J-M COLOMBANI, I DOLORI DEL LEGITTIMISMO

Nel 1830 légitimisme era proclamare che il trono di Francia spettava al solo ramo primogenito della casa di Borbone. Se passava a un Orléans (come passò) si uccideva il diritto divino. Oggi, un po’ meno di due secoli dopo, legittimitàè per Jean-Marie Colombani, già direttore di Le Monde  e maitre-à-penser del passatismo elegante, esecrare ‘l’oltranzismo democratico’. “C’è chi pensa -ha scritto su Sette– che le decisioni vadano prese dalla Rete o per sorteggio. Così cresce anche l’aspirazione all’autorità”.

Nel 1830 quelli del Vecchio Ordine propugnavano il principio che i re di Francia li aveva scelti Dio una volta per tutte. Colombani sostituisce detto principio con “la democrazia rappresentativa, quella che pratichiamo attraverso le elezioni, quella che non viene vissuta per quello che è, una conquista. Qui e là c’è addirittura chi, a destra come a sinistra, rimette in discussione le elezioni. Un po’ dappertutto si sollevano dubbi sul concetto stesso di rappresentanza”.

Nei loro castelli in campagna les légitimites si scandalizzavano perché la corona dei 18 re Luigi andava a un Luigi Filippo. J-M Colombani si addolora perché Eric Cantor, “numero Due del partito repubblicano USA, parlamentare per otto mandati consecutivi”, è stato sconfitto da uno sconosciuto alle primarie del suo partito. “Il fenomeno è parte della vasta e pericolosa corrente anti-élite che serpeggia in Occidente”. Ha ragione: come osa uno sconosciuto  battere un Numero Due, un eletto otto volte? Dove andremo a finire se non si rispetteranno i prominenti? Non andrà a repentaglio l’ordine stesso dei corpi celesti?

Non la mette proprio così il giornalista-principe. Tuttavia addita “la crisi attraversata dai nostri sistemi democratici, che potrebbe condurre a un’era post-democratica, meno democratica. Con lo sviluppo delle nuove tecnologie assistiamo a una sorta di nuovo  entusiasmo libertario. E’ un po’ come se rinascessero le polis greche. Questo fenomeno ha un rovescio: la democrazia rappresentativa non è più data per scontata. Si sollevano dubbi sul concetto stesso di rappresentanza. E’ il ritorno all’idea che su qualunque tema si debba ricorrere a un referendum (…) Al contempo in alcuni paesi lo scenario politico si radicalizza. Negli Stati Uniti la paralisi è dietro l’angolo e l’estremismo ancora più vicino.  L’oltranzismo democratico può danneggiare la democrazia. E fa temere che la democrazia d’opinione, nella quale siamo entrati, si trasformi nella negazione della democrazia”.

Insomma, a suo tempo l’ex-direttore di Le Monde dovette prendere cappello perché il treno sostituiva la diligenza. Come lui facevano Joseph comte de Maistre e Klemens von Metternich-Winneburg. Come lui fanno, in tanti, gli odiatori del nuovo. Basta esperimenti, gli antenati ancien-régime ci mostrarono la via e la verità!

Però ci corre l’obbligo di ringraziare Jean-Marie: egli attesta, informato e autorevole com’è, che sono più numerosi di quel che credevamo quanti non vedono l’ora di chiudere le urne, di passare al sorteggio. Finirono i re per diritto divino, boccheggia la democrazia rappresentativa. Negli USA la paralisi è addirittura dietro l’angolo.

Si facciano una ragione gli opinion leader di palazzo, da Colombani a Scalfari, a Ezio Mauro, a qualsiasi altro laudator temporis acti.  Detta nella lingua di Jean-Marie, Celui qui fait l’éloge du temps passé. Défaut, ordinaire aux vieillards, de dénigrer le présent, au profit du passé.

Porfirio

PROPONIAMO CIO’ CHE SI FECE CONTRO IL FASCISMO: AVOCAZIONE DEI PROFITTI DI REGIME DAL 1945

Il D.L. Lgt. 27 luglio 1944, n.159, stabilì l’avocazione allo Stato -poi inquadrata nell’assetto  tributario del D.L.Lgt. 26 marzo 1946, n.134- degli extraprofitti derivati “dalla partecipazione o adesione al regime fascista”. Considerata quale imposta straordinaria, colpiva tutti coloro che durante il fascismo avevano coperto certe cariche e svolto determinate attività previste dalla legge; genericamente, quanti avevano conseguito arricchimenti  dall’appartenenza al fascismo. Erano dunque “profitti di regime” gli incrementi nei patrimoni e negli stili di vita delle persone sopra indicate, a partire dal 28 ottobre 1922, o dall’assunzione delle cariche.

Giusto. Bene così. Però la stessa cosa andrà fatta quando Dio vorrà, per giustizia storica come per le esigenze dell’Erario, sui vasti profitti realizzati a partire dal 25 aprile 1945. Cioè sugli incrementi di ricchezza ottenuti, legalmente, da partiti, organizzazioni, persone -dai capi di stato agli attivisti di sezione- che hanno ricoperto cariche o svolto attività politiche o favorite dalla politica, nei decenni del regime demo-clepto-partitocratico.  Molti dei profittatori di regime sono morti, dunque l’avocazione dovrà colpire i loro eredi e gli eredi degli eredi, sempre che si riesca a identificarli e che siano solvibili. Queste ultime difficoltà si porranno meno per i partiti e le altre entità favorite dal regime.

Colpire i profitti della partitocrazia implicherà l’accertamento non di reati (questo è ambito della magistratura) bensì, in parallelo alle finalità dei decreti legge succitati, la semplice “partecipazione o adesione ai partiti” del sistema sorto a partire dal 25 aprile 1945. Nel concreto, un’imposta straordinaria a carico di quanti, persone o entità, hanno tratto benefici “legali” dalla politica.

Data la difficoltà di individuare e quantificare i profitti del partitismo consociato alla plutocrazia, andranno induttivamente configurate un certo numero di personaggi e categorie di profittatori: parlamentari, altri eletti e nominati, manager di imprese pubbliche, intermediari, procacciatori, fornitori di beni e servizi alla politica. A ciascuna categoria o figura si applicheranno imponibili e aliquote probabilmente forfettarie.

Andranno colpiti stipendi, pensioni, vitalizi, dividendi, incrementi patrimoniali superiori a determinate soglie, per esempio all’equivalente di mezzo milione di euro. Mezzo milione è quanto finora hanno percepito ogni anno numerosi gerarchi del Regime (tra gli altri i molti presidenti della Corte costituzionale) con vitalizi commisurati. Poichè in Italia il trattamento dei partiti, dei sindacati, della stampa di regime, degli eletti, degli alti burocrati civili e militari, dei boiardi, dei faccendieri, dei consulenti introdotti in politica è di regola molto più generoso che all’estero, andrà  considerata profitto di regime l’intera parte alta dei redditi. Convenzionalmente tale parte potrà essere quella al di sopra delle retribuzioni occidentali relative a funzioni analoghe: appartenenza ad assemblee e ad organismi, esercizio di cariche esecutive o gestionali, consulenze, eccetera.

Non dovranno applicarsi le regole e le procedure della giustizia ordinaria, semmai quelle degli accertamenti fiscali e delle valutazioni sommarie. Andranno ridotte al minimo le esigenze di garanzia, gli obblighi del contraddittorio e simili. Il ruolo di avvocati, commercialisti e periti dovrà risultare ridotto al minimo.

L’avocazione allo Stato dei profitti del regime fascista non sembrava, di fatto, prevedere l’istituto della prescrizione. Lo stesso dovrà farsi per i profitti del regime seguito al fascismo, ossia della gestione pubblica più corrotta e dissipatrice della storia contemporanea. Negli uffici delle Camere ci sono sottomandarini che guadagnano, legalmente, oltre il doppio del Presidente degli USA.

Trattandosi di una settantina d’anni i profittatori di regime, non considerando i pesci piccoli, saranno centinaia di migliaia. Ma lo Stato sa cavarsela con le decine di milioni.

Antonio Massimo Calderazzi

GLI ULTIMI GIORNI DELLA POMPEI DEMOPARLAMENTARE

Si lamenta, Michele Ainis, che siamo alla “Fine silenziosa del referendum” (Corriere della Sera, editoriale 15 luglio). Si aspettava qualche impulso al futuro, cioè alla democrazia diretta selettiva, da parte di un Demiurgo fiorentino il quale -ove riesca- salverà il sistema del passato, dunque della Casta capeggiata dal monarca del Colle? La maggior parte delle persone raziocinanti si augurano che Matteo Renzi non fallisca; con loro c’è anche chi scrive, anche se meno benpensante di loro. Ma l’auspicato successo di Renzi non sfiorerà nemmeno l’ambito della democrazia diretta e del referendum, visto che allontanerà di un tempo X la fine della delega elettorale ai grassatori della Cleptocrazia.

“Le Costituzioni, scrive Ainis, invecchiano come le persone. Però a differenza di noialtri possono ringiovanire (…)  C’è nella gente voglia di decidere. Di qui la crisi delle assemblee parlamentari è un fenomeno mondiale, non solo italiano. Negli USA Benjamin Barber propone di rimpiazzarle con i sindaci. La Primavera araba le ha sostituite con le piazze. In Europa il ritiro della delega si esprime con la diserzione delle urne e con la domanda di Democrazia Diretta. Ecco perché ovunque si moltiplicano le consultazioni online dei cittadini, sugli argomenti più svariati. Ed ecco perché i referendum sono in auge dappertutto”.

In proposito il costituzionalista dell’università Roma3 fornisce notizie significative. “Fino al 1900 nel mondo vennero celebrati 71 referendum. Nel mezzo secolo successivo se ne aggiunsero 197; 531 dal 1951 al 1993; ormai non basta il pallottoliere per contarli”. Tuttavia -è sempre Ainis- “su questo versante la riforma nega un’iniezione di gioventù alla nostra Carta. Gli unici due strumenti di democrazia diretta introdotti dai Costituenti furono le leggi popolari e il referendum abrogativo. Senonché le prime si sono rivelate altrettante suppliche al sovrano, che non le ha mai degnate di uno sguardo. Il secondo, è stato generato con 22 anni di ritardo, senza mai diventare adulto”.

Lasci perdere, Ainis. Non invochi più “qualche correzione” da parte del governo. Smetta di confidare nelle Istituzioni. Il sovrano ‘che non degna di uno sguardo le leggi popolari’ è da noi una classe politica camorristica. La democrazia rappresentativa vive dovunque una vecchiaia estrema. In Italia appare resistere, pur in vari segni di catalessi: infatti i cleptocrati saccheggiano più che mai, uno scandalo al dì. Ma il coma del parlamentarismo si avvicina anche altrove. Gli immensi balzi in avanti della tecnologia rendono logica e agevole come mai nella storia la chiamata di molti cittadini a condurre la Polis in proprio.

A.M.C.

I PROCI DI ULISSE MORIRONO TUTTI: PER I NOSTRI SERVIRA’ DRACONE NON RENZI

Nell’amministrazione comunale di Rovigo (che è Veneto non Campania né Calabria) i 16 dirigenti si sono spartiti 70 mila euro extra bilancio ordinario nelle 5 ore intercorse tra caduta del sindaco e nomina di un commissario prefettizio. Il sottosegretario Chiarini ha parlato di ‘insulto al buon senso’. Ma si può parlare di buonsenso, quando si tratti dei (modesti) mariuoli  rovigotti, di quasi tutti i politici della Penisola o dei disgustosi 1500 dipendenti di Montecitorio? Questi ultimi stavano ammutinandosi perché la presidente Boldrini, prima buona azione dal giorno dell’insediamento, provava ad applicare loro il tetto dei €240 mila per i burocrati apicali, e riduzioni proporzionali per gli altri. Non solo gli apicali, anche la bassa corte dei commessi, elettricisti e parrucchieri,  si sono erti a fiera difesa della ‘autodichia’ del sommo tra gli organi costituzionali. Nello stralunamento di Rodotà e Beppe Grillo, detti orghen  sono palladio di libertà e democrazia.

Alzi la mano chi non è stomacato, o tentato di sparare. Nel momento più basso della stima popolare per il sistema politico elargito dalla Resistenza, nel nadir delle  prospettive dei giovani, €240 mila sono il quintuplo del giusto. Peraltro: come non capire lo sdegno dei millecinquecento mandarini, commessi, elettricisti ed altri sacerdoti di libertà e democrazia? Il loro capobonzo, il segretario generale, superava di molto i 400 mila annui. I sottobonzi chiamati ‘consiglieri’ arrivavano a 300 mila, i parrucchieri e gli elettricisti a 90 mila. Qualsiasi decurtazione è of course sacrilega, fra l’altro vulnera la  bellissima Costituzione di Benigni, Fiorito e Galan.

Ma per Sergio Rizzo (Corriere 26 luglio) la situazione è molto più orrenda:”Compensi astronomicamente ingiusti. Privilegi inenarrabili. Folli automatismi: una generosissima scala mobile e un meccanismo di scatti capace di far salire anche del 400% lo stipendio netto. Regimi pensionistici che non hanno pari nel lavoro pubblico e privato. Lo stipendio medio di un dipendente di Camera e Senato supera €150 mila lordi l’anno, mentre quello del loro collega della Camera dei Comuni britannica si aggira attorno ai €40 mila. Quattro a uno”.

“ Le segretissime tabelle retributive del Senato informavano nel 2008 che la retribuzione di un commesso (livello inferiore della scala) raggiungeva a fine carriera €159 mila lordi. Quello di uno stenografo al quarantesimo anno di attività 289 mila, tremila in meno dell’appannaggio annuale del Re di Spagna. Il segretario generale del Senato Antonio Manaschini percepiva €485 mila l’anno quando è uscito da palazzo Madama; pochi anni dopo viaggiava sui 550 mila. Nel 2012 ha reso nota la sua pensione: €519 mila, quasi il doppio dell’indennità di Barack Obama”.

“L’esempio delle Camere ha prodotto guasti a cascata in molte regioni. Nel 2012 i venti Consigli regionali italiani spendevano per il personale quasi 360 milioni. Secondo il governatore della Sicilia, Crocetta, la retribuzione del segretario generale dell’Assemblea regionale sarebbe addirittura più alta dei suoi colleghi di Montecitorio e palazzo Madama. Il personale consiliare siciliano costa 86,6 milioni contro i 20,8 della Lombardia”.

Sergio Rizzo, obbedendo alla consegna ferrea delle Grandi Firme nostrane, non scrive una parola su che fare di fronte a tanto parossismo di saccheggio “nella realtà di un Pil crollato del 10%, di una povertà che cresce a livelli vertiginosi, di una speranza per i giovani di trovare lavoro che è semplicemente inesistente. Questa vecchia impalcatura di privilegi va solo smantellata”. Non dice, Sergio Rizzo, chi la smantellerà e come. Furibonda la denuncia, misteriosa la soluzione.

I Proci di Itaca, che rubavano infinitamente più in piccolo che i nostri politici e i loro correi – burocrati, mandarini, boiardi-  furono scannati senza pietà, dal primo all’ultimo, dall’arco possente di Odisseo. Il popolo italiano, per una discutibile convenzione, non può fare come Odisseo. Non può nemmeno mandare ai lavori forzati. Allora è certissimamente sicuro che nessun nuovo Renzi, anche assai più cattivo di Matteo, saprà farsi vendicatore e giustiziere se non romperà la legalità con la dinamite. Il quadro istituzionale imprigionerebbe chicchessìa, peggio di Prometeo incatenato sul Caucaso perché benefattore degli uomini.

