CONTRO GLI SCANDALI DELLA POLITICA, COMMISSARIARE TUTTO

Che il miglior governo italiano degli ultimi decenni – tale ritenuto unanimemente all’estero e a in maggioranza anche in patria – non sia stato eletto dai cittadini, dovrebbe farci riflettere. Che personaggi come Francone Fiorito, il Batman del Lazio (citiamo lui ma gli esempi potrebbero essere molteplici), siano campioni di voti e preferenze, dovrebbe farci preoccupare. Che addirittura il Corriere della Sera, uscendo dal consueto ruolo di Bella addormentata, se ne renda conto, è ai limiti dell’allarmante.

Non pochi articoli sono usciti in questi ultimi giorni in cui si sottolinea chiaramente che il problema non è nel parlamento dei nominati, non solo e non tanto. Il problema è la classe politica locale, votatissima, che gozzoviglia senza remore alla faccia nostra e della crisi. E pensare che proprio i politici locali dovrebbero essere quelli che i cittadini sono maggiormente in grado di “controllare”. Pare vero il contrario. Coi soldi, coi favori, con il “chiudere un occhio”, i politici controllano i voti dei cittadini (tanto ne bastano relativamente pochi, migliaia, per governare regioni e comuni popolati da milioni di abitanti) e si garantiscono la poltrona.

Allora ammettiamolo candidamente: il problema è lo scambio che sta alla base del voto democratico. In una società dove si sono perse ormai da decenni le idee, non solo le ideologie, i meccanismi della politica – specialmente quella locale, ma non solo – sono sempre più simili a quelli del mercato del bestiame. Un vile mercanteggio al ribasso tra persone che, spesso né da una parte né dall’altra, pensano di dover fare gli interessi della collettività, ma al contrario ritengono di dover barattare il mantenimento dello stipendio con una serie di favori e promesse.

Non vogliamo spazzare via con un rapido colpo di spugna la democrazia rappresentativa fondata sul suffragio universale? Va bene, allora si predisponga una procedura di commissariamento molto più efficace e rapida di quella attuale. Si garantisca che il commissario sia un tecnico estratto a sorte da una lista predeterminata di persone qualificate e incensurate, prive di conflitti di interesse e che mai potranno ricoprire il medesimo incarico per via elettiva. Si attribuiscano a tali commissari tutti i poteri necessari, e gli si dia un tempo adeguato, per risanare i bilanci, fare le giuste riforme (specie quelle impopolari), le infrastrutture (senza appalti e favori agli amichetti) e purgare legislazione e istituzioni dai rispettivi obbrobri. Soprattutto, se ne faccia un impiego massiccio, rendendo necessarie poche severe condizioni per procedere al commissariamento.

La democrazia rappresentativa non può essere buttata a mare senza un secondo pensiero. Si può però trovare un accordo per cui essa dura fintanto che funziona. Quando non ottiene più i risultati (e in termini di economia e servizi si potrebbero fissare standard e obiettivi programmati), viene – in parte – commissariata. In fondo è esattamente quello che sta accadendo in seno all’Unione europea. Fintanto che un Paese col proprio sistema democratico tiene i conti in ordine, la Ue non interferisce. Se un Paese elegge per 20 anni dei farabutti (o dei semplici incompetenti, o dei populisti di ottimo cuore e pessimo cervello) e si ritrova col sedere per terra, mamma Ue arriva a salvare la situazione con una montagna di soldi. In cambio impone, surrogando la classe politica nazionale, il calendario delle riforme e degli obiettivi da raggiungere.

Perché non emulare, e in modo molto più drastico visto che la nostra è una comunità nazionale e non ci sarebbero problemi di sovranità dello Stato, questo stesso meccanismo all’interno dell’Italia?

Tommaso Canetta

IL CORO DEI PAROLIBERI

Le ‘parole in libertà’ furono una delle conquiste del Futurismo (=giustapporre sostantivi aggettivi avverbi secondo principi extra-sintattici). ‘Paroliberi’ furono gli scrittori e i poeti che utilizzarono la libertà conseguita dal Movimento. E paroliberi, ma insinceri, sono coloro -dalle casalinghe democratiche che inviano sms solidali ai marciatori su Roma con gli striscioni del Sulcis, all’Uomo del Colle che si è detto tutto dalla parte degli elmetti minerari: senza menzionare le circostanze che vietano di tenere in esercizio una miniera che aveva senso ai tempi dell’autarchia. E senza menzionare che la collettività ha sopportato per decenni l’onere di una produzione antieconomica. La Regione Sardegna, proprietaria al 100% dell’impianto, non ce la fa più; lo Stato ha altri obblighi verso 60 milioni di persone. Paroliberi sono quanti argomentano a favore del carbone e dell’alluminio sardo, delle auto di Pomigliano e di Torino, dell’acciaio di Taranto, di ogni altra attività in perdita o  produttrice di patologie. La collettività ha l’obbligo di dare del pane a tutti i bisognosi, non quello di difendere il benessere e il consumismo.

Le parole in libertà preferite sono ‘diritto al lavoro’, ‘dignità’, ‘non molleremo’, ‘il governo si assuma  le sue responsabilità’, ‘salvare il know how e le eccellenze’, ‘adottare una politica industriale’. Dietro tutte è il concetto più parolibero di tutti: il contribuente paghi più tasse per garantire i nostri stipendi. Belluini lottatori sindacali fanno asserzioni ancora più irragionevoli, tipo “Ciò che abbiamo lo dobbiamo alle lotte, perciò lottiamo ad oltranza”. Naturalmente i paroliberi dimenticano che in Gran Bretagna, madre della rivoluzione industriale che andava a carbone, i minatori sono scesi dal mezzo milione di prima della Thatcher ai diecimila di oggi. Che l’alluminio si produce dove l’energia costa poco. Che se l’Enel volesse dire sì al Sulcis dovrebbe dire no a un altro territorio italiano. Che le regole dell’Europa vietano gli aiuti di Stato (acquisti di favore, prezzi politici): infatti Bruxelles ha mosso contro Roma numerose procedure d’infrazione, una parte delle quali ci sono costate pesantemente.

In realtà un paese come il nostro deve convincersi d’essersi industrializzato troppo e in parte artificialmente, per i congegni dell’elettoralismo e dell’indebitamento parossistico. Un paese come il nostro deve accettare una misura di deindustrializzazione. I grandi impianti produttivi sorti nel Sud, in Sardegna e altrove hanno fatto danni gravi, sono falliti o sono in pericolo. Meglio sarebbe stato puntare sul turismo, soprattutto quello culturale, sull’agricoltura, sulle ricche risorse eolica e solare, sull’economia verde. La U.S. Navy prevede di ricavare entro il 2020 il 50% dell’energia che consuma da fonti rinnovabili.

Così come stanno le cose, sono pochi gli investimenti concepibili col denaro pubblico: in primis a) un assegno di sopravvivenza a tutte le famiglie senza reddito, quindi anche ai minatori ; b) la demolizione di una parte dei capannoni che hanno assassinato il paesaggio; c) la ristrutturazione di edifici industriali e commerciali per farne abitazioni ipereconomiche e parzialmente comunitarie per i senza lavoro; d) qualche sostegno alle piccole iniziative associate dei disoccupati che intraprendano. Di difendere veri e propri salari, veri e propri stipendi, benefits e ottime pensioni si parlerà sempre meno.

Deindustrializzazione vuol dire meno job: infatti occorre accettare, non solo in Italia, la parziale regressione negli stenti che erano la norma ancora due generazioni fa. La globalizzazione non ci consente alternative. Ricordiamo che molte crisi industriali non sono nuove -in qualche caso hanno decenni- e sono crisi di sovracapacità produttiva. In qualche misura chi promette la crescita, oggi, mente. Le parole in libertà del Futurismo erano estrose e creative. Quelle dei supporter di Sulcis Ilva Alcoa Irisbus Termini Imerese sono tristi, incapaci non solo di convincere, anche di illudere.

