SE L’AVVOCATO DI BERLUSCONI HA RAGIONE, MANDIAMO PORCI E PANTEGANE IN PARLAMENTO

Il sen.avv.prof. Piero Longo, leggenda del foro padovano e co-principe dei legali di Berlusconi, ha enunciato in rapporto ai casi del Lazio e di ogni altro contesto repubblicano la dottrina che potrà cambiare il futuro delle istituzioni. Ecco, un po’ semplificata, la tesi: poiché ogni corpo sociale comprende anche ladri e imbroglioni, è inevitabile (oppure: ‘è opportuno’) che un tot degli eletti del popolo siano ladri e imbroglioni. In tal modo le assemblee e le élites di governo riproducono genuinamente, dunque rappresentano, la società quale è. Oltre ad essere stringente, la logica della dottrina Longo è corroborata dalle cose, dai fatti reali della politica nata dalla Resistenza. Va tenuta nel massimo conto.

Tuttavia, almeno per un aspetto la Dottrina merita uno sviluppo, anzi un coronamento. Se è vero che delle creature che abitano la clepto-repubblica fondata dai partigiani fanno parte anche i suini -si vedano le feste in costume del Lazio- e le pantegane (voce padana= grossi topi di fogna), è ingiusto che essi ed esse non siano rappresentate in politica direttamente, ma solo indirettamente attraverso i professionisti di  quella che l’Uomo del Colle definisce ‘la nobiltà della politica’. E’ evidente il vulnus ai diritti di cittadinanza del segmento zootecnico  di cui parliamo. Ergo, la Più Bella delle Costituzioni del Globo va aggiornata. Deve sancire che anche i maiali veri e le pantegane vere, a 4 zampe invece delle sole 2 dei loro attuali rappresentanti espressi dalle urne, hanno titolo a candidarsi a primarie ed elezioni, dunque ad entrare fisicamente nei consessi elettivi della Polis.

Apposite Disposizioni Transitorie dovranno regolare le complesse problematiche che sorgeranno  dall’aggiunta degli eletti suini, cloacali e di altri comparti della fauna: necessità di seggi ergonomicamente modificati sia in aula, sia nelle commissioni; buvettes e toilettes specializzate; inserimento nei menu di ristoranti e cafeterias finanziati dal contribuente di alimenti e liquami graditi ai nuovi eletti ai sensi di  uno o più corollari della Dottrina Longo; trattamento economico e pensionistico degli assistenti spettanti agli on.maiali e alle senatrici e consigliere pantegane; regole d’ingaggio per le scorte da assegnare agli eletti muniti di coda, lunga oppure corta e attorcigliata; norme e campagne educative  che combattano lo sfavore che la tradizione assegna all’intimità con suini e ratti di fogna. E così via via per gli altri temi che saranno posti dalla fine del pregiudizio di stampo razzistico contro le zoo-etnie di cui sopra. La saggezza dei Padri Ricostituenti saprà individuare le formule normative che mettano davvero fine alla minorità politica e culturale delle creature in parola. Corretta dalla fraternità del Poverello di Assisi verso tutte le creature viventi, la dottrina Longo prenderà posto tra gli ideali fondanti della società finalmente multi-specie.

Peraltro va bandito ogni facile ottimismo: i passi falsi non mancheranno e la comunità internazionale ci scruterà. La fase iniziale sarà contraddistinta da ingenuità. Non sarà agevole ai rappresentanti di porcilaie e condotti fognarii il pieno godimento dei privilegi e soprusi spettanti ai colleghi bipedi: rimborsi, erogazioni ai monogruppi paraparlamentari, fringe benefits dovuti (permanenti di viaggio, etc.). Assai spinosa la questione dei vitalizi: da una parte c’è la crescente longevità dei bipedi, dall’altra le più corte speranze di vita di suini e pantegane (pur in presenza di oggettive affinità, p.es., tra olgettine e topoline di cloaca). Ai quadrupedi che percepiranno gli assegni  per meno anni andrà corrisposta un’indennità una tantum. Ogni sperimentazione audace comporta trial  and error.

Porfirio

BLUEPRINT PER LA DEMOCRAZIA DIRETTA NEO-ATENIESE SELETTIVA

1. Cancellata per sempre la delega elettorale, in Italia produttrice della peggiore politica d’Occidente, la sovranità del popolo non viene più ceduta ai rappresentanti espressi dalle urne: essa resta ai ‘cittadini qualificati’ -o cittadini attivi, o supercittadini- scelti per un anno dal sorteggio. Essi la esercitano direttamente in continuo, sia attraverso la consultazione e deliberazione via telematica,  sia in quanto sorteggiati in 2° grado a fare un turno breve (p.es. un semestre) negli organi deliberativi ed esecutivi, governo centrale compreso. Il sorteggio sostituisce le elezioni. La Costituzione va cambiata in toto. Lo Stato paga la consulenza informatica a chi ne necessita.

2. Il suffragio universale resta solo per i referendum, anche propositivi, tutti senza quorum e resi più facili da indire. Le decisioni referendarie sono vincolanti: le leggi e gli altri atti legislativi ed esecutivi non possono contraddirle o svuotarle. In questo senso la Democrazia Diretta acquista una fisionomia elvetica, sedici anni fa additata come esemplare ai Paesi occidentali da uno speciale di ‘The Economist’.

3. La ‘cittadinanza  qualificata’ si attribuisce a 500.000 persone per ciascun turno annuale, estratte a sorte da un computer centrale della Magistratura, sotto gli opportuni controlli e in presenza di determinati requisiti: cultura, esperienze lavorative/operative, meriti civici -volontariato, etc- pienamente documentabili. Un organo ad hoc della magistratura compila e aggiorna l’Albo dei Cinquecentomila, accogliendo o respingendo le domande d’iscrizione volontariamente presentate dai cittadini; la magistratura accerta che nessun supercittadino abbia carichi pendenti, sia inquisito o imputato.

4. Prestare il “servizio politico” da supercittadini non è obbligatorio; dà diritto a un modesto compenso di base (p.es. 1.000 euro per turno annuale) contro la disponibilità ad essere sorteggiati e sondati ufficialmente; il compenso aumenta se il sondaggio diventa molto impegnativo in termini di prestazione e studio.

5. Dopo un semestre di appartenenza all’Albo dei Cinquecentomila, i supercittadini possono essere sorteggiati in II grado al loro interno per servire un secondo semestre in uno degli organi deliberativi -consigli comunali e regionali, parlamento monocamerale di 200 membri sorteggiati- oppure esecutivi -giunte comunali e regionali; governo centrale.

6. Col salire in importanza degli uffici da ricoprire devono crescere i requisiti dei cinquecentomila supercittadini: chiunque di loro può essere sorteggiato per sedere nel consiglio di un piccolo comune; solo le 300 persone incluse per qualifiche e meriti oggettivi nella classe più alta di supercittadini possono essere estratti a sorte per un semestre nei governi regionali; solo tra i 50 supercittadini di vertice sono sorteggiati i 10 membri dell’esecutivo centrale: uno dei quali a turno presiede il governo, un altro assolve le mansioni di capo dello Stato.

7. I Cinquecentomila vengono sorteggiati per un anno tra persone in possesso di requisiti quali:

– cultura: da laurea in su, oppure meriti intellettuali dimostrabili oggettivamente: p.es. premi, concorsi vinti, altri riconoscimenti oggettivabili;

– esperienze lavorative/operative: p.es. dirigenti, imprenditori, sindacalisti da almeno 10 anni; capi-operai da almeno 15 anni;

-meriti civici: p.es. volontariato svolto full time da almeno 5 anni, part time da 10 anni.

8. I supercittadini selezionati per sorteggio a far parte degli organi deliberativi ed esecutivi del livello più alto possono, a titolo eccezionale e in presenza di meriti e requisiti straordinari, sostituirsi al sorteggio e designare a maggioranza un capo straordinario del governo. Di norma il governo è presieduto a turno da uno dei suoi Dieci membri.

9. I membri del governo svolgono a turno le funzioni di capo dello Stato, le cui attribuzioni e facoltà vengono ridotte al minimo essenziale, mentre sono rinvigorite quelle del capo a turno dell’Esecutivo (governo centrale). Sono eliminati gran parte dei ruoli cerimoniali e di rappresentanza. La reggia del Quirinale va chiusa, venduta o riutilizzata. Idem per le altre residenze presidenziali. I fondi di dotazione e i dipendenti di tutti gli organi di vertice delle  istituzioni vanno ridotti fino all’80%. Ad ogni livello, anche periferico, le sedi di prevalente prestigio vengono chiuse, oppure ridotte fortemente nel personale e nei costi.