Non sarà Matteo Renzi a dare ciò che merita alla gentaglia che ci opprime. Per esempio quella che tentò di esonerare la Rai da un piccolo sacrificio. P.es. i troppi strapagati, pubblici e privati, che abusano di quella mostruosità  etica che è l’istituto giuridico dei diritti acquisiti. Nulla sarà mai compiuto senza abolire i diritti acquisiti di gamma alta.  Non sarà il Rottamatore circospetto a cancellare i suddetti fecali diritti. Servirà Dracone, onde scongiurare un Pol Pot, beninteso meno assassino. Dracone non è sicuro sia veramente esistito, ma a lui si usa attribuire il primo, inesorabile corpus legislativo ateniese prima di Solone.

Il mite Rottamatore fiorentino affronterà i nostri tumori con le pomate galenicotelevisive invece che con i bisturi e con spietate seghe per ossi. Peccato: si era presentato come l’unica figura di Rigeneratore apparsa nel settantennio demo-cleptocratico della malasorte.

Porfirio

ISTITUZIONI-CANAGLIA A NORMA DI LEGGE

Sui sessanta milioni di abitatori dello Stivale, non più di cinque-settecentomila persone -meno di quelle che  vivono di sola politica-, più i parenti e le compagne, si indignano se si dice loro che si fanno mantenere da uno Stato canaglia, le cui Istituzioni sono tra le peggio gestite d’Occidente. Tutti gli altri Stivalioti non si indignano, perché sanno.

Dodici anni dopo Mani Pulite il malaffare è cresciuto.  Il centro storico di Napoli ha migliaia di edifici privati bisognosi di manutenzione, ma le istituzioni non sono in grado di sussidiare. Esse esistono per  perpetuare i furti e gli sprechi, i peggiori dei quali ultimi sono i loro, quelli ‘istituzionali’. Poco male se un calcinaccio ha ucciso un adolescente in via Toledo. Le istituzioni non hanno risorse per mettere in sicurezza migliaia di case e di scuole.

I poteri pubblici  spendono in modo irresponsabile o ladro forse un terzo dei bilanci. Primo tra gli sprechi-simbolo, il Quirinale esige il decuplo di quanto sarebbe giusto per alloggiare il capo dello Stato e i suoi dipendenti veramente necessari ( quasi tutti i  mandarini quirinalizi potrebbero essere prestati dai ministeri); questo allorquando alcuni milioni di  italiani non hanno alcun reddito. Se un padre di famiglia spendesse per il proprio abbigliamento una parte esorbitante di quel che guadagna, sarebbe passibile di interdizione, e peggio. Le spese voluttuarie dello Stato sono, tra l’altro, i palazzi principeschi e cardinalizi, le ambasciate sfarzose e inutili, le Forze armate da grande potenza, il trattamento da corte zarista degli alti burocrati. L’ultimo Zar fece in modo da farsi trucidare, con la famiglia allargata e la monarchia, dalla Rivoluzione. Da noi, nessuna speranza.

Prendiamo una delle istituzioni, la Camera: ha non solo 635 deputati quando ne basterebbero 150, ma anche 1475 dipendenti, col livello di spreco che tutti conosciamo. Il sito ufficiale della Camera ha la sfrontatezza di scrivere: ”Per mantenere il potere d’acquisto della dotazione del 2008, sarebbe necessario aumentare la dotazione attuale”, . Se Pol Pot non fosse troppo terribilmente sanguinario, a lui andrebbe affidata la bonifica  della Camera.

Dal sito ufficiale apprendiamo che le pensioni  dei dipendenti assorbono oltre un quarto del bilancio. Alla voce Cerimoniale figurano euro 740 mila. Per Affitto palazzi Marino, 41,4 milioni nel 2014, 42,06 milioni l’anno prossimo. Per Rimborso viaggi deputati cessati,

800 mila. Per Spese di trasferimento, 715 mila. Per Spese di mobilità da e per la Camera,1,3 milioni. Corsi di informatica e lingue straniere per deputati, 400 mila. ‘Corsi di formazione dei  dipendenti, 700 mila. Pubblicazioni della Camera, 334 mila. ‘Iniziative di comunicazione istituzionale’ (ruberie più grosse del solito), 345 mila. Abbonamenti a giornali, 313 mila. Abbonamenti a fonti d’informazione giornalistica, 2.850.000. Manutenzione degli arredi,  945 mila.

E’ palmare: deputati e dipendenti dovrebbero essere un quarto, le retribuzioni degli uni e degli altri andrebbero dimezzate, i vitalizi cancellati (previa abolizione generale  di tutti quei ‘diritti acquisiti’ che costano troppo).  Le pensioni dei dipendenti vanno falcidiate, gli uffici dei deputati e dei funzionari nanizzati, i rimborsi  viaggi ‘ai deputati cessati’ – essendo un insulto- dovrebbero sparire fino all’ultimo euro, così come le spese di mobilità da e per la Camera (bastano le biciclette: così fanno i  Lords).  I corsi dovrebbero pagarseli i beneficiari. E così per quasi tutto.

La seconda Camera va cancellata.  I palazzi -Madama prima, Montecitorio al più presto- andrebbero venduti ai migliori offerenti, anche stranieri; per il parlamento futuro basterebbe un solo edificio, ben più modesto e semiperiferico. Tutti i bilanci delle istituzioni dovrebbero dimezzarsi nelle voci attuali, al contrario ingrossarsi per voci nuove: assegni di sopravvivenza, contributi alla manutenzione degli edifici privati, aiuti ai miseri delle nazioni povere (distribuiti direttamente dai bersaglieri, non consegnati alle autorità  locali, la cui sovranità merita noncuranza).

Ma è stolto attendersi alcunché dalle Istituzioni-canaglia. Forse Matteo Renzi farà qualcosa,  di modesto: alla fine sarà sconfitto, o sedato con concessioni secondarie. Le Istituzioni-canaglia e i Proci della politica permetteranno solo i cambiamenti esigui. Quando re Giorgio abdicherà, la Casta che presiede si consoliderà in un Establishment un po’ meno disgustoso; i poteri forti si faranno imbattibili; i divari sociali si allargheranno. La cleptocrazia vittoriosa vanterà di garantire il progresso senza avventure. Tagliando qua e là le tasse, i Proci banchetteranno più spensierati sulla ricchezza pubblica: più protetti dalla nostra Costituzione camorristica.

A meno che. A meno che qualcosa di grosso e di aspro, l’azione di duri congiurati, non abbatta le Istituzioni-canaglia.

A.M.C.

SARKOZY & CO: THE FELONIES OF ‘DEMOCRACY’ OPEN THE ROAD TO SORTITION

They have quasi-arrested, however shortly, former president Sarkozy -which is very good. But they, better all of us, should do much more: should cancel professional politics. No country will ever clear its politics of corruption without shutting and sealing the ballot-boxes for good.

Three, even four centuries of electoral democracy in North America have proved beyond any doubt that money rules the political system of the West. If you cannot invest a lot of money you don’t even conceive to be elected a representative of the ‘sovereign’ people, at any level. If you are not a millionaire, you must either offer yourself to Big Money, or you must convince a great many electors to be silly enough to donate small amounts to your election fund. In both cases you will be under the obbligation to return the gifts in some way. Politics, that is capturing votes, is so expensive that truly honest politicians do not exist -cannot exist.

Only exceptions, those few abnormally wealthy persons who will enter politics for innocent ambition rather than illegitimate designs. Sometimes, not at all always, said tycoons can be said to have become politicians out of respectable intentions. A number of plutocrats did so in history, from Pericles to scores of optimates of our days. Unfortunately the business of plutocrats is plutocracy, i.e. strengthening the egemony of money.

Needless to say, the greed of politicians does not stop at simply paying the bill of campaigns and electioneering. Most professionals of representative democracy are soon enticed by the prospect of becoming rich, of upgrading their station in life, from eager fortune-seekers to millionaires. Italy of course has got the distinction of possessing the most avid caste of politicians in the Western world. Practically all members of the Italian regional legislatures and administrations are presently under judicial investigation for embezzlement and other crimes. Every Italian professional of democracy has his price.

The salvation is Sortition, of course. One day members of assemblies and other officials will be selected by the lot, for short terms of office. The need for them to spend, in order to be elected will disappear. Randomcracy (direct, selective democracy) will substitute our rotten institutions. Sometimes it will occur that the lot selects the wrong persons, but their terms will not be long, their harm will be tiny. Above all, they will not have political debts to repay. Sortition is the only conceivable protection against venality and other felonies by normally putrid career-politicians.

Italia docet  (if you prefer, Sarkozy docet): hoping that career-politicians will redeem themselves from the bondage of sin, and will become honest, is worse than naive, is stupid. They simply go on being dishonest. In America several politicians stay in office for their entire adult life. Their silly electors keep voting them indefinitely. Very often their scions and heirs do the same.

That France has exposed corruption in the highest place (presidents Chirac, Giscard d’Estaing, even Mitterrand, can be also mentioned) is splendid news. Sortition will never have a chance, worldwide, if something really enormous doesn’t happen to lay open the absurdity of remain enslaved to the mechanism of election with built-in corruption. It was in a distant, totally different age, that we could not do without representation of the parliamentary type. It was so when the mass of citizens were poor, ignorant and feeble in front of sovereigns and aristocracies;  when they did not travel, did not speak languages, did not communicate, were not part of a global, hypertechnological community. Today a great many electors are more educated or qualified than their elected delegates.

We now live in a future ‘which has already begun’. In order to get rid of elected politicians we shall have to rely to ever increasing disclosures of political crimes and misconducts. Only such crimes will someday force us to stop staying subjected and spiritless. To the effect of such rebellion we shall want hundreds of behaviors the likes of the  French presidents’, better, of the typical Italian elected rascals’. Their malfeasances will bring Randomcracy nearer. Monsieur Sarkozy and his peers deserve our applause: they will be our Liberators.

A.M.Calderazzi & Associates of www.Internauta-online.

IL TERRORE DEL 1793 E QUELLO INCRUENTO CHE COMPETEREBBE A MATTEO RENZI

Dove vi siete nascosti, perché siete ammutoliti, voi che credevate nella risanabilità del Sistema? Voi che avevate orrore dei giustizialismi, che confidavate nei passi graduali, nella terapia delle urne,  nell’indottrinamento civico, nella mobilitazione dei progressisti, nei girotondi, nei festival del libro, nei ritiri per studiare il pensiero di Rodotà? Ora che avete le prove assolute che la Repubblica nata dagli eroismi assassini della Resistenza, e salvata dalla saggezza del Colle succursale di Capitol Hill, è il porcile dell’Occidente?

Dopo le retate di Venezia, Milano-Expo, Genova et cet., dopo lo scoperchiamento di tutte le fogne,  le Regioni, le Asl, i grandi e piccoli appalti, ogni altro bubbone e pustola della democrazia capitalista; dopo la recidivazione delle parate militari, con Frecce tricolori; dopo il rifiuto da impeachment di mitigare lo sfarzo di più di un Quirinale; dopo gli ammutinamenti disgustosi alla Rai al Senato al Cnel; dopo le miriadi di vitalizi delinquenziali e di casse integrazione a decenni; dopo i raddoppi del vassallaggio a Obama; dopo le conferme che il malaffare repubblicano si aggrava: continuate a nutrire fiducia, o arrossite? Gaetano Salvemini, che chiamava  malavita il giolittismo, che direbbe della Geenna per la cui perpetuazione Napolitano, stalinista pentito cioè ribollito, vuole più spese militari?

Sapete per certo che il fattore Renzi, straordinario come potrebbe ancora risultare, quasi nulla potrà contro i mali più antichi di un contesto unethical come il nostro. Dovesse come Eracle riuscire in tutte le fatiche e attuare tutti i piani, il miglioramento sarebbe esiguo: visto che le sue imprese dovrebbe compierle nel quadro della legalità, Costituzione, prassi consolidate, altari della patria, feste 2 giugno, corazzieri, corti supreme, autorità di garanzia,  codici, burocrazie, sindacati, conquiste del buonismo. E d’altronde, se Renzi fallirà,  nessun altro personaggio della repubblica di Benigni e Galan farà il poco che con Renzi è verosimile.

Da tutto ciò che deriva? Che per le novità dirompenti occorre, appunto, la rottura. La frantumazione della legalità. Non solo di quella costituzionale, formale, anche di quella materiale che fa la vita di tutti i giorni. Un tempo si diceva ‘verrà la Rivoluzione’. Oggi la rivoluzione è un filamento di lampadina bruciata. Meglio parlare di demolizione controllata, di fatto tellurico da scala Mercalli bassa.

La legalità codificata nel 1948 dai giuristi del CLN protegge il Grande Reato. Va azzerato l’assetto per intero, vanno stracciate la Carta e l’Alleanza atlantica, cancellati i diritti acquisiti (cominciando da quello di proprietà), immolati o umiliati i partiti, i sindacati, le lobbies, le corporazioni. Vanno decimati da vivi i burocrati, i generali, i boiardi. Queste cose non le permetterà la legalità dell’Europa dei catasti immobiliari e delle banche; forse bisognerà uscirne, accettando le inevitabili perdite di Pil, assuefacendoci a tornare alle ristrettezze d’anteguerra.

In assenza della Grande Guida, chi persuaderà il popolo ad esigere le cose grosse? Qui avete ragione voi che idolatrate la rappresentanza elettorale, voi che detestate la prospettiva -sicura- che presto o tardi la civiltà politica delle urne morirà, sorgerà la democrazia diretta selettiva. Avete ragione in questo: se l’antropologia è come è da millenni, noi il popolo siamo solo un po’ migliori degli oligarchi ladri. Il fatto è, peraltro, che noi il popolo siamo sessanta milioni, dunque non riusciamo singolarmente a fare il male degli oligarchi. L’imperativo dell’ora, l’emergenza, è di azzerare gli oligarchi, i Proci banchettatori, non di raddrizzare le gambe dei cani, non di cambiare gli stivalioti. Per questo ci vorranno i secoli.

Nell’immediato va abolita la professione politica, chiudendo le  urne.  E va decimata la burocrazia: un dirigente e un funzionario su dieci estratti a sorte, destituiti e confiscati dei beni, prima dei rinvii a giudizio: perché gli altri nove capiscano. I colpiti che i processi potranno dichiarare innocenti riceveranno indennizzi, ma non grande cosa. Una fase di incruento Terrore è indispensabile. Quello del 1793-94 ghigliottinò 42 mila francesi, compresi  i suoi inventori Danton, Hébert, Saint-Just, i fratelli de Robespierre. Il Terrore che spetterebbe a Renzi manderebbe ai campi di lavoro e spoglierebbe di tutto 42 mila italiani, uno più uno meno, tra eletti del popolo sovrano, faccendieri, imprenditori tangentisti, sindacalisti intransigenti, eccetera. In più, un mezzo milione di pesci piccoli perderebbero appartamenti, redditi plurimi, sistemazioni tipo Rai per i figli.