Antonio Massimo Calderazzi

DICTATURA LEGALE PER SCONGIURARE IL GOLPE MILITARE E PASSARE AL MODELLO SVIZZERO

Le due crisi, dell’economia e della politica, sono arrivate a un punto tale che un colpo di Stato militare, se organizzato a regola d’arte, avrebbe successo, non spargerebbe sangue e raccoglierebbe il più forte consenso popolare. Andò così in Spagna nel 1923, in Portogallo nel 1926. Il dittatore spagnolo lasciò spontaneamente al settimo anno, ma il regime portoghese durò poco meno di mezzo secolo; furono i militari stessi a mettervi fine.

Da noi la prospettiva del golpe turba i legittimisti e i benpensanti. Allora diciamo: il meno che vada fatto per scongiurare il Putsch militare è un Putsch politico e di difesa repubblicana. Vanno dati tutti i poteri a Mario Monti (con tutte le riserve che l’Uomo merita; ma almeno lo conosciamo, con le  sue qualità e i difetti). Non sarebbe un dittatore-orco. Una combinazione di fattori, che oggi non dettagliamo, dovrebbe produrre l’attribuzione al capo del governo di una dittatura ‘romana’ per 6-12 mesi, sospese tutte le altre istituzioni cominciando da quelle parlamentari. Sospesa, anzi cancellata la Costituzione e la sua Corte, dovendosi a tempo debito convocare una Costituente audace, in una prospettiva di democrazia diretta selettiva, senza delega ad alcun eletto. C’è già stato il terremoto grave, è in arrivo il maremoto, il legalismo costituzionale non ha più senso.

Nel semestre o anno della dittatura obbligata e benefica, il suo capo -meglio Monti che uno sconosciuto- dovrebbe innanzitutto dimezzare il debito con le brusche: patrimoniale pesante soprattutto ma non solo sulle grandi fortune; dismissioni in grande; ben altri tagli di spesa. Sussidi alimentari a tutti i senza reddito. In più, il Dictator dovrebbe farsi regista di una Costituente ristretta, 30 persone nient’affatto elette, la quale liquidi la Carta del 1948 e dia vita ad ordinamenti assolutamente nuovi, tesi a trasformare la democrazia, da rappresentativa (cioè gestita senza speranza  dai lestofanti dei partiti) a semidiretta all’elvetica.

Venti anni fa il sistema svizzero fu clamorosamente additato e argomentato  da ‘The Economist’, con uno speciale, come ideale modello non solo per nazioni deficitarie di buoni ordinamenti, ma anche per UK e USA. Il congegno elvetico è definito in dottrina e ufficialmente come democrazia diretta. Esistono organi di rappresentanza, c’è un esecutivo (ristretto e capeggiato a rotazione tra i suoi membri), ma l’istanza finale è il referendum senza quorum. Nessuna legge entra in vigore se respinta dal referendum. Sovrano è il popolo, non il parlamento.

Questo vorrà dire, tra l’altro, che né le nostre assemblee, finché restano, né la presidenza della Repubblica dovranno avere autonomia finanziaria. Il referendum senza quorum e non gli eletti dovrà decidere gli emolumenti di questi ultimi, emolumenti che non dovranno superare i quattro decimi degli attuali; il finanziamento dei partiti, cancellata ogni altra voce, sarà un decimo dell’attuale. Questo a breve termine, ai sensi delle riforme della Dictatura. Sulla distanza, logica vorrà che la democrazia semidiretta all’elvetica evolva verso quella obbligata del futuro: diretta, selettiva ed elettronica.

In più, la dictatura legale derivata da Roma repubblicana dovrebbe agire nel senso di qualche redistribuzione della ricchezza e del contrasto all’ipercapitalismo. Il primo impegno in queste direzioni sarebbe l’avocazione delle rendite più alte, per finanziare il sostegno elementare di base a tutte le famiglie prive di reddito. La lotta agli sprechi e la cancellazione di quasi tutti i costi della politica e degli apparati istituzionali dovrebbe consentire la riduzione di un quarto della spesa pubblica. Il prelievo fiscale non si abbasserebbe nella stessa misura: la lotta alla povertà dovrebbe includere l’aumento degli aiuti ai paesi miserabili che alimentano l’immigrazione clandestina.

Tutto ciò, ed altro, andrebbe deciso e avviato entro i 6-12 mesi della dictatura. Ammonterebbe a un cambiamento rivoluzionario e implicherebbe in ogni caso qualche utilizzo dell’esercito a difesa della fase costituente dello Stato Nuovo. Un’alternativa meno drastica non esiste. I partiti e i politici espressi dalla Casta non si autosacrificheranno mai e il Paese finirà male.

A.M.C.

L’INCUBO DEL DOPO MONTI: MEGLIO IL GOLPE

Monta l’angoscia su ciò che accadrà dopo il governo dei tecnici, discutibile com’è. C’è chi spera che la forza delle cose costringerà a prolungarne l’esistenza, cioè a rinviare le elezioni per motivi di salute pubblica, anzi dello ‘stato di guerra’. Chi assicura già aperti i cantieri per un partito montista, oppure per la ricerca di questa o quella formula di montismo dopo Monti. In questo caso l’apparato partitico fingerebbe di ripudiare se stesso, per portare avanti metodi ed obiettivi fissati nel fatale novembre 2011. Al contrario il fronte legittimista-conservatore, trasversale tra tutte le forze e gli interessi, reclama la fine dell’eccezione e il “ritorno alla democrazia”, cioè la restituzione del Paese ai partiti.

In realtà tale restituzione sgomenta persino chi la esige. Sarebbe certa la bancarotta alla greca e l’insurrezione dei ceti immiseriti. La più grave delle nostre ferite è il debito pubblico: chi ne è responsabile se non il sistema dei partiti? Se il gioco tornerà a loro la catastrofe è certa. Napolitano, sommo esponente del partitismo, dice il contrario, ma sbaglia. Propongono gli ottimisti di regime: i leader principali si impegnino inequivocabilmente a portare comunque avanti la linea Monti, e allora non saranno possibili né le astuzie, né gli scherzi.

Per parte nostra non esistono dubbi: la parola dei capipartito non vale niente, lo dicono 67 anni di potere. Ma le elezioni non potranno che reinsediare le bande partitiche, magari alquanto rimaneggiate da fattori di turbamento quali 5Stelle, oppure deformate da una più micidiale e più sacrosanta vendetta dell’antipolitica. Dunque logica vuole: o niente elezioni, e si ignorino le vestali e le prèfiche della democrazia fraudolenta, oppure elezioni sì, ma niente partiti, bando al professionismo dei politici, divieto delle loro candidature. Si sciolgano i partiti e si vigili attentissimamente perché non si ricostituiscano. Poiché è dimostrato che i partiti e i politici sono nemici del buongoverno e dell’uomo, non c’è niente di male se a) le elezioni vengono rinviate a tempi migliori, meglio sine die, oppure b) incombendo il disastro nazionale i partiti vengono obliterati.

La Costituzione vieterebbe sia queste, sia altre soluzioni appena innovative. La Costituzione è un’esiziale manomorta. Ebbene la Costituzione va disobbedita e sospesa. Quando incombe lo tsunami qualsiasi testo giuridico, per di più congegnato dai partiti, vale zero. Rispettare ancora la Carta sarebbe grottesco. Se, come ha detto Monti, “il percorso di guerra è durissimo”, se anzi incombe la sconfitta, se il prezzo della sopravvivenza è il colpo di Stato, esso va pagato. Peggio per i Costituenti, che ci imprigionarono nella Manomorta.

A.M.C.