10. La miniaturizzazione dei costi di rappresentanza e prestigio porterà qualche pregiudizio a livello diplomatico, PR e simili, ma il Paese guadagnerà reputazione se dedicherà le risorse risparmiate ad opere più importanti del protocollo e degli usi diplomatici. P.es. la Democrazia Diretta metterà fine alle consuetudini mondane onde poter cancellare indegnità quali il non assicurare automaticamente un tetto decente ai senza dimora, un pasto agli scolari poveri, un reddito di sussistenza alle famiglie senza reddito. Trascurando la riprovazione di  diplomatici e ciambellani stranieri non si destineranno risorse, p.es., a ricevimenti, parate, visite di Stato, etc.: eventi quasi sempre futili o privi di utilità. La Democrazia Diretta farà rivivere gli ideali repubblicani di sobrietà, che nella storia si contrapposero allo sfarzo e all’elitismo delle monarchie.

 A.M.Calderazzi

Ps. Di solito per le risposte utilizzo un apposito articolo, ma stavolta prendo poche righe in calce all’oggetto della mia critica, spero costruttiva. Mi pare che un problema su cui si debba riflettere sia la poca durata del mandato dei “supercittadini”, che  potrebbe essere di ostacolo alla creazione ed all’impiego di una competenza specifica nelle cose di governo. Il rischio, in parole semplici, è che quando finalmente un sorteggiato ha sviluppato le competenze per governare al meglio, il suo tempo sia scaduto. Mi pare tuttavia un problema superabile se alla “politica” lasciata in mano ai “supercittadini” si affiancasse una “burocrazia tecnica”, gestita rigidamente su criteri di neutralità e competenza, in grado di incanalare le proposte politiche ed evitare derive pericolose. Dei tecnici insomma col potere di dire “questo non si può fare” ai politici, ancorché questi ultimi fossero uomini degni e probi e selezionati con l’estrazione a sorte. Per evitare incrostazioni, anche i tecnici dovrebbero avere mandati di durata predeterminata e non rinnovabile.

Tommaso Canetta

PER LA SOTTOBORGHESIA DELLE FABBRICHE POCHE SPERANZE

Un tempo c’era il sottoproletariato. Ora che i proletari industriali si sono fatti sottoborghesia -gli operai americani si considerano middle class da oltre un secolo- per una parte di loro sottoborghesi ci sono poche speranze: regrediranno a proletari. Diventare sottoborghesia, o declinazione manuale della middle class, ha implicato accettazione delle regole del mercato. Le accettano da Landini e D’Alema all’ultimo dei manifestanti in rabbia, avvolti di bandiera rossa, virtuosi di fischietti, percussionisti di fustini vuoti e di caschi minerari. Il mercato e la democrazia elettorale hanno dato loro l’appartamento col mutuo, una macchina ogni familiare attivo, le vacanze in albergo o in ‘Costa Deliziosa’  invece che in paese dai parenti, la laurea breve per la figlia che va bene alla media.

Ma d’ora in poi il mercato avrà poco per loro. Sempre più fabbriche chiuderanno se non collocheranno le cose prodotte. E’ morale che chiudano: avranno lavoro i miseri d’oltremare. Per l’Egitto si comincia a parlare di 90 milioni di abitanti. Ci sarà un bell’inveire alla desertificazione industriale, il deserto si allargherà ogni volta che arriveranno i manufatti più competitivi. Non serviranno le omelie dei vescovi che seguivano il card.Martini, né gioveranno i gesti di mendicità eroica dai pozzi minerari o dall’alto delle ciminiere spente. Meno che mai gioveranno gli editoriali frementi e i tavoli col governo. Tempo e denaro persi i nuovi progetti di politica industriale, anche quelli con la firma dei superministri. Politica industriale, oggi, vuol dire quasi esclusivamente più tasse e più accise a carico, per cominciare, della sottoborghesia manuale. E poi, sono ormai pochi i comparti che meritano i sacrifici dei contribuenti. Si produce già “tutto” e ciò che non si produce  -e sia vendibile- verrà presto dalle industrie straniere. Le fabbriche inventate dalla politica industriale, cioè dai candidati alle elezioni e dai conduttori delle ‘lotte’, chiuderanno. La conquista più grossa sarà l’assegno di sopravvivenza alle famiglie. Occorreranno più mense popolari, quelle attuali, solo ‘parrocchiali’, non basteranno.

Resta da precisare che arretrerà anche la borghesia minima degli impiegati, rappresentanti e simili (la borghesia agiata gestisce la democrazia rappresentativa, dunque saprà difendersi, saprà sabotare i sacrosanti espropri e le giuste patrimoniali). Propulso dal mercato e dall’elettoralismo finanziato dal debito pubblico, il ceto impiegatizio era divenuto benestante grazie al doppio reddito, a volte grazie alle bustarelle. Un bancario con moglie insegnante o tributarista si concede da qualche lustro il largo che un tempo era dei professionisti di semiperiferia. Ma i doppi redditi si assottiglieranno, non solo nel settore pubblico, non solo per gli esuberi e l’informatizzazione. I colletti blu e non pochi colletti bianchi dovranno dimenticare sia le passate liberalità del mercato, sia quelle dell’elettoralismo.

Per le società come la nostra la strada è dunque obbligata: parziale ripudio del mercato e del benessere, la scelta di un libero e austero neo-collettivismo solidale, disciplinato, anticonsumista e sì, anticapitalista. E’ l’accettazione del ritorno alla vita semplice, con la sua parsimonia. E’ il rifiuto dell’edonismo, è la rinuncia al miglioramento forever. La Globalizzazione è una Dea di giustizia. Ha decretato che il benessere delle masse d’Occidente era la miseria delle altre masse del pianeta. Dovrà scemare, persino finire.

I sistemi politici basati sulle urne elettorali non produrranno mai le scelte virtuose, salvo che non sorga una grande guida, un pastore o un manipolo di pastori che portino le greggi a pascoli inesplorati. Nessun leader delle plutodemocrazie occidentali e della cleptocrazia italiana saprà affrontare le sfide nuovissime. Dovrà sorgere un pugno di capi d’eccezione, ciascuno dei quali abbia mente, tempra e motivazione ideale senza confronti superiori al medio livello dei presidenti e dei capipopolo che si ingegnano a mandare avanti il Basso Impero d’Occidente. Occorreranno alcuni uomini eccezionali, il più modesto dei quali sia pari ad Ataturk; non si faccia condizionare come Monti e, peggio, Obama; non si curi di istituzioni e legalità. La legalità gli metterebbe macine al collo.

Alternativo allo spiccio condottiero sarebbe una grandissima anima, deviatrice della storia; ma le occorrerebbe un fatto tellurico.  Peraltro i tempi vanno maturando: da Lutero è già passato mezzo millennio, da Maometto un millennio e mezzo.

l’Ussita

CONTRO LA POLITICA ALLA “FIORITO”, UNA NUOVA DEMOCRAZIA

La domanda banale è, perché le prassi della Regione Lazio sarebbero peggiori di tutte le altre prassi della nostra politica? Non sono peggiori. A Roma e ad Anagni non c’è che l’accentuazione dialettale di un’identica realtà nazionale. La democrazia basata sulle urne promuove i peggiori e corrompe i pochi virtuosi, dunque lo Stivale politico è tutto Lazio. Per fare contenti gli estimatori dei costumi della politica, metti, bellunese o astigiana, diciamo che nella Polis dei discendenti dei Quiriti risaltano più che altrove i lineamenti porcini: la cosa pubblica come truogolo.  Altrove, in tradizioni meno edonistiche e più lontane dal letame, si evitano le enormità del trimalcionismo. Tuttavia è tale la normalità del male che ora si invoca l’abolizione delle Regioni, non solo delle Province: come se tale abolizione fosse cosa semplice. Aggiungiamo: c’è differenza sostanziale tra le sconcezze alla Fiorito e quelle di ogni altro livello della cleptopolitica partorita dalla Più Bella delle Costituzioni? Ci mancava il bunga bunga per sdoganare ogni possibile trasgressione.

