JULIAN HUXLEY: LA SALVEZZA VERRA’ DA UN TIRANNO, SOLO OPERATORE DEL BENE

Questo Huxley, biologo di rango e in quanto tale primo direttore dell’Unesco, fu fratello di Andrew, premio Nobel 1963 per la fisiologia; e di Aldous, divo dell’intellettualità progressista britannica tra le due guerre. Aldous divenne famoso per romanzi- “Brave New World”; “Time must have a stop”- che denunciavano deviazioni e miserie della modernità. Successivamente Aldous additò le risorse spirituali che venivano dal misticismo orientale; per ripiegare infine nel buio pessimismo degli esordi. Thomas Huxley, biologo e nonno dei tre fratelli, fu rettore universitario e presidente della Royal Society. Sir Julian, il Nostro, professore a Oxford, apparve concentrarsi sulla biologia generale, mai trascurando però le implicazioni etico-sociali della sua scienza.

Ed ecco che nel 1934 scandalizzò i benpensanti della cultura ufficiale e del democratismo d’obbligo con un libriccino la cui traduzione italiana (Hoepli 1935) recava il titolo “Se io fossi dittatore…”. Un sasso nello stagno: Julian Huxley teorizzava che anche nelle società occidentali solo un tiranno benefico, un dittatore d’utopia, opererà il cambiamento: manco a dirlo, per la via autoritaria. Le democrazie sono negate alle riforme tempestive.

Dal pamphlet di Sir Julian riportiamo le enunciazioni più ardite, operando i tagli e i riassunti imposti dall’ esigenza di brevità: riportando dove possibile il testo; oppure parafrasandolo con onestà.

“L’era dell’industrialismo individualista e democratico, nella cui fase declinante viviamo noi inglesi e qualche altra nazione, fu incline a un’illusione di libertà. Oggi alcuni di noi abbiamo compreso che quella libertà era solo apparente. La libertà di voto della democrazia risulta la semplice facoltà di scegliere tra due partiti politici nei quali il votante non ha parte alcuna.

“Un miglioramento effettivo della qualità della vita è al di là del raggio d’azione della politica. Il libero mercato del lavoro ha fatto una commodity del lavoro stesso. Sono derivati: la distruzione degli antichi valori corporativi e dei rapporti organici tra le classi; l’ingrossarsi di una massa di proletari schiavi del salario; l’incertezza dell’occupazione; l’impossibilità di progettare il futuro. L’economia capitalistica del passato sta morendo. E’ imperativo decidere quale sistema possiamo sostituire a quello attuale.

“Come dittatore intendo fondare una comunità organica, equilibrata, stabilmente progressiva. Non voglio una nazione di bottegai né una di possidenti. Non voglio fluttuazioni improvvise e disastrose nell’economia. Non voglio l’individualismo liberista perché non è organico.

“Devo avere il mio popolo dietro di me. Il mondo può essere cambiato per il meglio, se lo vogliamo. Dovrò cancellare tutte le opinioni contrarie? Francamente prenderò ogni misura possibile per diffondere il mio modo di vedere e per ostacolare, non con la violenza, le opinioni contrarie. Studierò i vari sistemi per produrre l’entusiasmo delle masse e l’unità di fede che negli ultimi anni sono stati sperimentati in Italia, Germania, Russia e Stati Uniti.

“Il mio popolo sarà libero di professare ciò che vuole, dall’islamismo al marxismo. Nel mio Stato l’unica metafisica della sua filosofia è il ripudio delle metafisiche. Il mio Stato ha fini eminentemente pratici.

“Siccome l’economia sarà ristrutturata per corporazioni, automaticamente la pubblicità dovrà deperire. Il mio sistema agirà per plasmare il pensiero e i gusti del pubblico. I sociologi dimostrano che la completa libertà individualista finisce per generare il proprio crollo: un caos di gruppi dal quale sorge una reazione in favore del principio d’autorità.

“Se l’economia fosse gestita meglio che nel capitalismo, essa non sarebbe più in balìa della finanza. Sotto il mio governo sarà ristrutturata per corporazioni, il che faciliterà l’eliminazione delle aziende superflue e dei metodi inefficaci. Sperimenterò la limitazione dei profitti. Spero di erigere lo Stato socializzato senza passare per il socialismo.

“Per andare verso il disarmo e la fine delle guerre, comincerò coll’abolizione dell’aeronautica militare e con la rinuncia alla piena sovranità da parte degli Stati nazionali.

“Un tempo il sistema parlamentare e le elezioni furono abbastanza utili. Ma stanno morendo. Per accertare o saggiare la volontà del popolo sono sorti nuovi metodi. Forse il più pittoresco è lo ‘straw vote’ sperimentato negli Stati Uniti: un campionamento dell’opinione pubblica, una specie di referendum facoltativo prima delle elezioni vere e proprie. Mi trovavo negli USA e ricavai l’impressione che con lo straw vote procedere alle elezioni tradizionali fosse completamente inutile.

“Nella mia filosofia di dittatore la scienza e i suoi metodi sono i soli mezzi per conseguire vasti progressi in poco tempo. Nella storia i dittatori hanno perlopiù incarnato l’azione piuttosto che il sapere. Ma i tempi sono maturi per spronare il popolo a entrare nelle terre nuove dell’umanesimo scientifico. L’Inglese genuino è orgoglioso di riluttare agli esperimenti: ma ciò è stupido. Essere scelti come oggetti di esperimenti tesi al progresso dovrebbe essere un onore.

“Nello spazio di una generazione il mio governo dittatoriale riuscirebbe ad attuare le grandi riforme oggi impossibili. Creerebbe un nuovo spirito comunitario. Un buon dittatore deve essere non solo pragmatico, ma anche in un certo senso visionario. Soltanto la sua visione del futuro può condurre il popolo a destini migliori.

Julian Huxley, annotiamo noi, fu una delle non poche personalità che nell’Europa degli Anni Venti-Trenta (Gran Bretagna e Francia in testa, ma Spagna, Portogallo, Polonia e altri paesi al seguito) ammirarono le soluzioni autoritarie, fasciste e comuniste, alla crisi terminale del parlamentarismo e della democrazia elettorale. Il secondo conflitto mondiale sembrò salvare per sempre gli assetti d’anteguerra. Ma oggi che tutti i nodi sono tornati al pettine, ora che da noi non più dell’uno per cento ha rispetto per la partitocrazia, l’anelito di Sir Julian a un tiranno benefico, unico operatore di cambiamento, risulta profetico. Stimola al pensare coraggioso. Almeno ogni due o tre secoli occorrono le revisioni generali e i franchi ribaltamenti. Continuità e moderatismo sono nemici del bene.

Questo Huxley non poté non tener conto anche delle recenti esperienze iberiche: in particolare, tra il 1923 e il ’30 lo spagnolo Miguel Primo de Rivera risultò il ‘chirurgo di ferro’ invocato da Joaquin Costa. Fu il Dictador che amava il popolo invece che l’aristocrazia egoista cui apparteneva (e che lo fece cadere). Non poche delle riforme razionalizzatrici dell’Utopia di Sir Julian furono attuate con metodi spicci -ma senza spargimento di sangue e senza metodi oppressivi- da Primo de Rivera. Alla sua ‘modernizzazione autoritaria’ la Spagna dovette l’uscita dal coma in cui era caduta per la disfatta del 1898, per la perdita dell’impero e per la necrosi del parlamentarismo liberal-conservatore. Primo fu un dittatore filo-socialista, sostenuto da un partito socialista allora rispettabile.

Ottant’anni fa Julian Huxley, membro dissidente dell’Alto Establishment britannico, di fatto anticipò il non-conformismo di J.M.Bergoglio, il papa che i suoi nemici attaccano oggi come ‘il capo della sinistra mondiale’. Probabilmente sbagliano, ma è significativo che lo pensino. Anche Sir Julian mosse da una certezza: la politica della democrazia partitica è negazione del progresso e della giustizia; in più è inefficienza estrema. Realizza, a volte, in mezzo secolo ciò che questo Huxley voleva fare in una settimana. Precisò: tutto il potere non a un re-filosofo: a un re-scienziato.

Jone

PROFEZIA: L’ALTRA DIMENSIONE DELLA POLITICA

L’analisi del presente conta meno che guardare nel futuro. Le grandi firme ci dicono quasi solo ciò che già sappiamo.

Uno che riflette sulla politica avrebbe il diritto/dovere di rifiutarsi alla convenzione che lo obbliga alle sole ‘analisi della realtà’. Di queste analisi sono pieni i fossi. La politologia si ritrova drammaticamente inutile a valle del solo realismo, del solo rigore, di una così dura costrizione al presente: come se il futuro non incombesse. Invece il futuro va pensato più che il presente stesso. I giochi di quest’ultimo sono già fatti, invece quelli del futuro dipendono da noi oltre che dalle cose, dai disegni della storia. Scrivere del futuro è al tempo stesso proiettare in avanti l’esercizio della logica e, inevitabilmente, profetizzare: senza rispetto umano. A costo di apparire lunatico ai confrères. A costo di essere di fatto espulso dalla professione. Il giornalista compiuto, il commentatore rispettato, consumerà la vita intera a studiare le mosse, motivazioni, intuizioni tattiche dei ‘leader’ di turno: anche i leader più piccoli, anche i Carneadi assoluti. Ci sono poi i grandi tenori, i prìncipi delle redazioni, che danno del tu ai baroni del potere; e in che sovrastano sui colleghi di poco nome? In questo: possono menzionare un padreterno cui danno del tu. Si veda Indro Montanelli, il decano, alcuni dicono il più bravo di tutti. Una sapienza smisurata delle cose del mondo: ma guai a chiedergli cosa vedeva nell’avvenire. Si avvaleva del diritto di ignorarlo, anzi di detestarlo. Ci spiegava magistralmente ciò che ci angustiava già.

Il Nessuno che scrive queste note ha a lungo cercato di guardare nel futuro, e non ha rimpianti per averlo fatto. Al contrario. Nell’estate del 1960, vinta da John F.Kennedy la Convenzione del partito democratico, dilagarono sul pianeta l’esaltazione della Nuova Frontiera e l’apoteosi di un nuovo presidente definito ‘grande’ prima ancora d’essere eletto. Non parliamo di quanto si nitrì quando il Divo si insediò. Invece ben presto gli americani constatarono di non avere motivi per attribuire a Kennedy né grandezza, né integrità morale e nemmeno abilità: visto che fece cadere l’America, contro i consigli di Eisenhower -che si intendeva di guerra- nella più grave delle imboscate della storia: l’impresa canagliesca del Vietnam, anzi d’Indocina.

Ebbene il Nessuno che scrive cominciò l’estate di cui parliamo a cercare di spiegare su ‘Relazioni Internazionali’, l’organo dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, perchè la Nuova Frontiera era un abbaglio: non degli americani, abituati da sempre a votare senza illusioni, ma degli opinion makers à la page di ogni angolo del mondo. Cercò di argomentare che Kennedy era un opportunista di genio, non il Mosé della rigenerazione americana. Il sorridente cinismo di Kennedy fece prontamente perdere agli Stati Uniti buona parte dell’innocenza che loro restava. Oggi nessuno rimpiange John Kennedy.

Sempre in quegli anni, specie dopo il 1955, sostenni che per il campo comunista, allora possente, non c’era futuro. I partiti comunisti occidentali, in prima linea quello italiano, non avevano che la scelta di rompere con Mosca, di passare al riformismo e alla libertà, di ripudiare Stalin, Gramsci e Togliatti.

Nel 1966 esplose in Cina la Rivoluzione Culturale, e prontamente impazzò l’ammirazione per la creatività di Mao il quale fomentava l’insurrezione contro il suo regime. In Occidente la frenesia non trascinò solo gli intellettuali o i militanti sgrammaticati: anche molti personaggi dell’Establishment: cattedratici, ambasciatori impomatati, capitani delle Borse, ereditiere. Gente che aveva sempre seduto nei palchi di proscenio della conservazione si mise a consonare coi crimini delle Guardie rosse.

Annunciai su ‘Relazioni Internazionali’ l’esatto contrario: avrebbe vinto il Krusciov cinese, Si sarebbero imposti il revisionismo, l’economicismo, l’antirivoluzione. I cinesi si sarebbero mortalmente stancati di restare miseri, stancati di assiomi farneticanti tipo ‘meglio rossi che esperti’. Si sono stancati, of course. La Cina di oggi fa risultare perfettamente stupida l’infatuazione intellettuale d’Occidente.

Arrivarono le Gloriose giornate del Sessantotto. Il sistema apparve sul punto di darsi una civiltà e una fede alternative. Il parossismo giovanile sembrò annuncio del Tempo Nuovo, invece era una sbornia di gazosa. Ho i ritagli dei miei scritti, del tutto trascurati è ovvio, eppure anticipatori di un futuro categorico. C’è un’altra faccia o dimensione della politica, ed è la profezia.

Ecco, presentate le doverose credenziali, posso avanzare ipotesi sui prossimi venti-trenta anni. Dovranno accadere novità dirompenti, se è scritto che l’Occidente sussista. Dovremo capovolgere quasi tutti gli assetti.

* La democrazia rappresentativa finirà, le elezioni e i partiti saranno cancellati, le Carte costituzionali cestinate. Ci libereremo dei professionisti delle urne e del furto. Abolita la delega elettorale, si progetteranno congegni completamente nuovi. Ora come ora, fino al sorgere di un’idea migliore, il congegno più verosimile è la randomcrazia: selezionare per sorteggio e per turni brevissimi ( pochi mesi) un corpo di cinquecentomila ‘supercittadini una tantum’ che attuino la democrazia diretta/elettronica. Dovranno possedere qualificazioni elevate -p.es. – volontariato- per meritare di riprodurre in termini moderni la cittadinanza ristretta, diretta e sovrana della Polis ateniese.

* Il mestiere di politico sarà fatto sparire. Quella che ancora chiamiamo democrazia si è degradata da due secoli a sovranità delle oligarchie. Il sisma che abbatterà il sistema rappresentativo sarà suscitato dal disgusto della gente, tuttavia con un ruolo decisivo della rivoluzione tecnologica. La forza delle cose oggettive chiamerà i cittadini ad essere sovrani.

* Dopo essere stati aboliti ed espropriati dei beni loro e dei loro esponenti (in conto ai risarcimenti cui saranno obbligati per le rapine e il malaffare), i partiti rinasceranno come libere e innocue associazioni: cancellate le elezioni, risulteranno sdentati. Nemmeno le lobbies più gigantesche avranno interesse a comprarli. Emergerà presto il loro disinteresse alle battaglie ideali e alla germinazione di idee. Chiuderanno.

* Dunque la Repubblica che conosciamo crollerà, sostituita da altra che sarà il suo contrario. Se non crollerà, andrà male. I ritocchi cosmetici varranno zero. Questa è le pessima delle Repubbliche.

* La spesa pubblica andrà all’incirca dimezzata, ma non così le tasse. I paesi ricchi dovranno finalmente fare il loro dovere a favore dei popoli della miseria, abbassando il benessere occidentale ma non rispettando i regimi indegni sorti dalla decolonizzazione.