BEPPE GRILLO, VADE RETRO

Questo vuole essere un appello. Chiunque voglia potrà aggiungere la propria firma:

“Siamo convinti che il web sarà sempre più nel futuro uno strumento per favorire la partecipazione dei cittadini e diminuire il peso dei politici di mestiere nella gestione della cosa pubblica. Pensiamo che però questa partecipazione non possa che essere mediata e selezionata, di modo da mettere al servizio della comunità le eccellenze esistenti, evitando però pericolose degenerazioni populistiche. Condividiamo una forte delusione, quando non un motivato disprezzo, per molta della sedicente classe politica del Paese. Tuttavia non vogliamo avere nulla a che spartire con Beppe Grillo, salvo una generica fiducia riposta nella potenzialità di Internet. Di Beppe Grillo disprezziamo gli obiettivi, i metodi e le parole. Riteniamo che se mai giungesse al potere riuscirebbe addirittura a fare più danno che i politici che vuole soppiantare. Perchè un pur genuino spontaneismo dal basso non può, in assenza di una struttura che selezioni e impieghi (ma non secondo i criteri spartitori dell’attuale politica, bensì secondo quelli del merito e della trasparenza che noi riteniamo il web potrebbe garantire, se adeguatamente sfruttato), essere la risposta ma anzi, solo un aggravio del problema”.

Tommaso Canetta

 

MINIATURIZZARE I GROSSI STIPENDI

Che a non strapagarli i top burocrati e i boiardi se ne vanno, è una balla. Che andandosene provochino danni irreparabili, è un’altra balla. Che a lavorare per i privati guadagnerebbero invariabilmente di più, è una terza balla. Le retribuzioni dell’alta dirigenza sono arrivate dove sono arrivate per il classismo e l’omertà tradizionali della corporazione. Un fatto degenerativo. Alcuni funzionari di vertice sono insolitamente bravi. Gli altri lo sono parecchio meno, se anche a loro risalgono le carenze della nostra funzione e mano pubblica.

Non è facile aggiornare continuamente, anche al ribasso, la remunerazione della bravura individuale. E’ giusto perciò abbassare drasticamente tutti i livelli alti.  Monti ha annunciato di volerlo fare, e speriamo sia vero. Ma non basta. Posto che nessuna persona nei ruoli pubblici dovrà guadagnare più del primo magistrato del Paese, ci sono imperiose ragioni perché tutti gli alti gradi, al centro e alla  periferia -compresi il primo magistrato e la smisurata schiera dei magistrati di cassazione, dei generali, dei diplomatici- vengano assoggettati a un supplemento di prelievo fiscale. Arrivare al complessivo 75% di Hollande sarebbe opportuno. Chi lavora per la collettività deve essere motivato al bene pubblico in maniera speciale. Chi non lo sia, lasci. Per ogni sommo dirigente che abbandona c’è per legge fisiologica un tot di collaboratori esperti pronti a subentrare. In non pochi casi le amministrazioni pubbliche faranno un affare a lasciar andare gli scribi più pieni di sè. I rimpiazzi costano meno e sono più creativi. Se è stato rilevato che numerosi arcidirigenti costano più del Bundeskanzler, e del resto più del ministro loro superiore, vuol dire che le loro retribuzioni sono cresciute troppo in Italia (a volte anche all’estero. La sindrome italiana colpisce dovunque).

Non è verosimile, abbiamo detto,  che numerosi manager pubblici lascerebbero se pagati sensibilmente meno. Comunque occorre vigilare perché quanti lo facciano non ricevano trattamenti finali di favore, in spirito di omertà. I diritti maturati andrebbero calcolati restrittivamente, considerato l’attaccamento al denaro dimostrato lasciando il servizio pubblico. Del resto i diritti acquisiti andrebbero ridotti a tutti i livelli pubblici, compresi quelli poco elevati.

Abbiamo visto che il danno provocato dall’abbandono di boiardi e marpioni non può essere grave, visto che i loro rimpiazzi possono risultare più convenienti e più produttivi. Si aggiunga che non sempre, oggi, il settore privato è in grado di largheggiare coi suoi capi. In ogni caso, il fisco dovrebbe colpire più gravemente i compensi astronomici. E un ultimo punto. Ai pochi tra gli alti burocrati, i boiardi, i generali, i baroni accademici che non hanno figli, mogli o congiunti da sistemare dovrebbe essere riconosciuto un premio, presumendosi che non  useranno la loro posizione per spingere la carriera dei parenti. Molte tra le strutture pubbliche sono necessarie, ma quando i loro membri aggiungono ai propri costi anche i guasti del nepotismo, la cosa da fare è la tabula rasa: spiantare il male alla radice, licenziare i marpioni, accettare qualche perdita di sistematicità a seguito della nomina di giovani.

Porfirio

L’EUROPA STRITOLA LA DEMOCRAZIA? IL CONTRARIO

Rischiamo di trovarci senza democrazia, pare. O, secondo una versione più “light”, con una democrazia menomata. Se – è questo il ragionamento – l’Italia sarà costretta a chiedere l’intervento del fondo salva-Stati, la campagna elettorale primavera 2013 risulterà castrata, con i maggiori partiti politici costretti a convergere su un programma di riforme imposto dall’Unione europea. Il rischio è che i partiti populisti e antieuropei facciano il pieno di voti.

L’unica forma di democrazia che pare castrata o compressa da un quadro come questo è la sua versione italica del “facciamo il cazzo che ci pare”, tanto ben rappresentata dall’ultimo governo eletto. Che alla fantasia della partitocrazia italiana provveda a mettere un freno l’Unione europea è quello che qualsiasi persona di buon senso dovrebbe auspicare. L’Europa ci impone degli obiettivi, e vieta di intraprendere percorsi che vadano in direzione diametralmente opposta. Ma non impone – se non entro blandi limiti – il “come” si debbano raggiungere quegli stessi obiettivi. Quindi ai partiti è lasciato uno spazio di manovra sufficiente per differenziarsi, senza strabordare dai confini delle forze responsabili ed europeiste.

Quanto al rischio che proprio gli irresponsabili e gli antieuropeisti prevalgano, questo è esattamente l’apice della democrazia: quando il popolo è chiamato a scegliere tra due alternative radicali. Se – ed è bene sottolineare che siamo ancora di fronte ad un’eventualità – l’Italia dovesse chiedere l’intervento del fondo, venisse stilato un memorandum d’intesa, e la maggioranza degli italiani decidesse che all’affrontare 10 anni di riforme dure, impopolari, che sbriciolano moltissime rendite di posizione e cricche di interessi (non per forza di ricchi speculatori, ma magari di onesti camionisti, avvocati o dipendenti pubblici), preferisce uscire dall’euro e affrontare un default, quello sarebbe il giusto esito di un processo democratico.

La speranza è che un rischio del genere non sussista. Che, per quanto arrabbiati, gli italiani alla fine non si affiderebbero a un comico o a qualche tribuno, ma sceglierebbero la stabilità, magari pagata a caro prezzo, ma preferibile al salto nel buio. Anche perchè, e lo si sapeva ben prima della crisi e ben prima che le riforme impopolari venissero imposte, governare con lo sguardo rivolto al medio-lungo periodo forse non paga in termini di consenso da parte degli elettori, ma salva il futuro dei loro stessi figli.

Tommaso Canetta

UNA NORIMBERGA PER I MISFATTI DELLA CASTA POLITICA

La storia d’ogni tempo è fitta di processi politici. Le città dell’Ellade sottoponevano frequentemente a giudizio e condannavano all’esilio o alla perdita dei beni, magari per una guerra persa. Cicerone sarebbe meno famoso se non avesse infierito con le requisitorie contro Gaio Licinio Verre, saccheggiatore della Sicilia e dunque maestro dei nostri politici. L’esilio di Dante Alighieri seguì a un procedimento di tipo processuale, e lo stesso valga per una miriade di sentenze politiche nei millenni, spesso sentenze capitali. Una delle più vicine a noi, e delle più aspre, fu pronunciata a  Norimberga nel 1946 contro i criminali di guerra del Reich sconfitto: dodici condanne a morte.

I processi politici non meritano molta simpatia. D’altronde i crimini contro il popolo o la società vanno puniti. Perché non dovremmo processare i criminali della nostra politica? Le condanne sarebbero senza confronto più miti. Parecchi personaggi sfuggirebbero al giudizio per vari motivi, compresa la manifesta infondatezza delle accuse. Ciò detto, il senso del diritto e la salvezza della patria esigerebbero un certo numero di condanne. Per esempio: come non processare i gestori della Sicilia da quando strapparono l’autonomia speciale? Non basterebbero i soli numeri -incontrovertibili- dei dipendenti, dirigenti, consulenti, forestali, più i livelli delle retribuzioni, più l’assieme delle malversazioni e rapine, per fare ineludibili le dure condanne pecuniarie ed altre sanzioni, esili compresi, a carico dei decisori più alti? A livello nazionale, come non processare i perpretatori della finanza allegra per la quale oggi il Paese è in pericolo?