L’Italia che soffre le patologie più gravi rispetto a ogni altra contrada della democrazia elettoralistica dovrebbe essere prima a produrre anticorpi e a concepire autoterapie. Ma ha smesso da secoli d’essere reattiva e di creare. Nei millenni aveva inventato parecchio, valori come disvalori: una tribù pastorale che diventa grande impero e plasma  l’Occidente; i Comuni faziosi e prosperi; il Papato temporale; il paganesimo rinascimentale. Poi l’estro si spense e nei successivi cinque secoli la creatività traslocò for good. L’Italia fece qualcosa di originale solo col dannunzianesimo e con la Marcia su Roma. La modernità in camicia nera fu una novità non piccola, ammirata e persino imitata. Oggi i soli creatori sono gli stilisti ermafroditi della Moda.

Eppure, se qualcosa è rimasto di quello che fu il nostro talento, non dovremmo essere noi discendenti di Scipio, Botticelli e Pico della Mirandola a inventare per primi  la cura di una lebbra partitica che devasta noi più che i nostri cugini e cognati d’Europa?

Michele Serra, scrivendo il 20 settembre sui furti orgiastici della Pisana (cui sono spettati i legislatori più sguaiati, non più ladri, dello Stivale+Isole) sostiene bugiardamente che c’è un capobastone Pdl in ciascuno di noi, che l’Italia è abitata da 60 milioni di Fioriti. E’ una scempiaggine, una manifestazione isterica, naturalmente. A parte che i tanti milioni di iscritti all’anagrafe, anche volendo, non saprebbero rubare come i ns/ politici professionisti, l’Italia ha forse il volontariato più vasto di tutti; e quelli del volontariato si sacrificano per i loro slanci come Michele Serra non immagina (deve frequentare solo politici e intellettuali progressisti). Quelli del volontariato arrivano a fare a piedi le strade della metropoli per poter pagare il tram che porta alla mensa fuori città: lì sfacchinano a servire pasti ai poveri e a nettarne i tavoli.

Ma Serra prorompe inaspettatamente  nell’esclamazione “Non mi convince la Democrazia Diretta” (perché, appunto, siamo tutti Fioriti). Dunque, nella disperazione di scoprire che la sua Repubblica è tutta Lazio, Michele Serra attesta a contrario  che la sola alternativa al male assoluto che abbiamo è la Democrazia (quasi) Diretta. Bravo Serra. ha visto la Luce! Non c’è che cestinare la Costituzione -l’Atto di proprietà che intesta il paese ai ladri- e cacciare tutti i politici, cominciando da chi non fa altro dal 1945 e ci è costato vari milioni di soli emolumenti legali. Per cacciare tutti e presto sarebbe ottimale il colpo di Stato. Però la sacrosanta Antipolitica, fattasi gigantesca, potrà forse fare da sé, senza carri armati, se accelererà un processo rivoltoso delle coscienze che è già cominciato, grazie a Dio.

Vent’anni fa l’America sembrò avere scoperto con Ross Perot che la democrazia poteva smettere d’essere rappresentativa, cioè truffaldina: “Se sarò eletto presidente governerò insieme ai cittadini, che sono the owners of America. Sottoporrò loro tutte le decisioni, risponderanno con tutti i mezzi delle tecnologie”. Perse onorevolmente e la democrazia elettronica cadde in letargo, l’America è rimasta plutodemocratica. Però la Svizzera, ufficialmente una democrazia diretta, funziona bene a referendum: su tutto l’ultima parola è dei cittadini, non dei politici.

La democrazia diretta assoluta, con 300 milioni di decisori in USA e 60 milioni in Italia non è concepibile. Però il referendum sovrano sì. E poi si potrà fare come ad Atene: lì la Polis era divisa in dieci segmenti i quali governavano e legiferavano a turno, e potevano farlo perché erano in pochi.  Destinato il suffragio universale ai soli referendum (resi agevoli, numerosi e onnipotenti) e cancellata la rappresentanza, determineremmo condizioni ateniesi ed elvetiche riducendo la Polis attiva a 300 o 500 mila super-cittadini, sorteggiati per un turno semestrale tra categorie molto qualificate, in possesso di requisiti oggettivi o meritevoli per opere svolte, con divieto di rinnovi perché non rinasca la professione politica. Tra i supercittadini si sorteggerebbero tutte le figure oggi elettive o prodotte da alleanze e maneggi. Beninteso, una sola Camera, di 100-150 sorteggiati per 6 mesi. I partiti, sciolti e costretti a restituire il maltolto. I costi complessivi, ridotti di nove decimi. Campi di lavoro coatto per quasi tutti gli ex-politici.

Col crescere in importanza degli uffici da ricoprire, il sorteggio si farebbe in segmenti di supercittadini progressivamente più qualificati e più ristretti: il ministro delle finanze sarebbe scelto, a sorte, tra i 30 o 50 più competenti delle finanze. Come in Svizzera, i ministri più importanti si alternerebbero nella guida del governo. L’imperativo assoluto: azzerare fino all’ultimo i professionisti della rappresentanza. Ad Atene si arrivava ad essere Arconti per un giorno, e il giorno dopo tornare a zappare sotto gli ulivi.

A.M.Calderazzi

MEGLIO LA PLUTOCRAZIA AMERICANA DELLA NOSTRA POLITICA

Singhiozzano i piccoli Goebbels e gli altri gerarchi del locale regime: la democrazia corre un rischio mortale. Ma questa che loro chiamano democrazia vale qualcosa, oppure è come il marco di Weimar, ci voleva un miliardo per comprare un chilo di pane? Che male c’è se la democrazia del furto muore?

In Italia la democrazia è l’impostura che consente ai professionisti di rubare tutto il rubabile. Negli USA è l’impostura che consente ai plutocrati, invece che ai capibastone di partito, di decidere coi dollari chi vince le elezioni, compresa quella per la Casa Bianca. Sembra che Obama e Romney abbiano già raccolto insieme quasi un miliardo e mezzo. Che formidabile sfida tra idee!

Al momento il miliardario che sembra fare le puntate politiche più grosse si chiama Joe Ricketts, un operatore finanziario fuorimisura che nel 2008 tentò di diventare senatore per il Nebraska, ma probabilmente non stanziò abbastanza dollari. Ha associato alla presente operazione (a favore del ticket Romney/Ryan, nonché di alcuni conservatori di secondo piano) tre figli, una dei quali si distingue col finanziare anche il movimento delle lesbiche. A sostegno della campagna di Romney i Ricketts hanno destinato $10 milioni; a favore di candidati minori $2 milioni.

La plutodemocrazia statunitense è anche il contesto che ha permesso a John Malone, miliardario dei media, di diventare il massimo proprietario terriero d’America: in nove Stati della Confederazione possiede 2,2 milioni di acri, non molto meno di 900 mila ettari, il triplo del Rhode Island, coi relativi impianti, capi di bestiame e macchinari. Malone è un uomo d’affari oriundo irlandese che ha operato soprattutto nella televisione e nelle telecomunicazioni, al livello dei Ted Turner e Rupert Murdoch. Anche in Nord America il valore della terra ha continuato a crescere: una farm della Sioux County nell’Iowa è stata venduta recentemente a $20.000/acro, un record assoluto considerando che il valore dei terreni agricoli USA oscilla tra meno di mille a un massimo di quindicimila dollari per acro. Pascoli e foreste quotano meno, ma sempre molto più che un tempo. Il patrimonio di Malone è stimato in 5 miliardi.

Ciascuno decida da sé in che senso John Malone è un cittadino come gli altri trecento milioni di iscritti all’anagrafe. E in che senso le urne statunitensi sono un congegno democratico, se per farsi eleggere a qualsiasi livello un cittadino deve o possedere, oppure raccogliere -prendendo impegni politici- fondi mastodontici. E’ vero, candidati come Barack Obama vengono propulsi anche dalle piccole donazioni degli straccioni; ma ciò non smentisce, bensì conferma il ruolo decisivo del denaro nel gioco politico statunitense. I padroni della plutocrazia che esporta istituzioni e truffe ‘democratiche’ su scala planetaria sono i Ricketts, i Malone e le grandi lobbies (che finanziano molto di più), non i latinos, i negri e i poor whites che incoraggiano con $10 ciascuno (meno civico-patriottici, i morti di fame di casa nostra non conferiscono, e sono €7-8 risparmiati; ma poi i politici si rifanno). In ogni caso il congegno americano fu congegnato in modo che i costi delle istituzioni sono modesti rispetto ai nostri; e che scassinare i bilanci pubblici come fa la Casta insediata dalla Resistenza è impossibile.

