24 MAGGIO 1915: IL CRIMINE SI RIPETERA’ SE NON RIPUDIEREMO LE PATRIE

Cento anni fa, di questi giorni, un paio di governanti sostenuti da un monarca di retaggio militarista, sobillati dal maggiore dei nostri poeti, adulati dai patrioti e pennivendoli del Palazzo, si macchiarono del delitto assoluto: l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra. Guerra altrui: della Serbia, dell’Austria-Ungheria, del Secondo Reich, del bellicista Sazonov che seppe plagiare lo Zar, di Poincaré il presidente francese (il più guerrafondaio di tutti), della Gran Bretagna straricca di corazzate e di colonie. Guerra di tutti, fuorché dei fanti mandati a uccidere e a morire sul Carso. Propagandisti e pennivendoli del Palazzo levarono cori assordanti: coroniamo il Risorgimento! liberiamo Trento irredenta e Trieste pazza per il Tricolore! la pace è neghittosa e molle! soprattutto: dimostriamoci stirpe guerriera, cingiamo l’elmo di Scipio!

L’anno prima molti giovani e molti intellettuali dell’Europa intera si erano inebriati della guerra, madre di eroi, vivaio di anime forti. Non il solo Gabriele d’Annunzio; innumerevoli altri spiriti invocarono il conflitto rigeneratore.

Nella Roma dell’età ferrea della Chiesa le fazioni che si contendevano il papato disseppellirono più di un pontefice defunto per processarne il cadavere, bruciarlo o farne altro scempio. Una barbarie, però non priva di moralità. Anche le spoglie di Antonio Salandra e Sidney Sonnino andrebbero riesumate e bruciate. Essi piazzarono a Londra e a Parigi i nostri morti a un prezzo (teorico) più alto di quello che il principe von Buelow, ex cancelliere germanico, era riuscito ad ottenerci da Vienna perché non entrassimo in guerra. Sarebbe giusto ci vendicassimo così anche dell’uomo del Quirinale e di Gabriele d’Annunzio (ma per quest’ultimo si può capire il perdono).

La colpa dei due ministri è invece tanto più imperdonabile in quanto dieci mesi prima il capo del governo di Madrid, Eduardo Dato, si era coperto di gloria decidendo la neutralità della Spagna. Manuel Azagna, futuro presidente della repubblica rossastra, e altri figuri del radicalismo progressista avevano tentato di compromettere il loro paese a fianco dell’Intesa: sulla menzogna che le plutodemocrazie occidentali meritassero che i fanti asturiani o andalusi morissero per loro. I conservatori di Eduardo Dato sventarono la loro trama. Col governo di Roma i truffatori anglo-francesi ebbero più fortuna. A differenza dei ministri spagnoli, sul cui impero il sole non era tramontato per secoli, i gestori del regno sabaudo erano parvenus smaniosi di ingrandimenti territoriali e di comparsate nella storia.

La guerra di Vienna e di Belgrado non avrebbe meritato di coinvolgere il mondo, Ma dietro alcune scrivanie romane si valutò che la Grande Proletaria doveva ad ogni costo farsi Potenza: guadagnando altre Alpi, conquistando sponde adriatiche di italianità inventata, più qualche scampolo di colonia in Africa, più persino un acquisto territoriale in Anatolia. Giovanni Giolitti, dominatore della politica , fece quello che poté per opporsi alla guerra, ma fu sconfitto dal Poeta soldato e mitografo, oltre che da Salandra, un Avv.Prof. nativo di Troia (Foggia), che le enciclopedie liquidano come autore di pregevoli pubblicazioni di diritto amministrativo.

Questo Carneade, prodotto di bassi giochi parlamentari, sentì di dover esaltare con una guerra gloriosa l’orgoglio dell’Italia ; cadde l’anno dopo, al primo dei rovesci militari di Cadorna (all’epoca correntemente indicato come “stratego geniale”). Quando scrisse le Memorie, Antonio Salandra non mancò di lamentare che le sue fatiche di statista non gli avessero guadagnato un titolo nobiliare. Mettetevi nei suoi panni: non vi sareste ripromessi anche voi, se aveste vinto una guerra mondiale, di disegnarvi un blasone? Fu anche per le aspirazioni nobiliari del notabile di Troia che morirono seicentomila italiani, più i corrispettivi austro-ungheresi e croati. A guerra finita le facili promesse anglo-francesi furono mantenute solo in parte. In compenso avemmo il fascismo, dunque un secondo conflitto mondiale, le città distrutte e le ferocie partigiane.

Sappiamo che gli spagnoli -con svizzeri, svedesi e norvegesi- furono pressocché soli in Europa a scampare alla Grande Guerra. Le altre nazioni, grandi o piccole, non si salvarono dall’uragano irrazionalista che uccise la pace. Alcune trovarono pretesti quasi plausibili per combattere.

Non così i grandi protagonisti, i quali furono puniti con durezza estrema. Gli imperi russo, austriaco, germanico e turco crollarono miseramente. La Gran Bretagna entrò nel conflitto come prima tra le potenze; ne uscì come seconda, destinata ad arretrare. La Francia, nel 1914 accreditata del più grosso esercito terrrestre al mondo, apparve trionfare alla Conferenza della pace; in realtà pagò con 1,5 milioni di morti (compresi africani ed asiatici), subì distruzioni gravissime e, sfinita, fu condizionata ad imporre alla Germania una pace punitiva, fatta per non durare; infatti nel maggio 1940 fu annientata dal Reich. La Francia non ritroverà più il rango di prima del 1914.

La Russia fu dilaniata dalla rivoluzione e dovè affrontare le terribili prove della WW2. Nel 1919 gli USA si trovarono primi al mondo, però inetti sia a esercitare il primato, sia a tradurre in realtà gli elementi nuovi che avrebbero potuto seguire al loro irrompere sulla scena mondiale.

Alla Grande Guerra seguì non la pace ma un malsano armistizio ventennale. Il cataclisma che verrà dopo l’armistizio porterà alle conseguenze estreme tutte le negatività scatenate nel 1914, quando il mondo egemonizzato dall’Occidente rovinò irresistibilmente. Le cause della conflagrazione sono state elencate a centinaia. Ma non si insisterà abbastanza sul prorompere degli irrazionalismi, sul tedio della pace, sulle suggestioni romantiche, sullo scontro dei patriottismi assassini. E non si insisterà abbastanza sulla rassegnazione dei popoli: accettano che i destini e le vite stesse degli uomini appartengano non agli individui ma ai governi e ad altri poteri.

Ci saranno guerre finché non sarà abbattuto l’assioma che questo o quel tipo di collettività detenga ipoteca sulla vita dei cittadini, dei seguaci, di altri ostaggi. Ci saranno guerre fino a quando gli individui non si proclameranno superiori alle patrie, alle cause, alle fedi. Nel 1914 e nel secolo che è seguito la non-sovranità degli uomini sulla propria vita ha consentito a innumerevoli Salandra, Sonnino e teste coronate di esercitare il loro miserabile potere, tra le adulazioni dei giornalisti e dei pennivendoli di palazzo. Cento anni fa, da noi, si chiamarono soprattutto Luigi Albertini, Luigi Barzini, Ugo Oietti. Oggi sono le Grandi Firme che inneggiano ai Consigli supremi di difesa, che esaltano le glorie e gli Altari della patria, che vorrebbero spedizioni contro Putin e l’Islam, che vaticinano sul campo dell’atlantismo e della modernità le smaglianti fortune che additarono i loro omologhi del 1915.

Sento il dovere di precisare che venero la memoria dei combattenti sacrificati allora: cominciando da un padre capitano dei mitraglieri, tre volte ferito sul Carso. Più ancora, ammiro senza riserve il nonno di mia moglie, i cui ideali erano opposti ai miei: per coerenza di avversario del pacifismo giolittiano si dimise da prefetto e quando la guerra arrivò partì soldato semplice volontario (egli che era stato ufficiale dei bersaglieri), senza salutare moglie e figli. Morì giorni dopo in trincea.

A.M.Calderazzi

RENZI ABBASTANZA BENE COSI’, MA TASSI DURAMENTE LE MEDIE E GRANDI EREDITA’

Premessa: quelli della sinistra Pd fanno venire l’orticaria seria. Hanno quasi tutti i difetti. Fissati con gli evanescenti ricordi dell’operaismo, però oggi fautori della conservazione e dell’ordine costituito. Onusti di glorie proletarie si sono innamorati perdutamente della plutodemocrazia liberale, e in più si abbarbicano come rampicanti alle regole del mercato. Inflessibili sui principi etici, però di fatto sono disponibili ad ogni compromesso.

Soprattutto, la loro mentalità è talmente vecchia da incartapecorire tutto ciò che toccano. Sarà salutare quando usciranno di scena. L’elettorato giovane li sta sospingendo fuori con sufficiente successo: in mancanza di fatti nuovi c’è da pensare che le nuove generazioni sempre più estrometteranno tutte le Rosy Bindi.

Tuttavia Matteo Renzi qualche atto potrebbe compierlo che ricordi l’antica milizia popolare del partito che ha fatto suo. Qualche atto che ne contrasti alquanto la mutazione genetica. La minoranza Pd fa ridere come ultima schiera di difensori del popolo. Tuttavia la questione sociale non è sparita, anche se ogni tornitore che lo voglia fa vacanze a Ibiza.