Non si osi opporre che la democrazia, all’apertura delle urne, fa di ogni elettore il giudice dei politici. E’ totalmente falso. Gli elettori italiani non hanno mai punito chi li ha portati sull’orlo della bancarotta, e chiunque meritasse di espiare. L’andazzo nazionale e le nequizie della Costituzione macchinata dai partiti “vincitori del fascismo” (in realtà mosche cocchiere degli Alleati) hanno fatto sì che i politici di vertice vengono immancabilmente rieletti: essi sono a vita, da Nilde Jotti, che fu il peggio, al divo Giulio, ad Anna Finocchiaro, a Casini e a Fini. Gli elettori italiani non condannano mai, semmai si vendicano; ma la vendetta è cosa diversa dalla giustizia. Le volte che non rieleggono, gli italiani designano i trombati a presiedere società della mano pubblica, a godere di invidiabili sinecure, a ingozzarsi nei truogoli di Stato, regionali, eccetera. In ogni caso è la partitocrazia, non la magistratura a decidere quale politico va bocciato alle elezioni, ossia destinato alle predette greppie. Tutto si può sostenere, non che le urne sappiano fare giustizia. Le urne sono reti per catturare i pesci.

E’ discutibile che si processi chi decise, p.es., l’adesione alla scellerata Alleanza atlantica. Non è discutibile che si chiami a rispondere chi ha rubato, chi ha assegnato gli emolumenti più alti in assoluto ai membri della Casta, parlamentari o non, soprattutto quando le elargizioni continuano nel momento dei sacrifici generali e alla vigilia di sciagure collettive. Basta impunità.

In generale andrebbe istituito e reso obbligatorio  il processo di rendiconto a carico di chiunque abbia ricoperto cariche esecutive al di sopra di un certo livello. I giudici dovrebbero essere magistrati di carriera e non colleghi in politica. Le pene, tranne i casi estremi, non dovrebbero implicare il carcere, bensì pesanti risarcimenti e, mancando questi ultimi, il lavoro coatto. Tutti i beneficiari di finanziamenti, rimborsi elettorali, indennità eccessive e ‘fringe benefits’ dovrebbero essere costretti a restituire. Beppe Grillo ha invocato tali restituzioni: ha ragione.

A.M.C.

LA PATRIMONIALE PESANTE

Si infittisce il mistero: quando e come Monti comincerà a ridurre il debito? Nella mente dello Jupiter  della Bocconi il piano c’è certamente, ma come potrà evitare la grossa patrimoniale che impoverisca i ceti abbienti; come sfuggirà alla necessità di vendere, persino svendere, gran parte dei beni pubblici (compreso il Sommo Palazzo sul Colle); questo non è dato immaginare. Senza patrimoniale dura, senza grandi dismissioni, senza Tobin tax e parecchio peggio, il piano fallirà. Il debito resterà assassino. Se Napolitano e Monti hanno davvero creduto che il governo tecnico potesse scudare il sistema e il suo assetto politico, è verosimile abbiano sbagliato. Il capitalismo resterà, ma dovrà pagare un prezzo. Pure l’assetto politico pagherà: coll’oligarchia partitica scemerà anche la centralità del meccanismo elettorale.

La patrimoniale dovrà colpire tutte le forme di ricchezza, non solo quella immobiliare. Il prelievo dovrà essere forte e molti non saranno in grado di pagare, né di vendere per pagare. Dunque lo Stato dovrà ipotecare i beni -compresi quelli mobili e non occultabili: veicoli, barche, aerei- e cedere i titoli di credito alle aziende internazionali del factoring, le quali verseranno una parte considerevole del credito. Le aziende del factoring si arricchiranno, ma correranno alcuni rischi. I gioielli, i tappeti, gli arredi sfuggiranno in questa fase; non sarà necessariamente così in un’eventuale fase ulteriore, nella quale lo stato di necessità divenga così grave da legittimare la requisizione fisica dei contenuti di case, uffici, magazzini, fabbriche. Una banca per esempio potrà essere costretta a devolvere per la salvezza della nazione le opere d’arte possedute.

Sin da subito dovranno essere assoggettati a patrimoniale i veicoli d’ogni genere, i natanti, gli equipaggiamenti che siano immatricolati, registrati o in altro modo identificabili. Anche i beni strumentali dovrebbero concorrere, in misura minore, alla riduzione del debito. In conclusione: la collettività è indebitata, i privati no o molto meno. La ricchezza privata è grande, va falcidiata. Tutto ciò farà soffrire i ceti abbienti, ma è accaduto mille volte nella storia, assai spesso senza che fosse necessaria una rivoluzione. E’ giusto così, però certamente necessita nei decisori una volontà implacabile. Una crisi economica veramente grave è come una guerra o un maremoto: cancella o sacrifica i diritti di proprietà e le legittime aspirazioni.

Valga in particolare il caso dei veicoli, grosse motociclette comprese. Rappresentano una base imponibile gigantesca, vanno assoggettati a tassazione straordinaria. Sulle autostrade e sulle grandi arterie quasi non circolano più le utilitarie, quelle che cinquant’anni fa trasportavano famiglie, masserizie e vettovaglie dei paesi natii. Sulle autostrade, oggi, solo berline da confortevoli in su. Persino gli immigrati recenti si permettono le medie cilindrate. Le vere utilitarie sono solo city car costosette oppure le Matiz delle commesse e delle inservienti d’ospedale. Lo Stivale è una gigantesca bisarca di auto accessoriate e di Suv. Niente di male se a partire dai modelli da 10.000 a nuovo si imponga un prelievo straordinario e progressivo: mille euro sui tipi da poco, cinquemila sui Suv vorrei-ma-non posso, ventimila sui marchi dell’opulenza e dell’ostentazione. Anche i top generali cui uno Stato grandezzoso passa le Maserati dovrebbero pagare in proprio la patrimoniale: padroni di rinunciarvi e di muoversi in berline di bassa gamma.

Lo Stato incasserà in grande, i ceti molto agiati soffriranno, decine di milioni di cittadini vedranno ridotta al dignitoso benessere dei Settanta la disgustosa ricchezza dei Novanta. Come tragedia, poca cosa.

Porfirio

GIANNI FODELLA: QUANDO LE CALUNNIE SERVONO LA CAUSA DEI “MERCATI”

Nel commentare un recente articolo del quotidiano Washington Post sulla situazione economica del nostro Paese, Marco Fortis (economista e vicepresidente della Fondazione Edison) in un’intervista del 3 luglio – fattagli da Paolo Vites per “il sussidiario.net”, sottolinea come il fosco quadro dell’economia italiana dipinto dal quotidiano americano sia privo di fondamento quando parla del “crollo di competitività” nei confronti della Germania.

Quanto al nostro “modello culturale” (evasione fiscale e scarso spirito civico) potremmo ribattere discutendo delle ruberie fatte dai banchieri inglesi e americani (speculazione contro la lira, freno a una politica energetica indipendente dalle “7  sorelle”) e non soltanto negli ultimi anni caratterizzati dai titoli tossici e dai mutui subprime che hanno innescato la crisi finanziaria che ha ormai contagiato l’economia reale in quasi tutto il mondo.

In nome di quali principi morali le banche inglesi sono venute a proporre “investimenti” a enti pubblici italiani che la legge inglese proibisce di proporre a enti pubblici inglesi? Per il solito motivo che ha sempre guidato le azioni del governo britannico fin dagli albori: se all’interno del Paese vi sono regole cui attenersi, nel resto del mondo prevale il solo imperativo degli interessi inglesi, a qualunque costo.

