SAVONAROLA PER UN PD COPERNICANO: FRATE NON POLITICO DI CARRIERA

La nostra essendo nata come infelice repubblica dei partiti, non ha un partito che non sia usurpatore e ladro. Ma delle differenze esistono. Il Partito democratico è un po’ meno stomachevole di quello della Libertà. Presto o tardi il Pd tornerà al governo e, secondo ogni previsione, farà opere solo poco meno spregevoli di quelle di Silvio e Cicchitto.

Questa maledizione potrebbe esorcizzarla se avesse il coraggio di una rivoluzione copernicana. Se ripudiasse se stesso, se diventasse un’altra cosa. Se Bersani, un po’ migliore dei suoi pari, si abbassasse da leader, sia pure burocratico, a gestore amministrativo; e con lui si abbassasse o sparisse l’intero gruppo dirigente. A quel punto il Pd si reinventerebbe, butterebbe le zimarre via via indossate: la ex-marxista, la socialdemocratica cioè filocapitalista e atlantica, la liberista alla Blair, la girotondista, la zapaterista dei ‘diritti’ dimentichi dei poveri e di ogni idealità socialista.

Se facesse come Copernico (o come Lutero) il Pd si libererebbe dell’obbligo di amare tutto del mercato, di fare le guerre di Washington, d’essere indistinguibile dall’avversario plutocratico. Si approprierebbe della vocazione di forza innovatrice ma non impastoiata a sinistra. L’appartenenza di sinistra fa vincere qualche elezione, riempie alcune piazze, però imprigiona in una camicia di forza, anzi di Nesso (quella camicia che, intinta nel sangue avvelenato del centauro Nesso, Deianira figlia di un re fece per tragico errore indossare ad Ercole suo sposo; Ercole ne morì, la vedova si tolse la vita).

Il Pd, cambiando o no di nome, dovrebbe svoltare verso l’azione, fare scelte rivoluzionarie. Accettare la decrescita ‘felice’ invece che spasimare per il Pil, visto che l’ossessione dello sviluppo ci ha portato dove siamo. Con la decrescita bisognerà assicurare la sussistenza a enne volte più disoccupati, e a tal fine bisognerà sia dimezzare la spesa pubblica attuale, sia tassare gli abbienti, prima di tutto con le patrimoniali e i gravami sul lusso, fino a sfiorare l’avocazione. Poiché i capitali fuggiranno si dovranno mandare in esilio i loro proprietari, confiscando quanto questi ultimi non potranno portare con sé. Per dimezzare la spesa attuale e dilatarne una nuova occorrerà, oltre ai tagli orizzontali, la quasi cancellazione di certi bilanci -militari, diplomatici, di prestigio, futili o non essenziali- nonché dei costi stessi della politica. Bisognerà uscire dal Patto Atlantico e, se necessario, persino dall’Unione Europea.

Questi ed altri atti rivoluzionari non saranno mai, lo insegna la storia moderna, alla portata di un’organizzazione di sinistra. Per sfasciare gli assetti più turpi il Pd non dovrà far parte della sinistra. Dovrà essere tutt’uno col grosso della nazione. Ecco perché gli converrà darsi una leadership non derivata dal marxismo.

Da noi la sola forza non marxista e non liberista è quella che si ispira al cristianesimo sociale, dunque il Pd copernicano farà bene a scegliersi un capo cattolico -non un ex-democristiano- libero dalla gerarchia ma capace di mettere a frutto quella grossa risorsa che è il cattolicesimo organizzato. La Chiesa istituzionale potrebbe avere motivi per cooperare: non ci sono i porporati alla Tettamanzi? Certo, una parziale alleanza per la giustizia richiederà un papa lungimirante non solo nella fede, anche nella politica. Se egli mancherà, il cattolicesimo sociale farà a meno della Chiesa.

Il Pd della rottura dovrebbe scartare i suoi notabili, tranne qualche giovane che si sia credibilmente ravveduto. Se il partito non spetta agli ex-marxisti e nemmeno ai laicisti, la cosa giusta sarà cercare in un convento di montagna un frate trentenne il quale si senta figlio di Girolamo Savonarola, prima impiccato e arso, poi santo. Un trentenne che sogni di emularne la gloria fiorentina di nemico dell’idolatria capitalista, edonista, consumista. E di odiatore dell’infame gerarchia rinascimentale.

Un normale esponente Pd non andrà mai all’assalto di ciò che ci opprime: mille parlamentari quando duecento basterebbero; centinaia di migliaia di mestieranti delle urne in ogni angolo dello Stivale; costi e saccheggi della politica bene esemplificati dallo sfarzo del Quirinale. Un frate implacabile (e senza parenti da sistemare) come l’aspro priore di San Marco, andrebbe alla guerra contro il male. Il migliore dei personaggi che conosciamo del Pd, no.

Verosimilmente non accadrà nulla di tutto ciò. Il Partito democratico resterà vecchio e tolemaico (è Copernico che sbaglia). Vinta questa o quella elezione, il Pd governerà un po’ nell’infingardaggine e tra gli avvisi di garanzia, poi finirà come le altre socialdemocrazie Craxi/Blair/Brown/Zapatero.

A. M. Calderazzi

LA CONGIURA DEI CATILINI

Lucio Sergio Catilina, il Congiurato per antonomasia, non aborrì il governo di Cicerone – suo mortale avversario; grande avvocato e uomo di lettere ma politico un po’ alla Prodi- tanto quanto lo scrivente disistima la repubblica oligarchica nata dalla Resistenza e cresciuta nelle tangenti. Eppure il suddetto scrivente, quando da Wall Street arrivò la crisi che oggi ci costerna, fu talmente fesso da prevedere: questa volta sarà diverso, la nostra classe politica farà un gesto, mostrerà di voler condividere i sacrifici e gli sgomenti dei suoi elettori. Si limerà alquanto gli introiti, i privilegi, i fringe benefits, i vitalizi in tempo reale. Sergio Rizzo, sommo esperto con G.A.Stella del saccheggio dei politici, stima a 3 miliardi il costo del Parlamento +Quirinale. Tutta la politica, 23 miliardi secondo la ricerca UIL.

Invece zero. Anzi hanno accettato senza riluttare gli ulteriori incrementi retributivi imposti ex lege dalle scale mobili più amiche -dei presidenti di cassazione, dei contrammiragli, dei protonotari, degli arciciambellani. Anche volendo, hanno spiegato, non potremmo rifiutare. Accettare era, e sarà, atto dovuto.

Né io scrivente fesso né voi intelligentoni ci aspettavamo leader e Mosé così sfrontati. Credevamo avrebbero destinato uno zero virgola % ad opere di carità: orfani degli annegati nel Mediterraneo, vittime di Fukushima o semplicemente carta igienica per i nostri asili. No. Zero. Forse che Al Capone si autoriduceva gli incassi?

Ciò è OK in termini di legge. Però non si lamentino, gli Al Caponi che siedono nei centomila seggi e poltrone della repubblica sorta dal sangue dei partigiani+fascisti e dallo stress degli avvisi di garanzia, se in ogni contrada dello Stivale sorgeranno piccoli Catilini ad odiare le Istituzioni e i loro gerarchi. Lucio Sergio Catilina fu sconfitto e ucciso in battaglia dalle parti di Pistoia. I molti Catilini sentiranno di vendicarlo sognando per i loro politici -quando verrà il Giustiziere, ed essi tripudieranno- campi di lavoro, fili spinati e ranci disgustosi. Con confisca dei beni, quasi tutti profitti e furti di regime.

Catilina jr

SPAGNA: Piazze antisistema

E’ presto, forse, per vedere la madrilena Puerta del Sol, nera di giovani, altrettanto insurrezionale quanto le piazze della rivoluzione araba. Anche se Felipe Gonzales, il padre nobile della partitocrazia all’italiana, a lungo capo del governo e dunque massimo bersaglio dell’antipolitica, ha commentato che il fenomeno “sigue la estela” delle rivolte del mondo arabo (così come i Re Magi seguirono la Stella per raggiungere Betlemme). Nel capire e persino elogiare l’ammutinamento cominciato il 15 maggio Felipe fa l’elder statesman. Legittima, o mostra di legittimare, l’ammutinamento: “Dicono che votare non vale niente” “Reclamano una cittadinanza permanente e non solo ‘de voto’. E’ sensazionale che i politici importanti hanno accuratamente evitato di attaccare i manifestanti (a parte Mariano Rajoy. capo dell’opposizione conservatrice, il quale ha borbottato: ”lo facil es criticar a los politicos”). Il presidente Zapatero è stato pieno di rispetto per gli Indignati. Esperanza Aguirre ha additato il significato antisistema degli avvenimenti nelle piazze delle grandi città. Inaki Gubilondo ha deplorato il ‘narcisismo dei partiti” e affermato che dovranno rifondarsi.

E’ presto, dicevamo, per presagire grosse svolte. Non è presto, invece, per constatare che gli Indignati spagnoli hanno precorso in inventiva i coetanei italiani, i quali finora hanno solo trasferito voti dai partiti tradizionali a un partito potenziale, restando ostaggi della malapolitica. I gridi di battaglia spagnoli sono più netti: NO LES VOTES, Un politico vale l’altro, La democrazia deve essere reale e non consistere nelle elezioni.

Finito il franchismo, la Spagna imboccò in spirito d’imitazione la via della combutta all’italiana, vituperevole all’estremo soprattutto in quanto fatta per degenerare in corruzione sistemica. Oggi Puerta del Sol è una rettifica, un inizio di redenzione.

Gli italiani, che nei millenni inventarono tante formule di civiltà, non sono stati all’altezza del loro passato. I nostri giovani non si sono ancora spinti oltre posizioni vagamente trasgressive, mai eticamente superiori alle trasgressioni di Arcore e Montecarlo. Invece i giovani spagnoli sembrano avventurarsi in territori inesplorati, col coraggio che fece grandi gli avventurieri delle conquiste, partiti soprattutto dall’Estremadura. Il territorio della nuova Conquista è, a lume di logica (ma lo affermano implicitamente i rivoltosi), quello della democrazia diretta e non delegata; della politica senza politici di professione e senza partiti e massonerie di potere.

Non è affatto da escludere che il movimento perda slancio, tanto potente è la forza d’inerzia e tanto trepida non può non essere la vocazione rivoluzionaria in un paese che combattè la più aspra e la più nobile delle guerre civili.  E’ acquisita ad ogni modo l’audacia concettuale di rifiutare finalmente l’impostura elettorale. Forse i giovani di Puerta del Sol inventeranno o almeno cercheranno un congegno di democrazia diretta che abbia senso nel XXI  secolo. Forse sarà affine al congegno neo-ateniese e randomcratico che alcuni di noi di “Internauta” proponiamo con convinzione assoluta. Più appare un’ubbia, più futuro ha.

A:M:Calderazzi



SDOGANATO IL GOLPE MILITARE

Perchè no?

Ultimo, forse, tra gli ideologi della gauche bien à gauche, Alberto Asor Rosa ha auspicato la rottura della legalità repubblicana. E’ convinto che abbattere con la forza la banda Berlusconi -per insediare la banda De Benedetti- fermi il ‘collasso della democrazia’ (così si intitola il suo intervento sul ‘Manifesto’, 13 aprile 2011). Io credo che la seconda delle due bande non sia migliore della prima. Che vadano sgominate entrambe. Asor Rosa si illude: andassero al governo, i sinistristi con la loro disonestà intellettuale (e non solo) gli darebbero soprattutto dispiaceri. Però il suo pensiero catilinario è logico.

Premessa: incombe secondo lui il pericolo di “un sistema populistico-autoritario dal quale non sarà più possibile uscire”, perciò la democrazia deve reagire “per mettere fine al gioco che la distrugge”. Evidentemente il Nostro non si fida della imponente linea Maginot costruita in 66 anni a difesa della repubblica tarlata: il Colle, la Costituzione con annessa Corte, la stampa democratica, l’università democratica, Benigni, Zagrebeski, il resto. Teme che la Maginot serva come nel 1940.

Argomentazione 1 :”Chi avrebbe avuto da ridire se Vittorio Emanuele III nell’autunno 1922 avesse schierato l’Armata a impedire la marcia su Roma? Se Hindenburg nel gennaio 1933 avesse continuato a negare ostinatamente il cancellierato a Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?”.

Argomentazione 2: il ‘gruppo affaristico-delinquenziale’ di Berlusconi accresce i consensi invece di perderne. La prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare è fallita. Mancano le condizioni per una prova di forza dal basso. La pressione della parte sana del paese è insufficiente. Chiede Asor Rosa: si vuole “nel nome del rispetto formale delle regole” che le cose vadano verso il precipizio, oppure si preferisce “incidere il bubbone, chiudendo di forza questa fase per aprirne un’altra tutta diversa?”

La proposta: Asor Rosa invoca “una prova di forza che scende dall’alto”, che instaura un “normale stato d’emergenza”, si avvale “più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato; che congela le Camere, stabilisce d’autorità nuove regole elettorali, rimuove le cause d’affermazione della lobby affaristico-delinquenziale. La democrazia si salva anche forzandone le regole”.

Con i dovuti rovesciamenti, ragionavo così un trentacinquennio prima di Asor Rosa. Sostenevo: i politici delle democrazie parlamentari, soprattutto da noi, sono Proci usurpatori e ladri a ininterrotto banchetto. La soluzione è nell’arco infallibile di Ulisse, incarnazione del popolo. Uno sterminio metaforico, non cruento, però tale da trasferire intera la genia dei Proci nei campi di villeggiatura coatta. L’arco di Ulisse è la cancellazione della delega elettorale e il passaggio a una democrazia diretta selettiva e funzionante randomcraticamente per turni. Così faceva Atene, alla testa di altre poleis , ai tempi della grandezza ellenica

La nostra repubblica invasa dalle termiti ha la peggiore, la più corrotta e avida delle democrazie all’occidentale. E’ posseduta dal 1945 da una partitocrazia altrettanto invincibile quanto la Mafia. Mai gli oligarchi cleptocrati faranno alcuna riforma: si mutilerebbero. Meno del 10% degli italiani stimano i loro politici; tuttavia le spinte dal basso sono inesistenti. E’ dalle guerre civili della tarda Repubblica romana che la Penisola obbedisce a chiunque prenda il potere (‘Francia o Spagna…’).

