella terapia delle urne,  nell’indottrinamento civico, nella mobilitazione dei progressisti, nei girotondi, nei festival del libro, nei ritiri per studiare il pensiero di Rodotà? Ora che avete le prove assolute che la Repubblica nata dagli eroismi assassini della Resistenza, e salvata dalla saggezza del Colle succursale di Capitol Hill, è il porcile dell’Occidente?

Dopo le retate di Venezia, Milano-Expo, Genova et cet., dopo lo scoperchiamento di tutte le fogne,  le Regioni, le Asl, i grandi e piccoli appalti, ogni altro bubbone e pustola della democrazia capitalista; dopo la recidivazione delle parate militari, con Frecce tricolori; dopo il rifiuto da impeachment di mitigare lo sfarzo di più di un Quirinale; dopo gli ammutinamenti disgustosi alla Rai al Senato al Cnel; dopo le miriadi di vitalizi delinquenziali e di casse integrazione a decenni; dopo i raddoppi del vassallaggio a Obama; dopo le conferme che il malaffare repubblicano si aggrava: continuate a nutrire fiducia, o arrossite? Gaetano Salvemini, che chiamava  malavita il giolittismo, che direbbe della Geenna per la cui perpetuazione Napolitano, stalinista pentito cioè ribollito, vuole più spese militari?

Sapete per certo che il fattore Renzi, straordinario come potrebbe ancora risultare, quasi nulla potrà contro i mali più antichi di un contesto unethical come il nostro. Dovesse come Eracle riuscire in tutte le fatiche e attuare tutti i piani, il miglioramento sarebbe esiguo: visto che le sue imprese dovrebbe compierle nel quadro della legalità, Costituzione, prassi consolidate, altari della patria, feste 2 giugno, corazzieri, corti supreme, autorità di garanzia,  codici, burocrazie, sindacati, conquiste del buonismo. E d’altronde, se Renzi fallirà,  nessun altro personaggio della repubblica di Benigni e Galan farà il poco che con Renzi è verosimile.

Da tutto ciò che deriva? Che per le novità dirompenti occorre, appunto, la rottura. La frantumazione della legalità. Non solo di quella costituzionale, formale, anche di quella materiale che fa la vita di tutti i giorni. Un tempo si diceva ‘verrà la Rivoluzione’. Oggi la rivoluzione è un filamento di lampadina bruciata. Meglio parlare di demolizione controllata, di fatto tellurico da scala Mercalli bassa.

La legalità codificata nel 1948 dai giuristi del CLN protegge il Grande Reato. Va azzerato l’assetto per intero, vanno stracciate la Carta e l’Alleanza atlantica, cancellati i diritti acquisiti (cominciando da quello di proprietà), immolati o umiliati i partiti, i sindacati, le lobbies, le corporazioni. Vanno decimati da vivi i burocrati, i generali, i boiardi. Queste cose non le permetterà la legalità dell’Europa dei catasti immobiliari e delle banche; forse bisognerà uscirne, accettando le inevitabili perdite di Pil, assuefacendoci a tornare alle ristrettezze d’anteguerra.

In assenza della Grande Guida, chi persuaderà il popolo ad esigere le cose grosse? Qui avete ragione voi che idolatrate la rappresentanza elettorale, voi che detestate la prospettiva -sicura- che presto o tardi la civiltà politica delle urne morirà, sorgerà la democrazia diretta selettiva. Avete ragione in questo: se l’antropologia è come è da millenni, noi il popolo siamo solo un po’ migliori degli oligarchi ladri. Il fatto è, peraltro, che noi il popolo siamo sessanta milioni, dunque non riusciamo singolarmente a fare il male degli oligarchi. L’imperativo dell’ora, l’emergenza, è di azzerare gli oligarchi, i Proci banchettatori, non di raddrizzare le gambe dei cani, non di cambiare gli stivalioti. Per questo ci vorranno i secoli.

Nell’immediato va abolita la professione politica, chiudendo le  urne.  E va decimata la burocrazia: un dirigente e un funzionario su dieci estratti a sorte, destituiti e confiscati dei beni, prima dei rinvii a giudizio: perché gli altri nove capiscano. I colpiti che i processi potranno dichiarare innocenti riceveranno indennizzi, ma non grande cosa. Una fase di incruento Terrore è indispensabile. Quello del 1793-94 ghigliottinò 42 mila francesi, compresi  i suoi inventori Danton, Hébert, Saint-Just, i fratelli de Robespierre. Il Terrore che spetterebbe a Renzi manderebbe ai campi di lavoro e spoglierebbe di tutto 42 mila italiani, uno più uno meno, tra eletti del popolo sovrano, faccendieri, imprenditori tangentisti, sindacalisti intransigenti, eccetera. In più, un mezzo milione di pesci piccoli perderebbero appartamenti, redditi plurimi, sistemazioni tipo Rai per i figli.