Se Matteo Renzi, intimidito dal Primo Presidente della Casta e dalle fatwe di Zagrebelski, non agirà alla grande (ma, avendo moglie e figli, non faccia come quel maggiordomo del principe di Condé, che si  uccise per il rimorso di non aver servito al suo signore il piatto preferito. Piuttosto vada anch’egli a Capalbio  a studiare il pensiero di Rodotà). Se Renzi, dicevamo, non agirà, chi opererà il Grande Sconquasso, il Redde Rationem annunciato dal Vangelo (Matteo XII, Luca XVI), dall’Epistola ai Romani e dagli Atti degli Apostoli?

L’insurrezione spontanea di popolo no, al massimo premierà i Proci di altre fazioni- le urne sono fatte così. Invece funzionerà un 25 Aprile 1974 portoghese, un Putsch di ufficiali giustizialisti/nasseriani-alla-1952. Non vi piace? Allora fate voi progressisti diplomati a Weimar. Anzi a Madrid, quando rantolava la repubblica del ‘No Pasaran!’

A.M.C.

RE FILIPPO AVRA’ UN FUTURO SE FARA’ IL TRAGHETTATORE COME SUO PADRE

Juan Carlos liquidò il regime franchista. L’ex Principe delle Asturie avrà un senso se liquiderà  il regime dei partiti ladri

Fu logico che la Spagna accettasse la monarchia, resuscitata dal Caudillo come argine contro il ritorno del sinistrismo. Fu logico che il 27 febbraio 1981 il sovrano difendesse la Transicion al parlamentarismo, ordinando alle Forze armate di spegnere il tentativo di golpe del tenente colonnello Tejero. Pochissimo tempo dopo gli spagnoli appresero di avere imboccato col felipismo -la gestione governativa dei socialisti “craxiani” di Felipe Gonzales- la via dell’Italia: marcia accelerata verso la prosperità consumista a credito, contemporaneo trionfo della corruzione. Anche questo gli spagnoli accettarono, comprati dallo sviluppo. Dopo quattro secoli che erano stati famelici per la maggior parte della nazione, lo sviluppo era una beatitudine senza prezzo. Valeva bene il regresso alla monarchia morta nel 1931, quando Alfonso XIII, nonno di Juan Carlos, pacificamente/signorilmente partì per l’esilio. Le città spagnole (non le campagne) festeggiarono. La Repubblica nacque nell’euforia.

Vari decenni dopo, il ritorno per ordine del Caudillo ai riti, ai fasti e alle insulsaggini della Reggia non costò troppo ai settori sociali che avevano idolatrato la repubblica, visto che i restaurati Borboni avevano indossato i panni di una monarchia aperta al progresso. La quale, oltre a tutto, maneggiava scettro e corona in modi amabili: per dirne una, il Re premiò col titolo di marchese il grande musicista cieco Joaquin Rodrigo (Concierto de Aranjuez).  Se avesse sconfitto Franco nella Guerra civile, anche la Repubblica avrebbe premiato l’impareggiabile Rodrigo, però come Compositore proletario.

Tutti sanno che la ‘Bonita Republica’ deluse subito le speranze più accese. Gli incendi di chiese e di conventi, le altre violenze anarchiche cominciarono immediatamente. Poi nell’ottobre 1934 ci fu il serio conato rivoluzionario delle Asturie, represso  nel sangue. Avendo portato alla Spagna solo le riforme laiciste di Manuel Azagna, non la terra ai contadini né il riscatto agli altri proletari, le Istituzioni repubblicane risultarono presto condannate.

Queste cose le ricordano in proprio solo i vegliardi. Oggi quasi tutti gli spagnoli sarebbero razionalmente portati a sbarazzarsi del vecchiume monarchico. Ma ci sono i media del mondo intero a far loro conoscere i misfatti che i mestieranti della politica compiono in quasi tutte le repubbliche, dalla mezza Cipro agli Stati Uniti d’America. Così gli spagnoli, come i sudditi di altre corone, si tengono i sovrani.

Come sono personalmente questi ultimi, non conta molto. E’ dubbio che gli olandesi si curino più del minimo delle qualità umane di re Guglielmo Alessandro. Idem per la gente di altri otto o nove  reami d’Europa, tutti ad alto reddito, tutti immersi nella modernità. Una testa coronata, anche se semivuota, sempre meglio di un volpone della politica. Gli spagnoli potranno o no  spasimare per penetrare la mente e il cuore del marito della regina Letizia Ortiz. Il quale marito ha preso il nome del primo Borbone di Spagna, Filippo V, il francese nipote del Re Sole, il quale salì sul trono madrileno nel 1700 e scatenò la  lunga Guerra di successione spagnola.

La parabola di re Juan Carlos si è svolta parallela a quella della politica nazionale a partire dalla morte di Franco. Ci fu il vano tentativo del premier Carlos Arias Navarro di prolungare il franchismo senza Franco. Il successore del Caudillo lo liquidò e fece in modo che i maggiorenti scegliessero il suo amico Adolfo Suarez, brillante ex-segretario del partito di regime, quale gestore della Transizione all’elettoralismo e ai partiti. La Transizione fu un successo pieno: i feroci contrasti della Guerra civile non rinacquero; i franchisti, cominciando dai militari, rinunciarono a resistere; gli antifranchisti rinunciarono a vendicarsi. Nel 1978 fu approvata una Costituzione all’italiana. Suarez, fatto duca, lasciò il governo nel 1981, tre settimane prima del tentativo di golpe del colonnello Tejero. Leopoldo Calvo Sotelo -nipote dell’importante ministro della Dictadura

il cui assassinio per mano di ufficiali di sinistra fece detonare la Guerra civile- governò per pochi mesi dopo Suarez; la Reggia gli assegnò un più modesto marchesato; dopo, modernizzante com’è, non risulta abbia nobilitato altri primi ministri.

Il potere del socialista Felipe Gonzales (1982-96) coincise col  dilagare della corruzione. Da allora le tangenti e il malaffare all’italiana sono il fatto quotidiano di una nazione che nel passato si era fatta dilaniare dalle fedi, politiche e non. I trentanove anni di regno di Juan Carlos sono stati, non per sua colpa ma nella logica del sistema parlamentare-partitico da lui installato, la negazione dei nobili valori di cui la democrazia si diceva portatrice. In teoria gli spagnoli potranno presentare il conto a Felipe VI. In teoria aspireranno a liberarsi di una cleptocrazia partitica che si è dimostrata peggiore della vecchia oligarchia dei notabili liberali e dei grandi agrari, quella che nel 1923-30 fu soppiantata dalla dittatura militare del generale Primo de Rivera, Grande di Spagna ma filosocialista.

Il nuovo Re introdurrà elementi di novità solo se vorrà aprire una fase dinamica. diciamo pure “renziana”, quasi opposta a quella del quarantennio postfranchista. I due grandi partiti di sistema -il centrodestra di Rajoy e il Psoe di Rubalcaba- risultano indeboliti dal successo di nuovi soggetti politici nelle europee del 25 maggio.  Tali soggetti saranno interessanti solo se porteranno avanti l’unica idea nuova dei nostri tempi: la sperimentazione di questa o quella formula di democrazia diretta, assistita o no dalla telematica. Alternative all’oligarchia diverse  dalla chiamata al potere, attraverso il sorteggio, di cittadini qualificati (onde non ripiegare sul governo autoritario) non si conoscono. Si conosce solo il tirare avanti con congegni obsoleti.

Se Filippo VI non promuoverà le innovazioni con l’energia dimostrata dal padre un trentennio fa, presto o tardi la Spagna vorrà liberarsi della monarchia.

A.M.C.

Dagli autori di “Democrazia a Sorte”: può il sorteggio rivitalizzare il processo democratico?

Le elezioni europee ed amministrative 2014 si sono appena concluse e, come era facilmente prevedibile, il risultato più netto ed inequivocabile è stata l’affermazione del “partito degli astensionisti” che ha raggiunto, in Italia, il picco record del 42.8% sul totale degli aventi diritto al voto, con un calo di votanti pari a ben 8 punti percentuale rispetto alle passate europee. Nel resto d’Europa l’affluenza alle urne è stata, in molti casi, ancora più bassa, tanto che i valori medi dell’astensionismo per i Paesi dell’Unione si assestano intorno al 57%: più della metà dei cittadini europei, quindi, sono rimasti a casa. E non è solo l’Europa a soffrire di questo male. Perfino negli Stati Uniti, spesso citati come prototipo delle democrazie moderne, circa il 60% degli elettori diserta, ormai da anni, sistematicamente, le urne. Ma può definirsi sana una democrazia in cui i rappresentanti vengono scelti da meno della metà dei rappresentati? Può definirsi sana una democrazia in cui i cittadini vengono coccolati e corteggiati solo in occasione degli appuntamenti elettorali, ma il cui voto viene poi spesso disatteso e tradito da una classe politica che, oggi più che mai, si è ridotta ad una vera e propria “casta”, finendo per rappresentare solo se stessa in un tragico avvitamento autoreferenziale che testimonia sempre più il grave distacco esistente fra i palazzi del potere e della politica ed i cittadini comuni?

In questo contesto è fin troppo facile dare la colpa ad un presunto disinteresse dei cittadini, come fanno i partiti tradizionali, o cavalcare l’onda della cosiddetta “antipolitica” cercando di trarne un vantaggio personale, come fanno invece i numerosi movimenti antisistema che, negli ultimi anni, stanno dilagando soprattutto in Europa (il Movimento 5 Stelle in Italia, il Front National della Le Pen in Francia, i Piraten in Germania, lo UKIP in Inghilterra, i neonazisti di Alba Dorata in Grecia). Ma, se la democrazia è malata, può l’antipolitica rappresentare la cura? Siamo davvero convinti che basterà uscire dall’Euro e tutti i problemi si risolveranno automaticamente? Che basterà mandare a casa tutti gli attuali parlamentari e sostituirli con volti nuovi e le cose cambieranno in meglio da sole? A noi pare improbabile. Piuttosto, siamo convinti che i livelli patologici di astensionismo siano il sintomo di un malessere più profondo, che investe i fondamenti stessi della democrazia rappresentativa, come è dimostrato proprio dall’affermarsi dei movimenti di protesta. La maggior parte di chi non va a votare non lo fa per disinteresse verso la politica: al contrario, i cittadini protestano perché vorrebbero avere un peso maggiore nelle decisioni che riguardano il loro presente e il loro futuro, un ruolo da protagonisti che oggi non hanno e che non può limitarsi nell’apporre una croce su una scheda elettorale una volta ogni cinque anni. Tanto più che, come già detto, non si sentono più rappresentati dai candidati proposti dai partiti. Se non vanno a votare, dunque, è semplicemente perché non saprebbero per chi votare. E così, una minoranza finisce per decidere per tutti.

Ebbene, riteniamo che una soluzione a questi problemi potrebbe oggi arrivare da una direzione inaspettata, apparentemente insolita, anche se, storicamente, ha una lunga tradizione che affonda le sue radici nell’antica Grecia e nel Rinascimento europeo (in particolare a Venezia): l’uso della sorte per selezionare una parte dei parlamentari. Nel 2012, nel libro “Democrazia a sorte: ovvero la sorte della democrazia”, pubblicato da Malcor D’ Edizione (autori: M.Caserta, C.Garofalo, A.Pluchino, A.Rapisarda, S.Spagano), abbiamo proposto un modello matematico che va esattamente in questa direzione, supportandolo con i risultati di numerose simulazioni numeriche effettuate su un Parlamento virtuale. Nel nostro modello, infatti, una parte dei seggi di una Camera del Parlamento sono riservati a comuni cittadini estratti a sorte, il cui voto, indipendente da quello dei partiti, potrebbe, da un lato, rendere più efficiente il meccanismo di produzione di leggi benefiche per la collettività (come dimostrato, appunto, dalle simulazioni), dall’altro, restituire ai cittadini medesimi quella forma di partecipazione diretta alla gestione della cosa pubblica che da troppo tempo la democrazia rappresentativa, basata esclusivamente sulle elezioni, ha negato loro.

Soluzioni simili, non basate su modelli matematici ma sul semplice buon senso, sono in realtà state avanzate, negli ultimi anni, anche da diversi politici, giuristi e giornalisti: si veda, ad esempio, la proposta di Segoléne Royal, di qualche anno fa, di inserire giurie popolari di cittadini sorteggiati nel Parlamento francese, oppure quella di Michele Ainis di prevedere una Camera di cittadini estratti a sorte (Corriere della Sera del 02/01/2012), o anche quella di Paolo Flores d’Arcais (Il Fatto Quotidiano del 24/04/2012) di dare ai cittadini, al momento del voto, l’alternativa di esprimere la propria preferenza per un partito/candidato o di iscriversi ad un sorteggio, riservando poi ai sorteggiati una percentuale di seggi pari a quella di chi non ha dato fiducia ai partiti. Quest’ultima proposta è particolarmente interessante in quanto consentirebbe di tradurre l’astensionismo in una occasione di partecipazione concreta. Se è vero, come mostrano le nostre simulazioni, che una qualunque percentuale di deputati indipendenti migliorerebbe l’efficienza legislativa di un Parlamento, legare questa percentuale al numero di astensioni e schede bianche o nulle avrebbe infatti il vantaggio di dare una rappresentanza politica anche a chi non ha trovato una possibilità di scelta nel panorama delle candidature offerto dai partiti.

Che oggi, dopo alcuni secoli di dominio incontrastato dell’equazione del tutto opinabile democrazia=elezioni, si stia ridestando un grande interesse per questo tipo di soluzioni basate sull’uso benefico del sorteggio in politica, è testimoniato pure  dal fatto che il Congresso Mondiale di Scienze Politiche IPSA (www.ipsa.org), che si terrà quest’anno, a fine luglio, a Montreal in Canada, ha dedicato una intera sessione  a questo argomento, invitandoci a presentare e discutere il nostro lavoro. Sarebbe certamente auspicabile che anche nel nostro Paese, soprattutto in un momento come questo in cui sono all’ordine del giorno importanti riforme come quella della legge elettorale e del Senato, possa aprirsi un dibattito serio e senza pregiudiziali su questi temi, e magari, perché no, possa immaginarsi una prima sperimentazione di questi modelli misti di elezioni e sorteggio a partire dalle assemblee locali, come i comuni o le regioni. In fondo, sono modelli che hanno funzionato benissimo per secoli. Cosa abbiamo da perdere?

Alessandro Pluchino – Andrea Rapisarda – Dipartimento di Fisica e Astronomia Università di Catania (26 Maggio 2014)

I due autori discuteranno il loro lavoro al Congresso Mondiale di Scienze Politiche IPSA (www.ipsa.org), che si terrà quest’anno, a fine luglio, a Montreal in Canada

Elezioni: votare second-best, ascese resistibili e declini

Non ci sono partiti o movimenti che capiscano bene i problemi europei, abbiano programmi del tutto convincenti (NON parlano della necessità di rafforzare Ricerca e Sviluppo specie da parte delle aziende), presentino tutti candidati credibili, che dimostrino indiscussa abilità e garantiscano alta probabilità di interventi saggi e innovativi, popolarità e di susseguenti successi.

Conviene ricorrere a criteri simili a quelli della teoria economica del “second best” (Lipsey-Lancaster). Se si mira a ottimi irraggiungibili, i risultati sono peggiori di quelli ottenibili mirando più in basso. Quindi elenca i candidati in scala decrescente: criminali, frodatori, incompetenti, bugiardi, irresponsabili, burini e scegli i “meno peggio” all’altro estremo.