Una congiura militare che apparisse energica non avrebbe bisogno di sparare se non a salve. Il 25 luglio 1943 i Moschettieri del Duce, la Milizia, il PNF non mossero un dito. La cosa si ripeterebbe, a parte gli episodi insignificanti. Gli intellettuali furibondi, i giornalisti che hanno capito Guicciardini, la Fiom e il popolo viola si allineerebbero all’istante, il paese applaudirebbe come la Spagna applaudì, si può dire unanime, nel 1923 quando il generale Miguel Primo De Rivera spazzò via i notabili del potere liberal-costituzionale, e governò sette anni coi socialisti, allora onesti e amici dei lavoratori.

Ignoro, come tutti, i dettagli del piano Asor Rosa; né comprendo che egli faccia affidamento sui soli Carabinieri e commissariati. Perché trascurare gli altri corpi armati? Pochi voli radenti dei Tornado sarebbero meno efficaci delle manette della Benemerita? Farebbero poco effetto i tiri a salve dei carri da 50 tonnellate? Le evoluzioni delle corvette della Marina non seminerebbero il panico tra le barche battenti bandiera rosso-sbiadita, tra i pensatori sotto gli ombrelloni di Capalbio?

Decisiva sarebbe la retata fisica di tutti, nessuno escluso, i personaggi delle tribune d’onore, e loro consorti, alle sfilate del 2 giugno o in altre delle impettite solennità che tanto gratificano me e le grandi masse. Ribadisco: basterebbe un pugno di colonnelli, al massimo generali a una stella, che ordinassero raffiche d’avvertimento e requisissero autobus e furgoni per trasferire i lorsignori, dal primo all’ultimo, in località appartate dell’Appennino, dove non malverserebbero più.

In conclusione. La legalità repubblicana è la blindatura che fa invulnerabili i malfattori sia di governo, sia d’opposizione. Come dice Asor Rosa, “la democrazia si salva anche forzandone le regole”. L’importante è che i benemeriti eversori non si facciano a loro volta regime oligarchico-cleptocratico. Per questo la classe politica, schiuma della società, non va sostituita, va abolita. I cittadini qualsiasi siano precettati ad autogovernarsi. Se i seggi elettorali non si chiudessero per sempre, i furfanti di regime si rigenerebbero come le code delle lucertole e gli zoccoli dei quadrupedi. Questo il pericolo. Occorrerà vigilare anche sui Liberatori.

AMC

A LETTER TO THE ITALIAN SHEEPS

Dear fellow Italians:

this is to recommend that we proclaim April 13 as Day of the Ovine Pride of Italy. In fact, beginning today, Italians may be admitted into the elite club of the well-known breeds such as Merino, Cotswold, Hampshire Down, Oxford Down, Shropshire et cet. In our ‘Stivale’ (the geographic shape of our Peninsula is a 17th century riding boot, stivale in our language) we have a number of glorious ruminating races such as Sarda, Abruzzese, Biellese, Bergamasca. But I feel that singling one or more sheepish stocks is a possible disservice to the remaining national races. Ovine Pride should not be the unjust domain of one section of the peninsular dwellers -all Italians are entitled to the self-esteem of being members of the sheepish Commonweal!

Why April 13 of all days of the Gregorian calendar? Because in said day the abiders of the Stivale confirmed beyond any possible doubt to be as bashful and as obedient to the herder as any sheep of the planet. How did they qualify for the dignity of first-class sheeps? The answer: on April 13 they read in their morning papers that 58 members of Parliament  proposed a law that would double the Treasury’s direct payments to political parties (=organized gangs of the Mob). While the chief proponent of the law is a former Marxist who used to head the financial department of the old Communist party,  supporters of both the government and the opposition subscribed the tentative law. Money unifies. Money glorifies political harmony.

Now, the fiscal health of the republic is presently so precarious (financial analysts frequently associate us to profligate nations such as Greece, Ireland or Portugal) that most expense budgets, both central and local, suffered heavy cuts. Teachers who assisted severely handicapped children lost their jobs. Support to scientific/technological researches were curtailed. Occasionally policemen buy gas for their cruisers with personal money. Untold schools, courts of justice, other public buildings cannot afford toilet paper. The country at large was told to accept sacrifices.

Professional politicians, on top of rejecting ANY  cut and of recently giving themselves big individual raises, are  striving to furtherly enrich their organizations with public funds. It’s universally known that the Italian politics is not only among the world’s most expensive ones because of corruption and illegal practices, but is also the one whose legal allowances are possibly the highest. This is why many believe that ours is a cleptocratic democracy.

While normal humans would be disgusted with such a situation, so they would be offended to the point of revolting, of hating their politicians, of at least denying them their (mostly irrelevant) votes, the two-footed sheeps of the Stivale will not be too indignant. No prospect of revolution, however mild. The only chance for said sheeps of evading the fraud of the 58 schemers will be the new law being withdrawn out of unforeseen timidity. 

The burden of the Italian politics keeps growing steadily since 1945. A few years ago a national referendum forbade funding the parties with public money -at no avail. Legal payments to political bodies and to individual politicians go on growing larger. This would be terribly resented if the dwellers were ordinary members of the human race. But as proud sheeps of the best breeds, we Italians go on grazing -unscathed, benevolently herded by the Mob.

Anthony Cobeinsy

SGOMENTO DI REGIME: La scaramanzia agirà?

Strana, e abbastanza comica, dopo i fatti di fine marzo la costernazione degli editorialisti, dei canonici e sagrestani della Costituzione, delle anime belle che amano la Repubblica. ‘Mai così in basso’ ‘Imbarbarimento’ ‘Ormai il Parlamento è fuori controllo’ ‘La generazione dei De Gasperi e dei Pajetta non si dava al turpiloquio’ ‘Di ominicchi così non se ne può più’ ‘Gentaglia’ ‘Non ci meritavamo tanto scempio’  ‘Non si va più avanti’ ‘Il fiume sta per straripare’ ‘A un passo dal baratro’ e così via.

Ora, fin quando si tratta di confronti con la temperie del parlamento subalpino, a palazzo Carignano, e persino con le maniere e le marsine dei giorni di Di Rudinì, poco male. Ben più turpi sono dal 1945 i misfatti del regime. Ma quando leggiamo ‘A un passo dal baratro’ e ‘Dove finiremo?’ si impone la domanda: che si intende, precisamente, per baratro e per fine?. La morte delle istituzioni? E che baratro sarebbe:  sorsero malate e sono da parecchio nel marasma (=stadio pre-agonico). Istituzioni che non meritano quasi niente, c’è dramma se muoiono? Verosimilmente, più che l’affezione a ciò che abbiamo avuto per 66 anni, è l’avvenire, il dopo-Terza repubblica, che terrorizza quanti si erano appena compiaciuti che il Quirinale papalregio e gli altri palazzi del potere si portassero così bene, a 150 anni. Allora, che baratro si teme? La libanizzazione? La libizzazione? Una guerra civile come diecimila altre nella storia? Il destino della repubblica di Weimar e di quella di Spagna?

E’ opinione diffusa che manchino le condizioni tradizionali per una svolta violenta. Peraltro: la repubblica di Weimar, che morì il 30 gennaio 1933 (Hitler cancelliere), aveva superato le sue fasi più drammatiche dieci anni prima, quando la Reichswehr schiacciò il tentativo di rivoluzione rossa in Sassonia e in Turingia; e quando il Rentenmark di Hjalmar Schacht spense di colpo la più orrenda delle inflazioni. Insomma Hitler salì al potere che l’economia della Germania, ripresasi prima della metà degli anni Venti, già cominciava a superare, disoccupazione a parte, le conseguenze della Grande Depressione. Notiamolo dunque: il passaggio al nazismo avvenne in un momento duro ma non il più tragico di Weimar.

Il caso spagnolo si addice al nostro, non poco. Si compose di due crisi molto gravi, nel 1923 e nel 1936, intervallate da un relativo benessere dell’economia. Nel 1923, quando il generale Miguel Primo de Rivera (padre di José Antonio, il fondatore della Falange) si fece dittatore senza colpo ferire, il sistema costituzionale agonizzava. Il parlamentarismo liberal-conservatore, avviato da Canovas del Castillo con la prima restaurazione della dinastia borbonica, si era dimostrato in quarantasette anni un assetto oligarchico tra i meno efficienti: analogo al nostro, pluto-democratico, progressista a chiacchiere, truffaldino come pochi, nel quale a centinaia con cravatta rossa percepiscono un milione all’anno.

I notabili liberali che dal 1876 si erano alternati al governo a Madrid avevano soprattutto gestito l’immobilismo: rubando molto meno che la partitocrazia italiana nata nel 1945, però indifferente alla miseria dei ceti proletari.  In più i politici di Alfonso XIII non erano stati capaci di liquidare gli avanzi di un colonialismo condannato senza speranza dalla disfatta del 1898 nella guerra con gli Stati Uniti. Si ripete che il Re perdette il trono per i postumi di un disastro militare nel Marocco. In realtà fu la questione sociale ad abbattere la monarchia liberale dei benestanti.

Da anni i conflitti di lavoro avevano preso la piega della rivoluzione. La Spagna era sola a conoscere un anarchismo militante, votato all’insurrezione e al terrorismo. Nel quinquennio che precedette il colpo di stato del 1923 erano avvenuti quasi 1200 attentati, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1923 uno sciopero generale dei trasporti aveva fatto 22 morti. L’anno prima si erano contati 429 scioperi politici. All’inevitabile ribellismo proletario rispondeva la violenza controterroristica dei pistoleros padronali..

Dopo la catastrofe del 1898 il pensatore Joaquin Costa, un Mazzini/Cattaneo iberico, iniziatore del movimento intellettuale ‘rigenerazionista’, aveva predicato che la Spagna non si sarebbe salvata se un ‘chirurgo di ferro’ non avesse amputato la cancrena nazionale. I primi due decenni del Novecento, anche col moltiplicarsi in Europa dei movimenti antiparlamentari e autoritari, dimostrarono che Costa aveva ragione, Nel 1923 le circostanze spagnole erano divenute così intollerabili che Miguel Primo de Rivera, un generale di affiliazione liberale come tanti altri protagonisti ‘castrensi’ dell’Ottocento spagnolo e portoghese, poté compiere un colpo di stato fulmineo, facile e del tutto incruento. Ad esso andò il consenso pronto del paese, a parte l’élite intellettuale e una parte degli studenti. La Spagna approvò riconoscente. Nacque un regime militare denominato Dictadura. Finì non meno di sette anni dopo; durerà meno la Repubblica di Azana e della Pasionaria, esaltata dal sinistrismo internazionale.

La forte popolarità di Primo de Rivera andò scemando quando in Spagna arrivarono le ripercussioni (pur meno gravi che in altri paesi) della Depressione del ’29, e quando la finanza statale fu aggredita dai debiti dei grandi lavori pubblici e dell’avvio del Welfare State, entrambi ostinatamente voluti da Primo. Marchese e Grande di Spagna, il generale promosse nel concreto il riscatto della classe lavoratrice. Collaborò strettamente col forte partito socialista di Largo Caballero (capo del governo antifranchista, prima di Negrin), anzi provò a trasformarlo in partito unico di regime. Primo de Rivera fu odiato dalle classi alte, che risultarono, insieme ai notabili liberali e agli scrittori, la sua opposizione. Non fu abbattuto: lasciò istantaneamente il potere e la Spagna quando i capi delle forze armate declinarono di dargli una specie di voto di fiducia. Il suo regime non era stato né sanguinario né propriamente poliziesco:

Gli italiani di oggi disprezzano la loro classe politica. La cleptocrazia che essa gestisce li disgusta. Le Istituzioni, anch’esse possedute dai partiti -non importa se governativi o d’opposizione- hanno sempre meno titolo ad essere difese. Dopo sessantasei anni di malaffare, si può dubitare che ove sorgesse un Primo de Rivera,  con la sua propensione per il popolo, la sua personale onestà di gran signore andaluso, persino la sua demagogica bonomia, egli prenderebbe il potere in Italia? Che quasi d’incanto sparirebbero gli oppositori fermissimi e ‘viola’? Che almeno in una fase iniziale egli avrebbe il sostegno del paese?

Questo, sotto sotto, sgomenta gli opinion makers, i moschettieri delle Istituzioni (il 25 luglio ’43 quelli del Duce non mossero un dito; lo stesso farebbero i moschettieri di De Benedetti). Le beghine della Costituzione piangerebbero in silenzio, però senza esagerare.

Impaurisce il regime che il suo sopravvivere sia appeso a non più di tre fili. 1). Che non nasca un uomo d’azione, persino mancante della gloria di Charles De Gaulle (quando agì, Primo de Rivera non aveva la gloria di De Gaulle). 2). Che l’economia non si sfilacci troppo. 3). Che la pace sociale e la rassegnazione non vengano cancellate di colpo da eventi traumatici. Il più duro di essi potrebbe essere, da un certo punto in poi, lo ‘tsunami umano’ dall’Africa, e non solo.

Forse i traumi gravi non sono imminenti, sempre che l’economia non deperisca troppo. La costernazione degli editorialisti e delle anime belle passerà. Il turpiloquio (peccato veniale) e il furto eufemizzato come costo della politica (peccato capitale) continueranno. Però il Mubarak collettivo che ci possiede faccia qualche gesto dimostrativo. Altrimenti il banchetto dei Proci finirà come quella volta, in una delle isole ionie.