Se Matteo Renzi, intimidito dal Primo Presidente della Casta e dalle fatwe di Zagrebelski, non agirà alla grande (ma, avendo moglie e figli, non faccia come quel maggiordomo del principe di Condé, che si  uccise per il rimorso di non aver servito al suo signore il piatto preferito. Piuttosto vada anch’egli a Capalbio  a studiare il pensiero di Rodotà). Se Renzi, dicevamo, non agirà, chi opererà il Grande Sconquasso, il Redde Rationem annunciato dal Vangelo (Matteo XII, Luca XVI), dall’Epistola ai Romani e dagli Atti degli Apostoli?

L’insurrezione spontanea di popolo no, al massimo premierà i Proci di altre fazioni- le urne sono fatte così. Invece funzionerà un 25 Aprile 1974 portoghese, un Putsch di ufficiali giustizialisti/nasseriani-alla-1952. Non vi piace? Allora fate voi progressisti diplomati a Weimar. Anzi a Madrid, quando rantolava la repubblica del ‘No Pasaran!’

A.M.C.

RE FILIPPO AVRA’ UN FUTURO SE FARA’ IL TRAGHETTATORE COME SUO PADRE

Juan Carlos liquidò il regime franchista. L’ex Principe delle Asturie avrà un senso se liquiderà  il regime dei partiti ladri

Fu logico che la Spagna accettasse la monarchia, resuscitata dal Caudillo come argine contro il ritorno del sinistrismo. Fu logico che il 27 febbraio 1981 il sovrano difendesse la Transicion al parlamentarismo, ordinando alle Forze armate di spegnere il tentativo di golpe del tenente colonnello Tejero. Pochissimo tempo dopo gli spagnoli appresero di avere imboccato col felipismo -la gestione governativa dei socialisti “craxiani” di Felipe Gonzales- la via dell’Italia: marcia accelerata verso la prosperità consumista a credito, contemporaneo trionfo della corruzione. Anche questo gli spagnoli accettarono, comprati dallo sviluppo. Dopo quattro secoli che erano stati famelici per la maggior parte della nazione, lo sviluppo era una beatitudine senza prezzo. Valeva bene il regresso alla monarchia morta nel 1931, quando Alfonso XIII, nonno di Juan Carlos, pacificamente/signorilmente partì per l’esilio. Le città spagnole (non le campagne) festeggiarono. La Repubblica nacque nell’euforia.

Vari decenni dopo, il ritorno per ordine del Caudillo ai riti, ai fasti e alle insulsaggini della Reggia non costò troppo ai settori sociali che avevano idolatrato la repubblica, visto che i restaurati Borboni avevano indossato i panni di una monarchia aperta al progresso. La quale, oltre a tutto, maneggiava scettro e corona in modi amabili: per dirne una, il Re premiò col titolo di marchese il grande musicista cieco Joaquin Rodrigo (Concierto de Aranjuez).  Se avesse sconfitto Franco nella Guerra civile, anche la Repubblica avrebbe premiato l’impareggiabile Rodrigo, però come Compositore proletario.

Tutti sanno che la ‘Bonita Republica’ deluse subito le speranze più accese. Gli incendi di chiese e di conventi, le altre violenze anarchiche cominciarono immediatamente. Poi nell’ottobre 1934 ci fu il serio conato rivoluzionario delle Asturie, represso  nel sangue. Avendo portato alla Spagna solo le riforme laiciste di Manuel Azagna, non la terra ai contadini né il riscatto agli altri proletari, le Istituzioni repubblicane risultarono presto condannate.

Queste cose le ricordano in proprio solo i vegliardi. Oggi quasi tutti gli spagnoli sarebbero razionalmente portati a sbarazzarsi del vecchiume monarchico. Ma ci sono i media del mondo intero a far loro conoscere i misfatti che i mestieranti della politica compiono in quasi tutte le repubbliche, dalla mezza Cipro agli Stati Uniti d’America. Così gli spagnoli, come i sudditi di altre corone, si tengono i sovrani.