E’ stata la politologia statunitense a produrre vent’anni fa l’ipotesi di una Polis elettronica quale alternativa neo-ateniese, senza delega ai politici, alla degenerazione che in Occidente sta svuotando il senso della cosa pubblica. E’ l’alternativa della democrazia diretta, in vario modo selettiva, senza l’impostura elettorale. Specialmente a valle delle rivelazioni orribili del 2012 sono sempre meno, sono pressoché scomparsi, gli italiani che si attendono salvezza dal ravvedimento spontaneo dei professionisti delle urne, delle giunte e dei rimborsi. Sperare che questi ultimi smettano di rubare e di insozzare, grazie alla palingenesi invocata da Napolitano, da Ezio Mauro e da un tot di opinionisti democratici (però all’occorrenza disponibili a lasciar perdere la democrazia) è come fare affidamento sul passaggio di tigri, iene e topi di fogna alla dieta vegetariana.

Porfirio 

CONTRO GLI SCANDALI DELLA POLITICA, COMMISSARIARE TUTTO

Che il miglior governo italiano degli ultimi decenni – tale ritenuto unanimemente all’estero e a in maggioranza anche in patria – non sia stato eletto dai cittadini, dovrebbe farci riflettere. Che personaggi come Francone Fiorito, il Batman del Lazio (citiamo lui ma gli esempi potrebbero essere molteplici), siano campioni di voti e preferenze, dovrebbe farci preoccupare. Che addirittura il Corriere della Sera, uscendo dal consueto ruolo di Bella addormentata, se ne renda conto, è ai limiti dell’allarmante.

Non pochi articoli sono usciti in questi ultimi giorni in cui si sottolinea chiaramente che il problema non è nel parlamento dei nominati, non solo e non tanto. Il problema è la classe politica locale, votatissima, che gozzoviglia senza remore alla faccia nostra e della crisi. E pensare che proprio i politici locali dovrebbero essere quelli che i cittadini sono maggiormente in grado di “controllare”. Pare vero il contrario. Coi soldi, coi favori, con il “chiudere un occhio”, i politici controllano i voti dei cittadini (tanto ne bastano relativamente pochi, migliaia, per governare regioni e comuni popolati da milioni di abitanti) e si garantiscono la poltrona.

Allora ammettiamolo candidamente: il problema è lo scambio che sta alla base del voto democratico. In una società dove si sono perse ormai da decenni le idee, non solo le ideologie, i meccanismi della politica – specialmente quella locale, ma non solo – sono sempre più simili a quelli del mercato del bestiame. Un vile mercanteggio al ribasso tra persone che, spesso né da una parte né dall’altra, pensano di dover fare gli interessi della collettività, ma al contrario ritengono di dover barattare il mantenimento dello stipendio con una serie di favori e promesse.

Non vogliamo spazzare via con un rapido colpo di spugna la democrazia rappresentativa fondata sul suffragio universale? Va bene, allora si predisponga una procedura di commissariamento molto più efficace e rapida di quella attuale. Si garantisca che il commissario sia un tecnico estratto a sorte da una lista predeterminata di persone qualificate e incensurate, prive di conflitti di interesse e che mai potranno ricoprire il medesimo incarico per via elettiva. Si attribuiscano a tali commissari tutti i poteri necessari, e gli si dia un tempo adeguato, per risanare i bilanci, fare le giuste riforme (specie quelle impopolari), le infrastrutture (senza appalti e favori agli amichetti) e purgare legislazione e istituzioni dai rispettivi obbrobri. Soprattutto, se ne faccia un impiego massiccio, rendendo necessarie poche severe condizioni per procedere al commissariamento.

La democrazia rappresentativa non può essere buttata a mare senza un secondo pensiero. Si può però trovare un accordo per cui essa dura fintanto che funziona. Quando non ottiene più i risultati (e in termini di economia e servizi si potrebbero fissare standard e obiettivi programmati), viene – in parte – commissariata. In fondo è esattamente quello che sta accadendo in seno all’Unione europea. Fintanto che un Paese col proprio sistema democratico tiene i conti in ordine, la Ue non interferisce. Se un Paese elegge per 20 anni dei farabutti (o dei semplici incompetenti, o dei populisti di ottimo cuore e pessimo cervello) e si ritrova col sedere per terra, mamma Ue arriva a salvare la situazione con una montagna di soldi. In cambio impone, surrogando la classe politica nazionale, il calendario delle riforme e degli obiettivi da raggiungere.

Perché non emulare, e in modo molto più drastico visto che la nostra è una comunità nazionale e non ci sarebbero problemi di sovranità dello Stato, questo stesso meccanismo all’interno dell’Italia?

Tommaso Canetta

IL CORO DEI PAROLIBERI

Le ‘parole in libertà’ furono una delle conquiste del Futurismo (=giustapporre sostantivi aggettivi avverbi secondo principi extra-sintattici). ‘Paroliberi’ furono gli scrittori e i poeti che utilizzarono la libertà conseguita dal Movimento. E paroliberi, ma insinceri, sono coloro -dalle casalinghe democratiche che inviano sms solidali ai marciatori su Roma con gli striscioni del Sulcis, all’Uomo del Colle che si è detto tutto dalla parte degli elmetti minerari: senza menzionare le circostanze che vietano di tenere in esercizio una miniera che aveva senso ai tempi dell’autarchia. E senza menzionare che la collettività ha sopportato per decenni l’onere di una produzione antieconomica. La Regione Sardegna, proprietaria al 100% dell’impianto, non ce la fa più; lo Stato ha altri obblighi verso 60 milioni di persone. Paroliberi sono quanti argomentano a favore del carbone e dell’alluminio sardo, delle auto di Pomigliano e di Torino, dell’acciaio di Taranto, di ogni altra attività in perdita o  produttrice di patologie. La collettività ha l’obbligo di dare del pane a tutti i bisognosi, non quello di difendere il benessere e il consumismo.

Le parole in libertà preferite sono ‘diritto al lavoro’, ‘dignità’, ‘non molleremo’, ‘il governo si assuma  le sue responsabilità’, ‘salvare il know how e le eccellenze’, ‘adottare una politica industriale’. Dietro tutte è il concetto più parolibero di tutti: il contribuente paghi più tasse per garantire i nostri stipendi. Belluini lottatori sindacali fanno asserzioni ancora più irragionevoli, tipo “Ciò che abbiamo lo dobbiamo alle lotte, perciò lottiamo ad oltranza”. Naturalmente i paroliberi dimenticano che in Gran Bretagna, madre della rivoluzione industriale che andava a carbone, i minatori sono scesi dal mezzo milione di prima della Thatcher ai diecimila di oggi. Che l’alluminio si produce dove l’energia costa poco. Che se l’Enel volesse dire sì al Sulcis dovrebbe dire no a un altro territorio italiano. Che le regole dell’Europa vietano gli aiuti di Stato (acquisti di favore, prezzi politici): infatti Bruxelles ha mosso contro Roma numerose procedure d’infrazione, una parte delle quali ci sono costate pesantemente.

In realtà un paese come il nostro deve convincersi d’essersi industrializzato troppo e in parte artificialmente, per i congegni dell’elettoralismo e dell’indebitamento parossistico. Un paese come il nostro deve accettare una misura di deindustrializzazione. I grandi impianti produttivi sorti nel Sud, in Sardegna e altrove hanno fatto danni gravi, sono falliti o sono in pericolo. Meglio sarebbe stato puntare sul turismo, soprattutto quello culturale, sull’agricoltura, sulle ricche risorse eolica e solare, sull’economia verde. La U.S. Navy prevede di ricavare entro il 2020 il 50% dell’energia che consuma da fonti rinnovabili.

Così come stanno le cose, sono pochi gli investimenti concepibili col denaro pubblico: in primis a) un assegno di sopravvivenza a tutte le famiglie senza reddito, quindi anche ai minatori ; b) la demolizione di una parte dei capannoni che hanno assassinato il paesaggio; c) la ristrutturazione di edifici industriali e commerciali per farne abitazioni ipereconomiche e parzialmente comunitarie per i senza lavoro; d) qualche sostegno alle piccole iniziative associate dei disoccupati che intraprendano. Di difendere veri e propri salari, veri e propri stipendi, benefits e ottime pensioni si parlerà sempre meno.