A.M.C

Bunga Bunga – Priapo, Fantozzi e Drive In

Mentre qualcuno rimpiange di non poter sparare agli immigrati, la Chiesa si indigna, ovviamente per il mancato sostegno dell’Europa all’Italia (gli spari del resto li possiamo contestualizzare nella, in assenza di una definizione più corretta, “mente” del leghista Castelli), il Parlamento si occupa di una legge, la prescrizione breve, che a detta del ministro Alfano ha un impatto irrisorio sui processi (e allora perchè sono settimane che l’aula ne discute?), la Chiesa (sempre lei) per azzeccarne una deve affidarsi ad un errore di traduzione, nel Belpaese ruba la scena l’ulitma sul Bunga Bunga.

Due giovanissime ragazze aggiungono la loro testimonianza al già interminabile elenco di prove contro il presidente del Consiglio. Quale rilevanza abbiano lo decideranno i magistrati, intanto è grottesco e divertente (questo del resto è lo spirito del tempo) indulgere su due o tre particolari.

Primo – La Statua di Priapo. Confermando la sua passione per il mondo classico (vi ricordate le tombe fenice di villa Certosa?) pare che il mai domo presidente del Consiglio facesse girare nelle cene di Arcore una statuetta di Priapo (per chi non lo sapesse, dio della fecondità: insomma un ometto piccolo piccolo con un grosso grosso pene), e invitasse le sue ospiti femminili ad intrattenersi col suddetto in un qualche gioco erotico.

Secondo – E’ un bel presidente! Berlusconi racconta barzellette sconce che, come nella tradizione dei migliori consigli d’amministrazione, non fanno ridere i sottoposti meno zelanti. Interviene Emilio Fede con piccoli colpi di gomito, invitando le più riottose (o quantomeno quelle dotate di un senso dell’umorismo degno di questo nome) ad unirsi al coro di risate “eccessive e forzate”. Un film di fantozzi, privato di umanità e decoro (che già non grondano abbondanti), non avrebbe potuto regalare una scena di maggior servilismo.

Terzo – Rejoice. In una versione privata e depravata del Drive In, ad Arcore le sedicenti pupille (o culi – copyright Ruby) del presidente del Consiglio, sempre secondo il resoconto delle due giovani testimoni, ”si dimenavano, ballavano, cantavano ‘Meno male che Silvio c’è’, si facevano baciare i seni dal presidente, lo toccavano nelle parti intime e poi facevano lo stesso con Fede”. E qui viene il bello. “A un certo punto Berlusconi, visibilmente contento (sic!), disse ‘Allora siete pronte per il bunga bunga?’, e tutte le ragazze in coro hanno urlato ‘Siiii!’”.

Non è che la notizia stupisca. Difficilmente uno si può immaginare che a uno degli uomini più ricchi d’Italia tocchino in sorte delle sciatte prostitute annoiate che masticano la cicca e fumano distratte, ed all’invito “Facciamo il bunga bunga?” rispondono “Sì vabbè, cheppalle…”. Però è sempre edificante sapere come si comporta, e che comportamento pretende, il proprio presidente del Consiglio.
Ora si capisce il viso scuro con cui affronta le lungaggini parlamentari, che a sua detta “trasformano un purosange in un ippopotamo”, e i limiti della Costituzione. Non sarebbe tutto molto più semplice se le cose andassero semplicemente come vuole lui?

“Allora siete pronti per il processo breve?”, “Siiiii!”, “L’Aula approva”.

Tommaso Canetta

da La Stecca

NOI LE SALMERIE DELL’IPERCAPITALISMO

I responsabili veri del parossismo d’ingiustizia che è il mondo non sono i titani del denaro e i feldmarescialli della reazione. Siamo noi, la maggioranza sociologica. Colpevoli soprattutto le masse dei paesi ricchi, ma non solo quelle. I ceti medio-piccoli e quelli proletari delle società prospere sono talmente storditi dal benessere -il garage, le vacanze, i figli laureati- da non obiettare più nulla. Siamo le fanterie e le salmerie dell’ipercapitalismo. Ci turba solo l’ipotesi che la crescita possa fermarsi.

Il mondo d’oggi è canagliesco come un tempo. Da una parte i miserabili che annegano in mare nel tentativo di venire a vivere di briciole o di carità. Dall’altra una gentaglia d’alto bordo le cui retribuzioni o profitti sono pari al Pil di piccole nazioni. E i consumi delle società ricche, i consumi di noi tutti, sono quasi sempre superflui, a volte spregevoli. Accettiamo, pratichiamo questa ferocia nei confronti dei miseri perché poche generazioni fa vivevamo di stenti anche noi, ed ora no. Ci sentiamo miracolati dal capitalismo. Inebetiti dalla riconoscenza.

Questo accade anche perché lo sfidante del capitalismo è stato un nano, non solo impotente, anche stupido: il sinistrismo: Qua e là la proposta rivoluzionaria è sembrata trionfare, poi è stata schiacciata: schiacciata in prima linea dall’ostilità dei popoli. Essi rifiutavano i valori, i programmi, più ancora i linguaggi e gli atteggiamenti del sinistrismo. Sono i popoli, sovietici cinesi esteuropei indocinesi cubani, e non la Santa Alleanza dell’Occidente, che hanno ucciso il comunismo.  Lo sfidante pericoloso è stato liquidato. E’ rimasto il sinistrismo innocuo, comico, delle frange, dei girotondi, dei tic intellettuali, delle borie e voghe facili da disperdere come pula al vento. Così l’ipercapitalismo cresce.

Quando ci angosciamo per le centomila tragedie della miseria nel mondo, ricordiamoci di fino a che punto il sinistrismo supponente e inetto ha fatto il gioco del denaro. Il baratro fra ricchezza e povertà si è fatto smisurato a valle della Rivoluzione d’ottobre e dei miliardi di parole e di gestualità sul riscatto delle plebi, sui diritti, sul ribellismo giovanile, sulle lotte veterosindacali, sulle conquiste delle donne e dei diversi. I bambini annegano nel canale di Sicilia, dalle parti di Gibilterra, in tutti i mari dell’emigrazione (molto gradita ai datori di lavoro e a chi vuole badanti); il sinistrismo si mobilita per le nozze gay and lesbian.

Più i primati dell’ipercapitalismo si ingigantiscono, meglio sono pagati “quelli -intellettuali artisti conduttori politici- che non perdonano”; e più le signore dei quartieri alti si inteneriscono per gagà e tipi da spiaggia quali, in casa nostra, Bertinotti Vendola e Santoro, giustizieri e campioni di un popolo da farsa. Sfogliate i giornali di De Benedetti, corpo d’assalto del sinistrismo: pubblicità, straripante, solo per consumatori ricchi o sognatori della ricchezza.  Fu spiegato così il successo di  ‘Quattroruote’: si rivolse non tanto ai possessori quanto ai sognatori di un’automobile.

Mai, assolutamente mai, le gauchisme farà qualcosa a favore dei poveri: E’ un fatto antropologico: il politico di sinistra, specie della varietà intellettualizzante, è geneticamente incapace di parlare alla gente. I sinistristi potranno persino vincere le elezioni, ma non saranno presi sul serio come operatori del bene. La carriera intera di un capo sinistrista non ha aiutato  i ragazzini di periferia quanto un coadiutore parrocchiale che li fa giocare e dà merende.

L’aiuto ai poveri del mondo verrà solo dal paternalismo, dall’astuzia o dal genuino populismo di destra.  Se a qualche riforma vera -una patrimoniale grossa, la miniaturizzazione dei costi (=furti) della politica, l’amputazione delle spese militari e di rappresentanza- mettesse finalmente mano la sinistra, fallirebbe. La gente non si fiderebbe, come non si fidò di D’Alema e di Prodi. Preferirebbe un acquirente di ville a Lampedusa, il Mosé delle mezze calzette che sognano la ricchezza e che il sinistrismo non è stato capace di disamorare dal sogno.

Un giorno dovrà arrivare il Grande Innovatore: non spalleggiato dalle sinistre -gli andrebbe male- ma da uomini e donne di coscienza. Non impegnato in pro dei suoi elettori (come tale non meriterebbe niente) bensì dei miseri che vivono soprattutto fuori dello Stivale. All’orizzonte l’Innovatore non c’è. Ma è quasi una legge fisica che sorga, un giorno. Magari sarà un Innovatore collettivo: un pugno di uomini di fegato e di fede.

A.M.Calderazzi

PERCHÉ ABOLIRE IL QUORUM NEI REFERENDUM ABROGATIVI

Che tra i mille rappresentanti del potere legislativo siedano anche persone impegnate in attività più costruttive che schiacciare bottoni, in modo diversamente critico, potrebbe per molti rappresentare già di per sé una novità. Che in questa fascia residuale qualcuno si occupi di democrazia diretta e partecipazione popolare ha quasi dell’incredibile. Non desta alcuno stupore invece la scarsa pubblicità all’iniziativa ed il suo esito. 

Spulciando tra i molti frutti mai maturati sui rami del Parlamento è possibile anche imbattersi in un disegno di legge di modifica costituzionale volto a rendere più effettiva la partecipazione del popolo alla attività legislativa. Proposto dal senatore del Svp Oskar Peterlini, il ddl (influenzato dall’esperienza della vicina Svizzera) ha tra i propri principali obiettivi quello di abolire il quorum nei referendum abrogativi, favorire l’iniziativa legislativa popolare (prevedendo un referendum popolare nel caso gli organi legislativi rigettino la proposta di iniziativa popolare), creare la possibilità di iniziativa legislativa popolare costituzionale.

Tralasciando (per ora) l’iniziativa popolare, costituzionale o non, soffermiamoci sulla più modesta e, almeno da un punto di vista teorico, più fattibile proposta di abolizione del quorum nei referendum abrogativi. Queste sono le (condivisibili) argomentazioni contenute nel ddl:

1. A causa del quorum, chiunque non si reca a votare conta automaticamente come un “No”, mentre in realtà ci sono tantissimi motivi personali che possono impedire la partecipazione ad un referendum: la mancanza di conoscenza dell’argomento, l’indecisione, il disinteresse e mille altre ragioni private. Nel caso delle elezioni tutti questi motivi sono ragioni di astensione dal voto o della non-partecipazione, ma non equivalgono ad un voto contrario. Nelle elezioni contano solo i voti validi per i partiti e i candidati. Anche la non-partecipazione al voto referendario quindi va considerata per quello che è: un’astensione dal voto senza influenza sul risultato.

2. Attraverso il boicottaggio del referendum, la partecipazione al voto scende facilmente sotto il 50% degli aventi diritto al voto richiesto per la validità del risultato della consultazione. Gli oppositori, sfruttando il meccanismo del quorum, cercano di invalidare la consultazione invitando gli elettori a disertare le urne, contando su coloro che non andrebbero comunque a votare. Perciò gli oppositori non devono più convincere i cittadini con argomenti e proposte alternative, ma si fermano ad appelli al boicottaggio. Solo in assenza di quorum contano veramente gli argomenti, perché sia i promotori che gli oppositori sono tenuti a convincere la maggioranza dei cittadini.

3. I cittadini attivi politicamente si impegnano ad informarsi e a farsi un’opinione per poi recarsi a votare. I non interessati e i fautori del boicottaggio non vanno alle urne. In caso di referendum invalidato a causa del mancato raggiungimento del quorum, i primi vengono di fatto puniti per il loro impegno civico, mentre i secondi, boicottatori e disinteressati, vengono premiati per una scelta che di fatto danneggia il confronto democratico.

4. In un certo senso a causa del quorum di partecipazione anche il diritto al voto segreto viene indebolito: chi nonostante un boicottaggio si reca ugualmente alle urne da parte degli oppositori viene automaticamente considerato un avversario politico.

5. In Italia non è previsto quorum nel caso di referendum molto importanti quale il referendum confermativo facoltativo relativo alle leggi costituzionali (art. 138, 2° comma) e nel caso delle leggi sulla forma di governo (leggi elettorali e di democrazia diretta) a livello regionale.

6. Per il voto elettorale a nessun livello governativo è previsto un quorum minimo di partecipazione: solo chi vota può decidere. Non esiste il “numero legale” nelle elezioni politiche.

7. Il timore che una piccola minoranza molto attiva possa imporre i suoi interessi ad una maggioranza passiva non è motivato. Le ricerche sul comportamento degli elettori evidenziano che nelle votazioni contese il tasso di partecipazione è alto e la maggioranza dei cittadini esprime chiaramente il suo rifiuto alla proposta di una minoranza. I partiti e le forze sociali, che pretendono di rappresentare la maggioranza della società, sono comunque sempre liberi di mobilitare i loro sostenitori a votare contro un quesito referendario, che si presume rifletta solo l’interesse di una minoranza.

8. In Svizzera, negli USA, in Baviera ed in altri paesi non esiste il quorum di partecipazione. Nonostante la partecipazione alle votazioni referendarie in Svizzera oscilli “solo” attorno al 40%, nessuna forza politica rivendica seriamente un quorum di partecipazione, sapendo che si aprirebbe un varco a manovre tattiche e a strumentalizzazioni politiche.

9. La democrazia diretta deve promuovere e non scoraggiare la partecipazione dei cittadini. Uno degli obiettivi principali della democrazia diretta è la promozione della partecipazione dei cittadini, ribadita dall’attuale articolo 118, comma 4 della Costituzione. Un alto livello di partecipazione non viene raggiunto imponendo l’obbligo legale di raggiungere una quota predeterminata e non è certo perché esiste il quorum che si convincono a votare cittadini non interessati. Avviene invece il contrario: i cittadini interessati e motivati, dopo una serie di esperienze con referendum falliti per mancato raggiungimento del quorum, si sentono frustrati e perdono la fiducia in questo strumento. In questo senso paradossalmente essi sono scoraggiati proprio dal quorum di partecipazione perché si devono confrontare con una fetta di concittadini che boicottano la votazione. È quindi un circolo vizioso. Benché originalmente il quorum fosse  inteso come uno stimolo alla partecipazione, è innegabile che oggi il quorum determini il rifiuto del dibattito e dell’impegno. I gruppi più penalizzati da questo meccanismo sono proprio le minoranze sociali che non riescono a sollecitare ampie fasce di popolazione.