Come sono personalmente questi ultimi, non conta molto. E’ dubbio che gli olandesi si curino più del minimo delle qualità umane di re Guglielmo Alessandro. Idem per la gente di altri otto o nove  reami d’Europa, tutti ad alto reddito, tutti immersi nella modernità. Una testa coronata, anche se semivuota, sempre meglio di un volpone della politica. Gli spagnoli potranno o no  spasimare per penetrare la mente e il cuore del marito della regina Letizia Ortiz. Il quale marito ha preso il nome del primo Borbone di Spagna, Filippo V, il francese nipote del Re Sole, il quale salì sul trono madrileno nel 1700 e scatenò la  lunga Guerra di successione spagnola.

La parabola di re Juan Carlos si è svolta parallela a quella della politica nazionale a partire dalla morte di Franco. Ci fu il vano tentativo del premier Carlos Arias Navarro di prolungare il franchismo senza Franco. Il successore del Caudillo lo liquidò e fece in modo che i maggiorenti scegliessero il suo amico Adolfo Suarez, brillante ex-segretario del partito di regime, quale gestore della Transizione all’elettoralismo e ai partiti. La Transizione fu un successo pieno: i feroci contrasti della Guerra civile non rinacquero; i franchisti, cominciando dai militari, rinunciarono a resistere; gli antifranchisti rinunciarono a vendicarsi. Nel 1978 fu approvata una Costituzione all’italiana. Suarez, fatto duca, lasciò il governo nel 1981, tre settimane prima del tentativo di golpe del colonnello Tejero. Leopoldo Calvo Sotelo -nipote dell’importante ministro della Dictadura

il cui assassinio per mano di ufficiali di sinistra fece detonare la Guerra civile- governò per pochi mesi dopo Suarez; la Reggia gli assegnò un più modesto marchesato; dopo, modernizzante com’è, non risulta abbia nobilitato altri primi ministri.

Il potere del socialista Felipe Gonzales (1982-96) coincise col  dilagare della corruzione. Da allora le tangenti e il malaffare all’italiana sono il fatto quotidiano di una nazione che nel passato si era fatta dilaniare dalle fedi, politiche e non. I trentanove anni di regno di Juan Carlos sono stati, non per sua colpa ma nella logica del sistema parlamentare-partitico da lui installato, la negazione dei nobili valori di cui la democrazia si diceva portatrice. In teoria gli spagnoli potranno presentare il conto a Felipe VI. In teoria aspireranno a liberarsi di una cleptocrazia partitica che si è dimostrata peggiore della vecchia oligarchia dei notabili liberali e dei grandi agrari, quella che nel 1923-30 fu soppiantata dalla dittatura militare del generale Primo de Rivera, Grande di Spagna ma filosocialista.

Il nuovo Re introdurrà elementi di novità solo se vorrà aprire una fase dinamica. diciamo pure “renziana”, quasi opposta a quella del quarantennio postfranchista. I due grandi partiti di sistema -il centrodestra di Rajoy e il Psoe di Rubalcaba- risultano indeboliti dal successo di nuovi soggetti politici nelle europee del 25 maggio.  Tali soggetti saranno interessanti solo se porteranno avanti l’unica idea nuova dei nostri tempi: la sperimentazione di questa o quella formula di democrazia diretta, assistita o no dalla telematica. Alternative all’oligarchia diverse  dalla chiamata al potere, attraverso il sorteggio, di cittadini qualificati (onde non ripiegare sul governo autoritario) non si conoscono. Si conosce solo il tirare avanti con congegni obsoleti.

Se Filippo VI non promuoverà le innovazioni con l’energia dimostrata dal padre un trentennio fa, presto o tardi la Spagna vorrà liberarsi della monarchia.

A.M.C.

Dagli autori di “Democrazia a Sorte”: può il sorteggio rivitalizzare il processo democratico?