Per esempio una legge Renzi potrebbe porre limiti severi alla trasmissione ereditaria delle proprietà. Il manuale di scienza delle finanze del liberale Luigi Einaudi diceva all’incirca: “Non pervenga al nipote (oppure: al pronipote) la proprietà del nonno”. Cioè, bastino due-tre passaggi in linea diretta perché i beni possano essere avocati. Chi scrive ricorda il precetto di Luigi Einaudi, non la sua dimostrazione.

Però essa è intuitiva. Il nipote può aspirare a ereditare, oltre determinati limiti, i beni del nonno solo se abbia lavorato in posizioni di responsabilità nell’azienda dell’ascendente, contribuendo in modo significativo alla sua formazione o prosperità. Ove faccia un altro mestiere, oppure viva di rendita, la trasmissione ereditaria gratuita non si giustifica; va meritata con sforzo e con sacrificio economico. Non ha senso che persino un figlio riceva, quasi tutto gratis.

Ecco, una legge Renzi potrebbe realizzare una larga opera di giustizia, mortificando il privilegio e premiando solo quanti uniscono la propria attività lavorativa a quella del padre, del nonno e, assai meno, a quella di ascendenti più lontani. La nascita non dovrebbe privilegiare. La via maestra a questo fine è il ripristino più o meno maggiorato delle imposte di successione. Nel caso delle grandi fortune, il loro appesantimento dovrebbe essere importante.

Nella misura in cui la nostra Carta costituzionale incoraggia l’attività economica individuale (art.41:”è libera”) e la proprietà privata (art. 42: “è riconosciuta e garantita dalla legge”), la nostra Carta va emendata. Peraltro l’art.23 (“Nessuna prestazione

personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”) chiaramente contempla, nei modi di legge, la cessione di parte del patrimonio alla collettività. Specificamente il IV comma dell’art.42 stabilisce al di là di ogni dubbio “i diritti dello Stato sulle eredità”: pertanto tali diritti possono essere aumentati, anche fortemente. Per una volta la Costituzione va rafforzata, invece che corretta.

Negli ultimi settant’anni quasi tutte le posizioni e i sentimenti di giustizia sociale sono stati sacrificati sull’altare del buon senso e delle ragioni del mercato. Pur di non pregiudicare il Pil, poco è stato fatto per raddrizzare gli equilibri. Ma oggi il Pil è meno sacro. Molte illusioni sono cadute, il fatturato non genera felicità. Non si vede perchè non potrebbe essere rallentata l’ossessiva accumulazione di ricchezza che ha caratterizzato l’ultimo settantennio.

Gli anni dopo il secondo conflitto mondiale furono contraddistinti in Gran Bretagna -il terzo dei Grandi usciti vittoriosi- dall’aggressione del Fisco sulle grandi proprietà, forse soprattutto immobiliari. E il Labour si trovò a gestire il paese, con tutte le glorie guerresche di Winston Churchill. Anche in Italia il ceto dei redditieri ebbe a lamentare brevemente che il fisco avocava le proprietà nel giro di due-tre passaggi successori. Non fu proprio così; le grandi proprietà rimasero. Tuttavia più in là il colpo di mano di un premier miliardario sulle imposte di successione dette alle classi ricche ogni possibile riparo contro un prelievo fiscale che fosse compatibile con una società tendenzialmente socialdemocratica come la nostra.

Ora i tempi maturano per un’ulteriore riduzione alla troppo generosa protezione che la politica e il diritto elargiscono al privilegio della nascita. Non ci sarebbe niente di irragionevole se una nuova legge sulle successioni fissasse un limite p.es. di 5 milioni alle eredità che si possono ricevere quasi gratis mortis causa. Un altro scaglione, magari uguale, potrebbe essere ereditato con un modesto sconto sui valori di mercato. Il resto dell’eredità andrebbe a beneficio di un fondo di perequazione a favore dei miseri, sia di casa nostra, sia di un certo numero di società povere del mondo.

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CON UN CANCELLIERE NIENTE CAPO DELLO STATO MA UN PRIMO CITTADINO CERIMONIALE

Un capo dello Stato che, appena eletto, non chiude il Quirinale come propria sede è un cattivo capo dello Stato. Dovrà compiere grandi cose, Sergio Mattarella, opere straordinarie non richieste ai suoi predecessori, per mondarsi della colpa di cui parliamo. Da qualche tempo la riprovazione per il cattivo esempio che viene dal Colle si è allargata fino a diventare prevalente. Tanta reggia e tanta spesa per un’ istituzione discutibile, finiranno per configurarsi come reati da impeachment.

Se invece a Mattarella non accadrà d’essere confrontato da sfide gravi, egli rafforzerà i dubbi sull’utilità di un presidente della repubblica in un ordinamento non presidenziale. Perlomeno, a non voler passare al presidenzialismo, egli farà crescere la pressione per ridimensionare il ruolo e il costo del capo nominale dello Stato. Il ruolo non dovrà in alcun caso essere superiore a quello attuale del Bundespraesident germanico, che è inferiore a quello di Ebert e di Hindenburg nella Repubblica di Weimar. Il secondo non seppe opporsi all’avvento di Hitler, anzi lo favorì. Per Ebert come per il feldmaresciallo è lecito chiederci a che servirono.

E a che servirono molti sommi personaggi della III e IV repubblica francese? Per Georges Clemenceau, il ‘Tigre” che vinse per il suo paese la Grande Guerra, l’uomo dell’Eliseo era inutile; chi scrive non ricorda se disse questo prima o dopo la propria candidatura, fallita, a fare il presidente della repubblica. Senza dubbio gli uomini che pervennero all’Eliseo non contennero i mali del parlamentarismo. Tra il gennaio 1876 e lo scoppio della Grande Guerra la Francia ebbe 49 governi, durata media 9 mesi e 13 giorni. Nel ventennio 1919-39 i primi ministri furono 15, molti dei quali con rimpasti multipli, difficili da numerare. Ciascuno dei politici più importanti capeggiò vari governi: Briand 11, Poincaré 5 (e in uno dei cinque metà dei ministri erano stati premier). Tra il ritiro di Poincaré (luglio 1929) e le elezioni del 1932 i governi furono sette, dei quali alcuni durarono poche settimane. Nei 20 mesi tra il quarto gabinetto Briand e il ministero Paul-Boncour si contarono sei governi. Nel 1894 Casimir-Perier si dimise dopo sei mesi all’Eliseo.

Abbiamo anche da chiederci a che servirono i tre presidenti delle due sventurate repubbliche di Spagna. La prima durò un anno, nel 1873; la seconda perdette metà del territorio nel luglio 1936, infine fu spenta per la disfatta nella Guerra civile. Il primo dei tre presidenti, un professore dell’università di Granada, dovette fare posto a Alfonso XII di Borbone, reinsediato sul trono. Il terzo, Manuel Azagna, dopo essere stato cofondatore della repubblica e brillante ministro, appena assurto a capo dello Stato (1936) andò perdendo la presa sulla politica repubblicana. Verso la fine del mandato curava le rose del palazzo ex- reale e ridisegnava le uniformi della sua Guardia. Altri decidevano: specialmente il primo ministro Juan Negrin, appoggiato dal partito comunista, e gli emissari di Stalin. Alla fine della Repubblica Azagna dovè riparare in Francia, a piedi, tra centinaia di migliaia di fuggiaschi.

Di vari capi dello Stato la nostra repubblica avrebbe potuto fare a meno senza danno. Ma tutti, anche gli inutili, occuparono il Quirinale, ossia la più sfarzosa delle regge, Buckingham compresa. Forse erano stati ancora più esorbitanti i palazzi dello Zar a Pietroburgo, ma nel l917 essi ebbero altre destinazioni. Molto più indegna è la storia del Quirinale. Costruito dai peggiori e i meno cristiani tra i papi del Rinascimento, esigette l’investimento di ricchezze immense, distolte dalle attività caritatevoli della Chiesa. Fu fatto splendido dal denaro destinato ai poveri da chi voleva salvare l’anima dalle pene eterne.

L’Italia potrà decidere di non imitare Francia e USA, che concentrano il potere in un capo dell’Esecutivo eletto dal popolo e non dai parlamentari. Non potrà ignorare la logica e la saldezza dell’ordinamento costituzionale tedesco. In esso il potere è attribuito al cancelliere, laddove il capo dello Stato ha funzioni subordinate e rappresentative. Una congiuntura sostanzialmente “tedesca” ha prodotto l’elezione di Mattarella. A meno di un’improvvisa interruzione o liquidazione dell’esperienza Renzi, cerimoniale e marginale è destinato a restare l’ufficio del nostro Primo Cittadino. Sarà una ragione in più per porre fine alla contraddizione attuale, in cui un dignitario da deposizione di corone, in tutto sottomesso ai padroni dei partiti e delle urne, riceve come l’ultimo imperatore cinese la finta sottomissione dei veri governanti, signori della guerra e prominenti.