Attenti ai noti gruppi di centro-destra e di populisti italiani. Foscolo disse che “l’onnipotenza delle umane sorti è alterna”. Non disperiamo: uscimmo anche del fascismo – sanguinosamente. Evitiamo oggi chi progetta tribunali in piazza e giudizi dati su Internet: dimostra ignoranza profonda proprio sulla Rete (che professa di capire e amare) e anche su tutto il resto. Quando un pubblicitario vuol fare il guru, svela di essere uno scervellato. Non crediamo a magnifiche e progressive sorti promesse da “criminali che fanno trappole per i fessi” (come disse Kipling).

 

Continuo con un mio pezzo del Marzo 2013 (che nessuno pubblicò), sul povero movimento Grillo-Casaleggio – su cui invito a riflettere.

 

Nuovo Ordine Mondiale: incultura. chiacchiere – senza distintivo  17/3/2013

Il comico inglese con bastoncino, baffetti e bombetta era più bravo di quello genovese coi capelloni. Il Grande Dittatore aveva un simbolo con doppia croce invece della svastica: distintivi riconoscibili, anche se insensati. Invece le 5 icone di M5S ricordano alberghi di lusso e contraddicono gli slogan di risparmio e rifiuto contributi pubblici. I programmi di quel movimento sono vuoti. I contenuti mancanti non vengono surrogati dalle urla nelle piazze, né da parole disseminate in rete con blog, video, chat, twitter. I toni ieratici e la preminenza di personalità individuali ricordano la Dianetica dello scrittore di fantascienza Ron Hubbard, poi trasformata in Scientology (chiesa condannata per vari reati e che diffonde confusione di idee inutili).

Una delle basi culturali di M5S è un video pretenzioso (su Youtube e su Gaia Casaleggio): NWO, New World Order. Descrive il nuovo ordine mondiale. Usa molta grafica: icone animate, foto e carte geografiche. La voce inglese, chiara e assertoria, dice che il 14/8/2004 è cominciata la rivoluzione della conoscenza. Ne elenca i precursori fra cui:

L’Impero Romano: aveva 100.000 kilometri di strade, percorse da messaggeri, da commercianti e da legioni. Le orde di Gengis Khan si concentravano contro un nemico dopo l’altro in base alle informazioni trasmesse da staffette veloci. Savonarola e Lutero diffondevano i loro messaggi riformatori in molte copie. Diderot e D’Alembert, con l’Enciclopedia, e Voltaire col Dizionario Filosofico, disseminarono l’illuminismo. Mussolini usò la radio per indottrinare gli italiani. Hitler si assicurò il successo coi film di Lena Riefenstahl. Clinton e Obama diventarono Presidenti usando TV e Internet. Al Gore non riuscì a essere eletto Presidente, col suo movimento internazionale massmediologico blaterava di disastri – riscaldamento globale antropico – e prese un premio Nobel finto. Beppe Grillo adottò la comunicazione online e nelle piazze e urlando chiacchiere si è affermato nelle elezioni. Il video glissa su quei personaggi che fecero ben presto una brutta fine e passa a profetizzare gravi crisi dei paesi occidentali, di Cina, Russia e Medio Oriente.

Vaticina: nel 2020 scoppia la Terza Guerra Mondiale. Le armi nucleari e batteriologiche uccidono miliardi di persone. (è bestiale che consideri inevitabile questo rischio estremo senza dire una parola su che cosa fare per averterlo!) Ne resterà in vita solo un miliardo e farà grandi passi verso la rivoluzione della conoscenza collettiva. Dice che spariranno libri, giornali, radio, TV: saremo tutti uniti in rete. Dice che è vitale comunicare in rete, a parte i contenuti. (Decenni fa, lo aveva detto Marshall McLuhan: “The Medium is the Message”: il Messaggio è il Mezzo, e, già allora, era un’asserzione irrilevante e stupida).

Dice che comunicheremo di continuo manifestando le nostre idee (quali?) e i nostri desideri realizzando nel 2040 la “Net democracy”: democrazia in rete. Dice che nel 2047 Google comprerà Microsoft e realizzerà “Earthlink” la nostra identità online: chi non l’avrà non esisterà più. Sostiene che nel 2050 l’intelligenza collettiva in rete risolve problemi difficili con una struttura chiamata “braintrust”; che nel 2051 sarà abolita ovunque la pena di morte; che nel 2054 ci sarà GAIA  il governo mondiale senza partiti, religioni, ideologie; che saremo liberi e parteciperemo alla “collected knowledge”: conoscenza raccolta. Un altro video apre con; MAN IS GOD di sapore Nietzschano. Questa accozzaglia informe denota la incapacità di distinguere un belin da una cattedrale, come si dice a Genova. Ma proviamo a raccogliere almeno qualche brandello comprensibile di discorso.

Per parlare di conoscenza bisogna averla – e si ottiene studiando. Questi M5S e il loro ispiratore pubblicitario non studiano. Usano un linguaggio scheletrico (che ravvivano con turpiloquio banale) e riesumano “catchword” (neologismi di moda) presi in prestito ovunque. Da Alvin Toffler riprendono l’affermazione che non ci saranno più produttori e consumatori: saremo tutti “prosumer” (producer + consumer). Però non afferrano nessuno degli acuti ragionamenti di Toffler: le idee sono dimenticate e resta solo un nominalismo inefficace.

Da Second Life, video giochetto del 2003 rapidamente declinato, si trae la convinzione che nel 2027 Prometeus, altra enorme risorsa online descritta sempre vagamente, ci darà SPIRIT. È un trucco online che permetterà a ciascuno di noi di diventare chi vuole: crearsi una nuova personalità e avere nuove esperienze nel tempo e nello spazio. Esempi: assistere a eventi sportivi e rivivere guerre, rivoluzioni, cerimonie.

Queste aperture sono presentate come prodotti originali, personalizzati – ottenuti da attività cooperative in rete. Non sarebbe così. Creare animazioni è un lavoro altamente professionale eseguito da persone addestrate. Anche questi prodotti sofisticati hanno qualità variabile. Se sono improvvisati da chissà chi hanno bassa qualità e non servono a niente. Questi sedicenti guru credono che diffondere conoscenza sia un lavoro facile da realizzare con sapienza in pillole, slogan, icone, schemi, video. Non hanno mai sentito dire che “Ars longa”.

Un obiettivo importante del nuovo ordine mondiale sarebbe l’abolizione dei diritti d’autore. Al copyright si sostituisce il “copyleft”. Tutti possono copiare  e disseminare ogni scritto, ricetta o formula. Questo accadeva nei tempi antichi e giravano testi apocrifi, degradati, centonati. Liberalizzare tutto è concetto attraente (che ricopiano da altri), ma non serve a ottimizzare la qualità. Propongonola “Opencola” una lattina vuota su cui è stampata la ricetta della CocaCola. Ognuno se la fa da sé. Saranno libere le ricette delle medicine, anche queste ce le faremo da noi. È facile prevedere che sprecheremmo tempo e denaro, ottenendo risultati inefficaci e anche letali.

Un altro video presenta l’arma segreta per assicurarsi i vantaggi delle comunità online. Sono gli “influencers”, gli influenzatori: giovani persone che indagano su quali siano le scelte migliori e convincono il pubblico a uniformarsi con recensioni e con tweet. Le comunità impareranno a scegliere teorie, credenze, vestiti, gadget, luoghi per le vacanze. Trarranno cultura e saggezza da Wikipedia, competenze professionali da Linkedin, amicizie da Facebook.

In questi ambienti, dunque, girano poche idee, ma confuse. Non è vero che qualunque cosa abbia spazio on line abbia anche significato e valore notevoli. Non sono sullo stesso piano Google, Wikipedia, Linkedin, Facebook.

Google è un ottimo motore di ricerca che permette in tempi minimi di reperire informazioni di ogni tipo. Lo usi gratis – e non ti aspetti che sia un distributore di verità assolute. Gli inventori, Larry Page e Sergej Brin sono diventati miliardari con la pubblicità, ma vanno considerati benefattori, oltre che innovatori straordinari. Wikipedia è un’opera di notevole valore, anche se molto ineguale. Chi collabora gratuitamente a disseminare proprie conoscenze su questa enciclopedia aperta compie una buona azione.

Linkedin permette di contattare persone interessanti professionalmente in vari campi. Appartenere a Linkedin, però, non è una patente di competenza professionale. Facebook permette di comunicare con amici vecchi e nuovi, non registra dati, né conoscenze e serve anche a trasmettere notizie neutre o pettegolezzi.

Concludo: il mezzo non è il messaggio. I messaggi seri e utili non si improvvisano. Aiutare pubblico e giovani ad acquisire buoni criteri di giudizio è meritevole, ma la scuola lo fa troppo poco. Chi è a favore della rivoluzione M5S dovrebbe a meditare su questi punti e a informarsi. M5S sarà un fuoco di paglia. Nel 1946 il Movimento dell’Uomo Qualunque di Giannini mandò in Parlamento 30 deputati. In Francia nel 1956 Poujade protettore dei piccoli artigiani, ne mandò 52 all’Assemblé Nationale. Durarono poco.

Roberto Vacca

Facebook, ovvero metafora di un nuovo modello politico

Non occorre affidarsi a chissà quale agenzia di rilevazioni dati per rendersi conto che sempre più spesso in politica – e mai come in questa ultima campagna elettorale – l’espressione più usata dai politici  è “ci metto la faccia”.

E non occorre essere un linguista per accorgersi che questa espressione  altro non è che la traduzione, più o meno letterale, di un neologismo, Facebook,  coniato nel 2004 da Mark Zuckerberg, studente di Harvard,  che aveva preso  lo spunto da un elenco con nome e fotografia degli studenti, che alcune università statunitensi distribuivano all’inizio dell’anno accademico per aiutare gli iscritti a socializzare tra loro.

Un neologismo, oggi,  che corrisponde non solo a una realtà economica quotata  in Borsa ma soprattutto a un nuovo modello di  comportamento sociale e dunque “pubblico”, utilizzato sempre più spesso dalla politica.  Da  coloro che si candidano sperando di essere votati,  dalle trasmissioni televisive che affrontano il dibattito politico e perfino, senza saperlo, dagli elettori che decidono di astenersi dalle votazioni.

Per   Facebook  l’importante è rivelarsi, dato che il punto di partenza è il profilo che ogni partecipante si deve costruire per appartenere, da subito, alla comunità e cominciare ad interagire. Una comunità che non ti pone nessuna condizione di appartenenza se non quello di piacere a qualcuno e di essere scelto. Una scelta, però, che non si basa su quello che realmente sei,  non dovendo necessariamente corrispondere alla realtà tutte le informazioni del profilo, ma a quello che vuoi sembrare essere.

Una comunità senza gerarchie dove il linguaggio non è mito, non è prosopopea, ma corrisponde al linguaggio del quotidiano.  Una comunità dove conta l’idea di potersi mettere in relazione con gli altri, non necessariamente il farlo.

E’ una comunità, infatti,  quella di Facebook  che non ti obbliga ad agire.  Puoi farne parte anche solo guardando e vedendo e quello che postano gli altri: una foto, un link, un blog, insomma qualsiasi cosa che ti arrivi  attraverso la Rete. Non è necessario esporsi o fare commenti: solo una minima parte commenta  i post che vengono degli altri. Si commenta, in generale,  rispondendo con un altro post. Apparentemente una comunità liquida, senza confini.

Apparentemente,  perché  Facebook per essere Facebook, per far sì, cioè,  che ogni “faccia” possa incontrarsi e vedere quello che l’altro fa, si basa su un aggregatore, cioè su un software o applicazione web, in grado  di ricercare informazioni e riproporli in “forma aggregata” per un obiettivo di fruizione che può essere di qualunque tipo: di business, sociale, culturale, consenso politico etc.

E la forza di Facebook in Italia è  stata così dirompente- 24 milioni sono i suoi iscritti, contro i 4 milioni a  Twitter e i 3  a Linkedin – che la politica ha scelto, o è stata costretta a scegliere, il modello Facebook per interagire in ogni ambito.

Nelle trasmissioni televisive dove ognuno mette il proprio post – basta osservare il format de  La Gabbia- senza  sentirsi obbligato a rimettere al centro della discussione il dialogo.

Nel  modello di comportamento politico  del Movimento 5stelle che per esistere deve postare sempre una proposta nuova: dalla designazione del presidente della Repubblica e  dal suo impeachment,  fino all’idea di un nuovo Tribunale di Norimberga per giornalisti e politici, senza, peraltro,  sentirsi costretto ad  intavolare  una discussione o un progetto con gli altri. Importante è postare, sempre una nuova proposta, una nuova idea.

Nel fenomeno dell’astensionismo,  in quanto gli elettori che non andranno a votare – e sembra che in futuro siano destinati a crescere in modo esponenziale –  praticano il modello Facebook, sentendosi  partecipi di una vita collettiva,  semplicemente  assistendo ai dibattiti politici.

Nel continuo sforzo dei leader politici di trovare proposte che abbiano la funzione di svolgere la funzione di aggregatori in grado   creare comunità di elettori, con buona pace delle tradizionali strutture partitiche .

Il modello Facebook applicato alla politica significa, dunque,  che se fino ad ieri le  figure chiavi della  politica moderna sono state lo Stato e l’individuo,  in eterno e continuo conflitto, l’uno specchio e nutrimento dell’altro, oggi le figure chiavi sembrano essere, anche, la Rete e gli amministratori pubblici che devono e governare in nome e per conto dell’intera comunità.

“Amministratore”, peraltro, è anche il nome che viene dato a colui che detta le regole di accesso di Facebook e di qualsiasi pagina  che viene creata  su Facebook.

Inevitabile  ed inquietante dedurre che ormai dalle reciproche relazioni  etiche, politiche, culturali, economiche, giuridiche  tra le rete e gli amministratori pubblici, prenderà forma il modello della  politica contemporanea   con tutti gli inevitabili rischi di “imperialismo” che qualsiasi forma di modello politico è destinato, sempre e  comunque, ad assumere.

Ma la Rete, e dunque il modello proposto da Facebook, non fa che ribadire, una qualità acquisita dalla politica moderna: la volontà/necessità  di convivenza insieme all’accettazione del pluralismo. Non è  poco.

 Monica Amari

DIALOGO SU GRILLO E SULL’ANTIPOLITICA

QUASI NULLA SARA’ COME PRIMA QUANDO L’ANTIPOLITICA TRIONFERA’

Valga la confessione di uno tra i giornalisti più fradici di vecchia politica legittimista, persino capo di una lista elettorale, cioè aspirante gerarca. Curzio Maltese ha asseverato la realtà in modo impeccabile: “La professione politica ha fallito”. Bravo Maltese che non ricorre ai consueti giochi di mano, tre o più carte, per nascondere la sconfitta  propria e dell’intellettualame intero. E che ammette la fondamentale falsità di un settantennio di vanti del pensiero democratico unico.

Le cose stanno veramente come dice il Nostro.  L’esplosione antipolitica degli ultimi anni è il fatto storico più importante dalla caduta delle dittature nazista, fascista e comunista. I popoli si affrancano, insorgono, e i padroni cui si rivoltano sono i professionals dei partiti, gestori della frode elettorale  a mezzadria col denaro e con la corruzione. Settant’anni troppo tardi, Curzio Maltese scopre che la democrazia rappresentativa e la Carta costituzionale sono il nemico. Constata che nell’assetto postfascista/postcomunista il Demos non conta nulla, si è spossessato a favore dei Proci usurpatori e saccheggiatori.