10. Il quorum scaturisce dalla sfiducia nei cittadini. Oggi gli strumenti referendari sono strumenti di partecipazione attiva e non più di sola “difesa in casi estremi”. Le procedure di democrazia diretta devono essere disegnate di modo tale da incoraggiare la comunicazione a tutti i livelli e, in questa ottica, un quorum di partecipazione, con le relative campagne di boicottaggio, tende ad essere di ostacolo per una buona comunicazione. È più facile rifiutare ogni dibattito, istigando i cittadini a non votare, piuttosto che affrontare di petto un dibattito pubblico e una votazione senza quorum.

Il quorum di partecipazione del 50% non è una norma fondamentale del nostro ordinamento costituzionale, tanto è vero che è previsto solo da uno dei due tipi di referendum nazionali oggi istituzionalizzati. Rifacendosi agli esempi funzionanti in vari altri paesi, in Italia è ora di abolire il quorum di partecipazione sia a livello nazionale sia regionale sia comunale.

La cancellazione del quorum di partecipazione è però da rimpiazzare con un’altra norma di notevole importanza, cioè la necessità di raggiungere la maggioranza dei voti validi non solo a livello nazionale, ma anche nella maggioranza delle regioni. Questa norma, che da atto alla traiettoria di fondo del sistema politico italiano verso uno stato regionale più avanzato, evita un’espressione referendaria sbilanciata sotto il profilo geografico, richiedendo che i voti favorevoli non possono essere concentrati in poche regioni. Ad esempio un referendum accolto solo nelle otto regioni del Nord non potrebbe passare, perché in almeno 11 regioni su 20 la maggioranza dovrà essere stata raggiunta.

Il ddl è stato presentato alla presidenza il 29 aprile 2008. Sono passati quindi tre anni in cui una proposta articolata e fondata per una volta sui principi, e non sulla stretta contingenza, è stata ignorata e trascurata dal Parlamento e dai media. Nel nostro piccolo a Internauta ci piace ridare spazio e luce alla proposta per intero.

 T.C.

 A questo link il testo completo del ddl Peterlini.

 http://www.openpolis.it/dichiarazione/391088

NO A LEGGI FATTE IN BASE ALLA CRONACA NERA

Nel febbraio 2009 il governo varò un pacchetto sicurezza che comprendeva, tra le altre misure, l’obbligo per i giudici di disporre la custodia cautelare in carcere nel caso di gravi indizi di stupro a carico del soggetto. Un anno e mezzo dopo la Corte Costituzionale bocciò questo provvedimento. Le misure cautelari possono essere disposte in presenza di esigenze cautelari (pericolo di fuga, reiterazione o inquinamento delle prove), e devono rispettare il principio di adeguatezza e proporzionalità. Insomma, devono adattarsi al caso concreto e il soggetto incaricato di calare nella realtà la norma non può essere altro che il giudice.

Perché allora il governo varò una norma tanto assurda e sicuramente incostituzionale? Purtroppo la risposta è quasi banale. Pochi giorni prima del varo del decreto sicurezza si era verificato un brutto caso di cronaca. A Roma una ragazza era stata stuprata nel bagno di una discoteca da un ventenne italiano, ubriaco, che aveva poi confessato e nei cui confronti erano stati disposti gli arresti domiciliari. Il giudice aveva infatti considerato che non ci fossero esigenze cautelari particolarmente gravi e che, considerate le circostanze del fatto e la personalità del reo, gli arresti domiciliari fossero adeguati. I mezzi di comunicazione e, ovviamente, buona parte del mondo politico avevano gridato allo scandalo. L’opinione pubblica inferocita chiedeva vendetta contro gli stupratori, e i forcaioli di professione agitavano il cappio della castrazione chimica e, perché no, della pena di morte.

Questo caso è emblematico di un problema che si va facendo sempre più grave per la democrazia italiana, e non solo: la politica legislativa non può essere dettata dalla cronaca. E’ stupido farlo per una serie di motivi.

Innanzitutto la cronaca focalizza l’attenzione su situazioni particolari, non sul quadro generale. Tutta l’enfasi posta sul contrasto agli sbarchi di immigrati, ammesso che sia una misura giusta e condivisibile, ha fatto sottacere che solo una percentuale inferiore al 10% dei clandestini arriva via mare. O ancora, il continuo sbattere in prima pagina casi di stupro in strada ci fa dimenticare che la stragrande maggioranza delle violenze sessuali sono commesse in casa da parte dei parenti.

In secondo luogo fare leggi sulla spinta delle emozioni spesso produce risultati controproducenti. Nel 2008 bastò ventilare l’ipotesi che i medici fossero obbligati a denunciare i clandestini che si recavano da loro per le cure, per terrorizzare gli immigrati irregolari. A due anni di distanza il numero di clandestini complessivo non è sceso, in compenso sono in aumento i casi di tubercolosi e altre malattie che vanno diffondendosi nell’assenza di cure.

Spesso c’è poi un contrasto con la Costituzione. La norma suprema è stata scritta per durare, per essere generale e non particolare, per incarnare principi a cui tutto l’ordinamento deve essere uniformato, anche se non sono popolari. Come il principio per cui anche se la pancia di ognuno di noi reclama sangue contro sangue, la testa deve farci lavorare per la rieducazione dei criminali, sempre. Perché non solo è giusto, ma soprattutto è utile.

Ultimo importante motivo per cui evitare che sia la cronaca a dettare l’agenda legislativa del governo è che il rischio di manipolazione della realtà è fortissimo, e accorgersene è praticamente impossibile. Nel 2007-2008 tutti i dati sulla criminalità erano in calo. Le percentuali di alcuni reati gravi come rapine, furti e scippi erano addirittura più che dimezzati. Tuttavia la percezione di insicurezza su tutto il territorio della Penisola cresceva costantemente. Come mai? La risposta, anche questa purtroppo scontata, era (ed è) sotto gli occhi di tutti gli italiani alla sera verso le otto: la televisione. La percentuale di minuti dei Tg dedicati a casi di cronaca nera si era impennata. Gli speciali non parlavano d’altro che di stupri e omicidi. Una certa parte politica lucrava sul clima di terrore creato dai mezzi di informazione appartenenti ad un esponente di quella stessa fazione (ma non solo). Vinte le elezioni, giocate in modo determinante sul tema sicurezza, la fazione diventata governo cominciò la sua legislazione giocata sulla cronaca e, puntualmente, cestinata da giudici costituzionali e internazionali per manifesto contrasto con i principi inderogabili propri degli Stati moderni.

Questo stesso discorso basato sulla cronaca nera è in realtà applicabile a una vasta parte della legislazione prodotta annualmente dal governo di turno. Il problema è che questo cortocircuito nasce da elementi considerati intoccabili del nostro sistema politico e sociale: la democrazia e il pluralismo informativo. Nella distorsione che sono costretti a subire in una società di massa, l’informazione diventata merce e il voto diventato plebiscito producono mostri legislativi. La gente viene informata in modo proporzionale ai suoi gusti, non ai suoi bisogni né tanto meno alla realtà. Quindi grande spazio a cronaca nera, cronaca rosa e allo sport. La politica sì, ma purché in modo leggero. Economia, esteri e temi sociali solo se proprio non se ne può fare a meno. Difficile rendersi conto che la realtà non è fatta di stupri e rapine o di veline e calciatori.

Creato un pubblico il passo per consacrare i giusti attori è molto breve. Chi parla di emergenza sicurezza, tolleranza zero, schiera l’esercito e promette leggi da antico testamento viene acclamato. Chi spiega i fenomeni coi numeri e col senno viene dileggiato, accusato di intellettualismo, di parlare una lingua che il popolo non capisce. Se il teatro è il Parlamento e la biglietteria sono le urne, il risultato è quello che le televisioni non dicono.

Tommaso Canetta

ESAME DI COSTITUZIONE PER I POLITICI

La selezione dell’elettorato passivo: un rimedio all’ignoranza dei parlamentari

Non sembrano essere ancora maturi i tempi per una democrazia non fondata acriticamente sul suffragio universale. La pretesa che gli elettori abbiano, se non le competenze, almeno un serio interesse per la gestione della cosa pubblica non è un seme che trovi oggi terreno fertile. Allora avanziamo una proposta più concretamente fattibile.

Si selezioni la platea degli eletti. Subordiniamo l’elettorato passivo al superamento di un esame basilare, nel quale si verifichi la conoscenza della Costituzione. I nostri parlamentari giurano su di essa, testo fondativo dello Stato. Richiedere che i rappresentanti ultimi del potere legislativo conoscano i principi che devono rispettare, ed i limiti che sono imposti alla loro azione, sembra il minimo.

Suona pleonastico, quasi ridicolo, chiedere una cosa del genere. Al normale cittadino sembra ovvio che un parlamentare conosca la Costituzione. Ma, a giudicare dalla quantità di norme che vengono dichiarate incostituzionali, e dal numero ancor più elevato di proposte (assurde) che per lo stesso motivo non diventano mai legge, così non è.

Allora perché non introdurre un semplice test, un esame di diritto costituzionale base, quale condizione necessaria per essere candidati al Parlamento?

Si noti bene: non si richiede necessariamente la condivisione di quanto viene prescritto dalla Costituzione. E’ assolutamente legittimo che qualcuno voglia apportare delle modifiche. Le nostre stesse proposte richiederebbero dei mutamenti radicali del testo costituzionale.

Ma proprio chi vuole cambiare l’esistente ha il dovere di conoscerlo. Allo stesso modo chi si pone in posizione di difesa assoluta dello status quo dovrebbe sapere di cosa sta parlando.

Immaginiamo allora che la consegna delle liste elettorali avvenga in due momenti. Prima si presentano le liste dei candidati provvisori. Questi vengono poi riuniti in luoghi controllati, in perfetto stile “esame di Stato”, e sottoposti all’esame di conoscenza della Costituzione. Chi non è promosso, viene automaticamente escluso dall’elettorato passivo (per quell’elezione). In un secondo momento si presentano le liste complete, composte da persone che hanno dimostrato di essere a conoscenza dei principi fondanti dello Stato, che li vogliano conservare o cambiare.

Sarebbe anche un utile messaggio per i cittadini comuni vedere i politici costretti a studiare e a passare un esame, prima di sedersi sui comodi scranni di Montecitorio e Palazzo Madama.

Ps. Ovviamente andrebbero adottati dei metodi per i quali chi corregge lo scritto non conosca l’identità dell’esaminato fino al termine della valutazione. Già adottando metodi telematici e domande a crocette si eviterebbero alcuni macroscopici inconvenienti.

T. C.

A SKETCH OF RANDOMCRACY

Western representative democracy is a joint venture, better a collusion, between plutocracy and political professionalism, i.e. between money and careers. Man in the street is a non-entity.

The way to cancel such monstrosity is disempowering both plutocrats and professional politicians, then empowering man in the street through selective, direct democracy. In the USA 300 million sovereign citizens are too many for direct democracy, in Italy 60 million are likewise too many.

The thing to do is enabling a randomly convened, revolving ‘macrojury’ of, say, 1% of the adult population, that is a computer-selected segment of the population, and make it the sovereign body of the nation, in lieu of the whole of the elected politicians. The members of the deliberative assemblies, also those of all levels of government, could be drawn from said 1%. Provided that each 1% macrojury is empowered, for instance, for six months, the result is that in 10 years 20% of the population will be directly involved in legislation and government -a very substantial section of the political society.

The following steps are conceivable:
1. Elections are abolished and a central computer selects the 1% macro-jury for a 6 month term. Such macro-jury of super-citizens is the active subject of the sovereignty. Out of it a number of progressive selections by a central computer draw randomly the members of all levels of deliberation and government.
2. The central computer is so programmed that only persons with specified qualifications (f.i. education, work experience, civic and humanitarian credits) are selected.
3. Those chosen by the lot are entitled to a moderate compensation and assume obligations. First of all they are required to read the information the system will provide to them on each issue.
4. Lobbyists, vested interests, special coalitions will of course try to influence, even corrupt, the supercitizens. But the quantitative factors will be decisive -too many macro-jurors to influence/corrupt.

While plain persons are adequate to decide on small towns matters, increasing qualifications will be required for the councils and offices of larger cities, then of counties, states and the Nation. So a normal housewife will be the acceptable 6-month treasurer of a village; the treasurer of a metropolis must be randomly chosen among, say, the ten persons whose objective, proven know how and merits are the highest -for instance having managed a large bank, having tought finance in a leading university, and so on.

Analogously the random selection of the head of a government department or of a nation-owned large corporation must be done among the few persons who have already administered important entities.

The term of service of the supercitizens and of the holders of office should be rather short, in order not to induce temptations of career. The duration of service in highly technical roles should be longer, but the controls on said officers should be correspondingly more exacting.

An interim conclusion: each person of good will should endeavor to conceive better ways than the above ones, in order to eradicate the abominable robber lifetime politicians. They are the voracious termites of freedom.

Jone

SELF-GOVERNIAMOCI!

Schizzo di Randomcrazia

Ormai sappiamo con certezza, dopo 66 anni dal 1945 come dopo 140 anni di Repubblica francese e 222 anni di Costituzione americana, che la democrazia occidentale è una combutta tra denaro, carrierismo dei politici, tangenti e altri cento modi di malaffare. Se si preferisce non chiamiamola combutta bensì joint venture, mezzadria, soccida.

Le ultime conferme, perfettamente superflue, sono Affittopoli e Sanità nella Puglia sotto Vendola.. E’ tassativo, al di là di ogni dubbio: i politici democratici di professione, con loro consorti compagne e compari, derubano dal 1945 i vecchi di quasi tutti gli ospizi, i degenti di quasi tutti gli ospedali, gli assistiti -orfani ciechi compresi- di quasi tutti gli enti caritatevoli della Cleptorepubblica. Anche chi scrive, nel suo piccolo, si imbattè in un medio politico – rigorosamente di sinistra: ma destra o sinistra, importa?- che con sommessa soddisfazione spiegava, nel nobile appartamento di una metropoli del Nord che gli faceva da ufficio di un business interamente basato sulla committenza pubblica: “Ce lo possiamo permettere perché un ente ex-religioso che il Partito amministra ce lo dà per poco”.