Solo una situazione malata giustificherà che il Quirinale coi suoi corazzieri e palafrenieri resti la sede di un similmonarca. Il Quirinale, secondo quanto da più parti si è proposto, deve essere svuotato di cortigiani, burocrati e lacché; deve diventare il museo più imponente al mondo, produttore di reddito. Mattarella, che a questo è contrario, crede di far bene ad allargare alquanto le visite del pubblico. Sbaglia e conferma d’essere un dignitario come gli altri.

Un giorno il presidente nominale/cerimoniale, ossia Primo Cittadino, sarà scelto per sorteggio, in presenza di alcuni requisiti, tra cittadini più qualificati di altri. Non perché i suoi compiti siano particolarmente ardui, ma così, per ridurre il numero dei sorteggiabili. E certo siederà in una modesta palazzina, non al Quirinale. Se essa non sarà idonea ai ricevimenti di 200 ambasciatori, si aboliranno i ricevimenti o li si terranno in palestra o al cinema. Al limite, si aboliranno anche gli ambasciatori.

A.M.C.

SETTANTA 25 APRILE: SEMPRE PIU’ MALAREPUBBLICA

Intonare Bellaciao è un adempimento di regime, come a Napoli la liquefazione del sangue del Santo. Entrambi i riti non sono esenti da rischi. A volte la liquefazione non avviene, tanto è vero che i fedeli esultano quando avviene. Bellaciao suscita sempre più avversione. Risultano intrepidi, dunque, i gerarchi i prelati i sagrestani della vigente Cleptocrazia a non sorvolare quando il calendario segna 25 Aprile. Più ancora, a non implorare da Mattarella un motuproprio che chiuda Aprile al 24.

Il rischio della brutta figura -sono sempre meno coloro che si curano dell’epopea partigiana- è fatto serio da una circostanza bizzarra: i più testardi tra i celebratori della Liberazione hanno l’impudenza di salmodiare che è alla Resistenza che dobbiamo ciò che abbiamo e che siamo. Scervellati, anzi cretini: dimenticano che abbiamo il peggio dell’Occidente: più tangenti in assoluto e l’anima più cariata.

Siamo certamente più benestanti e comodi che nel 1945. Ma è merito di settant’anni di pace, della ricchezza capitalista, della globalizzazione, dei galoppi delle tecnologie, dei voli low cost, dell’allentamento dei costumi, delle nozze same sex, di altri fattori innumerevoli. Non dell’eroismo e degli assassinii dei partigiani, produttori di rappresaglie efferate. Sono meglio messi i tedeschi, che non ebbero la fortuna di una sollevazione antifascista e di una epopea bellaciao.

Lo scrittore partigiano forever -mitra sempre a portata di mano- Giorgio Bocca fa lo straordinario annuncio che “la Resistenza ci ha dato la nostra Religione civile” (qualcosa di più importante del “Mito fondativo” di cui parla Gustavo Zagrebelski). Alla buonora, ecco cancellati grazie al giornalista mitragliere i dubbi sulla trascendenza e sull’aldilà! Ora sappiamo perché siamo nati e dove andremo! La religione civile non ci dice il nome del Creatore: è improponibile il nome di Stalin, secondo Aristotele il ‘motore immobile’ della Resistenza. Tuttavia essa religione ci ha fatto conoscere i suoi arcangeli e pontefici: Walter Audisio alias colonnello Valerio, Cino Moscatelli, Pertini che vantò d’avere personalmente ordinato l’esecuzione di Mussolini, Giorgio Amendola che volle via Rasella, etc.

Bocca dovrebbe farci sapere come e dove la Religione Civile agisce, ispira le nostre esistenze. Sono decenni che gli italiani sanno: la repubblica nata dalla Resistenza è il peggiore contesto collettivo del mondo avanzato, gestito da una classe di politici professionisti quasi tutti più o meno farabutti. I quali rubano anche quando non sono indagati accusati sospettati; rubano per il solo fatto d’essere troppi e troppo turpi, di costare caro, di addossare sul contribuente parenti compari e correi. Tutti i sondaggi e le

ricerche -si veda l’ultimo rapporto di Ilvo Diamanti- attestano infima la stima dell’opinione pubblica in ciò che abbiamo.

Il nostro è un autentico Stato-canaglia, “forte coi deboli” con quel che segue, perennemente senza risorse quando si tratta di mettere in sicurezza le scuole e di ridurre l’affollamento delle carceri, spudoratamente fermo nel non tagliare le spese per il prestigio (vedi le molte infamie della reggia del Quirinale, delle ambasciate principali, di tutti i palazzi Spada di tutte le somme Istituzioni). Lo Stato fondato dai mitra partigiani è pronto a chiudere i reparti di oncologia infantile, lentissimo anzi immoto a ridurre i compensi di boiardi e superburocrati (il capo di Poste Italiane, 1,2 milioni).

La nostra è la Repubblica delle Tangenti e l’Everest della Corruzione. Si susseguono i 25 Aprile delle menzogne, si inventano insegnamenti e retaggi della lotta partigiana, si esaltano le prodezze e si tacciono i crimini delle bande. Si insulta la memoria degli infoibati: tutti fascisti, tutti meritevoli di quanto hanno avuto. Massacrati 12 mila di soli “domobrauci” sloveni (lo ha scritto il 22 aprile su ‘Repubblica’ Boris Pahor). Si denigra persino il rimpianto dei molti sinistristi che lamentano il ‘tradimento della Resistenza’. C’è forse stato il “totale rivolgimento politico-istituzionale” (si legga l’Alberto Asor Rosa di giorni fa), oppure i ricchi imperversano più di un secolo fa? La corruzione non è alla metastasi avanzata? Allora dove e quando funziona la Religione Civile?

Il presidente della Repubblica e della Casta va dicendo che la Resistenza fu soprattutto rivolta morale contro il fascismo. Ebbene Mattarella sappia che si trova al Quirinale, e che i Proci banchettano sicuri, in quanto non è ancora cominciata la rivolta morale contro il regime suo e loro, sorto nel ’45. Essa comincerà quando il popolo -lo stesso che inneggiava al Duce fondatore dell’Impero- scoprirà che il Ventennio non fu peggiore del Settantennio.

A.M.C.

PER NON MORIRE, TUTTE, LE SINISTRE SCOPRANO LA DEMOCRAZIA DIRETTA

C’è il grande contrattacco in Francia della destra di Sarkosy. C’è in Italia il tambureggiare delle conferme che democrazia=impostura più ladrocinio, e che il Ventennio non era peggio del Settantennio. Si ingrossa nel mondo l’evidenza che tutto avanza -cominciando dalla ferocia di Boko Haram e dall’arroganza reazionaria alla Dick Cheney o alla Bibi Netanyahu- fuorché il ‘progresso senza avventure’ di Obama, Mattarella ed altri benpensanti. Che aspettiamo a ricrederci su quasi tutte le nostre certezze?

Per esempio. Che il mercato sia infallibile ed equanime nel temperare le disuguaglianze e moderare gli eccessi. Che ‘i diritti’ siano il valore dei valori. Che la democrazia liberale, pur coi suoi difetti, resti il meno peggio. Che la libertà garantisca la buona vita. Che la laicità valga più delle fedi. Siamo entrati davvero nel Terzo Millennio, ma da troppi secoli ripetiamo le stesse cose. Il capitalismo propaga benessere. Invocare la Madonna e i Santi propizia miracoli a conforto di chi soffre. Le sinistre amano il popolo.

Il più pernicioso degli inganni è quest’ultimo. Le sinistre non amano il popolo. Amano i propri miti, cominciando dalla presunzione d’essere portatrici di verità superiori. Amano praticare il settarismo, talché sono un paio di secoli che si scannano tra loro. Quando conquistano il potere il settarismo le costringe coi suoi delitti a farsi odiare: lo fecero i giacobini del Terrore 1793-94, lo fecero i bolscevichi, lo fece Stalin, lo fecero i partigiani quando prevalsero su nemici sfiniti.

Il bilancio finale per le sinistre è così disastroso che per saggezza esse dovrebbero annullarsi, ripudiare il retaggio e le glorie, sparire per rinascere totalmente cambiate. Giorgio Napolitano e Massimo D’Alema hanno sì abiurato una fede torva, ma sono passati in un campo peggiore del loro: il campo del servaggio agli USA e del liberismo immorale. D’Alema pensa addirittura da operatore vitivinicolo. In sé questa conversione al fatturato è etica calvinista in confronto alla schietta ruberia che è il credo di quasi tutti i professionisti della politica.

Orbene: per un secolo i capi del defunto Pci hanno plagiato gli intellettuali, facendo di loro dei servi sciocchi o dei maiali di Circe. Prima di esalare l’ultimo respiro, i diadochi di Berlinguer non dovrebbero indurre i residui intellettuali organici a conferire i loro cervelli (e l’istinto di sopravvivenza) alla ricerca di un’idea nuova, opposta al marxismo-leninismo da obitorio, ma opposta anche al nichilismo proditorio di Napolitano & D’Alema? Nella moria delle ideologie otto-novecentesche, l’idea di fermare la metastasi dei politici di mestiere, cioè di cancellare la delega elettorale, è destinata a vincere sulla distanza: ma ha bisogno di molto tempo per imporsi. Se i Napolitano e i D’Alema si sono bruciati definitivamente, altri ex-dirigenti del Pci non troverebbero la forza di rigenerarsi come manager di reclutatori di una verità più giovane, quella di una Polis senza politici e di un comunitarismo senza comunisti portasfortuna? I tanti cattivi maestri che ancora dominano le cattedre, le case editrici, i giornali, i media e altri pulpiti, non si riscatterebbero approdando a un pensiero bruscamente nuovo, opposto sia al loro, che è pensiero della sconfitta, sia a quello dei reazionari, falsi vincitori?