* Non avremo salvezza se le pubbliche amministrazioni non saranno risanate con mezzi draconiani che sospendano diritti, garanzie, prassi, conquiste, indulgenze, consuetudini, omertà. Dovrà accadere un fatto morale rivoluzionario, lacerante. Le riforme dure non possono essere né graduali, né indolori. Per esempio la burocrazia è invulnerabile se i suoi ‘diritti acquisiti’ vengono rispettati.

* Non basterà che i membri di tutte le assemblee vengano sorteggiati invece che eletti. I numeri andranno falcidiati: p.es. il parlamento centrale, dovrà scendere da mille a duecento persone, pagate un sesto di oggi.

* I lavoratori andranno associati alla gestione delle imprese, cioè ai profitti e alle perdite. Il diritto di sciopero sarà fortemente ristretto, cancellato ogni volta che danneggerà il pubblico. Cadranno le norme contro i cosiddetti comportamenti antisindacali; dovranno sparire i privilegi di alcune categorie. Andranno castigati con prelievi e con licenziamenti tutti i beneficiari di assunzioni politiche, clientelari, ecc.

* Il consumismo e il materialismo sono purtroppo i prezzi da pagare per avere il benessere diffuso. Non avremmo avuto l’elevazione delle classi umili se i supermercati non traboccassero del superfluo. Tuttavia l’iperconsumo andrà contrastato. Gli sport, la moda, le attività a prevalente contenuto edonistico e mondano andranno penalizzati dal fisco. Il servizio radiotelevisivo pubblico andrà liquidato,

* L’immigrazione clandestina dovrà essere fermata, i clandestini rimpatriati o puniti, oltre che incentivati economicamente a partire. Il diritto d’asilo dovrà essere ridotto: spetta solo ai profughi veri. Simultaneamente dovranno essere moltiplicate le risorse pubbliche a beneficio diretto dei poveri del mondo, non dei loro governi. Le attività di soccorso e i grandi cantieri di lavoro aperti dai paesi donatori andranno protette con le armi, disconoscendo la sovranità delle autorità locali e dei troppi organismi internazionali.

* La permissività generalizzata, il rispetto per le trasgressioni e le devianze andranno riconsiderati, contrastando il diritto alle ostentazioni, ridimenzionando ‘i diritti’ stessi.

* Alle persone condannate a pene detentive andrebbe offerta la scelta tra l’espiazione tradizionale ed una molto breve -per esempio un decimo delle condanne inflitte- caratterizzata da punizioni corporali o dai lavori pesanti forzati, in rapporto ai mezzi fisici dei detenuti. Nel caso di condannati ricchi, la carcerazione dovrebbe cominciare al primo grado di giudizio; oppure essere sostituita dall’ avocazione tendenzialmente totale dei beni.

Ecco, sono stati elencati alcuni tra gli aspetti sbagliati del modello occidentale. Parecchi tra essi non saranno mai affrontati. Ma in tal caso l’Occidente si degraderà. Anzi finirà male.

Antonio Massimo Calderazzi

FAREMO COME IL PORTOGALLO PER LIBERARCI DEL REGIME BUONO A NIENTE?

Quarantuno anni fa -25 aprile 1974- una rivolta di duecento ufficiali, quasi tutti capitani e quasi tutti trentenni, stupì il mondo liberando il Portogallo, ancora padrone di grosse colonie africane, dal regime postsalazariano dell’Estado Novo, sorto nel 1926. Il colpo di Stato volle non più di sei-sette ore, nessuno scontro e nessuno spargimento di sangue. Così andò altre volte in passato, nella tradizione portoghese. Quel 25 aprile un incidente marginale e localizzato fece quattro morti, ma era in nulla connesso col colpo di Stato.

Il Movimiento de las Fuerzas Armadas trionfò senza oppositori. Il capo del governo Antonio Caetano, successore di Salazar e come lui professore universitario, tenne a trasmettere personalmente, e urbanamente, il potere al generale Antonio de Spinola, sottocapo di Stato Maggiore, designato dai capitani trentenni. Per un biennio i nuovi gestori politici del Portogallo non furono i tradizionali personaggi di destra, ma il socialista Mario Soares e Alvaro Cunhal, capo dei comunisti portoghesi. Né l’uno né l’altro erano stati i mandanti di una rivolta scatenata invece dalle frustrazioni della guerra coloniale, costosissima anche sul piano umano. Fu dunque la volta che le sinistre plaudirono e andarono al potere: se ne ricordino quanti oggi agitano lo spauracchio della soluzione di forza, anzi ‘fascista’, cui rispondere con un’esilarante ‘Nuova Resistenza’. A loro questo Stato buono a niente va bene così.

In Portogallo si fece ricorso alla minaccia della violenza -non alla violenza effettiva-perchè la legalità era tutta dalla parte del tardo salazarismo; così come da noi essa legalità è tutta dalla parte della demoplutocleptocrazia. Più alla lontana, si ricordi che anche i titoli di gloria della nazione lusitana -le grandi scoperte geografiche, la prodigiosa espansione coloniale tra il 1415 e il 1580, in tre continenti, furono dovuti alla cosiddetta Rivoluzione armata del 1383; due anni dopo essa trionfò grazie al genio del condottiero militare Nun’Alvarez Pereira, vincitore della battaglia di Aljubarrota. La dinastia degli Aviz che si insignorì del regno lanciò con Enrico il Navigatore e con Giovanni II i viaggi di esplorazione oceanica, trasformando uno Stato marginale nel leader della conquista europea sul pianeta. Infine è bene ricordare che fu un colpo militare quello che il 5 ottobre 1910 mise fine alla monarchia, vent’anni prima che in Spagna. Ancora una volta: se avesse prevalso, la legalità avrebbe perpetuato il vecchio ordine Braganza.

La necessità di una soluzione di forza non si può escludere per lo Stivale: forse sarà il Portogallo degli anni Venti. Certo non soffre come la nazione lusitana di una dura guerra coloniale. Le guerre coloniali abbatterono la monarchia spagnola nel 1931, la Quarta Repubblica francese nel 1958. Dall’Algeria minacciarono persino il potere dell’augusto Charles de Gaulle. Il settantennale regime italiano non soffre di tumori coloniali. Tuttavia il giorno che l’economia mancasse la ripresa e che le Istituzioni repubblicane si facessero sconfiggere dalla coalizione dei tre grandi nemici -il declino economico; l’odio antipolitico del popolo; la valanga immigratoria- quel giorno la legalità cesserebbe di proteggere il regime. Dovrebbe fare luogo a una nuova, ben più reale legalità generata dalle cose, dalla minaccia della forza. Come a Lisbona, non si verserebbe una goccia di sangue. Chi si batterebbe in difesa dei cleptocrati e di uno Stato quasi-canaglia?

In due anni la ‘Rivoluzione dei garofani’ si ammorbidì e normalizzò. Però non fu soppiantata da alcuna controriforma “berlusconiana”. La bianca, affascinante Evora coronata di querce da sughero conserva il ricordo di quando l’Alentejo circostante era bastione dello stalinista PCP di Alvaro Cunhal. Con lui e grazie ai capitani trentenni i latifondi erano stati occupati dai braccianti, e le agitazioni avevano costretto all’impotenza il governo provvisorio dell’ammiraglio Pinheiro de Azavado. Coll’avvento a capo dello Stato di Ramalho Eanes, a primo ministro di Mario Soares, è sopraggiunta la normalità. Le posizioni estreme sono, o sembrano, scomparse, la svolta modernizzatrice prosegue, pur con le sue incertezze.

In Italia la partitocrazia ladra ha trovato in Matteo Renzi il Rottamatore/Restauratore. Sempre che a) l’economia si riprenda; b) si attenui il rancore del Paese nei confronti dei politici; c) si fermi l’alluvione dei migranti (quest’ultima non meno ma più pericolosa di una guerra coloniale). Se queste condizioni non si verificheranno, perché la repubblica gestita dal Partito Unico del Furto dovrebbe sfuggire all’esperimento del giustizialismo alla portoghese? Le Istituzioni rette da Mattarella e dalla Consulta sono la garanzia di un immobilismo alla Marcelo Caetano, 41 anni fa.

A.M.C.

LE NOSTRE OPZIONI: DRACONE (NON RENZI), LA PALUDE CIOE’ I LADRI, POI SALAZAR

I benpensanti/legittimisti temono l’antipolitica come fosse la calata degli Unni (Attila ne divenne il capo assassinando il fratello Bleda). Ma i benpensanti/legittimisti sbagliano. Lo Stivale non avrà salvezza se le Istituzioni della malarepubblica non crolleranno come le mura di Gerico.

Coi suoi difetti, Matteo Renzi è l’unica chance di qualsivoglia prospettiva di semiriformismo gradualista e legalitario. Ma egli sarà sconfitto: dalla palude, dalle sabbie mobili, dalla sua stessa furbizia, dal proprio atlantismo. Non dai lillipuziani che lo combattono. Quando egli cadrà, quel po’ di iniziativa che aveva suscitato si spegnerà e il gioco tornerà al doroteismo deteriore. Dietro la facciata forse perbene di uno o più Mattarellidi, governerà un malaffare reso più imbattibile dal fatto di allearsi con spezzoni liberi di nuovismo 5Stelle, di Podemos e simili,

Per i cambiamenti veri ma indolori non esiste alcuna possibilità. Si prenda, per dirne una, la burocrazia medio-alta che fa cerniera coi cleptocrati del potere. Quando tradisce -lo fa spesso- essa è lercia quanto la nostra politica. Ma, blindata dai diritti acquisiti, dai Tar, dai sindacati, dalle prassi, solo un Terrore alla 1793 (o alla bolscevica o alla purga staliniana) potrà sgominarla. Ora si è messa a proteggerla anche la Corte costituzionale: solo per il suo ingiungere allo Stato di fare bancarotta in pro dei burocrati la Corte andrebbe abolita; ma c’è tanto altro a suo carico. La repubblica del Malaugurio non sarebbe tanto pessima se a farla oppressiva non ci fosse la Carta stesa dai giuristi del padronato partitico. Il Quirinale poi non scherza come bastione della Casta. Mattarella si ricordi: presiede uno Stato-canaglia. Potrà costringersi a restare personalmente integerrimo: ma è proprio di un prestanome integerrimo che il Milieu marsigliese ha bisogno.

La Carta dell’impostura recita che la repubblica è fondata sul lavoro. Menzogna, è fondata sulle tangenti e sulla rapina, gestita da un monopartito di regime che, parafrasando la formula del giornalista Fabio Martini, va chiamato Partito Nazionale Unico del Furto (PNF). Ormai è dimostrato che il Settantennio ha un solo vanto rispetto al Ventennio: non muove guerre di conquista o di follia (come quella dichiarata 75 anni fa, questi giorni di giugno). Non si spinge oltre il militarismo mercenario al servizio del Pentagono. Non delinque oltre la servilità atlantista. Per tutto il resto occorre la lente d’ingrandimento, anzi il microscopio elettronico, per individuare una superiorità rispetto all’andazzo sotto Mussolini. Potevamo risparmiarci gli eroismi e gli assassinii della Guerra civile.

Questa repubblica è un organismo che non ha più anticorpi contro la corruzione. E’ come uno Zarevic emofiliaco: la Zarina può sperare solo nel fosco monaco Rasputin. Di qui la convinzione di molti: ci avviciniamo al limite estremo del declino politico. Basterà che le voci di ripresa si dimostrino fandonie perché un uomo di fegato più coerente e più duro di Renzi si faccia il nuovo Salazar: lo Stivale acclamerà, persino più che il Portogallo del 1933. Quel regime finì solo quarantuno anni dopo, e lo abbatté una congiura di ufficiali al comando effettivo di unità armate. Peggio per Renzi se non studierà il metodo Salazar.

Chi abbia orrore dei rimedi poco liberali -sennò non sarebbero giustizialisti- alle malattie dell’Italia, si convinca che le riforme allegrone di Renzi sono asini che volano. La sola alternativa al giustizialismo per le spicce è, non proprio Pol Pot ma Dracone, il governante che nel VII secolo a.C. aprì la strada alla legislazione razionalizzatrice di Clistene, l’alcmeonide che precedette il grande parente Pericle. Dracone rappresentò l’uomo della severità implacabile. Oggi Egli cancellerebbe in toto ciò che ci affligge, cominciando dal mestiere del politico, dalle assemblee elettive, dalle elezioni che confermano al potere il Partito Unico Nazionale del Furto.

Quanto ai burocrati, così facili a tradire la collettività che dovrebbero servire, per loro ci vorrà un’incruenta decimazione: uno ogni dieci, scelto dal sorteggio, vada senza processo destituito ed espropriato di quanto possiede. Così gli altri capiranno. Sarà riabilitato solo in caso di eventuale assoluzione definitiva in un processo tassativamente successivo alla decimazione. Ricorsi sabotatori al Tar o altrove, zero.

Il fatale Dracone non avrà speranze se non farà la mezza rivoluzione cui è tenuto: niente Consulta, niente Carta usbergo della cleptocrazia, niente garantismi. Non volendo Dracone tenetevi la palude, infestata dai coccodrilli e dai ranocchi della democrazia rappresentativa: Scalfari, Rodotà, Rosy Bindi, persino quel tot bamba dei 5Stelle che punta quasi tutto sul parlamento; su una legalità repubblicana che sarebbe molto piaciuta a quel nostro compaesano, Al Capone.

A.M.Calderazzi

24 MAGGIO 1915: IL CRIMINE SI RIPETERA’ SE NON RIPUDIEREMO LE PATRIE

Cento anni fa, di questi giorni, un paio di governanti sostenuti da un monarca di retaggio militarista, sobillati dal maggiore dei nostri poeti, adulati dai patrioti e pennivendoli del Palazzo, si macchiarono del delitto assoluto: l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra. Guerra altrui: della Serbia, dell’Austria-Ungheria, del Secondo Reich, del bellicista Sazonov che seppe plagiare lo Zar, di Poincaré il presidente francese (il più guerrafondaio di tutti), della Gran Bretagna straricca di corazzate e di colonie. Guerra di tutti, fuorché dei fanti mandati a uccidere e a morire sul Carso. Propagandisti e pennivendoli del Palazzo levarono cori assordanti: coroniamo il Risorgimento! liberiamo Trento irredenta e Trieste pazza per il Tricolore! la pace è neghittosa e molle! soprattutto: dimostriamoci stirpe guerriera, cingiamo l’elmo di Scipio!

L’anno prima molti giovani e molti intellettuali dell’Europa intera si erano inebriati della guerra, madre di eroi, vivaio di anime forti. Non il solo Gabriele d’Annunzio; innumerevoli altri spiriti invocarono il conflitto rigeneratore.

Nella Roma dell’età ferrea della Chiesa le fazioni che si contendevano il papato disseppellirono più di un pontefice defunto per processarne il cadavere, bruciarlo o farne altro scempio. Una barbarie, però non priva di moralità. Anche le spoglie di Antonio Salandra e Sidney Sonnino andrebbero riesumate e bruciate. Essi piazzarono a Londra e a Parigi i nostri morti a un prezzo (teorico) più alto di quello che il principe von Buelow, ex cancelliere germanico, era riuscito ad ottenerci da Vienna perché non entrassimo in guerra. Sarebbe giusto ci vendicassimo così anche dell’uomo del Quirinale e di Gabriele d’Annunzio (ma per quest’ultimo si può capire il perdono).