Occorrerebbe -si rassegna ad ammettere il capolista ‘Tsipras’- tornare a un assetto ‘ateniese’, nel quale tutti i cittadini (quelli qualificati, degni del nome -NdR) fanno le loro normali occupazioni; si trasformano a turno (soprattutto attraverso il sorteggio/sortition -NdR) in legislatori e governanti pro tempore; poi tornano alle loro occupazioni. Un po’ come il servizio militare degli svizzeri.  L’esperienza dei parlamentarismi partitocratici, specialmente in Italia Francia Spagna Portogallo Grecia, ha dimostrato al di là di ogni dubbio che la delega elettorale esprime una classe di potere immancabilmente deteriore e ladra.

Ecco perché l’Antipolitica è la svolta più epocale dal 1945 in Italia, da un quarto di secolo nell’ex campo socialista. Onore e riconoscenza a tutto ciò che ha mosso la frana antipolitica. Da noi il grillismo, sgradevole o equivoco quanto si vuole, ha fatto da grimaldello, da maglio, da indispensabile ostetrica di una nascita gioiosa. Ha articolato in schiamazzi, sbraiti e vaffa un sentimento di fondo che era inespresso in quasi tutti. Oggi che è un movimento temibile gli si imputa che ‘non costruisce’. Forse è così. La lunatica strategia di vincere per la via parlamentare potrà fallire. Dovesse un giorno trionfare, c’è il pericolo che degeneri in partito, solo momentaneamente meno putrido degli altri segmenti della Casta. Ora come ora il movimento è un pesante martello demolitore, indispensabile per abbattere l’abusivo ecomostro; un piede di porco senza il quale non si schioda il sistema.

Questo invoca -di fatto- il sunnominato giornalista della cleptocrazia. Questa è la logica dell’insurrezione antipolitica. Oggi un tot di tizi qualsiasi, più o meno individuati dalla Rete, si sono trovati parlamentari, aspiranti guastatori, pedine di un gioco troppo grande per loro in quanto dominato da croupiers farabutti. Oggi possono solo intralciare, sabotare, fare cagnara. Un giorno, forse non troppo lontano, i tizi qualsiasi reclutati dal Web saranno -se qualificati, se veramente cittadini- sorteggiati per esercitare brevemente la sovranità al posto dei lenoni e degli spacciatori della delega elettorale. Spesso, ogni volta che sarà necessario, saranno giudicati dal referendum telematico: i pochi, quasi nessuno, che non possiederanno un computer, un tablet, un telefonino riceveranno gratis una monocellula elettronica, valore un euro, capace di registrare e trasmettere solo Sì/No.

Questo è, al fondo di tutto, il senso del vincere dei populismi antipatici e contraddittori ma sacrosanti. Sono l’avanguardia dell’insurrezione antipolitica generale e della democrazia diretta, parzialmente elettronica, alternativa obbligata allo sfascio in grande.

Antonio Massimo Calderazzi
GRILLO E LA SUA ANTI-POLITICA NON DEVONO PASSARE

A dispetto di quanto sostiene l’amico Calderazzi qui sopra, non mi sembra ragionevole ritenere che dal grillismo dilagante possa mai nascere niente di buono. La democrazia diretta, internet, la partecipazione dei cittadini e via dicendo sono drammaticamente e semplicemente i fronzoli piacioni di un movimento che altrimenti apparirebbe per quel che è: leaderista quanto il peggior stalinismo, sfascista e cripto-fascista, plutocratico e promotore dei più beceri rigurgiti di ignoranza e anti-intellettualismo.

Le votazioni sul blog di Grillo riguardano un numero ridicolo di persone (decine di migliaia, a fronte di quasi dieci milioni di elettori), la loro regolarità non è accertata da alcun ente terzo e manca – ma questa è una battaglia propria di Internauta – un qualsiasi criterio di selezione e di merito per i contributi e le eventuali cariche. Già anni fa Isaac Asimov metteva in guardia «dall’idea sbagliata che in democrazia la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza». Un insegnamento a cui gli scherani del comico genovese sembrano immuni.

Il danno che questa masnada di aspiranti sudditi di due aspiranti dittatori (che più inquietante di Grillo è il suo sodale Casaleggio) stanno facendo all’idea di democrazia diretta neo-ateniese, o random-crazia, è incalcolabile. Per gli anni a venire le pur buone proposte che potrebbero nascere in questo ambito saranno squalificate agli occhi delle persone non attirate nella trappola dell’anti-politica grillina. La reazione del sistema a Grillo – che per il principio azione/reazione ci sarà di sicuro – travolgerà anche quei buoni concetti, usati dal M5S come orpelli, che avrebbero meritato miglior fortuna. Prendere le distanze dall’antipolitica e dal grillismo mi pare doveroso per chiunque non voglia veder morire con le fortune del comico-urlatore anche le speranze di un miglioramento della nostra forma democratica. Perché se lo scontro si polarizzasse tra la “casta” e questi sedicenti movimentardi, lunga vita alla casta. Meglio i corrotti dei pazzi.

Tommaso Canetta

SORTITION WILL HAVE TO WAIT FOR A GREAT LEADER WHO WILL RENEGE THE BALLOT DEMOCRACY

Choosing the Head of State in a parliamentary republic is a contradictory endeavour. Said kind of republic stays in a smallish number of countries. Yes, it flourishes in such an important system as Germany, with the ancillary context of Austria, then in some fifteen nations of Europe. Most Latin-American systems are modelled after the United States, the foremost among presidential republics; there the head of state leads the government too. So in non-parliamentary systems the popular vote elects a very relevant officer, who fully heads the Executive branch of government.

In a parliamentary republic the President (First Citizen) is the adjourned version of a constitutional (non-absolute) monarch, the one who reigns but doesn’t govern. He is a hybrid statesman who is not supposed to lead the majority party or coalition, so he can counterbalance the head of government (in case of need even topple him). Usually he is a high ranking but not dominant politician, who is prestigious enough as to be elected, however not in control of the political scene. The present First Citizen of Italy (Giorgio Napolitano) is exceptionally influential because of special circumstances. At 88, he will probably leave in a few months -this being the reason why here we deal with his office.

Not to have to choose this kind of president (i.e. a republican term-monarch) is one of the reasons why so many modern and advanced nations such as Japan, Britain, Sweden, Norway, Danemark, Netherland, Belgium, Luxemburg stick to the hereditary monarchy. Nowaday such hereditary monarchy is of course a perfectly illogical istitution, in view of the inferior quality of so many kings and queens of history. But those countries detest elected presidents.

In parliamentary Italy the perfect preconditions are given, theoretically, so that sortition should prevail as the way to choose a First Citizen:

a) our republic is demonstrably the worst political mechanism in the Western world. Changing it is imperative -most oligarchic politicians admit, or pretend to admit, this;

b) Italy is presently governed by a very brilliant, young (39) “turboPremier”, named Matteo Renzi. He has already proved to possess the will and the capability to radically renovate, even revolutionize the institutions. He undertook to abolish the Senate as a true chamber of Parliament.

We should reconsider the political role of great personalities against, say, the role of the collective will or of the Zeitgeist. Prophet Mohammed was able to invert history alone -his Islam transformed the disconnected, primitive, predatory tribes of Arabia into an imperial nation and into a great civilization. In our time a strongwilled Italian statesman could make the difference for sortition, should he decide to renege representative democracy. The combination on said preconditions might convince the Italian oligarchs to let a domineering Premier to introduce sortition, if only to select a First Citizen. Otherwise, in the absence of somebody resembling Mohammed, many decades will be needed for sortition to win.

Perfect parity among citizens to be sorted is impossible, given the chance that the lot chooses a simpleton or a criminal, or an otherly unqualified person. Therefore sortition should inevitably involve a restricted number of first-class citizens. For instance, if all of them were university principals, high judges or top administrators, nobody could oppose that the president choosen by lot were an ignorant.

However, we are dreaming. The chances are minimal that prime minister Renzi will decide to break the rules concerning the choice of the head of state. Other priorities will prevail. Sortition can only follow the utter discredit of entrenched habits, institutions, political climate and culture. Robber oligarchs must decide to accept the cancellation of representative democracy. Up to that moment their caste will go on bargaining the choice of heads of state who either are professional politicians or are coopted in the caste. Going to sortition can only be a Copernican revolution.

A.M.Calderazzi and Associates of www. Internauta online

DIFENDONO UN SENATO DA AZZERARE GLI AGONIZZANTI DEL SINISTRISMO FATUO

Uno spagnolo di grosso calibro, che ai suoi pari preferiva i popolani, chiamava i notabili liberal-conservatori che aveva sbaragliato “los politicastros”. Come non denominare “los profesorastros” la manciata di attempati accademici di sinistra, più una malcapitata sacerdotessa, che hanno levato l’allarme sullo smottamento della democrazia se finirà il bicameralismo perfetto? Di veramente perfetto c’è piuttosto la comicità delle cose che dicono e fanno los profesorastros.

Augusto Barbera, senatore PC per 18 anni, ministro per 4 giorni con Ciampi, soprattutto ordinario costituzionalista a Bologna, non ha usato mezzi termini per ridicolizzare le sentinelle della democrazia (Rodotà, Zagrebelski eccetera): “Non vedo proprio cosa ci sia di autoritario nella riforma Renzi. Quattro costituzionalisti non rappresentano i circa duecento costituzionalisti italiani. Sono sbalordito a sentire che il monocameralismo depotenzierebbe il parlamento. Parte della sinistra vuole rafforzare non il parlamento ma i suoi poteri di veto: ai quali poteri le due Camere si prestano in modo eccellente. (…) Facciamo una Camera sola. A costo di dare ragione a Berlusconi, bisogna riconoscere che tra i premier europei l’italiano è quello che ha meno potere”.

Il professore Arturo Parisi, anch’egli ex-ministro, ha liquidato così il conato dei talebani della Più Bella: “Gente che dopo la rottura del 1993 ha lavorato per la continuità, anzi per la restaurazione”. Per il cattedratico Gian Enrico Rusconi “le tante belle parole dei professori non hanno prodotto nulla. Non è così che si convince una generazione che si sente presa in giro dalla politica”.

Il rigetto più articolato del Non Possumus dei profesorastros lo si deve all’accademico Luca Ricolfi, coll’articolo “I feticci abbattuti dal Premier” (La Stampa). Per Ricolfi non sono solo feticci, anche “dogmi pregiudizi miti totem e tabù” che imprigionano i vati della cultura progressista, i “venerati maestri” come li chiamava Edmondo Berselli. “Se oggi l’Italia è profondamente diseguale, con una frattura micidiale tra garantiti e non garantiti, è perché per decenni ci siamo tenuti questa sinistra miope e conservatrice. Nel loro desiderio d’essere ascoltati dal Principe, i professori tipo vate si stupiscono che la politica non abbia bisogno di loro. Ma a volte è stato un bene che la politica non abbia ascoltato i narcisisti e gli ingenui”.

Massimo Gramellini, senz’essere un accademico, non ha negato il suo cachinno alla “conventicola di intellettuali che da decenni dice no a qualsiasi tentativo di cambiare questo sistema sclerotico (e che oggi si stringe come una vecchia cintura di castità intorno al povero Tsipras”). Coll’occasione segnaliamo che Gramellini si è ascritto a una faceta congregazione dei “boldrinologi”. La loro taumaturga è un caso limite di engagement da vaudeville.

Fin qui abbiamo lasciato fare ad altri, tanto più illustri, il lavoro perditempo e innecessario di criticare con le buone maniere i bonzi della Sinistra degli Avelli. Per conto nostro crediamo non ci sia scherno che basti a dire agli isterici e ai fissati il fatto loro. Sono gli ultimi zelatori/zeloti di una causa che hanno fatto morire senza gloria col settarismo praticato dai giorni della “vittoria” del 1945. Il comunismo degli intellettuali è una delle imprese fallite con più disonore in assoluto; laddove il quasi-comunismo caritatevole dettato dall’anelito religioso è ben vivo, anzi si rafforza: dal cattolicesimo di base al solidarismo dei Fratelli musulmani. Quanto alla carità dei laici, essa non esiste.

Esiste l’esilarante deplorazione della Boldrini che il lussuoso Grand Hotel di prossima apertura a Torino, 5 stelle, si chiamerà Gramsci (in quell’edificio il Fondatore ebbe l’alloggio, la redazione di Ordine Nuovo e la plancia-comando della Occupazione delle fabbriche (1921), prova generale a Torino della rivoluzione dei soviet operai fantasticata da Gramsci e seguita, of course, dalla Marcia su Roma). La bluebell di Montecitorio ha stigmatizzato la profanazione, facendo capire che in futuro scenderà col suo compagno solo in dormitori low cost, o in agriturismi per immigrati cingalesi.

Nel passato la spocchia dei sinistristi intellettuali ha dato potere e ricchezza a loro; nulla alla loro causa, che infatti rantola. In quasi un secolo di cultura ‘aggiornata’ la spocchia non ha prodotto alcun costrutto. In compenso ha contribuito in grande a far detestare dalle masse, persino odiare, i valori e gli obiettivi della sinistra. Oggi il berlusconismo sopravvive solo perché esistono zattere di naufraghi comunisti; perché sono stati troppi i vanti bugiardi della cultura marxista (spesso rappresentata da gente dello spettacolo e da orecchianti); perchè non si spengono i ricordi dei misfatti bolscevichi, staliniani, partigiani, et cet.

Pervenuto, per gli errori dei suoi avversari, a successi insperati e implausibili, il comunismo è morto dopo pochi decenni di potere e di vanagloria, laddove le grandi idee-forza durano millenni. Gli ultimi comunisti invasati si sono ridotti al calvinismo da ridere dei diritti e alla socialità burlesque della Boldrini.

Per queste amare riflessioni di chi, assieme a innumerevoli milioni di illusi, aveva sperato nel comunismo degli ideali, lo spunto era il Senato. Ma non merita che ne ragioniamo. Il doppione Senato va semplicemente cancellato in tutto, in simultanea al dimezzamento della Camera superstite e alla nanizzazione di stipendi, pensioni, vitalizi e fringe benefits. Ai dipendenti di ogni grado della Camera Superflua, così come a quelli del CNEL (che non è una camera ma un ripostiglio istituzionale, per il quale dobbiamo gratitudine eterna ai Costituenti del 1948) non andrebbe assicurata alcuna ricollocazione, solo un soccorso alimentare, 700 mensili.

Quando Dio vorrà nemmeno una monocamera sarà elettiva; ‘elettiva’ è una parola sporca, da non pronunciare a tavola: vuol dire prodotta dalla frode dei politici professionisti. Un giorno sarà il sorteggio, non il meccanismo della spoliazione elettorale, a reclutare i legislatori, i patres conscripti ( si chiamarono così i senatori dopo che la riforma di Servio Tullio ammise in Senato i maggiorenti plebei). Nei secoli della gloria, di Roma come della repubblica di Venezia, i parlamenti manco a dirlo erano monocamerali.

Porfirio 

ARGUMENTS TO WIN MINDS AND HEARTS TO SEMIDIRECT DEMOCRACY BY SORTITION

The hard truth is: in those advanced societies whose parliamentary/electoral mechanisms are long established , the immediate prospects of sortition are either next to nihil ,or very slight. The consensus still goes to passing sovereignty to elected, professional representatives. The technology to cancel such delegation to politicians is now available. It’s public psychology that lags.