Parliamo dei pochi ex-leader rossi cui sia rimasto qualche potenziale di influenza. Non di quei politici d’oggi -la sinistra Pd- che ancora prolungano il vecchio gioco del settarismo e che in realtà sono il nulla. I pochi intellettuali che sono con loro e da cui attendersi qualcosa, hanno perso la ragione a fare e a militare come se nulla fosse cambiato?

A.M.Calderazzi

KANZLER RENZI SI AFFIANCHI UNA GIUNTA 30 CITTADINI SCELTI RANDOM DAL COMPUTER

Il Renzi riformatore delle istituzioni è un Gulliver nel paese di Lilliput. Presi singolarmente, i lillipuziani (la classe politica) sono minuscoli; ma sono tanti, e alla fine riescono a immobilizzare il gigante. Matteo Gulliver voleva fare l’audace legislatore e invece dovrà contentarsi, se gli andrà bene, di una nuova legge elettorale. Vanta che essa sarà presto imitata da altri paesi, ma sbaglia: un metodo di elezioni vale un altro. Sono le elezioni che dovrebbero sparire, sostituite dal sorteggio.

L’aspirante Kanzler dovrà anche contentarsi di rimpicciolire, e riempire di portaborse locali, un Senato che andava semplicemente abolito. Oltre a tutto, non sentiamo parlare di rendere lillipuziana la sede di tale senato, tenuto in vita per non ingrossare le armate di politicanti disoccupati/esodati. Nessuno si meraviglierà se il bilancio della futura assemblea di salvataggio, lungi dall’essere miniaturizzato, risulterà quello del Senato vecchio, sfoltito qua e là.

Che riforma è una che conferma quasi tutte le cose come sono, invece di capovolgerle? Si veda il ruolo dell’uomo del Colle. In prospettiva è doverosamente destinato ad assomigliare a un Bundespraesident cerimoniale, prezioso per non sprecare il tempo e il drive del Cancelliere, unico governante vero. Invece Gulliver mantiene il cosiddetto capo dello Stato su un trono maestoso, spropositato e preso troppo sul serio per quello che è il suo ruolo effettivo. E’ apparso sì capace di deporre Berlusca: ma Berlusca si è deposto da sé dimostrandosi pessimo tra gli statisti ed elargendo ricchezze a un corpo di ballo di troie.

Tenendo il Quirinale al vertice della Nazione, Gulliver appesantisce l’esposizione sua e dell’inquilino del Quirinale al processo di impeachment che entrambi un giorno meriteranno per avere perpetuato lo scempio di una reggia troppo costosa, fatta per i papi peggiori della storia cristiana.

La logica del Buongoverno esigerebbe la cancellazione di gran parte delle categorie almanaccate dai costituzionalisti, e la rottamazione della Costituzione stessa. Per esempio, il tempo e l’energia del Cancelliere non vanno sperperati in compiti di rappresentanza. Per questi ultimi ci vorrebbe un ciambellano ad hoc, e non uno pseudo-monarca settennale che si suppone fare il capo supremo degli eserciti, nominare i ministri e sciogliere le camere, dunque in teoria essere l’uomo di vertice. Per deporre corone al Vittoriano, ricevere boriosi ambasciatori spesso da operetta e dare un’occhiata frettolosa alle loro credenziali, basterebbe un ciambellano sorteggiato per 6/12 mesi, non rinnovabili, tra magistrati medio-alti in pensione. Basterebbe anche il titolo di Primo Cittadino e non di presidente, basterebbero poche decine di funzionari, lacché q.b. (quanto bastano) e un solo corazziere per i selfie delle ambasciatrici. I costi si nanizzerebbero e l’operato del Cancelliere migliorerebbe.

Anche perché il Cancelliere farebbe bene a farsi affiancare da una piccola giunta di una trentina di consultori/controllori, scelti a sorte da un computer centrale programmato ad hoc tra persone in possesso di requisiti particolari: culturali, professionali, di volontariato caritatevole ed altri. Nessuno di essi dovrebbe essere affiliato a partiti o a gruppi di pressione. La sperimentazione di modesti meccanismi di democrazia semidiretta consentirebbe a tempo debito di varare la partecipazione dei cittadini al governo della Polis, sempre utilizzando il procedimento randomcratico. In uno stadio finale della sperimentazione lo stesso Cancelliere, responsabile unico dell’Esecutivo, potrebbe essere sorteggiato tra i cittadini oggettivamente più qualificati di tutti.

In una fase iniziale questa giunta di ‘cittadini coinvolti’ avrebbe soprattutto la funzione di stabilire un principio: che persone scelte randomcraticamente possono dare un contributo senza essere state designate dalla classe politica e dalle urne. Gradualmente verrebbero aggiunti altri compiti, fino al giorno che la giunta dei cittadini consultori, dilatata fino a un centinaio di membri, diventasse una seconda camera, non eletta ma sorteggiata, dotata di poteri limitati. Sostituirebbe il Senato dei portaborse locali.

A.M.C.

CONTRO IL MALAFFARE E I PARTITI ROTTA GOLLISTA VERSO UNA DEMOCRAZIA MIGLIORE

Il solo aspetto d’interesse dei più recenti tra gli scandali di giornata è che nell’assetto attuale il decisionismo di Matteo Renzi -l’unico che esista- nulla potrà contro i cleptocrati. La lotta al duopolio Casta-imprenditoria tossica doveva essere la prima priorità del Rottamatore; non quelle che egli chiama riforme costituzionali e invece sono aggiornamenti cosmetici.

Che un anno dopo l’avvento del renzismo si venga a sapere di Incalza, di Lupi, del Rolex al figlio del ministro, della casa romana donata alla figlia di Incalza, ci dà la certezza che le tangenti -sostanza del regime- non saranno nemmeno scalfite dal Rottamatore. Se anche fosse ambizioso e inarrestabile come il Bonaparte primo console, Matteo sarebbe addomesticato oppure disarcionato dal Sistema Italia. Perché il Sistema Italia è corazzato dalla Costituzione manomorta, dallo stato di diritto, dai codici, dall’omertà dei mille parlamentari e del mezzo milione di parassiti e farabutti che vivono di politica.

Matteo Renzi, conclamato il più efficiente tra i nostri Proci nel perseguimento dei propri fini, sarà sconfitto dalle controffensive degli interessi, dalle prassi, dalla continuità, dalle Istituzioni, dalla Costituzione che è la fortezza inespugnabile del sopruso cleptocratico. Renzi ha scelto di agire entro la legalità, e la legalità è come l’inverno che trasforma in ghiaccio il mare di Barents. Bonificare lo Stato-canaglia fondato da De Gasperi-Togliatti-Nenni in combutta col malocapitale è di fatto impossibile. Nessuno riuscirà a cambiare le cose a termini di legge.

Per esempio. Occorrerebbe l’elettrochoc di cancellare tutte le pensioni d’oro e tutte le iperliquidazioni; di colpire forte le grosse eredità; più ancora, di destituire in tronco la maggior parte dei superburocrati, e poco male se alcuni di essi non meritassero appieno di espiare. Salus populi suprema lex esto dicono le Dodici Tavole; dunque ogni sacrificio sarebbe giusto. Per dirne una: non difettiamo di burocrati meno arrivati (tra l’altro più giovani e meno costosi) abbastanza sperimentati da saper rimpiazzare i destituiti. Ebbene il sistema vieta di potare, di destituire for good. Eppure la sola via per risanare la funzione pubblica sarebbe la decimazione: estromettere a sorte un funzionario su dieci (gli altri capirebbero), processarlo per i tipici reati dei funzionari, addossargli l’onere di dimostrarsi innocente, e si fotta lo Stato di diritto. Idem andrebbe fatto a carico degli appaltatori e dei faccendieri: non attendere che compiano i reati ma colpirli preventivamente, salva la possibilità di dimostrare infondata la misura punitiva.

In altre parole. Nel contesto italiano solo il Terrore, non cruento come nel 1793-94 però con garantismi zero, metterebbe in fuga le orche assassine della corruzione. Ma occorrerebbe una crisi prerivoluzionaria. Mancando questa e senza l’elettrochoc di misure draconiane il popolo resterà per sempre impotente.

Invece di farsi impressionare o condizionare dalle sciocchezze di alcune Vestali del parlamentarismo contro la deriva autoritaria e contro l’uomo solo al comando, Renzi dovrebbe attuare la deriva e, in larga misura, fare da solo o con gente in gamba sul serio. Meglio che queste cose le faccia lui, forzando al limite il quadro legale, che sfidanti estremi tipo i colonnelli greci del 1967 : essi non avrebbero altra risorsa che la violenza delle armi.