La colpa dei due ministri è invece tanto più imperdonabile in quanto dieci mesi prima il capo del governo di Madrid, Eduardo Dato, si era coperto di gloria decidendo la neutralità della Spagna. Manuel Azagna, futuro presidente della repubblica rossastra, e altri figuri del radicalismo progressista avevano tentato di compromettere il loro paese a fianco dell’Intesa: sulla menzogna che le plutodemocrazie occidentali meritassero che i fanti asturiani o andalusi morissero per loro. I conservatori di Eduardo Dato sventarono la loro trama. Col governo di Roma i truffatori anglo-francesi ebbero più fortuna. A differenza dei ministri spagnoli, sul cui impero il sole non era tramontato per secoli, i gestori del regno sabaudo erano parvenus smaniosi di ingrandimenti territoriali e di comparsate nella storia.

La guerra di Vienna e di Belgrado non avrebbe meritato di coinvolgere il mondo, Ma dietro alcune scrivanie romane si valutò che la Grande Proletaria doveva ad ogni costo farsi Potenza: guadagnando altre Alpi, conquistando sponde adriatiche di italianità inventata, più qualche scampolo di colonia in Africa, più persino un acquisto territoriale in Anatolia. Giovanni Giolitti, dominatore della politica , fece quello che poté per opporsi alla guerra, ma fu sconfitto dal Poeta soldato e mitografo, oltre che da Salandra, un Avv.Prof. nativo di Troia (Foggia), che le enciclopedie liquidano come autore di pregevoli pubblicazioni di diritto amministrativo.

Questo Carneade, prodotto di bassi giochi parlamentari, sentì di dover esaltare con una guerra gloriosa l’orgoglio dell’Italia ; cadde l’anno dopo, al primo dei rovesci militari di Cadorna (all’epoca correntemente indicato come “stratego geniale”). Quando scrisse le Memorie, Antonio Salandra non mancò di lamentare che le sue fatiche di statista non gli avessero guadagnato un titolo nobiliare. Mettetevi nei suoi panni: non vi sareste ripromessi anche voi, se aveste vinto una guerra mondiale, di disegnarvi un blasone? Fu anche per le aspirazioni nobiliari del notabile di Troia che morirono seicentomila italiani, più i corrispettivi austro-ungheresi e croati. A guerra finita le facili promesse anglo-francesi furono mantenute solo in parte. In compenso avemmo il fascismo, dunque un secondo conflitto mondiale, le città distrutte e le ferocie partigiane.

Sappiamo che gli spagnoli -con svizzeri, svedesi e norvegesi- furono pressocché soli in Europa a scampare alla Grande Guerra. Le altre nazioni, grandi o piccole, non si salvarono dall’uragano irrazionalista che uccise la pace. Alcune trovarono pretesti quasi plausibili per combattere.

Non così i grandi protagonisti, i quali furono puniti con durezza estrema. Gli imperi russo, austriaco, germanico e turco crollarono miseramente. La Gran Bretagna entrò nel conflitto come prima tra le potenze; ne uscì come seconda, destinata ad arretrare. La Francia, nel 1914 accreditata del più grosso esercito terrrestre al mondo, apparve trionfare alla Conferenza della pace; in realtà pagò con 1,5 milioni di morti (compresi africani ed asiatici), subì distruzioni gravissime e, sfinita, fu condizionata ad imporre alla Germania una pace punitiva, fatta per non durare; infatti nel maggio 1940 fu annientata dal Reich. La Francia non ritroverà più il rango di prima del 1914.

La Russia fu dilaniata dalla rivoluzione e dovè affrontare le terribili prove della WW2. Nel 1919 gli USA si trovarono primi al mondo, però inetti sia a esercitare il primato, sia a tradurre in realtà gli elementi nuovi che avrebbero potuto seguire al loro irrompere sulla scena mondiale.

Alla Grande Guerra seguì non la pace ma un malsano armistizio ventennale. Il cataclisma che verrà dopo l’armistizio porterà alle conseguenze estreme tutte le negatività scatenate nel 1914, quando il mondo egemonizzato dall’Occidente rovinò irresistibilmente. Le cause della conflagrazione sono state elencate a centinaia. Ma non si insisterà abbastanza sul prorompere degli irrazionalismi, sul tedio della pace, sulle suggestioni romantiche, sullo scontro dei patriottismi assassini. E non si insisterà abbastanza sulla rassegnazione dei popoli: accettano che i destini e le vite stesse degli uomini appartengano non agli individui ma ai governi e ad altri poteri.

Ci saranno guerre finché non sarà abbattuto l’assioma che questo o quel tipo di collettività detenga ipoteca sulla vita dei cittadini, dei seguaci, di altri ostaggi. Ci saranno guerre fino a quando gli individui non si proclameranno superiori alle patrie, alle cause, alle fedi. Nel 1914 e nel secolo che è seguito la non-sovranità degli uomini sulla propria vita ha consentito a innumerevoli Salandra, Sonnino e teste coronate di esercitare il loro miserabile potere, tra le adulazioni dei giornalisti e dei pennivendoli di palazzo. Cento anni fa, da noi, si chiamarono soprattutto Luigi Albertini, Luigi Barzini, Ugo Oietti. Oggi sono le Grandi Firme che inneggiano ai Consigli supremi di difesa, che esaltano le glorie e gli Altari della patria, che vorrebbero spedizioni contro Putin e l’Islam, che vaticinano sul campo dell’atlantismo e della modernità le smaglianti fortune che additarono i loro omologhi del 1915.

Sento il dovere di precisare che venero la memoria dei combattenti sacrificati allora: cominciando da un padre capitano dei mitraglieri, tre volte ferito sul Carso. Più ancora, ammiro senza riserve il nonno di mia moglie, i cui ideali erano opposti ai miei: per coerenza di avversario del pacifismo giolittiano si dimise da prefetto e quando la guerra arrivò partì soldato semplice volontario (egli che era stato ufficiale dei bersaglieri), senza salutare moglie e figli. Morì giorni dopo in trincea.

A.M.Calderazzi

RENZI ABBASTANZA BENE COSI’, MA TASSI DURAMENTE LE MEDIE E GRANDI EREDITA’

Premessa: quelli della sinistra Pd fanno venire l’orticaria seria. Hanno quasi tutti i difetti. Fissati con gli evanescenti ricordi dell’operaismo, però oggi fautori della conservazione e dell’ordine costituito. Onusti di glorie proletarie si sono innamorati perdutamente della plutodemocrazia liberale, e in più si abbarbicano come rampicanti alle regole del mercato. Inflessibili sui principi etici, però di fatto sono disponibili ad ogni compromesso.

Soprattutto, la loro mentalità è talmente vecchia da incartapecorire tutto ciò che toccano. Sarà salutare quando usciranno di scena. L’elettorato giovane li sta sospingendo fuori con sufficiente successo: in mancanza di fatti nuovi c’è da pensare che le nuove generazioni sempre più estrometteranno tutte le Rosy Bindi.

Tuttavia Matteo Renzi qualche atto potrebbe compierlo che ricordi l’antica milizia popolare del partito che ha fatto suo. Qualche atto che ne contrasti alquanto la mutazione genetica. La minoranza Pd fa ridere come ultima schiera di difensori del popolo. Tuttavia la questione sociale non è sparita, anche se ogni tornitore che lo voglia fa vacanze a Ibiza.

Per esempio una legge Renzi potrebbe porre limiti severi alla trasmissione ereditaria delle proprietà. Il manuale di scienza delle finanze del liberale Luigi Einaudi diceva all’incirca: “Non pervenga al nipote (oppure: al pronipote) la proprietà del nonno”. Cioè, bastino due-tre passaggi in linea diretta perché i beni possano essere avocati. Chi scrive ricorda il precetto di Luigi Einaudi, non la sua dimostrazione.

Però essa è intuitiva. Il nipote può aspirare a ereditare, oltre determinati limiti, i beni del nonno solo se abbia lavorato in posizioni di responsabilità nell’azienda dell’ascendente, contribuendo in modo significativo alla sua formazione o prosperità. Ove faccia un altro mestiere, oppure viva di rendita, la trasmissione ereditaria gratuita non si giustifica; va meritata con sforzo e con sacrificio economico. Non ha senso che persino un figlio riceva, quasi tutto gratis.

Ecco, una legge Renzi potrebbe realizzare una larga opera di giustizia, mortificando il privilegio e premiando solo quanti uniscono la propria attività lavorativa a quella del padre, del nonno e, assai meno, a quella di ascendenti più lontani. La nascita non dovrebbe privilegiare. La via maestra a questo fine è il ripristino più o meno maggiorato delle imposte di successione. Nel caso delle grandi fortune, il loro appesantimento dovrebbe essere importante.

Nella misura in cui la nostra Carta costituzionale incoraggia l’attività economica individuale (art.41:”è libera”) e la proprietà privata (art. 42: “è riconosciuta e garantita dalla legge”), la nostra Carta va emendata. Peraltro l’art.23 (“Nessuna prestazione

personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”) chiaramente contempla, nei modi di legge, la cessione di parte del patrimonio alla collettività. Specificamente il IV comma dell’art.42 stabilisce al di là di ogni dubbio “i diritti dello Stato sulle eredità”: pertanto tali diritti possono essere aumentati, anche fortemente. Per una volta la Costituzione va rafforzata, invece che corretta.

Negli ultimi settant’anni quasi tutte le posizioni e i sentimenti di giustizia sociale sono stati sacrificati sull’altare del buon senso e delle ragioni del mercato. Pur di non pregiudicare il Pil, poco è stato fatto per raddrizzare gli equilibri. Ma oggi il Pil è meno sacro. Molte illusioni sono cadute, il fatturato non genera felicità. Non si vede perchè non potrebbe essere rallentata l’ossessiva accumulazione di ricchezza che ha caratterizzato l’ultimo settantennio.

Gli anni dopo il secondo conflitto mondiale furono contraddistinti in Gran Bretagna -il terzo dei Grandi usciti vittoriosi- dall’aggressione del Fisco sulle grandi proprietà, forse soprattutto immobiliari. E il Labour si trovò a gestire il paese, con tutte le glorie guerresche di Winston Churchill. Anche in Italia il ceto dei redditieri ebbe a lamentare brevemente che il fisco avocava le proprietà nel giro di due-tre passaggi successori. Non fu proprio così; le grandi proprietà rimasero. Tuttavia più in là il colpo di mano di un premier miliardario sulle imposte di successione dette alle classi ricche ogni possibile riparo contro un prelievo fiscale che fosse compatibile con una società tendenzialmente socialdemocratica come la nostra.

Ora i tempi maturano per un’ulteriore riduzione alla troppo generosa protezione che la politica e il diritto elargiscono al privilegio della nascita. Non ci sarebbe niente di irragionevole se una nuova legge sulle successioni fissasse un limite p.es. di 5 milioni alle eredità che si possono ricevere quasi gratis mortis causa. Un altro scaglione, magari uguale, potrebbe essere ereditato con un modesto sconto sui valori di mercato. Il resto dell’eredità andrebbe a beneficio di un fondo di perequazione a favore dei miseri, sia di casa nostra, sia di un certo numero di società povere del mondo.

amc

CON UN CANCELLIERE NIENTE CAPO DELLO STATO MA UN PRIMO CITTADINO CERIMONIALE

Un capo dello Stato che, appena eletto, non chiude il Quirinale come propria sede è un cattivo capo dello Stato. Dovrà compiere grandi cose, Sergio Mattarella, opere straordinarie non richieste ai suoi predecessori, per mondarsi della colpa di cui parliamo. Da qualche tempo la riprovazione per il cattivo esempio che viene dal Colle si è allargata fino a diventare prevalente. Tanta reggia e tanta spesa per un’ istituzione discutibile, finiranno per configurarsi come reati da impeachment.

Se invece a Mattarella non accadrà d’essere confrontato da sfide gravi, egli rafforzerà i dubbi sull’utilità di un presidente della repubblica in un ordinamento non presidenziale. Perlomeno, a non voler passare al presidenzialismo, egli farà crescere la pressione per ridimensionare il ruolo e il costo del capo nominale dello Stato. Il ruolo non dovrà in alcun caso essere superiore a quello attuale del Bundespraesident germanico, che è inferiore a quello di Ebert e di Hindenburg nella Repubblica di Weimar. Il secondo non seppe opporsi all’avvento di Hitler, anzi lo favorì. Per Ebert come per il feldmaresciallo è lecito chiederci a che servirono.

E a che servirono molti sommi personaggi della III e IV repubblica francese? Per Georges Clemenceau, il ‘Tigre” che vinse per il suo paese la Grande Guerra, l’uomo dell’Eliseo era inutile; chi scrive non ricorda se disse questo prima o dopo la propria candidatura, fallita, a fare il presidente della repubblica. Senza dubbio gli uomini che pervennero all’Eliseo non contennero i mali del parlamentarismo. Tra il gennaio 1876 e lo scoppio della Grande Guerra la Francia ebbe 49 governi, durata media 9 mesi e 13 giorni. Nel ventennio 1919-39 i primi ministri furono 15, molti dei quali con rimpasti multipli, difficili da numerare. Ciascuno dei politici più importanti capeggiò vari governi: Briand 11, Poincaré 5 (e in uno dei cinque metà dei ministri erano stati premier). Tra il ritiro di Poincaré (luglio 1929) e le elezioni del 1932 i governi furono sette, dei quali alcuni durarono poche settimane. Nei 20 mesi tra il quarto gabinetto Briand e il ministero Paul-Boncour si contarono sei governi. Nel 1894 Casimir-Perier si dimise dopo sei mesi all’Eliseo.

Abbiamo anche da chiederci a che servirono i tre presidenti delle due sventurate repubbliche di Spagna. La prima durò un anno, nel 1873; la seconda perdette metà del territorio nel luglio 1936, infine fu spenta per la disfatta nella Guerra civile. Il primo dei tre presidenti, un professore dell’università di Granada, dovette fare posto a Alfonso XII di Borbone, reinsediato sul trono. Il terzo, Manuel Azagna, dopo essere stato cofondatore della repubblica e brillante ministro, appena assurto a capo dello Stato (1936) andò perdendo la presa sulla politica repubblicana. Verso la fine del mandato curava le rose del palazzo ex- reale e ridisegnava le uniformi della sua Guardia. Altri decidevano: specialmente il primo ministro Juan Negrin, appoggiato dal partito comunista, e gli emissari di Stalin. Alla fine della Repubblica Azagna dovè riparare in Francia, a piedi, tra centinaia di migliaia di fuggiaschi.