Instead semi-direct democracy, either selective or not, is the intuitive alternative to both electoralism and autoritarian rule in countries that, in a definition of Oliver Dowlen, are “modern cases of extreme democratic breakdown”. If democratic breakdown is meant in a symbolic rather than strict way, then nations such as Italy, Spain, Portugal, Greece, Argentina, many additional Latin American republics are places where sortition has some mid-term opportunities.

In these cases, the proponents of change should assign first priority to showing the failures of electoral democracy rather than to defending the superiority of any particular version of direct democracy. Sectarian infighting among advocates of sortition is worse than wrong, is self-defeating. So it’s perhaps pertinent that we list a number of common argumentations on the senility of the electoral process and philosophy.

 

Traditional democracies cannot be participatory. Active participation requires the trust that participating is likely to produce results. Over time democracy has been degraded to rule by career politicians. They do what they want and hold the people in irrelevance. The government has become so arrogant and overwhelming that we lack real liberty. People have literally nothing to say about public affairs.

It is now possible to contact and involve huge numbers of citizens who do not have access to the communication resources traditionally possessed by the established mass parties. The high likelihood of interactive links in all homes in the Western societies enhances the prospects of some kind of direct democracy. Sortition promises to be a very efficient mechanism for the selection of deliberators and of operational officers.

It’s not logical nor admissible that, 14 years into the Third Millennium, the political process stays unchanged as it was in the18th century. When Thomas Jefferson was president of the United States the trip from Monticello, his estate in Virginia, to the White House took three days on horseback. In 1831 the federal employees were in the U.S. 11,491; today they are several millions. And Internet is able to turn any giant nation into the cyber-equivalent of the Greek city-state. Rather than propping up tyrants, Internet can totally empower the citizens.

Direct democracy should be each citizen personally controlling the government from his home through a secure interactive network. Instead partisan politics, special interests and money behind them and behind candidates excavate beneath popular sovereignty. It empties it. In fact, direct (also semi-direct) democracy should be eliminating professional politicians, partisan politics, corruption and the role of money.

The enemies of change are used to warn that direct democracy is a highway to despotism. But history and political science suggest that common man, given the right circumstances, can be rational and discerning enough.

A geological change has happened in Western politics- the dramatic obsolence of the traditional institutions: political parties, establishment media, parliaments, lesser assemblies. Technology makes it possible to bypass them. Traditional mechanisms were deliberately designed three centuries ago so that popular passions were filtered before they could become legislation. Additional filters were added. Most filters are now superannuated. The parties are moribund, Parliaments are ponds of stagnant water.

 

The Fishkin theory

In 1992 James S.Fishkin, professor, Univ. of Texas, offered a scheme whereby randomly chosen citizens would be given the opportunity to deliberate. Fishkin proposed “a full-scale national random sample of 600 people gathered to a single site where they could question the presidential candidates”. In his opinion, that random sample would be a scientifically representative microcosm of citizens deliberating on issues. The precondition would of course be that a small group can be an accurate barometer of the public sentiment. Such a completely new form of semi-direct democracy supported by information technology would have randomly chosen average citizens doing the hard work of democracy that most of us don’t have the time, or will, or knowledge to do. It’s the way the jury system works. The 600 people could be described as a macro-jury, but the macrojury could be much larger, could be f.i. 600 thousand.

Twenty years ago, more or less, the American business magazine “Forbes” recapitulated: “Technology has rendered totally out of date the idea that authorities can control morality and culture. Politicians may still give speeches about everything noble, bur everyone knows that the talk is just reactionary gabble. The old political carnival, the old game of big promises on election day, soon forgotten in the enjoyment of power, is over”.

Futurologists Alvin and Heidi Toffler argued that “spectacular advances in communication technology open, for the first time, a mind-boggling array of possibilities for direct citizen participation in political decision-making. We the people must begin to shift from depending on representatives to representing ourselves”.

In conclusion, with most homes in advanced countries having a modem, the decline of the polling place is at hand. And when we can vote from home, it’s hard to believe that choosing candidates won’t be expanded to choosing politics.

A.M.Calderazzi and Associates of www.Internauta online 

CONGIURANO PER UCCIDERE RENZI. MA PUGNALARE CESARE SERVI’?

Per una volta è giusto prendere le mosse dal Pensiero di Alessandro Sallusti. La cosa non è bella, visto che il direttore del ‘Giornale’ è ex officio, cioè necessariamente, uno di quei liberti, o schiavi, o eunuchi di palazzo che, sotto cattivi imperatori o sotto sultani inebetiti dalle fatiche di harem, pervennero a potenza e più ancora a ricchezza irraggiungibili da personaggi di calibro e di anima più alti. Ma una volta che il liberto di Arcore dimostra più talento di altri persuasori professionali, giù il cappello.

Sallusti ci ha ricordato che alle Idi di marzo di duemilasettanta anni fa i 60 senatori di Giunio Bruto e Gaio Cassio decisero di pugnalare Giulio Cesare: dittatore democratico, nel senso di amato dal popolo, stava demolendo la componente oligarchica ossia senatoriale della sovranità romana (la quale si definiva SPQR, Senatus Populusque Romanus/i). Ammazzare Cesare non servì. Un paio d’anni di guerra civile e il nipote Caio Giulio Cesare Ottaviano trionfò, primo imperatore dinastico. La Repubblica degli Ottimati morì davvero.

Ora il presidente della Camera si fa per dire Alta, prestanome dei Sessanta nuovi anticesariani anzi dell’intera Casta presieduta dal Colle, prova a trafiggere Renzi, troppo simpatico al popolo. Ma anche la repubblica di 2070 anni dopo quelle fatali Idi, la Repubblica dei Pessimati, sta morendo. L’hanno condannata i suoi appaltatori ladri, la rimpiangono Rodotà, Zagrebelski e altre salme.

Riuscissero i congiurati ad abbattere l’uomo del Nuovo Rubicone, la guerra civile potrebbe anche non scoppiare, tale è la nostra vocazione panciafichista. Ma chi può dubitare che il trionfo dei Pessimati sarebbe effimero, e dopo si ergerebbe il vero Distruttore della cleptocrazia, l’Ottaviano Augusto capace di trattare i renzicidi con l’efferatezza di quel direttore vichingo dello zoo di Copenhagen che sopprime miti giraffe e leoni anche cuccioli?

Molti pensano che Renzi sia l’ultima speranza del malsistema sorto tra il 1945 e il ’48. Se il puledro toscano si farà scozzonare (=aggiogare al carro o all’aratro) tanto prima del previsto, sulla questione della Camera Inutile, contestualmente si spegnerà l’ultima speranza del regime. Se invece il premier salverà la faccia avendo lottato più a lungo, il risultato sarà uguale: il Malsistema è come ammalato di SLA, non può non morire.

Bruto e Cassio fecero male i conti. Sconfitti in battaglia a Filippi due anni dopo avere pugnalato Cesare, si uccisero entrambi e l’impero che avevano tentato di esorcizzare durò quasi cinque secoli in Occidente, più o meno il triplo in Oriente. Giovanni Boccaccio fece venire di moda la loro esaltazione come tirannicidi e campioni della libertà. Ma Boccaccio, si sa, aveva l’immaginazione ludico-salace. In realtà Bruto parricida (Tu quoque fili!) tentò con Cassio di procrastinare la fine del Vecchio Ordine. Lo stesso tentano, non disinteressatamente, i congiurati di Grasso salma-in-chief e le prèfiche della Più Bella delle Carte da parati.

Che alla combutta di questi ultimi si sia unito il furibondo Grillo, che sbraita a difesa della Costituzione dei Pessimati, sembra buffo. Invece è logico. Vuole far crollare il Regime (alla lunga ha ragione; nell’immediato si schiera con le salme) e l’eventuale renzicidio avvicinerà l’ora del crollo.

A.M.Calderazzi

QUANDO LO STIVALE SI SALVERA’ COME BENE CONDOMINIALE U.E. ARTE MODA CALCIO BALNEAZIONE

“No puede lograrse nada bueno aquì; el Pais se va a desgarrar en los anos venideros (anni venturi)”. Può sembrare il giudizio che dell’Italia darà J.L.Rodriguez Zapatero, l’ex premier spagnolo, dopo che -fallita la crociata di Matteo Renzi e arrivato il default- egli avrà governato qualche settimana la Penisola su nomina dell’Europa (anche Barroso è un ex-primo ministro iberico). E invece no. “No puede lograrse” lo disse il duca d’Angouleme figlio del re di Francia Carlo X, dopo aver invaso nel 1823 la Spagna alla testa dell’armata dei Centomila Figli di San Luigi, che restaurò l’assolutismo di re Fernando VII.

Perché il sottoscritto Porfirio presagisce che la Repubblica nata dalla Resistenza e svaligiata dalla Casta dei Ladri finirà protettorato o dominion dell’Unione Europea? Risposta, perché è un ottimista. Prevede che alla sconfitta di Renzi, dagli opinion makers dei media additato come l’ultima chance o spiaggia, non seguirà una débacle alla greca o, peggio, la fine drammatica di Weimar. La storia si sforza di non ripetersi. Perciò Francoforte pagherà il nostro debito fino all’ultimo Tallero (nuova denominazione della valuta unica, adottata dopo le ripetute affermazioni elettorali dei populisti/euroscettici).

Porfirio dunque prevede che da noi prevarrà il Bene invece che un generale golpista; e che il Bel Paese, accertato junk e inidoneo all’indipendenza, sarà dichiarato territorio federale (=condominiale) dell’Europa. Così la capitale degli Stati Uniti non sorge in Virginia o in altro Stato confinante, ma è District of Columbia, proprietà comune di tutti gli Stati dell’Unione. E così Puerto Rico è un “commonwealth”, non una colonia, degli USA.

L’annessione (a statuto speciale) all’Unione metterà in fuga il Peggio e sarà salutata dal tripudio irresistibile di decine di milioni di cittadini, etnici compresi. Così come nel 1860 fecero i regnicoli delle Due Sicilie, i sudditi del Granduca e del Papa, eccetera. Vasto e orgiastico giubilo provocherà la destinazione al macero della Più Bella delle Costituzioni, vantaggiosamente sostituita da una direttiva della Commissione di Bruxelles, redatta dal vicepresidente emerito Olli Rehn, assistito da un manipolo di giuristi estoni del tutto indifferenti al retaggio del diritto romano e alle sentenze della disciolta Consulta.

Dicevamo della sfrenata esultanza per la macerazione di milioni di copie della Più Bella. Finora ogni focolare domestico custodiva come dolce e sacro heirloom (cimelio di famiglia) un esemplare della detta Più Bella. Dal punto di vista dell’Ambiente l’estinzione della Repubblica dei partiti e dei furti con destrezza sarà un’insperata sopravvenienza attiva: milioni di alberi saranno salvati dal recupero della carta fisica. In più gli impetuosi avanzamenti tecnologici consentiranno di neutralizzare le sciocchezze e le false promesse (p.es. “il diritto al lavoro” o “la Repubblica ripudia la guerra”) che con inchiostri esiziali inquinano il supporto cartaceo della Più Bella.

Felicità generale, dunque. Le autorità miste, iberico-estoni ma anche veneto-lucane, del Protettorato proclameranno un intero mese di festeggiamenti. Purtroppo un’isolata, dolorosa Masada turberà per pochi secondi l’esultanza collettiva: un pugno di fan di Roberto Benigni, più una masnada di ammiratori acritici di Napolitano e, contati sulle dita di una mano, i nostalgici della Parata militare ai Fori Imperiali, si asserraglieranno in più di un agriturismo di Capalbio (Grosseto) e lì si immoleranno a ricordo della perduta Indipendenza (resuscitata dalla Resistenza e assassinata dalla Cleptocrazia). Alle vedove, compagne ambosessi e aventi causa degli Immolati di Capalbio il Protettorato assegnerà generosi vitalizi. Gli oneri saranno coperti dagli espropri a carico dei parlamentari e consiglieri di tutte le legislature repubblicane.

Non è chi non veda i benefici della totale perdita di sovranità, rispetto al presente e ad ogni soluzione autoritaria della mortale crisi della creatura di De Gasperi Togliatti e altri nonni e zii della Patria.

Porfirio

ROSS PEROT UNINTENTIONAL PROGENITOR OF E-DEMOCRACY AND SORTITION

If we can envisage the day when democracy will go from representative to deliberative, i.e. the day when sortition will substitute elections, it’s because in the 1992 U.S. presidential campaign an independent serious candidate named Ross Perot advanced the bold challenge to tradition: if  elected, I will not govern with Congress, but with you the American people. On all outstanding issues I, or the members of my Cabinet, will address the Nation through Tv and all available media, detailing terms of problems and prospective solutions: you the citizens, as the Owners of America, will let me know your choice via phone, mail, interactive Tv, any other legal mean. Abolishing Congress it’s too difficult, also cumbersome and controversial. However Senators and Representatives will not dare to disregard the will of the Nation, out of fear of not getting re-elected. Not a sophisticated scheme, but a revolutionary one. Revolutions are never sophisticated.

In 1992 America and the world were impressed. Opinion makers either sounded the grave alarm or applauded. For first time in history, Man in the street was confronted with the choice, experimenting new ways or going along as usual. The latter prevailed of course. Ross Perot, a very successful businessman, was not elected (while winning the same number of votes, more or less, of incumbent president George Bush the Elder -as we said, Perot was a serious candidate. No maverick). However at that time Vice-President Al Gore uttered historic words, better noises, about “forging a new Athenian age of Democracy”. In fact ancient Athens did become the queen of the debate. In the days of Pericles the society that was the Intelligence of the West did practice direct democracy.

The main argument against going back to Athens was that common man, if politically empowered, would not be responsible enough as to resist the influence and propaganda of pressure groups, media, other powers; that man in the street would not be as capable of wisdom as the politicians are. Thus Ross Perot was depicted as a prospective Big Brother exercising control and suasion from the White House. At that time the Big Brother contention supported the predominant theses against deliberative, partially electronic participation. To day, twentytwo years and giant leaps of the technology later, the Big Brother argument is almost dead. Nobody seriously believes any more in the omnipotence of the media masters. Today the consensus, and the evidence, are that the true enemies of direct democracy are tradition, i.e. entrenchment of old habits, and simple inertia. Man in the street doesn’t trust himself enough.

“The Economist” against the old ways

In that context the London weekly Economist started carrying articles and “specials” which frontally  opposed the distrust in common man:

“The overdue change is a shift from representative democracy to direct democracy. In the intervals between elections it is representatives who take all decisions. There are three reasons for thinking that this is going to change. One is the growing inadequacy of representative democracy. The voter will be increasingly angry when he discovers how much influence the special-intererst propagandists are now able to wield over parlamentarians. The voter is liable to conclude that direct democracy is better.
“The second reason for thinking there is going to be a change in the way democracy works, is:  there is: no longer so much difference, in wealth and education, between voters and their elected representatives. People are better equipped for direct democracy. Third reason: the disappearance of ideology weakens the chief source of opposition to the new sort of democracy- the political parties, who have most to lose.
“Direct democracy works. If democrats have spent much of the 20th Century telling fascists and communists that they ought to trust the people, can they, the democrats, now tell the people themselves that this trust operates only every few years (at elections)?
(…) The question arises: why having elected representatives at all? Will representative democracy prove to be merely intermediate technology, a bridge between the direct voting of ancient Greece and the electronic voting?”.