Questo, il saccheggio la repubblica delle fedine penali è il sistema rappresentativo, il nostro mubarakismo. Un giorno crollerà, forse un po’ prima del previsto. “Altri Proci cadranno” profetizzava in febbraio la home page di . Cadranno, a Dio piacendo. Ma che metteremo al posto del loro ladrocinio?

La risposta, imperativa, viene dal titolo di questo Schizzo di randomcrazia: spazzare via i politici a vita, cellule tumorali della libertà. Farla finita con le elezioni, sono reti per catturare a milioni i voti/sardine. Chiusa la cava dei voti, i politici a vita andranno fuori business. Abolire le urne (a parte rari voti referendari), sequestrare i beni dei Proci e loro signore, confiscare anche quelli dei partiti, in acconto agli indennizzi dovutici per l’ininterrotta usurpazione con rapina.

E dopo la nostra Tunisi/Cairo/Tripoli? Dopo, tolta la delega ai politici e cioè ripresaci la sovranità, non possiamo che passare alla democrazia non delegata. Tornare concettualmente alle origini, quando la democrazia ateniese era diretta (con giudizio). Certo, Atene era una polis di non più di 40 mila cittadini potenzialmente arconti, tutti maschi e di buon lignaggio. Noi siamo 60 milioni: non possiamo legiferare e governare tutti insieme. Però possiamo darci il turno tra i più provveduti di noi, cioè dopo avere separato col setaccio la farina dalla crusca.

E’ qui il cuore della proposta randomcratica, abbozzata una ventina d’anni fa in alcuni atenei degli USA. Essendo impossibile la democrazia diretta universale, facciamola per segmenti, a turni brevi. Per esempio l’1% degli iscritti all’anagrafe possono costituire ogni sei mesi una ‘macrogiuria’ legiferante e governante grazie all’informatica e al sorteggio computerizzato, progressivo al suo interno. A parte che ad Atene si faceva così, nelle corti di giustizia odierne le giurie sono ‘campioni di popolo’ che decidono l’innocenza o la colpa; infatti la giustizia appartiene al popolo e non ai giudici togati, tecnici del diritto. Non potendo giudicare in blocco, il popolo giudica per giurie sorteggiate. Il sorteggio fa i cittadini di qualità tutti uguali, tutti ‘sovrani’. I giurati sono scelti random, su elenchi di persone in possesso di certi requisiti, non sull’Anagrafe generale.

Ecco la proposta randomcratica: programmare un sistema informatico centrale perché esso selezioni random, con i criteri voluti, una macrogiuria di, metti, 600 mila ‘supercittadini’, o cittadini attivi, o sovrani, i quali, a turni brevi -da 6 a 12 mesi- decidano su certe materie, esprimano per sorteggio i decisori sulle altre materie. Con ulteriori selezioni al proprio interno, progressivamente più ardue, l’élite sorteggiata potrà anche governare negli esecutivi dei vari livelli, dal villaggio alla nazione.

La scelta del computer non avverrà dunque sulla totalità degli iscritti all’anagrafe: sarebbero troppi e mediamente troppo poco qualificati. Forse che oggi conta la massa semianalfabeta? contano i peggiori tra i pochi, tra gli oligarchi da strapazzo? Il computer centrale può, con le modalità e i controlli necessari, estrarre random le persone qualificate nel senso voluto: cultura, esperienze lavorative, conseguimenti, meriti civici e simili, il tutto in rapporto a parametri oggettivi e accertabili.
Abbiamo ipotizzato che il corpo politico giusto sia l’1% della popolazione, selezionato random per 6-12 mesi in funzione dei requisiti desiderati. Per dire: un mastro falegname da 10 anni sì, un commercialista indagato o una valletta no. Ai giovani con qualche merito un punteggio in più (per premiare la giovinezza) , a quelli rappresentanti solo la loro patente, una penalità.

Al livello base della supercittadinanza-a- turno, o cittadinanza sovrana pro tempore, chiunque potrebbe essere sorteggiato come consigliere o borgomastro di piccolo comune. A livello delle metropoli, delle Regioni e dello Stato i sorteggi di alto grado avverrebbero su elenchi sempre più ristretti, con criteri progressivamente più rigorosi e in rapporto a competenze crescenti. Il ministro o il capo del grande ente sarebbe sorteggiato tra le 50 persone con i dati meritocratici massimi. Uno che gestisce la grande banca può governare il grande ministero, o tutti i ministeri. Per utilizzare il leader geniale privo di credenziali oggettive, troveremmo il sistema; del resto lo troverebbe lui, essendo un genio. I Cinquanta potrebbero anche turnarsi al vertice dello Stato (ma come Primo Cittadino di rappresentanza, sorteggiato, andrebbe bene il mastro falegname di cui sopra. Un contadino di Atene poteva essere Arconte per un giorno: dall’alba al crepuscolo, diceva la legge. Più semplicemente, al vertice della Confederazione svizzera si avvicendano i membri dell’Esecutivo. Ma il falegname probo è meglio di un ministro svizzero.

Tutte le cariche andrebbero retribuite modestamente. Le spese di prestigio e lo sfarzo di tipo quirinalizio sarebbero reati (il sommo palazzo è da chiudere e da vendere a chiunque lo paghi bene). I bilanci di tutte le assemblee oggi elettive dovrebbero essere tagliati di due terzi. Nessun rinnovo di mandato, cioè ri-sorteggio, prima di ‘x’ anni (perché non rinasca la tentazione della carriera politica). I supercittadini riceverebbero a casa le informazioni e le documentazioni oggi fornite agli eletti. Niente portaborse, pochi rimborsi, indennità avare. Per legislare nella Bulé i coltivatori attici si portavano da casa pane e olive.

Il passaggio alla randomcrazia ingigantirebbe il ruolo dei burocrati e degli esperti. Perciò ciascuno degli uni e degli altri, al di sopra di determinati livelli, andrebbe stabilmente sottoposto a una giunta di tre o quattro controllori e sospettatori, anch’essi sorteggiati frequentemente tra i supercittadini; si insedierebbero fisicamente negli uffici dei controllati. Per i furbi e gli infedeli, confisca dei beni (anche dei consorti e dei congiunti) e campi di lavoro coatto, prima delle sentenze definitive.

Quella che le urne ci impongono è una classe dirigente tutta di indagandi.

Allora self-governiamoci random, senza politici! Seicentomila alla volta.

A.M.Calderazzi

DUE PUGNALATORI DELLA DEMOCRAZIA

Se per una bizzarria della natura mi trovassi fratello o cognato dei 100 maggiori statisti della Repubblica -compresi quelli seduti nelle poltrone istituzionali più eccelse- l’unico della cui parentela non mi vergognerei sarebbe il presente gonfaloniere di Firenze, Matteo Renzi. Magari sbaglierei, magari è un cattivo soggetto, un congiurato, un Catilina dei nostri giorni. Ma i miei orecchi l’hanno sentito scandire quelle parole piene di destino ( benché blasfeme all’indirizzo della smisurata sapienza dei Padri Costituenti, i quali ci dettero la migliore delle Carte fondamentali della Via Lattea): “Il Parlamento -ha bestemmiato il sinistro Fiorentino- funzionerebbe benissimo con metà dei membri, e pagandoli la metà. Lo stesso valga per le assemblee regionali”. Il Gonfaloniere ha osato l’inosabile: “La legge assegnerebbe al Comune di Firenze 15 assessori. Noi li abbiamo limitati a 10. E il vitalizio dei consiglieri regionali andrebbe abolito. Piccole cose, ma insieme ad altre farebbero risparmiare”.

Che Renzi sia un provocatore, un eversore, uno spregiatore delle Istituzioni nate dalla resistenza e concimate dalle tangenti? Che dimentichi il fervore delle primarie pugliesi e bolognesi? Che cavalchi un’antipolitica corrosiva della compattezza nazionale, il mese stesso dell’Anniversario sesquisecolare?

Può darsi. Forse un giorno Renzi, alla testa di sediziosi con gagliardetti, irromperà mitra alla mano nei Passi Perduti di Montecitorio, nell’affollata buvette , nell’Ufficio Stipendi e Rimborsi, in altri luoghi cari al cuore e all’intelligenza di tutti noi. Attaccando le Istituzioni darà dispiaceri ai risorgimentali precursori del regime Bindi-Bocchino-Bondi: cioè a Silvio Pellico, a Mazzini, Carlo Pisacane, Amatore Sciesa, a tanti altri eroi che (a salutare eccezione degli attentatori di via Rasella) si sono sacrificati per la nostra libertà. Sono emuli di detti martiri, ai nostri giorni, ben mille parlamentari e centomila altri operatori del bene. In caso di necessità, Dio ce li conservi, i discepoli di Cesare Battisti offriranno i loro petti per salvare noi, come fecero il carabiniere d’Acquisto e padre Massimiliano Kolbe. Il vituperevole Renzi sarà tormentato dal rimorso d’aver cercato di gettare sul lastrico parecchi dei migliori tra noi. Lo sa il Bieco che l’onorata milizia parlamentare di vari politici si misura a mezzi secoli? E vuole rottamare i più insigni, coloro che hanno lottato di più!

Se un’altra anomalia della natura facesse di me un veterano di tante battaglie a Montemadama, so che promuoverei l’istituzione dell’Ordine dei Parlamentari ed altri Eletti (nel senso dei Riusciti a farsi eleggere). Nato l’Ordine, farei votare la radiazione di Renzi. Così Firenze imparerebbe a dare ascolto ai delatori, ai Tersiti che sotto Troia sparlavano dei generali achei, oggi diffamano gli zeloti della libertà. Giorni fa la Uil ha avuto l’infamia di insozzare i professionisti così indispensabili alla democrazia: i suoi uffici studi hanno propalato che sulla politica dello Stivale campano in totale, dal presidente in chief al più adolescente dei portaborse, 1,3 milioni di idealisti & idealiste, per un costo di 24,7 miliardi, non più del 2% del Pil e del 12,6% del gettito Irpef. Dice la torva ricerca Uil che in 10 anni i costi della politica, denunciati in linea ideale da moltitudini di politici e ingenuamente stigmatizzati da un referendum, sono lievitati del 40%. Un primato che i politicanti di mezzo mondo invidiano ai nostri: la vogliamo o no una democrazia avanzata?

Abominevole Angeletti pugnalatore alla gola, come quel Fabrizio Maramaldo che a Gavinana (1530) uccise l’Uomo morto Francesco Ferrucci. Canaglia di un caporione Uil, non solo ha retto il sacco a Marchionne per Pomigliano e Mirafiori, ma ha insinuato nei sinceri democratici ( darebbero il sangue per la Costituzione) il dubbio che 1,3 milioni di politicanti siano troppi, i più numerosi dell’Occidente in rapporto agli abitanti. Che costino troppo. Che abbiano l’anima meno bianca della neve.

Tuttavia mi resta il dubbio. I €24,7 miliardi stimati dai maramaldi di via Lucullo comprendono o no le tangenti, i prelievi sulla sanità e sui Trivulzi, le affittopoli, i rimborsi, le autoblu, le missioni di studio ai Caribi e altre n forme di rapina del contribuente? Se sì, quei miliardi non sono poi tanti. Applichiamo una scala mobile, sennò sfruttiamo i difensori del popolo.

In conclusione. Che fare dei sicofanti Renzi e Angeletti, visto che sconsideratamente abolimmo la pena capitale? Risposta. Diamoli in affido alla consigliera Minetti, e congiuntamente agli onorevoli e poeti Fini, Previti, Cicchitto e Finocchiaro, perché col supplizio della ruota li convincano ad emendarsi. Virtù repubblicana la trionferà!

JJJ

Aspro editoriale di un Ceronetti eversore e profeta

“La Stampa”: L’Egitto insegni a due milioni tra noi sotto la guida di un Kemal Ataturk ad abbattere il nostro regime.

35 anni fa uno degli Internauti invocava contro i Proci della nostra politica, l’equivalente dell’ Immane Clistere di Ceronetti.

Pratichiamo il paternalismo ogni volta che i popoli sottomessi, p.es. gli islamici, si sollevano: ”Poverini, si erano assuefatti al servaggio, ora esplodono”. E noi italiani, ipoteticamente in gamba dalla nascita, facciamo di meglio dell’antica sottomissione islamica? Sono già passati 65 anni da quando i gerarchi fascisti furono soppiantati dai demofurfanti antifascisti, ma sottostiamo agli stessi Proci usurpatori e ladri. Si sono susseguite generazioni di gauchistes furenti, e i Proci sono sempre lì, a banchetto. Detenendo le chiavi del tesoro, attingono.

Abbiamo, noi sofisticati ed evoluti, la faccia di compiangere tunisini, egiziani eccetera perché si sono tenuti a lungo i satrapi che mandavano a Londra i miliardi rubati. Siamo stati meno pecore e conigli noi che, letto Croce e cantato Bella Ciao, ci siamo rassegnati al pensiero unico e all’Arco costituzionale forever?

Ecco perché oggi 6 febbraio 2010 è storico che “La Stampa” abbia fatto scrivere a un Ceronetti dichiaratamente “filosofo politico” un editoriale davvero al fosforo (nel senso letterale greco: fosforo=che porta la luce), anzi al trinitrotoluene. Titolo: ”La speranza che viene dall’Egitto”. Premesso che “non sappiamo fare altro che deplorare la violenza, ipocritamente“, Ceronetti va all’assalto: “Se c’è chi pensa che togliendo di mezzo Berlusconi si fa il bucato a una democrazia in condizioni di agonia, come questa in cui perdiamo tutti il rispetto di noi stessi, dire che è di vista corta è misericordia. Gli anni di Berlusconi hanno fatto emergere la verità di una forma democratica in sfacelo“.