Di vari capi dello Stato la nostra repubblica avrebbe potuto fare a meno senza danno. Ma tutti, anche gli inutili, occuparono il Quirinale, ossia la più sfarzosa delle regge, Buckingham compresa. Forse erano stati ancora più esorbitanti i palazzi dello Zar a Pietroburgo, ma nel l917 essi ebbero altre destinazioni. Molto più indegna è la storia del Quirinale. Costruito dai peggiori e i meno cristiani tra i papi del Rinascimento, esigette l’investimento di ricchezze immense, distolte dalle attività caritatevoli della Chiesa. Fu fatto splendido dal denaro destinato ai poveri da chi voleva salvare l’anima dalle pene eterne.

L’Italia potrà decidere di non imitare Francia e USA, che concentrano il potere in un capo dell’Esecutivo eletto dal popolo e non dai parlamentari. Non potrà ignorare la logica e la saldezza dell’ordinamento costituzionale tedesco. In esso il potere è attribuito al cancelliere, laddove il capo dello Stato ha funzioni subordinate e rappresentative. Una congiuntura sostanzialmente “tedesca” ha prodotto l’elezione di Mattarella. A meno di un’improvvisa interruzione o liquidazione dell’esperienza Renzi, cerimoniale e marginale è destinato a restare l’ufficio del nostro Primo Cittadino. Sarà una ragione in più per porre fine alla contraddizione attuale, in cui un dignitario da deposizione di corone, in tutto sottomesso ai padroni dei partiti e delle urne, riceve come l’ultimo imperatore cinese la finta sottomissione dei veri governanti, signori della guerra e prominenti.

Solo una situazione malata giustificherà che il Quirinale coi suoi corazzieri e palafrenieri resti la sede di un similmonarca. Il Quirinale, secondo quanto da più parti si è proposto, deve essere svuotato di cortigiani, burocrati e lacché; deve diventare il museo più imponente al mondo, produttore di reddito. Mattarella, che a questo è contrario, crede di far bene ad allargare alquanto le visite del pubblico. Sbaglia e conferma d’essere un dignitario come gli altri.

Un giorno il presidente nominale/cerimoniale, ossia Primo Cittadino, sarà scelto per sorteggio, in presenza di alcuni requisiti, tra cittadini più qualificati di altri. Non perché i suoi compiti siano particolarmente ardui, ma così, per ridurre il numero dei sorteggiabili. E certo siederà in una modesta palazzina, non al Quirinale. Se essa non sarà idonea ai ricevimenti di 200 ambasciatori, si aboliranno i ricevimenti o li si terranno in palestra o al cinema. Al limite, si aboliranno anche gli ambasciatori.

A.M.C.

SETTANTA 25 APRILE: SEMPRE PIU’ MALAREPUBBLICA

Intonare Bellaciao è un adempimento di regime, come a Napoli la liquefazione del sangue del Santo. Entrambi i riti non sono esenti da rischi. A volte la liquefazione non avviene, tanto è vero che i fedeli esultano quando avviene. Bellaciao suscita sempre più avversione. Risultano intrepidi, dunque, i gerarchi i prelati i sagrestani della vigente Cleptocrazia a non sorvolare quando il calendario segna 25 Aprile. Più ancora, a non implorare da Mattarella un motuproprio che chiuda Aprile al 24.

Il rischio della brutta figura -sono sempre meno coloro che si curano dell’epopea partigiana- è fatto serio da una circostanza bizzarra: i più testardi tra i celebratori della Liberazione hanno l’impudenza di salmodiare che è alla Resistenza che dobbiamo ciò che abbiamo e che siamo. Scervellati, anzi cretini: dimenticano che abbiamo il peggio dell’Occidente: più tangenti in assoluto e l’anima più cariata.

Siamo certamente più benestanti e comodi che nel 1945. Ma è merito di settant’anni di pace, della ricchezza capitalista, della globalizzazione, dei galoppi delle tecnologie, dei voli low cost, dell’allentamento dei costumi, delle nozze same sex, di altri fattori innumerevoli. Non dell’eroismo e degli assassinii dei partigiani, produttori di rappresaglie efferate. Sono meglio messi i tedeschi, che non ebbero la fortuna di una sollevazione antifascista e di una epopea bellaciao.

Lo scrittore partigiano forever -mitra sempre a portata di mano- Giorgio Bocca fa lo straordinario annuncio che “la Resistenza ci ha dato la nostra Religione civile” (qualcosa di più importante del “Mito fondativo” di cui parla Gustavo Zagrebelski). Alla buonora, ecco cancellati grazie al giornalista mitragliere i dubbi sulla trascendenza e sull’aldilà! Ora sappiamo perché siamo nati e dove andremo! La religione civile non ci dice il nome del Creatore: è improponibile il nome di Stalin, secondo Aristotele il ‘motore immobile’ della Resistenza. Tuttavia essa religione ci ha fatto conoscere i suoi arcangeli e pontefici: Walter Audisio alias colonnello Valerio, Cino Moscatelli, Pertini che vantò d’avere personalmente ordinato l’esecuzione di Mussolini, Giorgio Amendola che volle via Rasella, etc.

Bocca dovrebbe farci sapere come e dove la Religione Civile agisce, ispira le nostre esistenze. Sono decenni che gli italiani sanno: la repubblica nata dalla Resistenza è il peggiore contesto collettivo del mondo avanzato, gestito da una classe di politici professionisti quasi tutti più o meno farabutti. I quali rubano anche quando non sono indagati accusati sospettati; rubano per il solo fatto d’essere troppi e troppo turpi, di costare caro, di addossare sul contribuente parenti compari e correi. Tutti i sondaggi e le

ricerche -si veda l’ultimo rapporto di Ilvo Diamanti- attestano infima la stima dell’opinione pubblica in ciò che abbiamo.

Il nostro è un autentico Stato-canaglia, “forte coi deboli” con quel che segue, perennemente senza risorse quando si tratta di mettere in sicurezza le scuole e di ridurre l’affollamento delle carceri, spudoratamente fermo nel non tagliare le spese per il prestigio (vedi le molte infamie della reggia del Quirinale, delle ambasciate principali, di tutti i palazzi Spada di tutte le somme Istituzioni). Lo Stato fondato dai mitra partigiani è pronto a chiudere i reparti di oncologia infantile, lentissimo anzi immoto a ridurre i compensi di boiardi e superburocrati (il capo di Poste Italiane, 1,2 milioni).

La nostra è la Repubblica delle Tangenti e l’Everest della Corruzione. Si susseguono i 25 Aprile delle menzogne, si inventano insegnamenti e retaggi della lotta partigiana, si esaltano le prodezze e si tacciono i crimini delle bande. Si insulta la memoria degli infoibati: tutti fascisti, tutti meritevoli di quanto hanno avuto. Massacrati 12 mila di soli “domobrauci” sloveni (lo ha scritto il 22 aprile su ‘Repubblica’ Boris Pahor). Si denigra persino il rimpianto dei molti sinistristi che lamentano il ‘tradimento della Resistenza’. C’è forse stato il “totale rivolgimento politico-istituzionale” (si legga l’Alberto Asor Rosa di giorni fa), oppure i ricchi imperversano più di un secolo fa? La corruzione non è alla metastasi avanzata? Allora dove e quando funziona la Religione Civile?

Il presidente della Repubblica e della Casta va dicendo che la Resistenza fu soprattutto rivolta morale contro il fascismo. Ebbene Mattarella sappia che si trova al Quirinale, e che i Proci banchettano sicuri, in quanto non è ancora cominciata la rivolta morale contro il regime suo e loro, sorto nel ’45. Essa comincerà quando il popolo -lo stesso che inneggiava al Duce fondatore dell’Impero- scoprirà che il Ventennio non fu peggiore del Settantennio.

A.M.C.

PER NON MORIRE, TUTTE, LE SINISTRE SCOPRANO LA DEMOCRAZIA DIRETTA

C’è il grande contrattacco in Francia della destra di Sarkosy. C’è in Italia il tambureggiare delle conferme che democrazia=impostura più ladrocinio, e che il Ventennio non era peggio del Settantennio. Si ingrossa nel mondo l’evidenza che tutto avanza -cominciando dalla ferocia di Boko Haram e dall’arroganza reazionaria alla Dick Cheney o alla Bibi Netanyahu- fuorché il ‘progresso senza avventure’ di Obama, Mattarella ed altri benpensanti. Che aspettiamo a ricrederci su quasi tutte le nostre certezze?

Per esempio. Che il mercato sia infallibile ed equanime nel temperare le disuguaglianze e moderare gli eccessi. Che ‘i diritti’ siano il valore dei valori. Che la democrazia liberale, pur coi suoi difetti, resti il meno peggio. Che la libertà garantisca la buona vita. Che la laicità valga più delle fedi. Siamo entrati davvero nel Terzo Millennio, ma da troppi secoli ripetiamo le stesse cose. Il capitalismo propaga benessere. Invocare la Madonna e i Santi propizia miracoli a conforto di chi soffre. Le sinistre amano il popolo.

Il più pernicioso degli inganni è quest’ultimo. Le sinistre non amano il popolo. Amano i propri miti, cominciando dalla presunzione d’essere portatrici di verità superiori. Amano praticare il settarismo, talché sono un paio di secoli che si scannano tra loro. Quando conquistano il potere il settarismo le costringe coi suoi delitti a farsi odiare: lo fecero i giacobini del Terrore 1793-94, lo fecero i bolscevichi, lo fece Stalin, lo fecero i partigiani quando prevalsero su nemici sfiniti.

Il bilancio finale per le sinistre è così disastroso che per saggezza esse dovrebbero annullarsi, ripudiare il retaggio e le glorie, sparire per rinascere totalmente cambiate. Giorgio Napolitano e Massimo D’Alema hanno sì abiurato una fede torva, ma sono passati in un campo peggiore del loro: il campo del servaggio agli USA e del liberismo immorale. D’Alema pensa addirittura da operatore vitivinicolo. In sé questa conversione al fatturato è etica calvinista in confronto alla schietta ruberia che è il credo di quasi tutti i professionisti della politica.

Orbene: per un secolo i capi del defunto Pci hanno plagiato gli intellettuali, facendo di loro dei servi sciocchi o dei maiali di Circe. Prima di esalare l’ultimo respiro, i diadochi di Berlinguer non dovrebbero indurre i residui intellettuali organici a conferire i loro cervelli (e l’istinto di sopravvivenza) alla ricerca di un’idea nuova, opposta al marxismo-leninismo da obitorio, ma opposta anche al nichilismo proditorio di Napolitano & D’Alema? Nella moria delle ideologie otto-novecentesche, l’idea di fermare la metastasi dei politici di mestiere, cioè di cancellare la delega elettorale, è destinata a vincere sulla distanza: ma ha bisogno di molto tempo per imporsi. Se i Napolitano e i D’Alema si sono bruciati definitivamente, altri ex-dirigenti del Pci non troverebbero la forza di rigenerarsi come manager di reclutatori di una verità più giovane, quella di una Polis senza politici e di un comunitarismo senza comunisti portasfortuna? I tanti cattivi maestri che ancora dominano le cattedre, le case editrici, i giornali, i media e altri pulpiti, non si riscatterebbero approdando a un pensiero bruscamente nuovo, opposto sia al loro, che è pensiero della sconfitta, sia a quello dei reazionari, falsi vincitori?

Parliamo dei pochi ex-leader rossi cui sia rimasto qualche potenziale di influenza. Non di quei politici d’oggi -la sinistra Pd- che ancora prolungano il vecchio gioco del settarismo e che in realtà sono il nulla. I pochi intellettuali che sono con loro e da cui attendersi qualcosa, hanno perso la ragione a fare e a militare come se nulla fosse cambiato?

A.M.Calderazzi

KANZLER RENZI SI AFFIANCHI UNA GIUNTA 30 CITTADINI SCELTI RANDOM DAL COMPUTER

Il Renzi riformatore delle istituzioni è un Gulliver nel paese di Lilliput. Presi singolarmente, i lillipuziani (la classe politica) sono minuscoli; ma sono tanti, e alla fine riescono a immobilizzare il gigante. Matteo Gulliver voleva fare l’audace legislatore e invece dovrà contentarsi, se gli andrà bene, di una nuova legge elettorale. Vanta che essa sarà presto imitata da altri paesi, ma sbaglia: un metodo di elezioni vale un altro. Sono le elezioni che dovrebbero sparire, sostituite dal sorteggio.

L’aspirante Kanzler dovrà anche contentarsi di rimpicciolire, e riempire di portaborse locali, un Senato che andava semplicemente abolito. Oltre a tutto, non sentiamo parlare di rendere lillipuziana la sede di tale senato, tenuto in vita per non ingrossare le armate di politicanti disoccupati/esodati. Nessuno si meraviglierà se il bilancio della futura assemblea di salvataggio, lungi dall’essere miniaturizzato, risulterà quello del Senato vecchio, sfoltito qua e là.

Che riforma è una che conferma quasi tutte le cose come sono, invece di capovolgerle? Si veda il ruolo dell’uomo del Colle. In prospettiva è doverosamente destinato ad assomigliare a un Bundespraesident cerimoniale, prezioso per non sprecare il tempo e il drive del Cancelliere, unico governante vero. Invece Gulliver mantiene il cosiddetto capo dello Stato su un trono maestoso, spropositato e preso troppo sul serio per quello che è il suo ruolo effettivo. E’ apparso sì capace di deporre Berlusca: ma Berlusca si è deposto da sé dimostrandosi pessimo tra gli statisti ed elargendo ricchezze a un corpo di ballo di troie.

Tenendo il Quirinale al vertice della Nazione, Gulliver appesantisce l’esposizione sua e dell’inquilino del Quirinale al processo di impeachment che entrambi un giorno meriteranno per avere perpetuato lo scempio di una reggia troppo costosa, fatta per i papi peggiori della storia cristiana.

La logica del Buongoverno esigerebbe la cancellazione di gran parte delle categorie almanaccate dai costituzionalisti, e la rottamazione della Costituzione stessa. Per esempio, il tempo e l’energia del Cancelliere non vanno sperperati in compiti di rappresentanza. Per questi ultimi ci vorrebbe un ciambellano ad hoc, e non uno pseudo-monarca settennale che si suppone fare il capo supremo degli eserciti, nominare i ministri e sciogliere le camere, dunque in teoria essere l’uomo di vertice. Per deporre corone al Vittoriano, ricevere boriosi ambasciatori spesso da operetta e dare un’occhiata frettolosa alle loro credenziali, basterebbe un ciambellano sorteggiato per 6/12 mesi, non rinnovabili, tra magistrati medio-alti in pensione. Basterebbe anche il titolo di Primo Cittadino e non di presidente, basterebbero poche decine di funzionari, lacché q.b. (quanto bastano) e un solo corazziere per i selfie delle ambasciatrici. I costi si nanizzerebbero e l’operato del Cancelliere migliorerebbe.

Anche perché il Cancelliere farebbe bene a farsi affiancare da una piccola giunta di una trentina di consultori/controllori, scelti a sorte da un computer centrale programmato ad hoc tra persone in possesso di requisiti particolari: culturali, professionali, di volontariato caritatevole ed altri. Nessuno di essi dovrebbe essere affiliato a partiti o a gruppi di pressione. La sperimentazione di modesti meccanismi di democrazia semidiretta consentirebbe a tempo debito di varare la partecipazione dei cittadini al governo della Polis, sempre utilizzando il procedimento randomcratico. In uno stadio finale della sperimentazione lo stesso Cancelliere, responsabile unico dell’Esecutivo, potrebbe essere sorteggiato tra i cittadini oggettivamente più qualificati di tutti.