Sono incurabili i mali di questo regime. Il meno che occorra fare è smontare in grande la Costituzione e ricostruirla come fece Charles de Gaulle. Le cose hanno provato che egli non era né un oppressore né un tiranno; che spegnendo la cianotica Quarta repubblica prese la decisione giusta. Aveva sì molta tempra. Ma anche Renzi ha più tempra dei suoi pari. Non ha la legittimità storica di de Gaulle, anche se una modica quantità se l’è guadagnata. Dopo tutto de Gaulle non vantava alcuna gloria militare, non era nemmeno un generale vero.

Renzi rafforzi molto la sua energia, a fin di bene. Cerchi di configurare un gollismo giovane, conservatore in quasi niente. Faccia tesoro della lezione francese e di quella svizzera. La prima è che mortificare i partiti e il parlamento non è totalitarismo. La seconda, che introdurre la democrazia vera, quella semidiretta e, diciamo così, elettronica- come esige il nostro tempo- produrrà il Buongoverno.

Antonio Massimo Calderazzi

SULLE DUE SPONDE DEL TEVERE PARALLELISMI, AFFINITA’ E RINUNCE

Un anno di Renzi, più o meno come un biennio di Bergoglio. Ininterrotti ribadimenti; volitività senza confini; realizzazioni e opere che deviano la storia, poche. In molti ci attendevamo dal Papa una mezza rivoluzione, quella svolta per cui nulla o poco di importante restasse come prima. Nessuna montagna si è mossa. Dal Premier forse era realistico aspettarci di meno: la politica è l’arte del possibile, possibile nel quale non c’è posto per l’ideale e il top del massimalismo è aspirare al meno peggio.

I conati di riforma di Renzi sono il meno peggio, confrontati alle alternative esistenti. La prima di esse è il berlusconismo. Nel quotidiano della politica come nell’anima della nazione il berlusconismo è la dipendenza di una parte del popolo e di una masnada della Casta da un personaggio ormai insopportabilmente simile nell’aspetto fisico all’Al Capone di prima di Alcatraz, o di Sing Sing o di altro sacrosanto penitenziario. Nella sfera spirituale la dipendenza di troppi nostri compaesani è dal più lubrico dei personaggi del genere fescennino. Che avrebbe pagato, secoli dopo, il poeta Decimo Giunio Giovenale per averlo creato lui come incarnazione di corruttela, licenziosità e sostanziale negazione ad essere statista! Eppure egli Cav ancora impartisce direttive, resta fuori dalle Case Circondariali, vince battaglie giudiziarie, arricchisce smisuratamente principi del foro, cocotte e semplici olgettine, mantiene lo ‘affetto’ di plotoni di deputati.

Le altre alternative: 1) il grillismo, ossia la strumentalizzazione un po’ scervellata degli istinti giovanili di rinnovamento; si è materializzata in conati di parlamentarismo fuori tempo massimo, dunque deteriore. Ripudiata, inevitabilmente, la santa utopia della democrazia diretta; 2) Matteo Salvini o l’ingentilimento del bossismo da bar-tabacchi; 3) il nulla integrale della Gauche degli intellettuali (sort of ) da terrazza romana o da trattoria pugliese specialità orecchiette. A nome della Gauche del Nulla, Stefano Rodotà e altre prèfiche della democrazia effondono lacrime sulla deriva autoritaria rappresentata da Renzi.

E invece Renzi fa benissimo a far rigare il parlamento e le camere. L’uno e le altre meriterebbero ben altra frusta e ben altra ramazza. Le prèfiche si aggrappano alla Costituzione che vuole il parlamento bicamerale spinto. E’ uno dei molti motivi per detestare deridere cestinare la Costituzione.

In presenza delle suddette alternative, è umano che molti nella Penisola abbiano sperato in Renzi: per essere ripagati soprattutto da enunciazioni, promesse, formule. Un anno dopo il ciclone Matteo, il paesaggio italiano presenta poche devastazioni: gli sconquassi, tutti da venire. Come avesse governato un anno Giovanni Goria, il compianto politico astigiano la cui memoria resta imperitura solo grazie all’abnegazione degli storici volontari di Wikipedia.

Questo Matteo, che si era presentato come emulo di Eracle (il figlio di Zeus & Alcmena) come operatore di fatiche più che umane e come generatore di almeno 70 figli, questo Matteo non deve temere alcun impeachment come perturbatore effettivo dei costumi e degli andazzi della Cleptocrazia. E’ vero, per la dira Camussa (la quarta Erinni dopo Aletto, Tisifone e Megera), il premier ha violato l’ordine naturale di cui esse Furie sono severe e vindici protettrici. Ma Camussa esagera. La Casta è in buona salute, e così pure quel suo comparto che sono i sindacati.

Il milione di persone che vivono di sola politica, cioè di sola rapina del denaro pubblico, resteranno al loro posto, quali che siano le smanie riformatrici del Fiorentino. Se questi brandirà l’arma delle elezioni anticipate, arriverà il veto/usbergo del Colle, la vetta più alta della Casta. Se le Province saranno davvero abolite, il nostro Pubblico Impiego non perderà il suo posto, così onorevole, nella classifica dei paesi industriali più burocratizzati. Gli alti papaveri che affittano a bassa pigione appartamenti di proprietà pubblica se li compreranno a poco. Dovesse il parlamento perdere la bicameralità piena dopo la parentesi similducesca (secondo le lagne di Rodotà, beninteso) di Matteo, risulterebbe sesquicamerale (una camera e mezza), con costi invariati. Inappagata resterà l’aspirazione degli ingenui a un Paese rovesciato sottosopra.

Delusi resteranno coloro che, passati 72 anni dall’armistizio di Cassibile (Siracusa) dove i generali G.Castellano e W.Bedell Smith stipularono la nostra resa incondizionata, credevano che lo Stivale potesse aspirare all’indipendenza dagli USA, quindi non essere più coartato a comprare F35, sommergibili d’attacco e missili così sofisticati che se il nemico non esisterà lo creeranno by default.

Direte, ma Bergoglio è un’altra cosa. Sarà. Ciascuno a modo suo ha rinunciato all’occasione assoluta di spezzare la continuità e rifiutare le logiche istituzionali.

Porfirio

SERGIO SI CONTRAPPONGA AI PREDECESSORI. NESSUNO ESCLUSO

“Presidente, ora apra il Quirinale”. E’ un giornalista fortunato, oltre che importante, G.A.Stella, visto che Il Corriere resta al suo fianco senza vacillare in merito al destino del Quirinale. L’11 febbraio gli ha affidato ancora il primo degli editoriali, ribadendo con quell’Apra il Quirinale di disapprovare la scelta del Primo Cittadino di insediarsi nella reggia dei papi sbagliati e dei Savoia. Disapprovazione che ovviamente è anche la nostra (v.Internauta online, “Il misfatto di metter casa al Quirinale”).

Da giornalista di talento, il Nostro esordisce additando un modello concreto e virtuoso: “Nel solo 2014 il Palazzo reale di Madrid ha avuto 1,2 milioni di visitatori, mostre temporanee e dipendenze escluse. Quanti il Quirinale in tutti gli anni di Napolitano. Il confronto dice tutto. E potrebbe spingere Mattarella a chiedersi: può essere sufficiente, come gira voce, aprire qualche sala in più, per qualche ora in più la domenica, prolungando fino alle otto di sera le visite previste ora soltanto la mattina? Può essere vantato come un grande successo l’ingresso nella “casa degli italiani”, nel 2014, di 15.400 alunni e insegnanti, pari a 42 al giorno, cioè poco più di quanti studenti visitano quotidianamente la redazione del Corriere?”

Quale membro, il più importante, della Casta, Sergio Mattarella ha certo titolo a dire no a Stella, al Corriere e ad ogni altro Internauta. La repubblica di De Gasperi, Togliatti & Partigiani si rivelò presto, ed è rimasta, uno Stato-canaglia nel quale ogni usurpazione e ruberia resta impunita se abbastanza sfrontata. L’Italia miserabile uscita dalla guerra non aveva il diritto -oltre a tutto essendosi proclamata una repubblica semiproletaria fondata sul lavoro- di alloggiare il proprio capobonzo nella reggia più sfarzosa al mondo. Non doveva permetterselo. Fu una malazione, un reato. Un giorno i responsabili della scelta, tutti coloro che hanno abitato il palazzo e tutti gli eredi degli uni e degli altri andrebbero processati da un tribunale straordinario e vendicativo; andrebbero condannati a indennizzare il Paese per un settantennio e più di abusi e di oneri. Il presidente della Casta, dicevamo, è legittimato a far male come i suoi predecessori. E un eventuale Giustiziere, un giorno, avrà il diritto a farla pagare, a lui come ai vertici della Casta. In Grecia, forse, gli oligarchi saranno improvvisamente chiamati a rispondere.

Non basterà affatto aprire sale quirinalizie a visite guidate, col probabile risultato che i suoi gestori riusciranno a farsi aumentare il bilancio. Occorrerà ripudiare in toto la reggia per il male che rappresenta da quasi mezzo millennio. E’ un simbolo di vituperio, e i simboli sono macigni. Deve smettere di costare più di ogni altra residenza di vertice sulla Terra. Deve passare a produrre un reddito adeguato alla sua importanza di reggia malfamata.