Come illustra con dovizia di particolari Il Golpe Inglese di M. J. Cereghino e G. Fasanella pubblicato nel settembre 2011 da Chiarelettere, gli inglesi hanno sempre cercato di mantenere l’Italia nella loro orbita di influenza, mal tollerando che cercasse di svincolarsene e facendo uso della loro stampa (Economist, Financial Times), reputata “seria e indipendente” ma in verità sempre asservita agli interessi finanziari anglosassoni. Del resto la finanza, che quando opera sola è distruttiva dell’economia reale, è rimasta con il commercio quasi la sola fonte di reddito in un Paese che non ha artigianato e piccola impresa, che non ha quasi più industria manifatturiera e che ha condotto la propria agricoltura a generare il morbo della mucca pazza.

Le calunnie del Washington Post non sono un segnale di giornalismo superficiale e disinformato, ma fanno parte di una ben precisa strategia attuata dai più potenti mezzi di disinformazione di massa (quelli di lingua inglese) utile ai “Mercati”. Serve a gettare il discredito sull’Italia, e a far diventare vero ciò che si afferma essere vero, anche quando così non è.

Premesso che – come osserva Marco Fortis, “l’Italia ha oggi il miglior avanzo primario non dell’Europa ma dell’intero mondo avanzato. È un Paese che negli ultimi due anni ha aumentato il debito pubblico di 4 punti di Pil, mentrela Germanialo ha aumentato del doppio ela Gran Bretagnadel triplo. Per non parlare poi degli Usa.”- i titoli del debito pubblico di un Paese sono emessi per raccogliere quei mezzi finanziari che servono gli scopi della mano pubblica e che si rivelerebbero insufficienti se si facesse ricorso alla sola imposizione fiscale.

Se il gettito derivante da imposte e tasse non basta per far fronte alla spesa pubblica che serve i cittadini non vi sono che due vie: aumentare la pressione fiscale o chiedere la collaborazione dei cittadini facendo in modo che sottoscrivano il debito pubblico. Gli interessi che remunerano questi prestiti dei cittadini allo Stato devono essere adeguati, altrimenti i titoli rimarrebbero senza compratori.

Gli italiani hanno sempre sottoscritto per intero il debito pubblico italiano, a differenza di quanto è accaduto in quasi tutti i Paesi che ci vengono oggi additati come esempi da seguire. Questi hanno invece dovuto far ricorso al risparmio estero perché quello nazionale era insufficiente.

Gli italiani poi, quando hanno avuto la possibilità di investire anche all’estero i loro risparmi, lo hanno fatto contribuendo a finanziare il debito pubblico di molti Paesi, anche se spesso con esiti non molto felici per il loro patrimonio privato a causa della disonestà dei Paesi emittenti e dei loro consulenti e intermediari.

I problemi per noi sono nati quando i titoli del debito pubblico italiano sono finiti nei portafogli delle grandi società finanziarie che, lungi dall’accontentarsi degli interessi regolarmente pagati, hanno preso a speculare sempre più avidamente sui corsi di questi titoli pubblici e contro la moneta nella quale erano denominati, l’euro.

Forti del loro enorme potere di mercato, le più potenti banche d’affari come Goldman Sachs (si vedano in proposito http://www.ultimenotizie.we-news.com/politica/estera/6231-goldman-sachs-ha-causato-la-crisi-di-grecia-e-italia-e-ora-impone-la-soluzione e anche http://www.lapennadellacoscienza.it/goldman-sachs-teoria-del-complotto-tra-leggenda-e-verita/) sono state in grado di indirizzare i corsi dove volevano facendo uso delle agenzie di rating, della stampa economica anglosassone e dei loro uomini di ogni nazionalità che ricoprono cariche politiche, economiche e burocratiche nelle più importanti istituzioni internazionali e di ciascun Paese. Così hanno spinto i corsi di questi titoli al ribasso per comprarne quote sempre più ampie e lucrare interessi sempre più elevati.

Ora la posta in gioco è ancora più alta: scompaginare le economie dei paesi che hanno adottato l’euro e impadronirsi per lo meno dei loro patrimoni, se non sarà possibile farli tornare alle valute di origine per completare poi l’opera contro ogni singola valuta.

Per risalire alle origini di tutto ciò si può ricordare che in questi giorni ricorre il XX anniversario di un importante evento: nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato, un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia attraverso le privatizzazioni.

Il 2 giugno 1992 al largo di Civitavecchia, ma in territorio inglese dato che siamo sul Britannia (panfilo della regina Elisabetta scortato dalla nave da guerra Battleaxe) si discute delle privatizzazioni e vengono prese decisioni di grande portata per le sorti economiche dell’Italia. Mario Draghi, Direttore Generale del Tesoro dal 1991, è uno dei convitati e presiederà dal 1993 il Comitato per le Privatizzazioni.

Amato, avvalendosi del decreto Legge 386/1991, e con l’appoggio del Fondo Monetario Internazionale, che spingeva ovunque nel mondo per le privatizzazioni delle imprese pubbliche, trasforma gli enti statali in Società per Azioni in modo tale che l’élite finanziaria anglosassone interessata a comprarsi l’Italia a prezzi convenienti (tra queste le banche d’affari Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers) li possa controllare e poi rilevare.

La svalutazione della nostra moneta avrebbe reso meno costose le acquisizioni derivanti dalle privatizzazioni, e così l’abbassamento dei corsi delle azioni. Nel settembre 1992, a causa di forti pressioni speculative sul mercato dei cambi, la lira esce temporaneamente dal sistema.

La guerra contro la lira e contro la borsa italiana ebbe un protagonista: l’americano di origine ungherese George Soros che con le informazioni ricevute dai Rothschild e da altri banchieri anglo-americani, per tacere della complicità italiana ai massimi livelli, riuscì a far crollare la nostra moneta (nel novembre 1993 la lira perse il 30% del suo potere d’acquisto internazionale) e le azioni di quasi tutte le aziende italiane.

Con la nascita della Banca Centrale Europea non abbiamo più un prestatore di ultima istanza, mentre il nostro istituto di emissione ha cessato di esserlo. L’attuale natura della Banca d’Italia divenuta una SpA (la sola tra i soci della BCE le cui quote sociali sono detenute soltanto da alcuni gruppi bancari e assicurativi privati) è qui delineata.

Ma come è potuto accadere tutto ciò? Dov’erano i nostri politici e i nostri tecnici come Giuliano Amato, Beniamino Andreatta, Piero Barucci, Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Mario Draghi, Mario Monti, Romano Prodi? Proprio tutti complici nel distruggere l’economia del Paese? E l’opinione pubblica dov’era, mentre gli incompetenti – forse prezzolati, forse soltanto stupidi – consegnavano il Paese nelle mani di altri, interessati soltanto a denigrarci e a sfruttarci?

Perché continuiamo a invocare gli investimenti esteri e a implorare gli stranieri perché vengano ad investire in Italia? Quando arrivano, sulla base dell’esperienza fin qui fatta, non si tratta di un buon affare per noi: chiedono facilitazioni, licenziano e alla prima difficoltà (ma soltanto dopo aver incassato i contributi incautamente elargiti loro dalla mano pubblica) se ne vanno lasciando l’inquinamento che ci hanno portato, le famiglie dei dipendenti sul lastrico e tenendosi le quote di mercato di cui nel frattempo si sono impadroniti.

Anche se la capacità di risparmio delle famiglie italiane si è ridotta (perché si sono ridotti i redditi medi) siamo ancora capaci di generare investimenti, se soltanto lo volessimo e se il nostro sistema bancario finanziasse le imprese e le famiglie continuando a funzionare con le regole della Legge Bancaria del 1936, presa ad esempio in tutto il mondo.

Se non abbiamo bisogno che altri vengano a portarci i loro capitali ancora meno ci servono le capacità imprenditoriali altrui. L’Italia ne ha da vendere. Gli strumenti che governano l’economia e la sua gestione contabile hanno avuto origine tutti nel Mediterraneo, la maggior parte nel nostro Paese. Il contributo della finanza anglosassone è stato nullo o negativo, e ne paghiamo da tempo le conseguenze.