In una fase iniziale questa giunta di ‘cittadini coinvolti’ avrebbe soprattutto la funzione di stabilire un principio: che persone scelte randomcraticamente possono dare un contributo senza essere state designate dalla classe politica e dalle urne. Gradualmente verrebbero aggiunti altri compiti, fino al giorno che la giunta dei cittadini consultori, dilatata fino a un centinaio di membri, diventasse una seconda camera, non eletta ma sorteggiata, dotata di poteri limitati. Sostituirebbe il Senato dei portaborse locali.

A.M.C.

CONTRO IL MALAFFARE E I PARTITI ROTTA GOLLISTA VERSO UNA DEMOCRAZIA MIGLIORE

Il solo aspetto d’interesse dei più recenti tra gli scandali di giornata è che nell’assetto attuale il decisionismo di Matteo Renzi -l’unico che esista- nulla potrà contro i cleptocrati. La lotta al duopolio Casta-imprenditoria tossica doveva essere la prima priorità del Rottamatore; non quelle che egli chiama riforme costituzionali e invece sono aggiornamenti cosmetici.

Che un anno dopo l’avvento del renzismo si venga a sapere di Incalza, di Lupi, del Rolex al figlio del ministro, della casa romana donata alla figlia di Incalza, ci dà la certezza che le tangenti -sostanza del regime- non saranno nemmeno scalfite dal Rottamatore. Se anche fosse ambizioso e inarrestabile come il Bonaparte primo console, Matteo sarebbe addomesticato oppure disarcionato dal Sistema Italia. Perché il Sistema Italia è corazzato dalla Costituzione manomorta, dallo stato di diritto, dai codici, dall’omertà dei mille parlamentari e del mezzo milione di parassiti e farabutti che vivono di politica.

Matteo Renzi, conclamato il più efficiente tra i nostri Proci nel perseguimento dei propri fini, sarà sconfitto dalle controffensive degli interessi, dalle prassi, dalla continuità, dalle Istituzioni, dalla Costituzione che è la fortezza inespugnabile del sopruso cleptocratico. Renzi ha scelto di agire entro la legalità, e la legalità è come l’inverno che trasforma in ghiaccio il mare di Barents. Bonificare lo Stato-canaglia fondato da De Gasperi-Togliatti-Nenni in combutta col malocapitale è di fatto impossibile. Nessuno riuscirà a cambiare le cose a termini di legge.

Per esempio. Occorrerebbe l’elettrochoc di cancellare tutte le pensioni d’oro e tutte le iperliquidazioni; di colpire forte le grosse eredità; più ancora, di destituire in tronco la maggior parte dei superburocrati, e poco male se alcuni di essi non meritassero appieno di espiare. Salus populi suprema lex esto dicono le Dodici Tavole; dunque ogni sacrificio sarebbe giusto. Per dirne una: non difettiamo di burocrati meno arrivati (tra l’altro più giovani e meno costosi) abbastanza sperimentati da saper rimpiazzare i destituiti. Ebbene il sistema vieta di potare, di destituire for good. Eppure la sola via per risanare la funzione pubblica sarebbe la decimazione: estromettere a sorte un funzionario su dieci (gli altri capirebbero), processarlo per i tipici reati dei funzionari, addossargli l’onere di dimostrarsi innocente, e si fotta lo Stato di diritto. Idem andrebbe fatto a carico degli appaltatori e dei faccendieri: non attendere che compiano i reati ma colpirli preventivamente, salva la possibilità di dimostrare infondata la misura punitiva.

In altre parole. Nel contesto italiano solo il Terrore, non cruento come nel 1793-94 però con garantismi zero, metterebbe in fuga le orche assassine della corruzione. Ma occorrerebbe una crisi prerivoluzionaria. Mancando questa e senza l’elettrochoc di misure draconiane il popolo resterà per sempre impotente.

Invece di farsi impressionare o condizionare dalle sciocchezze di alcune Vestali del parlamentarismo contro la deriva autoritaria e contro l’uomo solo al comando, Renzi dovrebbe attuare la deriva e, in larga misura, fare da solo o con gente in gamba sul serio. Meglio che queste cose le faccia lui, forzando al limite il quadro legale, che sfidanti estremi tipo i colonnelli greci del 1967 : essi non avrebbero altra risorsa che la violenza delle armi.

Sono incurabili i mali di questo regime. Il meno che occorra fare è smontare in grande la Costituzione e ricostruirla come fece Charles de Gaulle. Le cose hanno provato che egli non era né un oppressore né un tiranno; che spegnendo la cianotica Quarta repubblica prese la decisione giusta. Aveva sì molta tempra. Ma anche Renzi ha più tempra dei suoi pari. Non ha la legittimità storica di de Gaulle, anche se una modica quantità se l’è guadagnata. Dopo tutto de Gaulle non vantava alcuna gloria militare, non era nemmeno un generale vero.

Renzi rafforzi molto la sua energia, a fin di bene. Cerchi di configurare un gollismo giovane, conservatore in quasi niente. Faccia tesoro della lezione francese e di quella svizzera. La prima è che mortificare i partiti e il parlamento non è totalitarismo. La seconda, che introdurre la democrazia vera, quella semidiretta e, diciamo così, elettronica- come esige il nostro tempo- produrrà il Buongoverno.

Antonio Massimo Calderazzi

SULLE DUE SPONDE DEL TEVERE PARALLELISMI, AFFINITA’ E RINUNCE

Un anno di Renzi, più o meno come un biennio di Bergoglio. Ininterrotti ribadimenti; volitività senza confini; realizzazioni e opere che deviano la storia, poche. In molti ci attendevamo dal Papa una mezza rivoluzione, quella svolta per cui nulla o poco di importante restasse come prima. Nessuna montagna si è mossa. Dal Premier forse era realistico aspettarci di meno: la politica è l’arte del possibile, possibile nel quale non c’è posto per l’ideale e il top del massimalismo è aspirare al meno peggio.

I conati di riforma di Renzi sono il meno peggio, confrontati alle alternative esistenti. La prima di esse è il berlusconismo. Nel quotidiano della politica come nell’anima della nazione il berlusconismo è la dipendenza di una parte del popolo e di una masnada della Casta da un personaggio ormai insopportabilmente simile nell’aspetto fisico all’Al Capone di prima di Alcatraz, o di Sing Sing o di altro sacrosanto penitenziario. Nella sfera spirituale la dipendenza di troppi nostri compaesani è dal più lubrico dei personaggi del genere fescennino. Che avrebbe pagato, secoli dopo, il poeta Decimo Giunio Giovenale per averlo creato lui come incarnazione di corruttela, licenziosità e sostanziale negazione ad essere statista! Eppure egli Cav ancora impartisce direttive, resta fuori dalle Case Circondariali, vince battaglie giudiziarie, arricchisce smisuratamente principi del foro, cocotte e semplici olgettine, mantiene lo ‘affetto’ di plotoni di deputati.

Le altre alternative: 1) il grillismo, ossia la strumentalizzazione un po’ scervellata degli istinti giovanili di rinnovamento; si è materializzata in conati di parlamentarismo fuori tempo massimo, dunque deteriore. Ripudiata, inevitabilmente, la santa utopia della democrazia diretta; 2) Matteo Salvini o l’ingentilimento del bossismo da bar-tabacchi; 3) il nulla integrale della Gauche degli intellettuali (sort of ) da terrazza romana o da trattoria pugliese specialità orecchiette. A nome della Gauche del Nulla, Stefano Rodotà e altre prèfiche della democrazia effondono lacrime sulla deriva autoritaria rappresentata da Renzi.

E invece Renzi fa benissimo a far rigare il parlamento e le camere. L’uno e le altre meriterebbero ben altra frusta e ben altra ramazza. Le prèfiche si aggrappano alla Costituzione che vuole il parlamento bicamerale spinto. E’ uno dei molti motivi per detestare deridere cestinare la Costituzione.

In presenza delle suddette alternative, è umano che molti nella Penisola abbiano sperato in Renzi: per essere ripagati soprattutto da enunciazioni, promesse, formule. Un anno dopo il ciclone Matteo, il paesaggio italiano presenta poche devastazioni: gli sconquassi, tutti da venire. Come avesse governato un anno Giovanni Goria, il compianto politico astigiano la cui memoria resta imperitura solo grazie all’abnegazione degli storici volontari di Wikipedia.

Questo Matteo, che si era presentato come emulo di Eracle (il figlio di Zeus & Alcmena) come operatore di fatiche più che umane e come generatore di almeno 70 figli, questo Matteo non deve temere alcun impeachment come perturbatore effettivo dei costumi e degli andazzi della Cleptocrazia. E’ vero, per la dira Camussa (la quarta Erinni dopo Aletto, Tisifone e Megera), il premier ha violato l’ordine naturale di cui esse Furie sono severe e vindici protettrici. Ma Camussa esagera. La Casta è in buona salute, e così pure quel suo comparto che sono i sindacati.

Il milione di persone che vivono di sola politica, cioè di sola rapina del denaro pubblico, resteranno al loro posto, quali che siano le smanie riformatrici del Fiorentino. Se questi brandirà l’arma delle elezioni anticipate, arriverà il veto/usbergo del Colle, la vetta più alta della Casta. Se le Province saranno davvero abolite, il nostro Pubblico Impiego non perderà il suo posto, così onorevole, nella classifica dei paesi industriali più burocratizzati. Gli alti papaveri che affittano a bassa pigione appartamenti di proprietà pubblica se li compreranno a poco. Dovesse il parlamento perdere la bicameralità piena dopo la parentesi similducesca (secondo le lagne di Rodotà, beninteso) di Matteo, risulterebbe sesquicamerale (una camera e mezza), con costi invariati. Inappagata resterà l’aspirazione degli ingenui a un Paese rovesciato sottosopra.

Delusi resteranno coloro che, passati 72 anni dall’armistizio di Cassibile (Siracusa) dove i generali G.Castellano e W.Bedell Smith stipularono la nostra resa incondizionata, credevano che lo Stivale potesse aspirare all’indipendenza dagli USA, quindi non essere più coartato a comprare F35, sommergibili d’attacco e missili così sofisticati che se il nemico non esisterà lo creeranno by default.

Direte, ma Bergoglio è un’altra cosa. Sarà. Ciascuno a modo suo ha rinunciato all’occasione assoluta di spezzare la continuità e rifiutare le logiche istituzionali.

Porfirio

SERGIO SI CONTRAPPONGA AI PREDECESSORI. NESSUNO ESCLUSO

“Presidente, ora apra il Quirinale”. E’ un giornalista fortunato, oltre che importante, G.A.Stella, visto che Il Corriere resta al suo fianco senza vacillare in merito al destino del Quirinale. L’11 febbraio gli ha affidato ancora il primo degli editoriali, ribadendo con quell’Apra il Quirinale di disapprovare la scelta del Primo Cittadino di insediarsi nella reggia dei papi sbagliati e dei Savoia. Disapprovazione che ovviamente è anche la nostra (v.Internauta online, “Il misfatto di metter casa al Quirinale”).

Da giornalista di talento, il Nostro esordisce additando un modello concreto e virtuoso: “Nel solo 2014 il Palazzo reale di Madrid ha avuto 1,2 milioni di visitatori, mostre temporanee e dipendenze escluse. Quanti il Quirinale in tutti gli anni di Napolitano. Il confronto dice tutto. E potrebbe spingere Mattarella a chiedersi: può essere sufficiente, come gira voce, aprire qualche sala in più, per qualche ora in più la domenica, prolungando fino alle otto di sera le visite previste ora soltanto la mattina? Può essere vantato come un grande successo l’ingresso nella “casa degli italiani”, nel 2014, di 15.400 alunni e insegnanti, pari a 42 al giorno, cioè poco più di quanti studenti visitano quotidianamente la redazione del Corriere?”

Quale membro, il più importante, della Casta, Sergio Mattarella ha certo titolo a dire no a Stella, al Corriere e ad ogni altro Internauta. La repubblica di De Gasperi, Togliatti & Partigiani si rivelò presto, ed è rimasta, uno Stato-canaglia nel quale ogni usurpazione e ruberia resta impunita se abbastanza sfrontata. L’Italia miserabile uscita dalla guerra non aveva il diritto -oltre a tutto essendosi proclamata una repubblica semiproletaria fondata sul lavoro- di alloggiare il proprio capobonzo nella reggia più sfarzosa al mondo. Non doveva permetterselo. Fu una malazione, un reato. Un giorno i responsabili della scelta, tutti coloro che hanno abitato il palazzo e tutti gli eredi degli uni e degli altri andrebbero processati da un tribunale straordinario e vendicativo; andrebbero condannati a indennizzare il Paese per un settantennio e più di abusi e di oneri. Il presidente della Casta, dicevamo, è legittimato a far male come i suoi predecessori. E un eventuale Giustiziere, un giorno, avrà il diritto a farla pagare, a lui come ai vertici della Casta. In Grecia, forse, gli oligarchi saranno improvvisamente chiamati a rispondere.

Non basterà affatto aprire sale quirinalizie a visite guidate, col probabile risultato che i suoi gestori riusciranno a farsi aumentare il bilancio. Occorrerà ripudiare in toto la reggia per il male che rappresenta da quasi mezzo millennio. E’ un simbolo di vituperio, e i simboli sono macigni. Deve smettere di costare più di ogni altra residenza di vertice sulla Terra. Deve passare a produrre un reddito adeguato alla sua importanza di reggia malfamata.

Se eretta in supermuseo, potrà risultare primo sul pianeta, col decuplo dei visitatori del palazzo reale di Madrid. Infatti occorrerà promuoverlo più e meglio di qualsiasi Expo. Occorreranno vaste campagne di lancio per fare edotto il pianeta di una risorsa senza paragoni, in una città unica al mondo. E dove vivono e scroccanooltre milleseicento cortigiani, corazzieri e lacchè, dormano altrettanti turisti paganti.

“Sono in tanti ormai, argomenta G.A.Stella, a invocare la trasformazione del Quirinale. Certo, rovesciare di colpo le scelte dei predecessori non è facile. I presidenti nei decenni hanno privilegiato il palazzo come luogo simbolo dell’eccellenza e del prestigio. C’era un senso nel vivere il Quirinale come una sorta di reggia laica. Ma oggi? Anche Francesco, scegliendo di vivere in un bilocale, aveva lo stesso problema: non sarebbe suonata, quella decisione, come una presa di distanza dai pontefici precedenti? Ha deciso la svolta. Dio sa quanto il gesto sia stato apprezzato dai fedeli”.

Neghiamo categoricamente che Mattarella debba curarsi della disapprovazione di quanti l’hanno preceduto, tutt’altro che meritevoli. Come notavamo più sopra, hanno fatto i sommi dignitari di uno stato malfattore, nel quale i cattivi comportamenti sono regola. Il Primo Cittadino, lungi dall’attenersi ai predecessori, se ne differenzi più che può. Se vuole la svolta, rinneghi in toto la reggia edificata dai papi-anticristo col denaro tolto ai poveri. Ne esca scuotendo la polvere dai calzari, come gli comanda il Vangelo. Metta fine allo sconcio del fasto anticristiano. Il presidente sembra voler imparare la lezione di Bergoglio: ebbene faccia il contrario dei predecessori.