Le elezioni europee ed amministrative 2014 si sono appena concluse e, come era facilmente prevedibile, il risultato più netto ed inequivocabile è stata l’affermazione del “partito degli astensionisti” che ha raggiunto, in Italia, il picco record del 42.8% sul totale degli aventi diritto al voto, con un calo di votanti pari a ben 8 punti percentuale rispetto alle passate europee. Nel resto d’Europa l’affluenza alle urne è stata, in molti casi, ancora più bassa, tanto che i valori medi dell’astensionismo per i Paesi dell’Unione si assestano intorno al 57%: più della metà dei cittadini europei, quindi, sono rimasti a casa. E non è solo l’Europa a soffrire di questo male. Perfino negli Stati Uniti, spesso citati come prototipo delle democrazie moderne, circa il 60% degli elettori diserta, ormai da anni, sistematicamente, le urne. Ma può definirsi sana una democrazia in cui i rappresentanti vengono scelti da meno della metà dei rappresentati? Può definirsi sana una democrazia in cui i cittadini vengono coccolati e corteggiati solo in occasione degli appuntamenti elettorali, ma il cui voto viene poi spesso disatteso e tradito da una classe politica che, oggi più che mai, si è ridotta ad una vera e propria “casta”, finendo per rappresentare solo se stessa in un tragico avvitamento autoreferenziale che testimonia sempre più il grave distacco esistente fra i palazzi del potere e della politica ed i cittadini comuni?

In questo contesto è fin troppo facile dare la colpa ad un presunto disinteresse dei cittadini, come fanno i partiti tradizionali, o cavalcare l’onda della cosiddetta “antipolitica” cercando di trarne un vantaggio personale, come fanno invece i numerosi movimenti antisistema che, negli ultimi anni, stanno dilagando soprattutto in Europa (il Movimento 5 Stelle in Italia, il Front National della Le Pen in Francia, i Piraten in Germania, lo UKIP in Inghilterra, i neonazisti di Alba Dorata in Grecia). Ma, se la democrazia è malata, può l’antipolitica rappresentare la cura? Siamo davvero convinti che basterà uscire dall’Euro e tutti i problemi si risolveranno automaticamente? Che basterà mandare a casa tutti gli attuali parlamentari e sostituirli con volti nuovi e le cose cambieranno in meglio da sole? A noi pare improbabile. Piuttosto, siamo convinti che i livelli patologici di astensionismo siano il sintomo di un malessere più profondo, che investe i fondamenti stessi della democrazia rappresentativa, come è dimostrato proprio dall’affermarsi dei movimenti di protesta. La maggior parte di chi non va a votare non lo fa per disinteresse verso la politica: al contrario, i cittadini protestano perché vorrebbero avere un peso maggiore nelle decisioni che riguardano il loro presente e il loro futuro, un ruolo da protagonisti che oggi non hanno e che non può limitarsi nell’apporre una croce su una scheda elettorale una volta ogni cinque anni. Tanto più che, come già detto, non si sentono più rappresentati dai candidati proposti dai partiti. Se non vanno a votare, dunque, è semplicemente perché non saprebbero per chi votare. E così, una minoranza finisce per decidere per tutti.

Ebbene, riteniamo che una soluzione a questi problemi potrebbe oggi arrivare da una direzione inaspettata, apparentemente insolita, anche se, storicamente, ha una lunga tradizione che affonda le sue radici nell’antica Grecia e nel Rinascimento europeo (in particolare a Venezia): l’uso della sorte per selezionare una parte dei parlamentari. Nel 2012, nel libro “Democrazia a sorte: ovvero la sorte della democrazia”, pubblicato da Malcor D’ Edizione (autori: M.Caserta, C.Garofalo, A.Pluchino, A.Rapisarda, S.Spagano), abbiamo proposto un modello matematico che va esattamente in questa direzione, supportandolo con i risultati di numerose simulazioni numeriche effettuate su un Parlamento virtuale. Nel nostro modello, infatti, una parte dei seggi di una Camera del Parlamento sono riservati a comuni cittadini estratti a sorte, il cui voto, indipendente da quello dei partiti, potrebbe, da un lato, rendere più efficiente il meccanismo di produzione di leggi benefiche per la collettività (come dimostrato, appunto, dalle simulazioni), dall’altro, restituire ai cittadini medesimi quella forma di partecipazione diretta alla gestione della cosa pubblica che da troppo tempo la democrazia rappresentativa, basata esclusivamente sulle elezioni, ha negato loro.