Quando impareremo a difenderci? Dobbiamo deciderci a dichiarare a chiare lettere che determinate attività che riducono il potere d’acquisto dei cittadini o che vanificano i loro patrimoni sono attività criminose che vanno perseguite; chi se ne macchia va punito.

Costringere il Tesoro italiano a indebitarsi pagando interessi sei volte superiori rispetto a quelli tedeschi o inglesi è semplicemente criminoso, ma poiché non esiste crimine se non sia giudicato tale dalle legge (nullum crimen sine lege) è ora che i nostri tecnici mostrino il loro valore e chiariscano la natura criminosa di quei comportamenti fraudolenti che sottraggono ai cittadini italiani incolpevoli i frutti del proprio lavoro nella forma di reddito, o di ricchezza lecitamente accumulata.

Gianni Fodella

MARIO MONTI E’ DI SINISTRA?

In questi giorni pare divertente a molti giornalisti, opinionisti e politici discettare dell’appartenenza del presidente del consiglio Mario Monti alla famiglia della destra o della sinistra. Certo, nessuno arriva a dire che Monti abbia qualcosa a che spartire con questa destra, ma molti lo ascrivono alla famiglia della destra storica. Può essere, ma parliamo di una categoria politica vecchia di un secolo che chissà oggi se sarebbe ancora considerata di “destra”.

Personalmente penso che Mario Monti possa essere considerato, ovviamente con riferimento al XXI secolo e non a quelli precedenti, una persona di sinistra. Non conosco le sue posizioni sui diritti civili, e questo è un grave discrimine, ma quanto alle politiche economiche e sociali esistono pochi dubbi.

Se essere di sinistra significa parteggiare per i più deboli, oggi in Italia questo significa parteggiare per i giovani e le donne, che sono esclusi dal mercato del lavoro e dalle relative protezioni, impegnarsi per creare un tessuto economico e sociale che non lasci indietro nessuno, ma che sappia premiare il merito, creare un benessere tale da poter caricare sulle spalle della società i costi dell’aiuto ai bisognosi, italiani o immigrati.

In questo senso l’esempio a cui si deve guardare sono ovviamente le socialdemocrazie scandinave. Per una persona di sinistra, quello è l’esempio realizzato di stato sociale funzionante. E la sinistra italiana, specie l’ala sindacalizzata e fortemente conservatrice, fa di tutto per convincere le persone che quella ricetta in Italia non funzionerebbe, per i motivi più disparati. Dal carattere nazional-popolare alle dimensioni del Paese, dal tessuto economico alla classe imprenditoriale. Può essere che ora sia prematuro, ma la direzione in cui remare resta quella. Dietro alle critiche invece spesso di celano gli indicibili interessi di chi non vuole cambiare nulla per mantenere le proprie rendite di posizione.

Allora a Mario Monti va riconosciuto che più di chiunque altro si è mosso nella giusta direzione. Non a caso un politico di sinistra e rivoluzionario come Pietro Ichino sostiene fortemente le ragioni del premier. E tuttavia, al di là dell’iscrizione a questa o quella famiglia politica, il problema più grosso che rimane sul tavolo è sempre lo stesso: la democrazia che funziona in modo troppo mediocre, e abbisogna di una revisione. La società si è evoluta, che si evolvano anche i meccanismi che la regolano.

Mario Monti non vincerebbe mai un’elezione con un programma di riforme giuste e necessarie. Nessuno vincerebbe. Perché gli interessi del domani esigono un sacrificio degli interessi di oggi, e la politica sembra aver perso ogni capacità di mediazione decidendo di tutelare solo i secondi. Il tempo del riformismo sta scadendo, coi suoi tempi lunghi rischia di non essere in grado di dare le giuste risposte nei giusti tempi. Presto sarà il momento della rivoluzione, e non certo quella populista e demagogica che alcuni agognano, ma quella liberale che fu già teorizzata da Gobetti. Come fare per renderla possibile? Su Internauta abbiamo avanzato moltissime proposte, alcune più attuabili, altre più efficaci, tutte per ora decisamente fantasiose.

Ma dopo il 2013, quando avremo di nuovo la nostra classe politica seduta al suo posto, se ricomincerà lo scempio quotidiano cui siamo abituati – cosa su cui vale la pena scommettere – perché non ammettere che non vanno cambiati solo i giocatori ma anche le regole del gioco? Il malcontento non può portare alla dittatura dei Grilli. Dovrebbe stimolare la ricerca di una formula per portare al governo dei competenti, di destra o di sinistra, ma che rispondano a logiche di razionalità e non di becero calcolo politico.

Solone X

IMU: PER LA SERIE “DEVI MORIRE”?

Spero che i miei venticinquemila lettori mi rimangano fedeli anche se ripeto (ma solo per cominciare) quanto già scritto oltre un anno fa, se ricordo bene, a proposito dell’ICI abolita da Silvio Berlusconi anche per la prima casa. Un atto deleterio, oggi ne sono convinti quasi tutti, per le finanze comunali, e quindi gratuitamente demagogico. Benchè restìo a parlare di me stesso, informavo quei venticinquemila che la mia abitazione, pur avendo poco in comune con Buckingam Palace e tanto più con una qualsiasi residenza estiva o invernale del senatore Lusi, non è neppure una catapecchia. Ciò nonostante, l’ICI che dovevo pagare non superava la ventina di euro l’anno, per cui il pagamento, se non proprio gioioso, non provocava neppure fitte dolorose.

Naturalmente, essendo personalmente sconosciuto a chi fissava rendite, aliquote, ecc. e soprattutto ai relativi esattori, non godevo di uno speciale trattamento di favore. Devo presumere che accadesse lo stesso ad una folta schiera di italiani appartenenti ai ceti dal medio in giù, magari con qualche differenza non irrilevante, ma certo non abissale, tra chi abita nelle città maggiori e chi nei piccoli centri (ovvero, pardon, “realtà”, come si tende a dire oggi). Una schiera resa anzi foltissima o addirittura schiacciante dal ben noto fenomeno per cui intere categorie di percettori di redditi sicuramente molto superiori ai mio ne dichiarano al fisco di parecchio inferiori, quando dichiarano qualcosa.

Tutto questo discorso mi spinge a riprenderlo la buriana scatenatasi adesso intorno all’IMU, l’imposta-centauro, metà statale e metà comunale, che ha sostituito l’ICI e della quale evito di proposito, anche per incompetenza, di commentare gli aspetti più tecnici tra quelli maggiormente contestati. Sulla stampa e gli altri media è ormai pressocchè corale l’esecrazione di un balzello odioso come l’antica tassa sul macinato che colpisce spietatamente e ciecamente, si dice, “le famiglie”, e per di più obbliga i loro capi o membri più ferrati in alta matematica a sottoporsi a spaventosi rompicapo o a rivolgersi a CAF sovraffollati o a commercialisti esosi per l’esecuzione (ovvero, pardon, “implementazione”) di proibitivi conteggi.

Critiche e contestazioni culminano in gesti e appelli alla disobbedienza civile come i roghi di F24 inscenati da esponenti della Lega Nord e l’esortazione di Daniela Santanchè a rinviare almeno il pagamento della prima rata, come del resto possibile e previsto però a costo di pesanti penalità, che la “pasionaria” del PDL non si offre di saldare per tutti forse a causa dei magri dividendi ricavati dai suoi investimenti nel Billionaire . A livello politico, comunque, il malcontento e l’ira sono trasversalmente predominanti, senza differenze rilevanti tra destra e sinistra nei confronti di un governo tecnico dipinto come emulo di Quintino Sella e sempre più inviso ormai anche dalla sua maggioranza ufficiale.

Intendiamoci. Nel caso dell’IMU come in tanti altri c’è probabilmente parecchio da precisare e da distinguere. Non escludo affatto, ad esempio, che gli immobili destinati ad attività economiche o collegati ad esse vengano colpiti in misura scarsamente compatibile con la loro prosecuzione, resa già difficile dalla congiuntura così ingrata, dai terremoti ormai cronici e così via. Il governo tecnico, è quasi superfluo dirlo, non ha sempre la mano felice nell’affrontare un cumulo straordinario di problemi tanto macroscopici quanto delicati e al limite anche socialmente esplosivi. La sollevazione contro la nuova imposta sulle abitazioni, di per sé e nel suo insieme, in nome di un’equità violentata, mi sembra tuttavia assolutamente ingiustificata, e demagogicamente strumentale quando si arriva a bollarla come una patrimoniale a rovescio.