Se eretta in supermuseo, potrà risultare primo sul pianeta, col decuplo dei visitatori del palazzo reale di Madrid. Infatti occorrerà promuoverlo più e meglio di qualsiasi Expo. Occorreranno vaste campagne di lancio per fare edotto il pianeta di una risorsa senza paragoni, in una città unica al mondo. E dove vivono e scroccanooltre milleseicento cortigiani, corazzieri e lacchè, dormano altrettanti turisti paganti.

“Sono in tanti ormai, argomenta G.A.Stella, a invocare la trasformazione del Quirinale. Certo, rovesciare di colpo le scelte dei predecessori non è facile. I presidenti nei decenni hanno privilegiato il palazzo come luogo simbolo dell’eccellenza e del prestigio. C’era un senso nel vivere il Quirinale come una sorta di reggia laica. Ma oggi? Anche Francesco, scegliendo di vivere in un bilocale, aveva lo stesso problema: non sarebbe suonata, quella decisione, come una presa di distanza dai pontefici precedenti? Ha deciso la svolta. Dio sa quanto il gesto sia stato apprezzato dai fedeli”.

Neghiamo categoricamente che Mattarella debba curarsi della disapprovazione di quanti l’hanno preceduto, tutt’altro che meritevoli. Come notavamo più sopra, hanno fatto i sommi dignitari di uno stato malfattore, nel quale i cattivi comportamenti sono regola. Il Primo Cittadino, lungi dall’attenersi ai predecessori, se ne differenzi più che può. Se vuole la svolta, rinneghi in toto la reggia edificata dai papi-anticristo col denaro tolto ai poveri. Ne esca scuotendo la polvere dai calzari, come gli comanda il Vangelo. Metta fine allo sconcio del fasto anticristiano. Il presidente sembra voler imparare la lezione di Bergoglio: ebbene faccia il contrario dei predecessori.

Nessuno escluso.

A.M.C.

UNA CONGIURA DI TEMERARI CONTRO LE ISTITUZIONI PER PROCLAMARE L’EUROPA NAZIONE

I sogni del passato su un’Europa migliore e unita in un solo Stato stanno morendo. Oppure no, oppure nelle coscienze sta maturando una ribellione che un giorno eromperà, e porterà a grandi cose.

Finora gli europei, ombelico del mondo, per cento ragioni si sono dimostrati ben inferiori ai nordamericani: i quali due secoli e mezzo fa decisero di volere una patria non solo indipendente, ma fusa in una nazione. Erano, è vero, soprattutto inglesi, stessa lingua, stessa cultura e storia, stesso potenziale di rivoluzione. Tuttavia se fossero stati prigionieri delle nostre abitudini e fissazioni, i coloni del Nord America avrebbero dato vita a una congerie di patrie insignificanti, ciascuna aggregata attorno a questo o quel leader, a questa o quella tribù o fascio d’interessi.

Invece nei coloni americani agirono sentimenti e volontà audacemente nuovi, dirompenti. Agì un progetto, una visione del futuro, non l’affezione al passato e alle sue glorie velenose. Oggi la patria americana è un Moloch sinistro, operatore di male. Ma due secoli e mezzo fa dette al mondo una lezione insuperata. I popoli d’Europa sono ancora un’accozzaglia informe, e solo ci sorregge la speranza misteriosa che un giorno si rivoltino contro se stessi. Che si abbandonino all’istinto di diventare stirpe e domina d’Europa.

Proponiamo di imboccare un’altra strada. Di scegliere un approccio diverso, empirico,  fattivo e al tempo stesso temerario, invece che tristemente loico e legalitario come finora.

Le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo hanno messo sessant’anni per convincerci della loro pochezza. Intanto l’Europa ha bisogno di un’altra capitale, in un luogo diverso. Un luogo diverso: inevitabilmente più orientale delle contrade carolinge, ormai tossiche di sconfitte e di tradimenti. Lì restino -ridimensionati- gli elefanti burocratici. L’Europa si trasferisca  in Austria, a Cracovia, Praga, Bratislava, Budapest. Non in un paese baltico: troppo periferico e, nel passato, troppo sottoposto a dominatori tedeschi, scandinavi o russi.

In questo luogo, scelto per fonderci, si riunisca una Costituente illegale, malintenzionata nei confronti di Istituzioni e di trattati, la quale proclami l’abbassamento degli Stati membri a super-Laender d’Europa, e proclami la nascita della patria continentale unita.  Se la Gran Bretagna e qualche altra gamba storta non aderirà, tanto meglio. Rimpiangeranno solo gli invasati della finanza.

La Costituente si dichiari da sé, senza l’avallo delle Istituzioni destinate a morire. Disobbedisca e faccia come l’avanguardia dei francesi nel 1789. Il 4 maggio re Luigi XVI aveva convocato gli Stati Generali, tripartiti in clero, nobiltà e Terzo Stato, per  un tentativo di rito all’antica. Invece ben presto, il 17 giugno, il Terzo Stato constatò di rappresentare il 96% dei francesi e si costituì unilateralmente in Assemblea nazionale, impegnandosi a non separarsi senza aver dato una Costituzione alla Francia. Il 9 luglio il clero e la nobiltà si unirono al Terzo Stato e l’Assemblea prese il nome di Costituente. Senza il permesso delle Istituzioni.

La nostra Costituente sia fatta di un’alleanza tra protagonisti animosi, detentori di qualche potere, giovani e spicci alla Renzi o alla Tsipras, più pattuglie di uomini di pensiero e di esperti  di realismo, Un’alleanza soprattutto  con un bel po’ di cittadini che, con proposte non bislacche ma creative si offrano ad essere sorteggiati quali Costituenti e futuri governanti. Le loro deliberazioni vengano sottoposte a referendum e a sondaggi telematici, senza troppe formalità. La Costituente si appelli al popolo del continente perchè forzi le autorità costituite ad accettare la nascita di un vero governo europeo, nonché il ridimensionamento delle attuali istituzioni comunitarie a meri ingranaggi esecutivi.

Questo processo costituente vedrà contrasti seri e momentanee sconfitte. Gli egoismi nazionali sembreranno invincibili. Però sarà un movimento senza ritorno. Mancando il quale la patria europea deperirà fino a spegnersi.

A.M.C.

COME EVOLVERA’ LA MONARCOREPUBBLICA FONDATA DA RE GIORGIO&RENZI

La ‘cronaca dell’imminente’ che qui segue riprende la narrazione, sempre di Porfirio, “Il regime boccheggiava ma lo salvano re Giorgio&Renzi”. Vi si riferiva dell’idea concepita da Quei Due per scongiurare la morte del regime: lo Stivale non ne può più della repubblica partitica e ladra, facciamola evolvere in monarco-repubblica a impianto semidinastico. Non più la brusca cesura del 2 giugno 1946, non più il baratro tra la livida repubblica dei mitra partigiani e un passato non indegno che fece l’Unità. Bensì una Regia Repubblica capace di mondarsi degli errori e così ricacciare l’ondata antipolitica, tanto intrisa di populismo e di invidia sociale.

A questo Grande Disegno che dà vita alla Quinta Italia (pendant  cisalpino della gollista Cinquème  republique, però ingentilito dal recupero dei Troni) l’irresistibile Matteo apporta l’eccezionale talento di rottamare tutto senza actually  cambiare niente. L’anziano monarca partenopeo conferisce la sua biografia di multa passus. Iperprofessionista della politica politicienne, le ha passate tutte, dallo stalinismo al fermo impegno nord-atlantico circonfuso di gloria afghana e coronato di droni, dalla milizia proletaria a quella liberista baciata dalla caduta del Muro).

Per riassumere: la Repubblica dei ladri ha esasperato il popolo, allora abbelliamola con un controllato recupero del retaggio monarchico, quando la classe di governo era ricca di suo e rubava meno. La propedeutica di questo recupero è stata appunto il senso dell’ultimo biennio di Giorgio. E Renzi è confluito.

La transizione alla Monarcorepubblica comincia con chi succede a re Giorgio (e ha  accettato le regole d’ingaggio). Essa transizione troverà pieno compimento allorché il dominus di palazzo Chigi subentrerà al successore -uomo, donna o in between che sia- di re Giorgio. In omaggio al dettato costituzionale che al Quirinale esige un almeno cinquantenne, l’ascesa al trono di Matteo non potrà avvenire all’esatto termine del Settennato che seguirà al Novennato mergellino; bensì tre anni dopo. Quest’ultima difficoltà sarà agevolmente aggirata: a) implorando l’Uscente di restare per i tre anni che mancheranno al Fiorentino, oppure b) accorciando il mandato di chi seguirà al successore che conosceremo a giorni, accorciandolo attraverso dimissioni spontanee o incoraggiate; in alternativa, ricorrendo ad uno dei mezzi innumerevoli volte impiegati nel Rinascimento nostra gloria (veleno o pugnale).