Ancora:

Se da noi l’illegalità-chiave sono i partiti occupatori, la nazione ha il dovere di non più tollerarli. Se le illegalità sono milioni, una sola grossissima (corsivo de “La Stampa”) può purgarle tutte come un immane clistere: una rivolta popolare che sommerga letteralmente sedi e palazzi governativi e parlamentari; una marcia su Roma non di lugubri teschi ma di cittadini; un risveglio del Colosso di Goya fatto di uno, due, tre, quattro milioni di teste; la resurrezione di Bruto (…) A cosa può servire un processo dopo l’altro contro persone singole, quando un’intera classe dirigente è imputabile? Ad Ercole occorrerebbero milioni di braccia per ripulire le stalle di Augìa di questa Penisola.

E dopo il purgone, rifare tutto senza un solo batterio di quel che è stato. Eleggere una Costituente di facce nuove, senza più destra-sinistra, vuote occhiaie. Una Costituente presidenziale capace di stanare un uomo giovane, incontaminato, un Kemal Ataturk libertario, figlio di qualche sobborgo disperato, e di farne un Primo Console.

Fino a un coma tragico me l’hanno addormentata, questa parassitosa nazione. Non si vede, dappertutto stendiamo lo sguardo, che passività incurabile, torpore, inebetimento(…) La piazza egiziana ha acceso un barlume di speranza: il suo messaggio viaggerà lontano. Un Egitto che immagina qualcos’altro, per sé e per tutti, irradia una luce insolita di fresca aurora.

Profetico Ceronetti! La “grossissima illegalità” (cioè l’insurrezione); lo “immane clistere che purga milioni di illegalità”; la “rivolta popolare che sommerga tutto”; il “risveglio del colosso di Goya”; la “resurrezione di Bruto contro l’intera classe dirigente”: questo sacrosanto proclama su “La Stampa” viene 35 anni dopo che la cover story del mensile milanese “Europa Domani” invocava le stesse cose. Con un’allegoria un po’ diversa: un popolo che si fa Ulisse e spegne tutto dei Proci -partiti, politicanti, Costituzione, urne elettorali- con un arco possente su cui è scritto ‘Democrazia Diretta’ (diretta non di tutti ma di una macrogiuria dei migliori).

Io che suggerii quella copertina e avanzai quelle proposte, incoraggiato da un editore lungimirante, mi dichiaro oggi fautore e seguace entusiasta del clistere di Ceronetti. Però in tutta umiltà gli oppongo: la Costituente presidenziale di facce nuove, capace di stanare un Kemal Ataturk, non va eletta (si ritroverebbe le facce vecchie). Va sorteggiata randomcraticamente dal computer, sorteggiata con selezioni progressive e sempre più meritocratiche (per esempio, il ministro semestrale della cultura, solo tra accademici dei Lincei) proprio tra quel paio di milioni di teste che Ceronetti chiama a raccolta. Esse sono, cancellato il suffragio universale generatore del mefitico che è questa seconda o terza repubblica, portatrici di valori e di costumi infinitamente più alti. In prima fila vengono coloro che per qualche anno hanno fatto volontariato, oppure hanno virtù e saperi oggettivabili quali i più (politici compresi) non posseggono.

Tra questo popolo di supercittadini -non di iscritti all’anagrafe- si sorteggi una Costituente fervida e guidata da un uomo superiore; persino da una donna superiore, ispirata come Giovanna d’Arco o eroica come Madre Teresa di Calcutta.. Questa persona superiore Ceronetti la chiama Kemal Ataturk o Primo Console, e fa bene. Io, richiamandomi alle opere concrete di un dittatore filosocialista contemporaneo di Ataturk, la chiamo Miguel Primo de Rivera. E rimpiango non possa chiamarsi Manuel Fraga Iribarne, che conobbi come il più colto e acuto tra i governanti spagnoli ma che è caduto per l’errore di acconciarsi ai furfanteschi giochi parlamentari-elettorali. In ogni caso il nuovo Kemal dovrà avere virtù e mani salde, e poi durare poco come M. Primo de Rivera. I due milioni di futuri cittadini-arconti (ad Atene ogni coltivatore dell’Attica poteva essere sorteggiato arconte per un giorno) non assurgeranno se non saranno capeggiati da un Ulisse dall’arco infallibile.

A.M.Calderazzi

FRAGA IRIBARNE: ALMENO IN GALIZIA TORNEREMO ALL’ AGORA’ DI ATENE

Una delle occasioni mancate da colui che apparve il maggiore dei governanti spagnoli, capace di succedere a Franco alla liquidazione del regime

Alla soglia del potere vero e di una grande opera di ricostruzione civile, Fraga Iribarne si impantanò: puntò sul recupero di una democrazia parlamentare che, fallita in pieno nel 1923, era stata agevolmente soppiantata dalla dittatura filosocialista di Miguel Primo de Rivera. Prima di commettere l’errore assoluto di una carriera brillante, Fraga era stato il migliore prodotto della meritocrazia spagnola. Appena laureato era risultato primo nei tre concorsi più ardui: cattedra universitaria, magistratura, uffici parlamentari. Presto il Caudillo lo volle nel governo, dove fu pioniere e regista della liberalizzazione del regime. Alla morte di Franco, il passo sbagliato: scelse di conformarsi a chi voleva il ritorno dei partiti e delle urne. Fondando una mediocre grossa formazione di centro-destra Fraga il fuoriclasse dimostrò di non avere un’idea forte e subito prese a declinare: prima vice presidente del governo invece che premier (sotto Arias Navarro), poi capo di un’opposizione impotente di fronte a Felipe Gonzales, poi , superato nel suo partito da Aznar, ripiegato a presidente della Galizia.

Nemmeno nella regione in cui era nato e che governò a lungo prima d’essere sconfitto dalle urne, Fraga fu all’altezza delle grandi cose cui era destinato. I giochi dell’oligarchia partitica, cui si era acconciato, furono più forti di lui. Pervenuto alla presidenza della Galizia aveva fatto un annuncio importante -‘prepariamoci alla democrazia elettronica’. Anche questa occasione fu mancata, naturalmente non solo per responsabilità sua. Pubblichiamo tale annuncio: venendo da un politologo che governava, sia pure a Santiago de Compostela invece che a Madrid , esso sembrò aprire una finestra sul futuro. Seguirono invece sommessi esperimenti, laddove occorreva demolire ed edificare ex novo.

La democrazia vera è un assetto politico nel quale sono i cittadini ad esercitare la sovranità. Partecipano alle decisioni muovendo da una completa informazione sugli affari della collettività. In questa prospettiva, cui stamo andando, si è aperta la discussione se abbiano ancora senso le analisi di Montesquieu e di Marx. L’infrastruttura tecnologica rappresentata dall’autostrada informatica rende possibile questa nuova democrazia.

La quale poi non è tanto nuova: in qualche modo è un ritorno alla democrazia ateniese, all’agorà, riprodotta nella dimensione diretta e immateriale del ciberspazio. Credo che il punto cruciale oggi non sia il conflitto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Siamo invece nella transizione da una democrazia intermittente ad una continua (alcuni preferiscono definirla ‘interminabile’). Parlo di democrazia continua perché ora la gente può riunirsi ininterrottamente nel ciberspazio. La democrazia elettronica diverrà reale quando avanzerà la costruzione di quella che il giovane filosofo Javier Echeverria ha chiamato Telepolis.

Di questa democrazia elettronica si sono fatte le prime prove. Ci sono stati esperimenti di grande interesse, come nel Minnesota, dove si è creato un ‘foro elettronico di politica’ che per la prima volta ha introdotto un sistema interattivo nelle elezioni del governatore e dei senatori. Il regista di questa iniziativa, Steven Clift, prevede che il versante civico dell’autostrada informatica finirà col prevalere su quello commerciale, quello che ha permesso a Internet di crescere al ritmo esponenziale che sappiamo.

In Galizia ci accingiamo a sperimentare anche noi questa democrazia elettronica; come dice Clift, essa ‘esiste, è qui ed è inevitabile’. Tra poco appresteremo le condizioni pregiudiziali per questo avvio. Da una parte, un sistema informatico pubblico a costo di connessione zero o quasi zero; dall’altra uno spazio comunicativo non commerciale col quale rafforzare i legami sociali della comunità.

Ridimensionato da statista/creatore ad alto notabile, Fraga persevera nell’errore-continuità

Non si pensi che siamo alla fine della democrazia rappresentativa. I parlamenti, i governi, gli organi della rappresentanza politica non spariranno né saranno automaticamente sostituiti da una chiamata permanente dei cittadini alla “ciberpartecipazione”. L’impiego massiccio delle tecnologie della comunicazione permette ai cittadini di disporre di un’informazione trasparente, veritiera e completa. Senza tale informazione la democrazia autentica non è possibile: né convenzionale, né digitale. Mancando un accesso equo e illimitato all’infrastruttura dell’informazione, possiamo anche tornare all’agorà di Atene, però riproducendo le carenze della democrazia ateniese, alle cui assemblee partecipava solo la minoranza dei cittadini di diritto pieno.

M. Fraga Iribarne

I parlamenti e i governi non spariranno, dice Fraga ed ha ragione. Però non dovranno essere più composti di professionisti espressi dalle urne. L’esperienza di un paio di secoli ha accertato per sempre, dovunque nel mondo, che i vincitori delle urne sono i peggiori, i più ladri, i più opportunisti, tutti nemici dell’uomo (anche in Spagna, e perché no?). Quello che Fraga non dice è che tornare ad Atene, oggi nell’età digitale, non è tornare alle assemblee popolari, bensì al sorteggio -il sorteggio via maestra ateniese- per selezionare con oggettività random i più qualificati e dunque per cancellare il mestiere di carrierista politico a vita (=di oligarca camorrista e ladro).

JJJ

Sono gli Stati nazionali i colpevoli del silenzio della UE

Secondo una legge non scritta della politica internazionale, all’aumentare del numero dei negoziatori, aumenta il tempo necessario per prendere una decisione, e diminuisce la forza della decisione stessa.
Di fronte al deprimente balbettio dell’Unione europea riguardo all’onda rivoluzionaria che attraversa il Nord Africa, c’è da chiedersi se ventisette Stati membri di un unico soggetto di politica estera non siano troppi.

Come ovvio gli Stati dell’Unione si dividono tra chi ha interessi in un senso, chi nell’altro e chi non ne ha. Già sarebbe arduo mettere d’accordo, almeno in tempi utili, tre Stati collocati su queste diverse posizioni. Pensare di farlo con ventisette è utopia.

Allora non ha senso prendersela con l’Unione europea e con la baronessa Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune e, di fatto, poco più che nullafacente. I veri colpevoli di questa situazione sono gli Stati nazionali, in particolare i grandi Stati nazionali d’Europa: Germania, Francia, Inghilterra e Italia.

Dipende dalla loro volontà politica e dalla loro iniziativa l’attuazione di quella che è già stata chiamata “Europa a diverse velocità” o “Europa a cerchi concentrici”. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il primo dicembre 2009, consente la frammentazione del gruppo di Stati membri in avanguardie e retroguardie, su singole materie. In particolare nella materia della politica estera agli Stati membri è data facoltà di creare una Cooperazione Strutturata Permanente, con una procedura ancor più snella di quella normalmente prescritta per le Cooperazioni Rafforzate, con il compito di agire unitariamente sullo scenario internazionale.

A fronte degli straordinari cambiamenti che stanno avvenendo ai confini dell’Europa, è oggi più che mai necessario che i grandi Stati nazionali europei prendano l’iniziativa di costruire una forza comune che parli con una sola voce e agisca con un solo corpo nell’ambito della politica estera. Pensare di procedere tutti e ventisette affiancati è irrealistico. Deve essere una avanguardia di pochi Stati, in grado di prendere decisioni velocemente ed efficacemente, a guidare il processo. Se poi si vorranno aggiungere altri soggetti tanto meglio, ma senza che questo possa mai compromettere la rapidità di intervento dell’Europa.

Nuove speranze per la democrazia dal basso vengono in queste settimane da popoli lungamente sottoposti a dittatura e ladrocinio, ma quegli stessi popoli potrebbero domani diventare fonte di gravi problemi per il mondo. Si pensi, per fare un esempio di un problema non particolarmente grave, alla recente ripresa degli sbarchi in Sicilia. Un’Europa che parli ai suoi interlocutori con una sola posizione, e che stanzi l’intera propria forza politica ed economica, potrebbe avere sicuramente risultati migliori che non gli Stati membri che agiscono in ordine sparso.

Insomma, un Europa che guardi e non favelli, e tanto meno intervenga, non può essere utile né ai Paesi arabi né a se stessa.

Tommaso Canetta

FERRARA RIMPIANGE BUSH

Una ricetta semplice per l’Egitto in fiamme

Di fronte all’Egitto che brucia molti trattengono il respiro e i più si interrogano perplessi sul da farsi: uomini di governo, opinionisti, uomini della strada attenti alle cose del mondo. E si spiega. La posta in gioco è alta e nessuno sa cosa ci aspetti dietro l’angolo. Tutti si affannano a consultare i veri o presunti esperti, che però raramente sono anche profeti e quindi, di regola, non azzardano pronostici circa gli ulteriori sviluppi e l’esito finale di un incendio peraltro non meno imprevisto del crollo dell’Unione Sovietica. Un autorevole settimanale tedesco assicurava, alla vigilia del suo scoppio, che quanto succedeva in Tunisia non poteva estendersi al vicino Egitto. D’altronde, gli stessi esperti dicono tutto e il suo contrario riguardo ad una delle principali incognite della crisi: chi sono e cosa vogliono i Fratelli musulmani: estremisti irrecuperabili o interlocutori accettabili per le forze democratiche locali e per l’Occidente, mosche cocchiere di Al Qaeda oppure no, ecc.