Soluzioni simili, non basate su modelli matematici ma sul semplice buon senso, sono in realtà state avanzate, negli ultimi anni, anche da diversi politici, giuristi e giornalisti: si veda, ad esempio, la proposta di Segoléne Royal, di qualche anno fa, di inserire giurie popolari di cittadini sorteggiati nel Parlamento francese, oppure quella di Michele Ainis di prevedere una Camera di cittadini estratti a sorte (Corriere della Sera del 02/01/2012), o anche quella di Paolo Flores d’Arcais (Il Fatto Quotidiano del 24/04/2012) di dare ai cittadini, al momento del voto, l’alternativa di esprimere la propria preferenza per un partito/candidato o di iscriversi ad un sorteggio, riservando poi ai sorteggiati una percentuale di seggi pari a quella di chi non ha dato fiducia ai partiti. Quest’ultima proposta è particolarmente interessante in quanto consentirebbe di tradurre l’astensionismo in una occasione di partecipazione concreta. Se è vero, come mostrano le nostre simulazioni, che una qualunque percentuale di deputati indipendenti migliorerebbe l’efficienza legislativa di un Parlamento, legare questa percentuale al numero di astensioni e schede bianche o nulle avrebbe infatti il vantaggio di dare una rappresentanza politica anche a chi non ha trovato una possibilità di scelta nel panorama delle candidature offerto dai partiti.

Che oggi, dopo alcuni secoli di dominio incontrastato dell’equazione del tutto opinabile democrazia=elezioni, si stia ridestando un grande interesse per questo tipo di soluzioni basate sull’uso benefico del sorteggio in politica, è testimoniato pure  dal fatto che il Congresso Mondiale di Scienze Politiche IPSA (www.ipsa.org), che si terrà quest’anno, a fine luglio, a Montreal in Canada, ha dedicato una intera sessione  a questo argomento, invitandoci a presentare e discutere il nostro lavoro. Sarebbe certamente auspicabile che anche nel nostro Paese, soprattutto in un momento come questo in cui sono all’ordine del giorno importanti riforme come quella della legge elettorale e del Senato, possa aprirsi un dibattito serio e senza pregiudiziali su questi temi, e magari, perché no, possa immaginarsi una prima sperimentazione di questi modelli misti di elezioni e sorteggio a partire dalle assemblee locali, come i comuni o le regioni. In fondo, sono modelli che hanno funzionato benissimo per secoli. Cosa abbiamo da perdere?

Alessandro Pluchino – Andrea Rapisarda – Dipartimento di Fisica e Astronomia Università di Catania (26 Maggio 2014)

I due autori discuteranno il loro lavoro al Congresso Mondiale di Scienze Politiche IPSA (www.ipsa.org), che si terrà quest’anno, a fine luglio, a Montreal in Canada

Elezioni: votare second-best, ascese resistibili e declini

Non ci sono partiti o movimenti che capiscano bene i problemi europei, abbiano programmi del tutto convincenti (NON parlano della necessità di rafforzare Ricerca e Sviluppo specie da parte delle aziende), presentino tutti candidati credibili, che dimostrino indiscussa abilità e garantiscano alta probabilità di interventi saggi e innovativi, popolarità e di susseguenti successi.

Conviene ricorrere a criteri simili a quelli della teoria economica del “second best” (Lipsey-Lancaster). Se si mira a ottimi irraggiungibili, i risultati sono peggiori di quelli ottenibili mirando più in basso. Quindi elenca i candidati in scala decrescente: criminali, frodatori, incompetenti, bugiardi, irresponsabili, burini e scegli i “meno peggio” all’altro estremo.

Attenti ai noti gruppi di centro-destra e di populisti italiani. Foscolo disse che “l’onnipotenza delle umane sorti è alterna”. Non disperiamo: uscimmo anche del fascismo – sanguinosamente. Evitiamo oggi chi progetta tribunali in piazza e giudizi dati su Internet: dimostra ignoranza profonda proprio sulla Rete (che professa di capire e amare) e anche su tutto il resto. Quando un pubblicitario vuol fare il guru, svela di essere uno scervellato. Non crediamo a magnifiche e progressive sorti promesse da “criminali che fanno trappole per i fessi” (come disse Kipling).

 

Continuo con un mio pezzo del Marzo 2013 (che nessuno pubblicò), sul povero movimento Grillo-Casaleggio – su cui invito a riflettere.

 

Nuovo Ordine Mondiale: incultura. chiacchiere – senza distintivo  17/3/2013

Il comico inglese con bastoncino, baffetti e bombetta era più bravo di quello genovese coi capelloni. Il Grande Dittatore aveva un simbolo con doppia croce invece della svastica: distintivi riconoscibili, anche se insensati. Invece le 5 icone di M5S ricordano alberghi di lusso e contraddicono gli slogan di risparmio e rifiuto contributi pubblici. I programmi di quel movimento sono vuoti. I contenuti mancanti non vengono surrogati dalle urla nelle piazze, né da parole disseminate in rete con blog, video, chat, twitter. I toni ieratici e la preminenza di personalità individuali ricordano la Dianetica dello scrittore di fantascienza Ron Hubbard, poi trasformata in Scientology (chiesa condannata per vari reati e che diffonde confusione di idee inutili).