Deindustrializzazione vuol dire meno job: infatti occorre accettare, non solo in Italia, la parziale regressione negli stenti che erano la norma ancora due generazioni fa. La globalizzazione non ci consente alternative. Ricordiamo che molte crisi industriali non sono nuove -in qualche caso hanno decenni- e sono crisi di sovracapacità produttiva. In qualche misura chi promette la crescita, oggi, mente. Le parole in libertà del Futurismo erano estrose e creative. Quelle dei supporter di Sulcis Ilva Alcoa Irisbus Termini Imerese sono tristi, incapaci non solo di convincere, anche di illudere.

Antonio Massimo Calderazzi

DICTATURA LEGALE PER SCONGIURARE IL GOLPE MILITARE E PASSARE AL MODELLO SVIZZERO

Le due crisi, dell’economia e della politica, sono arrivate a un punto tale che un colpo di Stato militare, se organizzato a regola d’arte, avrebbe successo, non spargerebbe sangue e raccoglierebbe il più forte consenso popolare. Andò così in Spagna nel 1923, in Portogallo nel 1926. Il dittatore spagnolo lasciò spontaneamente al settimo anno, ma il regime portoghese durò poco meno di mezzo secolo; furono i militari stessi a mettervi fine.

Da noi la prospettiva del golpe turba i legittimisti e i benpensanti. Allora diciamo: il meno che vada fatto per scongiurare il Putsch militare è un Putsch politico e di difesa repubblicana. Vanno dati tutti i poteri a Mario Monti (con tutte le riserve che l’Uomo merita; ma almeno lo conosciamo, con le  sue qualità e i difetti). Non sarebbe un dittatore-orco. Una combinazione di fattori, che oggi non dettagliamo, dovrebbe produrre l’attribuzione al capo del governo di una dittatura ‘romana’ per 6-12 mesi, sospese tutte le altre istituzioni cominciando da quelle parlamentari. Sospesa, anzi cancellata la Costituzione e la sua Corte, dovendosi a tempo debito convocare una Costituente audace, in una prospettiva di democrazia diretta selettiva, senza delega ad alcun eletto. C’è già stato il terremoto grave, è in arrivo il maremoto, il legalismo costituzionale non ha più senso.

Nel semestre o anno della dittatura obbligata e benefica, il suo capo -meglio Monti che uno sconosciuto- dovrebbe innanzitutto dimezzare il debito con le brusche: patrimoniale pesante soprattutto ma non solo sulle grandi fortune; dismissioni in grande; ben altri tagli di spesa. Sussidi alimentari a tutti i senza reddito. In più, il Dictator dovrebbe farsi regista di una Costituente ristretta, 30 persone nient’affatto elette, la quale liquidi la Carta del 1948 e dia vita ad ordinamenti assolutamente nuovi, tesi a trasformare la democrazia, da rappresentativa (cioè gestita senza speranza  dai lestofanti dei partiti) a semidiretta all’elvetica.

Venti anni fa il sistema svizzero fu clamorosamente additato e argomentato  da ‘The Economist’, con uno speciale, come ideale modello non solo per nazioni deficitarie di buoni ordinamenti, ma anche per UK e USA. Il congegno elvetico è definito in dottrina e ufficialmente come democrazia diretta. Esistono organi di rappresentanza, c’è un esecutivo (ristretto e capeggiato a rotazione tra i suoi membri), ma l’istanza finale è il referendum senza quorum. Nessuna legge entra in vigore se respinta dal referendum. Sovrano è il popolo, non il parlamento.

Questo vorrà dire, tra l’altro, che né le nostre assemblee, finché restano, né la presidenza della Repubblica dovranno avere autonomia finanziaria. Il referendum senza quorum e non gli eletti dovrà decidere gli emolumenti di questi ultimi, emolumenti che non dovranno superare i quattro decimi degli attuali; il finanziamento dei partiti, cancellata ogni altra voce, sarà un decimo dell’attuale. Questo a breve termine, ai sensi delle riforme della Dictatura. Sulla distanza, logica vorrà che la democrazia semidiretta all’elvetica evolva verso quella obbligata del futuro: diretta, selettiva ed elettronica.

In più, la dictatura legale derivata da Roma repubblicana dovrebbe agire nel senso di qualche redistribuzione della ricchezza e del contrasto all’ipercapitalismo. Il primo impegno in queste direzioni sarebbe l’avocazione delle rendite più alte, per finanziare il sostegno elementare di base a tutte le famiglie prive di reddito. La lotta agli sprechi e la cancellazione di quasi tutti i costi della politica e degli apparati istituzionali dovrebbe consentire la riduzione di un quarto della spesa pubblica. Il prelievo fiscale non si abbasserebbe nella stessa misura: la lotta alla povertà dovrebbe includere l’aumento degli aiuti ai paesi miserabili che alimentano l’immigrazione clandestina.

Tutto ciò, ed altro, andrebbe deciso e avviato entro i 6-12 mesi della dictatura. Ammonterebbe a un cambiamento rivoluzionario e implicherebbe in ogni caso qualche utilizzo dell’esercito a difesa della fase costituente dello Stato Nuovo. Un’alternativa meno drastica non esiste. I partiti e i politici espressi dalla Casta non si autosacrificheranno mai e il Paese finirà male.

A.M.C.

L’INCUBO DEL DOPO MONTI: MEGLIO IL GOLPE

Monta l’angoscia su ciò che accadrà dopo il governo dei tecnici, discutibile com’è. C’è chi spera che la forza delle cose costringerà a prolungarne l’esistenza, cioè a rinviare le elezioni per motivi di salute pubblica, anzi dello ‘stato di guerra’. Chi assicura già aperti i cantieri per un partito montista, oppure per la ricerca di questa o quella formula di montismo dopo Monti. In questo caso l’apparato partitico fingerebbe di ripudiare se stesso, per portare avanti metodi ed obiettivi fissati nel fatale novembre 2011. Al contrario il fronte legittimista-conservatore, trasversale tra tutte le forze e gli interessi, reclama la fine dell’eccezione e il “ritorno alla democrazia”, cioè la restituzione del Paese ai partiti.

In realtà tale restituzione sgomenta persino chi la esige. Sarebbe certa la bancarotta alla greca e l’insurrezione dei ceti immiseriti. La più grave delle nostre ferite è il debito pubblico: chi ne è responsabile se non il sistema dei partiti? Se il gioco tornerà a loro la catastrofe è certa. Napolitano, sommo esponente del partitismo, dice il contrario, ma sbaglia. Propongono gli ottimisti di regime: i leader principali si impegnino inequivocabilmente a portare comunque avanti la linea Monti, e allora non saranno possibili né le astuzie, né gli scherzi.

Per parte nostra non esistono dubbi: la parola dei capipartito non vale niente, lo dicono 67 anni di potere. Ma le elezioni non potranno che reinsediare le bande partitiche, magari alquanto rimaneggiate da fattori di turbamento quali 5Stelle, oppure deformate da una più micidiale e più sacrosanta vendetta dell’antipolitica. Dunque logica vuole: o niente elezioni, e si ignorino le vestali e le prèfiche della democrazia fraudolenta, oppure elezioni sì, ma niente partiti, bando al professionismo dei politici, divieto delle loro candidature. Si sciolgano i partiti e si vigili attentissimamente perché non si ricostituiscano. Poiché è dimostrato che i partiti e i politici sono nemici del buongoverno e dell’uomo, non c’è niente di male se a) le elezioni vengono rinviate a tempi migliori, meglio sine die, oppure b) incombendo il disastro nazionale i partiti vengono obliterati.

La Costituzione vieterebbe sia queste, sia altre soluzioni appena innovative. La Costituzione è un’esiziale manomorta. Ebbene la Costituzione va disobbedita e sospesa. Quando incombe lo tsunami qualsiasi testo giuridico, per di più congegnato dai partiti, vale zero. Rispettare ancora la Carta sarebbe grottesco. Se, come ha detto Monti, “il percorso di guerra è durissimo”, se anzi incombe la sconfitta, se il prezzo della sopravvivenza è il colpo di Stato, esso va pagato. Peggio per i Costituenti, che ci imprigionarono nella Manomorta.

A.M.C.