Nessuno escluso.

A.M.C.

UNA CONGIURA DI TEMERARI CONTRO LE ISTITUZIONI PER PROCLAMARE L’EUROPA NAZIONE

I sogni del passato su un’Europa migliore e unita in un solo Stato stanno morendo. Oppure no, oppure nelle coscienze sta maturando una ribellione che un giorno eromperà, e porterà a grandi cose.

Finora gli europei, ombelico del mondo, per cento ragioni si sono dimostrati ben inferiori ai nordamericani: i quali due secoli e mezzo fa decisero di volere una patria non solo indipendente, ma fusa in una nazione. Erano, è vero, soprattutto inglesi, stessa lingua, stessa cultura e storia, stesso potenziale di rivoluzione. Tuttavia se fossero stati prigionieri delle nostre abitudini e fissazioni, i coloni del Nord America avrebbero dato vita a una congerie di patrie insignificanti, ciascuna aggregata attorno a questo o quel leader, a questa o quella tribù o fascio d’interessi.

Invece nei coloni americani agirono sentimenti e volontà audacemente nuovi, dirompenti. Agì un progetto, una visione del futuro, non l’affezione al passato e alle sue glorie velenose. Oggi la patria americana è un Moloch sinistro, operatore di male. Ma due secoli e mezzo fa dette al mondo una lezione insuperata. I popoli d’Europa sono ancora un’accozzaglia informe, e solo ci sorregge la speranza misteriosa che un giorno si rivoltino contro se stessi. Che si abbandonino all’istinto di diventare stirpe e domina d’Europa.

Proponiamo di imboccare un’altra strada. Di scegliere un approccio diverso, empirico,  fattivo e al tempo stesso temerario, invece che tristemente loico e legalitario come finora.

Le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo hanno messo sessant’anni per convincerci della loro pochezza. Intanto l’Europa ha bisogno di un’altra capitale, in un luogo diverso. Un luogo diverso: inevitabilmente più orientale delle contrade carolinge, ormai tossiche di sconfitte e di tradimenti. Lì restino -ridimensionati- gli elefanti burocratici. L’Europa si trasferisca  in Austria, a Cracovia, Praga, Bratislava, Budapest. Non in un paese baltico: troppo periferico e, nel passato, troppo sottoposto a dominatori tedeschi, scandinavi o russi.

In questo luogo, scelto per fonderci, si riunisca una Costituente illegale, malintenzionata nei confronti di Istituzioni e di trattati, la quale proclami l’abbassamento degli Stati membri a super-Laender d’Europa, e proclami la nascita della patria continentale unita.  Se la Gran Bretagna e qualche altra gamba storta non aderirà, tanto meglio. Rimpiangeranno solo gli invasati della finanza.

La Costituente si dichiari da sé, senza l’avallo delle Istituzioni destinate a morire. Disobbedisca e faccia come l’avanguardia dei francesi nel 1789. Il 4 maggio re Luigi XVI aveva convocato gli Stati Generali, tripartiti in clero, nobiltà e Terzo Stato, per  un tentativo di rito all’antica. Invece ben presto, il 17 giugno, il Terzo Stato constatò di rappresentare il 96% dei francesi e si costituì unilateralmente in Assemblea nazionale, impegnandosi a non separarsi senza aver dato una Costituzione alla Francia. Il 9 luglio il clero e la nobiltà si unirono al Terzo Stato e l’Assemblea prese il nome di Costituente. Senza il permesso delle Istituzioni.

La nostra Costituente sia fatta di un’alleanza tra protagonisti animosi, detentori di qualche potere, giovani e spicci alla Renzi o alla Tsipras, più pattuglie di uomini di pensiero e di esperti  di realismo, Un’alleanza soprattutto  con un bel po’ di cittadini che, con proposte non bislacche ma creative si offrano ad essere sorteggiati quali Costituenti e futuri governanti. Le loro deliberazioni vengano sottoposte a referendum e a sondaggi telematici, senza troppe formalità. La Costituente si appelli al popolo del continente perchè forzi le autorità costituite ad accettare la nascita di un vero governo europeo, nonché il ridimensionamento delle attuali istituzioni comunitarie a meri ingranaggi esecutivi.

Questo processo costituente vedrà contrasti seri e momentanee sconfitte. Gli egoismi nazionali sembreranno invincibili. Però sarà un movimento senza ritorno. Mancando il quale la patria europea deperirà fino a spegnersi.

A.M.C.

COME EVOLVERA’ LA MONARCOREPUBBLICA FONDATA DA RE GIORGIO&RENZI

La ‘cronaca dell’imminente’ che qui segue riprende la narrazione, sempre di Porfirio, “Il regime boccheggiava ma lo salvano re Giorgio&Renzi”. Vi si riferiva dell’idea concepita da Quei Due per scongiurare la morte del regime: lo Stivale non ne può più della repubblica partitica e ladra, facciamola evolvere in monarco-repubblica a impianto semidinastico. Non più la brusca cesura del 2 giugno 1946, non più il baratro tra la livida repubblica dei mitra partigiani e un passato non indegno che fece l’Unità. Bensì una Regia Repubblica capace di mondarsi degli errori e così ricacciare l’ondata antipolitica, tanto intrisa di populismo e di invidia sociale.

A questo Grande Disegno che dà vita alla Quinta Italia (pendant  cisalpino della gollista Cinquème  republique, però ingentilito dal recupero dei Troni) l’irresistibile Matteo apporta l’eccezionale talento di rottamare tutto senza actually  cambiare niente. L’anziano monarca partenopeo conferisce la sua biografia di multa passus. Iperprofessionista della politica politicienne, le ha passate tutte, dallo stalinismo al fermo impegno nord-atlantico circonfuso di gloria afghana e coronato di droni, dalla milizia proletaria a quella liberista baciata dalla caduta del Muro).

Per riassumere: la Repubblica dei ladri ha esasperato il popolo, allora abbelliamola con un controllato recupero del retaggio monarchico, quando la classe di governo era ricca di suo e rubava meno. La propedeutica di questo recupero è stata appunto il senso dell’ultimo biennio di Giorgio. E Renzi è confluito.

La transizione alla Monarcorepubblica comincia con chi succede a re Giorgio (e ha  accettato le regole d’ingaggio). Essa transizione troverà pieno compimento allorché il dominus di palazzo Chigi subentrerà al successore -uomo, donna o in between che sia- di re Giorgio. In omaggio al dettato costituzionale che al Quirinale esige un almeno cinquantenne, l’ascesa al trono di Matteo non potrà avvenire all’esatto termine del Settennato che seguirà al Novennato mergellino; bensì tre anni dopo. Quest’ultima difficoltà sarà agevolmente aggirata: a) implorando l’Uscente di restare per i tre anni che mancheranno al Fiorentino, oppure b) accorciando il mandato di chi seguirà al successore che conosceremo a giorni, accorciandolo attraverso dimissioni spontanee o incoraggiate; in alternativa, ricorrendo ad uno dei mezzi innumerevoli volte impiegati nel Rinascimento nostra gloria (veleno o pugnale).

Insediandosi sul Colle, re Matteo sarà il quarto della dinastia dei Giorgidi (terzo se non contiamo il fondatore, il consorte di Clio). E tuttavia: nella nuova legittimità istituzionale e storica sarà ingiusto e contraddittorio, date le note finalità, escludere le case regnanti ante- 1860. Pertanto lo schema Renzo&re Giorgio prevede di affiancare a ciascun  futuro capo dello Stato un vice capo-coronato espresso dalle dinastie pre-unitarie. Un Savoia innanzitutto: non lo screditato ramo Carignano di Vittorio Emanuele IV, bensì uno collaterale, un Aosta, un Savoia-Genova, un Savoia-Abruzzi dell’Esploratore polare.

Più delicato catapultare al vice-Quirinale uno dei Visconti, Sforza o Gonzaga che pullulano nel Nord assieme ai rampolli della nobiltà dogale di Venezia e di Genova. Un posto è assolutamente da garantire a un Asburgo-Lorena, a un Asburgo-Este e soprattutto a un Borbone (regnarono in Toscana, a Modena-Reggio e, tutt’altro che least, a Napoli).

Volendo affiancare ad ogni futuro presidente un portatore di legittimismo, con mandati di sette anni ciascuno le possibilità di rotazione sarebbero esigue. Il rimedio sarà di nanizzare il mandato del vicepresidente dinastico.

Soluzione migliore sarà di riservare alle dinastie cessate i governi locali. Fioriscono i progetti che rimaneggerebbero Regioni e Province: cosa di più naturale che far rivivere gli Stati principeschi anteriori alle usurpazioni dei plebisciti 1860? Restituendo Mantova a un Gonzaga, Bologna a un Bentivoglio, la Romagna al cardinale legato, le Due Sicilie a un Borbone, il distacco tra popolo e Istituzioni si ridurrebbe a poca cosa.

Un caso a sé sarebbe la Sicilia. I Borboni di Napoli non si identificarono abbastanza con la Trinacria. Forse andrebbe fatto un sorteggio tra le grandi case isolane. Potrebbe così avere una chance il nostro Raimondo Lanza di Trabia, da poco corrispondente di ‘Internauta’ da San Pietroburgo. Volendo una donna, ci sarebbe la nostra Monica Amari: non solo è nipote di Michele, senatore, ministro e  massimo storico degli Arabi di Sicilia, ma alla lontana è saracena di rango essa stessa.

Porfirio

IL REGIME BOCCHEGGIAVA MA LO SALVA LA PENSATA DI RE GIORGIO&RENZI

Per un tot di settimane e mesi, magari anni, il marasma preagonico del sistema risulterà fermato, persino mai cominciato. Trovato a giorni il Novello Sire, i giornaloni alla testa di tutti i media intoneranno Te Deum esultanti. Sembravamo perduti, invece abbiamo imboccato la strada della salvezza. Ce l’ha aperta un’idea di Quei Due: la repubblica ha tediato, semi-restauriamo il Regno.  Saldiamo il ciclo repubblicano a quello sabaudo della nostra storia; amalgamiamo la Più Bella delle costituzioni allo Statuto Albertino. Si fa una continuità ragguardevole, 167 anni. Il Risorgimento idolatrato dai nostri nonni più la belluina audacia della Resistenza, più le conquiste dei cassintegrati. 167 anni unificati sotto il bianco Stellone d’Italia.

Sorto monarchico (J’attends mon astre  fu antica divisa sabauda), lo Stellone -ricordiamolo- è nello stemma della Repubblica. Quest’ultimo non dovremo nemmeno cambiarlo, salvo ritocchi, se ufficialmente torneremo a Carlo Alberto (‘Anch’egli è morto, Dio, per l’Italia’  poetòCarducci). Di Statuti albertini ne avemmo addirittura due: il primo,  che Carlo Alberto  aveva octroyé da reggente di Sardegna, fu cancellato con sdegno da re Carlo Felice. Internauta ne celebrerà il bicentenario nel 2021.

Nessuna torsione eversiva in questa ricostruzione della nostra vicenda nazionale. Semplicemente Re Giorgio&Renzi profittano della lungimiranza dei padri e nonni Costituenti. Quelli avevano previsto che dopo settant’anni  lo Stivale non ne avrebbe potuto più dei partiti usurpatori e ladri della Casta; pertanto i loro giuristi scrissero una Costituzione manomorta, immodificabile, immarcescibile, ma pensata in modo da non farci correre il rischio di qualche correzione e novità. La Carta manomorta ha questo di provvidenziale: il popolo non sopporta più i politici che elegge (peggio per lui che li elegge, sapendoli farabutti e Proci), ma il congegno consente che essi governino senza consenso, contro il popolo.

Tale congegno, quasi il top della stabilità/governabilità, è stato testato con risultati lusinghieri nel biennio finale di Napolitano: al Paese, alla Plebe inferocita, si sono dati in pasto tre governi-kamikaze (Silvio-Monti-Letta) per poi insediarne un quarto senza confronti più gradevole, elettrizzante per chi volesse novità e rassicurante per chi le rifiutasse. Un’operazione degna del ‘connubio’ Cavour-Rattazzi (1853), premessa e anticamera  dell’Unità.

Renzi è lo statista occidentale che ha fatto più strada quasi senza  muoversi di un passo. Riforme una più clamorosa dell’altra, però impercettibili. Bizzeffe di innovazioni virtuali senza toccare una virgola della Costituzione; piuttosto valorizzando le prerogative monarchiche del Quirinale. Che c’è di strano o di male? Nel 1789 alcuni Fondatori cercarono sul serio di proclamare George Washington re degli Stati Uniti.

Tra un certo numero di giorni il connubio Renzi-re Giorgio verrà hopefully  allungato di sette anni. Colui/colei che salirà al trono sarà proclamato Risorsa della Patria, e per un po’ il Paese si calmerà. I media descriveranno la Risorsa come il compendio di quasi tutte le virtù, tempra, sapienza, calore umano, congenialità agli intonachisti come alle élites. Molti italiani patriottici alla Aldo Cazzullo riscopriranno lo Stellone ingiustamente dimenticato, così come nella limitrofa Francia è tornata di moda Marianna, giovane dea repubblicana, patrona tra l’altro dei vignettisti blasfemi e dei transgender del globo.

Il presupposto di sviluppi così costruttivi: la Casta si è ricompattata, superando le sue divisioni. La mano ferma e la moral suasion  le ha messe re Giorgio, il resto l’ha conferito Renzi. Minacciando di smantellare non tutto ma molto, poi non smantellando niente, Renzi ha rafforzato gli ormeggi e riparato le falle del traghetto “La Casta”. Ora galleggia bene, non minaccia più di affondare. Resterà quanto basta in cantiere, poi riprenderà il mare, più superbo di prima. L’unità dei politici di professione fa la forza.

Il colpo di genio è stato  far risultare che una componente monarchica fa bene alla repubblica. I partiti maneggiano e rubano, i politici peggio, ma nella Reggia sul Colle c’è  con la sua corte un dinasta che vigila e corregge. Perché correre l’avventura di istituzioni nuove, perchè rinunciare alle dolci certezze e magagne delle urne? Perché fare a meno delle prassi, delle tradizioni, convenzioni e concertazioni, degli andazzi persino? Le scarpe sformate sono le più comode.

Niente salti nel buio. Renzi ha dimostrato possibile di galvanizzare gli animi senza cambiare nulla: non un super o mini burocrate licenziato, non un vitalizio negato, non un

gioiello venduto, non un reato da carcere duro in meno. Questo l’apporto di Matteo; re Giorgio ha dato fideiussione di correttezza istituzionale. In compenso molti tratti stilistici sono cambiati: fresche Veneri capeggiano dicasteri e diplomazie  con guance tirabaci e glutei da paradiso delle urì, dunque nessuno sostenga che non accade nulla. Le riforme di Renzi, sempre integrali anzi micidiali, sempre rassicuranti, cambiano tutto senza cambiare nulla. Se arriverà il Quantitative Easing, cioè la Ripresa, il gioco sarà fatto.