Una delle basi culturali di M5S è un video pretenzioso (su Youtube e su Gaia Casaleggio): NWO, New World Order. Descrive il nuovo ordine mondiale. Usa molta grafica: icone animate, foto e carte geografiche. La voce inglese, chiara e assertoria, dice che il 14/8/2004 è cominciata la rivoluzione della conoscenza. Ne elenca i precursori fra cui:

L’Impero Romano: aveva 100.000 kilometri di strade, percorse da messaggeri, da commercianti e da legioni. Le orde di Gengis Khan si concentravano contro un nemico dopo l’altro in base alle informazioni trasmesse da staffette veloci. Savonarola e Lutero diffondevano i loro messaggi riformatori in molte copie. Diderot e D’Alembert, con l’Enciclopedia, e Voltaire col Dizionario Filosofico, disseminarono l’illuminismo. Mussolini usò la radio per indottrinare gli italiani. Hitler si assicurò il successo coi film di Lena Riefenstahl. Clinton e Obama diventarono Presidenti usando TV e Internet. Al Gore non riuscì a essere eletto Presidente, col suo movimento internazionale massmediologico blaterava di disastri – riscaldamento globale antropico – e prese un premio Nobel finto. Beppe Grillo adottò la comunicazione online e nelle piazze e urlando chiacchiere si è affermato nelle elezioni. Il video glissa su quei personaggi che fecero ben presto una brutta fine e passa a profetizzare gravi crisi dei paesi occidentali, di Cina, Russia e Medio Oriente.

Vaticina: nel 2020 scoppia la Terza Guerra Mondiale. Le armi nucleari e batteriologiche uccidono miliardi di persone. (è bestiale che consideri inevitabile questo rischio estremo senza dire una parola su che cosa fare per averterlo!) Ne resterà in vita solo un miliardo e farà grandi passi verso la rivoluzione della conoscenza collettiva. Dice che spariranno libri, giornali, radio, TV: saremo tutti uniti in rete. Dice che è vitale comunicare in rete, a parte i contenuti. (Decenni fa, lo aveva detto Marshall McLuhan: “The Medium is the Message”: il Messaggio è il Mezzo, e, già allora, era un’asserzione irrilevante e stupida).

Dice che comunicheremo di continuo manifestando le nostre idee (quali?) e i nostri desideri realizzando nel 2040 la “Net democracy”: democrazia in rete. Dice che nel 2047 Google comprerà Microsoft e realizzerà “Earthlink” la nostra identità online: chi non l’avrà non esisterà più. Sostiene che nel 2050 l’intelligenza collettiva in rete risolve problemi difficili con una struttura chiamata “braintrust”; che nel 2051 sarà abolita ovunque la pena di morte; che nel 2054 ci sarà GAIA  il governo mondiale senza partiti, religioni, ideologie; che saremo liberi e parteciperemo alla “collected knowledge”: conoscenza raccolta. Un altro video apre con; MAN IS GOD di sapore Nietzschano. Questa accozzaglia informe denota la incapacità di distinguere un belin da una cattedrale, come si dice a Genova. Ma proviamo a raccogliere almeno qualche brandello comprensibile di discorso.

Per parlare di conoscenza bisogna averla – e si ottiene studiando. Questi M5S e il loro ispiratore pubblicitario non studiano. Usano un linguaggio scheletrico (che ravvivano con turpiloquio banale) e riesumano “catchword” (neologismi di moda) presi in prestito ovunque. Da Alvin Toffler riprendono l’affermazione che non ci saranno più produttori e consumatori: saremo tutti “prosumer” (producer + consumer). Però non afferrano nessuno degli acuti ragionamenti di Toffler: le idee sono dimenticate e resta solo un nominalismo inefficace.

Da Second Life, video giochetto del 2003 rapidamente declinato, si trae la convinzione che nel 2027 Prometeus, altra enorme risorsa online descritta sempre vagamente, ci darà SPIRIT. È un trucco online che permetterà a ciascuno di noi di diventare chi vuole: crearsi una nuova personalità e avere nuove esperienze nel tempo e nello spazio. Esempi: assistere a eventi sportivi e rivivere guerre, rivoluzioni, cerimonie.