BEPPE GRILLO, VADE RETRO

Questo vuole essere un appello. Chiunque voglia potrà aggiungere la propria firma:

“Siamo convinti che il web sarà sempre più nel futuro uno strumento per favorire la partecipazione dei cittadini e diminuire il peso dei politici di mestiere nella gestione della cosa pubblica. Pensiamo che però questa partecipazione non possa che essere mediata e selezionata, di modo da mettere al servizio della comunità le eccellenze esistenti, evitando però pericolose degenerazioni populistiche. Condividiamo una forte delusione, quando non un motivato disprezzo, per molta della sedicente classe politica del Paese. Tuttavia non vogliamo avere nulla a che spartire con Beppe Grillo, salvo una generica fiducia riposta nella potenzialità di Internet. Di Beppe Grillo disprezziamo gli obiettivi, i metodi e le parole. Riteniamo che se mai giungesse al potere riuscirebbe addirittura a fare più danno che i politici che vuole soppiantare. Perchè un pur genuino spontaneismo dal basso non può, in assenza di una struttura che selezioni e impieghi (ma non secondo i criteri spartitori dell’attuale politica, bensì secondo quelli del merito e della trasparenza che noi riteniamo il web potrebbe garantire, se adeguatamente sfruttato), essere la risposta ma anzi, solo un aggravio del problema”.

Tommaso Canetta

 

MINIATURIZZARE I GROSSI STIPENDI

Che a non strapagarli i top burocrati e i boiardi se ne vanno, è una balla. Che andandosene provochino danni irreparabili, è un’altra balla. Che a lavorare per i privati guadagnerebbero invariabilmente di più, è una terza balla. Le retribuzioni dell’alta dirigenza sono arrivate dove sono arrivate per il classismo e l’omertà tradizionali della corporazione. Un fatto degenerativo. Alcuni funzionari di vertice sono insolitamente bravi. Gli altri lo sono parecchio meno, se anche a loro risalgono le carenze della nostra funzione e mano pubblica.

Non è facile aggiornare continuamente, anche al ribasso, la remunerazione della bravura individuale. E’ giusto perciò abbassare drasticamente tutti i livelli alti.  Monti ha annunciato di volerlo fare, e speriamo sia vero. Ma non basta. Posto che nessuna persona nei ruoli pubblici dovrà guadagnare più del primo magistrato del Paese, ci sono imperiose ragioni perché tutti gli alti gradi, al centro e alla  periferia -compresi il primo magistrato e la smisurata schiera dei magistrati di cassazione, dei generali, dei diplomatici- vengano assoggettati a un supplemento di prelievo fiscale. Arrivare al complessivo 75% di Hollande sarebbe opportuno. Chi lavora per la collettività deve essere motivato al bene pubblico in maniera speciale. Chi non lo sia, lasci. Per ogni sommo dirigente che abbandona c’è per legge fisiologica un tot di collaboratori esperti pronti a subentrare. In non pochi casi le amministrazioni pubbliche faranno un affare a lasciar andare gli scribi più pieni di sè. I rimpiazzi costano meno e sono più creativi. Se è stato rilevato che numerosi arcidirigenti costano più del Bundeskanzler, e del resto più del ministro loro superiore, vuol dire che le loro retribuzioni sono cresciute troppo in Italia (a volte anche all’estero. La sindrome italiana colpisce dovunque).

Non è verosimile, abbiamo detto,  che numerosi manager pubblici lascerebbero se pagati sensibilmente meno. Comunque occorre vigilare perché quanti lo facciano non ricevano trattamenti finali di favore, in spirito di omertà. I diritti maturati andrebbero calcolati restrittivamente, considerato l’attaccamento al denaro dimostrato lasciando il servizio pubblico. Del resto i diritti acquisiti andrebbero ridotti a tutti i livelli pubblici, compresi quelli poco elevati.

Abbiamo visto che il danno provocato dall’abbandono di boiardi e marpioni non può essere grave, visto che i loro rimpiazzi possono risultare più convenienti e più produttivi. Si aggiunga che non sempre, oggi, il settore privato è in grado di largheggiare coi suoi capi. In ogni caso, il fisco dovrebbe colpire più gravemente i compensi astronomici. E un ultimo punto. Ai pochi tra gli alti burocrati, i boiardi, i generali, i baroni accademici che non hanno figli, mogli o congiunti da sistemare dovrebbe essere riconosciuto un premio, presumendosi che non  useranno la loro posizione per spingere la carriera dei parenti. Molte tra le strutture pubbliche sono necessarie, ma quando i loro membri aggiungono ai propri costi anche i guasti del nepotismo, la cosa da fare è la tabula rasa: spiantare il male alla radice, licenziare i marpioni, accettare qualche perdita di sistematicità a seguito della nomina di giovani.

Porfirio

L’EUROPA STRITOLA LA DEMOCRAZIA? IL CONTRARIO

Rischiamo di trovarci senza democrazia, pare. O, secondo una versione più “light”, con una democrazia menomata. Se – è questo il ragionamento – l’Italia sarà costretta a chiedere l’intervento del fondo salva-Stati, la campagna elettorale primavera 2013 risulterà castrata, con i maggiori partiti politici costretti a convergere su un programma di riforme imposto dall’Unione europea. Il rischio è che i partiti populisti e antieuropei facciano il pieno di voti.

L’unica forma di democrazia che pare castrata o compressa da un quadro come questo è la sua versione italica del “facciamo il cazzo che ci pare”, tanto ben rappresentata dall’ultimo governo eletto. Che alla fantasia della partitocrazia italiana provveda a mettere un freno l’Unione europea è quello che qualsiasi persona di buon senso dovrebbe auspicare. L’Europa ci impone degli obiettivi, e vieta di intraprendere percorsi che vadano in direzione diametralmente opposta. Ma non impone – se non entro blandi limiti – il “come” si debbano raggiungere quegli stessi obiettivi. Quindi ai partiti è lasciato uno spazio di manovra sufficiente per differenziarsi, senza strabordare dai confini delle forze responsabili ed europeiste.

Quanto al rischio che proprio gli irresponsabili e gli antieuropeisti prevalgano, questo è esattamente l’apice della democrazia: quando il popolo è chiamato a scegliere tra due alternative radicali. Se – ed è bene sottolineare che siamo ancora di fronte ad un’eventualità – l’Italia dovesse chiedere l’intervento del fondo, venisse stilato un memorandum d’intesa, e la maggioranza degli italiani decidesse che all’affrontare 10 anni di riforme dure, impopolari, che sbriciolano moltissime rendite di posizione e cricche di interessi (non per forza di ricchi speculatori, ma magari di onesti camionisti, avvocati o dipendenti pubblici), preferisce uscire dall’euro e affrontare un default, quello sarebbe il giusto esito di un processo democratico.

La speranza è che un rischio del genere non sussista. Che, per quanto arrabbiati, gli italiani alla fine non si affiderebbero a un comico o a qualche tribuno, ma sceglierebbero la stabilità, magari pagata a caro prezzo, ma preferibile al salto nel buio. Anche perchè, e lo si sapeva ben prima della crisi e ben prima che le riforme impopolari venissero imposte, governare con lo sguardo rivolto al medio-lungo periodo forse non paga in termini di consenso da parte degli elettori, ma salva il futuro dei loro stessi figli.

Tommaso Canetta

UNA NORIMBERGA PER I MISFATTI DELLA CASTA POLITICA

La storia d’ogni tempo è fitta di processi politici. Le città dell’Ellade sottoponevano frequentemente a giudizio e condannavano all’esilio o alla perdita dei beni, magari per una guerra persa. Cicerone sarebbe meno famoso se non avesse infierito con le requisitorie contro Gaio Licinio Verre, saccheggiatore della Sicilia e dunque maestro dei nostri politici. L’esilio di Dante Alighieri seguì a un procedimento di tipo processuale, e lo stesso valga per una miriade di sentenze politiche nei millenni, spesso sentenze capitali. Una delle più vicine a noi, e delle più aspre, fu pronunciata a  Norimberga nel 1946 contro i criminali di guerra del Reich sconfitto: dodici condanne a morte.

I processi politici non meritano molta simpatia. D’altronde i crimini contro il popolo o la società vanno puniti. Perché non dovremmo processare i criminali della nostra politica? Le condanne sarebbero senza confronto più miti. Parecchi personaggi sfuggirebbero al giudizio per vari motivi, compresa la manifesta infondatezza delle accuse. Ciò detto, il senso del diritto e la salvezza della patria esigerebbero un certo numero di condanne. Per esempio: come non processare i gestori della Sicilia da quando strapparono l’autonomia speciale? Non basterebbero i soli numeri -incontrovertibili- dei dipendenti, dirigenti, consulenti, forestali, più i livelli delle retribuzioni, più l’assieme delle malversazioni e rapine, per fare ineludibili le dure condanne pecuniarie ed altre sanzioni, esili compresi, a carico dei decisori più alti? A livello nazionale, come non processare i perpretatori della finanza allegra per la quale oggi il Paese è in pericolo?