Back to the dawn of the public discourse on changing democracy. For the rest of the Nineties the emphasis was on the civic use of electronics, in view of the day when the entire population would join the political process. So the key words were “digital politics, cyberpolitics, politics in cyberspace, cyberpower, technology and change, e-democracy”, and, why not, “total overhaul of politics”. As candidate Perot had proposed the phone, the Tv and the computer as instruments of communication between citizens and government, “telephone democracy, call-in Presidency, teledemocracy, democracy on-line, hyperdemocracy”  became bywords too. Sortition was not a subject at that time, simply because the distant prospect appeared to be the involvement in government of entire citizenships. Consequently, first priority was not given to the quality of deliberation. Today such quality is paramount, this being the reason why the real dichotomy  appears to be elections vs/ sortition.

“The Economist” again: “What’s gone wrong with democracy?”

The first March 2014 issue of the British-American weekly included an additional essay on the malaise of the Western political society. While recommending that the Economist theses are read in their entirety, we shall simply list hereinafter the main formulations.

“Flaws in the system have become worrying visible and disillusion with politics is rife. Democracy’s advance has come to a halt and may even have gone into reverse. Many nominal democracies have slid towards autocracy. Democracy has too often become associated with debt and dysfunction.
“The Internet makes it easier to organise and agitate; in a world where people can participate in reality-Tv votes every week, the machinery and institutions of parliamentary democracy look increasingly anachronistic.
“Cynicism towards politics (is) growing. Party membership is declining: only 1% of Britons are members of political parties, compared with 20% in 1950. A survey of seven European countries in 2012 found that more than half of voters “had no trust in government” whatsoever. A YouGov opinion poll agreed that “politicians tell lies all the time”. Political systems have been captured by interest groups.
“In the mid-1970s Willy Brandt, the former German chancellor, pronounced that “Western Europe has only 20 or 30 more years of democracy left in it”. The combination of globalization and digital revolution has made some of democracy’s most cherished institutions look outdated. Established democracies need to update their own political systems.
“An online hyperdemocracy where everything is put on an endless series of public  votes would play to the hand of special-interest groups. But technocracy  and direct democracy can keep each other in check. California’s system of direct democracy allows its citizens to vote. Similarly the Finnish government is trying to harness  e-democracy. Many more such experiments are needed  -combining technocracy with direct democracy”.

In an age when mankind is planning to colonize Mars, or to mine asteroids for metals, it will probably become clear the silliness of electing representatives (in fact lifetime career politicians)  the same way the British colonists did three centuries  ago in America.

A.M.Calderazzi and Associates of  www. Internauta online.com

SE FINIRA’ PERDENTE, RENZI NON MOLLI CHIAMI IL POPOLO CAMBI DEMOCRAZIA

E’ eccellente che il Premier fiorentino tenti di abbattere i bastioni del passatismo. Che aspiri a deviare il fiume della nostra storia, dal declino al rifiorire. Però il sistema, il vecchiume, il contesto, la corrente del fiume saranno più forti di lui, alla fine, se vorrà agire solo entro le regole e le prassi della Costituzione. In ultima analisi la legalità è dalla parte dei nemici suoi e nostri.

Un esempio marginale: il presidente del Consiglio dice di voler muovere guerra ai mandarini inamovibili e detentori di troppo potere; più in generale, guerra alla burocrazia deteriore. Ma assicura che sarà guerra “rispettando i diritti acquisiti”. Ebbene, se non cancellerà i diritti acquisiti -in barba alla Consulta, ai Tar, alle corporazioni, alle lobbies, più ancora in barba al Codice civile, il presidente del Consiglio potrà solo esonerare i burocrati grossi e piccoli mantenendo loro paghe, privilegi, possibilità di sabotare. Che guerra sarà?

Il presidente del Consiglio annuncia riforme e iniziative immediate, da un centinaio di miliardi. Ma non le compirà senza rotture aspre, tutt’altro che condivise: aggressioni ai grandi patrimoni e ai redditi superiori, sconsacrazione e vendita di pagode della Repubblica: cominciando dalla Reggia pontificia-sabauda, dalle ambasciate e perché no, trasferendo in periferia i sommi palazzi, Chigi compreso. Attendono Matteo Renzi le dodici fatiche d’Ercole, ma egli non è il figlio di Zeus, che quand’era in fasce strozzò due serpenti mandati contro di lui da una dea gelosa. E’ solo un politico della Malarepubblica, dieci volte più brillante, cento volte meno spregevole degli altri.

Lo stato presente dell’Italia è più o meno quello, grave, della Germania 1923, schiacciata dalle Riparazioni di Versailles e soccorsa alquanto dall’americano Piano Dawes; quello agonico della Spagna (dilaniata dal conflitto sociale, dagli omicidi politici, dal coma del parlamentarismo dei notabili) alla vigilia della salvifica dittatura di Miguel Primo de Rivera; del Portogallo nell’imminenza del golpe militare e dell’ascesa di Salazar; della Grecia sconfitta e umiliata da Ataturk.

La compagine di Renzi farà quello che potrà, ma le condizioni generali dell’organismo Italia resteranno tali da frustrare perlomeno i programmi più ambiziosi. A quel punto, elezioni o no, puniti o no coloro che avranno contrastato i conati di rinnovamento, Renzi sarebbe supposto di ritirarsi a favore di un federatore della vecchia politica.

Oppure… Oppure dovrà mettere da parte gli scrupoli legali e le maniere educate. Dovrà impiegare con ancora più crudezza le tecniche che in tre mesi stupefacenti gli hanno dato prima il suo partito, poi il governo. Dovrà forzare o ripudiare le regole del gioco che da un settantennio la danno vinta all’usurpazione partitico-cleptocratica.

Tornare al regime che ci ha portato dove siamo è inconcepibile. Saranno le famiglie senza pane, i giovani senza speranza, le legioni dell’antipolitica a insorgere contro tale ritorno. L’insurrezione cruenta non sarà l’unico ricorso. Potranno prevalere senza violenza quelle forze antisistema che promettano di operare le rotture cui Matteo Renzi non sarà riuscito. La legalità non merita di prevalere ad ogni costo: solo se è capace di soluzioni positive. Senza eversione è impossibile innovare.

Oggi Renzi appare l’ultima cartuccia del sistema sorto nel 1945 e codificato dalla Carta di tre anni dopo, sistema evidentemente non imperituro. Eppure potrà essere lui stesso, ipoteticamente fatto naufragare dalla vecchia politica, a inventare i modi per liquidare la democrazia rappresentativa, a galvanizzare il popolo contro l’oppressione dei peggiori. Per l’uomo che ha saputo ascendere come nessuno in Europa, galvanizzare non sarà troppo arduo.

Oppure sarà altri, portato sugli scudi e reso irresistibile dall’esasperazione collettiva, a condurre le masse. Condurle nel passaggio da una democrazia rappresentativa che agonizza, a questa o a quella formula di democrazia randomcratica e digitale, senza urne, senza politici di professione, con partiti ridotti da “forze” a “non entities”.

Siamo entrati nel Terzo Millennio, i fideismi di un tempo meritano di spegnersi.

Antonio Massimo Calderazzi

AN ITALIAN ROAD TO RANDOMCRACY

If some ‘laws of History’ could be taken seriously, in Italy we  should feel predestinated to be first in conceiving a better democracy. Not because of the glories of our remote past, rather for the simple fact that our democracy is more disfunctional than other ones  in the West.

The tribes of our peninsula did invent things that resulted very important, both good and evil -the Roman empire, the medieval city-states, the Renaissance, the Antichristian popes of said Renaissance,  Grand Opera, Gabriele d’Annunzio, Fascism, et cet. Today we are forced to change dramatically.

The most relevant among possible changes is demolishing our political system, based on domineering parties and on lifetime careers of lousy politicians. The way to achieve their annihilation is shifting from elections to sortition.

Elections were and are for oligarchy. Sortition shall be again the ultimate way to enfranchise the people, as it was in the city-states of the Athenian system.

We, a  Milan small group called Research Unit on Direct Democracy, were first in Italy to develop a tentative scheme for Randomcracy in a country such ours. In the year 2000 the scheme was outlined in a report by the title Il Pericle elettronico (http://www.internauta-online.com/2011/03/pericle-elettronico/). As for sortition, we value and fully accept the findings of the Kleroterian scholars Stone, Dowlen and Delannoi, the authors of the report The Lottery as a Democratic Institution.

As Western representative democracy is a joint venture between plutocracy and political professionalism, i.e. between money and career,

man in the street is a non-entity. The average citizen has no more say on how his or her government should govern than a dog has in making requests to his master. The electoral mechanism is fully responsible for the usurpation by an oligarchy of lifelong politicians who are normally corrupt, or corruptible.

The radical alternative to pluto-klepto-democracy should be (in due time will be) direct democracy, i.e, going back to Athens. However the Athenian direct democracy implied very small numbers of full, male citizens. In colossal countries of today the right thing to do is canceling the electoral process (voting should stay in referenda only) and reducing the sovereign citizens to a “macro-jury” made of a small percentage of the entire population. Such percentage should be selected by sortition and should rotate permanently, say every six months.

Hereinafter we offer a  few additional remarks as to the possible operational ways of a system based onsortition.

We insist that the right formula for sortition would not be a lottery in the general population. In ancient Athens as in modern Switzerland, direct democracy asks for small numbers. The median qualifications of the entire population are too low everywhere. The future Polis, i.e. the political body, should consist of approximately half a million, rotating, term hypercitizens, randomly selected for six months out of the better qualified part of the population: out of the persons who are more educated, or more work-experienced, or more motivated and aware, or more civic/humanitarian-minded than the average. Anybody should be included who can prove by exams to be fit to act as “term sovereign citizen”. A high body of the judiciary should decide whether persons  not possessing factually demonstrable qualifications should, on application and exam, be included in the roll of rotating hypercitizens. In a nation of 60 million, a rough half would possibly be the right section from which to draw the basic class of  half-million hypercitizens.

The six month term of moderately paid “political service” would be renewable only once or twice.

Two or more successive random selections might be held  among the hypercitizens, so the political body would result as made up by three, four or more classes, each of whom providing ascending levels of random selected officials. Members of parliament would be drawn in the intermediate class or order. Ministers of the central  government would be drawn in the top class: f.i. a Treasury secretary should be found in a very small number of top bankers, economists, heads of large corporations, outstanding thinkers, other highly successful individuals. For the office of mayor or councilperson in a small town, a member of the bottom class would be adequate.

A. Massimo Calderazzi and the team of Internauta

TRA I PRIMI SCACCHI DI RENZI NON NANIZZARE I FONDI AL QUIRINALE

Mentre si avvicina l’uragano sociale, Dio sa quanto sarebbe giusto si facessero economie là nella casa condominiale degli Italiani, dove Partenopeo veglia sui nostri destini, detta condoglianze a vedove e orfani dei suicidi per debiti, autorizza commesse per droni, ordina rilucidature alle argenterie e alle sciabole dei corazzieri. Ogni milione che si risparmiasse nei superbi palazzi e tenute presidenziali (che, non dimentichiamolo, possediamo in comproprietà) produrrebbe Niagara di investimenti nei comparti in sofferenza, persino nella moda e nelle altre nostre eccellenze fetide. Però toglietevi la pubblica parsimonia dalla testa.

Non sappiamo se il “Corriere” di un tempo, quando non era House Organ del lusso e delle tendenze, avrebbe intitolato una colonnina “Quirinale: 27 milioni di risparmi in tre anni”, come ha fatto l’8 febbraio. Il titolo induceva a pensare a tagli per 27 milioni. Invece no. Sul Colle più erto (che un tempo i romani chiamavano, salvo errore, Magnacavallo o Magnanapoli) non si è deciso di abbassare la spesa. Si è rinunciato ad alzare di 27 milioni la voce Retribuzioni e Pensioni, in prima linea quelle dei padreterni del Palazzo: il Segretario Generale e i Consiglieri del Presidente della Repubblica.

Il bilancio di previsione per il 2014, “al netto dei fondi di riserva e degli effetti contabili delle partite di giro, ammonta a 236,9 milioni”. I poveri, i malati, i disperati del Bel Paese non diano troppo peso alle proprie sventure. Si rallegrino del signorile decoro, con alloggio in reggia e usufrutto dei giardini tra i più belli del mondo, con cui trattiamo i cortigiani di Partenopeo. Per le sventure, sperino negli effetti contabili delle partite di giro.

Quanto in particolare ai Consiglieri di palazzo, non si capisce perché il Similsovrano non debba pagare da sé i loro consigli. Non elabora senso democratico dello Stato da quando, poco più che ventenne, piacque al luogotenente di Stalin Palmiro Togliatti, e così partì un cursus honorum -mai gratuito per l’erario e non terminato- sessantacinquennale? E poi: può necessitare di consigli (fattura ai contribuenti) un vegliardo prenovantenne che serve il popolo dai giorni aurorali in cui nacque la Prima Repubblica? Non sarebbe più lieto il popolo se il Vegliardo del sommo Colle destinasse ai reparti di oncologia pediatrica ciò che costano i suoi consiglieri? Si può capire che i giganteschi corazzieri siano indispensabili alla protezione del Sommo Inquilino (anche se lo Stato destina in più a detta protezione centinaia di militari e poliziotti che gravano su altri bilanci). Ma i Consiglieri, con un Principale così sapiente, non portano vasi a Samo e nottole ad Atene?

Quali che siano i giri di parole e le bugie del mandarino quirinalizio, lingua ben più altera del burocratese delle Poste o delle Ferrovie, l’ Arcipresidenza continua a dilatare i suoi costi. Esigerebbe 9 milioni all’anno in più se la collera di decine di milioni di potenziali sanculotti ucraini non cominciasse a farsi minacciosa.

Si aggrava dunque l’esposizione politica, anzi penale, dei capi dello Stato e del governo (per non parlare di varie Procure della Repubblica) ad accuse di violazione dell’obbligo di cancellare lo squilibrio tra il superbo trattamento del primo Cittadino, con la sua corte, e le risorse della collettività al sesto anno di recessione. Qualsiasi avvocato di provincia, specie se esperto di class action, potrà sporgere denuncia di reato, con qualche prospettiva di successo.

E’ illegale, oltre che immorale, imporre a una delle nazioni più indebitate della storia oneri di rappresentanza e spocchia nettamente superiori a quelli accettati da Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, tanto più ricchi della Terra dei Precari. Le cui plebi cominciarono nel modo peggiore a lesinare sul cibo perché la Reggia risplendesse: nel 1870 il neonato Regno della pellagra e della tbc si dette una capitale che da quindici secoli si accresceva del fasto temporale della Chiesa. Fasto talmente delinquenziale da essere ripudiato dal Papa d’oggi. Fecero la loro parte i Savoia, Mussolini, i costruttori della repubblica fondata sul lavoro e redimita degli allori partigiani bella ciao.

Matteo Renzi ha già cominciato a mancare ai suoi doveri, in ogni caso alle sue promesse, non mettendo in programma di miniaturizzare la prima di tutte le spese improduttive, Quirinale e dipendenze. E’ al di là di ogni dubbio: le funzioni del capo dello Stato possono essere svolte con il 25% dei fondi attuali. Tre quarti degli ambienti fisici della Reggia, nove decimi degli addetti sono superflui. Una delle ville romane, o un palazzetto d’epoca di dimensioni medio- piccole, è sufficiente. I ricevimenti fastosi, soprattutto se diplomatici, vanno aboliti. I corazzieri, che hanno la sola mansione di torreggiare (alla sicurezza seria provvede la Questura) siano sostituiti da gigantografie low cost made in Taiwan. Tutto il resto va liquidato. Per un minimo di rappresentanza costano meno le agenzie di PR e catering.