Non so dove Massimo Gramellini sia andato a scovare quel paio di contribuenti messi in croce quasi fantozzianamente, e certo gustosamente nella descrizione dell’elzevirista della “Stampa” (15 giugno), dall’apparente sadismo di chi ha congegnato il famigerato balzello. Per la mia esperienza, posso solo testimoniare che una frequentazione discretamente proficua della scuola dell’obbligo, se non di quella elementare, dovrebbe consentire un assolvimento relativamente rapido e agevole dell’implementazione di cui sopra. Quanto poi al quanto, l’esito dei conteggi mi ha consentito di non pagare nulla a titolo di prima rata, pur non avendo figli a carico, e di prevedere un esborso finale persino inferiore a quello dell’ultima ICI. Un caso più unico che raro, e se vogliamo pietoso? Tra le mie conoscenze, il solo sensibilmente diverso riguarda un tale consultatosi con un commercialista ottenendo un responso chiaramente errato.

A questo punto, e per concludere, mi resta da confessare che, essendo la mia famiglia proprietaria anche di una seconda casa, un pezzo di baita in montagna, l’IMU mi è costata naturalmente parecchio di più e anche qualcosa di più dell’ultima ICI. Non per questo però mi sento vittima piovosa del governo ladro (anche se un po’ fremo e tremo al pensiero della fine che potrebbero fare i miei soldi) né legittimato a scendere in qualche piazza Tahrir nostrana per rovesciare il sistema. In attesa che qualcuno mi spieghi meglio come si potrebbe eventualmente cambiarlo alla radice senza sprofondare in guai maggiori, ritengo e affermo, a costo di passare per fesso, che almeno chi può permettersi il lusso di una seconda casa non può ragionevolmente lamentarsi di dover contribuire alla quadratura dei conti pubblici tanto più quando incombe la minaccia della bancarotta nazionale. O sbaglio?

Nemesio Morlacchi

LE MANI PIU’ FORTI DI UN ALTRO MONTI. SE NO, ATATURK

Al suo avvento, Mario Monti avrebbe dovuto fare le cose grandi e aspre di un’economia e di una società in guerra. Sei mesi dopo, contabilizziamo cose piccole e facili, appropriate non al Demiurgo

che molti, anche fuori d’Italia, invocavano; ma ad uno dei successori dorotei di Mariano Rumor; un successore più esperto degli altri nelle dottrine economiche e nei vertici decisivi/innocui in lingua inglese. Un’economia di guerra non può non esigere dagli alti redditi sacrifici straordinari quanto straordinari sono i frangenti. Monti si è erto a difesa degli alti redditi. Una patrimoniale era il minimo che dovesse imporre loro, al posto dell’esproprio. Una patrimoniale che in un colpo solo tagliasse l’indebitamento di 500 miliardi. Invece l’ha imposta a tutti, inevitabilmente leggera. Gli alti redditi, come i politici ladri, l’hanno scampata. Ringraziano Monti e il Metternich che, dal Colle, ha fissato le regole d’ingaggio.

Il professore che ha preso gusto al Palazzo e alla tribuna delle autorità non la racconta giusta, quando sostiene che una patrimoniale dura avrebbe fatto fuggire i capitali. Lo Stato che ha varato la tracciabilità e i blitz di Befera è tecnicamente in grado di intercettare la fuga, con un basso margine d’errore. E’ in grado di punirne gli autori coll’espulsione loro e delle famiglie, nonché con la confisca dei beni che non riescono ad esportare. Questo si chiama esilio. Era in onore ad Atene e a Firenze: va riscoperto in grande, trascurando la Costituzione (da cestinare) e la sua Corte (da chiudere).

Un’economia di guerra avrebbe imposto tagli draconiani sulla spesa pubblica improduttiva. Più ancora su quella imperdonabile: lo sfarzo per tenere alto il prestigio, le convenzioni, il protocollo, le parate, le insulsaggini diplomatiche, le canagliate della spesa militare imposta da Washington, la protezione del fatturato e del monte stipendi di Finmeccanica. Qualsiasi altro successore di Mariano Rumor avrebbe fatto come Monti: non tagli ma nuove commesse all’industria bellica. A volere tenere alte le spese militari, bisognava ottenere che se le addossasse il Pentagono che le esige.

Di dismissioni di beni pubblici, nemmeno l’ombra, col pretesto che si sarebbero sviliti se fossero stati messi sul mercato sul serio: come se chi è sul punto del fallimento può pretendere di vendere ai livelli più alti del mercato. Alcune centinaia di caserme, di quando eravamo 8 milioni di baionette, sono lì a richiedere manutenzione. L’abolizione delle province e di ‘n’ enti inutili resta una fata Morgana. L’aggressione ai costi, ai furti e alle frodi della politica è vietata dai partiti, la pensata di Napolitano essendo consistita proprio in questo: un Mario Monti che scongiura il crollo del sistema, però è sostenuto e ricattato dai partiti. L’uomo del Colle non perde occasione per ululare che i partiti sono indispensabili, fingendo di dimenticare che i partiti sono amati da un italiano su 50. Monti era atteso dal compito storico di sfasciare, non puntellare, la partitocrazia. Se il Colle si opponeva, dirlo al Paese, non temere il conflitto tra istituzioni. Quando un assetto è pessimo, va smontato.

Il gesto più clamoroso, perciò più efficace, avrebbe dovuto essere tagliare di nove decimi il bilancio della presidenza della  Repubblica, la più ipertrofica delle strutture, il peggiore dei cattivi esempi. Licenziare quasi tutti i cortigiani, i ciambellani, i lacché, i giardinieri, gli stallieri delle residenze presidenziali. Mandare i corazzieri a dirigere il traffico, meglio a farsi fotografare dalle turiste. In breve, chiudere e vendere il Quirinale  sapendo che Pechino, Seul o Mosca pagherebbero bene una reggia papale/sabauda dove alloggiare in licenza premio, a migliaia alla volta, i rispettivi lavoratori e gerarchetti. Per gli uffici del capo dello Stato bastano 25 stanze e 23 milioni invece di 230. Applicando trattamenti ruvidi a tutti gli organi della cosa pubblica, l’elettroshock sarebbe salutare, il risparmio mastodontico.

Tutto ciò potrebbe ancora farsi, visto che la crisi peggiorerà. Però esigerebbe da Monti il coraggio, la volontà scardinatrice, la consapevolezza che, come sul ‘Corriere’ ha scritto Gian Arturo Ferrari “le mandibole della crisi frantumano perbenismi, buone intenzioni, fedeltà, appartenenze, speranze, dignità, ideali”; e che “nel 1928, un anno prima della Grande Crisi, il partito di Hitler valeva il 2,6%; nel settembre 1930 balzò al 18,3%; nel luglio 1932 raggiunse il 37,4”. Il superministro Passera ha calcolato che “sono colpiti dalla crisi metà degli italiani, 28 milioni”, e ha confidato a tutti “mi chiedo ogni giorno con ansia cosa fare per la crescita”. Se Passera, un astro del management, non sa cosa fare, vuol dire che il perbenismo di Monti ha poche chances. Occorre un Imperioso, non un Prudente.  L’emergenza ci costringerà ad una nuova e ferma disciplina da kibbuz. Dimenticheremo la venerazione della libertà, della proprietà e dei diritti acquisiti o, peggio, ereditati.

Come sappiamo, Monti una scusante grossa ce l’ha. Ha ricevuto dal Colle il mandato di non cambiare un bel nulla di importante.  Sarebbe un mandato da denunciare apertamente: ma lui Monti è un supergestore, non un demolitore/ricostruttore. Saranno le “mandibole  della crisi” a trovare quest’ultimo. Oppure a snaturare Monti, da così a così.