Insediandosi sul Colle, re Matteo sarà il quarto della dinastia dei Giorgidi (terzo se non contiamo il fondatore, il consorte di Clio). E tuttavia: nella nuova legittimità istituzionale e storica sarà ingiusto e contraddittorio, date le note finalità, escludere le case regnanti ante- 1860. Pertanto lo schema Renzo&re Giorgio prevede di affiancare a ciascun  futuro capo dello Stato un vice capo-coronato espresso dalle dinastie pre-unitarie. Un Savoia innanzitutto: non lo screditato ramo Carignano di Vittorio Emanuele IV, bensì uno collaterale, un Aosta, un Savoia-Genova, un Savoia-Abruzzi dell’Esploratore polare.

Più delicato catapultare al vice-Quirinale uno dei Visconti, Sforza o Gonzaga che pullulano nel Nord assieme ai rampolli della nobiltà dogale di Venezia e di Genova. Un posto è assolutamente da garantire a un Asburgo-Lorena, a un Asburgo-Este e soprattutto a un Borbone (regnarono in Toscana, a Modena-Reggio e, tutt’altro che least, a Napoli).

Volendo affiancare ad ogni futuro presidente un portatore di legittimismo, con mandati di sette anni ciascuno le possibilità di rotazione sarebbero esigue. Il rimedio sarà di nanizzare il mandato del vicepresidente dinastico.

Soluzione migliore sarà di riservare alle dinastie cessate i governi locali. Fioriscono i progetti che rimaneggerebbero Regioni e Province: cosa di più naturale che far rivivere gli Stati principeschi anteriori alle usurpazioni dei plebisciti 1860? Restituendo Mantova a un Gonzaga, Bologna a un Bentivoglio, la Romagna al cardinale legato, le Due Sicilie a un Borbone, il distacco tra popolo e Istituzioni si ridurrebbe a poca cosa.

Un caso a sé sarebbe la Sicilia. I Borboni di Napoli non si identificarono abbastanza con la Trinacria. Forse andrebbe fatto un sorteggio tra le grandi case isolane. Potrebbe così avere una chance il nostro Raimondo Lanza di Trabia, da poco corrispondente di ‘Internauta’ da San Pietroburgo. Volendo una donna, ci sarebbe la nostra Monica Amari: non solo è nipote di Michele, senatore, ministro e  massimo storico degli Arabi di Sicilia, ma alla lontana è saracena di rango essa stessa.

Porfirio

IL REGIME BOCCHEGGIAVA MA LO SALVA LA PENSATA DI RE GIORGIO&RENZI

Per un tot di settimane e mesi, magari anni, il marasma preagonico del sistema risulterà fermato, persino mai cominciato. Trovato a giorni il Novello Sire, i giornaloni alla testa di tutti i media intoneranno Te Deum esultanti. Sembravamo perduti, invece abbiamo imboccato la strada della salvezza. Ce l’ha aperta un’idea di Quei Due: la repubblica ha tediato, semi-restauriamo il Regno.  Saldiamo il ciclo repubblicano a quello sabaudo della nostra storia; amalgamiamo la Più Bella delle costituzioni allo Statuto Albertino. Si fa una continuità ragguardevole, 167 anni. Il Risorgimento idolatrato dai nostri nonni più la belluina audacia della Resistenza, più le conquiste dei cassintegrati. 167 anni unificati sotto il bianco Stellone d’Italia.

Sorto monarchico (J’attends mon astre  fu antica divisa sabauda), lo Stellone -ricordiamolo- è nello stemma della Repubblica. Quest’ultimo non dovremo nemmeno cambiarlo, salvo ritocchi, se ufficialmente torneremo a Carlo Alberto (‘Anch’egli è morto, Dio, per l’Italia’  poetòCarducci). Di Statuti albertini ne avemmo addirittura due: il primo,  che Carlo Alberto  aveva octroyé da reggente di Sardegna, fu cancellato con sdegno da re Carlo Felice. Internauta ne celebrerà il bicentenario nel 2021.

Nessuna torsione eversiva in questa ricostruzione della nostra vicenda nazionale. Semplicemente Re Giorgio&Renzi profittano della lungimiranza dei padri e nonni Costituenti. Quelli avevano previsto che dopo settant’anni  lo Stivale non ne avrebbe potuto più dei partiti usurpatori e ladri della Casta; pertanto i loro giuristi scrissero una Costituzione manomorta, immodificabile, immarcescibile, ma pensata in modo da non farci correre il rischio di qualche correzione e novità. La Carta manomorta ha questo di provvidenziale: il popolo non sopporta più i politici che elegge (peggio per lui che li elegge, sapendoli farabutti e Proci), ma il congegno consente che essi governino senza consenso, contro il popolo.

Tale congegno, quasi il top della stabilità/governabilità, è stato testato con risultati lusinghieri nel biennio finale di Napolitano: al Paese, alla Plebe inferocita, si sono dati in pasto tre governi-kamikaze (Silvio-Monti-Letta) per poi insediarne un quarto senza confronti più gradevole, elettrizzante per chi volesse novità e rassicurante per chi le rifiutasse. Un’operazione degna del ‘connubio’ Cavour-Rattazzi (1853), premessa e anticamera  dell’Unità.

Renzi è lo statista occidentale che ha fatto più strada quasi senza  muoversi di un passo. Riforme una più clamorosa dell’altra, però impercettibili. Bizzeffe di innovazioni virtuali senza toccare una virgola della Costituzione; piuttosto valorizzando le prerogative monarchiche del Quirinale. Che c’è di strano o di male? Nel 1789 alcuni Fondatori cercarono sul serio di proclamare George Washington re degli Stati Uniti.

Tra un certo numero di giorni il connubio Renzi-re Giorgio verrà hopefully  allungato di sette anni. Colui/colei che salirà al trono sarà proclamato Risorsa della Patria, e per un po’ il Paese si calmerà. I media descriveranno la Risorsa come il compendio di quasi tutte le virtù, tempra, sapienza, calore umano, congenialità agli intonachisti come alle élites. Molti italiani patriottici alla Aldo Cazzullo riscopriranno lo Stellone ingiustamente dimenticato, così come nella limitrofa Francia è tornata di moda Marianna, giovane dea repubblicana, patrona tra l’altro dei vignettisti blasfemi e dei transgender del globo.

Il presupposto di sviluppi così costruttivi: la Casta si è ricompattata, superando le sue divisioni. La mano ferma e la moral suasion  le ha messe re Giorgio, il resto l’ha conferito Renzi. Minacciando di smantellare non tutto ma molto, poi non smantellando niente, Renzi ha rafforzato gli ormeggi e riparato le falle del traghetto “La Casta”. Ora galleggia bene, non minaccia più di affondare. Resterà quanto basta in cantiere, poi riprenderà il mare, più superbo di prima. L’unità dei politici di professione fa la forza.

Il colpo di genio è stato  far risultare che una componente monarchica fa bene alla repubblica. I partiti maneggiano e rubano, i politici peggio, ma nella Reggia sul Colle c’è  con la sua corte un dinasta che vigila e corregge. Perché correre l’avventura di istituzioni nuove, perchè rinunciare alle dolci certezze e magagne delle urne? Perché fare a meno delle prassi, delle tradizioni, convenzioni e concertazioni, degli andazzi persino? Le scarpe sformate sono le più comode.

Niente salti nel buio. Renzi ha dimostrato possibile di galvanizzare gli animi senza cambiare nulla: non un super o mini burocrate licenziato, non un vitalizio negato, non un

gioiello venduto, non un reato da carcere duro in meno. Questo l’apporto di Matteo; re Giorgio ha dato fideiussione di correttezza istituzionale. In compenso molti tratti stilistici sono cambiati: fresche Veneri capeggiano dicasteri e diplomazie  con guance tirabaci e glutei da paradiso delle urì, dunque nessuno sostenga che non accade nulla. Le riforme di Renzi, sempre integrali anzi micidiali, sempre rassicuranti, cambiano tutto senza cambiare nulla. Se arriverà il Quantitative Easing, cioè la Ripresa, il gioco sarà fatto.

La repubblica ‘alla monarchica’ di Adolphe Thiers dette alla Francia, sorella latina, un settantennio di Belle Epoque e prosperità. Se il nostro settantennio repubblicano si salderà

al Regno dei Savoia e al sesquimillennio di governo pontificio, sfuggiremo alle incognite delle novità grosse, terrorizzanti: in primis quella scelleratezza della democrazia diretta, senza urne, senza politici ladri e a vita!

Porfirio

UN PRIMO CITTADINO A TURNO E NO QUIRINALE AL POSTO DEI MONARCHI DA STRAPAZZO

C’è un altro ruolo da rottamare, quello del presidente della repubblica. Lo derivammo, così spropositatamente lungo – sette anni, laddove consoli da 12 mesi fecero grande Roma e ad Atene c’erano arconti da un giorno- dalla Costituzione francese del 1875. Era stata votata da una maggioranza parlamentare monarchica, e monarchico dichiarato fu il secondo presidente della Troisième République, Mac-Mahon. L’ultimo monarca di Francia era stato Napoleone III, nipote del Grande. Eletto presidente della Seconda repubblica nel l848, si era trasformato in imperatore quattro anni dopo. Non aveva regnato male: capiva i proletari e, pur amando di più la borghesia che industrializzava il paese, li aveva qua e là sostenuti. Ebbe la sventura di farsi coartare a muovere guerra alla Prussia (in pratica alla Germania prossima ad unificarsi e a diventare possente). Fu sconfitto rovinosamente.