E’ ozioso elencare le opere giuste che si compiranno amputando di 180 milioni il bilancio del Quirinale. Ed è inutile aggiungere che le residenze già pontificie- sabaude-malarepubblicane saranno, coi loro arazzi e opere d’arte, il più ricco di carati dei gioielli da offrire sul mercato, mettendo in concorrenza i nouveaux riches del pianeta.

Per Partenopeo è troppo tardi, ma Matteo Renzi potrà salvarsi dalla class action, o peggio. Un suo collega persino più brillante, Manuel Godoy primo ministro di Carlo IV re di Spagna a 25 anni, sfuggì per miracolo alla plebe decisa a linciarlo. Accadde ad Aranjuez, un’altra reggia. Matteo, pensa a figli e moglie precaria. Non impietosirti per il leasing BMW dei cortigiani del Colle, mettili sul lastrico con ogni possibile corazziere, palafreniere e lacché!

Poche ore fa un panettiere campano si è ucciso per una sanzione del Fisco. Quanto durerà la mansuetudine degli italiani, la riluttanza a fare come gli ucraini?

Porfirio

CROLLINO QUESTE ISTITUZIONI COME LE MURA DI GERICO

Si rampogna, ci si straccia le vesti, per le Offese alle Istituzioni. Ma esse che sono, come sono? Leggiadre come le Grazie, ossia le tre Càriti dei greci (Eufrosine, Aglaia e Talia, figlie, tanto per cambiare, di uno Zeus più infaticabile di D.Strauss-Kahn)? Illibate come le sei Vestali, che se perdevano la verginità prima d’aver servito trent’anni nel tempio di Vesta venivano seppellite vive? Sororali e pie come le compagne di Maria ai piedi della Croce?

Abbiamo abbellito troppo. Le nostre Istituzioni sono le deformi cariatidi che puntellano la Più Bella delle costituzioni: parlamento a due Sentine; centinaia di presidenze, consulte, consigli; migliaia di collettori periferici di tangenti e acque reflue; una partitocrazia sfrontata; metà di tutta la corruzione d’Europa; la peggiocrazia al potere; i diritti delle frange trasgressive piuttosto che i sentimenti dei più. Le Istituzioni statuiscono le nostre sventure.

Sono il riferimento finale delle imprese che chiudono (mille al mese, contando le piccole), i saccheggi e i furti con destrezza dei politici, dei boiardi, dei mandarini infedeli. Alle Istituzioni devono riconoscenza i ricchi se diventano sempre più ricchi. Esse sono i top manager superpagati laddove dovrebbero lavorare gratis, come fece Lee Iacocca per tenere in vita Chrysler. Alle Istituzioni devono riconoscenza i poveri sempre più poveri.

Di Josè Antonio Primo de Rivera, fondatore del falangismo sociale, fu detto e scritto dai settari -dagli altri no- tutto il male possibile. Ma che avesse più cuore dei nostri intellettuali di sinistra, lo dica questo suo brano: “Si vive Usted en un Estado democratico (lui aveva scritto ‘liberal’), procure ser millionario, y guapo, y listo (furbo), y fuerte. Pero ay de los millones de seres (esseri) mal dotatos! Para esos el Estado democratico es feroz. Para esos -sujetos de los derechos mas sonoros y mas irrealizables- seran el hambre (fame) y la miseria. Vosotros, ciudadanos pobres, si no aceptàis las condiciones que nosotros os impongamos. morireis de hambre, rodeados de la maxima dignidad democratica!” Superfluo aggiungere che lui Josè Antonio, marchese e figlio del Dictador, era “guapo y fuerte”.

Le Istituzioni sono quasi tutti i volti del nostro Stato canaglia, forte solo coi deboli. Sono i faccendieri, i portaborse, i signori delle tessere e delle urne, i trombati preposti agli enti inutili, i quirinalisti e gli altri giornalisti di palazzo, i tanti parassiti e  farabutti che manteniamo signorilmente. Sono la Rai invincibilmente scroccona e pullulante di parenti. Sono Berlusconi, Boldrini e altri figuri da vituperio. Sono le scuole che non possono fare manutenzione né comprare la carta igienica. Sono i vitalizi camorristici dei bonzi di Stato, degli ‘ndranghetisti mimetici, dei consiglieri di tutte le Regioni. Sono i disoccupati senza soccorsi -se non ci fossero le mense dei preti, i loro figli non mangerebbero- laddove i cassintegrati iperprotetti percepiscono per lunghi anni.

Le Istituzioni sono un debito pubblico che si ingrossa laddove lo si era dichiarato criminalmente alto. Sono le troppe tasse sui morti di fame.     Sono i miliardi per gli F35, le fregate, i droni, le altre super-armi che deliziano il similsovrano Partenopeo e i suoi feldmarescialli a quattro stelle. I quali ultimi fanno di noi la più implausibile delle nazioni mercenarie al servizio -non retribuito- degli USA. Anche i generali egiziani sono asserviti al Pentagono, ma da esso si fanno pagare.

Le  Istituzioni sono le menzogne sfrontate: che la mano pubblica possa riaprire le fabbriche che chiudono, creare posti di lavoro, trattenere le imprese che preferiscono la Polonia. Sono le maestranze delle fabbriche senza mercato: fingono di lottare per la dignità del lavoro, in realtà  pretendono il benessere piccoloborghese a spese dei contribuenti.

Le Istituzioni sono tagliare i reparti di oncologia pediatrica invece che  le ambasciate, che centinaia di altre cattedrali della vanagloria, che altri lupanari del malcostume.  Sono il non chiudere il Quirinale grosso corpo del reato, reggia dei peggiori papi della storia, oggi quasi tutti residenti all’Inferno. Sono agghindare i Due Marò, per le telecamere, con uniformi sartoriali da fotomodelli, e ciò per alludere alle eccellenze della nostra moda pederasta. Sono la fecalità del contesto e della temperie.

Insomma chiunque viva nella Malarepubblica, o ci abbia a che fare, conosce gli sconci che sono la realtà delle Istituzioni. Che scempiaggine è ergersi alla loro difesa, laddove sono da abbattere?

L’odio del popolo sta montando. Se la congiuntura economica si farà misericordiosa, le Istituzioni otterranno uno o più rinvii dell’esecuzione,

quelli che ottengono gli inmates dei bracci della morte statunitensi. Ma condannati sono,  gli inmates come le Istituzioni. Che crollino, come le mura di Gerico agli squilli delle trombe di Giosuè, il successore di Mosè. Con o senza l’impulso di un pugno di eversori di genio, il popolo si liberi delle Istituzioni.

Siamo entrati nell’era dei prodigi tecnologici.  Progettiamo di estrarre minerali dagli asteroidi e da Marte. Quasi nulla è più impossibile alle genti che decidano di gestirsi da sé: democrazia diretta o semidiretta. Che ambiscano a impadronirsi delle poche Istituzioni giuste: perché divengano l’opposto  delle nostre.

Porfirio

“SORTITION”, CIOE’ RANDOMCRAZIA NELL’ELABORAZIONE DEI KLEROTERIANS

L’articolo “La ricerca per cambiare democrazia la dà vinta al sorteggio digitale” (‘Internauta’, gennaio) sottolineava l’ormai conseguita vastità della bibliografia internazionale su quella via maestra alla democrazia semidiretta che è la selezione per sorteggio di campioni sovrani della popolazione (randomcrazia). E si segnalava perciò che sul sorteggio (sortition, lottery) si concentra da qualche anno la ricerca dei professori Peter Stone (Trinity College, Dublino), Oliver Dowlen (Queen Mary University, London) e Gil Delannoi (Sciences Po, Parigi).

A coronamento di alcuni seminari e di altre attività di ricerca, i tre accademici hanno organizzato a Dublino (ottobre 2012) il workshop “Lottery as a Democratic Institution“, che ha visto gli interventi e i contributi di una trentina di accademici e di studiosi indipendenti. Molti tra essi si sono collegati in un gruppo di lavoro che si è dato il nome “The Kleroterians” (dal greco indicante l’estrazione a sorte).

Il rapporto conclusivo -68 pagine- steso da Stone, Dowlen e Delannoi rappresenta una summa: la più sistematica e aggiornata esplorazione/sistemazione concettuale di quella arteria (la randomcrazia) che porta al superamento del sistema rappresentativo-parlamentare. Oggi tale sistema figura aver trionfato sul pianeta: in realtà  in tre quarti degli Stati è una burla o un’oscenità; nel rimanente quarto è una gestione oligarchica del potere.

“The careful use of random selection -assumono i tre relatori- might contribute to the revitalization of democracy in the XXI century…a way to restore life to dysfunctional democracies in the wake of corrent crises”.  Il riferimento se non obbligato, naturale, è la giuria, metodo iper-sperimentato per selezionare random alcuni cittadini perché decidano su questioni vitali a nome del  corpo politico intero, cioè della Polis. Per inciso, anche un recente saggio su “The Yale Law Journal” ha segnalato che la selezione per sorteggio è “an alternative combining features of four traditional egalitarian systems: voting, lottery, quota and rotation”

Il Rapporto Stone-Dowlen-Delannoi addita “at least eight potential contributions to the political process: descriptive representation; prevention of corruption and/or domination; mitigation of elite-level conflict; control of political outliers; distributive justice; participation; rotation; psychological benefits”. Sono categorie politologiche che nel lettore non producono entusiasmo. Tuttavia la seconda (prevention of corruption and/or domination), presentata dagli autori come la più significativa,  si presenta da sé: è molto più arduo corrompere sorteggiati scelti a caso e limitati a turni di servizio assai brevi, che politici professionali a vita: in Italia più che altrove mentitori e ladri.

“Random selections prevailed up until the 18th century. Indeed Aristotle  famously proposed that elections were inherently aristocratic, while selection by lot was the democratic way of filling public offices”. Negli scorsi anni, rileva il Rapporto, l’interesse degli studiosi per l’ipotesi randomcratica è andato aumentando, come ha dimostrato p.es. uno studio di Vergne (2010). A prima vista la selezione per sorteggio può apparire assurda; “at a second thought is obvious. At a seminar of the university of Geneva it was commented that sortition was one of the sexiest ideas in political theory today”. Non solo today se, come il Rapporto sottolinea, ad Atene un membro della Bulé era sorteggiato quotidianamente per fare da arconte, cioè da capo nominale dello Stato per un giorno; e se nella repubblica di Venezia la nomina del Doge per sorteggio è rimasta in vigore cinquecento anni. Oggi, nota ancora il Rapporto, è probabile che siano le strutture federali decentrate quali Stati Uniti e  Germania le realtà che offrono le opportunità migliori per la sperimentazione della sortition a livello centrale piuttosto che periferico.

Inoltre: “John Burnheim in his book Is Democracy possible?  (2006)

defends sortition from a pool of volunteers as a way of ensuring that those who care the most(…) are the ones who make decisions”. L’accademico americano Fishkin, il quale ricevette molta attenzione, sia verso il 1992 (epoca della clamorosa proposta di democrazia diretta di Ross Perot, candidato alla Casa Bianca (v. succitato articolo di ‘Internauta’), sia con un lavoro del 2009, ha ingegnerizzato un vero e proprio progetto. Tra l’altro valorizza un aspetto particolare: le figure pubbliche scelte dal sorteggio possono venire agevolmente addestrate e documentate per lo svolgimento delle loro funzioni.

La democrazia rappresentativa è un ossimoro: questa la tesi avanzata in varie sedi da Etienne Chouard. Molti Kleroterians hanno insistito in varie sedi sul potenziale del sorteggio di spezzare il millenario legame tra classe di governo e  potere economico.

“Lottery as a Democratic Institution” contiene molti riferimenti a posizioni di pensiero estranee alle proprie linee di ricerca. Cita per esempio “the magnitude of the perceived need for sortive measures” evidenziata  da studiosi quali Mueller et al. (1972), Sutherland (2004), Callenbach & Phillips (2008).  Addita punti di vista divergenti: ci sono politologi che considerano ottimale, al vertice delle istituzioni deliberative, la convivenza tra una Camera eletta e un’altra sorteggiata. Barnett e Carty  (2008) ipotizzano che in futuro siano i Lords a spartire con un’assemblea randomcratica la funzione legislativa (analoga proposta ha fatto recentemente il costituzionalista italiano Michele Ainis, non sappiamo se solo sul “Corriere della Sera” o anche, come è verosimile, in sede scientifica). Nel 2008 Callenbach e Phillips sostennero essere la statunitense House of Representatives l’assemblea  idonea ad essere in futuro composta di sorteggiati. Altri (Goodwin, 2005), riflette che sono le assemblee costituenti che sarà opportuno siano reclutate  random.

Il Rapporto sottolinea che “the main line of critical thought, from  Michels in 1915 (dimostrò l’inevitabile involuzione oligarchica del sistema dei partiti) to Schumpeter (2010) is that liberal democracy encourages government, not by the people, but by competing elites”. Instead “sortition brings participation, is corruption-proof, is anti-factional and anti-partisan”.

Il prof. Peter Stone, oltre a partecipare dal Trinity College di Dublino alla stesura del Rapporto sul sorteggio, ha riferito sul progetto irlandese “We the Citizens”, illustrato da Farrell e Sutter. Più ancora, ha annunciato il progetto del governo dell’Irlanda di convocare un’iniziativa ufficiale: una ‘Convention’ di 66 membri sorteggiati e 33 membri elettivi del Parlamento che delibererebbe su una serie di questioni politiche: l’abbassamento a 17 anni dell’età per votare, l’accorciamento da 7 a 5 anni del mandato del presidente della Repubblica, ed altre.

E’ stata anche menzionata l’attività in Belgio del G1000 Forum, iniziativa che sembra particolarmente valorizzare le possibilità politiche dei media elettronici. In questa sede non disponiamo di altre informazioni sul G1000; in particolare non sappiamo se affronta o no le possibilità, ormai mature e vaste, di realizzare per via telematica la partecipazione politica di segmenti più o meno larghi di popolazione. Non sarebbe incompatibile col funzionamento di assemblee o organismi  sia elettivi, sia espressi dal sorteggio.

Abbiamo riferito in modo più episodico che sistematico sul lavoro dei Kleroterians, sul Workshop di Dublino sulla sortition e sul rapporto “The Lottery as a Democratic Institution” prodotto da Stone, Dowlen e Delannoi. Il blog del coordinatore irlandese è:     Segnaliamo anche il sito   http:// equalitybylot. wordpress.com/

L’impegno dei Kleroterians è stato finora scientifico: la necessaria e propedeutica definizione dottrinale. Essi non hanno ancora tentato di individuare le condizioni nelle quali la sortition potrà essere promossa come concreto obiettivo politico. I Paesi in cui agiscono i tre autori del Rapporto sono contraddistinti da assetti forti e saldi. E’ probabile  che le condizioni decisive per il deperimento della democrazia rappresentativa saranno offerte dalle evoluzioni economico-sociali, nonché dalle crisi di uno o più paesi a vocazione innovativa più spiccata, o ad assetto politico meno stabile.

In un senso come nell’altro potrà risultare in prima fila il paese, l’Italia, che è retto dal peggiore tra i sistemi politici dell’Occidente; e che ha fama d’essere inventivo, ma finora ha contribuito meno all’elaborazione di un pensiero sulla democrazia semidiretta, ossia vera.

A.M.Calderazzi