Non tutti, però, hanno solo nebbia davanti agli occhi nè tutti si scervellano per diradarla. Tra chi neppure si preoccupa di appurare come stiano veramente le cose e dove possano andare a parare, avendo già idee chiarissime e ricetta pronta, spicca Giuliano Ferrara. A differenza di Lenin, che ci aveva messo un po’ per rifinire e diffondere il suo “che fare” nella Russia del 1917, il nostro Elefantino ha fulmineamente diramato per l’occasione un ordine del giorno secco e preciso. Gioco facile, per lui, che credevamo avesse avuto almeno qualche ripensamento sugli strumenti da usare negli scontri di civiltà e quindi sull’esempio da seguire: quello di George W. Bush. Di un uomo, cioè, la cui immagine consolidata sembrava ormai quella di uno dei peggiori presidenti americani o addirittura il peggiore in assoluto; e non solo, naturalmente, per i misfatti in politica estera.

Per Ferrara, invece, GWB resta un modello ineguagliabile, protagonista di una “grandissima presidenza di guerra”, l’unico capace di “contrastare, combattendo, la deriva di una grande civiltà”, così diverso dall’imbelle Carter, da Reagan, persino da Bush papà, che colpì Saddam ma non seppe finirlo, e da Clinton, che non disdegnava il ricorso alla forza ma la usò per difendere i musulmani bosniaci e albanesi dai serbi cristiani. Senza sottilizzare troppo e apparentemente in preda a repentina angoscia (nonostante i grandi successi di GWB), Ferrara scrive che “bisogna fare in fretta perché il contagio dell’Umma islamica è frenetico, incalzante” e “nell’irresponsabilità imperiale degli USA comincerà un altro ciclo di guerre e sangue, ma stavolta con l’Occidente dialogante, a mano tesa cioè insicuro di sé, in posizione di impotenza conclamata”.

Ed ecco allora la ricetta: “bisogna sperare che Obama inverta la diplomazia della mano tesa e del ritiro dal Grande Medio Oriente, affidando al generale Petraeus, al Pentagono, al Dipartimento di Stato, al National Security Council, alla CIA la definizione immediata di una nuova proposta strategica per l’ordine internazionale minacciato”. In altri termini, predisporre un’altra bella guerra preventiva a dispetto dei conclamati fallimenti della più parte di quelle anche non preventive intraprese dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale; la vittoria maggiore è stata quella pacifica sull’URSS.

Mentre si apprestano ad abbandonare l’Irak ad un destino quanto mai incerto e verosimilmente anche l’Afghanistan, in mani di sicuro non amiche, gli Stati Uniti, per di più economicamente indeboliti, dovrebbero dunque innescare di propria iniziativa un nuovo “ciclo di guerre e di sangue”. La cosa sembra non ripugnare, ma è il caso di stupirsene?, neppure al Ferrara crociato sia pure poco fortunato contro l’aborto. Dopotutto, la vita umana sarà anche sacra in tutte le sue fasi, ma resta a preziosità variabile. Se in Irak la popolazione civile è stata falciata a diecine di migliaia, i boys caduti sono appena tremila.

Franco Soglian

JACOPONE DA TODI, CAGOIA, BAGDADOIA

Fescennino

Quel popolano triestino che, arrestato dagli Austriaci per sospetto di partecipazione a certi moti, si difese Mi no penso che per la pansa, era conosciuto come Cagoia. Ma il suo nomignolo fu baciato dalla gloria quando Gabriele d’Annunzio malalingua lo trasferì su Francesco Saverio Nitti da Melfi (Pz), un Prodi del tempo. In tempi passati chi, persino se antidannunziano, non si rallegrava d’un soprannome così salace?

Altro richiamo storico-lessicale. Jacopone da Todi, ricco e brillante uomo di mondo, cambiò vita quando Vanna, la moglie contessina, morì durante un ballo e si scoprì che sotto le vesti lussuose portava segretamente il cilicio. Jacopone si fece eremita, grande mistico, teologo, capofazione nelle lotte dell’ordine francescano. Fu imprigionato e scomunicato. Oggi è un beato della Chiesa. Si guadagnò una fama durata già buoni sette secoli dopo la morte, non solo per le sue 110 laude (una delle quali verteva teologicamente sulla ‘santa nichilitade’) ma anche con la caratterizzazione di “pazzo di Dio”. Se chiamassimo ‘Pazzo di Bush’ il fondatore del “Foglio” , oppure ‘Spasimante di Cheney’, non potremmo sognare per i nostri soprannomi la gloria che incoronò Cagoia, il popolano che no pensava che per la pansa?

Per simpatia verso i Boscimani, statura piccola e pelle giallastra ma coraggiosissimi cacciatori nomadi del deserto di Kalahari (Africa meridionale) potrei anche proporre per il Maestro del quotidiano edito da Veronica Lario l’appellativo di ‘Bushimane’. Ma egli, un leader nato, straripante di carisma, merita di più, merita ‘Capo dei Bushimani’. Quest’ultima illuminazione non è mia, mi viene da Aldo Cazzullo, giovane astro del ‘Corriere della Sera’, il quale oggi 3 febbraio 2010, conducendo “Prima Pagina” a Radio Tre è sbottato, a proposito dell’impresa di Bush nell’Irak, in un’irrituale invettiva all’indirizzo del capo dei Bushimani: “A difendere quella guerra veramente sciagurata di Bush è rimasto solo uno in Italia.”.

‘Bushimane’ lascia un po’ in ombra, nell’olimpo degli Dei di Giuliano Ferrara, il co-conquistatore di Baghdad, Dick Cheney, ed è un peccato. Se nel 1776 le colonie d’America non si fossero ribellate, oggi Cheney sarebbe ancora un suddito di Queen Elizabeth e la Queen l’avrebbe fatto, metti, Lord Cheney of Mesopotamia. Allora per il nostro capotribù bushimane potrei proporre anche il supplemento di nomignolo ‘Bagdadoia’. Il Cagoia e lo stesso on.F.S.Nitti sarebbero contenti della compagnia dell’ ex-ministro del Berlusca.

Fescennini a parte, la bushiolatria di Bagdadoia minaccia di aggiungersi ai disturbi (sadismo, masochismo, necrofilia, etc) classificati nel 1886 dalla Psychopathia sexualis del von Krafft-Ebing.
Speriamo di no, per il bene suo e dei tanti che si elettrizzano sì sul ‘Foglio’ ma rimpiangono il magistero televisivo del Nostro.

Certo il condottiero dei Bushimani se li vuole i lazzi mordaci -cioè i fescennini- che il teatro proto-latino indirizzava ai personaggi che facevano allegria. Il 31 gennaio Bagdadoia ha osato l’inosabile e gettato il cuore al di là dell’ostacolo, scrivendo le cose qui riferite e chiosate questo mese da un altro degli Internauti, Franco Soglian. Non so quali saranno le conseguenze sul prestigio di Ferrara, allorquando la koiné araba si infiamma anche di odio all’America e il Bushimane in chief, oltre a definire ‘grandissima’ la presidenza ‘di guerra’ del suo idolo, esige che il generale Petraeus vada mandato a soggiogare il mondo arabo. Soggiogare con scarse e demoralizzate legioni, oltre a tutto. La conquista dell’Afghanistan procede a rilento, anzi incespica, anche per scarsità di legioni. Persino il ministro La Russa, procacciatore di caporalmaggiori alpini, rilutterà a fornire ascari abruzzesi e sardi per l’impresa davvero titanica progettata da Bagdadoia. Petraeus dovrà sterminare a distanza, coi droni. All’occorrenza, Cheney dalla pensione ipotizzerà le testate atomiche (lo aveva già fatto per l’Irak). Ma poi, chi pacificherà e presidierà le vaste terre dell’Islam fatte debellare dal belluino Bagdadoia, espugnatore delle Piramidi, della Mezzaluna Fertile, dello Yemen, poi di Pakistan, Indonesia e di ogni altro regno o popolo che insorga?

A.M.C.

RANDOMCRACY: How it would work

On March 22, 2010 the “Daily Babel” carried an editorial titled RANDOMCRACY: the case for a Neo-Athenian Direct Democracy. The opening statement was: “We’re slowly watching Democracy transform itself into nothing more than a stage-play put on by a media-savvy, bank-friendly plutocracy. The average citizen today has no more say on how his or her government should govern, than a dog has in making requests from his master”.

The concept of a random and selective way to a direct, popular sovereignty was born in the United States some twenty years ago. The idea was: representative democracy is a sham, as the electoral mechanism is responsible for the usurpation (= illegal seizure of power) by an oligarchy of professional, career, lifelong politicians, normally corrupt or corruptible. In order to be elected or re-elected, a professional politician must either own really vast money (which is plutocracy) or sell his/her vote and influence to the lobbies, one of the de facto lobbies being docile voters who trust campaign promises.

The radical alternative to pluto/klepto-democracy should be (in due time will be) direct democracy: going back to Athens, where democracy was invented some 25 centuries ago. However the Athenian direct democracy implied very small numbers of full, privileged, male citizens. No woman, no foreign-born, no slave. In a colossal country of today the right thing to do is canceling the electoral process (voting would stay in referenda only) and reducing the sovereign citizenry to a “macro-jury” made of a small percentage of the entire population: its temporary members (f.i. 6 to 12 months) would be randomly selected by a computer-assisted lot. No elected official at all. The ‘macro-jury’ concept is referred to the body of persons who are randomly (within limits) selected to render verdict in court in lieu of the entire people, which in theory is the source of justice. Such source is not the professional judge. He or she transforms the popular (=jurors’) verdict into a technical sentence.

A succession of computerized lots within the small percentage of pro tempore sovereign citizens (hyper-citizens) would select, with progressively more demanding criteria, the persons to act at the various levels of government. Say, plain persons could be added to better qualified ones in the bottom level of the macro-jury, the level where the small town councillors would be drawn. Well higher qualifications should be necessary to those among whom the members of state or national legislatures would be randomly selected by the computer.

Of course qualifications should be determined by objective, unquestionable facts. For instance, if managing a serious business is chosen as a pre-requisite to be randomly picked as a member of a given body, the official computer must verify that the said business has been in operation for a number of years. Analogously, if a person claims to be a scientist, evidences should exist that he/she does research work in an university or reputable institution. No arbitrary, disputable element should play a role.

Innumerable additional problems should be solved, changes made, controls introduced. The computer-assisted selections must be beyond any doubt. After the disappearance of professional politicians, advisors, burocrats and technocrats would become too important, so they should be submitted to special supervising committees of hyper-citizens. Myriads of additional issues would confront us. The end result of randomcracy would be the cancellation of career (robber) politicians; the abrogation of evil role of money in the political process; the exercise of sovereignty by revolving sections of the general public; the chances for everybody to be selected for short terms of office, if qualified.

Anthony Cobeinsy

TIME: OBAMA COME BUSH

Il titolo-calembour dell’articolo di Stephen L. Carter (TIME Jan.10, 2011) è “Man of war”. Com’è noto,”man of war” è anche lo strano nome di una fregata d’altri tempi. Recita il catenaccio: How does Barack Obama differ as a commander in chief from his swaggering predecessor? A lot less than you might think. A questo punto s’è capito quasi tutto, leggere l’articolo sarebbe quasi un di più. Invece no, leggiamo alcuni stralci. Nel frenocomio che è il Nord Europa radical-chic non c’è chi ha assegnato al presidente degli Stati Uniti il premio Nobel per la pace? E non siamo attorniati in ogni tram, in ogni bar, più ancora in ogni libreria, da belle anime per le quali il binomio nero e progressista è sicura garanzia di umanitarismo?

L’elezione di Obama, può darsi abbia aperto un’era nuova nella politica estera degli USA: Non però nella condotta delle nostre guerre. Le facciamo sotto Obama all’incirca come le facevamo sotto il suo predecessore. Forse nel 2008 Obama si è proposto come il presidente della pace, ma la prossima volta correrà come presidente della guerra. Le presidenziali del 2012 saranno anche un referendum sul capo delle forze armate più possenti della terra. Semplicemente, abbiamo eletto un presidente nella tradizione delle nostre guerre: un uomo che in ultima analisi sacrificherà l’idealismo nel nome della sicurezza.

Obama ha portato avanti nell’Irak l’approccio di Bush, e lo stesso fa nell’Afghanistan. Ha pienamente applicato la dottrina Bush: siamo decisi ad andare oltremare a combattere i nostri nemici, eliminandoli dovunque possibile, piuttosto che aspettare d’essere attaccati. E’ vero, Obama evita di parlare di vittoria: e questo è sbagliato. Se credi in ciò che fai, meglio vincere che perdere. Se ci sono guerre sbagliate, Obama dovrebbe porvi fine immediatamente, non in qualche data futura. Se sono giuste, dovrebbe dire chiaro che è obbligato a vincere. Anche continuando a torturare i prigionieri. Il modo più veloce per smettere di farlo è vincere la guerra. Se il presidente mettesse tutta la passione di cui è capace nel galvanizzare il paese in appoggio delle sue guerre -oggi sono le guerre sue e di nessun altro- sosterrebbe i suoi combattenti come nessun altro al mondo.

Obama è arrivato a rivendicare la liceità di metodi quali Bush non aveva reclamato -per esempio l’assassinio di cittadini americani, e sembra avere molto allargato le operazioni militari segrete, gli attacchi missilistici a grande distanza e simili. Forse gli avversari più feroci di Bush gli dovrebbero delle scuse.

Gli stralci dall’articolo di Carter -del quale è appena uscito il libro The violence of Peace: America’s Wars in the Age of Obama, Beast Books, 2011- finiscono qui. Una settimana dopo, 17 gennaio, la copertina del successivo numero di TIME reca la foto di un bambino afghano dilaniato (“by coalition aircraft“ dice la didascalia). E’ la regressione a ciò che tormentò il mondo negli anni del Vietnam. Ma anche gli occhi del Marine che porta in braccio gli stracci insanguinati racchiudenti il bambino dicono la tragedia dell’America: l,America ha ucciso la sua leggenda di fidanzata del mondo.. Per le sue dimensioni è diventata la nazione più militarista della storia, incapace di perseguire i suoi fini senza sparare alla cieca. Sta riabilitando Hitler. Riflettano i personaggi ‘democratici’ per i quali l’Irak e il Vietnam no, ma l’Afghanistan è una guerra giusta.