La repubblica ‘alla monarchica’ di Adolphe Thiers dette alla Francia, sorella latina, un settantennio di Belle Epoque e prosperità. Se il nostro settantennio repubblicano si salderà

al Regno dei Savoia e al sesquimillennio di governo pontificio, sfuggiremo alle incognite delle novità grosse, terrorizzanti: in primis quella scelleratezza della democrazia diretta, senza urne, senza politici ladri e a vita!

Porfirio

UN PRIMO CITTADINO A TURNO E NO QUIRINALE AL POSTO DEI MONARCHI DA STRAPAZZO

C’è un altro ruolo da rottamare, quello del presidente della repubblica. Lo derivammo, così spropositatamente lungo – sette anni, laddove consoli da 12 mesi fecero grande Roma e ad Atene c’erano arconti da un giorno- dalla Costituzione francese del 1875. Era stata votata da una maggioranza parlamentare monarchica, e monarchico dichiarato fu il secondo presidente della Troisième République, Mac-Mahon. L’ultimo monarca di Francia era stato Napoleone III, nipote del Grande. Eletto presidente della Seconda repubblica nel l848, si era trasformato in imperatore quattro anni dopo. Non aveva regnato male: capiva i proletari e, pur amando di più la borghesia che industrializzava il paese, li aveva qua e là sostenuti. Ebbe la sventura di farsi coartare a muovere guerra alla Prussia (in pratica alla Germania prossima ad unificarsi e a diventare possente). Fu sconfitto rovinosamente.

La repubblica che era seguita alla disfatta e alla Comune parigina si rialzò in fretta: ricca di capitali, divenne il secondo più vasto impero coloniale al mondo. Seguirono due guerre mondiali (la seconda apportatrice di una sconfitta definitiva) e venne una Quarta Repubblica con i difetti più gravi della Terza, in primis il parlamentarismo estremo. Alla fine la Francia fu salvata, per mano di un generale, da una Quinta repubblica mondata delle lebbre della Quarta e della Terza.

I Costituenti italiani del 1947, più sconsiderati di quelli domati da de Gaulle. vollero un capo dello stato apparentemente forte -in realtà comandavano i partiti prevaricatori- e per un mandato troppo lungo, laddove nel 2002 la carica del presidente francese sarà opportunamente accorciata a 5 anni. Eletto dal popolo e largamente responsabilizzato, il presidente francese è uno statista migliore del nostro, eletto dalla Casta nella più completa irrilevanza dei cittadini. Fino alla crisi del 2007-08 il nostro presidente è stato un vaso di coccio tra  ferrei vasi partitici. Fu il fallimento del governo Berlusconi a trasformare Napolitano in un decisore forte e persino arbitrario: re Giorgio.

Oggi la Casta si trova di fronte alla scelta di un capo di stato che,  secondo come evolverà la crisi dell’economia e del regime, potrà risultare o no qualcuno; oltre a tutto dipenderà dal fattore forse nuovo, forse no, rappresentato da Matteo Renzi. Il successore di Napolitano sarà probabilmente scelto perchè non intralci il Rottamatore in una fase iniziale. Dopo, potrà accadere di tutto: dalla crisi di regime acuta e duramente rinnovatrice alla ricaduta nei giochi esiziali del partitismo cleptocratico. In un caso come nell’altro il ruolo del capo dello Stato resterà scadente, bisognoso di un ripensamento integrale. L’eventuale continuità col settantennio della Casta sarà micidiale.

In un ordinamento razionale la mezzadria tra due personalità costituzionalmente forti al vertice dello Stato non avrà senso. Piuttosto dovrà rafforzarsi nettamente il capo del governo, trasformato in Cancelliere espresso dal popolo. In tal caso dovranno ridursi sia le prerogative del capo dello Stato, sia quelle del potere legislativo (il parlamentarismo è un fatto degenerativo).

Sarebbe giusto che il presidente della repubblica perdesse quasi tutti i poteri che ricordano quelli del monarca. Gli resterebbero le funzioni cerimoniali e protocollari, quelle che non meritano di impegnare il Cancelliere espresso dal popolo.  Nella regia forte di tale cancelliere, a lui spetteranno quasi tutte le funzioni assegnate al capo dello Stato da una carta statutaria oggettivamente pessima: ha fatto sorgere un ordinamento stimato solo dai farabutti che lo sfruttano. La fiducia nelle Istituzioni volute nel 1947 si è ridotta a percentuali da farsa.

Per la funzione nominale che è opportuno resti al Primo Cittadino non va cercato un protagonista, una personalità con un passato e un’ambizione importanti. Dovrebbe bastare la rotazione annuale tra personaggi degni di onorabilità, scelti per sorteggio in un ruolo di soggetti dotati di determinati requisiti oggettivi, p.es. magistrati o studiosi di alto livello, benemeriti del volontariato e simili. Il Primo  Cittadino non dovrebbe essere rieleggibile né essere prescelto per altri ruoli politici.

Dovrebbero essere imperativi l’abbandono della reggia del Quirinale e la scelta di una sede decorosa ma senza alcuno sfarzo, con un bilancio e un personale non superiori al decimo degli attuali. Tutti i presidenti repubblicani finora eletti andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede in un edificio che è la negazione assoluta della sobrietà e della moralità repubblicane. I loro beni e quelli lasciati agli eredi dovrebbero essere confiscati per indennizzare i contribuenti degli oneri loro imposti dal Quirinale e sue dipendenze. Uguale procedimento dovrebbe avocare gli eccessi di reddito dei professionisti politici -e loro eredi- di carriera pubblica insolitamente lunga. Per esempio il sessantaduennio di parlamento, poi di Quirinale, originariamente imposto per Giorgio Napolitano dal Partito comunista andrebbe sanzionato come un sopruso e un sovraprofitto di regime.

A.M.C.

DECRESCERE NON SARA’ TORNARE MISERI, CI SALVERA’ DAL PORCILE DI CIRCE

“Un po’ d’ossigeno contro chi esalta la decrescita felice”. Apre così Pierluigi Battista del ‘Corriere’ uno sfogo liberatorio contro quanti abiurano la fede nello sviluppo. Battista si dichiara rinfrancato dalla pubblicazione di un libro Contro la decrescita  “che andrebbe consigliato a chi non riesce a capacitarsi che un passato di penuria e miseria, dolore e rassegnazione, possa essere indicato come un’Età dell’Oro. Un manuale utile per rintuzzare le solite, lugubri geremiadi contro il consumismo”. Da qui Battista procede a rievocare com’era grama, a volte drammatica, la condizione della maggioranza sociologica del pianeta  prima dell’industrializzazione, del rigoglio tecnologico-scientifico, delle vaccinazioni, degli altri miracoli della medicina. Prima della perfetta felicità in cui viviamo, oggi che il progresso non la dà vinta ad alcuna malattia e il mercato sana tutte le afflizioni.

Gli anatemi del Nostro contro la Carboneria  antisviluppista sono ovviamente giusti: purché possa sostenere che l’anticonsumismo e l’elogio della sobrietà vogliono il ritorno all’infelicità dei miseri, alle ristrettezze estreme, allo strazio della mortalità infantile, il ritorno alle  tragedie senza numero di quando la scienza medica conosceva quasi solo salassi e  clisteri,  e l’arte del vivere non aveva raggiunto l’inimitabile sofisticazione d’oggi.

Va data ragione a Battista: sempre che l’Età dell’Oro sia il consumismo; che la diffusione del benessere non abbia comportato alcun costo e alcuno scompenso; che la redditolatria non abbia allargato i divari sociali,  devastato l’ambiente, comprato le anime. Basterà dare queste dimostrazioni e il buon diritto di Pierluigi Battista trionferà. Emergerà che il perseguimento di sempre più reddito non è  né ossessivo, né corruttore. Che i consumi sono tutti sacrosanti. Che i benestanti di un tempo sbagliavano a contentarsi di ciò che avevano, che i benestanti d’ oggi fanno bene a esistere per arrivare allo yacht.

Basterà convincerci che gli imprenditori suicidatisi nel Nord-Est si sono immolati per l’Ideale; che gli intonachisti non devono fare a meno del Suv per trasportare secchi e fustini; che l’operaio d’oggi sarebbe un reietto se ciascun familiare adulto non possedesse un’auto propria e non facesse crociere in navi alte dieci piani. Basterà convincerci che, in virtù delle rising expectations, i rappresentanti del popolo e i servitori della collettività  non esigono più tangenti di un tempo. Che è fisiologico lo straripamento in sovraricchezza dell’One per Cent. Che i mali e le storture dell’ipereconomicismo sono immaginari. Che insomma gli Dei ci vogliono così: invasati di cupidigia.

Eppure Battista finge di non sapere che chi propone la decrescita non addita l’idillio dell’Eden, né suggerisce di regredire a quando pellagra e Tbc infierivano sui poveri. Apertosi il terzo millennio, e a valle di una crisi grossa, decrescita vuol dire semplicemente rinuncia alla crescita. Basta crescita: ci siamo sviluppati fin troppo. Gli imperativi e le aspirazioni sono cambiate. Retrocedere a come eravamo vent’anni fa non sarebbe straziante. I privilegi di quando i paesi industrializzati erano allo zenit della prosperità erano insostenibili: i nodi sarebbero venuti al pettine anche senza la caduta di Lehman Brothers. In più si è dispiegata la capacità competitiva dei più vitali tra i paesi poveri. Oggi che la Cina produce beni essenziali per il mondo intero, in astratto non ha più senso che la merce X venga fabbricata, metti, in Italia. Quando i costi di produzione cinesi si impenneranno, altre società ex-arretrate toglieranno mercati ai prodotti occidentali.

Decrescita vorrà dire adeguamento alla realtà, valorizzazione di quelle positività che riusciremo a difendere.

Si indeboliranno le spinte che avevano portato a livelli di reddito innaturali, ma la decrescita non ci immisererà. Perdere un decimo o un quinto di redditi gonfiati non sarà miseria, se politiche redistributive aiuteranno i più deboli. Si abbasseranno gli stili di vita. Si attenueranno l’adorazione della carriera, la sacertà stessa del lavoro. Si indebolirà l’identificazione tra felicità e possesso individuale. La decrescita riabiliterà la vita semplice, riabiliterà persino alcune ristrettezze: ci affrancheranno da alcuni dei costi del consumismo e dell’edonismo.

Questi due idoli non hanno portato in tribunale un’Infanta di Spagna, figlia e sorella di Re, sotto l’accusa di avere frodato il contribuente, quasi essa fosse un normale impostore della democrazia rappresentativa, questa sì Paradiso in terra?

Porfirio

SVUOTA IL MARE COL SECCHIO CHI CREDE RISANABILE LA DEMO-PLUTO-CLEPTOCRAZIA

Chi si scandalizza per Mafia capitale -modica cosa rispetto alla lebbra nazionale della corruzione- porta vasi a Samo e civette ad Atene. Uno che invece non si scandalizza è Antonio Padellaro, direttore del ‘Fatto Quotidiano’. Sa  che la gestione di Roma, o meglio della repubblica intera, è “una cloaca maxima”; sa che “l’emorragia sta dissanguando una delle democrazie più partecipate, la quale oggi langue nell’astensione di massa”; anche lui, come tutti, avverte che  “l’incazzatura collettiva può superare il livello di guardia” e rompere gli argini; annuncia che “possono arrivare i latrati di un giustiziere in camicia nera”. Per riassumere, ha intitolato ‘Suicidio della democrazia’ un editoriale ad hoc.

Fin qui niente di speciale. Sono anni che si levano questi allarmi. Che così non andrà avanti molto a lungo lo sentono tutti. E molti convengono che un colpo di stato non solo non incontrerebbe alcuna resistenza seria -a parte qualche girotondo e un po’ di cagnara- ma sarebbe accolto nel sollievo più aperto. Andò così nel 1923: nessuno storico nega che nei primi due-tre anni la Spagna gioì del golpe e del governo di Miguel Primo de Rivera.

Un cane che morde l’uomo non fa notizia, la fa l’uomo che morde il cane. A questa logica cristallina obbedisce su ‘Repubblica’ Ezio Mauro. Tutti sanno che la nostra politica è tra le più fecali del pianeta, e che fa Mauro? Preconizza che la nostra  politica ritrovi se stessa. Bravo Mauro che fa scoop mordendo lui personalmente il cane! Chi ci aveva pensato che per combattere il crimine gli USA avrebbero fatto meglio a incaricare Dillinger e Al Capone di guidare la self-redenzione dei criminali? Chi ci aveva pensato che per nettàre le stalle di Augia re degli Elei -vi teneva tremila buoi ma non le puliva da trent’anni- non serviva una delle Fatiche d’Ercole? Ercole le nettò deviando due fiumi e facendoli passare attraverso dette stalle. Ma il Goebbels della democrazia dello Stivale avrebbe fatto meglio: avrebbe convinto Augia ad autoguarirsi della spilorceria di risparmiare sulle pulizie.  Analogamente, Mauro ha trovato la soluzione che ci salverà: i politici più furfanti dell’Occidente plutodemocratico si diano all’autoterapia. Suggeriamo la tecnica dell’autoctisi (nell’attualismo di Giovanni Gentile è l’autocoscienza con cui lo Spirito produce se stesso).

Ora parliamo di un opinionista serio. Michele Salvati, primo dei progettisti del Pd, scriveva sul ‘Corriere’, saggiamente: ”Né Renzi né chiunque altro potrebbe guarire d’incanto il malato italiano: troppo profondi i guasti ereditati dal passato. Il normale processo democratico, il normale funzionamento delle Istituzioni non generano risposte efficaci al ristagno economico e all’insoddisfazione dei cittadini (…) Non sono in grado di aggredire i fattori profondi che trascinano il Paese verso il declino (…) La democrazia rappresentativa impedirebbe anche a un nuovo Alessandro di recidere il nodo gordiano con la spada”. Salvati aggiunge che “i tre anni e più che ci separano dalla scadenza naturale della legislatura sono i peggiori per Renzi (…) con un Paese che presto si stancherà di annunci e promesse di miglioramento. Sarebbe meglio per lui e per il Paese se potesse arrivare a nuove elezioni prima che il consenso che ha raccolto si esaurisca”.  Se potesse iniziare “un quinquennio di riforme senza l’assillo di altre elezioni”.

Ci permettiamo di correggere: non un quinquennio; un cinquantennio senza elezioni. L’ha scritto Salvati: la democrazia rappresentativa è negata per le realizzazioni. Peggio, precisiamo noi: la democrazia rappresentativa comporta i partiti e i politici di professione, cioè i  perpetratori del male che sta uccidendo la repubblica. In testa ai perpetratori sono il Colle, il parlamento, la Consulta, le Istituzioni, la Costituzione, gli altri agenti patogeni.