La repubblica che era seguita alla disfatta e alla Comune parigina si rialzò in fretta: ricca di capitali, divenne il secondo più vasto impero coloniale al mondo. Seguirono due guerre mondiali (la seconda apportatrice di una sconfitta definitiva) e venne una Quarta Repubblica con i difetti più gravi della Terza, in primis il parlamentarismo estremo. Alla fine la Francia fu salvata, per mano di un generale, da una Quinta repubblica mondata delle lebbre della Quarta e della Terza.

I Costituenti italiani del 1947, più sconsiderati di quelli domati da de Gaulle. vollero un capo dello stato apparentemente forte -in realtà comandavano i partiti prevaricatori- e per un mandato troppo lungo, laddove nel 2002 la carica del presidente francese sarà opportunamente accorciata a 5 anni. Eletto dal popolo e largamente responsabilizzato, il presidente francese è uno statista migliore del nostro, eletto dalla Casta nella più completa irrilevanza dei cittadini. Fino alla crisi del 2007-08 il nostro presidente è stato un vaso di coccio tra  ferrei vasi partitici. Fu il fallimento del governo Berlusconi a trasformare Napolitano in un decisore forte e persino arbitrario: re Giorgio.

Oggi la Casta si trova di fronte alla scelta di un capo di stato che,  secondo come evolverà la crisi dell’economia e del regime, potrà risultare o no qualcuno; oltre a tutto dipenderà dal fattore forse nuovo, forse no, rappresentato da Matteo Renzi. Il successore di Napolitano sarà probabilmente scelto perchè non intralci il Rottamatore in una fase iniziale. Dopo, potrà accadere di tutto: dalla crisi di regime acuta e duramente rinnovatrice alla ricaduta nei giochi esiziali del partitismo cleptocratico. In un caso come nell’altro il ruolo del capo dello Stato resterà scadente, bisognoso di un ripensamento integrale. L’eventuale continuità col settantennio della Casta sarà micidiale.

In un ordinamento razionale la mezzadria tra due personalità costituzionalmente forti al vertice dello Stato non avrà senso. Piuttosto dovrà rafforzarsi nettamente il capo del governo, trasformato in Cancelliere espresso dal popolo. In tal caso dovranno ridursi sia le prerogative del capo dello Stato, sia quelle del potere legislativo (il parlamentarismo è un fatto degenerativo).

Sarebbe giusto che il presidente della repubblica perdesse quasi tutti i poteri che ricordano quelli del monarca. Gli resterebbero le funzioni cerimoniali e protocollari, quelle che non meritano di impegnare il Cancelliere espresso dal popolo.  Nella regia forte di tale cancelliere, a lui spetteranno quasi tutte le funzioni assegnate al capo dello Stato da una carta statutaria oggettivamente pessima: ha fatto sorgere un ordinamento stimato solo dai farabutti che lo sfruttano. La fiducia nelle Istituzioni volute nel 1947 si è ridotta a percentuali da farsa.

Per la funzione nominale che è opportuno resti al Primo Cittadino non va cercato un protagonista, una personalità con un passato e un’ambizione importanti. Dovrebbe bastare la rotazione annuale tra personaggi degni di onorabilità, scelti per sorteggio in un ruolo di soggetti dotati di determinati requisiti oggettivi, p.es. magistrati o studiosi di alto livello, benemeriti del volontariato e simili. Il Primo  Cittadino non dovrebbe essere rieleggibile né essere prescelto per altri ruoli politici.

Dovrebbero essere imperativi l’abbandono della reggia del Quirinale e la scelta di una sede decorosa ma senza alcuno sfarzo, con un bilancio e un personale non superiori al decimo degli attuali. Tutti i presidenti repubblicani finora eletti andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede in un edificio che è la negazione assoluta della sobrietà e della moralità repubblicane. I loro beni e quelli lasciati agli eredi dovrebbero essere confiscati per indennizzare i contribuenti degli oneri loro imposti dal Quirinale e sue dipendenze. Uguale procedimento dovrebbe avocare gli eccessi di reddito dei professionisti politici -e loro eredi- di carriera pubblica insolitamente lunga. Per esempio il sessantaduennio di parlamento, poi di Quirinale, originariamente imposto per Giorgio Napolitano dal Partito comunista andrebbe sanzionato come un sopruso e un sovraprofitto di regime.

A.M.C.

DECRESCERE NON SARA’ TORNARE MISERI, CI SALVERA’ DAL PORCILE DI CIRCE

“Un po’ d’ossigeno contro chi esalta la decrescita felice”. Apre così Pierluigi Battista del ‘Corriere’ uno sfogo liberatorio contro quanti abiurano la fede nello sviluppo. Battista si dichiara rinfrancato dalla pubblicazione di un libro Contro la decrescita  “che andrebbe consigliato a chi non riesce a capacitarsi che un passato di penuria e miseria, dolore e rassegnazione, possa essere indicato come un’Età dell’Oro. Un manuale utile per rintuzzare le solite, lugubri geremiadi contro il consumismo”. Da qui Battista procede a rievocare com’era grama, a volte drammatica, la condizione della maggioranza sociologica del pianeta  prima dell’industrializzazione, del rigoglio tecnologico-scientifico, delle vaccinazioni, degli altri miracoli della medicina. Prima della perfetta felicità in cui viviamo, oggi che il progresso non la dà vinta ad alcuna malattia e il mercato sana tutte le afflizioni.

Gli anatemi del Nostro contro la Carboneria  antisviluppista sono ovviamente giusti: purché possa sostenere che l’anticonsumismo e l’elogio della sobrietà vogliono il ritorno all’infelicità dei miseri, alle ristrettezze estreme, allo strazio della mortalità infantile, il ritorno alle  tragedie senza numero di quando la scienza medica conosceva quasi solo salassi e  clisteri,  e l’arte del vivere non aveva raggiunto l’inimitabile sofisticazione d’oggi.

Va data ragione a Battista: sempre che l’Età dell’Oro sia il consumismo; che la diffusione del benessere non abbia comportato alcun costo e alcuno scompenso; che la redditolatria non abbia allargato i divari sociali,  devastato l’ambiente, comprato le anime. Basterà dare queste dimostrazioni e il buon diritto di Pierluigi Battista trionferà. Emergerà che il perseguimento di sempre più reddito non è  né ossessivo, né corruttore. Che i consumi sono tutti sacrosanti. Che i benestanti di un tempo sbagliavano a contentarsi di ciò che avevano, che i benestanti d’ oggi fanno bene a esistere per arrivare allo yacht.

Basterà convincerci che gli imprenditori suicidatisi nel Nord-Est si sono immolati per l’Ideale; che gli intonachisti non devono fare a meno del Suv per trasportare secchi e fustini; che l’operaio d’oggi sarebbe un reietto se ciascun familiare adulto non possedesse un’auto propria e non facesse crociere in navi alte dieci piani. Basterà convincerci che, in virtù delle rising expectations, i rappresentanti del popolo e i servitori della collettività  non esigono più tangenti di un tempo. Che è fisiologico lo straripamento in sovraricchezza dell’One per Cent. Che i mali e le storture dell’ipereconomicismo sono immaginari. Che insomma gli Dei ci vogliono così: invasati di cupidigia.

Eppure Battista finge di non sapere che chi propone la decrescita non addita l’idillio dell’Eden, né suggerisce di regredire a quando pellagra e Tbc infierivano sui poveri. Apertosi il terzo millennio, e a valle di una crisi grossa, decrescita vuol dire semplicemente rinuncia alla crescita. Basta crescita: ci siamo sviluppati fin troppo. Gli imperativi e le aspirazioni sono cambiate. Retrocedere a come eravamo vent’anni fa non sarebbe straziante. I privilegi di quando i paesi industrializzati erano allo zenit della prosperità erano insostenibili: i nodi sarebbero venuti al pettine anche senza la caduta di Lehman Brothers. In più si è dispiegata la capacità competitiva dei più vitali tra i paesi poveri. Oggi che la Cina produce beni essenziali per il mondo intero, in astratto non ha più senso che la merce X venga fabbricata, metti, in Italia. Quando i costi di produzione cinesi si impenneranno, altre società ex-arretrate toglieranno mercati ai prodotti occidentali.

Decrescita vorrà dire adeguamento alla realtà, valorizzazione di quelle positività che riusciremo a difendere.

Si indeboliranno le spinte che avevano portato a livelli di reddito innaturali, ma la decrescita non ci immisererà. Perdere un decimo o un quinto di redditi gonfiati non sarà miseria, se politiche redistributive aiuteranno i più deboli. Si abbasseranno gli stili di vita. Si attenueranno l’adorazione della carriera, la sacertà stessa del lavoro. Si indebolirà l’identificazione tra felicità e possesso individuale. La decrescita riabiliterà la vita semplice, riabiliterà persino alcune ristrettezze: ci affrancheranno da alcuni dei costi del consumismo e dell’edonismo.

Questi due idoli non hanno portato in tribunale un’Infanta di Spagna, figlia e sorella di Re, sotto l’accusa di avere frodato il contribuente, quasi essa fosse un normale impostore della democrazia rappresentativa, questa sì Paradiso in terra?

Porfirio