Non si osi opporre che la democrazia, all’apertura delle urne, fa di ogni elettore il giudice dei politici. E’ totalmente falso. Gli elettori italiani non hanno mai punito chi li ha portati sull’orlo della bancarotta, e chiunque meritasse di espiare. L’andazzo nazionale e le nequizie della Costituzione macchinata dai partiti “vincitori del fascismo” (in realtà mosche cocchiere degli Alleati) hanno fatto sì che i politici di vertice vengono immancabilmente rieletti: essi sono a vita, da Nilde Jotti, che fu il peggio, al divo Giulio, ad Anna Finocchiaro, a Casini e a Fini. Gli elettori italiani non condannano mai, semmai si vendicano; ma la vendetta è cosa diversa dalla giustizia. Le volte che non rieleggono, gli italiani designano i trombati a presiedere società della mano pubblica, a godere di invidiabili sinecure, a ingozzarsi nei truogoli di Stato, regionali, eccetera. In ogni caso è la partitocrazia, non la magistratura a decidere quale politico va bocciato alle elezioni, ossia destinato alle predette greppie. Tutto si può sostenere, non che le urne sappiano fare giustizia. Le urne sono reti per catturare i pesci.

E’ discutibile che si processi chi decise, p.es., l’adesione alla scellerata Alleanza atlantica. Non è discutibile che si chiami a rispondere chi ha rubato, chi ha assegnato gli emolumenti più alti in assoluto ai membri della Casta, parlamentari o non, soprattutto quando le elargizioni continuano nel momento dei sacrifici generali e alla vigilia di sciagure collettive. Basta impunità.

In generale andrebbe istituito e reso obbligatorio  il processo di rendiconto a carico di chiunque abbia ricoperto cariche esecutive al di sopra di un certo livello. I giudici dovrebbero essere magistrati di carriera e non colleghi in politica. Le pene, tranne i casi estremi, non dovrebbero implicare il carcere, bensì pesanti risarcimenti e, mancando questi ultimi, il lavoro coatto. Tutti i beneficiari di finanziamenti, rimborsi elettorali, indennità eccessive e ‘fringe benefits’ dovrebbero essere costretti a restituire. Beppe Grillo ha invocato tali restituzioni: ha ragione.

A.M.C.

LA PATRIMONIALE PESANTE

Si infittisce il mistero: quando e come Monti comincerà a ridurre il debito? Nella mente dello Jupiter  della Bocconi il piano c’è certamente, ma come potrà evitare la grossa patrimoniale che impoverisca i ceti abbienti; come sfuggirà alla necessità di vendere, persino svendere, gran parte dei beni pubblici (compreso il Sommo Palazzo sul Colle); questo non è dato immaginare. Senza patrimoniale dura, senza grandi dismissioni, senza Tobin tax e parecchio peggio, il piano fallirà. Il debito resterà assassino. Se Napolitano e Monti hanno davvero creduto che il governo tecnico potesse scudare il sistema e il suo assetto politico, è verosimile abbiano sbagliato. Il capitalismo resterà, ma dovrà pagare un prezzo. Pure l’assetto politico pagherà: coll’oligarchia partitica scemerà anche la centralità del meccanismo elettorale.

La patrimoniale dovrà colpire tutte le forme di ricchezza, non solo quella immobiliare. Il prelievo dovrà essere forte e molti non saranno in grado di pagare, né di vendere per pagare. Dunque lo Stato dovrà ipotecare i beni -compresi quelli mobili e non occultabili: veicoli, barche, aerei- e cedere i titoli di credito alle aziende internazionali del factoring, le quali verseranno una parte considerevole del credito. Le aziende del factoring si arricchiranno, ma correranno alcuni rischi. I gioielli, i tappeti, gli arredi sfuggiranno in questa fase; non sarà necessariamente così in un’eventuale fase ulteriore, nella quale lo stato di necessità divenga così grave da legittimare la requisizione fisica dei contenuti di case, uffici, magazzini, fabbriche. Una banca per esempio potrà essere costretta a devolvere per la salvezza della nazione le opere d’arte possedute.

Sin da subito dovranno essere assoggettati a patrimoniale i veicoli d’ogni genere, i natanti, gli equipaggiamenti che siano immatricolati, registrati o in altro modo identificabili. Anche i beni strumentali dovrebbero concorrere, in misura minore, alla riduzione del debito. In conclusione: la collettività è indebitata, i privati no o molto meno. La ricchezza privata è grande, va falcidiata. Tutto ciò farà soffrire i ceti abbienti, ma è accaduto mille volte nella storia, assai spesso senza che fosse necessaria una rivoluzione. E’ giusto così, però certamente necessita nei decisori una volontà implacabile. Una crisi economica veramente grave è come una guerra o un maremoto: cancella o sacrifica i diritti di proprietà e le legittime aspirazioni.

Valga in particolare il caso dei veicoli, grosse motociclette comprese. Rappresentano una base imponibile gigantesca, vanno assoggettati a tassazione straordinaria. Sulle autostrade e sulle grandi arterie quasi non circolano più le utilitarie, quelle che cinquant’anni fa trasportavano famiglie, masserizie e vettovaglie dei paesi natii. Sulle autostrade, oggi, solo berline da confortevoli in su. Persino gli immigrati recenti si permettono le medie cilindrate. Le vere utilitarie sono solo city car costosette oppure le Matiz delle commesse e delle inservienti d’ospedale. Lo Stivale è una gigantesca bisarca di auto accessoriate e di Suv. Niente di male se a partire dai modelli da 10.000 a nuovo si imponga un prelievo straordinario e progressivo: mille euro sui tipi da poco, cinquemila sui Suv vorrei-ma-non posso, ventimila sui marchi dell’opulenza e dell’ostentazione. Anche i top generali cui uno Stato grandezzoso passa le Maserati dovrebbero pagare in proprio la patrimoniale: padroni di rinunciarvi e di muoversi in berline di bassa gamma.

Lo Stato incasserà in grande, i ceti molto agiati soffriranno, decine di milioni di cittadini vedranno ridotta al dignitoso benessere dei Settanta la disgustosa ricchezza dei Novanta. Come tragedia, poca cosa.

Porfirio

GIANNI FODELLA: QUANDO LE CALUNNIE SERVONO LA CAUSA DEI “MERCATI”

Nel commentare un recente articolo del quotidiano Washington Post sulla situazione economica del nostro Paese, Marco Fortis (economista e vicepresidente della Fondazione Edison) in un’intervista del 3 luglio – fattagli da Paolo Vites per “il sussidiario.net”, sottolinea come il fosco quadro dell’economia italiana dipinto dal quotidiano americano sia privo di fondamento quando parla del “crollo di competitività” nei confronti della Germania.

Quanto al nostro “modello culturale” (evasione fiscale e scarso spirito civico) potremmo ribattere discutendo delle ruberie fatte dai banchieri inglesi e americani (speculazione contro la lira, freno a una politica energetica indipendente dalle “7  sorelle”) e non soltanto negli ultimi anni caratterizzati dai titoli tossici e dai mutui subprime che hanno innescato la crisi finanziaria che ha ormai contagiato l’economia reale in quasi tutto il mondo.

In nome di quali principi morali le banche inglesi sono venute a proporre “investimenti” a enti pubblici italiani che la legge inglese proibisce di proporre a enti pubblici inglesi? Per il solito motivo che ha sempre guidato le azioni del governo britannico fin dagli albori: se all’interno del Paese vi sono regole cui attenersi, nel resto del mondo prevale il solo imperativo degli interessi inglesi, a qualunque costo.

Come illustra con dovizia di particolari Il Golpe Inglese di M. J. Cereghino e G. Fasanella pubblicato nel settembre 2011 da Chiarelettere, gli inglesi hanno sempre cercato di mantenere l’Italia nella loro orbita di influenza, mal tollerando che cercasse di svincolarsene e facendo uso della loro stampa (Economist, Financial Times), reputata “seria e indipendente” ma in verità sempre asservita agli interessi finanziari anglosassoni. Del resto la finanza, che quando opera sola è distruttiva dell’economia reale, è rimasta con il commercio quasi la sola fonte di reddito in un Paese che non ha artigianato e piccola impresa, che non ha quasi più industria manifatturiera e che ha condotto la propria agricoltura a generare il morbo della mucca pazza.