Se la dottrina Salvati ha una logica, la salvezza verrà dalla fine della democrazia rappresentativa, una fine che spazzi via i professionisti delle urne, i cleptocrati. Non si tratterà di ripulire la classe politica che abbiamo o di reclutarne una nuova, ma di cancellarla. Non di lavare con una candeggina lustrale i lutulenti del più malfamato dei mestieri in assoluto -nessuno escluso- ma di recintarli in campi di lavoro, perché scontino le malefatte cominciate nel 1945. I gerarchi del Ventennio espiarono. Perché no quelli del Settantennio? Perché, in particolare, non avviare quei procedimenti sui profitti di regime che frutterebbero ricavi importanti?

Se non sarà amputata, questa repubblica lebbrosa morirà. L’amputazione la libererà delle elezioni e degli eletti. Ma non ci consegnerà ai ‘latranti fascisti’ che spaventano il surriferito Padellaro. Lo strumento randomcratico del sorteggio -tra quanti posseggano più conoscenze, o più esperienza, o più meriti umani e civili della media: si pensi al volontariato- permetterà di strappare la deliberazione e la gestione ai cleptocrati. La funzione del controllo e la difesa della legalità potranno essere affidate, grazie soprattutto alla rete e agli arcangeli  tecnologici, alla cittadinanza intera (consultazioni e referendum frequenti, soprattutto da casa).

Mai più saranno consegnate alle istituzioni e agli organismi di tipo parlamentare, anche se i loro membri si avvicenderanno per turni brevi e per selezioni random. La legalità che la Carta ci impone è la nostra lebbra. Va demolita.

A.M.C.

FA STRAGE A SINISTRA LA DEMENZA PANDEMICA

Due immani cetacei, un capodoglio e un’orca assassina, boccheggiano sulla spiaggia dello Stivale dove si sono arenati. Avendo ancora residui di vita, gli spasmi della loro agonia fanno impressione. In acqua erano ferocissimi, sterminavano la fauna, dilaniavano le balene, rovesciavano le baleniere, divoravano gli equipaggi. Ora muoiono.

Il capodoglio è il sinistrismo. Con Gramsci fu similbolscevico, cioè rivoluzionario a parole; divenne stalinista;  poi comunista da Cinecittà; oggi  è ridotto a patrocinare  ardite innovazioni erotico-coniugali. Le grandi opere egualitarie di sinistra sono fallite tutte: da quelle europee del socialismo reale manu militari  a quelle asiatiche del trionfo capitalista in costume Mao. I popoli del pianeta che conobbero il potere marxista lo odiano persino al di là del giusto.

L’orca è il sindacalismo finora consociato al potere. La killer whale  faceva strage di foche cioè di imprese, piccole medie grandi. Se  soccombono tante di queste ultime, se i jobs spariscono a milioni, se gli investitori si dileguano, è soprattutto grazie a settant’anni di  ‘conquiste’  che esportano il lavoro invece che i prodotti. I giovani che il presente e il futuro sgomentano sanno che pagheranno sempre più caro il benessere quasi-borghese conseguito dai padri iperorganizzati, quando le vacche erano grasse e contrastare i sindacati era addirittura reato.

Il sindacalismo viene detto novecentesco, però la sua parabola è durata più di un secolo. La Confederazione generale del lavoro nacque solo nel 1906, ma la redenzione del proletariato cominciò nell’Ottocento. L’assalto al potere padronale fu sacrosanto allora; nel secondo dopoguerra divenne esercizio di privilegi e di omertà. Più tardi, di fronte al prorompere della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione, il sindacalismo si è dato al killeraggio delle imprese occidentali (che pure hanno le loro colpe).

Oggi il sinistrismo e il sindacalismo dell’Occidente propugnano solo cause perse. Fagocitati dal lifestyle consumista, i lavoratori non sono più disponibili per la Rivoluzione, che era la loro arma di deterrenza assoluta. Togliendo i mercati all’Occidente, con ciò stesso la globalizzazione cancella la ragion d’essere del sinistrismo e del sindacalismo. La storia non è finita, come almanaccava quel Fukuyama. E’ certamente finita la commedia della conflittualità rampante. Manifestare con fischietti e avvolti di rosso è sempre più cretino.

A questo punto scoppia l’autentica pandemia di casa nostra: sinistrismo parlamentare e sindacalismo escono di senno. Il 25 ottobre 2014 sono entrati in una guerra che non potranno non perdere. Era già meno folle l’intervento di Mussolini, il 10 giugno 1940.

Più i due ismi attaccheranno, più saranno sbaragliati. Uno sciopero generale moltiplicherà i voti di Renzi e lo divinizzerà come asfaltatore di confederazioni. A sinistra si interstardiranno a esigere ‘politiche per il lavoro’ le quali, richiedendo risorse, sono perfettamente inconcepibili. Nell’ordine capitalista i salari e i ‘diritti’ che si vogliono difendere presuppongono gli imprenditori; gli imprenditori presuppongono i mercati; i mercati sempre più vanno ai produttori nuovi, quelli che non pagano salari a noi.

Tutto ciò il sinistrismo e il sindacalismo lo sanno, perciò invocano gli investimenti pubblici che sono impensabili senza aggravare le tasse su tutti. “Non su tutti, solo sui ricchi” protesta la Camusso. Ma la patrimoniale grossa sui soli ricchi, pur santa,  implica l’uscita dal liberismo, dal Codice civile, dall’Europa, dalle ìstituzioni della repubblica a presidenza monarchica-atlantista-obbediente agli USA-fanatica di quello sfarzo ufficiale che costa più della manutenzione di scuole e torrenti.

Dunque gli investimenti pubblici che creino lavoro sono asini che volano. Che i Fassina e le Camusso credano di proporli – non a chiacchiere innocue come di norma, ma con le lotte dure, con lo sciopero generale, addirittura coll’occupazione delle fabbriche- è prova che a sinistra si è persa la ragione. L’occupazione delle fabbriche, poi, è una trovata neo-gramscista che sembra uscita dalla comicità al semolino di Erminio Macario.

Giorni fa il guru Massimo Cacciari ha rimproverato a Matteo Renzi d’avere annunciato un’epocale fine del posto fisso senza curarsi dello sgomento suscitato. Ma per chiudere la bocca a questo Renzi che si vuole thatcherizzato occorrerebbe saper fare la rivoluzione. La sanno fare Cacciari Camusso Fassina Landini? Se sì-ehm- diranno ai milioni di seguaci immaginari che dopo la rivoluzione non ci saranno né buste paga né conquiste né diritti: solo distribuzione di utili eventuali e magri (l’Asia sempre più produrrà per il pianeta intero)?

Diranno ai  loro guerrieri che, mancando la rivoluzione, la salvezza verrà solo da una Mitbestimmung assai meno dolce per i lavoratori di quella germanica?

Diranno che il benessere anni Ottanta è da dimenticare, la decrescita forte da accettare, le umili virtù e le scodelle di minestra di padri e nonni da riscoprire?

A.M.C.

IL CORRIERE RINGIOVANITO COME PUO’ APPREZZARE I VECCHIUMI?

Non sappiamo perché, ma il Codice canonico impone, perché una causa di beatificazione si concluda, la “ricognizione delle spoglie di un servo di Dio”. Nemmeno sappiamo che tanfo, o al contrario che olezzo di santità, si diffonda all’apertura dei venerati sepolcri.

Ogni fragranza è da escludere, ove si faccia ricognizione dei precetti politici di Claudio Magris. Giacciono in un articolo -meglio, un avello-  comicamente intitolato “Salvate i parlamentari da tentazioni populiste”: quasi i parlamentari siano quei giovani ateniesi destinati ogni anno alle fauci del Minotauro (il mostro nato dall’adulterio con un toro dell’integerrima Pasife, moglie di re Minosse). Salvate dunque i martiri giovinetti di Montecitorio/Montemadama!

Poche scoperchiature di bara prendono alla gola quanto il più recente pensiero del Magris statista, fatto di zaffate secoli XVIII-XIX. Egli esordisce definendo tacitiana un’operetta di Bruno Visentini. A stare a lui, Visentini era un imprenditore/pensatore talmente proiettato nel futuro da non avere alcunché da dire al presente (si ricordano di lui un tot di giornalisti in quiescenza; più un collega-pensatore quale Carlo De Benedetti). Claudio Magris, che divenne un divo con Danubio –libro geniale- si conforma questa volta a modi mentali da autodidatta. Elogia la “bruciante pregnanza” della posizione Visentini sulla questione istituzionale di 68 anni fa, monarchia o repubblica. Non voleva che a decidere  fosse un referendum: popolo di ebeti. “Il plebiscito, e le varie forme di democrazia diretta, sono democratiche ed educatrici nei Paesi di coscienza politica molto evoluta”.  Era necessario “il filtro di una classe politica”.

Oggi, passato un settantennio di scandali dal bruciore della dottrina Visentini, il prof.Magris ha il greve imbarazzo di  dover riconoscere: “La democrazia parlamentare si trova in una crisi assai grave; cresce la tendenza alla democrazia diretta e all’insofferenza per il filtro della classe politica”. Nel suo smarrimento, il discepolo di Visentini si aggrappa a  Ferruccio De Bortoli “le cui critiche a Renzi erano fondate su quelle al dilagare della democrazia diretta  e sull’eclissi della democrazia parlamentare”. Utile testimonianza sul marasma pre-agonico delle Istituzioni ancien-régime.

Audacemente fresco, anzi avveniristico, il rimpianto del liberalismo, “calibrato meccanismo di pesi e contrappesi”; dobbiamo salutarlo con la riverenza del tempo quando ci si toglieva il cappello al passaggio dei funerali. Gli scherni al liberalismo fervevano già un secolo e mezzo fa, allo zenith del parlamentarismo francese, così pochade. Il quale perdette la Troisième République nel 1940, la Quatrième nel 1958, quando quest’ultima dovette arrendersi a un generale (ma de Gaulle era più in gamba di quel suo predecessore, Georges Boulanger, che arrivata la prova aspra si suicidò sulla tomba dell’amata).

2014: il parlamentarismo è screditato e maledetto come più non si potrebbe. “In Italia, Magris riconosce, la situazione è drammatica, anche per l’indecente degenerazione morale e civile di quella classe politica cui si richiamava Visentini”. E’ da chiedere: che senso ha per Magris ipotizzare che “nasca una nuova classe politica degna di questo nome e non di quello di casta: termine anzi troppo lusinghiero”. Che senso ha quando, se si guarda intorno, Magris non vede che uno smisurato ‘filtro’ di soli ladri e imbroglioni? Si vedano in proposito le fiere proteste di innocenza di un Galan, che poco dopo patteggia una pena non leggera.

Magris farà un gran bene al Paese quando lo avvertirà dell’avvenuta nascita di una classe politica interamente composta -com’egli rimpiange non sia- “dei Catoni e dei Bruti”, cioè di maestoso senso dello Stato. L’avessero assegnata, la questione istituzionale del 1946, al quadrumvirato Catone-Bruto-Visentini-Magris! Sarebbe stata repubblica, of course: ma quanto sarebbe assomigliata all’Empireo, il più esterno dei cieli, il solo immobile secondo le antiche teorie astronomiche! L’Alighieri, com’è noto, vi alloggiò i beati; esso cielo consisteva di ‘luce intellettual piena d’amore’, emanante direttamente da Dio e non dalla concertazione tra partiti, sindacati e poteri forti. Se si incaponirà a cercare il perfetto Stato liberale, Magris non dovrà risalire alla Scolastica  tomista. Gli basterà fermarsi ai tempi umbertini, quando la classe degli ottimati liberali dette le sue  ultime prove di nobile disinteresse: si veda l’affare della Banca Romana e quello dell’Ospedale Mauriziano a Torino.

L’avvertenza l’avevamo  fatta nell’incipit: a scoperchiarli, i sarcofagi possono dare olezzo di santità, ma anche fetore di vecchiume, o peggio.

Porfirio

LE RIFORME SARANNO ESILI, QUASI NON CE NE ACCORGEREMO

La scorsa mattina ‘Repubblica’, il Volkischer Beobachter  della cleptocrazia nata dalla Resistenza, si scopre nauseata, anzi desolata, di un fatto tutto considerato quasi marginale: i vitalizi agli ex-consiglieri regionali, compresi o no altri bricconi, ci costano 170 milioni l’anno; ma la cosa peggiorerà, per un meccanismo fatevelo spiegare dal Beobachter.

Volessimo contare le altre espressioni di sdegno stampate o recitate nello Stivale, solo a partire da Mani Pulite, sarebbe come numerare le stelle  del cielo o i granelli di sabbia del mare. I luoghi e le occasioni della malvivenza dei politici sono sterminati: dalle migliaia di miliardi elargite in settant’anni per dare voti ai partiti grandi e minimi, alle spese immorali per il Quirinale e per non una ma tre dimore presidenziali extra (San Rossore, Castelporziano, villa Rosebery).

Le prospettive dell’etica pubblica e della salvezza della Polis sono fecali. ‘Repubblica’ ci dirà chi farà la Liberazione dai ladri, ben più sacrosanta di quella di 69 anni fa? Matteo Renzi? Ma per gli orbaci del Regime, Renzi è una specie di Dillinger, un Pericolo pubblico numero Uno, perdipiù appestato di ebola. Nella logica delle Istituzioni e con la loro omertà troveranno modo di liquidarlo.

Esiste un altro protagonista da cui attenderci qualcosa? Non a destra; a sinistra c’è una combutta di conservatori tetragoni, perfettamente congeniali alla teologia di “Repubblica”, che è progressista solo quando si tratti di dissacrare  costumi millenari, p.e. le nozze riproduttive,  e di difendere i privilegi medio-altoborghesi.

‘Repubblica’ non sa vergognarsi del regime alla cui cupola appartiene: e questo è logico. Non è logico che non additi una via di fuga dalla palude mefitica in cui siamo. Se la sente ‘Repubblica’ di proporre un’ulteriore apertura di credito a favore dei Proci che gozzovigliano? Nessun paese civile  è stato governato così a lungo dai ladri. ‘Repubblica’ finge di non sapere  che il nostro assetto di sistema è stato fissato in modi che lo fanno immodificabile.  La Costituzione, le Istituzioni, la Consulta, le garanzie, le prassi, i diritti acquisiti, le logiche delle corporazioni, le varie sottosovranità, imprigionano tutto in una manomorta invincibile.

‘Repubblica’ è capozelota della demoplutocrazia dei partiti. Come tale è impossibilitata a vedere le altre realtà e le altre opzioni cui molti nel mondo guardano. La più minacciosa è, inevitabilmente, uno Stato autoritario sì ma meno lordato dalla corruzione, più esattamente dal denaro. Un’altra, destinata a vincere un giorno, è il passaggio a questa  o quella formula di democrazia diretta, una che azzeri il meccanismo della rappresentanza,  quella delega ai politici che spoglia i cittadini e perpetua l’usurpazione.

‘Repubblica’ è incapace di capire che non le riforme ‘possibili’ ma la bonifica integrale e le demolizioni nette redimeranno la nostra politica. Le riforme sono un mantra scadente, ormai svuotato di efficacia. Da qualche tempo il più alto dei bonzi del tempio proclama indispensabili le innovazioni. Per una volta dice giusto: ma quasi nessuno lo prende sul serio. Questa repubblica è un edificio da abbattere, per ricostruirlo tutto diverso.

A.M.C.