A.M.C.

LIBERTA’ INDIVIDUALI E STATO DI DIRITTO

Due valori da conciliare, non contrapporre

Michail Suslov, gran sacerdote del marxismo-leninismo, si distingueva per una diabolica capacità di scovare nell’ideologia ufficiale ogni possibile giustificazione per qualsiasi decisione dei massimi dirigenti sovietici da Stalin in poi. Un suo emulo postumo potrebbe essere Piero Ostellino, vestale del liberalismo ma forse un po’ influenzato da una lontana esperienza di corrispondente da Mosca. L’ex direttore e ora collaboratore del Corriere della sera, infatti, è da tempo impegnato a giudicare, condannare e (molto raramente) approvare quanto si fa o non si fa in Italia alla luce di una dottrina opposta a quella comunista e in particolare del pensiero dei suoi pionieri anglosassoni, che ama citare a profusione. Una dottrina, per la verità, da lui interpretata e predicata in una versione alquanto oltranzistica, verosimilmente condivisa da pochi altri credenti.

Qualche anno fa, ad esempio, deplorava l’imposizione di limiti di velocità alle automobili in quanto gravemente lesiva della libertà individuale al pari del divieto di fumo nei locali pubblici. Indifferente, nel primo caso, al fatto che l’Italia vanta tra i suoi tanti primati negativi anche l’alto numero di vittime del traffico causate da comportamenti irresponsabili verso il prossimo (per non dire anche verso se stessi) e semmai dall’impunità di cui troppo spesso godono i trasgressori. Non commosso, nel secondo caso, neppure dal discreto e alquanto sorprendente successo che il divieto di appestare il prossimo (oltre a danneggiare se stessi) ha riscosso in un paese scarsamente portato alla disciplina. Ma tant’è, si dirà, sui sacri principi non si transige, anche se l’intransigenza rischia di sconfinare nell’assurdo e nel macchiettismo.

Adesso però Ostellino, più che mai scatenato nella sua crociata sotto la spinta delle nuove bufere che agitano la scena politica nazionale, tocca tasti e trova accenti che lo rendono meno isolato, per quanto sempre fantasiosamente originale, che in precedenti occasioni. Le rivelazioni su quanto avviene ad Arcore, Palazzo Grazioli e Via Olgettina lo inducono ad avvertire, a beneficio delle protagoniste femminili, che la prostituzione in quanto tale non è un reato e che il diritto di usare il proprio corpo a fini leciti non può essere negato. Giusto, ma è sicuro il Nostro che nell’attuale temperie sia il caso di incoraggiare indirettamente pratiche e modi di vita così poco raccomandabili? E sarebbe soddisfatto se la loro ulteriore diffusione portasse un domani ad una massiccia presenza in posti di alta responsabilità di persone specializzate nel suddetto uso anziché promosse per merito?

Un ascoltatore di Prima pagina ha ricordato, non del tutto a sproposito, lo storico precedente della contessa di Castiglione inviata da Cavour a sedurre Napoleone III per favorire la causa risorgimentale. Non risulta però che la nobildonna in questione concedesse sistematicamente le proprie grazie ad altri e più o meno numerosi “utilizzatori finali”, mentre quella che si presume sia stata, fino a prova contraria, una prestazione una tantum motivata dall’amor patrio non sembrerebbe un argomento forte in mano a chi perora la distinzione non solo tra giustizia e morale ma anche tra morale e politica. E’ soprattutto per la distinzione tra giustizia e politica, tuttavia, che Ostellino si batte come un leone, e addirittura con un’irruenza, di sostanza se non nella forma, tale da fare invidia ai più bellicosi protagonisti dei talk-show televisivi.

Suo nemico pubblico numero uno è, da vent’anni a questa parte, la magistratura, o quanto meno la magistratura per così dire impicciona, cioè quella sua parte accusata di esercitare la famigerata “supplenza” ovvero autosostituzione alla politica. In realtà, poiché i detentori del terzo potere nel loro insieme tendono a fare quadrato contro tale accusa, e ciò anche perché la politica continua tranquillamente a lasciarsi supplire sotto vari aspetti, il bersaglio diventa o rimane sempre quello più grosso. Lo dimostra nel modo più stupefacente una delle ultime bordate sparate dall’emulo di Suslov, prendendo spunto dalla recente sentenza della Cassazione che ha confermato, certo alquanto a sorpresa, la condanna in appello dell’ex “governatore” siciliano Totò Cuffaro per collusione con la mafia, respingendo lo scagionamento chiesto dal procuratore generale (Corriere della sera del 25 gennaio).

Come è legittimo da parte di chiunque in qualunque caso più o meno analogo, Ostellino nutre profondi dubbi sulla fondatezza di tale condanna, giunta al termine di un iter processuale tormentato. Insinua però, indirettamente, che si sia trattato di un processo politico (definizione accettabile nella fattispecie solo nel senso che l’incriminato era un politico) e, pur ammettendo che le sentenze vanno comunque rispettate, esprime tutta la sua costernazione per il fatto che Cuffaro, anziché urlare la propria innocenza e dichiararsi perseguitato, abbia accettato la condanna con la “rassegnazione” dovuta ad un “giudizio di Dio insindacabile”, alla proclamazione di una “Verità rivelata indiscutibile per definizione”.

Sbagliano rotondamente, allora, i tanti che per cecità o cinismo hanno elogiato il comportamento del condannato paragonandolo a quello di Andreotti processato benchè alla fine assolto? Sì, secondo il Nostro, perché il povero Cuffaro altro non sarebbe che la vittima (più unica che rara, si direbbe) di una “sindrome diffusa negli ambienti giustizialisti collegati con le procure e i pubblici ministeri” ma che avrebbe contagiato anche chi deve difendere gli imputati e persino questi ultimi. Una sindrome che porterebbe a negare a priori la presunzione di innocenza, a consentire il linciaggio morale degli accusati attraverso i processi mediatici, a credere che “compito della Giustizia non sia applicare la legge…bensì di far rigare dritto i cittadini” in virtù di una “missione salvifica” affidata alla magistratura.

La quale magistratura, precisa peraltro Ostellino, non sarebbe l’unica responsabile di questa “distorsione dello spirito delle leggi”. Questa scaturirebbe infatti da una generale “carenza di cultura liberale”, dall’“idea che le ragioni dello Stato… debbano sempre prevalere su quelle degli individui”, per cui “una assoluzione è percepita come una sconfitta dello Stato, e della Verità rivoluzionaria, e una condanna come un loro successo”. Ed ecco la strabiliante conclusione: “In definitiva, ci siamo dati uno Stato di diritto senza possederne la cultura che in altri paesi ne è il fondamento morale e, forse, neppure le istituzioni. Non siamo una democrazia compiuta e neppure ancora un Paese civile”.

Adesso finalmente sappiamo, insomma, in che senso dovremmo muoverci per edificare un vero Stato di diritto, una democrazia compiuta e un paese civile, sbarazzandoci, come auspica Ostellino, dai retaggi del totalitarismo fascista e del Sessantotto che voleva cambiare il mondo. Dovremmo far sì che i processi si celebrino il meno possibile, che se proprio sono indispensabili si concludano preferibilmente con assoluzioni e che nei casi malaugurati di condanne le sentenze vengano contestate da tutti con tutte le forze e con ogni mezzo.

Questa, ad ogni buon conto, la ricetta che sembra suggerire il Grande Liberale per un paese che vede la criminalità organizzata spadroneggiare in almeno tre regioni del Meridione, insediarsi nella Riviera di ponente e stringere d’assedio Milano; che vanta una corruzione senza uguali nel mondo più progredito e detiene un altrettanto saldo primato nell’evasione fiscale; un paese in cui il rispetto delle leggi è tradizionalmente e tuttora molto spesso un optional anche da parte di chi le leggi le fa. La magistratura, naturalmente, non è infallibile, e l’operato di alcune sue componenti presta il fianco a critiche e persino a qualche sospetto. Quanti tuonano da vent’anni contro la “supplenza” sembrano però dimenticare o minimizzare il fatto che la grande maggioranza delle condanne inflitte a suo tempo da Mani pulite sanzionarono comprovate e sistematiche violazioni della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, i quali l’avevano varata, secondo ogni apparenza, col deliberato proposito di disattenderla.

Dicevamo che le filippiche di Ostellino non sono poi così isolate, neppure tra gli osservatori non politicamente schierati. Erano state precedute, ad esempio, da quanto aveva scritto Angelo Panebianco su “Sette” del 2 dicembre scorso a proposito delle cause del cattivo funzionamento delle nostre istituzioni pubbliche. Per migliorare il quale sarebbe utile, a suo avviso, una dose più elevata di autentico patriottismo, non surrogabile artificialmente per via ideologica. Tra le ideologie in questione egli prende particolarmente di mira un “liberalismo da azzeccagarbugli”, secondo cui “lo Stato liberaldemocratico funziona bene solo se tutti onorano il ‘principio di legalità’, si inchinano di fronte alla ‘maestà della legge’, della legge assunta come valore in sé”.

Comoda per i giuristi, che verrebbero promossi a “sacerdoti della democrazia liberale”, ma abbracciata anche da molti “orfani di ideologie illiberali”, questa avrebbe come “variante cervellotica” il cosiddetto “patriottismo costituzionale”, cioè l’idea secondo cui “ciò che tiene insieme una democrazia liberale è il culto della Costituzione”. Del patriottismo vero, scrive Panebianco, esso sarebbe solo una parodia, perché “il culto della libertà esige che le leggi (e le istituzioni) servano a proteggere la libertà individuale (dallo Stato, in primo luogo)…la legge è rispettata solo se non opprime l’individuo ma ne assicura la libertà”, ecc. ecc.
Così come l’ex direttore del Corriere evita di incitare espressamente a non rispettare le sentenze e a disarmare la magistratura, il politologo bolognese non giunge ad affermare che leggi e Costituzione siano carta straccia. Anche lui, tuttavia, rischia di fare il gioco di chi lo pensa davvero o si comporta come se lo pensasse. E anche a lui si dovrebbe perciò replicare, benché possa suonare superfluo, che a) il rispetto delle leggi è il più fondamentale ed elementare presupposto dello Stato di diritto; b) le leggi vanno rispettate anche se sono sbagliate o malfatte fino a che non vengano corrette o abrogate; c) lo stesso vale per la Costituzione, che non è un vangelo o un feticcio e in alcune sue parti va certamente modificata, secondo le procedure da essa stessa appositamente previste.

Per concludere, un quesito da proporre un po’ a tutti: fermo restando il garantismo, credete che nell’attuale situazione nazionale sia più scottante l’esigenza di proteggere i diritti e le libertà individuali dalle ingerenze e dall’invadenza dello Stato oppure quella di difendere i cittadini dai molteplici abusi dei suddetti diritti e libertà? Negli Stati Uniti duramente colpiti dal terrorismo è ancora acceso il dibattito su quanto sia lecito sacrificare di questi ultimi, almeno temporaneamente, sull’altare della sicurezza collettiva. Un problema analogo esiste anche in Italia, afflitta da mali assai più radicati e diffusi e meno contingenti.

Mevio Squinzia

La rabbia e la rassegnazione

Siamo giovani e proviamo rabbia. Non siamo pochi ma non siamo maggioranza. Vogliamo che vengano fatti i cambiamenti giusti, necessari, quelli che non piacciono alla maggioranza. Vogliamo che le decisioni non vengano prese solo pensando all’oggi o al domani, ma al dopodomani. Vogliamo che chi prende le decisioni lo possa fare senza il ricatto del consenso, e assumendosi completamente le proprie responsabilità.

Vogliamo uno Stato e un’impresa che facciano ricerca. Vogliamo una scuola pubblica laica e funzionante. Vogliamo infrastrutture nuove per il Paese. Vogliamo un’informazione libera. Vogliamo uno Stato laico, dove le libertà degli uni non possano essere azzoppate dalla fede degli altri. Vogliamo investimenti per il turismo e per la cultura. Vogliamo la legalizzazione della prostituzione e delle droghe leggere. Vogliamo che i fondi per le riforme si trovino per l’interesse di tutti a discapito di cricche e corporazioni. Vogliamo che la crescita non sia un astratto numero apparso sul Sole 24 ore, ma un benessere diffuso nella società. Vogliamo la fine dei privilegi delle lobby. Vogliamo una politica estera pacifica ed europeista. Vogliamo più Europa.

Pensiamo che così non si possa più andare avanti. Pensiamo che la democrazia rappresentativa fondata sul suffragio universale non sia sostenibile in eterno. Pensiamo che nel futuro la mancanza di decisioni lungimiranti porterà ad un deterioramento tale della società, dell’economia, dell’uomo, da prefigurare ritorni autoritari.

Abbiamo timore per il futuro. Vediamo le idee giuste che non vengono portate a termine. Vediamo la lentezza e l’inefficienza del sistema attuale. Siamo rassegnati. Siamo ingabbiati nel sistema più giusto di quelli possibili che marcia verso il disastro. Sappiamo che il prezzo di eventuali cambiamenti è troppo alto. Non lo vogliamo pagare. Non vogliamo che lo paghino gli altri. Possiamo solo stare a guardare. Un domani qualcuno dirà che avevamo ragione. Se gli uomini del futuro riusciranno a vedere il pericolo prima che si concretizzi, speriamo che vogliano tentare nuove vie di democrazia, e non abdicare al potere autoritario.

Oggi proviamo rabbia e rassegnazione. Siamo ancora troppo pochi. Oggi. Domani…

T.C.