Le calunnie del Washington Post non sono un segnale di giornalismo superficiale e disinformato, ma fanno parte di una ben precisa strategia attuata dai più potenti mezzi di disinformazione di massa (quelli di lingua inglese) utile ai “Mercati”. Serve a gettare il discredito sull’Italia, e a far diventare vero ciò che si afferma essere vero, anche quando così non è.

Premesso che – come osserva Marco Fortis, “l’Italia ha oggi il miglior avanzo primario non dell’Europa ma dell’intero mondo avanzato. È un Paese che negli ultimi due anni ha aumentato il debito pubblico di 4 punti di Pil, mentrela Germanialo ha aumentato del doppio ela Gran Bretagnadel triplo. Per non parlare poi degli Usa.”- i titoli del debito pubblico di un Paese sono emessi per raccogliere quei mezzi finanziari che servono gli scopi della mano pubblica e che si rivelerebbero insufficienti se si facesse ricorso alla sola imposizione fiscale.

Se il gettito derivante da imposte e tasse non basta per far fronte alla spesa pubblica che serve i cittadini non vi sono che due vie: aumentare la pressione fiscale o chiedere la collaborazione dei cittadini facendo in modo che sottoscrivano il debito pubblico. Gli interessi che remunerano questi prestiti dei cittadini allo Stato devono essere adeguati, altrimenti i titoli rimarrebbero senza compratori.

Gli italiani hanno sempre sottoscritto per intero il debito pubblico italiano, a differenza di quanto è accaduto in quasi tutti i Paesi che ci vengono oggi additati come esempi da seguire. Questi hanno invece dovuto far ricorso al risparmio estero perché quello nazionale era insufficiente.

Gli italiani poi, quando hanno avuto la possibilità di investire anche all’estero i loro risparmi, lo hanno fatto contribuendo a finanziare il debito pubblico di molti Paesi, anche se spesso con esiti non molto felici per il loro patrimonio privato a causa della disonestà dei Paesi emittenti e dei loro consulenti e intermediari.

I problemi per noi sono nati quando i titoli del debito pubblico italiano sono finiti nei portafogli delle grandi società finanziarie che, lungi dall’accontentarsi degli interessi regolarmente pagati, hanno preso a speculare sempre più avidamente sui corsi di questi titoli pubblici e contro la moneta nella quale erano denominati, l’euro.

Forti del loro enorme potere di mercato, le più potenti banche d’affari come Goldman Sachs (si vedano in proposito http://www.ultimenotizie.we-news.com/politica/estera/6231-goldman-sachs-ha-causato-la-crisi-di-grecia-e-italia-e-ora-impone-la-soluzione e anche http://www.lapennadellacoscienza.it/goldman-sachs-teoria-del-complotto-tra-leggenda-e-verita/) sono state in grado di indirizzare i corsi dove volevano facendo uso delle agenzie di rating, della stampa economica anglosassone e dei loro uomini di ogni nazionalità che ricoprono cariche politiche, economiche e burocratiche nelle più importanti istituzioni internazionali e di ciascun Paese. Così hanno spinto i corsi di questi titoli al ribasso per comprarne quote sempre più ampie e lucrare interessi sempre più elevati.

Ora la posta in gioco è ancora più alta: scompaginare le economie dei paesi che hanno adottato l’euro e impadronirsi per lo meno dei loro patrimoni, se non sarà possibile farli tornare alle valute di origine per completare poi l’opera contro ogni singola valuta.

Per risalire alle origini di tutto ciò si può ricordare che in questi giorni ricorre il XX anniversario di un importante evento: nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato, un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia attraverso le privatizzazioni.

Il 2 giugno 1992 al largo di Civitavecchia, ma in territorio inglese dato che siamo sul Britannia (panfilo della regina Elisabetta scortato dalla nave da guerra Battleaxe) si discute delle privatizzazioni e vengono prese decisioni di grande portata per le sorti economiche dell’Italia. Mario Draghi, Direttore Generale del Tesoro dal 1991, è uno dei convitati e presiederà dal 1993 il Comitato per le Privatizzazioni.

Amato, avvalendosi del decreto Legge 386/1991, e con l’appoggio del Fondo Monetario Internazionale, che spingeva ovunque nel mondo per le privatizzazioni delle imprese pubbliche, trasforma gli enti statali in Società per Azioni in modo tale che l’élite finanziaria anglosassone interessata a comprarsi l’Italia a prezzi convenienti (tra queste le banche d’affari Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers) li possa controllare e poi rilevare.

La svalutazione della nostra moneta avrebbe reso meno costose le acquisizioni derivanti dalle privatizzazioni, e così l’abbassamento dei corsi delle azioni. Nel settembre 1992, a causa di forti pressioni speculative sul mercato dei cambi, la lira esce temporaneamente dal sistema.

La guerra contro la lira e contro la borsa italiana ebbe un protagonista: l’americano di origine ungherese George Soros che con le informazioni ricevute dai Rothschild e da altri banchieri anglo-americani, per tacere della complicità italiana ai massimi livelli, riuscì a far crollare la nostra moneta (nel novembre 1993 la lira perse il 30% del suo potere d’acquisto internazionale) e le azioni di quasi tutte le aziende italiane.

Con la nascita della Banca Centrale Europea non abbiamo più un prestatore di ultima istanza, mentre il nostro istituto di emissione ha cessato di esserlo. L’attuale natura della Banca d’Italia divenuta una SpA (la sola tra i soci della BCE le cui quote sociali sono detenute soltanto da alcuni gruppi bancari e assicurativi privati) è qui delineata.

Ma come è potuto accadere tutto ciò? Dov’erano i nostri politici e i nostri tecnici come Giuliano Amato, Beniamino Andreatta, Piero Barucci, Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Mario Draghi, Mario Monti, Romano Prodi? Proprio tutti complici nel distruggere l’economia del Paese? E l’opinione pubblica dov’era, mentre gli incompetenti – forse prezzolati, forse soltanto stupidi – consegnavano il Paese nelle mani di altri, interessati soltanto a denigrarci e a sfruttarci?

Perché continuiamo a invocare gli investimenti esteri e a implorare gli stranieri perché vengano ad investire in Italia? Quando arrivano, sulla base dell’esperienza fin qui fatta, non si tratta di un buon affare per noi: chiedono facilitazioni, licenziano e alla prima difficoltà (ma soltanto dopo aver incassato i contributi incautamente elargiti loro dalla mano pubblica) se ne vanno lasciando l’inquinamento che ci hanno portato, le famiglie dei dipendenti sul lastrico e tenendosi le quote di mercato di cui nel frattempo si sono impadroniti.

Anche se la capacità di risparmio delle famiglie italiane si è ridotta (perché si sono ridotti i redditi medi) siamo ancora capaci di generare investimenti, se soltanto lo volessimo e se il nostro sistema bancario finanziasse le imprese e le famiglie continuando a funzionare con le regole della Legge Bancaria del 1936, presa ad esempio in tutto il mondo.

Se non abbiamo bisogno che altri vengano a portarci i loro capitali ancora meno ci servono le capacità imprenditoriali altrui. L’Italia ne ha da vendere. Gli strumenti che governano l’economia e la sua gestione contabile hanno avuto origine tutti nel Mediterraneo, la maggior parte nel nostro Paese. Il contributo della finanza anglosassone è stato nullo o negativo, e ne paghiamo da tempo le conseguenze.

Quando impareremo a difenderci? Dobbiamo deciderci a dichiarare a chiare lettere che determinate attività che riducono il potere d’acquisto dei cittadini o che vanificano i loro patrimoni sono attività criminose che vanno perseguite; chi se ne macchia va punito.

Costringere il Tesoro italiano a indebitarsi pagando interessi sei volte superiori rispetto a quelli tedeschi o inglesi è semplicemente criminoso, ma poiché non esiste crimine se non sia giudicato tale dalle legge (nullum crimen sine lege) è ora che i nostri tecnici mostrino il loro valore e chiariscano la natura criminosa di quei comportamenti fraudolenti che sottraggono ai cittadini italiani incolpevoli i frutti del proprio lavoro nella forma di reddito, o di ricchezza lecitamente accumulata.

Gianni Fodella