Queste aperture sono presentate come prodotti originali, personalizzati – ottenuti da attività cooperative in rete. Non sarebbe così. Creare animazioni è un lavoro altamente professionale eseguito da persone addestrate. Anche questi prodotti sofisticati hanno qualità variabile. Se sono improvvisati da chissà chi hanno bassa qualità e non servono a niente. Questi sedicenti guru credono che diffondere conoscenza sia un lavoro facile da realizzare con sapienza in pillole, slogan, icone, schemi, video. Non hanno mai sentito dire che “Ars longa”.

Un obiettivo importante del nuovo ordine mondiale sarebbe l’abolizione dei diritti d’autore. Al copyright si sostituisce il “copyleft”. Tutti possono copiare  e disseminare ogni scritto, ricetta o formula. Questo accadeva nei tempi antichi e giravano testi apocrifi, degradati, centonati. Liberalizzare tutto è concetto attraente (che ricopiano da altri), ma non serve a ottimizzare la qualità. Propongonola “Opencola” una lattina vuota su cui è stampata la ricetta della CocaCola. Ognuno se la fa da sé. Saranno libere le ricette delle medicine, anche queste ce le faremo da noi. È facile prevedere che sprecheremmo tempo e denaro, ottenendo risultati inefficaci e anche letali.

Un altro video presenta l’arma segreta per assicurarsi i vantaggi delle comunità online. Sono gli “influencers”, gli influenzatori: giovani persone che indagano su quali siano le scelte migliori e convincono il pubblico a uniformarsi con recensioni e con tweet. Le comunità impareranno a scegliere teorie, credenze, vestiti, gadget, luoghi per le vacanze. Trarranno cultura e saggezza da Wikipedia, competenze professionali da Linkedin, amicizie da Facebook.

In questi ambienti, dunque, girano poche idee, ma confuse. Non è vero che qualunque cosa abbia spazio on line abbia anche significato e valore notevoli. Non sono sullo stesso piano Google, Wikipedia, Linkedin, Facebook.

Google è un ottimo motore di ricerca che permette in tempi minimi di reperire informazioni di ogni tipo. Lo usi gratis – e non ti aspetti che sia un distributore di verità assolute. Gli inventori, Larry Page e Sergej Brin sono diventati miliardari con la pubblicità, ma vanno considerati benefattori, oltre che innovatori straordinari. Wikipedia è un’opera di notevole valore, anche se molto ineguale. Chi collabora gratuitamente a disseminare proprie conoscenze su questa enciclopedia aperta compie una buona azione.

Linkedin permette di contattare persone interessanti professionalmente in vari campi. Appartenere a Linkedin, però, non è una patente di competenza professionale. Facebook permette di comunicare con amici vecchi e nuovi, non registra dati, né conoscenze e serve anche a trasmettere notizie neutre o pettegolezzi.

Concludo: il mezzo non è il messaggio. I messaggi seri e utili non si improvvisano. Aiutare pubblico e giovani ad acquisire buoni criteri di giudizio è meritevole, ma la scuola lo fa troppo poco. Chi è a favore della rivoluzione M5S dovrebbe a meditare su questi punti e a informarsi. M5S sarà un fuoco di paglia. Nel 1946 il Movimento dell’Uomo Qualunque di Giannini mandò in Parlamento 30 deputati. In Francia nel 1956 Poujade protettore dei piccoli artigiani, ne mandò 52 all’Assemblé Nationale. Durarono poco.

Roberto Vacca

Facebook, ovvero metafora di un nuovo modello politico

Non occorre affidarsi a chissà quale agenzia di rilevazioni dati per rendersi conto che sempre più spesso in politica – e mai come in questa ultima campagna elettorale – l’espressione più usata dai politici  è “ci metto la faccia”.

E non occorre essere un linguista per accorgersi che questa espressione  altro non è che la traduzione, più o meno letterale, di un neologismo, Facebook,  coniato nel 2004 da Mark Zuckerberg, studente di Harvard,  che aveva preso  lo spunto da un elenco con nome e fotografia degli studenti, che alcune università statunitensi distribuivano all’inizio dell’anno accademico per aiutare gli iscritti a socializzare tra loro.