A.M.Calderazzi

TORNINO I LEVELLERS, SCONFITTI EROI DELL’EQUITA’

La storia conosce sia i movimenti grandi che fallirono dopo aver prodotto aberrazioni e fosche tragedie (nazismo comunismo eccetera), sia i movimenti piccoli che fallirono senza aver fatto il male dei primi, epperò seminando il futuro. Tra questi ultimi meritano ricordo e riconoscenza i Levellers, che tentarono la sorte in Inghilterra verso il 1647, in quella guerra civile chiamata Rivoluzione inglese che mise a morte Carlo I e dette il trionfo a Olivier Cromwell. Con la clemenza che gli era propria il futuro Lord Protettore, momentaneo sostituto di un re Stuart, non fece fatica a liquidare i Levellers con un controllato impiego del plotone d’esecuzione.

Ma il nome dei Levellers era fatidico. Senza il menomo successo tentarono di propugnare il livellamento dei ceti, la riduzione delle ineguaglianze sociali. Furono schiacciati come moscerini fastidiosi,  ma di loro avrebbe bisogno il mondo d’oggi devastato dall’ipertrofia del capitalismo e dai mali collegati. Sono finiti nel disonore i conati dell’alternativa comunista: tutti, salvo il grottesco ‘comunismo’ cinese, che garantisce la prosperità solo agli oligarchi e agli ottimati che facciano bene il loro mestiere depredatorio.

In piedi non restano che le proposte dei profeti disarmati, dei pensatori miti, dei tanti che furono scherniti dai faziosi e dagli intransigenti pseudovittoriosi: calvinisti, gesuiti, illuministi rampanti, rivoluzionari borghesi e rivoluzionari marxisti, tutti operatori del nulla di buono. Non restano che gli idealisti di un neocollettivismo amico dell’uomo. Non restano che i comunitaristi cristiani, musulmani e di altri credi, e più ancora quelli della carità, gli operatori del volontariato, gli impotenti di fronte alle cose grandi che agiscono nelle cose minime e terribilmente umane. Non restano che gli equivalenti dei Levellers, illusi e facili da neutralizzare, eppure…

Il fatto è che i vittoriosi, i padroneggiatori della realtà, i maneggiatori dell’efficienza, i detentori del potere e dei capitali, gli edificatori dei centomila grattacieli del pianeta, hanno messo insieme un mondo moderno sostanzialmente depravato. Una società non povera di conseguimenti e di vanti, ma ingiusta all’estremo anche dove attraverso il Welfare tratta con riguardo i grandi numeri. Infatti a ciascun progresso dell’economia e dello stesso Welfare si accompagna, per norma categorica, l’allargamento dei divari sociali.

Ma oggi i Levellers non auspicherebbero la barca per tutti. Non si sognerebbero di propugnare il livellamento a quota alta, i tenori di vita agiati di massa. Il presupposto, anche per i Levellers, sarebbe l’opposto delle ‘rising expectations’. Sarebbe il quasi-ripudio del denaro, il ‘lowering of expectations’, l’accettazione di qualche arretramento, il ritorno alle ristrettezze e alla parsimonia  scelta e non necessariamente subita. I Nuovi Levellers toglierebbero molto ai ricchi per garantire il pane a tutti, anzi poco alla volta abolirebbero i ricchi. Però negherebbero simpatia ai giovani che aspirano alla ricchezza, alle gratificazioni degli sport, ai meretrici della moda. Toglierebbero lustro e legittimità al benessere. I Livellatori sarebbero in realtà Capovolgitori di valori e di modelli.

l’Ussita 

I TRIUMVIRI DEL LEGITTIMISMO E LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI

E’ più in crisi l’economia o la politica nella Repubblica delle tangenti? Risposta, la seconda. L’economia troverà modo di acconciarsi. La politica no, se non verrà un fatto tellurico di grado alto. Tra un certo numero di mesi torneranno le elezioni e i soliti ceffi. Per impressionanti che siano i segni dello scontento, la stagione venatoria dei partiti si riaprirà, le doppiette dei cleptocrati faranno strage, persino un clamoroso successo della protesta -Cinque Stelle e il resto- sarà frustrato senza un colpo di stato che sospenda le istituzioni e la Carta. Mario Monti avrebbe potuto farsi bonificatore, avendo quasi i numeri di Charles De Gaulle nel 1958. Il generale vinse perché era il più illustre dei francesi e perché aveva un progetto eversore della Quarta (esecrabile) Repubblica.

Mario Monti nel novembre 2012 appariva il più illustre degli italiani, ma non aveva il progetto eversore contro una repubblica peggiore della Quatrième. Monti si contentava di metter fine alla  pochade berlusconiana. Riacquistare il rispetto dei partner europei era essenziale ma non sufficiente. I primi  sette mesi del montismo hanno mostrato che Mario Monti intende razionalizzare, non amputare come necessario. Simbolo e metafora del non-impegno di Mario Monti per entrare nella storia fu, il 2 giugno dei terremoti e della Parata, Mario Monti che per inerzia batteva mani annoiate nella tribuna di Napolitano. Tutto, anche le codse stupide, fuorché liquidare il peggiore regime d’Occidente.

Per ora vince il legittimismo. Vince la Santa Alleanza di Metternich, di Clemente Solaro della Margarita e dell’uomo del Colle. Il quale ultimo è l’antica ordinanza dei similbolscevichi Togliatti e  Longo, diventata incarnazione della continuità patriottica e liberal-liberista. La reggia pontificia e sabauda difende la classe politica allorquando gli italiani non sopportano più i politici.

Sappiamo chi oggi incarna Solaro della Margarita, nel nome del principe Metternich. Ma se ci sono legittimisti di osservanza carlista invece che asburgica, chi hanno come Sire se non D’Alema? Da sempre il machiavelli velista non perde occasione per martellare sull’insostituibilità dei partiti e sull’intoccabilità del professionismo politico (è anche la predicazione del Colle). All’occorrenza D’Alema si farebbe don Carlos Maria Isidro di Borbone: rifiutò un ruolo eccelso alla corte della nipote Isabella, regina a Madrid per l’arbitrio del di lei padre Ferdinando VII, ed aprì  tre guerre ‘carliste’ che dilaniarono la Spagna, pur di non rinunciare al principio della legittimità dinastica.

Preparatevi a vedere il don Carlos da Gallipoli salire con nobile fermezza gli scalini del patibolo, piuttosto che permettere alcun pregiudizio ai diritti della Casta nata dalla Resistenza. Però, se invece di difendere la coerenza con una morte gloriosa don Carlos D’Alema rafforzasse il suo carisma, guai a Matteo Renzi e alle migliaia di sventati che vorrebbero rottamare i settantenni; guai a Beppe Grillo; guai ai milioni di illusi che vagheggiano di demolire il Palazzo tarlato e bieco.

Il Misoneismo ha un terzo ferro di lancia: Giovanni Sartori. La più abominevole delle novità è per lui la democrazia diretta, che schernisce come “direttismo” e che peraltro riconosce come soluzione unica per quando la delega elettorale finirà. L’irascibile professore ha un tale orrore della modernità che invia i suoi  editoriali al quotidiano “Potere Forte”, di via Solferino, dalla cripta dei Cappuccini a Palermo. Lì ha prenotato uno spazio perché, grazie a Dio, le salme indossano abiti secondo la moda del Congresso di Vienna (moda che ama anche in quanto Vienna vanta una Kapuzinergruft gemella). Nella cripta palermitana vorrà congenialmente risiedere per sempre, tra coetanei di due secoli fa. Dalla cripta leverà muto ed intenso il rimprovero ai tanti che bestemmiano all’indirizzo del parlamento.

Dietro i triumviri del legittimismo procedono in processione alcune centinaia di giornalisti e di politologi, più alcuni milioni – decrescenti, però- di idolatri delle urne e  fanatici della Costituzione. Però i triumviri non si fidino troppo dell’esercito misoneista. I giornalisti e i politologi cambieranno prontamente padrone quando il vento girerà. Più ancora si adegueranno i feticisti delle urne, quando saranno una buona volta chiuse.

Porfirio