Un neologismo, oggi,  che corrisponde non solo a una realtà economica quotata  in Borsa ma soprattutto a un nuovo modello di  comportamento sociale e dunque “pubblico”, utilizzato sempre più spesso dalla politica.  Da  coloro che si candidano sperando di essere votati,  dalle trasmissioni televisive che affrontano il dibattito politico e perfino, senza saperlo, dagli elettori che decidono di astenersi dalle votazioni.

Per   Facebook  l’importante è rivelarsi, dato che il punto di partenza è il profilo che ogni partecipante si deve costruire per appartenere, da subito, alla comunità e cominciare ad interagire. Una comunità che non ti pone nessuna condizione di appartenenza se non quello di piacere a qualcuno e di essere scelto. Una scelta, però, che non si basa su quello che realmente sei,  non dovendo necessariamente corrispondere alla realtà tutte le informazioni del profilo, ma a quello che vuoi sembrare essere.

Una comunità senza gerarchie dove il linguaggio non è mito, non è prosopopea, ma corrisponde al linguaggio del quotidiano.  Una comunità dove conta l’idea di potersi mettere in relazione con gli altri, non necessariamente il farlo.

E’ una comunità, infatti,  quella di Facebook  che non ti obbliga ad agire.  Puoi farne parte anche solo guardando e vedendo e quello che postano gli altri: una foto, un link, un blog, insomma qualsiasi cosa che ti arrivi  attraverso la Rete. Non è necessario esporsi o fare commenti: solo una minima parte commenta  i post che vengono degli altri. Si commenta, in generale,  rispondendo con un altro post. Apparentemente una comunità liquida, senza confini.

Apparentemente,  perché  Facebook per essere Facebook, per far sì, cioè,  che ogni “faccia” possa incontrarsi e vedere quello che l’altro fa, si basa su un aggregatore, cioè su un software o applicazione web, in grado  di ricercare informazioni e riproporli in “forma aggregata” per un obiettivo di fruizione che può essere di qualunque tipo: di business, sociale, culturale, consenso politico etc.

E la forza di Facebook in Italia è  stata così dirompente- 24 milioni sono i suoi iscritti, contro i 4 milioni a  Twitter e i 3  a Linkedin – che la politica ha scelto, o è stata costretta a scegliere, il modello Facebook per interagire in ogni ambito.

Nelle trasmissioni televisive dove ognuno mette il proprio post – basta osservare il format de  La Gabbia- senza  sentirsi obbligato a rimettere al centro della discussione il dialogo.

Nel  modello di comportamento politico  del Movimento 5stelle che per esistere deve postare sempre una proposta nuova: dalla designazione del presidente della Repubblica e  dal suo impeachment,  fino all’idea di un nuovo Tribunale di Norimberga per giornalisti e politici, senza, peraltro,  sentirsi costretto ad  intavolare  una discussione o un progetto con gli altri. Importante è postare, sempre una nuova proposta, una nuova idea.

Nel fenomeno dell’astensionismo,  in quanto gli elettori che non andranno a votare – e sembra che in futuro siano destinati a crescere in modo esponenziale –  praticano il modello Facebook, sentendosi  partecipi di una vita collettiva,  semplicemente  assistendo ai dibattiti politici.

Nel continuo sforzo dei leader politici di trovare proposte che abbiano la funzione di svolgere la funzione di aggregatori in grado   creare comunità di elettori, con buona pace delle tradizionali strutture partitiche .

Il modello Facebook applicato alla politica significa, dunque,  che se fino ad ieri le  figure chiavi della  politica moderna sono state lo Stato e l’individuo,  in eterno e continuo conflitto, l’uno specchio e nutrimento dell’altro, oggi le figure chiavi sembrano essere, anche, la Rete e gli amministratori pubblici che devono e governare in nome e per conto dell’intera comunità.

“Amministratore”, peraltro, è anche il nome che viene dato a colui che detta le regole di accesso di Facebook e di qualsiasi pagina  che viene creata  su Facebook.

Inevitabile  ed inquietante dedurre che ormai dalle reciproche relazioni  etiche, politiche, culturali, economiche, giuridiche  tra le rete e gli amministratori pubblici, prenderà forma il modello della  politica contemporanea   con tutti gli inevitabili rischi di “imperialismo” che qualsiasi forma di modello politico è destinato, sempre e  comunque, ad assumere.

Ma la Rete, e dunque il modello proposto da Facebook, non fa che ribadire, una qualità acquisita dalla politica moderna: la volontà/necessità  di convivenza insieme all’accettazione del pluralismo. Non è  poco.

 Monica Amari